di Luigi Paccione
Il Riformista, 30 aprile 2021
Dinanzi al virus il governo ha imposto distanziamento e divieto di assembramento per tutti i cittadini, ma i detenuti sono stati esclusi. Il ministero della Giustizia non ha mai risposto ai solleciti degli avvocati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 aprile 2021
La misura deflattiva potrebbe essere efficace contro il sovraffollamento. La liberazione anticipata speciale non viene contemplata nemmeno nell'occasione della proroga delle misure deflattive anti- Covid. Quella "classica" consiste in uno sconto di pena a favore del detenuto che dà prova di buona condotta durante l'esecuzione della pena. Per la precisione, al condannato a pena detentiva che abbia dato prove di partecipazione all'opera di rieducazione è concessa una riduzione della pena.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 aprile 2021
Via libera al decreto legge con la proroga delle misure urgenti anti-Covid per le carceri fino al 31 luglio, termine attuale della fine dello stato di emergenza. Proroga non scontata, nata soprattutto con l'interessamento del sottosegretario alla giustizia Francesco Paolo Sisto e al deputato di Italia Viva Roberto Giachetti. Misura prorogata in extremis (sarebbe scaduta oggi) grazie anche all'interlocuzione tra il sottosegretario Sisto e Rita Bernardini del Partito Radicale. Purtroppo parliamo del minimo sindacale, visto che non si tratta altro di prorogare le misure deflattive ideate dal guardasigilli precedente.
di Luigi Ferrarella e Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 30 aprile 2021
Il pm milanese Storari "per tutelarsi" portò al Csm le rivelazioni dell'avvocato Amara. Atti giudiziari coperti da segreto, lettere anonime, calunnie: c'è un nuovo scandalo che rischia di investire il Consiglio superiore della magistratura. E di avvelenare ulteriormente il clima già rovente in alcune Procure, prima fra tutte Milano. Perché è stato proprio un pm di questo ufficio, Paolo Storari, a consegnare i verbali ancora segreti all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo. Un anno fa. Senza informare i propri capi, a cominciare dal procuratore Francesco Greco, e anzi allo scopo di tutelarsi da essi.
La segretaria indagata - I verbali, tuttora segretati, sono quelli resi in cinque occasioni nel 2019 da Piero Amara, l'avvocato siciliano arrestato nel 2018, indagato per i depistaggi dell'inchiesta Eni e per vari episodi di corruzione di giudici, 2 anni e 8 mesi di patteggiamento, e coinvolto anche nelle vicende dell'ex pm romano Luca Palamara, radiato dalla magistratura e accusato d'aver pilotato nomine in cambio di regali e favori. Pochi mesi dopo che i verbali erano stati consegnati da Storari a Davigo, e mentre le indagini erano in corso, alcuni giornali iniziarono a riceverli con una missiva anonima che ne sollecitava la pubblicazione. A spedirli - scopre ora la Procura di Roma - fu Marcella Contrafatto, impiegata del Csm nella segreteria dell'allora consigliere Davigo, ora indagata per calunnia, perquisita a casa e in ufficio due settimane fa dai pm che nel computer hanno trovato copie degli atti spediti. Per conto di chi si è mossa? Qual era il suo reale obiettivo?
Le rivelazioni - Tutto comincia nel dicembre 2019 quando Amara viene interrogato a Milano sui suoi rapporti con giudici, funzionari di Stato, politici, alti prelati, alti ufficiali delle forze dell'ordine, imprenditori. L'avvocato fa i nomi di magistrati che gli avrebbero chiesto aiuto per ottenere promozioni. Poi sostiene di aver "raccomandato" l'avvocato Giuseppe Conte per fargli ottenere nel 2012 e 2013 consulenze dal Gruppo Acqua Marcia Spa per 400mila euro. E soprattutto racconta di essere membro di una fantomatica loggia "Ungheria" di cui farebbero parte numerose toghe, tra cui l'ex consigliere del Csm Sebastiano Ardita.
Amara è un teste controverso, i pm procedono con circospezione, anche se storicamente nelle stesse settimane i vertici ne utilizzano un de-relato (su vaghi commenti di legali Eni circa il presidente del processo Eni-Nigeria poi conclusosi con assoluzione) e lo trasmettono alla Procura di Brescia (che archivia a ignoti), mentre i pm del processo Nigeria provano (senza esito) a chiedere Amara come teste in extremis.
La lettera anonima - Nell'ottobre 2020 nelle redazioni di alcuni giornali arriva un plico con la copia dei verbali e una lettera: "Milano fa finta di niente". La ricevono anche i giornalisti de Il Fatto quotidiano che, convinti di essere finiti al centro di ricatti incrociati, decidono di informare proprio la Procura milanese. Non sanno che già dall'aprile del 2020 quei verbali "segretati", cioè non depositati dai pm milanesi in alcun procedimento, sono al Csm nell'ufficio di Davigo.
