di Simona Musco
Il Dubbio, 3 maggio 2021
Parola di (ex) magistrato. L'ex procuratore di Torino: "Soccorrere i migranti è un dovere, lo dice la legge. E la solidarietà, come diceva Rodotà, non è un sentimento, ma un diritto. Parole che ripeto ovunque sia possibile".
Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino, ha le idee chiarissime: fermare le navi con migranti che arrivano in Italia poiché tra loro potrebbero nascondersi dei terroristi è giuridicamente insensato. E le norme stesse, interne o sovranazionali, sono chiare sul punto: i porti possono chiudersi solo per precise ragioni di sicurezza, non per ipotesi indimostrate. Proprio per questo, spiega al Dubbio, al di là di tante incriminazioni rivelatesi infondate, voler limitare le attività delle Ong è "un'assurdità".
Dottor Spataro, nel Mediterraneo, pochi giorni fa, sono annegate 130 persone, nonostante i ripetuti allarmi lanciati da Alarm Phone. Ma come funziona il diritto del mare?
La tragedia di cui parla è solo l'ultima in ordine temporale, speriamo lo sia anche in assoluto. La disciplina delle attività di soccorso è abbastanza lineare, ma è anche vero che il coordinamento tra Stati, che l'Europa dovrebbe promuovere, spesso non funziona o non funziona bene. La regola è questa: ogni Stato costiero ha un'area marittima di propria competenza che si chiama Sar - Search And Rescue - che è più ampia del limite del mare territoriale e deve dotarsi di un centro di coordinamento. Quando si manifesta un pericolo, viene lanciato un allarme e il centro del Paese che lo riceve, deve immediatamente avvertire quello del Paese nella cui area Sar l'evento si è verificato. In questo modo, il centro competente dà istruzioni alla nave che ha compiuto il salvataggio per trasportare i naufraghi, con la massima urgenza, nel porto sicuro, più vicino. E se non vi sono navi in zona, bisogna inviare immediatamente la segnalazione affinché un mezzo di soccorso si rechi sul posto. Nel momento in cui le persone vengono salvate e la nave che le trasporta giunge in un porto sicuro, scatta la normativa dello Stato di approdo, che in genere - come in Italia prevede l'identificazione, le visite sanitarie, il soccorso prioritario a minori, donne, malati, la selezione di coloro che richiedono asilo (per cui dovrà essere avviata la relativa procedura) e di quelli che dovranno eventualmente essere rimpatriati, e così via. Purtroppo questo sistema, che sulla carta sembra abbastanza semplice, per più ragioni non funziona.
Perché non funziona?
Perché manca un coordinamento efficace e spesso entrano in ballo anche questioni politiche. Ad esempio, se le Nazioni Unite e altre istituzioni umanitarie sostengono che la Libia non ha porti sicuri, è ovvio che le navi che soccorrono i naufraghi devono essere indirizzate altrove. Ma questo, politicamente, crea difficoltà. Nell'ultimo caso, stando a quanto riportano le cronache, pare siano trascorse oltre 24 ore tra la segnalazione d'allarme e il verificarsi della tragedia e in questo lasso di tempo sembra che non siano state avviate attività di soccorso. E questo è inaccettabile, perché come si legge in un bellissimo appello delle Ong a Draghi, che personalmente ho sottoscritto, il soccorso in mare non è affatto un optional, è un obbligo degli Stati, un obbligo giuridico che riguarda anche le navi militari. Non è solo una questione di etica.
Lei ha parlato di "selezione", che ovviamente non può essere fatta prima dell'arrivo. Gli allarmi sul rischio che tra i migranti si nascondano dei terroristi, dunque, non hanno fondamento?
Nulla si può escludere a priori, ma sulla base dell'esperienza, questa è un'affermazione che non ha trovato alcun riscontro, a livello europeo, non solo italiano. Le varie inchieste aperte sono state chiuse con archiviazioni. Peraltro non è corretto, né logicamente né giuridicamente, fermare le barche con i migranti a bordo per il mero sospetto che trasportino terroristi. O la notizia è sicura e riscontrata o non è possibile chiudere i porti solo per un'ipotesi di pericolo. Se, però, la presenza di terroristi a bordo è sicura, la notizia dovrebbe essere inoltrata immediatamente all'autorità giudiziaria competente affinché venga aperta un'inchiesta. Quindi non tocca ad un ministro bloccare una nave perché "potrebbero esserci a bordo dei terroristi".
Sono stati diversi i casi in cui in Italia si è ritardato uno sbarco per questioni politiche e sulla base di norme interne in contrasto con quelle sovranazionali. In queste situazioni si può parlare di illegittima detenzione dei migranti a bordo?
Senza entrare nel merito di specifici procedimenti penali in corso, bisogna ricordare che l'Italia è già stata condannata nel dicembre 2016 dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo per ingiustificato ritardo nello sbarco: un trattenimento che la Corte qualificò come privazione della libertà personale senza base legale. Sulle opzioni politiche prevalgono dunque i principi affermati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla nostra Costituzione che riconoscono il diritto di lasciare il proprio Paese, di chiedere asilo politico altrove, di mutare a cittadinanza ed altro ancora. Stiamo parlando quindi di diritti umani fondamentali e internazionalmente riconosciuti. L' eccezione riguarda chi è ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e principi della N.U. E numerose convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia prevedono l'obbligo di soccorso in mare.
Talvolta ci si richiama allo Stato di bandiera per indicare chi ha tale obbligo...
Non funziona così. La nave deve approdare nel porto sicuro più vicino e basta. Poi, che questo sia un problema molto delicato è chiaro: ecco perché serve un intervento dell'Europa. E bisognerà evitare di limitarsi alle belle enunciazioni di principio, si deve agire concretamente. È vero, a mio avviso, che gli obblighi di accoglienza non possono ricadere soltanto sugli Stati costieri. Ma quello del primo intervento, del soccorso, sì. Poi si dovrà in qualche modo disciplinare la distribuzione dei richiedenti asilo in Europa, ma salvare vite umane deve tornare ad essere una priorità e tragedie come quella recente non devono accadere più.
Altro aspetto è la criminalizzazione delle Ong. I decreti sicurezza hanno introdotto sanzioni pesanti e vengono indagate perché impegnate a salvare i migranti in mare, nonostante sia un obbligo. Cosa ne pensa?
Non è accettabile. Le ultime modifiche ai decreti sicurezza, per lo meno, hanno ridotto le sanzioni amministrative, che però sono ugualmente molto alte. Qualcuno afferma che le Ong agirebbero in concorso con i trafficanti di esseri umani, il che significa dividere gli utili e far parte di un'associazione a delinquere. Anche questa ipotesi non è mai stata dimostrata. Con l'ipotesi subordinata, collegata all'infelice e grave espressione "taxi del mare", si afferma che, siccome i trafficanti conoscono le zone del Mediterraneo ove operano in genere le Ong, si recano proprio in quelle zone, dove abbandonano i naufraghi, sapendo che le Ong poi li prenderanno a bordo. Una sorta di concorso inconsapevole.
È plausibile?
I trafficanti di esseri umani vanno comunque perseguiti con fermezza. Ma una nave, in qualunque posto si trovi, deve assolutamente intervenire se vi sono persone in pericolo. Ed in questo caso si tratta di condotta non punibile poiché il nostro codice penale prevede lo stato di necessità (art. 54) e l'adempimento di un dovere (art.51). Dunque, in presenza di necessità di soccorso ai naufraghi in pericolo e dell'ovvio dovere di salvarli, non vi possono essere equivoci: non sussiste reato e la criminalizzazione delle Ong, non è in tali casi possibile.
Ultimamente si è assistito anche ad un incremento dei fermi amministrativi...
Questo è un problema delicatissimo, perché questo aumento dei fermi amministrativi, che spesso si protraggono troppo a lungo, ha determinato una minore presenza delle navi nel mar Mediterraneo. Non si può pensare che gli standard di sicurezza di una nave in una situazione di normalità possano valere anche in uno stato d'eccezione. Se salvo e porto a bordo centinaia di migranti non si può pretendere che la nave possa avere un numero di salvagenti pari a quello delle persone soccorse. Come ricordato da diverse Corti, il pericolo per i migranti impone certe condotte. E francamente non si può neppure dire che il pericolo inizi solo quando l'imbarcazione in difficoltà è avvistata, mentre basta che arrivi il messaggio con la richiesta di soccorso. Non si può ipotizzare di attendere una conferma visiva.
Come giudica l'attuale normativa italiana?
