triesteallnews.it, 9 maggio 2021
Nella serata di venerdì 7 maggio, un 45enne agli arresti domiciliari per comportamenti persecutori nei confronti della ex convivente, si è tolto la vita lasciandosi cadere da una finestra dell'abitazione dove era ristretto. I Carabinieri si sono presentati presso il domicilio dove viveva con i famigliari per notificargli un'ordinanza di revoca degli arresti domiciliari e sostituzione con custodia cautelare in carcere, disposta a seguito di violazioni della misura restrittiva.
I militari incaricati di eseguire l'ordinanza e accompagnarlo al Coroneo hanno spiegato le motivazioni del provvedimento all'interessato, dimostratosi tranquillo e collaborativo e che non risultava essere affetto da problemi psichici - spiega il comando provinciale dei Carabinieri di Trieste in una nota - il quale, dopo aver rassicurato la madre e il fratello ha cominciato a preparare una borsa con biancheria ed effetti personali.
Poi, repentinamente, senza dare particolari segni di agitazione si è diretto verso il bagno e, raggiunta la finestra, si è lasciato cadere nel vuoto. I militari sono accorsi sul luogo dell'impatto ove hanno tentato di rianimarlo, allertando contestualmente il 118. I sanitari, giunti poco dopo, hanno continuato le manovre ma per il 45enne non c'è stato nulla da fare.
foggiatoday.it, 9 maggio 2021
69 positivi nel carcere di Foggia: è il cluster più grande della Puglia. In ospedale quattro dei 58 detenuti contagiati. A lanciare l'allarme nelle scorse settimane sono stati i sindacati di polizia, i cui timori trovano conferme nei dati del report nazionale del Dipartimento di amministrazione penitenziari. Il Coronavirus continua a propagarsi nelle carceri italiane, tra detenuti e personale di polizia penitenziaria. A lanciare l'allarme nelle scorse settimane sono stati i sindacati di polizia, i cui timori trovano conferme nei dati del report nazionale del Dipartimento di amministrazione penitenziaria.
Secondo i dati aggiornati al 3 maggio, sono 69 le positività al virus accertate nel carcere di Foggia: si tratta di 11 agenti e 58 detenuti (di questi, quattro sono in ospedale). Un solo caso Covid accertato nel carcere di San Severo, che ha dovuto fare ricorso alle cure ospedaliere. I dati sono rilanciati dall'agenzia Dire. Meno grave la situazione negli altri istituti penitenziari pugliesi, dove si contano 18 casi a Bari, 10 a Lecce, 5 a Taranto e 4 ad Altamura. Nel complesso del panorama nazionale carcerario, si contano 397 detenuti positivi su oltre 52mila. Di questi, solo 20 sono ricoverati. Per quanto riguarda, invece, il personale di polizia penitenziaria, si contano 400 agenti positivi su circa 37mila (9 sono ricoverati).
di Roberto Bobbio
farodiroma.it, 9 maggio 2021
La "Brigantella è una crema spalmabile al cioccolato fondente, con cuore al caffè 100% arabica e nocciole piemontesi prodotta all'interno del carcere "Cantiello e Gaeta" di Alessandria nell'ambito del progetto "Fuga di Sapori", gestito dall'associazione Ises, Istituto Europeo per lo Sviluppo Economico, che ne gestisce la vendita nella bottega "Social Wood" aperta sul muro di cinta della casa circondariale. L'offerta di creme spalmabili al cioccolato è ampia e di grande tradizione ma una crema in grado di sposare il cuore di chi la assaggia alla sua solidarietà non era ancora in offerta.
Chi deciderà di concedersi questa delizia artigianale, contribuirà allo sviluppo di progetti di economia carceraria e alla ricerca in campo medico-scientifico: la produzione della "Brigantella" è, infatti, frutto di una partnership tra ISES, con la Fondazione "Solidal onlus" che sostiene linee di ricerca in stretta collaborazione con l'Azienda Ospedaliera di Alessandria e una piccolissima azienda agricola del torinese che lavora solo le sue nocciole piemontesi.
Questa crema fondente spalmabile alle nocciole del Piemonte ha un cuore al caffè 100 per cento arabica prodotto dalla Cooperativa Sociale Lazzarelle che lo produce nella Casa Circondariale femminile di Pozzuoli. L'attività di Ises in carcere è iniziata nel 2015 con l'attivazione di una falegnameria, di un panificio, ora una linea di produzione dolciaria didattica proprio all'interno del Carcere di Alessandria.
La bottega "Social Wood" espone e vende non solo i prodotti dei laboratori ma articoli frutto del lavoro dei detenuti di vari penitenziari italiani perché esca il più possibile tutto quanto di buono viene fatto all'interno dei penitenziari italiani e posano avere anche un'utilità sociale. I prodotti sono reperibili anche sull'e-shop www.fugadisapori.it.
di Maso Notarianni
Il Domani, 9 maggio 2021
Mentre la cosiddetta Guardia costiera libica spara sui nostri pescherecci e si occupa dei respingimenti collettivi (e illegali) per conto del nostro governo e dell'Europa, l'Unione Europea sta valutando lo stanziamento di nuovi e ingenti fondi speciali destinati proprio a fornire aiuti militari e sostegno logistico alla cosiddetta. Lo si apprende da un documento interno del Servizio europeo per l'azione esterna (Seae), nel quale si afferma che "l'Unione europea dovrebbe impegnarsi di più non solo politicamente, ma anche nell'ambito delle iniziative di rafforzamento delle capacità complessive" dei libici, afferma il documento. La firma sulla proposta è dell'ex-comandante dell'Operazione Irini - una missione navale che dovrebbe impedire il traffico di armi e petroli da e verso la Libia - il commodoro greco Mikropoulos, recentemente sostituito dal contrammiraglio Stefano Frumento.
Nel documento si propone di utilizzare il cosiddetto "Fondo europeo per la pace", un fondo extrabilancio del valore complessivo di 5 miliardi di euro utilizzato, più che per la pace, per sostenere gli eserciti "regolari" soprattutto in Africa centrale. E proprio perché utilizzato per sostenere eserciti, il fondo non rientra nel bilancio dell'Ue, attraverso il quale non possono essere finanziate operazioni militari di paesi extraeuropei. Un fondo fortemente voluto dalla Francia, che può servire per "la fornitura di attrezzature, infrastrutture o assistenza militari e legate alla difesa", come si legge in un comunicato stampa dello scorso marzo.
