di Pietro Di Muccio de Quattro
L'Opinione, 16 giugno 2021
Scrivevo qui il 7 giugno che contrapporre il garantismo al giustizialismo costituisce un paragone impossibile. Forse utile a dare una patina politica ma inutile a chiarire l'essenza dell'uno e dell'altro concetto. Parlando in generale, alla definizione di un nome giova molto il significato del nome opposto. Il dizionario dei sinonimi e dei contrari aiuta davvero a "tornire" il senso di una parola al di là della spiegazione che ne dà il vocabolario.
Garantismo e giustizialismo non solo sono nomi che rimandano a complessi concetti, ma sono anche allusivi, nel senso che chi li pronuncia può voler dire cose diverse da chi li ascolta, in tutto o in parte. Quindi contrapporre due allusioni è umoristico oltre che sterile. Inoltre, usare i due nomi con riguardo ad un caso concreto costituisce una truffa semantica. Per evitarla, bisogna dichiararsi colpevolisti o innocentisti.
Proclamarsi "garantisti-innocentisti" dopo la sentenza di assoluzione pare un'assurdità, non meno che "giustizialisti-colpevolisti" dopo una condanna. Il garantista è un innocentista in servizio permanente fino alla sentenza di condanna, il giustizialista è un colpevolista in servizio permanente prima della sentenza di condanna. A parte la malafede di dichiararsi tali per lisciare il pelo dell'opinione pubblica in voga o della fazione amica.
Il concetto opposto del garantismo non è, dunque, il giustizialismo, ma lo Stato di-storto ovvero Stato distorto cioè quello Stato di diritto che, tale di nome, non lo è di fatto. La contrapposizione, pertanto, è tra liberalismo e "illiberalismo". Sbagliano coloro che affermano di essere garantisti o giustizialisti come se dicessero: "Sono carnivoro, non vegetariano". Mentre non esiste il falso giustizialismo, esiste invece il falso garantismo.
Per esempio, garantismo non può voler dire che l'imputato possiede il diritto di cavillo, con cui impedire la conclusione del processo e l'emanazione della sentenza definitiva. La presunzione d'innocenza viene assimilata, dai falsi garantisti, ad uno scudo contro il processo, mentre significa che l'accusa è sempre aleatoria prima del giudicato. Se no, il garantismo cessa di essere ciò che è, per nome e sostanza: equo processo secondo giusta legge.
Per converso, quando una pena è stata irrogata, dev'essere scontata, perché la certezza del diritto è parte integrante del garantismo. E se le leggi non la favoriscono, bisogna accordarle allo scopo. Anche l'umanità della pena è parte integrante del garantismo. Ma la norma costituzionale, secondo cui la pena tende alla rieducazione del reo, non può essere applicata nel senso di vanificare di fatto la sanzione.
L'anno dei condannati già dura nove mesi, anziché dodici, in galera. Il garantismo non confonde l'effettività con l'umanità della pena. La pietà verso il colpevole è nobile, ma le lacrime della vittima, se può ancora piangere, moralmente valgono di più. Garantismo e giustizialismo sono separati. Farli scontrare come tori aizzati è una specie di tauromachia che fa comodo perché distrae dalla giustizia.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 16 giugno 2021
Lo premetto subito: Fabio De Pasquale, procuratore aggiunto di Milano e il suo collega Sergio Spadaro credo proprio non abbiano per nulla dolosamente occultato la registrazione che, se depositata in atti, sarebbe stata un aiuto per i difensori dei dirigenti Eni, accusati di corruzione internazionale in Nigeria. Eppure, per questa omissione entrambi sono indagati dalla Procura di Brescia.
Orbene, allo stato non abbiamo prove di un loro comportamento intenzionalmente scorretto e preordinato a danneggiare le difese. Tuttavia, il fatto rimane certo e indubitabile: è assodato cioè che quella registrazione è rimasta nei cassetti della Procura mentre avrebbe dovuto transitare nel fascicolo del Tribunale chiamato a decidere il caso. Infatti la sentenza del Tribunale, mandando assolti tutti gli imputati, ha definito "incomprensibile" quella omissione.
