di Errico Novi
Il Dubbio, 8 maggio 2021
È netto il giudizio di Eugenio Albamonte, segretario di Area, sull'ipotesi di un referendum di Lega e Radicali per la riforma della giustizia. "Dato quello che sta accadendo in questi mesi di crescente perdita di credibilità da parte della magistratura è diventata una costante che tutte le forze politiche colgano l'occasione per regolare dei conti. Fa parte di un'operazione politica, cercare di lucrare un segmento di consenso dell'opinione pubblica. Qualche sondaggio recente attesta che la credibilità della magistratura è scesa al 42% e qualcuno pensa di cavalcare questo dato".
È netto il giudizio di Eugenio Albamonte, segretario di Area, sull'ipotesi di un referendum di Lega e Radicali per la riforma della giustizia. "A parte la stranezza di una forza di governo che con dei tavoli di riforma aperti su sui sarebbe il caso di lavorare, decide che non si faccia niente e che si dia la parola ai cittadini", sottolinea il segretario delle toghe progressiste.
Quanto ai possibili quesiti "vedo scarsa materia di referendum - osserva Albamonte - forse guarda caso l'unica materia che si presta a un quesito referendario è la legge Severino, che non è una cosa che riguarda la magistratura ma la politica. Mettere insieme questi temi significa soprattutto cercare di trovare l'occasione per svincolare i politici dalla Severino e dalle conseguenze di eventuali condanne". "Per il resto la responsabilità civile dei magistrati c'è, esisteva già ed è stata modificata da Renzi - ricorda - non si può intervenire su questo se non con un referendum propositivo, e allora si torna alla parola al Parlamento, quindi tanto vale lavorare adesso lì". Infine "sulla separazione delle carriere la raccolta delle firme è già stata fatta, c'è una proposta in Parlamento, c'è un percorso avviato". Insomma, conclude Albamonte, "mi sembra una boutade, un tentativo di cavalcare un momento di opinione pubblica favorevole, come purtroppo è accaduto anche in altre occasioni".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2021
La modifica dell'articolo 572 del Cp non fa che recepire l'orientamento giurisprudenziale di equiparazione al familiare. Il delitto di maltrattamenti in famiglia è configurabile anche per le condotte vessatorie abituali tenute contro il convivente (non familiare) prima del 1° ottobre 2012, data di entrata in vigore della legge n. 172, con cui è stato modificato l'articolo 572 del Codice penale che prevede il reato. La modifica esplicita la nozione di persona "comunque convivente" e il titolo del reato tiene conto delle due figure familiari e conviventi.
Ma la Cassazione considera la modifica puramente formale e afferma che il Legislatore ha solo preso atto dell'interpretazione costituzionalmente orientata fatta dai giudici. Quindi l'imputabilità per maltrattamenti contro il convivente more uxorio non è in discussione per fatti precedenti la novella normativa. La Cassazione accoglie il ricorso solo sul punto dell'irrilevanza di un singolo sms inviato alla vittima dopo l'entrata in vigore della modifica applicando di conseguenza la forbice edittale della precedente versione della norma penale.
Come dice la sentenza della Cassazione n. 17599/2021 la convivenza rientrava già - per interpretazione giurisprudenziale - nella nozione di "famiglia" anche prima dell'esplicita modifica normativa, in applicazione di principi fondamentali che danno rilevanza primaria all'instaurazione di rapporti di reciproca assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo con persona con cui non vi sia legame familiare. È quindi il concetto di comunità familiare che rileva facendovi rientrare qualsiasi forma di partecipazione a un nucleo, parificabile alla famiglia legittima sotto il profilo di un condiviso progetto di vita.
L'interpretazione estensiva - La giurisprudenza cui si riferisce la sentenza aveva già affermato che la vecchia intestazione del reato "Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli" non escludeva la rilevanza di tutti quei legami non familiari connotati però dalla convivenza, tra cui in primis quella more uxorio. Il nuovo titolo del reato "Maltrattamenti contro familiari e conviventi" ha solo esplicitato tale rilevanza e nella descrizione della condotta utilizza oltre al precedente termine "familiare" anche quello di persona "comunque convivente".
