di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
La sentenza n. 22768 depositata oggi fa il punto sulla disciplina da applicare. La Cassazione ha confermato la condanna emessa dalla Corte di appello di Venezia nei confronti di un automobilista rumeno per la morte dello sfidante, uscito di strada e finito contro un platano, durante una gara non autorizzata per chi fosse arrivato prima ad un bar della zona, nell'area del trevigiano. Con la sentenza n. 22768 depositata oggi la Quinta sezione penale ha dunque dichiarato inammissibile il ricorso contro la condanna a due anni di reclusione, ritenuta la continuazione, con la pena accessoria della revoca della patente di guida e il risarcimento del danno in favore della parte civile.
La condanna nei confronti dell'imputato, è stata emessa, ai sensi dell'articolo 9 del Codice della strada (che vieta le competizioni), dell'art. 586 cod. pen. (Morte o lesioni come conseguenza di altro delitto) e dell'art. 189, comma 1 e 7 Cds (Omissione di soccorso) "per aver gareggiato in velocità con altro veicolo, nonché per aver cagionato la morte dell'altro automobilista il quale, nell'effettuare una manovra di sorpasso, perdendo il controllo, usciva di strada alla propria destra collidendo contro un platano e riportando lesioni letali, il tutto senza prestare assistenza ed allontanandosi dal luogo del sinistro, senza allertare i soccorsi".
Per la Suprema corte dunque la qualificazione della condotta operata prima del Gip e poi dal giudice di secondo grado è corretta. Secondo la giurisprudenza di legittimità, spiega la sentenza, è configurabile una gara di velocità, vietata dall'art. 9-ter C.d.S. quando due o più conducenti di veicoli, senza preventivo accordo e per effetto di una tacita e reciproca volontà di voler competere l'uno con l'altro, pongono in essere una contesa, consistente nel tentativo di superarsi, ingaggiando una competizione da cui deriva un vicendevole condizionamento delle modalità di guida (n. 52876/2016).
"È noto, poi (n. 10669/2019) - prosegue la Corte - che, in tema di circolazione stradale, in caso di violazione del divieto di gareggiare in velocità a cui consegua la morte di una o più persone, è configurabile il delitto di cui all'art. 9-ter, comma 2, C.d.S. e non anche il reato di omicidio stradale di cui all'art. 589-bis cod. pen., difettandone gli elementi costitutivi, atteso che, in tal caso, la morte non è determinata da una condotta colposa bensì dolosa, alla quale si accompagna la sola prevedibilità dell'evento".
"Questa Corte di legittimità - continua la decisione -, infatti, ha chiarito che nel caso in cui, nel contesto della gara, la morte sia dipesa da violazioni cautelari diverse dal gareggiare e sia presente anche la colpa, l'imputato potrà rispondere dell'omicidio colposo ex art 589-bis cod. pen. (oltre che del reato di cui al comma 1 dell'art. 9-ter C.d.S.), mentre, qualora la morte sia derivata tanto dal gareggiare che da altre violazioni cautelari e ciascuna sia assistita dal correlativo elemento soggettivo, avrà luogo il concorso materiale dei reati".
Quanto poi al mancato riconoscimento della speciale attenuante di cui all'art. 589-bis, comma 7, cod. pen. (prevista nell'omicidio stradale qualora l'evento non sia esclusiva conseguenza dell'azione o dell'omissione del colpevole"), il Collegio osserva che proprio la natura speciale della attenuante, ne giustifica la non applicabilità al diverso delitto di cui all'art. 586 cod. pen, "per il quale il ricorrente ha riportato condanna". In via generale, infatti, ricapitola la Cassazione, va osservato che l'art. 586 cod. per, non prevede, per ogni categoria di omicidio e lesioni colpose, l'automatica applicazione dell'art. 589 e 590, ma solo che, qualora l'evento effettivamente cagionato sia sussumibile in tali disposizioni, le relative pene siano aumentate. Quando, invece, i fatti sono sussumibili nella fattispecie speciale di cui all'art. 589-bis cod. pen., l'aumento di pena previsto dall'art. 586 non si applica, perché esso trova applicazione solo in relazione ai reati di cui agli artt. 589 e 590 cod. pen. (sez. 3, n. 25538 del 14/02/2019).
Le disposizioni di cui all'art. 589-bis cod. pen., dunque, sono speciali rispetto alle fattispecie richiamate dall'art. 586 cod. pen., in quanto le condotte di cui agli artt. 589 e 590 cod. pen. sono poste in essere dall'agente con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale. Ebbene, conclude la Cassazione, proprio di tale particolarità non si può non tener conto nella applicazione dell'art. 586 cod. pen., secondo cui "quando un fatto preveduto come delitto doloso deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione di una persona, si applicano disposizioni dell'articolo 83 cod. pen., ma le pene stabilite negli articoli 569 e 590 sono aumentate". Si tratta di una particolare applicazione dell'aberratio delicti di cui all'art. 83 cod. pen., sicché, quando si è in presenza di condotte speciali tenute dall'agente trovano applicazione le disposizioni di cui agli artt. 589-bis e 590-bis cod. pen., in luogo degli aumenti di cui all'art. 586 cod. pen..
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 giugno 2021
Il capo clan lasciando gli altri detenuti in coda faceva pesare la sua leadership. La sanzione: 10 giorni di esclusione dalle attività comuni. Confermata la sanzione disciplinare a carico del detenuto che resta 25 minuti sotto la doccia, lasciando gli altri carcerati in attesa del loro turno, per dimostrare il suo alto grado nella gerarchia mafiosa.
Tra le mura di un carcere sono tanti i modi per imporre la propria leadership sul gruppo, compresa una doccia a oltranza, malgrado i solleciti ad uscire dell'agente di custodia. Prove di forza che la Cassazione (sentenza 22381) considera tanto inaccettabili da avallare la scelta di applicare al capo clan la sanzione disciplinare di 10 giorni di esclusione dalle attività comuni.
Il ruolo di capo clan - Per la Suprema corte, a fronte di un tempo per lavarsi stimato in circa 10 minuti, i 25 impiegati dal ricorrente erano la spia di un comportamento inaccettabile, perché irriguardoso nei confronti dell'intera comunità penitenziaria e in contrasto con i principi sul corretto vivere civile. Ad avviso dei giudici di legittimità era chiaro lo scopo di porsi, attraverso l'abuso, al di sopra delle regole penitenziarie e dei diritti degli altri detenuti. Nella sanzione pesa anche lo spreco dell'acqua: da evitare come l'affermazione del ruolo di vertice del clan.
di Carlo Bonini, Anais Ginori e Massimo Pisa
La Repubblica, 10 giugno 2021
La parabola di Cesare Battisti e i retroscena della cattura degli ex terroristi italiani riparati a Parigi. All'alba del 28 aprile 2021, la magistratura francese dà corso alle richieste di estradizione della magistratura italiana - di fatto rimaste lettera morta per oltre trent'anni - nei confronti di ex appartenenti alle sigle del terrorismo rosso italiano condannati in via definitiva a pene detentive.
A Parigi, vengono per questo arrestati Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi (tutti ex militanti della Brigate Rosse), Giorgio Pietrostefani, ex di Lotta Continua condannato come mandante dell'omicidio Calabresi, e Narciso Manenti, dei Nuclei Armati contro il Potere Territoriale.
Ventiquattro ore dopo, si costituiscono Luigi Bergamin, ex esponente dei Proletari Armati per il Comunismo, e Raffaele Ventura, ex militante delle Formazioni Combattenti Comuniste. Nei giorni successivi, tutti i fermati verranno rilasciati e avrà inizio presso la "Chambre d'instruction", la sezione della Corte d'appello competente sulle domande di estradizione, una battaglia giudiziaria che si annuncia complessa e il cui esito definitivo è facile prevedere non arriverà prima di anni.
Battezzata "Ombre rosse", l'operazione decreta la fine della dottrina Mitterrand, chiude una ferita aperta tra Italia e Francia, segna, simbolicamente, l'ultimo atto della storia del Novecento italiano e della sua coda di sangue, con l'attacco della lotta armata, del terrorismo e della violenza diffusa di matrice politica alla nostra democrazia (soltanto tra il 1969 e il 1982, i feriti sono 1.100 feriti e 350 i morti). Indica - come scriverà su Repubblica Ezio Mauro all'indomani degli arresti - l'unica strada possibile in grado di dare una lettura finalmente condivisa dell'insorgenza terroristica, indispensabile per un suo rifiuto. Quella in grado di stabilire, finalmente, che in quegli anni un'ideologia è impazzita nella metà campo della sinistra, portando chi cercava la rivoluzione nel cuore della libera Europa a uccidere persone inermi che pensavano di vivere in pace in un Paese democratico.
Non valendo, quale giustificazione o attenuante, le bombe fasciste e le stragi di Stato, perché sia pure nelle sue infedeltà e nelle sue oscurità nel dopoguerra in Italia c'è sempre stata una democrazia, e come tale doveva essere difesa anche da chi era all'opposizione e voleva un cambiamento. L'epilogo parigino, solo apparentemente inatteso, è figlio di un percorso politico-diplomatico tortuoso, affrontato da Roma e Parigi a fari spenti. Che qui ricostruiamo nei suoi snodi cruciali e attraverso le testimonianze inedite di alcuni dei protagonisti. A cominciare dalla resa di Cesare Battisti, l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, "l'innocente" che si sapeva colpevole, simbolo beffardo e irridente dell'inganno consumato, per quattro lustri, ai danni delle sue vittime e dei Paesi in cui aveva trovato asilo come "perseguitato politico": la Francia, prima, il Brasile di Lula, poi.
La confessione - Forse è davvero cominciato tutto da quella frase. Che non è poi il passaggio più eclatante, quello in cui Cesare Battisti rinnegava, una volta e per sempre la lotta armata e il suo io del 1979. Né quello dedicato alla ricostruzione dei suoi anni di passaggio. Dalle rapine ai Proletari Armati per il Comunismo. Dal carcere di Frosinone all'accogliente comunità di rifugiati a Parigi. E poi al Messico e al Brasile, fino a quel pomeriggio boliviano in cui la sua latitanza terminò. Già, Battisti, insieme al suo legale Davide Steccanella, ci aveva pensato per due mesi. In quel primo pomeriggio del 23 marzo 2019, nel parlatorio del "Soro", alla periferia di Oristano, il racconto della sua traiettoria da clandestino in armi aveva avuto un improvviso inciso. Battisti si era preso una pausa. Poi, d'un fiato: "Faccio presente che ho avuto la possibilità di leggere le sentenze emesse nei miei confronti da quando sono detenuto qui a Massama ed in via di sintesi posso dire che i fatti che mi riguardano ricostruiti nelle sentenze stesse ed i nominativi dei responsabili corrispondono al vero".
Lo volle ribadire, parlando dell'esecuzione di Antonio Santoro, maresciallo al carcere di Udine, freddato a quattro settimane dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in via Fani: "Confermo che la ricostruzione della sentenza è esatta". Il muro era caduto. Due volte. Lo Stato che lo aveva condannato era uno Stato giusto. Battisti l'imprendibile, Battisti il negazionista ("Io ho sempre professato la mia innocenza e ciascuno è stato libero di interpretare questa mia proclamazione come meglio ha creduto", ebbe a ribadire in quel drammatico interrogatorio), lasciava il posto a Battisti il vinto.
