di Davide Mattiello*
Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021
La Corte Costituzionale con la sentenza sull'ergastolo ostativo ha fatto cinque cose. Le prime quattro sono chiare: ha dichiarato la incostituzionalità della norma nella parte in cui lega indissolubilmente la possibilità per il mafioso di accedere ai benefici carcerari alla scelta di aver collaborato utilmente con la Giustizia; ha però riconosciuto la specifica gravità del fenomeno mafioso; ha quindi ribadito il valore della collaborazione per contrastarlo; ha infine apprezzato l'organica sistematicità delle norme che negli anni l'Italia ha prodotto per prevenire e contrastare le mafie, e proprio per quest'ultima considerazione si è fermata sulla soglia di una dichiarazione di illegittimità costituzionale immediatamente operativa.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
Il progetto vuole offrire maggiori protezioni a chi viene emarginato, vuoi per inclinazione o scelta sessuale vuoi per fragilità fisica e psicologica. Paesi come la Francia ci sono arrivati nel 2004 (e governava la destra di Chirac), gli Stati Uniti nel 1974. Le metafore vanno tutte in direzione bellica. Guerra al virus. Battaglia sulle ripartenze. E mettiamoci pure la lotta nel fango per un diritto civile che renderebbe
meno facile prendersela con chi ha l'unica colpa di non essere eterosessuale, e quindi non "normale", oppure disabile, e quindi "anormale". Questo principio è contenuto in un disegno di legge, che si chiama Zan dal cognome del suo relatore e che è rimasto impigliato nel passaggio di governo tra Conte e Draghi. Sul suo contenuto si sta consumando una tensione sotterranea ma crescente nella maggioranza, un braccio di ferro sull'identità dell'esecutivo non così trascurabile. Non è un tempo di pace quello che stiamo faticosamente vivendo. I partiti stentano a resistere alle sirene elettorali, per quanto lontane, e non perdono occasione per marcare il territorio.
Eppure è proprio in questa stagione delicatissima che si stabilirà come saremo tra qualche mese, nei prossimi anni. In gioco ci sono decisioni cruciali. La più strategica riguarda i fondi attesi dall'Europa: a vantaggio di quale idea dell'Italia verranno ripartiti? Si punterà ad accorciare le distanze sociali, divaricate dalla pandemia, oppure si investirà di più sulle potenziali locomotive, sperando che trascinino il resto del treno? Due strade opposte, un bivio fatale per la politica, e per i cittadini.
Che diritto hanno i diritti umani per infilarsi in una congiuntura tanto complessa? È l'argomento usato da Giorgia Meloni, leader del principale partito d'opposizione, quando dice che il Parlamento dovrebbe occuparsi di cose più importanti dell'omofobia. Sulla stessa linea, anche se con altri argomenti, Matteo Salvini, leader del principale partito di maggioranza (per i sondaggi, non per i voti del 2018): "Ognuno è libero di amare chi vuole e chi aggredisce va punito con forza, come già prevede il codice penale. La legge Zan è solo una battaglia ideologica che rischia di limitare la libertà di parola e di pensiero". Vero, e ci mancherebbe, che ognuno è libero di amare chi vuole, anche se rischia di fare la fine del cinquantenne picchiato ad Augusta perché gay, dei due ragazzi presi a schiaffi a Roma mentre si baciavano, della ventiduenne Malika di Castelfiorentino cacciata di casa quando ha confessato di essere lesbica ("fai schifo, sei la rovina della famiglia"). Meno vero che una norma contro l'intolleranza possa limitare qualsivoglia libertà.
Il deputato Alessandro Zan è del Pd. Il neo segretario del partito Enrico Letta gli ha appena ribadito il pieno sostegno, garantito anche dai 5 Stelle e dalle forze che sostenevano il Conte bis, durante il quale la legge era già passata alla Camera il 4 novembre 2020. Da allora aspetta di approdare al Senato. Ma nel frattempo il governo è cambiato, con la Lega dentro è un'altra cosa, e il caso Zan ha le caratteristiche per diventare una simbolica e insidiosa pietra d'inciampo. In un Paese che ha saputo imboccare strade molto più divisive, per le singole coscienze e per il clima generale dell'epoca (divorzio 1970, aborto 1978), sembrerebbe scontato offrire maggiori protezioni a chi viene emarginato, vuoi per inclinazione o scelta sessuale vuoi per fragilità fisica e psicologica. Paesi come la Francia ci sono arrivati nel 2004 (e governava la destra di Chirac), gli Stati Uniti nel 1974.
Secondo uno studio di Vox, Osservatorio italiano sui diritti, le categorie più bersagliate dall'odio sono sei. Prima le donne (che meriterebbero un voluminoso corpo di tutele a parte); a seguire, ebrei e musulmani, migranti, omo e transessuali, disabili. Le minoranze religiose hanno lo scudo, almeno teorico, della legge Mancino del 1993; i migranti neanche quello, tolleranza sotto zero, per quelli che vengono dal mare come per i residenti senza l'onore della residenza. Quanto alle tre ultime fasce, ad altissimo tasso di vulnerabilità, le garanzie di incolumità e di pari trattamento sono generiche e in sostanza assenti, quasi che la relazione tipo, maschio-femmina-eventuali figli (e tutti in salute), fosse l'unica opzione prevista, lecita e benedetta. Nella vita reale non è più così da decenni, ma per il legislatore lo è ancora, con le diversità relegate a storture da sopportare con fastidio, o meglio da correggere, invece di considerarle come differenze da accogliere e rispettare.
Il lodo Zan, il disegno di legge rimasto sospeso a metà, prevede più o meno questo: riconoscere l'esistenza di queste differenze, prendere atto della loro condizione di maggiore fragilità, e applicare delle aggravanti a chi ne attenti alla dignità. In aggiunta, consentirebbe un po' di educazione civica al rispetto, cominciando dalle scuole, rimettendo sulla via della tolleranza un Paese che al momento è al 35° posto in Europa per accettazione della vasta e variegata comunità non eterosessuale, cinque posizioni davanti alla Polonia di Duda, che ha appena vietato l'aborto, o all'Ungheria medievale di Orban. Il Rinascimento da tanti invocato, da ultimo proprio da Salvini ("Stiamo lavorando a un'estate da boom economico, post bellica, l'inizio di un Rinascimento sociale e mentale"), non passa né da Budapest né da Varsavia. Ne siamo stati culla una volta. Peccato sarebbe lasciarlo sbocciare altrove.
Del tunnel della pandemia si intravede la fine. Che però non è domani. Siamo terz'ultimi in Europa per vaccinazioni ai settantenni (peggio di Grecia e Portogallo) e con una media di più di 3 mila morti a settimana (contro i 200 della Gran Bretagna). Ma il Paese preme, la parte più rumorosa ha deciso che basta così, la parte più responsabile è angosciata dal dopo che verrà. E il dopo, l'Italia da ricostruire quando il fantasma del Covid sarà davvero alle spalle, passa anche dall'applicazione concreta, e adeguata ai tempi, dell'articolo 3 della nostra Costituzione: "Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali". Un vaccino a copertura totale contro l'odio. L'omofobia, una voce per tutte, è una paura trasformata in aggressione. Una feroce paura verso chi è altro: gay, lesbo, transgender, bisex, disabile. Andrea Camilleri aveva trovato una buona formula per disarmarla: non bisogna mai temere l'altro, perché tu rispetto all'altro sei l'altro.
di Fiammetta Borsellino
L'Espresso, 18 aprile 2021
La lettera della figlia del giudice ucciso dalla mafia nel 1992 al presidente del Consiglio: "I giovani in strada prede della criminalità, anche Tar e Consiglio di Stato hanno detto che senza dati non si può prevedere solo la Dad".
Scrivo questa lettera per esprimere il dolore di mamma e cittadina di questo Paese per il grave danno che la compressione del diritto allo studio provocata da una didattica a distanza, da troppo tempo prolungata, sta determinando nella salute psicofisica dei bambini, delle bambine, dei preadolescenti e adolescenti del nostro Paese. ll sacrificio a cui li stiamo sottoponendo evolverà inevitabilmente, se non prontamente risolto con soluzioni adeguate, in danni irreparabili.
