di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 28 maggio 2021
Sono persone di grande esperienza e con idee moderne. Le prime proposte di riforma della Giustizia della commissione presieduta da Lattanzi sono molto sagge e realistiche. È il metodo giusto, intanto, per affrontare il nodo della durata eccessiva dei processi.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 maggio 2021
Il tribunale civile di Roma aveva dichiarato ineleggibili il presidente del Cnf Andrea Mascherin e sette consiglieri. Ora sono stati reintegrati per ragioni procedurali, in attesa di una sentenza. Si apre lo scontro nella categoria. La crisi della giustizia non riguarda solo la magistratura, ma passa anche attraverso i vertici dell'avvocatura.
Anche in questo caso è una questione legata ai ruoli, anche se per gli avvocati lo scontro si sta svolgendo alla luce del sole e davanti al giudice civile.
Il caso trae origine dal limite dei due mandati previsto per legge come vincolo di eleggibilità negli organismi rappresentativi ed è deflagrato all'interno del Consiglio nazionale forense, l'organo istituzionale che rappresenta i 250mila avvocati italiani al ministero della Giustizia e che dunque siede a tutti i tavoli delle riforme, oltre che giudice d'appello nei procedimenti disciplinari dei legali. Dopo più di un anno di sospensione imposto prima da un provvedimento d'urgenza e poi da una sentenza di merito del tribunale civile di Roma, infatti, il presidente del Cnf Andrea Mascherin e altri sette componenti del consiglio, tutti al terzo mandato, sono rientrati nell'organo. Il reintegro è stato possibile non per il ribaltamento nel merito della sentenza di primo grado, ma per ragioni procedurali. Su ricorso dei consiglieri, infatti, la Corte d'appello ha dichiarato che la sentenza di primo grado non è immediatamente esecutiva perché la pronuncia riguarda uno status, dunque è necessario aspettare che la decisione passi in giudicato.
Per questo, Mascherin e gli altri plurimandatari (uno solo dei nove si è dimesso alcuni mesi fa) hanno ripreso i loro posti: uno al vertice del Cnf, dopo che per un anno le sue funzioni erano state svolte dalla vicepresidente Maria Masi, gli altri nei rispettivi ruoli nell'ufficio di presidenza e nelle commissioni interne. Il 26 maggio, inoltre, Mascherin in qualità di presidente reinsediato ha portato i saluti istituzionali a un convegno in materia di deontologia forense promosso dall'ordine degli avvocati di Catanzaro. Segno evidente della sua volontà di riprendere la sua presidenza da dove la aveva interrotta un anno fa, a cui avrebbe fatto seguito anche una mail a tutti i consiglieri del Cnf e ai consigli degli ordini.
Le proteste - La decisione di Mascherin e degli altri consiglieri di reinsediarsi ha suscitato immediate proteste tra gli avvocati, che si sono scatenati sul web, ma anche reazioni da parte di associazioni nazionali come l'Associazione nazionale forense (Anf), Movimento forense e l'Associazione italiana giovani avvocati (Aiga). "Il 23 e 24 luglio a Roma, al suo congresso straordinario, l'avvocatura, delegittimata nei suoi organi istituzionali, si appresta a parlare di riforma della giustizia", ha detto il segretario di Anf, Luigi Pansini. "Occorre giungere all'appuntamento spazzando via ogni incertezza, ogni interesse personalistico e ogni degenerazione del carrierismo politico forense".
Sulla stessa linea anche Antonino La Lumia e Antonio de Angelis, che in un comunicato congiunto di Mf e Aiga hanno ribadito la "necessità che l'Avvocatura tutta sia rispettosa della disciplina della propria vita istituzionale. Il chiarissimo dictum del tribunale non può che chiamare tutte le rappresentanze forensi a un definitivo e convinto gesto di responsabilità". Tradotto: sarebbe auspicabile che i plurimandatari si dimettano, per non tenere sotto scacco il Consiglio proprio in questa fase così delicata in cui l'avvocatura dovrebbe interfacciarsi con voce autorevole con il ministero della Giustizia e interloquire sulle riforme dell'ordinamento civile e penale.