"Così lo vidi - ribadisce oggi Alberto Nobili, procuratore aggiunto dell'Antiterrorismo milanese, il magistrato che raccolse le sue ammissioni - e mi colpì il fatto che all'inizio non trovava nemmeno la voce per dirlo, dopo due mesi di isolamento. Mi resta impressa un'altra frase: quando mi disse che aveva contribuito a uccidere il Sessantotto. Io ero studente, c'ero in quei cortei dove si chiedeva la fine del Vietnam, la riforma della scuola e dell'università. E c'ero quando cominciarono ad arrivare questi incappucciati con le pistole, che quei cortei fecero degenerare. All'epoca pensavamo a infiltrati fascisti". Invece erano i compagni con le P38. Come testimoniò Battisti: "La lotta armata è stata un movimento disastroso che ha stroncato una rivoluzione culturale e sociale che aveva preso avvio nel 1968 con prospettive sicuramente positive per il Paese ma che proprio la lotta armata contribuì a stroncare. Chiedo scusa pur non potendo rinnegare che in quell'epoca per me e per tutti gli altri che aderirono alla lotta armata si trattava di una guerra giusta". Allora. Fino agli omicidi. "Parlare oggi di lotta armata per me è qualcosa privo di senso".
Chiediamo a Nobili se il riconoscimento postumo di Battisti a quello Stato che lo aveva condannato ha contribuito a incrinare un altro muro, quello della dottrina Mitterrand e dell'area di consenso intorno ai fuoriusciti. "Credo soprattutto a questa seconda ipotesi, al fatto culturale, a chi aveva sostenuto la sua innocenza e alla mancanza di correttezza delle procedure". Lo chiediamo anche a Maurizio Romanelli, che per anni ha diretto l'Antiterrorismo col dossier Battisti sulla sua scrivania e che adesso coordina l'Ufficio esecuzione penale, che ha in carico il fascicolo su Luigi Bergamin, la sua prescrizione appesa alla dichiarazione di "delinquenza abituale".
"Io non credo che ci siano dirette conseguenze tra le dichiarazioni del 2019 e la situazione attuale, che dipende piuttosto dalla capacità di Italia e Francia di sedersi a un tavolo e risolvere una situazione molto delicata. Ma le conferme che Battisti diede furono di grandissima utilità. Portarono un elemento di chiarezza sulla bontà del nostro sistema legale: non che ce ne fosse bisogno, di certo male non fecero". E davvero ebbero impatto sulla rete dei suoi sostenitori, spiazzati - ne presero nota gli investigatori della Digos, in un procedimento poi archiviato - da quella assunzione di responsabilità, da quella frase lanciata verso i parenti delle sue vittime attraverso un verbale: "Io non posso che chiedere scusa ai famigliari delle persone che ho ucciso o alle quali ho fatto del male".
La rabbia - Quello del marzo 2019 era lo stesso Cesare Battisti che, dal 2 giugno scorso, ha formalizzato il suo sciopero della fame e delle terapie all'interno del carcere di Rossano Calabro, dove oggi è detenuto, in un "Appello alla giustizia" che rivolge invettive veementi contro il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria e invita alla mobilitazione i compagni a Parigi: "La questione dei rifugiati in Francia è una farsa, così come è reale l'intenzione dello Stato di negarmi i diritti stabiliti fino alla fine. L'Italia ha mentito garantendo un trattamento umano a clemenza. Lo provano le condizioni della prigionia di Cesare Battisti. L'opposto di quello che dovrebbero aspettarsi veramente i rifugiati che, dalla Francia, arrivano in Italia". Cos'è successo dunque nel frattempo? Lo chiediamo all'avvocato Steccanella, che degli anni Settanta è anche profondo conoscitore e divulgatore, come testimonia il suo ultimo volume "Milano e la violenza politica 1962-1986".
"È successo che Battisti, dal settembre del 2020, è l'unico detenuto non terrorista islamico nella casa di reclusione di Corigliano-Rossano. In isolamento, di fatto, in quello che definiamo "antro Isis", dopo esserlo stato per diciassette mesi a Oristano. E questo perché il ministero lo ha classificato AS2, il secondo grado dell'alta sorveglianza, nonostante l'ordinanza della Corte di Appello di Milano del 17 maggio 2019. Guardi". Parla carte alla mano, Steccanella. Quel provvedimento porta la firma del presidente Giovanna Ichino, "che, ironia della sorte, era stata giovane estensore della sentenza di condanna al processo contro i Pac". Il dito indica una frase: "non risulta applicabile il regime ostativo di cui all'art. 4 bis". Più avanti si parla di "benefici penitenziari" e di "progressione trattamentale": tradotto, un trasferimento a Rebibbia per avvicinarsi ai familiari, e in regime ordinario vista la pacifica non pericolosità attuale e l'autodafè messo per iscritto in Sardegna.
"Ho fatto ricorsi all'Ufficio di sorveglianza di Cosenza - insiste l'avvocato - e me li hanno respinti. Ho scritto al Dap per chiedere gli atti, senza risposta. Lo scorso 12 maggio mi sono rivolto al ministro Cartabia". Torniamo a leggere, con gli occhi sul passaggio conclusivo: "Mi sono permesso di segnalarLe la situazione del mio assistito anche in vista della possibile consegna all'Italia di condannati residenti all'estero che presero parte a quel periodo e che rischierebbero di subire in età avanzata il medesimo trattamento carcerario che fino ad oggi l'Italia ha riservato a Battisti".
Il 14 gennaio 2019 alle 11.30 Cesare Battisti atterrava a Ciampino su un Falcon 900 del Governo italiano. L'areo era partito dalla Bolivia. Battisti era stato arrestato due giorni prima dall'Interpol e subito estradato in Italia. L'ex terrorista, senza manette, è stato preso in consegna dal Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria e portato a Rebibbia. Immagini di Giuseppe Fiasconaro e Fabio Falanga
Il garbo del suggerimento scritto lascia il posto all'amarezza a voce: "Io spero che questa vicenda serva da monito ai francesi. Che non ci restituiscano ottantenni a cui questo Stato non garantisce una detenzione legittima". Chiediamo a Steccanella se Battisti è oggi pentito delle ammissioni del 2019. "No, perché quella non fu una strategia. Allora pensò, pensammo di rivolgerci a uno Stato che non faceva sconti ma rispettava i diritti. Che ci si potesse fidare. Forse, quello pentito sono io, nel vederlo sepolto come un criminale nazista o un boss mafioso al 41 bis". Gli appelli dell'ex leader dei Pac (da "Guantanamo Calabro"), messi per iscritto e pubblicati sul blog d'area Carmilla online sono usciti dal recinto delle letture per addetti ai lavori per approdare al terreno della discussione pubblica. Su cui non possono che intrecciarsi le indignate reazioni di Maurizio Campagna e Alberto Torregiani - fratello dell'agente Digos Andrea e figlio dell'orefice Pierluigi - e la loro incrollabile ostilità alle richieste dell'ex terrorista.
In Procura a Milano nessuno lo ammette esplicitamente, ma sarebbe altamente gradito un abbassarsi dei toni. Nell'interesse dello stesso Battisti (nessuno, né all'Antiterrorismo né altrove, lo ritiene più capace di nuocere), la cui voce viene però ritenuta dal Dap ancora potenzialmente capace di fare proseliti. E per non danneggiare le procedure di estradizione di Petrella, Pietrostefani, Tornaghi e gli altri. Con la posizione di Luigi Bergamin che rimane appesa al proverbiale filo. Anzi due. Il Tribunale di Sorveglianza, che dovrà discutere il ricorso dell'avvocato Giovanni Ceola contro la dichiarazione di "delinquenza abituale" a quattro decenni dagli ultimi reati commessi. E la Cassazione, dove il pm Adriana Blasco ha presentato a sua volta ricorso contro l'interpretazione sulla prescrizione. Due partite delicatissime e in punta di giurisprudenza, che potrebbero trascinare l'esito delle altre posizioni.
Lo studio di Rue Lacepede - "Ho difeso Battisti una prima volta, nel 1991, riuscendo a bloccare l'estradizione, e poi la seconda volta nel 2004 fino a quando ha deciso di scappare dalla Francia e cambiare avvocato". Nel suo studio parigino, Irène Terrel, sessantenne di piccola corporatura, con un caschetto castano e l'aria della studiosa più che della passionaria, ha in bella mostra l'enciclopedia di Fortunato Bartolomeo De Felice, editore illuminato della fine dell'Ottocento, presentato come "un Diderot italiano". È un antenato di suo marito, Jean-Jacques De Felice, avvocato famoso per aver difeso una sorta di internazionale degli insorti. Dai combattenti algerini del Fln (Front de libération nationale), all'etnia kanak in Nuova Caledonia. I primi italiani vennero a trovare la coppia De Felice-Terrel alla fine degli anni Settanta dopo che si erano occupati dell'affaire Hypérion, la scuola di lingue accusata di essere una "centrale francese" in grado di tirare le fila della lotta armata contro lo Stato italiano. Da allora decine di "rifugiati" sono passati dallo studio di rue Lacépède, palazzo moderno e un po' decrepito nel quinto arrondissement, diventato, come confida Terrel, "punto riferimento non solo giuridico ma anche umano" per chi aveva deciso di scappare dall'Italia.
Dal 2008, quando De Felice è morto, è rimasta solo lei in prima linea, Irène. Con molti dei suoi clienti è ormai amica e sembra aver sviluppato quasi un istinto materno per la determinazione con cui vuole proteggerli. "Quello che sta succedendo è un delirio, una vendetta assurda", ripete più volte, spiegando che "l'esilio" dei suoi assistiti - sette dei dieci estradandi - non è mai stato una "passeggiata di salute". La Francia ha regalato loro la possibilità di una seconda vita, certo, ma insiste sulla loro "precarietà", sul timore di qualche tranello che potesse far precipitare la loro normalità. A parte qualche eccezione, di cui Battisti è la più vistosa, la maggior parte dei latitanti si è imposto silenzio e anonimato. Una strategia che Terrel continua a seguire. Inutile chiederle di parlare con i suoi clienti. Si è convinta che qualunque cosa dicano verrebbe usata contro di loro e che finché resterà aperto il fronte giudiziario non saranno "liberi di esprimersi".
A Parigi, Battisti aveva un lavoro come portiere in un immobile, prendeva i diritti dei suoi romanzi gialli, alcuni pubblicati con la prestigiosa "Gallimard". Nel braccio di ferro con la giustizia italiana che ne chiedeva l'estradizione era rappresentato appunto dalla coppia De Felice-Terrel. Poi, la romanziera Fred Vargas ne ha sposato la causa, decidendo di ingaggiare a sue spese un altro avvocato e ribaltando la linea difensiva: non più rifugiato politico ma vittima di un errore giudiziario. Vargas ha pubblicato un pamphlet, "La vérité su Cesare Battisti", nella quale fa una ricostruzione, a tratti farneticante, delle procedure giudiziarie italiane. Né ha cambiato idea dopo l'arresto in Bolivia e l'ammissione di colpa. "Le sue dichiarazioni non rimettono in discussione i risultati delle mie ricerche. Avete il diritto di considerarmi un'imbecille, un'ingenua, ma mi ero estremamente documentata". E questo perché nel suo entourage alcuni sono convinti che la confessione sia stata estorta con chissà quali mezzi. È un fatto che il caso Battisti sia ormai motivo di imbarazzo tra quelli che un tempo si mobilitavano in piazza cantando "Bella Ciao". Terrel di Battisti non vuole più parlare. "Ha deciso di essere cavaliere solitario, quindi non mi esprimerò più su di lui".