È oramai evidente come i ragazzi, ogni giorno di più, stiano perdendo entusiasmo e stimoli ma, soprattutto, il sentimento dell'amore verso ciò che studiano, perché imparare non vuol dire solo seguire dei programmi ministeriali ma anche crescere nella capacità di gestire relazioni, scambi, emozioni e ciò può avvenire principalmente a scuola. Oggi la vita dei giovani si svolge principalmente dietro ad uno schermo che, al pari delle droghe e delle nuove dipendenze, provoca solo l'illusione di riempire le giornate caratterizzate invece da un vuoto assoluto. È importante difendersi dal virus ma è altrettanto importante è curare la salute dell'anima. Oggi i nostri bambini e ragazzi sono dei fiori che appassiscono ogni giorno di più, sepolti nelle loro stanze e noi adulti stiamo diventando i principali complici di tale situazione.
Stiamo insegnando ai nostri figli che in tempo di crisi la prima cosa ad essere sacrificata è l'istituzione della scuola, della cultura, ovvero di quei valori che mio padre ha sempre considerato come la prima vera forma di contrasto alle mafie e che sono gli unici capaci di togliere alle stesse il consenso giovanile di cui si nutrono. Oggi, il perdurare della chiusura totale o parziale delle scuole di ogni ordine e grado, nonché la eliminazione pressoché totale dell'attività sportiva, musicale e teatrale, sta consegnando centinaia di ragazzi alla rete delle organizzazioni criminali.
Mi chiedo perché queste scelte si stiano portando avanti nonostante le recenti pronunce giurisdizionali del Tar vadano in una direzione completamente opposta, avendo accolto nel merito il ricorso di cittadini nei confronti dei Dpcm che disponevano la chiusura delle scuole. Il Tar, infatti, ha ribadito che la scuola non è un luogo privilegiato di contagio ma anzi, in caso di picchi di contagi, deve essere l'ultimo presidio a chiudere. Ha stabilito che l'uso prolungato della didattica a distanza è lesivo del diritto allo studio e del diritto alla salute, perché la scuola è salute che, ricordo, sono entrambi diritti costituzionalmente garantiti. Ha stabilito che le scuole di ogni ordine e grado devono rimanere aperte.
Oggi tutto questo viene ignorato. La ripresa delle scuole fino alla prima media è un segnale importante da parte del Governo a tutela degli alunni e delle alunne, ma insufficiente per la salvaguardia del benessere psicofisico dei preadolescenti e dei ragazzi delle scuole superiori, moltissimi dei quali in didattica a distanza da oltre un anno con conseguenze disastrose, come confermato dall'Associazione degli ospedali pediatrici italiani e dalle Associazioni che tutelano infanzia e adolescenza.
Il nostro Paese continua non proteggere i suoi cittadini più piccoli e i suoi giovani privandoli del luogo privilegiato della loro crescita: la scuola. È oramai evidente come la didattica a distanza sia uno strumento di insegnamento inefficace, svilente per gli insegnanti, discriminatorio per gli studenti provenienti da famiglie fragili e lesivo nei confronti degli alunni con disabilità o con difficoltà di apprendimento.
In ultimo, in molte Regioni si insiste a non bilanciare adeguatamente diritto alla salute e diritto allo studio con continui provvedimenti incongruenti di chiusura delle classi. In queste Regioni, specialmente nel Sud Italia, sono gli stessi Sindaci e Governatori a sbarrare i cancelli delle scuole persino a studenti disabili e con bisogni educativi speciali, attraverso ordinanze restrittive in palese contraddizione con le direttive nazionali. L'Italia non è un paese per giovani e per famiglie se non riconosce che per tutti gli studenti, la scuola è salute, anche e soprattutto in tempo di pandemia.
di Jamila Mascat
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Una intervista con la filosofa politica che insegna all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne. "Le riparazioni finora implementate in Francia sono riconducibili a pratiche memoriali, di studio e ricerca. Mentre i crimini coloniali sono più recenti, qui siamo di fronte a crimini di cui siamo eredi. La mia proposta di giustizia politica non è prettamente socio-economica, non è soggettivo-identitaria né giuridico-giudiziaria. Ambisce piuttosto a formulare e mettere in opera dispositivi che consentano oggi alle minoranze marginalizzate, eredi di una specifica storia di dominazione che coinvolge la tratta e la schiavitù, di rivendicare e ottenere diritto di cittadinanza nell'arena del dibattito pubblico. Questa parità partecipativa, che non esiste allo stato attuale, è ciò che permetterebbe una reale riconfigurazione politica del demos".
È possibile riparare i crimini del passato? Ed è giusto risarcire i discendenti di chi quei crimini li ha subiti? Le compensazioni economiche, d'altra parte, assolvono una funzione realmente riparatrice? Magali Bessone, che insegna filosofia politica all'Università Paris 1 Panthéon-Sorbonne ed è autrice del libro "Faire justice de l'irréparable" (edito da Vrin), suggerisce che la storia, pur non essendo suscettibile di essere effettivamente "riparata", fornisca valide ragioni per legittimare la necessità di combattere al presente le ingiustizie sociali che di quella storia remota sono eredi.
Nel corso degli ultimi anni il dibattito sulle riparazioni postcoloniali ha acquisito una risonanza crescente a livello internazionale. In particolare il dibattito sulle riparazioni della schiavitù e della tratta, a cui è dedicato il suo libro, è un tema di grande attualità negli Stati Uniti, dove nel 2019 è stata creata una commissione apposita, la H.R. 40, per discutere l'implementazione di eventuali politiche di compensazione destinate agli afroamericani discendenti di schiavi. Cosa dicono le coordinate del dibattito statunitense rispetto alla legittimità di queste richieste?
Negli Stati Uniti le richieste di riparazione per la schiavitù sono oggetto di un dibattito acceso e tutt'altro che unanime, tanto attraverso lo spettro delle diverse forze politiche, quanto all'interno della comunità afroamericana. La questione delle riparazioni ha una storia molto lunga, che rimonta alla fine della Guerra di Secessione e alla promessa decretata nel 1865 dal generale W.T. Sherman di redistribuire le terre dei latifondisti del Sud agli schiavi liberati in piccoli lotti di 40 acri - "40 acri e un mulo", questa la proposta originaria di riparazione che dà il nome all'attuale Commissione parlamentare. Nel periodo della Ricostruzione questo provvedimento è stato di fatto revocato. Da allora la presenza del tema delle riparazioni nel dibattito pubblico statunitense è stata altalenante. Il movimento per i diritti civili degli anni Sessanta si è concentrato soprattutto sulla lotta contro la segregazione e sulla battaglia per il diritto di voto, il problema delle riparazioni era praticamente assente. Nel 1973 il libro di Boris Bittker, The Case for Black Reparations, è stato di nuovo un intervento importante sull'argomento. Poi nel 1989 la questione è ritornata in auge quando il deputato democratico John James Conyers Jr. ha presentato al Cogresso la proposta di creare una "Commissione di studio sulle proposte di riparazione per le popolazioni afroamericane", reiterandola di anno in anno fino a che non fosse accolta.
E più recentemente, nel 2014, Ta-Nehisi Coates ha rilanciato la discussione con il suo articolo "The Case for Reparations" pubblicato su The Atlantic, che sviluppa una lunga e dettagliata ricostruzione di come la comunità afroamericana di Chicago sia stata duramente penalizzata nell'accesso alla proprietà immobiliare fin dall'epoca della Ricostruzione, ingenerando una condizione di privazione e indebitamento trasmessa progressivamente alle generazioni future.
Ma il dibattito francese è molto diverso da quello statunitense almeno per due ragioni principali: da un lato il rapporto alla schiavitù, che negli Stati Uniti riguarda direttamente il territorio nazionale, mentre non riguarda la Francia "metropolitana", piuttosto le ex-colonie e i territori d'Oltremare; dall'altro, per il fatto che la Francia, a differenza degli Stati Uniti non riconosce l'esistenza di minoranze etnico-razziali, le quali non vengono censite e quindi in un certo senso non esistono. Questo potrebbe preludere, sul versante francese, a una conversazione sul razzismo e sulle riparazioni - sulle politiche memoriali, come anche sulla ricerca e l'insegnamento a proposito di questi temi - concepiti come questioni riguardanti la cittadinanza tutta intera e non solo singoli gruppi e comunità.
