di Sergio D'Elia*
Il Riformista, 9 aprile 2021
Esecuzioni sospese da oltre un anno. 97% delle condanne a morte commutate nel 2018. E, dice la Corte suprema, va liberato chi ha trascorso più di 25 anni in carcere in attesa di essere giustiziato. Nei Paesi musulmani, è tradizione che tutte le esecuzioni siano sospese durante il mese di Ramadan. Nel 2020, in Pakistan, la tregua religiosa di un mese è durata tutto l'anno. Nessuno è stato impiccato, e la moratoria è sconfinata nei primi mesi di quest'anno.
L'ultima esecuzione in Pakistan è avvenuta il 16 dicembre 2019, quando Taj Muhammad è stato impiccato per aver aiutato i Talebani nel massacro del dicembre 2014 in una scuola a conduzione militare di Peshawar in cui rimasero uccise 150 persone, tra cui 134 bambini. Gli anni successivi alla strage sono stati anni terribili. Il governo ha subito revocato la moratoria in atto da sei anni. La guerra senza quartiere al terrorismo ha fatto strame di diritto e giustizia nei tribunali e ha condotto nel braccio della morte o alla forca centinaia di presunti Talebani. Nel 2015, l'anno successivo alla strage, il "rito" della impiccagione si è ripetuto 326 volte. Quasi ogni giorno, prima dell'alba, un condannato aveva consumato l'ultimo pasto, aveva fatto le sue abluzioni, aveva avuto il tempo di pregare, poi era stato portato al patibolo dove i boia avevano coperto il suo volto con un cappuccio nero e gli avevano legato mani e piedi prima di impiccarlo.
La foga giustizialista è scemata quasi subito: dopo il 2015, di anno in anno, le esecuzioni sono diminuite drasticamente fino a scomparire del tutto nel 2020. La Corte Suprema del Pakistan è sempre stata un argine alla pratica della pena capitale nel Paese: ha posto limiti giuridici, creato precedenti, commutato migliaia di sentenze capitali.
Uno studio condotto dal Iustice Project Pakistan ha rivelato che, tra il 2010 e il 2018,1a Corte Suprema ha annullato la pena di morte nel 78% dei casi. 1197% delle condanne è stato commutato in ergastolo o in altre pene detentive nel 2018. La linea della più alta corte del Paese ha fatto scuola nei tribunali di grado inferiore. Nel 2019, erano state emesse 632 condanne a morte. Il numero è sceso a 177 nel 2020. Anche la popolazione del braccio della morte tra i più affollati del mondo è diminuita dai 4.225 detenuti del 2019 ai 3.831, tra cui 29 donne, registrati alla fine del 2020.
Negli ultimi cinque anni, il tribunale supremo del Paese ha fatto evolvere la giurisprudenza con una serie di sentenze che hanno contenuto la pratica della pena di morte. Nel marzo 2019, l'allora Presidente della Corte Asif Saeed Khosa, noto per il tocco poetico che accompagnava i suoi giudizi e per aver assolto Asia Bibi, la donna cristiana condannata a morte per blasfemia, ha scritto una sentenza di 31 pagine per affermare che la regola falsus in uno, falsus in omnibus - falso in una cosa, falso in tutto - sarebbe diventata parte integrante della giurisprudenza nei processi penali: effettiva, seguita e applicata nella lettera e nello spirito da tutti i tribunali del Paese.
Secondo la regola latina, un testimone che rende una falsa testimonianza in un caso non è credibile in nessun altro caso perché "la presunzione che il testimone dichiarerà la verità cessa non appena appare manifestamente che è capace di spergiuro". L'attendibilità di un testimone non può essere parziale o frazionata Alla luce di questa sentenza, un gran numero di casi di pena di morte è stato ribaltato in appello. Fosse, una tale regola, in vigore attualmente in Italia, un imputato non avrebbe il terrore di finire in un'aula di tribunale.
Fosse applicata anche retroattivamente, la storia giudiziaria del nostro Paese andrebbe riscritta. La Corte Suprema non si è fermata a quel che accade nei tribunali, ha rivolto la sua attenzione anche alla esecuzione delle pene. Nel luglio scorso, ha annullato la condanna a morte di due fratelli - Sikandar Hayat e Iamshed Ali - che avevano passato 27 anni della loro vita in carcere. Accogliendo l'istanza di revisione presentata dai prigionieri nel braccio della morte, la Corte ha affermato che i condannati, dopo più di 25 anni di carcere in attesa di esecuzione, avevano maturato il "diritto all'aspettativa di vita".
