di Armando Mannino
Il Riformista, 19 maggio 2021
Il recente intervento di Guido Neppi Modona sui problemi della giustizia stimola, per la sua indiscussa autorevolezza (è stato magistrato, professore d'università, componente della Corte costituzionale), alcune riflessioni sul merito delle sue proposte, che nascono dalla consapevolezza ormai diffusa di una realtà stigmatizzata con espressioni particolarmente dure. Queste sono rivolte non solo a quei magistrati che, accentrando e monopolizzando all'interno delle correnti le decisioni del Consiglio superiore della magistratura (Csm), hanno fatto "scempio... dei principi di legalità su cui avrebbero dovuto basarsi"; ma anche di quelli che per perseguire le loro legittime aspettative di carriera hanno cercato di "ottenere una posizione di favore illegittima", facendo "mercimonio della propria indipendenza, considerato che qualcuno, in perfetto stile mafioso, sarebbe poi venuto a chiedergli di saldare il conto".
La gestione illegale del Csm non si esaurisce quindi al suo interno, ma si riverbera, anche se questo aspetto troppo spesso viene trascurato o non approfondito in modo sufficiente, su tutto l'apparato giudiziario, compromettendo i principi fondamentali di indipendenza e di autonomia dei magistrati, la loro subordinazione alla legge e di riflesso i diritti dei cittadini. L'incresciosa degenerazione dei comportamenti di una parte della magistratura, purtroppo non marginale, "causata dallo strapotere delle correnti e dall'esasperata autotutela corporativa dei magistrati, soprattutto del pubblico ministero", lo conduce a una ferma dissociazione, espressione di una onestà intellettuale fondata su una logica coerenza, nutrita dai principi costituzionali e dalla conoscenza della realtà, che sfocia nella contestuale ricerca di soluzioni concrete nel tentativo di impedire il loro ripetersi. È piena, quindi, la consapevolezza non solo della gravità dei fatti emersi, specialmente in questi due ultimi anni, ma anche della conseguente profonda delegittimazione dell'apparato giudiziario nei confronti dei cittadini e della corrispondente ineludibilità di rilevanti ed effettivi interventi di riforma, oggi ancora più urgenti alla luce della concreta possibilità di attivazione di una procedura referendaria.
Al di là dei suoi contenuti e degli eventuali risultati, questa finirebbe per un periodo certamente non breve con il mettere sul banco degli imputati la magistratura nel suo complesso, contribuendo da un lato a delegittimarla ulteriormente agli occhi della pubblica opinione, con effetti forse peggiori di quelli prodotti da una commissione parlamentare d'inchiesta, e dall'altro a precostituire le condizioni politiche per interventi limitativi della sua indipendenza. Neppi Modona propone quindi di intervenire su un duplice piano: a medio termine con la procedura di revisione dell'art. 104 della Costituzione per modificare la composizione del Csm; nell'immediato, in vista del rinnovo di questo organo nel settembre dell'anno venturo, con una modifica della legge elettorale che sopprima il prepotere delle correnti sul Csm e di riflesso sulla carriera dei magistrati.
Prescindendo per il momento dalla revisione della legge elettorale, la componente cosiddetta "togata" del Csm, attualmente composta per due terzi da magistrati ordinari eletti tra gli appartenenti alle diverse categorie, dovrebbe essere ridotta preferibilmente "a un terzo" o comunque a non più della metà; quella "politica", eletta dal Parlamento in seduta comune - quindi espressione dei partiti politici - tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati con più di quindici anni di esercizio professionale, oggi pari al terzo rimanente, verrebbe soppressa. La proposta di modifica è quindi radicale, ma al contempo razionale e coerente, perché prende atto delle disfunzioni esistenti, ne individua una causa nelle modalità di composizione del Csm e colpisce entrambe le componenti.
La prima, considerata responsabile delle pesanti deviazioni dal principio di legalità e quindi ritenuta di fatto inidonea ad "autogovernarsi", verrebbe ridotta preferibilmente al ruolo di una minoranza, per quanto consistente; la seconda sarebbe addirittura soppressa, nella consapevolezza che l'attitudine dei partiti a condizionare le decisioni del Csm, subordinandole ai propri interessi, costituisca un fattore di inquinamento della loro limpidità e legalità. Il plenum dell'organo sarebbe poi reintegrato con l'elezione dei consiglieri rimanenti affidata in parte ai presidi dei Dipartimenti universitari della Facoltà di Giurisprudenza e in parte ai Consigli forensi. Alla Conferenza dei rettori spetterebbe infine eleggere un numero imprecisato di esponenti della cultura anche con preparazione non giuridica.
Questa proposta, condivisibile nei presupposti che la ispirano, nel merito lascia tuttavia perplessi. La natura giuridica delle decisioni attribuite al Csm e la loro rilevanza politico-istituzionale sconsigliano innanzi tutto di integrarlo con personalità prive di una solida formazione e competenza giuridica; i presidi dei Dipartimenti giuridici, cui sarebbe attribuita la scelta della componente "accademica", non hanno sotto questo profilo alcuna capacità rappresentativa dei collegi che li hanno eletti e quindi deciderebbero a titolo personale su questioni di particolare rilevanza istituzionale; la presenza di una componente forense, essenziale all'interno dei Consigli giudiziari per la valutazione della professionalità dei magistrati, potrebbe rafforzare la natura corporativa del Csm, sostituendo l'attuale monopolio di fatto dei magistrati con un duopolio magistrati-avvocati, che potrebbe essere fonte di ulteriori disfunzioni. Decisiva e assorbente appare infine la considerazione che il corretto funzionamento dell'apparato giudiziario, nelle sue decisioni di vertice affidato al Csm, è materia di rilevanza anche politico-istituzionale e di preminente interesse pubblico, che non può non essere attribuita a soggetti in modo diretto o indiretto rappresentativi della sovranità popolare.
Ferma quindi la presenza nel Csm di una rappresentanza non maggioritaria di magistrati, la selezione dei consiglieri rimanenti non può non essere affidata agli organi costituzionali e in particolare, escluso il governo in quanto derivazione dei soli partiti di maggioranza, al Parlamento in seduta comune, nel quale sono rappresentate tutte le forze politiche espresse dalla consultazione elettorale, e al presidente della Repubblica nella sua funzione di rappresentante dell'unità nazionale e di garante della Costituzione. Il meccanismo di composizione del Csm deve però essere tale da impedire, requisito imprescindibile, che la derivazione politica dei consiglieri li spinga a soddisfare gli interessi contingenti dei soggetti da cui sono designati a detrimento di quelli generali della collettività.
Il modello cui ispirarsi dovrebbe allora essere quello della composizione della Corte costituzionale, della cui competenza e imparzialità, consolidate nei decenni, nessuno può dubitare.