La consegna di Storari - Cosa era accaduto? Secondo quanto il Corriereha potuto ricostruire ieri tra più fonti, Davigo nell'aprile 2020 ha ricevuto i verbali segretati di Amara proprio da uno dei pm milanesi, Paolo Storari, che con il procuratore aggiunto Laura Pedio (una dei vice di Greco con l'allora dirigente del pool di cui faceva parte Storari, Fabio De Pasquale) avevano interrogato Amara tra dicembre 2019 e gennaio 2020. E Storari glieli ha portati proprio per tutelarsi da possibili conseguenze disciplinari di comportamenti che, nel trattamento di quei verbali, riteneva non corretti nei vertici della Procura. Il punto di frizione sembra essere stata, nei primi mesi del 2020, la necessità o meno di avviare accertamenti formali sulle gravi accuse che Amara rivolgeva ai componenti di quel gruppo di formidabile pressione denominato "Ungheria".
Storari premeva perché si procedesse a iscrizioni formali, ravvisando che gravissimi potessero essere i fatti se veri, e gravissima la calunnia se si fossero rivelati falsi; Greco, De Pasquale e Pedio ritenevano invece più opportuno attendere o non procedere ad iscrizioni formali. E per questo, passati alcuni mesi, Storari (che in seguito avrà dai capi l'ok all'avvio di accertamenti, poi trasmessi per competenza a Perugia e Roma), avrebbe scelto di confidarsi con una figura istituzionale come il consigliere Csm Davigo. Il Corriereha chiesto a Davigo se dunque sia vero che Storari gli abbia confidato le divergenze in Procura e portato i verbali con la motivazione di volersi tutelare dai colleghi: "Sì, è vero", risponde asciutto Davigo. Ma non è una violazione del segreto su quei verbali? "Il segreto non è opponibile ai componenti il Csm. E io ho subito informato chi di dovere". Cioè il vicepresidente Ermini o l'ufficio di presidenza del Csm? "Ho ho informato chi di dovere". Greco, interpellato, non commenta.
di Giuliano Foschini e Conchita Sannino
La Repubblica, 30 aprile 2021
Le deposizioni dell'avvocato Amara veicolate da più mani all'interno del Consiglio e fuori. Le presunte rivelazioni chiamavano in causa l'allora premier Conte e vertici di uffici giudiziari.
La stagione dei corvi si abbatte, ancora una volta, sulla magistratura italiana. Per un anno - da aprile del 2020 fino a qualche settimana fa - in un momento cruciale per la storia del nostro Paese (la pandemia, la crisi del governo Conte e l'arrivo dell'esecutivo Draghi), mentre il Consiglio superiore della magistratura rischiava il collasso per la vicenda Palamara, mani diverse veicolavano all'interno dello stesso Csm, e anche alle redazioni dei giornali, atti riservati di indagine (coperti da segreto istruttorio) in grado di esercitare una forza di intimidazione e ricatto sugli organi istituzionali: l'allora presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i vertici di alcuni uffici giudiziari e dei più importanti apparati istituzionali del Paese. Quel materiale sono le confessioni, si fa per dire, di uno degli uomini neri dello scandalo che nell'estate del 2019 ha travolto pezzi di potere giudiziario e politico italiano: l'avvocato siciliano Piero Amara.
È lui che ha riempito almeno sette verbali, a fine del 2019, davanti ai pm di Milano raccontando fatti - alcuni veri, altri verosimili ma anche vicende incredibili - al momento assolutamente non riscontrati. Decine di pagine nelle quali fa nomi di altissimi magistrati, politici, organi istituzionali riuniti in una loggia segreta: Ungheria. E accusa l'allora premier Conte di aver avuto consulenze d'oro e vantaggi, dal gruppo, quando era soltanto un autorevole avvocato civilista. "Solo calunnie, di cui chiederò conto in ogni sede" ha risposto l'ex presidente.
I verbali al Csm - I primi a conoscere i segreti di Amara sono due espertissimi pubblici ministeri di Milano, titolari dell'indagine: Paolo Storari e Laura Pedio. Siamo a dicembre 2019 e l'avvocato siciliano mette a verbale fatti e circostanze tutte da verificare. Poco dopo, secondo la ricostruzione che fanno oggi le procure, uno dei pm, Paolo Storari, decide di portare quel materiale a Roma, nel cuore del Csm, affidandolo nelle mani dell'allora consigliere Piercamillo Davigo, che conosce da sempre. È la primavera del 2020, tra marzo e aprile, quando il sostituto di Milano incontra a Palazzo dei Marescialli l'ex leader di Autonomia e Indipendenza: Storari lascia a Davigo i verbali in cui si parla di vari magistrati e anche del Consiglio superiore. Una mossa del tutto irrituale. Ma - per quello che risulta a "Repubblica" - il magistrato milanese ha raccontato di aver compiuto quel gesto non come illecito, ma come un atto quasi dovuto per il buon esito dell'indagine. Un tentativo di autotutela. Ha infatti spiegato, persino dinanzi al suo capo Francesco Greco, di aver compiuto quella scelta perché preoccupato dall'"immobilismo" che registrava intorno a quelle accuse. Storari avrebbe temuto che quelle dichiarazioni dell'avvocato Amara, seppur ancora da approfondire, fossero finite in un nulla di fatto. "Quando mi chiameranno, io dirò quello che devo dire", sono le uniche parole che il pm ha riferito in queste ore alle persone a lui più vicine. Ciò che sorprende, tuttavia, è un'altra, del tutto inedita, conseguenza: il silenzio (almeno in apparenza) di Davigo, dopo aver ricevuto quel plico. E le confidenze di un collega stimato come Storari.
