di Alessandro Zan
Il Dubbio, 3 maggio 2021
In Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc. Il valore che le madri e i padri costituenti hanno impresso nella Costituzione non è solo quello di atto fondamentale per tutta la struttura normativa su cui si basano le nostre vite, ma anche di manifesto programmatico, che tutte le sensibilità politiche condivisero, per creare una società realmente democratica e plurale, dopo gli anni del totalitarismo e della catastrofe.
In particolare, all'articolo 3 la Costituzione affida alla Repubblica, e quindi al legislatore, il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".
Dunque anche la tutela di tutte le condizioni e i caratteri insiti in ogni essere umano, in quanto tale. Proprio seguendo il percorso indicato dalla Costituzione, la legge Reale-Mancino già contrasta i crimini d'odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Tuttavia negli ultimi anni i maggiori osservatori europei per i diritti umani hanno relegato l'Italia agli ultimi posti delle loro classifiche per inclusione sociale della comunità lgbt+. Hanno disegnato una vera e propria mappa dell'odio, che ci consegna una situazione critica e d'emergenza: i crimini d'odio e le discriminazioni colpiscono in particolare le donne, le persone lgbt+ e le persone con disabilità. Ovvero individui colpiti per il loro sesso, per il loro genere, per il loro orientamento sessuale, per la loro identità di genere o per la loro disabilità.
Ed è esattamente utilizzando questi termini che il ddl, di cui sono stato relatore alla Camera, intende emendare la legge Reale-Mancino, estendendo anche a queste categorie (che sono pure condizioni ascritte all'essere umano, come l'etnia o la nazionalità) l'efficacia della norma. Una volta emendati, gli articoli 604 bis e ter del codice penale - che hanno codificato la legge citata poco fa - diverrebbero dunque non solo uno strumento in più di denuncia da parte delle vittime, ma anche un aiuto alle forze dell'ordine per perseguire e prevenire questi crimini. Come è stato più volte sottolineato anche da dirigenti Oscad (Osservatorio della Polizia di Stato contro le discriminazioni) in Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc, dunque i dati in nostro possesso sono decisamente parziali e arrivano tutti dai casi che finiscono sulla stampa o sui social media, perché denunciati pubblicamente dalle vittime.
Dunque, da un punto di vista tecnico-giuridico, la nostra volontà (nostra per indicare l'ampia volontà comune di tutte quelle forze politiche che hanno contribuito alla formulazione e all'approvazione alla Camera del testo) è quella di estendere una legge che esiste da più di 40 anni, con una giurisprudenza - anche costituzionale - consolidata, che ne ha chiarito ogni aspetto potenzialmente critico. Mi riferisco agli attacchi pretestuosi e infondati di chi definisce questo provvedimento "liberticida", e che ha creato nell'ultimo anno massicce campagne di fake news. Questa è una proposta di legge che poggia sul bilanciamento tra la libertà di espressione e la tutela della dignità delle persone.
Il Presidente della Repubblica stesso, in occasione dell'ultima giornata internazionale contro l'omofobia, ha chiarito che "le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana". Insomma la libertà di espressione non può mai degenerare in discriminazione o incitamento all'odio. Per essere chiari, un esempio: un prete in Chiesa sarà sempre libero di affermare che l'unica famiglia possibile può essere tra un uomo o una donna. È ovviamente una libera opinione, che non condivido, ma che deve essere tutelata. Ma una persona non può liberamente augurare il rogo alle persone omosessuali o auspicare che si riaprano i forni crematori per le persone trans, come purtroppo spesso accade soprattutto sui social. Uno stato che si definisce civile deve contrastare con tutta la sua forza questi fenomeni.
C'è inoltre un ulteriore aspetto che mi preme sottolineare. Più volte nel corso di questi mesi mi è stato chiesto chi ha paura di questo ddl, e perché spesso chi si oppone ricorre a bufale, in totale malafede. Sono convinto che l'approvazione di questo provvedimento sancirebbe il posizionamento dell'Italia nell'Europa dei diritti, della libertà e della democrazia, tra Paesi come Francia, Germania, Belgio, Spagna, rompendo definitivamente ogni ammiccamento a derive sovraniste come quelle di Ungheria e Polonia.
Lega e Fratelli d'Italia guardano ancora a quei modelli, che hanno creato profonde fratture all'interno dell'Unione Europea e che tutt'ora conducono campagne d'odio istituzionalizzate contro la comunità lgbt+ e contro i diritti delle donne. Questa non può diventare una battaglia ideologica o di parte, ma una battaglia per un patrimonio comune. In Francia fu la destra di Chirac ad approvare una norma contro l'omotransfobia nel 2004.
Infatti non ci può essere alcun europeismo dove esiste esitazione o, peggio, opposizione ai diritti, ed è tempo per il nostro Paese di definire il suo modello di futuro, di definire la sua collocazione in un contesto europeo che proprio su questi temi si sta dividendo tra paesi avanzati e paesi arretrati. Dopo ben cinque tentativi falliti dal 1996, l'Italia non può più permettersi di perdere questa occasione di civiltà e tutelare ogni sua cittadina e suo cittadino semplicemente per chi è.
di Michele De Lucia
Il Domani, 3 maggio 2021
Gli avvocati di Rebaioli e Pastorino contestano i dati dell'accusa: "Nessuna prova che i veleni vengano dall'Ilva". L'ipotesi che fossero altre imprese o l'arsenale militare a inquinare. Il pm Buccoliero: "Giochi di prestigio". Al processo Ilva si avvicina il momento in cui i giurati della Corte d'Assise entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza e si fa sempre più duro il duello tra le opposte verità di accusa e difesa. Per Rebaioli e Pastorino l'accusa ha chiesto venti anni di carcere ciascuno per gli stessi reati degli imputati principali, a partire dall'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale. Il cuore dell'accusa è costituito dalle due perizie ordinate nel 2011 dalla gip Patrizia Todisco. Quella epidemiologica stima gli effetti dell'inquinamento in 30 morti all'anno. La difesa confuta questi dati con numerose consulenze di parte.
"Il pm ha posto un dogma: "Io vi dico che questa cosa è vera. Non ve la posso provare, ma credeteci, è così, ve lo dico io". Invece tutto quello che noi difensori vi stiamo dicendo ha le sue radici in evidenze probatorie ancorate nelle carte". Al processo all'Ilva dei Riva per il presunto disastro ambientale provocato dall'acciaieria negli anni dal 1995 al 2013 si avvicina il momento in cui i giurati della Corte d'Assise entreranno in camera di consiglio per emettere la sentenza e si fa sempre più duro il duello tra le opposte verità di accusa e difesa: lo dimostrano le parole dell'avvocato Daniele Convertino nel corso della sua arringa in difesa dell'imputato Giovanni Rebaioli. L'avvocato Carmine Urso, difensore di Agostino Pastorino, non era stato da meno quando, un attimo prima, aveva concluso il suo intervento, parlando senza mezzi termini di "accuse completamente infondate, perché prive di rigore scientifico e delle minime evidenze scientifiche".