Sebbene l'Unione europea sostenga che lo stretto monitoraggio dei fondi e delle forniture garantisca che sia l'assistenza militare, che le armi di piccolo calibro e munizioni, non possono nelle mani sbagliate, numerose inchieste hanno dimostrato che a beneficiare degli aiuti europei non è solo la cosiddetta Guardia Costiera ufficiale della Libia ma anche le bande armate con la quale il governo libico è colluso e che rivestono sia il ruolo di "guardia costiera" sia quello di carcerieri, torturatori, stupratori e venditori di schiavi, oltre che quello di scafisti e trafficanti di esseri umani.
Nonostante le innumerevoli denunce giornalistiche, delle organizzazioni della società civile, delle nazioni unite abbiano dimostrato inequivocabilmente i diversi reati compiuti dai libici e dalle stesse missioni dell'Unione Europea che facilita i respingimenti collettivi, l'Europa potrebbe quindi presto utilizzare la sua nuova "struttura per la pace" da 5 miliardi di euro per tornare a finanziare le bande travestite da guardia costiera e a fornire loro mezzi navali ed aerei utilizzati per riportare illegalmente in Libia i profughi dove tornano ad essere prigionieri dell'inferno. E per sparare sui pescherecci italiani.
di Francesco Guerrera
La Repubblica, 9 maggio 2021
Decine gli europei imprigionati ed espulsi: "Dietro le sbarre senza effetti personali e cellulare". Almeno una dozzina di italiani fermati alla frontiera britannica, detenuti in centri di accoglienza per migranti "con sbarre alle finestre e cellulare ed effetti personali sequestrati" e infine espulsi. Motivo, stando alle autorità del Regno Unito: volevano entrare per lavorare oltremanica senza un visto. È la cruda realtà della Brexit, dall'entrata in vigore il 1° gennaio scorso, che ha capovolto il regime migratorio precedente, quando si poteva prima entrare nel Regno Unito e poi cercare un lavoro. Oggi non è più così: in vigore c'è un "sistema a punti" di tipo australiano per cui bisogna avere già un impiego e le qualifiche giuste prima di trasferirsi oltremanica. "Basta corsie preferenziali per gli europei!", ha tuonato più volte la ministra dell'Interno, Priti Patel. Ma non tutti sembrano esserne coscienti.
Secondo stime apprese da Repubblica da fonti diplomatiche, in realtà gli italiani detenuti alla frontiera perché ritenuti irregolari "sembrano essere almeno il triplo" di coloro che si sono rivolti al Consolato di Londra. Ma il caso non si limita ai nostri connazionali. Secondo Politico, ci sarebbero diverse decine di cittadini Ue fermati dalla border police britannica dal 1° gennaio 2021, e poi trasferiti e detenuti anche per giorni in centri di accoglienza per migranti e richiedenti asilo.
Gli italiani coinvolti che abbiamo provato a contattare non vogliono parlare. Secondo fonti diplomatiche, sarebbero rimasti "al massimo per 12 ore in questi centri, grazie ai voli frequenti tra Italia e Regno Unito". Ad altri europei è andata peggio. Il 26enne greco Sotirios Konstantakos ha riferito al quotidiano Ta Nea di esser stato tenuto per giorni "in una stanza con le sbarre alla finestra, senza riscaldamento, con gli effetti personali e cellulare sequestrati. Ero disperato". Alla fine è intervenuto l'ambasciatore in persona per farlo tornare in Grecia. Un'anonima 25enne spagnola, invece, arrivata da Valencia il 3 maggio, ha riferito a Politico delle stesse condizioni e a causa di un cluster di Covid nel centro è stata messa in autoisolamento per 10 giorni.
Interpellato da Repubblica, il ministero dell'Interno britannico ha risposto che "i cittadini Ue sono nostri amici e hanno il diritto di restare se residenti nel Regno Unito prima del 31 dicembre 2020. Chi è arrivato dopo deve invece dimostrare di averne diritto e attenersi alle nuove regole comunicate in ogni Paese Ue, nella propria lingua". Sulle condizioni degli ospiti dei centri, l'Home Office ci ha rimandato a linee guida che però non parlano né di sbarre, né di sequestro dei cellulari. A quanto si apprende, l'Home Office sta lavorando con urgenza su questi casi.
Ma c'è un altro problema, e cioè gli italiani ed europei che, senza visto, riescono ad entrare illegalmente nel Regno Unito per lavorare, senza conoscere i rischi cui vanno incontro. Cristina Tegolo, responsabile della associazione "Settled" che segue i migranti post Brexit in Gran Bretagna, ci riferisce che ci sono già "diverse segnalazioni" su cittadini Ue che, entrati soltanto con il visto turistico, invece lavorano. Manuela Travaglini, avvocata a Londra e consulente dell'Ambasciata italiana su Brexit e diritti, ci spiega che non bisogna scherzare con il nuovo regime migratorio britannico: "Se un datore di lavoro, anche italiano, viene sorpreso ad assumere un irregolare rischia fino a 20mila sterline di multa per ogni lavoratore e fino a 5 anni di detenzione come deterrente. Il lavoratore irregolare invece viene espulso e, anche in questo caso, detenuto, in attesa di essere rimpatriato".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 9 maggio 2021
Il regime siriano ha scaricato sulla popolazione civile del Paese il proprio arsenale chimico. Ci sono le prove, dice e scrive Joby Warrick, due volte Premio Pulitzer. Eppure il regime siriano - dieci anni dopo l'inizio di una guerra in cui si sono affrontati governativi, ribelli, islamisti, minoranze etniche, servizi segreti di mezzo mondo e diplomazie internazionali - è ancora lì, sostenuto da amici potenti (soprattutto la Russia di Putin) e simpatie occidentali. Un fallimento (anche di Obama) che ha poche giustificazioni.