I componenti del nuovo Csm dovrebbero quindi essere eletti dal Presidente della Repubblica, dal Parlamento in seduta comune e dai magistrati, ciascuno per un terzo, in modo che nessuna componente possa prevalere sulle altre e imporre le proprie decisioni. Il numero dei suoi componenti dovrebbe essere inferiore e non maggiore di quello attuale. Un numero ridotto, preferibilmente quindici, favorisce infatti la selezione dei migliori, specialmente nell'ambito parlamentare, nel quale la previsione per l'elezione di una maggioranza qualificata impedirebbe il successo di candidati ritenuti privi dei requisiti necessari o comunque troppo legati a un partito politico e quindi tendenzialmente parziali. La durata in carica dei consiglieri dovrebbe inoltre essere sufficientemente lunga, comunque maggiore dell'attuale, per dare ad essi stabilità e autorevolezza e svincolarli da eventuali condizionamenti politici: potrebbe essere di sette anni, anche per differenziarla da quella dei componenti la Corte costituzionale, che restano in carica nove anni.
Del nuovo Csm non farebbe parte il Presidente della Repubblica. Non è questa una diminuzione della sua funzione costituzionale, perché è compensata dal potere di nominare un terzo dei consiglieri. Questo potere dovrebbe però essere esercitato al fine di riequilibrare la composizione dell'organo, dando cioè espressione a orientamenti culturali importanti nella società ma non rappresentati. D'altronde, se invece gli dovesse essere confermata la presidenza del Csm, questa, unita al potere di nomina del terzo dei consiglieri, lo trasformerebbe nel soggetto dominante al suo interno, rendendolo di fatto responsabile, anche politicamente, delle decisioni di vertice dell'apparato giudiziario, in contrasto con la natura di garante della costituzione che caratterizza la sua funzione.
L'ultimo problema da affrontare è quello dei poteri del nuovo Csm. La soluzione più semplice è quella di mantenere quelli attuali individuati dalla Carta costituzionale: assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari (competenza quest'ultima che diventerebbe esclusiva e quindi non soggetta a ricorsi amministrativi) nei confronti dei magistrati. Potrebbe però essere opportuno ampliarli ulteriormente, estendendoli alla responsabilità civile e penale di secondo grado dei magistrati. Se infatti la responsabilità disciplinare oggi non funziona per il corporativismo dei magistrati, non è possibile escludere che ne siano almeno potenzialmente affette anche le decisioni sulla responsabilità civile e penale.
di Stefania Albanese e Cecilia Ferrara
Il Domani, 19 maggio 2021
Secondo un antico stereotipo razzista, gli "zingari" rubano i figli alle madri italiane. In realtà succede il contrario: spesso i tribunali tolgono i bambini a genitori giudicati "inadeguati".
Con la crisi economica e con l'aumento delle nuove povertà il fenomeno degli allontanamenti che finiscono per diventare adozioni non potrà far altro che crescere. "Pensavo di morire. Sono stata quattro mesi con la paura che mi togliessero i bambini. Già ne avevo dati due allo stato. Gli altri no!". Mariana (nome di fantasia) di figli ne ha 6. È una donna rom che vive in uno dei tanti campi che Roma ancora ha, nonostante le condanne internazionali all'Italia e la promessa di superamento della sindaca Virginia Raggi. La famiglia di Mariana è bosniaca, ma lei la Bosnia Erzegovina non l'ha mai vista in vita sua, ha sempre vissuto in Italia, nei campi. Senza mai una casa vera, e senza documenti: mai avuti, come tanti e tante rom nella capitale.
Bimbi strappati - Ed è proprio dall'incontro con la burocrazia che cominciano i guai di Mariana. Quando la donna fa richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari - a causa della malattia del figlio più piccolo, l'iter si avvia. Un'assistente sociale la va a trovare, redige una relazione su di lei, il marito e i figli, e alla fine il tribunale dei minori emana un decreto di sospensione della patria potestà su tutta la prole. Salta anche il permesso di soggiorno, perché "senza" più figli, Mariana può essere espulsa. "I paradossi del sistema", spiega un mediatore sociale che chiede di rimanere anonimo. "Per fortuna l'assistente sociale si è resa conto di quello che aveva fatto, ha chiamato il tribunale, ha redatto una seconda relazione più positiva e l'iter per mandare i bambini in casa famiglia è stato bloccato. Alla madre è stato annullato il foglio di via, ma dovrà rifare tutto da capo per il permesso di soggiorno". L'udienza è prevista per settembre. Al padre, invece, il decreto di espulsione non è stato revocato. "Se lo fermano lo mettono in un Cie". Oggi "la povertà è una colpa dei genitori", prosegue l'anonimo mediatore sociale.
Se l'Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti umani perché alle mamme migranti, spesso vittime di tratta, i figli vengono tolti a volte con troppa facilità - come Domani ha raccontato in un'altra inchiesta - alla popolazione rom non va meglio. "Se sei povero, straniero o rom - continua l'operatore - è molto facile che ti piombi addosso un decreto di allontanamento per i tuoi figli". È il sistema, ancora una volta. E il peccato originale è quello della povertà. "Il benessere dei bambini è solo economico, la sfera affettiva viene dimenticata. La famiglia povera non è adeguata. Ma uno stato sociale che permetta di cambiare quella condizione, dall'altra parte, non c'è".
Dal borseggio all'elemosina - Parlare di rom è sempre faticoso: la loro stessa esistenza viene vista come difficile. Fino a tre anni fa Mariana faceva la borseggiatrice. Ma quando è rimasta incinta dell'ultimo figlio ha deciso di smettere: ora chiede soldi sotto alla metropolitana. Mostra i suoi figli in foto con orgoglio ed è arrabbiatissima con le assistenti sociali. "Sono furbe, ti prendono i figli e ti promettono che li potrai rivedere e che torneranno da te. Poi però non ti fissano i colloqui e non li vedi più". Pensare che è stata lei stessa a portare la figlia più grande in casa famiglia, visto che si ostinava a non andare a scuola. "Ho messo un sasso al posto del cuore, le ho fatto la valigia e l'ho portata lì. Ha finito la terza media, e fra poco a 18 anni potrà uscire e fare quello che le pare".
Tutti i figli di Mariana hanno la terza media, tranne la più piccola che è alle elementari. Lei ha smesso di rubare, ha aderito a tutti i piani del comune per la fuoriuscita dai campi. Per questo quando l'hanno minacciata di portare tutti i suoi figli in casa famiglia le è sembrato ingiusto. Ha vissuto quei mesi nel terrore, perché le era già capitato. "A 16 anni ho partorito il primo figlio: era molto malato, aveva bisogno di tante cure. Nel campo non ce l'avrei fatta, per questo l'ho dato in adozione. Invece Lucia (nome di fantasia) me l'hanno tolta quando ero in carcere: aveva 3 anni e mezzo e mia madre l'ha portata a fare l'elemosina. Quando me l'hanno detto, mentre ero ancora dentro, ho smesso di mangiare. Pensavo di diventare matta". Una volta libera Mariana ha preso un avvocato e ha provato a contestare lo stato di abbandono, decretato - dice la donna - non per l'accattonaggio ma perché alla bambina mancavano i vaccini. Un po' Mariana lo ha capito: sa che avrebbe dovuto vaccinare la bimba, anche se sembra non averlo fatto più per motivi logistici che altro. Racconta che il giudice, quando ha fatto ricorso per riavere Lucia, non è stato cattivo. Ma quasi comprensivo. "Mariana - gli avrebbe detto - tu sei una brava madre. Gli altri figli te li lasciamo. Ma questa piccola no". Il giudice in Corte d'appello le ha dato torto e lei non ha più visto la figlia. Probabilmente è stata adottata.
