di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 1 maggio 2021
Agro Pontino, a un'ora da Roma si cercano alcune centinaia di sikh, appartenenti a una comunità di circa trentamila indiani ormai stanziali, quali possibili vettori umani del virus mutato. Il Covid-19 è una lente d'ingrandimento puntata su guasti da cui tendiamo a distrarci: un monito che può perfino migliorare la nostra comunità, a saperlo intendere. La nuova ondata di paura, che monta adesso con la variante indiana e le sue incognite, sale ad esempio da un allarme in apparenza abbastanza localizzato ma del quale potrebbe essere utile cogliere il senso generale, la lezione che sembra impartire a tutti coloro che si voltano dall'altra parte di fronte alle iniquità: come, in fondo, capita talvolta a ciascuno di noi. Nell'Agro Pontino, a un'ora di macchina da Roma, medici e protezione civile tentano di rintracciare alcune centinaia di sikh, appartenenti a una comunità di circa trentamila indiani ormai stanziali in quelle zone, quali possibili vettori umani del virus mutato.
Chi sono costoro e perché si trovano qui? Sono i lavoratori dei campi, quei miti omini barbuti dal turbante arancione che i vacanzieri di Sabaudia o del Circeo possono intravedere talvolta di scorcio, sudati e chini sulle zolle, passando in macchina accanto a un campo di pomodori o di zucchine nel tragitto verso la spiaggia delle famose dune care a Moravia e Pasolini. Sono, e sono stati, anche la fortuna della filiera agricola della provincia di Latina, perché costano nemmeno un terzo dei braccianti italiani, accampano zero diritti, si lasciano sfruttare assai facilmente.
Almeno cinquemila di loro sono irregolari, per via di permessi scaduti o mai neppure ottenuti. Tutti hanno sgobbato per anni in silenzio, chiamando "padrone" il signorotto italiano del campo, spesso imbottiti di anfetamine dai suoi sgherri per rendere al di là dell'umana resistenza: in tredici negli ultimi tre anni, non resistendo più, si sono suicidati. Se le parole hanno un senso, i sikh dell'Agro Pontino sono in buona parte schiavi, anche se non più invisibili come prima: perché da tempo un coraggioso sociologo del posto, Marco Omizzolo, li ha studiati, ha riempito denunce e dossier contro i caporali, e ha infine organizzato il loro primo sciopero, ricevendone in cambio un titolo di Cavaliere al merito dal presidente Mattarella e minacce di ritorsione dal sistema agromafioso (che, nota Eurispes, sviluppa su base nazionale un business da 25 miliardi di euro l'anno e governa a tutt'oggi la grama esistenza di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici nelle campagne italiane).
Questo sistema, del quale - ricordiamolo - si avvantaggia parte della filiera agricola anche legale, si regge su irregolarità e oscurità: proprio gli spettri che, in tempi di Covid-19, si rivolgono adesso contro di noi. Perché gli schiavi e gli invisibili sono restii a farsi ritracciare per definizione, temendo che un ricovero significhi perdere la misera paga giornaliera se non addirittura il rimpatrio forzato, e dunque sappiamo che circa sessanta o settanta braccianti stanno male ma vanno ugualmente a lavorare, che quasi trecento potrebbero essere positivi ai tamponi: la speranza, dal nostro angusto punto di vista, è che portino addosso solo il Covid "tradizionale", addomesticabile dai vaccini, e non quello ancora sconosciuto e mutato in India, da dove alcuni sono arrivati nelle ultime settimane, prima che alzassimo le barricate sanitarie.
L'infamia di questo ragionamento contiene una morale facilmente intuibile: la moderna schiavitù è una peste che infetta non solo chi la subisce ma anche chi la pratica. Perché non è difficile capire che gli schiavi delle campagne laziali potrebbero generare un cluster. Ne basterebbe anche solo il timore per provocare conseguenze gravi sul turismo del litorale e del Lazio, tali da assestare il colpo di grazia ad albergatori, ristoratori, balneari. La scelta di limitare, per ora, la zona rossa a Bella Farnia, la frazione di Sabaudia dove i sikh vivono in condizioni assai precarie, rientra appunto nell'ottica di limitare il danno.
Ma la questione bracciantile ha una ricaduta generale ancora più larga. È di un mese fa, su queste colonne, la constatazione che la sanatoria voluta nel 2020 dall'allora ministra Teresa Bellanova, a fronte di un'emergenza provocata dall'incrocio sul nostro territorio tra 600 mila stranieri irregolari e la pandemia, si è tradotta in un fallimento per mancanza di univoca volontà politica e per le strutturali lentezze della nostra macchina burocratica. Rivolta soprattutto ai lavoratori dei campi, è stata colta quasi solo da colf e badanti, e con esiti assai scarsi. "Oltre 207 mila persone si sono fidate dello Stato", scriveva proprio sul Corriere la Bellanova. Vero e confortante. Ma al 9 marzo, stando a un'interrogazione parlamentare del deputato Riccardo Magi, il numero delle domande finalizzate a sei mesi dalla chiusura dei termini era inferiore all'1% di quelle presentate. Un flop, salutato dalla destra come una vittoria del fronte anti-immigrazione. A raccontarci quanto sia miope questa posizione non c'è solo l'Agro Pontino, ci sono le cento baraccopoli, con altrettante etnie di migranti, sparse da Nord a Sud, ovunque la filiera agroalimentare abbia bisogno di braccia a buon mercato: potenziali focolai, un tempo di tensioni fra ultimi e penultimi, adesso anche di contagio.