Va modificata. Ma soprattutto va modificata a livello europeo. Bisogna mettersi attorno ad un tavolo e lavorare senza ambiguità disciplinando modalità di accoglienza, distribuzione negli Stati europei ed eventuali rimpatri. La speranza è che questo sia possibile, altrimenti continuiamo a rimanere fermi sulle enunciazioni di principio.
Sono aumentati i reati d'odio, soprattutto di matrice razzista. Cosa sta accadendo?
Parti del ceto politico e dell'informazione hanno responsabilità nell'enfatizzare ed inventare presunti rischi che correrebbe l'Italia a causa dell'immigrazione. E facendo questo si fomentano ragioni di odio, vere e proprie xenofobie. L'immigrazione è un problema mondiale, non riguarda solo l'Italia. Abbiamo conosciuto recentemente atti di violenza nel foggiano e gravi reati anche altrove. Questi crimini d'odio sono indubbiamente favoriti, nella loro espansione, dall'additare il migrante come il nemico del quale ci si deve sbarazzare nel minor tempo possibile o impedire l'arrivo in Italia. Ma in realtà sono risultate false tante affermazioni, mentre, oltre quelle di Rodotà, devono ricordarsi le parole del Papa sul dovere di solidarietà. Ho apprezzato l'atteggiamento del nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, che ha ripetutamente affermato la necessità di attenzione ed interventi in ordine al soccorso in mare, al soccorso ai migranti, oltre che dello jus soli, ciò senza alcuna accondiscendenza con gli umori peggiori del nostro Paese. Questo è importante, perché un partito, qualsiasi partito, deve affermare i suoi principi e andare avanti con coerenza, anche a rischio di perdere consensi. Così come certa stampa deve impegnarsi a dare notizie precise e riscontrate, altrimenti si finisce per alimentare l'odio.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 3 maggio 2021
L'anomalia non è che un cantante dica certe cose, ma che arrivi a quei giovani cui la sinistra non sa parlare. Fedez ha ragione. Se la domanda semplice è questa la risposta semplice è sì: ha ragione su tutta la linea. L'anomalia non è che un cantante dica quel che la politica non dice. L'anomalia è la politica, incapace di fare quel che fa Fedez. Sull'omofobia, sullo ius soli, sulla cannabis legale, sui diritti civili e della persona. Sulla modernità, che è rispetto delle diversità tutto attorno realtà evidenti. Chiedete ai ragazzini, stateli a sentire almeno una volta come sempre dite di fare. Chiedete ai ragazzi cosa è "normale" e cosa è "diverso" per loro, perché fra qualche anno saranno per magia e all'improvviso adulti. Sceglieranno, voteranno.
L'anomalia è un paese in cui la sinistra, per molti anni al governo (da Prodi a Conte, se vogliamo essere di manica larga sul finale) non ha saputo né voluto scrivere leggi che la qualificassero per quello che dice di essere. Sinistra, appunto. Così condannandosi a battaglie apparenti e di convenienza, un occhio sempre al centro, ai sondaggi, alle intenzioni di voto. Perdendo, di seguito, regolarmente, fino a che l'emergenza sanitaria (ed economica, certo) non è diventata il primo alleato e non c'è stato bisogno di andare al voto per andare al governo.
L'anomalia è che la sinistra sia al governo con la Lega - una necessità, sì. Una buona notizia questa Lega europeista, figurarsi se non ci si crede. Anzi: un capolavoro politico, in archivio gli editoriali - e che la Lega di governo sia il partito che esprime chi dice "un figlio gay lo brucerei al forno". Difficile, la convivenza a palazzo Chigi, consigli dei ministri complicati: come non capirlo. E d'altra parte la Rai è espressione diretta di questo condominio Frankenstein, la Commissione di Vigilanza che supervede è un organo politico: l'editore, in Rai, è chi governa in quel momento. Quindi certo che non puoi dire su una rete Rai che un leghista brucerebbe un omosessuale perché quello - la Lega - è il tuo editore: minaccia preventivamente di togliere i fondi al concerto se ti azzardi, perché i soldi sono i suoi. I nostri, sì: ma i suoi nel momento in cui al governo ci rappresenta.
Dunque, tornando a Fedez. Dice una cosa giusta che tutti sanno: la Rai è terrorizzata dal dispiacere il suo editore, è questione di vita o di morte (di conferma, di cancellazione del programma). L'autocensura prevale ormai sulla censura: non c'è nemmeno bisogno, spesso, che qualcuno ti dica cosa conviene fare. Chi ci lavora lo sa da sé. È il Sistema, appunto. Quello di cui si parla nella telefonata che a quest'ora avrà raggiunto qualche milione di visualizzazioni. Bene. Il Re è nudo. Lo sapevano tutti anche prima ma ora Fedez, una superstar conosciuta nel mondo non solo ma anche in virtù della popolarità di sua moglie (non si offenderà, spero. È bello che per una volta sia ambiguo persino l'abituale ordine naturale delle cose), ora che Fedez lo ha detto chiaro.
"Posso fare cose che per me sono opportune anche se per voi sono inopportune?". La domanda sulla censura apre campi sconfinati. Non viviamo in una dittatura, la parola è libera. Il palco del Primo Maggio, per giunta, è per tradizione il luogo dove la parola è più libera che mai: non è ancora la rivoluzione ma non è neppure una cena di gala del Rotary. Da sempre gli artisti si sono espressi, fra una canzone e l'altra, e meno male. Quindi cade l'obiezione: eri a casa d'altri, dovevi rispettare le regole. Quella è casa di tutti, è la tv pubblica. Quali sono le regole? Chiariamolo una buona volta. Dipende dalla piattaforma, dipende dal contesto - sento dire. Certo. Ma - prendo in prestito le parole di Ricky Gervais, comico britannico vincitore di sette Bafta, due Emmy, un Golden e parecchio altro: se la disputa è fra la tua opinione e un fatto, non esiste il contesto sbagliato per un fatto. Un fatto è un fatto - una dichiarazione di un politico è un fatto, nel caso di Fedez - e non c'è palco, "contesto", sbagliato per un fatto. Poi: Fedez ha diffuso il contenuto di una telefonata privata senza che gli interlocutori sapessero che li stava registrando. Sì, ma lo ha fatto solo dopo che gli interlocutori - la Rai - avevano negato di aver operato una censura preventiva sui testi. Hanno mentito, in un pubblico comunicato. La diffusione del video si configura come smentita pubblica di un falso pubblico.
Ora, tornando a Gervais, si potrebbe discutere del politically correct, il fascismo di matrice progressista per cui gli Aristogatti sono fuori dal catalogo Disney perché i gatti siamesi hanno caratteri "caricaturalmente orientali", e altre idiozie. Walter Siti ha appena scritto un libro illuminante, è breve e si può persino leggere tutto prima di commentarne solo il titolo, che è: "Contro l'impegno". In quella che Guia Soncini chiama l'Era della Suscettibilità il nuovo mantra è "chiedi scusa", e così persino Pio e Amedeo, comici foggiani, su Canale 5, hanno fatto il record di ascolti dicendo prima cose "irricevibili" - secondo protocollo - su negri ricchioni ed ebrei e poi chiedendo scusa.
La parola definitiva sul body shaming e altre definizioni inglesi per dire quel che non sta bene dire l'ha scritta Checco Zalone, Luca Medici, col geniale video "La vacinada", co-starring Helen Mirren, e fate silenzio. Sul perché siano i comici (e i cantanti, e gli influencer) a dire quel che nessun altro riesce a dire si dovrebbe scrivere la pagina più triste di questa storia. Consola ripetersi che è sempre stato così: dall'antica Roma. Preoccupa pensare ad altri comici che nel passato recente hanno iniziato col vaffanculo al potere e hanno finito come hanno finito. Di più la sinistra stenta a dire, pretendendo logiche conseguenze, poiché Di Maio è ministro degli Esteri e il partito del comico partito al governo. C'è la pandemia. C'è il Recovery. Ok. Si può forse concludere che i comici al potere diventano comici di governo, e di Sistema. Oppure che ciascuno è quello che è, e lo era dapprima solo che non si era capito bene. O anche che fare battaglie che conducono al proprio tornaconto non è esattamente rivoluzionario.
L'estremismo di maggioranza punta al consenso, quello di minoranza ti taglia fuori: dove piove e fa freddo, ma almeno sei libero di dire. Fedez ha dalla sua il consenso, in partenza, ed è un fatto notevole che lo metta al servizio di una battaglia di civiltà. Non ha niente da temere, non deve essere rieletto, canta. La popolarità è più forte dell'opportunità, della convenienza.