Rebaioli e Pastorino, sconosciuti al grande pubblico, sono tra i principali imputati: per ciascuno di loro l'accusa ha chiesto venti anni di carcere. Devono rispondere degli stessi reati di cui sono accusati gli imputati principali - Nicola Riva, Fabio Riva, l'ex responsabile relazioni esterne Girolamo Archinà e l'ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso - a partire dall'associazione per delinquere finalizzata al disastro ambientale.
Tra le condotte criminose contestate, le più gravi sono riconducibili all'articolo 439 del codice penale - avvelenamento di acque o sostanze alimentari - con riferimento al bestiame (capo H dell'imputazione) e ai mitili allevati nel primo seno del mar Piccolo (capo I). Il cuore dell'accusa è costituito dalle due perizie ordinate nel 2011 dalla gip Patrizia Todisco. Lo stabilimento avrebbe riversato nell'ambiente una valanga di sostanze tossiche: Peacelink, l'associazione ambientalista dalle cui denunce tutto è partito, ha riassunto i dati contenuti in quello studio in 210 chili di veleni per ogni tarantino. La perizia medico-epidemiologica ha stimato gli effetti dell'inquinamento in 30 morti all'anno, senza contare decine di diagnosi infauste e di ricoveri ospedalieri per tumori, eventi coronarici e disturbi respiratori. Tutto questo, hanno detto i pubblici ministeri nelle loro requisitorie, "in nome della produzione e del profitto".
La difesa degli imputati riconducibili al gruppo Riva ha risposto a questi dati con numerose consulenze di parte, e su questo terreno accusa e difesa sono destinate a darsi battaglia fino all'ultimo istante: nella sua requisitoria, il pm Mariano Buccoliero è andato apertamente all'attacco dei consulenti della difesa, parlando di "formule magiche", "alchimie" e "giochi di prestigio". Solo la sentenza dirà se questa strategia avrà funzionato, dopo che in dibattimento le difese hanno fatto a loro volta fuoco e fiamme contro le perizie del gip.
Per esempio, secondo i consulenti Marco Novelli e Francesco Saverio Violante, quella medico-epidemiologica sarebbe viziata da tali e tanti errori metodologici da renderla completamente inattendibile. Stesso discorso per la perizia chimica, la cui confutazione è stata affidata a diversi altri esperti, tra cui Dino Musmarra, professore di impianti chimici all'Università Vanvitelli, Giuseppe Pompa, ordinario di tossicologia a Milano, e Leonardo Tognotti, ordinario di impianti e processi chimici industriali all'Università di Pisa.
Musmarra si è occupato della contaminazione dei terreni dei nove allevamenti nei quali si è proceduto all'abbattimento dei capi di bestiame, in quanto le loro carni superavano i Tma (Tenori massimi ammessi) previsti dal Regolamento europeo 1881 del 2006. Secondo l'accusa, l'avvelenamento degli animali è direttamente correlato all'attività del siderurgico; invece Musmarra, utilizzando gli stessi rapporti di prova allegati alla perizia del gip, dopo aver rilevato marchiani errori di calcolo è giunto a conclusioni opposte: secondo il suo studio, le "impronte" degli inquinanti rilevate dai campionamenti non possono essere ricondotte all'Ilva, perché il rapporto tra Pcb e diossine è "totalmente inverso": prevale il Pcb sulle diossine, quando, se avesse ragione l'accusa, dovrebbe essere il contrario.
Ma allora di chi sarebbero quei veleni, che comunque sono stati trovati? Le analisi del consulente rivelano correlazioni con le emissioni del cementificio Cementir e soprattutto della Matra, un grosso produttore di Pcb commerciale che nel frattempo ha cessato le attività. Il sito Matra è stato completamente contaminato dal Pcb, e dal processo è venuto fuori che alcuni allevatori portavano i loro animali a pascolare a dieci metri dal confine di quello stabilimento. Pompa ha escluso che le impronte di Pcb e altre sostanze trovate nel latte e nel fegato degli ovicaprini siano riconducibili a Ilva: i profili sarebbero totalmente diversi e mai sovrapponibili con quelli dell'acciaieria.
Tognotti non è stato nemmeno nominato dai pm nelle oltre quaranta ore di requisitorie: è come se nel processo non fosse esistito, hanno stigmatizzato le difese. Il motivo? La sua consulenza doveva stabilire dove vanno a finire le emissioni dell'agglomerato e se le deposizioni di inquinanti all'esterno dello stabilimento fossero imputabili a Ilva - "un lavoro che avrebbe dovuto fare la procura e che invece abbiamo dovuto fare noi", ha ironizzato l'avvocato Convertino - e le conclusioni a cui è giunto il professore "consentono di escludere qualsiasi tipo di impatto su Quaranta, Fornaro e Deledda, cioè sugli unici terreni con CSC (concentrazione soglia di contaminazione, ndr) superiori alla soglia rinvenuti nel corso di tutte le indagini", fermo restando che in ogni caso il superamento di un valore soglia di per sé "non basta a provare la sussistenza del disastro".
Mare al veleno - Anche per quanto riguarda il primo seno del mar Piccolo, i veleni non sarebbero di Ilva, che lì non ha scarichi ma solo una presa a mare in cui l'acqua entra per gravità, e infatti le rilevazioni effettuate tutto intorno hanno restituito dati inferiori ai livelli di bonifica: nel febbraio 2020 la deposizione di Fernando Severini, ispettore del lavoro in pensione, collaboratore per quarant'anni della Procura, aveva chiamato pesantemente in causa l'arsenale militare, denunciando come la pista di indagine che portava in quella direzione, condotta nel 2010 dal magistrato Petrocelli, sarebbe stata improvvisamente stoppata, il gruppo di indagine disperso, il relativo fascicolo e trenta scatoloni di documenti spariti nel nulla. Se non che, documenti di enti pubblici come Arpa, Cnr e Ispra attestano sin dal 2005 che nei bacini di carenaggio dell'arsenale "si supera fino a 24 volte il valore di bonifica per Pcb fino alla profondità di tre metri".
