di Corrado Fontana
valori.it, 4 maggio 2021
Lo Stato di Washington dice basta al business del carcere privato. La decisione segue le promesse e i primi ordini esecutivi del presidente Joe Biden. Per il carcere privato, luogo di pena che si trasforma in opportunità di business, non c'è più spazio. Almeno nell'America immaginata da Joe Biden, dove anche lo Stato di Washington ha appena recepito l'indirizzo della Casa Bianca in tal senso. Il 26 gennaio il presidente ha infatti posto la firma all'ordine esecutivo che impone al Dipartimento di Giustizia una riforma del sistema carcerario federale, con uno stop definitivo al ricorso alle prigioni private. E il governatore Jay Inslee, il 2 aprile 2021, ha firmato una legge che proibisce alla sua amministrazione di stipulare nuovi accordi di servizio con carceri private. Ad affermarlo è il Senate Bill 6442, provvedimento sponsorizzato dalla senatrice locale Rebecca Saldaña, che proibisce anche di inviare persone in altre carceri private fuori dallo Stato.
Il provvedimento di Inslee diventa così un ulteriore tassello della rivoluzione tranquilla di "Sleepy Joe". Il "sonnolento Joe", come l'aveva soprannominato l'ex avversario Trump in senso denigratorio, invece di dormire prova a realizzare speditamente le promesse elettorali a colpi d'atto ufficiale. Un segnale chiaro che, a onor del vero, non è un caso isolato. Segue provvedimenti analoghi adottati da più di una ventina di Stati USA, intenzionati a ridurre per legge, limitare o vietare totalmente, l'operatività delle società che traggono profitto dal carcere. Aziende che quindi hanno tutto l'interesse che i reclusi aumentino. La particolarità di quanto approvato ad Olympia, capitale dello Stato di Washington, è però che questa legge - come già accaduto in Illinois e in California - include nel divieto anche strutture utilizzate dall'Immigration and Customs Enforcement (ICE). Ovvero l'agenzia che "gestisce" temi di sicurezza delle frontiere e immigrazione. Questa specificità mette al centro del dibattito il tema della detenzione dei migranti, fortemente contestata anche negli USA. E, nello Stato di Washington, apre una battaglia politica, mediatica e giudiziaria intorno all'istituto penitenziario di Tacoma: il Northwest Detention Center.
La legge firmata da Inslee vieta, infatti, i centri di detenzione a scopo di lucro nello Stato. E questa, prigione per immigrati da 1.575 posti letto, è l'unica che soddisfa i requisiti del provvedimento. E allora è probabile che GEO Group chiamerà in giudizio la nuova legge. Come già accaduto in California, dove una misura simile è stata portata in tribunale nel 2019. E la sua legittimità è appesa ora ad una sentenza d'appello. GEO Group, una delle più grandi società del settore carcerario privato statunitense, gestisce anche la struttura di Tacoma. Si annuncia perciò una battaglia legale della compagnia per evitare che il contratto di servizio non venga rinnovato alla scadenza naturale, nel 2025. Da parte sua, il procuratore generale di Washington, Bob Ferguson, ha già dichiarato di essere pronto a difendere il provvedimento in aula, se fosse necessario.
Stando ai dati del rapporto "Private Prisons in the United States", la popolazione carceraria detenuta in strutture private americane nel 2019 era di 115.428 individui. Ovvero l'8% del totale dei reclusi in un carcere statale o federale. Un numero ancora importante per le società operanti in questo settore. Anche se la cifra è diminuita del 16% rispetto al picco del 2012, quando la quota raggiungeva i 137.220 detenuti. Il declino attuale corregge, quindi, parzialmente un vero boom di ingressi registrato nel corso del primo ventennio del 2000. Quando la popolazione nelle prigioni for profit era aumentata del 32% rispetto a una crescita complessiva dei carcerati USA che si era fermata al 3%.
D'altra parte va detto che, tra i diversi Stati americani, ci sono variazioni significative nel loro ricorso a strutture correzionali private. Di fronte alla passione del Montana, con il 47% dei suoi detenuti in strutture penitenziarie di compagnie private, altri 20 Stati non ne avevano nemmeno uno.
