di Paolo Persichetti
Il Riformista, 6 maggio 2021
La richiesta di una verità ancora mancante è stata una delle giustificazioni più richiamate nell'orgia di commenti che hanno accompagnato la notizia della retata degli esuli degli anni 70 a Parigi. Tra le voci più autorevoli si è distinta quella della nuova ministra della Giustizia Cartabia. La pagina storica degli anni 70 non può ancora essere chiusa - sostengono questi nuovi soldati della verità - senza che prima non sia fatta chiarezza sui fatti della lotta armata. Di pari passo questo accertamento della verità non può essere separato dalla esecuzione della pena, unico modo - par di comprendere - per arrivare alla verità.
Affermazione dalla portata inquietante: ritenere che la verità sia ontologicamente legata alla punizione apre scenari totalitari che non sembrano tuttavia aver creato allarme. Chi chiede verità in questo modo non sta promuovendo un percorso di conoscenza ma semplicemente una conferma, per giunta autoritaria, del proprio pregiudizio. Una verità precostituita a cui i colpevoli dovrebbero adeguarsi. L'esatto contrario della verità storica che invece è un processo libero da condizionamenti, dove si scava alla ricerca di fonti nuove e si rielaborano e si confrontano nello spazio pubblico quelle note. Quello che invece viene proposto dalle milizie della verità punitiva è un mercato della verità, il mercato delle verità contrapposte, verità che cambiano col cambiar delle maggioranze e dei colori politici.
La cosa più assurda è vedere la massima autorità della Giustizia promuovere la richiesta di estradizioni, per giunta utilizzando tutti i sotterfugi possibili per aggirare le prescrizioni lì dove l'inesorabile decorso del tempo le ha già sancite (vedi l'invenzione della delinquenza abituale), sulla base di sentenze che ricostruiscono una verità giudiziaria con pesanti conseguenze penali, e subito dopo sentir dire che quei colpevoli devono ancora dire la verità, una verità che dunque non può che essere diversa da quanto sancito nelle sentenze. Ma se così stanno le cose, che legittimità hanno delle richieste di estradizione fondate su sentenze che non dicono il vero?
In carcere, dopo la mia estradizione, rivolsi la stessa domanda al magistrato di sorveglianza che erigendosi a quarto grado di giudizio mi chiedeva la verità, altrimenti si sarebbe sempre opposta alla concessione di qualsiasi misura alternativa. "Se lei mi fa questa domanda - risposi - vorrei sapere in base a quale verità giudiziaria sono stato condannato?". Sembrava una di quelle pagine di Lewis Carrol in "Alice e il paese delle meraviglie", "prima la condanna poi l'accertamento dei fatti". Ovviamente finì nel peggiore dei modi. Chi dice che ci sono ancora misteri abbia almeno la coerenza di pretendere l'annullamento delle vecchie condanne e dei vecchi processi. Non può al tempo stesso chiedere una nuova verità e confermare quelle vecchie colpe.
foggiatoday.it, 6 maggio 2021
69 positivi nel carcere di Foggia: è il cluster più grande della Puglia. In ospedale quattro dei 58 detenuti contagiati. A lanciare l'allarme nelle scorse settimane sono stati i sindacati di polizia, i cui timori trovano conferme nei dati del report nazionale del Dipartimento di amministrazione penitenziari. Il Coronavirus continua a propagarsi nelle carceri italiane, tra detenuti e personale di polizia penitenziaria. A lanciare l'allarme nelle scorse settimane sono stati i sindacati di polizia, i cui timori trovano conferme nei dati del report nazionale del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
Secondo i dati aggiornati al 3 maggio, sono 69 le positività al virus accertate nel carcere di Foggia: si tratta di 11 agenti e 58 detenuti (di questi, quattro sono in ospedale). Un solo caso Covid accertato nel carcere di San Severo, che ha dovuto fare ricorso alle cure ospedaliere.