Ci sarebbero anche altre possibili fonti di contaminazione del mar Piccolo: oltre alla solita Matra, l'azienda San Marco Metalmeccanica, attiva dal 1972 al 1995, una cava colmata con rifiuti fangosi di natura industriale. Secondo un documento Arpa del 2011, "Rapporto sintetico sullo stato di inquinamento ambientale dei mari di Taranto", nella falda sottostante alla San Marco è stato trovato "Pcb libero con spessore pari a circa un metro", dato peraltro confermato in udienza da un teste dell'accusa, Vittorio Esposito dell'Arpa, esperto in microinquinanti organici, che ha parlato di "diossine e Pcb in quantità elevatissime". Ma secondo un ulteriore studio Arpa, datato aprile 2014, "con il tasso di sedimentazione attuale, le concentrazioni medie di Pcb nei primi 50 centimetri di sedimento supererebbero i valori di intervento Ispra per le bonifiche (...) solo dopo qualche migliaio di anni". Insomma, dice la difesa, quei livelli di inquinamento si spiegano solo con un'attività di sversamento diretto in mare, e la risposta alla domanda "chi è stato?" l'ha suggerita Severini con la sua testimonianza.
La difesa sta cercando di convincere i giurati che le prove a carico portate dall'accusa non sono in grado di sostenere il peso dei lunghi e minuziosi capi d'imputazione sottoposti alla loro decisione: le perizie del gip, che dovevano essere la "pistola fumante" della procura, sono state messe in crisi dai consulenti della difesa e in più di un caso l'esame dei testi dell'accusa ha finito per avvantaggiare gli imputati. Le "irruzioni" fatte dal pm nel dibattimento, con il ricorso alle attività integrative di indagine ex 430 cpp dopo che era già iniziato l'esame dei testi a discarico, sarebbe "la prova lampante" di questa difficoltà, ha detto Convertino, prima di chiedere, come il collega Urso, l'assoluzione del suo assistito.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 3 maggio 2021
Il governo e la sinistra dovrebbero rispondere allo sbandamento dei ceti disarcionati dalla crisi. E spiegare la responsabilità di agire individualmente ma in un sistema sociale, dove si decide in autonomia ma secondo la legge, scritta guardando all'interesse generale e al bene comune.
Siamo entrati nella pandemia tutti uguali davanti alla minaccia, rischiamo di uscirne profondamente divisi. Improvvisamente, ci accorgiamo che è finita la fase in cui ci sentivamo affratellati dall'unico assedio universale del virus, esposti allo stesso male, disarmati dalla medesima fragilità inedita di fronte al contagio. Tutti esposti, senza distinzioni e senza riserve: tutti candidati. La coscienza comune di condividere con gli altri la stessa condizione è stata per lunghi mesi alla base della coesione sociale del Paese e dell'assoggettamento volontario dei cittadini alle misure di necessità decise dai governi, anche se comportavano una limitazione dell'autonomia individuale, degli spazi, dei movimenti e delle relazioni.
Il sentimento collettivo era dominato dalla paura, e spingeva verso un trasferimento di potestà allo Stato, in cambio di un'interpretazione della crisi che il cittadino non poteva fare da solo, e dell'indicazione di una tecnica di difesa e di contrasto al male, con una politica di protezione. Anche l'angoscia era in comune, per il passaggio epocale che coinvolgeva ognuno di noi da soggetto sovrano a preda.
Questo insieme si è spezzato. In parte era prevedibile, perché la tensione dell'emergenza regge per la fase più acuta, poi si allenta. Non si può vivere psicologicamente in uno stato d'eccezione permanente. E materialmente, non si può sopravvivere in eterno nell'auto-ricatto della necessità. Il tempo dunque ha fatto il suo lavoro, convincendoci che il virus può durare più a lungo della nostra subordinazione alla paura. L'arrivo dei vaccini, il contenimento relativo del contagio e dei decessi hanno riaperto una prospettiva concreta. L'avvicinarsi dell'estate ha fatto il resto.
Ma appena un'intera comunità nazionale sotto scacco rialza la testa e torna a ipotecare il domani, rinascono inevitabilmente le differenze e si fa il calcolo delle disuguaglianze. Il virus ci ha abituati a cercare ogni sera nei numeri dell'infezione un saldo complessivo, totale, della sfida in atto. Adesso ogni pezzo di società presenta i suoi conti particolari, il dare e l'avere, e fa un confronto naturale con gli altri gruppi concorrenti. Nel Paese delle corporazioni, ogni interesse organizzato misura ciò che ha perso in assoluto con la pandemia, e ciò che ha ceduto rispetto agli altri. Il sentimento nazionale, com'era prevedibile, si frantuma in una serie di risentimenti privati.
Il punto di rottura naturalmente è il lavoro, perché è la condizione umana più scoperta e vulnerabile subito dopo la salute.
Da un lato si è esposto nella fase più acuta dell'infezione, per garantire materialmente la sopravvivenza del sistema, con la schiera dei lavoratori "strumentali" che rischiavano il contagio per consentire al resto della cittadinanza di proteggersi dal male: quindi il lavoro come bene indispensabile e addirittura come strumento solidale. Dall'altro lato la contrazione inevitabile del mercato ha penalizzato la produzione e l'impresa cancellando posti di lavoro, le misure di difesa hanno fermato l'universo diffuso del piccolo commercio, delle aziende familiari, della ristorazione, degli alberghi. È soprattutto questo mondo che si è sentito soffocare e che oggi reagisce cercando di sottrarsi alla regola comune di precauzione.
Il fenomeno nasce da un disagio di categoria, ma chiama in causa questioni più generali. La prima è il rapporto tra salute e lavoro, che va affrontato anche in termini di principio, perché è un tema antico che la modernità torna a riproporre con urgenza, a cominciare dall'Ilva. Poi c'è la necessità di capire che nel profondo della crisi il lavoro sta ancora una volta reinventando se stesso, a partire dallo smart working, e cambia sotto i nostri occhi la sua morfologia e la sua organizzazione. Infine bisogna considerare che se dalla pandemia uscirà una nuova interpretazione del progresso, questa riguarderà inevitabilmente anche una diversa relazione tra capitale e lavoro: siamo quindi sulla soglia di una reinvenzione virale del lavoro, che per forza di cose comporterà una riconsiderazione del rapporto tra lavoro e diritti, e quindi una reinvenzione della democrazia.
La protesta di piazza per le riaperture e contro il coprifuoco, infatti, non può essere letta soltanto in chiave corporativa. In realtà è lo smottamento di un pezzo rilevante del ceto medio instabile che si sente penalizzato nelle strette della pandemia rispetto al reddito fisso del dipendente statale, chiede tutela ma soprattutto riconoscimento sociale, nel timore di perdere con il lavoro anche un ruolo collettivo e una proiezione di futuro. Dopo la Grande guerra, di fronte alla massa dei reduci sbandati, spostati, trascurati e senza lavoro, l'ordinovista Angelo Tasca usò il termine di "fuori classe". Ecco, oggi si sta formando una classe di "fuori classe", che si sentono dimenticati, esclusi, tagliati fuori, ribelli a tutto: proprio nel momento in cui la stratificazione sociale del Paese si scompone, si aprono i cancelli dei ceti sociali, saltano le appartenenze culturali e le identificazioni tradizionali.
