anteprima24.it, 15 giugno 2021
Il prossimo mercoledì 16 giugno 2021, alle ore 10.00 presso il Circolo Unificato di Presidio a Palazzo "Salerno", in piazza Plebiscito a Napoli, sarà firmato un protocollo di intesa tra il Comando Forze Operative Sud, il Provveditorato per l'Amministrazione Penitenziaria, il Tribunale di sorveglianza di Napoli e il Garante Regionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
Finalità del protocollo è quello di mettere a disposizione dei detenuti, delle case circondariali di Poggioreale e Secondigliano, delle opportunità lavorative per lavori di pubblica utilità in favore della collettività. In particolare i detenuti potranno svolgere principalmente la pulizia delle aree esterne e la manutenzione del verde dello stadio militare "Albricci", a Napoli in via Generale Pignatelli, 28. Il protocollo sarà firmato dal Comandante delle Forze Operative Sud, Generale di Corpo d'Armata Giuseppenicola Tota, dal Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria di Napoli, dott. Antonio Fullone, dal Presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, dott.ssa Angelica Di Giovanni e il Garante Regionale dei diritti delle persone private della libertà personale, prof. Samuele Ciambriello.
di Pierluigi Frattasi
fanpage.it, 15 giugno 2021
Arrivano 13 milioni di euro per rifare i padiglioni del Carcere di Poggioreale e migliorarne quindi anche l'efficienza. Saranno adeguati i padiglioni Salerno, Napoli, Genova (completamento), Venezia, Italia, presso la casa circondariale. I lavori dureranno circa 3 anni. Domande entro il 19 luglio.
Arrivano 13 milioni di euro per rifare i padiglioni del Carcere di Poggioreale e migliorarne quindi anche l'efficienza. Il ministero delle Infrastrutture e della mobilità sostenibile - Provveditorato interregionale alle opere pubbliche per la Campania, il Molise, la Puglia e la Basilicata ha lanciato la gara per i lavori di adeguamento dei padiglioni Salerno, Napoli, Genova (completamento), Venezia, Italia, presso la casa circondariale "Giuseppe Salvia" di Poggioreale. Il bando ha un valore di 13.103.027 euro, per la precisione. Il cantiere avrà una durata di 1.140 giorni, circa 3 anni. Le offerte dovranno pervenire entro il 19 luglio. Dal 2013, infatti, il Carcere di Poggioreale è intitolato a Giuseppe Salvia, che fu vicedirettore del penitenziario napoletano e cadde vittima di un agguato di camorra ordinato da Raffaele Cutolo.
A bando anche il pronto intervento delle fognature di Napoli
Con un secondo appalto, invece, l'Abc di Napoli, l'azienda speciale dell'acquedotto pubblico del Comune di Napoli, dal valore di 11 milioni di euro, assegnerà i lavori di manutenzione di pronto intervento, rifunzionalizzazione, ricostruzione e riabilitazione della rete fognaria urbana. Il bando, è suddiviso in tre lotti. Ogni partecipante potrà aggiudicarsene uno solo. C'è tempo fino al prossimo 13 luglio per presentare le domande. Le fognature di Napoli in passato erano gestite direttamente dal Comune tramite le squadre di fognatori. Una decina di anni fa c'erano circa 260 operai. Il servizio poi è passato all'Abc. Attualmente al Comune sono rimasti solo 17 dipendenti che si occupano delle fogne, per lo più tecnici e funzionari amministrativi, visto che Palazzo San Giacomo non cura più direttamente la parte manuale.
di Lorenzo Zacchetti
affaritaliani.it, 15 giugno 2021
Discute la tesi il primo detenuto inserito nella convenzione tra il carcere di Bollate e l'Università Statale di Milano: un esempio per chi vuole cambiare vita. Da un duplice omicidio particolarmente efferato, in un regolamento di conti legato al traffico di droga, alla laurea in filosofia. La storia di J., un albanese tuttora detenuto per il suo passato burrascoso, smentisce tutti i luoghi comuni sul fatto che dalla criminalità organizzata non si esce vivi e che il carcere non abbia funzione rieducativa, ma serva solo a peggiorare chi ci finisce dentro.
Certo, bisogna che ci sia la ferma volontà del diretto interessato e che intorno ci siano le condizioni giuste, due elementi che nella storia di J. si ritrovano in pieno: "Quando sono entrato in carcere avevo 29 anni - racconta ad affaritaliani.it - e vedevo i mafiosi sui 50/60 anni, ma se prima mi suscitavano rispetto, in quel momento mi facevano tenerezza. Mi sembravano tristi, vuoti. Ho capito che fino ad allora avevo passato la mia vita ad inseguire sogni sbagliati e ho voluto cambiare nettamente strada. All'inizio studiare mi serviva anche per uscire dalla cella, poi mi sono appassionato e, essendo un ambizioso, ho voluto andare avanti. L'incontro in carcere con una scolaresca di Macerata e i discorsi sulla filosofia mi hanno appassionato, poi un amico mi ha regalato una copia de 'L'apologia di Socrate' di Platone e così ho scelto di iscrivermi a questa facoltà".
Tre anni fa J. ha conseguito la laurea breve e proprio oggi, a Milano, discute la tesi per diventare dottore a tutti gli effetti. Un percorso reso possibile dalla convenzione tra il carcere di Bollate e l'Università Statale del capoluogo lombardo, fortemente voluta dal Prof. Stefano Simonetta, autore del libro "Utopia e carcere", proprio in seguito all'incontro con J. "Si può ben dire che J. sia stato il nostro 'paziente zero': il suo racconto su quanto fosse difficile studiare in carcere, attendendo anche tre mesi per avere i libri necessari e poi usando un lumicino di notte per non disturbare i compagni di cella, mi ha spinto a creare un percorso per chi volesse cogliere l'occasione della detenzione per provare a cambiare vita", spiega il docente.
Negli anni, il percorso ha previsto anche interessanti sovrapposizioni tra detenuti e studenti in libertà, che hanno accolto con grande interesse la possibilità di avvicinarsi al mondo del carcere, per dare una mano a chi viene solitamente dimenticato ai margini della società, considerandolo irrecuperabile. Tendenzialmente, si cerca di ignorare quale tipo di reati abbiano condotto queste persone in carcere, ma il caso specifico di J. è piuttosto noto, visto che all'epoca ebbe grande risonanza mediatica, anche per le sue caratteristiche di macabra violenza.
Questo, comunque, non ha impedito che nascesse un feeling particolare con il suo docente: "Stefano per me è un vero amico, anzi: un fratello", spiega J. "E' una persona veramente importante e sono molto orgoglioso di tutto quello che abbiamo fatto insieme: prima sulla mia situazione personale e poi attraverso la convenzione, uno strumento che permette a tutti coloro che davvero lo desiderano di provare a dare un senso diverso alla propria vita".