Posto che gli irregolari esistono (e nemmeno un ministro molto di destra è riuscito a diminuirne il numero, anzi), prendersela con chi vuole regolarizzarli è come mordere il dito che indica la luna. Il Covid-19, nel suo infinito orrore, ha il merito di avere strappato un velo. L'umanità dolente, che prima sfruttavamo senza darcene pena, adesso ci sgomenta: perché non censita, perché non vaccinata, perché altro da noi. Joban Singh, l'ultimo sikh suicida, aveva implorato i padroni di regolarizzarlo: loro gli avevano chiesto in cambio diecimila euro, consegnandolo ai suoi demoni e alla nostra indifferenza. Un Paese che promette di rinascere dalla pandemia più giusto e più equo non può distogliere ancora lo sguardo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 maggio 2021
La denuncia delle associazioni dopo l'approvazione delle riforme al "Decreto sicurezza". Lo scorso dicembre il Senato ha definitivamente approvato il decreto legge 130, convertito in legge n. 173/ 2020. Parliamo di una parziale modifica dei cosiddetti "decreti sicurezza" voluti dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, "ma - denunciano le associazioni - le modifiche per essere tali devono ripercuotersi sulla realtà e trovare effettiva applicazione, altrimenti restano carta morta".
E' per questo motivo che il Forum Cambiare l'Ordine delle cose insieme a GREI250, Refugees Welcome Italia, Fondazione Migrantes, Rete EuropAsilo, e alle decine di associazioni che fanno parte del Forum e che si muovono operativamente sul territorio nazionale hanno realizzato un monitoraggio in 16 città italiane (Reggio Calabria, Lecce, Brindisi, Bari, Foggia, Termoli, Napoli, Caserta, Roma, Firenze, Bologna, Ancona, Parma, Trieste, Bolzano) per capire cosa stesse succedendo dopo l'approvazione del DL 130, con il timore che una legge rimanesse solo carta.
"Abbiamo verificato le prassi degli uffici immigrazione delle Questure locali e delle Commissione territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, concentrandoci in particolare sull'accesso alla protezione speciale prevista dal DL130. Il risultato - denunciano le associazioni del forum - è allarmante: centinaia di persone che avevano già subito le conseguenze dei decreti sicurezza continuano a essere intrappolati in un pericoloso limbo giuridico e di irregolarità".
Il coordinamento di associazioni ha inoltre registrato che le richieste di protezione speciale sono bloccate, come i casi pendenti e i rinnovi dei permessi di soggiorno. "Il motivo di questo stop al cambiamento - sottolineano con forza -, è da rintracciare nell'assenza di indicazioni pratiche da parte dell'amministrazione centrale: una mancanza che lascia spazio a prassi illegittime da parte delle Questure e delle Commissioni territoriali. Istanze non ricevute, o ricevute ma non prese in esame; documentazioni integrative che non vengono prese in considerazione, nonostante così sancisca la legge 173/ 2020; richiesta, da parte delle Questure, di requisiti previsti dai ' decreti sicurezza' ma eliminati dalla legge attuale, sono solo alcune delle prassi che mantengono migliaia di persone in un limbo burocratico e giuridico".
Il DL130, sempre secondo le associazioni del Forum Cambiare l'Ordine delle cose, invece, potrebbe sanare una situazione che aveva escluso e marginalizzato migliaia di cittadini stranieri, persone che si trovano in una situazione di precarietà giuridica o che non sono riusciti a rientrare nei requisiti della cosiddetta sanatoria. Di fronte a questa situazione le organizzazioni hanno scritto una lettera aperta al Ministro Lamorgese, ai sottosegretari agli Interni, ai capo dipartimenti della Pubblica sicurezza, per le Libertà Civili e l'immigrazione e al presidente della Commissione Nazionale Asilo. Ma finora non hanno ricevuto alcuna risposta.
"Dopo aver constatato la disapplicazione della legge, vogliamo informare e formare i/ le migranti - le prime persone colpite da questa situazione - così come chiunque voglia capire meglio la normativa, anche per contrastare le prassi illegittime. Sosterremo concretamente operatori e operatrici, che invitiamo a rivolgersi a noi per un sostegno nella presentazione delle istanze. Vogliamo essere spazio di aggiornamento sulla situazione, di denuncia per chi vuole segnalare criticità e problematiche sul proprio territorio, e di sintesi di quanto osservato sul campo, attraverso la diffusione di un report di analisi delle criticità". "Chiediamo - concludono le organizzazioni - alle realtà impegnate sul campo di aderire alla campagna: è importante che chi ogni giorno è impegnato sui territori svolga un lavoro di monitoraggio del reale affinché si applichi, finalmente, la legge".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 maggio 2021
Sono passati cinque anni da quanto la Corte Europea di Strasburgo ha condannato l'Italia per la detenzione arbitraria di cittadini stranieri nel Centro di soccorso e prima accoglienza, ma non è ancora garantito l'effettivo rispetto dei diritti negli hotspot. Per questo motivo, il Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa, in seguito alle criticità e violazioni segnalate da Asgi, A Buon Diritto Onlus e Cild, ha deciso sottoporre a esame il nostro Paese nel mese di dicembre 2021.