La reazione di Davigo - Da aprile a ottobre 2020, mese in cui Davigo lascia il Csm per raggiunti limiti di età (con relativa aspra diatriba), l'ex consigliere non rivelerebbe a nessuno della visita di Storari. Parla, però, sembra in maniera assolutamente generica e vaga, con il vicepresidente David Ermini di una indagine a Milano che potrebbe coinvolgere nomi importanti. E che, dunque, potrebbe fare molto rumore. Perché Davigo non fa una relazione? A chi ha raccontato di essere stato il destinatario di quei documenti? Agli atti c'è soltanto la rottura con il collega di Csm Sebastiano Ardita, con cui nel 2015 aveva contribuito a fondare la corrente Autonomia & Indipendenza. Il nome di Ardita è nei verbali che Davigo riceve.
Si muove il corvo - La procura di Milano, siamo alla fine del 2020, decide di inviare per competenza a una serie di procure le confessioni dell'avvocato Amara affinché vengano effettuati i riscontri del caso. A Roma, però, negli uffici del Consiglio superiore della magistratura c'è chi teme che quelle parole rimangano lettera morta. Secondo la ricostruzione che ne fa la procura di Roma, una su tutte: Marcella Contrafatto, funzionaria storica del Consiglio superiore della magistratura, compagna di un importante magistrato romano e fino a qualche giorno prima nella segreteria del consigliere Davigo. Secondo le indagini dei pm di Roma, è la Contrafatto ha far recapitare al "Fatto Quotidiano" un plico con i verbali di Amara.
Lo stesso plico che qualche settimana dopo verrà consegnato anche al consigliere del Csm, l'ex pm antimafia Nino Di Matteo. E, infine, siamo a inizio 2021, le stesse carte arrivano anche alla redazione di "Repubblica". Le indagini non hanno accertato come la Contrafatto sia venuta in possesso del plico consegnato da Storari a Davigo. Né perché si sarebbe preoccupata di fare da "postina" con i giornali. Certo è che la donna ha ottimi rapporti personali con Fabrizio Centofanti, faccendiere accusato di essere uno dei corruttori di Luca Palamara. Uno di quelli, insomma, che aveva interesse a far crollare il sistema.
Le denunce dei giornalisti - I giornalisti che ricevono il plico non mangiano, però, la foglia. Si accorgono che i verbali non sono firmati. E si rendono conto che è in corso, da parte di ignoti, un'azione di dossieraggio assai poco chiara. Al "Fatto Quotidiano" il fascicolo finisce sul tavolo di Antonio Massari che li consegna alla procura di Milano per gli accertamenti del caso. A "Repubblica", mesi dopo, arriva un plico simile (con due verbali in meno, però, rispetto all'altro quotidiano) a Liana Milella che denuncia i fatti alla procura di Roma. Dopo le denunce la Guardia di Finanza si muove e identifica quella che ritengono essere il corvo: la funzionaria Contrafatto, appunto. Il dossier non è stato inviato soltanto ai giornalisti. È anche sul tavolo di alcuni consiglieri del Csm. Di uno certamente: Nino Di Matteo.
Il corvo indagato - Quando Di Matteo lo riceve - accompagnato da una lunga lettera anonima nella quale si denuncia il presunto immobilismo della magistratura sull'argomento - l'ex pm di Palermo lo mostra per primo a un collega, Sebastiano Ardita. E lo fa perché, come si è detto, in un verbale Amara cita espressamente Ardita. La cosa sembrerebbe restare, per lo meno fino a quel momento, negli uffici del Csm. Fin quando, nel marzo scorso, lo stesso Di Matteo informa il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, di aver ricevuto quello strano plico. Glielo dice in occasione dell'audizione di Cantone al Consiglio, quando è chiamato a parlare della vicenda Palamara. Ricevuta l'informazione, Cantone immediatamente si mette in contatto con il vertice della procura romana Michele Prestipino. E l'indagine - che si muove sull'asse Milano-Perugia-Roma - ha un'accelerazione. La Finanza individua la Contraffatto. La interroga. E arriviamo così a mercoledì 28 aprile. Il Consiglio si riunisce in mattinata. Il primo a prendere la parola è proprio Di Matteo: "Ritengo doveroso rendere edotto il Consiglio di una vicenda che ritengo importante. Nei mesi scorsi ho ricevuto un plico anonimo recapitatomi tramite spedizione postale contenente una copia informale e priva di sottoscrizioni di interrogatorio di un indagato risalente al dicembre del 2019 innanzi a un'autorità giudiziaria. Nella lettera anonima che accompagnava il documento quel verbale veniva ripetutamente indicato come segreto. Nel contesto dell'interrogatorio l'indagato menzionava in forma evidentemente diffamatoria se non un consigliere di questo organo. Auspico pertanto che le indagini in corso possano far luce sugli autori e sulle reali motivazioni della diffusione di atti giudiziari in forma anonima all'interno di questo Consiglio superiore".