Sul web le proteste si esprimono in toni molto più forti: da quattro giorni l'avvocato Giuseppe Caravita di Toritto è in sciopero della fame contro il reinsediamento dei vertici del Cnf. Nel gruppo Facebook Politica forense, tra i più seguiti dalla categoria, si discute in termini accesi di "desolazione" del Cnf e ci si chiede se "l'avvocatura può essere rappresentata in un momento simile da un Cnf decapitato e, comunque, sotto la spada di Damocle di una decisione che ne potrebbe definitivamente sancire l'ineleggibilità".
L'interrogativo, infatti, non riguarda tanto la legittimità formale al rientro dei consiglieri plurimandatari, quanto l'opportunità che le redini dell'organo di rappresentanza istituzionale dell'avvocatura, che ha sede presso il ministero della Giustizia, siano nelle mani di una presidenza su cui pende un giudizio di eleggibilità. A occhi esterni, un Cnf coi vertici sotto processo non è certamente in una posizione agevole. Sul fronte interno, il rischio è che potrebbero venire invalidate le loro decisioni, nel caso in cui prevalga la tesi giuridica che la loro sospensione è ancora valida.
Politicamente, tuttavia, la situazione è delicata: i consiglieri dichiarati ineleggibili, infatti, sono stati eletti con i voti del loro distretto e dunque - fintanto che non c'è una sentenza definitiva - la loro legittimazione verrebbe da lì. Quanto al loro tornare in carica, sarebbe la corte d'appello stessa a stabilire che loro sono tutt'ora consiglieri a tutti gli effetti, quindi il loro ritorno nelle funzioni non sarebbe discrezionale, ma un dovere. L'obiettivo, anche nel merito giuridico, sarebbe quindi quello di esercitare il loro diritto di difesa con tutti gli strumenti che l'ordinamento gli offre.
Il doppio mandato - Tuttavia, le norme e la giurisprudenza recente non sembrano lasciare margini di vittoria per i plurimandatari, che già in primo grado sono stati considerati ineleggibili. La riforma dell'ordinamento forense del 2012 e l'articolo 3 della legge del 2017 che disciplina l'elezione dei consigli degli ordini sono esplicite: "I consiglieri non possono essere eletti per più di due mandati consecutivi" e "la ricandidatura è possibile quando sia trascorso un numero di anni uguale agli anni nei quali si è svolto il precedente mandato".
Sulla retroattività si è pronunciato anche il legislatore, che in un decreto legge del 2018 ha chiarito che l'articolo 3 va applicato tenendo conto "dei mandati espletati, anche solo in parte, prima della sua entrata in vigore, compresi quelli iniziati anteriormente all'entrata in vigore della legge 247". I consiglieri del Cnf, tuttavia, hanno interpretato la norma come non retroattiva e comunque non applicabile all'elezione del Consiglio nazionale forense, perché il riferimento sarebbe solo ai consigli degli ordini. Sul punto si è espressa anche la Corte costituzionale, escludendo "che il divieto in questione violi il diritto di elettorato passivo degli iscritti" e considerando la previsione come espressione del principio di "un ragionevole bilanciamento con le esigenze di rinnovamento e di parità nell'accesso alle cariche forensi".
Quanto all'estensibilità al Cnf del principio, le sezioni unite civili della Cassazione hanno recentemente ribadito la portata generale del principio di divieto di terzo mandato affermato dalla Corte costituzionale, "estensibile alla previsione di ineleggibilità relativa alle elezioni dei componenti del Consiglio nazionale forense". In questa direzione si è mosso il tribunale di Roma, che prima ha sospeso cautelarmente l'elezione di Mascherin e dei consiglieri, poi nel merito ha confermato la loro ineleggibilità che pure, secondo la corte d'appello, non è immediatamente esecutiva. Difficile dunque immaginare che nel merito i giudici d'appello (e poi la Cassazione, se i consiglieri decideranno di proporre ulteriore ricorso) si discostino da questa interpretazione. Nell'attesa, tuttavia, i consiglieri intendono rimanere ai loro posti e resistere, continuando a sostenere l'irretroattività della norma nei loro confronti: il divieto di più di due mandati esiste, il punto però sarebbe il momento temporale da cui iniziare ad applicarlo.