Ma quando gli si chiede quanto questa esperienza lo abbia cambiato, J. offre una risposta per nulla scontata: "Io non sono cambiato per nulla, ma ho cambiato la mia visione del mondo. Osservando la vita da un punto di vista diverso, ho scoperto di avere delle capacità diverse da quelle che pensavo, ma le avevo già prima. Solo che prima impiegavo la mia energia per fare altre cose, cose sbagliate".
L'odierna discussione della tesi lo emoziona, ma non lo spaventa: "Beh, l'ho scritta io... Penso di poter rispondere a qualunque domanda!", commenta scherzosamente. Eppure, si tratta di un vero e proprio rito di passaggio, che apre una fase nuova della sua vita, anche se J. la vede in modo leggermente diverso: "La mia vita è già cambiata grazie allo studio e alle nuove porte che si sono aperte. Oggi frequento compagnie diverse dal passato e alla mia festa di laurea non ci saranno familiari, ma 50 ragazzi: tutte amicizie nuove, diverse da quelle del passato. Non so se questa laurea mi darà la possibilità di trovare un lavoro consono al mio percorso di studi, una volta che sarò libero, ma non era questo lo scopo. Ho cambiato totalmente il mio modo di vivere e questo lo posso già affermare con assoluta certezza". Il fatto che il "paziente zero" sia arrivato a laurearsi è certamente un messaggio molto forte anche agli altri detenuti che stanno accogliendo la possibilità offerta dalla convenzione tra carcere e Università (oltre 100 iscritti, al momento): per quanto possa averci messo di fronte a situazioni di enorme difficoltà, il destino non è ineluttabile.
primafirenze.it, 15 giugno 2021
"Difficile per i detenuti capire ciò che accade all'esterno". La missione quasi decennale di don Enzo Pacini, cappellano alla Dogaia di Prato. Il prossimo mese di luglio, don Enzo Pacini, vicedirettore dell'ufficio pastorale dei migranti sarà da 10 anni cappellano presso la Casa circondariale "La Dogaia", l'istituto penitenziario di Prato.
Don Enzo: "In carcere situazione di lockdown" - Un anniversario importante per chi come don Enzo ha sempre svolto e continua a svolgere una vera e propria missione pastorale, non priva di difficoltà, riscoprendo ogni giorno, insieme ai detenuti, il valore più alto dell'umanità. Una missione oggi aggravata dall'emergenza sanitaria nata dalla pandemia.
"In realtà - ha precisato don Enzo - confrontando i problemi che ci sono all'esterno, in carcere viviamo sempre una situazione di "lockdown" e per questo le persone che si trovano in cella stanno vivendo in modo particolare la diffusione del virus, spesso non comprendendo come sia la vera situazione vissuta all'esterno. Ciò che invece è resa più pericolosa è certamente la diffusione del virus. Nella prima ondata non vi sono stati problemi mentre nei mesi scorsi il virus ha iniziato a circolare anche all'interno dell'istituto penitenziario rendendo necessaria la realizzazione di un reparto Covid dove trasferire tutti i detenuti positivi".
La pandemia ha poi prodotto altre conseguenze: la Messa è stata sospesa per un certo periodo ed oggi è ripresa, mentre rimangono sospese, quasi da un anno, la catechesi e le altre attività, anche di tipo sportivo, che venivano svolte con il personale volontario. Continua a svolgersi, invece, l'attività scolastica mentre i colloqui con i familiari vanno a rilento.
Le visite in carcere durante la pandemia - È ammessa la presenza solo dei familiari che risiedono a Prato. "Al tempo stesso però - ha osservato il cappellano - è stata incrementata da 1 a 3 volte alla settimana la possibilità di intrattenersi al telefono, anche mediante le videochiamate, con i propri familiari. Nel carcere è molto facile adattarsi ai cambiamenti e quindi anche la mutata situazione data dall'emergenza, dopo un'iniziale tensione, è stata accettata dai detenuti senza particolari problemi. In questi quasi dieci anni - ha proseguito - all'interno della casa circondariale non vi sono stati cambiamenti macroscopici anche se è cambiata la composizione della popolazione carceraria: è sensibilmente diminuita la presenza delle persone nordafricane (mentre è aumentata la presenza degli africani, molti provenienti dalla Nigeria) e sono diminuite le lunghe condanne, come quelle dell'ergastolo, essendo molto più frequenti condanne di breve o media durata che rendono più difficile l'espletamento dei percorsi scolastici completi. Talvolta - ha rivelato - non è facile comporre le classi di detenuti". A non cambiare, invece, secondo quanto riferito da don Enzo è stata l'età dei carcerati che si attesta sempre come media sulla trentina, con una popolazione molto giovane. "L'esperienza dietro le sbarre - ha concluso il cappellano - avvicina le persone alla fede e ad una riscoperta di certi valori tanto che sono molti i detenuti che si rammaricano della sospensione, oramai da mesi, della catechesi che veniva frequentata con assiduità. Oggi all'interno del carcere anche la mia presenza è più contenuta, mi reco solo quando qualche persona chiede un colloquio, per celebrare la messa o svolgere altre attività di assistenza ma in ogni modo cerco sempre di far sentire la mia vicinanza ai detenuti e al personale della polizia penitenziaria essendo necessario non dimenticarsi mai di quanto sia logorante e impegnativo il lavoro degli agenti".
di Carlo Pizzati
La Repubblica, 15 giugno 2021
Sono loro la ricchezza del pianeta e l'economia di domani. Ecco perché lo scrittore indiano che vive negli Stati Uniti gli dedica un saggio-manifesto. In "Questa terra è la nostra terra - manifesto di un migrante" (Einaudi) il giornalista e scrittore indiano-americano Suketu Mehta, già autore del famoso Maximum City, delinea dove e come accogliere gli immigrati che l'Occidente continua a respingere: nelle province che stanno perdendo manodopera. In questo saggio coinvolgente, cosparso di storie e reportage commoventi, Mehta ragiona in termini economici, ma anche morali. Colonialismo storico, colonialismo corporativo e cambiamenti climatici continuano a nutrire la migrazione. Ma ciò costituisce una grande opportunità, ecco la teoria del saggio, consolidata da storie e personaggi memorabili, statistiche ragionate e conclusioni condivisibili mirate ad ampliare la comprensione di uno dei fenomeni più controversi della contemporaneità.
Com'è cambiata la situazione per gli immigrati con Biden?