Nel 2019 c'erano 30 Stati che, come il governo federale, si avvalevano dei servizi penitenziari di strutture private. E le principali società fornitrici erano, oltre alla citata GEO Group, Core Civic (ex Corrections Corporation of America), LaSalle Corrections e Management and Training Corporation. Il Texas, primo Stato ad adottare prigioni private nel 1985, vi ha recluso il maggior numero di persone (12.516) sotto la sua giurisdizione. E, dal 2000, la popolazione delle prigioni private è più che raddoppiata in otto Stati: Arizona (480%), Indiana (313%), Ohio (253%), North Dakota (221%), Florida (205%), Montana (125 %), Tennessee (118%) e Georgia (110%).
di Anais Ginori
La Repubblica, 4 maggio 2021
La replica dei nove estremisti rossi degli Anni di piombo al ministro della Giustizia Éric Dupond-Moretti, che ha li ha messi sullo stesso piano degli jihadisti che hanno fatto strage a Parigi.
"Un paragone fuori posto". "Una scorciatoia penosa". "Disinformazione". Rispondono così gli avvocati dei nove ex terroristi rossi degli Anni di piombo che il ministro della Giustizia Éric Dupond-Moretti ha messo sullo stesso piano dei giovani che compiono attacchi jihadisti. "Avremmo accettato che uno degli autori della strage del Bataclan se ne andasse tranquillamente a vivere per quarant'anni in Italia?" ha domandato in modo polemico il Guardasigilli, ex avvocato. "È un paragone totalmente fuori posto" ha risposto Michel Tubiana, presidente della Ligue des Droits de l'Homme che ha ospitato una conferenza stampa dopo gli arresti di mercoledì e a poche ore dalla prima udienza mercoledì presso la Corte d'appello.
L'incontro con i giornalisti serviva a tracciare la linea difensiva in vista delle prossime tappe. "Si può essere d'accordo o meno con la scelta che aveva fatto allora la Francia, ma è stata mantenuta per trentasei anni" ha detto Irène Terrel. Parla di "tradimento" la storica avvocata degli ex terroristi che in questo caso difende Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Narciso Manenti, Giorgio Pietrostefani e Marina Petrella.
Gli avvocati continuano a ripetere quello che per loro era il senso originale della Dottrina Mitterrand, ovvero accogliere tutti gli italiani che "deponevano le armi" senza fare eccezione per chi aveva commesso i crimini di sangue. E non a caso è proprio durante un discorso davanti ai militanti della Ligue des Droits de l'Homme che François Mitterrand non menzionò questa distinzione, citata invece in un altro discorso all'Eliseo in presenza di Bettino Craxi (e a cui si riferisce ora l'Eliseo nel dare il via libera alla procedura di estradizione).
"Sono state falsificate le dichiarazioni di un ex Presidente della Repubblica per scopi miserabili" attacca Tubiana. Al di là dell'ambiguità di questa dottrina solo basata su dichiarazioni dell'allora capo di Stato, con le varie interpretazioni fornite negli anni a seconda delle posizioni, l'avvocata Terrel ricorda che pur non essendoci una legge che concedeva asilo politico ci sono stati "effetti giuridici" concreti. Gli italiani condannati per reati di terrorismo hanno ottenuto permessi di soggiorno presso le Prefetture, sempre rinnovati e poi nel tempo diventati permanenti. In due occasioni, prosegue l'avvocata, le autorità francesi hanno proceduto ad aggiustamenti normativi per permettere che non venissero fermati i rifugiati: prima togliendo i loro nomi dagli archivi delle persone ricercate durante la creazione dello spazio Schengen e poi con la postilla che non prevede di applicare il Mandato di arresto europeo per i reati commessi prima del 1993.
Quasi tutte le persone fermate hanno già avuto procedimenti e sentenze in Francia nelle stesse procedure di estradizioni, quasi sempre bloccate dai magistrati tranne in alcuni casi come Petrella e Cesare Battisti. "Il potere politico - commenta Terrel - si permette oggi di chiedere a dei giudici di modificare le loro sentenze del passato che, fra l'altro, hanno acquisito la forza del passato in giudicato". Questa, ha aggiunto, "è una violazione dei diritti". Come in passato la difesa solleverà il problema delle condanne in contumacia: secondo la legge francese le persone hanno diritto a un nuovo processo mentre in Italia le sentenze sono definitive. Un altro punto, che riguarda invece la Francia, è la situazione famigliare degli estradandi ormai molto radicata in Francia dopo oltre quarant'anni di vita Oltralpe. "L'ipotesi di estradizione - sostiene Terrel - viola la vita privata e famigliare secondo l'articolo 8 della convenzione europea dei diritti dell'uomo applicabile nel nostro ordinamento".