Da tempo il sovranismo nazional-populista è alla ricerca di una classe di riferimento e di sostegno. Può trovarla in questo pezzo di piccola borghesia in cerca di rivincita sociale, in questo mondo del lavoro che misura quotidianamente la sua crisi ed è già un soggetto politico anonimo soffocato nel misconoscimento, mentre si sta inabissando tra gli sconfitti, ribellandosi.
La trasposizione politica e ideologica, da parte della destra estrema, del mix di interessi risentiti e propositi frustrati di questa massa in movimento è in corso, all'insegna del concetto di "libertà". È la parola che domina la battaglia politica contro il coprifuoco, dalla fiaccolata di Giorgia Meloni all'accostamento (che in realtà è una contrapposizione) di Salvini tra la Liberazione del 25 aprile e la libertà del lavoro "da restituire agli italiani".
Per un'ora di coprifuoco in più, a termine, il governo viene così schiacciato sul dogma della regola, vissuta come un'imposizione, presentata come un abuso, denunciata come un vincolo di soggezione invece che una misura di tutela. È presentandosi come il nemico di tutto questo che il sovranismo chiama ad una battaglia "di libertà" - come se ci fosse qualcuno contrario alla libertà e al ritorno alla normalità - scaricando l'onere scomodo della sicurezza sulle spalle altrui, e proponendosi come vendicatore del ceto medio minuto e abbandonato, trasformato nel nuovo Dio sconosciuto d'Italia.
Governo e sinistra dovrebbero rispondere con un'operazione politica, sociale e culturale, intercettando concretamente lo sbandamento dei ceti disarcionati dalla crisi, e dimostrando che il lavoro e non solo i fondi europei sono la leva del piano di ricostruzione dell'Italia.
Per spiegare, poi, che la vera libertà è garanzia, costruzione della sicurezza, emancipazione dal risentimento e dalla paura, ma anche dall'egoismo: è la responsabilità di agire individualmente ma in un sistema sociale, dove si decide in autonomia ma secondo la legge, scritta guardando all'interesse generale e al bene comune. Le false libertà, le libertà sterili, sono le altre: quelle che non puntano a un cittadino che dispiega autonomamente le sue facoltà e i suoi diritti, ma a un individuo che si sente libero perché liberato da ogni vincolo nei confronti degli altri e della società. Libero di pensare soltanto a se stesso, rinunciando ad agire come un animale sociale.
Giornale di Vicenza, 3 maggio 2021
Tragedia ieri al carcere San Pio X di Vicenza dove un detenuto di 46 anni si è tolto la vita. Inutile, quando è scattato l'allarme, qualsiasi tentativo di soccorrerlo. Per lui non c'era ormai più nulla da fare.
padovaoggi.it, 3 maggio 2021
Firmato dal questore Isabella Fusiello e dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto Maria Milano, il protocollo prevede una più stretta collaborazione: la vittima sarà immediatamente avvisata della scarcerazione del suo aguzzino
Prevenire e tutelare. Sono queste le parole d'ordine alla base del protocollo d'intesa firmato dal questore di Padova, Isabella Fusiello, e dal provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria del Triveneto, Maria Milano. Un protocollo che permetterà alla polizia di essere ancora più vicino alle vittime di violenza di genere.
Il protocollo - Firmato nella mattinata di giovedì 29 aprile, il protocollo prevede che al momento dell'uscita dal carcere di una persona autrice di reati di genere (che possono andare dai maltrattamenti agli abusi fino allo stupro e al femminicidio, ma anche la pedofilia), l'istituto penitenziario lo comunichi tempestivamente alla sezione Anticrimine della polizia di Stato. "Questo ci permetterà di darne notizia alla vittima, innanzitutto, e poi di attenzionare la situazione anche a seconda del caso - spiega Fusiello - Ci sono stati casi, non a Padova, di uomini che una volta usciti dal carcere sono tornati dalla vittima la quale non aveva idea che la persona che le aveva fatto del male fosse tornata in libertà. Nel caso in cui si tratti di una persona particolarmente violenta o ci siano dei bambini coinvolti si può pensare di spostare la donna in un luogo protetto. Sapendo che c'è questa situazione gli agenti possono agire di conseguenza". Finora il carcere notificava alle varie questure di riferimento quando usciva un detenuto ma poteva capitare che la notizia si perdesse. Ora c'è un interlocutore preciso, la sezione Anticrimine.
La situazione a Padova. "In questo momento al Due Palazzi ci sono 70 uomini colpevoli di reati di genere - riferisce Milano - Queste persone vengono tenute separate dagli altri carcerati per la loro protezione e sono da subito coinvolti in attività rieducative. Questa è un'iniziativa importante perché mette l'accento sulla prevenzione, si cerca di evitare che accada il peggio". Sono aumentate in città e provincia le segnalazioni di liti familiari nell'ultimo periodo. E se fino a poco tempo fa arrivavano quasi solamente da donne italiane, ora cominciano a chiedere aiuto anche le straniere, soprattutto maghrebine.
di Laura Gaggioli
ildolomiti.it, 3 maggio 2021
La situazione carceraria trentina risulta diversa dal contesto nazionale? Con un webinar su zoom che si terrà lunedì 3 maggio alle 17 verrà offerta una visione di insieme sulla situazione penitenziaria in Italia e a Trento a cura della comandante della Polizia Penitenziaria di Trento e della professoressa di diritto penale di Unitn. "Dialoghi sul carcere, Trento e Italia a confronto" è l'evento organizzato dalla sezione locale di Trento della European Law Students' Association (Elsa), un'associazione di studenti che si occupa di diritto, allo scopo di contribuire all'educazione e alla formazione giuridiche dei suoi membri e di quanti vogliano partecipare alle iniziative.
Il webinar in oggetto si inserisce in un ciclo di più eventi che hanno affrontato, sotto più punti di vista, la funzione della pena e, principalmente, la pena detentiva. Obiettivo dell'evento è quello di fornire ai partecipanti una visione d'insieme della situazione penitenziaria italiana e trentina. La situazione carceraria trentina risulta essere peculiare, infatti, come spiega Leonardo Lenzi, referente dell'iniziativa, soprattutto per quanto riguarda l'attuale composizione della popolazione carceraria, tra stranieri e italiani, e i numerosi suicidi che hanno interessato la casa circondariale di Spini di Gardolo. Ospite del webinar sarà la dott.ssa Ilaria Lomartire, comandante della Polizia Penitenziaria di Trento e precedentemente della P.P. di Brescia e Brindisi. Interverrà Antonia Menghini, professoressa associata di diritto penale dell'Università di Trento, docente di diritto penitenziario e garante per i diritti fondamentali dei detenuti della Provincia Autonoma di Trento. L'incontro si terrà lunedì 3 maggio, sulla piattaforma zoom, alle 17 tramite link: https://linktr.ee/elsatrento
di Viviana Lanza
Il Riformista, 3 maggio 2021
Sono prorogate dal 30 aprile al 31 luglio le "misure urgenti per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 in ambito penitenziario". È così che nelle carceri campane si prova a fronteggiare la minaccia del virus. È vero che da giorni è stato avviato un piano di vaccinazioni anche per i detenuti: fino a ieri erano 646 tra Santa Maria Capua Vetere, Salerno, Eboli, Vallo della Lucania, Poggioreale, Secondigliano e Nisida, mentre da martedì saranno immunizzati i primi 115 reclusi tra Sant'Angelo dei Lombardi, Bellizzi e Ariano Irpino. Altrettanto vero è, tuttavia, che il rischio resta alto.
