di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2021
Ciò che non perde rilevanza è lo stato di timore e di annichilimento psicologico determinato dalle vessazioni subite o prospettate. Non è illogico per la Cassazione che il coniuge venga assolto dal reato di violenza sessuale e condannato per quello di maltrattamenti ai danni dell'altro coniuge sulle cui dichiarazioni poggiavano entrambe le imputazioni. La Corte con la sentenza n. 17359/2021 respinge infatti il ricorso che pretendeva un inevitabile effetto domino dell'assoluzione sulla credibilità della parte offesa per il reato residuo.
L'esclusione del reato di stupro si fonda obiettivamente sull'asserita capacità di autodeterminazione della moglie. Autodeterminazione che può essere affermata come esistente solo conoscendo tutte le valutazioni di merito fatte dal giudice della cognizione e sol o in parte riportate dalla sentenza di legittimità. La Cassazione riporta il ragionamento del giudice di merito che ha ravvisato come libera scelta al congiungimento carnale quella operata dalla moglie al fine di evitare conseguenti episodi di maltrattamento. Anzi specifica la Cassazione che la donna si sarebbe prestata a quello che lei aveva però denunciato come stupro per l'esplicito fine di non venire picchiata. Ma proprio dall'avvenuto accertamento di merito di tale circostanza che aveva determinato il consenso al rapporto sessuale la Cassazione afferma che non si può argomentare come priva di fondamento probatorio l'accusa e la condanna per i maltrattamenti. Anzi da tale circostanza - che ha determinato il consenso della donna - risulta pienamente provato lo stato di soggezione fisica e soprattutto psichica derivante dai maltrattamenti del marito.
La difesa del ricorrente non esclude che la condanna per i reati contestati possa poggiare esclusivamente sulle dichiarazioni della parte offesa senza bisogno di riscontri esterni, ma pretende di vedere travolta la credibilità della vittima dal fatto che sia intervenuta assoluzione per uno dei delitti di cui ha accusato l'imputato. Nel caso concreto la Cassazione per smentire la prospettazione difensiva sottolinea che la credibilità della vittima sia rafforzata anche dalla sua mancata costituzione come parte civile nel processo in quanto ciò prova l'assenza di qualsiasi finalità lucrativa su una così triste vicenda.
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 maggio 2021
Nessuna dichiarazione, nessun comunicato ufficiale. Nemmeno a margine di un evento che ha portato entrambi ieri dentro la sede del Consiglio superiore della magistratura, a una settimana dal terremoto giudiziario che ne ha certificato la crisi. Il caso ha voluto che proprio ieri palazzo dei Marescialli ospitasse la proiezione del docu-film sul magistrato Rosario Livatino, assassinato dalla mafia nel 1990 e che verrà beatificato il 9 maggio: presenti il plenum, il cardinale Gualtiero Bassetti, Mattarella e Cartabia. In questo clima sospeso - fuori dal Csm la bufera mediatico-giudiziaria, dentro nessun riferimento esplicito - l'unica velata allusione è risuonata nell'inciso finale di una frase del vicepresidente David Ermini: "La credibilità esterna della magistratura nel suo insieme e in ciascuno dei suoi componenti è un valore essenziale in uno stato democratico, oggi più di ieri".
Il Csm rimane dunque solo a governare lo scontro tra toghe e isolato nel rispondere davanti all'opinione pubblica dello scandalo che mina alla credibilità della magistratura come corpo dello stato. Sullo sfondo, infine, rimane un nodo che ha condizionato fino a oggi la vicenda: la totale assenza di relazioni scritte, documenti e atti oltre ai verbali usciti dalla procura di Milano e messi nelle mani del consigliere Piercamillo Davigo. È stato lui a dire di aver "informato chi di dovere", ma c'è solo la sua parola. E in questo elenco figurerebbe anche il Colle, che sarebbe stato informato dell'esistenza della loggia e che a oggi non ha smentito né confermato la notizia.
Nessuna interferenza - La scelta del Quirinale, infatti, è netta e viene dettata alle agenzie, il giorno prima dell'evento al Csm: è essenziale il rispetto assoluto delle regole. Ogni ulteriore intervento si configurerebbe come una indebita interferenza nelle indagini in corso. Indagini che vedono impegnate ben quattro procure. La ministra Cartabia, invece, nei giorni scorsi ha fatto sapere di aver parlato al telefono con il procuratore generale di Cassazione Giovanni Salvi e di aver convenuto che l'azione disciplinare spetta al suo ufficio. Un passo indietro dell'esecutivo, nel rispetto delle prerogative di autonomia e indipendenza del terzo potere dello Stato.