Il contesto e i numeri - Sui figli dei rom allontanati dai genitori e messi in case famiglia, dati in affidamento o adottati c'è già una corposa letteratura. L'antropologa Carlotta Saletti Salza, nel 2010, ha pubblicato un volume molto duro: "Dalla tutela al genocidio?", frutto di una ricerca negli archivi di alcuni tribunali minorili italiani.
Già lì emerge l'alto numero di decreti di adozione di bambini rom, che rischia di celare tra l'altro pregiudizi nel sistema e tentazioni di assimilazione culturale. Un trend confermato dal dossier del 2013 dell'Associazione 21 luglio sulle adozioni dei minori rom in emergenza abitativa nella regione Lazio. Secondo quanto emerge nel documento, su un totale di 1.416 aperture di adottabilità in sette anni, i rom costituiscono il 14 per cento. Le sentenze registrate dal 2006 al 2012 inerenti l'adottabilità di minori rom residenti nei "campi" sono 202: il 52 per cento è di sesso femminile. Il 68 per cento possiede cognomi "slavi" (macedoni, montenegrini, bosniaci, serbi), il 27 per cento rumeni, il 4 per cento cognomi di famiglie franco-marocchine e solo l'1 per cento è di famiglia italiana.
Su 202 casi, 117 - ovvero il 58 per cento del totale dei minori rom oggetto di sentenza - "sono stati effettivamente dichiarati adottabili, 47 casi (il 23 per cento) si sono chiusi con una sentenza di non luogo a provvedere", mentre 38 casi (il 19 per cento) erano all'epoca ancora in attesa di giudizio definitivo. Sul totale, "il 50 per cento dei minori oggetto di una sentenza di apertura di adottabilità ha meno di 7 anni e il 30 per cento meno di 3".
"Non è cambiato molto da allora", commenta oggi Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio. "Il fenomeno è proporzionale alla condizione di marginalità e di povertà. Lo stato, invece di rispondere con l'articolo 3 della Costituzione per cui la Repubblica dovrebbe rimuovere le cause che limitano di fatto l'eguaglianza e la libertà dei cittadini, più facilmente procede con questi allontanamenti che finiscono per diventare adozioni quando si tratta di bambini in tenera età". E con la crisi economica, e con l'aumento delle nuove povertà questo fenomeno non potrà far altro che crescere.
"Lo stato toglie i bambini, ma questo ha un costo altissimo", ricorda il presidente dell'associazione che si occupa di rom a Roma. Già, perché un bambino ospitato in una casa famiglia costa alla regione Lazio circa 2mila euro al mese. "Abbiamo conosciuto mamme a cui hanno tolto 5 bambini, il cui mantenimento costa 10mila euro al mese, 120mila l'anno solo per quel nucleo. Con quei soldi si sarebbero potuti realizzare molti progetti di aiuto più proficui, chiosa Stasolla. "Le madri non sempre hanno gli strumenti per fare ricorso e per capire cosa sta succedendo", aggiunge. "Ci sono casi in cui la donna, quando le tolgono il bambino, non sa cosa fare e scappa - e naturalmente diventa ancora più incapace come genitore".
E poi c'è il ruolo dei servizi sociali e della burocrazia. "Ci sono campi nomadi in cui l'assistente sociale ha paura a entrare, quindi redige le sue relazioni sulla base del sentito dire. E ci sono notifiche del tribunale che non vengono recepite per motivi logistici. Basta poco: il giudice convoca, i genitori non si presentano perché non è arrivata in tempo la notifica o perché non hanno capito cosa dovevano fare, e quello diventa un caso conclamato di abbandono".
Secondo le fonti di Domani, però c'è stato un aumento di segnalazioni da autunno in poi nella capitale, i motivi non sono chiari. "Almeno una volta a settimana una famiglia mi chiama per possibile allontanamento di minori" dice la nostra fonte. Domani ha provato ripetutamente a chiedere al comune di Roma e a un municipio dove insiste un grosso campo rom di parlare con i servizi sociali, che sono notoriamente "gli occhi dei giudici minorili". L'Amministrazione comunale ci ha risposto di non avere dati dei minori rom nelle case famiglia e che "l'allontanamento dalle famiglie lo dispone il tribunale dei minorenni su proposta della procura. Se sono colpiti più di altri la procura avrà visto che ne ricorrono i presupposti".
Campi e stereotipi - Melita Cavallo è stata presidente del Tribunale per i minorenni di Roma e giudice minorile a Milano e a Napoli. Di storie ne ha viste tante, tantissime. "Potrei scrivere un libro". C'è un caso che ricorda tra i tanti: siamo a Napoli. "Mi è rimasto nel cuore: tre bimbi, erano grandicelli, li abbiamo presi che avevano 5 o 6 anni", racconta. "Bambini gioiello, intelligentissimi. Sono stati in una struttura ottima, la migliore che avevamo all'epoca, dove i genitori potevano incontrarli. Una domenica avevano insistito per portarli fuori a prendere un gelato. L'uscita è stata autorizzata, ma quei tre bambini sono spariti. Pare che li abbiano portati in Spagna. Di certo non li hanno portati a studiare, ma a tenerli come tengono loro spesso i
La denuncia "Se sei povero, straniero o rom il rischio di allontanamento è molto alto", chiosa Cavallo. "Poi sì, ci sono anche persone che, pur essendo rom, sono abbastanza attente e, se prese in carico, capiscono il bene dei loro bambini. Ma sono l'eccezione: i più non rispondono a quello che il giudice cerca loro di fare capire nel migliore dei modi, per il bene di quei bambini". Come già registrato per i figli di donne migranti, anche nel report dell'Associazione 21 luglio vengono riportate testimonianze che mostrano "una conoscenza estremamente lacunosa e stereotipata delle comunità rom".
La stessa Melita Cavallo lo conferma. "Lo stereotipo scatta perché la situazione è diffusa", spiega. Tutti i campi hanno delle deficienze: ma invece di darsi da fare per superarle si aspetta che tutto venga dall'alto e si deteriora quello che c'è", dice la giudice. Ma le ragioni che vengono addotte per allontanare questi bambini, avverte l'Associazione 21 luglio nel dossier, "sono spesso proprio quelle condizioni abitative insostenibili che coincidono con quanto l'Amministrazione comunale realizza con le proprie politiche, per cui il soggetto "i genitori" potrebbe essere facilmente sostituito con la figura del comune di Roma".