Secondo la sentenza, il "diritto all'aspettativa di vita" è un diritto che va riconosciuto al condannato a morte che, nel fare ricorso a tutti i rimedi giudiziari legalmente previsti volti a evitare l'esecuzione, sia rimasto in carcere per un periodo uguale o superiore a quello prescritto per l'ergastolo. In Pakistan l'ergastolo equivale a una pena che può durare al massimo 25 anni. Dopo tale temine, anche per un condannato a morte può maturare il diritto a vivere in libertà la parte di vita che gli rimane.
Dal Pakistan, che decide una moratoria delle esecuzioni per i condannati a morte e, dopo massimo 25 anni, dona la libertà ai condannati a vita, giunge una lezione di civiltà a un Paese che prevede ancora e pratica senza sosta pene che vanno oltre ogni aspettativa di vita, svolge processi di irragionevole durata, fissa misure di sicurezza perpetue, infligge regimi crudeli di detenzione che durano fino alla morte.
Dopo solo sei anni dalla "strage degli innocenti" nella scuola di Peshawar, il Pakistan ha deciso di voltare pagina. Dopo quasi trent'anni dalla strage di Capaci, l'Italia continua invece a usare leggi e codici di emergenza, articoli come il 4bis, il 41bis e il 416bis che negano il diritto umano minimo, quello "pakistano", il diritto a sperare di vivere quel che resta della tua vita dopo un quarto di secolo di non vita.
*Associazione Nessuno Tocchi Caino
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 9 aprile 2021
Tra i paladini delle riaperture e i difensori della prudenza l'incomunicabilità cresce. Ma occorre un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l'Azienda Italia. Ogni volta che si parla di riaperture, il governo risponde: dipende dai dati. Giusto. Ma quali? Cominciamo ad essere un po' disorientati. Il numero dei morti, purtroppo e innanzitutto. Terribile. Sembra non calare mai. Però gli esperti ci dicono che sarà l'ultimo a scendere, fotografa contagi di settimane prima.
Il numero di posti disponibili in terapia intensiva, allora: è un altro parametro decisivo. Anche se, a più di un anno dall'inizio della pandemia, pensavamo di averne approntati di più. Per un periodo ci siamo concentrati sull'indice di contagiosità, il famigerato Rt. Poi abbiamo cominciato a guardare con apprensione alla percentuale di positivi sui tamponi effettuati. Di recente osserviamo più attentamente il numero dei contagiati ogni centomila abitanti. Contano tutti questi dati, ovviamente; e tutti insieme servono a stabilire i colori delle regioni. Ma da mesi non migliorano, e tra una vita in rosso e una in arancione non c'è poi tutta questa differenza.
Chi spinge per riaprire, invece, piuttosto che dati chiede date. Gli operatori del settore turistico e alberghiero, per esempio. Rivendicano "certezze"; altrimenti - dicono - è impossibile programmare alcunché. Lo stesso segnalano alcuni sindaci e governatori: festival, fiere ed esposizioni vanno decise per tempo. Passaporti sanitari, corridoi aerei, isole Covid free: tutti si muovono. E noi? Il ministro del turismo Garavaglia dà loro ragione, dice che se potesse una data la darebbe. Ma al governo dispone solo di una camera con vista sulle riaperture: non decide lui.
Così, tra i paladini dei dati e i fautori delle date l'incomunicabilità cresce. Prima che diventi conflitto e rabbia qualcosa va fatto. Forse una data oggi non la si può dare. Ma vivere aspettando Godot neanche si può, se davvero vogliamo ritrovare quel "gusto del futuro" di cui ha parlato Draghi, quel "furore di vivere" di cui ha scritto il Censis. Un esercito di lavoratori, autonomi ma anche dipendenti, soprattutto donne, sta uscendo dal mondo della produzione. Possono finire col gonfiare le schiere degli "scoraggiati", e allora sarà difficile recuperarli. Rischiamo seriamente di ritrovarci un altro gradino più in giù nella competizione con gli altri paesi europei, quando ricomincerà.