I dati sono rilanciati dall'agenzia Dire. Meno grave la situazione negli altri istituti penitenziari pugliesi, dove si contano 18 casi a Bari, 10 a Lecce, 5 a Taranto e 4 ad Altamura. Nel complesso del panorama nazionale carcerario, si contano 397 detenuti positivi su oltre 52mila. Di questi, solo 20 sono ricoverati. Per quanto riguarda, invece, il personale di polizia penitenziaria, si contano 400 agenti positivi su circa 37mila (9 sono ricoverati).
bsnews.it, 6 maggio 2021
"Bene cercare una soluzione alternativa a Canton Mombello ma necessario agire anche sull'assistenza sanitaria e il reinserimento dei detenuti", commenta Girelli. "Da troppi anni aspettiamo la costruzione di un nuovo carcere a Brescia, che possa finalmente porre fine all'agonia di Canton Mombello, che è notoriamente un tugurio invivibile per detenuti e poliziotti". Così Federica Epis, vice presidente della Commissione speciale Carceri, commenta la sua mozione sulle strutture detentive bresciane, approvata ieri nel Consiglio regionale della Lombardia, sottolineando in una nota che "l'nica soluzione percorribile oggi è il nuovo padiglione a Verziano".
"Chiedo il serio impegno e l'attivo interessamento della nostra Regione affinché il Governo dia finalmente piena attuazione al Piano Nazionale Carceri, che è datato 2016, ma non ha mai visto sorgere alcuna opera sul territorio, particolarmente in provincia di Brescia", spiega l'esponente del Carroccio, "Troppi incidenti, tentati suicidi e innumerevoli episodi di violenza hanno ormai esasperato il personale e gli operatori del più grande carcere bresciano, non è più tollerabile che la casa circondariale Nerio Fischione - prosegue Epis - resti tra le più affollate d'Italia, con ben 357 detenuti, cioè quasi il doppio rispetto ai 186 reclusi che sono formalmente indicati come capienza accettabile per una struttura costruita più di un secolo fa, con una media nazionale dove il tasso di sovraffollamento è pari al 119,8%, ossia il più alto nell'area dell'Unione Europea.
"Canton Mombello è invivibile, non ha i parametri minimi per garantire la sicurezza al suo interno, per questo altre soluzioni proposte in mozione prevedono l'attivazione di nuovi posti psichiatrici presso la Rems di Castiglione delle Stiviere, a rischio non vi è solo l'incolumità del personale in servizio, ma anche e soprattutto le attività di reinserimento sociale dei detenuti che, se non attuate, espongono ancor più l'intera comunità bresciana agli atti criminali di chi esce di prigione senza aver fatto un serio percorso di recupero".
Sul voto è intervenuto anche il consigliere regionale Pd Gianantonio Girelli. "Bene cercare una soluzione alternativa a Canton Mombello ma necessario agire anche sull'assistenza sanitaria e il reinserimento dei detenuti - scrive Girelli, - Abbiamo votato sì alla mozione - afferma Girelli - emendata in più parti dai contributi raccolti in aula, perché è evidentemente necessario intervenire sullo stato di enorme criticità di Canton Mombello. Da un lato si auspica l'impiego delle risorse stanziate a suo tempo per creare una soluzione alternativa all'attuale sede di Canton Mombello. Ma dall'altro si deve anche pensare a adeguare azioni sul piano del servizio sanitario regionale nel carcere e del reinserimento delle persone detenute".
"Rimane - conclude Girelli - inoltre, la necessità, anche per il consiglio regionale, di attivarsi per aprire una seria discussione a livello nazionale affinché si parli di pene alternative, nonché dell'attuazione della Convenzione di Strasburgo, così come aggiornata dall'allora ministro Orlando. Da sempre, e non solo da ora, il Pd è impegnato sui temi del carcere. Fa piacere che anche altre forze politiche abbiano maturato una adeguata sensibilità in merito".
di Alice Marchese
blogsicilia.it, 6 maggio 2021
La rieducazione degli ex detenuti nella società è un obiettivo che prende vita nel progetto Rechance. "Rehabilitation Approaches for providing former prisoners with personal development and society entry" Rechances ha avuto inizio nel novembre 2020. In Italia Prism Impresa Sociale, di Enna, si occuperà della gestione.
Cos'è Rechance - Inclusione e abbassare il rischio di emarginazione sociale sono i pilastri di Rechance. Il fine di questa iniziativa è quello di contribuire a migliorare partecipazione, a livello educativo, degli ex detenuti nella società. Si vuole promuovere e diffondere quella conoscenza che permetta di abbattere gli ostacoli l'ingresso in società agli ex detenuti. Viene conferito loro uno sviluppo personale e garantita la partecipazione nelle comunità in cui vivono. È un'opportunità formativa per confrontarsi con chi lavora sia all'interno del sistema carcerario che nel terzo settore. Tra le svariate risorse e materiali educativi a disposizione, si potrà usufruire di un'app.