E ancora: "Se da un lato un'istituzione da decenni si occupa di segregare i rom in "villaggi" al di fuori del Grande raccordo anulare, di sgomberare tutti quelli che non rientrano negli spazi istituzionali a loro riservati e dall'altro lato un'altra istituzione giudica tali ambienti inadeguati per lo sviluppo psico-fisico dei minori e ritiene opportuno allontanare i figli dai genitori anche alla luce delle condizioni abitative, è possibile parlare di schizofrenia istituzionale?", si chiede l'Associazione. "Credo ci sia anche una resistenza forte da parte delle famiglie rom ad adeguarsi a quello che ti chiede quello stato che bene o male ti dà una casa" con i campi rom, aggiunge Melita Cavallo. "La persona che viene aiutata non si dà aiuto. È come se ci fosse un'indolenza congenita, la responsabilità non è addebitabile alle istituzioni. Se dici loro "ti voglio aiutare, tuo figlio lascialo, lo seguo e quando sarà più grande verrà da te" ti rispondono "no, deve stare con me, sono io la madre". E questo a me non sta bene come persona, società comunità e diritto".
Case famiglie e affidi - Una volta che il minore entra in una casa famiglia si innesca un meccanismo così protettivo nei suoi confronti che molto difficilmente ne uscirà. Anche solo perché tra un'udienza e l'altra passano sei mesi, un lasso di tempo nel quale vengono scritte relazioni sul nucleo famigliare senza affrontarne però i problemi. E di relazione in relazione passano gli anni. Cosa succede nel frattempo a quei bambini? "Se sono piccoli vanno in adozione. Se sono più grandi restano in casa famiglia e la loro identità diventa problematica: non si sentono più rom, ma non si sentono neanche cittadini come gli altri", spiega Carlo Stasolla. "Hanno sofferto carenze affettive tremende perché il momento dell'abbandono è uno spartiacque e potrebbero manifestare grosse problematiche che poi si traducono in atteggiamenti lesivi e devianze". Lui stesso ha avuto otto bimbi in affido ed è diventato un punto di riferimento degli assistenti sociali, perché i bambini rom in affido non li vuole nessuno. "C'è un servizio sociale totalmente incapace di gestire la questione: ci dovrebbe essere un accompagnamento della famiglia che ha temporaneamente un minore, con l'idea che il bambino debba tornare nel nucleo di origine". E invece "purtroppo i servizi sociali sono così oberati che, una volta dato il bambino in affido, se lo dimenticano".
Alle famiglie benestanti - "Abbiamo creato una famiglia molto particolare", racconta Liliana (nome di fantasia) che ha due figli presi in affido che ha poi adottato. Entrambi hanno sempre avuto e continuano ad avere rapporti regolari con i genitori naturali e uno dei due è di origine rom. La situazione della famiglia di Liliana è ideale, perché i genitori naturali hanno acconsentito sia all'affido che poi all'adozione, senza interferire nella nuova vita dei figli. "Rispetto a tante storie, forse questa situazione è meno traumatica", racconta Liliana. "Non c'è lo strappo definitivo con i genitori naturali, e non resta sospesa quella domanda - che a volte diventa molto urgente - sulla propria identità e le proprie origini. Per loro è tutto alla luce del sole, nel bene e nel male, nei limiti che possono riscontrare in noi e in quelli che possono vedere nei genitori naturali". Il figlio però non sa nulla delle sue origini rom: il padre è italiano e la madre non vive in un campo. Per Liliana non sta a lei raccontarlo, almeno fino a quando non sarà il figlio stesso a fare domande: non ha ricordi della vita familiare precedente, poiché è stato messo in casa famiglia quando aveva 3 anni e a 6 è stato dato in affidamento.
La scelta di mettere i bambini in famiglie benestanti è sicuramente rassicurante, ma non sempre funziona. "Ricordo una donna a cui hanno tolto la figlia perché la portava insieme a lei a chiedere l'elemosina", racconta il mediatore sociale. La bambina viene affidata a una famiglia italiana che però è "troppo legata alla madre" - che la andava a trovare costantemente - e per questo la "restituisce" alla casa famiglia.
Spese Nel Lazio un bambino in casa famiglia costa 2mila euro al mese - E lì la bambina resta, nonostante la mamma avesse nel frattempo trovato una casa e un lavoro. "Ora la ragazza è quasi adolescente e soffre moltissimo: non si sente rom, non si sente non rom ed è ancora in casa famiglia". A funzionare bene invece, chiosa il mediatore sociale, è il penale per i minorenni. "La fortuna di un minore rom spesso è l'arresto per piccoli reati. Gli fanno fare la messa alla prova (il processo viene sospeso e il minorenne viene "messo alla prova" sulla base di un progetto educativo predisposto dai servizi sociali, ndr), gli trovano una borsa lavoro, gli fanno i documenti: paradossalmente smette di essere invisibile".
di Maurizio Acerbo e Stefano Galieni
Il Manifesto, 19 maggio 2021
Lascia interdetti e sconcertati che la Procura di Locri, continui a perseguitare Mimmo Lucano proponendo per lui una pena di quasi 8 anni. Nel luglio scorso il tribunale del riesame aveva definito nelle motivazioni, "inconsistente" il quadro giuridico delle accuse rivolte all'ex sindaco di Riace, "fondato su elementi congetturali e presuntivi". E pensare che da quando nel 1999, ancora maestro di scuola, Mimmo aveva scelto di far diventare un paese famoso solo per il ritrovamento dei "Bronzi", luogo di ponte fra culture, si era creata attorno alla sua figura un'aura di affetto e di stima che lo aveva portato a divenire ripetutamente sindaco del piccolo paese ionico.
Ma dal 2017 la sua popolarità, il suo lavoro costante, il non adeguarsi alla limitatezza delle burocrazie ministeriali mettendo avanti a tutto i diritti dei richiedenti asilo lo hanno messo nel mirino del potere. Anche in Calabria, come per i giornalisti e i legali che denunciavano quanto avveniva in Libia, sono partite le intercettazioni telefoniche. Il tutto per cercare reati inesistenti. La volontà di screditare l'attività il lavoro di chi, per scelta ideale, ha portato avanti la strada dell'accoglienza degli ultimi chiedendo di condannarlo alla galera, come per dire "chi rispetta i diritti degli indesiderati, chi si oppone al loro sfruttamento nei campi e nei ghetti" va considerato fuorilegge. Una richiesta - e ci assumiamo la responsabilità di affermarlo - a cui non è estranea la scelta di Mimmo Lucano di candidarsi al fianco di Luigi De Magistris per combattere, dalla Regione, la corruzione e la criminalità organizzata in Calabria. Non a caso la Lega festeggia su twitter.
Rifondazione Comunista resta al fianco di Mimmo Lucano e continuerà ogni giorno a ribadire quanto da lui affermato: "se per salvare persone ho infranto leggi, lo rifarei ancora". Perché a Riace si sono infrante le leggi che prevedono di far primeggiare l'odio e il diritto allo sfruttamento e Mimmo ha fatto ciò che dovrebbe fare ogni amministratore. Ci auguriamo che i giudici facciano prevalere la carta costituzionale e non le convenienze politiche e ci domandiamo: che paese è quello che assolve un ministro che sequestra persone e istiga all'odio contro chi salva le vite e condanna uomini di pace come Mimmo Lucano? Non quello in cui vogliamo vivere.
Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC-S.E.