Se non una data fatale, se non un dato finale, almeno ci serve una "road map": un piano credibile di ritorno progressivo, prudente e graduale, ma subito operativo, per riaprire l'Azienda Italia. Facciamo sempre in tempo a rivederlo, o anche ad annullarlo, se qualcosa da qui ad allora cambierà in peggio, incrociamo le dita. Ma intanto potrebbe funzionare come una frustata positiva, e mettere un argine a depressione e sfiducia crescenti.
Se poi questa "road map" si basasse, insieme agli altri dati, sul parametro fondamentale del numero di vaccinazioni, ne guadagnerebbe l'"accountability" di governo e Regioni: potremmo così non dovercela prendere solo il fato o il virus se le cose andassero male, visto che ormai buona parte della soluzione del problema sta nelle nostre mani.
D'altronde un minimo di rischio calcolato va accettato, se vogliamo ripartire. Una volta messi in sicurezza gli anziani e i fragili, coloro che il Covid ha continuato a falcidiare anche mentre si vaccinavano magistrati e avvocati, una volta allentata la pressione sugli ospedali, non possiamo aspettare una miracolosa scomparsa dell'epidemia per tornare a vivere. Anche perché una "normalità" nel senso di prima forse non ci sarà per anni.
Gli esperti più onesti ci avvertono che non arriverà un'ora X allo scadere della quale saremo tutti immunizzati e al sicuro. Dipende da quante varianti sorgeranno, da che efficacia conserveranno i vaccini e di che revisioni avranno bisogno, da quanto in fretta riusciremo a immunizzare quella parte del mondo che è più povera della nostra, ma con la globalizzazione è una vicina di casa. Probabilmente dovremo vaccinarci ogni anno, come per l'influenza; dovremo continuare a portare a lungo la mascherina, come i giapponesi fanno dai tempi dell'epidemia di Sars; dovremo mantenere alcune forme di distanziamento sociale. Ma è per questo che ci eravamo detti che avremmo dovuto imparare a convivere con il virus. Al momento ce ne sentiamo invece ancora e soltanto ostaggi.
di Domenico Bilotti*
Il Riformista, 8 aprile 2021
Quale valore positivo ha tenere in cella una persona fino al decesso? Perché cancellare il diritto ad appellarsi a un giudice o ad avere una seconda opportunità? Il 41bis nega la vita. Ho sempre avvertito una certa difficoltà a spiegare agli studenti il meccanismo dell'ostatività.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 aprile 2021
I sindacati di Polizia penitenziaria: "Molto preoccupati". L'Unione dei sindacati chiede di accelerare ricorrendo ai vaccini monodose. Nonostante l'avvio della campagna vaccinale e le misure ulteriormente restrittive prese all'interno delle mura, aumenta il numero di contagiati e di focolai attivi nelle carceri italiane, anche a causa delle varianti del Covid-19.
Nel giro di quattro giorni, dall'inizio di aprile, si è passati da 760 a 823 casi positivi su una popolazione complessiva di 52.207 reclusi; mentre tra il personale di polizia penitenziaria si contano 683 infetti di cui 44 sintomatici, su un totale di 33.082 agenti. Un detenuto di 60 anni è morto ieri a Catanzaro, in ospedale dove era ricoverato da dieci giorni, dopo essere stato contagiato all'interno del carcere di Siano dove era scoppiato un focolaio con oltre 70 detenuti e 20 agenti positivi.
di Liana Milella
La Repubblica, 8 aprile 2021
Sono tanti 46 milioni di euro. Ci si potrebbe costruire un super tecnologico palazzo di Giustizia. E invece lo Stato, nell'anno della pandemia 2020, è stato costretto a spenderli per riparare il danno che deriva dalle "ingiuste detenzioni" e dagli "errori giudiziari".
Quasi 37 milioni per chi è finito in cella e ha potuto dimostrare, sentenza alla mano, che non avrebbe dovuto andarci. E altri 9 milioni per gli evidenti sbagli commessi dalla giustizia. Repubblica anticipa i dati scoperti da Enrico Costa di Azione, elaborati dal gruppo "Errori giudiziari.com" di Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone.