Del resto, il regolamento interno del consiglio non prevede un meccanismo di sfiducia del presidente, ora protetto dall'ombrello della non esecutività della sentenza non definitiva. L'unica eventualità possibile sarebbe che tutti gli altri consiglieri si dimettessero, con conseguente commissariamento dell'ente da parte del ministero della Giustizia. In ogni caso, il presente dell'avvocatura sembra complicato quanto quello della magistratura, proprio nel momento più delicato delle riforme ordinamentali.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 28 maggio 2021
L'ex guardasigilli detta la linea sulla riforma della Giustizia. Persino Giuseppe Conte se ne lava le mani e dopo l'incontro dei 5S con Cartabia sceglie la strada del silenzio. Mentre Giuseppe Conte studia le mosse per sottrarre l'elenco degli iscritti a Davide Casaleggio, il Movimento 5 Stelle procede per conto proprio. Senza una guida, senza una direzione, senza un senso politico preciso. Succede così che la "linea" viene spezzettata per ambiti di competenza e appaltata di volta in volta al capocordata di turno.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 28 maggio 2021
Processo, prescrizione, sanzioni: le modifiche migliorano il ddl Buonafede ma non riesce a sciogliere i nodi più critici. È stata depositata la relazione della commissione Lattanzi istituita per formulare proposte di riforma al ddl n. 2435 presentato dal Ministro Buonafede. La sua immediata diffusione tra gli operatori consente di focalizzare gli aspetti più significativi dell'ipotesi di modifica che sono state avanzate.
di Giulia Merlo
Il Domani, 28 maggio 2021
Il trojan installato nel cellulare di Luca Palamara ha continuato a mandare segnali ai server fino al settembre 2019, quando il decreto di cessazione dell'intercettazione fissava la data al 30 maggio. A dirlo nel corso dell'udienza preliminare del processo di Perugia è stato un ufficiale della polizia, che ha spiegato che risulta un "contatto" inviato dal trojan risalente a settembre e che non è possibile escludere che siano dei file salvati. Ma il procuratore capo Cantone dice di ritenere "che la questione degli impianti sia stata chiarita e non c'è nessuna prova che sia stata fatta una registrazione".
Il trojan installato nel cellulare di Luca Palamara ha continuato a mandare segnali ai server fino al settembre 2019, quando il decreto di cessazione dell'intercettazione fissava la data al 30 maggio. Continuano dunque ad emergere anomalie nel funzionamento del trojan, le cui intercettazioni sono la base probatoria che sostiene il processo a suo carico di Perugia e anche il disciplinare davanti al Consiglio superiore della magistratura dello stesso Palamara (già concluso), di Cosimo Ferri e di cinque ex consiglieri.
Nel corso dell'udienza preliminare del processo di Perugia, il viceispettore della polizia ha spiegato che, dall'ispezione effettuata dalla Polizia Postale sul server a Napoli della società Rcs, è emerso un "contatto" partito dal cellulare dell'ex magistrato a settembre 2019. Ben tre mesi dopo che le attività di intercettazione dovevano essere cessate.
"L'elemento eclatante, sul quale anche il giudice è rimasto colpito - ha spiegato l'avvocato Benedetto Buratti che difende Palamara - è che la configurazione del trojan inoculato nel cellulare di Palamara è iniziata il 2 maggio e dai file di log risulterebbe spento l'8 settembre 2019, mentre il decreto di cessazione delle attività di intercettazione è del 30 maggio 2019".