"Quando Biden è stato eletto ci siamo detti: ah, eccoci alla conclusione di un lungo incubo. Poi Kamala Harris in Guatemala ha dichiarato in pubblico: Non venite! Non venite! (ride e aggiunge ironico), parole che andrebbero scolpite sulla Statua della libertà... Sono le stesse frasi di Trump, con una musica diversa. Certo, Biden fa una politica più umanitaria ed è ovvio che il Covid richieda sospensioni temporanee agli ingressi. Ma quel "non venite" non prende in considerazione che tanti guatemaltechi non hanno scelta. Noi americani siamo responsabili della situazione in Guatemala. La United fruits company fu proprietaria del 42 % di quel Paese. Appena in America Latina si è presentata un'alternativa liberale per poveri, lavoratori o sindacati, noi americani abbiamo sempre fatto del nostro meglio affinché quei leader fossero assassinati o incarcerati e le elezioni invalidate, lasciando al potere il despota di turno, manipolato dalle nostre multinazionali. Se i guatemaltechi non avevano la possibilità di dirci "non venite!" perché noi, ora, dovremmo poterlo dire? E poi noi abbiamo bisogno dei guatemaltechi. Solo l'immigrazione ci può salvare dal declino catastrofico nel tasso di crescita della popolazione americana. Nel 1950 c'erano 5 lavoratori attivi per ogni pensionato. Nel 2013, meno di 3 a 1. Il tasso di fertilità declina. Entro il 2025 le riserve di 3 trilioni di dollari del sistema pensionistico saranno esaurite e gli anziani riceveranno solo l'80% delle pensioni. Gli immigrati sono una necessità. Sono più giovani e lavorano più sodo. Il problema sarà che non ne arrivano abbastanza, non il contrario".
Lei quantifica in 165 trilioni di dollari l'argento saccheggiato dall'America Latina, nei secoli, dicendo che l'emigrazione è una diretta discendente del colonialismo. Quant'è realistico chiedere un risarcimento così?
"Sarebbe da pazzi pensare che l'Europa risarcirà 165 trilioni di dollari. Per sanare questo debito basta lasciar entrare i migranti. L'Europa sta registrando un tasso di crescita al di sotto di quello di fertilità. Il più basso è in Italia. Ma anche chi non è emigrato ne beneficia grazie alle rimesse. La crescita del reddito degli emigrati è il miglior modo d'aiutare i poveri nel mondo, perché le rimesse arrivano alle famiglie, mentre gli aiuti vanno alle élite corrotte locali. E le rimesse globali sono il quadruplo degli aiuti: sono i poveri che aiutano i poveri. Non chiedo frontiere aperte, ma cuori aperti".
Cosa nutre le ansie anti-immigrazione degli americani oggi? In che modo differiscono da quelle europee? È solo un fenomeno occidentale?
"Anche gli indiani rifiutano gli immigrati del Bangladesh, i sudafricani respingono quelli dello Zimbabwe e in Colombia bloccano i venezuelani. L'ondata di populismo è globale. Ma Europa e America hanno maggiori responsabilità storiche. Il colonialismo britannico ha delineato una distinzione con gli indiani con una forma di purezza razziale nata ben prima dei nazisti. Analizzo le radici dell'odio e della paura dell'altro che in Europa continuano ancora oggi. In India, le radici di odio e paura vengono dal sistema delle caste. L'eccezione americana è che pensiamo ancora d'essere una nazione di immigrati. Non do la colpa ai suprematisti bianchi della provincia americana. Viene insegnato loro a odiare perché anche il loro futuro è stato rubato. Non dal messicano che viene a lavorare nella fattoria accanto, né dal medico indiano che li cura dalla dipendenza da oppiacei. Dai banchieri. Oggi 6 individui possiedono più ricchezza di metà della popolazione mondiale.
Hannah Arendt spiega bene l'alleanza tra le masse e il capitale. I ricchi sanno che la rabbia dei disperati coi forconi è manipolabile e hanno creato leader populisti che dicono al metalmeccanico in Pennsylvania o a Torino: "guarda l'africano che tenta di entrare nel nostro Paese, è per colpa sua che non hai un lavoro". Argomentazione falsa, naturalmente. Ma raccontata bene. L'unico modo per combatterli è raccontare una storia vera e raccontarla meglio. Oggi nel mondo c'è una battaglia tra narratori. Per questo noi scrittori e giornalisti siamo così odiati. Noi che siamo cresciuti con l'editing e la verifica dei fatti, dobbiamo alzare la voce. E in modo coinvolgente".
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Percorso di letture attraverso due volumi recenti: "Una fragile indipendenza", di Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli (edito da Seb27) e "Perché abolire il carcere", di Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi (edito da Apogeo). Quattro autori, quattro diverse biografie per due libri che affondano le mani sui temi della giustizia penale, del carcere e dei suoi protagonisti.
Un magistrato (Paolo Borgna) e un giornalista e insegnante (Jacopo Rosatelli) conversano intorno alla magistratura e alla sua fragile ma necessaria indipendenza (Una fragile indipendenza, Edizioni SEB 27, pp. 136, euro 15). Un professore universitario, sociologo, studioso della pena e delle sue ambiguità (Giuseppe Mosconi) rilancia insieme a Livio Ferrari (attivista, giornalista, cantautore, francescano) il manifesto abolizionista No prison (Perché abolire il carcere.
Le ragioni di "No Prison", Edizioni Apogeo, pp. 105, euro 15). In ogni dialogo, quando autentico, non c'è un vincitore né un detentore monopolista della verità. Attraverso la lettura di alcuni scambi è possibile affrontare grandi temi quali la giustizia, i rapporti tra governanti e governati, i limiti del diritto al potere, la funzione della legge nella società, il senso delle pene. I dialoghi, tanto più tra personalità provenienti da mondi diversi, ci permettono di procedere lentamente, e senza scorciatoie semplificative.
La conversazione tra Jacopo Rosatelli e Paolo Borgna, magistrato per lunghissimi trentanove anni a Torino, si dipana in quel difficile confine tra politica e giustizia, tra media - vecchi e nuovi - e società. Il libro ha la forma del dialogo, ma ha la forza di un viaggio intorno ai dilemmi di una sinistra che da vari decenni non ha trovato la chiave di lettura per interpretare la funzione della giustizia penale in un mondo come quello odierno, dove l'assenza di corpi sociali intermedi ha dato forza all'offerta populistica e a quel circolo vizioso mediatico-politico nel quale non vi è spazio per quelle riflessioni ponderate e profonde sul garantismo che, viceversa, si leggono nel libro. Ecco, per capire come districarsi tra corruzione e enfasi investigativa, tra abusi nelle indagini e giustizia di classe, tra disonesti e criminali, tra consorterie di potere e ruolo strategico e nobile dell'associazionismo politico nella magistratura, Rosatelli e Borgna, con parole diverse ma esito condiviso, suggeriscono di tornare alla teoria garantista e democratica di Luigi Ferrajoli. Altra sarebbe stata la storia se solo le forze progressiste, liberali e genericamente di sinistra, anziché inseguire la piazza, si fossero affidate nel cuore degli anni '90 al pensiero di Ferrajoli, al suo spiegare come il diritto penale nasca per porre un limite alla violenza delle pene e dei delitti e non per costruire le basi dell'internamento di massa.