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 aprile 2021
La ministra prende tempo quando serve, ma ascolta i rilievi del parlamento: su trojan, intercettazioni e presunzione di innocenza è riuscita a introdurre modifiche senza far rompere la maggioranza litigiosa. La giustizia è stata uno dei terreni più spinosi per gli ultimi governi, ma il cambio di metodo imposto dalla guardasigilli Marta Cartabia è tangibile per tutti e sta tenendo insieme la pur eterogenea maggioranza.
di Errico Novi
Il Dubbio, 8 aprile 2021
Dopo il Dm sulle intercettazioni tocca agli emendamenti sulla norma cara al Movimento. Che non farà sconti. Ma a giugno il ddl penale sarà in Aula. Dai Cinque Stelle arriva di nuovo una lettura "tranquillizzante" sulla giustizia: le puntualizzazioni accolte nel parere di Montecitorio sul decreto intercettazioni non costituiscono "regole su come realizzare" l'attività investigativa, ricorda il deputato del Movimento Eugenio Saitta.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 8 aprile 2021
La Commissione giustizia della Camera ha dato parere favorevole al Dm sulle tariffe delle intercettazioni ponendo però dei paletti rispetto ai dati captabili. La Commissione giustizia della Camera, al termine di una lunga mediazione portata avanti dal Sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto, ieri notte, ha espresso parere favorevole al decreto sui costi delle intercettazioni, varato dall'ex ministro Bonafede, ponendo però due condizioni stringenti.
La prima riguarda i requisiti di sicurezza che i fornitori del servizio devono rispettare nella conservazione dei dati che, secondo il deliberato, dovranno ora rispettare le indicazioni dell'articolo 268 del Cpp che regola dettagliatamente le modalità di esecuzione delle operazioni di intercettazione. In modo che "l'intero articolo 4" del Dm, relativo appunto alle garanzie nella gestione dei dati da parte dei fornitori, venga "inteso come diretto ad imporre che, nel tempo necessario e indispensabile nel quale i fornitori che raccolgono il dato lo trasferiscono all'archivio riservato presso la Procura della Repubblica, siano assicurati, sotto ogni profilo tecnico, l'obbligo di riservatezza del processo di gestione e trasmissione dello stesso, tale che nessun soggetto estraneo all'autorità giudiziaria possa in ogni caso accederne al contenuto".
Il secondo punto, invece, limita l'acquisizione di informazioni da parte del Trojan ai soli dati "dinamici" del dispositivo e non anche a quelli "statici". Tra le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazioni, si legge infatti nel testo approvato, compaiono anche prestazioni che attengono al "recupero della rubrica dei contatti, della galleria fotografica e dei video realizzati o comunque presenti presso lo smartphone o presso il personal computer o il tablet o altro apparato mobile o fisso, anche tramite captatore informatico (cosiddetto trojan), la cui acquisizione però presuppone, quando non rientri tra i flussi di comunicazione, il decreto di perquisizione ed eventuale sequestro ai sensi dell'articolo 247 e seguenti del codice di procedura penale".
La Commissione ha dunque valutato favorevolmente che alla tabella allegata, alla categoria "intercettazioni delle comunicazioni di tipo informatico o telematico (attiva attraverso captatore elettronico) " il riferimento all'acquisizione "della rubrica dei contatti, della galleria fotografica e dei video realizzati o comunque presenti, delle password, con funzione di keylogger ", quando non rientri nei flussi di comunicazione, sia previsto nell'ambito dell'attività di indagine sottoposta alle condizioni di cui agli articolo 247 e seguenti del codice di procedura penale.
Esulta il deputato e capogruppo di Forza Italia in Commissione Giustizia a Montecitorio Pierantonio Zanettin: "Ieri è stato votato a larghissima maggioranza un parere che individua le prestazioni funzionali alle operazioni di intercettazione e relative tariffe secondo il quale dovrà essere rispettato rigorosamente il disposto dell'articolo 268 del Cpp che stabilisce limiti e garanzie in ordine alla genuinità della prova acquisita". "È stato stabilito - ha aggiunto anche che i c.d. "dati statici", galleria fotografica, chat, video comunque presenti nel telefono, possano essere acquisiti dal trojan solo previa perquisizione e sequestro dello smartphone". "È un principio sacrosanto che evita abusi e fissa paletti precisi sull'utilizzabilità delle c.d. prove atipiche".
Soddisfazione è stata espressa anche da Enrico Costa, deputato e responsabile Giustizia di Azione: "Il parere reso pochi minuti fa dalla Commissione - ha detto - vede accolta in toto la nostra richiesta di scongiurare il rischio che il trojan possa essere utilizzato per "rubare" files contenuti negli smartphone, nei tablet e nei computer.
