di Eduardo Savarese
Il Riformista, 12 giugno 2021
Luoghi e occasioni per parlare di giustizia predittiva e intelligenza artificiale nel comparto giustizia aumentano vertiginosamente. Intanto il 20 aprile scorso la Commissione europea ha approvato la proposta di regolamento sull'AI (Intelligenza Artificiale), contenente procedure di valutazione di impatto e di certificazione per le applicazioni ad alto rischio, come gli algoritmi valutativi e quelli adoperati nel settore della giustizia.
Il libro bianco Giustizia 2030, dal canto suo, nel prospettare tutte le possibilità della giustizia digitale, riserva ampia attenzione al tema di intelligenza artificiale e uso di algoritmi nell'identificare mezzi e obiettivi della giustizia predittiva. Si intensificano, in quest'ottica, i progetti di ricerca, come quello avviato a Pisa dalla Scuola Superiore Sant'Anna, funzionale a creare una banca dati della giurisprudenza per valutare le chance di successo e i tempi di contenzioso. Tra gli entusiastici aedi di questa nuova frontiera e i diffidentissimi critici che invocano Sofocle e la Costituzione, poniamoci, socraticamente (ma anche vonnegutianamente), qualche domanda.
La prima afferisce al metodo: la giustizia predittiva è invocata a quale scopo? La risposta parrebbe, più che semplice, banale: velocizzare la giustizia, rendere il sistema più performante, più efficiente, a beneficio della (famigerata, perché a sua volta scarsamente definita) utenza. Declinata così, mi sembra che continuiamo imperterriti a parlare del fumo e non dell'arrosto. Il quale arrosto sta in un interrogativo ben diverso: posto che una risposta di giustizia deve attuarsi in un tempo ragionevole, in un certo contesto - poniamo l'Italia, anzi poniamo il Mezzogiorno d'Italia - secondo quali meccanismi e per quali bisogni fa formandosi la domanda di giustizia? A me pare che questo interrogativo resti ostinatamente inevaso: ma per incidere sui sistemi noi dobbiamo avere la possibilità di analizzare il dato da entrambi i lati, domanda e offerta. Allora forse gli algoritmi ci potrebbero aiutare a comprendere, per esempio, che impatto ha il numero di avvocati nella creazione di domanda di giustizia, oppure cosa comporta - in termini di costi per il sistema giustizia - un fenomeno epocale come quello del flusso incessante di migranti da un continente a un altro.
Una seconda domanda tra Socrate e Vonnegut è poi culturale: quando invochiamo o condanniamo l'algoritmo, sappiamo davvero di cosa stiamo parlando? Insomma, i giuristi - almeno in Italia - spesso fanno fatica con le scienze più o meno esatte. Una cosa è certa, però (la letteratura distopica lo insegna): l'algoritmo è un dispositivo tecnico strumentale a un esercizio di potere. Occorre capire chi lo forma, perché, secondo quali criteri: occorre cioè formarci ad apprendere la lettura del contenuto e del modo d'operare dell'algoritmo. Si tratta quindi di farci consapevoli della modificazione del paradigma di conoscenza in atto da tempo in ogni settore e che vuole attraversare anche la giustizia.
Terza e ultima questione: dal momento che l'algoritmo può servire a molte cose (prevenire i reati, orientando l'attività di indagine, valutare le prove, risolvere questioni interpretative delle norme, orientare i modi di risoluzione delle controversie civili alternativi alla sentenza), a me pare di poter individuarne tre utilità foriere di risultati potenzialmente fecondi. In primo luogo, forse potremmo affidare a un algoritmo - definito per legge del Parlamento - la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari (l'uso degli algoritmi nei concorsi pubblici, come si sa, è già una realtà effettiva, e il Consiglio di Stato ha fornito diverse indicazioni al riguardo).
In secondo luogo, all'algoritmo potremmo chiedere di analizzare i flussi di domanda di giustizia al fine di ridisegnare la geografia giudiziaria di questo Paese e soprattutto dei Tribunali campani. In questi due casi, la pretesa neutralità dell'algoritmo potrebbe liberarci di due zavorre che opprimono la magistratura e il funzionamento della giustizia (con profili e problemi evidentemente diversi tra l'uno e l'altro aspetto).Infine, e quel che mi sembra più interessante, è l'utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per l'analisi delle prospettive di successo di un'azione giudiziaria civile che si voglia intentare, sistemi leggibili (questa è un po' la ratio del progetto pisano, se ho ben capito) anche dal comune cittadino senza la necessaria intermediazione dell'avvocato.
Questo percorso aprirebbe una - per così dire - maggiore consapevolezza democratica nella volontà di ricorrere ai Tribunali ovvero nella scelta di trovare sistemi alternativi di risoluzione delle controversie. Non solo, l'elaborazione dei dati assicurata da sistemi di AI nel comparto giustizia aiuterebbe un istituto al quale credo molto e che sostengo da anni, prendendolo a prestito dalla riforma attuata presso la Corte di Strasburgo: quello del "giudice filtro" che stabilisce, anche sulla base dell'esistenza di consolidati orientamenti giurisprudenziali oppure di pacifiche applicazioni di norme di diritto positivo, se una causa è più o meno "sensata", stabilendone anche la futura calendarizzazione nei mesi se non negli anni a venire.
In conclusione, se tutto non si riducesse a formulette di marketing e a target efficientisti, i temi dell'intelligenza artificiale e della giustizia predittiva potrebbero essere un campo di rinnovamento vasto e stimolante del sapere giuridico. Non voglio essere pessimista, ma lo "Zeitgeist" sembra soffiare verso una nuova corsa alla redazione di pagelline e premi a punti.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 12 giugno 2021
Intervista al sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, dopo il caso della sindaca di Parma: "Se ci sono pm in giro per l'Italia che indagano quattro o cinque volte un primo cittadino e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione, una conseguenza dovrà pur esserci". Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, sulle recenti indagini contro i sindaci spiega che "se ci sono pm in giro per l'Italia che indagano quattro o cinque volte un primo cittadino e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione, una conseguenza dovrà pur esserci".