Il consenso vince, si sa. Ma il fatto è che il consenso si genera quando le tue ragioni sono autentiche, irriguardose, potenti. Il consenso si suscita, questo fanno i leader. Non si insegue. Una politica che ha paura di dispiacere i suoi elettori, e li insegue sulla base dei sondaggi, non va da nessuna parte. Un'informazione piegata al potere è sconfitta per definizione.
La legge Zan, con tutti i suoi limiti, è un passo verso il mondo com'è. Che lo dica Fedez, che arriva dove la sinistra politica non arriva - ai ragazzi, a tutti là fuori - è una cosa bella e triste. Molto bella, e grazie. Molto triste, che peccato.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
La dedica al martire Giulio Regeni, massacrato dalle squadracce dell'egiziano Al-Sisi. Il ricordo di Samir Kassir, il collega libanese ucciso perché cercava di difendere la verità. Oggi, 3 maggio 2021, è una giornata importante per noi giornalisti, almeno per coloro che vogliono difendere la libertà di stampa, costi quel che costi, a volte anche al prezzo della vita. La Giornata e la celebrazione sono state decise dall'Unesco, che ha inteso proteggere un bene pubblico preziosissimo, anzi essenziale. Va bene che i giornali sono in crisi, ma tra le piattaforme per sostenere il diritto di tutti ad essere informati vi sono il web e i social, che naturalmente vanno seguiti con attenzione, scrupolo, selettività e onestà intellettuale.
Voglio dedicare questo giorno a Giulio Regeni, il ricercatore italiano massacrato su ordine dei servizi segreti egiziani, che volevano punirlo per il lavoro che deve essere quello di ogni giornalista e ricercatore onesto e curioso: rivolgere domande e annotare espressioni e risposte. Parlo con cognizione di causa perché ho seguito l'Egitto per oltre 40 anni, ed ho trascorso laggiù, soprattutto al Cairo, molti mesi interi. È vero che non erano ancora i tempi più recenti, con l'elezione del presidente Al Sisi, che gli egiziani -soprattutto il celeberrimo "partito del sofà" - avevano accolto con favore, pensando che fosse finito il breve incubo del presidente Mohammed Morsi, prigioniero degli islamici più intransigenti.
Ma prima di Morsi, il capo dello Stato era Hosni Mubarak, per me un vero galantuomo. I giornalisti erano abbastanza liberi, pur osservati da lontano, ma senza intervenire. Oggi Al Sisi si è trasformato in un dittatore pericoloso e il povero Regeni ne è rimasto vittima. Per fortuna l'Italia ha alzato la voce, e la magistratura ha scoperto i funzionari dei servizi segreti che hanno massacrato il nostro giovane collega, facendo ritrovare il cadavere lungo una strada della capitale. Segno evidente di guerre intestine fra servizi di intelligence. Ma ora che cosa succede? Mentre comincia il processo in Italia l'ineffabile Al Sisi e i suoi scherani fanno mandare in onda un documentario televisivo in molte puntate per dimostrare che l'Egitto è innocente e che gli italiani mentono.
Operazione orrenda. Fa bene la famiglia di Giulio Regeni a combattere per quel ragazzo stritolato da agenti senza scrupoli. A Giulio, dovunque sia, mando un abbraccio con un messaggio brevissimo: "Ciao, eroe della nostra libertà". Oggi anche io ho accettato di fare un gesto simbolico al Giardino dei Giusti del Montestella di Milano, per onorare un mio caro amico, un collega valoroso, Samir Kassir, un libanese forte e fiero, figlio di un palestinese e di una siriana, e giornalista con la schiena dritta. Il Libano è il Paese del mio cuore, e gli anni di Beirut, durante e dopo la guerra civile, non li dimenticherò mai.
Ho scritto un libro sull'esperienza vissuta con il mio tassista druso, Sami Kazzaz, che mi salvò da un sequestro, minacciando le famiglie dei quattro biechi estremisti, mitra in pugno, che mi volevano portare via. Mi salvò proprio l'autista. Nel mio libro "Sami, una storia libanese", tradotto anche in arabo dalla bravissima Joumana Haddad, racconto la composizione di quella società, dove i poteri non cambiano, i personaggi sono sempre gli stessi, anche se gli equilibri sono mutevoli, come le posizioni politiche e le alleanze. Con Samir, più giovane di me, parlavamo di tutto: lui a difendere l'arabità del Libano, assai più forte del nazionalismo, e io a sfiancarlo di domande, chiedendo retroscena e fumando assieme pacchetti di sigarette.
Allora, assieme alla passione per l'avventura, era anche il mio vizio-sfogo, che ora non ho più. Quando Samir Kassir cominciò la sua carriera di giornalista, entrò alla fine in An Nahar e nella sua versione francese "L'Orient-Le jour", che era guidato da un altro caro amico, Ghassan Tueni, un vero liberale. Samir Kassir, con la sua indipendenza e il suo coraggio intrepido, era una voce forte e insieme scomoda, contro tutte le occupazioni. Ricordo il suo entusiasmo quando mi parlava degli intellettuali siriani che speravano di cambiare il loro Paese con la "primavera di Damasco". Illusione. Il 14 febbraio del 2005, vi fu la strage che costò la vita al primo ministro Rafiq Hariri, che mi voleva bene al punto tale da chiedermi consigli ogni volta che tornavo in Libano. Poco più di tre mesi dopo, in quel tragico 2005, un'auto bomba uccise Samir. Lo ho ricordato, trattenendo la commozione. Gli ho fatto anche gli auguri di Pasqua. Il mio amico infatti era di religione cristiana ortodossa. Ieri per lui era il giorno della festa. "Christos Anesti", come dicono in Grecia. "Cristo è risorto".
di Iratxe García Pérez, Simona Bonafé, Brando Benifei
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
Le proposte dei Socialisti & Democratici europei che il 3 maggio si incon trano a Roma, in vista della Conferenza sul Futuro dell'Europa, del prossimo 9 maggio voluta dalla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen e dal Parlamento Europeo.
Il 9 maggio partirà ufficialmente la Conferenza sul Futuro dell'Europa, un'iniziativa proposta dalla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e fortemente supportata dal Parlamento Europeo, che da subito ne ha visto l'occasione per un essenziale e ambizioso cambio di passo nell'agenda europea. Lo stesso giorno, settant'anni fa - più uno -, veniva firmata la Dichiarazione Schuman che impegnava i Paesi fondatori a mettere in comune i propri sforzi, istituendo la Comunità del Carbone e dell'Acciaio. Una realizzazione concreta per creare quella solidarietà di fatto tra i popoli europei, necessaria a garantirne la prosperità. Secondo la Dichiarazione, servivano sforzi creativi da parte dei Paesi per preservare la pace e proteggere i popoli europei dai pericoli che li minacciavano.
Abbiamo perso un anno. La Conferenza sarebbe dovuta infatti partire già nel maggio 2020, celebrando un settantesimo anniversario che avrebbe permesso di iniziare una riflessione sul futuro del nostro progetto politico comune in maniera probabilmente più serena, sicuramente meno urgente. Non è stato così, perché la pandemia ha lasciato il mondo sospeso, attonito dinnanzi allo stravolgimento causato da un virus che ha causato, solo in Europa, quasi settecentomila vittime. Ma se da un lato l'Unione europea si è dimostrata in grado di reagire, con una risposta forte delle sue istituzioni, con il lancio di misure straordinarie a sostegno dell'economia ed espressioni davvero concrete di solidarietà tra gli Stati - sul fronte delle donazioni reciproche di apparecchiature mediche, di cure transfrontaliere e di condivisioni di medici e di expertise - dall'altro ha mostrato tutte le contraddizioni di un progetto ancora incompleto, inadatto a intervenire pienamente in difesa degli interessi dei suoi cittadini.
La mancanza di piene competenze sul fronte sanitario è stata alla base della difficoltà di intervenire rapidamente sul fronte dei vaccini, quando invece la straordinaria capacità dell'UE di finanziare la ricerca medica ha permesso lo sviluppo in tempi record del siero che oggi viene distribuito in tutto il mondo. Il Piano di ripresa da quasi due trilioni di euro, Next Generation EU, il "Piano Marshall" della nostra generazione, ha prodotto uno storico balzo in avanti nel processo di integrazione europea, con l'emissione di titoli comuni di debito europei e di nuove risorse proprie per il suo finanziamento, ma non possiamo dimenticare come sia stato tenuto in ostaggio dai ricatti dei governi euroscettici, forti della regola dell'unanimità in Consiglio necessaria per la sua approvazione, e che è causa continua della debolezza europea su svariati fronti, dalla politica fiscale alle politiche sociali, fino alla politica estera. Si pensi infine alla sospensione del Patto di Stabilità e Crescita, che se da un lato ha permesso agli Stati di disporre nel breve periodo di risorse straordinarie per affrontare l'emergenza sanitaria e sociale e dare sostegno alle imprese colpite dalle chiusure, allo stesso tempo obbliga oggi a una rapida e significativa revisione del sistema della governance economica europea per ribilanciare i gravissimi squilibri esistenti tra e nei Paesi, siano essi economici e sociali, geografici, di genere, intergenerazionali.
