di Massimo Basile
La Repubblica, 10 giugno 2021
In occasione dell'anniversario degli attacchi alle Torri Gemelle, il presidente americano avrebbe scelto una strategia diversa da Obama: ottenere dal Congresso il via libera per svuotare gradualmente la prigione, trasferendo gli ultimi detenuti. Chiudere il campo di prigionia di Guantanamo per i vent'anni dall'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001. È l'obiettivo a cui starebbe lavorando, "silenziosamente", Joe Biden. Rispetto a Barack Obama, che aveva provato inutilmente a chiudere il carcere con un ordine esecutivo, il presidente degli Stati Uniti avrebbe scelto una strategia diversa, più di basso profilo: vuole ottenere dal Congresso il via libera per svuotare gradualmente la prigione, trasferendo gli ultimi detenuti, meno di quaranta, rimasti in questi anni. Svuotare Guantanamo, anziché chiuderlo ufficialmente.
La notizia, riportata dall'agenzia Reuters e da Nbc, segnerebbe una svolta nella storia dell'icona della "guerra al terrorismo" ma anche luogo di torture, morti misteriose e detenzioni senza motivo. Il carcere venne inaugurato sotto la presidenza di George W. Bush nel 2002, come risposta all'attacco dell'11 settembre. Il campo di prigionia si trova nella base navale americana di Guantanamo, nella baia all'estremo sud dell'isola di Cuba. Al massimo della sua capienza, ha ospitato ottocento detenuti, sospettati di essere legati al terrorismo islamico o combattenti in Afghanistan. In realtà, come poi emerse nel 2011 con le rivelazioni di Wikileaks, furono decine le violazioni dei diritti civili: più di 150 persone, tra afgani e pakistani, molti agricoltori, autisti e cuochi, vennero tenuti per mesi in carcere senza un vero capo d'accusa. Il più giovane fu un ragazzino di 14 anni, con problemi mentali, il più anziano, un uomo di 89. Un cameram di Al Jazeera, Sami al-Hajj, venne tenuto prigioniero dal 2002 al 2008 perché rivelasse come il network avesse ottenuto i video del capo di Al Qaeda, Osama bin Laden. Il cameraman sarebbe stato picchiato e abusato sessualmente. Mohammed al-Qahtani, un saudita ritenuto legato ai dirottatori dell'11 settembre, venne sottoposto a uno specifico programma di torture che consisteva in venti ore di interrogatorio al giorno, portato avanti per mesi.
Un tunisino era stato tra i primi a entrare a Guantanamo, l'11 gennaio 2002, accusato di legami con i vertici di Al Qaeda, ma dopo oltre dieci anni di detenzione emerse che le accuse erano state estorte sotto tortura o frutto del racconto di detenuti che avevano mentito in cambio di migliori condizioni. Sia George W. Bush sia Obama ne avevano chiesto il rilascio, ma Donald Trump si è opposto. Lo stesso Obama aveva firmato, due giorni dopo il suo ingresso alla Casa Bianca, un ordine con cui decretava la chiusura di Guantanamo, ma trovò l'opposizione del Congresso. Anche molti rappresentanti democratici votarono contro il finanziamento del trasferimento dei detenuti in altre prigioni. Nel frattempo il numero dei detenuti si è ridotto, passando da 245 a 41. Nel maggio 2018 un detenuto è stato trasferito, mentre altri due lo saranno nelle prossime settimane. Altri diciannove potrebbero essere spostati in altre carceri, o rimandati nei Paesi di provenienza. Ne resterebbero meno di una ventina, di cui una dozzina sospettati di aver fatto parte dell'organizzazione dell'11 settembre.
Quelli rappresentano lo scoglio legale più difficile da superare. Biden vorrebbe ottenere dal Congresso il via libera al loro trasferimento nelle super carceri federali, tra cui quella di Florence, Colorado, ma vuole procedere con una linea di "basso profilo" per non pregiudicarsi l'appoggio del Congresso su altri temi in agenda. Amnesty International ha chiesto da tempo la chiusura di Guantanamo. Il segretario di Stato Antony Blinken ha rivelato alla commissione Affari esteri della Camera che il suo dipartimento si sta occupando del caso. Serve tempo e prudenza, spiega l'entourage del presidente. L'ideale sarebbe arrivare a una soluzione entro l'11 settembre, per i vent'anni dall'attacco terroristico. Quelli dovrebbero essere anche i giorni del ritiro degli oltre duemila soldati americani rimasti in Afghanistan.