L'avvocata di Pietrostefani - che ricorda le condizioni di salute precarie del suo assistito vicino agli ottant'anni - spende anche una parola per le vittime del terrorismo in Italia, citando Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso nel 1972. "Anche lui dice che cinquant'anni dopo i fatti, non è una riparazione buttare in prigione una decina di persone che hanno dimostrato di essersi reinserite nella società". Antoine Comte, avvocato di Sergio Tornaghi, risale sino alla rivolta della Comune nel 1871, e alle parole che scrisse Victor Hugo in favore di un'amnistia per chi aveva commesso massacri durante l'insurrezione. "Soyez grands, soyez forts" scriveva Hugo ai deputati che poi votarano l'amnistia.
La battaglia giudiziaria, come si capisce, spazierà dal piano tecnico a quello più storico-politico. E sarà comunque lunga: si parla di anni con i vari gradi di ricorso possibile. "Escludo che queste persone possa essere inviate in detenzione in Italia" dice convinta Terrel ricordando anche l'età degli estradandi, tutti sopra ai sessant'anni. "Faremo vernire in tribunale avvocati italiani che potranno spiegare alla Corte come funzionano le regole di detenzione in Italia dove, da quel che capisco, non ci sono riduzioni di pene per le persone più anziane come succede invece in Francia". Uno dei legali, Jean-Pierre Mignard, difensore di Luigi Ventura, è già in queste ore nel nostro Paese per incontrare un collega italiano con il quale costruirà la linea difensiva.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 4 maggio 2021
Appena è stato annunciato l'accordo fra Francia e Italia per la riconsegna alle nostre autorità degli ex terroristi rifugiati in Francia, è accaduto quanto era prevedibile: è stato subito diffuso un manifesto di protesta di intellettuali francesi, alcuni di prestigio, in difesa degli ex brigatisti. La pubblicazione di quel manifesto si presta a due considerazioni.
La prima, forse la meno interessante, riguarda gli atteggiamenti (sempre gli stessi) di certi intellettuali. La seconda, meno scontata, riguarda i sentimenti negativi che, da tempo immemorabile, ampi strati dell'opinione pubblica di ciascun Paese europeo nutrono nei confronti degli altri europei. Il pregiudizio anti-italiano a cui si ispira il manifesto di quegli intellettuali è presente in certi settori dell'opinione pubblica francese. Ma gli italiani non sono da meno, l'antipatia per la Francia non manca nel nostro Paese. E poi c'è ciò che i tedeschi o gli inglesi pensano degli italiani, gli italiani dei tedeschi, eccetera.
Consideriamo prima di tutto il manifesto degli intellettuali. Alcune affermazioni si possono condividere. È vero che quegli ex brigatisti sono persone ormai anziane e che non possono essere giudicate oggi con lo stesso metro con cui avrebbero dovuto essere giudicate allora. Ma il tono generale del manifesto è al di là della ragionevolezza. La difesa, totalmente acritica, della scelta che fece Mitterrand di dare protezione ai brigatisti contiene una implicita, insultante e infondata, valutazione sull'Italia.
Alcuni fra coloro che hanno firmato il manifesto sono recidivi: avevano firmato anche per Cesare Battisti. Forse è vero che tutti possono imparare dall'esperienza tranne certi intellettuali. Ovvero, non può essere accettata a scatola chiusa la tesi di Umberto Eco secondo cui una persona che legge, per ciò stesso, ne vale due che non lo fanno. Poiché ci sono anche infaticabili lettori incapaci di formulare giudizi sensati sul mondo che li circonda, la tesi di Eco, quanto meno, va meglio precisata. Certi che fanno un mestiere intellettuale (in Francia, in Italia e ovunque) possono essere troppo innamorati delle proprie idee - che sono spesso le idee di moda nei circoli che frequentano - per essere disposti a rivederle. Dal j'accuse di Émile Zola sull'affare Dreyfus al je me pavane (mi pavoneggio) dei tempi nostri. È la storia di molti manifesti - in favore della Pace, ma in versione sovietica, all'epoca della Guerra fredda, in favore della libertà del "perseguitato" Cesare Battisti, e in favore di tante altre sballatissime cause - firmati da intellettuali europei nel corso del tempo. Raramente chi firma ha approfondito l'argomento. Si firma per narcisismo, per farsi notare, per conformismo.