Parliamo allora dello stato dell'arte del dibattito sulle riparazioni per la schiavitù in Francia, che è all'origine della sua ricerca. Quali sono le caratteristiche e i limiti del dibattito francese? Quali le principali implicazioni politiche e ripercussioni giuridiche?
In Francia la questione delle riparazioni per la schiavitù ha una cronologia ben specifica, distinta per esempio dalla questione delle riparazioni dei crimini coloniali molto più recenti, che risale al 1848, data dell'abolizione della schiavitù dopo la proclamazione della Seconda Repubblica. Considerando che i crimini coloniali sono più recenti, e alcune delle vittime tuttora in vita, in questi casi è possibile contemplare provvedimenti penali o misure di compensazione immediate. Invece nel caso della schiavitù il problema è totalmente diverso: qui siamo di fronte a crimini di cui siamo "eredi", pur non essendone noi i colpevoli. E quindi in che misura ne siamo responsabili? In Francia il dibattito sulle riparazioni è emerso nel 1998 in occasione del 150° anniversario dell'abolizione della schiavitù. In quell'anno si sono tenute una serie di manifestazioni e commemorazioni, in particolare nei territori d'Oltremare, ma non solo. E in concomitanza con queste celebrazioni è apparso per la prima volta il tema delle riparazioni, con la costituzione di varie associazioni nate con lo scopo di sollevare pubblicamente la questione e portare avanti delle iniziative giudiziarie.
Con la legge Taubira del 2001, che qualifica la tratta e la schiavitù di crimini contro l'umanità, la Francia sembrava essere all'avanguardia sul fronte delle riparazioni. A settembre dello stesso anno il dibattito sulle riparazioni è stato inaugurato su scala internazionale alla Conferenza di Durban contro il razzismo, dove razzismo e discriminazioni per la prima volta sono stati esplicitamente associati alla possibilità di essere "riparati" sulla base del riconoscimento dell'esistenza di disuguaglianze sociali importanti all'interno delle nostre società che rinviano a una lunga storia di dominazione coloniale, di sfruttamento e di schiavitù. La riparazione è intesa quindi come una politica d'intervento al presente che però sottintende la comprensione del presente come un effetto del passato. E sono proprio gli effetti persistenti del passato che meritano di essere riparati. La Conferenza di Durban avvia una discussione piuttosto accesa tra le delegazioni dei diversi paesi che partecipano, le ngo, gli attivisti per i diritti umani: vengono formulate le prime rivendicazioni, ma vengono verbalizzate altrettante obiezioni e contestazioni del principio stesso di riparazione.
La legge Taubira del 2001, nata con lo scopo di sollevare la questione delle riparazioni tanto sul piano materiale che su quello simbolico, ha incontrato resistenze su più fronti nel corso del suo iter parlamentare. La discussione della legge in parlamento ha finito per rimuovere il tema delle riparazioni dalla versione definitiva, eliminandone la portata originaria e dirottandola sul versante memoriale. I pareri contrari a una politica delle riparazioni in Francia sono tanti. Tra le obiezioni ricorrenti ritorna l'argomento che, se si ammette il principio, si apre uno scenario assurdo in cui un'infinità di gruppi sarebbero suscettibili di costituirsi per chiedere di essere riparati delle ingiustizie subite storicamente: dalle donne agli ugonotti vittime della strage della Notte di San Bartolomeo nel 1572. Ora, per esempio, c'è chi sostiene che le donne in quanto tali non rappresentino un gruppo, e perché si parli di riparazioni c'è bisogno della costituzione di gruppi che producano una certa narrazione della propria storia e dei crimini subiti rivendicando l'esigenza di interventi riparatori nei confronti delle ingiustizie persistenti che derivano da quei crimini - è la posizione del filosofo statunitense Jeff Spinner-Halev, autore di Enduring Injustice (2012). Catherine Lu, autrice di Justice and Reconciliation in World Politics (2017), sostiene invece che quando si tratta di ingiustizie strutturali - e non interazionali, ovvero legate a interazioni puntuali tra individui o comunità - non è necessario partire dalla costituzione di soggetti di gruppo come fondamento delle riparazioni, nella misura in cui queste ultime riguardano le infrastrutture di una società e non specifiche comunità.
L'altra peculiarità del contesto francese è la dimensione giuridica della faccenda. Dopo la legge Taubira, associazioni come il Mir (Mouvement International pour les Réparations) Martinique, il MIR Guadeloupe o il Cran (Conseil Représentatif des Associations Noires de France) hanno presentato richieste di riparazione in tribunale. Il primo caso, quello portato avanti dal Mir Martinique, ha avuto un iter giudiziario complicato al termine del quale le richieste di compensazione delle vittime e di fondi per la creazione di un'organizzazione dedicata a lavorare sul tema delle riparazioni, sono state respinte in prima istanza per prescrizione dei fatti e non retroattività della legge attuale. Poi ci sono stati altri casi presentati dal Cran, ad esempio, rispetto alla schiavitù a Haïti e al lavoro forzato, ma sono stati tutti respinti inizialmente. Il problema è che il diritto civile francese, per com'è strutturato, non consente di accogliere queste richieste.
Le uniche riparazioni finora implementate in Francia sono riconducibili alle pratiche memoriali, di studio e di ricerca: la commemorazione del 10 maggio, anniversario della proclamazione della legge Taubira, con cui si celebra l'abolizione della schiavitù; la creazione della Fondazione per la Memoria della Schiavitù nel 2019, del cui comitato scientifico faccio parte, che finanzia ricerche sull'argomento, lavora al rinnovamento e alla diversificazione dei programmi d'insegnamento della storia nelle scuole superiori e promuove la produzione di conoscenze sul tema. Diciamo quindi che in Francia le politiche riparatrici sono finora state esclusivamente implementate sul piano simbolico e memoriale, ma non giudiziario.
"Faire justice de l'irréparable" si confronta con i principali paradigmi della giustizia tradizionalmente mobilitati a sostegno delle domande di riparazione. I due paradigmi della giustizia correttiva e della giustizia distributiva sono entrambi ritenuti insufficienti dal suo punto di vista. Per quali ragioni?
Si parla di giustizia correttiva e distributiva facendo riferimento ai modelli aristotelici classici. La prima interviene per ristabilire l'uguaglianza violata da un'ingiustizia e rinvia attualmente alla sfera del diritto della responsabilità civile. Questo è il paradigma entro cui si collocano giuridicamente le domande di riparazione presentate in Francia dalle associazioni che menzionavo prima. Si tratta di un diritto individualista che si dimostra incapace di rispondere all'esigenza di riparare crimini come la schiavitù e la tratta in quanto crimini strutturali e collettivi, non riconducibili a colpevoli singoli e identificabili. La schiavitù e l'insieme delle disuguaglianze razziali che ne derivano, per la loro natura sistematica e globale, chiamano in causa un complesso economico-politico-giuridico inestricabile di fronte al quale lo schema individuale vittima/carnefice si rivela inappropriato. In primo luogo, secondo questo schema, quando parliamo di riparazioni per la schiavitù dovrebbe essere ristabilita una catena causale non facilmente rintracciabile. Poi c'è il problema di determinare come interviene la compensazione finanziaria che non può riparare il danno materiale perpetrato alle vittime, ma soltanto gli "eredi" del trauma psichico, di cui si deve poter dimostrare la trasmissibilità, e delle sue conseguenze materiali. E qui si apre un'altra voragine: Chi stabilisce il trauma? Non si rischia in questo modo di patologizzare chi è in realtà alla ricerca di un riscatto? Cosa possono davvero riparare i soldi rispetto a trascorsi di dominazione, sfruttamento, violenza ed espropriazione culturale? Ultimo ma fondamentale, un ostacolo giuridico preliminare consiste nel sottolineare che la giustizia retributiva non può intervenire per correggere un'ingiustizia ritenuta tale retrospettivamente. Ora secondo questa logica la schiavitù, oggi considerata un crimine contro l'umanità, non lo era all'epoca e quindi non è suscettibile di essere considerata ex post come una violazione della legge.