La proroga riguarda i detenuti in semilibertà, quelli che possono beneficiare di permessi premio e quelli che possono chiedere la detenzione domiciliare laddove la pena non sia superiore a 18 mesi, anche se si tratta di un residuo di una condanna di durata maggiore. Il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello accoglie con soddisfazione la decisione di prorogare le misure straordinarie nelle carceri, ma ritiene che non si stia facendo abbastanza per svuotare le carceri in considerazione dell'emergenza in atto. Per il garante l'ambito applicativo della norma è troppo limitato: "Perché chi ha meno di quattro anni di reclusione da scontare per reati non ostativi - spiega - ha già la possibilità di uscire dal carcere". Inoltre "quello dei 18 mesi e dei reati ostativi sono limiti che riducono notevolmente la platea dei beneficiari delle misure", dice Ciambriello proponendo di "portare il limite dei 18 mesi ad almeno 24", "far cadere quello dei reati ostativi", "incentivare i permessi premio anche perché il numero dei detenuti vaccinati è in aumento".
Ma qual è lo stato attuale nelle quindici carceri della Campania? Secondo i più recenti dati diffusi dal Ministero della Giustizia, in Campania si contano 6.458 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 6.085. Le donne sono 319, gli stranieri 862. Le misure straordinarie, da oggi prorogate fino alla fine di luglio per fronteggiare la minaccia del Covid, riguardano dunque una piccola percentuale della popolazione carceraria: basti pensare che i detenuti in semilibertà in Campania sono 152, secondo il report aggiornato al 31 marzo.
Osservando i dati relativi all'ultimo bilancio annuale, quello del 2020 che è stato l'anno dell'esplosione della pandemia e l'anno del primo lockdown, si rileva invece che il numero dei permessi premio concessi ai detenuti in Campania è stato pari a 865 su un totale nazionale di 13.672. E colpisce che il dato sia sensibilmente inferiore a quello del 2019, quando in Campania risultano concessi ai detenuti 2.469 permessi premio in un anno a fronte di un totale nazionale pari a oltre 40mila. E il 2019 si rivela un'eccezione se si considera che, nel bilancio annuale del 2018, i permessi premio concessi ai detenuti sono stati 17.205 in tutta Italia e 1.187 quelli concessi ai detenuti delle carceri in Campania.
Tornando ai giorni più attuali, è proprio nelle celle che il Covid continua a rappresentare una minaccia visto che gli spazi sono ridotti e il distanziamento è una misura di prevenzione difficile da rispettare. Attualmente i detenuti positivi sono undici, dei quali dieci a Poggioreale e uno a Santa Maria Capua Vetere. Perciò avvocati, associazioni e garanti chiedono misure straordinarie per intervenire in maniera più incisiva sul sovraffollamento delle carceri e un'accelerazione sul piano vaccinale. "Una vaccinazione massiccia e non a macchia di leopardo- conclude Ciambriello - allevierà le sofferenze che il Covid ha procurato in questo luogo chiuso e rimosso".
di Simona Musco
Il Dubbio, 3 maggio 2021
Parola di (ex) magistrato. L'ex procuratore di Torino: "Soccorrere i migranti è un dovere, lo dice la legge. E la solidarietà, come diceva Rodotà, non è un sentimento, ma un diritto. Parole che ripeto ovunque sia possibile".
Armando Spataro, ex procuratore della Repubblica di Torino, ha le idee chiarissime: fermare le navi con migranti che arrivano in Italia poiché tra loro potrebbero nascondersi dei terroristi è giuridicamente insensato. E le norme stesse, interne o sovranazionali, sono chiare sul punto: i porti possono chiudersi solo per precise ragioni di sicurezza, non per ipotesi indimostrate. Proprio per questo, spiega al Dubbio, al di là di tante incriminazioni rivelatesi infondate, voler limitare le attività delle Ong è "un'assurdità".
Dottor Spataro, nel Mediterraneo, pochi giorni fa, sono annegate 130 persone, nonostante i ripetuti allarmi lanciati da Alarm Phone. Ma come funziona il diritto del mare?
La tragedia di cui parla è solo l'ultima in ordine temporale, speriamo lo sia anche in assoluto. La disciplina delle attività di soccorso è abbastanza lineare, ma è anche vero che il coordinamento tra Stati, che l'Europa dovrebbe promuovere, spesso non funziona o non funziona bene. La regola è questa: ogni Stato costiero ha un'area marittima di propria competenza che si chiama Sar - Search And Rescue - che è più ampia del limite del mare territoriale e deve dotarsi di un centro di coordinamento. Quando si manifesta un pericolo, viene lanciato un allarme e il centro del Paese che lo riceve, deve immediatamente avvertire quello del Paese nella cui area Sar l'evento si è verificato. In questo modo, il centro competente dà istruzioni alla nave che ha compiuto il salvataggio per trasportare i naufraghi, con la massima urgenza, nel porto sicuro, più vicino. E se non vi sono navi in zona, bisogna inviare immediatamente la segnalazione affinché un mezzo di soccorso si rechi sul posto. Nel momento in cui le persone vengono salvate e la nave che le trasporta giunge in un porto sicuro, scatta la normativa dello Stato di approdo, che in genere - come in Italia prevede l'identificazione, le visite sanitarie, il soccorso prioritario a minori, donne, malati, la selezione di coloro che richiedono asilo (per cui dovrà essere avviata la relativa procedura) e di quelli che dovranno eventualmente essere rimpatriati, e così via. Purtroppo questo sistema, che sulla carta sembra abbastanza semplice, per più ragioni non funziona.
Perché non funziona?
Perché manca un coordinamento efficace e spesso entrano in ballo anche questioni politiche. Ad esempio, se le Nazioni Unite e altre istituzioni umanitarie sostengono che la Libia non ha porti sicuri, è ovvio che le navi che soccorrono i naufraghi devono essere indirizzate altrove. Ma questo, politicamente, crea difficoltà. Nell'ultimo caso, stando a quanto riportano le cronache, pare siano trascorse oltre 24 ore tra la segnalazione d'allarme e il verificarsi della tragedia e in questo lasso di tempo sembra che non siano state avviate attività di soccorso. E questo è inaccettabile, perché come si legge in un bellissimo appello delle Ong a Draghi, che personalmente ho sottoscritto, il soccorso in mare non è affatto un optional, è un obbligo degli Stati, un obbligo giuridico che riguarda anche le navi militari. Non è solo una questione di etica.
