milanotoday.it, 4 maggio 2021
I contagi da Covid negli istituti penitenziari lombardi sono sotto controllo. Lo spiega Letizia Moratti, vicepresidente e assessore al Welfare di Regione Lombardia. Ad oggi, su 7.700 detenuti, tutti asintomatici, 28 risultano positivi.
"Regione Lombardia in ambito penitenziario - dice Letizia Moratti - ha utilizzato azioni di diagnosi e contact tracing molto avanzate. Esse hanno consentito un immediato avvio della campagna vaccinale".
La campagna infatti procede in modo efficace. Oltre il 60% dei detenuti ha ricevuto la prima dose, con punte dell'80% in istituti strategici come: Milano Opera, San Vittore, Bollate, Monza, Brescia. Sono invece circa il 30% quelli che hanno ricevuto anche la seconda dose.
Al carcere San Vittore il tampone salivare - Inoltre a San Vittore, a Milano, in via sperimentale, è stato testato l'utilizzo dei tamponi salivari. Un'indagine condotta in collaborazione col gruppo di lavoro del professor Gianvincenzo Zuccotti, preside della facoltà di Medicina dell'Università Statale di Milano. I risultati presentati per la pubblicazione alla rivista 'Frontiers in Public Health' hanno mostrato un'affidabilità del 98-99%. "Era importante porre la massima attenzione all'interno di strutture come le carceri - conclude Letizia Moratti - per evitare la diffusione del virus e l'insorgere di pericolosi focolai. Regione Lombardia l'ha fatto, da una parte attraverso un'azione di monitoraggio e di contact tracing con i tamponi; dall'altra procedendo alla vaccinazione del personale di Polizia penitenziaria e detenuti con percentuali significative".
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 maggio 2021
Caos Csm, l'accusa di Autonomia & Indipendenza: chi ha spinto il "corvo" a rendere pubblici i verbali? Un atto "illegale" e "vile". Il coordinamento di Autonomia & Indipendenza, la corrente di magistrati creata da Piercamillo Davigo e Sebastiano Ardita, etichetta così il dossieraggio interno al Csm, che ha portato nei giorni scorsi ad un'indagine a carico di un'impiegata (ora sospesa) del Csm, Marcella Contrafatto, prima membro della segreteria dell'allora consigliere Davigo e fino a qualche giorno fa in forza alla squadra del laico M5S Fulvio Gigliotti. Un complotto, secondo A&I, che avrebbe come obiettivo proprio Ardita. Una sorta di regolamento di conti, con lo scopo di "confinare finalmente il potere giudiziario in un angolo inoffensivo".
La vicenda, si legge in una nota dai toni tutt'altro che sobri, riporta indietro nel tempo, ad un passato "durante il quale i migliori uomini di questa istituzione venivano calunniati, fatti oggetto di oscuri dossieraggi, isolati e purtroppo anche uccisi. Si trattava - ricordano le toghe - di condotte atte a garantire a poteri oscuri, annidati nei gangli delle istituzioni di questo paese, di agire indisturbati per condizionarne le scelte e i destini". Ad indicare nome e cognome della vittima è Alessandra Tasciotti, esponente del gruppo di Coordinamento e membro del direttivo dell'Anm. "È indubbio che vittima di questo dossieraggio è, tra gli altri, il consigliere del Csm Sebastiano Ardita - ha dichiarato. La sua storia professionale parla per lui".
Il fatto ormai è noto: il pm Paolo Storari, sostituto procuratore di Milano, ha consegnato all'allora consigliere del Csm Davigo alcuni verbali in formato word, contenenti le dichiarazioni dell'avvocato Piero Amara, ascoltato nell'inchiesta sul presunto depistaggio ai danni del processo a carico di Eni sul giacimento nigeriano Opl245, conclusosi qualche settimana fa con l'assoluzione dei vertici della società. Verbali segreti, redatti a fine 2019, nei quali Amara racconta dell'esistenza di una presunta loggia segreta, denominata "Ungheria", della quale farebbero parte magistrati, politici, ufficiali delle forze dell'ordine e vertici delle istituzioni. Centinaia di persone, unite dagli stessi interessi e, soprattutto, intenzionate a gestire le nomine a proprio piacimento. Tra queste, dunque, anche Ardita, che però avrebbe già smentito tutto davanti al procuratore di Perugia Raffaele Cantone.
Il punto, ora, è capire chi e perché abbia voluto colpire Ardita. I verbali, infatti, sono stati inviati anonimamente a Repubblica e Fatto Quotidiano, con lo scopo di rendere pubbliche le informazioni contenute in esse. E se è vero, come ipotizza la procura di Roma, che a spedirli è stata Contrafatto, rimane da chiarire a nome e per conto di chi ha inviato quegli atti, violando il segreto istruttorio. Ma c'è anche un altro interrogativo: poteva Storari consegnare quei documenti a Davigo? Sembrerebbe di no: il Consiglio superiore della magistratura, infatti, "opera soltanto sulla base di atti formali e secondo procedure codificate, essendo qualsiasi suo intervento inibito a fronte di atti non identificabili come la sommaria comunicazione verbale da parte dell'allora consigliere Piercamillo Davigo in merito a indagini della procura di Milano", riferiscono fonti del Csm, secondo le quali, "in presenza di notizie in sé irricevibili perché estranee ai canali formali e istituzionali, ogni iniziativa del Csm sarebbe stata scorretta e avrebbe potuto amplificare voci non riscontrabili".
I fatti - La vicenda inizia a dicembre 2019. Storari, che raccoglie le dichiarazioni di Amara assieme alla collega Laura Pedio, non è contento di come la procura di Milano gestisce la vicenda. Convinto di un eccessivo lassismo e intenzionato ad iscrivere i primi nomi sul registro degli indagati, incalza il procuratore Francesco Greco per velocizzare l'indagine e accertare se quanto dichiarato da Amara sia vero o falso. Tra fine 2019 e inizio 2020, dunque, Storari invia una decina di mail ai vertici dell'ufficio, sostenendo la necessità di fare in fretta e iniziare ad indagare. Richieste che rimangono inevase, stando al racconto di Storari. Che in primavera decide, così, di consegnare tutto in mano a Davigo, con lo scopo di informare il comitato di presidenza e tutelarsi in caso di azioni disciplinari. Si tratta, dunque, dell'anteprima di quegli scontri registrati all'interno del Palazzo di Giustizia a marzo scorso, al termine del processo contro Eni.