Se facciamo invece riferimento al paradigma distributivo, incontriamo un altro tipo di ostacoli. Per prima cosa bisogna essere in grado di identificare i gruppi svantaggiati quali destinatari delle politiche riparatrici. Quel che è difficile, in particolare, è stabilire se gli svantaggi e le disuguaglianze che colpiscono questi gruppi siano causalmente imputabili alla schiavitù e alla tratta; e il legame di causalità non è facile da provare in maniera irrefutabile. Quindi dal punto di vista della giustizia distributiva sarebbe piuttosto opportuno riformulare la questione in un'altra maniera: si tratterebbe di riparare le disuguaglianze sociali, posto che se si parla di povertà, per esempio in un contesto come quello statunitense, si parla soprattutto, ovviamente, di comunità afroamericane. Secondo una tale prospettiva, peraltro, evocare le disuguaglianze permetterebbe di occuparsi del problema senza utilizzare categorie etnico-razziali che possono avere effetti socialmente divisivi, dal momento che sembrano chiedere ad alcuni di pagare il prezzo per le riparazioni che spettano ad altri.
Nel suo libro sviluppi una teoria della giustizia che pensa la questione delle riparazioni oltre il prisma delle politiche del riconoscimento. Al centro della sua proposta c'è il concetto di "responsabilità" opposto a quello di "colpa". Cosa vuol dire avere la responsabilità di riparare il passato?
Le teorie del riconoscimento à la Axel Honneth non funzionano quando si tratta di porsi il problema delle riparazioni, perché il riconoscimento è concepito in chiave identitaria e soggettiva. Invece l'approccio di Nancy Fraser mi sembra più vicino a quel che propongo. Per Fraser il riconoscimento è fondamentale quando è pensato come diritto alla parità partecipativa. L'idea di una parità di partecipazione rinvia alla necessità di acquisire per tutti uno status politico paritario, ma anche all'esigenza di partecipare all'elaborazione di una narrazione pubblica della storia dei gruppi, delle comunità e delle minoranze di cui facciamo parte. La mia proposta di giustizia politica non è prettamente socio-economica, non è soggettivo-identitaria né giuridico-giudiziaria. Ambisce piuttosto a formulare e mettere in opera dispositivi che consentano oggi alle minoranze marginalizzate, eredi di una specifica storia di dominazione che coinvolge la tratta e la schiavitù, di rivendicare e ottenere diritto di cittadinanza nell'arena del dibattito pubblico. Questa parità partecipativa, che non esiste allo stato attuale, è ciò che permetterebbe una reale riconfigurazione politica del demos.
Il concetto di parità partecipativa in Fraser e il concetto di "responsabilità per la giustizia" della fenomenologa femminista Iris Marion Young mi sembra funzionino bene insieme. E soprattutto permettono di rispondere alle obiezioni più classiche che vengono avanzate contro le richieste di riparazione e che fanno riferimento alla nozione di colpa: perché noi che siamo innocenti e non colpevoli dovremmo sacrificarci per loro, che non sono spesso neanche le vittime dirette dei crimini che necessitano di essere riparati?
Con Young possiamo distinguere colpa e responsabilità e liberarci della colpa e del pentimento che non servono a molto. Così possiamo dire che siamo responsabili delle riparazioni, pur non essendo colpevoli e pur non essendo responsabili causalmente né moralmente dei crimini all'origine delle conseguenze sociali e degli effetti materiali che oggi esigono di essere riparati.
Ciò di cui siamo responsabili è la trasformazione delle strutture esistenti, delle istituzioni comuni di cui possiamo beneficiare tutti in quanto cittadini, fermo restando che di fatto non ne beneficiamo tutti allo stesso modo, ma solo in funzione dei vari privilegi di cui disponiamo o non disponiamo. In ogni caso siamo tutti e tutte responsabili delle strutture sociali e politiche dentro le quali esistiamo. Questa responsabilità può e deve essere condivisa. Per cui, ancora una volta, non è questione di mea culpa o pentimento, ma di responsabilità per il cambiamento, per l'azione e la trasformazione delle misure giuridiche, dei dispositivi sociali e delle politiche pubbliche che strutturano la nostra esistenza.
Dal punto di vista di una teoria normativa della giustizia, qual è il ruolo specifico che spetta alla storia? Perché, insomma, abbiamo bisogno di mobilitare la storia per "riparare" il presente?
Fare giustizia al presente spesso significa porsi il problema di come correggere un'ingiustizia storica, un'ingiustizia che ha una storia che non si può fare finta che non sia mai esistita. C'è, come dicevo, un problema relativo all'impossibilità di dimostrare dei nessi causali incontestabili tra gruppi svantaggiati e ingiustizie storicamente subite. E c'è anche un problema supplementare che riguarda la difficoltà di stabilire in che cosa consiste questa eredità dei torti, i cui eredi non è facile definire. Però ritengo che la storia abbia un ruolo cruciale, che rende necessario parlare di riparazioni anziché semplicemente di disuguaglianze.
Non possiamo accontentarci di dire che il problema sono le disuguaglianze perché, da un certo punto di vista non tutte le disuguaglianze sono ingiuste, e quindi l'appello all'uguaglianza può essere respinto. Invece è importante concepire le disuguaglianze come ingiuste, e perciò si tratta appunto di identificarle come ingiustizie. Ora qui comincia il dissenso: quando si tratta di identificare e classificare le disuguaglianze in base al loro livello d'ingiustizia. Ma potremmo dire che una disuguaglianza è ingiusta se è il frutto di una storia ingiusta. Per questo, perché le disuguaglianze siano considerate ingiuste, abbiamo bisogno della storia, che ci consente di dimostrare che c'è un'eredità, una trasmissione, e una persistenza delle strutture della dominazione del passato. Così, è proprio alla luce della storia che la disuguaglianza appare come un'ingiustizia contro cui lottare al presente. Come dice Iris Marion Young abbiamo bisogno della storia per capire come siamo arrivati a questo punto, passando in rassegna i mutamenti, le oscillazioni e le contraddizioni. La storia serve ad additare la fonte e l'origine dei problemi. Senza far ricorso alla storia ci priviamo di strumenti fondamentali per capire quel che oggi deve essere trasformato e per determinare come farlo efficacemente.
di Marco Baratto
mediterranews.org, 18 aprile 2021
La Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (Laddh) è un'associazione nazionale senza scopo di lucro soggetta alle disposizioni della Legge algerina (12/06) del 12 gennaio 2012 relativa alle associazioni. È stata creata nel 1985 da un gruppo di attivisti guidati dal Signor Ali Yahia Abdenour, il suo primo presidente, attualmente presidente onorario. Riconosciuta ufficialmente dalle autorità il 26 luglio 1989, dopo l'apertura politica strappata dagli eventi del 5 ottobre 1988.
Dopo la fine del processo elettorale nel gennaio 1992, seguito dallo scoppio della violenza armata, la Laddh ha scelto il campo della dignità umana, della pace e della riconciliazione nazionale Nella prima pagina del suo sito (droits-laddh.org) questa associazione umanitaria" esprime la sua profonda preoccupazione per il destino di 23 prigionieri di coscienza in sciopero della fame dal 6 aprile nel carcere di El Harrach (Algeri), compreso il peggioramento dello stato di salute. Gli scioperanti della fame sono giovani manifestanti arrestati durante una pacifica marcia di Hirak sabato 3 aprile 2021 ad Algeri. Sono stati incarcerati il 5 aprile 2021 dal giudice istruttore presso il tribunale di Sidi M'Hamed e sono perseguiti per "istigazione a assemblea disarmata", "assemblea disarmata", "indebolimento dell'unità nazionale" e "disprezzo del corpo".
Accuse diventate di routine dall'inizio del movimento popolare e pacifico il 22 febbraio 2019, che hanno colpito decine di cittadini. Come quelli che li hanno preceduti, i giovani in sciopero della fame contestano nella forma e nella sostanza le accuse mosse contro di loro. Giustamente ritengono di essere vittime di arbitrarietà quando hanno esercitato solo il loro diritto di esprimersi e di manifestare espressamente riconosciuto dalla Costituzione. La Laddh è tanto più preoccupata che i tragici casi del giornalista Mohamed Tamalt e del dottor Kamel-Eddine Fekhar, morto in carcere, siano ancora ricordati dagli algerini come esempi delle drammatiche conseguenze dell'arbitrarietà e dell'assenza di rispetto per la vita umana.
