di Laura Berlinghieri
La Nuova Venezia, 18 aprile 2021
Il Garante dei detenuti Steffenoni: "Situazione complicata Attività e laboratori sono ormai bloccati da mesi". La loro unica finestra sul mondo è nei ritagli tra le inferriate. Vivono così, da oltre un mese, gli oltre duecento detenuti del carcere maschile di Venezia e le settanta della Giudecca. Chiusi nelle loro celle, la mascherina da indossare sempre, il sottofondo assordante della televisione come unica compagnia. I libri da leggere, quando il silenzio lo consente, qualche partita a carte, qualche parola, protetta da una mascherina da non togliere mai: nemmeno in cella, in quel microcosmo condiviso con le stelle persone. Di giorno, prima del Covid, le porte all'interno delle sezioni delle due carceri rimanevano sempre aperte. Da quando il virus è penetrato a Santa Maria Maggiore e al femminile, le due strutture si sono trasformate in un carcere nel carcere. In quei quadrati fino a sessanta metri quadri e impermeabili al mondo esterno vivono anche in otto. Lì cucinano, lì mangiano, lì dormono, lì trascorrono giornate che non sono mai state così uguali. Da quando c'è il Covid, tutti i laboratori esterni sono stati interrotti, le porte delle celle sono perennemente chiuse.
Immaginate un monolocale condiviso con altre sette persone. Sempre lì: il mattino, il pomeriggio, la sera, la notte, e poi ancora il mattino seguente, e poi il pomeriggio, e così per un mese e più. Sono conviventi a tutti gli effetti, eppure devono indossare la mascherina sempre. Anche in cella, condividendo gli spazi con i compagni che sono sempre gli stessi. Per uscire nel corridoio, i detenuti devono vestirsi come i medici di terapia intensiva: tuta, doppia mascherina, copriscarpe, guanti, visiera. "È una situazione insostenibile, che è giusto venga raccontata", sintetizza Sergio Steffenoni, garante dei detenuti di Venezia.
La situazione sembrava essere rientrata sabato, al carcere femminile, con gli esiti dei tamponi che mostravano a un passo lo spegnimento del focolaio. Le porte delle celle erano state riaperte. Sembrava la fine di incubo. Un nuovo giro di controlli, per prudenza, e poi la batosta: sei positivi tra le detenute e tre tra il personale penitenziario, responsabile della sicurezza. Al maschile, i contagiati sono rispettivamente tre e due. Qui il cluster non si è mai spento, e ai detenuti non resta che contare giorni sempre uguali, in quei quadrati di mondo che si ritrovano a calpestare. Fortunatamente i positivi sono tutti asintomatici.
Eppure le vaccinazioni, nelle due carceri, erano iniziate, salvo poi venire interrotte bruscamente, con il cambio di rotta della regione, che ha deciso di puntare sul criterio anagrafico. Al maschile, su oltre duecento detenuti, una cinquantina ha già iniziato la profilassi e altrettanti sono immuni, perché in passato positivi. Alla Giudecca, sono circa quaranta ad avere ricevuto la prima dose di AstraZeneca. Poi, a metà marzo, l'accensione del focolaio, con oltre venti positivi, ha costretto a interrompere tutto. La percentuale di adesione alla vaccinazione, tra i detenuti, era stata elevatissima. E dei buoni numeri si erano registrati anche tra il personale penitenziario. Del resto, nessuno meglio di chi vive le carceri sa cosa voglia dire isolamento.
Bloccate le visite, vietato ricevere pacchi dall'esterno, la concessione dovuta al Covid consiste in una video chiamata in più a settimana. Per il resto, è un mondo che si è interrotto. "Al femminile, c'è una persona che va nell'orto a dare da bere alle piante, perché non muoiano. Poi ci sono le detenute che escono per fare le pulizie, per gettare la spazzatura, per fare la spesa, costrette a vestirsi come fossero medici di ospedale. Pochi pomeriggi fa ho visto tantissimi rifiuti speciali, pronti a venire gettati dopo essere stati usati. Nelle carceri ora è tutto bloccato ed è una situazione pesantissima", spiega Steffenoni.
"Prima del Covid, i detenuti erano abituati ad andare a lavorare la mattina, prendevano parte ai laboratori, frequentavano la scuola, facevano volontariato. Le celle delle sezioni erano sempre aperte, dalla mattina al pomeriggio, e i detenuti potevano andare in biblioteca, in chiesa, in profumeria. Ora è un mondo che si è capovolto. Tutto è stato sospeso ed è una situazione molto dura, per i detenuti e per gli agenti.
Senza contare che questo è anche periodo di Ramadan". Con le sue parole, Steffenoni restituisce dignità e una "individualità" a persone altrimenti "accatastate", private della loro singolarità. "Nel carcere femminile, il comandante è presente tre giorni a settimana, la direttrice praticamente non c'è, le assistenti sociali non ci sono più ed è rimasta una sola educatrice. Non si può più pensare di continuare a queste condizioni", conclude Steffenoni, dipingendo un quadro di una drammaticità che va oltre il Covid. Macerie a partire dalle quali costruire ciò che verrà dopo.
di Ciro Cuozzo
Il Riformista, 18 aprile 2021
Sarà l'autopsia a fare chiarezza sulle cause che hanno portato al decesso di Mariano Svetti, il 38enne deceduto venerdì 16 aprile nel carcere di Poggioreale. La salma dell'uomo, malato di Aids e cirrosi epatica, è stata trasferita al Secondo Policlinico di Napoli in attesa dell'esame autoptico. Svetti era ristretto nel padiglione Roma, quello riservato ai tossicodipendenti, e si era costituito presso la casa circondariale Giuseppe Salvia il 16 gennaio scorso.
