di Errico Novi
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Con l'intervento di stamattina al webinar organizzato dall'Unione Camere penali, la guardasigilli ha anticipato la forma che ritiene necessario dare al ddl in discussione alla Camera nei prossimi giorni: la speditezza andrà ottenuta "nel rispetto dell'articolo 111", il giusto processo appunto, "e dell'articolo 24", il diritto di difesa. Che non potrà essere la vittima da sacrificare in nome dell'efficienza.
Ricordate il dilemma giustizia? "Sia rapida, prima di tutto", intimano i benpensanti dell'efficientismo. Può quindi non essere innanzitutto giusta? Ieri Marta Cartabia ha rassicurato tutti: "È la Costituzione a richiedere che il processo sia giusto" oltre che "breve", ha ricordato al webinar intitolato appunto dall'Unione Camere penali "Di ragionevole durata soltanto se giusto". Cosa se ne può dedurre? Che nella riforma penale destinata a cambiare con gli emendamenti in arrivo la prossima settimana, Cartabia intende fare della rapidità non uno schiacciasassi con cui abbattere le garanzie difensive, ma una effettiva attuazione degli articoli 111 e 24.
Perché la guardasigilli ha tenuto a ricordare subito che il processo "breve" in quanto "giusto" è imposto "chiaramente dall'articolo 111 e, non dimentichiamolo, già dell'articolo 24". E l'articolo 24 della Costituzione riguarda appunto il diritto di difesa. Quindi, processo "di ragionevole durata" vuol dire sì giusto processo, ma a condizione che il diritto di difesa, l'articolo 24 appunto, non venga tradito. Un chiarimento utile alla vigilia della settimana di fuoco, quella che culminerà nel termine degli emendamenti alla riforma, fissato per venerdì prossimo. Cartabia sa cos'attende lei e la maggioranza. E sa che tutto sarà ancora più difficile ora che la Corte costituzionale ha imposto alla politica di occuparsi pure dell'ergastolo ostativo.
Allo stesso modo degli articoli 111 e 24, ha ricordato la guardasigilli al webinar dei penalisti, "i principi europei, specie quelli elaborati dalla Corte di Strasburgo, chiedono una tutela giurisdizionale effettiva e allo stesso tempo ragionevole nella sua durata". Di nuovo: se di irragionevole durata, il processo non può essere giusto. "La Costituzione", ha aggiunto Cartabia, "letta nella cornice europea, non potrà che essere, in ogni momento, punto di riferimento certo e sicuro per la nostra navigazione verso l'approdo delle necessarie riforme". Chiarissimo.
Anche quando a breve si parlerà di prescrizione, la rotta sarà già indicata dalla Carta: un giudizio d'appello potenzialmente infinito, com'è quello disegnato dalla norma Bonafede, non potrebbe mai essere giusto. "Mettere mano a una macchina tanto complessa quanto delicata come la riforma del processo penale", ha avvertito la ministra della Giustizia, "richiede pacatezza, approfondimenti, capacità di soppesare ogni proposta senza nascondersi dietro bandiere, slogan, richieste unilaterali. Il dialogo tra tutte le parti è", dunque, "indispensabile" e "in questo ministero ci sarà sempre un ascolto attento". Sulla necessità di evitare gli slogan e lasciarsi guidare dal diritto, Cartabia si dice d'accordo con l'Ucpi, che ne ha parlato nel documento con le proposte di modifica sul ddl penale inviato due giorni fa a via Arenula. Ma non tutto può essere risolto dalla procedura. Vale di sicuro per il civile, e il penale non fa eccezione: l'obiettivo di un processo più giusto ma anche più efficiente può essere raggiunto, ricorda la guardasigilli, "solo se si ricorre anzitutto a importanti interventi sul piano organizzativo". Altra notizia: "Chiederò al futuro capo dell'Ispettorato di essere veicolo di condivisione delle tante buone prassi già in atto in molti uffici giudiziari". Un preavviso a chi perseverasse, pur a fronte di statistiche favorevoli, nell'ignorare le best practices altrui.
Le parole della guardasigilli sono pesanti per i magistrati ma innanzitutto per i partiti. Non le commenta quasi nessuno. Uno dei pochissimi è il presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, e deputato M5S, Mario Perantoni, cioè l'arbitro della contesa che sta per iniziare: "Spero che le forze parlamentari soprattutto di maggioranza facciano tesoro delle parole della ministra", dice. Non ci si deve nascondere "dietro slogan", servono "approfondimento, ragionamento", non "provocazioni". Perciò Perantoni chiede di evitare "un inutile scontro politico". Incontestabile. Dal monito non potranno sentirsi esentati, d'altronde, i compagni di partito dello stesso Perantoni: il processo potrà essere non solo efficiente ma anche giusto, se con la prescrizione abolita rischia di diventare eterno?
di Viviana Lanza
Il Riformista, 17 aprile 2021
La mancata riforma della giustizia, i tempi eccessivamente lunghi del processo. E poi, il ricorso talvolta eccessivo che alcuni pm fanno della misura cautelare e la gogna mediatica che inesorabilmente scatta ogni volta che un sospetto investigativo si accompagna all'applicazione di una misura cautelare personale. Eccoli i nodi del sistema giudiziario, le origini di molti drammi degli innocenti in carcere. Eccoli i quattro temi da affrontare.