Il gesto di una congrega di disinformati narcisi non meriterebbe tanto spazio se non fosse per il pregiudizio anti-italiano che rivela. In pratica quel manifesto fa apparire, implicitamente, l'Italia degli anni Settanta come qualcosa di simile al Cile di Pinochet e i brigatisti come dei perseguitati. Stupidaggini che possono però essere sostenute senza correre il rischio di perdere faccia e reputazione perché sono compatibili con certe credenze dell'opinione pubblica, non sono in contrasto con un diffuso pregiudizio anti-italiano.
Con ciò però si cambia registro. Non si tratta più di stigmatizzare i comportamenti di certi intellettuali ma di riflettere sul futuro dell'Europa. Bisognerebbe valutare con più attenzione quanto radicati siano i pregiudizi, e i connessi stereotipi negativi, che certi europei coltivano gli uni nei confronti degli altri. Nonostante settantasei anni di pace in Europa e nonostante il processo di integrazione. Ciò spiega anche perché, a un certo punto, in diversi Paesi europei, siano diventati politicamente importanti i cosiddetti movimenti sovranisti. Certi leader italiani non parlerebbero della Germania nei termini negativi in cui ne parlano se non potessero fare leva su antichi pregiudizi anti-tedeschi. I leader delle democrazie nordiche fanno la stessa cosa quando si riferiscono ai mediterranei (italiani e greci in primo luogo). I sovranisti potrebbero presto scomparire oppure no, potrebbero avere ancora più successo oppure no. Ma i pregiudizi negativi incrociati fra gli europei, essendo il prodotto di secoli e secoli di storia costellata di guerre e continui soprusi reciproci, di sicuro continueranno a condizionarci.
La costruzione europea fu fin dall'inizio l'opera di minoranze, poche persone che nei vari Paesi avevano riflettuto sui disastri della prima metà del Novecento e ne avevano compreso la lezione. A quelle minoranze si devono le istituzioni europee. Istituzioni imperfette, imperfettissime, come ogni cosa umana. Ma anche preziose per tutti gli europei. Quelle minoranze si sono trascinate dietro le rispettive opinioni pubbliche. Ma hanno sempre dovuto fare i conti con quanto la storia ha depositato in Europa: antiche diffidenze dei vari gruppi nazionali gli uni nei confronti degli altri, ostilità che possono covare sotto la cenere per lungo tempo ma che in qualunque momento sono in grado di incendiare il paesaggio.
Certo, non ci sono soltanto ostilità e pregiudizi negativi. Una parte del pubblico europeo se li è lasciati alle spalle. Ma una parte no. È poco consolante il fatto che ci siano settori dell'élite intellettuale che anziché contrastare quei pregiudizi li facciano propri e li alimentino. Per questo, soprattutto, l'Europa resta una costruzione fragile.
Lo storico dell'impero britannico John Seeley pensava che l'impero fosse il prodotto di a fit of absence of mind, letteralmente un impulso dovuto a una "assenza della mente", ossia a distrazione. L'idea era che l'impero fosse stato creato senza che gli inglesi ne avessero vera consapevolezza. Le minoranze che hanno costruito l'Europa sapevano per lo più (grosso modo) cosa stessero facendo e perché. Si ha talvolta l'impressione che molti europei, compresi certi intellettuali, le abbiano seguite per distrazione.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 maggio 2021
Gli arresti di Parigi e la nostra smemoratezza. Abbiamo lasciato aperto un capitolo tragico della nostra storia, quello degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, dopo aver chiuso a fatica, e non del tutto, quello del fascismo.
Neppure quando fu arrestato e processato l'ex capitano delle SS Enrich Priebke, il nostro Paese e il nostro sistema giudiziario seppero dimostrare la capacità di fare i conti con la propria storia. Perché non si seppe capire né far capire che non si stava giudicando una persona responsabile (per ordini ricevuti o dati) di migliaia di morti, ma un vecchio di 84 anni che aveva già da solo dato un orientamento diverso della propria vita. Lo aveva capito e realizzato Palmiro Togliatti con l'amnistia del 1946. Dopo di lui non ci sarà più un ministro di Giustizia capace di tenere insieme il proprio vissuto soggettivo, la propria memoria e i conti con la storia.