Che dire allora di fronte alla giustificazione dei due pubblici ministeri, i quali - sorpresi dalle critiche ricevute - hanno candidamente affermato di non aver ritenuto quella registrazione rilevante dal punto di vista processuale? Da dire c'è una cosa di rilevantissima gravità politica e istituzionale: oggi in Italia diversi pubblici ministeri (non tutti ovviamente), in perfetta buona fede, si comportano con assoluta spregiudicatezza, ritenendo di essere i soli depositari della verità e che perciò loro possono tutto e il contrario di tutto.
Ma non è colpa loro. Appena vinto il concorso e ancor prima di assumere le prime funzioni, essi vengono letteralmente bombardati in modo continuo e crescente da ammonimenti, insegnamenti, lezioni, esemplificazioni, indicazioni, tutti senza eccezione destinati a far loro intendere che loro, e soltanto loro, sono i difensori della legalità e della compagine sociale contro la criminalità e che a questo compito devono rimanere fedeli a qualunque costo. Se a questo bombardamento pseudo-pedagogico si aggiunge la sovraesposizione mediatica di alcuni di essi - complice una stampa ed una opinione pubblica che, seguendo i fatti di cronaca nera come si trattasse di un film, non vede l'ora che i "buoni" arrivino a punire i "cattivi" - allora si capisce dove si possa giungere.
Si giunge ad una sorta di ipertrofia dell'ego - di cui essi neppure si rendono conto - in forza della quale, costoro (lo ripeto, non tutti, per fortuna) si sentono investiti di una funzione più sacra che profana - in quanto salvifica - e perciò tale da giustificare ogni abuso, anche quello di non far conoscere alla difesa elementi ad essa favorevoli.
E se lo fanno, quando lo fanno, il bello è che neppure ne sono consapevoli, infarciti come sono di idee come quelle sopra esposte, a scorgere l'assurdità delle quali basterebbe una sola considerazione. Il loro ministero, infatti, non è privato, ma "pubblico": ciò vuol dire che essi non sono al servizio di nessuno - neppure dello Stato - ma unicamente della giustizia e che perciò son tenuti a tutelare egualmente la posizione delle persone accusate. Questo nelle leggi vigenti viene precisato, ma nella realtà accade rare volte. Tanto che, quando si vede che il pubblico ministero in mancanza di prove chiede l'assoluzione dell'imputato, ci si stupisce, avvezzi come si è ad un atteggiamento ostinatamente e pregiudizialmente a lui avverso.
Che fare allora? Un'opera di autentica educazione alla legalità verso costoro pare indispensabile da condurre, anche se paradossale: chi si comporta in modo troppo spregiudicato, come fosse il padrone delle leggi, ha perso il senso stesso dell'identità del proprio ruolo. Anche perché l'origine storica della figura del pubblico ministero risiede nella necessità di offrire un presidio al cittadino contro possibili abusi da parte della Polizia giudiziaria in ambito investigativo. Ma se colui che deve proteggere dagli abusi li commette lui stesso, e per giunta in buona fede, cioè senza neppure avvedersene, siamo messi davvero male. Che ne dice il ministro Marta Cartabia?
di Giuliano Foschini e Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 16 giugno 2021
Nell'abitazione di Marcella Contrafatto, la dirigente del Consiglio superiore della magistratura indagata per la diffusione dei verbali segreti di Piero Amara, trovati fascicoli di procedimenti disciplinari e documenti sull'ex capo dell'Anm. Le nuove accuse nel provvedimento del Riesame.
A casa di Marcella Contrafatto, la dirigente del Csm indagata per la diffusione dei verbali segreti di Piero Amara, sono state trovate "rassegne stampa a cura del Consiglio superiore della magistratura con chiave di ricerca Palamara", un "estratto del libro Il Sistema", i fascicoli di due procedimenti disciplinari e la stampa della posizione disciplinare del dottor Palamara", un "avviso di conclusione delle indagini di un procedimento romano con annesse notizie stampa". È questo il particolare più interessante delle tre pagine di provvedimento con cui il tribunale del Riesame ha respinto il ricorso dei legali della Contrafatto confermando così il sequestro e l'impostazione che la Procura di Roma ha dato dell'inchiesta sui verbali di Amara.