Il Sarin è definito il killer perfetto. Lo scoprirono i nazisti che arrivarono alla sua formula per caso, mentre testavano nuovi pesticidi. Il Sarin è un gas 26 volte più letale del cianuro. Il Sarin non ha odore, non ha sapore. Quando lo respiri, il sistema nervoso si paralizza. Chi è esposto al Sarin non riesce più a respirare, i polmoni non riescono più a muoversi, il cuore chiede ossigeno, ma i muscoli non sono in grado di assecondare le esigenze del cuore. La morte è dolorosa e avviene per asfissia. Bastano pochissime gocce in sospensione nell'aria e ciò che si prova è come essere stritolati all'istante da una forza invisibile.
Ecco, Bashar al-Assad ha bombardato migliaia di persone con questo veleno, ha usato i gas sulla popolazione civile, su persone indifese. Bambini, anziani, uomini e donne di ogni età e ogni attività sono stati sorpresi da questa morte atroce, sterminati con il gas ideato per uccidere i topi. Assad ha lanciato armi chimiche su quartieri che non erano stati avvertiti dalle sirene, su paesi che non avevano avuto nemmeno l'ultima concessione della minaccia prima della catastrofe.
Assad ha ucciso con il gas persone a caso, al solo scopo di terrorizzare; non gli importava uccidere, ma mostrare quale morte fosse in grado di infliggere: la peggiore di tutte, l'asfissia immediata e senza scampo. O Assad o niente! - urlavano i suoi ufficiali.
Joby Warrick, reporter americano che seguo da sempre, dai tempi di Bandiere nere in cui ha raccontato la nascita dell'Isis, ha scritto oggi un nuovo libro, necessario per comprendere finalmente il dramma siriano, e per dare il giusto peso agli echi che qui da noi sono giunti, alle storie drammatiche di chi è scampato al massacro, di profughi senza terra che hanno inseguito in Europa la vita che Assad gli ha portato via. Esce in libreria, per La nave di Teseo, La linea rossa. La devastazione della Siria e la corsa per distruggere il più pericoloso arsenale del mondo, il libro in cui Warrick racconta come il mondo abbia assistito immobile al massacro dei gas; come un regime che ha gasato innocenti sia ancora lì, immutato nella sua violenza, e ancora saldo al potere l'assassino che ha ordinato l'impiego di Sarin, che ha fatto torturare e uccidere migliaia di dissidenti. Assad continua a rimanere al suo posto, e continua a negare il gas e le torture nella dinamica mafiosa del fare e negare, perché è proprio qui, nello spazio della discrezionalità e della non rivendicazione, la forma di violenza più forte. Uccido nell'ombra, senza preavviso, in modo che morte e violenza arrivino senza motivo, senza logica, senza rivendicazione, nemmeno la rivendicazione più irrazionale e furiosa. E quando tutto accade così, senza che niente faccia supporre che il peggio sia in arrivo, vivere diventa l'attesa più spaventosa. Warrick raccoglie in Siria le prove finali di come il mondo abbia permesso che un assassino sanguinario e folle mietesse oltre mezzo milione di vittime e costringesse oltre 10 milioni di persone ad abbandonare le proprie case, a muoversi all'interno dei confini siriani o a decidere di lasciare il Paese.
In questi anni abbiamo assistito in rete e in televisione alla propaganda di squallidi figuri che, certamente prezzolati, non hanno avuto scrupoli a difendere uno dei peggiori macellai della storia contemporanea, sostenendo che Bashar al-Assad non ha mai usato armi chimiche, che la loro esistenza faceva piuttosto parte di un "complotto imperialista ordito dagli americani" e che se c'erano, le armi venivano in realtà utilizzate dai terroristi islamici. Menzogne, solo menzogne.
Joby Warrick decide di fare chiarezza, sgombra il campo da ogni equivoco e sceglie di raccontare le storie tenendo saldo il rigore, attraverso la verificabilità delle fonti, ma affidandosi alla parola narrata che però resta saldamente ancorata ai fatti. È stato coraggioso, Warrick, nella scelta del metodo perché in genere, negli Stati Uniti, questa strada è vista come una soluzione ambigua, a tratti pericolosa. Dove misuro la verità - ecco l'obiezione - se c'è narrazione? Scegli, ti diranno: o sei uno scrittore o fai il giornalista. Nel primo caso l'identità sarà formata dalla qualità dello stile, la credibilità dal fascino della storia, l'affidabilità dalla verosimiglianza dello scritto. Nel secondo l'identità è la chiarezza della prova, la credibilità risiede nell'inconfutabilità del fatto, l'affidabilità nella giusta distanza da ciò che racconti. Per lo scrittore empatia e coinvolgimento, per il giornalista rigore e imperturbabilità. Ecco, Warrick riesce con una strategia personale a porsi completamente nell'ambito giornalistico, ma a conservare gli aspetti narrativi che avvicinano storie distanti - distanza fisica e distanza culturale. Un mondo sconosciuto diventa vicinissimo, persone sconosciute diventano familiari, meccanismi geopolitici complessi diventano accessibili.
Warrick non è nuovo al genere che lo ha portato, nel 2016, a vincere il (secondo) Premio Pulitzer con Bandiere nere, l'incredibile racconto della fondazione dell'Isis, con i suoi personaggi avanzi di galera, picari ridicoli che la furbizia, il vuoto politico e il risiko geopolitico rendono temuti guerriglieri e mistici ferocissimi. Dalle sue pagine si esce allo stesso tempo intrattenuti e informati, ma con forme di conoscenza approfondite. Più del romanzo, c'è il dato ricercato, visto, osservato, metabolizzato. Più del saggio c'è la narrazione del dato, che lo rende vivo.
La linea rossa inizia con una vicenda talmente incredibile da sembrare un calco troppo perfettamente realizzato di una storia di genere. C'è "il chimico" Ayman che viene avvicinato dalla Cia alla fine degli anni Ottanta, quando la Siria inizia il programma militare per fornirsi di un arsenale chimico. Il progetto si chiama al Shakush, il martello. Ed è il progetto che la Cia deve monitorare. Gli Assad vogliono costruire un arsenale chimico per attaccare Israele; le armi devono servire contro gli israeliani e per difendersi dai nemici. Ayman "il chimico" inizia a collaborare con i servizi segreti americani in cambio di denaro. In fondo gli sembra una cosa innocua, fornisce informazioni sul proprio lavoro senza modificarlo o sabotarlo, e in cambio riceve denaro. Un giorno Ayman consegna al suo contatto della Cia un piccolo regalo di Natale. Il pacchetto contiene una fiala con liquido chiaro, un agente nervino. Ayman fornisce agli americani la prova della produzione di armi chimiche. All'inizio del nuovo millennio, la Siria possiede 1.500 tonnellate di Sarin binario, di gas mostarda e VX (gas nervini letali e classificati come armi di distruzione di massa), tra i più letali al mondo.