Sono constatazioni drammatiche che se fossero reali farebbero pensare sulla situazione in generale dei diritti dell'uomo in questa Nazione. Come già osservato più volte la società moderna, ed in generale anche gli operatori economici considerano tra le ricchezze di una Nazione non solo i beni che essa produce, le risorse del sottosuolo ma anche il rispetto dei diritti umani.
E quella che il definisce "L'economia sociale di mercato" ovvero un modello di sviluppo dell'economia che si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. L'idea di base è che la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma che queste condizioni, da sole, non garantiscono la realizzazione della totalità degli individui (la cosiddetta giustizia sociale) e la loro integrità psicofisica, per cui lo Stato deve intervenire laddove esse presentano i loro limiti. L'intervento non deve però guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente prestare il suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che diminuiscano il più possibile i casi di fallimento https://it.wikipedia.org/wiki/Interventismo_(economia).
A questa definizione molti aggiungono che anche il rispetto dei diritti umani sia una ricchezza per una Nazione ed uno dei parametri per poter commerciare con essa. L'Unione Europea ha già sospeso agevolazioni nei commerci con paesi che violavano i diritti umani (ad esempio Cambogia). Quindi sapere quale sia lo stato dei Diritti Umani in Algeria è importante tenuto conto del potenziale economico di questa Nazione e del suo peso nel campo degli idrocarburi.
Sarebbe utile che l'Europa approfondisca i temi sollevati dalla Lega Algerina per la Difesa dei Diritti Umani (Laddh) per capire la reale situazione delle carceri, della libertà espressione e di tanti altri settori . Sarebbe un bene anche per la stessa Algeria dissipare gli aspetti grigi da tante organizzazioni sollevate. Gli equivoci non giovano a nessuno e anzi alimentano solo illazioni e sospetti. Un bene perché una nazione che, al pari di tutto il modo arabo, ha basato la sua lotta sacrosanta contro il colonialismo sui diritti dei popoli e del popolo possa in modo trasparente fare conoscere al mondo di essere una Nazione dove non vi è repressione o abuso ma una Nazione al pari di altri.
di Carlo Baroni
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
La portavoce del dissidente russo Alexei Navalny ha scritto che il blogger, detenuto e in sciopero della fame, è ormai in fin di vita: e i suoi medici hanno spiegato che il rischio è quello di un arresto cardiaco, "da un momento all'altro".
"Aleksej Navalny sta morendo. È solo questione di giorni". Il drammatico allarme è stato lanciato su Facebook da Kira Yarmysh, portavoce del dissidente russo, oppositore del presidente Vladimir Putin. In una lettera al servizio penitenziario federale la dottoressa Anastasia Vasilyeva insieme a tre colleghi, fra cui un cardiologo, hanno spiegato che Navalny rischia l'arresto cardiaco e problemi gravi della funzione renale "in qualsiasi momento". Dal carcere di Pokrov dove è rinchiuso non sono trapelate informazioni ufficiali sulle sue condizioni di salute. Ma dal 31 marzo Navalny aveva iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le pessime condizioni di detenzione, accusando l'amministrazione carceraria di negargli l'accesso a un medico e alle medicine perché soffre di una doppia ernia discale.
L'intervento di Biden - Alla notizia del peggioramento della salute dell'uomo che ha sfidato Putin è immediatamente intervenuto il presidente americano Joe Biden: "È totalmente, totalmente ingiusto. Totalmente inappropriato", ha dichiarato. La Casa Bianca ha recentemente imposto sanzioni contro Mosca per le interferenze nelle elezioni Usa e i cyber attacchi e guarda con preoccupazione all'escalation in Ucraina.
"Ha perso 9 chili" - Navalny, da anni tra i più fieri oppositori del presidente russo Vladimir Putin, è tornato nel suo Paese lo scorso gennaio dopo essersi ripreso dal tentativo di avvelenamento con un agente nervino, il Novichok ed è stato immediatamente arrestato. Condannato a due anni e mezzo di prigione per una vecchia accusa di frode da febbraio si trova in una colonia penale nella città di Pokrov, circa 100 chilometri a est di Mosca. All'inizio della scorsa settimana, la moglie Yulia, che lo ha visitato nella colonia penale, ha detto che suo marito ora pesa 76 chilogrammi: ne ha persi 9 dall'inizio dello sciopero della fame. Secondo i suoi medici, Navalny, che ha 44 anni, rischierebbe un infarto "da un momento all'altro": la sua salute, sostengono mentre chiedono di avere accesso immediato e continuativo al blogger, si sta rapidamente deteriorando.
L'appello - E si sta già mobilitando la comunità internazionale. Più di 70 importanti scrittori, artisti e accademici, tra cui Jude Law, Vanessa Redgrave e Benedict Cumberbatch, hanno invitato Putin a garantire che Navalny riceva immediatamente un trattamento adeguato. Il loro appello è stato pubblicato dal quotidiano francese Le Monde. Un appello in favore del dissidente è stato lanciato anche dalle scrittrici J.K. Rowling ed Herta Müller. E si sta anche organizzando "la più grande manifestazione di protesta della storia moderna della Russia" come hanno dichiarato i sostenitori del dissidente che hanno chiesto ai cittadini di sostenerla registrandosi su un sito internet. Finora sono state 440mila le persone che hanno dichiarato la loro partecipazione. I problemi di salute di Navalny sarebbero anche conseguenza dell'avvelenamento con l'agente nervino Novichok nella scorsa estate. Un tentativo di ucciderlo che il dissidente aveva indicato il Cremlino come mandante. Navalny era stato dimesso dal policlinico di Berlino il 23 settembre, dopo 32 giorni di ricovero, 24 dei quali in terapia intensiva. E proprio il laboratorio specializzato dell'esercito tedesco aveva rilevato la presenza del Novichok nel suo organismo attraverso una sostanza la cui natura non fa che aumentare i sospetti sul Cremlino, era stata confermata anche da tossicologi francesi e svedesi. Un ulteriore giallo si era aggiunto con la morte improvvisa il medico russo che lo aveva curato, la scorsa estate, all'ospedale di Omsk: aveva 55 anni. La causa del decesso del medico non era mai state chiarite, ma anche in questo caso ombre oscure si erano addensate sul Cremlino. Tutti tasselli di una vicenda, che avevano inasprito la tensione fra Mosca e l'Occidente.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 18 aprile 2021
Migranti e detenuti hanno scavato 17 sepolcri. Lì sono spariti i nemici delle milizie di Haftar. Un potere costruito sul terrore che ora rappresenta un'ipoteca per la ricostruzione alla quale partecipa l'Italia. Il vortice di vento alza una polvere rossa che copre le case, le strade, la moschea che si affaccia su un pendio. Il lembo di terra che si estende dalla moschea alla fine della piccola valle è della famiglia di Hamza Abdullah.
Hamza procede a passi lentissimi, al tramonto, le sue parole si confondono col sibilo del vento, via via più forte, via via più acuto. Ripete sempre le stesse parole, rimestate col vento sembrano una preghiera, ma non lo sono: "Era la sua terra. Era casa sua. Lui voleva essere sepolto qui", dice Hamza. Lui era suo padre e quel frammento di terra all'estremità della città era il suo angolo di riposo. Oggi è il sepolcro privato di cinque persone. Il padre di Hamza, i suoi tre fratelli e un cugino. Portati via una notte d'inverno e uccisi.
La casa di famiglia è diventata una casa di sopravvissuti. Lui si è salvato perché non era in Libia, ma in Scozia per un dottorato di ricerca. Hamza è un ingegnere civile. O almeno lo era. Quando hanno rapito gli altri uomini della sua famiglia è tornato a casa a prendersi cura di quello che restava: le donne e gli interrogativi sulla scomparsa. Mentre varca la porta di ingresso evoca i movimenti di quella notte: le macchine nere ferme all'esterno ad aspettare, un gruppo di uomini armati che si arrampica sul tetto e gli altri che entrano buttando giù le porte di ogni stanza e portando via gli uomini, uno dopo l'altro.