Tra le decisioni ante riforma significative di tale interpretazione estensiva, ora recepita dal Legislatore, emerge la sentenza n. 44262/2005 secondo cui il reato di maltrattamenti in famiglia si configura "anche al di fuori della famiglia legittima" quando vi sia un rapporto di stabile convivenza, al di là della durata, essendo sufficiente che sia stata istituita in una prospettiva di stabilità, e a prescindere dall'esito di una tale comune decisione.
di Giulia Merlo
Il Domani, 8 maggio 2021
Lega e Radicali raccolgono firme per un referendum su responsabilità dei giudici, separazione delle carriere e abolizione della legge Severino. La mossa del leader della Lega, Matteo Salvini, spiazza tutti. Mentre il Consiglio superiore della magistratura è sommerso dallo scandalo della presunta loggia segreta Ungheria e le commissioni Giustizia lavorano agli emendamenti sulle tre grandi riforme (penale, civile e ordinamento giudiziario), lui lancia la bordata: "Questo parlamento con Pd e Cinque stelle non farà mai una riforma della giustizia". Per questo, la Lega sta organizzando insieme al partito Radicale "una raccolta di firme per alcuni quesiti referendari": la responsabilità penale dei giudici; separazione delle carriere e abolizione della legge Severino sull'ineleggibilità o la decadenza nel caso di condanna in primo grado per alcuni tipi di reati. Ai quali il segretario del partito Radicale, Maurizio Turco, aggiunge anche i magistrati fuori ruolo, la riforma della custodia cautelare, le intercettazioni e la valutazione della professionalità dei magistrati.
Tre temi ampiamente dibattuti nel corso degli ultimi anni (in particolare i primi due sono cavalli di battaglia dell'Unione camere penali italiane), ma mai divenute centrali. Men che meno ora, quando le riforme della giustizia attese sono quelle contenute nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e puntano a un obiettivo macro: la riduzione dei tempi dei processi, sia civili che penali, attraverso riforme di rito, assunzioni di personale e informatizzazione delle strutture. Proprio questo obiettivo è uno dei punti cardine del Pnrr, perché alla velocizzazione della giustizia italiana è subordinato l'ottenimento dei fondi del Recovery plan. Per questo le dichiarazioni di Salvini hanno prodotto dure reazioni da parte degli altri partiti di maggioranza, che hanno letto nelle parole del leader leghista soprattutto una volontà provocatoria nei confronti di Pd e Cinque stelle.
Piegare il referendum a "fini ostruzionistici, strumentali e di mera propaganda, serve solo a svilirne l'importanza per la nostra democrazia", è stato il commento stizzito dei deputati del Movimento 5 stelle in commissione Giustizia. Il sospetto, infatti, è che con questa dichiarazione Salvini stia anticipando la volontà di sabotare il tavolo delle riforme già in cantiere: "Salvini dovrebbe sapere che la riforma della giustizia, sia civile che penale, è già all'esame del parlamento e dovrebbe, invece di avventurarsi in inutili proclami, impegnarsi concretamente a dare un contributo positivo". Immediatamente, infatti, le parole di Salvini hanno fatto scricchiolare il già teso rapporto dentro la maggioranza di Mario Draghi.
Ad attaccare frontalmente la Lega è soprattutto il Movimento 5 stelle, con il presidente della commissione Giustizia Mario Perantoni: "Il posto di Salvini è all'opposizione, se vuole remare contro". Contro le riforme già incardinate nelle commissioni, ma anche contro l'opera di paziente ricucitura che sta portando avanti la ministra Marta Cartabia. Tesi che viene ribaltata completamente da Salvini, secondo cui sono il Pd e i Cinque stelle "coi loro attacchi quotidiani alla Lega" a mettere "in difficoltà Draghi e l'azione del governo".
Nello scontro interno alla maggioranza, a rischiare di venire schiacciato è il Partito radicale, che è ben consapevole che l'inedito fronte comune con la Lega potrebbe essere un boomerang. Anche perché le dichiarazioni di Salvini sono arrivate con un tempismo ben calcolato: il sodalizio Lega-Radicali, infatti, sarebbe nato a inizio febbraio, nel pieno della crisi del governo Conte 2, ma tenuto nel più totale riserbo. Prima che il leader della Lega lo rivelasse a Porta a Porta. "Non è nelle volontà e nelle intenzioni del comitato promotore utilizzare i referendum per far saltare il governo. Tutt'altro: stiamo sminando il percorso del governo da chi ancora una volta vuole usare politicamente la questione giustizia", ha detto il segretario Maurizio Turco. Un tentativo di depotenziare la polemica cercata dal leader della Lega, che però ormai è scoppiata.