Ma Ayman non prende soldi solo dagli americani. Riceve anche mazzette dai fornitori: ha cinquant'anni ormai, è un uomo facoltoso e rispettato, con case in mezzo mondo e una famiglia ricchissima. Nasce da qui il sospetto sulle origini della sua fortuna. Assad, terrorizzato dai tradimenti, mobilita il Mukhabarat, il servizio segreto, che immagina cospirazioni con zelo paranoico. Ayman viene avvicinato dai militari, arrestato e chiuso in prigione. Gli dicono che hanno scoperto tutto, gli chiedono i nomi. Ayman cede, confessa subito, dice che la Cia non gli ha dato scampo - o collaborava o lo avrebbero ucciso, lui e la sua famiglia. Gli uomini di Assad sono sconvolti: non sospettavano in nessun modo del suo rapporto con la Cia, avevano banalmente scoperto le tangenti e ad Assad serviva capire se quei soldi provenivano da aziende amiche del governo o nemiche. Per questo lo avevano spaventato, per comprendere se quelle tangenti avevano un orientamento politico: se non lo avessero avuto, l'avrebbero liberato in 48 ore. E invece lui, confessando tutto e subito, firma la propria condanna a morte e getta Assad nel panico. La mattina del 7 aprile 2002 viene bendato, legato a un palo e fucilato.
Così inizia La linea rossa, la storia del più grande fallimento della diplomazia americana. Il titolo del libro riecheggia una dichiarazione di Obama, che traccia, con l'immagine della linea rossa, il limite entro cui i governi democratici - indipendentemente dalla situazione, indipendentemente dal Paese - devono restare. La linea rossa è una linea di tolleranza per violenze e ingiustizie, ma quando viene superata tutto cambia... O dovrebbe cambiare, perché la linea rossa di cui parlava Obama è stata abbondantemente superata, eppure gli Stati Uniti non sono intervenuti. Eppure nessuno è intervenuto. Il terrore di finire in un altro ginepraio mediorientale - un nuovo Iraq, un nuovo Afghanistan - ha paralizzato ogni proposito. Un presidente che ha ricevuto il Nobel per la Pace, una sorta di assegno in bianco per quel che avrebbe fatto, non è intervenuto in Siria, lasciando al potere un uomo che ha usato armi chimiche sulla popolazione civile. Proprio questo chiedo a Warrick, che incontro in collegamento video: come sia stato possibile consentire ad Assad di armarsi contro la sua stessa popolazione, come sia stato possibile abbandonare milioni di siriani al loro destino, come sia possibile che un sanguinario dittatore trovi ancora, contro ogni evidenza, chi è disposto a giurare che mai abbia usato i gas per colpire i civili.
Come tutti i libri che lavorano sulla necessità di dare al lettore una soluzione, La linea rossa offre risposte assai più incredibili di quelle che offrirebbe la fantasia. Avete letto bene: incredibili. Sì, perché una cosa l'ho imparata presto: la realtà riesce a essere molto più assurda dell'immaginazione.
C'è un personaggio tra i tanti, Timothy Blades, il cowboy della chimica, a cui il governo sottopone la necessità di smantellare l'armamentario chimico, progetto che riuscirà soltanto in parte. Vengono proposte infinite strategie. Bombardare l'arsenale? No, perché il gas fuoriuscito dopo l'esplosione si diffonderebbe ovunque. Andare alla fonte del problema e uccidere Assad? Nemmeno, soprattutto dopo che Obama ha acceso i riflettori su di lui ("il mondo sta guardando"). Spedire centinaia di camion a prelevare 1.500 tonnellate di armi chimiche e munizioni? Impensabile. Allestire un gigantesco inceneritore? Impossibile anche questo, perché l'inceneritore avrebbe impiegato anni, almeno tre, per bruciare tutto. A questo punto, non sapendo come distruggere le armi, è palese che il governo americano si trova su un binario morto. È qui che interviene Blades e, come descrive Warrick, con i modi di un muratore del Maryland orientale del tutto insensibile all'etichetta della Casa Bianca, apre una bottiglia d'acqua sul tavolo e dice: ecco la soluzione, l'idrolisi. In sostanza Sarin, gas mostarda e VX si combinano facilmente con l'acqua e, attraverso un processo chiamato idrolisi, l'agente nervino viene neutralizzato. Anche grandi quantità di Sarin possono essere neutralizzate in pratica con l'acqua calda.
Nell'ottobre del 2018, la Bbc conferma che 106 attacchi chimici su 164 casi sospetti sono avvenuti su ordine di Assad, il cui scopo era quello di piegare il morale della popolazione e costringerla ad abbandonare le zone controllate dai ribelli. Idlib, Aleppo, Hama, la periferia di Damasco... e prima ancora, nel 2013, Ghouta. È dopo Ghouta che inizia la vera propaganda siriana. Assad approfitta della missione sul territorio siriano degli osservatori dell'Onu guidati da Åke Sellström. Forte della loro presenza, inizia a bombardare con i gas. Sembrerebbe un pensiero illogico: bombardare proprio quando ci sono gli osservatori dell'Onu? E invece va proprio così, e la presenza dell'Onu in Siria impedisce un nuovo intervento americano.
Nonostante i satelliti spia americani avessero scoperto con video inconfutabili che la mattina del 21 agosto 2013 i missili erano partiti proprio da aree controllate dal governo, Assad ha avuto mano libera per iniziare la sua propaganda. Tutti - Siria, Turchia, Israele, Stati Uniti, Onu e organizzazioni non governative - avevano prove incontrovertibili che si fosse trattato di un attacco chimico. L'unica fu la Russia ad affermare che gli attacchi fossero in realtà operazioni sovversive condotte dai ribelli. Putin scrisse addirittura un insolito fondo sul "New York Times" per dire che la minaccia era jihadista, non certo Assad: "Nessuno dubita che in Siria sia stato usato gas velenoso, ma ci sono tutte le ragioni per ritenere che sia stato usato non dall'esercito siriano, piuttosto dalle forze di opposizione, per provocare l'intervento dei loro potenti protettori stranieri, che prenderebbero le parti dei fondamentalisti". Ovviamente Putin mentiva.