Chi sono i partecipanti - I partecipanti di questa iniziativa sono sei Stati Membri dell'UE: Repubblica Ceca, Cipro, Grecia, Italia, Irlanda e Bulgaria. Al loro interno operano partner con diversi profili, tra cui centri di ricerca, università, imprese sociali, organizzazioni non governative, che forniscono supporto educativo e sociale ad ex detenuti per prevenire il rischio di esclusione ed emarginazione sociale. In Italia Prism Impresa Sociale si occuperà della gestione del progetto.
Le parole della coordinatrice del progetto - Katerina Kubrichtová di Romodorm (Repubblica Ceca) è la coordinatrice del progetto. Afferma: "Ci stiamo imbarcando in questo progetto per capire i bisogni degli ex-detenuti da un lato e per sviluppare materiali educativi innovativi che siano adatti ai loro bisogni dall'altro". Nel corso dei prossimi due anni, i partner svilupperanno e scambieranno idee e conoscenze su approcci e pratiche educative da portare avanti, con l'obiettivo di promuovere percorsi educativi e di apprendimento a favore di ex detenuti in tutta Europa, per sostenere il reinserimento nella società.
lavocedeltrentino.it, 6 maggio 2021
Attiguo al parcheggio del carcere di Spini, c'è un terreno incolto recentemente bonificato per il quale si è aperta la partita di un'eventuale assegnazione. La Provincia è la proprietaria, ma non ha progetti immediati di utilizzo e col lasciarlo incolto e abbandonato si correrebbe il rischio che si riempisse nuovamente di rifiuti abbandonati. A questo punto ci vuole un progetto.
L'idea arriva dalla Circoscrizione e dall'Associazione Amizi del Ponti dei Vodi ed è quella di trasformare quest'ampia superficie in orti urbani che potrebbero essere assegnati alle famiglie delle Guardie Carcerarie che risiedono poco distanti. Ma lo spazio sarebbe sufficiente anche per assegnarli alle famiglie di Spini che sono state escluse dall'assegnazione degli orti di Via Monaco. Potrebbe andare bene anche un uso promiscuo destinando una parte ad orti urbani ed una seconda ad uso diverso.
Delle istanze dei residenti se ne è fatta portavoce l'assessore Mariachiara Franzoia che ha aperto un confronto con la Provincia. Di certo qualsiasi tipo di destinazione d'uso dovrebbe essere temporanea nella prospettiva di un possibile futuro ampliamento dell'area carceraria ed in tutti i casi non sarebbe possibile realizzare strutture che in qualche modo potrebbero creare problemi per la sicurezza del carcere col quale il terreno in questione confina.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 6 maggio 2021
La diocesi di Grosseto dà voce agli esclusi che si sono "Ripigliàti" con una serie di podcast, il primo dei quali parla del mondo carcerario. Storie senza schegge, "ripigliate" per imparare, almeno un po', come rinascere. L'idea è di un gruppo di ragazzi, tra cui un sacerdote e un frate francescano, dell'ufficio comunicazioni della diocesi di Grosseto che hanno voluto produrre una serie di podcast i cui protagonisti hanno vissuto l'emarginazione ma sono riusciti a reinventarsi, a superarsi e a rimarginare le ferite.
"Abbiamo un po' giocato con le parole perché "Ripigliàti" è un termine tipico toscano. La scelta dell'espressione locale è anche per dare un tocco di leggerezza a temi molto importanti" racconta il direttore, Giacomo D'Onofrio, sottolineando che "l'obiettivo è quello di raccontare storie di speranza e di ripartenza, tutte diverse tra loro, che spiegano passo dopo passo il percorso virtuoso dei protagonisti grazie al quale sono tornati a vivere".
Il primo dei sette podcast preparati dalla redazione grossetana parla di carcere: "Si è partiti da qui perché il pensiero della società verso chi ha commesso un delitto, e che poi viene condannato, è quello di dire: giustizia è fatta, dimenticando conseguentemente le persone che stanno dietro le sbarre", riprende D'Onofrio. Mentre invece "è quanto mai necessario costruire quel ponte da tanti parti evocato tra istituti di pena e territorio, attivando reti istituzionali e sociali in grado di non abbandonare a se stessi sia i ristretti, che coloro sono tornati in libertà".