di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 10 giugno 2021
L'inchiesta sull'agguato mortale in Congo nel quale, oltre all'ambasciatore, vennero uccisi il carabiniere italiano di scorta e l'autista. Il responsabile dell'area di Goma sentito dai pm. Quella strada, la N2 che parte da Goma e taglia la provincia congolese di Kivu da sud a nord, era già macchiata di sangue. Negli ultimi tre anni era stata il teatro di almeno venti conflitti a fuoco tra milizie criminali e le guardie del parco. Eppure, il convoglio su cui il 22 febbraio scorso viaggiavano l'ambasciatore italiano Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l'autista Mustapha Milambo per la missione organizzata dal Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite non aveva una scorta armata. Di più: i giubbotti antiproiettile e i caschi protettivi erano stati lasciati nel portabagagli. L'assalto a colpi di fucile dei banditi sbucati all'improvviso ("sei-sette uomini", secondo la ricostruzione degli ispettori Onu consegnata alla procura di Roma) è avvenuto con una facilità inaccettabile.
Quando tutto questo è stato contestato all'uomo che avrebbe dovuto garantire la sicurezza del convoglio, un funzionario congolese del Pam responsabile dell'area di Goma che martedì si è seduto davanti al pm Sergio Colaiocco, quell'uomo ha balbettato. Entrato come testimone, M.R. è uscito dal Palazzo di giustizia indagato per omicidio colposo.
Nella storia della strage in cui hanno perso la vita Attanasio, Iacovacci e Milambo, dunque, c'è un primo accusato. Di negligenza, sostanzialmente. Ma forse la definizione è riduttiva, non inquadra bene ciò che gli inquirenti - aiutati dai carabinieri del Ros e dalle evidenze raccolte dall'Onu - hanno accertato. Andiamo con ordine.
Il Security Policy Manual delle Nazioni Unite prevede che, in caso di missioni su territori ostili, il responsabile in loco chieda il nulla osta con almeno cinque giorni di anticipo. È il tempo che serve agli uffici di New York per valutare la pericolosità dello spostamento, determinare le regole di ingaggio e rilasciare la Security Clearance. Il funzionario congolese, collega dell'italiano Rocco Leone che ha il ruolo di vicedirettore Pam Congo, se ne è ricordato solo la sera prima della partenza da Goma. Invece di annullare la missione, M.R.ha trovato il modo di farsi dare l'ok omettendo che a bordo dei veicoli l'indomani ci sarebbero stati due italiani A New York la sera del 20 febbraio è arrivata, in ritardo, una richiesta di nulla osta con l'indicazione di sette nomi di funzionari Pam. Non c'erano quelli di Attanasio e Iacovacci. Se avessero segnalato la presenza di due ospiti esterni al Pam, infatti, la pratica sarebbe passata immediatamente ai referenti di Monusco, la missione di peacekeeping per la stabilizzazione del Congo. Monusco, come è prassi in situazioni analoghe, avrebbe programmato un incontro preparatorio e l'accompagnamento con la scorta. Per i pm romani, i due italiani non sono stati identificati apposta. I loro nomi sono stati comunicati via radio solo dopo la partenza da Goma. Si tratta di capire se il pasticcio sia dovuto alla negligenza di M.R. oppure se sia stato una precisa strategia per lasciare la carovana alla mercé dei miliziani.
Sulla ricostruzione dell'agguato c'è uniformità tra Procura di Roma e ispettori Onu, tranne che per un particolare di non poco conto: la classificazione "verde" della strada. Secondo New York, il basso rischio era giustificato dal fatto che "non ci sono stati incidenti per più di un anno". In realtà, come detto, di sparatorie ce ne sono state venti, anche se non hanno coinvolto veicoli diplomatici.