C'è un altro episodio incredibile, raccontato nel libro. Assad si convince, dopo un altro bombardamento chimico, che l'America sarebbe intervenuta. Allora fa sgombrare la prigione di Adra, dove sono reclusi anche migliaia di prigionieri politici, alcuni detenuti semplicemente per avere portato latte in polvere a famiglie isolate in quartieri considerati filo-islamisti. Ebbene, Assad fa portare i prigionieri politici nei pressi dell'aeroporto militare di al-Mazzeh perché è convinto che gli americani avrebbero bombardato i suoi aeroporti militari: il piano è fare uccidere i dissidenti politici dalle bombe americane. Ha già pronti giornalisti e blogger per raccontare questo "oltraggio". È furbissimo Assad; è un macellaio di grande strategia. Usa la moglie come volto laico del regime criminale; laico, emancipato e persino femminista; lei rilascia interviste con la stampa occidentale, chiacchiera di moda e di stile, mentre i generali, su indicazione del marito, torturano, sgozzano e avvelenano gli oppositori.
Dunque, chiedo direttamente a Joby Warrick, se l'uso di armi chimiche in Siria a opera di Assad è così ben documentato e altrettanto provato, come è possibile che si sia sviluppata una contro-narrativa secondo la quale Assad sarebbe vittima di un complotto internazionale?
"Assad non è un ideologo: lui alimenta il regime. È questo che sostiene, e questa è la maniera in cui il regime siriano ha operato dagli anni Settanta, da quando era al potere suo padre. E quando c'è un'opposizione - non importa da quale direzione venga, dalla comunità islamica o da ambienti democratici - la soluzione è la brutalità. Il dissenso viene schiacciato. L'hanno fatto anche nei primi anni 2000, quando Bashar al-Assad è arrivato al potere. Sanno benissimo come reprimere l'opposizione e lo fanno con i mezzi più brutali. Questo lo so perché ho trascorso molto tempo nella regione, ho parlando con moltissime persone, persone normali le cui vite sono state trasformate da questa brutalità, persone che hanno subito attacchi con armi chimiche, persone che sono sopravvissute per raccontarlo, persone che sono state rinchiuse nei gulag di Assad. Chiunque pensi che sia una persona degna di ammirazione si fa ingannare. I siriani hanno ammesso di avere il Sarin, la Siria è l'unico Paese del Medio Oriente che sappiamo avere il Sarin".
Negli anni ho cercato di studiare chi arrivava a sostenere Assad. Ci sono tre categorie. Quelli pagati direttamente da Assad (pochi, pochissimi); quelli influenzati da false informazioni provenienti dalla Russia; e poi c'è la macro categoria che si alimenta di una umorale simpatia per Assad, che lo descrive come un laico delegittimato dagli americani, dagli israeliani e dall'Occidente perché è filorusso. Assad come baluardo della lotta all'Isis: è questa l'immagine che scientemente s'è cucito addosso...
"Nel 2014, quando Assad viene accusato di usare armi chimiche, arrivano le smentite. Smentiscono i siriani, naturalmente. E poi smentiscono i russi, in maniera decisa per proteggere il loro alleato attraverso una campagna molto sofisticata che noi chiamiamo Twitter bot, cioè mediante account Twitter automatizzati che ripetono in continuazione le stesse falsità. E a volte appaiono sui media tradizionali, a volte sui media russi. Queste storie false hanno un obiettivo: proteggere Assad, ripulire la sua immagine, avvelenare la verità. Io lo vedo ogni giorno, quando scriviamo articoli che criticano Assad o quando divulghiamo le scoperte di enti investigativi che denunciano, prove alla mano, i crimini del regime".
E a chi dice che i gas sono opera degli islamisti?
"Esamino la cosa in maniera dettagliata nel libro. Non è solo un problema che riguarda Assad perché alcuni gruppi radicali ed estremisti, come lo Stato islamico, hanno deciso di unirsi al gioco. Vedono il risultato drammatico delle armi chimiche e dicono: perché non lo facciamo anche noi? Ma queste sono operazioni molto diverse. Lo Stato islamico ha dedicato risorse a cercare di costruire un programma di armi chimiche, ma non è andato molto lontano. Abbiamo visto e analizzato alcuni agenti chimici che hanno creato: non sono efficaci, si disperdono velocemente. Abbiamo visto casi in cui gli estremisti hanno utilizzato armi chimiche, ma le sostanze davvero pericolose - il Sarin, il gas nervino, il VX - le sostanze potenti e pericolose, sono state utilizzate solo dal regime di Assad. Nessun altro ne ha accesso. Il regime siriano stesso ha confermato che nessuno ha saccheggiato le loro riserve. La maggior parte dei loro agenti chimici sono stati trasferiti fuori dal Paese nel 2014, quindi sul suolo siriano non sono rimaste scorte. Ci sarà sempre chi cercherà di incolpare gli islamisti, ed è vero che hanno utilizzato in passato il cloro e altre sostanze grezze, ma le sostanze sofisticate, le sostanze letali che abbiamo visto ripetutamente impiegare con effetti tragici, sono prodotti e armi del regime siriano".
È il grande fallimento di Obama non essere riuscito a fermare Assad?
"Credo sia un fallimento internazionale, il fallimento dei nostri sistemi. Non ci vado leggero su Obama nel libro, sono critico, ma cerco anche di spiegare a chi legge cosa Obama doveva affrontare, compresa la teoria della "linea rossa" su cui, negli Stati Uniti, eravamo concentrati. Come spiego nel libro, è estremamente complicato e ci sono molti motivi per cui era consigliabile non colpire in quel momento preciso, soprattutto se consideriamo le armi in questione, perché non si possono bombardare le armi chimiche: è una cosa molto pericolosa da fare. Se le bombardi probabilmente finirai solo per disperderle, si scatenerà una nuvola velenosa, ucciderai i civili che volevi salvare. Quindi la sua scelta di accettare una soluzione diplomatica, in base alla quale le armi vengono portate fuori, per quanto non fosse perfetta, per quanto Assad non abbia svuotato completamente il suo arsenale, è stata una mossa importante e di grande effetto. Il fallimento collettivo, non credo sia un fallimento solo americano, sta nel non essere riusciti a prevedere quanto la situazione sarebbe precipitata. Tutti pensavano che Assad sarebbe caduto, nel 2011-2012 sembrava spacciato, non avevamo capito che aveva alleati importanti e che era disposto a combattere fino alla fine. Inoltre non riuscivamo a far funzionare il sistema internazionale, si era ingolfato, perché ogni volta che si tentava di fare qualcosa in Siria, ogni azione veniva bloccata, generalmente dalla Russia, che voleva impedire che le Nazioni Unite agissero e che arrivassero aiuti ai rifugiati. Siamo precipitati in uno stallo che si è trascinato in maniera perpetua, e che continua tuttora. Ne hanno subito le conseguenze milioni di siriani".