Paolo, uno dei protagonisti di "Ripigliàti" ne è una testimonianza: "Ha avuto problemi con la tossicodipendenza ed è stato diversi anni dentro", continua il direttore dell'ufficio comunicazioni della diocesi di Grosseto. "Oggi è un punto di riferimento della stessa struttura che lo ha aiutato ad uscire dalla droga ma ci ha raccontato che l'esperienza detentiva è dura e molto dipende dagli incontri e dalle relazioni che si stringono all'interno della casa di reclusione. Ciò dimostra che il carcere dovrebbe essere in grado di rieducare i suoi ospiti, ma così non è". Secondo D'Onofrio, per Paolo, come per altri, è stata fondamentale la fede.
"Si è riavvicinato a Dio proprio nel periodo più buio. Nel momento di disperazione cercava un'ancora di salvezza e l'ha trovata grazie al cappellano del carcere. Una volta uscito, ha proseguito, con don Enzo Capitani, direttore della nostra Caritas che da anni lavora a contatto con i tossicodipendenti. In questo circuito virtuoso di reinserimento ha avuto modo di riscoprire il valore della famiglia".
La voce di Paolo al microfono dei ragazzi di Grosseto è ancora più chiara in questo senso: "Quando si varca il muro sei consapevole che hai davanti a te due prospettive: uscire meglio, oppure peggio, di come sei entrato. L'esperienza nella struttura di massima sicurezza di Prato è stata di forte impatto", racconta.
"Ho conosciuto gente con "fine pena mai" ed è proprio qui che ho aperto gli occhi. Sono stati i compagni ergastolani a convincermi che, data la mia giovane età, avrei avuto altre occasioni nella vita, sicuramente migliori rispetto a quelle che mi avrebbe offerto un'esistenza da ristretto". Quanto alla sua rinascita, Paolo spiega che è solito ripetere ai ragazzi che segue ogni giorno: "grazie a voi scopro sempre cose nuove. Ognuno ha un bagaglio personale inestimabile che va valorizzato".
"Ripigliàti" è una esperienza professionale, ma al tempo stesso umana, molto forte. Ne è convinto la mascotte del team, Giovanni Cerboni, 18 anni, il più piccolo del gruppo che ha offerto il suo contributo sia per la parte redazionale, che per la produzione dei podcast: "Per me ha voluto dire inserirsi in una storia che viene da lontano e darle voce coi linguaggi di oggi", racconta il giovane volontario. "Per questo abbiamo voluto chiamare il prodotto finale "Dare voce alle parole". Ci si accorge subito, infatti, che le parole nella nostra città, nella nostra Chiesa ci sono, a volte bisogna avere solo un po' di pazienza e impegno per dar loro voce. Questo è meraviglioso, così come è stimolante dal punto di vista professionale", continua Cerboni.
"Lavoro con cose nuove, che non conosco e da un lato sono chiamato a seguire le mie intuizioni, come ad esempio il linguaggio del podcast per arrivare alle nuove generazioni, e al tempo stesso confrontarmi con altre persone, che hanno altre competenze e altre sensibilità e insieme trovare una sintesi, sempre legati da questa prospettiva unica del servizio e del dare voce".
di Linda Laura Sabbadini*
La Repubblica, 6 maggio 2021
Se non investiamo su dosi accessibili, intere zone del mondo resteranno escluse e non potranno fermare la diffusione del Covid. Vaccini per tutti. Un diritto fondamentale è l'accessibilità. Ma sono garantiti veramente a tutti? È una questione profonda di giustizia. L'articolo 32 della nostra Costituzione tutela la salute come diritto per ogni individuo, un diritto fondamentale. E sottolinea come la salute sia un bene comune, interesse della collettività. Il nostro servizio sanitario nazionale, varato nel 1978, si ispira al diritto costituzionale. Noi, Paese avanzato, democratico, garantiamo il vaccino per tutti. In questo caso contro il Sars-CoV-2, ma anche in altri casi.
Ci voleva una pandemia come quella che abbiamo vissuto direttamente per capire profondamente il valore dei vaccini. Morti a non finire, dolore di chi rimane, uno tsunami economico e sociale. Esplosione della povertà. C'erano state avvisaglie. Una decina di virus hanno bussato alla nostra porta in 20 anni. Ma ci sembravano lontani. Eravamo tutti più o meno convinti che la cosa non ci riguardasse più di tanto.