Doveva rispondere di ricettazione e resistenza a pubblico ufficiale e nei prossimi giorni era attesa l'udienza con l'ipotetico trasferimento in comunità. Padre di tre figli di 10, 6 e 3 anni, Svetti era originario di Afragola ma viveva con la moglie a Boscoreale. Il giorno prima del decesso, giovedì 15 aprile, aveva parlato, in videochiamata, con la donna. Mercoledì aveva incontrato il suo avvocato e avuto una consulenza epidemiologica per i problemi al fegato. La famiglia, attraverso l'avvocato Francesco Paolo Chioccarelli, è pronta a nominare un perito di parte.
"In carcere non si muore soltanto di suicidio - sottolinea Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti - ma anche a causa delle condizioni delle stesse carceri carcere, dello stato di abbandono in cui si trova la sanità penitenziaria. Poi ci sono le storie di tossicodipendenza come in quest'ultimo caso e sono felice che ci sarà l'autopsia per far luce su questa morte". Ciambriello poi si dice "amareggiato come garante" per le misure alternative al carcere che non sempre vengono concesse, nonostante la pandemia in corso.
"Non voglio limitarmi a dare nomi e a dare numeri. Però proprio i numeri servono a far prendere coscienze anche in questo periodo eccezionale dove credo sia necessario, dove è possibile, adottare misure alternative al carcere". La vicenda è seguita anche da Pietro Ioia, garante del comune di Napoli, anche lui contattato dalla famiglia del detenuto.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 18 aprile 2021
I numeri Gdf. Da marzo a dicembre 2020 emersi oltre 2mila contesti a rischio. Nei primi sei mesi dell'anno scorso i blocchi di beni sono più che raddoppiati. Con il Covid-19 dilaga l'usura. Dopo gli allarmi, ecco i primi dati: dal 2019 al 2020 i denunciati passano da 100 a 130, gli arrestati da 80 a 100.
E nel 2021 si sono già concluse alcune indagini di polizia giudiziaria. I numeri sono della Guardia di Finanza al comando del generale Giuseppe Zafarana. Le denunce sono sempre troppo poche, gli usurai restano nell'ombra di un mondo sommerso. Ma gli investigatori adesso intravedono uno scenario molto più ampio. In base al sistema antiriciclaggio, sotto la lente degli analisti Gdf c'è una massa enorme di segnalazioni di operazioni sospette. Dove balzano all'occhio i cosiddetti "indici di anomalia".
Spunta così un altro dato nella caccia della polizia economica e finanziaria. Da marzo a dicembre 2020 sono emersi oltre 2mila "contesti" già sviluppati o in corso di approfondimento. Obiettivo: accertare i tentativi di infiltrazione della criminalità nell'economia. Secondo i finanzieri in questi "contesti" potrebbero emergere anche pratiche usurarie. Il modello criminale, del resto, è collaudato. Vale a maggior ragione con la crisi di liquidità di migliaia di imprese e famiglie a causa della pandemia.
Nei radar dei militari al terzo reparto del Comando generale Gdf, guidati dal generale Pino Arbore, ci sono tracce e segnali ripetuti. "La minaccia è concreta e sempre più attuale - spiega il generale Arbore - vista la capacità delle organizzazioni criminali di fornire liquidità istantanea alle imprese in difficoltà. Salvo poi richiederne la restituzione applicando tassi non sostenibili".
I casi giudiziari, dunque, vanno riletti. Sono indice di fatti più ampi. Documentano l'evoluzione delle strategie malavitose. Più raffinate, più spietate. A Bari, per esempio, i finanzieri hanno scoperto "l'usura di prossimità". In due procedimenti penali sono emersi oltre ioo soggetti. L'usura e l'estorsione hanno colpito piccoli imprenditori e famiglie in stato di bisogno. Certo, si ritrovano criminali riconducibili ai sodalizi mafiosi storici del capoluogo e dell'area metropolitana pugliese. Ma l'organizzazione malavitosa era più estesa. La Gdf ha scovato soggetti in campo per proporre offerte "porta a porta" di prestiti illegali a persone impossibilitate ad accedere a forme di credito legale. Difficile accada soltanto a Bari.
I tassi applicati dagli usurai hanno percentuali che fanno orrore. Il nucleo di polizia economico finanziaria di Napoli l'anno scorso ha messo le manette a tre soggetti indiziati, a vario titolo, di usura ed estorsione ai danni di nove imprenditori in attività tra Campania, Toscana, Lombardia e Veneto. I prestiti usurari raggiungevano il 275% su base mensile. A Firenze, in pieno lockdown, per cifre modeste è arrivata una richiesta di interessi del 300% insieme a minacce e intimidazioni.
A Como tre criminali agivano in modalità separata: approfittavano dell'esposizione finanziaria di un imprenditore e prestavano con tassi a strozzo di intensità variabile, dall'8o% fino al 600%. E di nuovo a Bari: un'anziana donna, in gravi difficoltà economiche, ha denunciato alla Guardia di Finanza di essere stata vittima di usura da parte di diversi aguzzini.
La ricostruzione del giro di prestiti usurari ha fatto scoprire l'incredibile: gli interessi lievitavano fino al 5000% della somma corrisposta. La lista delle città dove le Fiamme gialle sono intervenute per l'usura non si ferma qui. Sono già segnate Bergamo, Catania, Reggio Calabria, Torino, Palermo, tutte sedi di operazioni di polizia giudiziaria con le procure della Repubblica. Ne spunteranno altre. Non c'è dubbio. L'allerta così ha assunto connotati politici. Paolo Lattanzio, deputato Pd in commissione Antimafia, mette un punto fermo sul fenomeno nella recente relazione intermedia del comitato "per la prevenzione e la repressione delle attività predatorie della criminalità organizzata durante l'emergenza sanitaria".
Lattanzio nota come in base ai dati Gdf "nei primi sei mesi del 2020 il valore dei sequestri è più che raddoppiato rispetto all'analogo arco temporale del 2019 - si legge nel documento - in non pochi casi l'usura è maturata in un contesto molto prossimo se non contiguo ad ambienti di criminalità organizzata".