Tutto, dell'attuale situazione, ha tratti inediti. Inusuale se non improprio è stato l'iter utilizzato dal magistrato milanese Paolo Storari, che ha consegnato i verbali della presunta loggia a un consigliere e non direttamente al vicepresidente del Csm. Altrettanto è stata anche la scelta di Davigo di comunicare solo informalmente senza lasciare traccia scritta di nulla di ciò che ha fatto con i documenti ricevuti. Entrambi i comportamenti potrebbero determinare conseguenze penali.
Improprio è anche citare l'unico precedente lontanamente paragonabile e risalente a quarant'anni fa, con riguardo a un'altra loggia segreta.
Quando i giudici istruttori di Milano Gherardo Colombo e Giuliano Turone trovano l'elenco dei nomi degli affiliati alla P2 si chiedono se l'affare non dovesse riguardare anche gli altri poteri dello stato e non solo la magistratura. Decidono così di informare il presidente della Repubblica, che è non solo il garante della Costituzione ma anche il presidente del Csm. "Non è una cosa semplice per due giudici istruttori parlare col capo dello stato", ricorda Colombo nel suo libro Il vizio della memoria, così cercano un contatto per farsi ricevere.
Scoprono però che il presidente Sandro Pertini non è in Italia ma in viaggio in Sudamerica, quindi decidono di rivolgersi al vertice dell'esecutivo, Arnaldo Forlani. I magistrati predispongono una lettera ufficiale, la fanno recapitare al presidente del Consiglio e lo incontrano a palazzo Chigi per due volte, il 25 e il 30 marzo 1981. Non comunicano alcuna informazione coperta da segreto istruttorio ma allertano Forlani dell'esistenza di un'organizzazione segreta in grado di interferire sulle decisioni delle istituzioni pubbliche.
Nessun passaggio di informazioni da più bocche, nessuna informalità che trasforma tutto in chiacchiericcio e lega le mani agli attori istituzionali.
Nel silenzio del ministero della Giustizia e del Colle, si può solo rileggere la Costituzione, che all'articolo 31 fissa le modalità per lo scioglimento del Csm. È prerogativa del capo dello stato, "qualora ne sia impossibile il funzionamento", sentiti i presidenti delle camere e il Comitato di presidenza. Nessun inquilino del Quirinale è mai arrivato a tanto e una lettura formalistica considera questo non un atto politico, ma solo tecnico: il funzionamento è impossibile solo se manca il numero legale di consiglieri. È incerto allora come (e quando) si sbloccherà questo stallo all'americana tra organi istituzionali: tutti immobili e silenziosi, in un'attesa che è impossibile sapere a cosa preluda.
di Guido Viale
Il Manifesto, 7 maggio 2021
Gli arresti di Parigi. L'arresto di alcuni latitanti italiani rifugiati in Francia da decenni e protetti dal "lodo Mitterrand" è sì un'applicazione "rigorosa" della legge, attribuendo però alla pena una finalità "retributiva", cioè "afflittiva", del tutto estranea alla Costituzione, che le attribuisce solo finalità rieducative (quelle che, come ha scritto Sofri, la Francia aveva ampiamente raggiunto).
L'arresto di alcuni latitanti italiani rifugiati in Francia da decenni e protetti dal "lodo Mitterrand" è sì un'applicazione "rigorosa" della legge, attribuendo però alla pena una finalità "retributiva", cioè "afflittiva", del tutto estranea alla Costituzione, che le attribuisce solo finalità rieducative (quelle che, come ha scritto Sofri, la Francia aveva ampiamente raggiunto).
È stato così aggiunto un miserabile tassello alla versione che da decenni connota gli eventi di cinque decenni fa come "Anni di piombo", dominati dal "terrorismo rosso": cancellando sotto questa dizione sia la "Strategia della tensione" e le sue stragi sia le lotte e le conquiste di studenti, operai e popolo contro cui quella strategia era diretta. Una guerra - ancorché "non ortodossa", come era stata definita dai suoi promotori - che lo Stato italiano ha condotto contro movimenti di massa, colpendo nel mucchio con sequele di stragi, mentre le formazioni armate, nate ai margini di quei movimenti, decidevano di "contrattaccare" con agguati contro uomini simbolo. Crimini da entrambe le parti: superfluo, ormai, fare comparazioni.