Stefano Galieni, Responsabile migrazione PRC-S.E.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2021
Illegittimo il regime carcerario se l'imputato - gravemente malato e immunodepresso - rischia la vita se contrae il Covid-19. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 19653/21. Con ordinanza del 3 dicembre il tribunale del riesame di Caltanissetta a seguito di appello del pm, ha applicato all'imputato la misura cautelare della custodia in carcere, in sostituzione di quella degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, in relazione ai delitti di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dall'uso delle armi, di sequestro di persona e detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Per il ricorrente il giudice non aveva dato seguito alla richiesta di applicare l'art. 275 Cpp, nonostante il suo stato di grave deficienza immunitaria per le cure chemioterapiche. La Suprema corte, nel decidere la questione, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", ha ricordato che, in riferimento al rischio di contagio per la pandemia da Covid 19, l'incompatibilità con il regime carcerario delle condizioni di salute del detenuto per il rischio di contrarre l'infezione, ai sensi dell'art. 275 Cpp, deve essere concreta ed effettiva, dovendo tener conto sia delle patologie di cui risulta affetto il soggetto ristretto, tali da comportare, in caso di contagio, l'insorgere di gravi complicanze o la morte, sia delle obiettive condizioni dell'istituto penitenziario, per l'eventuale presenza di casi di contagio e la possibilità di adottare specifiche misure di prevenzione, atte a impedirne la diffusione.
Dunque ha errato, secondo gli Ermellini, il giudice di merito nel ritenere che l'indagato non rientrasse in una delle categorie di soggetti la cui condizione di salute pregressa rendesse certa o altamente probabile l'evento morte in caso di contagio da Covid 19. Valutazione sbagliata in quanto la patologia oncologica del ricorrente rientrava tra quelle segnalate dal Dap come statisticamente collegate a un elevato rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19.
Non solo. Per il Palazzaccio non è sufficiente basarsi sull'assenza nell'istituto di casi di contagiati e sulla previsione dell'allocazione in luoghi separati dei detenuti positivi al Covid 19. Al contrario bisogna soffermarsi sull'incompatibilità tra il regime detentivo carcerario e le condizioni di salute del detenuto, Inoltre deve essere valutata l'astratta idoneità dei presidi sanitari sanitari fruibili all'interno del penitenziario e l'adeguatezza concreta del percorso terapeutico idoneo alle esigenze del malato.
di Emma Barbaro
terredifrontiera.info, 19 maggio 2021
Intervista a Gabriella Stramaccioni, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma. Se la campagna vaccinale nelle carceri romane può dirsi quasi completamente conclusa, almeno per quanto riguarda la somministrazione delle prime dosi, allora forse è arrivato il momento di provare a immaginare "il domani".
Perché c'è tutto un mondo oltre la pena da scontare dietro le sbarre di una cella. Un mondo fatto di vissuti, storie e fragilità che esulano da qualsiasi linea guida ministeriale. L'intervista di Terre di frontiera a Gabriella Stramaccioni, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, è uno squarcio sull'avvenire. Oltre il giustizialismo, oltre le ristrettezze, oltre le privazioni.
Dottoressa Stramaccioni, la campagna vaccinale nel Lazio procede a gonfie vele. Infatti, il 70 per cento delle persone detenute ha già ricevuto la prima dose del vaccino anti-Covid. Le stesse proporzioni valgono anche per gli istituti penitenziari di Roma?
Sì, sta andando davvero molto bene. Pensi che a Rebibbia femminile, Rebibbia Terza Casa e nelle sezioni penali la prima dose è stata somministrata a tutti, salvo rarissime eccezioni, già qualche giorno fa. Anche nella casa circondariale Rebibbia Nuovo Complesso è andata altrettanto bene. E, in quel caso, dovevano essere vaccinate circa 1300 persone. Lo stesso discorso vale per il personale della polizia penitenziaria. Quindi, ora possiamo dirlo, l'obiettivo è quasi raggiunto.
Anche i numeri delle adesioni sono altrettanto soddisfacenti?
Assolutamente sì, l'adesione alla campagna vaccinale è stata molto alta. Tuttavia, penso che abbia inciso in tal senso anche la tipologia di vaccino utilizzata. Qui sono state somministrate principalmente dosi di Moderna. Dopo il tam-tam mediatico su AstraZeneca e Johnson&Johnson, il fatto di aver distribuito Moderna, che pare essere abbastanza efficace, ha tranquillizzato tutti. Quindi salvo rarissimi casi, tutti hanno ricevuto la prima dose e ora attendono il richiamo.
Quindi sono stati tutti vaccinati a prescindere dalla confusione sui target di vaccinazione per età o fragilità emersi, a più riprese, nelle linee guida ministeriali?
Non c'è stata alcuna suddivisione per categorie. Sono solo state monitorate con maggiore attenzione tutte le persone fragili che, come era opportuno, sono state sottoposte a specifici accertamenti medici. Per il resto, si è proceduto uniformemente. La questione anagrafica, insomma, non è stata presa in considerazione.
Anche alle persone fragili sono state inoculate dosi del vaccino Moderna?
Sì, solo Moderna. Per la Regione Lazio erano state messe a disposizione circa 10.500 dosi di Moderna. O almeno questi sono i dati che ci hanno fornito. La maggior parte di queste dosi sono state utilizzate per il personale della polizia penitenziaria, per i detenuti, per i preti e i cappellani delle carceri e, per fortuna, in qualche caso anche per i volontari che entrano con maggior frequenza negli istituti penitenziari. Insomma, anche loro sono riusciti a vaccinarsi. E questa è un'ottima notizia.
Soprattutto perché vaccinare i volontari significa pensare di riprendere tutte quelle attività trattamentali che la pandemia nelle carceri ha sostanzialmente annullato.
La speranza è questa. Per quindici mesi gli istituti penitenziari sono stati totalmente chiusi al mondo esterno. Questo ha significato la sospensione delle attività scolastiche e del comparto educativo, comprese le università, delle attività sportive, teatrali, musicali. Di ogni cosa. Questo ha creato un disagio notevole perché i detenuti non hanno svolto alcuna attività. Dal punto di vista psicologico e formativo è una situazione pesantissima. Quindi mi auguro che al buon andamento delle vaccinazioni si accompagni una ripresa effettiva delle attività trattamentali in carcere a tutto tondo.
Quali attività si prevede di riprendere a partire dalla seconda metà di maggio?
Innanzitutto la scuola e l'università. Più della metà delle donne recluse a Rebibbia femminile va a scuola e frequenta i corsi regolarmente. Sono circa 200 i detenuti iscritti regolarmente all'università. Quindi la ripresa delle attività didattiche rappresenterebbe non soltanto un bel segnale per le persone recluse, ma soprattutto una degna ripartenza del sistema penitenziario. Sono tante le attività rimaste ferme al palo in questi lunghi mesi contrassegnati dalla pandemia di Covid-19. Da un punto di vista educativo e trattamentale, questo purtroppo è stato un anno perso.
Forse è stato un anno perso anche sul fronte dei trattamenti sanitari da destinare alle persone con fragilità psichica o con vere e proprie patologie psichiatriche. Lei che ne pensa?