E invece è arrivata anche da noi. E abbiamo potuto sperimentare come i vaccini siano veicolo e garanzia di libertà di vivere. Libertà di muoversi. Libertà di studiare e lavorare. Libertà di relazionarsi. Libertà di abbracciare e baciare i propri cari. I propri amici. Lo hanno dimostrato per primi Israele e il Regno Unito. E dovremmo propagandarlo di più agli indecisi. La vaccinazione di massa ha fatto crollare i casi gravi e ha azzerato le morti.
Ma è dappertutto così? Purtroppo no. Le diseguaglianze tra Paesi sono enormi. E anche all'interno di ciascun Paese. Abbiamo il "privilegio" della nostra democrazia che ci tutela. Ma proprio per questo, noi e gli altri Paesi democratici dovremmo fare qualcosa per chi questo diritto non lo ha. E non può accedere al vaccino. Così come lo dovrebbe fare chi ha le possibilità economiche, mettendo in campo le sue risorse per una causa giusta.
Abbiamo potuto sperimentare come l'investimento in ricerca sia fondamentale. Ma esiste un problema nella produzione e distribuzione dei vaccini che crea una grande diseguaglianza tra Paesi e tra zone diverse all'interno degli stessi Paesi. La catena del freddo.
Pensate alle popolazioni che vivono in Africa o in Asia in zone con l'elettricità a singhiozzo o addirittura senza. Come fanno a conservare i vaccini a temperature così alte? Come fanno a trasportarli senza che si rovinino? Le donne sono costrette a caricarsi i loro bambini e a spostarsi per chilometri, senza mezzi di trasporto adeguati per vaccinarli. E quanti non si vaccinano?
E allora perché non si producono vaccini termostabili e magari autosomministrati? Non solo per il Sars-CoV-2 ma per tutto quello che serve. Sarebbe una vera rivoluzione se si investisse nella ricerca per produrre vaccini che possano essere spediti e conservati anche a temperature elevate.
Hanno posto apertamente il problema Ilaria Capua direttrice del One Health Center dell'Università della Florida e Carlo Giaquinto sulla prestigiosa rivista scientifica Lancet. La ricerca non si è mai sviluppata in questa direzione perché il problema è che i Paesi avanzati non ne hanno bisogno. Ma non investendo nella ricerca sui vaccini innovativi e accessibili intere zone del mondo saranno escluse dalla libertà di vivere. Non potranno combattere la diffusione dei virus. E il mondo più avanzato ne riceverà ricadute negative, come già stiamo vedendo, perché siamo ormai tutti interconnessi. Investire su questo adesso salverà tante vite umane dalla morte. Sarà un atto di giustizia. Un servizio all'umanità intera. Possiamo farlo ora o aspettare la prossima pandemia.
*Direttora centrale Istat
di Stefano Passigli
Corriere della Sera, 6 maggio 2021
Contro la pandemia si deve puntare all'immunizzazione, ma la ricerca richiede investimenti enormi: colpirne i ricavi potrebbe disincentivare le industrie farmaceutiche più avanzate.
Nel mondo i morti da Covid-19 registrano nuovi massimi. Nuove nazioni si aggiungono alla lista della pandemia. Nuove varianti si manifestano, di diversa contagiosità e letalità, contro le quali gli attuali vaccini forse non hanno la stessa efficacia che hanno contro il ceppo originario. In attesa di valide terapie, le sole risposte restano secondo la scienza vaccinazioni e lockdown.
Contro la pandemia sono in campo le grandi società farmaceutiche - spregiativamente chiamate Big Pharma - e gli Stati. Big Pharma la sua parte l'ha fatta: la sua capacità di ricerca ci ha dato vaccini efficaci in tempi brevissimi, senza precedenti nella storia della ricerca. L'azione degli Stati ha avuto invece risultati diversi: hanno fatto meglio quelli che negli anni hanno investito maggiori risorse in istruzione e ricerca, e che hanno quindi industrie farmaceutiche più innovative. Molto naturalmente è stato dovuto alla qualità delle rispettive classi politiche: il caso degli Stati Uniti, con la diversa impostazione data alla lotta contro il virus da Biden rispetto a Trump, lo dimostra, ma - come in ogni guerra - la variabile fondamentale è la capacità produttiva di un Paese e la qualità della sua amministrazione pubblica. Inutile quindi, nel caso italiano, affannarsi a ricercare meriti e demeriti di questo o quel governo o commissario: è quanto un Paese ha investito in ricerca, quanto la sua struttura amministrativa è in grado di rispondere prontamente a sollecitazioni eccezionali, e infine quanto i suoi cittadini hanno fiducia nella cultura scientifica a fare la differenza.
