di Luca Fazzo
Il Giornale, 1 maggio 2021
"Questa decisione della Francia deve essere motivo di soddisfazione e di orgoglio per tutti. Perché riconosce che anche di fronte a una tragedia come il terrorismo, davanti ad avversari delle istituzioni che uccidevano indiscriminatamente magistrati e uomini delle forze dell'ordine, giornalisti e sindacalisti, operai e gente comune, l'Italia seppe rispondere con processi veri e credibili, senza ricorrere a leggi eccezionali né tribunali speciali, nel pieno rispetto dei diritti degli imputati e della Costituzione. Gli arresti effettuati mercoledì sono la prova che la Francia riconosce le sentenze emesse in quegli anni terribili nella loro piena autorevolezza. Ammettono finalmente che nella lotta al terrorismo l'Italia non ha nulla da farsi rimproverare".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 1 maggio 2021
Gli arresti di Parigi e la nostra smemoratezza. Abbiamo lasciato aperto un capitolo tragico della nostra storia, quello degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, dopo aver chiuso a fatica, e non del tutto, quello del fascismo. Neppure quando fu arrestato e processato l'ex capitano delle SS Erich Priebke, il nostro Paese e il nostro sistema giudiziario seppero dimostrare la capacità di fare i conti con la propria storia.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 1 maggio 2021
È una storia di pizzini, di patacche, di fango, di infamie, di sospetti, di cialtronate, di calunnie e di mille altri ingredienti molto maleodoranti che da anni arricchiscono le pagine quotidiane del circo mediatico italiano. Ma lo scandalo dei verbali segreti o dei verbali patacca contenenti le deposizioni dell'avvocato siciliano Piero Amara, consegnati un anno fa da un pm della procura di Milano all'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo e finiti successivamente sulla scrivania del consigliere del Csm Nino Di Matteo e su quella di alcuni giornalisti italiani, è qualcosa di molto più importante di un piccolo e casuale incendio al di là del fiume. Ed è qualcosa che contribuisce a rafforzare l'idea che la giustizia italiana sia sempre di più simile alla famosa "Lotteria a Babilonia" descritta da Jorge Luis Borges, all'interno della quale i possessori di un biglietto ricevevano premi oppure punizioni sulla base di un criterio molto semplice: il caso assoluto.
L'immagine della giustizia offerta dallo scandalo Amara (lo scandalo è relativo ad alcuni verbali d'interrogatorio coperti da segreto istruttorio consegnati a un ex membro del Consiglio superiore della magistratura, contenenti una serie di rivelazioni sulla attività di una presunta loggia massonica, all'interno della quale vi sarebbero anche delle presunte rivelazioni sull'ex premier Giuseppe Conte) è l'immagine di una giustizia certamente impazzita che si limita però a utilizzare molto semplicemente gli strumenti della gogna che l'apparato politico-giudiziario gli ha messo a disposizione. E' una storia che fotografa la presenza di correnti della magistratura che duellano da anni in modo fratricida tra loro (ogni volta che Milano sta per cambiare il capo della procura - Francesco Greco scade tra pochi mesi - le correnti iniziano a combattere battaglie con colpi sotto la cintura, come sa bene anche il predecessore di Greco a Milano Edmondo Bruti Liberati, uno dei padri nobili di Magistratura democratica, che negli ultimi mesi della sua esperienza a Milano ha combattuto una battaglia contro un esponente di Magistratura indipendente come Alfredo Robledo) seguendo modalità simili a quelle tra bande nell'indifferenza operativa anche dei garanti del Csm (il Csm, oltre che riformato, andrebbe sciolto il prima possibile).