La Conferenza sul Futuro dell'Europa non può limitarsi ad essere una conferenza. -Deve essere un dialogo tra i cittadini e le istituzioni, un processo veramente inclusivo che permetta a tutte le categorie di persone di esprimere il loro parere sull'orientamento futuro dell'Europa.
Noi riteniamo che il quesito di fondo a cui rispondere sia il seguente: "Ritenete che per affrontare le grandi sfide dell'innovazione tecnologica, del cambiamento climatico, dello sviluppo delle nuove tecnologie e degli scenari geopolitici globali sia necessario fare uno sforzo per avvicinare i Paesi europei, proseguendo sul cammino di quell'Unione sempre più stretta come definita dai Trattati - magari riformandoli -, oppure ritenete che serva preservare lo status quo?"
Noi Socialisti e Democratici non abbiamo alcun dubbio: bisogna rilanciare il progetto europeo, reindirizzandone le politiche verso un nuovo modello sociale, per creare nuovi e più ampi diritti civili e sociali per tutti; per dare alle prossime generazioni un futuro migliore, redistribuendo in maniera più equa i benefici e i profitti dell'economia globale; "per affrontare la questione dell'uguaglianza di genere in tutti i suoi aspetti, dalla parità salariale alla lotta alla violenza contro le donne e per un'agenda europea che garantisca loro pieno ed effettivo accesso, senza condizioni, ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva"; per innalzare la qualità della democrazia europea e riguadagnare sovranità.
Proporremo il nostro progetto confrontandoci con i panel dei cittadini all'interno della Conferenza e negli Stati membri, partecipando alla Plenaria, discutendo sulla piattaforma online della Conferenza e su quella creata appositamente dal nostro Gruppo, per raccogliere idee proposte e, ovviamente, per promuovere le nostre.
Il 9 maggio si apre un processo importante per definire i prossimi passi del progetto europeo, un processo aperto e partecipativo. Le forze progressiste lo affronteranno con grande determinazione, nella piena consapevolezza della centralità delle istituzioni e della politica nei processi di cambiamento di una grande democrazia rappresentativa, l'Unione europea. A Roma, il 3 maggio, si incontrano i rappresentanti del progressismo europeo, un fronte ampio e allargato per porre le basi di un lavoro comune per una nuova visione d'Europa condivisa, da immaginare, da proporre, da dibattere, per cui battersi.
*Iratxe García Perez è presidente del gruppo Socialisti & Democratici al Parlamento europeo, Simona Bonafé è la vice presidente, Brando Benifei è il capo delegazione italiana S&D
di Luigi Manconi
La Stampa, 3 maggio 2021
Il Tribunale di Arezzo ha assolto il cinquantenne Walter De Benedetto dall'accusa di spaccio di sostanze stupefacenti "per non aver commesso il fatto". Da 36 anni De Benedetto soffre di artrite reumatoide, una patologia autoimmune cronica che colpisce le articolazioni, causando invalidità e dolori lancinanti. Per lenire le sofferenze, al paziente venivano prescritti, dal proprio medico, farmaci a base di cannabis. Ma la difficoltà di approvvigionarsi degli stessi e il loro costo assai elevato lo hanno indotto a ricorrere alla coltivazione domestica.
Il 23 settembre del 2019, una perquisizione dei Carabinieri nella sua abitazione di Ripa di Olmo ad Arezzo, e in una struttura vicina, porta al sequestro di piante e semi. A distanza di due anni, la sentenza dell'altro ieri assume una grande importanza perché libera una persona gravemente malata dall'afflizione del circuito giudiziario, e dal relativo stigma. E perché, allo stesso tempo, amplia e rafforza il diritto fondamentale alla salute, sancito dall'art. 32 della Costituzione, attribuendo al soggetto - il paziente - il potere di scegliere ciò che è bene o male per il suo corpo: a quali cure, di conseguenza, ricorrere e quali rifiutare.
Non siamo, dunque, nel campo delle opzioni culturali: non viene riconosciuto, con quella sentenza, un particolare stile di vita, e nemmeno una concezione della libertà come piena autodeterminazione su di sé e sul proprio corpo. Il senso e il cuore di quella sentenza sono costituiti, piuttosto, dall'affermazione del diritto fondamentale alla salute e della libertà di accedere alle cure, a tutte le cure, che possano meglio tutelarla. In questo caso, la terapia oggetto della controversia è quella che si affida a farmaci cannabinoidi.
Negli ultimi decenni, numerose ricerche hanno validato i benefici che la cannabis terapeutica può arrecare a chi soffre di sclerosi multipla, dolore oncologico e cronico, cachessia (in anoressia, HIV, chemioterapia), glaucoma, sindrome di Tourette. E si attendono i risultati di ricerche relative a patologie quali epilessia, malattie vascolari, metaboliche e gastro-infiammatorie. Il fatto che De Benedetto, per poter usufruire di quei benefici, sia stato costretto a coltivare la pianta nella propria abitazione e, per questo, abbia dovuto subire un processo, rappresenta, palesemente, qualcosa di grottesco. In Italia il suo comportamento è, sulla carta, perfettamente legale.
E da quattordici anni. È stato nel 2007, infatti, che il THC, il principio attivo della cannabis, venne inserito nella lista delle sostanze consentite ai fini della produzione di medicinali. E, otto anni dopo, con il Decreto ministeriale del 9 novembre 2015, venne autorizzata la coltivazione destinata al medesimo scopo, previa autorizzazione del Ministero della Salute. Dunque, si può dire, che De Benedetto è stato processato perché privo di quella autorizzazione. D'altra parte, oggi, qualsiasi medico può prescrivere la cannabis per uso terapeutico; e il paziente può ricorrervi attraverso il Sistema sanitario nazionale o a pagamento.
Nell'un caso come nell'altro, i tempi di attesa possono essere lunghissimi e la disponibilità, rispetto a una domanda crescente, assai limitata. E soprattutto, provvedere personalmente, e nello spirito della Costituzione e della norma, può comportare rischi seri, quali quelli nei quali è incorso De Benedetto.
Due tra le persone più competenti in materia, come Antonella Soldo e Marco Perduca, hanno indicato puntualmente, su Il Manifesto di domenica scorsa, quali debbano essere i provvedimenti ministeriali capaci di ottenere - in questo caso per quanto riguarda la cannabis - che una legge abbia effettivamente valore di legge, che una norma presente nell'ordinamento sia applicata, che un diritto riconosciuto sia esigibile. Ecco le misure necessarie: "autorizzare altri enti privati e pubblici a produrre cannabis terapeutica" oltre lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, operante ma insufficiente; "informare e formare i medici, anche di famiglia, che già oggi possono prescrivere" farmaci cannabinoidi; "liberalizzare l'importazione" di tali farmaci.
Se tutto ciò è ancora lontano dall'essere realizzato è perché un tenacissimo tabù pesa sulla cannabis. Uno stereotipo culturale e l'interdizione morale nei confronti di questa pianta fanno sì che non solo il suo uso ricreativo rimanga penalizzato, ma anche che la sua finalità medica sia sottoposta a divieti e proibizioni. Sembrerebbe una questione secondaria, pressoché insignificante, niente più che un residuo ideologico. Ma, a pagare una simile arretratezza culturale, sono persone - tante - come De Benedetto. Per decenni il loro dolore è stato messo a tacere dall'irriducibile peso di un insensato e crudele preconcetto.
di Stefania Albanese e Cecilia Ferrara
Il Domani, 3 maggio 2021
Arriva la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo: troppo spesso i tribunali italiani tolgono i figli piccoli a donne migranti, vittime di tratta, perché non sono considerate buone madri. In molti casi si tratta di equivoci dovuti alle differenze culturali. L'adozione internazionale è fallita, i bambini arrivano grandi e traumatizzati. Quindi le famiglie cercano altre vie.
"Donne migranti, spesso nigeriane, vittime di tratta. Mamme single che vengono schiacciate dal sistema: ne ho visti a decine di casi così". Cristina Cecchini è una degli avvocati di A., una ragazza come tante, costretta a prostituirsi sulle nostre strade, che si è vista togliere le figlie, affidate a famiglie italiane.