Nel report delle Nazioni Unite, si legge: "Dopo l'agguato, a 2 km dal luogo dell'incidente, il fuoco dei ranger del parco divenne più intenso e M.R. disse di sdraiarsi a terra. Il fuoco continuò per 10 minuti. Secondo M.R., il carabiniere si è inginocchiato e ha cercato di allontanare l'ambasciatore. Sono stati sparati dei colpi e sembra che l'ambasciatore abbia ricevuto un colpo alla schiena, mentre il carabiniere è stato colpito al braccio e alla schiena. Entrambi sono caduti a terra. Sono rimasti in questa posizione e mentre i Park Rangers avanzavano, temendo che potessero scambiarli per assalitori, M.R. gridò "Per favore non sparate, siamo del personale della Pam". L'ambasciatore è morto per sei ferite d'arma da fuoco. I guardiaparco sono stati sorpresi quando M.R. ha menzionato l'ambasciatore".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 10 giugno 2021
Troppo occidentali per l'Islam ma non abbastanza per l'Italia. Ragazze in cerca di una nuova identità. Il ruolo delle famiglie e il nodo dei diritti. La terra di mezzo delle ragazze musulmane è racchiusa tra due paletti di confine: ciò che è halal, puro e giusto per l'Islam, e ciò che è haram, il suo contrario. "Ma noi spesso veniamo respinte da entrambe le parti, siamo troppo halal per gli haram e troppo haram per gli halal: per certe femministe siamo troppo radicalizzate e per alcuni delle nostre comunità d'origine troppo emancipate", sospira Marwa Mahmoud.
Giovane consigliera comunale del Pd a Reggio Emilia, è ormai famosa per aver bacchettato il proprio partito, "disattento" sul destino di Saman Abbas: così ora la invitano ovunque in tv, le amiche hanno tentato (invano) di truccarla "all'occidentale" per la serata dalla Gruber, dove se l'è vista con la Santanché e con l'abbraccio avvelenato di chi la loda per avere dato il fatto suo a una sinistra incapace di parlare con coraggio di Islam. Rischia l'apostasia politica per eccesso di sincerità.
Perché è una terra immensa da attraversare, questa di un'identità perduta e un'altra non ancora conquistata davvero. Assai più vasta degli ottanta ettari di campagna della Bassa lungo via Colombo, qui a Novellara, dove il sonar prova a strappare alla sua sepoltura infame il corpo di Saman. È una terra dove ci si può smarrire facilmente, com'è successo alla ragazzina che si taggava "ItalianGirl" ed è stata punita dalla famiglia pakistana per avere rifiutato un matrimonio combinato in madrepatria; o ci si può riscoprire nuovi e diversi, come è capitato a Marwa, che è donna fatta, madre single, politica e comunicatrice smaliziata, e ha messo il velo "identitario" solo per scelta, all'università. La differenza sta forse nel punto di partenza, i genitori: magari in un padre. Quello di Marwa, un saldatore venuto dall'Egitto, vedeva nella figlia "il riscatto sociale" e ha fatto il tifo per lei. Quello di Saman, un bracciante immigrato da Lahore, temeva che una figlia piena di sogni fosse il disonore della casa e l'ha consegnata al suo boia, lo zio giovane e violento.
Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato - Iqra Ghaffar dice che, sì, "la famiglia conta moltissimo". Diciannove anni, splendidi capelli corvini sciolti sulle spalle, sta facendo la maturità, si prepara per l'università in Germania e si vede "manager nel marketing". Anche i suoi vengono da Lahore, anche suo padre lavorava nei campi, ma lei, col suo sorriso di libertà, testimonia un percorso diverso. È ironica il giusto: "Quando s'è saputa la storia di Saman, mi è capitato di ammalarmi, per due giorni non sono andata a scuola. Beh, la prof di italiano mi ha mandato un file audio con l'avvertenza: "Ascoltalo da sola!". Mi diceva: "Sono preoccupata, va tutto bene? Conosci quella ragazza?". Io so che l'ha fatto per affetto, ma mi sono sentita un po'... giudicata". Iqra ha messo il velo qualche anno fa, solo per farsi accettare "dalla compagnia di amici pakistani", poi l'ha tolto, assecondata dai genitori. E tuttavia le usanze (e le contraddizioni) si sentono anche in casa sua. Il fratello Mohsin, 25 anni, ha fatto un matrimonio combinato con la sua Ayesha: "Sì, le famiglie si sono trovate d'accordo prima.
Ma loro si sono piaciuti e sono felicissimi! Lui è qui, lei in Pakistan, a dicembre fanno lo shadi, la cerimonia, e lei lo raggiunge. Io ho chiesto a mamma: e se mi piacesse un ragazzo non pakistano? Lei mi ha risposto: basta che piaccia a te. I miei sono molto religiosi. Ma pensano che la religione non possa essere una scusa per imporci qualcosa".Il confine tra un matrimonio combinato e uno forzato è tuttavia piuttosto labile. Alessandra Davide, che con l'associazione Trame di Terre ha scoperto 33 matrimoni forzati in Emilia-Romagna e un centinaio di episodi simili in tutt'Italia in una decina d'anni, spiega come "molto spesso il matrimonio combinato diventa forzato se ci si oppone: e il matrimonio forzato è una violazione dei diritti umani". Su 33 casi, 30 volte la vittima è una lei.