E' una storia che fotografa un meccanismo perverso considerato naturale da un pezzo della magistratura in base al quale si considera automatico provare a ottenere attraverso le leve del processo mediatico ciò che non si riesce a ottenere attraverso un'indagine giudiziaria (il pm milanese che ha diffuso i verbali di Amara ha compiuto quella scelta, secondo una ricostruzione offerta ieri da Repubblica, "perché preoccupato dall'immobilismo che registrava in procura intorno a quelle accuse"). E' una storia che fotografa in modo mostruoso quanto possa essere pericoloso per il nostro stato di diritto avere una macchina giudiziaria governata più che dal principio della semplice aleatorietà dal principio dell'assoluta arbitrarietà (in una società dominata dalla cultura del sospetto la salvezza dell'incolpato è impossibile e può bastare a volte uno schizzo di fango per ottenere una soddisfacente condanna mediatica). Ed è una storia che in un certo senso mette in evidenza ancora una volta tutti i peggiori vizi del circo mediatico-giudiziario italiano.
Un vizio come quello di credere in modo disinvolto alle patacche (chi oggi si indigna per i giornali che hanno creduto alle parole dell'avvocato Amara, come il Fatto, sono gli stessi giornali che fino a qualche mese fa pendevano dalle labbra di Amara quando le parole di Amara erano lì a colpire non gli amici di quel giornale, come Conte, ma i nemici di quel giornale, come l'Eni). Un vizio come quello di denunciare le oscenità causate dalla violazione del segreto istruttorio solo quando le notizie veicolate da quella violazione interessano poco (i giornali come il Fatto e come la Verità specializzati nella gogna, abituati a pubblicare qualsiasi atto di indagine giunga nelle loro mani senza preoccuparsi delle ripercussioni per le persone coinvolte, oggi danno grandi lezioni di deontologia giornalistica). Un vizio come quello di trasformare i magistrati (come Davigo) in custodi assoluti della morale (l'impiegata del Csm che avrebbe inviato ad alcuni giornali delle missive anonime per sollecitare la pubblicazione dei verbali di Amara è la segretaria dell'allora consigliere Davigo, che ora è indagata per calunnia) attribuendo loro la funzione taumaturgica di combattere non più i reati (i corrotti) ma i problemi della società (la corruzione). Il problema non è, come ha detto ieri Repubblica, il modo in cui funziona il Csm e non è neppure la mela marcia chiamata Luca Palamara.
Il problema è la presenza di un sistema giudiziario a vocazione inquisitoria, devastato da correnti in lotta tra loro che la politica ha accettato di mettere al servizio di quello che il professor Filippo Sgubbi definì in un famoso libro pubblicato per il Mulino il "diritto penale totale". Un diritto che da un lato ha permesso al sistema giudiziario italiano di "legittimare provvedimenti adottati sì dalla magistratura, ma aventi natura di amministrazione e di governo e ispirati all'opportunità politica" e dall'altro ha permesso di avere "un processo penale ideato non più per accertare un fatto ma per creare un fatto" e dove il diritto non è più destinato a stabilire la giustizia, bensì ad affermare la vittoria dell'uno sull'altro.
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 1 maggio 2021
Portare in carcere arte e cultura come mezzi di svago e crescita per coloro che sono condannati a vivere in spazi ristretti e in carenza di stimoli. Questo l'obiettivo dell'Associazione Artisti dentro onlus, che ha bandito per il 2021 tre concorsi destinati alle persone detenute: "Scrittori dentro", "Pittori dentro" e "Cuochi dentro".
di Stefania Zolotti
informazionesenzafiltro.it, 1 maggio 2021
Intervista a Carmelo Cantone. "Creare un fascino attorno al mondo delle carceri per attirare le imprese": il binomio non è impossibile.
Raggiungere Carmelo Cantone per parlare di rivoluzioni oltre le sbarre è avere ben chiaro di parlare con qualcuno che ha già preparato l'assedio ai luoghi comuni delle carceri italiane. Le conosce più di casa sua. È Provveditore per Lazio, Abruzzo e Molise e gestisce venticinque istituti penitenziari, ma in contemporanea è tornato a occuparsi nuovamente della Toscana che aveva diretto dal 2011 al 2016 dato che al momento la sede di Firenze è scoperta.
di Davide Varì
Il Dubbio, 1 maggio 2021
Davvero qualcuno pensa di risolvere la deriva della nostra magistratura mettendo sul banco degli imputati la magistratura? Serve una riforma radicale della Giustizia: separazione delle carriere, responsabilità civile, riforma del Csm.. e non una Norimberga dei giudici.