Probabilmente la linea culturale delle forze progressiste sarebbe stata più riconoscibile. Invece abbiamo visto, anche a sinistra, avallare prese di posizioni a favore di politiche repressive, violente, potenzialmente razziste come quelle delle Broken Windows di Rudolph Giuliani. Negli anni in cui Giuliani da sindaco di New York, emulato anche da noi, predicava la tolleranza zero contro chi viveva nelle periferie urbane (chi non ricorda le ordinanze fiorentine contro i lavavetri trattati alla stregua di pericolosi criminali), Thomas Mathiesen, sociologico norvegese purtroppo da pochissimo scomparso, lanciava l'opzione abolizionista del diritto penale e del carcere.
Il libro scritto da Livio Ferrari e Giuseppe Mosconi non si limita a riproporre la dottrina penale abolizionista ma la fa propria ripubblicando un manifesto che aveva già visto la firma del compianto Massimo Pavarini. Si legge nel Preambolo: "Due retoriche spingono oggi il carcere ad assumere un ruolo centrale sulla scena politica e sociale italiana, proponendolo come riferimento fondamentale all'opinione pubblica. Una cultura punitiva e persecutoria contro ogni illecito che sia espressione di marginalità e vulnerabilità sociale, enfatizzato come nemico e pericolo pubblico, e una cultura giustizialista che attribuisce alla persecuzione penale il ruolo di principale rimedio contro i mali che affliggono il sistema politico ed economico nazionale: corruzione, speculazione, distrazione di denaro pubblico, criminalità organizzata, etc. Di contro a questa crescente centralità il carcere manifesta più che mai la sua assoluta inadeguatezza, non solo non riuscendo ad assolvere alle sue funzioni fondative, il cui fallimento storico è evidente, ma dimostrandosi totalmente inefficace nella soluzione delle questioni attribuitegli".
Ecco il filo rosso che lega i due libri: quella cultura punitiva e anti-garantista che ha elevato il carcere a strumento onnivoro diretto al consolidamento del consenso politico e sociale, non riuscendo ad assecondare lo scopo normativo assegnatogli. L'abolizionismo, nelle parole di Ferrari e Mosconi, viene sottratto dal campo dell'utopia e posto nel mondo delle opzioni possibili. Direi che è un percorso più che un singolo atto. Un percorso che non può prescindere, aggiungo, da una rivoluzione antropocentrica.
di Paolo Rodari
La Repubblica, 15 giugno 2021
Pubblicato il messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dei Poveri che sarà celebrata il 14 prossimo novembre. Un testo non scontato, nel quale dopo un anno e mezzo di pandemia chiede risposte per la piaga della disoccupazione, denuncia una finanza senza scrupoli che crea sempre nuove trappole dell'indigenza e dell'esclusione, e ricorda come a pagare il prezzo più altro siano sempre i poveri che vivono in condizioni disumane. Sono alcuni spunti contenuti nel messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dei Poveri. Il testo è stato reso noto oggi. La Giornata sarà celebrata il 14 prossimo novembre.
Con la pandemia, dice Francesco, "si è aggiunta un'altra piaga che ha moltiplicato ulteriormente i poveri". "Uno sguardo attento richiede che si trovino le soluzioni più idonee per combattere il virus a livello mondiale, senza mirare a interessi di parte. In particolare, è urgente dare risposte concrete a quanti patiscono la disoccupazione, che colpisce in maniera drammatica tanti padri di famiglia, donne e giovani".
Per il Papa la povertà è frutto di un sistema "senza scrupoli". C'è chi considera i poveri "un peso intollerabile per un sistema economico che pone al centro l'interesse di alcune categorie privilegiate". Ma "un mercato che ignora o seleziona i principi etici crea condizioni disumane che si abbattono su persone che vivono già in condizioni precarie". "Si assiste così - dice ancora Francesco - alla creazione di sempre nuove trappole dell'indigenza e dell'esclusione, prodotte da attori economici e finanziari senza scrupoli, privi di senso umanitario e responsabilità sociale".
La presenza dei poveri nelle nostre società, spiega ancora il Papa, "è costante, ma non deve indurre a un'abitudine che diventa indifferenza, bensì coinvolgere in una condivisione di vita che non ammette deleghe. I poveri non sono persone 'esterne' alla comunità, ma fratelli e sorelle con cui condividere la sofferenza, per alleviare il loro disagio e l'emarginazione, perché venga loro restituita la dignità perduta e assicurata l'inclusione sociale necessaria".
Papa Francesco sottolinea che "un gesto di beneficenza presuppone un benefattore e un beneficato, mentre la condivisione genera fratellanza. L'elemosina è occasionale; la condivisione invece è duratura. La prima rischia di gratificare chi la compie e di umiliare chi la riceve; la seconda rafforza la solidarietà e pone le premesse necessarie per raggiungere la giustizia. Insomma, i credenti, quando vogliono vedere di persona Gesù e toccarlo con mano, sanno dove rivolgersi: i poveri sono sacramento di Cristo, rappresentano la sua persona e rinviano a Lui", rileva il Pontefice concludendo: "Non si tratta di alleggerire la nostra coscienza facendo qualche elemosina, ma piuttosto di contrastare la cultura dell'indifferenza e dell'ingiustizia con cui ci si pone nei confronti dei poveri".
Il Papa ricorda che essere cristiani "implica la scelta di non accumulare tesori sulla terra, che danno l'illusione di una sicurezza in realtà fragile ed effimera. Al contrario, richiede la disponibilità a liberarsi da ogni vincolo che impedisce di raggiungere la vera felicità e beatitudine, per riconoscere ciò che è duraturo e non può essere distrutto da niente e nessuno". E ancora: "Se non si sceglie di diventare poveri di ricchezze effimere, di potere mondano e di vanagloria, non si sarà mai in grado di donare la vita per amore; si vivrà un'esistenza frammentaria, piena di buoni propositi ma inefficace per trasformare il mondo. Si tratta, pertanto, di aprirsi decisamente alla grazia di Cristo, che può renderci testimoni della sua carità senza limiti e restituire credibilità alla nostra presenza nel mondo".