Ma nella strategia della tensione sono stati coinvolti molti corpi dello Stato, politici e istituzionali; e tutti ne hanno a loro modo approfittato, trovando poi conveniente non chiudere più quella fase, come sarebbe stato possibile e opportuno. Oggi Draghi e Cartabia non fanno che intascare la loro quota della rendita politica che quella non-decisione ha generato. E la "pena retributiva" sostituisce, per molti parenti delle vittime di un tempo, quel "risarcimento" che lo Stato avrebbe dovuto offrir loro con un processo di "riconciliazione".
Condivido il dolore dei parenti delle vittime (tutte) del terrorismo, a partire dalla moglie e dalle figlie di Pinelli, vittime del terrorismo di Stato; e senza escludere la vedova e i figli del commissario Calabresi: so che cosa significa crescere senza un padre, anche se il mio è morto in circostanze meno drammatiche. Ma avendo seguito giorno per giorno gli 8 (anzi 10) "gradi di giudizio" del processo per l'omicidio del commissario, ritengo impensabile che se ne potesse ricavare il minimo indizio di colpevolezza degli imputati, Marino compreso; come aveva giustamente concluso la sentenza assolutoria del secondo processo di appello.
Mentre capisco benissimo come possano essersi convinti del contrario tutti coloro che ne sono stati informati solo dai media (solo il manifesto, allora come oggi, ha trattato con spirito critico quella vicenda).
La maggior parte dei giudici togati si è dimostrata determinata a priori a quella condanna, accettando che il processo, più che alla ricerca dei veri colpevoli, fosse indirizzato alla punizione della campagna con cui Lotta Continua aveva costretto a portarla in tribunale il commissario, che poi se ne sarebbe ritirato con una ricusazione. D'altronde nessuno tra magistrati, giornalisti o familiari aveva sollevato obiezioni anche quando, per dimostrarne la natura criminosa, era stato sostenuto che a uccidere Rostagno, per farlo tacere, era stata una rediviva Lotta Continua.
Sofri e Bompressi sono stati condannati in base a ricostruzioni false di Marino, contraddette dai fatti e da tutti i testimoni. Per Pietrostefani, invece, nessuna ricostruzione di eventi specifici per accusarlo di aver ordinato l'omicidio: una condanna a 22 anni solo perché membro di un "comitato esecutivo" che avrebbe deciso l'omicidio: un anno prima. Ma Marino aveva indicato anche altri membri di quel comitato: Rostagno, Boato, Morini, Brogi e altri; l'accusa li ha subito dimenticati, consapevole, dopo l'iniziale entusiasmo, della debolezza, basata solo su un "pentito" dalle molteplici versioni.
Così è successo ad altre sue accuse assurde contro Paolo Liguori, Luigi Bobbio o Luigi Noia. Avevo aggiunto allora, con una raccomandata alla Procura di Milano, che di quel comitato avevo fatto parte anche io, che ero stato, con Sofri e Pietrostefani, al vertice di quella organizzazione per 7 anni. Nessuna reazione. Per questo ritengo quel processo una delle più grandi patacche della storia giudiziaria italiana. Processi basati solo su pentiti, sia veri che falsi, ben giustificano i dubbi di Mitterrand sul modo in cui era gestita la giustizia in Italia.
Oggi comunque si sa che nella Questura della defenestrazione di Pinelli erano presenti ben 13 funzionari dell'Ufficio Affari Riservati mandati da Roma per costruire, con tutta evidenza, la montatura contro Valpreda. Una presenza che la Procura di Milano aveva evitato di scoprire e di cui il commissario Calabresi non ha mai fatto parola. Ma è sensato pensare che nel corso del processo che lo vedeva imputato e non più querelante, Calabresi avrebbe potuto parlarne. Non ne ha avuto il tempo: la sua uccisione lo ha trasformato in un irreprensibile servitore dello Stato, esonerandolo post mortem da ogni responsabilità con la grottesca sentenza sul "malore attivo dell'anarchico Pinelli".
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 maggio 2021
Indagini avviate a Milano, Brescia, Roma e Perugia. E a Milano l'inchiesta per fuga di notizie denunciata dal Fatto dopo aver ricevuto i verbali di Amara era stata assegnata al pm Storari, che quindi ha indagato su sé stesso. Per circa quattro mesi Storari è titolare del fascicolo, di cui si spoglia solo l'8 aprile di quest'anno.