L'inchiesta di Perugia - Le dichiarazioni di Amara non sono rimaste lettera morta. La Procura di Perugia "eredita" tutto il materiale che, a Milano, l'avvocato siciliano (che ha patteggiato una condanna a due anni e 8 mesi per corruzione in atti giudiziari) ha riversato nelle sue confessioni e che riguardano l'esistenza di quella presunta loggia "Ungheria". Oltre che al presunto coinvolgimento in vari affari di magistrati romani per cui è competente Perugia. I pm del capoluogo umbro avviano una serie di verifiche. Dunque, scatta l'inchiesta. Il procuratore Cantone è a lavoro. E alcune toghe sarebbero, anche a loro tutela, già indagate.
di Pier Ferdinando Casini*
Il Foglio, 30 aprile 2021
L'impraticabilità di una "riforma della giustizia", di cui si parla in modo inversamente proporzionale a quanto si fa, sembrava dover ricevere una decisa smentita dal cosiddetto "caso Palamara". Lo scorso 26 maggio proprio sul Foglio uno di noi scriveva, citando il Vangelo, oportet ut scandala eveniant, intendendo che dallo scandalo possono derivare effetti positivi in termini di reazione ed auspicando un soprassalto della politica che, approfittando di un mutato rapporto di forza nell'atavico braccio di ferro con i magistrati, intervenisse finalmente a raddrizzare le storture del sistema giudiziario, troppo lamentate e mai curate.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 30 aprile 2021
Per sette di loro c'era già stato uno stop alle richieste italiane. Dopo il vaglio politico, che un tempo frenava alcune estradizioni, ora tocca alle scelte dei giudici. Dunque è durata una notte, la detenzione degli ex terroristi (Qui tutti i ritratti) degli anni Settanta arrestati all'alba di mercoledì in Francia. Ma nella strategia italiana la decisione dei magistrati francesi non rappresenta una sorpresa e tantomeno un intoppo. Il blitz e gli arresti erano necessari per interrompere il decorso della prescrizione, evitando così che per sei dei dieci rifugiati Oltralpe - i non ergastolani - di qui a poco tempo l'Italia non potesse nemmeno più chiedere la riconsegna.
Compiuto questo atto, e considerando che i tempi per le procedure in tutti i loro passaggi saranno piuttosto lunghi (si prevedono un paio d'anni, anche se la prima udienza davanti alla Chambre d'accusation è stata fissata per mercoledì prossimo) era prevedibile che gli estradandi non restassero in prigione. Anche perché il vaglio preventivo effettuato dal Bureau del ministero della Giustizia francese ha riguardato solo l'ammissibilità delle istanze giunte da Roma, non il merito. Domande accettate, ma risposte non scontate.
Dei dieci condannati che l'Italia reclama, solo su tre la giustizia francese non s'è mai pronunciata in precedenza; si tratta dell'ex brigatista Enzo Calvitti, di Narciso Manenti (ergastolano per un delitto firmato Guerriglia proletaria) e dell'ex dirigente di Lotta continua Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio Calabresi. Per loro è la prima volta che si apre una procedura di estradizione, mentre per gli altri sette si era sempre bloccata, per un motivo o per l'altro. Proprio esaminando il fascicolo di Pietrostefani, il rappresentante della Procura che ha firmato il provvedimento d'arresto aveva già anticipato che in sede di convalida avrebbe chiesto la scarcerazione, a causa delle sue precarie condizioni di salute.
Ancora alla salute è legato il precedente che riguarda Marina Petrella, l'ex br condannata all'ergastolo che nel 2007 fu arrestata per essere rimpatriata, ma dopo un anno di carcere ottenne dall'ex presidente Nicolas Sarkozy la concessione dell'asilo per motivi umanitari. Stava male, la prigionia aveva peggiorato la situazione, e dall'Eliseo venne applicata la norma che consente di negare l'estradizione se questa mette a rischio la salute fisica e mentale del condannato. Ora il presidente è cambiato, ma quel provvedimento è ancora valido?
Nell'istanza ripresentata dall'Italia si sostiene che dopo 13 anni sarebbe opportuno riverificare se le condizioni della donna, oggi sessantacinquenne, siano ancora incompatibili con la detezione. Ma è possibile che prima ancora di affrontare la validità dell'atto di clemenza, il giudice francese debba rivalutare il suo dossier dall'inizio, e dunque pronunciarsi nuovamente sulla richiesta di riconsegna.