La Commissione pone infatti una condizione al Governo in base alla quale i dati "statici" della rubrica telefonica, delle gallerie foto e video, oltre che le password, possano essere captate esclusivamente attraverso una perquisizione e non attraverso il trojan (che può intercettarle solo se trasferite a terzi)". Sarà comunque il Legislatore a dover eventualmente definire i paletti ai quali dovranno attenersi le procure. Una sede potrebbe essere la riforma del processo penale dove la presentazione degli emendamenti è prevista per il 23 aprile.
di Simona Musco
Il Dubbio, 8 aprile 2021
Giornalisti intercettati. Michele Calantropo, penalista di Palermo, registrato al telefono con Nancy Porsia, consulente della difesa. "Lo Sco era testimone d'accusa al processo di cui parlavamo, ma lo stesso ufficio poteva ascoltare quale fosse la mia strategia difensiva".
"Lo stesso ufficio i cui uomini erano testi dell'accusa in un processo che seguivo come avvocato ha registrato la mia telefonata in cui discutevo della strategia difensiva di quel processo con una consulente. Com'è possibile questa cosa?". Nell'indagine di Trapani sulla nave Juventa, finita nella bufera per le intercettazioni a carico di giornalisti e avvocati scovate dal quotidiano Domani, il nome di Michele Calantropo, penalista di Palermo, compare al progressivo 1877. Al telefono con lui, il 15 novembre del 2017, c'è Nancy Porsia, giornalista freelance, il cui telefono è stato messo sotto controllo dal Servizio centrale operativo con lo scopo di scoprire i legami tra ong e trafficanti di uomini sulla rotta Libia-Italia.
Per Calantropo, impegnato nella difesa di Medhanie Tesfamariam Behre, il giovane eritreo rimasto in carcere per tre anni per uno scambio di persona, quella con la giornalista è una telefonata di lavoro. L'intento è quello di chiedere a Porsia di testimoniare al processo che vede imputato il giovane, con lo scopo di ricostruire le reali dinamiche migratorie della Libia, diverse, secondo il difensore, da quelle ricostruite dalla polizia giudiziaria attraverso le sole intercettazioni telefoniche.
Ad ascoltare la telefonata, all'insaputa dei due interlocutori, ci sono però anche gli uomini dello Sco. Gli stessi che al processo a carico di Behre verranno interpellati dall'accusa come testimoni della sua colpevolezza. Un vero e proprio corto circuito, secondo Calantropo, tra i quattro avvocati finiti nella rete della procura nello svolgimento della propria professione. Conversazioni irrilevanti per l'indagine sulla Juventa, la nave della Ong tedesca Jugend Rettet, accusata di concordare i soccorsi con i trafficanti, ma comunque ascoltate, trascritte e depositate con l'avviso di conclusione delle indagini a carico delle 21 persone coinvolte nell'inchiesta.
"Com'è possibile che questi atti risultino depositati? - si chiede Calantropo - Al di là del fatto che le intercettazioni andavano interrotte, quello che non comprendo è perché questa informativa sia stata depositata. Non ha alcuna rilevanza nel procedimento specifico e, per altro, sono intercettazioni che si muovono in un ambito assolutamente fuori legge". Il procuratore Maurizio Agnello ha già assicurato la distruzione delle conversazioni, ma per Calantropo non basta. "Non solo non sono rilevanti, sono lesive di ogni garanzia costituzionale e violano la Convenzione europea dei diritti dell'uomo e il codice di procedura penale - sottolinea -. La mia domanda è: sotto un profilo giuridico, chi ha controllato quali fossero le carte da depositare in questo fascicolo?".
Dalle carte si evince un fatto: la polizia giudiziaria era consapevole che al telefono ci fosse un avvocato. Lo si evince dalle annotazioni che precedono la trascrizione del dialogo, riproposto quasi per esteso. "C'è una grande mistificazione su come funziona il traffico dei migranti", appunta la pg trascrivendo le parole di Calantropo, che dunque chiede a Porsia di poter raccontare quello che ha visto con i suoi occhi in Libia. L'avvocato spiega al telefono la propria strategia: a fronte del deposito, da parte della Procura, di un'attività integrativa d'indagine, prospetta una possibile richiesta istruttoria ulteriore rispetto a quanto già fatto.