La sindaca di Novellara: "Su Facebook i commenti sono atroci" - Atif Nazir, operaio di Juyrat e mediatore culturale nella comunità della Bassa, è "scioccato" dal dramma di Saman ma pensa che "se gli sposi acconsentono non è poi sbagliatissimo" il matrimonio combinato. Lui ha fatto una piccola rivolta alla rovescia. Si è innamorato di una ragazza conosciuta a una festa in Pakistan e quando è tornato in Italia ha detto al padre: se non mi fai sposare quella, me ne sposo una di qui; il babbo ha infine ceduto. In certi contesti, l'obbedienza sconfina nella soggezione. Per le ragazze, nella sottomissione. I confini sono più vaghi nelle comunità più separate.
A Novellara i pakistani sono il gruppo più secluso, nonostante il lavoro di rammendo della sindaca Pd Elena Carletti e di Erica Tacchini, che da quasi vent'anni vi si dedica (l'ultima iniziativa interculturale è il centro Rosa dei Venti). "La coesione mi preoccupa, ho smesso di leggere i commenti Facebook perché sono atroci", ammette la sindaca. Aprire ambienti chiusi non è facile: molti immigrati, buoni per il duro lavoro nei campi, sono venuti da aree del Pakistan dove l'alfabetizzazione è bassissima. La strada del recupero è in salita.
Una ragazza ora sotto protezione, una Saman che s'è salvata, ha spiegato ai carabinieri un meccanismo tipico: "Quando i miei mi toglievano da scuola chiudendomi in casa, dicevano a tutti che ero da una zia a Roma: chi poteva controllare?". Così, gratta gratta, quasi tutte conoscono (conoscevano...) una vicina sparita, una compagna che ha lasciato la classe e chissà dov'è. Ma ne parlano a fatica, con imbarazzo: sempre col retropensiero che si sfoci in un processo alla loro religione.
Lo ius culturae che manca - Martedì sera, al flashmob di Pegognago, tra cento candele per Saman, hanno letto i nomi di tutte le donne uccise in Italia da inizio anno, con un non detto piuttosto chiaro: anche voi italiani ci ammazzate, questo femminicidio non è diverso. Ihsane Ait-Yahia ha 28 anni, è arrivata dal Marocco che ne aveva 6. Provoca: "Matrimoni combinati? Ma perché, voi non li fate in tv a Uomini e Donne?".
Azzarda equivalenze scivolose tra gli attacchi islamisti dell'11 settembre e i bombardamenti americani in Afghanistan. Poi, s'intuisce che dietro il rancore palese c'è la delusione segreta per una cittadinanza che ancora non riesce a ottenere, nonostante il percorso di studi e il lavoro in un ufficio legale. È quello l'approdo fantasma nella grande traversata delle islamiche d'Italia: lo ius culturae che manca. La scuola può fare molto. Muskan, 13 anni, terza media, mi dice che se avesse un problema coi suoi, andrebbe dritta dal suo prof di matematica: "Lui mi aiuterebbe". Si fida. Se fra dieci anni non l'avremo ancora accolta come un'italiana vera, abbandoneremo anche lei nella terra di mezzo.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 10 giugno 2021
Missione incompiuta. Ondata di omicidi mirati che nessuno rivendica. E i Talebani dopo la "pace" hanno intensificato l'offensiva. L'accordo chiuso dall'inviato di Trump confermato da Biden mostra tutti i suoi limiti. "Ci aspettiamo giorni peggiori". Timur Hakimyar, direttore della Foundation for Culture and Civil Society e nostro abituale interlocutore a Kabul, prevede tempi bui. Per Najia Ayoubi "sono tempi confusi, opachi, in cui non è chiaro chi faccia cosa". Ayoubi è la direttrice di The Killid Radio, rete di radio indipendenti con sedi in 8 province. Dice di sentirsi in pericolo. "È la prima volta in vent'anni che mi sento veramente minacciata. Me e i miei colleghi".