La dottrina Mitterrand tradita da Mitterrand - Irène Terrel continua a difendere quello che secondo lei era il senso originale del patto stipulato tra lo Stato francese e decine di italiani che avevano preso parte alla lotta armata. Quando François Mitterrand, dopo un colloquio con l'allora premier Bettino Craxi, annunciò nel 1985 che la Francia non avrebbe estradato gli ex terroristi italiani, fece una precisazione che all'epoca pareva importante: "Tranne quelli che hanno commesso crimini di sangue". Doveva essere quello, il criterio. Ma il machiavellico presidente socialista, che voleva accontentare militanti della gauche molto attivi nella difesa dei compagni italiens, poco dopo modificò la sua posizione durante un raduno della "Ligue des Droits de l'Homme". In modo più tranchant: "Non li estraderemo, punto".
È accaduto così che la protezione francese per i latitanti si sia allargata e ristretta negli anni. Una coperta tirata da troppe parti. Al magistrato Louis Joinet, incaricato di seguire le regolarizzazioni, Mitterrand aveva spiegato il suo intento. "Non dobbiamo capire solo come si entra nel terrorismo, ma come se ne esce. È questa la vera domanda politica che ci dobbiamo porre". La risposta ha provocato una scia di incomprensioni e rancori che si sono trascinati fino ai nostri giorni. Al di là dell'ambiguità di una dottrina basata solo su dichiarazioni dell'allora capo di Stato, l'avvocata Terrel ricorda concreti "effetti giuridici". I latitanti italiani condannati per reati di terrorismo in Italia hanno ottenuto permessi di soggiorno presso le Prefetture, sempre rinnovati, e poi diventati permanenti. In due occasioni, prosegue l'avvocata, le autorità francesi hanno proceduto ad aggiustamenti normativi per permettere che non venissero fermati i rifugiati: prima togliendo i loro nomi dagli archivi delle persone ricercate durante la creazione dello spazio Schengen e poi con la postilla che non prevede di applicare il Mandato di arresto europeo per i reati commessi prima del 1993.
Non è mai stato uno scudo totale. Nel tempo, quasi un centinaio di latitanti italiani è stato fermato Oltralpe nell'ambito delle procedure di estradizione. L'ultimo era stato Ventura, tre anni fa. Per alcuni ci sono stati pareri favorevoli, poi bloccati a livello governativo. Altri, hanno invece ottenuto in passato vittorie sul piano giudiziario. Terrel invoca il principio del ne bis in idem. "Il potere politico si permette oggi di chiedere a dei giudici di modificare le loro sentenze già pronunciate che, fra l'altro, hanno acquisito la forza del passato in giudicato". Nelle udienze che si terranno presso la chambre d'instruction, la sezione della Corte d'appello che deve esaminare le nuove domande di estradizione, verrà sollevato anche il problema delle condanne in contumacia. Secondo la legge francese, le persone hanno diritto a un nuovo processo. Mentre in Italia le sentenze sono definitive, anche se andrebbe ricordato che gli imputati si sono volontariamente sottratti ai processi, a volte minacciando avvocati e magistrati. Un altro punto che la difesa vuole sollevare è l'ipotesi di violazione della vita privata e famigliare sulla base di articoli della Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
Insomma, la battaglia giudiziaria spazierà dal piano tecnico a quello più storico-politico. E sarà comunque lunga. Si parla di anni, con vari gradi di ricorso fino al Consiglio di Stato. Terrel è convinta che alla fine non se ne farà niente, e insiste sul fatto che solo i crimini dell'umanità non conoscono prescrizione. Vuole anche far venire in tribunale avvocati italiani per spiegare come funzionano le regole di detenzione in Italia che, a suo dire, sarebbero più dure che in Francia. E proprio il caso di Battisti - il suo sciopero della fame nel carcere calabrese in cui è detenuto, il suo "appello per la giustizia" - potrebbe tornare utile alla difesa, per appoggiare la sua tesi di uno Stato solo in cerca di "vendetta". Ma per comporre le tessere di questa storia, e in qualche modo provare a intuirne anche l'approdo giudiziario, conviene spostarsi di quartiere e bussare a un'altra porta.
Il poliziotto in Rue de Varenne - Nella villa settecentesca del settimo arrondissement che Mussolini ottenne in cambio della concessione di Palazzo Farnese, la nostra rappresentanza diplomatica ha custodito per decenni un voluminoso archivio di sentenze e carte bollate, reperti dell'archeologia politica del Secolo breve. Gli ambasciatori che hanno abitato la dimora di rue de Varenne in stile neoclassico, con un delizioso teatrino rococò siciliano, hanno attraversato momenti di speranza, e di disillusione. Per molto tempo è stato, anche, un gioco delle parti. Nel gergo diplomatico francese la questione degli ex terroristi protetti dalla dottrina Mitterrand appartiene alla categoria degli "agenti irritanti", contenziosi di difficile soluzione. Che avvelenano le relazioni bilaterali. E, come tali, da evitare.
Nicola Falvella è già a Parigi da cinque anni quando riceve da Roma l'ordine di riprendere in mano i dossier. Il responsabile dell'ufficio dell'Esperto per sicurezza dell'ambasciata è cresciuto nella memoria dei caduti del terrorismo e si è formato nella Digos di Roma, allora guidata da Franco Gabrielli, futuro capo della Polizia e oggi sottosegretario per la Sicurezza nazionale, e del suo allora vice Lamberto Giannini, l'attuale capo della Polizia. Falvella è il poliziotto che nell'ottobre 2003 ha arrestato Roberto Morandi. "Mi dichiaro prigioniero politico" aveva detto l'esponente delle Nuove Brigate Rosse, interrompendo la lettura dell'ordinanza d'arresto. E, a Parigi, è il terminale del direttore della Polizia criminale Vittorio Rizzi. Anche se di tutt'altra matrice, sempre di attentati si occupa nel suo lavoro di collegamento con le autorità francesi. Nel 2015 è cominciata la stagione del terrorismo islamico, nella quale sono coinvolte anche vittime italiane, giovani espatriati come Valeria Solesin o Antonio Megalizzi.
Falvella deve far ripartire procedure sepolte da quasi vent'anni, dal periodo in cui si era accesa la battaglia intorno all'estradizione di Battisti, scappato un attimo prima che le autorità giudiziarie francesi si pronunciassero favorevolmente. Una volta ottenuto l'asilo politico dal Brasile, l'ex esponente dei Pac ha sostenuto di essere stato aiutato nella fuga dai servizi segreti francesi, che gli avrebbero fornito un passaporto falso. La versione che ne fornisce Dominique Perben è diversa. "Avevamo deciso di voltare pagina, senza nessuna ambiguità" ricorda l'allora Guardasigilli venuto dal partito neogollista che aveva già dato il via libera all'estradizione lampo di Paolo Persichetti, l'unico latitante mai rinviato dalla Francia, chiesto dalle autorità italiane nella falsa pista di un suo coinvolgimento nel delitto Biagi firmato dalle nuove Br. Qualche tempo dopo, sempre Perben avvia la procedura per Battisti. Purtroppo l'autorità giudiziaria concesse la libertà vigilata - ricorda - e lui ne approfittò per scappare.
In Brasile sulle orme di Cesare Battisti, latitante in fuga in un Paese immenso - Dove è fuggito Cesare Battisti dopo la firma del decreto di estradizione in Italia firmato dal presidente brasiliano Michel Temer del 14 dicembre 2018? Le indagini sono partite da Cananeia, l'isola brasiliana a 250 chilometri da San Paolo che ha ospitato il latitante condannato in Italia per quattro omicidi compiuti negli anni Settanta.
Risalgono a quel periodo gli ultimi aggiornamenti sui dossier dei latitanti. "Sul principio - prosegue l'ex ministro francese - eravamo d'accordo nell'accogliere le domande, siamo sempre stati disponibili a lavorare insieme". Ma le altre procedure non andarono avanti. "C'erano spesso irregolarità giuridiche - conclude Perben - oppure non eravamo sicuri che alcune persone si trovassero effettivamente ancora in Francia". Tra ostacoli reali o pretestuosi, sono passati anni. Quando anche Nicolas Sarkozy, il presidente di destra che pure odiava l'eredità del Sessantotto, decide di bloccare l'estradizione di Marina Petrella, cade una pietra tombale. Almeno questo è il messaggio. È Carla Bruni Sarkozy che porta la notizia all'ex brigatista nel frattempo ricoverata in gravi condizioni all'ospedale psichiatrico Sainte-Anne, accompagnata dalla sorella, l'attrice Valeria che ha perorato la causa. "Ho un messaggio da parte di mio marito: lei non sarà estradata" annuncia la première dame. La consegna all'Italia non viene effettuata in forza della clausola umanitaria contenuta nella convenzione europea del 1957. Nel film La seconda volta di Mimmo Calopresti, Bruni Tedeschi ha interpretato Elisa, un'ex brigatista in semilibertà che affronta un professore universitario al quale ha sparato dodici anni prima. "Dicevate: colpirne uno per educarne cento. Avete colpito me. Dove sono i cento che avete educato?" le chiede l'uomo, interpretato da Nanni Moretti. "Io non ci ho pensato più, non ci voglio più pensare" risponde Elisa.
Si riparte da zero - Dopo il caso Petrella, tanti a Roma si convincono che il contenzioso non sarà mai risolto. Cambiano altri quattro premier a Palazzo Chigi, non se ne sente più parlare. E invece si riparte da zero. Anzi, da quattordici. Tanti sono i nomi nella lista che il ministero di via Arenula manda nel febbraio 2019. Ci sono già Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Enzo Calvitti, Maurizio Di Marzio, Giorgio Pietrostefani, Sergio Tornaghi, Raffaele Ventura. L'elenco è in parte già superato, la lista comincia a restringersi. Paola Filippi e Enrico Villimburgo vengono dichiarati deceduti. Altri fascicoli vengono scartati perché prescritti o con rilievi tecnici che rendono improcedibile l'estradizione, che è il motivo per cui si salvano Ermenegildo Marinelli e Paolo Ceriani Sebregondi.
Al loro arrivo in place Vendôme, la sede del ministero della Giustizia, i tecnici italiani hanno una prima sorpresa. Confrontando la lista con i francesi, vedono una nota a margine che correda ogni fascicolo. "Prescription", "prescription", "prescription...". Prescrizione. Ad eccezione dei quattro condannati all'ergastolo, infatti, tutti gli altri latitanti vedono la loro pena già estinta. Quantomeno secondo quanto previsto dall'ordinamento francese. C'è dunque un'unica strada percorribile per l'Italia: ratificare la convenzione di Dublino che prevede che, in materia di prescrizione, si applichi la legge penale del paese richiedente. Per paradosso, l'Italia non aveva mai fatto proprio nel suo ordinamento quell'accordo europeo del 1996 per una preoccupazione garantista, nel timore cioè di dover accettare domande da paesi dove l'estinzione della pena non fosse in linea con la propria cultura giuridica.