"Il Servizio centrale operativo, in quel periodo, era impegnato in quel processo davanti alla Corte d'Assise di Palermo - spiega -. Lo stesso ufficio, insomma, che nello stesso momento stava registrando una conversazione perfettamente inerente a quel procedimento". A fianco a quell'intercettazione c'è una nota: "Importante". E ciò nonostante quella conversazione nulla aggiunga all'indagine sulla Juventa, chiusa qualche settimana fa. "Ma perché sarebbe stata importante? - si chiede Calantropo - Sicuramente non lo è in questa indagine. E allora per cosa lo sarebbe?".
Il processo a carico di Behre, alla fine, si risolve con una vittoria a metà: nella sentenza viene certificato "un granitico quadro probatorio in ordine all'identità dell'imputato", acclarando "l'errore circa l'identificazione del predetto, il quale è persona fisica diversa dal trafficante ricercato (Mered Medhanie Yehdego, ndr)".
Insomma, non era lui uno dei capi di una grande organizzazione di trafficanti di esseri umani che avrebbe portato da una costa all'altra almeno 13mila persone. Behre è stato comunque condannato a cinque anni per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina per aver avuto contatti con un trafficante di esseri umani, ma è stato rilasciato in quanto aveva trascorso in carcere tre anni, periodo massimo di detenzione previsto per quel reato.
"Quella telefonata era quindi tutt'altro che irrilevante ai fini della mia strategia difensiva", aggiunge Calantropo, che ricorda un precedente, nello stesso processo: "La procura di Palermo ha intercettato due miei interpreti-consulenti che parlavano di fatti processuali e ed ha perfino depositato queste intercettazioni", spiega il legale. Che ora invoca un intervento a tutela dell'avvocatura.
"Discutiamo di principi che vengono cristallizzati nell'articolo 6 e nell'articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, che l'Italia ha sottoscritto - conclude.
Discutiamo dell'articolo 24 della Costituzione, dell'articolo 103 del codice di procedura penale. Non è un problema del singolo avvocato, stiamo mettendo in discussione i principi cardine di uno Stato democratico. Il sistema è democraticamente bilanciato? Il diritto di difesa esiste ancora oppure no? Oppure si possono ascoltare tutte le conversazioni inerenti ai processi a cui è interessati e fare ciò che si vuole?".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 8 aprile 2021
Caso intercettazioni a Trapani, parla il costituzionalista Giovanni Guzzetta, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico all'Università di Roma Tor Vergata. Riflettendo con il costituzionalista Giovanni Guzzetta, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso l'Università di Roma Tor Vergata, potremmo dire che la mia libertà di stampa finisce dove inizia la tua dignità di indagato. Lo spunto ci viene ancora dallo scandalo dei giornalisti intercettati dalla Procura di Trapani.
Tanto scandalo, giustamente, per i giornalisti intercettati. Nulla quando ad esserlo sono gli avvocati che discutono con i loro assistiti...
In Italia siamo abituati a fare discorsi molto ideologici. La questione in realtà è molto complessa e delicata in quanto non esistono diritti e pretese da tutelare in modo assoluto. Tutta la giurisprudenza, sia quella interna - Cassazione e Corte Costituzionale - che quella sovranazionale - Cedu e Corte di Giustizia - sottolinea sempre il fatto che in queste materie è necessario un bilanciamento tra interessi.
Quali sono gli interessi in gioco?
C'è quello del giornalista al diritto di cronaca; quello dello Stato alla repressione dei reati, soprattutto di quelli gravi da cui deriva un forte interesse pubblico al loro contrasto; poi quello soggettivo alla riservatezza sia di coloro che sono interessati dall'attività giornalistica sia degli avvocati. Pertanto stracciarci le vesti in astratto rappresenta un esercizio ideologico.
In concreto, invece, cosa possiamo dire?
Spero che questa vicenda, i cui dettagli non sono ancora totalmente chiariti tanto è vero che è in corso un'ispezione da parte del Ministero della Giustizia, possa costituire l'occasione per una riflessione meglio articolata più che per una reazione corporativa.
Professore mi aiuti a capire: l'articolo 103 quinto comma del cpp vieta l'intercettazione tra avvocato e cliente. Non esiste una norma così chiara per i giornalisti...