Stessa cosa per gli altri (Roberta Cappelli, Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin), che avevano avuto il parere favorevole della Chambre d'accusation, ma per i quali non era mai arrivato il "via libera" politico da parte del capo del governo. Sergio Tornaghi invece, già brigatista della colonna milanese che dovrebbe scontare l'ergastolo per l'omicidio del dirigente d'azienda Renato Briano, è già comparso due volte davanti alla Chambre, e per due volte la domanda italiana è stata respinta. Ora bisogna stabilire se è possibile tornare su quelle decisioni oppure no. E un caso ancora diverso è quello di Raffele Ventura, ex militante delle Formazioni comuniste combattenti, al quale in passato fu notificato un mandato di arresto europeo poi annullato perché inapplicabile per i reati commessi prima della sua istituzione. Altra complicazione è che Ventura nel frattempo ha ottenuto la cittadinanza francese. "Lui rifiuta la domanda di estradizione e vuole rimanere qui, dove vive da quarant'anni", ha spiegato ieri il suo avvocato Jean-Pierre Mignard.
La Divisione antiterrorismo parigina, in collegamento con la polizia italiana, aveva verificato già da qualche giorno prima del blitz che Ventura, come Bergamin e Maurizio Di Marzio, non tornavano più a dormire nelle loro abitazioni. S'erano allontanati, probabilmente subodorando la retata, ma poi gli avvocati hanno convinto Ventura e Bergamin a presentarsi la mattina dopo, anche per non compromettere la scarcerazione degli altri.
Che nelle aspettative del governo italiano non pregiudica l'esito della nuova offensiva. Ora si tratta di superare l'ostacolo giudiziario, perché il vaglio politico che in passato ha frenato alcune estradizioni, stavolta è stato affrontato prima. E Macron, dopo la promessa fatta a Draghi, s'è persino preoccupato di non ritardare troppo i tempi del blitz, rallentati dall'attentato jihadista avvenuto a Rambouillet il 23 aprile. Così gli arresti sono scattati subito.
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 30 aprile 2021
L'argomento di maggior interesse pubblico oggi in Italia è senza dubbio quello della giustizia, e della magistratura nel rapporto con le altre istituzioni, per cui una commissione di inchiesta parlamentare sarebbe legittima ed utile se si vogliono superare le polemiche e i contrasti che durano da oltre trent'anni. Si tratta di trovare "un punto di sintesi per migliorare il servizio giustizia" come ha riconosciuto il Ministro della Giustizia, il quale ritiene indispensabile ricomporre la "frattura" tra le istituzioni che si è accentuata negli ultimi anni.
Il riconoscimento da parte della Cartabia della frattura che dura dagli anni 90 è importante e nessuno ha dato finora spiegazioni adeguate del "fenomeno" Tangentopoli, da tutti riconosciuto appunto come "fenomeno" anomalo perché nelle inchieste giudiziarie fu utilizzato un metodo di indagine da parte dei pubblici ministeri non conforme al codice e alle regole a cui un magistrato si deve attenere. Ho auspicato negli anni passati un'autocritica da parte dei partiti della sinistra che sollecitavano l'azione della magistratura per scardinare il sistema politico e da parte di una magistratura che attraverso una valutazione più serena dei fatti dovrebbe difendere maggiormente la sua indipendenza e la giurisdizione.
Con il "fenomeno" Tangentopoli la magistratura e in particolare le procure sono state impegnate a processare il "sistema" politico nel suo complesso più che indagare sui singoli reati e sui diretti responsabili; e il giudice nonostante le innumerevoli sentenze di assoluzione, che pur vi sono state, ha assunto la caratteristica del giudice "etico" che vuole condannare il male per far vincere il bene. La funzione del magistrato è cambiata profondamente da allora perché la norma contenuta nel codice che attribuisce al pubblico ministero il compito di "ricercare il reato" al di là della nostra notizia criminis, ha consentito di contestare il sistema, un qualunque sistema e quello politico in particolare dove il sospetto è maggiore, per... ricercare al suo interno il reato.
Questo metodo ha caratterizzato il "sistema Tangentopoli" che si è sviluppato con "mani pulite" della procura di Milano e ha orientato tutta la magistratura in questi anni. La conseguenza è stata, ed è tuttora, l'alterazione del ruolo proprio del giudice in uno stato democratico, una confusione molto pericolosa, che viviamo in questi anni, tra la questione morale la questione penale che porta al giustizialismo e al populismo. Il populismo giudiziario, che coltiva la concezione di una giustizia "esemplare2 per soddisfare l'emotività dei cittadini, e il populismo politico che disprezza le istituzioni e snatura il rapporto tra il cittadino e lo Stato e il valore stesso della comunità civile.
È prevalso il tal modo il potere giudiziario e soprattutto dei pubblici ministeri che ha alimentato lo scontro con la politica accentuando uno squilibrio istituzionale. Si tratta di problemi complessi che incidono sulla vita delle istituzioni, di qui la urgente necessità di ricercare un raccordo tra le istituzioni democratiche e l'"ordine" giudiziario che solo il Parlamento nella sua sovranità può determinare.