Tuttavia, la direzione ormai è tracciata: a fine mese i quesiti del referendum promosso dalla Lega e dal Partito radicale sulla giustizia saranno depositati in Corte di cassazione: il primo weekend di luglio partirà la raccolta firme, per il deposito entro fine settembre. Dunque, se la raccolta andrà a buon fine, nel 2022 si potrebbe arrivare alle urne, poco dopo l'elezione di febbraio del nuovo presidente della Repubblica.
Certamente, il fatto che la giustizia sia terreno di scontro così aspro non viene sottovalutato dal governo Draghi. Palazzo Chigi e via Arenula, infatti, sanno quanto sia delicato l'equilibrio sulla giustizia: tutte le questioni che la riguardano dividono la maggioranza ed è stato così sin dai primi giorni di vita del governo. Per questo il mandato informale della ministra Cartabia è da subito stato quello di "sminare" il campo dai temi più ideologicamente divisivi, prescrizione in testa.
L'accelerazione polemica di Salvini è un segnale che la ministra intende affrontare e la data è già fissata. Lunedì, infatti, Cartabia ha convocato un incontro con la maggioranza per fare il punto su uno dei testi più delicati in via di approvazione: quel ddl penale che contiene sì la riforma della prescrizione, ma anche e soprattutto le norme che - negli intenti del governo - dovrebbero andare nella direzione di garantire la ragionevole durata dei processi.
In questa sede la ministra dovrebbe avere a disposizione anche la relazione sul ddl prodotta dalla commissione di esperti da lei stessa nominata, con l'incarico di vagliare il testo e individuare possibili miglioramenti da affiancare alle proposte emendative dei singoli partiti, il cui termine è scaduto martedì 4 maggio. La Lega sarà presente all'incontro insieme alle altre forze di maggioranza e toccherà a Cartabia ristabilire i tempi e le regole di un percorso di riforme comune.
di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 8 maggio 2021
L'avvocato: "Era sconvolto dall'udienza". Era la prima udienza con i testimoni, martedì scorso. Per la maggior parte del tempo Maurizio Quattrocchi aveva tenuto gli occhi abbassati, nella gabbia a vetri dei detenuti, in Corte d'Assise. Imputato dell'omicidio della moglie Zinaida Solonari, 36 anni, avrebbe parlato martedì prossimo. Avrebbe, perché nella notte tra giovedì e ieri si è tolto la vita in carcere. Almeno così risulta allo stato delle indagini.
Il suo avvocato Gianfranco Ceci ne è convinto, per tutte le volte che si erano parlati prima di martedì: "L'udienza l'ha sconvolto, non ha retto, anche perché alcuni aspetti secondo lui non erano veri, come il fatto che fosse già stato un marito violento". Gli ultimi respiri della moglie, colpita con 18 coltellate, la notte del 6 ottobre 2019, fuori dalla casa della sorella, a Cologno al Serio; altre aggressioni precedenti, la relazione con un altro uomo: gli atti raccontavano già tutto questo e Quattrocchi lo sapeva.
Martedì l'ha sentito dalla sorella di Zinaida, Oxana, da suo marito Lucio Carlo Di Dio, che è anche nipote di Quattrocchi, dal fratello di lui. Dall'uomo che frequentava la moglie dall'estate 2019, l'imputato ha anche sentito parlare di "10 anni d'inferno". Così, ha raccontato il testimone, Zinaida gli aveva riassunto il matrimonio: "Quello mi ammazza, non mi dà il divorzio", si era sfogata. "Era segnata, psicologicamente sempre, e circa 10 giorni prima le avevo visto anche segni sul collo", ha aggiunto l'uomo.
Martedì prossimo Quattrocchi non avrebbe potuto negare l'innegabile, cioè di aver ucciso la moglie. "Ma era un uomo pentito - se ne fa portavoce il suo avvocato -. Fino a luglio 2019, quando intuì che lei aveva una relazione con un altro uomo, era un marito che aveva vissuto e lavorato in cantiere per la moglie. Dopo il dubbio sulla relazione aveva iniziato a diventare pressante".
Dai racconti affidati all'avvocato, che al sabato andava a trovarlo, Quattrocchi era anche un omicida "che aveva rimosso quello che aveva fatto, e in aula ha rivissuto quei minuti. Inoltre, era rimasto colpito dalla richiesta di testimonianza della figlia più grande (18 anni, ma il presidente Giovanni Petillo non l'ha ammessa, ndr). Era un padre amorevole, mi chiedeva sempre: "Ma le mie figlie testimoniano?"". Aveva adottato la grande, avuta da Zinaida da una precedente relazione. Insieme, ne avevano altre due, di 10 e 14 anni.