La pandemia è oramai mondiale; e se la vaccinazione è lo strumento essenziale per impedirne una ulteriore diffusione, allora è evidente la necessità di estendere le vaccinazioni a tutti i Paesi il più rapidamente possibile. Come risposta a questa necessità molti propongono di intervenire sui brevetti, considerandoli "beni comuni" di cui poter usufruire liberamente. È una soluzione errata. La ricerca richiede investimenti enormi e aleatori, e colpirne i frutti rischia di limitare la propensione delle industrie farmaceutiche più avanzate a impegnarsi in ricerche. Il caso delle malattie rare ne è un esempio. L'obiettivo di mantenere i profitti derivanti dalla ricerca entro termini accettabili, evitando ogni forma di speculazione, può essere conseguito senza impedire alle imprese un giusto beneficio tassando adeguatamente gli utili derivanti dai brevetti piuttosto che ponendo limiti al loro utilizzo.
Inoltre, i prezzi dei farmaci sono in ogni sistema soggetti ad autorizzazione da parte di organismi pubblici. Tutte le grandi imprese farmaceutiche hanno contabilità analitiche che possono permettere di valutare gli investimenti effettuati in ricerca e la quota gravante su di un singolo farmaco, e di stabilire così prezzi equi e differenziati per i paesi poveri, vie queste sicuramente preferibili ad interventi che ledessero il principio della brevettabilità della ricerca. Se un insegnamento può venire dalla attuale vicenda dei vaccini, questo è che un Paese non può non destinare una adeguata percentuale del suo Pil alla ricerca senza perdere la capacità di difendere i propri cittadini. L'Italia ha oggi con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza l'occasione di colmare il suo ritardo. Questo, ben più che il calendario o gli orari delle riaperture, dovrebbe preoccupare chi guida forze politiche con responsabilità di governo.
Chi aspira a futuri ruoli di governo e guida numerose Regioni dovrebbe piuttosto avanzare concreti progetti per portare a compimento il piano vaccinale. I problemi incontrati in numerose Regioni suggeriscono, ad esempio, di riproporre l'idea - che avanzai venti anni fa con l'allora ministro Bassanini - di unificare carta d'identità e carta sanitaria immettendo sul chip tutta la storia medica del titolare (gruppo sanguigno, eventuali patologie pregresse o croniche, etc.) per renderla disponibile in caso di urgenza in condizioni di riservatezza tramite un centro nazionale di riferimento. Questa idea cadde perché il ministro della Salute del tempo ritenne che poteva ledere la privacy e la volontà dell'eventuale paziente.
Non trattandosi di un trattamento sanitario, che a norma di Costituzione non può essere imposto, ma di una tutela dell'interessato in caso di suo stato di incoscienza, l'idea andrebbe ripresa anche perché un centro nazionale permetterebbe - come è avvenuto in Israele - di modulare le priorità di una campagna vaccinale non solo per classi di età, ma per condizione patologica: malati oncologici, afflitti da patologie cardiovascolari, diabetici e via dicendo, assicurando ai cittadini uniformità di accesso al trattamento vaccinale sull'intero territorio nazionale, evitando le scandalose priorità accordate da talune Regioni ad alcune categorie. Tutto si tiene: dal grande tema della pandemia alle piccole innovazioni, tutto passa - nel caso italiano - dalla capacità di riformare la pubblica amministrazione. Dal dibattito politico in corso non mi sembra che questa sia la preoccupazione di chi continua solo a cavalcare lo spontaneismo e il corporativismo della nostra società.
di Chiara Valerio
La Repubblica, 6 maggio 2021
Le discussioni sul disegno di legge contro l'omotransfobia mostrano la debolezza della nostra dialettica e della nostra democrazia. Non ci arrocchiamo, parliamo, leggiamo, esercitiamo la differenza. Le discriminazioni, come i desideri, sono difficili da controllare ed estirpare perché affondano radici nei gesti, nel corpo e nell'educazione. È uscito Spatriati, nuovo romanzo di Mario Desiati, che, come tutti i grandi romanzi, è uno strumento. Come le grandi teorie, come la democrazia stessa, riguarda il quotidiano, singolare e collettivo.