Giornalisti e giornaliste, attivisti, membri della società civile, giudici, funzionari governativi. Sono tanti gli omicidi mirati degli ultimi mesi. Una strategia deliberata che serve a indebolire il governo, a minacciare le voci libere, a mandare segnali. Ma senza paternità. "Nessuno rivendica. Le responsabilità non sono chiare. Non conosciamo chi siano davvero i nostri nemici, ci sono zone oscure", ci dice Ayoubi nel suo ufficio, nel quartiere di Karte-e-Seh. Parla di "duecento giornaliste che hanno abbandonato il lavoro" in 6 mesi, elenca una ventina di radio che hanno chiuso i battenti, racconta di minacce anonime ricevute da colleghe e colleghi sui propri telefoni. I testi recitano più o meno così: "Con la scusa del giornalismo fate le spie per gli stranieri. Vi veniamo a trovare presto". Messaggi espliciti. Mittenti sconosciuti.
Sono tempi incerti, ripete Timur Hakimyar. Come altri, sostiene che il Paese sia in una fase nuova, di transizione. Di assestamento di poteri, interni ed esterni. Conta il ritiro delle truppe straniere, in corso da tempo, che ha innescato nuove dinamiche. Il processo di pace tra Talebani e governo di Kabul è in stallo, anche se proprio nelle ultime ore le due delegazioni sono tornate a incontrarsi. Secondo le dichiarazioni ufficiali, entrambi gli attori vogliono accelerare il percorso negoziale. Ma siamo solo all'inizio.
Si vedranno nei prossimi giorni gli effetti degli ultimi tentativi di Zalmay Khalilzad, l'inviato scelto da Donald Trump, confermato da Joe Biden. Ha appena concluso quattro giorni fitti fitti di incontri, qui a Kabul. Su di lui qui girano storie di segno opposto. Si dice che sia un arrivista pronto all'Arg, il palazzo presidenziale. Ma anche un ingenuo che si è fatto gabbare dai Talebani. È lui ad aver costruito il percorso diplomatico che ha condotto all'accordo di Doha del febbraio 2020. Nel testo sottoscritto allora da Washington e Talebani questi ultimi si impegnavano genericamente a sedersi al tavolo negoziale con Kabul e a considerare il cessate il fuoco. Hanno invece intensificato l'offensiva militare. "I Talebani hanno sempre detto di combattere contro i soldati stranieri. Ora che gli internazionali non ci sono più, continuano comunque a combattere. Perché?", chiede Hakimyar.
Di fronte alla loro intransigenza, si fanno più forti le convinzioni sui Talebani manovrati da Islamabad. Sono spiegazioni parziali, scorciatoie. La mappa dei poteri, delle autorità, delle responsabilità, è più complessa. Quel che appare nitida è la schizofrenia tra dichiarazioni ufficiali e fatti. I Talebani rassicurano a parole. Ma picchiano duro sul campo di battaglia. "Quando si entra in un processo diplomatico, prima si accetta una tregua, poi si discute", nota polemicamente Najiba Ayoubi. "Ma se continui a scegliere sempre lo strumento della guerra, se la violenza cresce proprio mentre si dialoga, non si va da nessuna parte". Rafforzati dall'accordo con gli americani, fieri di aver cacciato le forze di occupazione, i Talebani esercitano la leva militare per ottenere vantaggi al tavolo diplomatico. "Ma arrivare al potere uccidendo civili, diventare presidenti di un Paese di bare, non è una buona idea", dice Ayoubi. Per Hamikyar occorre guardarsi "dai trucchi dei Talebani", abili a manovrare.
Altri ricordano che se sono così forti è perché è debole il governo, la cui scarsa legittimità fornisce spazi enormi per gli studenti coranici. L'accordo tra i due fronti è lontano. Una firma non basterà, spiega Najiba Ayoubi. "Fermare un pezzo di carta non produrrà la pace. C'è il processo politico, certo, ma c'è anche la pace sociale. Qui c'è una società in guerra da 40 anni. Negli ultimi 20, sia il governo sia i Talebani hanno ucciso civili. Le famiglie delle vittime chiedono giustizia. Se non si affronta questo nodo, il conflitto riprenderà sempre di nuovo".