Sindaco Pizzarotti, a mente fredda che idea si è fatto dell'indagine sulla sindaca di Crema?
Il fatto di Crema è stato così paradossale che ha reso evidente ciò che in altre occasioni lo era già. Senza entrare nel dettaglio della scuola di Crema, il tema generale era la porta, che secondo l'accusa doveva avere presupposti di sicurezza diversi da quelli che aveva. Ma se il sindaco avesse voluto intervenire, avrebbe potuto comunque essere indagata perché avrebbe potuto usare impropriamente il suo potere, non essendoci motivi di urgenza. Come fai, sbagli.
Quali garanzie dovrebbero essere fornite a sindaci per evitare conseguenze del genere?
Tutti i sindaci hanno sempre detto che nessuno di noi vuole avere un lasciapassare che lo sottragga dalle proprie responsabilità, ma queste devono essere conseguenti alle potenzialità della figura del sindaco. È necessario poi che non ci sia discrezionalità delle procure, perché questa renderebbe tutto molto complesso.
Cioè?
A volte vengono indagati i dirigenti, in altri casi gli assessori, in altri i sindaci, in base al gusto di chi sta indagando. Se c'è una catena delle responsabilità e delle azioni si deve poter seguire in ogni occasione. Non credo sia naturale che ogni volta sia a discrezione dell'inquirente. Faccio un esempio che mi riguarda. Sono stato indagato per disastro colposo per i fatti dell'alluvione del 2014, quando l'acqua aveva invaso anche altri comuni, i cui sindaci però non sono stati indagati. Io lo sono stato semplicemente perché Parma era la più grande città colpita e si trova a valle, ma non mi sembra questo un canone per prendere decisioni diverse sui singoli. Servono canoni oggettivi e non soggettivi.
Si dice che per evitare casi come quello di Crema "bisogna cambiare le leggi". In che modo?
Non sono un giurista e non entro nella questione, ma la paura della firma, tante volte citata da Draghi, è un tema che esiste. Sono le procedure a dover cambiare. Il sindaco firma ogni giorno decine di documenti sui quali non ha la competenza personale per sapere se sono giusti o sbagliati e così si fida del proprio assessore o funzionario. Se ci sono i visti di correttezza amministrativa ed economica la firma del sindaco è un atto politico, ma un atto politico non può avere conseguenze di responsabilità giuridica.
É per tutti questi motivi che oggi nessuno o quasi vuol fare più il sindaco?
É un tema molto soggettivo. Sicuramente il lavoro del sindaco è uno dei più belli, perché lo fai per la tua comunità con l'orgoglio della città dove tendenzialmente sei nato e vissuto. Puoi prendere decisioni efficaci in poco tempo, se hai le risorse economiche, e questo lo differenzia ad esempio dal consigliere regionale o dal parlamentare. Al tempo stesso, a differenza di come lo può pensare il comune cittadino, più il comune è piccolo più il sindaco è a contatto diretto con i vari problemi. Nell'immaginario medio del cittadino forse non è chiaro quali siano i contorni entro i quali il sindaco, a fatica, si muove. Molti sindaci delle grandi città hanno a proprio carico delle indagini pendenti.
Crede che l'operato della magistratura rischia di imbrigliare il lavoro dei primi cittadini?
Il tema giudiziario è sempre più rilevante. Potremmo citare i casi di Appendino e Raggi, ma sono tanti i sindaci che hanno inciampi giudiziari che poi nella stragrande maggioranza finiscono nel nulla. Ed è per questo che chi ha una propria credibilità magari rinuncia a candidarsi. Non è bello vedere sul giornale locale della città il proprio nome con la dicitura "indagato" e doverlo spiegare ai propri familiari e amici. Io, ad esempio, spendo duemila euro all'anno di assicurazione sulla cause civili e penali. A volte, poi, finisce male.
Come nel caso dell'ex rettore dell'università di Parma...
Esatto. Il nostro ex rettore, persona straordinaria, si è suicidato nel 2018 a causa di un procedimento che oggi, anni dopo la sua scomparsa, si è chiuso con un nulla di fatto per tutti. Il fattore di interpretazione e di peso personale non può essere sorvolato. Bisognerebbe poi anche entrare nel filone della separazione delle carriere e della responsabilità dei magistrati. Entriamoci, visto che sono questioni di grande attualità. Tra le due questioni, quella che riguarda più da vicino le indagini sui sindaci è la responsabilità civile dei magistrati. Se ci sono pm in giro per l'Italia che ti indagano quattro o cinque volte e finisce sempre con il non luogo a procedere, con l'archiviazione o con l'assoluzione una conseguenza dovrà pur esserci. Come viene chiamato in causa il medico o il sindaco che sbaglia, così deve esserlo il magistrato che sbaglia. È un tema che è stato lasciato troppo alla destra, perché la sinistra non ha mai avuto il coraggio di affrontare in maniera sana il tema delle riforme della giustizia, necessarie per adeguare il sistema con ciò che accade in Europa.
Crede che le scuse di Di Maio all'ex sindaco di Lodi siano un segnale del fatto che il giustizialismo è ormai stato messo in soffitta o andrebbero contestualizzate nell'attuale scenario politico?
La mia interpretazione è che si tratta di opportunismo politico. Prima c'erano la gogna mediatica e il giustizialismo, oggi si va verso un'immagine moderata del Movimento 5 stelle con e grazie a Conte, e per farlo anche i toni devono essere quelli di un centro moderato, che difende fino a giudizio definitivo chi è accusato o indagato. Era opportunismo politico all'epoca, perché faceva audience urlare contro i politici che rango tuti corrotti, e lo è oggi, perché essendo al governo fa comodo dare un'immagine diversa. Oggi essere garantisti conviene a tutti. Penso però che la mancanza di coerenza spinga le persone sempre più lontano dalla politica, e questo lascia l'amaro in bocca.