Ci risiamo: avevamo appena finito di commentare gli obbrobri del "sistema" Palamara, pensando e illudendoci di intravedere una luce in fondo al tunnel, ed ecco invece arrivare una nuova ondata di fango che travolge ancora una volta la nostra magistratura. La dinamica è sempre la stessa: un magistrato confeziona un'inchiesta e questa stessa inchiesta spunta miracolosamente nelle redazioni di alcuni giornali, i quali decidono di pubblicarla o non pubblicarla in base alle relazioni personali con questa o quella procura. Questa brutta storia arriva dopo lo stillicidio quotidiano delle chat di Palamara; dopo le istantanee dell'hotel Champagne e dopo la rivelazione di una guerra tra bande tra le varie correnti di magistrati che lottavano (e forse lottano ancora) per il controllo delle procure. Un tutti contro tutti senza fine e gestito in nome del potere per il potere.
È dunque evidente che ci troviamo di fronte a un atteggiamento autodistruttivo che deve essere fermato o quantomeno arginato. Una magistratura in queste condizioni è infatti un pericolo, un pericolo per noi tutti. La crisi, il vero e proprio collasso, e la delegittimazione di uno degli attori principali della nostra giurisdizione mettono in pericolo l'intera giustizia italiana. Per questo, chi assiste a questa guerra deve trovare la forza per fermare questa deriva. Pensiamo alla politica naturalmente. Chi altri, se non la politica, ha infatti il diritto e il dovere di fermare questa resa dei conti e portare questa guerra sporca all'interno di un percorso di riforme?
E allora in questo contesto così lacerato ci domandiamo: a che serve una commissione d'inchiesta parlamentare sulla magistratura? Intendiamoci, una commissione parlamentare è sempre legittima. Chi scrive pensa che la politica debba avere il ruolo di guida all'interno di una democrazia. La politica è quel potere legittimato dal voto popolare che deve esercitare un controllo critico sulle altre istituzioni. Magistratura compresa.
E conosciamo bene le derive di alcune procure. In questi decenni alcuni magistrati hanno fatto e disfatto governi, hanno mandato a rotoli, spesso con gratuita ferocia, la carriera politica di decine di parlamentari, ministri, governatori, sindaci, semplici consiglieri comunali e semplicissimi cittadini. Spesso sulla base di indizi fragilissimi e attraverso inchieste che si sono sciolte come neve al sole già nel primo grado di giudizio. Ci sono procure che hanno sfruttato con grande spregiudicatezza i media, utilizzando giornali e tv come amplificatori delle loro inchieste. Hanno messo in piazza la vita privata di migliaia di persone senza alcun riguardo e hanno usato la galera preventiva trasformandola in una sorta di strumento di tortura. E hanno fatto tutto questo pensando di essere investiti di una missione di rieducazione etica e morale del nostro paese da realizzare per via giudiziaria. Insomma, di fronte a questa galleria degli orrori la tentazione di "fargliela pagare", di chiedere il conto e di mettere la magistratura sul banco degli imputati è assai forte.