La consegna a Davigo - Secondo quanto sostenuto ieri dal Corriere della Sera, l'ex pm di Mani Pulite avrebbe consegnato quei verbali anche al vicepresidente del Csm, David Ermini. "Quello che ho da dire lo dirò, prima, nelle sedi istituzionali in cui verrò ascoltato", ha sottolineato Davigo, che nei prossimi giorni verrà sentito dalla Procura per chiarire come mai quei file fossero nel computer della sua segretaria. Ermini, dopo aver affermato di essere stato solo "marginalmente" informato da Davigo, ha poi affermato che lo stesso gli parlò della vicenda in più colloqui. Solo ad un certo punto, dunque, avrebbe compreso che Davigo era in possesso dei verbali secretati. L'ex pm di Mani Pulite informa anche il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi, titolato a interloquire con le Procure su indagini in corso, e a maggio 2020 ne parla con il presidente della Cassazione Pietro Curzio. Nessuno dei due, però, sarebbe stato a conoscenza del fatto che Davigo avesse i verbali. Quel che è certo, dunque, è che da dicembre 2019 a maggio 2020 nessuno ha svolto alcuna indagine a riscontro di quanto affermato da Amara sulla loggia "Ungheria".
Tutto regolare, secondo l'ex pm - Sul passaggio di verbali segreti dalla Procura al Csm, Davigo è chiaro: "Il segreto non è opponibile ai consiglieri del Csm". E dà ragione a Storari: "Cosa deve fare un pm se non gli fanno fare ciò che deve, cioè iscrivere la notizia di reato e fare le indagini per sapere se è fondata?". Il ritardo della Procura di Milano è infatti, secondo l'ex pm, "non conforme alle disposizioni normative". Storari sostiene di aver seguito la procedura prevista da una circolare del Csm risalente al 1994, secondo la quale "il pubblico ministero che procede deve dare immediata comunicazione al Consiglio con plico riservato al Comitato di Presidenza di tutte le notizie di reato nonché di tutti gli altri fatti e circostanze concernenti magistrati che possono avere rilevanza rispetto alle competenze del Consiglio".
La regola, spiega un membro del Consiglio, prevede però che per investire il Csm di qualsiasi comunicazione o richiesta la stessa vada trasmessa al Comitato di presidenza. Una vicenda parallela a quella che riguarda il caso Palamara-Fava: all'epoca Stefano Fava, in forza alla procura di Roma, aveva presentato un esposto contro il procuratore Giuseppe Pignatone, sostenendo la necessità di approfondire le dichiarazioni di Amara. Interpellato da Fava, Palamara suggerì al collega di presentare un esposto in prima commissione, che ha il compito di esaminare gli esposti contro i magistrati. Ma quell'esposto rimase senza risposta.
Tornando ai verbali di Amara, della questione viene investito anche il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il fascicolo d'indagine, intanto, viene aperto a maggio 2020, quando la Procura dispone l'iscrizione di tre persone sul registro degli indagati per l'ipotesi di associazione segreta. Ovvero poco dopo che Salvi informa il procuratore di Milano, il quale "il 16 giugno" riferisce "per grandi linee le iniziative assunte".
L'indagine a Milano - Il 9 maggio 2020, dunque, la Procura di Milano iscrive per associazione segreta Amara, il suo ex collaboratore Alessandro Ferraro e il suo ex socio Giuseppe Calafiore. Il fascicolo, a dicembre scorso, viene poi trasmesso per competenza alla Procura di Perugia, dopo una riunione dopo l'estate con Raffaele Cantone. Greco, intanto, sta preparando una relazione per riscostruire la vicenda, relazione che potrebbe arrivare anche al Csm in vista di eventuale procedimento sulla vicenda. Secondo quanto sostiene la Procura, dopo i verbali di Amara sarebbero stati fatti diversi accertamenti, coordinati dal procuratore aggiunto Laura Pedio e dal procuratore Francesco Greco, per verificare le dichiarazioni dell'avvocato siciliano.
Un'altra indagine sarebbe stata poi avviata per comprendere come l'ex dirigente Eni Vincenzo Armanna, indagato e grande accusatore nel processo Eni Nigeria, sia entrato in possesso di alcune pagine dei verbali secretati, dei quali ha chiesto conto ai pm Storari e Pedio nel corso di un interrogatorio. L'indagine sulla loggia "Ungheria" è ora in mano a Cantone, che a settembre, assieme a Greco, ha interrogato Amara a Perugia, prima del passaggio, a gennaio 2021, dell'intero fascicolo a Perugia.
Le carte finiscono ai giornali - Ad ottobre del 2020, intanto, Davigo va in pensione. Ed esattamente due mesi dopo, a dicembre, i verbali consegnati da Storari vengono inviati a Repubblica e Fatto quotidiano, che decidono, però, di informare le procure di Roma e Milano per evitare strumentalizzazioni. Un terzo plico viene inviato al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ne parla con Ardita e consegna tutto alla Procura di Perugia, titolare del caso Palamara e competente per le indagini sui magistrati di Roma. E la bomba scoppia quando, nel corso del plenum della scorsa settimana, Di Matteo svela tutto ai colleghi, parlando di vere e proprie "calunnie" ai danni di un collega (Ardita) e denunciando un possibile "tentativo di condizionamento dell'attività del consiglio". Così come Ermini parla di "opera di delegittimazione e condizionamento tesa ad alimentare la sfiducia dei cittadini nei confronti della magistratura" e ribadendo l'estraneità del Csm ai fatti in questione. Intanto la Procura di Brescia sta acquisendo notizie e informazioni su quanto avvenuto a Milano.
Il fascicolo conoscitivo, spiega il procuratore Francesco Prete, non è ancora formalmente aperto, ma è questione di giorni.
Articolo 101: "Sciogliamo il Csm" - I componenti della corrente ribelle, Articolo 101, chiedono intanto lo scioglimento del Csm, "per ridare credibilità alla giustizia". E ciò perché il Csm ormai sarebbe "un ambiente da tempo inquinato dall'acquisizione privata di atti giudiziari segreti relativi a fosche vicende e dalla circolazione irrituale e de-formalizzata di notizie relative a tali vicende, aggravano ulteriormente la situazione.