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 12 giugno 2021
"Prima gli italiani": la sindaca leghista aveva tagliato fuori dal bando i cittadini bengalesi. Che la Lega, dappertutto, cerchi in tutti i modi di far fuori gli extracomunitari, anche quando regolarmente residenti, da contributi, concorsi, assegnazioni di posti negli asili nido e quant'altro, è cosa risaputa. Così come ormai fa giurisprudenza la lunga lista di sentenze che riconoscono l'illegittimità di tali atti. Bandi annullati, graduatorie sospese, un po' dappertutto è tutto un fare e disfare.
È successo anche a Monfalcone dove sono finiti sotto processo bandi e graduatorie legate all'assegnazione di alloggi popolari e all'ottenimento di contributi per l'affitto. Coinvolta Regione, Ater, e Comune. Chiedere un supplemento di documentazione ai cittadini extracomunitari, la prova ufficiale di non possedere proprietà immobiliari all'estero, quando agli altri basta autocertificare, il più delle volte cozza contro l'impossibilità pratica di ottenere tale documentazione che, se anche fosse disponibile, comporterebbe spese inaffrontabili di registrazione, traduzione, autenticazione ecc. Vale così, in particolare, per i cittadini bengalesi, quei tanti che lavorano nel cantiere navale di Monfalcone, spesso per incontrollate ditte di subappalto, con contratti capestro quando riescono ad avere un contratto, ricattati, sfruttati, lasciati in mano a profittatori di ogni genere che speculano sulla loro fragilità e non si fanno scrupolo anche di ospitarli in nero per lucrare sui loro bisogni più basilari.
Gli extracomunitari a Monfalcone rappresentano più del 25% della popolazione, un numero enorme, e orbitano praticamente tutti attorno a Fincantieri. La maggioranza viene dal Bangladesh e ha attraversato mezzo mondo per arrivare su questo golfo e costruirsi un futuro. Sembra inevitabile che l'amministrazione comunale debba occuparsene, dopo tutto è sul loro disgraziato lavorare che si garantisce anche un bel ritorno economico ed è sulla costruzione di una società includente e pacifica, che può misurare la serena convivenza dei suoi cittadini. Invece no, "Prima gli italiani", ecco così i bandi che pretendono documenti da reperire in Bangladesh e poco importa se in quel Paese sostanzialmente il catasto, come parecchio altro, non esista. Fuori dalle graduatorie, niente casa, niente contributi.
Ma quindici cittadini asiatici e trentacinque residenti bengalesi si sono rivolti all'avvocato Cattarini ed è partito il ricorso. Di due giorni fa la sentenza: la giudice del Tribunale di Gorizia, Di Lauro, riconosce che Regione, Ater e Comune di Monfalcone hanno tenuto una condotta di carattere discriminatorio e, regole uguali per tutti, ha ordinato l'inserimento in graduatoria di tutti quelli che ne avrebbero avuto diritto. Ma per la sindaca di Monfalcone Cisint oltre al danno c'è la beffa: la Regione Friuli Venezia Giulia aveva messo a disposizione un budget per finanziare il taglia/affitti ma, se ora Monfalcone deve raddoppiare la graduatoria degli aventi diritto, mancano più o meno 700 euro che spettano ai cittadini monfalconesi che affittano casa e che la Regione non può più garantire. Gli uffici comunali devono rifare tutto, nuove graduatorie, altro tempo perso, altro lavoro che si poteva evitare se solo si fosse usata la ragionevolezza e non la protervia leghista. Il commento di Anna Maria Cisint?
La sindaca glissa ma dovrà tagliare da qualche altra parte, dovrà ridurre altri servizi perché servono soldi a questo punto. Pagheranno i cittadini. "Siamo stanchi di vedere i costi della propaganda scaricati sui cittadini, vogliamo amministratori che facciano il bene della comunità, che conoscano e difendano la Costituzione, che uniscano la comunità anziché dividerla" commenta Cristiana Morsolin, consigliera comunale di "la Sinistra per Monfalcone".
di Chiara Daina
Corriere della Sera, 12 giugno 2021
Quali sono le strategie più efficaci per aiutare i minori che hanno commesso un reato? Chi sono gli adolescenti che trasgrediscono? Quali necessità hanno? La cooperativa sociale Arimo di Milano (che dal 2003 aiuta i minori con vite difficili, sottoposti a misure penali o vittime di abuso e allontanati dalle famiglie, a riscrivere i loro destini) ha istituito il primo Osservatorio annuale dedicato ai ragazzi e alle ragazze a rischio di devianza, con l'obiettivo di capire i loro bisogni e di trovare nuove soluzioni e di promuovere interventi in grado di stimolare le risorse personali con cui costruire una nuova identità e un'alleanza con la società civile. L'Osservatorio è presieduto da un comitato scientifico, di cui fa parte Lamberto Bertolè, presidente di Arimo, e a cui hanno già aderito Joseph Moyersoen, giudice onorario presso il Tribunale dei minori di Genova, Ferruccio De Bortoli, e Federico Capeci, amministratore delegato di Kantar. "Un adolescente che commette un reato sta chiedendo aiuto, spesso inconsciamente, e se non riceve risposte l'asticella si alza, il livello di trasgressione diventa ancora piu forte e questa identità si consolida - dichiara Bertolè -. Le risposte che possiamo dare, che possono essere anche sanzionatorie, devono soprattutto essere risposte responsabilizzanti e non passivizzanti, come quelle della detenzione".
Il ruolo delle comunità per il recupero dei minori in difficoltà - Per far funzionare i servizi e le comunità educative, sottolinea il presidente di Arimo, "c'è bisogno di educatori formati e motivati e di non demonizzare il mondo delle comunità, di cui comunque si fa un uso residuale in Italia, perché si tende a lasciare il minore il più possibile con la sua famiglia, e che sono più sicure del carcere avendo tassi più bassi di recidiva. Fondamentale, inoltre, fare rete con i servizi di neuropsichiatria sul territorio".
Gli interventi precoci sono salvavita. Ipotecare il futuro è un danno indelebile. "L'investimento sul capitale umano va concentrato soprattutto negli anni della formazione della personalità - ricorda De Bortoli -. Il tempo del recupero si restringe e si esaurisce con l'avanzare dell'età. Rinviare questo investimento sugli adolescenti significa eliminarli dal panorama sociale, non considerarli più dei cittadini ma degli invisibili e la pena dell'invisibilità è una sorta di ergastolo nascosto, quando si potevano benissimo incoraggiare dei percorsi di recupero".