Sto cercando di intervenire quasi quotidianamente per sbloccare questioni ferme da tempo. Per trovare, cioè, soluzioni praticabili per tutti quelli che avevano e hanno bisogno di cure immediate. I ritardi, purtroppo, ci sono stati. Adesso si sta cercando di recuperare in ogni modo il tempo perduto anche perché, in questi mesi, si sono rarefatte se non azzerate le prenotazioni per cure esterne agli istituti di pena. Ci sono persone le cui condizioni di salute, soprattutto da un punto di vista psicologico e psichiatrico, sono decisamente peggiorate. Quel che è accaduto all'esterno delle carceri, dietro le sbarre di una cella si è amplificato.
È di circa un mese fa la notizia del detenuto di Velletri, malato di cancro, che si è dato fuoco tra le mura del carcere. Possibile che in determinati casi le misure alternative non trovino alcuna applicazione?
I disagi psichiatrici nelle carceri sono in drastico aumento. Molte persone vengono recluse per reati commessi proprio a causa dei problemi psicologici o psichiatrici che hanno. Ma il problema reale è un altro. Le strutture non ci sono e l'assistenza del personale qualificato scarseggia. Ci sono casi riguardanti persone che dovrebbero essere alloggiate nelle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ndr) ma restano in carcere perché non ci sono posti disponibili. Altri ancora dovrebbero aver accesso a servizi psichiatrici ad hoc, ma ciò non accade. E tutto questo chiaramente crea dei problemi sia alle persone che vivono con difficoltà la propria fragilità psichica, sia a coloro i quali stanno loro vicino. Perché la stessa polizia penitenziaria spesso non riesce a contenerli e, soprattutto, non sa come gestire l'interazione con loro. So che il Garante nazionale Mauro Palma quest'anno, nella propria relazione, dedicherà un focus proprio alla questione sanitaria psichiatrica nelle carceri. E questo mi conforta perché se ne sente davvero la necessità. Perché questo è il problema di tutti i problemi.
Quanto incidono le singole Asl sulla capacità trattamentale sanitaria di ciascun istituto penitenziario?
Incidono moltissimo. Guardi, personalmente penso che il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale fosse doveroso. Insomma, la riforma è giusta. Ma questo tuttavia ha provocato anche una scarsa collaborazione. Le faccio un esempio banalissimo: la casa circondariale di Regina Coeli gode di un servizio sanitario e medico tutto sommato efficiente, presente e funzionale. A Rebibbia, invece, ci sono problemi in più. Sono due Asl diverse, con metodi diversi di lavorare e due approcci totalmente differenti. Non c'è uniformità di trattamento. E a rimetterci sono le persone detenute.
A rimetterci, talvolta, sono persino i bambini. Come hanno vissuto questa doppia chiusura al mondo esterno, per il carcere e per il Covid-19, i bambini che vivono con le proprie madri nel nido di Rebibbia?
L'hanno vissuta malissimo, anche se i numeri dei bambini reclusi al nido di Rebibbia per fortuna sono piuttosto bassi. Qualche mese fa è stata reclusa una donna, proveniente da un campo Rom, insieme al proprio bambino di un mese. Questa donna, purtroppo, è risultata positiva al Covid-19. Quindi è rimasta in quarantena, completamente isolata insieme al proprio bambino, finché non si è negativizzata. Poi, per fortuna, scontata la propria pena è ritornata a casa. Potrei raccontarle di donne incinte che dovevano essere trasferite da Civitavecchia a Rebibbia femminile per le quali, fortunatamente, siamo riusciti a ottenere misure alternative al carcere. Il punto è che il sistema dovrebbe intercettarle prima di arrivare negli istituti di pena, e non dopo. Perché la si dovrebbe finire con questa oscenità dei bambini reclusi, insieme alle proprie madri, fino ai sei anni. A Roma ci sono realtà che ospitano donne con bambini, come Casa di Leda, che funzionano davvero molto bene. E ora, con la proposta di legge firmata dal parlamentare Siani, sarà previsto anche il finanziamento per queste realtà che si preoccupano di offrire misure alternative al carcere proprio in un'ottica di salvaguardia del benessere dei minori. Quindi spero che il nido di Rebibbia, per quanto sia un'eccellenza, resti sempre più vuoto. Ma la giustizia, talvolta, è un po' squilibrata. Eppure le regole ci sono, basterebbe applicarle. Sarebbe sufficiente questo per migliorare l'esistente. Trasformare in realtà ciò che la legge astrattamente prevede già.
Il Roma, 19 maggio 2021
"La funzione punitiva non deve essere centrale o prevalente ma, purtroppo, nella società il vento spira in un'altra direzione, il sistema penale è al collasso e mostra di accanirsi sugli autori di reati marginali, ci vuole una nuova visione, occorre avere tutti la consapevolezza del dettato costituzionale e valorizzare i percorsi che le persone fanno in carcere" ha detto il Procuratore della Repubblica di Salerno Giuseppe Borrelli alla presentazione del Report 2020 sulle criticità e buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale nella provincia di Salerno (carceri, misure alternative, TSO) realizzato dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva. "Mettere insieme, a livello territoriale, i diversi attori impegnati nel settore carcerario e fare sistema", è stato l'appello del Garante campano Ciambriello.
L'incontro, che si è svolto nella Sede della Caritas diocesana di Salerno, ha dato modo ai presenti di fare il punto della situazione in cui si trova attualmente il sistema carcerario provinciale caratterizzato da una popolazione detenuta di 537 persone a fronte di una capienza regolamentare di 482 posti. Dato che conferma, anche in questo territorio, i problemi di sovraffollamento di cui soffrono gli istituti penitenziari della Regione. Una situazione che, col concorso di altre criticità, diventa sempre più insostenibile.
"Alla certezza della pena va coniugata la qualità della pena", ha aggiunto Ciambriello che, nella sua introduzione ha sottolineato il diritto dei detenuti alla formazione, alla vaccinazione contro il Covid 19 e a un percorso riabilitativo che non deve avvenire unicamente in carcere. Da qui la necessità di ricorrere a misure alternative, considerando anche che attualmente ci sono 2.000 ristretti condannati a un solo anno di carcere. Monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo metropolita di Salerno, Campagna e Acierno ha contribuito a questa mattina adi riflessione comune evidenziando l'attenzione della Chiesa alla problematica carceraria, come dimostra l'istituzione della Pastorale carceraria che agisce nel solco tracciato dalla Caritas diocesana.
"Una persona non va identificata con l'errore che ha commesso - ha detto - ma è molto di più"; e ancora: "La porta del recupero deve essere sempre aperta, ma per il reinserimento dei detenuti nella società occorre creare condizioni ben precise". Centrali, da questo punto di vista sono i percorsi di rieducazione. Occorrono quindi interventi strutturati, occorre un sistema carcerario diverso, perché quello esistente viola regole chiare fissate per garantire il rispetto dei detenuti; "non si può privare un uomo della sua dignità anche se ha commesso il più odioso dei reati", ha detto Monica Amirante, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno; le ha fatto eco Rita Romano, direttrice del carcere di Fuorni che nel suo breve intervento ha sottolineato la difficoltà di questi obiettivi, visto il carattere impietoso dei dati, ma ha affermato la sua fiducia in un cambiamento che potrà realizzarsi solo con un impegno corale.