Ma chi immagina una "Norimberga" delle toghe incorrerebbe in un gravissimo errore. Questo impulso dal deciso retrogusto vendicativo va frenato per quel che dicevamo prima: perché la politica ha il primato sul controllo della nostra democrazia e sull'equilibrio dei poteri. E questo primato va usato con grande responsabilità. Alla magistratura non servono processi, serve piuttosto il soccorso di qualcuno che la aiuti a uscire dal buco nero nel quale si è infilata. La politica deve trovare la forza e il coraggio di trasformare questa sciagura in opportunità andando a caccia di soluzioni radicalmente riformiste. Magari iniziando da una riforma radicale del Csm (consigliatissima, al riguardo, la lettura della proposta Vietti-Casini), dalla separazione delle carriere e dalla responsabilità civile dei magistrati. Così facendo raggiungerebbe due risultati: troverebbe la sua credibilità perduta e guiderebbe una riforma davvero radicale della nostra giustizia.
fuoriluogo.it, 1 maggio 2021
Al via il 3 maggio il progetto WOM, Women on Movement per la diffusione dei processi di self empowerment per le detenute italiane. Promosso dalla Società della Ragione con il sostegno dell'8 per mille della Chiesa Valdese.
Con un webinar di presentazione lunedì 3 maggio (ore 17,30 iscrizione su https://attendee.gotowebinar.com/register/5933265324334509582) partirà il progetto "WOM - Women on Movement - Self empowerment per donne detenute" promosso da la Società della Ragione con il sostegno dell'otto per mille della Chiesa Valdese.
Il progetto prende spunto dall'esperienza positiva di un precedente progetto di ricerca-azione denominato WIT - Women in Transition, anch'esso finanziato dall'otto per mille della Chiesa Valdese, grazie al quale nel 2018 sono stati sperimentati gruppi di self-empowerment tra donne detenute in due carceri della Toscana, condotti da esperte dell'associazione. L'approccio di empowerment in carcere e l'esperienza dei "laboratori" di self empowerment sono stati documentati anche nel volume di S. Ronconi e G. Zuffa La prigione delle donne. Idee e pratiche per i diritti, Ediesse, Roma (2020, pp.206).
Il nuovo progetto si propone di estendere l'esperienza dei laboratori di self empowerment fra donne detenute primariamente attraverso l'apertura di un confronto generale nell'ambito del contesto carcerario sulla tematica della differenza di genere e sull'approccio di empowerment in carcere. Saranno quindi attivati moduli di formazione rivolti a operatori e a operatrici del settore penitenziario (volontari e professionisti) per la conduzione dei gruppi di self empowerment con le donne detenute. L'obiettivo finale è quello di promuovere nuove esperienze di laboratori di self empowerment in carcere, con la conduzione di operatori/ci formati ad hoc e con opportuna supervisione.
Il modello di self empowerment mira a promuovere l'autostima delle donne detenute, sviluppare i punti forza della loro esperienza e le loro competenze e facilitare la relazione fra detenute e con le varie figure professionali nella quotidianità del carcere. Si propone anche di elaborare strategie di prevenzione rispetto a momenti di crisi, che si presentano nella detenzione particolarmente nei momenti di ingresso in carcere.
Attraverso la formazione e il training alla conduzione dei gruppi, verranno offerti agli operatori e discussi strumenti per portare alla consapevolezza delle donne i fattori di stress e di sofferenza in modo da permetterne la elaborazione e sviluppare le capacità di coping detenute.
Allo stesso tempo si lavorerà sulla ricognizione e l'auto-riconoscimento da parte delle donne delle loro competenze, sia in campo cognitivo che emotivo/relazionale con la rivisitazione e la rielaborazione delle relazioni familiari, in particolare le relazioni coi figli/figlie, area significativa e sensibile dell'esperienza femminile. Infine, si cercherà di capire come identificare insieme alle donne i momenti di crisi, per operare in modalità preventiva e proattiva.