Il contrario di quel che fece Togliatti è stata - è ancora - la politica delle emergenze. L'Italia ha vissuto il fascismo e la resistenza (all'interno della quale ci furono anche atti individuali crudeli, violenti e ingiusti), e poi, negli anni Settanta, che, non dimentichiamolo, furono anche momenti di grandi iniziative riformatrici, la sovversione sociale, una cui parte divenne terrorismo. Non si possono trattare il rapimento e uccisione di Moro e della sua scorta, gli assassinii e ferimenti di decine di uomini politici, magistrati e giornalisti come singoli episodi da giudicare nei tribunali. Il terrorismo è stato un fenomeno tragico della politica e della società. Ripeto, della società. Lo ha capito bene uno che non è certo stato amico di coloro, in gran parte di sinistra, che avevano preso le armi, come Vittorio Feltri, che ha ricordato un tragico applauso in un'assemblea di lavoratori alla notizia del rapimento di Moro. Purtroppo ho anch'io un ricordo analogo, di singole persone, in un ambiente di sinistra non estremistica come era quella de il Manifesto.
Fare i conti con il proprio passato, anche il più negativo, il più drammatico, vuol dire aiutare a ricucire lo strappo che qualcuno ha attuato nei confronti della propria comunità. Ricucire per ricostruire non c'entra niente con il perdono, che è un fatto individuale e intimo e che attiene alla relazione di una persona con un'altra. È anche il contrario della cancel culture, che è invece un gesto di violento revisionismo, portato solo a distruggere, a separare, quasi a straniare anche il proprio vissuto. La politica della ministra Marta Cartabia, nella sua attività di costituzionalista, la sua consapevolezza del fatto che non possa essere il carcere la soluzione di ogni lacerazione, fino al punto di dare battaglia all'ergastolo ostativo, è un insegnamento per tutti. Poi, certo, nella nostra memoria, esiste anche un fatto generazionale. Chi ha cinquant'anni o meno può essere indotto a pensare che la storia delle leggi speciali, la proclamazione di continui stati di emergenza siano iniziati con le stragi di mafia, con gli anni Novanta e con le uccisioni dei magistrati Falcone e Borsellino.
Se così non fosse, forse la guardasigilli Cartabia non potrebbe dire che i rifugiati arrestati nei giorni scorsi in Francia, sulla cui estradizione lei stessa insieme al Presidente del consiglio Draghi si è particolarmente impegnata, sono stati giudicati con processi giusti e con tutte le garanzie. Purtroppo non è così. Il che non significa affatto che stiamo parlando di innocenti. Non lo era, dal punto di vista processuale, Cesare Battisti, e probabilmente non lo è la gran parte di coloro che sono stati fermati e poi rimessi in libertà vigilata in questi giorni in Francia. Il problema è un altro. E cioè che le leggi speciali non sono in grado di fare giustizia. E non l'hanno fatta con le lunghissime custodie cautelari nelle carceri speciali di persone che saranno poi assolte, né con le leggi sul pentitismo, che pure hanno aiutato a sconfiggere il terrorismo sul piano puramente militare. Ma è stato ben più significativo il gesto del cardinal Martini quando ha ricevuto le armi da Ernesto Balducchi, un militante dell'Autonomia che era stato protagonista di quel fenomeno di "dissociazione" dalla lotta armata con cui centinaia di ex militanti avevano preso le distanze dalla violenza, senza la necessità di denunciare i propri compagni. Un'altra forma di quella giustizia riparativa che sta a cuore alla ministra. E che sarebbe un ottimo programma di governo.
È quello che stanno attuando, passo dopo passo, formazioni politiche come Nessuno tocchi Caino e che ha portato alla realizzazione del documentario Spes contra spem di Ambroglio Crespi nel carcere di Opera. E siamo arrivati alla seconda emergenza, quella dei reati di mafia. Non è cambiato molto, rispetto al metodo con cui si svolgevano le inchieste per i fatti di terrorismo. Leonardo Sciascia fu critico anche nei confronti del maxiprocesso di Palermo voluto da Giovanni Falcone. Chiariamo naturalmente che nessuno sta paragonando le persone, né i fatti, né le ideologie, laddove ci fossero. Ma processare i contumaci, contestare i concorsi morali (a Renato Curcio o a Totò Riina, il concetto è lo stesso), esibire come prove la sola parola dei pentiti: che cosa ha a che fare tutto ciò con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo?