Il pensiero del vescovo di Roma è rivolto anche alle donne, "così spesso discriminate e tenute lontano dai posti di responsabilità, nelle pagine dei Vangeli sono invece protagoniste nella storia della rivelazione". Riferendosi alla donna citata dal Vangelo, che porta il profumo per Gesù, e viene criticata dagli altri, il Papa dice: "Questa donna anonima, destinata forse per questo a rappresentare l'intero universo femminile che nel corso dei secoli non avrà voce e subirà violenze, inaugura la significativa presenza di donne che prendono parte al momento culminante della vita di Cristo: la sua crocifissione, morte e sepoltura e la sua apparizione da Risorto".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 15 giugno 2021
A sei mesi dalle elezioni il leader nicaraguense getta in carcere candidati e oppositori. Daniel Ortega fa quello che nessuno avrebbe mai osato fare. Infrange il mito della ritrovata libertà, sbatte in galera l'eroina della rivoluzione sandinista che riportò la democrazia in Nicaragua. Dopo avere messo agli arresti, in carcere e a casa, i candidati che minacciano la sua quarta rielezione alle presidenziali di novembre, fa arrestare Dora Maria Téllez assieme ad Ana Vijil, attivista dell'ex Movimento Rinnovatore Sandinista oggi chiamato Unamos.
Muove a entrambe le solite accuse che addossa ad altri quattro rappresentanti di spicco dell'opposizione. Tutti ex guerriglieri ed ex compagni di battaglia del presidente. Docente di Storia, tra le più note e stimate intellettuali dell'America Latina, a soli 22 anni Téllez era la Comandante Dos del Fronte sandinista di liberazione nazionale clandestino; fu lei a guidare l'assalto al Palazzo Nazionale, la ofensiva final, descritta in un celebre libro di García Márquez, che segnò il punto di svolta nella guerra civile e l'inizio della fine della dittatura di Anastasio Somoza.
Dopo il trionfo dei sandinisti, nel 1979, venne eletta ministra della Salute nel primo governo democratico, l'unica donna a ricoprire incarichi di rilievo del potere rivoluzionario. Non ha mai terminato i suoi studi di Medicina che aveva deciso di interrompere quando entrò in clandestinità per far parte dei quadri dirigenti giovanili del Fsln. Era capa dello Stato maggiore del Fronte Rigoberto López Pérez. Preferì dedicarsi alla sua passione per la storia che ha continuato a insegnare nelle università.
Rientrata nella vita civile, la Comandante Dos, ricorda El País, aderì al nuovo progetto politico dello scrittore Sergio Ramírez. Come altri amici ed ex compagni di lotta era critica con la deriva impressa da Ortega ai principi ispiratori della lunga rivolta armata. Nel 2005 è stata chiamata a Harvard per occupare la cattedra di Studi latinoamericani Robert Kennedy ma Bush le negò il visto bollandola come "terrorista". Dal 2007 l'aria a Managua ha cominciato a diventare pesante. Tornato al potere, Ortega, assieme alla moglie Rosario Murillo, ha instaurato un governo sempre più autoritario. Ci sono state le prime manifestazioni di protesta culminate nel 2018 con la durissima repressione, il terrore, gli arresti, gli omicidi, le sparizioni ad opera dei servizi segreti e la polizia nazionale.
Ora, a sei mesi dalle prossime elezioni presidenziali la nuova stretta della coppia al potere. Tutti gli ex amici e compagni in galera. Tutti accusati di reati inseriti dalle nuove leggi che Ortega ha imposto tramite il Parlamento e la magistratura. Ha paura del voto. Sa che se perde le elezioni per lui e Murillo è finita. Con l'arresto di Dora Maria Téllez, Ortega conferma l'ossessione che avvolge la sua fame di potere e si conferma tra i peggiori nemici della libertà nel Continente. Un vero dittatore. Condanna unanime, Usa e Ue in testa.
di Sabino Cassese
Il Foglio, 15 giugno 2021
Se lo chiedono in molti: la democrazia è in pericolo? Ecco le due campane, una rappresentata da Ademo (senza popolo), l'altra dal suo opposto, Demo. Il primo è un personaggio della famosa "Utopia" di Thomas More (1516). Ma potrebbero anche chiamarsi come i due famosi protagonisti della "Montagna magica" di Thomas Mann (1924) Naphta, il reazionario, e Settembrini, il progressista e illuminista.
Ademo. Sulla democrazia è calato "l'inverno del nostro scontento". C'è un diffuso disincanto per la democrazia. Pochi credono nel suo progresso. Anche i paesi democratici si venano di elementi autoritari. La pandemia ha mostrato la fragilità delle democrazie, la loro incapacità di decidere. Per molti le democrazie sono "Lebensunfähig", cioè incapaci di sopravvivere.
Un autore tedesco, Tristan Barczak, ha scritto un libro intitolato Der Nervöse Staat (Mohr Siebeck, 2021), in cui analizza lo Stato d'eccezione, quello in cui abbiamo vissuto negli ultimi tempi. La più antica democrazia, quella britannica, nega il diritto di voto ai prigionieri. La democrazia americana mostra segni di difficoltà (basti pensare all'assalto a Capitol Hill). Siamo ben lontani da quella "politique rationelle" di cui parlava Alphonse de Lamartine. Ci si chiede quale è il lato della democrazia da conservare e quale, invece, quello di cui liberarsi.
Demo. Non nego che siamo in difficoltà. Qualcuno parla di una recessione della democrazia. Qualcuno lamenta l'erosione del capitale di fiducia, qualcun altro segnala la crisi rinviata del capitalismo. Ritengo, tuttavia, che i segni di crisi - se di crisi si può parlare - vadano esaminati uno per uno, per non fare di tutta l'erba un fascio.
Inoltre, se ci sono inconvenienti nel funzionamento delle democrazie moderne, se ne può trarre la conclusione che l'istituto della democrazia sia in crisi? Difficoltà congiunturali debbono far dubitare della bontà strutturale della democrazia? Se si dovesse abbandonare la democrazia, quale altro tipo di reggimento politico scegliere? La storia del mondo non insegna che vi è stata una continua tendenza a introdurre ordinamenti democratici? Ritorno comunque al mio argomento principale: quali sono gli inconvenienti della democrazia?
Ademo. Comincio con la lentezza. Il presidente americano Biden ha recentemente riferito che il presidente cinese Xi Jinping "ritiene che le democrazie siano troppo lente".
Demo. Ma la lentezza è segno del carattere temperato, riflessivo della democrazia. Le ricordo che Thomas More, nel suo famoso libro Utopia, esponeva l'idea che una proposta non potesse essere decisa prima di un certo numero di giorni. E l'articolo 94 della Costituzione italiana, allo stesso scopo, prevede che la mozione di sfiducia al governo "non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione". Quindi, il tempo, fa parte della democrazia, anche se poi vi sono differenze di velocità che dipendono dalle culture nazionali. Poi, le esperienze concrete dimostrano che non si può affermare che i sistemi autoritari sono efficienti, mentre i sistemi democratici non lo sarebbero. Basti pensare a certe esperienze autoritarie dell'America centrale e meridionale, oppure, sul lato opposto, all'esperienza della democrazia britannica al suo apogeo. In altre parole, vi sono sia democrazie sia regimi autoritari che hanno tempi lunghi.