Le discussioni sul ddl Zan, che limita l'espressione di opinioni omotransfobiche e misogine e sanziona violenze per orientamento sessuale, identità di genere e abilismo, mostrano, per esempio, la debolezza, se non della nostra cultura, della nostra dialettica. Ddl Zan sì o no, attuabile sì o no. In fondo, anche la debolezza della nostra democrazia: perché un cittadino omosessuale o transgender, con o senza ddl Zan, ha tutti i doveri di un cittadino eterosessuale, ma non tutti i diritti, visto che diritti e doveri sono l'uno il rovescio dell'altro? Tendiamo ad arroccarci e tifare, poniamo domande a risposta chiusa. Non parliamo, mettiamo una spunta.
La figura e il modo del tribuno ci convincono e ci affascinano. L'immediatezza ci salva, sollevandoci dalla responsabilità della memoria. Se il tribuno fosse una figura nella grammatica italiana sarebbe il parlare per proposizioni coordinate. Privi di subordinate - senza modali, causali e temporali - dichiariamo, a casa, al bar, nei luoghi della democrazia, il nostro disinteresse, di certo la paura, per consequenzialità di parole e azioni, e per comprendere. Non vogliamo capire, vogliamo non essere contraddetti. Quasi tutti.
In questa polarizzazione non solo noiosa ma agita a detrimento della democrazia come istituto ed esercizio, e della discussione come pratica e divertimento, i romanzi rimangono l'unico luogo in cui esercitarsi nelle ragioni e nei torti degli altri. E nei nostri.
Quando Spatriati si apre, Francesco Veleno è un adolescente la cui madre tradisce il padre con un uomo che è padre a sua volta di Claudia Fanelli "la spatriata, come qui chiamano gli incerti, gli irregolari, gli inclassificabili, a volte i balordi o gli orfani, oppure celibi, nubili, girovaghi e vagabondi, o forse, nel caso che ci riguarda, i liberati". Sull'aggettivo spatriati ha detto Desiati, sull'aggettivo liberato non dico nulla perché questo romanzo è una mappa in fondo e durante la quale c'è un tesoro di cui a nessuno voglio negare la caccia, ma sull'aggettivo balordo sì.
In Caro Michele (1973) Natalia Ginzburg scrive: "Ognuno di noi è sbandato e balordo in una zona di sé e qualche volta fortemente attratto dal vagabondare e dal respirare niente altro che la propria solitudine, e allora in questa zona ognuno di noi può trasferirsi per capirti".
I romanzi sono la prosecuzione uno dell'altro. E i lettori e le lettrici mi piacciono perché, pur con pezzi autentici, ricostruiscono ognuno la statua a modo loro. E gli scrittori che sono lettori, come di certo è Desiati, riannodano. Chi scrive esercita una potestà contraria a quella tribunizia (apre invece di chiudere, esercita la possibilità), e Desiati per raccontare e riannodare - è un romanzo di famiglia in senso verista ma le famiglie si sono allargate e il sangue si è fatto parola, una transustanziazione laica; mantiene le unità di tempo e luogo e azione classiche ma dentro c'è la sospensione del tempo e del genere sessuale, del desiderio, in club berlinesi epici e quotidiani come il Kit Kat e il Berghain e della vita degli altri, - sceglie la balordaggine. Come Ginzburg. Ma oggi, nel 2021, racconta la fluidità non solo delle strutture familiari, ma di quelle culturali. Non servono schieramenti e arrocchi, siamo vicini, dalla stessa parte, perché balordi.
"Sanerà la piaga un dì chi l'aprì chi l'aprì" canta un'aria dell'Almira di Händel e forse ci voleva uno scrittore maschio bianco, di estrazione borghese, nato in una provincia del Sud Italia per raccontare - nuova Sirenetta di Andersen - che non si cambia la propria forma culturale senza dolore, e senza lasciarsi dietro qualcosa che ci era caro e ritenevamo identitario, per raccontare la vertigine buona né cattiva, ma vitale, dello spaesamento rispetto a una idea di sé stessi, dentro e fuori di noi, nelle intenzioni, insomma, e nelle aspettative.
"Chi te lo ha fatto? - le chiesi un pomeriggio indicando il segno scuro nascosto dietro gli occhiali da sole. Sapevo già la risposta. - Lasciatemi stare, - rispose lei. E in quel plurale c'era la sua verità". Ciascuno è balordo a modo proprio e ciascuno ha la sua verità, non ci arrocchiamo, non mettiamo le spunte, parliamo, leggiamo, esercitiamo la differenza.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 6 maggio 2021
Pd e 5 Stelle accantonano l'idea di andare direttamente in aula Si cercherà di discutere in commissione solo il ddl Zan. Calma, gesso e un passo alla volta. Il Pd frena i 5 Stelle, che hanno raccolto le 33 firme necessarie per portare subito il testo del ddl Zan in aula, dribblando la commissione. Sarebbe una forzatura, in assenza di un vero ostruzionismo e senza neppure aver provato ad avviare la discussione in commissione. Ma sarebbe soprattutto una mossa perdente.