La crisi Di Maio - Gilet gialli - "Il vento del cambiamento ha valicato le Alpi". Nel mezzo delle discussioni bilaterali sugli ex terroristi rossi, si presenta a Parigi Luigi Di Maio per partecipare a un incontro clandestino con dei gilet gialli. La sortita del vicepremier pentastellato provoca una crisi diplomatica che spinge la Francia a richiamare per qualche giorno l'ambasciatore a Roma, Christian Masset. La nostra ambasciatrice, Teresa Castaldo, lavora per ricucire lo strappo dietro le quinte. E alla fine risulta decisivo l'intervento del presidente Sergio Mattarella, in visita ad Amboise, la città della Loira dove è morto Leonardo da Vinci. Il capo dello Stato rinnova a Macron la sollecitazione a "trovare un accordo su una questione delicata come quella delle estradizioni", ricordando che la "ricerca di giustizia per le vittime è un principio irrinunciabile". Dopo aver ratificato la convenzione di Dublino, che entra in vigore in autunno, il 2020 sembra dunque l'anno della svolta.
La strana caccia - A gennaio 2020, parte da Roma un corriere per portare a Parigi i fascicoli che riguardano gli estradandi. Tutti i documenti sono protocollati, comprese le sentenze di merito. Alcune di oltre mille pagine, come quella del processo Moro Ter. Il nostro ministero di Giustizia ha ufficializzato la lista definitiva. Dieci nomi. Sul piano formale, l'allora Guardasigilli francese Nicole Belloubet continua a promettere al suo collega e omologo Alfonso Bonafede di volere esaminare "caso per caso". Nei fatti, tutto va a rilento. La crisi nei rapporti bilaterali provocata da Di Maio, per quanto rientrata, ha lasciato degli strascichi e i rapporti tra Macron e Giuseppe Conte si sono raffreddati. Per altro, anche la pandemia non aiuta. Il "Bureau d'entraide penale internationale" manda diverse richieste di integrazione sui dossier ricevuti, in una fitta corrispondenza tra Parigi e Roma che va avanti fino all'estate. All'ambasciata italiana è la magistrata di collegamento, la piemontese Roberta Collidà, a interfacciarsi con i colleghi francesi. In parallelo, il responsabile dell'ufficio sicurezza dell'ambasciata Falvella lavora con il maggiore dei carabinieri Valentino Nevosi e il commissario di polizia Caterina Baglivi per localizzare i dieci italiani.
Sono cittadini ormai perfettamente integrati nella società francese, anche se nelle "red notice", gli avvisi di ricerca dell'Interpol, i loro nomi compaiono con l'avvertenza: "Violento, Pericoloso". È una strana caccia. Se è vero infatti che molti lavorano, versano i contributi, hanno figli a scuola, sono da anni regolarizzati con permessi di soggiorno rilasciati dalle Prefetture, è altrettanto vero che non è così facile ricostruire indirizzi, abitudini, rete di contatti. Le autorità francesi hanno infatti apposto sui "red notice" Interpol la sigla "Ivp", indicateur validité permanent, che nel gergo tecnico è il caveat formale che impedisce qualsiasi accertamento della polizia giudiziaria su quei rifugiati. Già, sono esistenze opache, inafferrabili, quelle che incrocia questa strana caccia. Parlando con i colleghi della Sous-direction anti-terroriste (Sdat), il servizio dell'antiterrorismo francese, Falvella descrive un'indagine che insegue delle ombre, dal colore politico un tempo definito. "Ombres Rouges". Nasce così il nome dell'operazione.
A settembre 2020, Falvella sente di essere finalmente a una svolta. Ha lavorato nella massima discrezione come gli ha insegnato l'allora capo della polizia Franco Gabrielli: "I funzionari dell'antiterrorismo non sono uomini da prima pagina". I dieci fascicoli sono stati dichiarati ricevibili dai tecnici francesi del ministero. È stata svolta un'attività informativa che ha integrato i fascicoli dei latitanti, sin lì corredati solo da vecchie foto segnaletiche in bianco e nero, di immagini che consentono di dare un volto a quelle ombre. Uomini e donne sorpresi nella loro quotidianità. Affacciati alla finestra di buon mattino, come nel caso di Pietrostefani. In bicicletta durante la spesa. Incanutiti. In qualche caso, segnati dalla malattia. Vinti dal tempo prima ancora che dalla storia. E privi di ogni residua epica rivoluzionaria. Il momento propizio per far scattare l'operazione, è fissato in coincidenza con la visita di Stato di Mattarella in Francia prevista a inizio ottobre del 2020. Ma la seconda ondata del Covid che travolge l'Europa e la decisione di spostare il viaggio del capo dello Stato impongono un nuovo rinvio. L'operazione Ombre Rosse svanisce di nuovo. Torna ad essere una chimera. E qualcuno comincia a pensare davvero che quella partita forse non si chiuderà mai. Come ormai sappiamo, resta davvero da percorrere solo l'ultimo miglio.
"Anni di sogni e di piombo" - Seduto al bistrot du Marché, Alessandro Stella rievoca con nostalgia un'epoca intrisa di sangue. "Années de rêves et de plomb" (éditions Agone), "Anni di sogni e di piombo", il memoir dell'ex militante di Autonomia operaia, ha rotto la legge del silenzio che tanti fuoriusciti dalla lotta armata si sono imposti in cambio della protezione Oltralpe. "Per me è più facile perché non ho sparato a nessuno", ammette Stella, una faccia da vecchio rocker, sorseggiando un bicchiere di vino davanti al mercato di Montreuil, banlieue in corso di gentrificazione. Il libro è un omaggio ai tre "compagni" veneti morti nel 1979 mentre stavano preparando una bomba.
Le vittime non sono solo da una parte. Anche noi abbiamo pagato un prezzo, argomenta Stella, condannato in contumacia a sei anni di carcere per associazione sovversiva e banda armata. Era il 1986 e lui già da qualche anno si trova in Francia, dopo essersi lasciato alle spalle l'Italia che fa i conti con una delle sue stagioni più buie e la "disaggregazione del movimento rivoluzionario", tra pentiti, dissociati e quella che lui definisce "feroce repressione" dello Stato. Stella ha pensato a un certo punto di entrare nelle Brigate Rosse, ma si è poi reso conto che non ci credeva più, che ogni scelta, anche quella estrema, sembrava ormai inutile. Dopo un breve passaggio in Messico ha preso in parola il governo socialista francese che promette di accogliere i fuoriusciti dalla lotta armata. Gli agenti che lo fermano al suo arrivo rimangono basiti quando spiega che ha intenzione di chiedere asilo politico. Sembrava incongruo, scrive nel suo libro, che un cittadino della comunità europea potesse presentare tale domanda. La promessa viene mantenuta. Dopo una settimana, Stella è libero. Il suo dossier giudiziario finisce in fondo a un cassetto. Un'amnistia in contumacia, la definisce nel suo memoir. L'esponente del gruppo di Thiene ha fatto da apripista. Decine di altri seguono il suo esempio. A un certo punto, la piccola comunità di fuoriusciti dalla lotta armata sale fino a seicento persone, anche se un conteggio ufficiale non è mai stato fornito.
I primi anni ci si deve arrangiare. Stella fa corsi di italiano, lavora come manovale nei cantieri come tanti altri "compagni" che alla fine riescono a costruirsi quelle vite piccolo-borghesi che un tempo disprezzavano. Calvitti è diventato psicoterapeuta. Ventura fa il documentarista televisivo, abita anche lui a Montreuil e ha trascorso le estati a Bonifacio, guardando dal mare l'Italia. Stella riprende gli studi e passa il concorso come ricercatore universitario al Cnrs, il Centro nazionale di ricerca. La sua prima tesi storica la dedica alla rivolta dei Ciompi che, spiega, gli ha permesso di fare una sorta di "autoanalisi". Sposato con una francese, ha tre figli. Non ha mai nascosto il suo passato, né si è pentito. "Dichiararsi innocente come ha provato a fare Battisti è una cazzata".
A sessantacinque anni milita ancora per l'assunzione di una "responsabilità collettiva" dei reati commessi in quegli anni. Nella primavera Duemila, quando è stata dichiarata estinta la sua pena, è tornato a casa, nel vicentino, in tempo per salutare un'ultima volta suo padre che stava morendo. "Come tanti immigrati mi sono sentito uno straniero", racconta Stella, descrivendo un paese dove secondo lui la storia degli Anni di Piombo è raccontata solo "dai vincitori" e le lotte sociali sono diventate archeologia. Anche se poi è costretto ad ammettere che pure la Francia è cambiata, "nella lotta contro il terrorismo islamico sono state approvate leggi repressive, le forze dell'ordine organizzano retate di gruppo". Mostra una cicatrice sulla gamba. Una scheggia di granata della polizia che l'ha colpito durante una manifestazione dei gilet gialli. Nell'autunno 2018 ha aderito subito al movimento che ha attaccato l'Arco di Trionfo e minacciava di espugnare l'Eliseo. "Ho avuto l'impressione di rivivere i miei anni giovanili". Una contestazione poliforme senza alcuna struttura ideologica. "Credete forse ci fossero i militanti che negli anni Settanta leggevano davvero i libri di Toni Negri?", domanda polemico. Non ha una buona opinione del filosofo di Padova, uno dei primi a riparare in Francia, tuttora residente a Parigi. Negri, dice Stella, si è tenuto sempre in disparte dalla "compagneria". Non si vedeva negli anni Ottanta quando venivano organizzate estenuanti assemblee tra i "rifugiati" per discutere dei massimi sistemi ma anche, più prosaicamente, se sottoporsi a una schedatura volontaria, come chiedevano le autorità francesi che non hanno fatto differenza tra innocenti, colpevoli, irriducibili, dissociati, tra chi rivendica e chi rinnega, ma per anni hanno organizzato una stretta sorveglianza, non si sa mai.
Place des Amendiers - Una volta si potevano comprare i souvenir "aria di Parigi". E in place des Amendiers, nel ventesimo arrondissement, si può venire oggi per respirare quel che resta degli Anni di Piombo. In un contesto surreale, in piedi sul palco, una signora parla di migliaia di prigionieri politici, di torture, del codice Rocco, di quando Cossiga aveva definito il conflitto degli anni '70 "una guerra civile a bassa intensità". E il fatto che il comitato che lotta contro le nuove estradizioni abbia il Picconatore tra i maître-à-penser è solo uno dei tanti paradossi. Stella è stato uno dei promotori del raduno organizzato domenica 6 giugno a Belleville. E si era mobilitato per lanciare un appello pubblicato su "Libération". Anche se questa volta la gauche, o quel che ne resta, secondo lui ha "tradito", non si è mobilitata come in passato. Si canta "Le Temps des Cerises", la canzone della Comune di Parigi, rivolta di cui si celebra il centocinquantesimo anniversario. Viene rievocato il messaggio di Victor Hugo ai deputati che dovevano votare in favore di un'amnistia per chi aveva commesso massacri durante l'insurrezione. "Soyez grands, soyez forts". Qualcuno cita di nuovo le parole di pietà pronunciate dalla vedova Calabresi, dimenticando che il figlio Mario, venuto due anni fa a Parigi per incontrare Pietrostefani malato, ha anche chiesto agli ex terroristi di ammettere le loro colpe, di partecipare alla costruzione di una verità storica su quegli anni. Un rappresentante del quartiere ricorda che Petrella lavora da dieci anni in un'associazione.