È così ancor più evidente che sono venute meno le condizioni minime del normale funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura nella sua attuale composizione. Riteniamo, dunque, che lo scioglimento di questo Csm sia la via obbligata per il ripristino della normale funzionalità dell'organo e, al contempo, la condizione indispensabile per ridare un minimo di credibilità e autorevolezza al complesso delle istituzioni giudiziarie".
L'avvocato di Amara: "Il mio assistito è credibile" - Interpellato dal Dubbio, Salvino Mondello, difensore di Amara, ribadisce la credibilità del suo assistito. "I soggetti accusati da Amara sono sempre stati condannati e quindi la sua attendibilità è sempre stata riscontrata - spiega. Chi dice oggi che non è un soggetto credibile è mosso da una volontà di screditare che non aderisce al vero". Mondello non è attualmente in possesso dei verbali incriminati. Ma la sua impressione è che la procedura seguita da Storari non sia del tutto corretta, a livello formale.
"La circolazione dei verbali - dice con riferimento alle pubblicazioni di stampa - è illecita, in quanto secretati. Al punto che nemmeno io ne avevo copia come difensore. Se quanto spiegato dai giornali sulla consegna dei verbali a Davigo risponde al vero, è un comportamento che mi pare al di fuori di qualunque norma ordinamentale". Secondo Mondello, i tempi della Procura per accertare se la vicenda Ungheria abbia abbia i connotati previsti dalla legge Anselmi non sarebbero anomali. "Ma in caso, sarebbe stato doveroso fare un esposto formale", sottolinea.
Per quanto riguarda le dichiarazioni di Amara, "ha riferito un insieme di fatti che vanno necessariamente verificati. Io ritengo che dica la verità, nei limiti di quel che conosce, e qualche riscontro c'è già". Per quanto riguarda la cosiddetta loggia Ungheria - della quale il Gran maestro del Grande Oriente Stefano Bisi disconosce l'esistenza - "si tratta di cose che ha appreso direttamente. Si tratta di legami e relazioni indiscutibili, se poi queste hanno i connotati dell'associazione segreta sarà compito della Procura accertarlo. L'unica cosa che però voglio ribadire è che, finora, è sempre stato ritenuto credibile".
di Liana Milella
La Repubblica, 4 maggio 2021
Mentre oggi si apre la partita sugli emendamenti al processo penale, il presidente M5S della commissione Giustizia della Camera respinge le accuse del centrodestra per aver scelto Stefano Ceccanti del Pd e Federico Conte di Leu come relatori.
"La commissione d'inchiesta sulla magistratura non può diventare un tribunale politico. E né io, né Brescia abbiamo fatto politica scegliendo i due relatori". Il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni, esponente di M5S, rimanda al mittente le accuse del centrodestra per aver scelto assieme al presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia, anche lui di M5S, i deputati Stefano Ceccanti del Pd e Federico Conte di Leu come relatori della futura commissione.
E sugli obiettivi che avrà Perantoni è netto: "Non può diventare un tribunale in stile Inquisizione sul lavoro dei giudici". E il caso Amara? "Mi auguro proprio che non venga usato per creare dissidi nella maggioranza".
Per una coincidenza parte proprio oggi, nella sua commissione, il confronto sulla riforma del processo penale. Saranno presentati gli emendamenti e decollerà la grande trattativa sulla giustizia, dalla prescrizione ai tempi del processo alle garanzie per gli imputati, che vede la ministra Marta Cartabia come figura di mediazione. L'impressione dall'esterno però è che la maggioranza sia fortemente divisa, come dimostra la querelle sulla commissione d'inchiesta sulla magistratura...
"Effettivamente c'è una grande diversità di vedute e di approccio nella maggioranza. Perché un arco politico che va da Leu alla Lega non può avere una visione omogenea sui punti della riforma. È evidente che un risultato si può raggiungere perché c'è un arbitro come la Cartabia che riuscirà a raggiungere una sintesi politicamente accettabile tra le varie tendenze".
Oggi è davvero possibilista su un risultato positivo?
"Me lo auguro, perché se si raggiunge questo risultato in questo momento, presumibilmente potremo giungere non dico a una pacificazione sulla giustizia, ma almeno a mettere uno stop alle polemiche per un po' di tempo".
Proprio per le difficoltà che ci sono, era proprio necessario inasprire gli animi con la scelta dei due capigruppo di Pd e Leu per la commissione d'inchiesta?
"Non credo proprio che siamo stati io e Brescia a inasprire gli animi. Semmai lo ha fatto quella parte della maggioranza che ha insistito per calendarizzare una proposta divisiva come quella della Gelmini sulla commissione d'inchiesta sulla magistratura".
Questa è una maggioranza molto composita e con posizioni del tutto opposte sulla giustizia. Per dirla con un'immagine, c'è Giulia Bongiorno ma c'è anche Alfonso Bonafede. E proprio Pd e M5S erano contrari alla commissione.
"Bisogna chiarire i termini della questione. Pd, M5S e tutti i partiti non hanno espresso alcuna contrarietà su una commissione d'inchiesta sul caso Palamara, cioè su fatti determinati e precisi. Invece questa è una commissione d'inchiesta sull'uso politico della giustizia. Che è tutt'altra cosa. Perché una cosa è dire indaghiamo su un fatto, un'altra è un potere dello Stato che indaga su un altro potere, con il rischio, messo nero su bianco, di un conflitto tra poteri dello Stato".
È stato evidente sin dall'inizio che questa commissione sarebbe divisiva...
"No, non lo era la proposta di una commissione sul caso Palamara, ma la divisione è nata sul testo della Gelmini, in cui Palamara è citato solo incidentalmente nella relazione. Le parole contano, non è pignoleria".
Lei sta dicendo che il centrodestra vuole aprire un processo contro tutta la magistratura?
"Presentare una proposta di legge sull'uso politico della giustizia equivale proprio a perseguire questo scopo".
Lei e Brescia però, come presidenti delle due commissioni, avete un ruolo istituzionale oltre che politico. Per una coincidenza siete tutti e due di M5S. Scegliere un relatore del Pd e uno di Leu non significa dare un schiaffo a un pezzo della maggioranza?