Il testimone ascoltato, inoltre, non ha potuto escludere la possibilità che le attività di intercettazione siano continuate anche al di fuori dei tempi indicati dall'autorità giudiziaria. "Loro fanno delle ipotesi, tra queste che potrebbe esserci stata un'indicazione di registrazione ovvero il trojan comunicava di essere ancora vivo e presente all'interno del telefono di Palamara", ha spiegato il legale. Ci sono una ventina di file riferibili al cellulare di Palamara, per ora l'accertamento è stato superficiale per non rendere irripetibile l'esame sui server. La difesa ha fatto sapere che chiederà una perizia approfondita.
Il procuratore capo Raffaele Cantone, invece, è di tutt'altro avviso: "Noi riteniamo che la questione degli impianti sia stata chiarita" e che è solamente "emerso un dato che può aprire una lettura ambigua, cioè il fatto che c'è un contatto di questo spyware a settembre che a nostro modo di vedere tuttavia è irrilevante.
Ovviamente non c'è nessuna prova che sia stata fatta una registrazione" e la procura non ritiene serva una perizia. Inoltre, secondo Cantone le intercettazioni sono da considerarsi "legittime perché rispecchiano i criteri e sono state fatte in modo rituale", nonostante sia stato dimostrato che i file siano passati attraverso un server terzo, situato a Napoli, e non siano confluite direttamente sui server di Roma come da previsione di legge.
Tanto che il rappresentante della società Rcs Duilio Bianchi e altri tre dipendenti sono indagati dalla procura di Napoli per accesso abusivo a un sistema informatico o telematico e frode nelle pubbliche forniture. E dalla procura di Firenze per falsa testimonianza e falso ideologico per induzione in errore dei magistrati di Perugia.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 28 maggio 2021
Tanto più grande è il reato tanto più serve il garantismo. La tragedia del Mottarone ci ha offerto uno spettacolo impressionante di fin dove può arrivare il forcaiolismo che unisce popolo ed élite.
Qualcuno di voi ha dato un'occhiata ai giornali di ieri? Erano tutti uguali. Titoli di scatola, a tutta pagina, più o meno identici, costruiti su tre parole: Avidi, Criminali, Colpevoli. Le tre persone - persone - che sono state arrestate dalla polizia giudiziaria su ordine di un Gip e su richiesta di un Pm, venivano indicate come colpevoli, spietate, sciacalle e, naturalmente, da punire senza tante discussioni e subito.
Con una pena severissima. La severità della pena veniva anticipata addirittura non da voce di popolo ma da dichiarazioni ufficiali del Pubblico ministero. Il quale, con incredibile disinvoltura, anticipava l'inchiesta, il dibattimento, il processo, l'appello e l'eventuale Cassazione e stabiliva la gravità della pena. Oltre che rilasciare svariate dichiarazioni.
In spregio aperto e sereno di tutte le disposizioni del ministro, del Procuratore generale della cassazione, e delle direttive europee sulla presunzione di innocenza recentemente recepite dal Parlamento italiano. Ci mette poco a sparire il principio che tutti hanno diritto a un processo e che gli indiziati e gli imputati non possono essere ritenuti colpevoli. Ci mette un minuto. Si apre subito la caccia. La corsa a chi riesce a innalzare più su possibile la gogna e la forca. Si scatena, in un'orgia, sostenuta da un'opinione pubblica compatta come non mai, la volontà del linciaggio. Il linciaggio è esattamente questo.
È la giustizia che si esprime attraverso la violenza popolare e di massa, e la verità che si accerta con la gravità del reato. Vedete, il problema è tutto qua. Ci vuole poco a essere garantisti verso un ladro di mele. O anche, magari, verso un politico. O addirittura verso una persona accusata e chiaramente, già a prima vista, innocente (ci vuole poco per modo di dire: il caso del sindaco di Lodi è emblematico; era chiaramente innocente ma fu linciato lo stesso dai giornali reazionari, vicini alla Lega e a Grillo. In quel caso però il linciaggio è solo di una parte politica, quella avversa all'imputato). Quando invece il reato è molto grave il garantismo sparisce. Ti dicono: ma hai visto che infamia ha combinato? A che serve un processo?