La relazione di Lattanzio sottolinea "il rischio di vedere accrescere nei confronti delle mafie il consenso sociale da parte delle persone prive di effettive fonti di reddito". Un pericolo "indotto dal c.d. "welfare criminale" caratterizzato - ricorda il testo parlamentare - da vere e proprie forme dí sostegno materiale ed economico di "prossimità". Martedì prossimo alla Giornata della Legalità promossa da Confcommercio, presente il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, sarà presentato un nuovo report sull'usura. Sottolinea il generale Arbore: "Stiamo moltiplicando i nostri sforzi. Il pericolo delle infiltrazioni criminali è incombente".
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 18 aprile 2021
Quello che è accaduto a Giovanna Boda, la dirigente Miur indagata che dopo un volo dal secondo piano lotta tra la vita e la morte, "è molto più che un atto scellerato", ci mette in guardia dagli uffici del terzo piano del Ministero uno dei suoi più stretti collaboratori. È l'atto deliberato che mette inusitatamente in luce, per la gravità del gesto drammatico e inatteso con cui è culminato, un sistema. Un sottofondo che forse nessuno voleva smuovere. Ma che adesso si è smosso e rivela rapporti, relazioni e interessi contrastanti.
Giovanna Boda "è sempre stata la persona più in vista di quel Ministero, con la maggiore proiezione esterna. Ma non è stato un attacco ad personam", ci dice Marco Campione, che era nella segreteria tecnica di Faraone al Miur e conosce i meandri delle segrete stanze. Una dirigente iperattiva, fortemente connessa con il mondo cattolico, impegnatissima sul fronte dell'antimafia (a sua particolare regia le "Navi della Legalità", e tutte le iniziative dei giovani in memoria di Giovanni Falcone), particolarmente vicina a Maria Stella Gelmini e a Paola Severino ma ancora più in alto, saldamente legata al Quirinale. Prima con Napolitano e poi con Mattarella, ha stretto a doppio filo le agende dei due presidenti della Repubblica con quelle degli impegni Miur a sua firma: le inaugurazioni degli anni scolastici, le visite alle scuole, soprattutto in Sicilia, le manifestazioni antimafia, le scolaresche ricevute nei saloni del Quirinale e ancor più spesso, di recente, l'apertura dei giardini: Giovanna Boda era anche il saldo e costante trait-d'union tra Colle e giovani. Una dedizione appassionata ricambiata negli anni con le due onorificenze quirinalizie assegnatele: Ufficiale all'ordine del merito della Repubblica nel 2010, Commendatore dell'Ordine al merito "di iniziativa del Presidente della Repubblica" nel 2014.
Sulle carte, si legge di una inchiesta asimmetrica dai numeri inverosimili, condita sui giornali dai brogliacci passati ad arte: intercettazioni che in verità parlano di innocenti incroci di date per le riunioni con Luca Palamara. Ma le si fanno uscire in un momento in cui il solo citare Palamara mette in difficoltà l'intercettato. Ed ecco che l'operazione-show, con le tre visite degli agenti in divisa che le sequestrano oggetti personali, entrandole in casa, le fanno evidentemente balenare l'idea che sia arrivato da chissà dove un certo input. "Nel palazzo c'era una ostilità forte da parte di alcuni, e una notevole invidia, perché da direttore ha sempre dovuto gestire budget importanti", ci dicono dal suo staff.
Eppure le accuse di cui si è a conoscenza sono fumose, vanno a insistere su due affidamenti sotto soglia: spiccioli che sempre si ritrovano per mille voci di acquisto nella Pubblica amministrazione; quelle cose che se si vogliono far emergere, si possono trovare un po' ovunque si cerchi. E che per quanto siano legittime, stendono il mattarello sul dubbio fino a farlo diventare sospetto. Dunque la domanda è oggi chi aveva interesse ad attaccare e far cadere un pilastro del Ministero così apprezzato. E c'è da guardare meglio alla rete delle relazioni che riguardano non solo Giovanna Boda ma quella di suo marito Francesco Testa, Procuratore capo a Chieti. Il suo secondo marito. Della cui nomina si era occupato il Csm nel 2016. Pare che della sua promozione si fosse interessato Legnini, pur dietro le quinte. L'ex vice presidente Csm, abruzzese, aveva detto: "Per quella Procura dovete scegliere il migliore, dev'essere una nomina inoppugnabile". Tant'è. Chi tifava per Testa ha citato i 12 anni che ha passato a Catania come pm tra inchieste di mafia ed esperienza sulla digitalizzazione.
Poi la chiamata a Roma, al ministero della Giustizia, ai tempi del Guardasigilli Paola Severino dove tiene i rapporti con il Csm. Infine l'Onu a Vienna. E Testa è arrivato a Chieti, negli stessi anni in cui a Roma Giovanna Boda veniva prestata dal Miur alla Presidenza del Consiglio. Con Renzi, o meglio con Maria Elena Boschi. Tanto che qualcuno attribuisce a quel passaggio la fonte delle inimicizie cresciute negli ultimi tempi. "Al Miur era dirigente di prima fascia, è andata alle Pari Opportunità con Boschi, diventando Capo dipartimento", ci dettagliano dagli uffici di viale Trastevere. E ha iniziato a essere più che invidiata, invisa inconfessabilmente a molti. Ieri a lei ha dedicato un pensiero Matteo Renzi: "Un Paese civile oggi si farebbe delle domande: come si può permettere che la gogna mediatica stritoli la vita delle persone, indipendentemente dall'accertamento della verità che come sappiamo è sempre lungo e complicato? Non ho letto nessuna riflessione su questo tema, in questi giorni, e me ne dolgo".