Il 3 maggio dalle 17,30 Grazia Zuffa, Presidente de la Società della Ragione, insieme a Susanna Ronconi e Liz O'Neill, conduttrici dei primi laboratori sperimentali e Serena Franchi, direttrice dell'Associazione presenteranno nel dettaglio il progetto. Hanno per ora assicurato la partecipazione Maria Teresa Menotto, Elena Zizioli, Monica Gallo, Nicoletta Gandus, Ornella Favero, Giusi Furnari e Giulia Fabini. Per iscriversi al seminario: https://attendee.gotowebinar.com/register/5933265324334509582. Per informazioni sul progetto: https://www.societadellaragione.it/wom -
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 maggio 2021
Chiudiamo la settimana italofrancese. Avevo fatto notare che la dizione grossista "ex terroristi" era indebita. Sono stato ascoltato. Tutti (tutti: ho raccolto le riproduzioni) i quotidiani maggiori di ieri intitolavano: "terroristi". Senza più ex.
"Economia, Orazio, economia" (Amleto, atto primo, scena seconda). In Francia un certo numero di personalità ha pubblicato una lettera collettiva che ho apprezzato per la sua argomentazione di fondo. "L'espressa condizione", dice, alla quale quegli autori di violenze politiche negli anni 70 "sono stati accolti nel nostro paese, era di abbandonare ogni attività illegale.
Quarant'anni fa diverse decine di persone sono uscite dalla clandestinità, hanno deposto le armi, hanno fatto esaminare i loro fascicoli dalle massime autorità dei servizi di intelligence, polizia e giustizia francesi... Tutti hanno mantenuto il loro impegno a rinunciare alla violenza". È l'argomento per me decisivo, quello che mi fa auspicare il riconoscimento di una partita chiusa con persone dalle quali a suo tempo mi separò un'avversione radicale.
Ho provato, come potevo e senza indiscrezione, a informarmi sulla vita di alcune di queste persone. I giornali, benevoli o nemici, avrebbero potuto farlo. Hanno preferito riprodurre a oltranza foto segnaletiche di un'altra età, altrettanti rovesciati ritratti di Dorian Gray. Ho visto un frammento televisivo in cui Corrado Formigli chiedeva a Mario Calabresi che cosa pensasse della mia opinione (non riguardava Pietrostefani) che "la cosiddetta dottrina Mitterrand ha realizzato il fine più ambizioso e solenne che la giustizia persegua: il ripudio sincero della violenza da parte dei suoi autori, e così, con la loro restituzione civile, la sicurezza della comunità. La Francia repubblicana è riuscita dove il carcere fallisce metodicamente".
Calabresi l'ha respinta dicendo che, se così fosse, "potremmo prendere un omicida di oggi, anziché arrestarlo e metterlo in carcere, mandarlo in una bella isola siciliana a vivere, non compie più delitti, quindi abbiamo dimostrato che l'isola siciliana ha fatto bene alla sua vita". Con la migliore volontà, non trovo alcuna pertinenza nel paragone. Alla Francia e ai suoi appelli si rimprovera soprattutto di aver fatto passare l'Italia come un paese in cui l'amministrazione della giustizia di quegli anni è stata distorta da leggi speciali e sospensione dei diritti.
Non è un tema del quale io sia competente: distorsioni, forzature, perfino documentati ricorsi a torture, ci furono. Altri sono tornati a discuterne in questi giorni, con miglior conoscenza di causa. Io non direi che l'Italia non fosse democratica, perché sono convinto che la democrazia non sia una condizione statica, bensì una tensione permanente fra forze diverse e anche opposte. Nell'Italia del 12 dicembre quella tensione si fece estrema, e lo restò per alcuni anni successivi. Ma io ho, e provai a sollevarlo già più di quarant'anni fa, un altro argomento a sostegno della revisione della giustizia di allora, un argomento non giuridico ma tragicamente psicologico.
Un gran numero degli imputati per violenze politiche o per terrorismo parteciparono ai processi sentendosi ancora, anzi di più per l'esposizione in cui si trovavano, militanti della loro rivoluzione e negatori sprezzanti della giustizia dei tribunali. Questa oltranza raggiunse episodi terribili come a Torino nel 1977, quando gli imputati brigatisti, alla vigilia del processo, revocarono i difensori di fiducia e minacciarono di morte qualunque avvocato avesse accettato di difenderli d'ufficio.