L'indagine di Kantar - L'urgenza di indagare il fenomeno della devianza minorile è confermata dall'indagine svolta da Kantar tra il 13 e il 17 maggio su un campione di mille cittadini, da cui emerge una significativa discrepanza tra la percezione che si ha sulla delinquenza minorile e la realtà dei numeri. Questa disinformazione produce una serie di pregiudizi fuorvianti. Partiamo dal primo dato. Nel 2020 i minori che hanno commesso reato sono stati circa 30mila. Ma solo un intervistato su dieci si è avvicinato alla stima corretta.
Il 28 per cento pensa sia un milione o più, mentre la valutazione media è di 750mila minori autori di reato. Due italiani su tre ritengono che nell'anno della pandemia la delinquenza minorile sia aumentata rispetto al 2019: falso. E solo il 17 per cento ne ha consapevolezza. Un altro stereotipo riguarda la nazionalità. Solo il 23 per cento dei minori che commettono reati è straniero, ma un italiano su due crede siano molti di più, addirittura oltre il 70 per cento per un intervistato su dieci. Il tipo di reato più frequente è il furto ma la maggior parte delle risposte ha indicato la detenzione e lo spaccio di stupefacenti.
La sovrastima dei reati minorili spiega perché il 70 per cento degli intervistati si senta preoccupato dal fenomeno. Malgrado ciò, evidenzia Capeci "c'è un'apertura nei confronti di chi sbaglia: solo il 16 per cento ritiene che la detenzione sia lo strumento più indicato e un intervistato su tre sostiene che possano essere molto più efficaci le comunità educative, seguite dalle attività socialmente utili. Il 17 per cento, inoltre, chiede nuovi strumenti non ancora conosciuti che non siano quelli ad oggi disponibili per questi ragazzi".
Gli italiani tendono una mano ai minori in difficoltà - Per fortuna la solidarietà batte gli stereotipi. "Il 60 per cento degli italiani, infatti, si dice disponibile ad aiutare chi si occupa di minori in difficoltà. Una percentuale che per il 64 per cento è rappresentata da appartenenti alla cosiddetta Generazione Z, ovvero ai nati fra il 1997 e il 2010" conclude Capeci. Secondo il dipartimento per la giustizia minorile e di comunità il tasso di recidiva per chi sconta la pena interamente in carcere è superiore al 60 per cento.
Nel caso delle misure alternative, invece, non supera il 20 per cento. Morale, la detenzione è inefficace e per di più produce maggiori costi economici a carico dello Stato. "Il processo penale minorile disegna un modello rieducativo e trattamentale che mette al centro dell'attenzione i bisogni di crescita del ragazzo, assegna alle misure penali un contenuto educativo, prevede la residualità del carcere e include l'apporto dei servizi sul territorio per i ragazzi più problematici", chiarisce Maria Carla Gatto, presidente del Tribunale per i minorenni di Milano.
Che insiste: "La risposta giudiziaria da sola non è sufficiente per affrontare incisivamente la delinquenza minorile. Occorre - sostiene - una strategia complessiva che preveda l'investimento di risorse per il riscatto dei quartieri abbandonati, per contrastare la dispersione scolastica, per creare opportunità occupazionali, per favorire percorsi di integrazione dei minori non accompagnati che altrimenti possono essere coinvolti in attività criminose. Servono investimenti coraggiosi a sostegno di interventi psicologici e assistenziali seguiti da progetti di responsabilizzazione personale. Questo costo si tradurrà in futuro in un beneficio e in un successo per tutta la società oltre che in un sicuro risparmio di spesa".
L'Osservatorio di Arimo e il recupero sociale dei minori - L'Osservatorio ideato da Arimo sarà un'occasione per raccogliere e diffondere iniziative virtuose di recupero sociale già sperimentate, come "Liberi di scegliere", un protocollo di intesa tra ministero della Giustizia, ministero dell'Istruzione, dipartimento delle Pari opportunità della presidenza del Consiglio, direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, Conferenza episcopale italiane, associazione Libera, Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e Procura, volto a fornire una rete di supporto (educativa, psicologica, logistica, scolastica, economica e lavorativa) e un'alternativa concreta di vita ai minori e alle loro madri che provengono da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata e vogliono uscire dal circuito mafioso.
di Alessandro Dal Lago
Il Manifesto, 12 giugno 2021
A più di 50 anni dal caso Braibanti, il reato di "circonvenzione d'incapace" definito dal nostro codice penale, non è che una variante di quello di plagio. Sono passati più di 50 anni dal "caso Braibanti", la persecuzione di un intellettuale antifascista, ex-partigiano giustificata da un reato, il plagio, che fu poi cancellato dal codice penale. Risalgono ai primi anni Settanta gli studi foucaultiani sul potere psichiatrico e la sua connivenza con i sistemi punitivi, giudiziario e carcerario. Quarant'anni anni fa, moriva Franco Basaglia, medico e filosofo decisivo nel liberare gli internati dalle catene, metaforiche e non, di una psichiatria oppressiva e punitiva.
Questa progressiva liberazione della sofferenza personale, della marginalità sociale e dell'indipendenza esistenziale dall'oppressione legalizzata - giudiziaria o para-scientifica che sia - sembra un mero ricordo, svanita com'è nell'attuale ritorno di una pratica psichiatrica legata a concezioni arcaiche della vita psichica e basata sugli psicofarmaci, sulla contenzione e sulla segregazione. Lo dimostrano i casi di diversi centri per la salute mentale nell'Italia del nord a cui l'amministrazione di destra, con il contributo decisivo leghista, ha imposto direttori culturalmente reazionari, in certi casi denunciati per gli abusi commessi sulle persone di cui dovrebbero prendersi cura.