"Sono assolutamente convinto che tutte le forze politiche hanno pari dignità, quindi non intendo dare uno schiaffo a chicchessia. In armonia con la discussione che c'è stata in commissione, in cui tutti i gruppi hanno convenuto sul fatto che la commissione dovesse occuparsi del caso Palamara, abbiamo scelto due relatori che potessero rappresentare al meglio la commissione e fare un lavoro di sintesi più efficace rispetto a quello che avrebbero potuto fare altri. Tant'è che non ci sono relatori M5S".
Considerato il clima difficile e il momento particolare per i provvedimenti che dovranno fare da spalla al Recovery non sarebbe stato meglio scegliere un esponente della sinistra e uno della destra? Avete considerato questa ipotesi?
"Con Brescia abbiamo fatto valutazioni a 360 gradi e siamo giunti alla conclusione che i due relatori scelti rappresentano una garanzia per tutti i gruppi politici perché sono estremamente competenti e quindi saranno perfettamente in grado di assicurare equilibrio e la ricerca della sintesi necessaria sia per la commissione che per gruppi stessi".
Politicamente questa scelta non rischia di spaccare la maggioranza in vista di provvedimenti così delicati?
"Operiamo su piani del tutto diversi. Qui stiamo parlando di una proposta di legge di iniziativa parlamentare, mentre gli altri provvedimenti riguardano la maggioranza, e quindi si viaggia su piani diversi. La responsabilità sul percorso delle riforme è differente rispetto alle dinamiche delle proposte di legge parlamentari".
La decisione di far partire la legge sulla commissione d'inchiesta cammina parallela al nuovo caso che si è aperto al Csm sui verbali di un pentito come Amara che parla di una loggia massonica. Questa coincidenza non rischia di acuire ancora di più lo scontro tra politica e magistratura?
"Il caso Amara è ancora sulla carta perché va verificato se e in quale misura le sue affermazioni siano fondate. Se questo argomento, seppure molto grave, dovesse essere usato politicamente per far venir meno la coesione della maggioranza è evidente che si creeranno dissidi ancora maggiori tra le forze politiche. Ma mi auguro che ciò non avvenga proprio in vista delle riforme che stiamo poter affrontare".
Invece, anche leggendo dichiarazioni come quelle del forzista Gasparri, l'impressione è che la commissione d'inchiesta potrà diventare una sorta di tribunale politico rispetto all'azione della magistratura.
"Non può assolutamente diventare questo. Non potrà che essere una commissione che indagherà solo su fatti determinati, altrimenti qui andiamo a riaprire il processo a Sacco e Vanzetti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 maggio 2021
Un medico del carcere e il direttore dell'Unità di Neuroradiologia dell'ospedale avrebbero omesso di prestare assistenza sanitaria a Roberto Jerinò. La procura di Reggio Calabria ha chiesto il rinvio a giudizio e il Gup ha fissato per il 25 maggio l'udienza preliminare nei confronti di un medico e del direttore facente funzione dell'Unità operativa di Neuroradiologia. Riguarda la morte di Roberto Jerinò, detenuto al carcere calabrese di Arghillà e morto a dicembre del 2014 presso l'ospedale di Reggio Calabria. L'iter giudiziario è stato tortuoso.
Tra richieste di archiviazioni, opposizioni presentate dagli avvocati dei famigliari di Jerinò e il gip che dispose la riapertura delle indagini, siamo arrivati alla richiesta di rinvio a giudizio per i due sanitari per il reato di omissione d'atti d'ufficio in quanto il medico in servizio presso la struttura penitenziaria di "Arghillà", e l' altro indagato quale direttore facente funzione dell'Unità di Neuroradiologia dell'azienda Ospedaliera B.M.M., avrebbero "omesso" "di adottare un atto dovuto" del rispettivo ufficio "che doveva essere compiuto senza ritardo non prestando la necessaria assistenza sanitaria al detenuto Roberto Domenico Jerinò".
Il medico ometteva di disporre il suo immediato ricovero - Nello specifico, il medico in servizio presso il carcere di Arghillà - si legge nella richiesta di rinvio a giudizio -, "in data 14.12.2014, dopo avere sottoposto a visita, alle ore 14:15 ed alle ore 18:00 Jerinò, che gli riferiva difficoltà deambulatorie e tremori agli arti inferiori", con successivi episodi di "nausea": "ometteva di disporre il suo immediato e urgente ricovero in ospedale, nonostante i sintomi rappresentati, i precedenti anamnestici patologici prossimi e le importanti comorbolità del detenuto, ritardando così il tempestivo e specifico intervento sanitario sul detenuto che veniva rinvenuto il giorno dopo nel letto della propria cella privo di coscienza e trasportato all'ospedale con ambulanza del 118, ivi giungeva alle ore 13:45 del 15.12.2014 in grave stato di coma da ischemia cerebrale in imminente pericolo di vita aggravandosi, fino alla data del decesso avvenuto il 23.12.2014".
Il direttore di Neuroradiologia ometteva di dare positivo riscontro alle richieste di tac con Mdc - Nei confronti dell'altro indagato, si legge sempre nella richiesta di rinvio a giudizio, la Procura rileva che: "Dopo aver ricevuto dal direttore sanitario della Casa Circondariale "Arghillà" la richiesta del 5.11.2014 di esecuzione con urgenza della Tac con Mdc sul detenuto Jerinò, esame peraltro prescritto dagli stessi sanitari del nosocomio in data 3.11.2014, e nonostante i successivi solleciti inoltrati dal direttore della Casa Circondariale ad effettuare urgentemente detto esame strumentale, ometteva di dare positivo riscontro alle plurime richieste di effettuazione dell'esame tac con Mdc sul detenuto, sottoponendolo all'esame tac cranico con Mcd solo in data 9.12.2014, così ritardando gli opportuni e necessari interventi sanitari di oltre un mese". Parliamo di una delle tante, troppe brutte storie, che possiamo definire di "ordinaria amministrazione". Parliamo del diritto alla salute violato in carcere.