Per il suo caso il nostro paese è stato condannato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. I numeri sono protetti dalla privacy, ma il suo caso non è isolato: è simile a quello di tante altre donne migranti, spesso vittime di tratta, cui vengono tolti i figli, dati in affidamento o adozione a famiglie italiane, perché non vengono ritenute dalla giustizia italiana buone madri.
La storia di A. è simile a tante altre. Dopo alcuni anni di sfruttamento sessuale resta incinta, decide che la bambina deve avere un futuro diverso e trova la forza di affidarsi al sistema anti-tratta: denuncia la sua sfruttatrice, testimonia al processo contro di lei e ottiene il permesso di soggiorno. Ma il lieto fine non c'è. La donna trova un nuovo compagno e ha un'altra bimba che però, a un certo punto, si sente male. Viene portata in ospedale a Roma e intubata. A., ospite di un Cas, Centro di accoglienza straordinaria, è preoccupata e confusa, chiede spiegazioni, non capisce cosa succede. Scatta, fa una scenata di panico, vuole sapere cosa stanno facendo a sua figlia. Di mediatori culturali nemmeno l'ombra. E il servizio sociale dell'ospedale chiama la procura minorile.
Ospedali pericolosi. "Gli ospedali sono un luogo critico per le madri straniere", racconta Cecchini. È lì che comincia l'incubo di A. All'inizio dell'estate del 2014 una corte le sospende la potestà genitoriale, la macchina dei servizi sociali si mette in movimento, un tribunale dovrà giudicare se è una buona madre. La figlia più piccola viene messa in un istituto, l'altra va a vivere con la madre in una casa famiglia dopo essere passata a sua volta da un altro istituto. L'anno dopo mamma e bimbe vengono riunite, quello dopo ancora separate. A. ha diritto di visita una volta a settimana. Nel 2017 viene dichiarato lo stato di abbandono e le bambine vengono date in adozione a due famiglie diverse.
Oggi A. ha quarant'anni e non smette di lottare per le figlie. Ha perso in appello, mentre la Cassazione ha ordinato al tribunale di adottare quella che oggi si chiama "adozione mite": un istituto giuridico nuovo che permette di mantenere la relazione con il genitore biologico. La decisione della Cassazione sull'adozione mite è "una sentenza importantissima che ha suggellato la crisi di un modello di adozione", dice Alida Montaldi, presidente del tribunale dei minorenni di Roma. "D'altronde non si può pensare che un sistema concepito negli anni 80 possa passare indenne a tutte le modifiche che ci sono state nelle relazioni umane, familiari e sociali".
Il caso di A. potrebbe essere quindi l'inizio di un cambiamento della giurisprudenza sulle adozioni: cambiamento che la presidente condivide. "Quello che non è giusto però è pensare che ci sia un giudice che cala sulle famiglie con l'accetta", conclude. "Questa è un'idea consolatoria che solleva da tante responsabilità un po' tutti". Gli avvocati di A. hanno poi portato il caso presso la Corte europea dei diritti dell'uomo e il primo aprile scorso la Cedu le ha dato ragione, condannando l'Italia a risarcire la donna per 15mila euro. Ma la possibilità di rivedere le bambine è ancora lontana.
Come funziona il sistema - "Dall'inizio del procedimento di abbandono la donna è continuamente sotto giudizio in queste case famiglia che hanno il doppio compito di supporto e osservazione", spiega l'avvocata Cecchini. "Qui qualcosa che non torna nella relazione mamma-bambino - soprattutto all'occhio occidentale - c'è sempre". Se le donne non superano questo primo passaggio rischiano di venire separate dai figli: vengono buttate fuori dalla casa famiglia e possono andare in visita un'ora, al massimo due alla settimana, sempre sotto la supervisione di un operatore. "Ma il legame già si spezza e se la donna arriva tardi perché l'autobus non è passato, se non si informa sulle medicine che il bimbo prende, se porta del cibo senza chiedere se il figlio magari ha già mangiato, diventa un punto di giudizio sul suo comportamento. In quell'ora la madre non è lì per godersi del tempo con il figlio, ma per superare ogni volta un esame", dice ancora Cecchini.
Rischio giuridico - "Il problema è l'utilizzo di quella procedura che si chiama "adozione a rischio giuridico", ovvero la collocazione nella famiglia adottiva subito dopo la sentenza di primo grado", spiega Salvatore Fachile, veterano dell'Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione, e nel collegio dei difensori di A. di fronte alla Cedu. "Da una parte ci sono famiglie adottive che per mia esperienza a volte non sanno neanche che c'è un ricorso in atto, dall'altra c'è la madre che continua a richiedere la potestà genitoriale. La Corte europea imputa all'Italia questo: non si può interrompere la frequentazione della madre con i figli fino alla fine del procedimento a meno che non ci siano abusi o pericolo per i minori".
Nel caso di A. per la Cedu l'Italia ha infranto l'articolo 8 della Convenzione europea, ovvero il "rispetto della vita privata e familiare", in particolare per il fatto di aver interrotto le visite con la madre biologica prima dell'adozione definitiva nonostante il parere favorevole del consulente tecnico del tribunale, la separazione delle sorelle e la mancata attenzione alla vulnerabilità della madre in quanto vittima di tratta. "Dalla decisione del tribunale e della corte d'Appello è anche evidente che i tribunali nazionali hanno valutato le capacità genitoriali della ricorrente senza prendere in considerazione la sua origine nigeriana e il diverso modello di attaccamento tra genitori e figli che si può trovare nella cultura africana, come la relazione della consulente aveva chiarito abbondantemente", scrive la Cedu.
Ora il procedimento è tornato in corte d'Appello dove si dovrà valutare se applicare l'adozione mite, ovvero mantenere le bambine nelle famiglie adottive e ripristinando il rapporto con la madre biologica. "Il problema - dice Cecchini - è che nessuno ha lavorato adeguatamente sulla vulnerabilità che questa donna, a causa del suo vissuto, sicuramente ha". E il processo rischia di andare avanti ancora anni, con la prosecuzione della separazione di madre e figlie se non vengono recepiti i princìpi dettati dalla Corte europea.
Italiani che tolgono i figli - Oggi - secondo quanto emerge dalle inchieste del collettivo europeo di giornalisti Lost in Europe (lostineurope.org) tra le migranti che arrivano nel nostro paese gira una voce: quella che gli italiani possono togliere loro i figli.
"Ho visto due bambini portati via di fronte ai miei occhi a due mie amiche", racconta Mary (nome di fantasia) a Ismail Einashe di Lost in Europe. Mary è nigeriana, ex vittima di tratta e racconta con terrore quel periodo nel centro di accoglienza. "Dicono che li hanno portati via per come gli davano da mangiare", racconta. Anche Mary dà da mangiare così a suo figlio, con le mani. Incoraggiandolo se non vuole, "forzandolo" secondo gli operatori. "Dicono che sia contro la legge", dice. "Ero davvero spaventata che lo portassero via anche a me".
Il caso Zhou - "A Strasburgo di casi come quelli di A. dall'Italia ne arrivano decine", dice Giulia Perin, avvocata che ha aperto la strada alle sentenze Cedu per violazione dell'articolo 8 da parte dell'Italia con il caso Zhou. Un caso che ha fatto scuola: quello di una donna migrante cinese, madre single con un lieve deficit intellettivo dovuto a un'ischemia avuta in gravidanza. Già seguita dai servizi sociali, il tribunale ha deciso di toglierle il figlio quando la donna ha affidato il bambino ai vicini mentre era al lavoro. Anche qui dopo un percorso di allontanamento il minore era stato dichiarato adottabile.
La Cedu ha condannato l'Italia a pagare alla donna 40mila euro più 5mila di spese legali: secondo la Corte il nostro paese non ha fatto abbastanza per preservare la possibilità della madre di stare con il figlio nonostante la presenza di un legame affettivo e l'assenza di abusi o violenze. La donna non ha più visto il figlio. "Dopo la sentenza Cedu - dice Perin - siamo andate alla Corte costituzionale, ma ha risposto che è compito del legislatore italiano modificare la normativa".
"Il compito del tribunale dei minori dovrebbe essere quello di controllare che il bambino o bambina stia bene, ma spesso molte famiglie sono vulnerabili, fragili e povere", continua Perin. E secondo la Corte europea - che ammette discriminazioni sistemiche - l'Italia fallisce nel far superare questi limiti alle famiglie. "È in gran parte un problema di servizi sociali che non hanno i mezzi e la formazione necessaria. In una situazione che poteva non sembrare così grave il sistema si inceppa e da un momento all'altro una madre si ritrova senza il figlio", dice Perin.