Si possono usare gas letali e continuare a governare? Si possono usare gas letali e rimanere impuniti? Si possono usare gas letali e continuare a negare di averli usati?
"La Russia copre le spalle ad Assad. Sostiene totalmente Assad e si sta impegnando affinché rimanga in carica. Dobbiamo ricordarci, tra parentesi, che di tutti i Paesi al mondo la Russia ha sempre interpretato la sopravvivenza della Siria come un fattore di sicurezza nazionale interna. L'Iran uguale, la pensava allo stesso modo. Erano entrambi completamente decisi ad assicurarsi la permanenza di Assad al potere. Non credo tuttavia che la situazione sia senza speranza. Oggi, dieci anni dopo l'inizio del conflitto, la Siria è in guai seri, la sua economia sta collassando, nessuno ricostruisce le sue città, la popolazione rimasta è sempre più scontenta e arrabbiata. Sicuramente anche il Covid ha giocato un ruolo in questo scenario. Credo che qualche forma di accordo sia possibile. Forse non saranno accordi perfetti, ma potrebbero contenere una forma di responsabilità, persino una forma di giustizia per il popolo siriano. Potrebbe sembrare un sogno, una fantasia, ma è già successo. Nel conflitto balcanico sono state commesse atrocità terrificanti e le persone che le hanno commesse l'hanno fatta franca per molto tempo. Ci sono voluti vent'anni prima che alcune figure chiave, i capi militari responsabili di quelle atrocità, fossero portati al cospetto del tribunale all'Aia. Ma alla fine è successo. Penso che non dobbiamo perdere la speranza. Alcune organizzazioni internazionali hanno iniziato a raccogliere le prove per imbastire un'azione legale. È possibile che un giorno si faccia giustizia, anche se non subito".
Quindi cadrà Assad?
"È scoraggiante vedere che continua a rimanere al potere e a negare i crimini: questo è il messaggio che ci arriva da lui. Ma credo sia importante riconoscere che è stato indebolito. Ha perso credibilità internazionale - non credo arriverà mai il giorno in cui i Paesi occidentali lo accetteranno come membro della famiglia internazionale, come qualcuno con cui si possa fare affari. È un paria, un emarginato, ha qualche alleato importante, ma la Siria sarà sempre vista come il Paese dov'è successa una cosa orribile che non verrà dimenticata, almeno nell'arco delle nostre vite. L'altra tragedia è che questo tabù collettivo, che ci appartiene in quanto comunità globale, sull'utilizzo delle armi chimiche, è uscito indebolito perché Assad non è stato processato. Il fatto che abbia usato armi chimiche e l'abbia fatta franca significa che c'è un cattivo esempio che altri potrebbero seguire. La sensazione è che questa norma internazionale molto forte - questo divieto di utilizzare armi chimiche - sia stata indebolita. Ecco, questo ci danneggia tutti, questo fa parte della tragedia, queste sono conseguenze che potremmo dover affrontare di nuovo in futuro".
Nelle nostre vite non sarà possibile dimenticare quanto è accaduto, ha ragione Joby Warrick; non sarà possibile cancellare dalla memoria collettiva quanto abbiamo visto come testimoni inermi, immobili, incapaci di porre fine alla tragedia. Tutto ciò che è accaduto è rimasto impunito, non senza colpevole, ma senza che il colpevole sia stato messo al cospetto delle proprie responsabilità.
Ricordo i quattro sintomi del Sarin, e li ricordo per comprendere come la ferocia umana non abbia paragoni in natura. Tim Blades ricordava quello che era accaduto al tecnico di un laboratorio chimico che aveva sfiorato una sola goccia di Sarin ed era stato esposto al suo "morso". Il primo sintomo: il naso iniziò a colare a cascata, come fosse un rubinetto aperto. Il secondo sintomo: il campo visivo cominciò a restringersi, il tecnico di laboratorio iniziò a vedere sempre meno. Il terzo sintomo: una pressione sul petto, una pressione descritta come il peso di una Volkswagen appoggiata sullo sterno. Il quarto sintomo: una nausea fortissima, come se qualcosa di grosso e marcio fosse stato ficcato a forza nello stomaco. Iniziò il vomito senza sosta, ma in realtà non usciva niente, perché non era vomito ma gli spasmi del corpo che non riusciva più a respirare.
Questo, proprio questo è accaduto a migliaia di persone inermi, a bambini morti strozzati da un nemico invisibile, durante il gioco, durante il sonno, mentre erano a scuola o per strada. Un mondo che il Covid ha reso edotto su che cosa significhi perdere l'aria, continua a lasciare l'assassino che ha tolto l'aria a mezzo milione di persone al suo posto. Non possiamo fare molto contro i regimi che difendono Assad, ma è proprio quando ci tolgono ogni strumento che ci resta il racconto, e a voi che leggete il compito cruciale di non lasciare evaporare mai questo dolore.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 maggio 2021
Non c'è pace nel Sudest asiatico per chi difende i diritti della terra e dell'ambiente. Il 5 maggio Trinh Ba Tu e Can Thi Thieu, madre e figlio, sono stati condannati a otto anni di carcere per "produzione, archiviazione e diffusione di informazioni, materiali od oggetti con l'obiettivo di opporsi alla Repubblica Socialista del Vietnam".