Durante il primo lockdown, spiega, l'ex brigatista è andata a cercare gli anziani strada per strada. "Senza di lei molti sarebbero morti". Il sindaco di un comune banlieue che l'ha conosciuta elogia la sua umanità e sottolinea che tre presidenti, quindici ministri e ventiquattro governi non hanno mai rinnegato la protezione per gli "esuli" italiani. Una narrazione che continua da quarant'anni identica a se stessa. E in cui continua ad essere regolarmente assente anche solo un pensiero per le vittime del terrorismo politico, le uniche fino in fondo innocenti in questa storia.
Epilogo - È la fine del marzo di quest'anno e nella "compagneria" è scattato l'allarme. Tra avvocati e sostenitori dei "rifugiati" italiani gira voce che Macron sarebbe pronto a dare il via libera alle estradizioni chieste dall'Italia. Il 20 aprile, un collettivo di intellettuali firma un appello su Le Monde. "Riaffermare la Dottrina Mitterrand sugli esuli politici - si legge nel titolo - non significa dare all'Italia lezioni in materia di giustizia". Una frase che però viene contraddetta quando i firmatari scrivono che gli ex terroristi (non vengono mai chiamati così ma sempre "esuli") furono accolti perché, in certi casi, le condizioni del funzionamento della giustizia italiana, dettate dalla necessità di una risposta urgente alle derive terroristiche della contestazione sociale, lasciavano paradossalmente temere che non tutte le garanzie di equità fossero rispettate.
I promotori dell'appello non spendono parole per le vittime del terrorismo, insistono sul fatto che è tempo di voltare pagina. "La guerra è finita". È successo che qualche giorno prima - l'8 aprile - i due ministri della Giustizia si siano parlati. E che gli astri sembrino finalmente allineati. A place Vendôme è arrivato il nuovo Guardasigilli Éric Dupond-Moretti, diventato avvocato nel ricordo del nonno, un minatore marchigiano ucciso senza che la famiglia abbia mai ottenuto giustizia. Non è a lui che bisogna spiegare come la democrazia italiana ha combattuto il terrorismo interno, uno dei suoi film preferiti è "Avvocato!" dedicato al presidente dell'Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce assassinato dalle Brigate Rosse per aver accettato la difesa d'ufficio dei suoi capi storici.
In via Arenula è stata nominata a febbraio l'ex presidente della Corte Costituzionale Marta Cartabia che parla perfettamente francese e cita a memoria i lavori sulla giustizia riparativa di Paul Ricoeur, il filosofo con cui Macron ha lavorato da giovane. "Qualunque processo di riconciliazione personale e sociale, individuale e storica - spiega Cartabia - non può non partire dal riconoscimento di ciò che è accaduto, in forma pubblica e - come direbbe Ricoeur - attraverso 'una parola di giustizia'". Cartabia e Dupond-Moretti si sarebbero dovuti incontrare di persona a Parigi ma il rimbalzo della pandemia - siamo alla terza ondata - li costringe a fare una riunione in video. La ministra ricorda la lista presentata un anno prima, con alcune posizioni che rischiano di cadere in prescrizione. L'intesa tra i due ministri tecnici è immediata, manca il vaglio politico.
La nota diffusa il pomeriggio del 21 aprile da Palazzo Chigi è appositamente evasiva. "Al centro dei colloqui vi sono state la lotta alla pandemia, le prospettive economiche europee, la situazione in Libia e le relazioni bilaterali". A margine, come non viene menzionato, Draghi e Macron parlano delle richieste di estradizione. Il premier non ha dovuto convincere il leader francese, già stato sensibilizzato in passato dal Quirinale, e a cui preme rafforzare subito le relazioni con il nuovo governo di Roma. Il giorno seguente l'Eliseo sblocca la procedura, trasferita dal Guardasigilli alla procuratrice generale della Corte d'Appello, Clarisse Taron.
La magistrata a sua volta trasferisce gli ordini di arresto all'antiterrorismo francese. Che però deve occuparsi di altro. "Allah Akbar". Una funzionaria di polizia viene uccisa all'arma bianca davanti a un commissariato di Rambouillet, sud-ovest di Parigi. Gli agenti della Sdat effettuano una serie di perquisizioni per rintracciare eventuali complici dell'aggressore. L'operazione "Ombre Rosse" viene rimandata. Ancora, e ancora. Cinque giorni dopo la telefonata tra Draghi e Macron, si apre un'opportunità per gli agenti che hanno il quartier generale a Levallois Perret, a nord della capitale. Si decide di chiudere. Resta poco tempo per fare le ultime verifiche sulle localizzazioni tra Parigi, la sua banlieue e Bordeaux, dove risiede Tornaghi.
Mercoledì 28 aprile, si riunisce il consiglio dei ministri all'Eliseo. Il governo presenta una nuova legge contro il terrorismo, ennesimo cambio normativo da quando, sei anni fa, il Paese ha scoperto di avere una minaccia interna. È l'alba quando gli agenti della Sdat bussano alla porta di dieci "ombre rosse". Qualcuno è stato avvertito, nessuno rimane sorpreso. La piccola comunità di fuoriusciti italiani può ancora contare su una rete di persone interne alle istituzioni francesi che non si sono dimenticate del patto degli anni Ottanta e continuano ad aiutarle dietro le quinte.
Tre non si fanno trovare: Di Marzio, Ventura e Bergamin. Gli ultimi due si consegnano qualche ora dopo, convinti dagli avvocati della difesa che hanno chiesto la libertà vigilata per tutti. Di Marzio ha appositamente lasciato nei giorni precedenti il suo cellulare nell'appartamento del nono arrondissement dove si trova la moglie. Un modo per depistare gli investigatori. Scommette di riuscire a nascondersi per arrivare alla prescrizione prevista il 10 maggio. E ci riesce. Negli archivi di polizia italiana, il nome dell'ex brigatista è legato al tentato sequestro del vicecapo della Digos della capitale Nicola Simone il giorno della Befana del 1982. Ferito al viso, Simone aveva risposto al fuoco. Tra i rifugiati a Parigi quell'agguato è contestato oltre anche a Alimonti, a Petrella e Cappelli. Il vicequestore Simone, diventato poi prefetto, è morto tre mesi fa ad Avezzano, dopo aver osservato per decenni i suoi ex aggressori protetti dalla Francia. Il destino ha voluto che a farli arrestare abbia contribuito un altro Nicola. Falvella. La guerra, forse, è davvero
di Maurizio Ermisino
retisolidali.it, 10 giugno 2021
Il libro "Perché abolire il carcere. Le ragioni di No Prison", di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi, spiega perché e come il carcere si può abolire. Abolire il carcere si può? O è pura utopia? Il Movimento No Prison, nato nel 2014, continua la sua attività di sensibilizzazione attraverso un nuovo libro: "Perché abolire il carcere. Le ragioni di No Prison" (Apogeo Editore), di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi. Oggi sembra non possa esserci alternativa al carcere, mentre, secondo il movimento No Prison, è necessario progettare la sua abolizione e sostituzione con forme diverse di gestione degli illeciti (ne avevamo parlato qui).
L'abolizione della prigione non è un'utopia. "No Prison è un'idea nata nel 2012", ci ha raccontato Livio Ferrari, giornalista e scrittore, fondatore e portavoce del movimento. "Nove anni fa diversi di noi, i cosiddetti "esperti del carcere", furono coinvolti in un incontro del gruppo Abele. Ci confrontammo per una serie di proposte e di possibili politiche riguardanti il mondo del carcere. A me, come a Massimo Pavarini, venne una nausea grande. Dopo 30 anni di attività, sentire sempre i soliti discorsi, le solite cose che non vanno, le solite toppe da mettere, non andava giù. Sono discorsi che in casa sua uno non fa: se hai un frigo rotto o lo ripari o lo cambi. Il mio intervento a quel summit fu l'unico che non rientrò negli atti, era troppo dissacrante...".
"Dopo mesi in cui mi bolliva dentro un grande fastidio, chiamai Massimo. Venne a trovarmi a Rovigo e iniziammo a costruire il manifesto No Prison. Nel 2014 lo presentammo a Firenze. Nel 2015 uscì il mio libro "No Prison, il fallimento del carcere", in cui ho scritto tutto quello che ritenevo dovesse essere scritto, per dire che è un sistema che non funziona. Ho visitato 40 istituti in tutta Italia e ho viste le condizioni in cui vivono i detenuti".
Il carcere nasce per tenere i poveri ai margini - La povertà, per chi è ristretto nelle carceri italiane, è l'elemento caratterizzante della distanza che li separa dal resto della società. Ed è una delle cose di cui tenere conto quando parliamo della prigione. "Il carcere nasce verso la fine del 1500 per i poveri, non per i reati", spiega Ferrari. "Nasce per tenere ai margini della società i poveri. Nel 1700 a Napoli fu costruito il Real Albergo dei Poveri che diventò una prigione: prendevano tutti quelli che facevano accattonaggio e piccoli furti e li mettevano lì. Il carcere nasce per togliere dalla società le persone che davano fastidio". E così continua ad esistere, nel totale disinteresse o, nel peggiore dei casi, dell'odio nei confronti di chi è detenuto da parte dei liberi che non hanno nessuna voglia di approfondire la questione. "La vendetta fa parte della nostra storia umana", riflette Ferrari. "Ci fu qualcuno, dicono che fosse Dio, che quando Caino uccise Abele disse "chiunque tocchi Caino se la dovrà vedere con me".
Restituire il danno alle vittime e dignità alla persona - No Prison allora vuole provare ad andare oltre a questo sistema. "È un'idea semplice", spiega Livio Ferrari. "Qualsiasi soggetto che ha compiuto un reato, indipendentemente dal reato, se non è pericoloso, non ha nessun senso che venga privato della libertà. Intendiamo non pericoloso nel senso che non può fare del male".
"Io non dico che deve essere immediatamente libero", precisa Ferrari. "Ma dopo un lasso di tempo può tornare in libertà. Se lasci una persona per tanti anni a pagare con il carcere lo sollevi dalle responsabilità. Ma una persona, che abbia fatto del male o meno, deve avere responsabilità. Allora quella condanna la metti in atto in libertà, in modo che possa restituire il danno alle vittime. E dignità alla persona". Ma come si fa, in pratica, a restituire il danno arrecato? "Ci sono due percorsi sui quali confrontarci", spiega Ferrari. "Se è un danno materiale la restituzione può avvenire attraverso il lavoro, le attività. Se però è un danno umano, uno ha ucciso e non può restituire la vita, ci può essere un percorso di restituzione alla società".
Carceri: fatte per l'afflittività - La prigione umilia, annulla, stigmatizza e impone il dolore, la sofferenza, è crudeltà, crea la mancanza di responsabilità verso il proprio comportamento e aumenta la pericolosità di tutti coloro che vi transitano. È importante allora che si pensi a una sua sostituzione con forme diverse di gestione degli illeciti. "Le carceri che abbiamo noi sono luoghi disumani, che non sono stati fatti per la rieducazione ma per l'afflittività", spiega Livio Ferrari. "Hai fatto del male e ti restituisco un momento in cui devi star male a tua volta". La conformazione delle carceri, in qualche modo, è paradossale. "La cosa emblematica è che le carceri sono molto grandi, ci sono corridoi lunghissimi, spazi mostruosi e i luoghi dove vivono le persone sono buchi di tre metri" riflette.
"Dobbiamo tenere conto che ci sono quei soggetti per i quali non è possibile tornare in libertà. Ci sono soggetti che non vogliono cambiare e sono pericolosi. O hanno problemi di natura psichiatrica, come i serial killer, che se tornano in libertà riproducono le dinamiche che li hanno portati a delinquere. Queste persone non possono vivere dentro un buco tutta la vita: è disumano. Bisogna ripensare completamente gli spazi della non libertà: devono dare la possibilità di vivere come e in altri posti e di muoversi.