Come ricorda l'associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione (Asgi), nel 2016 la Cedu aveva condannato l'Italia nel caso Khlaifia c. Italia per la detenzione arbitraria di cittadini stranieri nel Centro di soccorso e prima accoglienza (Cspa) di Contrada Imbriacola a Lampedusa e a bordo delle navi Vincent e Audacia e per l'assenza di mezzi di ricorso effettivo contro tale trattenimento e le sue condizioni. Lo Stato italiano, dal 2016 ad oggi, non ha ancora introdotto disposizioni volte a colmare i vuoti legislativi continuando a implementare prassi illegittime funzionali a politiche di contenimento e selezione dei flussi migratori che comportano una gravissima violazione dei diritti dei cittadini stranieri in ingresso sul territorio in una condizione di sostanziale invisibilità. Nel mese di gennaio 2021, Asgi, A Buon Diritto Onlus e Cild sono nuovamente intervenute nel procedimento di supervisione, sottoponendo due comunicazioni al Comitato dei ministri del Consiglio d'Europa in cui vengono dettagliate le criticità e le violazioni che malgrado la sentenza della Cedu ancora permangono e caratterizzano gli hotspot in Italia.
Per quanto riguarda l'assenza di un rimedio efficace per contestare le condizioni di detenzione, le possibilità prospettata dal governo di fare reclamo in un procedimento d'urgenza e di chiedere un risarcimento economico sono state messe in discussione dalla società civile. Di conseguenza il Comitato, in linea con quanto osservato dalle associazioni, ha richiesto alle autorità italiane di fornire decisioni giudiziarie in grado di dimostrarne l'efficacia, specificando che in mancanza di tale prova vi è la necessità improrogabile di adottare misure che garantiscano rimedi giurisdizionali per contestare le condizioni di detenzione.
Relativamente alle gravi violazioni connesse all'arbitrarietà della detenzione, laddove le associazioni hanno specificato come gli hotspot continuano ad essere luoghi dove il trattenimento viene attuato in maniera informale, senza alcuna base giuridica e garanzia giurisdizionale, il Comitato non si è espresso su tale profilo riservandosi di analizzare l'attuale quadro legislativo delineato nella memoria del governo.
Le associazioni sono già intervenute in precedenza nel procedimento di supervisione dell'esecuzione della sentenza Khlaifia, avvalendosi anche dell'aiuto dell'European Implementation Network (Ein). Il Governo italiano dovrà fornire al Comitato dei Ministri una risposta alle specifiche violazioni riscontrate entro il prossimo 15 settembre. Per questi motivi, Asgi, A Buon Diritto Onlus e Cild insistono affinché non venga chiusa la procedura di supervisione e si continui a monitorare, anche da parte della società civile, lo stato di attuazione della sentenza Khlaifia.
di Be Free
Il Manifesto, 1 maggio 2021
Il d.d.l. Zan, approvato alla Camera il 4 novembre del 2020, ha una forte potenzialità trasformativa, capace di contribuire alla evoluzione di un diritto penale contemporaneo concretamente antidiscriminatorio. Il disegno di legge, tuttavia, continua ad incontrare le critiche e le opposizioni di alcuni/e ed a dividere anche chi da sempre è insieme nelle lotte per i diritti civili; questo breve contributo vuole dimostrare che tali critiche sono superabili.
È opportuno premettere che obiettivo della proposta di legge è quello di contrastare ogni forma di violenza e di discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere - nella dimensione relazionale ed affettiva di tali espressioni - nonché su specifiche condizioni di vita, quali sono quelle delle persone con disabilità, tramite un intervento legislativo di triplice natura: inclusiva perché riconosce tutte le dimensioni dell'identità, estendendone le tutele normative già esistenti per i soggetti vulnerabili; repressiva, mediante l'integrazione degli articoli 604 bis e 604 ter (che disciplinano crimini d'odio basati sulla razza, l'origine etnica, la nazionalità e la religione), estendendo la relativa tutela a diverse condizioni, proprie di un individuo e della sua identità, più esposte al rischio di subire atti di aggressione e di odio; propulsiva laddove il d.d.l. prevede alcune misure che mirano a promuovere socialmente l'eguaglianza e ad offrire supporto alle vittime del reato.
Ciò posto, una delle più diffuse fra le critiche mosse contro il d.d.l. è l'inserimento del genere femminile fra le minoranze da tutelare, poiché le donne costituiscono la metà della popolazione mondiale. È evidente, tuttavia, come il concetto di "minoranza" non sia qui da intendersi in senso numerico, bensì concettuale, a fronte delle discriminazioni e violenze che le donne - a tutt'oggi - continuano a sperimentare in ambito privato, pubblico, istituzionale; è proprio a fronte della diffusione del fenomeno e della sua sistematicità, culturalmente radicata, che il genere femminile intero è stato pertanto preso in considerazione dal progetto legislativo. Il termine minoranza, inoltre, non deve far pensare ad una condizione di minorità, intesa come "debolezza" o "fragilità", bensì allo svantaggio sociale di partenza che costituisce un dato di fatto, anche statistico, per tutte le categorie indicate, donne comprese, svantaggio che il d.d.l. si propone di contribuire a rimuovere.
Altra critica si è focalizzata su una presunta incompatibilità del d.d.l. con gli artt. 21 Cost. E 10 CEDU, ossia con il principio della libertà di manifestazione del pensiero: al riguardo si osserva che è stata prevista una clausola c.d. "salva - idee" all'art. 4, che in linea con la giurisprudenza costituzionale e convenzionale fa salva la libera espressione, le convinzioni personali, le opinioni e le condotte legittime riconducibili alla libertà delle scelte.