La notizia dell'esistenza della presunta loggia segreta denominata "Ungheria", composta da magistrati, alti funzionari di stato e avvocati e nata per condizionare inchieste giudiziarie e nomine nasce dalla rivelazione del segreto d'ufficio compiuta da un magistrato milanese, Paolo Storari. È lui, che ha sostenuto di aver agito in "autotutela" perché preoccupato dall'"inerzia" della procura di Milano, a consegnare al togato del Consiglio superiore della magistratura Piercamillo Davigo i verbali segreti resi dall'ex legale di Eni, Piero Amara, in cui racconta della loggia. Questa consegna, avvenuta tra il marzo e l'aprile 2020 nella casa milanese di Davigo, ha generato un inestricabile cortocircuito tra procure. Da che nessun fascicolo era stato aperto, ora le indagini sono parcellizzate in quattro diversi uffici, che ora indagano gli uni sugli altri.
Milano e Perugia - A dare la dimensione dell'amalgama è il caso dello stesso Storari. Dopo che ha consegnato i verbali a Davigo, il togato comunica informalmente il contenuto ad alcuni membri del Csm: sicuramente al comitato di presidenza composto dal vicepresidente David Ermini, il pg di Cassazione Giovanni Salvi e il primo presidente di Cassazione Pietro Curzio, ma anche al laico Fulvio Gigliotti e forse anche ai togati Giuseppe Cascini e Giuseppe Marra.
Tuttavia pubblicamente nulla succede e Davigo va in pensione e decade da consigliere nell'ottobre 2020. Poco dopo, al Fatto Quotidiano e a Repubblica vengono inviati in forma anonima dei plichi contenenti i verbali segreti, i giornalisti però non li pubblicano e denunciano il fatto rispettivamente alle procure di Milano e La procura di Roma indaga e, ad aprile 2021, scopre che la mittente sarebbe la ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, indagata per calunnia.
A fine 2020 anche Milano però apre un fascicolo a partire dalla denuncia del giornalista del Fatto, che il procuratore capo di Milano Francesco Greco assegna allo stesso Storari. Del resto, i verbali oggetto della fuga di notizie sono gli stessi che contengono le dichiarazioni dell'ex legalde di Eni, Piero Amara, raccolte da lui raccolti insieme all'aggiunta Laura Pedio. Storari, dunque, si trova a indagare su se stesso: i verbali arrivati al Fatto, infatti, sarebbero gli stessi che lui ha consegnato a Davigo e dunque l'origine della fuga di notizie sarebbe lui.
Storari potrebbe non aver subito capito: infatti inizia a indagare e dispone addirittura una consulenza per stabilire la provenienza delle carte. Per circa quattro mesi Storari è titolare del fascicolo sulla fuga di notizie, di cui si spoglia solo l'8 aprile di quest'anno, quando scopre che nell'indagine aperta a Roma è coinvolta l'ex segretaria di Davigo. Solo allora Storari riferisce a Greco per la prima volta di aver consegnato le carte al togato del Csm e si chiama fuori dall'indagine.
Ma non è l'unico fascicolo che sarebbe tuttora aperto a Milano. Nonostante l'inerzia denunciata da Storari, a inizio 2020 la procura meneghina si coordina con quella di Perugia sui verbali di Amara, che contengono tra i possibili indagati nomi di magistrati romani e dunque la competenza è degli uffici umbri. Il 9 maggio 2020 la procura di Milano iscrive nel registro delle notizie di reato lo stesso Piero Amara, il suo collaboratore Alessandro Ferraro e l'avvocato Giuseppe Calafiore, con l'ipotesi di reato di associazione segreta.
Un fascicolo gemello è aperto a Perugia, a cui nel gennaio 2021 Milano trasmette ufficialmente i verbali di Amara. Anche qui l'ipotesi accusatoria è di associazione segreta e gli indagati dovrebbero essere dei magistrati romani di cui ancora non si conoscono i nomi. Sempre a Perugia, inoltre, è in corso il processo a Luca Palamara (a sua volta tirato in ballo da Amara, che ne sarebbe il corruttore), che però ormai sembra essere diventato solo un filone laterale nella storia della presunta loggia.
Roma e Brescia - A Roma, invece, sono stati aperti due fascicoli. Il primo è quello nato dalla denuncia della giornalista di Repubblica, Liana Milella, dopo aver ricevuto i verbali anonimi. È stata lei a portare la procura a individuare la ex segretaria di Davigo, Marcella Contrafatto, oggi indagata per calunnia. La funzionaria inizialmente si è avvalsa della facoltà di non rispondere.