Ma lo dimostra anche il ritorno di un'alleanza diffusa tra potere psichiatrico e potere giudiziario-inquisitivo, come è manifesto nell'incredibile caso in cui è coinvolto il filosofo Gianni Vattimo. Apprendiamo infatti dalle cronache che un convivente di Vattimo, Simone Caminada, è stato rinviato a giudizio per "circonvenzione d'incapace" dopo che uno psichiatra torinese, tal Franco Freilone, ha giudicato Vattimo, in una perizia disposta dal pubblico ministero Giulia Rizzo, "circonvenibile", in sostanza incapace di giudizio autonomo. L'oggetto della "circonvenzione" sarebbe costituito, naturalmente, dal patrimonio del filosofo, come dimostrato - secondo l'accusa - dai benefici economici ottenuti da Caminada.
Conosciamo da circa quarant'anni Gianni Vattimo, con cui abbiamo collaborato in diverse occasioni, da "Il pensiero debole" (Feltrinelli 1983) a diversi annuari filosofici e volumi collettivi curati da Vattimo e pubblicati da Laterza. Recentemente, abbiamo partecipato con lui a incontri e seminari. Lo riteniamo non solo una delle menti più brillanti della filosofia italiana, come è anche dimostrato dal suo grande riconoscimento internazionale, ma un uomo libero, buono e generoso. Le sue prese di posizione a favore dei movimenti sociali di liberazione, degli oppressi e degli esclusi dimostrano inoltre un'apertura politica e culturale di cui raramente molti pensatori, italiani e non, si sono dimostrati capaci.
Ci rifiutiamo di credere che la sua militanza nei movimenti omosessuali e la sua nota vicinanza alla sinistra radicale siano state determinanti nel rinvio a giudizio del suo amico e convivente, nonché nella valutazione di una sua incapacità di giudicare. È davvero sconcertante, anzi grottesco, che, proprio nel momento in cui la casa editrice Nave di Teseo dà alle stampe la sua opera filosofica completa, qualcuno, in base a un mandato giudiziario, contribuisca a coinvolgerlo in un processo. Parliamo di un uomo di 85 anni, che ha sofferto diverse perdite personali ma che, nonostante tutto, è attivissimo in campo intellettuale. Ci chiediamo inoltre come tanti suoi allievi e colleghi, filosofi e non, che Vattimo ha aiutato a imporsi sulla scena intellettuale e mediale, tacciano. Sarebbe imperdonabile se si trattasse di una sorta di realismo politico, o peggio personale, applicato al pensatore e all'amico.
Ma il punto è anche un altro. Riteniamo che il reato di "circonvenzione d'incapace", così come definito dal nostro codice penale, non sia che una variante di quello di plagio. E che soprattutto comporti una svalutazione "a prescindere" dell'indipendenza personale che non dovrebbe avere cittadinanza in una società che si presenta come "liberale".
Oggi parliamo di Vattimo, perché siamo personalmente toccati dalla sua vicenda. Ma dovremmo parlare anche e soprattutto della penetrazione dei poteri - giudiziari e non - nella vita privata dei cittadini. Crediamo che il caso di Vattimo dovrebbe innescare un dibattito sul modo in cui una società, che si riempie la bocca di parole sulla libertà personale, tratta chi decide di beneficare in qualsiasi modo le altre persone, in base alla sua esclusiva libertà di giudizio.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 12 giugno 2021
Parla la Garante dei detenuti. Nel cuore della città continua la reclusione degli stranieri in condizioni degradanti. Da tempo Monica Cristina Gallo, garante dei Diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Torino, denuncia la drammatica situazione del Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di corso Brunelleschi a Torino.
E proprio dal suicidio di Musa Balde, il giovane guineano impiccatosi nel Cpr il 23 maggio scorso, è partita la relazione annuale sulla situazione dei luoghi detentivi della città, presentata on line dalla garante, all'indomani della tragica morte del migrante africano. La vicenda ha scosso quella parte di società civile che si oppone alla retorica populista del "Prima gli italiani" e ha suscitato dolore e mobilitazioni.
A partire dall'affollata preghiera voluta dall'Arcivescovo Nosiglia nella chiesa dei Santi Martiri lo scorso 31 maggio, quando Nosiglia invitò i torinesi ad "un sussulto di coscienza". Il 4 giugno si è tenuta in piazza Castello, davanti alla Prefettura, una manifestazione cittadina in memoria di Musa organizzata da avvocati, associazioni, forze politiche e sindacati: anche qui è stato rimarcato con forza come il suicidio del guineano (non un fatto isolato: dal 2019 nel Cpr sono morte 6 persone) sia "una ferita per lo Stato e che la struttura di corso Brunelleschi ha i connotati di una galera".
E proprio dai problemi legati alle cosiddette strutture di "detenzione amministrativa", così vengono definiti i Cpr, ha esordito Monica Cristina Gallo presentando il suo rapporto annuale: "Musa Balde era il suo nome, era un ragazzo che proveniva dalla Guinea e nel mese di luglio avrebbe compiuto 23 anni. Il 9 maggio aveva subito un'aggressione dinnanzi a un supermercato a Ventimiglia ad opera di italiani.
Il video che mostra la violenza dei tre aggressori nei confronti di Musa diventa virale in poche ore. Ma sino ad allora Musa Balde è un essere anonimo, trattato come se fosse privo di una propria storia e senza riconoscergli un nome: non dare un nome a quel giovane è stato il primo diritto che gli è stato negato e a seguire, sono stati lesi il diritto alla propria dignità ed alla propria integrità fisica e psichica". Il giorno successivo all'aggressione le autorità competenti di Imperia emettono nei suoi confronti un decreto di espulsione dal territorio nazionale e dispongono l'invio immediato nel Cpr di corso Brunelleschi.
"Ci poniamo una prima domanda", prosegue la garante, "un altro fondamentale diritto come quello alle cure è stato sufficientemente garantito nel momento in cui si è proceduto al trasferimento dopo un solo giorno dall'aggressione tanto brutale da motivare una prognosi di dieci giorni?". Nel Centro di Torino Musa ha continuato a non avere un nome, una biografia, un'identità, "condizione drammatica e dolorosa che lo ha portato alla privazione del più fondamentale dei diritti, quello alla vita. Questo è accaduto all'interno di quell'enclave territoriale, confinata dentro una moderna città all'avanguardia, la nostra, ma da essa completamente separata, che porta l'asettico nome di Centro di Permanenza per il Rimpatrio".