Il presidente dell'Ordine torinese, Fulvio Croce, designato d'ufficio a difenderli, fu assassinato da un gruppo di brigatisti (il processo si sarebbe aperto solo un anno dopo, quando Adelaide Aglietta, dopo 134 rinunce di cittadini estratti, accettò di far parte della giuria popolare). Fu il caso estremo di una situazione ripetuta: gli imputati rifiutavano di difendersi, denunciavano la giustizia "borghese". Era una loro esclusiva responsabilità, naturalmente, del resto platealmente rivendicata. Ma la conseguenza obiettiva fu lo stravolgimento dello svolgimento dei processi, delle sentenze e delle pene che deriva dall'assenza della difesa.
A distanza di tempo, quando quell'atteggiamento era caduto se non per pochi cosiddetti "irriducibili", non c'era una ragione per rivedere, non più nei tribunali, ma in Parlamento, quel retaggio? Qualcuno oggi riparla di amnistia. Non se ne farà niente, il puntiglio è più inesorabile. E proprio il troppo tempo che è passato ha allontanato definitivamente la prospettiva di una misura politica. E ha avvicinato, nonostante la longevità contemporanea, così sottovalutata dai giovani di allora, la soluzione biologica della questione. C'è un'estradizione che incombe sui giusti e sugli ingiusti.
di Mario Chiavario
Avvenire, 1 maggio 2021
Vendetta. Giustizia. Verità. Soddisfazione. Sono alcune tra le parole lette o ascoltate a primissimo commento dell'operazione di polizia che ha portato all'arresto, in Francia, di alcune persone condannate per gravi delitti durante quelli che furono chiamati gli "anni di piombo".
No. Non si può liquidare come vendetta la rimozione di un ostacolo all'esecuzione di condanne penali come queste. Ed è vero che circa il giudizio di colpevolezza con cui si è conclusa qualcuna di tali sentenze si possono nutrire legittimi dubbi, tanto sotto il profilo dei fondamenti "in fatto" quanto sotto quello di certi aspetti o momenti della genesi processuale; ma è altrettanto vero che non sono mancati gli strumenti per ripararvi; e, soprattutto, è falsa l'accusa che quelle condanne siano state dovute a repressione del dissenso politico, trattandosi comunque di terribili fatti di sangue; così come non è vero che agli imputati sia stata addirittura negata la possibilità di difendersi.
Non vendetta, dunque, ma giustizia. O meglio, un passo verso la risposta, seppur tardiva, a un'istanza di giustizia. Non è ancora l'estradizione, giacché in Francia come in Italia esiste al riguardo una specifica, opportunissima, "garanzia giurisdizionale". Dev'essere insomma la magistratura a vagliare sotto ogni aspetto la legittimità e la correttezza delle relative richieste; e un suo "no" blocca ogni possibile, diversa volontà dell'Esecutivo. Ma il segnale di una svolta c'è, quantomeno nell'atteggiamento di fondo delle istituzioni governative transalpine, fino al Capo dello Stato.
Verità è la terza delle parole evocate; ed esprime l'oggetto di una speranza. Senza troppe illusioni. Non è facile prevedere che quest'estradizione, se e quando ci sarà, possa davvero contribuire a sollevare, a distanza di così tanti anni, certi veli che ancora avvolgono, se non il "come", il "perché" di quegli orrori. Ad avere il diritto di chiederlo, però, non sono soltanto i familiari delle vittime, ma l'intera collettività.
L'ultima parola - soddisfazione - è forse la più problematica, al di là delle apparenze. Ha a sua volta un senso, sulla bocca dei responsabili del dialogo, con le massime autorità francesi, che ha avuto questo sbocco. Più ancora possono sentirsi soddisfatti coloro i quali, anche e soprattutto in ruoli meno appariscenti, hanno tessuto per anni una preziosa tela di cooperazione diplomatica e giudiziaria. Ma colpisce il diverso accento usato, ad esempio, da Mario Calabresi, il giornalista figlio del commissario trucidato nel 1972: "Oggi è stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso. La giustizia è stata finalmente rispettata. Ma non riesco a provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo".