Il suo avvocato Alessia Angelini ha chiesto al tribunale del Riesame il dissequestro dei documenti sequestrati (una scelta difensiva che permette di conoscere le prove in mano all'accusa) e ha dichiarato che "manca il presupposto per la configurabilità del reato calunnia", ovvero la coscienza di accusare qualcuno di un reato, sapendo che non lo ha commesso. Poi ha aggiunto che la sua cliente "è intenzionata a collaborare alle indagini". Segno che forse la storia è meno lineare di come apparsa fino ad ora.
Inoltre è in corso uno scontro tra Roma e Brescia. Entrambe le procure hanno aperto un fascicolo con la stessa ipotesi: rivelazione di segreto d'ufficio da parte di Storari. A determinare la competenza per l'indagine, è il luogo in cui il reato si sarebbe consumato. Se i verbali sono stati consegnati a Davigo a Roma, allora l'indagine spetta alla procura di Michele Prestipino. Se invece la consegna è avvenuta a Milano, come ha detto Davigo nei giorni scorsi, la competenza è di Brescia in quanto ufficio titolare delle indagini sui magistrati milanesi.
A dirimere la questione sarà probabilmente l'interrogatorio di Storari, previsto per sabato davanti ai magistrati della capitale. Per ora, dunque, l'unica certezza in tutti questi procedimenti aperti è la costituzione di parte offesa da parte del Csm. La richiesta è stata presentata formalmente durante l'ultimo plenum da parte dei togati di Magistratura indipendente e il comitato di presidenza ha deciso di accoglierla.
di Lucia Izzo
studiocataldi.it, 7 maggio 2021
L'Ufficio di Sorveglianza di Foggia concede la detenzione domiciliare provvisoria al reo affetto da patologie a rischio di complicanza per infezione da Covid-19. Nel corso dell'ultimo anno, a causa dei rischi legati alla diffusione del Covid-19 anche in ambienti particolarmente vulnerabili al contagio come quelli delle carceri, in diverse occasioni i Tribunali e gli Uffici di sorveglianza si sono trovati a dettare provvedimenti che, tra l'altro, prevedono la detenzione domiciliare in sostituzione della misura della custodia cautelare in carcere per coloro che presentano una serie di patologie o appaiono in condizioni di fragilità tali da porli più a rischio di altri.
Tra i più recenti, particolarmente interessante, soprattutto alla luce della terza ondata pandemica che ha travolto il paese, appare l'ordinanza n. 941/2021 (sotto allegata) emessa in data 2 aprile 2021 dell'Ufficio di Sorveglianza di Foggia, a seguito dell'istanza presentata per ragioni sanitarie da parte dell'avv. Antonio Andrisano del Foro di Brindisi, difensore del detenuto assieme all'avv. Giulio Treggiari del Foro di Foggia.
L'Ufficio ha deciso di concedere la detenzione domiciliare provvisoria per la durata di sei mesi, proprio in funzione dell'emergenza sanitaria in corso, a un cinquantenne recluso presso la Casa Circondariale di Foggia in espiazione della pena per una serie di reati (truffa ed altri reati soprattutto contro il patrimonio, tutti di natura non ostativa).
La decisione giunge a seguito di una puntuale analisi del magistrato, a partire dalla valutazione del certificato penale e dei carichi pendenti, con contestuale valorizzazione di una serie di elementi e dell'insussistenza di cause ostative: dall'intero contesto informativo non emerge una personalità del reo connotata da un livello di pericolosità sociale non contenibile mediante una misura domiciliare e anche dalla relazione comportamentale della Casa Circondarle emergono linearità di condotta e assenza di criticità nello svolgimento della detenzione.
Condizioni di salute e grave rischio di contagio - Rilevanti per la decisione sono le condizioni di salute dell'uomo, affetto da "broncopatia cronica asmatiforme in soggetto allergico a polvere e polline". Per il sanitario dell'I.P. "trattasi di patologia a rischio di complicanza per infezione da Covid-19 come da nota del D.A.P. del 19/3/2020". Tale situazione, si legge nel provvedimento, "rende opportuna l'applicazione della detenzione domiciliare ex art. 47-ter, commi 1-ter e 1-quater o.p. e 147 n. 2 c.p. in quanto il prevenuto si trova esposto a grave rischio per la salute in caso di eventuale contrazione di infezione da Covid-19".