Roma indaga sulla calunnia ai danni del procuratore di Milano, Francesco Greco. Tutto parte infatti dal plico fatto recapitare al consigliere del Csm, Antonino Di Matteo: c'erano due dei verbali di Amara e "una missiva anonima - si legge nel provvedimento - con cui si incolpava il dottor Greco di "occultare" i verbali di interrogatorio dell'avvocato Amara dinanzi alla procura di Milano". Secondo il tribunale del Riesame, Di Matteo è da considerarsi a tutti gli effetti un pubblico ufficiale.
E, dunque, chi ha spedito quel plico ha commesso una calunnia. Motivo per cui l'indagine è della procura di Roma. Che è convinta che "l'anonimo" sia in realtà la Contrafatto: già segretaria di Piercamillo Davigo, che ricevette quando era al Csm quei verbali dal pm milanese Paolo Storari, sarebbe stata lei a inviare i verbali ai giornali e a Di Matteo. Resta da capire il perché lo abbia fatto: la donna fino a questo momento non ha voluto rispondere alle domande. Né ha chiarito il giallo emerso dalla perquisizione: ha raccontato di aver interrotto da tempo i rapporti cin Fabrizio Centofanti, di cui conservava però alcuni atti giudiziari a casa. Non è chiaro invece il perché di tutta quell'attenzione a Palamara che la Contrafatto aveva conosciuto bene nel corso della sua esperienza al Consiglio superiore.
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 16 giugno 2021
Una relazione con molte criticità quella presentata dal garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, nella sala consiliare del Comune di Caserta. Nel Report annuale, relativo ai luoghi di privazione della libertà personale della provincia di Caserta 2020, redatto in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla detenzione, Ciambriello ha messo in luce insieme alle buone prassi, anche numerosi problemi che la popolazione carceraria vive.
Tra quelli che appesantiscono una situazione già molto difficile in tempo di Pandemia, sicuramente c'è la mancanza di figure professionali come gli educatori, gli psicologi, o addirittura mancanti come i mediatori culturali. Mancano anche i medici specialistici negli istituti penitenziari, non sono sufficienti ad accogliere tutte le richieste sanitarie dei detenuti. Ad appesantire una situazione che la pandemia ha reso sicuramente più complicata, sono arrivate anche le rivolte, le proteste, in varie forme, ma anche tanti atti di autolesionismo e finanche 59 tentativi di suicidi di cui 3, purtroppo, riusciti. Si è tolto la vita anche un minore, Vincenzo, 16 anni, ospite di una comunità per minori, a Villa di Briano. Ci sono stati dei morti anche tra gli agenti di polizia penitenziaria, ma dovuti al Covid, in seguito ad alcuni focolai scoppiati nel carcere di Carinola e Santa Maria C.V.
"Se ad Arienzo e nell'istituto militare di Santa Maria CV, la vita comunitaria è stata caratterizzata da un sostanziale mantenimento della socialità - ha evidenziato Ciambriello - che è riuscita a contenere un numero di eventi quantificabili in uno o due episodi, la situazione negli altri istituti del territorio provinciale è decisamente diversa. Infatti gli atti di autolesionismo sono stati 42 ad Aversa, 92 a Carinola, 196 a Santa Maria CV. Rilevante il numero degli scioperi della fame e/o sete risultati in 262 e l'aumento delle infrazioni disciplinari registrate che sono 893. Nel 2020, inoltre, si sono verificati in questi istituti 59 tentativi di suicidio e 3 persone hanno deciso di togliersi la vita in carcere (due a Santa Maria Cv e una ad Aversa). In Campania i suicidi sono stati 9 nel corso del 2020"
Ciambriello, ha sottolineato che oltre al pianeta carcere, il mandato istituzionale del Garante regionale dei detenuti prevede anche che si occupi di coloro che sono sottoposti a Trattamento Sanitario Obbligatorio (Tso), dei ricoverati nelle Rems (residenze per l'esecuzione delel misure di sicurezza) e nella RsA (Residenze per Anziani) e di tutti coloro che si trovano in una condizione di limitazione della propria libertà personale, come accade anche agli stranieri nei centri per gli immigrati.