Anche Maria Elena Boschi ha reso noto su Facebook il suo dolore: "Quello che è successo è assurdo, violento, ingiusto. Il cuore e la mente sono a fianco di Giovanna". Che al momento di lanciarsi giù dalla finestra era nello studio legale di Paola Severino, cui era legata e che aveva collaborato a lungo con suo marito. Quali intrecci stavano cercando di ricostruire quando Giovanna Boda ha deciso all'improvviso di tentare di togliersi la vita? Forse è da lì che si può ripartire per capire meglio chi tira i fili.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 18 aprile 2021
"C'è molta trepidazione, ansia, ma anche tanta gioia. Don Fausto era una persona eccezionale. Nella notte tra il 22 e il 23 marzo 2020 è venuto a mancare non solo un uomo, un religioso, limpido esempio di umanità evangelica, ma una risorsa per l'intera istituzione penitenziaria, per l'amministrazione, un punto di riferimento per tutti i soggetti che a vario titolo interagiscono con la nostra comunità".
La voce della direttrice della Casa circondariale di Bergamo, Teresa Mazzotta, è rotta dalla commozione nel ricordare la figura di don Fausto Resmini, cappellano per oltre trent'anni dell'istituto lombardo, scomparso poco più di un anno fa per le complicanze causate dal covid-19, all'età di 67 anni. Al sacerdote, lunedì prossimo, verrà intitolato il carcere alla presenza del ministro della Giustizia, Marta Cartabia, e del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Bernardo Petralia.
"La sua capacità di entrare in empatia con i detenuti non aveva eguali" racconta la direttrice, sottolineando che don Fausto: "Era il padre spirituale con cui rivedere in senso critico una condotta censurabile o consolidare la fede in un momento di difficoltà. L'amico a cui confessare ansie e timori o su cui contare per far fronte a situazioni di indigenza. Diventava supporto anche per le famiglie delle persone private della libertà personale".
Nato a Lurano, un piccolo centro in provincia di Bergamo il 7 aprile del 1952, frequenta il patronato di San Paolo d'Argon fin da piccolo e qui comincia il suo percorso formativo, proseguito poi presso il Centro di Sorisole. Poi la scelta della Cattolica di Milano, frequentando la facoltà di giurisprudenza e dopo circa un anno i corsi di Teologia nel seminario di Bergamo. Ordinato sacerdote nel 1978, fonda la comunità Don Lorenzo Milani grazie all'aiuto di alcuni ragazzi che aveva seguito come assistente educatore e che lo affiancheranno per tutti gli anni successivi.
Nel 1987, la prima volta come volontario nel carcere di Bergamo. Entra così in contatto con il mondo penitenziario degli adulti, incontrando persone che avevano sbagliato ma che, al tempo stesso, mostravano fragilità ed erano bisognose di conforto. "Quei poveri di spirito protagonisti del Discorso della montagna ai quali avrebbe dedicato tutta la sua vita" riprende la direttrice.
Don Resmini è stato ricordato anche dal presidente del Consiglio dei ministri Mario Draghi, il 18 marzo scorso, in occasione della cerimonia in ricordo delle vittime del Covid tenutasi proprio a Bergamo. Il presidente del Consiglio lo inserì a pieno titolo nelle figure "simbolo di resistenza civile", definendolo "prete degli ultimi". "Con lui rendiamo omaggio ai sacerdoti della diocesi bergamasca deceduti per il virus" ha detto Draghi nell'occasione.
Cappellano a Bergamo dal 1992, il sacerdote si è molto adoperato nell'accompagnamento dei detenuti, durante la fruizione dei permessi premio con un lavoro, di raccordo con la magistratura di sorveglianza "esplicitando chiaramente gli obiettivi del suo operato, cioè favorire le relazioni tra genitori e figli minori". In questo, continua Mazzotta "ha lavorato per sostenere i momenti di aggregazione familiare anche all'interno del carcere". Quanto al rapporto con i ristretti, don Fausto credeva nel recupero individuale e sociale delle persone private della libertà personale. "Attraverso un dialogo costante e prendendo le mosse dal trauma conseguente all'ingresso in istituto, senza voler influire sulla libera scelta dell'individuo, interagiva con lui alla stregua della maieutica socratica, ne sollecitava un'autonoma presa di coscienza di eventuali errori e delle conseguenze pregiudizievoli che ne erano derivate in un'ottica di liberazione dal peso della sofferenza. Trasmetteva valori che partivano dal rispetto verso sé stessi e verso gli altri, alleviando così la sofferenza nella prospettiva del futuro reinserimento sociale".
La sua missione guardava con attenzione anche a chi lavorava in carcere (agenti di Polizia penitenziaria e personale amministrativo): "Costruiva un secondo rapporto di collaborazione fondato sulla fiducia, sul rispetto, sulla stima" rivela Mazzotta. "Era un punto di riferimento anche per progettualità specifiche sul benessere del personale stesso. Una presenza costante in manifestazioni ufficiali. Ricordo, ad esempio le feste della Polizia penitenziaria officiate all'esterno della struttura dove pronunciava sempre parole che davano lustro e prestigio al corpo. Costruiva rapporti con i singoli, oltre che con le loro famiglie. Aveva sempre per tutti parole di conforto ed incoraggiamento".
La direttrice, infine, ricorda il suo rapporto di stretta collaborazione con don Resmini: "All'ingresso in istituto era solito passare sempre dal mio ufficio e oggi ho la sua foto che mi sorride e avverto il suo sostegno e il suo conforto, anche se confesso che mi mancano veramente i suoi saggi consigli. Mi manca l'impossibilità di condividere con lui un'idea, un progetto. Tutti noi oggi condividiamo il ricordo di un grande uomo, di un grande sacerdote. Egli ha voluto massimamente tra queste mura mettere a profitto il suo impegno a favore del prossimo. La prospettiva della realizzazione della dignità della persona è stata la finalità che ha contrassegnato la vita e la sua opera".
Il Fatto Quotidiano, 18 aprile 2021
L'uomo non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".
È stato condannato a 4 mesi di carcere dal Tribunale di Torino, ma nessuno sa quale sia il suo nome, né quanti anni abbia o dove sia nato: di fatto, un fantasma. L'uomo infatti non ha mai declinato le proprie generalità durante i controlli della polizia, al punto che negli atti consegnati al suo avvocato d'ufficio per questo processo, dove era imputato per resistenza a pubblico ufficiale, è stato indicato come "sconosciuto".