Ecco, il garantismo è esattamente questo. Quel sistema di civiltà e di rispetto della giustizia che scatta in modo più massiccio se il reato è più grave. Tanto più è grave il reato tanto più la giustizia pretende garanzie per l'imputato. Purtroppo, quasi sempre, questo non succede. Stavolta lo spettacolo è stato davvero impressionante. Si è avuta la sensazione che chiunque non mostri orrore e schifo per i tre arrestati sia complice della sciagura del Mottarone. Si invoca l'etica, la morale, la religione, magari. Nessuno parla di diritto. Hanno diritto o no, i tre imputati, a essere processati con umanità e in osservanza della legge e non degli anatemi?
Credo che siano pochissime le persone disposte a riconoscere questo diritto. Né nel popolo né nelle classi dirigenti, né tra gli intellettuali. Tranne pochissime eccezioni. Persino il Corriere della Sera, con un editoriale del mio amico carissimo, Antonio Polito, per il quale nutro da una quarantina d'anni affetto e una stima altissima, si è misurato ieri sul tema dell'etica, immaginando che un delitto così grave non possa che essere trattato con il libro dell'etica in mano. Lo ha fatto ricorrendo anche a Max Weber e alle sue teorie sull'etica del capitalismo, che da sole sarebbero sufficienti - pare - a gettare quei tre imputati nella Geenna. In realtà il povero Weber parlava di etica del capitalismo sostenendo che essa si identifica nel profitto. Più o meno - diciamo così - fotografava quelle che forse sono state le motivazioni del reato che i tre indiziati potrebbero aver commesso. Ma tutto questo conta poco, probabilmente.
L'importante è chiarire che stavolta ci troviamo di fronte a un problema morale e non giuridico. E la sentenza tocca ai moralisti. Ne hanno diritto. In nome di che cosa? In questi casi la risposta è semplice, ed è ispirata alla Sharia: all'onore delle vittime. A me che son vecchio, questo clima di unità nazionale attorno a un simbolico patibolo, ricorda un episodio simile avvenuto un po' più di mezzo secolo fa. 1969. Strage di Piazza Fontana.
Un paio di giorni dopo la tragedia, tutti i giornali - tutti - titolarono: preso il mostro. Avevano arrestato Pietro Valpreda, l'immondo ballerino anarchico. Poi sapemmo che era innocente. Ecco, siamo tornati lì.
P.S. È normale che una inchiesta sia diretta da un Pm che ha già deciso che la pena sarà severissima?
P.S 2. Perché sono stati arrestati se non esiste il rischio che ripetano il reato né che inquinino le prove ed è ridicolo pensare alla possibilità che fuggano? È una domanda molto scomposta la mia, però non ha una risposta.
laquilablog.it, 28 maggio 2021
Riceviamo e pubblichiamo da Giulio Petrilli, portavoce Comitato per il risarcimento per ingiusta detenzione a tutti gli assolti: "Lunedì 7 giugno, dalle ore 10, sit-in davanti il ministero della giustizia, in via Arenula a Roma, nell'incrocio di Largo Cairoli, per ribadire che l'ingiusta detenzione va garantita a tutti.
Va abolito il comma che rende ostativo il risarcimento per ingiusta detenzione, il primo dell'art. 314 del c.p.p. per coloro "avrebbero contribuito al loro arresto" con frequentazioni non idonee o per essersi avvalsi della facoltà' di non rispondere o per valutazioni che i magistrati stabiliscono sulla "moralità" degli assolti e non sull'assoluzione "penale" che hanno avuto.