Ma soprattutto ha messo in risalto che la pandemia ha aumentato l'isolamento che le persone vivono nei luoghi di restrizione, causando una limitazione di contatti all'esterno e, in alcuni casi addirittura una cessazione delle attività. Un aiuto fondamentale è arrivato dall'uso delle nuove tecnologie.
"Rivolte, mini rivolte e proteste hanno caratterizzato questo lungo anno segnato dalla pandemia - ha spiegato Ciambriello - A Carinola a Santa Maria Cv, così come a Poggioreale e a Salerno, sono note le proteste durante la diffusione dei primi contagi e la sospensione dei colloqui. In particolare a Santa Maria C.V. sono in corso indagini in seguito a presunti pestaggi che si sarebbero verificati per contenere le proteste".
Nel dibattito che è seguito alla relazione di Ciambriello, sono intervenuti il Prefetto di Caserta, Raffaele Ruberto; Maria Antonietta Troncone, procuratore a Santa Maria C.v. Gabriella Maria Casella, presidente del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere Antonio Fullone, provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, Emanuela Belcuore, Garante dei detenuti della provincia di Caserta, Francesco Piccirillo, avvocato. Le conclusioni sono state affidate a Francesco Chiaromonte, magistrato di Sorveglianza.
di Roberta Rampini
Il Giorno, 16 giugno 2021
Ci sono le ricette delle lasagne light, del tiramisù, delle arancine siciliane e della Miascia, un dolce tipico lombardo. Frammenti di vite dietro le sbarre. Emozioni e ricordi. C'è tutto questo nel libro "Cucinare al fresco" scritto dai detenuti e dalle detenute di dodici istituti di pena italiani, tra cui Como-Bassone, Bollate, Opera, Varese, Sondrio, Alba, Pavia, Monza, edito da L'Erudita, in vendita da oggi in tutte le librerie italiane.
Il progetto è stato ideato da Arianna Augustoni, giornalista e volontaria in carcere, "Cucinare al fresco è iniziato in sordina tre anni fa nel carcere del Bassone di Como, grazie all'allora direttore Carla Santandrea. Poco alla volta è entrato in altre carceri - spiega - non è solo un laboratorio, ma ha un valore più profondo, in quanto i detenuti durante le lezioni raccontano le loro emozioni, le speranze, le difficoltà e, seppur con difficoltà, assaporano la libertà attraverso i sorrisi che si condividono o le notizie che vengono raccontate. L'iniziativa è nata proprio per portare all'esterno i sapori e i profumi della cucina vissuta dietro le sbarre".
La prima raccolta di ricette preparate dietro le sbarre è stata presentata a Palazzo Pirelli alla presenza del presidente del Consiglio regionale della Lombardia Alessandro Fermi, della coordinatrice del progetto Augustoni, del direttore del carcere comasco Fabrizio Rinaldi, di Giorgio Leggieri direttore del carcere di Bollate e della Presidente della Commissione speciale sulla situazione carceraria Antonella Forattini.
"Si tratta di un'iniziativa molto bella e molto valida, che offre stimoli intelligenti a chi sta scontando pene all'interno delle carceri - ha sottolineato il Presidente Fermi - Un modello di collaborazione tra agenti, persone ristrette e agenti di Polizia penitenziaria che può essere replicato in altri istituti e che offre opportunità concerete di formazione professionale per il post detenzione". Centoventi pagine, ricette e profumi che raccontano storie.
"Abbiamo ricominciato a vivere, ad assaporare la libertà. Cucinare al fresco non è semplicemente un ricettario, ma una speranza, un percorso per comprendere meglio un cammino di riabilitazione - racconta Luigi, un detenuto che partecipa al progetto - È una testata giornalistica ideata e scritta da persone che hanno perso la libertà, ma che non si sono perse d'animo e hanno deciso di rimettersi in gioco per fare qualcosa di buono attraverso il cibo, spiegando i metodi utilizzati nelle stanze di reclusione per cucinare con le risorse a loro disposizione".