Il "fantasma" è stato arrestato lunedì 15 marzo, in via Cernaia a Torino da una volante della Questura. "Gli avevamo solo chiesto - ha raccontato l'assistente di polizia intervenuto - di mettere la mascherina, visto che non la stava indossando. È diventato aggressivo e violento. Capiva l'italiano, ma ci insultava in francese.
Un atteggiamento inspiegabile, perché con sé non aveva armi, droga o cose del genere. In Questura ha dato ancora in escandescenze e non ha voluto dirci chi era. Sembrava che vivesse in un mondo tutto suo e non volesse essere disturbato. Uno arrabbiato con il sistema". L'uomo non è nuovo a fatti analoghi, come è emerso dalle analisi delle impronte digitali. "Non mi era mai capitato niente del genere - ha commentato il suo avvocato, Paola Giusti - avessi avuto contatti con lui forse avrei gli elementi per chiedere una perizia psichiatrica, ma è un fantasma".
di Antonella Scarcella
bolognatoday.it, 18 aprile 2021
Antonio Ianniello, Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, lancia un appello: "Fate presto". Mentre fuori si ricomincia a parlare di riaperture, dentro, nelle carceri, di ritorno alla normalità e vaccini sembra non se ne occupi ancora nessuno. La denuncia arriva per voce del Garante per i Diritti delle persone private della Libertà personale del Comune di Bologna, Antonio Ianniello, che lancia un appello: "Fate presto".
La vaccinazione, infatti, vista la mancanza di spazio e il conseguente sovraffollamento, alla Dozza oltre 200 detenuti in più, è fondamentale per prevenire la diffusione del contagio ma, perché no, propone il Garante, anche valutare di ridurre la pena detentiva in relazione al periodo trascorso in carcere durante la pandemia potrebbe essere una soluzione.
"La specificità del locale contesto penitenziario in cui l'emergenza sanitaria ha fatto irruzione è nota: una preesistente e cronica condizione di sovraffollamento (attualmente presenti oltre 700 persone a fronte di una capienza regolamentare di 500) per la quale l'impossibilità strutturale di poter instaurare quel distanziamento fisico necessario alla tutela della salute delle persone può incidere sull'aggravamento del rischio sanitario, anche potendo evidentemente fungere da acceleratore della diffusione del contagio", scrive il Garante.
"Manca quella risorsa essenziale e preziosa che (anche) nella situazione data è lo spazio, e di conseguenza la saturazione degli spazi detentivi può essere all'ordine del giorno proprio perché la disponibilità di spazio è la condizione necessaria per riuscire a garantire l'attivazione degli interventi di prevenzione e contenimento della diffusione del contagio, restando ferma, in questa ottica, la necessità di deflazionare la popolazione detenuta".
"Così - continua - proprio nel momento in cui per la società esterna s'iniziano a intravedere prospettive concrete di riapertura, l'auspicato e graduale ritorno alla normalità in carcere resta per il momento ancora al palo e incerto. Perché, lo si torna a ricordare, l'emergenza sanitaria ha comportato l'accentuazione del profilo meramente custodiale della detenzione, avendo le attività trattamentali (e gli ingressi della società esterna, compresi i contatti in presenza con i congiunti) risentito di (necessarie) sospensioni e riduzioni, anche connesse all'andamento del contagio all'interno. In tale dimensione anche l'irrigidimento delle condizioni detentive, seppur necessariamente correlato a esigenza sanitarie, ha davvero raggiunto profili piuttosto accentuati".
"In un simile contesto - ragiona Ianniello - avrebbe un significato particolare se nelle sedi competenti s'iniziasse a valutare l'opportunità di concedere una riduzione della pena detentiva correlata al periodo trascorso in carcere durante il tempo dell'emergenza sanitaria, nella misura che si riterrà concretamente più adeguata.
La campagna di vaccinazione resta lo snodo fondamentale per mettere in sicurezza la locale comunità penitenziaria così che possa davvero partire un percorso verso un graduale ritorno alla normalità, anche per le persone detenute. Sin dal principio la campagna di vaccinazioni aveva interessato le professionalità sanitarie che operano all'interno del carcere e nei mesi scorsi aveva riguardato anche gli operatori penitenziari (e anche parte dei volontari), in questo caso non ancora completata".
"Le recenti indicazioni della struttura commissariale hanno individuato le attuali priorità vaccinali nelle fasce d'età e nelle categorie fragili (over 80, persone estremamente fragili, disabili gravi). Anche a livello regionale si resta in attesa di ulteriori indicazioni da parte della struttura commissariale per capire come organizzare il piano d'intervento vaccinale per le persone detenute, restando ovviamente ferma la necessità di adeguate forniture di dotazioni vaccinali. L'auspicio - conclude il Garante - in ragione dei profili accennati, è che si possa fare presto".
di Daniele Mencarelli
Corriere della Sera, 18 aprile 2021
I pazzi fanno paura. Perché colgono i precipizi dell'esistenza, perché li affrontano, per come lo può fare un essere umano, senza armi, difese. I pazzi fanno paura. Da sempre. Per sempre. Guardano quello che gli altri, i normali, non riescono a sostenere con lo sguardo. E alla fine si bruciano. Dal troppo dolore. Ma la malattia mentale non può essere una narrazione sempre uguale a sé stessa. Nulla che appartenga all'umanità è veramente immutabile, figuriamoci i suoi mali, visceralmente intrecciati a tempi e luoghi del vivere. L'arte, quando è vera, sa cristallizzare l'umano all'infinito. Lo eterna. Ognuno di questi scatti vibra di esistenza.
Un milione di persone per una Asl - I malati che vedrete vi rimarranno addosso, incastrati negli occhi, continueranno a parlarvi per giorni. Partiamo dall'arena. Asl Roma 1. L'azienda sanitaria locale che copre quasi interamente tutta Roma Nord. Una popolazione residente di oltre un milione di persone, pari al trentasei per cento dell'intera Capitale, quasi duecentomila immigrati regolari, il quaranta per cento e oltre dell'intero bacino dell'area metropolitana.