I sepolcri della nuova Libia - Hamza conosce ogni dettaglio perché lo raccontano, ogni giorno, la madre e le sorelle che si muovono ancora come fantasmi, tra i panni stesi ad asciugare e i resti di una vita infranta. "Mio padre era un manager al ministero dei Trasporti, un giorno gli hanno chiesto di firmare dei documenti per approvare dei progetti, appalti affidati illegalmente a "loro". Mio padre si è rifiutato. Gli hanno detto solo: ti facciamo saltare la testa. Ha preso le sue cose, ha lasciato l'ufficio e ha cominciato a temere per la vita di tutti. Li hanno portati via prima che riuscissero a lasciare la città". Quando dice "loro" Hamza intende la milizia al-Kani, lo spietato gruppo armato che ha gestito ogni aspetto di Tarhouna per anni. "Tutti sapevano cosa accadeva qui, il governo precedente di Sarraj, il governo attuale. È stato sempre noto a tutti eppure nessuno li ha fermati".
Hamza continua ancora oggi a ricevere minacce, anche a distanza. Mostra il telefono: "Ti prenderemo", gli scrivono utenti anonimi a nome degli al-Kani. Continua a non dormire, come le sue sorelle e i bambini. Come sua madre che da quella notte parla a stento, a stento mangia, a stento esce di casa. "Ci difenderanno dagli assassini prima o poi, o lasceranno per sempre il paese in mano alle milizie?", lo dice Hamza più a sé stesso che alle persone presenti nella stanza, lo dice pensando alla sua paura degli al-Kani che invece sono in salvo, fuggiti a est, in Cirenaica e lì protetti dalle forze di Haftar. Ad aspettare, forse, che il vento cambi ancora. A capire, forse, come riposizionarsi, per l'ennesima volta. Basterebbe la storia di Tarhouna a raccontare cosa è stata la Libia, cosa è oggi, cos'è il timore di quella che sarà. Basterebbe la storia recente della città e i segreti sepolti nelle fosse comuni, finora diciassette, scoperte dopo la fine dell'ultimo conflitto, la scorsa primavera.
Tarhouna è stata dominata dalla tribù al-Kani, sette fratelli - Abdul-Khaliq, Mohammed, Muammar, Abdul-Rahim, Mohsen, Ali e Abdul-Adhim - che per otto anni hanno imposto a migliaia di persone un regime di terrore. Gheddafiani e dunque controrivoluzionari nel 2011, gli al-Kani hanno saputo riposizionarsi ogni volta che è cambiato il vento. Hanno organizzato una potente brigata militare che contava migliaia di combattenti e preso il controllo della città. Come la maggior parte delle milizie hanno beneficiato dell'accesso ai fondi statali e costruito il consenso sul potere delle armi. L'altro volto del potere seguiva le regole della vendetta tribale e dell'estorsione. Hanno sugellato la propria autorità seminando terrore, a Tarhouna ricordano la sfilata di un convoglio dei loro veicoli militari, nel 2017. Un camioncino bianco trasportava sul tetto due leonesse come simbolo della paura che i fratelli al-Kani intendevano ispirare.
Raccontano qui, a voce bassa, che per sfamarle i sette fratelli usassero i corpi dei nemici. Gestivano ogni aspetto della vita civile, uno stato nello stato. Controllavano la polizia, hanno rilevato il cementificio e lo stabilimento della fabbrica di acqua minerale di Qasr Ben Ghechir e tutte le altre società situate nel sud di Tripoli fino a Tarhouna, hanno costruito un impero commerciale imponendo ai negozianti di intestare loro ogni attività, e hanno costruito un tesoretto con i rapimenti.
Ricevevano segnalazioni dalle filiali delle banche sui titolari di conti correnti e li prelevavano a casa di notte. Tenevano in vita i rapiti per fargli ritirare tutti i risparmi dai conti correnti e poi li uccidevano, lasciando il corpo esposto all'incrocio stradale all'ingresso della città che da allora si chiama "il triangolo della morte". Si facevano pagare anche dai trafficanti di uomini e dai contrabbandieri di carburante, perché Tarhouna è sul tragitto che dal deserto conduce alla costa. Chi passava per la città doveva pagare il pedaggio, cioè una tangente.
Hanno usato i soldi raccolti per rafforzare il loro arsenale militare e per portare mercenari locali e stranieri, anche ciadiani e sudanesi. In questa città-stato ogni fratello ricopriva un ruolo, Abdul Rahim per esempio era a capo dell'apparato di sicurezza, Moshen era il responsabile della milizia armata. È suo il volto che campeggia sul muro di una caserma. Era un murale celebrativo. Oggi è crivellato di colpi.
Nel 2016 gli al-Kani hanno sostenuto (e, nei fatti, sono stati sostenuti anche economicamente) il governo di Fayez al Sarraj. Allora Khalifa Haftar li definiva una milizia legata a Lifg, cioè i qaedisti locali, poi, all'inizio della guerra di Tripoli, con l'ennesimo riposizionamento, sono diventati i principali alleati di Khalifa Haftar, hanno cambiato casacca e hanno appoggiato chi fino al giorno prima era stato loro nemico. Sono stati celebrati dai media di Haftar come "forze militari delle unità d'elite" e hanno combattuto la guerra di Tripoli con esecuzioni esemplari, come quella di dodici prigionieri delle truppe di Sarraj, li hanno rapiti, torturati, hanno tagliato loro i genitali, hanno brutalizzato i loro corpi, smembrandoli.
Haftar ha trasformato la città, ottanta chilometri a sud est di Tripoli, in un punto strategico per attaccare la capitale, prendere Tarhouna poteva significare lanciare attacchi cruciali per conquistare la capitale, perdere Tarhouna significava perdere la guerra. E infatti quando lo scorso anno i turchi hanno esteso la presenza di uomini e mezzi in difesa del governo di Tripoli, gli al-Kani hanno lasciato la città e sono fuggiti a est, in Cirenaica, dall'alleato Haftar, senza combattere una battaglia che sapevano già persa. Ma dietro di loro hanno lasciato una scia di sangue e morte che porta dritta alle campagne della città, alle diciassette fosse comuni. Ai duecento corpi ritrovati. Ai cinquanta riconosciuti. Alle centinaia che mancano ancora all'appello.
Muhammad Ali Kosher, è il sindaco ad interim di Tarhouna. La sua tribù è stata storicamente antagonista degli al-Kani, per questo casa sua è stata distrutta e gli uomini della sua famiglia fatti sparire. Il suo ufficio è un viavai di persone, sono i membri dell'associazione delle persone scomparse, gli sfollati che fanno ritorno a casa, i soldati che tornano dalle campagne a riferire il lavoro delle squadre che lavorano nelle fosse comuni. "Hanno trovato tre corpi anche oggi, per fortuna uomini, adulti", dice. Si imbarazza per quelle due parole "per fortuna" ma lo dice perché i suoi occhi hanno visto corpi di donne, una incinta, corpi di bambini torturati e "corpi seppelliti con le maschere di ossigeno, i dispositivi medici. Prelevati dagli ospedali e portati in mezzo ai campi, chissà. Forse sepolti vivi".
La maggior parte delle fosse comuni è in un'area chiamata Machrou al Rabt, a una decina di chilometri dalla città, sono state scoperte alla fine della guerra, la scorsa primavera. Gli abitanti di Tarhouna hanno cominciato a chiamare le forze dell'ordine, raccontare cosa avevano udito - il rumore delle scavatrici, di notte - e visto - intere famiglie trascinate via alle prime luci dell'alba e poi scomparse. Così da sette mesi la terra rossastra di Tarhouna ha cominciato a parlare, hanno cominciato a parlare i rettangoli ordinati segnati dal nastro rosso e bianco, hanno cominciato a parlare le donne sole, le superstiti della città fantasma.
"Le fosse sono state scavate dai migranti, abbiamo trovato le prove nelle loro prigioni": Farj Ashgheer è un membro dell'Associazione delle famiglie degli scomparsi, racconta come un miliziano degli al-Kani abbia confessato che i migranti detenuti sono stati usati per scavare le fosse comuni e caricare le munizioni. Ne hanno trovato prova sugli archivi delle prigioni. Gli al-Kani segnavano la data in cui i migranti venivano prelevati e portati via. Il giorno della liberazione ce n'erano decine, chiusi a chiave nel centro di detenzione illegale, terrorizzati, affamati. Non mangiavano da giorni. È passato un anno dalla liberazione della città e i fantasmi continuano a uscire dalle prigioni. Parla l'aria stantia che esce dalle celle. E parlano i sopravvissuti.