Ricette che riportano all'infanzia, alla propria madre, "che, seppure in difficoltà, non ha mai fatto mancare nulla ai figli, quel panino con lo zucchero o con una fetta sottilissima di formaggio, perché doveva bastare per tutti". Ma anche ricette che evocano ricordi amari, "ho approcciato i gruppi di lavoro con grande leggerezza cercando di mettere al centro di ogni lezione loro, i detenuti e le detenute, coloro che mi hanno dato fiducia e stimolata a proseguire - conclude la coordinatrice Augustoni - Ho lasciato a loro il compito di organizzare il progetto in base alle singole esigenze, ma sempre con un solo obiettivo: raccontare le proprie esperienze in cucina attraverso un linguaggio corretto e preciso. Dal racconto alla scrittura il passo è stato breve, in quanto le tante nozioni sono state organizzate per dare vita a una pubblicazione che raccontasse queste esperienze anche all'esterno".
di Daniele Vaira
gazzettadalba.it, 16 giugno 2021
Il progetto si chiama Zona luce e attraverso il calcio vuole "illuminare" le prospettive dei giovani detenuti. L'iniziativa, promossa dal Settore giovanile e scolastico della Figc e dalla fondazione Scholas occurrentes, è stata presentata nei giorni scorsi presso all'istituto penale minorile Ferrante Aporti di Torino. Lo scopo è di tutelare e rafforzare il valore educativo, morale e culturale del calcio attraverso un percorso per la formazione di istruttori sportivi, che dia ai giovani detenuti le necessarie competenze per poter proseguire un'attività nel mondo del calcio a fine pena.
Parteciperanno al progetto dodici ragazzi dell'istituto penitenziario individuati dalla direzione, ma anche cinque agenti di polizia penitenziaria. Durante i corsi saranno presenti gli educatori dell'associazione Essereumani, il coordinatore regionale del Settore giovanile scolastico del Piemonte e Valle d'Aosta Luciano Loparco e tutto lo staff tecnico della Figc che svolgerà le attività pratiche con i ragazzi durante i 10 incontri.
"È un progetto prima di tutto umano, piuttosto che tecnico. Vogliamo dare ai ragazzi uno strumento e una serie di conoscenze che permettano loro di guardare al futuro con più fiducia. Stiamo già parlando con le società del nostro territorio per fare in modo che un domani ci possa essere un percorso costruttivo per i partecipanti. Ringrazio la fondazione Scholas occurrentes, l'associazione Essereumani, ma soprattutto Gabriella Picco, direttrice dell'unità operativa dell'istituto penale minorile Ferrante Aporti per il grande sostegno e per la disponibilità", ha affermato Luciano Loparco.
di Paola Suraci
reggiotoday.it, 16 giugno 2021
Giovanna Russo e Agostino Siviglia raccontano le impressioni avute durante la visita del presule Morrone all'istituto penitenziario nella periferia nord della città. "È stato un incontro lontano dai formalismi, vero, toccante e di testimonianza della parola", racconta la Garante dei detenuti dell'Amministrazione comunale Giovanna Russo, dopo l'incontro con il neo vescovo Fortunato Morrone nel carcere ad Arghillà.
"La scelta che ha compiuto il vescovo Morrone è senza dubbio insolita, - prosegue Russo - nel giorno del suo insediamento ha voluto andare ad incontrare, subito, gli ultimi dentro le mura di un carcere ed anche nella periferia abbandonata come quella di Arghillà. Durante la visita ha mostrato il volto della misericordia, ha parlato con i detenuti, chiamandoli per nome, si è fermato a dialogare con loro interessandosi realmente a come stanno. Il vescovo ha incontrato, nel dialogo, i detenuti. È stata un'esperienza forte, bellissima, che porterò sempre nel mio cuore".
"Penso che sia necessario ancora, - sostiene la Garante - sensibilizzare la città e non solo ai problemi delle carceri, a cosa vuol dire reinserimento per i detenuti e questo si può fare solo attraverso la conoscenza di questa realtà e soprattutto cercando di reinserire i detenuti attraverso il lavoro. C'è molto da fare ma sono fiduciosa. In questo cammino dobbiamo essere insieme anche con la polizia penitenziaria, e il direttore, che mi sento di ringraziare per il grande lavoro quotidiano che fanno all'interno delle carceri".