Per i familiari - non si conoscono i dettagli sui destinatari- ha lasciato diversi bigliettini. Non era solo, condivideva la cella con un altro detenuto che non si sarebbe accorto del gesto di Quattrocchi, impiccato in bagno. In un giro serale della polizia penitenziaria, l'imputato era stato visto ancora sveglio. Il pm Emma Vittorio ha effettuato un sopralluogo in carcere, per raccogliere le testimonianze: allo stato non c'è una spiegazione alternativa al suicidio, comunque è stata disposta l'autopsia
Si tratta di un fatto che ha sconvolto più parti. "Il mio pensiero, da tutto il giorno, va alle figlie", è scosso l'avvocato Cinzia Sansolini, tutrice delle due minorenni. Insieme Vitalia, 18 anni a marzo, sono parti civili con l'avvocato Luigi Villa:"Per loro è un'altra terribile perdita, un papà per quanto colpevole è sempre un papà. È una tragedia nella tragedia".
Don Giambattista Mazzucchetti, cappellano del carcere con don Luciano Tengattini, l'ha saputo ieri mattina. Ed è rimasto colpito: "Lo avevo incontrato già nella confessione, frequentava la chiesa, e veniva a colloquio con me o con don Luciano. L'avrò visto un mese fa. Svolgeva quei piccoli lavoro che i detenuti svolgono a rotazione, si era già confrontato anche con gli educatori".
Non aveva dato segnali preoccupanti: "Era anche sereno, per quello che possa esserlo un detenuto, non aveva avuto comportamenti autodistruttivi. Non so se al processo possa aver sentito qualcosa che lo abbia ferito e ributtato nella disperazione, quello che è successo in udienza non lo so. So che anche le guardie stamattina (ieri, ndr) ne parlavano, dispiaciute, ne avevano un'immagine collaborativa". Con la morte dell'imputato, il processo termina qui. Per martedì, il difensore aveva citato 10 testimoni, con l'intento di raccontare una vita di dedizione alla famiglia. Prima di uccidere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 maggio 2021
Per la prima volta, forse su input della nuova ministra della Giustizia, i dati sulla vaccinazione per la popolazione penitenziaria sono più trasparenti. Si entra, di fatto, nel dettaglio. Il sito del ministero della Giustizia, infatti, ha pubblicato le percentuali regione per regione.
Parte dal dato generale che sono 19.655 ad oggi le dosi somministrate ai detenuti (53.634 unità) che risultano all'anagrafe nazionale dei vaccini presso il ministero della Salute, un dato che copre oltre il 36% della popolazione reclusa.
Risulta che sia la Lombardia a guidare la classifica delle vaccinazioni alla popolazione detenuta con 5879 somministrazioni di vaccini anti- Covid19, a fronte dei 7800 detenuti presenti negli istituti della regione. A seguire il Lazio con 3537 somministrazioni, su 5581 reclusi. Al 75% di vaccini somministrati in Lombardia e al 63% del Lazio si aggiungono le alte percentuali registrate nelle Marche e in Abruzzo, regioni che contano, rispettivamente, 643 somministrazioni, su una popolazione detenuta di 844 unità (76%) e, 1045 dosi inoculate, su 1639 reclusi presenti (63%). Il ministero della Giustizia, osserva che è a buon punto della classifica il piano vaccinale condotto negli istituti della Calabria, dove sono state somministrate 1377 dosi a fronte di una popolazione regionale di 2581 detenuti (53%).
Seguono Puglia con una percentuale pari al 48,79 % (1757 somministrazioni su un totale di 3691 detenuti), Trentino- Alto Adige 47,82% (197 su 412), Basilicata 44,15 (166 su 376), Valle d'Aosta 42,07% (69 su 164), Emilia- Romagna 41,36% (1352 su 3269), Umbria 39,48% (518 su 1312), Molise 32,45% (110 su 339), Veneto 27,01 (619 su 2292), Sicilia 22,81% (1317 su 5774), Liguria 21,04% (278 su 1321), Friuli- Venezia Giulia 11,56% (75 su 649), Toscana 10,25% (317 su 3093), Piemonte 4,40% (180 su 4087), Campania 2,61% (170 su 6517).