Tarek Mohammed Dhaw al-Amri è stato detenuto nella struttura militare di Da'am per sette mesi, insieme ad altre settanta persone. Gli al-Kani sospettavano che fosse un traditore, che inviasse informazioni alle truppe di Sarraj. I primi dieci giorni l'hanno torturato, due persone lo tenevano fermo e altre due lo bastonavano con i tubi di plastica o lo frustavano, contemporaneamente. Poi l'hanno chiuso nella cella numero uno. Tre metri per due, la dividevano in dieci, dormivano a turni. Cinque in piedi e cinque stesi. Era buia e fredda ma, avrebbe capito col passare delle settimane, almeno non era la cella dei destinati a morire, la numero 2, quella con niente luce e poca aria.
"Ogni giorno prelevavano qualcuno dalla cella n. 2, lo bendavano e dopo due, tre minuti sentivamo uno sparo, in poco tempo abbiamo capito che quella era la cella dei condannati".
Quando gli al-Kani hanno capito che la guerra era persa hanno cominciato a uccidere a caso, senza motivo e brutalmente. "Ogni giorno pensavo che sarebbe arrivato anche il mio turno, ogni volta che aprivano la porta della cella pensavo: tocca a me". Il suo turno non è arrivato, la città è stata liberata prima. Farj è vivo ma ha visto morire parenti e amici, come Ezzedine Bouzwaida. Quando ricorda le sue ultime parole, "chiedi alle donne rimaste di perdonarmi", Farj piange, le sue lacrime scorrono sul viso, e cadono sulla divisa. Le asciuga col pudore del sopravvissuto, di chi conserva la memoria. E insieme alla memoria trattiene il desiderio di vendetta. Oggi Farj fa parte delle forze di sicurezza della città. Ma la parte del protagonista, a Tarhouna, oggi, la gioca un'altra milizia. Uscita di scena la brigata al-Kani, non è ancora il turno delle forze governative, ammesso che questa parola abbia un senso, in Libia. È la volta di un'altra milizia, la 444. Sono loro, incappucciati e armati, a presidiare l'entrata e l'uscita dalla città.
A marzo i ministri degli Esteri dell'Unione Europea hanno imposto sanzioni per gravi violazioni dei diritti umani ai fratelli al-Kani. C'era già il nuovo governo della Libia finalmente unita.
Ma l'unità nazionale era ed è ancora solo sulla carta. La Libia resta un paese spezzato, gli al-Kani vivono indisturbati e al sicuro a Bengasi, ancora sotto il controllo di Haftar, e continuano a minacciare anche a distanza chi è rimasto a Tarhouna, aspettando forse di tornare, aspettando di capire in quale direzione cambierà il vento e come posizionarsi. Aspettando di capire come ricompattare il gruppo armato, nel balletto, nella staffetta delle milizie. Farj sull'uscio di quella che è stata la sua cella dice: "La nostra religione ha come obiettivo la pace ma la pace con gli assassini non è possibile. Nessuna riconciliazione con chi ha sterminato Tarhouna. Nessun perdono per gli uomini di Haftar".
di Alfredo Marsala
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Processo al via il 15 settembre. Il giudice accoglie le motivazioni dell'accusa. L'avvocato Bongiorno: "Non è una condanna". Ne avrà di tempo Matteo Salvini per guardare l'orizzonte dalla spiaggia sabbiosa e passeggiare nel lungomare di Mondello. Adora il 'capitano' questa borgata, ci va spesso quando si trova a Palermo. Anche ieri, prima di andare nel bunker dell'Ucciardone per l'udienza preliminare, Salvini aveva deciso di fermarsi un po' per osservare in solitario le onde, godersi il profumo di sale mentre gustava una pizzetta con le acciughe, con il gruppetto di dirigenti di partito che lo guardava da lontano. Il cielo sopra di lui era però cupo, presagio di una giornata storta per il leader del Carroccio. Tre ore di arringa dell'avvocato Giulia Bongiorno, che ha letto le 110 pagine della memoria difensiva, non sono servite a convincere il gup, Lorenzo Jannelli.
Salvini va a processo per avere impedito, nell'agosto di due anni fa, l'attracco della Open Arms nel porto di Lampedusa, col suo "carico" di 147 migranti. Il prossimo 15 settembre salirà sul banco degli imputati davanti alla Corte d'assise: dovrà rispondere all'accusa di rifiuto di atti d'ufficio e sequestro di persona. In poco meno di due ore di camera di consiglio, il gup ha accolto la richiesta della Procura di Palermo di rinvio a giudizio dell'ex ministro dell'Interno, respingendo così la tesi della difesa, che aveva chiesto il non luogo a procedere perché il fatto non sussiste o, in subordine, per insindacabilità del fatto.
Un duro colpo per Salvini: il processo, con i suoi tre gradi di giudizio, rischia di minacciare seriamente la sua corsa verso Palazzo Chigi, per il post-Draghi. Ma anche la sua leadership del Carroccio. Lui glissa: "Fortunatamente i giudici non decidono chi vince le elezioni e chi guida i partiti, almeno in Italia funziona così, in Turchia non lo so". Tenta un affondo: "È una decisione dal sapore politico più che giudiziario". Ma il suo volto è tirato. "Mi spiace per i miei figli, ma non torno a casa preoccupato", assicura, anche se "passare per sequestratore proprio no, è ridicola l'idea, stiamo facendo ridere il mondo". E poi "quanto costerà questo processo politico agli italiani? Chi pagherà il conto? Sono domande che mi faccio da libero cittadino". Non è il solito show, comunque.
Il Gup ha chiarito in aula che lo scopo dell'udienza preliminare non è quello di valutare se sussiste o meno la responsabilità penale dell'imputato, ma se ci sono elementi sufficienti a sostenere l'accusa in giudizio o elementi per decidere un proscioglimento. Per il giudice ci sono tutti, dunque, gli elementi raccolti prima dal Tribunale dei ministri che chiese l'autorizzazione a procedere e poi dalla Procura di Palermo, rappresentata in aula dal procuratore a Francesco Lo Voi, dall'aggiunto Marzia Sabella e dal pm Gery Ferrara. Usa il tecnicismo legale, per tamponare l'onda d'urto, l'avvocato Bongiorno: "Questa è una udienza filtro, non c'è stata una sentenza di condanna, non c'è stata una valutazione negativa".
"Il gup ha precisato che la sua, come prevede la Corte Costituzionale, non è una valutazione di responsabilità penale", sottolinea il legale. Che anticipa le prossime mosse difensive: "Io riproporrò in tribunale quanto ho detto in udienza preliminare, ho documentato che ci sono errori oggettivi anche nel capo di imputazione perché nessuna limitazione della libertà c'è stata. La nave poteva andare ovunque. Aveva centomila opzioni".
Per la penalista "ci sarà solo una dilatazione di tempi, ma alla fine emergerà la verità", annunciando che in giudizio, come ha fatto a Catania nell'udienza per il caso Gregoretti (la Procura in questo caso ha chiesto l'archiviazione), citerà l'ex premier Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio per dimostrare che il divieto di sbarco fu frutto di una valutazione politica dell'intero governo. "Perché così facendo - osserva - si sta portando a processo una strategia di governo, una linea condivisa nel contratto di programma". Salvini anticipa l'atmosfera che ci sarà nell'aula di della Corte d'Assise: "La Open Arms ha fatto una battaglia politica sostenuta da alcuni partiti. In tribunale ci confronteremo su questo, perché io i voti li ho presi dagli italiani, il comandante della Open Arms non è stato eletto da nessuno".
"A mio avviso sul banco degli imputati dovrebbe esserci qualcuno che gioca sulla pelle degli esseri umani mettendone veramente a rischio la vita - afferma - Perché se qualcuno gira, non per sei giorni, il tempo del mio presunto sequestro, ma per 13 giorni per il Mediterraneo in attesa di raccogliere altri immigrati, chi è il sequestratore? Chi gioca sulla pelle di questi poveri ragazzi? Sono contento perché al processo sono convinto emergeranno delle verità: ora sopporto cristianamente la decisione".
Fu la procura di Agrigento a sbloccare il caso Open Arms. Dopo avere accertato con un'ispezione a bordo le gravi condizioni di disagio fisico e psichico dei profughi trattenuti sull'imbarcazione, il procuratore Luigi Patronaggio ordinò lo sbarco a Lampedusa. All'udienza preliminare si sono costituite 21 parti civili: oltre a 7 migranti di cui uno minorenne, Asgi (associazione studi giuridici immigrazione), Arci, Ciss, Legambiente, giuristi democratici, cittadinanza attiva, Open Arms, Mediterranea, AccoglieRete, Oscar Camps, comandante della nave e Ana Isabel.