Se poi fosse per caso arrivata notizia in terra d'oltralpe delle raccapriccianti controriforme prodotte negli ultimi anni dalla subcultura dei grillini e dell'ex ministro Bonafede, tese a equiparare i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli del terrorismo e della mafia, si capirebbe a maggior ragione perché la giustizia italiana sia vista con tanto sospetto negli altri Paesi dell'occidente. Un'ultima osservazione desidero indirizzare alla ministra Cartabia, nel nome della grandissima stima che ho personalmente nei suoi confronti. Lei si è spesa molto perché le autorità francesi mettessero in qualche modo le manette molto rapidamente ai polsi di dieci persone (sulle duecento italiane ancora rifugiate a Parigi e dintorni) condannate per fatti di sangue, appena prima che i reati cadessero in prescrizione, dopo quaranta o cinquant'anni dagli accadimenti. Le domando se ciò abbia un senso.
Le domando se ciò sia coerente con quella "possibilità di rieducazione e conciliazione" che lei giustamente vorrebbe concedere a chiunque, qualunque delitto abbia commesso. Ma quale miglior dimostrazione di rieducazione e conciliazione queste dieci persone (e tutte le altre) devono dare ancora, oltre al fatto di aver rispettato alla lettera per qualche decennio le condizioni poste dal presidente Mitterrand (e poi Chirac, Sarkozy e Hollande) non commettendo nessun reato e integrandosi perfettamente, mettendo su famiglia e lavorando, e sempre rigando diritto? O qualcuno pensa che deportare in Italia un gruppetto di pensionati e far loro assaggiare un po' di galera serva a riparare il danno fatto e a far finta di niente su quei conti politici ancora aperti?
Certo, signora ministra, sarebbe tutto più facile se anche noi del Riformista ci comportassimo come stanno facendo in questi giorni da una parte i quotidiani più schierati con il centrodestra che applaudono con gli occhi chiusi purché vengano mandati in galera quelli di sinistra. E dall'altra parte il quotidiano più forcaiolo della sinistra, cioè il manifesto che, con un bell'editoriale di Tommaso Di Francesco, bolla la retata parigina come "la vendetta". E riscopre improvvisamente, ma solo nei confronti della sinistra, il garantismo di un tempo, ahimè, antico. Noi non siamo così. Noi siamo quelli del "metodo Cartabia". Fino a tre giorni fa, e speriamo ancora per il futuro.
La Repubblica, 4 maggio 2021
"Sono determinato a riportare a casa ogni americano detenuto" in Iran. Lo ha ribadito il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, definendo però "errate" le notizie, circolate nel fine settimana, su un accordo tra Washington e Teheran per uno scambio di prigionieri e lo sblocco di fondi iraniani congelati. La notizia era stata già smentita ieri dal dipartimento di Stato. Blinken è a Londra per la ministeriale Esteri del G7 e ha avuto dei bilaterali, tra cui quello con l'omologo britannico, Dominic Raab, che aveva il dossier iraniano in cima all'agenda.
Il sottosegretario agli Esteri britannico James Cleverly ha confermato che il Regno Unito e l'Iran sono in trattative sul debito da 400 milioni di sterline (460 milioni di euro) che il primo deve al secondo, ma ha negato che le trattative siano in relazione con la detenzione dell'operatrice umanitaria anglo-iraniana Nazanin Zaghari-Ratcliffe, detenuta nel Paese dal 2016 con accuse di intenti sovversivi e spionaggio. Accuse che la donna ha sempre respinto, e il suo arresto e il rifiuto di rilasciarla è stato spesso interpretato come un ricatto portato avanti dal Paese degli ayatollah per forzare la Gran Bretagna a risarcire il debito, formalmente riconosciuto ma non onorato dai britannici anche per via delle sanzioni.
Il Regno Unito deve risarcire l'Iran per l'acquisto di carri armati pagati da Teheran negli anni '70 e mai consegnati. Zaghari-Ratcliffe ha in dichiarato in passato di essere stata arrestata per essere utilizzata come pedina di scambio per facilitare il risarcimento del debito. Il primo ministro britannico Boris Johnson tuttavia ha specificato che le due questioni sono "completamente separate", affermando che il governo sta facendo "tutto il possibile" per assicurarsi la liberazione di Zaghari-Ratcliffe.