Lei ha parlato di "selezione", che ovviamente non può essere fatta prima dell'arrivo. Gli allarmi sul rischio che tra i migranti si nascondano dei terroristi, dunque, non hanno fondamento?
Nulla si può escludere a priori, ma sulla base dell'esperienza, questa è un'affermazione che non ha trovato alcun riscontro, a livello europeo, non solo italiano. Le varie inchieste aperte sono state chiuse con archiviazioni. Peraltro non è corretto, né logicamente né giuridicamente, fermare le barche con i migranti a bordo per il mero sospetto che trasportino terroristi. O la notizia è sicura e riscontrata o non è possibile chiudere i porti solo per un'ipotesi di pericolo. Se, però, la presenza di terroristi a bordo è sicura, la notizia dovrebbe essere inoltrata immediatamente all'autorità giudiziaria competente affinché venga aperta un'inchiesta. Quindi non tocca ad un ministro bloccare una nave perché "potrebbero esserci a bordo dei terroristi".
Sono stati diversi i casi in cui in Italia si è ritardato uno sbarco per questioni politiche e sulla base di norme interne in contrasto con quelle sovranazionali. In queste situazioni si può parlare di illegittima detenzione dei migranti a bordo?
Senza entrare nel merito di specifici procedimenti penali in corso, bisogna ricordare che l'Italia è già stata condannata nel dicembre 2016 dalla Corte dei diritti umani di Strasburgo per ingiustificato ritardo nello sbarco: un trattenimento che la Corte qualificò come privazione della libertà personale senza base legale. Sulle opzioni politiche prevalgono dunque i principi affermati dalla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo e dalla nostra Costituzione che riconoscono il diritto di lasciare il proprio Paese, di chiedere asilo politico altrove, di mutare a cittadinanza ed altro ancora. Stiamo parlando quindi di diritti umani fondamentali e internazionalmente riconosciuti. L' eccezione riguarda chi è ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e principi della N.U. E numerose convenzioni internazionali sottoscritte dall'Italia prevedono l'obbligo di soccorso in mare.
Talvolta ci si richiama allo Stato di bandiera per indicare chi ha tale obbligo...
Non funziona così. La nave deve approdare nel porto sicuro più vicino e basta. Poi, che questo sia un problema molto delicato è chiaro: ecco perché serve un intervento dell'Europa. E bisognerà evitare di limitarsi alle belle enunciazioni di principio, si deve agire concretamente. È vero, a mio avviso, che gli obblighi di accoglienza non possono ricadere soltanto sugli Stati costieri. Ma quello del primo intervento, del soccorso, sì. Poi si dovrà in qualche modo disciplinare la distribuzione dei richiedenti asilo in Europa, ma salvare vite umane deve tornare ad essere una priorità e tragedie come quella recente non devono accadere più.
Altro aspetto è la criminalizzazione delle Ong. I decreti sicurezza hanno introdotto sanzioni pesanti e vengono indagate perché impegnate a salvare i migranti in mare, nonostante sia un obbligo. Cosa ne pensa?
Non è accettabile. Le ultime modifiche ai decreti sicurezza, per lo meno, hanno ridotto le sanzioni amministrative, che però sono ugualmente molto alte. Qualcuno afferma che le Ong agirebbero in concorso con i trafficanti di esseri umani, il che significa dividere gli utili e far parte di un'associazione a delinquere. Anche questa ipotesi non è mai stata dimostrata. Con l'ipotesi subordinata, collegata all'infelice e grave espressione "taxi del mare", si afferma che, siccome i trafficanti conoscono le zone del Mediterraneo ove operano in genere le Ong, si recano proprio in quelle zone, dove abbandonano i naufraghi, sapendo che le Ong poi li prenderanno a bordo. Una sorta di concorso inconsapevole.
È plausibile?
I trafficanti di esseri umani vanno comunque perseguiti con fermezza. Ma una nave, in qualunque posto si trovi, deve assolutamente intervenire se vi sono persone in pericolo. Ed in questo caso si tratta di condotta non punibile poiché il nostro codice penale prevede lo stato di necessità (art. 54) e l'adempimento di un dovere (art.51). Dunque, in presenza di necessità di soccorso ai naufraghi in pericolo e dell'ovvio dovere di salvarli, non vi possono essere equivoci: non sussiste reato e la criminalizzazione delle Ong, non è in tali casi possibile.
Ultimamente si è assistito anche ad un incremento dei fermi amministrativi...
Questo è un problema delicatissimo, perché questo aumento dei fermi amministrativi, che spesso si protraggono troppo a lungo, ha determinato una minore presenza delle navi nel mar Mediterraneo. Non si può pensare che gli standard di sicurezza di una nave in una situazione di normalità possano valere anche in uno stato d'eccezione. Se salvo e porto a bordo centinaia di migranti non si può pretendere che la nave possa avere un numero di salvagenti pari a quello delle persone soccorse. Come ricordato da diverse Corti, il pericolo per i migranti impone certe condotte. E francamente non si può neppure dire che il pericolo inizi solo quando l'imbarcazione in difficoltà è avvistata, mentre basta che arrivi il messaggio con la richiesta di soccorso. Non si può ipotizzare di attendere una conferma visiva.
Come giudica l'attuale normativa italiana?
Va modificata. Ma soprattutto va modificata a livello europeo. Bisogna mettersi attorno ad un tavolo e lavorare senza ambiguità disciplinando modalità di accoglienza, distribuzione negli Stati europei ed eventuali rimpatri. La speranza è che questo sia possibile, altrimenti continuiamo a rimanere fermi sulle enunciazioni di principio.
Sono aumentati i reati d'odio, soprattutto di matrice razzista. Cosa sta accadendo?