Invito tutti a partecipare a una grande manifestazione per la libertà contro ogni sequestro di persona illegale. Richiederò nell'occasione alla Ministra della giustizia la possibilità di una interlocuzione. Visto che in questo periodo è in discussione la riforma della giustizia, questo dovrebbe essere un tema centrale, l'inviolabilità ingiusta della libertà personale va risarcita sempre. Solo in Italia esistono dei filtri per concederla completamente anticostituzionali dove si danno giudizi morali e non giuridici, tipici metodi dell'inquisizione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 maggio 2021
La Suprema Corte ha accolto l'istanza, con rinvio al Riesame di Caltanissetta, di un detenuto in attesa di giudizio in chemioterapia e che risulta, di fatto, incompatibile con la detenzione penitenziaria. Non è sufficiente basarsi sull'assenza nell'istituto di casi di contagiati e sulla previsione dell'allocazione in luoghi separati dei detenuti positivi al Covid 19, ma bisogna soffermarsi sull'incompatibilità tra il regime detentivo carcerario e le condizioni di salute del detenuto. Si tratta di un passaggio, decisivo, della sentenza della Corte di Cassazione numero 19653 del 2021 appena depositata.
Decisivo, perché parliamo di un detenuto in attesa di giudizio in chemioterapia, quindi gravemente malato, e che risulta, di fatto, incompatibile con la detenzione penitenziaria. Tante, troppe volte, è accaduto che i giudici competenti hanno rigettato l'istanza per i domiciliari, trincerandosi dietro il poco rischio contagio da Covid e la possibilità di essere assistito al livello sanitario. E tante troppe volte, è accaduto che i detenuti sono morti.
L'istanza era stata rigettata dal Tribunale - Il Tribunale che aveva rigettato l'istanza dei domiciliari, ha ritenuto che l'indagato non rientra in una delle categorie di soggetti la cui condizione di salute pregressa rende certa o altamente probabile l'evento morte in caso di contagio da Covid 19. "Siffatta valutazione si appalesa però errata - scrive la Cassazione -, essendosi trascurata la documentazione medica agli atti da cui risulta che l'indagato è affetto da una grave patologia oncologica ed è attualmente sottoposto a trattamento chemioterapico". E aggiunge che "trattasi di patologia che rientra tra quelle segnalate dal Dap come statisticamente collegate a un elevato rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19".
Per questo motivo, secondo la Corte Suprema, "ne discende che la valutazione sulla ricorrenza di un rischio concreto per il detenuto di contrarre il coronavirus, nel carcere in cui è ristretto, deve essere effettuata alla luce delle sue reali condizioni di salute".
La Cassazione fa riferimento agli articoli 27 e 32 della Costituzione - La Cassazione, ha inoltre sottolineato che, in nome degli articoli 27 e 32 della Costituzione, bisogna tenere conto della valutazione sull'incompatibilità del regime carcerario con lo stato di salute del recluso, ovvero "sulla possibilità che il mantenimento della detenzione di una persona ammalata costituisca un trattamento inumano o degradante".
E tale valutazione di compatibilità o meno con il carcere, deve essere effettuata comparativamente, tenendo conto delle condizioni di detenzione del condannato, "verifica clinica, questa - aggiunge la Corte - che comporta un giudizio non soltanto di astratta idoneità dei presidi posti a disposizione del detenuto all'interno del circuito penitenziario, ma anche di adeguatezza del trattamento terapeutico, che, nella situazione concreta, è possibile assicurare al carcerato, tenuto conto delle patologie che lo affliggono, nel valutare le quali non si può non tenere conto della possibile influenza su di esse dell'emergenza sanitaria di Covid-19".Il tribunale che aveva rigettato l'istanza ha giustificato tale decisione osservando che in carcere c'era assenza rischi contagi e che, in ogni caso, era previsto l'allocazione in luoghi separati dai detenuti positivi al Covid 19.