Nel frattempo due cittadini con doppia nazionalità iraniano-americana, Morad Tahbaz e Siamak Namazi, sono stati trasferiti in celle usate in passato per detenuti che stavano per essere rilasciati. Secondo il Guardian, che cita fonti interne al carcere di Evin a Teheran, ciò fa ben sperare per la loro scarcerazione. Tabhaz è co-fondatore della Persian Wildlife Heritage Foundation e nel novembre 2019 è stato condannato a 10 anni di carcere per "intelligenza col nemico Usa". Namazi è il prigioniero statunitense da più tempo detenuto in Iran, è stato condannato a 10 anni nell'ottobre del 2016. Gli sviluppi fanno seguito alle indiscrezioni del fine settimana da parte dei media iraniani secondo i quali sarebbe stato imminente uno scambio di prigionieri che coinvolgerebbe quattro cittadini stranieri non identificati. Ipotesi oggi smentita del portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Saeed Khatibzadeh, che ha detto che "come regola non confermiamo notizie e dichiarazioni di cosiddette fonti informate".
di Pierfrancesco Albanese
L'Espresso, 3 maggio 2021
La strage del carcere Sant'Anna di Modena. A un anno dalla rivolta, un recluso forse picchiato a morte, altri otto ufficialmente uccisi dal metadone. ma familiari e legali non ci stanno.
Nove morti senza un perché. Il silenzio che si allunga sui corpi, nei luoghi dove un tempo è stato tumulto. Ingoia i dubbi. E rigurgita certezze. Quelle della Procura, che per uno dei tre rami dell'indagine sulle rivolte del carcere di Modena chiede l'archiviazione. Per otto dei nove morti - questa la tesi - la causa del decesso è overdose da metadone o altri psicofarmaci. Senza responsabilità terze, senza elementi che corroborino l'ipotesi di ulteriori concause.
di Pierfrancesco De Robertis
Il Giorno, 3 maggio 2021
L'immagine che l'ennesimo caos sul tema giustizia trasmette al Paese è quella di un intero settore dello Stato ormai fuori controllo. Al di là del merito specifico della vicenda che presenta tutti i classici del genere - guerra interna alla magistratura inquirente, corvi che svolazzano, verbali in fuga dai cassetti, veline recapitate a giornalisti reputati amici - la sensazione è che si sia sceso un ulteriore scalino verso il baratro della sfiducia, oltre al quale sarà davvero difficile riacchiappare quel minimo di legame tra il Paese e uno dei suoi organi fondamentali. Con i chiari di luna degli ultimi giorni sorprendono poco i recenti sondaggi secondo i quali la magistratura non è mai stata così in basso nella considerazione comune.
di Luciano Violante
La Repubblica, 3 maggio 2021
C'è una grave questione morale nella magistratura, resa ancora più evidente dall'arresto nei giorni scorsi di un altro giudice, a Bari, e dalla circolazione di dossier giudiziari a fini intimidatori. Risponde all'interesse generale rimuovere le cause delle deviazioni; è quindi ragionevole che il Parlamento intervenga. Alcuni parlamentari hanno proposto una Commissione d'inchiesta.
di Orlando Trinchi
Il Dubbio, 3 maggio 2021
Intervista a Edoardo Vigna, co-autore del saggio "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia". "Una pena che sia solo vendetta pubblica e null'altro ha fallito il suo scopo". La necessità di opporsi al giustizialismo penale per un completo reinserimento del detenuto nella vita della società rappresenta l'essenza del saggio "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Editori Laterza, 2020), del magistrato Marcello Bortolato e del giornalista del Corriere della Sera Edoardo Vigna.
di Errico Novi
Il Dubbio, 3 maggio 2021
I relatori saranno Ceccanti (Pd) e Conte (LeU). Un tentativo di "far abortire" l'iniziativa, secondo il forzista. Ma lo stesso sta accadendo con la legge Zan, il cui relatore è Ostellari (Lega).