E poi i dati riferiti al Cpr: nel 2020 le persone trattenute nella struttura sono state 791 di cui 252 rilasciate per vari motivi e 461 rimpatriate. Un numero che va però preso con le pinze, ha proseguito Gallo, "perché per la maggior parte si è trattato di giovanissimi tunisini provenienti dalle navi di quarantena, portati al Centro di Torino e poi rimpatriati con voli charter. Solo a partire da ottobre 2020 il Centro ha gradualmente ripreso a trattenere migranti di altre nazionalità ma dai numeri è facile dedurre che la maggior parte di loro proviene dalla libertà, in condizioni di irregolarità e mancata inclusione sociale, e non dagli Istituti penitenziari come spesso viene narrato".
La Garante è poi passata a descrivere la situazione dell'anno appena trascorso - pesantemente condizionato dalla pandemia - nei due penitenziari torinesi, la Casa Circondariale "Lorusso e Cutugno" alle Vallette e l'Istituto penale minorile "Ferrante Aporti". Per quel che riguarda il "Ferrante", che ospita minorenni e giovani maschi italiani e stranieri fino ai 25 anni che scontano pene commesse prima di raggiungere la maggiore età, nel 2020 gli ingressi sono stati 115 con una presenza media di 20-30 persone a fronte di una capienza di 40.
Una situazione abitativa che non presenta criticità. Sovraffollamento e carenza di organico sono invece le due ferite che non si rimarginano nel carcere degli adulti e che, con l'emergenza Covid, hanno reso il clima pesante. "La chiusura ancora più stringente si è aggiunta a quella strutturale, amplificando le ansie e le paure tipicamente presenti nelle istituzioni", ha proseguito Gallo, "lo stesso nemico invisibile che ha condizionato la nostra libertà, per coloro che ne sono già privati ha tolto ogni possibile segmento riconducibile alla normalità. Affetti, scuola, lavoro, formazione professionale, attività laboratoriali e incontri di preghiera e di confronto".
Un miglioramento si è avuto nella "fase due" dove il vuoto di relazione è stato parzialmente colmato dall'ingresso della tecnologia nelle sezioni che ha permesso di organizzare colloqui visivi anche con la garante. Da segnalare la presenza de "La Voce e il Tempo" che ogni settimana, grazie alla generosità di 60 abbonati che hanno aderito alla campagna "Abbona un detenuto", viene letto in altrettante sezioni del penitenziario. È l'unico giornale oltre il quotidiano "Avvenire" che viene donato gratuitamente ai ristretti.
Sovraffollamento: nel 2020 il tasso al "Lorusso e Cotugno" è stato del 130 per cento, con punte del 150: "la capienza regolamentare dell'Istituto è di 1.062 posti, ma la media degli uomini e delle donne presenti negli ultimi anni si è aggirata intorno alle 1400 presenze. Nel 2020 si è avuto un picco di 1.402 persone nel mese di ottobre con una discesa nei mesi di marzo, aprile (1.269) e maggio come effetto dei provvedimenti "Cura Italia" e "Svuota Carceri" in materia di Covid" ha illustrato la garante. E che ha poi messo in rilievo il prezioso lavoro di sostegno dei volontari, in particolare la Caritas diocesana che, se anche in tempo di pandemia non sono potuti entrare in carcere, hanno supportato anche nei bisogni primari le necessità dei reclusi più fragili come gli stranieri che non che non hanno famiglie in Italia.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 giugno 2021
Se il luogo di lavoro determina di fatto comunanza di vita è ravvisabile quel rapporto di "para-familiarità" che integra il reato. La Corte di cassazione con la sentenza n. 23104/2021 ha riconosciuto come para-familiare la relazione instauratasi tra le dipendenti di una farmacia e il loro datore di lavoro che era uso trattarle umiliandole, molestandole sessualmente o addirittura ordinando loro di assumere compiti di colf, pena il licenziamento. Il carattere para- familiare del rapporto di lavoro è stato ravvisato dai giudici in alcune circostanze di fatto della vicenda: l'esiguo numero di lavoratori all'interno della farmacia e la vicinanza fisica tra essi e il datore dovuta allo spazio ristretto del luogo. Da tutto ciò le molestie e violenze venivano inquadrate come maltrattamenti in famiglia.
Il ricorrente contestava che il rapporto di sovraordinazione/subordinazione lavorativa, tra lui e le proprie dipendenti, potesse rappresentare quel consorzio di tipo familiare che costituisce lo scenario di fondo in cui è ravvisabile il reato ex articolo 572 del Codice penale. In particolare, faceva rilevare che la sua presenza in farmacia non era continua, cioè abituale, perché spesso egli si trovava nel proprio ufficio. Affermava, in sintesi, di occuparsi esclusivamente della gestione amministrativa della farmacia e di non aver condiviso l'attività di vendita cui erano, invece, sempre preposte le dipendenti che lo avevano denunciato. Quindi, afferma il ricorrente, non lavorando a stretto contatto tra loro non si poteva ravvisare quel tipo di condivisione di vita tipico di un rapporto familiare.
La Cassazione ha precisato più volte che anche il mobbing in ambito aziendale "ristretto" può determinare la commissione del reato di maltrattamenti in famiglia. Ciò si determina in caso di relazioni abituali tra datore e dipendente e consuetudini di vita condivise connotate da un rapporto di fiducia. E a maggior ragione in caso questo determini una supremazia di una parte sull'altra. Infatti, i reati previsti in ambito familiare sono ravvisabili al di là della famiglia in senso stretto poiché le stesse norme incriminatrici indicano esplicitamente come vittime non solo i parenti, ma anche chi è sottoposto all'autorità dell'agente o chi è a lui affidato nell'esercizio di un'arte o di una professione.