Parti del ceto politico e dell'informazione hanno responsabilità nell'enfatizzare ed inventare presunti rischi che correrebbe l'Italia a causa dell'immigrazione. E facendo questo si fomentano ragioni di odio, vere e proprie xenofobie. L'immigrazione è un problema mondiale, non riguarda solo l'Italia. Abbiamo conosciuto recentemente atti di violenza nel foggiano e gravi reati anche altrove. Questi crimini d'odio sono indubbiamente favoriti, nella loro espansione, dall'additare il migrante come il nemico del quale ci si deve sbarazzare nel minor tempo possibile o impedire l'arrivo in Italia. Ma in realtà sono risultate false tante affermazioni, mentre, oltre quelle di Rodotà, devono ricordarsi le parole del Papa sul dovere di solidarietà. Ho apprezzato l'atteggiamento del nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, che ha ripetutamente affermato la necessità di attenzione ed interventi in ordine al soccorso in mare, al soccorso ai migranti, oltre che dello jus soli, ciò senza alcuna accondiscendenza con gli umori peggiori del nostro Paese. Questo è importante, perché un partito, qualsiasi partito, deve affermare i suoi principi e andare avanti con coerenza, anche a rischio di perdere consensi. Così come certa stampa deve impegnarsi a dare notizie precise e riscontrate, altrimenti si finisce per alimentare l'odio.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 3 maggio 2021
L'anomalia non è che un cantante dica certe cose, ma che arrivi a quei giovani cui la sinistra non sa parlare. Fedez ha ragione. Se la domanda semplice è questa la risposta semplice è sì: ha ragione su tutta la linea. L'anomalia non è che un cantante dica quel che la politica non dice. L'anomalia è la politica, incapace di fare quel che fa Fedez. Sull'omofobia, sullo ius soli, sulla cannabis legale, sui diritti civili e della persona. Sulla modernità, che è rispetto delle diversità tutto attorno realtà evidenti. Chiedete ai ragazzini, stateli a sentire almeno una volta come sempre dite di fare. Chiedete ai ragazzi cosa è "normale" e cosa è "diverso" per loro, perché fra qualche anno saranno per magia e all'improvviso adulti. Sceglieranno, voteranno.
L'anomalia è un paese in cui la sinistra, per molti anni al governo (da Prodi a Conte, se vogliamo essere di manica larga sul finale) non ha saputo né voluto scrivere leggi che la qualificassero per quello che dice di essere. Sinistra, appunto. Così condannandosi a battaglie apparenti e di convenienza, un occhio sempre al centro, ai sondaggi, alle intenzioni di voto. Perdendo, di seguito, regolarmente, fino a che l'emergenza sanitaria (ed economica, certo) non è diventata il primo alleato e non c'è stato bisogno di andare al voto per andare al governo.
L'anomalia è che la sinistra sia al governo con la Lega - una necessità, sì. Una buona notizia questa Lega europeista, figurarsi se non ci si crede. Anzi: un capolavoro politico, in archivio gli editoriali - e che la Lega di governo sia il partito che esprime chi dice "un figlio gay lo brucerei al forno". Difficile, la convivenza a palazzo Chigi, consigli dei ministri complicati: come non capirlo. E d'altra parte la Rai è espressione diretta di questo condominio Frankenstein, la Commissione di Vigilanza che supervede è un organo politico: l'editore, in Rai, è chi governa in quel momento. Quindi certo che non puoi dire su una rete Rai che un leghista brucerebbe un omosessuale perché quello - la Lega - è il tuo editore: minaccia preventivamente di togliere i fondi al concerto se ti azzardi, perché i soldi sono i suoi. I nostri, sì: ma i suoi nel momento in cui al governo ci rappresenta.
Dunque, tornando a Fedez. Dice una cosa giusta che tutti sanno: la Rai è terrorizzata dal dispiacere il suo editore, è questione di vita o di morte (di conferma, di cancellazione del programma). L'autocensura prevale ormai sulla censura: non c'è nemmeno bisogno, spesso, che qualcuno ti dica cosa conviene fare. Chi ci lavora lo sa da sé. È il Sistema, appunto. Quello di cui si parla nella telefonata che a quest'ora avrà raggiunto qualche milione di visualizzazioni. Bene. Il Re è nudo. Lo sapevano tutti anche prima ma ora Fedez, una superstar conosciuta nel mondo non solo ma anche in virtù della popolarità di sua moglie (non si offenderà, spero. È bello che per una volta sia ambiguo persino l'abituale ordine naturale delle cose), ora che Fedez lo ha detto chiaro.
"Posso fare cose che per me sono opportune anche se per voi sono inopportune?". La domanda sulla censura apre campi sconfinati. Non viviamo in una dittatura, la parola è libera. Il palco del Primo Maggio, per giunta, è per tradizione il luogo dove la parola è più libera che mai: non è ancora la rivoluzione ma non è neppure una cena di gala del Rotary. Da sempre gli artisti si sono espressi, fra una canzone e l'altra, e meno male. Quindi cade l'obiezione: eri a casa d'altri, dovevi rispettare le regole. Quella è casa di tutti, è la tv pubblica. Quali sono le regole? Chiariamolo una buona volta. Dipende dalla piattaforma, dipende dal contesto - sento dire. Certo. Ma - prendo in prestito le parole di Ricky Gervais, comico britannico vincitore di sette Bafta, due Emmy, un Golden e parecchio altro: se la disputa è fra la tua opinione e un fatto, non esiste il contesto sbagliato per un fatto. Un fatto è un fatto - una dichiarazione di un politico è un fatto, nel caso di Fedez - e non c'è palco, "contesto", sbagliato per un fatto. Poi: Fedez ha diffuso il contenuto di una telefonata privata senza che gli interlocutori sapessero che li stava registrando. Sì, ma lo ha fatto solo dopo che gli interlocutori - la Rai - avevano negato di aver operato una censura preventiva sui testi. Hanno mentito, in un pubblico comunicato. La diffusione del video si configura come smentita pubblica di un falso pubblico.
Ora, tornando a Gervais, si potrebbe discutere del politically correct, il fascismo di matrice progressista per cui gli Aristogatti sono fuori dal catalogo Disney perché i gatti siamesi hanno caratteri "caricaturalmente orientali", e altre idiozie. Walter Siti ha appena scritto un libro illuminante, è breve e si può persino leggere tutto prima di commentarne solo il titolo, che è: "Contro l'impegno". In quella che Guia Soncini chiama l'Era della Suscettibilità il nuovo mantra è "chiedi scusa", e così persino Pio e Amedeo, comici foggiani, su Canale 5, hanno fatto il record di ascolti dicendo prima cose "irricevibili" - secondo protocollo - su negri ricchioni ed ebrei e poi chiedendo scusa.
La parola definitiva sul body shaming e altre definizioni inglesi per dire quel che non sta bene dire l'ha scritta Checco Zalone, Luca Medici, col geniale video "La vacinada", co-starring Helen Mirren, e fate silenzio. Sul perché siano i comici (e i cantanti, e gli influencer) a dire quel che nessun altro riesce a dire si dovrebbe scrivere la pagina più triste di questa storia. Consola ripetersi che è sempre stato così: dall'antica Roma. Preoccupa pensare ad altri comici che nel passato recente hanno iniziato col vaffanculo al potere e hanno finito come hanno finito. Di più la sinistra stenta a dire, pretendendo logiche conseguenze, poiché Di Maio è ministro degli Esteri e il partito del comico partito al governo. C'è la pandemia. C'è il Recovery. Ok. Si può forse concludere che i comici al potere diventano comici di governo, e di Sistema. Oppure che ciascuno è quello che è, e lo era dapprima solo che non si era capito bene. O anche che fare battaglie che conducono al proprio tornaconto non è esattamente rivoluzionario.