Il Dubbio, 10 giugno 2021
È "imminente" in Arabia Saudita l'esecuzione di Mustafa al-Darwish, giovane condannato per aver partecipato a delle manifestazioni antigovernative nel regno del Golfo. Lo riporta l'organizzazione umanitaria Amnesty International, secondo la quale al- Darwish sarebbe stato minorenne all'epoca degli incidenti. Al- Darwish, che ora ha 26 anni, era stato arrestato nel 2015 per aver partecipato a disordini scoppiati tra il 2011 e il 2012 (principalmente blocchi stradali), mobilitazioni spontanee contro la dittatura teocratica che finirono in brutali cariche di polizia e centinaia di arresti. Dopo la cattura al- Darwish è stato tenuto in isolamento per sei mesi senza poter consultare un avvocato difensore fino all'inizio del processo avvenuto due anni dopo l'arresto.
Un tribunale lo ha condannato a morte nel marzo del 2018 per "attività violente contro le autorità" e la sentenza è già applicabile. Potrebbe essere eseguita già nei prossimi giorni. "Il tempo per salvargli la vita sta finendo rapidamente", ha riferito il vice direttore di Amnesty per il Medio Oriente, Lynn Maalouf, che ha assicurato che al- Darwish è stato condannato nel corso di un processo del tutto illegale, basato su una "confessione ottenuta attraverso la tortura". Un'esecuzione che farebbe tornare ulteriormente indietro il lento e complicato processo di modernizzazione delle istituzioni saudite, tra le più liberticide del pianeta.
"Procedere con questa esecuzione minerebbe i recenti progressi dell'Arabia Saudita sulla pena capitale. Nel 2020 le condanne a morte sono state ridotte dell' 85%" ha aggiunto Maalouf in una nota. Amnesty considera la pena di morte "un'abominevole violazione del diritto alla vita in ogni circostanza" e ricorda che il diritto internazionale vieta rigorosamente l'uccisione di condannati che potrebbero essere stati minorenni al momento del crimine. Non è certo, infatti, se al- Daruish avesse 17 o 18 anni al momento dell'arresto. "Invece di giustiziare Mustafa al Darwish - ha concluso Maalouf - le autorità dovrebbero immediatamente ribaltare la sua condanna e ordinare che sia processato di nuovo con le dovute garanzie".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 10 giugno 2021
Ieri altri quattro candidati fermati, la scorsa settimana due: accuse dal riciclaggio all'incitazione all'ingerenza estera. Continua la brutale repressione dell'ex combattente sandinista. L'Amministrazione Biden lo ha definito ora "dittatore", ma per Washington il suo governo è utile per contenere la pressione migratoria.
Deciso a presentarsi per la quarta volta alle presidenziali del prossimo novembre, Daniel Ortega si libera dei potenziali avversari e li fa arrestare. Una settimana fa era accaduto con Cristiana Chamorro e Arturo Cruz, due candidati dell'opposizione. Sono stati accusati di riciclaggio di denaro. Ieri è toccato ad altri quattro esponenti del dissenso, anche loro candidati alla corsa per il rinnovo della carica di presidente del Nicaragua: il docente universitario Félix Maradiaga, l'ex viceministro dell'Industria, Juan Sebastián Chamorro García, nipote di Violeta Barrios Chamorro, l'unica ad aver scalzato l'ex guerrigliero durante una pausa della sua lunga permanenza al potere. E ancora la dirigente Violeta Granera e l'ex vicepresidente dell'Unione Industriali José Adán Aguerri. Lo scrivono il sito della BBC America Latina e l'edizione America del País.
I quattro sono stati fermati e poi trattenuti con l'accusa di "aver incitato all'ingerenza straniera negli affari interni". Un delitto grave, alla stregua di terrorismo, previsto nella nuova legge appena approvata dal Parlamento, chiamata di Difesa dei Diritti del Popolo, l'Indipendenza, la Sovranità e l'Autodeterminazione per la Pace. Granera è stato messo agli arresti a casa; gli altri tre sono stati trasferiti nella sede della Direzione Assistenza Giudiziaria (DAJ), a Managua, denunciato da tutte le ong come un centro di tortura. José Adán Aguerri è dirigente di Alianza Cívica, il gruppo di opposizione nato durante le proteste del 2018 quando decine di migliaia di giovani scesero in piazza chiedendo libertà e il cambio di un regime che dura ininterrottamente da 14 anni. Violeta Granera è una nota attivista nicaraguense e tra le voci più critiche nei confronti di Daniel Ortega.