Da giorni Il Riformista ha puntato l'attenzione sul fenomeno degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, raccogliendo opinioni e riflessioni fra esponenti del mondo giudiziario, accademico, ecclesiastico. La somma delle considerazioni ha portato a stilare una sorta di elenco dei punti più critici del sistema giustizia. Che visti da un'altra ottica, quella più riformista, quella più attenta alle proposte per migliorare il futuro che alle lamentele per come si è sempre fatto in passato, possono anche essere viste come quattro possibili aree di intervento per trovare soluzioni al problema, ridurre il numero annuale degli errori giudiziari e fare in modo che sempre meno innocenti finiscano in carcere e alla gogna mediatica prima ancora di subire un processo vero e proprio. Quattro punti, dunque. Per definire lo scenario e trovare una possibile soluzione al dramma di chi finisce in cella senza aver commesso alcun reato.
Un primo punto riguarda l'uso della misura cautelare personale. La custodia cautelare è materia sulla quale il legislatore, negli anni, è più volte intervenuto per mettere paletti alle cosiddette "manette facili", eppure il problema continua ad essere uno dei nodi irrisolti del sistema. Sbaglia chi crede che sia una questione di nicchia, troppo marginale per richiedere una seria attenzione da parte dell'opinione pubblica. L'associazione Errorigiudiziari.com raccoglie da 25 anni i numeri sulle ingiuste detenzioni: i casi sono centinaia ogni anno e tra le città maglia nera Napoli è in cima alle classifiche ormai da anni. La custodia cautelare finisce per essere un'anticipazione della pena e quando al termine del processo si stabilisce che l'imputato è innocente, il periodo in carcere a cui lo si è condannato prima del tempo diventa uno sbaglio al quale è difficile rimediare.
Se a questo si aggiungono le lungaggini giudiziarie, cioè i tempi lunghi del processo - che è poi il secondo punto critico del sistema giustizia -, si possono immaginare le proporzioni drammatiche del fenomeno. Immaginate un innocente che finisce in carcere, con la carriera e spesso anche la vita personale irrimediabilmente segnate da questa esperienza. E immaginate che per dimostrare la propria innocenza questa persona dovrà aspettare la fine dell'iter processuale che in media in Italia può arrivare a durare anche dieci e più anni. È palese, come del resto dicono da tempo immemore tutti fra avvocati e magistrati, che un primo serio intervento deve riguardare i tempi del processo, quei tempi che sulla carta dovrebbero essere "ragionevoli" ma nella realtà sono quasi sempre biblici. Occorre dunque una riforma del sistema giustizia: e qui andiamo direttamente al terzo punto critico.
La mancata riforma degli ultimi anni è una delle cause all'origine di molti errori giudiziari: ora, guardando al futuro, è la riforma, quella organica della Giustizia, la chiave per snellire la selva di norme, alleggerire la burocrazia delle procedure e definire i casi giudiziari in tempi ragionevoli riducendo arretrati ed errori. Infine c'è la gogna mediatica: è il quarto nodo critico. Non fa parte delle disfunzioni interne al sistema giudiziario, ma ne è una diretta conseguenza. Basti pensare a quanto la presunzione di innocenza sia stato un principio troppo a lungo dimenticato quando, di fronte alla notizia di un arresto, seppure in fase cautelare e seppure sulla base di sospetti ancora non suffragati da alcuna prova, i giornali si sono fiondati a descrivere i dettagli più nascosti scovati tra le righe di intercettazioni trascritte e stralci di testimonianze, sbilanciando l'informazione sempre più a favore delle ricostruzioni investigative iniziali.