Ademo. Ma la democrazia vorrebbe che il potere venisse esercitato dal popolo, mentre oggi quasi tutte le democrazie hanno un carattere leaderistico. I partiti si sono liquefatti; il potere è personalizzato. Più che di popolo si può parlare di folla, come nel teatro di Shakespeare. Poi, il potere non consiste nel "saper fare" per chi pensa che "uno vale uno" e disprezza la competenza. La rappresentanza, una volta, era considerata una "designazione di capacità" (Vittorio Emanuele Orlando, 1889). Nel 1881, Marco Minghetti nel suo libro su I partiti politici e la ingerenza loro nella giustizia nell'amministrazione (Bologna, Zanichelli, p. 218-219), faceva una previsione che non si è realizzata: "La tendenza scientifica del nostro tempo produce l'effetto di introdurre l'elemento tecnico in ogni parte della cosa pubblica... è da credere che nell'avvenire non sarà più possibile chiamare al ministero di agricoltura un maestro di musica, o a quello di marina un avvocato". La democrazia sta sempre più perdendo questo sua componente essenziale della competenza. Come si può governare una società se i rappresentanti del popolo non hanno alcuni requisiti essenziali di competenza? Poi, la politica è sempre più istantanea: a ogni elezione locale, regionale, europea, si chiede un aggiornamento della rappresentanza nel Parlamento nazionale, così negando l'autonomia degli enti. La classe politica è composta di "spiriti di corta vista che appassiscono in corso di fioritura", che fanno proposte quotidiane alla ricerca di consensi immediati. La politica è sempre più gladiatoria, immediata, di rappresentazione, non riflessiva, spettacolarizzata, superficiale, asincrona, perché ognuno va per la sua strada, con i suoi tempi.
Demo. Non nego che cambino le forme in cui la democrazia opera. Ma alla crisi dell'associazionismo politico fa riscontro un pullulare di associazionismi di tipo sociale e parapolitico. Se l'associazionismo politico è in crisi e le forze politiche sono sempre meno partiti-associazioni, rimane però l'elemento competitivo, schumpeteriano, della democrazia, che consente di offrire scelte all'elettorato tra leader in concorrenza tra di loro. Se i politici sono meno competenti, l'assenza è compensata da organismi epistocratici che costituiscono riserve di competenza (banche centrali, corti costituzionali).
La corta vista dei politici nazionali è compensata dalla vista necessariamente lunga dei politici impegnati a livello sovranazionale. Il carattere gladiatorio, spettacolare, teatrale della politica democratica non va imputato soltanto al corpo politico, ma anche al suo pubblico, e in particolare ai mezzi di comunicazione di massa, che ne accentuano le caratteristiche peggiori. La asincronia della politica può essere anche il segno di un sostanziale accordo sugli obiettivi di fondo o sulla necessità di ogni forza politica di dialogare con il proprio elettorato.
Ademo. Un altro segno di crisi, in particolare di quella italiana, è il continuo ricorso ai cosiddetti tecnici. Perché si vota, se poi bisogna ricorrere ad essi? In un quarto di secolo, abbiamo avuto prima Ciampi, poi Dini, poi Monti, poi Conte, nelle due versioni, infine Draghi. Poi, vi sono stati tecnici componenti dei governi: con Ciampi metà dei ministri erano tecnici; nel primo governo Conte, un terzo; nel suo secondo governo un quarto, nel governo Draghi di nuovo un terzo. I partiti, rinunciando a fare i partiti-associazione e divenendo movimenti, hanno aperto la strada a tutti questi tecnici.
Demo. Ma si può tracciare una linea di separazione netta tra cosiddetti tecnici e politici? Vi sono politici che sono anche tecnici, come Brunetta, oppure tecnici che hanno anche svolto attività politica, come Bianchi. Oppure tecnici che operano, in quanto membri dei governi, in aree estranee alla loro specifica competenza. Oppure tecnici come Draghi, che ha svolto per dieci anni il ruolo di direttore generale del Tesoro, per sei quello di governatore della Banca d'Italia, per otto quello di presidente della Banca centrale europea.
Si può dire che quest'ultimo non sia un politico? Questi sono segni della fragilità e della forza della democrazia. Consapevole delle proprie debolezze, si appoggia a chi ne sa di più: molti di questi tecnici non sono genericamente soltanto degli esperti, ma hanno anche esperienze organizzative. E questo comporta anche una riscoperta dell'articolo 92 della Costituzione, che conferisce al presidente della Repubblica il compito di nominare il presidente del Consiglio dei ministri, mentre una volta questa decisione era il frutto di un accordo tra i partiti.
Ademo. Un altro limite della democrazia è quello di sottoporsi a poteri sovranazionali che non hanno legittimazione democratica. Questi poteri sovranazionali rispondono al criterio di una "machine that runs of itself", per adoperare una espressione usata da James Russell Lowell nel 1888 per criticare la fiducia di alcuni costituenti americani nella perfezione meccanica del sistema politico americano. Anche se gli organismi sovranazionali sono monofunzionali, la globalizzazione è prevalentemente amministrativa o riguarda la "low politics", le amministrazioni nazionali partecipano alla formazione della volontà degli organismi sovranazionali, tutto questo non toglie che nell'arcipelago pubblico i regolatori globali non abbiano diretta legittimazione democratica.
Demo. Ma gli organismi globali hanno il supporto degli Stati nazionali e spesso anche degli organismi substatali. Godono, quindi, di una legittimazione indiretta. Inoltre, essi concorrono a limitare il potere degli Stati, quindi svolgono una funzione democratica. Anche se non democratiche, le organizzazioni sovranazionali tengono bene sotto controllo quelle nazionali: basti pensare ai due esempi dell'Ungheria e della Polonia nell'Unione Europea.
Ademo. Parliamo anche dei segni di crisi della democrazia che derivano dall'esperienza della pandemia. Il politologo americano Francis Fukuyama, in un'intervista data al Corriere della Sera del 20 maggio 2021, ha osservato che "l'altro grosso effetto della pandemia è il rilancio dello Stato come investitore e come regolatore". In uno studio intitolato "The Effect of Covid on Eu Democracies" (European Policy Institutes Network, 30 aprile 2021), viene osservato che gli esecutivi si sono rafforzati, si sono indeboliti i controlli dei parlamenti sui poteri esecutivi, i parlamenti sono stati messi da parte.
Demo. Queste critiche della democrazia considerano soltanto l'aspetto della legittimazione elettorale, che risale alle definizioni enfatiche della democrazia, come quella di Lincoln (1863), come governo del popolo, da parte del popolo, per il popolo, oppure quella delle Nazioni Unite, come libera espressione della volontà dei popoli nel determinare i propri sistemi politici, economici, sociali e culturali. Ma la democrazia è innanzitutto limite del potere.