La Cassazione è stata categorica sul punto: Il tribunale deve tener conto "sia dell'astratta idoneità dei presidi sanitari fruibili dal detenuto all'interno del circuito penitenziario sia dell'adeguatezza concreta del percorso terapeutico, apprestato per assisterlo nelle sue esigenze". La Cassazione ha quindi chiesto di tenere conto i principi e le considerazioni fatte. Ciò ha imposto l'annullamento dell'ordinanza, con il conseguente rinvio al Tribunale del riesame di Caltanissetta per un nuovo esame, che dovrà essere eseguito nel rispetto dei principi che la Corte ha enunciato.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 28 maggio 2021
In un caso di presunto stupro, ingiustificati i riferimenti della Corte di appello di Firenze alla biancheria intima indossata dalla donna e commenti sulla sua bisessualità. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per aver violato i diritti di una "presunta vittima di stupro" con una sentenza che contiene "dei passaggi che non hanno rispettato la sua vita privata e intima", "dei commenti ingiustificati" e un "linguaggio e argomenti che veicolano i pregiudizi sul ruolo delle donne che esistono nella società italiana". È quanto si legge nella documentazione diffusa oggi dalla Corte che ha sede a Strasburgo. Il caso riguarda una sentenza della Corte d'appello di Firenze del 2015 che assolse 7 imputati accusati di uno stupro di gruppo avvenuto nella Fortezza da Basso nel 2008.
A ricorrere alla Cedu è stata la "presunta" vittima della violenza. Nel suo ricorso non ha chiesto alla Corte di Strasburgo di esprimersi sull'assoluzione degli imputati, ma sul contenuto della sentenza, che secondo lei ha violato la sua vita privata e l'ha discriminata. Oggi la Corte di Strasburgo le ha dato ragione accordandole un risarcimento per danni morali di 12 mila euro.
"Gli argomenti e le considerazioni contenute nella sentenza della Corte d'appello di Firenze sono inutili per vagliare la credibilità della ricorrente, né determinanti per risolvere il caso". È una delle critiche della Cedu. La Corte ritiene "ingiustificato il riferimento alla biancheria intima che la ricorrente indossava la sera dei fatti, come i commenti sulla sua bisessualità, le sue relazioni sentimentali o i rapporti sessuali che aveva avuto prima dei fatti presi in esame".
I giudici di Strasburgo inoltre giudicano "inappropriate le considerazioni fatte sull'attitudine ambivalente rispetto al sesso della ricorrente" desunte dalle attività artistiche che ha svolto prima dei fatti. E infine ritengono "fuori contesto e deplorevole" il giudizio contenuto nella sentenza sui motivi che hanno indotto la ricorrente a denunciare i fatti. Così come tutti i riferimenti alla "sua vita non lineare".
La Corte di Strasburgo afferma che questa violazione della vita privata e dell'immagine della ricorrente non può essere considerata "pertinente per vagliare la credibilità dell'interessata e la responsabilità penale degli accusati". Né può essere giustificata "dalla necessità di garantire il diritto alla difesa degli imputati".
La stessa Corte evidenzia anche che la legge italiana e diversi trattati internazionali impongono ai giudici di proteggere l'immagine e la vita privata delle persone coinvolte nel processo. La Cedu sostiene che è "essenziale che le autorità giudiziarie evitino di riprodurre stereotipi sessisti nelle loro decisioni, di minimizzare le violenze di genere ed esporre le donne a una vittimizzazione secondaria usando argomenti colpevolizzanti e moralizzanti che possono scoraggiare la fiducia delle vittime nella giustizia".
"Sono soddisfatta che la Corte europea dei diritti umani abbia riconosciuto che la dignità della ricorrente è stata calpestata dall'autorità giudiziaria". Così all'Ansa l'avvocato Titti Carrano, che ha rappresentato la 'presunta' vittima dello stupro di gruppo della Fortezza da Basso. "La sentenza della Corte d'appello di Firenze - ha poi aggiunto - ha riproposto stereotipi di genere, minimizzando cosi la violenza, e ha rivittimizzato la ricorrente, usando anche un linguaggio colpevolizzante. Purtroppo, questo non è l'unico caso in cui la non credibilità della donna si basa sulla vivisezione della sua vita personale, sessuale. Questo succede spesso nei tribunali civili e penali italiani". "Per questo mi auguro che il governo italiano accetti questa sentenza della Cedu e non ricorra in Grande Camera ma intervenga affinché ci sia una formazione obbligatoria dei professionisti della giustizia per evitare che si riproducano stereotipi sessisti nelle sentenze", ha detto ancora Carrano.