Occorre dunque uno sforzo collettivo per risollevare le sorti della giustizia e dei diritti di tutti. Intanto, la prossima settimana, sarà discussa alla Camera la proposta di legge presentata dal deputato di Azione Enrico Costa: "Si introduce una nuova e specifica ipotesi di responsabilità disciplinare per chi abbia concorso, per negligenza o superficialità, anche attraverso la richiesta di applicazione della misura della custodia cautelare, all'adozione di provvedimenti di restrizione della libertà personale per i quali sia stata disposta la riparazione per ingiusta detenzione". Si vedrà.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 17 aprile 2021
L'ergastolo ostativo spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Lega e Movimento 5 Stelle tornano a marciare insieme contro la modifica della norma. La Consulta spacca la maggioranza e ridisegna la geografia delle alleanze. Almeno su un tema, quello dell'ergastolo ostativo, su cui la Corte costituzionale ha concesso al Parlamento un anno di tempo per rimettere mano alle norme in vigore, considerate incostituzionali. E così, nel governo di tutti e di nessuno i partiti si posizionano liberamente sull'argomento in base alle proprie sensibilità: sull'ergastolo ostativo non c'è ragionamento di opportunità politica che tenga. L'alleanza tra Pd e M5S, ad esempio, può anche andare in malora, la differenza tra dem e grillini su argomenti legati alla giustizia è troppo profonda per essere colmata in pochi mesi: convinti della necessità di assecondare la Corte i primi, mossi dalla fede nella pena severa i secondi.
Così, potere della Consulta, risbocciano all'improvviso vecchi amori che il rancore sembrava aver sepolto, come quello tra Lega e Movimento, i coniugi del primo governo Conte finiti a scagliarsi l'argenteria addosso dopo il "tradimento" del Papeete. L'ergastolo ostativo potrebbe ridistendere gli animi. O così sembra ad ascoltare il punto di vista intransigente dei vecchi alleati. Anche se con sfumature e toni diversi, salviniani e contiani si schierano sulla stessa parte della barricata: l'ergastolo ostativo non si tocca.
"La nostra legislazione antimafia è la migliore al mondo, ed è stata scritta con il contributo di persone che hanno sacrificato la loro vita per servire il Paese", dice l'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, prima di annunciare: "Subito dopo il deposito delle motivazioni della decisione della Corte costituzionale, il Movimento cinque stelle presenterà una proposta di legge per proteggere e salvaguardare quell'impianto normativo che ha consentito di fare passi avanti enormi nella lotta alle mafie".
Bonafede è sicuro che in Parlamento il M5S riuscirà a trovare ampia convergenza sulla proposta pentastellata "in quanto la battaglia contro la criminalità organizzata di stampo mafioso è patrimonio comune a tutte le forze politiche". L'ampia convergenza auspicata dall'ex Guardasigilli, al momento si esaurisce però alle forze della destra. E neanche tutta, visto che Forza Italia esprime una posizione molto diversa dagli alleati. Salvini in compenso è perentorio: "Per mafiosi e assassini l'ergastolo non si tocca, dicano quello che vogliono. E basta", twitta senza giri di parole il leader della Lega. La Corte costituzionale, in altre parole, può dire ciò che vuole, con chi non collabora bisogna buttare la chiave, è il messaggio neanche troppo velato dei sostenitori della galera fino alla morte.
"Le indicazioni della Consulta vanno tenute nel doveroso conto ma con altrettanta chiarezza va riaffermato che la lotta senza quartiere a mafie e criminalità organizzate non può tradire incertezze o passi indietro", scrivono in una nota i parlamentari in commissione Antimafia del Carroccio. "Chi sceglie la via dell'illegalità e non sente alcuna necessità di pentimento, non può vedersi riconosciuti benefici", aggiungono, assicurando il contributo della Lega per rispondere alla Consulta, senza però mettere in discussione le proprie convinzioni: nessuno "spazio o ambiguità verso chi delinque impunemente".
Parole che sembrano rubate di bocca ai colleghi del Movimento impegnati in commissione Giustizia alla Camera, che a loro volta scrivono: "L'unico modo che il mafioso ha per ravvedersi è collaborare con la giustizia". Dare invece "la possibilità di accedere a benefici penitenziari e liberazione condizionale, in assenza di collaborazione, significa indebolire principi e capisaldi nella lotta alle mafie voluti, tra gli altri, da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino".
L'intransigenza pentastellata si scontra però con l'atteggiamento "laico" del Pd, convinto che non si possano ignorare le indicazioni della Corte costituzionale su un tema così delicato. "Il Parlamento non può rimanere ostaggio di chi pensa di dovere affrontare una questione così delicata con frasi superficiali del tipo "l'ergastolo non si tocca" o "la sentenza è una vergogna", dice il deputato dem Carmelo Miceli, componente delle commissioni Giustizia e Antimafia. Bisogna invece trovare il "giusto bilanciamento tra la funzione emendativa della pena e l'aspettativa di giustizia delle vittime, tra la tutela del principio di uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e la necessità di interrompere la pericolosità sociale che deriva dal carattere permanente del vincolo associativo mafioso", aggiunge Miceli. Tutto questo si può fare, conclude l'esponente Pd, "basta avere il coraggio e la determinazione di affrontare il dibattito senza cedere alla demagogia spicciola e al populismo sconsiderato".
di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 17 aprile 2021
Il rapporto tra politica e magistratura è complesso: i costituenti ne erano consapevoli e cercarono un equilibrio, da preservare anche grazie all'art. 82 della Carta. Il legislatore ha il diritto di valutare. E di studiare correttivi.