"Si può anche ricorrere e vincere a Strasburgo, ma questo non restituisce quei figli che nel frattempo si sono affezionati alle nuove famiglie". Il tribunale "ha come oggetto della sua valutazione il benessere dei minori e spesso la condizione della sostenibilità economica svolge un ruolo preponderante", conferma l'avvocata romana Elisabetta Pezzi. "Quando ti trovi ai margini della società per questioni materiali la tua strada è in salita. Se poi sei fragile per assenza di rete lo diventi ancora di più. Nella mia esperienza sicuramente le famiglie
Cedu La Corte: non si può rompere il rapporto della madre con i figli a meno di abusi straniere sono penalizzate perché non hanno una rete familiare, amicale e sociale come quelle italiane. Spesso le persone hanno, dunque, delle effettive fragilità. I servizi sociali da cui dovrebbero ottenere supporto, svolgono esclusivamente un ruolo di monitoraggio e vigilanza, ed è proprio da qui che spesso emergono relazioni a loro discapito".
Quanti sono i casi? - Secondo il ministero della Giustizia sono stati 902 i bambini adottati nel 2016; 955 nel 2017; 850 nel 2018. Non è possibile ricostruirne la nazionalità, per privacy e per la segretezza che accompagna le adozioni. E il tema, come insegna il caso Bibbiano, è incandescente. Se un bambino è piccolo, ha meno di 7 anni - ancora più se ne ha meno di 3 - il procedimento di adozione è molto più veloce. Per i bimbi più grandi il destino è invece l'affidamento etero-familiare o la casa famiglia.
"L'adozione internazionale è fallita, i bambini arrivano grandi e traumatizzati", dice l'avvocato Fachile. "Mentre ci si è accorti che esiste un altro canale di bambini non traumatizzati perché nati in Italia: quello delle mamme migranti. C'è un interesse fortissimo da parte delle famiglie che registrano la loro disponibilità presso i tribunali minorili: famiglie progressiste, benestanti e influenti. Anche per questo è una storia che non viene raccontata". A Torino da anni si è formato un gruppo di avvocati, antropologi, etno-psicologi, mediatori che lavorano per interrompere questa catena di adozioni o allontanamenti dei figli delle donne migranti. "Le separazioni in numerosi casi sono improvvise e ingiustificate sotto il profilo strettamente giuridico, non essendoci condizioni di abbandono né fisico né morale. C'è una profonda incomprensione su come questo possa essere il supremo interesse del minore", dice Simona Taliani, antropologa e etno-psicologa. Il centro Fanon, dove lavora, aiuta donne e famiglie a ricomporre il proprio vissuto da un punto di vista clinico e familiare.
Questione di classe - Tra le donne, conferma Taliani - tra le massime esperte di questi temi - la paura ormai c'è ed è forte. "Nei paesi d'origine di questi genitori non esiste spesso un tale ordinamento, non hanno dunque esperienze pregresse su cosa significhi tutelare un minore allontanandolo dai genitori. Sono madri, sole e capofamiglia nella maggior parte dei casi, che vengono letteralmente fatte a pezzi dal sistema".
C'è razzismo o colonialismo? "Diciamo che c'è ignoranza ed etnocentrismo. Si consolidano idee sul "fare famiglia" nutrite di stereotipi che introducono discriminazioni e arbitrarietà nella valutazione delle capacità genitoriali. Non posso dire ci sia un progetto razionale e intenzionale di razzializzazione della differenza, ma l'esito finale può comunque portare a una forte polarizzazione lungo "la linea del colore", dice l'antropologa. "Per coloro che operano dentro il dispositivo istituzionale, c'è la convinzione di lavorare davvero per il supremo interesse del minore. Quando ti dicono durante le riunioni di Rete: "Questo bimbo è bellissimo, guarda quanto sta bene da quando l'ho messo nella famiglia italiana" è perché risponderà sempre di più al modello di bambino che l'operatrice desidera vedere".
Ma "quando lavori in questo complesso dispositivo di tutela e qualcuno dice "questo bambino è bellissimo" devi già sentire puzza di marcio. Tutti i bambini sono bellissimi, non altrettanto sono il loro genitori immigrati". E c'è un altro non detto. "Durante gli incontri di Rete non si parla mai esplicitamente del tenore socio-economico della famiglia perché allontanare i minori per condizioni di precarietà economica o difficoltà sociali è anticostituzionale (il riferimento è agli articoli 30 e 31 della Costituzione ndr), ma quello che è in gioco in queste drammatiche vicende è anche il cambiamento di status di questi bambini.
Con l'adozione diventano di fatto italiani e vengono accolti in famiglie la cui classe è tendenzialmente sempre più agiata di quella dei loro genitori biologici, mentre le loro madri e i loro padri si dissolvono dalla scena, anche sociale, con permessi di soggiorno che scadono e il rischio di scomparire nuovamente nella clandestinità".
Il centro Fanon ha 100 nuovi casi complessivi all'anno: 20 sono di nuclei familiari. In totale, tra situazioni pregresse e nuovi casi, segue 40-45 famiglie immigrate con minori sotto tutela o attenzionati dai servizi: le nazionalità sono diverse, con una prevalenza di madri sole provenienti dall'Africa occidentale (Nigeria, Gambia, Costa d'Avorio), ma anche da Marocco e Tunisia. "All'inizio erano casi semplici, poi con l'aumento dell'arrivo delle donne migranti è diventato un continuo di segnalazioni di allontanamento", racconta l'avvocata di Torino, Alessandra Lanzavecchia. Il suo punto di vista è più positivo: "Ora c'è più comprensione anche da parte dei giudici, ma abbiamo dovuto lavorare tanti anni".
Madri diverse - I problemi, negli innumerevoli casi che ha seguito, sono principalmente due: "Da una parte non si riesce a valutare il modello di madre africana perché lo si assimila a quella italiana. Dall'altra per tanto tempo il sistema ha lavorato con l'idea che tutelare il minore voleva dire allontanarlo dalla famiglia piuttosto che fornire gli strumenti per farla diventare più forte".
"Leggevo le perizie in cui si accusavano le madri di non essere accudenti in ragione di comportamenti che io conoscevo. E come interprete non potevo intervenire", racconta Precious Ugiabe, mediatrice culturale da 25 anni in Italia. "Ho lavorato al tribunale dei minori fino al 2001". Poi non ce l'ha fatta più. "Prima che fosse una moda e che tutte le mamme e i papà italiani andassero a fare i corsi per mettersi la fascia, le madri africane che si legavano i figli sulla schiena erano ritenute delle incoscienti", racconta Precious. "Come fanno ad accorgersi se il bambino rigurgita? - si pensava". Il rapporto tra madre e figlio per gli occidentali "è essenzialmente basato sullo sguardo, ma per gli africani passa anche da molti altri canali. La madre africana dà da mangiare al figlio quando ha fame, non lo mette a tavola tre volte al giorno: non è mancanza di accudimento, è perché in famiglia e nel villaggio si fa così. E se una madre dà al figlio di pochi di mesi del peperoncino non è pazza: anche lei a pochi mesi lo prendeva".
Certo, il sistema può anche funzionare. Ma deve essere preparato. Come nel caso di Blessing (nome di fantasia). A raccontare la sua storia è Tania Castellaccio, responsabile dell'Area accoglienza donne della cooperativa Dedalus di Napoli. "Quando lei e i suoi tre figli sono arrivati alla casa per donne maltrattate Fiorinda sono apparsi subito fortemente danneggiati dai vissuti di violenza e bisognosi di molto supporto", dice. Ma il fatto di essere stati "presi in carico" da un sistema anti-tratta preparato e da operatrici specializzate in violenza di genere ha permesso il lieto fine. Quello che troppo spesso invece non c'è.
La Stampa, 3 maggio 2021
"L'Italia non ti salverà". Due nuovi testimoni raccontano di aver sentito questa frase, rivolta a Giulio Regeni, nei giorni terribili della sua detenzione e delle torture che lo hanno portato alla morte al Cairo.
A parlarne, ieri sera dagli schermi di "Che tempo che fa" su Rai tre, l'avvocatessa dei genitori di Giulio, Alessandra Ballerini: "Si sono fatti avanti nuovi testimoni - ha spiegato - in particolare due persone che hanno assistito quando Giulio è stato condotto nella stanza delle torture. E hanno sentito alcune frasi come: "Chi ti ha insegnato a resistere così bene alle torture?". Come ricorda mamma Paola, che insieme a papà Claudio porta avanti la battaglia per ottenere giustizia in nome del figlio, sono passati ormai 64 mesi dall'omicidio di Giulio.