Come ha già anticipato Rita Bernardini del Partito Radicale, il dato più basso si registra in Sardegna, con 49 somministrazioni soltanto su una popolazione di 1983 unità detenute, nei diversi istituti della regione. Ma, come assicurato dall'assessore regionale dell'Igiene e sanità e dell'Assistenza sociale della Regione, Mario Nieddu, nel corso di un colloquio telefonico con il Direttore generale dei Detenuti e del trattamento del Dap, Gianfranco De Gesu, le dosi di vaccino sono ormai disponibili e la campagna vaccinale nelle carceri "subirà un'importante accelerazione già a partire da domani".
Sempre il ministero, osserva che, al di là delle percentuali delle somministrazioni effettuate, conforta il dato in costante calo relativo ai detenuti positivi: ad oggi, 375 in tutti gli istituti italiani, pari allo 0,70% dei reclusi attualmente presenti, a conferma della sostanziale efficacia delle misure di profilassi attuate negli istituti, fin dalla fase iniziale dell'emergenza pandemica.
Dal monitoraggio svolto dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, cinque sono le regioni che al momento non registrano detenuti positivi: Valle d'Aosta, Molise, Trentino-Alto Adige, Umbria e Sardegna. Infine, dai dati forniti sempre dal Dap con cadenza settimanale, relativi ai contagi e alle somministrazioni di vaccino anti-Covid19 all'interno degli istituti penitenziari, si evince che anche il piano delle vaccinazioni dirette al personale di Polizia Penitenziaria e del comparto delle Funzioni Centrali è in fase avanzata. La situazione attuale evidenzia che più del 50% degli appartenenti al comparto sicurezza e a quello delle funzioni centrali risulta essere stato avviato alla vaccinazione: 20.332 poliziotti penitenziari (su quasi 37mila in servizio) e 2.173 fra personale dirigenziale e amministrativo, su circa 4mila che operano negli istituti.
globusmagazine.it, 8 maggio 2021
Grazie all'accordo quadro siglato nel febbraio scorso tra Regione, atenei siciliani, amministrazione penitenziaria e Garante dei diritti dei detenuti. Tra le matricole dell'Università di Catania ci sono anche sei studenti attualmente reclusi. Sono i primi risultati dell'accordo quadro siglato nel febbraio scorso tra l'assessorato all'Istruzione della Regione, gli atenei siciliani, il Provveditorato regionale per l'amministrazione penitenziaria e il Garante dei diritti dei detenuti.
Una "apertura" del mondo accademico di rilevante incidenza che consente e promuove il diritto all'istruzione universitaria all'interno dei poli penitenziari. Un'azione fortemente voluta dal rettore Francesco Priolo e dai docenti Fabrizio Siracusano e Teresa Consoli, referenti per l'Università di Catania ai rapporti con i Poli universitari penitenziari, che è stata portata avanti, nonostante l'emergenza pandemica, garantendo per l'anno accademico in corso l'iscrizione agevolata di sei studenti attualmente reclusi oltre all'assistenza didattica (compresi gli esami), al recupero degli Obblighi formativi aggiuntivi e alla possibilità di seguire le lezioni a distanza.
Una realtà promossa dalla Crui tre anni fa con l'istituzione della Conferenza Nazionale Universitaria dei Poli Penitenziari a cui l'ateneo catanese ha aderito dal dicembre scorso. Lanciata più di 20 anni fa a Torino e replicata in numerose altre sedi universitarie, oggi sono coinvolti quasi 40 atenei che operano in oltre 80 istituti penitenziari. Nell'anno accademico in corso sono 1.034 gli studenti detenuti iscritti, dei quali 109 (10,5%) in regime di esecuzione penale esterna, 549 (53,1%) che scontano una pena in carcere in circuiti di media sicurezza e 355 (34,3%) in alta sicurezza e 21 (2,1%) in regime 41bis.
Le studentesse sono 64, il 6,2% del totale degli studenti.
Nel primo triennio di vita della Cnupp gli atenei aderenti con studenti attivi sono passati da 27 nel 2018-19 a 32 nel 2020-21 (incremento del +18,5%), gli istituti penitenziari in cui operano i poli universitari penitenziari da 70 a 82 (incremento +17,1%), mentre il numero di studenti iscritti da 796 a 1034 (incremento +29,9%). Tra questi dati spicca il notevole incremento della componente femminile, da appena 28 studentesse nel 2018-19 a 64 nel 2020-21, con un incremento del +128,6%. Sono impegnati oggi 196 dipartimenti universitari, il 37% dei dipartimenti presenti nei 32 atenei coinvolti.