Chissà cosa penserebbero Palmiro Togliatti, Giovanni Leone, Gaspare Ambrosini, Piero Calamandrei, Meuccio Ruini, Giorgio La Pira, Aldo Bozzi, Luigi Einaudi, Tomaso Perassi, Aldo Moro, Ferdinando Targetti, Oscar Luigi Scalfaro, Giuseppe Dossetti, Giuseppe Grassi, Giuseppe Bettiol, Orazio Condorelli, Egidio Tosato, Francesco Dominedò e gli altri costituenti che dibatterono della disciplina della magistratura nella Costituzione italiana se leggessero le preoccupazioni di chi ritiene che il legislatore non possa occuparsi dello stato della giustizia con una commissione d'inchiesta parlamentare.
L'argomento autorevolmente sostenuto da ultimo da Gian Carlo Caselli si fonda sull'assunto che un'indagine parlamentare, di per sé solo, costituirebbe un attentato all'indipendenza della magistratura. Una motivazione piuttosto sorprendente, alla quale si sarebbe tentati di rispondere come spesso ci è accaduto di sentire da parte di esimi esponenti del giustizialismo nostrano per giustificare iniziative giudiziarie clamorose: "Male non fare, paura non avere".
In realtà il tema merita un approfondimento, anche per l'indiscussa autorevolezza del suo sostenitore. Il rapporto tra politica e magistratura è naturalmente un rapporto complesso. Una complessità di cui i costituenti, che ho sopra citato, erano assolutamente consapevoli. Le loro scelte, alcune delle quali volutamente provvisorie (come quella relativa alla mancata separazione delle carriere in attesa della trasformazione in senso accusatorio del processo penale), mossero, infatti, dalla constatazione dell'esistenza di una irriducibile tensione tra due obiettivi egualmente fondamentali: da un lato assicurare che la magistratura, in particolare quella giudicante, non fosse condizionata e influenzata da interferenze dell'esecutivo e, più in generale, degli altri poteri; dall'altro, però, evitare che essa divenisse un corpo separato, chiusa in se stessa e autoreferenziale.
Tutti i costituenti, dunque, anche se ciascuno a proprio modo, consideravano centrale l'esigenza di assicurare l'indipendenza della giurisdizione, prevedendo allo stesso tempo dei meccanismi di raccordo con gli altri poteri, per evitare che l'ordine giudiziario si estraniasse completamente dalla vita della nazione. Come ebbe a rilevare Giovanni Leone, che fu anche uno dei relatori nella Commissione dei 75 e rappresentante della Commissione stessa nel dibattito in Assemblea costituente, "lo scopo da raggiungere è quello di sganciare il potere giudiziario dagli altri poteri dello Stato, per evitare qualsiasi ingerenza, ma nello stesso tempo di impedire il crearsi di una casta chiusa della Magistratura".
In presenza di tale duplice rischio il dibattito costituente non fu affatto ideologico, ma ispirato a una consapevolezza laica della complessità e all'approccio pragmatico, fatto di approssimazioni progressive. Ad esempio, per la composizione del Csm il progetto di Costituzione prevedeva una composizione paritaria di membri laici e togati (proposta, tra gli altri da Calamandrei e Dossetti) sulla base della motivazione "di sottrarre la carriera dei magistrati all'influenza del Governo, e, poiché non si può farne una casta chiusa, di ammettere un controllo popolare".
Fu solo in Assemblea, in forza di un emendamento di Scalfaro e Nobile, che si introdusse la soluzione attuale, per altro, con una votazione molto risicata. Peraltro, come si sa, a fronte della garanzia di indipendenza della magistratura quegli stessi costituenti previdero un sistema di equilibrio fondato sulla previsione dell'immunità parlamentare.
di Liana Milella
La Repubblica, 17 aprile 2021
Enrico Costa di Azione propone lo "spazza-correnti", il voto singolo trasferibile, lo stesso sistema che il costituzionalista Massimo Luciani, al vertice del gruppo di lavoro che in via Arenula studia la riforma, ha già definito come una soluzione "assai adatta". Al Csm stanno già facendo i conti di chi, tra di loro, potrebbe restare per altri due anni dopo il 2022 quando l'attuale Consiglio dovrebbe andare a casa. Perché da via Arenula giungono spifferi sempre più insistenti sull'ipotesi che la ministra Marta Cartabia faccia sul serio con l'idea del "rinnovo parziale" del Consiglio. Ne aveva parlato - come ipotesi - sia alla Camera che al Senato davanti alle due commissioni Giustizia prima di Pasqua. Ma adesso il tam tam si fa sempre più insistente. Nella ormai prossima riforma del Csm e del suo sistema elettorale - in calendario nell'aula della Camera già a giugno - si potrebbe concretizzare anche la soluzione di rinnovare solo parzialmente il Csm, perché la metà dei consiglieri resterebbe in carica per altri due anni, garantendo in questo modo una continuità rispetto al ricambio totale. E per questo gli attuali consiglieri, già in questi giorni, fanno ipotesi su cosa accadrà l'anno prossimo. Magari un sorteggio potrebbe stabilire chi, tra di loro, resta, e chi invece va via. In un Consiglio che ha visto tre elezioni suppletive dopo le sei dimissioni per via del caso Palamara, potrebbe restare in carica anche chi è stato eletto dopo la votazione principale del 2018 per raggiungere comunque i due anni di permanenza.