Il d.d.l. Zan, dunque, prende atto dell'inadeguatezza degli strumenti giuridici preesistenti a tutelare anche quelle discriminazioni e quei crimini d'odio che - in particolar modo in Italia - colpiscono donne cisgender e transgender, altre soggettività LGBTQI+ e persone con disabilità nella propria imprescindibile libertà di autodeterminazione, garantendo loro il diritto ad esistere come gli altri, in un'ottica di universalità.
Peraltro, il testo dell'art. 604 bis, salvo che il fatto costituisca più grave reato, punisce chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione fondati sui motivi di cui all'art. medesimo, ed ancora chi propaganda idee fondate sulla superiorità e sull'odio nei medesimi casi, e ancora chi istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza. Ciò posto, il d.d.l. Zan non inserisce nella norma la punizione per chi propaganda idee, ma solo per chi istiga alla violenza o la commette.
Non si comprende quindi come possa contrastare con un'idea pluralista di democrazia un progetto di legge che si rivolge alla tutela di dimensioni identitarie, affettive, relazionali, afferenti alla libertà di autodeterminazione degli individui, mettendone in risalto il bene giuridico da proteggere - piuttosto che concentrandosi sulla circoscrizione delle singole condotte da reprimere.
Ancora, si sostiene che il d.d.l. Zan contrasti con l'art. 25 Cost., che prevede il principio di determinatezza della legge penale. A ciò si replica che le definizioni contenute nell'art. 1 del testo, peraltro limitate, non solo fanno ormai ampiamente parte del linguaggio comune ed hanno acquistato col tempo una riconoscibilità sociale, ma la stessa Corte Costituzionale, oltre alla normativa e giurisprudenza sovranazionale, ha avuto più volte modo di riconoscere e sottolineare il fondamento di tali espressioni (cfr. a titolo esemplificativo C. Cost. sent. 138/2010, C. Cost. sent. 221/2015, C. Cost sent. 221/2019, C. Cost. sent. n. 230/2020).
Ulteriori obiezioni si sono poi focalizzate sull'opportunità di configurare i moventi d'odio come aggravanti, senza introdurre fattispecie autonome di reato. Si deve tuttavia osservare come la configurazione di reati autonomi anziché di aggravanti abbia, fra le altre, la funzione di modificare ed indirizzare la cultura dei Magistrati stessi, così come avvenuto in materia di violenza di genere che col tempo è quasi andata a costituire una "parte speciale" nel Codice Penale ed ha consentito di contrastare stereotipi e pregiudizi di genere ancora purtroppo esistenti nelle aule giudiziarie.
La previsione di semplici aggravanti non sembra idonea a sollecitare quel cambiamento giuridico-culturale che il d.d.l. Zan si propone di ottenere. Inoltre, si rileva come la contestazione di una aggravante debba passare prima dalla valutazione, non scevra da un certo grado di discrezionalità, del Pubblico Ministero nella formulazione del capo di imputazione, rientrando tra gli elementi contenuti nella richiesta di rinvio a giudizio proprio "l'enunciazione in forma chiara e precisa del fatto-reato e delle circostanze aggravanti", in linea con le disposizioni del nostro Codice di Procedura Penale e dell'art. 6 lettera a) CEDU, per il quale ogni accusato ha diritto ad essere informato della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico.
Tale esigenza, nel caso di circostanze aggravanti le cui fattispecie si esauriscono in comportamenti materiali, non presenta grossi problemi; ma nel caso di aggravanti come quelle per i crimini d'odio, nelle quali - in luogo dei fatti materiali o in aggiunta agli stessi - la previsione normativa include componenti valutative, occorre che il risultato di questa valutazione sia esplicitato nell'imputazione medesima, altrimenti la contestazione risulterebbe priva della compiuta indicazione degli elementi costitutivi della fattispecie circostanziale.
Tale discrezionalità, aggiunta a quella dell'organo giudicante nell'interpretare il fatto in ottica antidiscriminatoria, demandata anche qui alla sensibilità del singolo giudice, spiega perché ad oggi, i casi di discriminazione raramente sono presenti nelle aule giudiziarie. Basti citare i dati dell'OSCAD (Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori - http://hatecrime.osce.org/italy) per rendersi conto del deserto giudiziario esistente, dato dalla esiguità dei casi denunciati e di quelli sentenziati (In Italia, nel 2018, su 1111 casi tra denunciati e segnalati, solo 613 sono stati perseguiti e dui questi 46 sentenziati).
Dai dati raccolti, combinando le segnalazioni OSCAD e i dati ufficiali contenuti nel "Sistema di Indagine - SDI", differenziando quindi le due tipologie di dati: quelli SDI - estratti dal CED interforze - che riguardano reati con finalità discriminatorie che hanno "copertura normativa" e le solo segnalazioni OSCAD che comprendono invece ambiti discriminatori privi di specifica copertura normativa, emergono: la lacuna normativa esistente, l'enorme sommerso, la scarsa sensibilità da parte della società civile e la poca formazione sui crimini d'odio da parte di tutti quei soggetti, potenzialmente destinatari di questi fatti (Forze dell'Ordine, presidi sanitari, ecc.).
Di fatto, i crimini d'odio non vengono né denunciati (fenomeno del c.d. under-recording) per motivazioni quali: il non aver consapevolezza che l'aggressione subita sia motivata dal pregiudizio, la scarsa fiducia nelle Forze dell'Ordine, la paura di compromettere la propria privacy, il timore di subire ritorsioni; né vengono riconosciuti (fenomeno del c.d. under-reporting: scarsa sensibilità, mancanza di formazione, pregiudizi). A questo si aggiunge la necessità di prevenire al massimo il rischio di escalation delle condotte che trova fondamento dalla degenerazione di comportamenti discriminatori minori, considerati erroneamente inoffensivi, che gradualmente degenerano in reati.