Ben 896 sono gli studenti iscritti a corsi di laurea triennale (87%), mentre 137 frequentano corsi di laurea magistrale (13%). Le aree disciplinari più frequentate dagli studenti in regime di detenzione sono quella politico-sociale (25,4%) seguita dall'area artistico-letteraria (18,6%), giuridica (15,1%), agronomico-ambientale (13,7%), psico-pedagogica (7,4%), storico-filosofica (7,3%), economica (6,5%) e altre (6%).
La costituzione della Cnupp ha permesso agli atenei di garantire il diritto agli studi universitari per le persone private della libertà personale oltre ad una profonda valenza culturale per il Paese. In questi anni le interazioni avviate con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, competente per le attività formative, ha permesso di siglare nel settembre del 2019 un protocollo d'intesa che definisce le modalità per il confronto permanente tra Cnupp e Dap. A breve saranno emanate delle linee guida condivise per regolamentare le attività di studio universitario all'interno degli istituti penitenziari italiani.
Grazie alla "conferenza" i referenti delle singole università possono confrontarsi continuamente su varie problematiche, scambiare buone pratiche, rivolgere istanze al Dap su singole situazioni e affrontare problematiche complesse (ad esempio i disagi dovuti ai trasferimenti dei detenuti studenti universitari da un istituto penitenziario ad un altro). Una rete istituzionale (tra atenei e amministrazione penitenziaria) che consente alle università pubbliche di garantire l'accesso e lo svolgimento degli studi anche a persone private della libertà nell'esercizio di un diritto costituzionale. In futuro la Cnupp sarà impegnata a migliorare la qualità della formazione dei detenuti attraverso modelli didattici innovativi (didattica a distanza anche oltre la pandemia), le performances degli studenti (diminuzione degli abbandoni, incremento degli esami sostenuti e dei laureati) e raccordo tra istruzione secondaria superiore all'interno degli Istituti e Università.
Previsti anche miglioramenti della formazione del personale dell'amministrazione penitenziaria e dello sviluppo di attività di ricerca sulle problematiche carcerarie. Percorsi sinergici che possono trasformare la detenzione da un tempo "sospeso" ad un periodo fecondo in cui il cittadino condannato può intraprendere una formazione universitaria utile al proprio capitale umano, strumento indispensabile per ridurre i rischi di recidiva, con benefici per il singolo e per tutta la società italiana.
di Francesco Bilotta
Il Manifesto, 8 maggio 2021
La polizia giustizia 25 persone a Jacarezinho, nella zona nord di Rio de Janeiro. Gli abusi sono strutturali: nei primi tre mesi del 2021, cinque morti al giorno. La protesta degli abitanti e delle organizzazioni per i diritti umani. Con il passare delle ore appare sempre di più come una chacina, mattanza, quella che si è consumata giovedì mattina nella favela Jacarezinho, nella zona nord di Rio de Janeiro. Un'operazione di polizia con 200 agenti e l'impiego di due elicotteri e veicoli blindati ha portato morte e distruzione tra i 400mila abitanti della baraccopoli. Si contano almeno 25 morti, tra cui un agente di polizia, e numerosi feriti.
Un intervento violento, con spari dagli elicotteri e l'uso di granate e fucili automatici, ha prodotto la più grande carneficina nella storia di Rio. Anche alcuni passeggeri che si trovavano nella stazione della metropolitana di Triagem sono rimasti feriti dai colpi sparati dagli agenti.
Secondo la ong Fogo Cruzado (fuoco incrociato), laboratorio di dati sulla violenza armata, "siamo di fronte a una strage e al più alto numero di morti in una singola operazione di polizia". In conferenza stampa le autorità di polizia hanno dichiarato che l'operazione era autorizzata e aveva lo scopo di smantellare una banda di trafficanti che reclutava minori per attività criminali.
Si afferma che le 24 persone uccise erano armate, senza comunicare i loro nomi e dare altri dettagli, le circostanze in cui sono stati colpiti. Respinte, come sempre, le accuse di abusi. Si sostiene, inoltre, che l'intervento si è svolto nel rispetto di tutti i protocolli ed è il risultato di dieci mesi di indagini.