Certo è che l'argomento del "rinnovo parziale" è - al momento - tra i più gettonati a palazzo dei Marescialli. Proprio perché chi ritiene di essere bene informato garantisce che il gruppo di lavoro istituito da Cartabia al ministero per studiare la riforma e gli emendamenti al testo dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede starebbe lavorando anche in questa direzione. Parliamo della commissione - ma Cartabia l'ha battezzata "gruppo di lavoro" - presieduta dal costituzionalista Massimo Luciani che, nel massimo riserbo, sta studiando le soluzioni possibili.
E neanche a farlo apposta, ecco un'altra coincidenza che sta creando scompiglio tra le correnti della magistratura sempre a proposito del Csm. Perché il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa, particolarmente vivace nel presentare proposte (suoi gli ordini del giorno sulla presunzione di innocenza, sul via libera del gip per i tabulati, nonché l'emendamento sulle intercettazioni per imporre il decreto di sequestro per agenda, foto e filmati nel cellulare spiato dal Trojan), stavolta ha calato la carta del "voto singolo trasferibile", un sistema elettorale che ha battezzato "spazzacorrenti". Perché, come spiega lui, "l'elettore non vota le liste, ma solo i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza, e può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma quei voti non avranno tutti lo stesso valore". Varrà il primo in senso assoluto, mentre il secondo e il terzo varranno di meno ma potranno saldarsi con quello che resta del primo, scombussolando del tutto il risultato.
Sapeva Costa che quella del "voto singolo trasferibile" era proprio la proposta che piace a Massimo Luciani? Infatti, non l'appena l'ha depositata alla Camera, più di un deputato ha avvicinato Costa per dirgli, "ma lo sai che al ministero stanno lavorando proprio su questo?". Eh già, perché il noto costituzionalista Luciani - che adesso non risponde neppure al telefono e si trincera dietro il più assoluto riserbo - parlò del "voto singolo trasferibile" in un forum di giuristi organizzato da "Quaderni costituzionali" nell'ottobre del 2020, i cui atti sono poi stati pubblicati il 2 gennaio di quest'anno. Dove il giudizio di Luciani è netto: "Trovo che sia una soluzione assai adatta".
Parere che, per esempio, non è affatto condiviso da un magistrato come l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati, uno dei più esperti sui sistemi elettorali per il Csm, come dimostra l'analisi contenuta nel suo libro sulla Storia della magistratura (Laterza). Il suo giudizio è netto: "Intanto non è affatto una proposta nuova. È stata il cavallo di battaglia di Mario Cicala (toga di Magistratura indipendente, ndr.). L'ha proposta la commissione Balboni nel 1996. L'ha rilanciata Luciani. È un'ipotesi interessante. Anche se il sistema è contorto e di difficile prevedibilità. E poi io resto dell'idea che vanno evitati i sistemi che non sono stati sperimentati, perché sortiscono risultati opposti a quelli desiderati".
Bruti spiega che votare per il Csm è come votare in un paese dove ci sono 9mila anime, quanti sono i magistrati in Italia, "in cui tutti si conoscono". E senza fare una simulazione preventiva non si può prevedere l'esito di una nuova legge. La sua conclusione è netta: "Non si possono trasferire sistemi che valgono per milioni di persone su 9mila". Secondo Bruti, i tentativi fatti finora per cambiare la legge del Csm, come quello dell'ex ministro leghista Roberto Castelli nel 2002, "hanno sempre prodotto risultati opposti a quelli voluti, per cui anziché eliminare le correnti, di fatto se ne possono creare delle altre".