E' dunque quanto mai urgente, come già si è sta facendo da anni per contrastare il fenomeno della violenza contro le donne, intervenire su tutte le diverse declinazioni dei crimini d'odio. Tutte le critiche mosse nei confronti del d.d.l. Zan dovrebbero cadere di fronte al principale punto di forza di questa legge: l'effetto propulsivo nei confronti di un cambiamento sociale non più prorogabile.
Queste norme non mirano a creare alcuna corsia preferenziale o categoria privilegiata, il che costituirebbe tra l'altro un'ulteriore ghettizzazione, ma ad assicurare pieno riconoscimento giuridico a condizioni di vita e di esperienza che paiono ad oggi particolarmente meritevoli di protezione, con un approccio concretamente antidiscriminatorio, nel pieno rispetto degli art. 2 e 3 della Costituzione.
Il d.d.l. Zan costituisce un passaggio fondamentale verso il riconoscimento della matrice comune di tutte queste forme di discriminazione: una società patriarcale, dominata dalla cultura del potere maschile, realtà profondamente ineguale ed etero-normata che il femminismo da sempre combatte e che ad oggi dovrebbe costituire motivo di alleanza e non di scontro.
di Linda Laura Sabbadini
La Repubblica, 1 maggio 2021
Il governo dovrà assicurarsi che le risorse del Recovery favoriscano le categorie più fragili, che sono state anche quelle più colpite dalla pandemia.
Primo Maggio del lavoro, che non c'è. Del lavoro perduto. Un Primo Maggio triste. Per molti doloroso. Il lavoro è dignità della persona, è un pezzo della nostra identità, di noi stessi. Indipendentemente dal tipo di attività che ciascuno di noi svolge. È la bellezza del dare un contributo alla comunità di cui si fa parte e di migliorarsi. L'Italia ha indici di soddisfazione alti del lavoro. Indipendentemente dalle mansioni svolte. E questa è una bella cosa. È l'Italia operosa, creativa, innovativa, che abbiamo sempre conosciuto ma che ora, in molte sue parti, soffre, non vede futuro. D'altro canto c'è il lavoro più garantito e quello meno, o per nulla. Esistono anche lo sfruttamento e la schiavitù.
E i momenti più critici sono proprio quelli che stiamo attraversando. Quanto più la situazione economica è difficile, tanto più il rischio di sfruttamento cresce. Perchè molti cittadini, soprattutto i più vulnerabili e fragili, sono maggiormente esposti al ricatto di non avere di che sfamarsi o mantenere la famiglia. Mai come ora è fondamentale che il governo vigili sulle forme di sfruttamento che assumono tipologie tra le più varie e nuove e spesso fin troppo visibili.
Ma quale è il lavoro perduto? I dati sono stati diffusi ieri dall'Istat sul mese di marzo 2021. Quasi 900 mila occupati in meno rispetto a febbraio 2020, prima dell'inizio della pandemia. Nonostante il blocco dei licenziamenti. Nonostante la cassa integrazione. Il lavoro perduto è soprattutto femminile (-4,5% contro -3,4%), donne giovani che vivono con i genitori o con il partner, senza o con figli. E ciò perchè il settore dei servizi è stato più colpito dagli effetti della pandemia, e in particolare i servizi alle famiglie, turismo, ristorazione dove le donne sono più presenti, per di più con contratti più precari e spesso lavori irregolari.
Il lavoro perduto è quello dei dipendenti a tempo determinato (-9,4%) e dei lavoratori indipendenti (-6,6%) che hanno raggiunto il minimo, 345 mila in meno, per un totale di 4 milioni 893 mila autonomi. Il lavoro perduto è soprattutto giovanile. E qui la questione è seria. Tra i 25 e i 34 anni il tasso di occupazione è arrivato al 60,3%, 10 punti sotto marzo 2008, e cioè prima della precedente crisi. Il 40% dei giovani che dovrebbero cominciare a costruirsi una vita indipendente non ha lavoro. Come e quando riusciranno a costruire percorsi di autonomia?
Il lavoro perduto è il lavoro dei migranti, sempre più invisibili, assenti dalla narrazione collettiva. Sono loro ad aver subito le conseguenze peggiori. Molto più degli italiani. E tra loro soprattutto le donne. Perché le donne con cittadinanza straniera lavorano soprattutto nei servizi domestici e nella ristorazione. Al contrario gli uomini sono più impiegati nell'edilizia ed hanno così risentito meno degli effetti della pandemia. Tra le donne sono state le cinesi ad essere tra le più colpite, per lo più lavoratrici indipendenti nella ristorazione, e le filippine inserite soprattutto nei servizi domestici. Il lavoro perduto è il lavoro in tutte le zone del Paese, ma nel Sud la situazione è gravissima.