È un'affermazione nobilissima, tanto più perché espressiva di un idem sentire con la propria madre, Gemma. Non smentisce il netto rifiuto dell'acquiescenza a un'impunità troppo facilmente cercata e ottenuta, ma al tempo stesso testimonia della capacità di superare un sentimento di mera ostilità, pur comprensibilissimo e da non imputare a chi vi accede perché colpito direttamente e irrimediabilmente negli affetti e nei legami più stretti e profondi.
Si può esprimere un'altra speranza? Che cioè, una volta compiuto l'iter dell'eventuale estradizione degli arrestati, il nostro diritto penale e penitenziario possa dare concreto riscontro anche istituzionale ad affermazioni come quella? Trovando e creando - se del caso, e ovviamente non soltanto per questo caso - strumenti adatti a non trasformare, appunto, un atto di giustizia in una vendetta di Stato? Nessuno, no, deve forzare una frase sulla giustizia riparativa, pronunciata 'a caldo' dalla ministra Cartabia in risposta a una domanda sul seguito da dare a questi arresti; c'è il tempo per capire se potranno trarsene frutti tangibili e insieme rassicuranti chiunque abbia a cuore l'autentica giustizia. Ma in ogni caso si può esser sicuri che non si ripeterà quella che anche la figlia di un'altra vittima del terrorismo, Benedetta Tobagi, ha definito la "vergognosa passerella mediatica" che accompagnò lo sbarco in Italia di Cesare Battisti, dopo il suo arresto in Sudamerica, pur definito "giusto e sacrosanto".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 maggio 2021
Per il dottor Guido Salvini, che a Milano ha condotto molte inchieste in materia di terrorismo di sinistra e di destra riaprendo anche le indagini sulla strage di piazza Fontana, le estradizioni dalla Francia degli ex terroristi sono "giuste" ma al fine di determinare l'esecuzione delle pene "bisognerà capire anche se questi ex terroristi siano cambiati e se siano ancora pericolosi".
Per il dottor Guido Salvini, che a Milano ha condotto molte inchieste in materia di terrorismo di sinistra e di destra riaprendo anche le indagini sulla strage di piazza Fontana, le estradizioni dalla Francia degli ex terroristi sono "giuste" ma al fine di determinare l'esecuzione delle pene "bisognerà capire anche se questi ex terroristi siano cambiati e se siano ancora pericolosi".
Dottor Salvini cosa ne pensa degli arresti effettuati in Francia?
Serve una premessa: la dottrina Mitterand si basava su un equivoco, ossia che queste persone, come altre arrestate in quegli anni, fossero dei perseguitati politici. Questo non è vero: le Corti italiane li hanno giudicati e condannati, quasi tutti per una serie di omicidi, con il rispetto di tutti i diritti di difesa. Nessuno di loro può ragionevolmente proclamarsi innocente. Lo dimostra il caso di Battisti che dopo l'estradizione ha confessato tutti e quattro i delitti per cui era stato condannato. Premesso questo, la richiesta di estradizione e la loro consegna al nostro Paese sono normale giustizia. Però ritengo che per l'eventuale trattamento penitenziario che seguirà quando saranno in Italia bisognerà tener conto se in questo lungo periodo di latitanza abbiano fatto una riflessione critica di quegli anni, se siano cambiati e se la loro pericolosità siano venuta meno. Se così fosse potrebbero essere concessi, certo non subito ma col tempo, anche benefici come ad esempio la semilibertà. Ogni caso andrà valutato per capire se la persona che si ha davanti, sempre nel rispetto dei familiari delle vittime, sia ancora la stessa che ha commesso quei delitti trenta o quarant'anni fa.
A proposito di vittime, non ritiene che questo sarebbe difficile da accettare da parte loro?