Costa invece è convinto che la sua proposta "spazza-correnti" potrebbe destrutturare il sistema. Perché, sostiene, è "un meccanismo che fa prevalere la persona e il suo valore e non un voto delle correnti, e fa vincere il candidato più trasversale e più apprezzato". Le liste potrebbero anche esserci, "ma l'elettore non vota le liste, ma i singoli candidati indipendentemente dalla loro appartenenza. Chi vota può esprimere più preferenze in ordine di gradimento, ma non hanno tutte lo stesso valore". Infatti solo la prima ha un valore "pieno", mentre le altre valgono di meno. Costa spiega che ci sarà "un quoziente per vincere che deriva dal rapporto tra numero degli elettori e numero dei seggi". Ma alla fine è improbabile che un candidato vinca solo in base alla prima preferenza, saranno necessarie anche le seconde e le terze. Costa lo definisce come "un compromesso tra chi vuole il sorteggio e chi invece insiste su un sistema elettorale tradizionale". La cosa certa è che già le toghe storcono il naso. Ma Luciani la pensa come lui.
anteprima24.it, 17 aprile 2021
Un detenuto di 38 anni è deceduto oggi nel carcere di Poggioreale. A renderlo noto è il garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello. Ancora non si conoscono le cause che hanno portato al decesso dell'uomo. "Si continua a morire in carcere e di carcere. Un detenuto di 38 anni è morto oggi a Poggioreale, per cause ancora da accertare. Era ristretto, da gennaio, nel reparto Roma, per tossicodipendenti. Riposa in pace. Condoglianze alla famiglia", commenta Ciambriello.
di Valerio Esposito
Il Riformista, 17 aprile 2021
Il Tribunale del Riesame ha accolto l'appello della Procura e ha ripristinato la custodia cautelare in carcere per Vincenzo Lo Presto, ritenuto responsabile in primo grado dell'omicidio di Fortuna Bellisario. L'uomo, costretto sulla sedia a rotelle, dopo due anni di detenzione era stato scarcerato il 23 febbraio scorso e per lui erano scattati i domiciliari. Non abbiamo alcun dubbio che la decisione del Riesame sia stata ponderata e anche sofferta.
L'auspicio sincero è che l'eco mediatica che ha avuto la vicenda non abbia inciso più di tanto sulla decisione. Sul punto - e al di là del singolo caso - è indiscutibile che, quando il processo fuoriesce in modo così prepotente dalle aule di giustizia finendo e diventa un "processo popolare", è difficilissimo per tutti i protagonisti mantenere il distacco e la serenità necessaria che costituiscono la pre-condizione per l'esercizio di ogni attività decisionale.
Riteniamo doveroso ribadirlo: parenti e amici di Fortuna sono stati ammirevoli, hanno manifestato il loro dolore con compostezza e sobrietà. Non è certo a loro che ci riferiamo quando parliamo di "processo popolare", anche perché essi sono evidentemente protagonisti di un processo in cui si accertano le responsabilità per la perdita di una persona da loro amata.
Il caso di Fortuna è, per molti versi, particolare e indubbiamente diverso da tanti altri casi in cui, partendo da tragiche vicende processuali, si sono imbastiti cinici show mediatici. In questo caso - è questa la nostra convinzione - i professionisti dei media non hanno cavalcato strumentalmente un'onda.
Rispetto a questa vicenda, noi riconosciamo l'onestà intellettuale di chi ha pensato di partire da un tragico caso di cronaca per dar vita a un'operazione di sensibilizzazione dell'opinione pubblica su un tema indubbiamente centrale, quale la condizione della donna nel nostro Paese. Ed è probabilmente per questo che anche taluni protagonisti della giustizia, di solito non adusi alla spettacolarizzazione del processo, si sono lasciati andare ad alcune esternazioni che non abbiamo condiviso perché potenzialmente lesive dell'indipendenza e dell'autonomia del Gup che aveva assunto la decisione.
Tuttavia, riteniamo che una simile operazione - per quanto mossa dalle migliori intenzioni - sia sbagliata. Occorre, infatti, aver chiaro che la risoluzione dei problemi non avverrà mai attraverso il ricorso al diritto penale. Nel processo penale si accerta un singolo fatto, lo si interpreta e poi si condanna o si assolve. Attraverso i processi non si riscrive la storia, non si debellano i fenomeni, difficilmente si cambia la società. Nessuna pena esemplare potrà avere efficacia dissuasiva di condotte spesso irrazionali; solo una nuova struttura materiale e culturale della società consentirà davvero alle donne di allontanarsi in tempo dai propri aguzzini.
E allora, fare di un singolo caso un paradigma, illudersi che una pena esemplare salverà altre donne in futuro rischia di produrre solo un'altra colossale ingiustizia; scaricare sulle spalle del malcapitato imputato (parte debole, per antonomasia, qualunque sia il reato contestato) un ulteriore peso: fungere da capro espiatorio, da simbolo di un vasto e stratificato problema che attanaglia la nostra società da secoli.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 17 aprile 2021
Della tragedia di Giovanna Boda, la dirigente del Miur che si è buttata dalla finestra dell'ufficio in cui stava aspettando il suo avvocato - giù prima di parlare con lui - c'è un dettaglio ripugnante. Gli investigatori, si legge in un inciso, erano "probabilmente ispirati dall'interno del ministero". Cioè esiste qualcuno, in questo momento, da qualche parte, magari seduto a tre porte dalla stanza vuota della dottoressa Boda, che ha "ispirato" l'indagine sulla dirigente: con una denuncia anonima, una telefonata confidenziale, un passa parola arrivato a chi doveva.