E l'udienza preliminare che doveva svolgersi pochi giorni fa, nei confronti dei quattro agenti egiziani peri quali la Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio, è stata rimandata al 25 maggio a causa del legittimo impedimento di uno dei difensori d'ufficio: "Una manovra ostruzionistica", la definisce la madre di Regeni.
"Il procuratore egiziano è emanazione diretta del presidente al Sisi e si presuppone che faccia i suoi interessi. Oltre a continuare a offendere Giulio, noi e tutti gli italiani, hanno offeso la Procura italiana. Non c'è stata alcuna levata di scudi da parte della politica e questo è molto grave", aggiunge.
"Temiamo nuovi tentativi di depistaggio e delegittimazione del lavoro di investigazione fatto", dice papà Claudio. Ma non solo, la moglie fa anche capire qualche timore per l'incolumità personale: "Quando attraverso la strada non guardo solo a destra e a sinistra, ma guardo due volte". La famiglia Regeni ha anche annunciato querela per diffamazione contro il video egiziano comparso nei giorni scorsi che denigra Giulio.
di Anais Ginori
La Repubblica, 3 maggio 2021
Risposta all'intervista al leader dell'estrema sinistra Mélenchon che, anche in una intervista a Repubblica, aveva difeso la dottrina Mitterrand adottata dalla Francia fino alla svolta di Macron che ha portato all'arresto degli ex terroristi italiani fuggiti Oltralpe. Il ministro della Giustizia francese, Eric Dupond-Moretti, ha paragonato gli ex terroristi italiani arrestati in Francia e per i quali comincerà la procedura di estradizione, ai jihadisti del massacro del Bataclan.
Rispondendo a una domanda di RTL sulla difesa della dottrina Mitterrand da parte del leader dell'estrema sinistra Jean-Luc Mélenchon, Dupond-Moretti ha detto: "Noi avremmo accettato che uno dei terroristi del Bataclan, ad esempio, se ne fosse andato a vivere 40 anni, tranquillamente, in Italia? Sì o no? Cosa dice il signor Mélenchon? Questo è il vecchio gauchismo, con una moralità curiosa...".
Con Emmanuel Macron, l'avvocato Eric Dupond-Moretti è stato il motore principale del cambio di marcia della Francia sulle estradizioni degli ex terroristi italiani. Oggi, a chi esprime dubbi sulla nuova politica di Parigi e lancia appelli per non abbandonare la "dottrina Mitterrand", il ministro della Giustizia francese risponde: "Ricordate Cesare Battisti? Tutti erano in sua ammirazione... poi cosa disse lui? Di aver preso in giro tutti quelli che lo avevano sostenuto, e in particolare gli intellettuali francesi di sinistra".
E' destinata a provocare nuove polemiche l'intervista che il Guardasigilli ha concesso, con la sua abituale verve polemica, alla radio RTL. Soprattutto perché, tenendo fede alla sua fama di irriducibile polemista, non ha risparmiato toni accesi e bordate ironiche a chi sottoscrive ora nuovi appelli alle autorità francesi a non concedere alla giustizia italiana i dieci ex terroristi individuati come estradabili.
La domanda che fa "esplodere" Dupond-Moretti è quella sulle critiche del leader dell'estrema sinistra de La Gauche Insoumise, Jean-Luc Melenchon, e degli intellettuali francesi, alla decisione di Parigi, 40 anni dopo, di cambiare politica sugli ex terroristi italiani. Fra gli ex terroristi, alcuni hanno le "mani sporche di sangue" proprio come la "dottrina Mitterrand" escludeva come precondizione per concedere loro accoglienza: "E poi - ha incalzato Dupond-Moretti - cos'era questa dottrina Mitterrand? Era la residenza possibile per gli ex brigatisti, non lo status di rifugiato, ma non per chi avesse commesso reati di sangue. Se si guardano le condanne pronunciate in Italia, questi hanno le mani sporche di sangue".
A questo punto, il ministro riferisce un episodio che gli è stato "raccontato dalla ministra italiana", Marta Cartabia: "Un commissario di polizia fu ucciso in uno studio medico, con 5 proiettili, davanti a suo figlio, un bambino di 5 anni. Questo bambino è diventato un uomo e un giorno è venuto a Parigi ad assistere a una partita. E sapete chi c'era allo stadio, a qualche metro da lui? L'assassino di suo padre". L'episodio fa riferimento all'omicidio di Giuseppe Gurrieri, che non era commissario ma appuntato dei carabinieri, nel 1979 a Bergamo. Un "fatto di sangue" per il quale fu riconosciuto colpevole anche uno dei dieci ora "estradabili", Narciso Manenti. "Anche l'Italia - ha sottolineato il ministro - ha il diritto di voltare pagina".
Poi, Dupond-Moretti apre il capitolo Cesare Battisti e "tutti quelli che lo sostenevano": "Cosa disse appena arrivato in Italia? Fui io a commettere quei 4 omicidi. E qui era considerato un totale innocente, tutti erano in sua ammirazione. Poi ha detto anche che il processo italiano era stato equo. E infine, ha aggiunto di aver preso in giro tutti quelli che lo hanno sostenuto".
di Rosalba Castelletti
La Repubblica, 3 maggio 2021
Costretto a lasciare la penisola per la prima volta all'età di sei mesi, ha lottato per il diritto del suo popolo a tornare nella propria terra anche a costo dell'esilio, di sei detenzioni in un Gulag e del più lungo sciopero della fame al mondo: 303 giorni.
Coronato il sogno di rimpatriare nel 1989, si è ritrovato di nuovo bandito per aver condannato l'annessione russa nel 2014: "Vogliono impedire che venga seppellito nella mia patria". "Le persecuzioni subite oggi dai Tatari in Crimea sono peggiori rispetto a quelle dei tempi sovietici", commenta amaro Mustafa Dzhemilev in collegamento Zoom con Repubblica da Kiev a sette anni dall'annessione russa della penisola ucraina.
Costretto a lasciare la Crimea per la prima volta all'età di sei mesi il 20 maggio 1944, quando il regime di Josif Stalin deportò 200mila Tatari dalla loro patria, Dzhemilev, oggi settantottenne, è il presidente del Mejlis, il massimo organismo di rappresentanza della comunità tatara, e ha dedicato tutta la sua vita a lottare per il diritto del suo popolo a tornare nella propria terra. Anche a costo dell'esilio, di sei detenzioni in un Gulag e del più lungo sciopero della fame al mondo: 303 giorni. Coronato il suo sogno di rimpatriare nel 1989 all'età di 45 anni, si è ritrovato di nuovo bandito dalla sua terra: dopo aver condannato l'annessione nel 2014, gli è vietato l'ingresso in territorio russo e in Crimea. "Vogliono impedire che venga seppellito nella mia terra".
Signor Dzhemilev, aveva solo sei mesi quando la sua famiglia, come tutti i Tatari, fu deportata dalla Crimea nel 1944 dalle autorità sovietiche. Che cosa vuol dire per un popolo essere allontanati dalla propria terra?
"Fu un tentativo di sterminio riconosciuto come genocidio sia dalla Rada ucraina che dai Parlamenti di altri Stati, tra cui i Paesi baltici e il Canada. Decine di migliaia di tatari furono deportati nei campi di concentramento. Circa il 46 percento della nostra popolazione morì. Furono distrutti tutti i nostri monumenti e persino i cimiteri. Tutti i nomi geografici storici tatari furono sostituiti con quelli russi. La Crimea fu russificata. Sotto Stalin, quando per ogni parola si ammazzava, era impossibile chiedere di rientrare. Ma grazie al disgelo iniziato da Krusciov, abbiamo iniziate a scrivere lettere. Siamo riusciti a rientrare solo mezzo secolo fa pur svolgendo una lotta non violenta".
Una lotta che le è costata molteplici arresti e un lunghissimo sciopero della fame...
"Non importa la mia lotta personale, ma quello che è successo dopo l'annessione nel 2014 quando molti Tatari sono stati costretti di nuovo a lasciare la loro terra. Dopo aver lottato per anni per la democrazia e la libertà, ci siamo ritrovati sotto un regime peggiore di quello sovietico. Le autorità esercitano ogni pressione possibile sui Tatari affinché se ne vadano dalla propria patria".
Dopo che non ha riconosciuto la legittimità del referendum sull'annessione indetto il 18 marzo 2014, le autorità russe le hanno vietato di rientrare in Crimea, prima per cinque anni, per poi inserirla nella "lista nera" insieme a più di trecento altri cittadini ucraini. Con quale motivazione?