Nell'aula del Senato, senza relatore e senza testo base, arriverebbero infatti tutti e cinque i progetti di legge contro l'omofobia: il caos assumerebbe i pieni poteri anche perché, a quel punto, si può dare per certo l'ostruzionismo della Lega e nessuno si stupirebbe se il leghista Roberto Calderoli presentasse non migliaia ma milioni di emendamenti.
Di solito le manovre ostruzionistiche di questo tipo si superano con il voto di fiducia, che in questo caso è però impraticabile perché il governo non può mettere la fiducia su un provvedimento non suo spaccando in compenso la propria maggioranza. Lo stesso Zan, ancora prima che nel pomeriggio i partiti della ex maggioranza Conte si riuniscano, frena: "Le firme per andare in aula ci sono. Se la commissione Giustizia diventa una palude per l'ostruzionismo, allora ci sono gli strumenti previsti dal regolamento". Gli strumenti, cioè il passaggio diretto in aula oppure la scelta da parte della conferenza dei capigruppo di fissare comunque una data, ci sono. I voti per approvare la legge nella succitata aula invece no. Non senza Italia viva, che però non vuole la prova di forza ma la mediazione: "C'è bisogno di uno sforzo per trovare un testo condiviso e stabilire tempi certi per l'approvazione", conferma Ettore Rosato.
La realtà è che la Zan è diventata per tutti una bandiera, nonostante le richieste di modifica vengano anche da una parte non secondaria della sinistra e del mondo Lgbt, incluse Arcilesbica e la presidente della commissione femminicidio Valente, del Pd. Ma bandiera o non bandiera alternativa alla mediazione non c'è.
Ma appunto, un passo alla volta e il primo passo è far sì che la commissione discuta solo il ddl principale, quello appunto di Alessandro Zan, e non tutti e cinque quelli depositati. Sulla carta dovrebbe essere facilissimo: basterebbe ritirare tutti gli altri progetti. Non è detto che ci si riesca e a quel punto a decidere sarebbe il voto. Essendo Iv in questo caso d'accordo la maggioranza a favore della discussione solo sul testo Zan dovrebbe essere certa. A parte la bizzarria di senatori che non ritirano il loro testo e poi magari votano per non discuterlo. Cose che possono capitare quando ideologia e propaganda prevalgono su tutto il resto.
Una volta fatto il primo passo e sgombrato il campo dagli altri ddl si passerà a verificare la possibilità di una mediazione con la destra. Non solo quella di maggioranza, che oggi presenterà un suo ddl condiviso da Lega e Forza Italia, ma anche FdI. "Ci sono cose nella Zan che non aiutano a combattere discriminazione e violenza, come il gender nelle scuole. Togliendole è più facile trovare una sintesi", assicura Giorgia Meloni.
Anche il testo della Lega e di Fi andrà in questa direzione. "Il tema è molto importante e Zan non deve temere trappole del centrodestra. Vogliamo combattere ogni discriminazione e risolvere il nodo della libertà d'espressione", promette la ministra Maria Stella Gelmini. Il testo Lega-Fi, ancora in preparazione ieri sera, si baserà sull'emendamento presentato dalla senatrice azzurra Ronzulli e dovrebbe prevedere l'aggravante "per chi commette violenza in ragione di" atteggiamenti discriminatori.
La notizia del testo unificato della destra di maggioranza ha provocato una vera sollevazione dell'altra metà della maggioranza che lo vede, giustamente, come ennesima manovra dilatoria. In realtà non è affatto detto che il testo appena presentato sia poi automaticamente messo in discussione in commissione: anche questo potrebbe diventare un ennesimo braccio di ferro. Ma di certo sarà sulla base di quella proposta che si capirà se ci sono i margini per una mediazione, sul modello di quella che portò nel 2016 all'approvazione della legge sulle unioni civili stralciando il punto critico della stepchild adoption, o se tutto finirà in una battaglia campale tra le due anime della maggioranza che, con qualunque esito, sarebbe in ogni caso devastante.