Nel territorio della Asl Roma 1 insistono due carceri, la Casa circondariale di Regina Coeli, con ottocento reclusi e un turn over di circa cinquemila detenuti l'anno, e l'Istituto di pena minorile di Casal del Marmo, settanta detenuti di età compresa tra i 14 e i 25 anni. Ecco la scena di questa perlustrazione per immagini e parole. Nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità. I luoghi non sono disposti in un ordine orizzontale, non sono tutti uguali. A luogo corrisponde gravità, momento, fase della vita del paziente.
Gli acronimi del disagio mentale - Procediamo in ordine di gravità. SPDC. Servizio psichiatrico diagnosi e cura. Sono i reparti ospedalieri, quelli che accolgono i TSO, cioè i pazienti sottoposti a trattamento sanitario obbligatorio. Il TSO, introdotto dalla legge Basaglia, viene comminato con un iter giuridico molto preciso che prevede anche il coinvolgimento del comune di residenza del soggetto. Ma gli SPDC non accolgono solo TSO, più in generale servono come primo contrasto alla fase acuta della malattia, nel momento di crisi, quando un malato può essere pericoloso per sé e per gli altri. Per fortuna, le fasi acute non sono la norma. Il paziente psichiatrico viene preso in cura, attraverso il coinvolgimento della ASL di appartenenza, in quelli che oggi vengono chiamati CSM. Centri di salute mentale. Ex CIM. Centri di igiene mentale. "Spdc, Csm, Rems... nella lotta contemporanea alla malattia mentale gli acronimi la fanno da padroni. Uno per ogni luogo di cura, creato con precise finalità"
Nel CSM i pazienti strutturano cure e terapie, attività di reinserimento sociale, di convivenza e relazione con gli altri pazienti e la comunità. In un certo senso, gli SPDC sono una prima linea del conflitto, mentre i CSM rappresentano l'ordinaria attività di cura del paziente. A queste due strutture se ne aggiungono altre, come le comunità, le case-famiglia, strutture che accolgono stabilmente il paziente psichiatrico, a cui offrono oltre al vitto e all'alloggio tutte quelle possibilità di scambio e relazione utili al suo miglioramento terapeutico. In un altro ambito ci sono i REMS, ovvero le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza. Quelli che una volta erano i manicomi criminali, dunque, i luoghi dove curare i pazienti che stanno scontando una condanna per reati di vario genere. La vita di un malato mentale trascorre dentro questi luoghi.
I luoghi di eccellenza e le realtà devastate - E va detta una cosa per amore di verità, che vale per la Asl Roma 1 come per tante altre sparse sul territorio del nostro Paese. Esistono luoghi d'eccellenza, dove il paziente è in primis un individuo, dove l'empatia è la pratica terapeutica fondamentale, il primo farmaco, medici e personale assistenziale dedicati realmente alla loro professione.
Di contro, esistono realtà totalmente devastate, nei luoghi e nelle persone che le animano, dove il malato è in buona sostanza il proprio male, non una persona che ha sviluppato una patologia ma che rimane innanzitutto degna d'ascolto e attenzione. Purtroppo, come spesso capita nelle narrazioni dominanti, è il brutto, il malfunzionante, a essere portato come norma, a diventare nell'immaginario collettivo la verità definitiva.
Pazzia è restare fedeli a certe narrazioni - Già. Le narrazioni. Spostiamoci dai luoghi alle nuove cause scatenanti, quelle maggiori, che tanto impattano sulla proliferazione delle patologie psichiatriche. Non solo per la malattia mentale, cambiare il racconto di certi fenomeni della nostra vita diventerà fonte di sopravvivenza vera e propria. Perché rimanere fedeli a certi racconti vuol dire, questo sì, essere veramente pazzi. Due sono i temi che hanno oggi enorme influenza nell'esplosione della patologia psichiatrica. Il primo è l'uso di sostanze. Il secondo l'immigrazione. Il rapporto tra uso di sostanze e lo sviluppo di patologie è vicino all'uno su uno.
Dipendenze, i pazienti "doppia diagnosi" - I pazienti definiti Doppia diagnosi, quelli che presentano contemporaneamente patologia e dipendenza, sono sempre più numerosi. Chi vive e lotta sul campo della malattia mentale sconta le tante narrazioni mendaci. Novecentesche. Droghe leggere e pesanti. Legali e illegali. Il presente racconta un'altra storia. Una storia di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando magari lo Xanax della madre, per poi passare alla Ketamina, mischiarla con il Viagra per avere la performance sessuale che si vede in rete. "Storie di adolescenti che iniziano a frequentare le sostanze rubando lo Xanax alla madre, per poi passare alla ketamina. Il rapporto fra uso di sostanze e patologie è vicino all'uno a uno"
Quel che si dice sugli effetti della droga - Riformulare totalmente la narrazione sulle sostanze. Questo sarà uno dei grandi compiti del prossimo futuro. Mettere al centro il soggetto, partendo da un dato banale per quanto vero. Non esistono sostanze leggere o pesanti. Date una nocciolina a un allergico alle arachidi e rischierà di morire davanti ai vostri occhi. Lo stato dell'arte della malattia mentale oggi fa dell'immigrazione una causa scatenante seconda giusto alle dipendenze. Sembra lo scherzo di un Dio bizzarro.
Dopo tanto penare, dopo aver ingoiato ogni genere di sofferenza, arriva la malattia, come una cicatrice sulla pelle che ricorda a queste persone tutto il passato, divenuto patologico presente. Cambiano le cause e cambiano le terapie, gli obiettivi della cura. La moderna psichiatria punta a normalizzare il malato mentale. Per anni il concetto è stato quello della riserva indiana. Costruire aree sostanzialmente isolate, al di fuori delle comunità dei sani, dove far vivere e interagire i pazienti fra loro, una specie di sub-umanità autoriferita, con le proprie regole sociali. Non è più così.