"Non c'è alcun documento ufficiale. Le autorità russe sostengono che io attenti all'integrità territoriale della Russia. Il divieto d'ingresso inizialmente durava fino al 2019, ora il bando è stato prorogato fino al 2034. È evidente che non vivrò così a lungo e che quindi non potrò rientrare nella mia patria. L'obiettivo è chiaro: impedire che venga seppellito in Crimea. Ma la mia convinzione assoluta è che, prima d'allora, non ci saranno più occupanti in Crimea".
Nel marzo 2014, circa il 70% dei Tatari di Crimea boicottò il referendum sull'annessione russa della penisola. Quanti sono stati costretti per questo ad abbandonare nuovamente la propria casa?
"Non esistono statistiche precise. Circa 25-30mila persone. In numeri assoluti può non sembrare tanto, ma si tratta del 10 percento della popolazione tatara. Da Kiev invitiamo tutti i nostri
connazionali a non lasciare la terra per la quale abbiamo combattuto così tanto".
Un mese dopo il referendum, il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto il tataro come lingua ufficiale in Crimea, insieme al russo e all'ucraino, e ha firmato un decreto sulla "riabilitazione politica del popolo tataro di Crimea". È servito a qualcosa?
"È la Russia a doversi riabilitare davanti alla comunità internazionale per i suoi crimini. Il decreto sulla riabilitazione non serve a nulla. Non serve a nulla riconoscere l'ingiustizia della deportazione dei Tatari di Crimea, se poi la propaganda anti-tatara nei media russi non fa che rafforzarsi. Oggi i media russi sui Tatari di Crimea scrivono offese che non si leggevano neppure ai tempi di Stalin. Neppure il decreto sulla lingua è efficace. Ufficialmente sono 15 le scuole in lingua tatara, ma la maggior parte delle materie è insegnata in lingua russa. La russificazione è totale".
Ci può parlare degli abusi che i Tatari di Crimea hanno iniziato a subire da quando la penisola è stata annessa? Il Mejlis è stato dichiarato un'organizzazione estremista e bandito. Sono in corso procedimenti penali contro i Tatari di Crimea, principalmente per l'appartenenza a Hizb ut-Tahrir, riconosciuta come organizzazione terroristica e bandita. I Tatari di Crimea vengono perquisiti, interrogati e arrestati. Quanti sono i prigionieri politici tatari oggi nelle carceri russe? Che differenza c'è tra le persecuzioni sovietiche e quelle odierne?
"Secondo le statistiche di qualche settimana fa, i prigionieri politici in Crimea sono 119, di cui 87 Tatari. Dal momento che i Tatari sono il 13% della popolazione della penisola, sono l'80% dei prigionieri nelle carceri russe. È importante sottolineare che adesso la gente viene condannata a tempi di reclusione inimmaginabili sotto l'Urss. Io sono stato condannato sei volte in era sovietica, ma il massimo della pena erano tre anni di carcere. Adesso si viene condannati a oltre 15 anni di carcere solo per "sospetta attività terroristica", tra l'altro in mancanza di qualsiasi prova reale. L'ultimo caso clamoroso è quello del cosiddetto "gruppo di Bakchisaraj": sei persone sono state condannate al carcere da 15 a 19 anni per estremismo, solo sulla base di intercettazioni nella moschea di Bakchisaraj e di testimoni che probabilmente erano agenti Fsb. Di recente un giovane tataro è stato condannato a sei anni di reclusione non appena rientrato in Crimea perché aveva fatto parte del battaglione dei volontari tatari dall'altra parte del confine della penisola, benché non avesse mai combattuto".
Lei è tra i tre rappresentanti della comunità tatara di Crimea eletti nella nuova Rada nel partito dell'ex presidente Petro Poroshenko. A due anni dall'insediamento di Volodimir Zelenskij, come giudica la sua presidenza?
"Penso che Zelenskij sia una persona onesta e per bene, ma che manchi di esperienza politica. È chiaro che fare il presidente subito dopo aver abbandonato il palcoscenico teatrale non sarà stato facile. Di conseguenza ha commesso qualche errore iniziale soprattutto nei confronti della Russia. Ma di recente ha lanciato la Piattaforma della Crimea con obiettivo la "dis-occupazione" dalla penisola. La Russia continua a ripetere che la Crimea è russa e che non intende liberare la penisola, ma per la comunità internazionale si tratta di un territorio annesso, occupato. L'idea della Piattaforma è riunire i Paesi che si pronunciano contro la presenza russa in Crimea, discutere con loro delle possibili misure da applicare contro la Russia. Abbiamo un proverbio: il potere degli sciacalli esiste solo finché i leoni non si alzano in piedi. È chiaro che tutta la comunità internazionale deve rendersi conto che, se uno Stato si permette di occupare il territorio di un altro Paese sovrano solo perché ha tanti carri armati, bisogna fare di tutto per mandargli un chiaro segnale".
Presto si dovrebbe tenere a Kiev il vertice della Piattaforma della Crimea. Chi coinvolgerà?
"Il ministero degli Esteri ha invitato 119 Paesi. Il vertice si terrà nel 30° anniversario dell'indipendenza dell'Ucraina, il 23 agosto. Per noi è importante che partecipino capi di Stato e di governo. Noi Tatari cerchiamo di dare un contributo cercando di coinvolgere i Paesi arabi che si sono astenuti dal condannare l'annessione russa della Crimea. Cerchiamo di spiegare loro che l'Islam prevede la lotta contro le ingiustizie e qui ne è stata commessa chiaramente una".
Il neo presidente statunitense Joe Biden ha ribadito che l'annessione della Crimea è illegale. Che cosa vi aspettate dalla sua amministrazione?
"Nutriamo tante speranze su un suo intervento, gliel'ho scritto pure nel mio messaggio di congratulazioni dopo la sua elezione, perché si e più volte pronunciato per il ritiro delle truppe russe e per la punizione dei crimini russi nel territorio ucraino".
La Ue continua a rinnovare le sanzioni per condannare l'annessione. Avete chiesto che nomini un rappresentante speciale per la Crimea. Che cosa potrebbe fare di più?
"La Russia sostiene che le sanzioni non le nuocciano. È chiaro che non è così, ma è evidente che non bastino e vadano rafforzate. Mosca rivendica di essere una potenza, ma è una menzogna. il Pil russo è due volte e mezzo minore rispetto a quello dell'Italia, un Paese almeno cinquanta volte più piccolo. D'altro canto la Russia ha un esercito che conta un milione e mezzo di truppe, ma a soldato investe cinque volte di meno rispetto ai Paesi europei".
Ha detto più volte che la Crimea sarà presto liberata. Come sarà possibile a sette anni dall'annessione ritornare allo stato precedente?
"Sarà difficile ovviamente, ma Mosca non doveva occupare il territorio di un Paese sovrano e rompere i rapporti con l'Ucraina e con il mondo intero. Purtroppo in Russia in quel momento dominava l'ambizione di Putin, che voleva dimostrare al mondo la sua grande potenza. Una canzone cecena dice più o meno: "Solo un uomo vero, può ammettere di avere torto una volta". Nella dirigenza russa non esistono uomini veri capaci di ammettere di avere torto e di rinunciare a quest'occupazione. Per Putin rinunciare alla Crimea sarebbe un suicidio politico. Finché sarà al potere, non ci aspettiamo nulla, ma presto o tardi anche il suo regime finirà. Magari a causa della resa dei conti interna al Cremlino. O di un'ulteriore disintegrazione dell'impero russo dopo il crollo dell'Urss".
ansa.it, 3 maggio 2021
Beneficeranno anche ribelli e dissidenti che non abbiano ucciso. A meno di un mese di distanza dalle elezioni presidenziali, il presidente della Siria, Bashar al-Assad, ha ordinato con un decreto un'amnistia per i detenuti, rilasciando non solo persone condannate per reati minori, ma anche chi è stato condannato per "complicità in atti di terrorismo". Tra questi ultimi, nel gergo del regime siriano, rientrano le attività dei ribelli ma anche degli attivisti contro il governo di Damasco.
Inclusi nell'amnistia anche i disertori dell'esercito che si siano costituiti entro tre mesi, o sei mesi se erano all'estero. Non beneficeranno invece della clemenza quei "terroristi" le cui azioni abbiano causato la morte. Quanto ai responsabili di alcuni reati come traffico di droga, contrabbando ed evasione fiscale, il rilascio sarà condizionato al pagamento di una multa.
Dalle elezioni presidenziali del prossimo 26 maggio - le seconde dallo scoppio della guerra civile - non ci si aspettano grandi sorprese e Assad appare proiettato senza troppi ostacoli verso un quarto mandato. Dieci anni di guerra civile in Siria si stima abbia provocato almeno 380.000 morti e milioni di sfollati.