Gazzetta del Sud, 28 maggio 2021
Un 43enne messinese operato a Milano che porta al braccio una struttura metallica. "Condizione disumana che si protrae in maniera inaccettabile". Un detenuto operato di recente all'avambraccio destro che dietro le sbarre versa "in assoluto abbandono terapeutico". Che ha bisogno di una specifica serie di controlli post operatori e rischia invece di rimanere con un braccio atrofizzato. È questo il caso del 43enne messinese Tommaso Ferro, che ora registra un esposto inviato dal suo difensore, l'avvocato Salvatore Silvestro, al ministro della Giustizia, alla Corte d'appello di Messina e al Garante nazionale dei detenuti.
Durante la detenzione a Messina - spiega il suo avvocato - Ferro ha avanzato istanza alla Corte d'appello per essere autorizzato a sottoporsi ad un intervento chirurgico per la risoluzione della "pseudoartrosi dell'ulna prossimale destra in osteosintesi con placca spezzata" al Centro Humanitas di Rozzano, ed ha allegato una certificazione del prof. Alexander Kirienko in cui il medico precisava che "dopo l'intervento i controlli successivi dovevano essere eseguiti a Roma presso Villa Stuart due volte al mese e poi mensilmente".
La Corte d'Appello di Messina, preso atto della necessità e dell'indifferibilità dell'intervento, ha autorizzato Ferro a sottoporsi all'intervento chirurgico, per cui è stato trasferito nel carcere di Milano-Opera e, dopo due giorni, ricoverato all'Istituto Clinico Humanitas.
Dopo due giorni dall'esecuzione dell'intervento, avvenuta il 14 aprile scorso, Ferro è stato dimesso e il 16 aprile nuovamente trasferito nel carcere di Opera. Nella relazione di dimissioni oltre ad una serie di prescrizioni era evidenziato come fosse necessario eseguire il primo controllo post-intervento da parte dello specialista che l'ha operato, l'8 maggio 2021.
Ebbene, scrive il legale che "nonostante la necessità che, dopo l'intervento, l'imputato venisse assunto in cura presso la Clinica Villa Stuart fosse già stata prospettata nella certificazione allegata all'istanza a seguito della quale la Corte d'appello di Messina ha autorizzato l'intervento chirurgico, ad oggi, nonostante i numerosi solleciti effettuati ed il tempo trascorso, il Ferro si trova ancora ristretto presso la casa circondariale di Milano-Opera. Peraltro - prosegue i legale -, la stessa Corte d'appello di Messina aveva "autorizzato l'imputato a recarsi con scorta e piantonamento presso la Clinica Villa Stuart per essere sottoposto alla visita di controllo fissata il 08 maggio 2021"". Visita che è inspiegabilmente "saltata".
Purtroppo, nonostante tutti i solleciti ed i provvedimenti emessi dalla Corte d'appello di Messina siano stati puntualmente trasmessi al Dap "gli stessi sono rimasti ineseguiti ed il Ferro si trova ancora ristretto presso la casa circondariale di Milano-Opera, rendendo di fatto impossibile la gestione del post-operatorio e determinando l'esposizione al gravissimo rischio prospettato dal prof. Kierienko", cioé "una situazione irrecuperabile".
A Ferro è stato installato nell'avambraccio un "fissatore di Ilizarov", che "è una pesante struttura metallica fissata all'esterno del braccio mediante bulloni che devono giornalmente essere regolati e che rende di fatto impossibile la gestione del detenuto in ambiente intramurario, atteso che lo stesso è impedito nel realizzare gli elementari atti della vita quotidiana".
Conclude amaramente l'avvocato Silvestro: "Quella riservata al Ferro è certamente una condizione disumana che si sta protraendo in maniera assolutamente inaccettabile, determinando difficoltà di intensità superiore all'inevitabile livello di sofferenza inerente alla "comune" detenzione".
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