E il tempo che i detenuti trascorrono in carcere deve venire usato per aiutare le persone a riscattarsi e in modo che possano dare dei benefici restitutori alla libertà". "E nel momento in cui un soggetto non è pericoloso rientra in casa sua, entra in un programma sociale con una serie di attività si restituzione del danno attraverso il lavoro e altre cose indicate dal programma" continua.
Ma, chiediamo a Ferrari, in questi anni il Movimento No Prison ha suscitato polemiche, ha avuto oppositori, c'è stata una parte della popolazione che si è dimostrata contraria a questa idea. "C'è un gran silenzio", risponde con rimpianto Ferrari. "A noi sarebbe molto piaciuto che qualcuno avesse fatto presente la sua contrarietà, e il motivo di tale contrarierà. Invece non ho avuto nessun tipo di critica. Il massimo delle critiche che ho avuto è stato sentirmi dire che sono un utopista, un sognatore, e che un po' di utopia fa bene alla società".
"Anche i sindacati della polizia penitenziaria - e da anni scrivo cose pesanti su questo corpo - hanno recensito bene il mio libro, e mi hanno invitato a confrontami con loro, perché hanno molte cose da raccontare". Ma Ferrari è anche molto deluso dal mondo dell'informazione. "Sui grossi media non riusciamo ad arrivare", racconta. "Anche se inviti a una presentazione un giornalista di un famoso giornale italiano, viene a moderare un dibattito e poi gli proponi "facciamo un articolo per il tuo giornale", poi dice di no".
Ma c'è un altro ambito dove le istanze del Movimento No Prison non vengono ascoltate. "Un mondo che abbiamo cercato e non abbiamo trovato, è l'attuale mondo politico" ci svela Ferrari. "Alcune compagini politiche che non ci sono più, avevano dimostrato una certa attenzione. I politici di oggi ci guardano i marziani. Vorremmo coinvolgere questi mondi, uscire dalla carboneria in cui siamo costretti".
Le manifestazioni organizzate a Venezia e Roma nel 2018 e nel 2019 in collaborazione con le Camere penali delle città avevano avuto un buon seguito. "Dal mondo dell'avvocatura e della magistratura c'è stata grande disponibilità", racconta. "I mondi che evitano di confrontarsi con noi sono quelli dei politici. Vorremmo avere la possibilità di far conoscere questa proposta. Se la società sarà matura, per accoglierla come è successo con i manicomi quarant'anni fa, speriamo che si arrivi in tempi non biblici a questo. Noi non demordiamo. In fondo sono idee di pace e conciliazione".
di Roberta Barbi
L'Osservatore Romano, 10 giugno 2021
Decidere di abbellire le mura spoglie della cappella di sezione, per dimenticare almeno quando si prega di trovarsi in un carcere: è quello che ha fatto un gruppo di collaboratori di giustizia della casa di reclusione San Michele di Alessandria, partecipanti al laboratorio Tecniche di decorazione e stucco proposto dalla Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri. Ma quello che hanno ottenuto alla fine del corso è stato più di una chiesetta accogliente e finemente decorata; è stato un percorso interiore importante che ha attraversato varie tappe: dalla rilettura della Bibbia (indispensabile per realizzare i dipinti) a quella della propria vita, sempre sostenuti dalle braccia forti, dalle orecchie attente e dai sorrisi larghi di fra Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali del convento Madonna della Guardia di Torino.
Difficile definire chi sia per loro fra Beppe: non è il cappellano, questo è certo, e non è neppure un insegnante, anche se con lui i detenuti - quasi tutti per reati legati alla camorra - di scuola parlano moltissimo: "Forse perché hanno sempre creduto di non averne bisogno, ahimè, ma il sentimento che associano di più alla parola scuola è nostalgia - racconta - mi dicono sempre: fra Beppe, se non aggiustate la scuola, la camorra vincerà sempre; la camorra ha paura della scuola...". D'altronde lo diceva già Victor Hugo: "Chi apre la porta di una scuola, chiude una prigione". E per loro scuola non significa solo lo studio della lezione, ma scoprire il valore di imparare, riuscire a stare con gli altri in modo diverso, conoscere finalmente una bellezza capace di aprire il cuore.
Forse potremmo dire che fra Beppe per i detenuti è il punto d'unione tra la Parola letta e l'immagine da ritrarre: un esegeta insomma. Ride di questa definizione: "Uno dei ragazzi ha preso il compito talmente a cuore che è riuscito a realizzare dietro al crocifisso sull'altare un'opera con riferimento alle Sette Chiese dell'Apocalisse, un lavoro di alta teologia e di alta esegesi! Un altro detenuto, invece, colpito dalla stazione della via crucis che stava preparando, in cui Gesù cade sotto il peso della croce, ha mormorato: come me che sono caduto sotto al peso del peccato per 30 anni, ma poi mi sono rialzato".
Allora forse fra Beppe è una guida spirituale verso una fede rinnovata? "L'espressione "percorso di fede" fa parte del nostro linguaggio - spiega ancora - loro sono abituati alla lingua della strada, ed è attraverso questa che io comunico con loro, perciò direi più correttamente che quella che hanno raggiunto è un'umanità ritrovata, hanno capito che Dio non t'impicca al tuo passato, ma ti prende la mano se tu gliela tendi".
Sicuramente questo francescano è qualcuno che il volto di Cristo in carcere lo vede tutti i giorni nei lineamenti dei reclusi, duramente scolpiti dalla vita: "Una volta uno mi ha regalato un quadro che aveva fatto e rappresentava Gesù con la corona di spine e il viso sporco di sangue - ricorda - loro sono questo: soffrono come Gesù, ma per i propri peccati, e risorgono nel momento in cui si pentono e iniziano a collaborare con la giustizia. Le ferite, però, si vedono ancora, perché non smettono di fare i conti con il passato. Spesso e volentieri, infatti, restano folgorati dal passo del Vangelo in cui Gesù promette al buon ladrone che presto saranno insieme in Paradiso".
Magari fra Beppe è un educatore, come ce ne sono pochi... fuochino: "Credo molto nel significato di educare nel senso di far emergere qualcosa che si ha dentro, e poi ricordo che l'articolo 27 della nostra Costituzione precisa che questo è il fine della pena, non è una vendetta sociale!", aggiunge.
Proviamo a immedesimarci un attimo. Una figura così non sembra quella di un padre? "Mi viene in mente una storia - prosegue con un filo di voce - quella di un detenuto che mi chiedeva come poteva pregare il Signore chiamandolo Padre Nostro quando lui, con tutti gli assassinii che aveva commesso, di figli senza padre ne aveva lasciati tanti".
Finalmente è chiaro. Fra Beppe per i suoi detenuti è un fratello e loro per lui sono i "fratelli briganti", come li chiamava il Poverello di Assisi. Ed è così che, tra i pennelli e i colori di una semplice cappella carceraria, può affacciarsi per l'uomo la possibilità di riconciliarsi, che non vuol dire dimenticare, bensì andare avanti. E risorgere. Come Gesù, che guarda caso è nostro fratello.
di Tommaso Ciriaco
La Repubblica, 10 giugno 2021
La leader di FdI plaude alla vice di Biden. Letta: "Specula, come gli Usa anche il governo lavora sugli accessi legali". Ad avvelenare i pozzi democratici ci prova un mattino Giorgia Meloni: "Le parole di Kamala Harris contro l'immigrazione illegale dimostrano che nel mondo tutti si preoccupano di difendere i propri confini, tranne la sinistra italiana, che continua a tenere spalancati i porti. Blocco navale subito!".
Ti aspetti che il centrosinistra insorga. Che ripeta a memoria le parole di Alexandria Ocasio-Cortez, sinistra della sinistra Usa, la prima a schierarsi contro la vice di Biden. E invece no: più scavi, più scopri che il Pd sta con Kamala. Con lei e con l'istituzione di canali regolari per chi cerca asilo o vuole migrare alla ricerca di un lavoro. Quei canali massacrati in Italia dalla filosofia della Bossi-Fini. "Giorgia, tu speculi - reagisce dunque Enrico Letta, che in passato con Mare Nostrum salvò migliaia di vite - Draghi ha ottenuto di discutere al prossimo Consiglio Ue di come gestire meglio il problema migratorio. Siamo in sintonia con il governo".
Niente, il giochino "butta dalla torre la Harris" a sinistra non funziona. Piace un po' a tutti, la vicepresidente Usa. A Lorenzo Guerini, ministro della Difesa, reduce da un vertice sul Sahel: "Condivido che vanno riaperti i flussi regolari e che va combattuto efficacemente il traffico di esseri umani". A Giuseppe Conte, che sta per posizionarsi più a destra di Enrico Letta: l'ex presidente del Consiglio, fanno sapere, è sempre stato "per la legalità" e per i "rimpatri degli irregolari", dunque si differenzierà dal Pd. Ma Harris piace anche a chi, a sinistra, ha sempre scelto la battaglia per le organizzazioni non governative. "Non facciamo i provinciali - sorride Matteo Orfini - Kamala ha chiuso con l'era Trump e con i muri. Ha riaperto ai flussi regolari, dunque è ovvio che contrasta quelli irregolari".
Ecco, se esiste una linea di frattura, è meglio semmai guardare in casa. A Roma, più che a Washington. "La risoluzione del Pd che sosterrà la battaglia di Draghi in Europa segna un cambio di passo - premette sempre Orfini - Il problema, però, è che il governo è ancora pienamente dentro le azioni della filiera che va da Gentiloni (e Minniti) al Conte uno e due. Iniziamo a cancellare il fermo amministrativo delle navi delle Ong, tanto per cominciare, ed evitiamo di rifinanziare le missioni della Guardia costiera libica".
È qui che a sinistra qualcosa si inceppa. Perché invece la segreteria del Partito democratico punta molto sul testo che presenterà in Parlamento per dare una scossa all'Europa (e un po' anche all'esecutivo). "Kamala è stata molto pragmatica - dice Enrico Borghi, che quel testo lo sta scrivendo - Il rischio della posizione della Ocasio-Cortez è che enfatizzi la tesi opposta, quella dei fan del muro di Trump". E invece la proposta dem tiene assieme tutto, a sentirlo: salvataggi in mare e chiusura dei campi in Libia, canali per l'immigrazione regolare e rimpatri assistiti. "Io pure sto con la Harris - dice Lia Quartapelle - la linea giusta è dire no all'immigrazione irregolare e sì ai flussi regolari. Gli Stati Uniti hanno regole che li consentono, noi no. Quella è la strada giusta".
Poi, certo, se sbirci fuori dal centrosinistra vai a sbattere sul blocco navale della Meloni, oppure contro l'ossessivo repertorio anti migranti di Salvini. E i distinguo, nel campo progressista, diventano dettagli, esercizi di filosofia. Tocca comunque a Erasmo Palazzotto, un passato in Sinistra italiana e un presente da indipendente di sinistra, schierarsi (solitario) con Ocasio-Cortez.