Con queste condanne, le autorità vietnamite hanno voluto chiudere i conti con una famiglia che lottava da un decennio contro le confische illegali dei terreni. Anche Trin Ba Khiem, marito e padre dei due condannati, aveva trascorso un periodo di carcere tra il 2014 e il 2015 per aver filmato lo sgombero di un terreno. Il giorno dopo, un tribunale cambogiano ha condannato cinque attivisti dell'associazione "Madre Natura" (nella foto, due di loro) a pene da 18 a 20 mesi per aver guidato la lotta non-violenta contro il progetto di privatizzare il lago Boeung Tmok, l'unica grande area lacustre ancora intatta della capitale Phnom Penh. A fronte dell'impegno riconosciuto a livello internazionale, gli attivisti cambogiani di "Madre Natura" sono da anni nel mirino delle autorità: la draconiana legge sulle Ong non ne consente il riconoscimento e per questo l'associazione è accusata di agire illegalmente e di "seminare il caos nella società".
africarivista.it, 9 maggio 2021
La polizia dell'Oromia sta trattenendo un gran numero di persone, compresi neonati e bambini, senza accusa, in stazioni di polizia "antigieniche e sovraffollate". La dura denuncia arriva dalla Commissione etiope per i diritti umani in un comunicato emesso ieri. Secondo la Commissione, i bambini di età compresa tra i 5 mesi e i 10 anni sono detenuti insieme alle loro madri, ma bambini di età inferiore a 9 anni, sospettati di reati, sono tenuti in celle con prigionieri adulti.
I detenuti nella regione, che si trova nell'Etiopia centrale e come altre regioni ha una certa autonomia dal governo centrale nella gestione di questioni come l'applicazione della legge e l'istruzione, sono detenuti in "condizioni disastrose" senza accesso ad acqua, cure mediche o servizi igienico-sanitari e con cibo limitato.
Il rapporto afferma che la Commissione ha visitato 21 stazioni di polizia nella regione tra novembre e gennaio, documentando "gravi violazioni dei diritti umani", comprese le percosse. "I centri di detenzione ospitano un gran numero di persone che erano state arrestate senza ordine del tribunale", ha detto, senza fornire alcun numero.
Il rapporto ha anche documentato detenzioni arbitrarie e prolungate di sospetti le cui accuse erano state ritirate o che avevano ricevuto l'ordine di rilascio da un tribunale. Molti non si erano presentati davanti a un tribunale nelle 48 ore di detenzione previste dalla legge etiope. Molti dei detenuti sono stati arrestati all'indomani dell'uccisione del cantante politico oromo Haacaaluu Hundeessaa, ucciso a colpi d'arma da fuoco da sconosciuti ad Addis Abeba lo scorso giugno. La sua morte violenta ha scatenato proteste nella capitale e in tutta Oromia nelle quali sono morte almeno 178 persone.
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 9 maggio 2021
Almeno 55 vittime nell'attentato a una scuola nel quartiere Hazara, i Talebani negano ogni coinvolgimento, la scelta dell'obiettivo fa pensare all'Isis-Khorasan. In Afghanistan è vietato sognare: l'idea di un futuro è proibita, per i giovani e soprattutto per le donne. La speranza di un ruolo nel mondo si spegne in fretta, di fronte al fanatismo, resta solo il dolore. Lo dicono i corpi delle ragazze estratte dalla scuola Sayed-ul-Shuhada, nel quartiere di Dasht-e-Barchi, la zona abitata dalla minoranza sciita degli Hazara, a Kabul. Sono almeno 55, secondo i primi bilanci, le persone rimaste uccise in una serie di esplosioni, la cui dinamica deve essere ancora chiarita.
I feriti sono almeno 150, alcuni molto gravi. "Abbiamo già ricevuto 24 pazienti, tutti necessitano di cure chirurgiche, almeno una decina sono gravi. Una ragazza è arrivata già morta. Abbiamo dovuto chiamare staff aggiuntivo, infermiere donne e altri chirurghi. Le nostre sale operatorie lavoreranno tutta la notte", dice da Kabul il capo missione di Emergency, Marco Puntin. Nell'ospedale dell'ong italiana sono state portate molte delle ragazze ferite.
I primi rilievi, dice la locale Tolo tv, sembrano indicare che l'attacco sia partito con un'autobomba, seguita poi dal lancio di alcuni razzi. Quello che sin da subito è evidente, è che all'origine dell'assalto ci sia un odio radicale. Nessun ragionamento politico può servire a spiegare la visione di corpi di ragazzine coperti con veli d'emergenza, spesso smembrati dalla forza delle bombe. Ed è straziante la visione delle prime foto che arrivano, con gli ingenui oggetti di ogni giorno sparsi accanto ai corpi, la borsetta coperta di fumo o il fazzoletto a fiori macchiato di sangue: è il racconto di un sogno di normalità, destinato a non realizzarsi. Come dice la rappresentanza diplomatica europea: "È un attacco al futuro dell'Afghanistan".
La scuola colpita è un liceo che lavora su tre turni, separando i ragazzi dalle studentesse. Non sembra davvero un caso che l'attacco sia partito durante un turno in cui le aule ospitavano le ragazze. E per una volta, si può credere da subito alle parole di Zabihullah Mujahid, portavoce dei Talebani, che ha preso le distanze dall'attentato.
Al di là del momento particolare, in cui gli "studenti coranici" stanno pregustando l'ormai prossima partenza delle forze occidentali, è la scelta dell'obiettivo a chiarire che la mano assassina appartiene all'Isis-Khorasan. La sezione afgana dell'organizzazione fondata a suo tempo da Abu Musab al Zarqawi ha da tempo preso di mira la minoranza di credo sciita, colpendola soprattutto nella captale, a sottolineare una capacità militare che supera le difese governative e ancora di più si prende gioco di ogni accordo, più o meno esplicito, preso dai concorrenti della Jihad. Il messaggio di questo attentato è chiaro e aberrante: se i Talebani si sono "ammorbiditi", accettando un percorso di pace che vanta qualche accenno di condivisione, l'Isis-Khorasan rivendica la priorità della sua visione, quella più radicale, che considera gli sciiti come apostati. E che continua a chiamare sangue.
di Pasquale Porciello
Il Manifesto, 9 maggio 2021
Con metà della popolazione in povertà, il mercato immobiliare vive un nuovo boom grazie alle banche e a una moneta fantasma, il "lollar". Sullo sfondo la visione di Hariri e della sua Solidere SpA: cambiare il volto della capitale. "I problemi di alcuni sono una benedizione per altri". Cita un vecchio detto libanese Adib Al Nakib, division manager e responsabile vendite di terreni e marketing della compagnia immobiliare Solidere.