Probabilmente, non se ne ha certezza. Ma certo c'è almeno un'altra voce, un'altra mano che ha fatto filtrare ai giornali che le cose potrebbero essere andate così. Indipendentemente dai fatti, che la giustizia accerterà speriamo con maggiore rapidità del consueto, toglie il fiato e leva il sonno sapere che nel luogo dove lavoriamo insieme ci sia qualcuno che lavora contro di noi.
Tutti ne abbiamo fatto esperienza, in gravi o minori occasioni: di chi per invidia, antagonismo, antipatia, rivalsa ci tende una trappola. Sorride, incrociandoci, e di nascosto pugnala. Che poi i fatti contestati siano reali, da questa prospettiva, è secondario.
Molto spesso non lo sono e la gogna, il processo, il sospetto sono già da soli una condanna - specie per chi è innocente. C'è chi è in grado di sopportare la battaglia, anzi persino si esalta. C'è chi soccombe. La delazione è ignobile, e non basta pensare che chi di soffiata ferisce prima o dopo di dossier perisce. Dopo è sempre tardi. Chissà come sarà, in queste notti, il sonno dell'anonimo che ha pensato, un giorno: ora quella la sistemo io.
ansa.it, 17 aprile 2021
"Con la nomina della nuova garante dei detenuti del Comune di Alessandria torna a completarsi la rete dei garanti comunali piemontesi nelle 12 città sede di carcere". Lo annuncia il garante regionale Bruno Mellano all'indomani della nomina, da parte del sindaco Gianfranco Cuttica di Revigliasco, di Alice Bonivardo.
"Il Comune di Alessandria - continua Mellano, che oggi ha incontrato la neogarante - è l'unica città piemontese ad avere due strutture detentive per reclusi adulti, la Casa circondariale 'Don Soria' e la Casa di reclusione 'San Michele', recentemente unificate con la denominazione 'Istituti penali riuniti Cantiello e Gaeta'.
Dopo Davide Petrini, garante nel biennio 2017-2018, e Marco Revelli, dimessosi il 26 febbraio scorso, Bonivardo, da tempo tutor del Polo universitario di Torino presso le carceri 'Lorusso e Cutugno' di Torino e 'Rodolfo Morandi' di Saluzzo (Cuneo), è la terza garante comunale indicata dal Comune di Alessandria, il cui mandato coincide con la durata di quello del sindaco.
"Prossimamente - conclude Mellano - si aprirà il bando pubblico per la selezione del nuovo garante per la Città di Cuneo, a seguito delle dimissioni di Mario Tretola, recentemente eletto presidente delle Acli regionali, che sta operando in proroga in attesa dell'avvio delle procedure di sostituzione".
di Simona Musco
Il Dubbio, 17 aprile 2021
Parla Don Mussie Zerai, il parroco che aiuta la gente in fuga. "Il numero di padre Zerai è scritto sui muri delle prigioni libiche, nei capannoni dei trafficanti, sulle pareti dei cassoni dei camion che attraversano il deserto", si legge nel libro "La frontiera", dell'indimenticato Alessandro Leogrande.
Ed è forse questo il motivo per cui la Procura di Trapani aveva iscritto il nome di don Mussie Zerai - prete cattolico e attivista impegnato a salvare i migranti nel Mediterraneo - nel registro degli indagati nell'inchiesta sulla nave Iuventa, finita nell'occhio del ciclone per le intercettazioni che hanno coinvolto diversi giornalisti e avvocati, questi ultimi "spiati" mentre svolgevano la propria funzione difensiva. Per don Zerai la procura ha chiesto l'archiviazione. L'ipotesi d'accusa, gravissima, era di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina.
Un'ipotesi, a quanto pare, infondata, basata sulle chiamate che don Zerai riceve da anni da parte di persone in situazioni di pericolo. "Ogni volta che qualcuno mi chiama - ha spiegato al Dubbio - avviso le autorità competenti, chiedendo un loro intervento per salvare quelle persone. Sia che si tratti di persone in mare, sia nei casi di centri di detenzione, ho sempre informato l'Unhcr e chiunque potesse intervenire in quella zona".
Zerai, ovviamente, è stato intercettato. Anche quando parlava al telefono con il proprio difensore, Arturo Salerni, o con il senatore Luigi Manconi, all'epoca presidente della Commissione straordinaria diritti umani, al quale si rivolgeva per tutelare i migranti vittime di gravissime violazioni.