Stiamo affrontando la prova più dura della nostra vita, la più dura dalla Seconda Guerra Mondiale. Dobbiamo metterci la volontà, l'impegno, la forza, la creatività dei nostri genitori e nonni per uscirne fuori. E ce la faremo. L'Unione Europea ed il nostro Governo stanno mettendo in campo risorse straordinarie che permetteranno la creazione di nuovo lavoro ed una nuova crescita. Ma attenzione, dovranno vigilare perchè la crescita non sia disuguale. E dovranno mettere in campo strumenti per la valutazione di impatto delle politiche per correre ai ripari nel momento in cui si verificheranno le distorsioni. Si sarebbe dovuto fare prima. Lo si faccia al più presto, valutando l'impatto delle misure adottate. Soprattutto di genere, visto che la massa degli investimenti si concentrerà in settori ad alta intensità occupazionale maschile e il nostro Paese è sprofondato nella classifica europea dell'occupazione femminile. E soprattutto si sia immediatamente disponibili a cambiare rotta ai primi segnali negativi. Il Paese se lo aspetta.
*Linda Laura Sabbadini è direttora centrale Istat
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 1 maggio 2021
L'odissea di Nijeer Parks "inchiodato" dal riconoscimento facciale. Centinaia ogni anno gli errori giudiziari, tutti a scapito di neri e latinos. "Non mi somiglia per niente!" aveva detto ai poliziotti che lo stavano arrestando. Ma Nijeer Parks, un afroamericano di 30 anni residente nel New Jersey non sapeva che a "inchiodarlo" non erano stati gli agenti ma un... software di riconoscimento facciale. Una macchina, che lo aveva identificato con l'autore di almeno sette reati: lesioni aggravate, possesso illegale d'armi da fuoco, possesso di droga, falsificazione di documenti d'identità, abbandono della scena del crimine e resistenza all'arresto (avrebbe ferito uno sceriffo con la sua automobile mentre si dava alla fuga).. Il problema è che Parks non aveva fatto nulla, era semplicemente la vittima di un terribile scambio di persona. E con i con i capi d'accusa che pendevano sulla sua testa avrebbe potuto scontare fino a 15 anni di reclusione in un penitenziario del New Jersey.
I fatti risalgono a febbraio di due anni fa quando Parks riceve una telefonata dalla nonna: voleva avvertire che due agenti lo avevano cercato nel suo appartamento e che avrebbe dovuto presentarsi il prima possibile nella stazione di polizia di Woodbridge: "Non avendo niente da nascondere sono andato immediatamente in commissariato per capire cosa volevano, ma pochi minuti dopo che sono entrato mi hanno detto di mettere le mani dietro la schiena e mi hanno ammanettato: ero in stato d'arresto", racconta l'uomo.
Come spiega la Cnn la "prova" regina della sua colpevolezza era la "forte somiglianza" tra Parks e la foto di un ricercato rinvenuta su una patente falsa. A scovarlo la scansione di un software di riconoscimento facciale chiamato FACES (Face Analysis Comparison Examination System) che pesca su una banca dati di oltre trentatré milioni di profili individuali. In dotazione alle forze dell'ordine dal 2001 (la Florida fu il primo Stato ad adottarlo), nel corso degli anni ha conosciuto decine di upgrade e miglioramenti, tanto che per molti investigatori di polizia sarebbe quasi infallibile.
E quando ti affidi a una macchina la tua capacità di giudizio sfuma a poco a poco, obnubilando il buon senso e prevalgono l'inerzia e il pregiudizio. "Com'è possibile - racconta ancora Parks- che ci abbiano confusi? Il sospetto portava degli orecchini mentre io non ho nemmeno i buchi alle orecchie. E com'è possibile che non abbiano controllato il mio alibi?".
In effetti quando il ricercato aveva ferito il poliziotto per darsi alla macchia Parks si trovava a 50 chilometri di distanza in un ufficio della Western Union per spedire del denaro alla sua compagna. A testimoniarlo c'è la ricevuta della transazione e le immagini di videosorveglianza dell'ufficio. Niente da fare, le autorità non hanno voluto controllare convalidando l'arresto". Fortunatamente gli avvocati di Parks si sono mossi con rapidità ed efficacia, smontando il fragile castello accusatorio: dopo 15 giorni di detenzione è stato rimesso in libertà. Il vero ricercato invece non è mai stato identificato. "So che per molti bianchi noi neri siamo tutti uguali, non credevo che anche i computer potessero avere simili pregiudizi", ironizza la madre Patricia Parks.
Nonostante la tecnologia di riconoscimento facciale diventi sempre più accurata, le cronache giudiziarie sono piene di errori clamorosi, in particolare per le persone con la pelle scura, afroamericani e latinos. Un "bug" che pesa come un macigno sull'affidabilità di questo strumento e che sta spingendo i tribunali a utilizzare Faces soltanto per le indagini e non come prova di accusa. Peraltro il software è stato espressamente proibito dalle autorità di San Francisco, Boston, Portland e Oakland.
di Andrea Bonanni
La Repubblica, 1 maggio 2021
Le sanzioni della Russia all'Europa sono la "risposta asimmetrica" annunciata il 21 aprile: Putin ha voluto alzare il tiro. Eccola qua, la "linea rossa" di Vladimir Putin. Ed ecco anche la "risposta asimmetrica" che il presidente russo aveva minacciato nel suo discorso del 21 aprile. E asimmetrica lo è davvero. Perché l'Europa aveva sanzionato poliziotti e giudici direttamente coinvolti nella persecuzione di dissidenti, come Aleksej Navalnyj, o degli omosessuali in Cecenia.