Non si tratta dunque di "ridiscutere i fatti accertati da sentenze passate in giudicato" come dice il Presidente dell'ANM Santalucia, dimostrando ancora una volta la chiusura della corporazione; né di un potere che vuole indagare su un altro potere, ma di un potere democratico che ha il dovere di indagare su un "ordine" giudiziario che è diventato potere anomalo incrinando l'assetto costituzionale del paese. È dunque necessario che il Parlamento indaghi sulle tante anomalie che hanno caratterizzato e caratterizzano l'azione della magistratura ormai note a tutti e per ultimo messe in evidenza da Palamara e tenga ben conto che la politicizzazione della magistratura non è la premessa ma è la conseguenza delle deviazioni dei compiti propri della magistratura di cui si è detto. Non è possibile consentire ulteriormente questa anomalia costituzionale che non è presente in nessun paese del mondo.
Si è detto che in America Biden può istituire una commissione di inchiesta sulla Corte Suprema e quindi, anche se con ordinamenti diversi, in Italia si può ben indagare su un "ordine autonomo" che, proprio perché autonomo, non può sfuggire ad una valutazione del Parlamento: il problema della giustizia è il problema fondamentale per la democrazia. Se dunque il potere giudiziario in concreto prevale sul potere legislativo, il Parlamento deve interrogarsi sulle ragioni per cui oggi la politicizzazione della magistratura è una anomalia che rende instabile l'equilibrio democratico ma al tempo stesso è un'ipocrisia perché anche all'interno la magistratura si patiscono le conseguenze negative di questa sovraesposizione.
Ma il Parlamento al tempo stesso fare un esame di coscienza sulle leggi, sulle decisioni che hanno consentito queste deviazioni. Una serie di leggi hanno accentuato l'autonomia della magistratura anche nella sua organizzazione interna a scapito della indipendenza, che è il valore primario sul piano costituzionale, prezioso per l'equilibrio dei poteri, e hanno accentuato la sua separatezza. L'esempio più vistoso, sempre ricordato, tra tutte le decisioni del Parlamento, è la legge che consente la progressione automatica in Cassazione da parte del magistrato, stabilita per legge negli anni 70, che segue quella di eguale contenuto per la Corte d'Appello, e che ha eliminato la verifica del merito, della professionalità perché si è ritenuto niente di meno! che i "meccanismi" per determinarli avrebbero "intaccato" l'indipendenza! Si è enfatizzata in tal modo la "autonomia" come separatezza e irresponsabilità e oggi egualmente si ritiene che una commissione parlamentare possa "intaccare" l'indipendenza.
Queste storture rendono dunque urgente una inchiesta del Parlamento anche se non al massimo della sua efficienza, in un periodo in cui il governo si appresta a presentare a Bruxelles il Recovery Plan nel quale si precisa che "nell'ambito dell'intervento integrato volto a consentire un recupero di appartenenza dell'intero comparto della giustizia, assumono rilievo gli interventi di riforma dell'ordinamento giudiziario... per garantire l'esercizio del governo autonomo della magistratura libero da condizionamenti esterni e da logiche non improntate al solo interesse del buon andamento dell'amministrazione della giustizia". Per realizzare questo programma proposto del governo e approvato dal Parlamento, è necessaria una valutazione serena delle disfunzioni che hanno determinato la crisi nei rapporti istituzionali e in definitiva la crisi di fiducia dei cittadini.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 30 aprile 2021
La crisi di legittimazione della magistratura rischia di conoscere un avvitamento senza ritorno. L'Italia non può permettersi la giustizia dei corvi. Chi pensava che le convulsioni della magistratura italiana e la compromissione del suo organo di autogoverno, degli interna corporis delle sue correnti, avessero conosciuto il loro acme con il caso Palamara, si sbagliava. Perché ora, in una formidabile nemesi, una nuova inchiesta, che coinvolge tre Procure (Milano, Perugia e Roma), torna a illuminare il demone che se ne è impadronita e la guerra per bande che la percorre.
E questa volta il profilo del Cavaliere Nero è quello di chi, nel tempo, si è proposto come vestale della sua integrità. Piercamillo Davigo, già simbolo di Mani Pulite, già magistrato di Cassazione, già presidente dell'Anm, già consigliere del Csm e leader della corrente "Autonomia e Indipendenza". Soprattutto, interprete e custode di una cultura inquisitoria del processo penale e dei suoi istituti che ne hanno fatto il campione di un giustizialismo declinato nella sua forma più ideologica.