Determinandosi di fatto quella subordinazione/sovraordinazione fondata sulla fiducia tipica del rapporto tra familiari, che obbliga colui che è in posizione di supremazia a un atteggiamento protettivo (e non vessatorio, abusando della propria preminenza) contro la parte più debole della relazione. Relazione di fiducia che, appunto, può essere originata anche dal rapporto para-familiare di lavoro. La mancata costituzione delle parti civili in appello a seguito del pagamento di un risarcimento da parte dell'imputato dopo la conclusione del primo grado di giudizio non è stato sufficiente secondo i giudici di merito a riconoscere la ricorrenza delle attenuanti generiche.
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 12 giugno 2021
Un giornalista di nazionalità americana è stato arrestato ed è sparito in Myanmar, e i militari non danno informazioni da venti giorni. Silenzio. La giunta militare che ha preso il potere in febbraio non ha niente da dire su Danny Fenster. Nessuno può sapere quali siano le accuse contro di lui e dove si trovi. Bocche cucite, disprezzo per i diritti più elementari. Eppure sono passati quasi venti giorni da quando il caporedattore di Frontier Myanmar è stato arrestato mentre era in attesa di imbarcarsi in un aeroporto birmano. A nulla è servito l'impegno di alcuni parlamentari democratici del Michigan, uno dei quali, il senatore Gary Peters, ha parlato del caso con il consigliere per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan. I generali golpisti, che hanno represso con il sangue tutte le proteste popolari contro il regime (almeno 800 persone sono state uccise dalla polizia) pensano evidentemente di poter agire con totale impunità. "In quel paese - dice al Detroit Free Press Buddy Fenster, padre del giornalista - chiunque può essere messo in prigione senza spiegazioni".
Nato a Detroit, studi alla Columbia di Chicago e un master alla Wayne State University, sposato, il caporedattore di Frontier Myanmar ha iniziato a lavorare in Louisiana, dove si è dedicato tra l'altro a raccontare storie di bambini vittime di sparatorie. Nel 2018, poi, il trasferimento in Asia. In Myanmar ha scritto anche del genocidio dei Rohingya. "È sempre stato dalla parte dei perseguitati", spiega Buddy Fenster. Questo impegno affonda le sue radici, secondo il fratello Bryan, anche nella storia della famiglia. "I genitori di nostro padre - aggiunge - vivevano nel ghetto di Varsavia e sono sopravvissuti all'Olocausto. Danny è attratto dalle persone che lottano".
"Non ha fatto niente di sbagliato. Era lì soltanto per raccontare coraggiosamente la verità", afferma un altro parlamentare, Andy Levin, che ha scritto al segretario di Stato Antony Blinken chiedendo di premere per la liberazione dell'arrestato. C'è poco da sperare vedendo come la giunta militare ha agito spietatamente contro gli oppositori e si sta comportando con Aung San Suu Kyi, la donna che era riuscita (sia pure con tante contraddizioni) a portare il Myanmar verso la democrazia. Ma, come sa Danny Fenster, essere pessimisti non è una ragione per smettere di lottare. Anzi.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 12 giugno 2021
Si è parlato molto poco sui mass media italiani di un fatto accaduto domenica scorsa in Canada, nella città di London (Ontario). Un giovane di neppure vent'anni ha investito volontariamente con la sua auto una famiglia di cinque persone, per la sola ragione che si trattava di musulmani.
Quattro sono rimaste uccise, un ragazzino di nove anni è stato gravemente ferito. Erano arrivati dal Pakistan 14 anni fa, e vengono descritti come partecipanti attivi nella locale moschea, ma anche ben integrati nel contesto sociale. L'assalitore non aveva nessun rapporto con le vittime, non c'erano precedenti di litigi o tensioni. La motivazione dell'attacco è stata il semplice, ma fanatico, odio anti-musulmano, spinto fino alle estreme conseguenze. Non si tratta quindi di un mero fatto di cronaca, benché tragico. Si tratta di quello che, a parti invertite, sarebbe stato certamente definito come un attentato terroristico.
La triste vicenda suscita tre riflessioni. La prima riguarda il Canada, il Paese che ha per primo e più convintamente adottato un modello di integrazione di diverse culture come politica pubblica, e come un tratto tipico della propria identità nazionale post-britannica. Per decenni il modello ha funzionato pacificamente, e il Canada nel mondo ha beneficiato della reputazione di Paese-guida per l'integrazione riuscita di successivi flussi d'immigrati, anche perché in buona parte selezionati per livelli d'istruzione, competenze professionali, legami familiari con altri immigrati già insediati. È presto per decretare il fallimento del modello, ma qualcosa dev'essersi incrinato, e non perché gli immigrati abbiano manifestato segni di rifiuto dell'integrazione, ma perché tra i cittadini nativi la mala pianta dell'intolleranza sta attecchendo. Il bersaglio più colpito sono proprio i musulmani: nel 2019, ultimo anno per cui sono disponibili i dati, 181 episodi di violenza nei loro confronti, più di uno ogni due giorni (The Submarine, dati Statistics Canada).
La seconda riflessione riguarda la risonanza mediatica internazionale: bassissima. Non è difficile immaginare quale sarebbe invece stata se un musulmano in auto avesse investito e ucciso quattro pacifici cittadini non musulmani. Mentre in questi giorni si rievoca lo 'scontro di civiltà' nel caso della povera Saman, che ha trovato giustamente ampio spazio sui media nazionali, stentiamo a riconoscere quanto odio anti-islamico scorra nelle società occidentali. Il trattamento mediatico, politico e giudiziario della violenza contro i musulmani è sistematicamente riduttivo, rispetto a quello riservato ai fatti violenti in cui in un modo o nell'altro sono implicate come aggressori persone riconducibili a un'identità religiosa e culturale musulmana.