L'ex guerrigliero del Fronte Sandinista di Liberazione non è nuovo a questi giri di vite. Assediato anche dalle mamme dei ragazzi scesi in piazza, molti uccisi e feriti altri chiusi per mesi in celle buie e sottoposti a torture, Daniel Ortega conserva il suo potere con il pugno di ferro. Dispone brutali repressioni nei confronti di ogni dissenso, chiude giornali d'autorità, spedisce in carcere i giornalisti fastidiosi, accetta dopo molte resistenze le visite della Commissione Diritti Umani della Organizzazione degli Stati Americani e dell'Onu, ma poi respinge, perché di parte, le loro conclusioni e condanne. Agisce sulla Giustizia, che controlla, e influenza il Parlamento nel quale il suo partito possiede la maggioranza. Condivide il potere con la moglie Rosario Murillo, anche lei ex guerrigliera, con cui ha combattuto il dittatore Anastacio Somoza. Ma il tempo e l'abitudine al comando li ha trasformati entrambi in qualcosa di peggiore del loro vecchio nemico. Gli Usa, a differenza di altri Stati nella regione, si sono sempre mostrati teneri nei loro confronti. Questione di interesse e di comodità: sono gli unici che garantiscono un freno al flusso di migranti. Solo ieri, davanti alla nuova stretta, l'Amministrazione Biden ha definito Ortega un "dittatore". Anche gli Stati Uniti sanno che di fronte a una sconfitta dell'ex guerrigliero i suoi misfatti finirebbero davanti ai Tribunali internazionali. Una prospettiva che atterrisce Daniel Ortega e che preoccupa la Casa Bianca.
La Nuova Sardegna, 10 giugno 2021
Dopo un anno di didattica completamente a distanza, a causa della pandemia da Covid-19, il Polo Universitario Penitenziario (Pup) dell'Università di Sassari tira le somme e si rilancia per un futuro sempre più inclusivo grazie al miglioramento dei servizi e all'incremento della rete di partenariato istituzionale.
Il bilancio ha il segno più: non solo è rimasto costante il numero di 60 studenti detenuti iscritti ai corsi dell'Ateneo di Sassari, ma dopo le due lauree già effettuate lo scorso anno (in piena pandemia), proprio in questo periodo si celebrano quattro lauree - una in Scienze dell'Educazione nel carcere di Alghero, tre in Lettere negli istituti di Tempio Pausania e Cuneo e uno studente in esecuzione penale esterna -e altre due saranno effettuate tra luglio e settembre: una in Economia e Management nell'istituto penitenziario di Alghero e una in Scienze dei Servizi Giuridici a Tempio-Nuchis.
"É stato un anno molto impegnativo - commenta il delegato rettorale Emmanuele Farris, da sei anni coordinatore del progetto - che ci ha visti ogni giorno, dal 9 marzo 2020, cercare di fare il possibile per garantire il diritto allo studio delle persone private della libertà. Questa esperienza ci ha insegnato molto, ha dato a tutte le istituzioni coinvolte la spinta motivazionale per collaborare ancora più strettamente e dotarci di strumenti sempre più tecnologici, che non vanno considerati un lusso ma supporti fondamentali per portare la didattica universitaria in modo capillare a tutti gli istituti penitenziari regionali".
E così il Pup dell'Uniss ha trovato l'energia di portare avanti un progetto pilota nazionale per l'informatizzazione delle aule didattiche penitenziarie (insieme al Ministero della Giustizia - Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria) tessendo una fitta rete di collaborazioni istituzionali.
Questo sforzo sinergico è stato premiato anche dall'ottenimento di finanziamenti dedicati, per due anni consecutivi (2020 e 2021), dalla Fondazione di Sardegna, pari appunto a 32.000 euro, insieme alle risorse che l'Ersu mette a disposizione per l'acquisto dei testi. Ma il premio più bello e importante è la fiducia che gli studenti.
Il numero di studenti detenuti iscritti all'Università di Sassari si è mantenuto costante rispetto all'anno precedente - 60 unità - e anzi è aumentata la percentuale di persone detenute che studiano all'Università: rispetto a una media nazionale dell'1,4% e a quella regionale del 3,1%, dove opera il Pup in media studia all'Università il 5,7% dei detenuti con eccellenze a Tempio (15%) e Alghero (11%). Il rettore Gavino Mariotti non nasconde la sua soddisfazione: "Risultati eccezionali che ci spingono a fare sempre di più e sempre meglio".
di Luigi Miozzi
Gazzetta di Ascoli, 10 giugno 2021
Alcuni detenuti del carcere di Marino del Tronto hanno messo in atto una manifestazione di protesta pacifica per rivendicare i propri diritti. I carcerati rinchiusi nella sezione di alta sicurezza della casa circondariale di Ascoli, secondo quanto si apprende, si sarebbero astenuti ieri mattina dal ritirare la colazione e avrebbero consegnato una lettera al direttore del carcere e al comandante della Penitenziaria nella quale avrebbero manifestato il loro dissenso e avanzato le loro richieste. Una iniziativa avvenuta in un clima tranquillo, senza alcuna tensione.