La decisione dell'Ufficio foggiano si inserisce in un contesto in cui sono state adottate misure analoghe proprio in virtù dell'attuale situazione di rischio determinata dalla diffusione del virus Covid-19 in ambienti come quelli carcerari dove, oltre a essere ben note le criticità in tema di sovraffollamento, è stato necessario predisporre maggiori distanze tra detenuti e familiari.
In realtà, alcune categorie di persone, tra cui gli anziani e coloro che risultano affetti da alcune patologie (come quelle cardiache, respiratorie o croniche rilevanti) sono più a rischio di altre, sicché si è ritenuta l'incompatibilità con il regime detentivo in virtù dell'elevato rischio di contagio, da ciò consentendo di presentare istanza di detenzione domiciliare ex art. 47 ter O.P. unitamente all'art. 147 del codice penale.
di Simona Lorenzetti
Corriere della Sera, 7 maggio 2021
È un musicista e frequenta contesti e "ambienti artistici" nei quali vi è "un uso piuttosto disinvolto delle sostanze stupefacenti, soprattutto quelle leggere ritenute idonee a favorire la creatività artistica".
La musica, e di conseguenza la necessità di sviluppare il proprio lato creativo, salva così un giovane rapper dal carcere. Lui si chiama Sofian Naich, ma nel circuito musicale è noto come "Kaprio". È accusato di aver preso parte, lo scorso 26 ottobre, all'assalto ai negozi del centro di Torino: durante una manifestazione contro le misure anti-Covid, vennero devastate e saccheggiate le vetrine degli store di lusso.
Quando il 9 marzo la squadra mobile gli ha notificato il fermo per le vetrine spaccate, nella sua abitazione gli agenti hanno scoperto 134 volte la quantità massima consentita di stupefacente. Per la precisione, 2.005 dosi medie singole di hashish e 678 di marijuana. Ovvero, "221,84 grammi di marijuana, in tre sacchetti di cellophane trasparente e sei bustine nere" si legge negli atti del procedimento. E sul tavolino in salotto "un bilancino di precisione, una busta trasparente con dentro altre bustine con chiusura ermetica, altri 291 grammi di hashish in due panetti e 16 bustine di cellophane nere".
E così "Kaprio", difeso dagli avvocati Fulvio Violo e Alice Abena, è finito davanti al Tribunale di Torino per essere giudicato per direttissima. Il rapper ha ammesso le proprie responsabilità, spiegando che lo stupefacente era per uso personale, ma che qualche volta lo ha offerto agli amici, artisti anche loro, che andavano a trovarlo: "Non l'ho mai venduto", ha spiegato.
Inoltre, ha raccontato che aveva acquistato la droga il giorno precedente a Porta Palazzo: "Una scorta prima del lockdown". Il giudice gli ha creduto e a quel punto la musica e la creatività si sono trasformate per lui in un'ancora di salvezza. "Naich risulta comporre musica rap con il nome d'arte di "Kaprio" - scrive il Tribunale nelle motivazioni - ed è noto come in certi contesti e ambienti artistici vi sia un uso piuttosto disinvolto delle sostanze stupefacenti, soprattutto quelle leggere ritenute idonee a favorire la creatività artistica. Deve dunque ritenersi plausibile che il giovane detenesse lo stupefacente tanto per uso personale quanto per le cessioni finalizzate a un consumo di gruppo".
A suo favore ha giocato anche il fatto che in casa non ci fosse del denaro. Il giudice ha quindi ritenuto di trovarsi di fronte a un "quinto comma", che si applica per l'uso personale e la modesta entità. E così la pena si è fatta lieve: 10 mesi di reclusione, doppi benefici di legge (sospensione condizionale e non menzione della condanna) e immediata liberazione. "Si tratta di detenzione a fine di cessione di una sola parte, verosimilmente a titolo gratuito, comunque non a fine di lucro", sottolinea il Tribunale nel verdetto. Contro la sentenza, il pubblico ministero Paolo Scafi ha presentato appello.
dire.it, 7 maggio 2021
Riprende l'attività di monitoraggio messa in atto periodicamente dal Garante regionale dei diritti, Giancarlo Giulianelli, per fare il punto sulla situazione degli istituti penitenziari marchigiani. In prima istanza Giulianelli ha chiesto informazioni precise, sia alla direzione del carcere che al responsabile della polizia penitenziaria, su quanto accaduto nei giorni scorsi a Marino del Tronto di Ascoli Piceno, dove l'azione di protesta di alcuni detenuti è stata contenuta proprio dall'intervento degli agenti in servizio.