Questo doppiopesismo conduce alla terza riflessione. Chiamiamo terrorismo la violenza cieca che suscita un terrore diffuso, che spaventa la società nel suo insieme. Ma quando esplodono attacchi che hanno come bersaglio i musulmani, stentiamo a riconoscerli come attentati terroristici perché non prendono di mira noi, ma una minoranza identificabile, e per di più malvista. Quando avvengono, dalla Nuova Zelanda alla Germania, ora al Canada, ci si accorge troppo tardi che le avvisaglie, i messaggi, gli ambienti propulsori erano stati sottostimati. Sarebbe sbagliato rinfacciarsi le vittime, si alimenterebbe nuovamente il fantasma dello 'scontro di civiltà'. Abbiamo bisogno invece di una battaglia convinta e condivisa contro l'odio con pretesti religiosi e culturali, ovunque si celi, in nome di una civile concittadinanza e di una rinnovata fraternità tra persone e comunità di fede diversa.
di Marina Sereni*
Il Domani, 12 giugno 2021
La proliferazione di gruppi armati di matrice jihadista e la diffusione di traffici illeciti sono per l'Europa e l'Italia fonte di grande e motivata preoccupazione. Lo sono a maggior ragione se alziamo lo sguardo sulla Libia. Sul Tigray Nei giorni scorsi ho personalmente partecipato ad una riunione a porte chiuse promossa dall'Amministratrice di USaid Samantha Power per coordinare al meglio le nostre iniziative umanitarie e veicolare un messaggio unitario e netto alle autorità etiopi e a tutte le parti coinvolte. Infine, condivido la necessità di accendere i riflettori sulla situazione nel Nord del Mozambico. Stiamo organizzando un volo umanitario per le prossime settimane e faremo ogni sforzo per non far venir meno la tradizionale e importante presenza italiana in quel paese.
Rispondo volentieri alle domande sull'Africa che dalle colonne di questo giornale domenica scorsa l'amico Giro ha posto al Governo italiano. Lo spazio a mia disposizione mi costringe ad essere schematica. Partiamo dal Sahel, regione che sempre di più rappresenta per l'Italia un dossier prioritario, come testimoniano le recenti visite dei Ministri Di Maio e Guerini in Mali e in Niger.
Gruppi armati - La proliferazione di gruppi armati di matrice jihadista e la diffusione di traffici illeciti di ogni sorta - inclusi quelli di essere umani - sono per l'Europa e l'Italia fonte di grande e motivata preoccupazione. Lo sono a maggior ragione se alziamo lo sguardo sulla Libia e sulla fragile transizione che ha portato, dopo anni di guerra, alla nascita del Governo di unità nazionale. L'uccisione del Presidente Deby in Ciad e il "doppio colpo di stato" in Mali accrescono le inquietudini e spingono la comunità internazionale - a partire da Ecowas, Unione Africana e Unione Europea - a premere perché si avvii in entrambi i Paesi una rapida transizione, a guida civile, verso nuove elezioni secondo principi democratici. Aiutare i Paesi del Sahel a combattere il terrorismo è d'altra parte necessario non solo per ragioni di sicurezza ma anche per sostenere quelle realtà - come il Niger e il Burkina Faso - che invece stanno dando vita a processi democratici, cercando di affrontare le cause profonde dell'instabilità e della violenza.
Le nuove ambasciate - Non è all'ordine del giorno un disimpegno francese dall'area quanto piuttosto una riarticolazione della loro presenza tra le diverse missioni cui anche noi prendiamo parte. L'impegno dell'Italia a sostegno dei G5, d'altronde, non si esaurisce nella dimensione securitaria e militare, avendo il nostro paese investito sia in termini politici - con l'apertura di nuove ambasciate in Niger e Burkina, con la nomina dell'Ambasciatore in Mali (che si recherà nel paese non appena si realizzeranno le condizioni politiche e di sicurezza) e con l'annuncio della prossima apertura di un'ambasciata in Ciad - sia in termini di cooperazione allo sviluppo sostenibile e di collaborazione per rafforzare le istituzioni civili e garantire servizi essenziali alle popolazioni. Un approccio complesso e multidimensionale che Mario Giro conosce bene, per avervi contribuito personalmente nella sua precedente veste, e che la recente nomina di Emanuela Del Re a Rappresentante Speciale Ue per il Sahel conferma essere apprezzato e condiviso dai nostri partner.
Tigray ed Etiopia - Veniamo alla crisi del Tigray e all'Etiopia. L'Italia si riconosce totalmente nelle cinque priorità evidenziate dal Mae finlandese ha visto dopo la sua ultima missione nella regione, per conto dell'UE: pieno accesso umanitario; indagini indipendenti sulle violazioni dei diritti umani; ritiro delle truppe eritree dal Tigray; avvio di un percorso di riconciliazione nazionale; maggiore coordinamento con i principali attori regionali.
Siamo allarmati per l'aggravarsi di una crisi umanitaria sempre più profonda, che può sfociare - come denunciano le principali organizzazioni umanitarie e le stesse realtà cristiane lì presenti - in una carestia di proporzioni indicibili. Le violenze nella regione stanno continuando e assumono contorni impressionanti, in particolare nei confronti delle donne e delle ragazze. Tutto questo è inaccettabile e l'Italia sosterrà ogni iniziativa - nelle sedi multilaterali e nei rapporti bilaterali - che possa far cambiare questo quadro e dare un aiuto concreto alle popolazioni civili colpite. Per questo abbiamo aderito all'Appello per il "cessate il fuoco umanitario", anche per consentire la stagione della semina e l'agricoltura di sostentamento. Per questo nei giorni scorsi ho personalmente partecipato ad una riunione a porte chiuse promossa dall'Amministratrice di USaid Samantha Power per coordinare al meglio le nostre iniziative umanitarie e veicolare un messaggio unitario e netto alle autorità etiopi e a tutte le parti coinvolte.
Non ci sfugge la complessità del quadro in Etiopia, il moltiplicarsi di violenze tra gruppi etnici anche in altre aree del Paese, le turbolenze della regione (dalle tensioni confinarie di Fashaga alla disputa per la Gerd) e l'avvicinarsi delle elezioni del 21 giugno. Riteniamo tuttavia che un approccio franco che parta dall'emergenza umanitaria sia quello più efficace per combinare pressione e confronto costruttivo con le autorità etiopiche. Infine, condivido la necessità di accendere i riflettori sulla situazione nel Nord del Mozambico. Stiamo organizzando un volo umanitario per le prossime settimane e faremo ogni sforzo per non far venir meno la tradizionale e importante presenza italiana in quel paese.