E chiedere a Draghi una svolta che per adesso gli sembra lontana: "Vedo un cambio di passo nel Pd di Letta, non ancora nel governo. Io penso che la gente in mare vada salvata, poi discutiamo del resto. I respingimenti sono illegali, anche perché la Guardia costiera libica riporta i migranti nei campi di concentramento. Ripristiniamo le modalità di accesso legale nel nostro Paese. E smettiamola con l'idea che in questo mondo i confini non valgono per le merci e i capitali, ma soltanto per gli esseri umani"
di Luciano Floridi
La Repubblica, 10 giugno 2021
Viviamo un momento epocale: la trasformazione di un mondo analogico in uno computerizzato. La riflessione del filosofo dell'informazione. A volte dimentichiamo che la vita senza il contributo positivo della politica, della scienza e della tecnologia diventa presto "solitaria, povera, cattiva, brutale e breve", per usare la famosa frase del Leviatano di Thomas Hobbes. La crisi del Covid-19 ci ha tragicamente ricordato che la natura può essere spietata.
Solo la buona volontà e l'ingegno possono salvaguardare e migliorare la vita di miliardi di persone. Oggi, gran parte di questo sforzo è esercitato nel realizzare una rivoluzione epocale: la trasformazione di un mondo esclusivamente analogico in uno sempre più digitale. Gli effetti sono visibili ovunque: questa è la prima pandemia durante la quale un nuovo habitat, l'infosfera, ha aiutato a superare i pericoli della biosfera. Da tempo viviamo onlife (sia online che offline), ma la pandemia ha reso l'esperienza onlife una realtà comune e irreversibile.
Tra i fattori cruciali in questa rivoluzione epocale ci sono l'enorme potenza di calcolo sempre meno costosa, una connettività sempre più pervasiva, colossali quantità di dati in costante crescita, e infine l'intelligenza artificiale, sempre più efficace. Con una definizione classica, l'IA è l'ingegnerizzazione di artefatti che possono fare cose che richiederebbero intelligenza se dovessimo farle noi.
Questo significa che non è un matrimonio tra computazione e intelligenza, ma un divorzio senza precedenti tra agency e intelligenza, cioè tra la capacità di completare compiti o risolvere problemi con successo in vista di un obiettivo e qualsiasi necessità di essere intelligenti nel farlo. Per giocare a scacchi anche solo applicando le regole devo essere intelligente, ma il mio cellulare mi batte pur essendo stupido come un tostapane. Questo divorzio è diventato possibile solo recentemente, grazie ai fattori già menzionati - rete, calcolo e dati - ai quali si aggiungono strumenti statistici sempre più sofisticati, e la trasformazione dei nostri habitat in luoghi sempre più compatibili con l'IA. Più viviamo nell'infosfera e onlife, più condividiamo le nostre realtà quotidiane con agenti artificiali che possono svolgere bene un numero crescente di compiti.
Il limite dell'AI è solo nell'ingegnosità umana. Oggi l'IA può aiutarci a conoscere, comprendere, prevedere e risolvere di più e meglio le numerose sfide che stanno diventando così pressanti: il cambiamento climatico, l'ingiustizia sociale, la povertà globale, e l'aggiornamento delle democrazie liberali. La gestione efficace dei dati e dei processi da parte dell'IA può accelerare il circolo virtuoso tra innovazione, modelli business, imprenditoria di maggior successo, scienza più avanzata, e politiche anche legislative più lungimiranti.
C'è un "ma": l'ingegnosità umana senza buona volontà può essere pericolosa. Se la rivoluzione digitale non è controllata e guidata in modo etico e sostenibile, può esacerbare i problemi sociali, dal pregiudizio alla discriminazione; erodere l'autonomia e la responsabilità umane; e ingigantire i problemi del passato, dalla distribuzione ingiusta dei costi e dei benefici allo sviluppo di una cultura della mera distrazione. La stessa IA rischia di trasformarsi dall'essere parte della soluzione a essere parte del problema. Quindi buone normative internazionali, a partire dall'Unione Europea, sono essenziali per garantire che rimanga una potente forza per il bene.
Precedenti rivoluzioni nella creazione di ricchezza, come quella agricola e industriale, hanno portato a trasformazioni macroscopiche nelle nostre strutture ambientali, sociali e politiche, spesso senza molta lungimiranza e con profonde implicazioni concettuali ed etiche. La rivoluzione digitale non è meno profonda. In considerazione di questo importante cambiamento storico, il compito è quello di formulare un quadro etico e politico che possa trattare l'infosfera come il nostro nuovo ambiente. E la filosofia come design concettuale (conceptual design) può contribuire a tale aggiornamento di prospettiva.
Galileo suggeriva che la natura fosse come un libro, scritto con simboli matematici, da leggere attraverso la scienza. Oggi non sembra più una metafora, in un mondo che è sempre più fatto di 0 e 1. Le tecnologie digitali hanno sempre più successo al suo interno perché, come i pesci nel mare, sono i veri nativi dell'infosfera.
Loro svolgono meglio di noi un numero crescente di compiti perché noi siamo organismi analogici che cercano di adattarsi a un habitat sempre più digitale, come sommozzatori. Così, gli agenti artificiali, siano essi soft (app, webot, algoritmi, software di tutti i tipi) o hard (robot, auto senza conducente, orologi intelligenti e gadget di tutti i tipi) stanno sostituendo gli agenti umani in aree che si pensava fossero impraticabili per qualsiasi tecnologia solo alcuni anni fa: catalogare immagini, tradurre documenti, interpretare radiografie, estrarre nuove informazioni da enormi masse di dati, scrivere articoli di giornale, e molte altre cose.
È impossibile prevedere quanti lavori spariranno o saranno radicalmente trasformati, ma ovunque le persone oggi lavorano come vecchie interfacce - ad esempio tra un GPS e un'auto, tra due documenti in lingue diverse, tra alcuni ingredienti e un piatto, tra i sintomi e la malattia corrispondente - quel lavoro è a rischio. Allo stesso tempo, stanno emergendo nuovi lavori perché sono necessarie nuove interfacce, tra i servizi forniti dai computer, tra i siti web, tra le applicazioni di IA, tra i risultati dell'IA e così via.
La legislazione giocherà un ruolo influente anche nel determinare quali lavori dovranno restare "umani". Resta da sottolineare che molti compiti che scompariranno non elimineranno i lavori corrispondenti: ora che ho un robot tagliaerba ho più tempo per curare le rose. E molte attività saranno solo ricollocate sulle nostre spalle, basti pensare alle casse automatiche che ci permettono di scansionare le merci al supermercato. La rivoluzione digitale ci farà sicuramente svolgere più compiti in futuro.
Non è chiaro come andrà a finire tutto questo, ma una cosa è certa: non sta arrivando alcun Terminator e gli scenari fantascientifici sono distrazioni irresponsabili. Dopo le quattro rivoluzioni comportate da Copernico, Darwin, Freud e Turing, non siamo più al centro dell'universo, del regno animale, della sfera mentale e dell'infosfera. Come si sarebbe detto al liceo, siamo un hapax legomenon nel libro della natura di Galileo. Con una metafora più digitale e contemporanea, siamo un bellissimo glitch nel grande software dell'universo, non l'app di maggior successo. Un glitch che dovrà essere sempre più responsabile nei confronti della storia che scrive, e della natura di cui deve prendersi cura.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 10 giugno 2021
Passaporti cancellati all'improvviso, neonati senza cittadinanza, titoli di studio revocati. È successo in Italia ai cittadini turchi che fanno parte di Hizmet, il movimento che fa capo a Fethullah Gülen, il predicatore islamico considerato da Ankara l'ideatore del colpo di Stato fallito il 15 luglio 2016. "Mia figlia è nata tre giorni prima del golpe - racconta Ahmet - quando sono andata al consolato si sono rifiutati di registrarla. Mi hanno detto che ero un terrorista. Così la bambina è diventata apolide (priva di una cittadinanza, ndr).
Noi avevamo il permesso di soggiorno a tempo indeterminato ma lei non aveva nulla". Ahmet ha 39 anni ed è in Italia dal 2010. Per anni ha lavorato per l'associazione interculturale Alba di Milano, una delle realtà nel nostro Paese che si ispirano ai principi dell'Hizmet, che in italiano vuole dire "servizio". Le altre sono: l'istituto Tevere a Roma e l'associazione Milad a Modena e Venezia.
La "comunità gulenista" nel Belpaese conta poche centinaia di persone che vivono una situazione difficile. "Mio padre è morto due anni fa e io non ho potuto salutarlo - dice Ahmet -, mia madre piange tutti i giorni perché vorrebbe rivedermi. Noi ora abbiamo chiesto asilo politico in Italia nonostante avessimo il permesso di soggiorno perché non potevamo lasciare la bambina senza documenti". Oggi Hizmet per la Turchia è il Fethullahçı Terör Örgütü (FETÖ), ovvero il Gruppo terroristico dei seguaci di Fetullah. Chiunque ne faccia parte è automaticamente un nemico dello Stato. "La sera del golpe - dice Banu che ha 35 anni e ora vive nel Nord Italia - quando Erdogan ha invitato il popolo turco a scendere in piazza, qui a Modena hanno provato a bruciare la sede della nostra associazione. Ci hanno persino minacciato di morte. A quel punto abbiamo dovuto lasciare la città".
Banu si è laureata all'università di Milano e ha incontrato lì suo marito. La coppia ha avuto un figlio nel 2013 e uno nel 2018. "Per il primo non ci sono stati problemi - racconta, nella voce un filo di rassegnazione - ma con il secondo è stato un inferno. Al consolato di Milano ci hanno mandato via e non hanno voluto nemmeno darci una carta che dicesse perché. I nostri passaporti sono stati cancellati. È stato così anche per tutti i nostri amici". Banu e il marito sono in Italia da quasi dieci anni e potrebbero chiedere la cittadinanza ma devono rinunciare a questo sogno per mettere a posto la situazione del figlio. "Siamo andati alla questura di Varese e abbiamo fatto richiesta di asilo politico, oggi abbiamo anche un documento di viaggio".
È ancora nel limbo Ince, 32 anni, laureata in matematica e sposata dal 2013 con un turco che ha incontrato in Italia. La coppia, entrambi membri di Alba, ha avuto il secondo figlio nel settembre del 2019 ed ha cercato in tutti i modi di convincere il consolato turco di Milano a registrare il bambino. "Ci siamo presentati anche con l'avvocato - dice - ma sono stati irremovibili. Hanno detto che eravamo stati denunciati in Turchia". Qui, però, complica le cose anche la burocrazia italiana. "Nostro figlio è ancora apolide perché in questura hanno accettato la nostra domanda di asilo solo il 5 marzo scorso - spiega ancora la donna -. Il mio passaporto e quello del nostro bambino più grande sono scaduti, quello di mio marito lo sarà tra poco. Noi abbiamo fatto di tutto per rispettare le procedure ma ci trattano come se avessimo fatto qualcosa di male".