Per capire questo, bisogna ritornare a un attento osservatore del potere, quale è stato Shakespeare. I grandi protagonisti detentori del potere nei drammi di Shakespeare, da Riccardo III a Giulio Cesare, incontrano un solo limite al proprio potere: quello naturale, la morte. Oggi il potere nasce limitato. Non è duraturo, perché sono pochissime le cariche assegnate a vita. Esse non hanno espansione illimitata perché definite dalla competenza. Incontrano limiti nei contropoteri. Il potere è distribuito.
Ademo. Questo porta acqua al mio mulino. Non tutti i poteri sono democratici, nonostante l'altisonante dichiarazione dell'articolo 1 della Costituzione italiana. I titolari del potere esecutivo e quelli del potere giudiziario non godono di una legittimazione elettiva.
Demo. Concordo: quell'incipit dell'articolo 1 della Costituzione è enfatico. Prende la parte per il tutto. Non tutto il sistema politico costituzionale italiano è retto dal principio democratico, e lo stesso può dirsi per tutti gli altri reggimenti democratici del mondo. Ma la democrazia, come limite del potere, è anch'essa limitata, perché si può esercitare solo in certi ambiti e solo da parte di certi soggetti. Ed è limitata nella sua durata.
Non a caso i costituenti americani hanno previsto durate tanto diverse per i vertici dello Stato, due, quattro e sei anni. E hanno stabilito in qualche caso limiti al rinnovo. In Italia, la durata in carica del presidente della Repubblica è superiore a quella delle assemblee parlamentari perché - come osservava Costantino Mortati, uno dei costituenti - il presidente è così svincolato meglio dalla maggioranza che lo ha eletto, per raggiungere un migliore equilibrio istituzionale garantito dalla contemporanea presenza di organi che rispecchiano situazioni politiche non pienamente coincidenti tra di loro. In altre parole, la maggioranza di un certo momento non prende tutto, grazie alla durata diversa delle cariche.
Ademo. Anche l'elezione è uno strumento ambiguo. In che cosa consiste? Non si sceglie, ma si approva. Si approva un orientamento, indicando un partito; si approva una lista, indicando un elenco di persone. La scelta delle persone è fatta da altri, dai proponenti, cioè dalle forze politiche. E queste non riescono a scegliere le persone adatte, anche perché è difficile dire quali siano quelle giuste. Poi, perché i cosiddetti rappresentanti debbono essere anche i gestori della cosa pubblica? Non sarebbe bene che i rappresentanti fossero nettamente separati dai gestori? E non sarebbe necessario stabilire che, come vi sono requisiti di età e di cittadinanza vi siano anche requisiti di competenza e di esperienza per poter essere designati dalle forze politiche?
Demo. Ma proprio perché la democrazia è un regime così ambiguo si preferisce avere più democrazie, che si controllino reciprocamente e si preferisce far esprimere il popolo non solo con le elezioni, ma anche con il dibattito pubblico, allargando lo spazio pubblico alla cosiddetta democrazia deliberativa. Inoltre, l'elettore compie una scelta. Si trova nelle stesse condizioni di un acquirente al quale vengono offerti più prodotti diversi per qualità e prezzo. Il votante, come l'acquirente, deve operare una scelta. Ma può anche non farlo, astenendosi dal voto, così come l'acquirente può rinunciare all'acquisto del bene. Quanto alla separazione tra rappresentanza e gestione, questa è presente "in nuce" in tutti gli ordinamenti moderni, anche se in Italia è tradita. Infatti, al vertice del potere esecutivo, al corpo politico spetterebbero indirizzo e controllo, e all'alta amministrazione spetterebbe la gestione. Con l'introduzione dello "spoils system", tuttavia, questa distinzione è rimasta sulla carta.
Ademo. Ma ci si fida tanto poco della democrazia che viene anche sottoposta a controlli. I costituenti americani temevano la tirannide della maggioranza e quindi buttarono molta sabbia nelle ruote della democrazia, sia con una rigida separazione dei poteri sia riconoscendo un compito tanto importante alla Corte suprema (giudicare le leggi).
Demo. Questo non è un segno di debolezza, ma, al contrario, un segno di forza della democrazia. La democrazia non ha un eccesso di fiducia in sé stessa. Non nasce come uno strumento onnicomprensivo, totalizzante. Ha in sé stessa i propri limiti. Si potrebbe dire, riprendendo un dibattito che ha attraversato la storia del costituzionalismo americano fino a Woodrow Wilson, che la democrazia è ispirata a una idea darwinistica e non newtoniana, quindi non meccanicistica dei sistemi politici.
Ademo. Questo non vuol dire che, nell'ambito che è proprio della democrazia, la tirannide della maggioranza possa essere meno pesante della tirannide di un piccolo gruppo di persone in un regime autoritario. Se questo fosse composto da una élite illuminata, non sarebbe meglio?
Demo. Nel corso della storia non vi sono stati casi di un ristretto manipolo di persone illuminate che, esercitando il potere, non ne abbiano abusato. Rimango, quindi, dell'opinione che i regimi democratici siano migliori di quelli autocratici a patto che nelle democrazie vi siano buoni giardinieri, perché le democrazie sono come i giardini: vanno disegnati bene; i semi vanno piantati, concimati, innaffiati; si deve contare sulla qualità del terreno, su condizioni atmosferiche favorevoli; poi, occorre procedere alle potature e agli innesti e solo alla fine ci sarà un bel giardino. Voglio dire che contano anche le circostanze e i contesti. Il peggiore sovrano d'Inghilterra, re Giovanni, firmò nel 1215 la Magna Carta. Quando si parla della democrazia italiana, non bisogna mai dimenticare quello che osservava Franco Venturi: "C'è la necessità di porsi e di riporsi il problema dell'unità. Non bisogna dimenticare mai che l'ultimo anno in cui ci fu in Italia un governo unico prima del 1861 è il 568, quando arrivarono i longobardi" (Franco Venturi, in Corrado Stajano, Maestri e infedeli. Ritratti del Novecento, Milano, Garzanti, 2008,p. 300). Infine, la democrazia è il frutto di piccoli aggiustamenti e riaggiustamenti, esempio di quel "social engineering" che era proposto da Karl Popper come alternativo all'olismo, una forma di "filosofia terrena", come l'economia.
Ademo. Voliamo più basso. Non può negare che la Cina abbia reagito più rapidamente e più efficacemente alla diffusione della pandemia e che anche l'Italia abbia dovuto mettersi nelle mani di un generale. Su questa difficile situazione sono state raccolte molte opinioni e svolti molti ragionamenti. Cito per tutti un'opera che in qualche modo li riassume, ponderosa e importante, curata per la Fondazione Leonardo da Alessandro Pajno e da Luciano Violante, Biopolitica, pandemia e democrazia. Rule of law nella società digitale, divisa in tre tomi: vol. I, Problemi di governo, vol. II, Etica, comunicazione e diritti, vol. III, Pandemia e tecnologie. L'impatto su processi, scuola e medicina (Bologna, il Mulino, 2021).