Come raccontiamo nelle nostre pagine, Piercamillo Davigo, nella primavera del 2020, raccoglie irritualmente un plico di verbali segretati della Procura di Milano dalle mani del magistrato che quei verbali aveva redatto, il sostituto procuratore Paolo Storari. In quelle carte, che vorrebbero essere il compendio della confessione di Piero Amara, opacissimo e potentissimo "facilitatore" a gettone per piegare la giustizia agli interessi di altrettanti oscuri centri di potere, è, a ben vedere, un cocktail velenoso, dove il confine tra il vero e il falso si fa evanescente. Ma certamente in grado di disassare o comunque mettere politicamente sotto scacco l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, fulminare esponenti della magistratura e delle istituzioni, il vertice della Guardia di Finanza, iscrivendole in una fantomatica loggia massonica dal nome "Ungheria" che avrebbe allungato i suoi tentacoli nella giustizia amministrativa, penale, nello stesso Csm.
Il pm Storari è convinto che il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, stia illegittimamente ritardando le iscrizioni nel registro degli indagati di quanti Amara ha chiamato in causa. Se ne lamenta con Davigo. E, irritualmente, Davigo - stando al racconto di Storari - investe (non è dato sapere in che misura) di quel conflitto tra magistrati l'ufficio di presidenza del Csm.
D'incanto, quei verbali, di cui Davigo ha copia, che dovrebbero essere segreti e la cui sottrazione la Procura di Milano ignora, cominciano una loro circolazione "extracorporea". Quelle informazioni messe a verbale, che devono ancora essere valutate nella loro consistenza (e che, quando lo saranno, non reggeranno alla prova dei fatti), diventano carburante per un commercio clandestino di informazioni riservate all'interno del Csm.
E, nell'autunno del 2020, in curiosa coincidenza con l'uscita di Davigo dal Consiglio per limiti d'età, dalla sua segreteria, in buste anonime, prendono la strada delle redazioni dei quotidiani. Che, tranne un caso, non pubblicheranno. Non fosse altro perché quelle carte hanno l'odore e la provenienza proprie della polpetta avvelenata.
Tra l'autunno del 2020 e il gennaio scorso, per quasi cinque mesi, in un passaggio cruciale della vita politica del Paese - la crisi del Conte2 e la formazione del governo Draghi - il Csm è diventato dunque il cuore di un'operazione, insieme, di intossicazione e resa dei conti. Che doveva evidentemente orientare le scelte del Procuratore di Milano, mettendolo sotto pressione, e magari condizionare la corsa alla sua successione, spaventare i vertici della Finanza, mettere sull'avviso il sistema di relazione di cui l'avvocato Amara è il fulcro. Uno spettacolo in cui nessuno dei magistrati protagonisti, in nessun passaggio, sembra fare la sola cosa giusta, limpida. Disinnescare cioè quella bomba a orologeria che, prima ancora che un'inchiesta abbia messo un punto, il pm Storari e il consigliere Davigo hanno depositato nel cuore dell'organo di autogoverno della magistratura.
Si annunciano giorni orribili. Per il Csm, per la magistratura italiana, la cui crisi di legittimazione rischia di conoscere un avvitamento senza ritorno. Perché un Paese che promette all'Europa una riforma del suo sistema giudiziario in grado di sostenere lo sforzo del Recovery non può permettersi la giustizia dei corvi.
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 30 aprile 2021
Parla l'ex dirigente di Lotta Continua e parlamentare per sei legislature: "Gli arrestati in Francia sono già stati tutti giudicati e condannati. Adriano Sofri ha ragione".
Marco Boato, cosa ha pensato quando ha appreso degli arresti dei terroristi?
"Ho combattuto per decenni il terrorismo in tutte le sue forme, anche con qualche rischio personale e con nessuna simpatia per coloro che ne sono stati protagonisti. Ma sono stato anche il primo promotore della legge sulla dissociazione, per cercare di uscire da quella stagione buia. Dopo gli arresti di Parigi, ho pensato che Mitterrand, Chirac, Sarkozy e Hollande, presidenti di sinistra e di destra, erano stati più saggi nel contribuire a porre fine alla stagione del terrorismo".
Macron invece?
"Forse lui guarda alle prossime elezioni presidenziali e alla concorrenza di Marine Le Pen, riconquistando consenso in quell'elettorato di estrema destra, tentazione a cui Chirac e Sarkozy si erano sottratti".
Quindi anche lei, come Adriano Sofri pensa: "E adesso che ve ne fate, sono vecchi e malati"?
"Sofri su Foglio ha fatto riflessioni ragionevoli e pacate, che ho condiviso pienamente, tanto più che lui ha trascorso molti anni in carcere e poi in detenzione domiciliare".
L'età avanzata di un condannato malato supera il bisogno di giustizia?
"Giorgio Pietrostefani era già stato alcuni anni in carcere e ha tentato in ogni modo di ottenere giustizia, proclamandosi sempre innocente. Ha lasciato l'Italia per Parigi solo dopo che anche il processo di revisione, seguito a precedenti condanne e assoluzioni, anche in Cassazione a sezioni riunite, si era chiuso negativamente. A Parigi ha subito un trapianto di fegato e decine di interventi successivi. Non vedo quale bisogno di giustizia ci sia ancora".
Priebke venne condannato cinquant'anni dopo i fatti, a 84 anni.