Reintrodurre il paziente nel contesto territoriale - Oggi la scommessa è di reintrodurre progressivamente il paziente nel proprio contesto territoriale, farlo vivere in autonomia, in appartamenti creati con queste finalità, non ultimo il reinserimento nel mondo del lavoro. Un lavoro vero, retribuito, non le tante attività, nobilissime ma poco remunerative, che per anni hanno svolto i malati.
I "normali" che evitano dolori inutili - Anche in questo caso le narrazioni intervengono eccome. Facile riempire di bisogni un uomo che naviga a vista, privo di una vera relazione con la sua identità. L'uomo normale evita i temi che dal suo punto di vista non solo non troveranno mai risposta, ma che danno come unica certezza la produzione di un dolore al dunque inutile. Facendo questo si convincono di aver debellato il dolore e, cosa ancora più grave, di dominare la propria natura. I pazzi fanno il contrario. Vivono in feroce devozione della propria natura, come falene che non riescono a controllare l'attrazione per la luce, con l'unica certezza di bruciarsi. Ma tra un uomo troppo fedele a sé stesso, al punto d'impazzire, è un altro totalmente distaccato da ciò che è nel profondo chi scegliere? Può esistere una mediazione sana? Sì. Certo. Ma per arrivare a questo compromesso non possiamo pensare che la psichiatria sia l'unica materia da utilizzare, l'unica disciplina possibile.
L'uomo contemporaneo ha dismesso lingue fondamentali, che servivano proprio a quell'esercizio mai del tutto realizzato che si chiama conoscenza di sé. La letteratura, in particolare la poesia. La filosofia. Le religioni. Sterminati campi del sapere dove dare sfogo alla propria ricerca esistenziale. Invece di censurarla, negarla, entrare davvero in ascolto della nostra natura, natura come limiti con cui convivere, fragilità da rispettare anziché combattere. Ma per farlo occorre togliere dalla teca della storia le lingue di cui sopra, pompare nelle loro vene sangue fresco.
Oggi l'automatismo tra malessere e patologia psichiatrica è diventato assolutamente naturale. Il ricorso alle cure mediche non arriva più dopo aver percorso tutte le altre vie per così dire ordinarie, ma è il primo a cui approdare di fronte al malessere. Il primo e l'unico possibile. A riprova della progressiva patologizzazione delle nostre vite basta dare ascolto alla lingua oggi in uso e alla quantità di termini medici, in particolare psichiatrici, che hanno preso il posto di altre parole totalmente disperse. Passate qualche ora ad ascoltare i vostri figli. Fobia, ansia, paranoia, panico, sono termini che ne hanno soppiantati altri, come paura, timore, preoccupazione. Parliamo per come viviamo.
Confondere anche l'amore per disturbo - Anche sotto questo aspetto, non abbiamo altra scelta che tornare alle tante e meravigliose lingue che ci hanno condotto per mano lungo tutta la nostra storia. Senza di esse, l'uomo procederà sempre di più verso una condizione di malattia generalizzata, un malato cronico che confonde anche l'amore per disturbo. Perché un approccio terapeutico, per quanto illuminato, così come il farmaco più giusto, non bastano a fare di un individuo un individuo sano. E nel profondo di ognuno di noi, questa consapevolezza resiste. Basta guardare gli occhi dei pazzi che vivono in queste fotografie. Oltre l'apparente bruttura, l'emarginazione, i corpi segnati dalla sofferenza, ci raccontano un dolore che vive anche dentro di noi. Basta avere il coraggio di guardarlo.
di Marco Revelli
Il Manifesto, 18 aprile 2021
Di avidità parla tutta la vicenda del pessimo andamento della campagna vaccinale europea. Avidità dei signori di Big Pharma, che lautamente finanziati dai poteri pubblici privatizzano spudoratamente i profitti, riservando dosi ai migliori offerenti anche a borsa nera, e tradiscono impunemente impegni contrattuali selezionando ad arbitrio i sommersi e i salvati.
"Greed is good!". Ricordate l'esclamazione di Michael Douglas alias Gekko in quel grande film di Oliver Stone, Wall Street, sul "denaro che non dorme mai": "L'avidità è buona!"? È tornata a risuonare in questi giorni, in una video-conferenza riservata per i parlamentari inglesi, per bocca di Boris Johnson che si è lasciato andare a proclamare che la vittoria sul Covid, ottenuta col vaccino, la si deve a "capitalismo e avidità".
Non ha detto, il premier inglese, che a quella stessa avidità è dovuto il record di morti da lui collezionato in Europa nella fase precedente in cui il virus era lasciato correre a briglia sciolta pur di non sacrificare il business. E poi ha anche dovuto invocare la cancellazione di quella voce dal sen fuggita, quando gli hanno fatto notare che l'Europa avrebbe potuto prenderla male, imputando appunto all'avidità britannica il proprio deficit di Astra Zeneca, che pure aveva finanziato abbondantemente (pare per il 95%) e che si è vista accaparrare dall'avidità d'oltremanica. E tuttavia, falsificante sulla questione della vittoria sul virus, l'avidità la dice lunga piuttosto sull'ideologia dei ceti dirigenti attuali, anche di quelli che se ne vergognano a nominarla.