"I presidenti delle Commissioni riunite prima e seconda di Montecitorio hanno nominato relatori della proposta di legge per la istituzione di una commissione parlamentare di inchiesta sull'uso politico della Giustizia gli onorevoli Ceccanti e Conte. Entrambi i parlamentari, appartenenti al gruppo del Partito Democratico e di Liberi ed Uguali, si sono già espressi nelle scorse settimane contro tale commissione di inchiesta. Pare evidente l'intento di far abortite la nostra iniziativa. Di fronte ai gravissimi scandali che coinvolgono la magistratura italiana, c'è chi continua a fare lo struzzo e guarda altrove. Con queste premesse il cammino verso riforme condivise sulla Giustizia appare sempre più arduo e complicato". È quanto afferma in una nota Pierantonio Zanettin, capogruppo di Forza Italia in commissione giustizia a Montecitorio.
La sua paura, dunque, è che sia in atto un tentativo di ammorbidire, se non di cancellare completamente, l'iniziativa di Maria Stella Gelmini, prima firmataria della proposta forzista per indagare sull'uso politico della Giustizia, con particolare riferimento ai processi che hanno riguardato l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ma le accuse rivolte ora da Zanettin a Pd e LeU sono le stesse che, nei giorni scorsi, M5S, Pd e LeU hanno rivolto alla Lega, a causa della scelta del presidente della Commissione Giustizia al Senato, il leghista Andrea Ostellari, di autonominarsi relatore del ddl Zan, la legge contro l'omotransfobia che tanto sta facendo discutere e che il centrodestra ha tentato di ostacolare, ritardando la sua calendarizzazione al Senato a colpi di polemiche.
La Commissione sulla magistratura, nel fine settimana, è tornata a far discutere dopo la notizia del dossieraggio interno al Csm. Si tratta dei verbali delle testimonianze rese dall'avvocato Piero Amara, il principale accusatore a Perugia dell'ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, consegnati dal pm milanese Paolo Storari all'ex consigliere del Csm Piercamillo Davigo e poi, dalla sua segretaria, Marcella Contrafatto, a Repubblica e Fatto quotidiano, che hanno consegnato i plichi anonimi ricevuti in Procura. Amara, ascoltato alla fine del 2019 dall'aggiunto milanese Laura Pedio e da Storari nell'indagine sui depistaggi nel procedimento Eni-Nigeria, aveva descritto l'esistenza di una superloggia segreta - la loggia Ungheria - composta da magistrati, alti esponenti delle Forze di polizia e dell'imprenditoria, finalizzata a pilotare le nomine al Csm e a gestire gli incarichi pubblici. Storari, però, non vedendo riscontri concreti alle testimonianze di Amara, a marzo del 2020 aveva deciso di consegnare a Davigo questi verbali, non firmati, in formato word, cercando così una tutela.
La legge istitutiva della Commissione d'inchiesta verrà calendarizzata la prossima settimana in Commissione giustizia alla Camera. Ma M5S e Pd saranno disponibili a trattare soltanto a patto che non si tratti di una revisione degli ultimi 25 anni di storia politica, riletti con la lente delle vicende giudiziarie che hanno scandito ascesa e crollo dei vari governi.
"Abbiamo espresso la nostra preoccupazione soprattutto alla luce della proposta Gelmini - ha spiegato al Dubbio Alfredo Bazoli, capogruppo del Pd in Commissione Giustizia. È un testo che si presta a molti rischi, perché più che una Commissione d'inchiesta sembra una Commissione di natura inquisitoria nei confronti della magistratura, destinata ad una verifica dei rapporti tra politica e magistratura degli ultimi 20- 30 anni, con la malcelata volontà di rimettere in discussione anche alcune vicende giudiziarie che hanno colpito alcuni esponenti politici".
Una cosa pericolosa, secondo il Pd, sia per la necessità di rispettare in maniera rigorosa il principio di separazione dei poteri, ma anche per il rischio di innescare un "conflitto" tra politica e magistratura, anziché disinnescarlo. "In questo momento, tornare indietro alle lacerazioni che ha conosciuto il nostro Paese sotto questo profilo non ci pare una cosa utilissima", aggiunge Bazoli. A preoccupare è soprattutto la relazione introduttiva della proposta Gelmini, di natura "provocatoria", in quanto rappresenta quasi "un atto d'accusa nei confronti della magistratura che avrebbe fatto fuori i leader di centrodestra. Quella relazione rappresenta in modo molto evidente l'uso politico della giustizia".
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