Anche il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale Agostino Siviglia è molto soddisfatto del pomeriggio trascorso insieme al vescovo Morrone. "Sono state due ore intense - racconta Siviglia - che ci indicano la strada da percorrere. Il vescovo ha avuto nei confronti dei detenuti parole filiali, richiamandoli al bene che c'è in ognuno di noi e alla forza di cambiare strada per ritrovare la via giusta.
Ecco la funzione della pena, così come previsto dal nostro ordinamento, è quella di rieducare e reinserire chi delinque nella società. Bisogna sconfiggere i pregiudizi. Sono molto grato al vescovo che ha dato testimonianza del bene. Sono certo che ci ritroveremo a lavorare insieme, in altri incontri, per il bene dei detenuti e delle loro famiglie. Mons. Morrone nel suo incontro ha messo al centro la persona, che va oltre la pena, e da qui bisogna partire per un percorso comune".
di Piero Ignazi*
Il Domani, 16 giugno 2021
La presenza nell'alleanza atlantica di paesi di problematica democrazia, e persino "dittatoriali" secondo la definizione di Mario Draghi, come la Turchia, indebolisce la narrazione proposta da Joe Biden. Quando si fa finta di nulla sulla torsione illiberale e autoritaria di Recep Tayyp Erdogan e non si richiede nemmeno un gesto simbolico come la liberazione di giornalisti, intellettuali e politici critichi - come giustamente si pretende dalla Russia e dalla Cina - crolla la visione della Nato come alleanza a difesa della democrazia. Un dittatore - se così si considera Erdogan - non può sedersi accanto a leader democratici.
La cascata di commenti entusiastici per i recenti meeting dei G7 e della Nato rischia di far perdere di vista alcuni gravi e persistenti problemi che affliggono tanto le democrazie occidentali quanto l'alleanza militare del Patto atlantico. Anche se abbiamo salutato con un enorme sospiro di sollievo la vittoria, sofferta, di Joe Biden alle elezioni americane, non possiamo altresì dimenticare cosa è successo nei mesi precedenti e successivi alla competizione elettorale, fino all'apice dell'assalto a Capitol Hill.
Le democrazie sono ancora sotto stress ovunque, il test finale della loro resistenza verrà dalle elezioni francesi dell'anno prossimo e da quelle italiane, paesi nei quali partiti che coabitano nello stesso gruppo estremista al parlamento europeo hanno buone possibilità di vincere. E poi vedremo cosa succederà nelle altre nazioni in mano a governi "autocratizzanti" come Polonia e Ungheria: ritroveranno la retta via democratica o si inclineranno verso una deriva turco-russa?
Il sentimento antipolitico e antipartitico in Occidente non è scomparso. Tuttavia la presidenza Biden ha innalzato il sistema e i valori democratici a vessillo delle nazioni del G7, in contrapposizione ai regimi autoritari. E finalmente, dopo le porte aperte degli anni Novanta, ha riconosciuto nella Cina il vero avversario strategico, relegando implicitamente la Russia a problema regionale. Del resto, un paese con nemmeno 150 milioni abitanti e un Pil che non lo colloca nemmeno nei i primi 10, potrà creare tensioni regionali e "nel cortile di casa", o al limite nel Mediterraneo, ma niente di più. Del tutto diversa la sfida della Cina per le sue dimensioni, la sua economia e la sua crescente assertivita sul piano internazionale.
Di fronte a questo scenario l'America ha riproposto una politica estera fondata sui valori. L'insistenza su questo aspetto non riesce però a celare che esistono anche interessi e convenienze tattiche che, inevitabilmente, ottundono l'enfasi sui grandi principi. La riunione Nato dell'altro giorno ha dato una prova plastica di come le dichiarazioni ufficiali possano essere contraddette dalla pratica.