Di avidità parla in realtà tutta la vicenda del pessimo andamento della campagna vaccinale europea. Avidità dei signori di Big Pharma, che lautamente finanziati dai poteri pubblici privatizzano spudoratamente i profitti, riservando dosi ai migliori offerenti anche a borsa nera, e tradiscono impunemente impegni contrattuali selezionando ad arbitrio i sommersi e i salvati. Avidità degli stati più forti nel tentativo di avviare trattative separate con i fornitori a scapito degli altri. E poi - allargando il campo - avidità dei Paesi ricchi, Europa in testa (che al Wto si è macchiata dell'imperdonabile crimine di votare contro la proposta dei paesi svantaggiati di sospendere il copyright dei farmaci antivirus) nei confronti di quelli poveri. Basta guardare la graduatoria globale delle coperture vaccinali, con in testa Stati Uniti e Gran Bretagna (con circa il 60% di popolazione vaccinata almeno con una dose) e al fondo la Nabibia (con lo 0,1) e lo Zambia (con lo 0%). Eppure tutti gli epidemiologi con un po' di sale in zucca dicono che se non si eradica il virus in tutto il mondo, non si sarà mai sicuri, rischiando che le varianti prosperino nelle periferie del globo.
Ma come si sa l'avidità è cattiva consigliera, sorella gemella del masochismo. Né si può dimenticare, infine, l'avidità dei Signori della terra, quello sparuto gruppetto di miliardari che mentre buona parte della popolazione mondiale arretrava, hanno continuato ad arricchirsi a dismisura: secondo l'ultimo rapporto Oxfam dedicato a Il virus della diseguaglianza, dal marzo 2020 la ricchezza dei 36 miliardari italiani classificati come tali è cresciuta di oltre 45,7 miliardi di euro, e quella dei miliardari mondiali ha raggiunto il record storico di 11.950 miliardi. Sempre secondo l'Agenzia i 540 miliardi accumulati dai primi 10 super-ricchi nel mondo nell'anno della pandemia sarebbero sufficienti a "garantire un accesso universale al vaccino e assicurare che nessuno cada in povertà per il virus".
Se poi dal campo largo del pianeta si scende alla scala minore di casa nostra, la musica non cambia. Non solo e non tanto per l'indecente spettacolo dell'arlecchinata regionale, ogni Governatore a sgomitare per contendersi i favori del generale logistico. Ma anche, e soprattutto, per il rischio mal calcolato delle riaperture e per la vicenda del Recovery Plan o, come si dice in politichese, del PNRR, ovvero di quel "piano nazionale" che nell'ostentare nella propria denominazione il tema della Resilienza (ovvero del ritorno di un oggetto contuso alla sua precedente forma) non promette niente di buono quanto a cambio di paradigma e di rimedio ai tanti precedenti errori che disseminano la vicenda del trionfo della logica d'impresa applicata al bene pubblico.
Vicenda grottesca nella sua opacità, se ancora oggi, a dieci giorni dalla scadenza, si sa poco o nulla dei suoi contenuti, sigillati nelle stanze di Palazzo Chigi e nei cassetti del ministro Franco, dopo che si era crocifisso il povero Giuseppe Conte perché non condivideva, quattro mesi fa, urbi et orbi, il proprio "plan". E dopo che l'unico materiale fornito al Parlamento (che l'opposizione di ieri, oggi in maggioranza, intimava di coinvolgere nella discussione) sono le schede elaborate da quell'Esecutivo dinamitato con l'accusa di reticenza sui progetti.
Bene, a guardare dentro la scatola nera custodita da Draghi, o meglio a tentare di interpretare i flebili messaggi che ne fuoriescono, s'intuisce che anche qui l'avidità abbia una parte consistente.
Che quel "tesoretto" per assicurarsi il quale la Confindustria di Bonomi e tutto l'esercito dei vecchi e nuovi depredatori del Paese aveva scatenato da subito la guerriglia contro il governo giallo-rosso, sembra ora molto, ma molto a loro portata di mano. Vorrà dire qualcosa che il primo atto, fulmineo, sia stato l'avvio di 57 grandi opere con annessi Commissari speciali, che sono lo strumento madre di tutte le speculazioni (qui si tratta di 83 miliardi). O che si parli di revisione delle procedure d'appalto?O che ancora si attivi la retorica degli "investimenti" in contrapposizione con i sussidi e o sostegni (unica forma per garantire la sopravvivenza alla galassia molecolare dei piccoli falcidiati da un anno di quaresima)? Vedremo cosa ne viene fuori quando l'uomo della provvidenza aprirà il suo tabernacolo. Ma che ne esca fuori un qualche spirito santo è lecito dubitare.
Corriere Adriatico, 18 aprile 2021
Prosegue l'impegno rivolto al sociale da parte della Fondazione Carisap che da sempre si esprime con azioni concrete anche a sostegno dei detenuti dell'Istituto penitenziario Marino del Tronto con il progetto "Il mio campo libero". L'iniziativa verrà attuata nell'anno in corso, e rientra nelle attività ideate dal CSI (Centro sportivo italiano) del comitato provinciale di Ascoli Piceno, presieduto da Antonio Benigni.
Il progetto si svolgerà presso il campo sportivo del carcere e prevede due appuntamenti di calcio settimanali (ognuno della durata di due ore) curati dall'istruttore Valentino D'Isidoro con il coinvolgimento dei detenuti di due sezioni diverse. La sezione "comune" occuperà il campo il giovedì (dalle 13 alle 15) mentre i detenuti della sezione "protetti e articolazione salute mentale" parteciperanno agli appuntamenti il martedì mattino (dalle 9 alle 11). Il sostegno della Fondazione Carisap, si trasforma in una grande opportunità per i detenuti del Marino in modo speciale per i reclusi della sezione "articolazione salute mentale" affetti da malattie di natura psichiatrica, per i quali l'attività fisica svolta all'aperto rappresenta un'occasione che rende migliore e più salutare la qualità della vita quotidiana. Il valore del progetto e della sua realizzazione resa possibile dalla Fondazione incide inoltre sul beneficio singolare e collettivo di tutti i detenuti che aderiscono all'iniziativa, sia per gli aspetti prettamente salutari psicofisici legati allo sport, che per combattere il rischio dell'alienazione sociale dettata dall'interruzione dei vari progetti svolti in presenza, così come nel rispetto delle norme anti-contagio Covid-19. Questo progetto si rende essenziale, in quanto è parte di una proposta molto più ampia che il Centro Sportivo Italiano intende attuare.
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