Jerinò ebbe un'ischemia e rigettarono la richiesta di domiciliari - L'allora sessantenne Jerinò, durante la detenzione, cadde per terra perché la sua gamba perse la memoria dei movimenti, poi il braccio e infine la bocca. Venne portato di corsa in ospedale: ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. L'avvocato, come logico, chiese la concessione dei domiciliari. Rigettato. Subito riportato in carcere, nonostante la diagnosi. Secondo la testimonianza di alcuni detenuti, alle 3 di notte del 12 dicembre del 2014, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi.
Non riuscì a dormire quella notte. La mattina si segnò in elenco per l'infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia. Fu così per l'intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili.
Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. Stava impazzendo Jerinò, sentiva quella vena come se fosse una sanguisuga. Lamentava dolore. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, rimase paralizzato nel letto. Lo portarono in ospedale che era già in coma. Non si risvegliò più. Morì il 23 dicembre del 2014.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 4 maggio 2021
Nel carcere minorile i sogni possono diventare realtà attraverso il calcio. A Napoli c'è un'"isola che c'è", non come quella di Peter Pan e dei suoi bambini smarriti. Sulla sua cima rocciosa c'è il carcere minorile di Nisida, un luogo dove non si guarda agli errori fatti, ma si cerca di trovare uno sprono a guardare avanti per creare un futuro migliore partendo dalle competenze e abilità di ciascuno. E anche da quello che più piace ai ragazzi come il calcio.
Ed è proprio per questo motivo che è stato inaugurato un campo regolamentare di Calcio a 5, con annessi spogliatoi, per i giovani ristretti dell'Istituto Penale Minorile di Nisida. È il progetto realizzato nell'ambito del Piano Azione Giovani "Sicurezza e Legalità" - Linea di Intervento 1 "Sport e Legalità" del Ministero dell'Interno - Dipartimento Pubblica sicurezza, che ha come obiettivo la diffusione del rispetto delle regole e del fair play, dell'osservanza della disciplina e dell'adozione di comportamenti improntati alla legalità tra i giovani, attraverso la realizzazione di impianti sportivi in aree ad alto tasso di dispersione.
Una cerimonia di inaugurazione del campo di gioco che ha assunto un significato e un messaggio forte per i ragazzi dell'Istituto Penale Minorile di Nisida con la presenza del Prefetto di Napoli Marco Valentini, accanto al Capo Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità Gemma Tuccillo, al Presidente del Tribunale dei Minori di Napoli Patrizia Esposito, al Magistrato di Sorveglianza del Tribunale dei Minori di Napoli Ornella Riccio, al Procuratore della Procura dei Minori Maria de Luzenberger e al direttore Gianluca Guida, quotidianamente impegnato in un luogo dove cerca dialogo e opportunità per gli ospiti dell'istituto.
"Nisida è stato uno dei primi luoghi che ho visitato un anno fa, quando sono arrivato a Napoli - dichiara Marco Valentini -. Quello dei minori, in questa città, è un tema molto delicato e importante. Bisogna lavorare tanto proprio nella direzione del progetto che presentiamo questa mattina; un progetto che ha una dimensione comunitaria, perché realizzato con il coinvolgimento di realtà diverse, confluite in un'unica direzione. La consegna del campo di calcio a 5 e la formazione tecnica sono premesse di un bell'avvenire per i ragazzi e per chi lavora con i ragazzi".
Interpretando il calcio come espressione di vita sana e come sport che esercita un grande fascino sui ragazzi, il direttore Guida ha accolto con favore anche il progetto "Zona luce", sviluppato dalla FIGC e dalla Fondazione Scholas Occurrentes, nell'ambito della collaborazione avviata nel 2020 per favorire attività finalizzate all'integrazione e alla riabilitazione per quelle categorie in condizioni di disagio o emarginazione. Un'iniziativa destinata agli operatori di polizia penitenziaria e ai detenuti del carcere minorile di Nisida, che si colloca all'interno della macro area Rete Social Football della Federazione, e si è articolata attraverso un percorso per la formazione di istruttori sportivi, con l'obiettivo di trasferire ai destinatari le necessarie competenze per poter proseguire un'attività nel mondo del calcio a fine pena.
La parte più bella del progetto è che il corso di formazione è stato seguito insieme sia dai ragazzi sia dai poliziotti penitenziari. "Abbiamo veramente fatto squadra, ci siamo conosciuti e confrontati sotto una luce diversa. Siamo fieri di aver preso parte a questo progetto", raccontano orgogliosi i poliziotti penitenziari. Dopo i dieci incontri, svolti sotto la guida dello staff tecnico FIGC-Scholas, attraverso un programma mirato e condiviso, e in piena sinergia con la struttura carceraria, ha avuto luogo la consegna degli attestati di partecipazione alla presenza di Vito Tisci, presidente del Settore Giovanile e Scolastico FIGC, Carmine Zigarelli, presidente del Comitato Regionale LND, Mario Del Verme, coordinatore Scholas Occurrentes Sport, Giuseppe Marmo, presidente Kodakon e Giuseppe Madonna, coordinatore SGS Campania.
"Una giornata come questa vede gratificato il grande lavoro fatto ogni giorno - dichiara Gemma Tuccillo -. Questa giornata è stata più volte rinviata a causa della pandemia. Oggi celebriamo tutte le componenti che danno un senso al nostro lavoro e spezzano la paura del momento. Io ho tanti difetti e una grande malattia: il calcio. Qua esprimo la speranza che possa venir fuori qualche grande talento. C'è bisogno di chi lo scopre il talento, di chi possa insegnare ad utilizzarlo al meglio. Il talento, con il rispetto degli altri e delle regole, può portare al successo. Ai ragazzi di Nisida auguro un triplete: Coppa Italia, Scudetto e Champions".
"Il calcio è un'occasione di incontro e di crescita - dichiara Patrizia Esposito -. Favorisce la nascita e il consolidamento di legami di solidarietà e fratellanza. Quello che stiamo presentando oggi è un processo di inclusione che fornisce strumenti per il concreto inserimento. È una testimonianza della reale funzione rieducativa ai sensi dell'art 27 della Costituzione. Oggi raccontiamo una bella storia. Cari ragazzi, il tribunale dei minori è sempre accanto a voi e tiferà sempre per voi".
"Questa giornata è attesa da più di sette anni - dichiara Gianluca Guida. Oggi inauguriamo il campo grazie all'intervento della Prefettura e diamo un senso a questo luogo che va ben oltre il ludico con il programma di inserimento sociale del progetto "Zona Luce".