Ma sono molti gli analisti che, analizzando le dinamiche dell'intervento, parlano di esecuzioni extragiudiziali, di una vendetta degli agenti per la morte del poliziotto avvenuta all'inizio dell'operazione. Joel Luiz Costa, avvocato e membro della Commissione dei diritti umani, è andato nei luoghi dell'intervento, ha visto il sangue e i segni dei proiettili nelle vie e nelle case, ha raccolto le testimonianze di vere e proprie esecuzioni. "Siamo di fronte a un massacro, una crudeltà, una barbarie", ha dichiarato dopo la visita. La comunità di Jacarezinho sta protestando con forza, accusando la polizia di comportamento criminale.
I principali accessi alla favela sono stati bloccati. Si discute da anni sulla letalità delle operazioni di polizia in Brasile e dell'impunità di cui godono i poliziotti che compiono abusi. Raramente vengono identificati e condannati. Il Gaesp, organismo responsabile nell'investigare gli abusi e i comportamenti non appropriati della polizia, è stato sciolto un mese fa. Secondo l'Osservatorio di pubblica sicurezza dell'Università Candido Mendes, nel 2019 sono state 1.810 le persone uccise a Rio dalla polizia, un record da quando esistono statistiche ufficiali. Nella regione metropolitana di Rio sono state 337 le operazioni compiute tra marzo 2020 e febbraio 2021, un periodo in cui erano in vigore le misure di isolamento sociale.
Nei primi tre mesi del 2021 gli interventi della polizia nell'area di Rio hanno prodotto la morte di cinque persone al giorno. Il Supremo Tribunale federale aveva deciso nel giugno 2020 che durante la pandemia dovevano essere sospese nelle favelas e nelle periferie dello Stato di Rio tutte le operazioni di polizia non urgenti. Si indicava espressamente che "gli interventi erano consentiti solo in casi assolutamente eccezionali e preventivamente autorizzati".
La decisione era stata presa sotto la spinta delle organizzazioni per i diritti umani e dei familiari delle vittime. Ma la polizia aveva sempre considerato la presa di posizione del Stf un ostacolo alla sua azione e non un'indicazione a modificare le fallimentari politiche di sicurezza fatte di operazioni militari ad alta letalità. Monica Cunha, coordinatrice della Commissione dei diritti umani dell'Assemblea legislativa di Rio, afferma che "l'operazione condotta a Jacarezinho va contro la delibera del Stf e la polizia entra nelle favelas per fare morti". "Questa è sicurezza pubblica?" si chiede in un documento il Psol. La carneficina nella favela di Jacarezinho riapre in modo drammatico la questione.
di Guido Moltedo
Il Manifesto, 8 maggio 2021
Il nuovo presidente democratico non ripeta l'errore di Obama. La prigione americana a Cuba è il "simbolo di illegalità e di abusi dei diritti umani", i valori che gli Usa dicono di difendere. Ora poi c'è il ritiro dall'Afghanistan. Musica da spaccare i timpani, incappucciamenti, "waterboarding", cani feroci sguinzagliati, privazione del sonno, isolamento, umiliazioni e violenze sessuali.
Il saudita Mustafa al-Hawsawi, 51 anni, accusato di aver partecipato al piano d'attacco alle Torri gemelle, da anni non riesce a stare seduto per i dolori inenarrabili al retto, in seguito alle brutali e ripetute violenze di sodomia subite nella detenzione ormai quasi ventennale nei siti della Cia e a Guantánamo. Mustafa mangia il meno possibile e spesso digiuna: per evitare i conseguenti terribili dolori. Il palestinese Abu Zubaydah, detenuto dopo essere stato rapito dalla Cia e rinchiuso in una cella grade quanto una bara in un sito della Cia stessa, fu sottoposto alla tortura dell'annegamento, il "waterboarding", 83 volte. Dopo è finito a Guantánamo e nel 2043, se sarà ancora vivo, avrà 72 anni, e forse ne uscirà.
Gli altri detenuti, in tutto quaranta, tra ventiquattro anni semplicemente non ci saranno più, per motivi anagrafici, ma più probabilmente perché eliminati da malattie, invalidità, disturbi fisici e mentali, conseguenze di una infinita detenzione disumana, senza processo, illegale, senza ombra di diritto e di diritti, senza adeguata assistenza medica.