"Non c'entra nulla. Priebke non era mai stato processato prima, e la strage delle Fosse Ardeatine non era certo prescritta. Gli arrestati, e per ora rilasciati, di Parigi erano già stati tutti giudicati e condannati".
Sofri dice anche: "Pietrostefani non è un terrorista". Ma è stato condannato per l'omicidio del commissario Calabresi, ed ha goduto della dottrina Mitterrand.
"Non lo dice Sofri soltanto, lo dice il capo di imputazione e la sentenza di condanna, dove non compare alcuna aggravante di terrorismo o di banda armata, cosa che quasi tutti in questi giorni hanno dimenticato. Del resto, l'aggravante di terrorismo fu introdotta solo nel 1980".
È ancora convinto che non sia stata Lotta continua a uccidere Calabresi?
"Ne sono sempre stato convinto, avendo seguito di persona tutti gli otto processi e avendo letto tutte le carte processuali. Nella prima fase avevano cercato di coinvolgere anche me e Mauro Rostagno, ucciso dalla mafia pochi mesi dopo".
E chi l'ha assassinato allora?
"Questo andrebbe chiesto ai magistrati competenti. Anche il colonnello dei carabinieri Nicolò Bozzo espresse le sue perplessità, quando venne ascoltato in Parlamento".
Ha mantenuto i contatti con Pietrostefani?
"Abbiamo avuto una comune militanza in Lotta continua e poi l'ho visitato molte volte in carcere e frequentato durante tutti i processi. Altri amici hanno mantenuto con lui rapporti anche dopo a Parigi, dove io non sono mai stato per questo".
La dottrina Mitterrand nel tempo è stata interpretata dalla Francia come se l'Italia fosse un Paese sudamericano. Non è ridicolo?
"Che io sappia, Mitterrand non ha mai sostenuto tesi del genere, ma ha solo cercato di contribuire a disinnescare la spirale del terrorismo. E ci è riuscito".
Ha letto l'intervista a Gemma Calabresi?
"Ho assoluto rispetto per Gemma Calabresi, anche se lei e i suoi familiari sono stati sempre "colpevolisti", ancor prima della sentenza definitiva di condanna. Ma il loro avvocato ha cercato in Corte d'assise di attribuire agli ex di Lotta continua l'omicidio di Mauro Rostagno, un sospetto ignobile e inescusabile".
Gemma Calabresi prega per i terroristi, ma molti terroristi, quando parlano di quegli anni, dimenticano le vittime.
"Gemma Calabresi è cristiana, come lo sono io, e si comporta di conseguenza. Chi si dimentica delle vittime fa un grave errore. Ma altri ex terroristi hanno saputo instaurare un dialogo di riconciliazione con i familiari delle vittime, in nome di una giustizia riparativa".
L'ex terrorista Paolo Persichetti dice: "Anche l'esilio è una pena". Non è uno schiaffo alle famiglie delle vittime?
"Non so nulla di quanto dica o abbia detto Persichetti, che non conosco. L'esilio è sicuramente anche una pena, ma il rispetto per le vittime è doveroso per tutti"
Come spiegherebbe a un ragazzo di oggi gli anni di piombo?
"Dalla strage di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre 1969, ma anche prima con altri attentati, si è sviluppata la strategia della tensione, con stragi e ripetuti tentativi golpisti. Al terrorismo di destra, con complicità istituzionali negli apparati dello Stato, si è poi contrapposto anche un terrorismo di sinistra. Da una parte c'era il disegno di fermare i movimenti studenteschi e operai del '68-'69, dall'altra la folle idea di sostituirsi ai movimenti collettivi con la lotta armata, fino al tragico caso Moro".
Che Italia era?
"C'era un sistema politico bloccato, senza ricambio e senza democrazia dell'alternanza, con molti apparati dello Stato ancora eredi del periodo fascista e occupati da uomini della loggia massonica P2, come si scoprì dopo. Ma fu anche un'Italia di grandi conquiste civili, divorzio, consultori, servizio sanitario nazionale e molte altre. Ridurre tutto agli anni di piombo sarebbe un grave errore storico e politico".
Perché adesso Draghi è riuscito laddove hanno fallito tutti gli altri?
"Non sono convinto che l'iniziativa del governo e della ministra Cartabia, che pure stimo per altri aspetti, sia un contributo positivo per una pacificazione. Vedremo ora cosa deciderà la magistratura francese".
Qual allora il modo più giusto per chiudere nella verità quella stagione?
"La verità sul periodo delle stragi e del terrorismo, di destra e di sinistra, è già stata quasi totalmente acquisita. Quando non sul piano giudiziario, come per Piazza Fontana, sicuramente comunque sul piano storico-politico. Resta aperto solo il processo per la strage di Bologna. Quando ero parlamentare, ho promosso la costituzione della Commissione stragi e terrorismo e ho fatto proposte per una soluzione politica, che solo in parte sono state accolte. Ora quella stagione, fortunatamente, è conclusa per sempre".
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