Invece il Cremlino alza decisamente il tiro e colpisce, tra gli altri, nientemeno che il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, che secondo i Trattati è la più alta carica istituzionale della Ue, oltre alla vicepresidente della Commissione, Vera Jurova, responsabile per i valori e la trasparenza. E' come se la Ue avesse sanzionato lo stesso Putin e uno dei nove vicepresidenti del governo russo. Una vera aggressione. Sarà un caso, ma sia Sassoli sia Jurova sono membri del Partico socialista europeo (PSE). E forse un caso non è, visto che ormai, dalla Brexit al Covid, dai Balcani alle elezioni francesi il Cremlino ambisce ad essere un interlocutore fisso del dibattito politico interno alla Ue, dove le sue simpatie (e i suoi soldi) vanno in direzione della destra estrema.
Così, mentre la Russia cerca di inserirsi nella politica interna europea (e americana), l'Europa, pur non avendone i mezzi, cerca di fare politica estera. Lo fa, appunto, in nome dei valori democratici che sono la sua ragione essere. Ed è proprio questo che manda fuori dai gangheri i vecchi e nuovi autocrati. Come spiega il comunicato del ministero degli Esteri russo, la colpa della Ue è quella di "imporre il concetto sbilenco di un ordine mondiale basato sui valori che mina il diritto internazionale". È la stessa rimostranza espressa a marzo dai cinesi, quando hanno risposto alle sanzioni Ue contro quattro ufficiali di Pechino responsabili della repressione contro gli Uiguri sanzionando una decina di personalità europee, tra cui numerosi eurodeputati.
È evidente, a questo punto, che il più grande Parlamento democratico dell'Occidente dà fastidio ai molti despoti che bullizzano il Pianeta con i loro soldati, i loro mercenari e i loro poliziotti, da Putin, a Xi Jinping, al presidente turco Recep Tayyp Erdogan. Ed è ancora più evidente che l'Europa, nelle sue componenti sovrannazionali come il Parlamento e la Commissione, dà molto più fastidio della somma dei suoi Stati e delle loro diplomazie, sempre attente alla Realpolitik dell'interesse immediato. Sono pochi i leader nazionali che, come Mario Draghi con Erdogan che maltratta Ursula von der Leyen, sanno uscire dai binari del diplomaticamente corretto.
Che le istituzioni europee fossero la vera bestia nera di Putin, del resto, era già apparso chiaro dal trattamento offensivo che il Cremlino aveva riservato a febbraio all'Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell, andato a perorare la causa di Navalnyj. È da quello sgarbo, rimasto senza risposta adeguata da parte dell'Europa, che è cominciata l'ultima slavina delle relazioni tra Mosca e Bruxelles.
Adesso, dunque, si pone il problema di una risposta commisurata all'aggressione russa. "Quanto peggio deve andare prima che l'Ue vada oltre le sanzioni simboliche e colpisca gli oligarchi intorno a Putin?", ha scritto ieri il parlamentare belga Guy Verhofstadt, già da tempo sulla lista nera del Cremlino. "Risponderemo con misure appropriate", hanno comunicato i tre presidenti delle istituzioni Ue. All'Unione non mancano gli strumenti per colpire la Russia. Ma, politicamente, la risposta più importante dovrebbe venire da governi e parlamenti nazionali, per dimostrare che chi colpisce le istituzioni dell'Europa colpisce anche i suoi Stati membri e sanare così la frattura che i nemici della democrazia cercano di creare nella costruzione comunitaria. Purtroppo, ieri, le capitali hanno taciuto.
di Giovanni Gugg
focusonafrica.info, 1 maggio 2021
In Burundi è stata avviata la scarcerazione di 5.255 detenuti, secondo il decreto di amnistia firmato dal presidente Evariste Ndayishimiye il 5 marzo scorso. Si tratta del 40% dei circa 13.200 reclusi del Paese, le cui prigioni hanno una capacità complessiva di circa 4.100 posti, dunque al momento sono ampiamente e drammaticamente sovrappopolate. 3.000 persone sono state rilasciate questa settimana, mentre altre 2.000 hanno avuto una riduzione della pena.
Alla presenza del capo di Stato, di alcuni funzionari e diplomatici, nonché di molti giornalisti, lunedì 26 aprile si è tenuta una vera e propria cerimonia nella prigione centrale di Mpimpa, la più grande del Paese, nella città di Bujumbura. In quella sede, le persone liberate sono state 1.400 (più di un terzo del totale), comprese tante donne con bambini o incinte, persone vulnerabili o che soffrono di malattie croniche.
È stata un'occasione sia di riconciliazione, sia di propaganda: i prigionieri sono stati radunati nel cortile, tutti vestiti con la loro uniforme verde, e, in silenzio come ordinato dal direttore dell'istituto penitenziario, hanno ascoltato il discorso del presidente. Ndayishimiye ha sottolineato che il carcere dovrebbe essere un'eccezione e che il suo scopo non è punire, ma riabilitare, anche perché, ha aggiunto, "un carcerato è un peso per il Paese e per la famiglia, perché consuma senza produrre e la famiglia si impoverisce", per cui ha esortato i beneficiari della grazia a non ricadere nel crimine, ma, al contrario, a cercare un lavoro per reintegrarsi nella società.
Oltre a ribadire ulteriori principi dello stato di diritto, invitando gli ufficiali di polizia giudiziaria a registrare tutti i prigionieri al loro arrivo, perché "dobbiamo evitare che una persona passi tre mesi senza essere processata", il presidente ha poi assistito a delle danze organizzate dalle detenute e ha seguito i discorsi delle altre autorità presenti. Come ha osservato Jeanine Nibizi, ministro della giustizia, si tratta della più grande amnistia presidenziale del Burundi, un atto resosi necessario a causa del sovraffollamento delle carceri, specie in questo periodo di pandemia da Covid-19, ma che vuole essere anche un segno di discontinuità con il recente passato. Molti dei graziati, infatti, erano stati arrestati in occasione delle forti proteste del 2015, quando l'allora presidente Nkurunziza si ricandidò per un terzo mandato, vietato dalla Costituzione.