Bisognerà trovare delle forme, già sperimentate in molti altri casi, di riconciliazione e di dialogo tra le vittime e gli autori dei delitti.
Lei fu Giudice Istruttore nell'inchiesta sull'omicidio del vicebrigadiere Antonino Custra per il quale è stato condannato proprio Raffaele Ventura, attualmente irreperibile in Francia...
Mi stupisce un po' che Ventura, che era uno dei capi dell'Autonomia milanese, si sia reso, come sembra in queste ore, ancora latitante perché negli anni aveva dimostrato il suo distacco e la sua riflessione sugli eventi di allora e si era reinserito nella società francese. Dovrebbe finalmente accettare di confrontarsi con la giustizia italiana e non fuggire ancora.
Tra gli arrestati c'è anche Giorgio Pietrostefani, condannato per l'omicidio Calabresi...
Di quell'omicidio, nonostante le condanne, non si sa tutto, non si conosce se non in parte come fu deciso e organizzato e nemmeno tutta la fase esecutiva. Pietrostefani è a conoscenza di quei segreti e con il suo ritorno in Italia potrebbe rivelarli. Non dimentichiamo che quello del Commissario non fu un crimine qualsiasi, è stato il primo omicidio politico, legato a piazza Fontana e ideato prima ancora che iniziasse il terrorismo con i suoi crimini seriali. Credo che Pietrostefani abbia il dovere civile di raccontare quanto accaduto in quel maggio 1972 perché se si vuole la verità su piazza Fontana si deve volerla anche per tutto il resto, dalla morte di Calabresi a quella di Pinelli. Aggiungo però che Pietrostefani è gravemente malato e questo dovrà essere tenuto in considerazione perché per una persona in quello stato il carcere sarebbe ingiusto.
A distanza di più di 40 anni secondo Lei è giusto fare i conti con quel passato solo affidandoci a nuovi arresti?
Sono state moltissime le iniziative di riconciliazione tra terroristi e vittime. Ad esempio l'ex militante dell'Autonomia Mario Ferrandi, che uccise il vicebrigadiere di Polizia Antonio Custra a Milano nel maggio 1977, dopo aver scontato la pena ha incontrato la figlia di Custra proprio in via De Amicis, sul luogo dell'omicidio. E su esperienze simili di dialogo sono stati scritti anche dei libri come ' Un'azalea in via Fani Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione' di Angelo Picariello (Edizioni San Paolo) o ' Il libro dell'incontro' (Saggiatore) curato dal mio collega di Università il prof. Adolfo Ceretti. Chi torna adesso in Italia può intraprendere anche lui questo percorso magari con i familiari di chi tanto tempo fa ha ucciso.
L'ex Presidente Cossiga invece chiese la clemenza per alcuni terroristi...
Non parlerei di clemenza ma di percorso di riconciliazione e comprensione.
Secondo Lei è possibile salvaguardare, negli stati di emergenza, la sicurezza senza ledere i diritti?
Qualcuno sostiene che in quegli anni ci siano stati tribunali e processi speciali. Non è vero, questo è un ingiusto luogo comune. I processi sono stati del tutto regolari, le condanne non sono certo state pronunciate da Tribunali speciali e ne sono testimone non solo in prima persona ma anche ricordando il lavoro di mio padre Angelo che allora presiedeva la Corte d'Assise e condusse, tra grandi rischi anche personali, il primo processo per l'omicidio del gioielliere Torreggiani, uno dei delitti per cui è stato condannato Cesare Battisti. Il problema è che alcune persone si sono sottratte ai processi. Battisti ad esempio evase dal carcere di Frosinone mentre era in corso il dibattimento a suo carico. Certo ci sono state condanne dure ma poi con la dissociazione e con i benefici penitenziari molti ex terroristi sono stati scarcerati molto prima di scontare l'intera pena; una volta usciti non hanno più commesso reati e si sono reinseriti nella società.
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