Oltre ai consueti colloqui con gli stessi detenuti, che per il momento saranno ancora effettuati da remoto, il Garante ha intenzione di attivare alcuni incontri con i rappresentanti dei diversi settori che operano all'interno degli istituti penitenziari. "Sarà necessaria una ricognizione generale sul versante sanitario- sottolinea Giulianelli- per verificare la situazione determinata dalla pandemia, che già sappiano aver creato problemi presso la struttura di Villa Fastiggi a Pesaro, e per avere una fotografia più precisa sulle misure di contenimento e prevenzione messe in atto, non ultime quelle collegate alle vaccinazioni".
Da parte dell'Autorità di garanzia è inoltre intenzione porre in atto un'interlocuzione con la polizia penitenziaria, che in diverse circostanze ha evidenziato criticità significative, nonché con le realtà di volontariato che hanno un ruolo importante all'interno degli istituti.
gruppopdemiliaromagna.it, 7 maggio 2021
Roberta Mori (Pd): "Ascoltiamo le associazioni di volontari che operano nelle carceri per valorizzare impegno, progettualità e umanità anche al tempo della pandemia". La relazione annuale delle attività del Garante regionale per i detenuti Marcello Marighelli, svolta in Commissione Parità e Diritti delle persone, è sempre un'occasione preziosa per verificare le condizioni di vita, la tutela dei diritti fondamentali, le criticità che riguardano tutti coloro che sono privati della libertà personale.
"L'emergenza della pandemia si è sommata alle criticità già presenti nelle carceri e ha aggravato le condizioni di isolamento e disagio dei detenuti, rendendo ancora più difficile la funzione di rieducazione della pena che la Costituzione ci consegna. - sottolinea la consigliera regionale Pd Roberta Mori, intervenuta in commissione, ricordando come - le stesse drammatiche rivolte verificatesi in alcuni istituti e in particolare a Modena a marzo 2020, hanno evidenziato un'inadeguatezza strutturale e organizzativa che riforme e investimenti nazionali devono concorrere a superare al più presto".
"Grazie ad uno sforzo enorme dell'Amministrazione penitenziaria e della Sanità regionale e allo straordinario impegno di accudimento del volontariato, il Garante ci rappresenta oggi una situazione gestibile, pur nella complessità di affollamenti e carenza di case protette di accoglienza per le madri detenute con i loro bambini. - commenta sinteticamente la consigliera - Di grande importanza è il progresso della campagna vaccinale con il completamento del primo ciclo di vaccinazioni in alcuni istituti e somministrazioni a buon punto anche dove, come a Reggio Emilia, si sono evidenziati recenti focolai di Covid ora sotto controllo".
"Il Garante ha accolto con grande favore la proposta che abbiamo avanzato come Gruppo Pd di sentire in audizione le associazioni di volontariato e i progetti di integrazione in corso, coinvolgendo anche le consigliere e i consiglieri regionali in visite nelle carceri emiliano-romagnole appena la situazione sanitaria lo consentirà, per conoscere e tenere alta l'attenzione su un mondo che è parte integrante del nostro sistema democratico di convivenza" rimarca in conclusione.
ilcaudino.it, 7 maggio 2021
Ringrazio il Garante dei detenuti per la visita in istituto. Ma al contempo non posso non esimermi dal ringraziare il Preside del Cipia di Benevento dottor Gaita e tutto il personale docente per la preziosa collaborazione che da sempre offre all'istituto airolese. Lo scrive al nostro giornale il direttore dell'istituto penale minore di Airola Marianna Adanti, rispetto alla visita di Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della regione Campania. Voglio tuttavia precisare, continua la dottoressa Adanti, che il diritto allo studio ha risentito fortemente il peso di una pandemia che ha colpito il mondo intero. Ivi compresi coloro che risultano essere studenti in qualità di "liberi cittadini" nella società civile esterna.
Questa Direzione ha subito altresì le ulteriori restrizioni derivanti dalle specifiche ordinanze del Comune di Airola necessarie per arginare i molteplici contagi da Sars Cov19 sul territorio. E, che hanno inevitabilmente impedito la didattica in presenza all'interno del penitenziario. Ritenere violato il diritto allo studio attraverso la mancata attivazione della didattica a distanza risulta essere non soltanto fuorviante per l'opinione pubblica, ma riduttiva rispetto a chi all'interno dell'istituto dedica impegno, dedizione e professionalità.