Con l'attestato che ricevono oggi, i ragazzi di Nisida potranno andare nelle scuole di calcio con il ruolo di aiuto allenatori", ha concluso il direttore. Dopo il taglio del nastro, ragazzi e formatori, sono scesi in campo. Si sono ritrovati prima in cerchio con un rito "'A capa, 'o core, 'e cosce, 'e pier, 'a cazzimma", ovvero "La testa, il cuore, le gambe, i piedi e la cazzimma (l'arte di sopravvivere con astuzia)" e poi hanno mostrato la loro forza, la loro bravura e la loro preparazione con il pallone. Anche il teatro è stato protagonista al Carcere di Nisida.
Sulla terrazza del Ceus di Nisida, i ragazzi e le ragazze di Nisida, che hanno partecipato al corso di recitazione, hanno messo in scena "T'Appò munno?!", un progetto di Puéca Celidònia; un percorso di necessità che parte dai ragazzi di Nisida, dalle loro esigenze e dalla loro natura nello stimolo dell'immaginazione come senso di libertà altro, insegnando loro che in teatro tutto è possibile, con rispetto, gioco e ascolto ma soprattutto se lo si fa insieme.
gonews.it, 4 maggio 2021
I detenuti preparano il cibo per i senzatetto. Succede a Firenze, grazie alle attività sociali dell'istituto Madonnina del Grappa, la storica struttura religiosa, con sede nel capoluogo toscano, che si occupa di servizi di accoglienza. Nello specifico, quattro detenuti che scontano una pena alternativa a Casa Caciolle, una villa del Settecento dove si trovano i reclusi in uscita da Sollicciano, cucinano ogni sera in grandi quantità generi di prima necessità. Oltre trenta pasti al giorno nella cucina della struttura, con tanto di padelle e pentoloni, dove i reclusi si impegnano per aiutare chi si trova emarginato. "Ogni volta che cuciniamo per i senzatetto della città - racconta uno di loro - è come se fosse una terapia di redenzione che in qualche modo ci ricorda il nostro passato marginale e randagio, dove anche noi avremmo avuto bisogno di un pasto caldo". Ogni sera intorno alle 20, il cibo preparato dai detenuti viene prelevato dalla Protezione Civile, della Misericordia e dalla Croce Rossa, che poi portano immediatamente il cibo ai senza dimora che vivono all'addiaccio sul territorio fiorentino. "Pensare che attraverso il nostro lavoro di volontariato possiamo aiutare i più bisognosi per noi è come una rinascita" dicono all'unisono i reclusi che vivono a Casa Caciolle.
Che poi aggiungono: "In questo periodo di pandemia e sofferenza collettiva, essere partecipi di questo movimento di solidarietà è altrettanto importante per noi". Promotore del progetto, come detto, è la Madonnina del Grappa.
Spiega il presidente don Vincenzo Russo: "I detenuti che escono dal carcere spesso si trovano in condizioni peggiori di quando sono entrati perché durante la permanenza in cella non sono stati realizzati progetti di recupero socio professionale. Noi, a Casa Caciolle, ospitiamo i detenuti a fine pena che scontano pene alternative e li seguiamo in un percorso di reinserimento nella società anche attraverso opere di volontariato".
di Margherita Marchini
Gazzetta di Siena, 4 maggio 2021
La vita in carcere al tempo della pandemia. Sergio La Montagna, direttore della Casa Circondariale di Siena, racconta la struttura e fa il punto a oltre un anno dall'inizio dell'emergenza sanitaria.
Più di un anno fa registravamo i primi, duri segnali dell'inizio dell'emergenza pandemica. Oltre un anno dalle prime chiusure e dalle iniziali paure, da quelle lunghe distanze e dalle innumerevoli misure prese che hanno così stravolto l'aspetto dei nostri luoghi e delle nostre vite da renderle irriconoscibili. Ma in questo anno, in cui l'isolamento ha fatto da padrone, qual è il volto del Covid-19 dietro le sbarre di un carcere? Quanto e come è cambiata la vita dentro le case di reclusione mentre l'emergenza sanitaria, fuori, ha messo in ginocchio l'intero pianeta?
"Sin dall'inizio della pandemia sono state adottate, d'intesa con le autorità sanitarie locali, rigorose misure di prevenzione che hanno inciso in maniera significativa sulle abitudini di vita dei detenuti e sulle modalità di lavoro degli operatori penitenziari". A parlare è Sergio La Montagna, direttore della Casa Circondariale senese che, nell'intervista a Gazzetta di Siena, racconta della struttura penitenziaria e dalla vita al suo interno ad un anno dall'inizio dell'emergenza sanitaria.
"Nella Casa Circondariale di Siena è attualmente in corso la campagna vaccinale dei detenuti e degli operatori e, allo stesso tempo - specifica il direttore - continuiamo a mettere in pratica tutte le misure necessarie al contenimento del contagio: dal contingentamento degli accessi in Istituto, al ridotto dimensionamento degli ambienti comuni che sono oggetto di frequenti sanificazioni, fino agli screening di massa eseguiti periodicamente. In ossequio al vigente protocollo sanitario - continua La Montagna - tutti i detenuti che fanno ingresso nella nostra struttura sono posti in isolamento precauzionale per 10 giorni e vengono ammessi a vita in comune solo dopo che i tamponi molecolari cui vengono sottoposti all'inizio e alla fine del periodo di isolamento hanno dato esito negativo. Un ulteriore aspetto è quello degli incontri dei detenuti con i loro familiari che vengono modulati in base all'andamento epidemiologico: quando Regione Toscana è collocata in fascia rossa - dice il direttore - i colloqui non avvengono in presenza, ma esclusivamente a distanza mediante le videochiamate whatsapp".
Nella casa Circondariale di Siena, quello del presente è un tempo sospeso ma, al futuro, si guarda con la stessa tenacia di sempre. Non si ferma, infatti, lo sviluppo di attività pensate per dotare i detenuti di nuove competenze professionali favorendo il loro reinserimento una volta tornati in libertà. È il caso di 'IN.SI.d.E - Interventi e soluzioni idraulici ed edili', "il progetto formativo - specifica Sergio La Montagna - realizzato con il concorso finanziario dell'Unione Europea, della Repubblica Italiana e della Regione Toscana che prenderà il via a breve".