Un impegno da svolgere su diversi fronti; come quello menzionato da Florinda Mirabile, referente dell'Osservatorio carcere dell'Unione Camere Penali che ha sottolineato l'importanza di "far rispettare anche in questo campo la Costituzione e i trattati internazionali sottoscritti dal nostro Paese in ambito detentivo. Serve una capacità progettuale, una concezione per cambiare la situazione del carcere, infatti secondo Don Rosario Petrone, responsabile della Pastorale carceraria "la recidiva diminuisce dove ci sono progetti che aiutino la persona a ritrovare sé stessa".
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 19 maggio 2021
Il cambio di passo c'è e si vede. Lontani i 'fasti' dell'ormai ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al dicastero di via Arenula le cose stanno cambiando con l'arrivo del Guardasigilli Marta Cartabia. Non solo per l'attesa riforma, finalmente in chiave garantista, sulla quale è ancora in corso un costante lavoro di 'taglia e cuci' per non far scoppiare la maggioranza, ma anche su altri 'dettagli', per così dire.
Andiamo al punto. È iniziato questa mattina al palazzo di giustizia di Siena il processo nei confronti dei cinque agenti di polizia penitenziaria che devono rispondere dei reati di tortura, minacce aggravate, lesioni, falso ideologico e abuso di potere nei confronti di un detenuto tunisino di 31 anni nella fase di trasferimento da una cella a un'altra.
La vicenda risale all'ottobre del 2018, quando nel carcere di Ranza a San Gimignano il detenuto è stato sottoposto a "sofferenze acute e sofferenze fisiche" e ad un trattamento "inumano e degradante", è l'accusa che arriva dalla Procura.
Un processo che potrebbe andare per le lunghe: già oggi è immediatamente slittato per motivi di salute di uno dei giudici del collegio, con la prossima udienza il 9 giugno. Secondo Manfredi Biotti, legale di quattro dei cinque imputati, "potrebbe durare almeno un paio d'anni". Potrebbero essere almeno un centinaio i testimoni a sfilare in aula, di cui 39, scrive l'Agi, solo di Biotti. A questi si aggiungeranno quelli dell'altro imputato, difeso dall'avvocato romano Fabio D'Amato, quelli della Pm Valentina Magnini, e quelli delle parti civili.
A proposito di parti civili, su questo punto è arrivato il deciso e importante cambio di passo del ministero della Giustizia che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo tramite l'avvocatura di Stato. Una scelta ben diversa da quella compiuta dal predecessore Bonafede, che scelse di non costituirsi parte civile in quanto persona offesa, dato che gli agenti di polizia penitenziaria sono dipendenti del Ministero di via Arenula. Il processo che si è tenuto oggi, con rito ordinario, segue quello tenuto il 17 febbraio scorso col rito abbreviato nei confronti di altri dieci agenti del carcere di San Gimignano. Due di questi sono stati condannati a 2 anni e tre mesi, sette a due anni e sei mesi, uno a 2 anni e otto mesi, per i reati di tortura in concorso e lesioni aggravate in concorso.
di Antonella Mollica
Corriere Fiorentino, 19 maggio 2021
Si è aperto ed è stato subito rinviato il processo per le violenze nel carcere di San Gimignano che vede imputati cinque di polizia penitenziaria con l'accusa di tortura, per la prima volta in Italia da quando è stato introdotto il reato. All'apertura dell'udienza il ministero della Giustizia, tramite l'avvocato dello Stato, ha chiesto di costituirsi parte civile.
Il collegio, presieduto da Luciano Costantini, si pronuncerà nell'udienza del 9 giugno. Anche il Garante nazionale per i diritti dei detenuti ha chiesto di costituirsi parte civile. L'episodio al centro dell'inchiesta, coordinata dalla pm Valentina Magnini, riguarda il pestaggio di un tunisino durante un trasferimento da in cella all'altra, avvenuto nell'ottobre del 2018. Quattro agenti su cinque sono difesi dall'avvocato Manfredi Biotti che ha depositato una lista di 39 testimoni. Il quinto agente, difeso dall'avvocato Fabio D'Amato, ha una lista di 23 testimoni. Per lo stesso episodio sono stati condannati in abbreviato altri 10 agenti con l'accusa di concorso nelle violenze.
palermotoday.it, 19 maggio 2021
Via libera da Sala delle Lapidi al regolamento che istituisce il garante comunale per i diritti dei detenuti. La delibera porta in calce la firma del Consiglio comunale, ma è soprattutto un successo del Comitato Esistono i Diritti, che si è battuto sino in fondo per introdurre questa figura a tutela dei reclusi nelle carceri cittadine. Lo ha fatto con una battaglia non violenta e transpartitica, in pieno stile radicale, che ha fatto breccia nel Consiglio.
"Ci sono voluti un bel po' di mesi" dice Gaetano D'Amico, co-presidente del Comitato Esistono i Diritti, senza nascondere una certa commozione: "Ancora una volta il metodo transpartito si è rivelato vincente e convincente. Questo risultato lo abbiamo ottenuto perché siamo andati oltre la logica dell'appartenenza. D'altronde su temi come la tutela dei più deboli non ci possono essere divisioni di sorta".
Come prevede il regolamento, la funzione del garante è quella di migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale. In che modo? Attraverso la tutela e la promozione dei diritti, l'esame e la predisposizione di iniziative rispetto a segnalazioni che riguardino violazioni dei diritti dei detenuti, l'informazione e il confronto con l'istituzione carceraria, le autorità competenti, il Comune e la cittadinanza.
"Il Consiglio comunale - dice in una nota il gruppo Avanti Insieme (Valentina Chinnici, Massimo Giaconia, Claudia Rini, Toni Sala) - sancisce oggi un principio di civiltà giuridica per l'affermazione dello stato di diritto che assicura la salvaguardia ed il rispetto dei diritti di ogni uomo. La proposta di delibera di iniziativa consiliare permette a Palermo di dotarsi di un regolamento che consentirà di nominare il garante dei detenuti, figura prima d'ora non prevista al livello comunale, ma presente e attiva al livello nazionale e regionale".
"Era una battaglia per i diritti della tutela degli ultimi che non poteva essere più rimandata" dice Rosario Arcoleo (Pd), che presidente della Settima commissione ha portato in Aula la delibera. "Quella del garante dei detenuti - aggiunge - è una figura di mediazione che potrà agire al fine di tutelare gli ultimi e le loro famiglie.
Troppo spesso in questi mesi abbiamo assistito a grandi difficoltà nelle carceri, legate anche alla pandemia, che hanno finito per calpestare troppo spesso i diritti dei carcerati. Auspichiamo che la figura del garante faccia da pungolo per le istituzioni al fine di creare occasioni di inserimento lavorativo e di formazione necessaria per acquisire quelle competenze che sono indispensabili per il reinserimento nella società".
Esprime soddisfazione il gruppo del M5S, che sottolinea: "Dopo l'istituzione del garante nazionale e regionale, anche a livello locale, sarà possibile individuare una figura dotata di autonomia e indipendenza di giudizio che avrà il compito di vigilare sul rispetto di diritti imprescindibili. Come sempre - concludono Viviana Lo Monaco, Antonino Randazzo e Concetta Amella - il M5S non ha fatto mancare il proprio contributo nell'elaborazione di proposte migliorative dell'atto, che hanno reso più chiari gli ambiti di competenza e i requisiti richiesti a una figura di garanzia che deve avere le mani libere per operare al meglio".