Alcuni detenuti sarebbero anche andati a parlare con il comandante facente funzioni degli agenti della penitenziaria al quale sarebbe stata ribadita, tra le altre cose, la necessità di un'area educativa adeguata, il montaggio di alcune zanzariere e di reti di protezione sopra le aree in cui ai detenuti è consentito il passeggio. Temi che probabilmente verranno messi sul tavolo insieme a quelli segnalati dagli agenti della polizia penitenziaria nel corso dell'incontro che si terrà la prossima settimana con i vertici regionali del Dap. I "baschi azzurri" lamentato la situazione di difficoltà in cui si trovano ad operare gli agenti e chiedono un decisivo impegno dei vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e del ministero della giustizia per ottenere più tutele e garanzie per il personale. Negli ultimi tempi, infatti, sono diventate sempre più frequenti le aggressioni da parte dei detenuti nei confronti degli agenti in servizio all'interno del carcere di Marino del Tronto.
gonews.it, 10 giugno 2021
Il Collegio del tribunale ha accolto la richiesta del Ministero della Giustizia di essere parte civile al processo, con rito ordinario, a Siena che vede imputati con l'accusa di tortura nei confronti di un detenuto cinque agenti della polizia penitenziaria del carcere di San Gimignano. La richiesta era stata presentata nelle scorse settimane dall'avvocatura di Stato.
I cinque agenti erano stati rinviati a giudizio nel novembre 2020 con l'accusa di tortura e anche di lesioni aggravate, falso ideologico, minacce aggravate e abuso di potere nei confronti di un detenuto tunisino durante un trasferimento coatto di cella nel 2018. Altri 10 agenti sono invece stati condannati lo scorso febbraio in primo grado con rito abbreviato con pene dai 2 anni e 3 mesi ai 2 anni e 8 mesi. La prossima udienza è fissata per il 13 luglio.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
La volontà di offendere l'onore altrui non è insita nell'attribuzione di un fatto "negativo" ma rilevante per gli interessi di coloro cui è comunicato. La comunicazione ad altri della qualità di debitore pignorato di una persona ha o meno valenza dispregiativa in sé? Soprattutto se tale attribuzione non è corredata da altre affermazioni offensive? E, in particolare sussiste un dovere dell'amministratore condominiale di rendere nota tale condizione agli altri condomini? Sono questi gli interrogativi a cui deve rispondere il giudice di merito al fine di accertare il dolo, anche eventuale, di diffamare dell'autore della diffusione di tale notizia. Come dice la Cassazione, con la sentenza n. 22777/2021, non è sufficiente affermare che la condizione di pignorato sia coperta da un naturale diritto di riservatezza del debitore per cui renderla nota a terzi ha automaticamente un intento diffamatorio in quanto è condizione che muove disapprovazione o spregio sociale.
La Cassazione ha rinviato al giudice di merito la causa perché nel condannare l'amministratore condominiale - che aveva affisso negli spazi comuni un cartello che riferiva dell'avvenuto pignoramento contro uno dei condomini - aveva mancato di accertare l'intento diffamatorio, anche solo nella forma del dolo eventuale sufficiente comunque a far sorgere la responsabilità penale.
In particolare il ricorso accolto dai giudici di legittimità puntava il dito sulla mancata considerazione dei doveri dell'amministratore verso tutti i condomini, che sicuramente avevano interesse a sapere che uno di loro fosse incapiente e perciò non in grado di adempiere agli oneri comuni facendoli ricadere sugli altri. Da cui l'interesse del condominio ad apprendere la notizia di dissesto economico di un inquilino non poteva essere messa in discussione. E il ricorrente non aveva altro che adempiuto a un proprio dovere di corretta informazione dei comproprietari amministrati.
Infine, nel caso concreto il giudice dovrà accertare la circostanza affermata dall'amministratore secondo cui il condomino che si riteneva diffamato aveva lui avanzato richiesta di essere dispensato dagli oneri condominiali o di poter pagare in qualità di affittuario. Il che renderebbe ancor meno offensiva la condivisione con tutti i condomini.
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