Demo. Riconosco la maggiore complessità delle democrazie. Questa complessità deriva dal fatto che, nel corso della storia, le democrazie hanno ascoltato più voci e hanno canonizzato un maggior numero di interessi collettivi, stabilendo criteri per la loro tutela. Quindi, ogni nuova decisione deve tener conto dei beni ambientali da tutelare, del patrimonio culturale da garantire, degli interessi dei lavoratori da proteggere, e così via. Ma questa maggiore complessità non comporta necessariamente maggiore lentezza, tanto è vero che quasi dovunque si parla di semplificazione e di reingegnerizzazione delle procedure. Uno sforzo di questo tipo è stato avviato e riavviato più volte negli ultimi anni anche in Italia, ma ha avuto due difetti. In primo luogo, non è stato continuo, è stato sottoposto a un ripetuto, "stop and go". In secondo luogo, è stato diretto più a eliminare intralci e inconvenienti che a promuovere e incentivare un maggiore attivismo nelle strutture pubbliche. A questo bisogna porre rimedio.
di Andrea Priante
Corriere della Sera, 15 giugno 2021
Parla Cristiano, il padre dell'imprenditore veneziano liberato dopo 70 giorni di prigionia in Sudan: "Il ministro Di Maio lo riporti a casa. La frode? Carognata di un'altra azienda".
Merco Zennaro è libero, ma ancora bloccato in Sudan. L'imprenditore veneziano che dal primo aprile veniva rimbalzato da una prigione all'altra di Khartoum, lunedì mattina — su decisione di un giudice che ha accertato la consegna di 800mila euro come garanzia finanziaria — è finalmente stato trasferito in una stanza dell'hotel Acropole, lo stesso in cui alloggia suo padre Cristiano, che da oltre due mesi lotta come un leone per riportare a casa il figlio. "È mio papà il vero eroe di questa storia" ha ripetuto ieri Alvise Zennaro, il fratello di Marco. E Cristiano, 75 anni, per la prima volta da quando l'incubo è cominciato torna a sorridere. "Finalmente l'abbiamo tirato fuori da quella maledetta cella. C'era un'apertura sul soffitto dalla quale entrava il sole e un caldo tremendo, fino a 50 gradi. È stata dura", racconta il pensionato.
Come ci siete riusciti? "Ci sono state diverse persone che hanno collaborato alla fine di questo calvario. Serviva un sudanese che facesse da garante, e ci ha pensato il mio amico George Pagulatos, la cui famiglia di origini greche da tre generazioni gestisce l'hotel in cui alloggiamo. E poi negli ultimi giorni si è dato un gran daffare il sottosegretario agli Affari regionali Mohammed Yassin, che ha studiato a Padova e ha casa a Selvazzano Dentro. Lui rappresenta la nuova generazione dei politici sudanesi, persone perbene che sapranno risollevare le sorti del Paese. E poi ci hanno sostenuto padre Norberto, un prete comboniano, e il nostro ambasciatore Gianluigi Vassallo, sempre in contatto con il dg della Farnesina Luigi Vignali. E anche Giorgio Orsoni, l'ex sindaco di Venezia, che è anche lo zio della moglie di Marco".
Un lavoro di squadra. "Era l'unico modo perché mio figlio ne uscisse vivo. Ci sono stati momenti durissimi. All'inizio la Farnesina mi sconsigliava perfino di venire in Sudan, io ho risposto: "Ci vado, perché sono suo padre e voi fareste lo stesso per i vostri figli". E così sono venuto. I primi giorni sono stati terribili, mi rendevo conto di essermi cacciato in una situazione più grande di me. La notte dormivo col telefono sul comodino: suonava ed erano i messaggi audio che mi mandava Marco. Diceva: "Papà non ce la faccio più", erano come pugnalate. La mattina gli facevo consegnare dell'acqua da un tassista, mentre io andavo a trovarlo tutti i pomeriggi per portargli da mangiare. Nell'ultimo commissariato dov'è stato rinchiuso, potevo vederlo solo attraverso una grata. Era in uno stato pietoso. Quelle celle sanno di morte: per chiunque, specie per un europeo, è impossibile sopportare quelle temperature. Non so come Marco ne sia venuto fuori...".
Ora come sta? "È provato sia dal punto di vista psicologico che fisico: ha perso molti chili, le gambe faticano a reggerlo. E parla con voce bassissima che ogni tanto fatico a capire ciò che dice".
Cosa vi siete detti? "Per ottenere la scarcerazione, abbiamo fatto arrivare dall'Italia la somma necessaria, che speriamo di recuperare alla fine del processo. Il giudice ha verificato l'esistenza di questa garanzia e poi ha annunciato, in lingua araba: "Marco è libero". Noi siamo usciti e ci siamo abbracciati. Lui mi ha sussurrato: "Grazie papà"".
Poi di corsa in hotel. "Quando siamo arrivati all'albergo gli ho consigliato di farsi una doccia e di riposare. Lui per un attimo ha esitato. Mi ha risposto: "Ho paura che vengano a prendermi, cosa facciamo se mi riportano dentro?". Gli ho risposto di non preoccuparsi, che adesso ci pensa la Farnesina. Perché la verità è questa: io quello che potevo fare l'ho fatto, il futuro è nelle mani del ministero degli Esteri".
Cosa vorrebbe dire al ministro Luigi Di Maio? "Se ho voluto fare questa intervista è proprio perché sia chiara una cosa: il caso di Marco non è finito finché lui rimane bloccato in Sudan. Al ministro dico: vieni a prendere mio figlio, restituiscilo a sua moglie, ai bambini, e anche alla sua impresa e ai dipendenti che da marzo stanno andando avanti senza di lui".
E una volta a casa? "Intanto occorre chiarire la falsa accusa di aver fornito dei trasformatori difettati: quei pezzi sono perfetti, è stata solo una carognata orchestrata da un'azienda concorrente. Poi, ai responsabili di questo supplizio chiederò i danni. Devono pagare per tutte le sofferenze che hanno causato".
Cosa sta facendo in questo momento suo figlio? "È in camera. Ha telefonato alla sua famiglia, si è commosso. Ho prenotato il barbiere per domani. Intanto oggi abbiamo mangiato un piatto di pasta insieme e stasera lo trascino fuori, così si svaga un po'".
Dove andate? "Lo porto a mangiare il pollo alla brace. Qui vicino c'è un posticino fantastico: finché non ci vai, non puoi dire di sapere quant'è buono il pollo alla brace...".