Per i giornalisti non esiste una disposizione in tal senso, per gli avvocati sì. Tuttavia la Cassazione ha messo in evidenza come anche nelle conversazioni tra avvocati e assistiti ciò che si tutela è il rapporto professionale con il cliente: in questo caso la registrazione dell'intercettazione andrebbe interrotta. Mentre se i due discutono di qualcosa che esce dal perimetro di quel rapporto e quindi l'avvocato non sta svolgendo più il suo ruolo l'intercettazione sarebbe lecita. La stessa cosa vale per i giornalisti: pur non essendoci una disposizione specifica, esiste però una disciplina della tutela della fonte, ribadita da una sentenza della Cedu del 6 ottobre 2020 'Jecker contro Svizzera'. La Corte ha ribadito la fondamentale necessità di tutelare le fonti ma ha anche precisato che persino in quel caso, se sussistono degli interessi pubblici straordinariamente importanti e purché sia motivato, il divieto posto a tutela della segretezza della fonte può essere superato.
Quindi il discorso è molto articolato...
Certo e riguarda più soggetti. La disciplina delle intercettazioni nel nostro Paese è estremamente invasiva ed è stata fatta oggetto di numerose modifiche. La mia sensazione è che non abbiamo ancora raggiunto un equilibrio adeguato. Ci sono poi tutta una serie di problemi connessi, come l'utilizzazione dell'intercettazione per l'individuazione di reati diversi da quelli per la quale l'intercettazione era stata autorizzata.
Aggiungo un altro problema: la pubblicazione delle intercettazioni sulla stampa, spesso prive di valore probatorio, aiutano a costruire il 'mostro' da prima pagina...
Certamente la libertà di stampa è una delle più antiche e più importanti. Nello stesso tempo però essa non è assoluta e bisogna che accettiamo questo concetto. La libertà di stampa deve essere contemperata con altri interessi: il codice di procedura penale all'articolo 114 vieta la pubblicazione degli atti coperti da segreto.
C'è anche l'articolo 684 del codice penale "Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale"...
Esatto. Il problema è che le sanzioni sono molte blande. Non escludo che ci siano stati dei casi in cui l'ammenda sia stata pagata e la notizia comunque pubblicata. Forse dovremmo sviluppare una sensibilità maggiore nei confronti dei limiti alla libertà di stampa nel suo proprio interesse.
In che senso?
Se la libertà di stampa diventa libertà di gogna prima o poi la categoria dei giornalisti subirà una reazione da parte dell'opinione pubblica.
Su questo sono pessimista. E mi chiedo se siamo noi ad alimentare questo circo mediatico o è l'opinione pubblica che ci chiede di rafforzare un certo voyeurismo colpevolista...
Probabilmente entrambi i fattori alimentano il fenomeno. Attenzione però: non dimentichiamo un'altra componente del complicato puzzle, ossia i settori della magistratura in cerca di pubblicità.
Ultimamente è stato proprio il Ministro Cartabia a porre l'accento sul riserbo delle indagini preliminari per tutelare il principio di innocenza. Quindi il problema esiste ed è serio...
Il problema è talmente evidente che noi nei fatti viviamo costantemente una elusione del principio della presunzione di non colpevolezza. La sanzione penale non è l'unica che un soggetto possa subire: c'è anche quella reputazionale e sociale.
L'altro giorno l'ex magistrato Nello Rossi mi ha detto "ho partecipato a conferenze stampa, che ritengo siano fondamentali in presenza di misure cautelari, per spiegare le ragioni di tali provvedimenti"...
Credo che la magistratura possa spiegare la propria attività attraverso gli atti, senza una interlocuzione diretta con l'opinione pubblica. I giornalisti poi hanno tutto il diritto e dovere di dare le informazioni nei limiti dell'ordinamento, spesso superati in mancanza di adeguate sanzioni e imputazioni di responsabilità.
Questo perché accade?
A causa di questa ideologia assolutizzata del diritto di cronaca che dal punto di vista costituzionale non è corretta. Questo diritto, come quello di manifestare il pensiero, subisce dei limiti nell'ordinamento. Non esistono diritti assoluti se non in qualche rarissimo caso, come la libertà d'arte. I diritti incontrano dei limiti: il problema non è di stabilire questi ultimi ma di renderli cogenti nell'interesse di tutti, altrimenti si passa dall'ordinamento al far west.
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