Evariste Ndayishimiye, eletto nel maggio 2020 e appartenente al medesimo partito dell'antesignano, ha emesso il decreto di grazia il 5 marzo 2021. Nel testo, il capo di Stato scrive di essere"convinto della necessità di una eccezionale misura di clemenza per decongestionare le prigioni e per migliorare le condizioni di detenzione". Tra i requisiti previsti dal decreto per poter accedere alla scarcerazione c'è la condanna inferiore ai cinque anni di reclusione, mentre è inammissibile al provvedimento chi ha fatto parte di gruppi armati o ha messo in pericolo la sicurezza nazionale. Altro caso ammesso alla grazia è la corruzione: chi è condannato per tale reato può essere liberato, a patto che rimborsi i fondi e indennizzi le vittime delle frodi.
Presente alla cerimonia di Mbimpa, la stampa burundese ha raccolto molte reazioni tra gli amnistiati: tanti ringraziano il presidente la sua benevolenza, altri lo benedicono, altri ancora esprimono grande emozione per quello che definiscono "un giorno indimenticabile". Una ragazza ha dichiarato: "Ho appena trovato la mia libertà. Incontrerò di nuovo i miei amici. La vita in prigione è stata un vero calvario". Un'altra, tenendo in braccio due figli piccoli, ha detto: "Ero quasi disperata. Mi chiedevo come avrei potuto crescere i miei figli in prigione. E ora sono libera".
Favorevoli anche le reazioni istituzionali, ad esempio dalla Commissione Nazionale Indipendente dei Diritti Umani (Cnidh) e dall'ambasciata statunitense, ospite dell'occasione. Ci sono, tuttavia, alcune inquietudini, come per il caso di Alexis Nsabimana, incarcerato dal gennaio 2016, che, liberato lunedì da Mpimba, non è mai arrivato a casa dalla sua famiglia, per cui si teme che possa essere stato prelevato con la forza e condotto in un luogo ignoto.
Le amnistie in Burundi non sono una novità. Già nel maggio del 2015 Nkurunziza promise una grazia per alcune centinaia di detenuti, al fine di fermare le proteste, come poi annunciò ancora una volta alla fine del 2016. Questa volta, però, le dimensioni del rilascio sono molto più grandi e, soprattutto, sembrano voler marcare una discontinuità che renda Ndayishimiye un presidente con una personalità propria, uscendo dal cono d'ombra del suo predecessore.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 1 maggio 2021
Una corte di Istanbul ha respinto la richiesta di scarcerazione presentata dagli avvocati di Osman Kavala, filantropo, difensore e promotore di diritti umani in carcere da più di tre anni e mezzo, in attesa di giudizio. L'uomo è stato rinviato a giudizio in due diversi processi: nel primo il pubblico ministero ha formulato, il 4 marzo 2019, una richiesta di ergastolo per le proteste di Gezi Park nel 2013, che secondo il pubblico ministero puntavano a rovesciare il governo ed erano, secondo l'accusa, dirette dallo stesso Kavala. Il 18 febbraio 2020 il filantropo era stato assolto ma poche ore dopo il procuratore di Istanbul aveva chiesto la continuazione della sua detenzione con l'accusa di spionaggio.
Il 5 dicembre del 2020 il Comitato del ministri del Consiglio d'Europa aveva sollecitato la Turchia a rimettere in libertà l'imprenditore, cofondatore di Iletisim Yayiniari, una delle più gtandi case editrici turche e presidente dell'Istituto Anadolu Kültür, da lui fondato. Il 10 dicembre 2019 Kavala rimane in carcere nonostante la sentenza emessa lo scorso 10 dicembre la Corte europea dei diritti umani aveva chiesto il suo rilascio immediato, valutando che la sua detenzione e l'inchiesta ai suoi danni siano mosse dall'obiettivo di ridurre al silenzio lui e la società civile turca. prima la Corte Europea dei diritti umani aveva ritenuto politicamente motivata la detenzione dell'imprenditore. Ankara ha ritenuto non vincolante la decisione della corte con sede a Strasburgo, che aveva accolto le richieste degli avvocati del filantropo, precedente al successivo procedimento e alla richiesta del nuovo ergastolo. Gli altri 13 imputati, nessuno dei quali in carcere, rischiano invece pene tra i 15 e i 20 anni; tra questi ci sono alcuni avvocati e diversi attivisti. Un'ulteriore richiesta di ergastolo per l'attivista è arrivata lo scorso 9 ottobre, in un processo relativo al tentato golpe del luglio 2016.
di Giulia Merlo
Il Domani, 30 aprile 2021
Slitta ancora una volta il termine per la presentazione in commissione Giustizia alla Camera degli emendamenti al ddl penale, il disegno di legge che dovrebbe riformare il processo e ridurne i tempi. È solo l'ennesimo rinvio: dopo la nascita del nuovo governo, la scadenza era stata fissata per il 29 marzo. Di settimana in settimana, il nuovo termine è stato fissato per il 4 maggio. Il Pnrr fissa la data di approvazione definitiva del ddl per fine 2021.
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