"Le ripercussioni della crisi del 2019 hanno avuto un impatto positivo sul nostro settore e su tutte le compagnie che vi operano. C'è stato un controllo non ufficiale del capitale da parte delle banche. I correntisti hanno quindi investito nell'immobiliare temendo di perdere del tutto i loro beni".
La svalutazione della lira libanese inizia nel settembre 2019, quando sul mercato inizia a scarseggiare il dollaro, moneta ufficiale in Libano a cui la lira è agganciata a un tasso fisso ancora immutato di 1.515 per un dollaro.
Da quel momento in poi si è sviluppato un mercato nero in cui il dollaro - valuta dell'import/export in un paese in cui l'80% circa di beni primari e secondari arriva da fuori - è arrivato a vette di 15mila lire e oggi fluttua tra le 12 e le 13mila. Le banche nel 2019 hanno semi-congelato i conti, impedito i trasferimenti internazionali e fissato un tasso di cambio di 3.900 lire per i limitatissimi prelievi in dollari.
Inflazione al 90%, impennata dei prezzi e secondo le stime delle agenzie Onu metà della popolazione sotto la soglia di povertà, per metà di loro è estrema. Chi ha invece dei conti consistenti bloccati in banca ha intrapreso una vera e propria corsa al mattone o all'appezzamento, nella speranza di salvare il salvabile. L'analista e membro dell'Advanced Leadership Initiative di Harvard, Dan Azzi, ha per primo chiamato "Lollars" i dollari bloccati in banca con cui le operazioni vengono effettuate. Una moneta fantasma, un dollaro virtuale ma accettato dalle compagnie immobiliari.
Gli acquisti in lollars e quelli in dollari contanti hanno però prezzi diversi al metro quadro. Una forbice in costante crescita dal 2019: oggi acquistare in lollars ha un costo fino a quattro volte quello del contante. I lollars - che rimangono a tutti gli effetti dollari e che subiscono una svalutazione solo sul mercato ma non nel circuito bancario - sono subito rigirati dai singoli o dalle società alle banche per coprire i debiti contratti e gli interessi accumulati nell'ultimo decennio dato lo stallo del settore e l'alta quantità di invenduto. Il vantaggio è evidente.
"Nessuno costruisce con il proprio denaro. Noi avevamo ingenti debiti con le banche i cui interessi crescevano, non riuscivamo a pagare perché il mercato era fermo ormai da svariati anni. Le vendite sono servite a saldare questi debiti - continua Al Nakib - Un periodo di grande fortuna. Le azioni del gruppo Solidere sono quintuplicate dal maggio 2019, passando da 5 a 25 dollari circa cadauna". Sul perché poi le banche abbiano accettato il ritorno dei lollars, risponde: "Non sono un tecnico, ma come osservatore deduco che le banche siano più credibili a livello internazionale senza l'enorme esposizione di capitali degli ultimi anni".
Solidere è una s.p.a. nata nel 1994 sotto l'autorità del Consiglio per la Ricostruzione e lo Sviluppo, l'organo del governo fondato nel 1977 durante la guerra civile (1975-90) e direttamente dipendente dal primo ministro. Il Crs fu rifondato nel '92 dall'allora premier Rafiq Hariri in seguito agli accordi di Ta'if ('89), acquistando una serie di agevolazioni legali che avrebbero favorito la ricostruzione. Solidere concretizzerà la visione di Hariri occupandosi del rifacimento del centro città e cambiandone il volto e l'essenza. Spazi come l'antico suq e l'antica marina diventeranno le attuali Downtown e Zaituna Bay, un complesso di negozi, uffici, caffé e appartamenti di lusso il primo e un porticciolo di yacht privati e ristoranti élitari il secondo. Solidere attira su di sé forti critiche da parte di società civile e movimenti come Stop Solidere a causa dei privilegi legislativi, il forte spirito privatistico, accuse di corruzione, collusione e di distruzione del patrimonio naturale e artistico.
Stesso discorso per altre agenzie con altre congiunture politiche, come Elyssar a Jnah e Linor nel Metn. Un intreccio tra pubblico e privato che evoca scenari da Le mani sulla città. Da dicembre 2020 i pagamenti vengono accettati solo in fresh dollars, che Solidere non investe però in Libano data l'instabilità del paese, ma nei progetti della compagnia in Arabia saudita ed Emirati.
Guillaume Bodisseau, giornalista de L'Orient le Jour e Le Commerce e consulente per il gruppo di consulenza immobiliare Ramco, conferma come la crisi finanziaria abbia sbloccato il mercato. "Prima della crisi il numero di invenduti era altissimo, ma ne abbiamo liquidato solo nell'ultimo periodo un migliaio. Trattative che prima sarebbero durate settimane concluse spesso in poche ore. Si tratta maggiormente di appartamenti, più facili da gestire, mentre restano ancora 100mila metri quadri di uffici di difficile collocazione. Al momento i proprietari hanno estinto tutti i debiti con le banche e accettano quasi solo pagamenti in contanti, ovviamente in dollari. La domanda è ancora alta, ma è in lollars. I prezzi per chi invece compra in contanti sono vantaggiosi rispetto agli anni passati, ma non ci sono più investimenti stranieri, dal Golfo per esempio, come avveniva prima. I compratori in contanti sono in genere libanesi che vivono o che hanno attività all'estero".
Kamal Hamdan, direttore dell'Istituto di Consultazione e Ricerca fondato a Beirut nel 1977, prevede anni a venire drammatici. "L'iniqua tassazione delle compagnie immobiliari è una delle cause del fallimento del paese. Al momento le prospettive macroeconomiche non sono incoraggianti. Molti giovani, ma anche molte famiglie, proveranno a lasciare il paese in maniera definitiva. Questa crisi viene da lontano e manifesta il fallimento di Parigi I (2001), II (2002) e III (2007) e della Cedre Conference (2018)", tutte conferenze con al centro il risanamento dei conti pubblici libanesi. C'è sempre chi trae vantaggio da una crisi degna di questo nome o qualcuno, come in questo caso, per cui è addirittura una benedizione.
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