"Grazie al lavoro del consiglio comunale, anche Palermo avrà al pari di altre città italiane un Garante per i diritti dei detenuti: l'approvazione del regolamento, che consentirà la nomina del Garante, favorirà il reinserimento sociale e aiuterà i detenuti a rapportarsi al meglio con le istituzioni". Così i capigruppo di Italia Viva e Italia Viva-Sicilia Futura in Consiglio, Dario Chinnici e Gianluca Inzerillo.
Per Igor Gelarda, capogruppo della Lega, si tratta di "un segno di profonda civiltà e democrazia espressa da questo Consiglio comunale". Il Carroccio ha inoltre presentato un ordine del giorno di sostegno alla polizia penitenziaria: l'atto è stato votato dalla maggioranza del Consiglio con 16 voti favorevoli e 8 contrari.
"Otto voti contrari - rimarca Gelarda - che ci hanno lasciati esterrefatti. Peggio di tutti ha fatto Sinistra Comune, che non smentisce mai la sua matrice ideologica, che addirittura con una dichiarazione di voto ha annunciato la sua astensione sul documento proposto dalla Lega.
I sacrifici che ogni giorno fanno gli uomini e le donne della polizia penitenziaria per garantire la democrazia dei cittadini, ma anche dei detenuti, non possono essere ignorati in questo modo, specie a Palermo dove le aggressioni a carico degli uomini della penitenziaria sono quasi all'ordine del giorno. La Lega esprime ancora una volta vicinanza a tutti gli uomini in divisa e disappunto per chi non è stato in grado di farlo oggi in Aula".
di Moni Ovadia
Il Manifesto, 19 maggio 2021
Questione israelo-palestinese. Vogliono zittire le voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, fra queste quelle di democratici Usa come la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders. La prima istanza che mi pare importante sollecitare parlando della questione israelo-palestinese è quella di chiedere ad alta voce all'informazione mainstream di accogliere tutte le opinioni sul tema anche quelle considerate "estremiste" e opposte al pensiero dominante e, nel caso che qualcuno ravvisi reati di opinione lo si inviti a rivolgersi ai tribunali invece di imporre censure preventive, opzioni discriminatorie o auto censure.
Personalmente solo per avere esercitato il diritto costituzionale ad esprimere le mie opinioni a titolo personale sono diventato obiettivo di calunnie feroci e di minacce. Ogni volta che mi sono rivolto ai principali ambiti dell'informazione televisiva per parlare della questione ho trovato un muro di gomma. Detto questo non mi lamento per la mia persona, ma per il vergognoso silenzio sulla immane tragedia del popolo palestinese. Molte sono le domande inevase nel mondo occidentale o che trovano solo risposte retoriche, ipocrite o elusive. Il sociologo Adel Jabar, già professore di sociologia dell'emigrazione alla Ca' Foscari, ne ha poste alcune che ritengo non opponibili.
1) Fino quando deve durare la colonizzazione e l'occupazione della terra di Palestina?
2) Perché Israele non vuole la soluzione dei due stati?
3) Perché Israele non vuole la soluzione di uno stato unico binazionale?
4) Qual è l'alternativa che si dà ai palestinesi?
5) Perché per il dissidente russo Navalny si fanno boicottaggi, sanzioni economiche e campagne mediatiche ma per le sistematiche violazioni israeliane della legalità internazionale non si fa nulla?
6) L'orientamento di Hamas può anche essere condannato ma ciò è sufficiente per negare ai palestinesi il diritto alla propria terra?
A queste domande del professor Jabar vorrei aggiungerne una mia: come mai all'annuncio dato dalla Santa Sede di voler riconoscere lo Stato di Palestina il governo israeliano ha protestato? Sulla base di quale legittimità se non quella della prepotenza dell'occupante?
I fatti sono chiari. Il governo israeliano di Netanyahu non vuole nessuno Stato palestinese, in nessuna forma se non forse quella di un simulacro di autorità priva di qualsiasi sovranità su piccoli bantustan, aggregati magari alla Giordania. Le intenzioni del premier israeliano si sono bene espresse nell'avere promosso il varo della legge dello Stato-Nazione, una legge segregazionista che esclude i palestinesi israeliani dalla piena cittadinanza la quale è riservata solo agli ebrei.
Dunque i non ebrei diventano cittadini di serie b, per non parlare poi dei palestinesi dei Territori occupati che diventano paria su cui esercitare ogni tipo di arbitrio. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo si informi sulla gestione da parte dell'autorità israeliana della pandemia da COVID 19 nei confronti dei palestinesi dei territori di cui l'occupante è responsabile per definizione secondo le più elementari convenzioni del diritto internazionale: più del 60% degli israeliani risulta vaccinato, solo il 3% i palestinesi dei Territori - senza dimenticare che in questi giorni arrivano pure a distruggere con i bombardamenti le strutture sanitarie palestinesi vitali in pandemia.
Oggi nell'infuriare dei venti di guerra prevalgono le interpretazioni più schematiche ed emotive. Questa non è una guerra anche se ne ha certe apparenze. Ma la sproporzione fra le forze è talmente soverchia che alla fine Gaza ne uscirà ulteriormente devastata ammesso che si possa parlare di più devastazione in una terra già così martoriata, gli israeliani se la caveranno con danni limitati, le vittime palestinesi si conteranno a centinaia, quelle israeliane a unità. Sia chiaro: l'uccisione di ogni essere umano è una grande tragedia ma oramai da decenni il numero delle vittime palestinesi è smisurato. I sostenitori acritici delle ragioni di Israele sempre e comunque non vedono neppure le sofferenze dei palestinesi e se qualcuno gliele indica ne attribuiscono le responsabilità a loro stessi. In questa circostanza sostengono che l'attacco dei missili di Hamas era preparato da tempo e reiterano come un mantra l'articolo dello statuto di Hamas che parla della distruzione di Israele.
Con questo vogliono chiudere la bocca alle voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, voci fra le quali si annoverano in questi giorni quelle di esponenti del Partito democratico degli Stati Uniti per fare qualche nome, la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders, il quale per la cronaca è ebreo. Queste personalità oneste e coraggiose dovrebbero essere in particolare uno stimolo per i politici dell'Unione europea per rompere la cortina di ipocrisia e di pavida retorica che li porta ad appiattirsi sulla propaganda menzognera dell'establishment israeliano che pretende uno statuto di impunità nei confronti di una politica fondata sull'illegalità brutale di un'oppressione che non può avere alcuna giustificazione.
- Medio Oriente. Protesta araba anche in Israele, sì di Hamas alla tregua egiziana
- Migranti. La "vendetta" del Marocco, in ottomila arrivano in Spagna
- Migranti. Involucri vuoti: il rapporto del Garante sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio
- Arabia Saudita, 20 anni di carcere per dei tweet
- Milano. Un video per raccontare il progetto "Il carcere come quartiere della città"