La presenza nell'alleanza atlantica di paesi di problematica democrazia, e persino "dittatoriali" secondo la definizione di Mario Draghi, come la Turchia, indebolisce la narrazione proposta da Joe Biden. Quando si fa finta di nulla sulla torsione illiberale e autoritaria di Recep Tayyp Erdogan e non si richiede nemmeno un gesto simbolico come la liberazione di giornalisti, intellettuali e politici critichi - come giustamente si pretende dalla Russia e dalla Cina - crolla la visione della Nato come alleanza a difesa della democrazia.
Un dittatore - se così si considera Erdogan - non può sedersi accanto a leader democratici. Va emarginato e messo al bando. Se poi, come sostiene il nostro presidente del consiglio, la Turchia costituisce un partner affidabile, allora lasciamo perdere i grandi proclami. Ed evitiamo gaffes.
*Politologo
di Marco Perduca*
Il Riformista, 16 giugno 2021
Riprende alla Camera la discussione delle pdl sui fatti di lieve entità per consumo di sostanze. Sulla carta c'è il favore per rivedere le pene. Il proibizionismo arranca, in un terzo degli Stati uniti la marijuana è legale. Basta ideologia: una questione di salute e scelte personali non può essere gestita col carcere.
Oggi in Commissione Giustizia della Camera riprende il dibattito su proposte di legge concernenti fatti di lieve entità legati al consumo di sostanze stupefacenti proibite. Tra i testi presentati, quello del radicale Riccardo Magi prevede, tra le altre cose, anche la depenalizzazione della coltivazione domestica di cannabis. Sulla carta i numeri per rivedere le pene per consumi minimi sembrerebbero favorevoli, come favorevole è il contesto internazionale.
Non solo: nella patria del proibizionismo un terzo degli Stati ha legalizzato la marijuana, ma dal dicembre 2020 la pianta (anche medica) è stata cancellata dalla IV tabella delle sostanze che la Convenzione Onu del 1961 ritiene pericolose. L'esempio degli USA e l'attenuata attenzione del controllo globale sulla cannabis dovrebbero incoraggiare quei parlamentari che, al momento delle decisioni, si fanno prendere dal timore di abbassare la guardia in tema di "salute" e "ordine" pubblico.
Ai timorosi o timidi, ma anche ai contrari, occorre ricordare che se (anche) in Italia non s'è fatto alcun passo avanti per contenere il fenomeno è (anche) perché da 30 anni si persegue la via della penalizzazione piuttosto che quella della regolamentazione di produzione e consumo delle "droghe". Rispetto al passato ci sono novità importanti anche a livello nazionale: la Ministra Fabiana Dadone ha annunciato l'intenzione di organizzare finalmente la Conferenza Nazionale sulle Droghe e la Ministra Marta Cartabia ha parlato in termini netti di "proporzionalità della pena" e "carcere come extrema ratio".
Niente come la penalizzazione di comportamenti che nella stragrande maggioranza non causano vittima necessita d'una revisione delle sanzioni (penali e amministrative) e niente come un problema, anche di salute, di scelte personali consapevoli dovrebbe esser gestito fuori dalle mura carcerarie. Infine, niente come una conferenza sulle droghe convocata dopo 12 anni dovrebbe far tesoro del contributo di chi, in modo indipendente e disinteressato, critica leggi e politiche che hanno contribuito a cristallizzare il problema invece che governarlo.
La presenza delle sostanze proibite in Europa è stata presentata la settimana scorsa dall'Osservatorio sulle droghe e le dipendenze di Lisbona. Anche se i dati non sono omogenei e poco dettagliati, in nessuno dei capitoli della relazione c'è di che rallegrarsi. I dati relativi al 2017 e 2018 registrano un aumento di sequestri di tutte le sostanze, ampliamento delle infiltrazioni criminali maggiore purezza e aumento di decessi per overdose, spesso da policonsumo, in particolare tra gli ultra 50enni.