Cigdem, invece, insegnava in una scuola gulenista in Turchia nel 2016. Dopo il golpe le hanno annullato la laurea, i suoi colleghi sono finiti in carcere e lei è riuscita fuggire in Italia: "Per 25 anni ho cercato di aiutare l'umanità istruendo dei ragazzi - dice oggi - ora non possiedo più nulla". Per il professor Paolo Branca, islamista alla Cattolica di Milano, "è spiacevole che sul nostro territorio possano accadere queste cose senza che nessuno ne parli, come è incredibile che venga cancellata una laurea, neanche Hitler l'ha mai fatto". All'ambasciata turca a Roma si limitano a ricordare che "le procedure di registrazione all'anagrafe dei figli dei nostri cittadini vengono eseguite senza alcuna restrizione" a meno che i documenti siano incompleti. Allora ci vuole tempo. Ma non è questo il caso.
di Daniela Preziosi
Il Domani, 10 giugno 2021
In commissione giustizia la sfilata delle argomentazioni fantasiose contro la legge: c'è anche chi spiega che "lo stile di vita lgbt è incompatibile con lo sviluppo sostenibile". Pd e M5S torneranno alla carica. O una data certa, o subito in aula. Dove si rischia lo scapicollo. "Le audizioni hanno mostrato che non ci sono spazi di mediazione. Se non ci sono le condizioni per andare avanti in commissione dovremo passare al voto dell'aula, dove ciascuno si assumerà le proprie responsabilità".
Franco Mirabelli è il capogruppo Pd in commissione giustizia, è conosciuto per essere un uomo paziente e un gran mediatore. Ma ormai anche lui si è convinto non c'è modo di velocizzare l'andamento lento innescato dal presidente leghista Andrea Ostellari sulla legge contro l'omotransfobia. Le audizioni, con in ritmo di un appuntamento a settimana, sono state architettate come una sfilata di no al testo. Con le motivazioni più fantasiose.
E a prescindere dal testo. Martedì scorso c'è stato chi ha sostenuto che "lo stile di vita Lgbt è incompatibile con lo sviluppo sostenibile", chi ha lamentato che ci sono troppi gay nei programmi tv, chi ha - in quella sede - proposto sacre alleanze "delle culture sul concetto di sanità mentale, per fare clamorose iniziative comuni" e spingere il paese "in una direzione sana sul terreno dell'affettività".
Ma ormai siamo alla battaglia finale. Il problema non è il circo Barnum delle audizioni. Nel frattempo il renziano Davide Faraone ha proposto un tavolo per trovare una mediazione con le destre e modificare il ddl. La ministra della Famiglia Elena Bonetti, che alla Camera era grande sponsor della legge, stavolta si è messa nella scia. Il messaggio "in chiaro" agli alleati dell'ex maggioranza giallorossa sembra di buon senso: meglio cambiare il testo che affossarlo. Ma è altrettanto chiaro che gli spazi di mediazione sono finti: Lega e FI solo di recente hanno presentato una proposta di legge antiomofobia (prima firmataria la senatrice Licia Ronzulli), fino a poche settimane fa sostenevano la loro posizione storica: non c'è bisogno di una legge. Posizione che riecheggia ancora nelle audizioni.
Dentro Italia viva fioriscono dubbi. Nella riunione di deputati e senatori l'ex ministra Maria Elena Boschi avrebbe avanzato perplessità sulla proposta del tavolo. Ieri Ivan Scalfarotto, sottosegretario all'Interno e attivista dei diritti, ha ammesso sul manifesto che il tavolo non serve a nulla: "È un grave errore trattare con la destra sul ddl Zan. Lega e FdI vogliono solo affossarla". Scalfarotto se la prende con la senatrice Monica Cirinnà che per prima ha detto quello che ormai sanno tutti: Iv ha cambiato posizione.
Eppure alla legge ha lavorato la responsabile giustizia Lucia Annibali. E la discriminante contro "l'abilismo" - l'incitazione all'odio contro le persone con disabilità - porta la firma di un'altra autorevole renziana, Lisa Noja. Scalfarotto nega ogni illazione: "I voti di Iv fin qui sono stati determinanti e ci saranno". Ma il gesto "di buona volontà di Faraone non porterà ad alcun risultato. La destra vuole solo perdere tempo. Su temi come questo, le unioni civili, l'aborto, la spaccatura è insanabile: o stai da una parte o dall'altra".
E però al Senato circola un'altra versione. Matteo Renzi - e Iv che però non è compatta, abbiamo visto - non vuole concedere a Enrico Letta quella che sarebbe un'indubbia vittoria politica: il sì a una legge per la quale si è speso molto, l'unica possibile delle sue campagne identitarie. Ancora di più Renzi vuole polverizzare lo schema dell'alleanza giallorossa, da cui il suo partito ormai si smarca sistematicamente. La battagli contro l'omofobia finirebbe dunque impallinata da esigenze tutte politiche. "Dialoghiamo? Ma certo", non si oppone Monica Cirinnà, madre delle unioni civili e madrina delle battaglie arcobaleno. Ma a queste condizioni: "Per noi ci sono tre punti irrinunciabili: l'identità di genere tra le aggravanti, perché non si possono lasciare i più fragili senza protezione dall'odio; il coinvolgimento delle scuole nell'educazione contro le discriminazioni e la previsione di punire l'istigazione ai crimini d'odio con parole che ledono la dignità dei cittadini. Italia viva pensa che si possa trattare su questo? Strano: ricordo che la definizione "identità di genere" è stata inserita nella legge proprio grazie alla ministra Bonetti, con cui l'articolo uno è stato concordato parola per parola".
Oggi si riunirà di nuovo la commissione giustizia. Pd e M5s chiederanno a Ostellari di stabilire tempi certi per la fine delle audizioni e per il passaggio del testo in aula. Richiesta finale. Altrimenti la battaglia approderà alla capigruppo. E si apriranno ufficialmente le ostilità con tutti i mezzi offerti dai regolamenti parlamentari. Con il rischio però dello scapicollo finale: in aula la legge dovrà affrontare una serie di emendamenti a voto segreto.
Segreto fino a un certo punto, in realtà. In teoria i numeri per respingere gli assalti ci sono: ma a condizione che tutta l'ex maggioranza giallorossa resti compatta. Alessandro Zan, primo firmatario del testo, cerca di abbassare i toni. Non vuole credere che Renzi arrivi fino a rompere il fronte comune: "Piuttosto pensiamo a parlare con tutti i senatori, uno per uno, anche dell'opposizione. Lavorerò per questo fino all'ultimo minuto".
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 10 giugno 2021
Alla WTO il fronte per la sospensione dei brevetti sui vaccini è così ampio che anche Bruxelles ha dovuto acconsentire ad avviare i negoziati su un testo. Ma ha congegnato una trappola: bisognerà negoziare anche la proposta Ue, che "dettaglieremo meglio". Alla World Trade Organization il numero e il peso dei paesi che sostengono la sospensione dei brevetti sui vaccini è ormai così ampio che pure gli ostinati contrari hanno dovuto cedere. Il presidente del consiglio Trips della Wto, riunitosi per discutere del tema negli scorsi due giorni, ha preso atto del passo in avanti: "Anche se persistono punti di vista divergenti - ha detto Dagfinn Sorli - non ho sentito nessun paese obiettare al fatto che la discussione deve passare a un livello più avanzato". Significa che adesso non ci si limita a scambiare punti di vista. Ora si negozia su un testo. Anzi, su due. Ed è questa la trappola preparata dall'Unione europea, che da quando a ottobre 2020 India e Sudafrica hanno chiesto di sospendere alcune tutele su proprietà intellettuale e segreti industriali, ha sempre difeso la posizione di Big Pharma. Ora che tutti, compresi Stati Uniti e Cina, sono disposti a negoziare sulla proposta rivista di India e Sudafrica, anche Bruxelles ieri si è arresa all'isolamento internazionale. Si entra nel vivo dei negoziati. Ma la Commissione europea ha in serbo una strategia per boicottarli. Nel frattempo all'europarlamento passa - per un voto - un emendamento che chiede all'Ue di negoziare per la deroga.
Il sabotaggio dell'Ue - L'Ue è arrivata al consiglio Trips ormai isolata. I paesi a basso reddito, dove solo lo 0,1 per cento ha ricevuto le due dosi di vaccino, sono arrivati a Ginevra invece galvanizzati. Con Pechino e Washington pronte a valutare il "Trips waiver", la deroga, il sud globale si è preso la sua rivincita. Su 48 delegazioni, ben 30 hanno voluto prendere la parola. "Qualcosa di inedito, di solito succede solo alle ministeriali" dice Monica Di Sisto di Fairwatch, che da decenni monitora quel che succede alla Wto. Il vero game changer è stata l'apertura di Washington. "Prima di Biden eravamo abituati a vedere gli Stati Uniti piantare gli stivali sul tavolo e bloccare i negoziati. Nel 1999 ho visto saltare Seattle per le loro forzature sul dossier agricolo. Adesso sta succedendo il contrario: la Casa Bianca, sbloccando il waiver, ha riorientato il suo approccio alla Wto: costruisce alleanze".
È Bruxelles ora a piantare "gli stivali sul tavolo". In che modo? Non potendo più frenare i negoziati sulla proposta India-Sudafrica, alla quale si oppone ormai in compagnia solo di Regno Unito, Svizzera e Corea, l'Ue impone però di negoziare anche sulla sua proposta. Presentata il 4 giugno, difende la proprietà intellettuale, chiede meno ostacoli all'export e partnership volontarie con le aziende; contempla le licenze obbligatorie, che sono già possibili oggi e che portano i singoli paesi a confrontarsi con Big Pharma.
Gli scenari e il piano Biden - I negoziati entrano nel vivo il 17 giugno, Dagfinn Sorli deve presentare lo stato dell'arte davanti al consiglio generale del 21 e 22 luglio. La proposta Ue è un intralcio alla messa a segno della deroga, tantopiù che ora Bruxelles dice che vuole "dettagliarla". Gli scenari possibili sono almeno tre. Il sud globale, visto il sostegno massiccio alla proposta di deroga, può ottenerla, magari circostanziandone meglio ambiti e durata. Ma può anche succedere, considerando che la Wto si muove per consenso unanime, che l'Ue riesca effettivamente ad affossare il waiver, tra veti e dilazioni. Il terzo scenario, plausibile, è che si arrivi a una mediazione. Quanto sarà ambiziosa dipende molto dalla tenuta di Washington.
E a giudicare dalle parole espresse nelle ultime ore, pare che gli Stati Uniti non siano impermeabili alla posizione europea. Al consiglio Trips, gli Stati Uniti hanno detto che l'attuale versione della proposta di India e Sudafrica "non è cambiata a sufficienza", hanno invitato al "compromesso" e sperano che "altre proposte e idee arrivino sul tavolo". Dicono pure che bisogna "focalizzarsi sui punti che possono avere un consenso generale più rapido" e ringraziano l'Ue per la sua proposta. Joe Biden si è appena imbarcato su un aereo diretto verso l'Europa e ha detto: "Annuncerò un piano per le vaccinazioni globali". È anche una traccia per un compromesso.
Per un voto - Oggi gli eurodeputati hanno votato su una risoluzione congiunta che - per spinta di popolari, conservatori e liberali - è arrivata in aula senza riferimenti alla deroga. Sinistra, Verdi e socialdemocratici hanno provato a reintrodurla tramite una pioggia di emendamenti, che hanno sostenuto reciprocamente. Per un solo voto, è stato approvato l'emendamento 9 dei Verdi, che chiede un sostegno attivo ai negoziati per una deroga Trips (cioè il waiver).
Così come c'era chi anche in altri gruppi era pronto a sostenere un emendamento socialdemocratico, quello verde passato per un voto ha incassato l'appoggio di alcuni battitori liberi, tra cui i polacchi di Pis. Una volta approvato l'emendamento green, è integrato nella risoluzione congiunta. Dalla quale a questo punto i popolari si sfilano. Domattina sapremo gli esiti del voto, la risoluzione è appena a un pugno di voti.
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