Opportune e necessarie precisazioni, incalza la direttrice Adanti, ben potevano essere chiarite nella opportuna sede di Direzione. Fermo restando che attraverso il proficuo intervento del Preside e del personale docente del Cipia questa Direzione ha ricevuto in prestito molteplici computers per l'effettuazione della DaD. Pur tuttavia, soltanto grazie agli innumerevoli sforzi e sacrifici di tutto il personale dell'IPM di Airola, soltanto di recente questa Direzione è riuscita finalmente ad ottenere la installazione della rete LAN a cura dei Superiori Uffici.
Trattasi di un intervento fondamentale non soltanto per garantire la didattica a distanza, ma soprattutto necessaria per la tutela della sicurezza interna rispetto a possibili eventuali violazioni che una rete non protetta avrebbe potuto determinare con conseguenti possibili effetti mediatici devastanti per l'immagine dell'Istituto. Infine, si precisa che tutti i giovani ristretti risultano essere in possesso del titolo di terza media che consente loro di poter accedere al biennio delle scuole superiori per il prossimo anno. Marianna Adanti.
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 7 maggio 2021
Al via l'udienza preliminare: il Garante nazionale dei detenuti si costituisce parte civile. Era il 10 novembre 2019, mezza Italia era incollata agli schermi tv per vedere la partita Juventus-Milan, e lo erano anche tre agenti della polizia penitenziaria che invece avrebbero dovuto sorvegliare cosa stava accadendo nella sezione Sestante del carcere delle Vallette. In una cella, alle 21.05, il detenuto Roberto Del Gaudio si toglieva i pantaloni del pigiama e li utilizzava per togliersi la vita.
Un paio di pantaloni lunghi che non avrebbe nemmeno dovuto avere dato che l'uomo era considerato ad alto rischio di suicidio: era infatti rinchiuso in quella sezione dedicata a una più attenta sorveglianza, per via delle sue condizioni mentali, dopo essere stato arrestato per aver ucciso la moglie Brigida De Maio nell'appartamento in cui abitavano, in corso Orbassano 255.
Le immagini delle telecamere di videosorveglianza interne al carcere avevano mostrato il lungo tempo, almeno 20 minuti, impiegato dal detenuto per togliersi il pigiama, annodarlo alla finestra e togliersi la vita, inchiodando così le tre guardie penitenziarie impegnate ad osservare il gol di Dybala anziché i detenuti. Ed è con l'accusa di omicidio colposo che ieri per loro è iniziata l'udienza preliminare. Per uno dei tre c'è anche l'ipotesi che abbia falsificato i verbali di quella notte per occultare le responsabilità e nascondere quanto effettivamente accaduto. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Bussolino e Feno.
Il garante nazionale dei detenuti si è costituto parte civile nel procedimento patrocinato dall'avvocato Davide Mosso, così come i familiari del detenuto: la madre e il fratello di Del Gaudio sono assistiti dall'avvocato Riccardo Magarelli che ha chiesto e ottenuto che venisse citato il Ministero della Giustizia come responsabile civile. Ed è per questo che il giudice ha rinviato l'udienza al 30 giugno. "Si auspica, con l'inizio del processo di poter accertare quanto accaduto effettivamente quella notte e di poter sollevare il velo di omertà che sin dall'immediatezza è calato sulla vicenda, celando le condizioni che hanno consentito l'atto suicidario di Del Gaudio".
"Agli agenti è contestato di non aver vigilato come di dovere - ha spiegato l'avvocato Mosso - e di non aver quindi impedito che avvenisse il suicidio. Una consulenza disposta dalla procura ha peraltro concluso anche nel senso che non corrisponderebbe al vero quanto attestato da uno degli imputati e cioè che il mancato controllo sarebbe dipeso dalla rottura accidentale del video che monitorava la stanza di Del Gaudio. Si sarebbe invece trattato di una rottura successiva al suicidio montata ad arte per evitare ogni responsabilità".
- Alessandria. La cappella del carcere scrigno d'arte dei detenuti
- Reggio Calabria. I giovani con Maria Chindamo: "Cara 'ndrangheta la storia siamo noi"
- Il suicidio assistito apre un altro scontro nella maggioranza
- Zehra Dogan, fumetti dal carcere
- Firenze. "Luoghi d'estate", il carcere di Sollicciano apre il giardino