L'estremismo di maggioranza punta al consenso, quello di minoranza ti taglia fuori: dove piove e fa freddo, ma almeno sei libero di dire. Fedez ha dalla sua il consenso, in partenza, ed è un fatto notevole che lo metta al servizio di una battaglia di civiltà. Non ha niente da temere, non deve essere rieletto, canta. La popolarità è più forte dell'opportunità, della convenienza.
Il consenso vince, si sa. Ma il fatto è che il consenso si genera quando le tue ragioni sono autentiche, irriguardose, potenti. Il consenso si suscita, questo fanno i leader. Non si insegue. Una politica che ha paura di dispiacere i suoi elettori, e li insegue sulla base dei sondaggi, non va da nessuna parte. Un'informazione piegata al potere è sconfitta per definizione.
La legge Zan, con tutti i suoi limiti, è un passo verso il mondo com'è. Che lo dica Fedez, che arriva dove la sinistra politica non arriva - ai ragazzi, a tutti là fuori - è una cosa bella e triste. Molto bella, e grazie. Molto triste, che peccato.
di Antonio Ferrari
Corriere della Sera, 3 maggio 2021
La dedica al martire Giulio Regeni, massacrato dalle squadracce dell'egiziano Al-Sisi. Il ricordo di Samir Kassir, il collega libanese ucciso perché cercava di difendere la verità. Oggi, 3 maggio 2021, è una giornata importante per noi giornalisti, almeno per coloro che vogliono difendere la libertà di stampa, costi quel che costi, a volte anche al prezzo della vita. La Giornata e la celebrazione sono state decise dall'Unesco, che ha inteso proteggere un bene pubblico preziosissimo, anzi essenziale. Va bene che i giornali sono in crisi, ma tra le piattaforme per sostenere il diritto di tutti ad essere informati vi sono il web e i social, che naturalmente vanno seguiti con attenzione, scrupolo, selettività e onestà intellettuale.
Voglio dedicare questo giorno a Giulio Regeni, il ricercatore italiano massacrato su ordine dei servizi segreti egiziani, che volevano punirlo per il lavoro che deve essere quello di ogni giornalista e ricercatore onesto e curioso: rivolgere domande e annotare espressioni e risposte. Parlo con cognizione di causa perché ho seguito l'Egitto per oltre 40 anni, ed ho trascorso laggiù, soprattutto al Cairo, molti mesi interi. È vero che non erano ancora i tempi più recenti, con l'elezione del presidente Al Sisi, che gli egiziani -soprattutto il celeberrimo "partito del sofà" - avevano accolto con favore, pensando che fosse finito il breve incubo del presidente Mohammed Morsi, prigioniero degli islamici più intransigenti.
Ma prima di Morsi, il capo dello Stato era Hosni Mubarak, per me un vero galantuomo. I giornalisti erano abbastanza liberi, pur osservati da lontano, ma senza intervenire. Oggi Al Sisi si è trasformato in un dittatore pericoloso e il povero Regeni ne è rimasto vittima. Per fortuna l'Italia ha alzato la voce, e la magistratura ha scoperto i funzionari dei servizi segreti che hanno massacrato il nostro giovane collega, facendo ritrovare il cadavere lungo una strada della capitale. Segno evidente di guerre intestine fra servizi di intelligence. Ma ora che cosa succede? Mentre comincia il processo in Italia l'ineffabile Al Sisi e i suoi scherani fanno mandare in onda un documentario televisivo in molte puntate per dimostrare che l'Egitto è innocente e che gli italiani mentono.
Operazione orrenda. Fa bene la famiglia di Giulio Regeni a combattere per quel ragazzo stritolato da agenti senza scrupoli. A Giulio, dovunque sia, mando un abbraccio con un messaggio brevissimo: "Ciao, eroe della nostra libertà". Oggi anche io ho accettato di fare un gesto simbolico al Giardino dei Giusti del Montestella di Milano, per onorare un mio caro amico, un collega valoroso, Samir Kassir, un libanese forte e fiero, figlio di un palestinese e di una siriana, e giornalista con la schiena dritta. Il Libano è il Paese del mio cuore, e gli anni di Beirut, durante e dopo la guerra civile, non li dimenticherò mai.
Ho scritto un libro sull'esperienza vissuta con il mio tassista druso, Sami Kazzaz, che mi salvò da un sequestro, minacciando le famiglie dei quattro biechi estremisti, mitra in pugno, che mi volevano portare via. Mi salvò proprio l'autista. Nel mio libro "Sami, una storia libanese", tradotto anche in arabo dalla bravissima Joumana Haddad, racconto la composizione di quella società, dove i poteri non cambiano, i personaggi sono sempre gli stessi, anche se gli equilibri sono mutevoli, come le posizioni politiche e le alleanze. Con Samir, più giovane di me, parlavamo di tutto: lui a difendere l'arabità del Libano, assai più forte del nazionalismo, e io a sfiancarlo di domande, chiedendo retroscena e fumando assieme pacchetti di sigarette.
Allora, assieme alla passione per l'avventura, era anche il mio vizio-sfogo, che ora non ho più. Quando Samir Kassir cominciò la sua carriera di giornalista, entrò alla fine in An Nahar e nella sua versione francese "L'Orient-Le jour", che era guidato da un altro caro amico, Ghassan Tueni, un vero liberale. Samir Kassir, con la sua indipendenza e il suo coraggio intrepido, era una voce forte e insieme scomoda, contro tutte le occupazioni. Ricordo il suo entusiasmo quando mi parlava degli intellettuali siriani che speravano di cambiare il loro Paese con la "primavera di Damasco". Illusione. Il 14 febbraio del 2005, vi fu la strage che costò la vita al primo ministro Rafiq Hariri, che mi voleva bene al punto tale da chiedermi consigli ogni volta che tornavo in Libano. Poco più di tre mesi dopo, in quel tragico 2005, un'auto bomba uccise Samir. Lo ho ricordato, trattenendo la commozione. Gli ho fatto anche gli auguri di Pasqua. Il mio amico infatti era di religione cristiana ortodossa. Ieri per lui era il giorno della festa. "Christos Anesti", come dicono in Grecia. "Cristo è risorto".
- Più equità e giustizia per rilanciare il progetto europeo
- Cannabis, un tabù che genera dolore
- L'Italia che toglie i bambini alle madri straniere
- Egitto. La mamma di Regeni denuncia: "Ostruzionismo sul processo"
- Francia. Il ministro della Giustizia Dupond-Moretti: "Gli ex br come i terroristi del Bataclan"