"Hanno trascritto le intercettazioni con il mio avvocato, conversazioni che non erano utili al processo - ha spiegato. Mi chiedo perché conservarle, perché trascriverle, perché non sono state distrutte". Nel corso delle indagini, Zerai ha contattato Salerni, chiedendo di prendere contatto con la procura di Trapani, dando la propria disponibilità per essere sentito e chiarire la sua posizione. Ma il punto, spiega il parroco, è un altro: "La funzione difensiva è protetta - ha sottolineato. In quelle telefonate avremmo potuto discutere di come impostare la difesa. Se anche quel momento viene violato è un gioco ad armi impari".
Zerai è stato registrato nell'agosto 2017, quando al telefono tentava una via, assieme al proprio difensore, per dimostrare la propria innocenza. Sottolineava anche la sua convinzione che alcuni media stessero tentando di screditare il lavoro delle Ong nel Mediterraneo. Al telefono con Manconi, invece, Zerai aveva chiesto un intervento per aiutare centinaia di eritrei sfrattati da un edificio a Roma, sui quali la polizia si era accanita anche con gli idranti.
"Ho chiesto che intervenisse per tutelare i loro diritti. Quelli di persone che lo Stato italiano, sulla carta, dice di accogliere e alle quali sostiene di riconoscere una protezione internazionale - ha aggiunto -. Ma la protezione non può tradursi in un abbandono totale".
Zerai venne intercettato anche al telefono con Mario Morcone, all'epoca capo gabinetto del ministero dell'Interno, al quale chiedeva aiuto per i migranti lasciati per strada. La richiesta era semplice: trovare un'alternativa per sistemare quelle persone prima di procedere allo sgombero. "C'erano donne e bambini, molte famiglie, persone di una certa età, invalidi. Qando ho visto che venivano cacciati con gli idranti ho mandato un sms, anche quello trascritto, al prefetto, al capo gabinetto del ministro, dicendo: almeno trattateli umanamente", ha aggiunto.
Zerai conosce le condizioni dei migranti in Libia, dove ci sono vari tipi di lager. Luoghi di detenzione e di tortura che rimangono sconosciuti alle delegazioni europee, che una volta sul posto vengono guidate in un tour tra i centri meno degradanti o tirati a lucido per l'occasione. Ma la realtà, spiega il parroco, è molto diversa. Il contesto è chiaro: sia l'Italia sia il resto dell'Ue, secondo l'attivista, si sforzano di impedire l'arrivo di queste persone. E poco importa in quali condizioni si trovino a "casa loro": i loro diritti "non interessano a nessuno".
Ed è così che le norme internazionali risultano valide solo sulla carta. "Convenzioni e trattati - ha aggiunto - valgono solo per chi è nato da questa parte, non per chi nasce lì. I diritti sono trasformati in privilegi. E allora non dobbiamo più chiamarli diritti: è elemosina".
Gli esempi non mancano e Zerai classifica tra questi anche le parole di Mario Draghi in Libia, nonché la visita del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel in Turchia. "Che ci sono andati a fare lì? - si è chiesto Zerai. A chiedere ad Erdogan di continuare a chiudere i confini e trattenere i siriani. Ma come vengono trattenuti, in che condizioni vivono, che futuro ha quella gente? Anche loro hanno diritto alla sicurezza, ad un futuro, a vivere in condizioni dignitose".
In questo panorama, si inserisce il lavoro della magistratura. Che, con le proprie inchieste, contribuisce a riscrivere le vicende, assegnando alle Ong il ruolo dei "cattivi". "Io spero che la magistratura, che si dice indipendente, non abbia tentato di riscrivere la storia e mettersi al servizio della politica, ma abbia agito per indagare seriamente e cercare di colpire chi ha commesso un reato - ha concluso Zerai.
Le ong, che io sappia, non assecondano alcun traffico. Hanno salvato migliaia e migliaia di persone. Basta considerare solo che, da quando è stata chiusa l'operazione Mare Nostrum, se non ci fossero state le tante ong oggi i morti non sarebbero solo 40mila ma il doppio, come minimo. Il vuoto che le istituzioni hanno lasciato nel Mediterraneo, sapendo che la gente sarebbe partita comunque, è immenso. Non è colpa delle Ong se le persone partono: lo facevano anche prima.
Il problema sono gli incendi, le guerre, la fame e le persecuzioni che ci sono a casa loro. L'Europa, anziché spendere miliardi per bloccare queste persone, avrebbero dovuto spenderli per bloccare le persecuzioni. E chi investiga avrebbe dovuto farlo sulle omissioni di soccorso nel Mediterraneo".
- Invasori e qualche terrorista dell'Isis: "sentimenti" d'Italia sui migranti
- Reggio Emilia. "Troppi positivi in carcere, serve un garante delle persone detenute"
- Perché l'America non sa diminuire le armi in circolazione
- La ministra Dadone e la sfida sui test antidroga: "Mi criticano, ma nessuno ha detto sì"
- Così la Guardia costiera libica lascia affogare i migranti