Alcuni attivisti e militanti hanno inscenato un piccolo presidio davanti al bunker dell'Ucciardone, tenuti a distanza dalle forze dell'ordine che hanno blindato l'area attorno al penitenziario. "Non ho sequestrato nessuno, anzi ho dissequestrato milioni di italiani lavorando per fare riaprire bar e ristoranti il 26 aprile", dice Salvini prima di salire in auto. Direzione aeroporto. Tornerà il 15 settembre a Palermo, questo è certo.
di Dante Caserta*
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Pnrr, chi l'ha visto? È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie.
Da un lato la scarsa trasparenza, l'opacità delle procedure e le carenze dei progetti. Dall'altra la sindrome di "nimby" (not in my backyard, ossia non nel mio giardino) o di "nimto" (not in my terms of office, non nel mio mandato). Questo dualismo micidiale, a volte reciprocamente giustificante, è una delle ragioni del blocco di tante opere nel nostro Paese. E il rischio che ciò si verifichi anche per gli interventi finalizzati alla transizione ecologica è reale.
Per evitarlo non occorrono procedure straordinarie o riduzioni di tutele, ma trasparenza delle informazioni, partecipazione e qualità dei progetti, al fine di garantire un confronto serio per affrontare e risolvere i problemi, ridimensionando lo spazio delle conflittualità sterili o di comodo. Con questa consapevolezza Acli, ActionAid, Arci, Casa Comune, Cittadinanzattiva, Fridays for future, Greenpeace, Gruppo Abele, Legambiente, Libera, Link Coordinamento Universitario, Rete della Conoscenza, Unione degli Studenti e Wwf Italia hanno promosso il "Manifesto per il dibattito pubblico sulle opere della transizione", un segnale chiaro inviato al Presidente Mario Draghi e ai ministri che lavorano al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza a partire da Roberto Cingolani (ministro della transizione ecologica) ed Enrico Giovannini (ministro delle infrastrutture e della mobilità sostenibili).
È fondamentale garantire il dibattito pubblico su tutte le opere importanti, comprese quelle della transizione ecologica, attraverso una procedura che permetta di stabilire tempi certi e, al contempo, assicuri il diritto dei cittadini a essere informati, a confrontarsi sui contenuti progettuali, ad avere risposte sulle preoccupazioni ambientali e sanitarie. Per questo va rivista la normativa sul Dibattito pubblico (Dpcm 76/2018, Allegato 1) e sull'Inchiesta pubblica (articolo 24-bis, Decreto Legislativo 152/2016) e, inoltre, va rafforzata la macchina amministrativa di determinati settori per essere in grado di istruire ed esaminare nel dettaglio e con competenza i progetti, nonché di relazionarsi con i portatori di interesse.
Oggi in Italia l'informazione dei cittadini e la partecipazione ai processi decisionali per l'approvazione dei progetti non è garantita. Nella scorsa legislatura è stata approvata la procedura di dibattito pubblico per le nuove opere pubbliche, ma l'iter di attuazione, completatosi solo da pochi mesi, prevede soglie dimensionali talmente elevate da escludere persino autostrade, centrali a gas, elettrodotti o gasdotti. Non solo, il Decreto semplificazioni dello scorso anno, con la "scusa" dell'emergenza pandemica (che dovrebbe spingere a rafforzare la tutela ambientale e non certo a ridurla), ha pure introdotto una deroga fino al 2024.
Pensare che la partecipazione rallenti l'iter delle opere è sbagliato. I lunghi tempi di approvazione in Italia dipendono spesso dalla scarsa qualità di molti progetti presentati. L'iter di valutazione ambientale è rallentato per l'inadeguatezza tecnica degli elaborati o per la mancanza di analisi costi/benefici anche dal punto di vista ambientale e sociale.
I progetti fatti bene hanno tutto da guadagnare da un confronto pubblico che consentirebbe di spiegare le scelte, rispondere a dubbi e domande, approfondire gli aspetti ambientali e paesaggistici. Realizzare questo confronto prima dell'inizio della procedura permetterebbe di affrontare le questioni aperte, chiedere ai proponenti di dare seguito alle richieste di analisi più approfondite o presentare alternative. La sfida va accettata: se il Governo veramente vuole accelerare nella direzione della decarbonizzazione del proprio sistema energetico e della gestione circolare delle risorse naturali, oltre a semplificare l'iter autorizzativo dei progetti realmente sostenibili, dovrà essere in grado di coinvolgere sempre più i territori nelle scelte da compiere.
*Vicepresidente Wwf Italia
La Stampa, 18 aprile 2021
Non è chiaro se tra di loro ci siano anche attivisti e manifestanti pro-democrazia, arrestati in seguito al golpe. La giunta militare, al potere in Birmania dopo il colpo di Stato dello scorso 1° febbraio, ha annunciato di avere graziato e rilasciato più di 23mila detenuti in occasione delle festività del nuovo anno di Thingyan. Tuttavia non è chiaro se tra di loro ci siano anche attivisti e manifestanti pro-democrazia, arrestati in seguito al golpe. La scarcerazione di massa è stata annunciata dall'emittente statale Mrtv, che ha riferito che il generale Min Aung Hlaing ha graziato i 23.047 prigionieri, tra cui 137 stranieri che saranno espulsi dal Paese, oltre ad avere ridotto le pene per altri detenuti. La scarcerazione anticipata dei prigionieri è consuetudine durante le principali festività. Questa è la seconda volta che la giunta al potere lo fa da quando ha rovesciato il governo eletto di Aung San Suu Kyi, innescando proteste quotidiane, arresti e uccisioni da parte delle forze di sicurezza. Secondo l'Associazione di assistenza per i prigionieri politici, che monitora le vittime e gli arresti, le forze governative hanno ucciso almeno 728 manifestanti dalla presa di potere Il gruppo riferisce che 3.141 persone, tra cui Suu Kyi, sono in detenzione.
Account non ufficiali ma affidabili, con foto postate sui social, hanno riferito che tre persone sono state uccise sabato dalle forze di sicurezza in una violenta repressione nella città centrale di Mogok, nella regione mineraria di gemme. Tra i detenuti rilasciati sabato dalla prigione Insein di Yangon figurano almeno tre prigionieri politici che sono stati incarcerati nel 2019, stando a quanto riferito da testimoni e dalle notizie della stampa locale. I tre sono membri della compagnia di spettacoli Peacock Generation ed erano arrestati durante i festeggiamenti di Capodanno del 2019 per scenette che prendevano in giro i rappresentanti militari in Parlamento e il coinvolgimento militare negli affari di business. Un altro prigioniero liberato è Ross Dunkley, editore di un quotidiano australiano condannato nel 2019 a 13 anni per possesso di droga. Il suo rilascio è stato confermato dalla sua ex moglie Cynda Johnston, ha riferito il quotidiano The Sydney Morning Herald. Dunkley ha co-fondato il The Myanmar Times, un quotidiano in lingua inglese, ma è stato costretto a rinunciare alla sua quota. Divenne famoso per aver co-fondato o acquisito pubblicazioni in lingua inglese in stati precedentemente socialisti che cercavano investimenti stranieri mentre liberalizzavano le loro economie, ma a volte è stato criticato per aver fatto affari con regimi autoritari. A marzo, più di 600 persone che erano state incarcerate per aver manifestato contro il colpo di stato di febbraio sono state rilasciate dalla prigione di Insein, un raro gesto conciliante dei militari che sembrava mirato a placare il movimento di protesta.
- Egitto. Zaki, ora il governo si muove: "Avanti sulla cittadinanza"
- L'Eritrea annuncia il ritiro dal Tigray dopo le accuse Onu di atrocità
- Ergastolo ostativo incostituzionale. È un punto di non ritorno ma un anno passerà invano
- Ergastolo ostativo incostituzionale. È un punto di non ritorno ma un anno passerà invano
- Io dico: brava Consulta. Ora riduciamo le pene e il numero dei detenuti: non più di 15 mila