"Sono stati selezionati i 10 detenuti ammessi alla formazione professionale e al successivo stage pratico. Purtroppo - racconta il direttore - anche questa attività, come le altre di tipo rieducativo e finalizzate al reinserimento sociale, dovrà essere strutturata in relazione all'andamento epidemiologico e, almeno nella prima fase, si dovrebbe svolgere con lezioni a distanza, come sta accadendo per i corsi scolastici che da tempo si tengono in gran parte con questa modalità secondo le linee guida dettate dal Ministero dell'istruzione. 'Inside', ad ogni modo - afferma La Montagna - è un progetto che ha incontrato il favore dei partecipanti che sono pronti a cogliere con entusiasmo questa opportunità formativa che in futuro potrebbe anche tradursi in uno sbocco occupazionale".
"Tutte le attività culturali - continua il direttore della Casa Circondariale di Siena - hanno subito nell'ultimo anno una drastica riduzione ma non si sono mai interrotte del tutto. In particolare i corsi scolastici di tutti i livelli sono proseguiti, grazie all'encomiabile professionalità del corpo docente, alternando la didattica a distanza alle lezioni in presenza. Auspico una piena ripresa a breve anche delle altre attività: quelle pertinenti all'arte in generale come il teatro, la musica e la scrittura creativa che da marzo 2020 si sono svolte a fasi alterne, subendo un'inevitabile sospensione nei momenti in cui l'accesso in Istituto degli operatori volontari che gestiscono questi laboratori è stato precluso dalle disposizioni di legge emergenziali".
L'umanità, che in questi casi eccezionali resta fuori dal carcere, viene comunque ricordata dal direttore: "Il coinvolgimento della comunità esterna nel processo di rieducazione dei detenuti è uno dei tratti qualificanti la Casa Circondariale di Siena. La gran parte delle innumerevoli iniziative della nostra struttura, finalizzate al reinserimento sociale dei reclusi, ha preso corpo proprio grazie alla collaborazione di soggetti istituzionali terzi all'amministrazione penitenziaria. Parlo degli enti, delle associazioni di volontariato e persino di privati cittadini, senza dimenticare le Contrade - sottolinea Sergio La Montagna - il cui contributo ha suggellato l'osmosi tra il carcere e il contesto territoriale".
cuneodice.it, 4 maggio 2021
L'amministrazione comunale albese ha convocato l'incontro lo scorso venerdì 30 aprile. Presente anche il garante regionale dei detenuti Mellano. L'amministrazione albese ha convocato venerdì 30 aprile un primo incontro di confronto tra tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nell'imminente apertura della Casa Lavoro all'interno del carcere albese G. Montalto.
Alla riunione erano presenti, oltre al sindaco Carlo Bo e all'assessore alle Politiche sociali Elisa Boschiazzo, Catia Taraschi, responsabile Ufficio detenuti e trattamento Prap Piemonte-Liguria-Valle d'Aosta, Domenico Arena, direttore Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna, Laura Bottero, direttore Ufficio Esecuzione Penale Esterna Cuneo, Bruno Mellano, Garante regionale dei detenuti e delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, Alessandro Prandi, Garante comunale dei detenuti e delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà, Marco Bertoluzzo, direttore Consorzio socio-assistenziale Alba Langhe Roero, Giuseppina Piscioneri, direttore Casa di reclusione G. Montalto, con le educatrici del carcere Valentina Danzuso e Samantha Tedeschi e l'Ispettore capo della Polizia penitenziaria Alessandro Chiavazza. Per il terzo settore sono intervenuti Domenico Albesano, presidente Associazione Arcobaleno, Elena Saglietti e Daniela Chiesa, rispettivamente presidente e operatore area Servizi lavoro Consorzio Cooperative Sociali Cis, Pier Mario Guia e Claudia Ducange, direttore e project manager Casa di Carità, Arti e Mestieri.
Tutti gli attori - anche quelli che non hanno potuto presenziare tra cui l'Asl Cn2 e Cpia 2 Cn Alba Mondovì - hanno manifestato la volontà di collaborare alla riuscita del progetto. La riunione è stata organizzata dopo l'incontro avvenuto alcune settimane fa in Comune con Pierpaolo d'Andria, Provveditore di Piemonte-Liguria-Valle d'Aosta del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Oltre ad annunciare l'avvio dei lavori di ristrutturazione del carcere albese per il prossimo autunno, il Provveditore ha confermato l'intenzione di istituire una Casa Lavoro, con l'inserimento di alcune persone ora ospitate nella Casa circondariale di Biella. L'avvio del progetto è stato ipotizzato già nel mese di giugno. La maggior parte dei 43 detenuti della Casa di reclusione albese saranno trasferiti in altre strutture, fatta eccezione per una decina di persone addette ai servizi del carcere e alla gestione dei progetti agricoli. La Casa Lavoro accoglierà internati che hanno già scontato la pena, ma che sono ritenuti ancora socialmente pericolosi e quindi vincolati, prima di riottenere la libertà, a un ulteriore percorso riabilitativo.
Il sindaco di Alba Carlo Bo e l'assessore alle Politiche sociali Elisa Boschiazzo: "Ringraziamo tutti per la disponibilità a collaborare fattivamente alla realizzazione della Casa Lavoro a cui è stata adibita la nostra struttura. Un progetto complesso e delicato, la cui buona riuscita è possibile solo attraverso il coinvolgimento e il lavoro di squadra tra realtà pubbliche e private, con l'obiettivo di mettere a punto percorsi di inclusione e reinserimento utili ed efficaci. Come Amministrazione abbiamo proposto di riunire il Tavolo periodicamente, sia per lavorare al meglio in rete sia per un monitoraggio costante del progetto".