In tutta l'Unione Europea, che conta mezzo miliardo di persone, nel 2018 le morti sono state 8300, in Italia 334. Il rapporto non prevede schede per Paese ma per quanto riguarda la cannabis in Italia si conferma che il 30% della popolazione (20 milioni di persone!) l'ha provata nell'arco della propria vita. Che ci sia qualcosa che non va è indubbio ma occorre un cambio controcorrente. Le proposte ci sono. I numeri, e forse i tempi, pure. Riuscirà la pragmaticità a prevalere su ideologia o tatticismi da "larghe intese"? *Associazione Luca Coscioni
di Susanna Ronconi*
Il Manifesto, 16 giugno 2021
Abbiamo aspettato la notizia di una delega politica sulle droghe e della convocazione di una Conferenza nazionale per 12 anni, o meglio per 21 a Genova con don Gallo, se consideriamo che la Conferenza 2009 a Trieste non è stata che una claque di consenso alla legge Fini - Giovanardi. La notizia dell'avvio del percorso di organizzazione della Conferenza entro l'anno non può che essere una buona notizia, e anche una nostra vittoria: per anni l'abbiamo inclusa nella nostra agenda politica, fino a diffidare nel 2017 il governo per inadempienza.
E tuttavia le buone notizie si stanno incagliando in ciò che apprendiamo, per altro, in tanti, in modo informale, perché manca qualsiasi dispositivo partecipativo trasparente e pubblico, precondizione minima.
Il Dipartimento Politiche Antidroga sembra pensare che gli attori titolati alla partecipazione siano Ser.D e comunità, che sono importanti ma gli attori sono ben di più, società civile esperta, ricercatori indipendenti, le persone che usano droghe: non siamo a 30 anni fa, loro ci sono, sono organizzati e sono i primi "portatori di interessi".
Uno dei temi proposti circa il sistema di intervento recita "SerD, comunità e volontariato": sono decenni che non è più così, il sistema ha setting, approcci e protagonisti diversi, solo uno sguardo in difesa dello status quo può non vederlo. La finalità generale recita, "la programmazione delle politiche relative alle dipendenze patologiche".
No, non siamo a 30 anni fa: a parte il linguaggio vetusto (e le parole sono pietre), non abbiamo alcuna possibilità di programmare se prima non valutiamo 30 anni di politiche penali, sociali, e sanitarie dagli esiti inefficaci quando non infausti. Nulla al di sotto di questo compito di valutazione.
Non si possono poi centrare politiche che ricadono su milioni di persone che usano droghe secondo molti diversi modelli, limitandole alle cosiddette "dipendenze patologiche", che meritano tutte le attenzioni ma sono una minoranza del fenomeno: lo scenario del consumo è radicalmente cambiato, e una Conferenza 2021 deve calibrarsi su consumi sempre più normalizzati, che non sono patologici ma che richiedono politiche innovative che si curino della sicurezza di chi consuma ("safety first") e creino contesti che facilitino un uso sicuro, minimizzando rischi e danni.
Ecco, la riduzione dei danni e dei rischi (RdD): nei lavori della Conferenza semplicemente la RdD non è nemmeno menzionata. Sembra un ritorno all'editto di Serpelloni del 2009, la RdD non s'ha nemmeno da citare. La RdD si pratica in Italia dagli anni 90, è nei LEA (sebbene inapplicati), ci lavorano centinaia di servizi, è pilastro delle politiche Europee; e soprattutto è il futuro, se si assume un principio di realtà e con esso la responsabilità politica di tutelare e promuovere la salute e il benessere di chi usa.
La Strategia europea 2021-2025 le attribuisce un ruolo strategico, portandola fuori dalla generale "riduzione della domanda", questa è la via. Nulla al di sotto di questo. E, poi, il mondo è cambiato: le politiche alternative avanzano nel solco della decriminalizzazione dei consumi e della regolazione legale di alcuni mercati. Vogliamo parlarne o la Conferenza sceglierà di librarsi in un tempo fuori dal mondo? Nulla al di sotto di questo. Noi - movimento per la riforma delle politiche sulle droghe - lavoriamo per una Conferenza nazionale all'altezza dei tempi e mettiamo a disposizione le nostre competenze. Insieme, riprendiamo l'iniziativa di una Conferenza autoconvocata, rinviata a causa della pandemia, per elaborare e comunicare ciò che in una agenda politica e scientifica deve esserci. Starà al processo partecipativo in corso stabilire se si tratterà di fruttuosa sinergia o se, e non lo vorremmo, ci ritroveremo di fronte a una nuova Trieste.
*Forum Droghe