"A partire da giugno - dichiara il Garante comunale Alessandro Prandi - la vocazione dell'istituto albese cambierà radicalmente; sarà totalmente dedicata a mettere le persone internate nella miglior condizione per dimostrare il venir meno della cosiddetta pericolosità sociale sancita dalla Magistratura di sorveglianza. Sull'adeguatezza dell'istituto di aderire a questa nuova mission si concentrerà in modo particolare l'attenzione del Garante. Quello di oggi è stato un primo importante momento di confronto che ha visto la partecipazione della maggior parte degli enti pubblici e del terzo settore interessati. Sono emersi spunti di riflessione e disponibilità che sarà determinante tenere in considerazione".
adnkronos.com, 4 maggio 2021
Nell'ambito delle attività legate al Premio letterario per le carceri italiane "Sognalib(e)ro" si è tenuto nei giorni scorsi un incontro tra lo scrittore Fabiano Massimi e i detenuti di tre Istituti penitenziari: Milano Opera, Modena e Castelfranco Emilia. Massimi ha presentato il suo libro "Il Club Montecristo", edito da Mondadori.
L'iniziativa è stata promossa da BPER Banca e dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Modena per coinvolgere i detenuti, già partecipanti al Premio Sognalib(e)ro, nella lettura e nel confronto su un romanzo nato proprio tra le mura del carcere Sant'Anna di Modena, quando l'autore vi ha svolto un periodo di volontariato.
Mondadori e BPER Banca, inoltre, hanno donato diverse copie del libro ai tre penitenziari per consentire agli educatori di preparare l'incontro. Le pagine del volume raccontano la storia di un gruppo di ex detenuti e affrontano il tema del riscatto sociale di chi ha scontato la propria pena e aspetta un'opportunità di reinserimento nel lavoro e nella società.
Proprio questo è lo scopo del Sognalib(e)ro, il premio letterario ideato da Bper Banca, Comune di Modena e dal presidente della giuria, Bruno Ventavoli di "Tuttolibri", in collaborazione con la Direzione Generale del Ministero della Giustizia - Dipartimento amministrazione penitenziaria e con la finalità sociale di coinvolgere i detenuti nella lettura e nella scrittura. La terza edizione del Premio si avvia alla conclusione. Nelle prossime settimane si conoscerà il nome dell'autore, scelto dai detenuti, fra i tre in concorso per la sezione narrativa: Gianrico Carofiglio con "La misura del tempo", Valeria Parrella con "Almarina" e Maria Attanasio con "Lo splendore del niente e altre storie". Verrà inoltre premiata un'opera inedita sul tema "Il mio lato positivo", scritta da un detenuto di uno dei 17 carceri partecipanti. Nel frattempo è già stata annunciata per l'estate la pubblicazione del bando per la quarta edizione di "Sognalib(e)ro".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 4 maggio 2021
Informazione. Non si tratta di un temporale passeggero, bensì di una vera e propria tendenza. In un contesto che si tinge di moderni autoritarismi venati vuoi dai populismi vuoi dalle tecnocrazie, la libertà di comunicare senza censure è condannata al purgatorio o direttamente all'inferno.
Ieri si è celebrata la giornata dell'Onu sulla libertà di stampa, chiamata ancora così dall'istituzione avvenuta nel 1993, in epoca analogica dominata dalla carta stampata. Purtroppo è stata una celebrazione amara. E tutt'altro che gioiosa.
Nella stagione dei sovranismi, della compressione delle rappresentanze democratiche e della crisi del bilanciamento dei poteri, l'esercizio del diritto disegnato solennemente dalle Carte internazionali e dall'articolo 21 della Costituzione italiana è sotto attacco. Non si tratta di un temporale passeggero, bensì di una vera e propria tendenza. In un contesto che si tinge di moderni autoritarismi venati vuoi dai populismi vuoi dalle tecnocrazie, la libertà di comunicare senza censure è condannata al purgatorio o direttamente all'inferno.
Per un verso, i condizionamenti di un mercato reso ancor più concentrato e brutale con l'entrata in scena delle piattaforme digitali. Gli oligarchi della rete fanno il resto. Per un altro dai colpi diretti al cuore della conoscenza. L'Italia è al quarantunesimo posto nella classifica mondiale ed è la maglia nera d'Europa. E' stato ben sottolineato dalla federazione della stampa e dall'associazione Articiolo21 nell'incontro tenutosi ieri con il presidente della camera dei deputati Fico.
Note dolorose: c'è ancora nell'ordinamento la pena del carcere per i giornalisti, il ricorso alle querele temerarie è una modalità utilizzata per imbavagliare croniste e cronisti impegnati in inchieste rischiose, le intercettazioni divampano, il precariato riguarda ormai ben oltre la metà della categoria e la pur timida leggina sull'equo compenso non è mai stata applicata.
Non solo. Si è passati ormai alle minacce fisiche, come è accaduto in numerose occasioni, e numerosi sono coloro che si vedono costretti a chiedere la scorta. Insomma, difendere attivamente un così basilare principio di civiltà vuol dire mettere in gioco la propria vita. Basti ricordare, tra le tante e i tanti, Daphne Caruana Galizia, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin, Peppino Impastato, Mauro rostagno, Giancarlo Siani, Antonio Megalizzi, Anna Politkovskaja. I casi terribili non si contano in Europa e nei paesi del villaggio globale. Almeno un centinaio, numero peraltro sottostimato.
Ad aggravare definitivamente la situazione vi è, poi, il tema enorme della violenza online contro le donne giornaliste. Già ne hanno parlato Silvia Garambois e Paola Rizzi nel libro '#StaiZitta giornalista!' uscito con le edizioni All Around nella collana Studi della Fondazione Murialdi nel generale contesto dell'odio e degli insulti maschilisti.
Ed è stato reso noto il dettagliato rapporto dell'Unesco contro le croniste, cui segue la campagna Journalist too.
Si legge nell'introduzione che non vi è nulla di virtuale nella violenza veicolata dai social. Anzi, si tratta della nuova frontiera di una lotta asperrima, che segna una stagione attraversata da misogenie, omofobie, volgarità inaudite. 2.500 postazioni analizzate, 15 paesi interessati, differenti tipologie indagate: bianche, nere, indigene, ebraiche, eterosessuali, bisessuali, lesbiche. Su queste ultime e sulle donne nere si riversa la grande maggioranza delle contumelie criminali.
Ne spiega le caratteristiche una delle autrici, la minacciata professionista filippino-americana, Maria Ressa. Contro le donne, dunque, si esercita una doppia violenza: l'attacco alla libertà di espressione e l'oppressione di genere. Un rapporto agghiacciante, che dovrebbe essere letto e divulgato, divenendo la premessa per iniziative adeguate.
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