Perché il 2043? Perché la prigione nella base americana a Cuba è destinata a restare operativa per almeno altri due decenni, secondo i piani del Pentagono, su indicazione di Trump. Eppure, specie dopo l'annunciato ritiro dall'Afghanistan e con l'escalation del terrorismo domestico, non ci sono più ragioni, se mai ci sono state, perché Guantánamo resti operativa e perché i detenuti non siano liberati o quanto meno trasferiti nei diversi paesi da cui provengono e dove furono violentemente e illegalmente rapiti per essere prima detenuti nei siti della Cia - torturati, violentati, umiliati - e per essere poi detenuti a Guantánamo in attesa di processi che non sarebbero mai arrivati.
Un orrendo capitolo delle orrende "war on terror" e guerre in Afghanistan e nel Golfo. Milioni di morti. Decine di migliaia di caduti americani. Ottocento "terroristi" nei siti della Cia per poi finire nel buco nero di Guantánamo. Vent'anni che pesano sull'America non meno di quelli del Vietnam. Ragione in più per porvi fine. Completamente. Non solo col ritiro da Kabul.
A questo punto solo una forte, determinata decisione da parte della Casa Bianca può mettere termine a queste pagine ignominiose della storia recente americana. Joe Biden può farlo. Può fare ciò che Barack Obama s'impegnò a fare e non fece. Per l'ostruzionismo incontrato al Congresso, a maggioranza repubblicana. Avrebbe dovuto farlo rapidamente, nei primi due anni della sua presidenza. Dopo, com'è avvenuto, non avrebbe avuto più le leve per farlo. E sarebbe diventato complice, di fatto, della vergogna che egli stesso aveva denunciato con forza e che aveva promesso di cancellare. Non averlo fatto sarà per lui motivo di grande rimorso, egli stesso ha poi detto.
Biden può chiudere Guantánamo come logico corollario dell'annunciata fine della presenza americana in Afghanistan. E perché il Congresso ha oggi una maggioranza democratica nei suoi due rami. Anzi, una parte importante del Congresso stesso glielo chiede. In una lettera a Joe Biden, il 16 aprile scorso, un presidente di commissione, il senatore Dick Durbin, e 23 suoi colleghi senatori chiedono l'immediata chiusura della prigione di Guantanamo Bay "simbolo di illegalità e di abusi dei diritti umani". Almeno sei di loro possono essere rilasciati, gli altri trasferiti nei paesi d'origine, altri ancora finalmente processati e detenuti in carceri americane. Ai senatori si uniscono organizzazioni per diritti umani e una vasta opinione democratica.
L'urgenza di chiudere la prigione in terra cubana è dettata anche dall'evidente constatazione che la sua stessa esistenza - sostengono i senatori - annulla la pretesa dell'America di ergersi a potenza che tutela i diritti umani e la legalità nel mondo, ne danneggia la reputazione, alimenta il razzismo anti-islamico, ne indebolisce la lotta al terrorismo, peraltro oggi domestico. È tempo di por fine a tutto questo. Il rischio, adesso, è che il ritorno d'attualità del tema sia offuscato da altre vicende. Dopo la lettera dei senatori non si è avuto segno di averla ricevuta da parte della Casa bianca. Importante che se ne continui a parlare, che si faccia pressione.
A questo può servire anche un film come "The Mauritanian", da poco disponibile su Amazon Prime, la storia vera di un pacifico cittadino mauritano, Mohamedou Ould Slahi, catturato, senza prove, dai servizi americani perché creduto coinvolto negli attacchi dell'11 settembre, e detenuto a Guantánamo. Un film crudo, che scuote le coscienze, anche di chi sapeva e sa della sinistra prigione, della pratica delle rendition e delle complicità europee, anche italiane. Una brutta storia che sarebbe oltraggioso tornare a dimenticare. A meno che non ci sia un interesse preciso a che proprio questo accada.
di Ilaria Venturi
La Repubblica, 8 maggio 2021
"Più aumenta la portata mediatica più l'Egitto si irrigidisce". Amnesty: "Non parlarne aiuta i governi repressivi". A 15 mesi esatti dalla carcerazione di Patrick Zaky il ministro degli Esteri Luigi Di Maio gela tutti: "Più aumenta la portata mediatica del caso più l'Egitto reagisce irrigidendosi e chiudendo i canali di comunicazione. Non illudiamoci che porteremo a casa risultati facendo in questo modo". La reazione è di imbarazzo e sconcerto se si pensa alla campagna che sin dal primo giorno ha aiutato lo studente egiziano detenuto a Tora, alla periferia del Cairo, a non scomparire dall'attenzione del Paese e internazionale: appelli degli amici e compagni di studi - Zaky è iscritto al master in Studi di genere dell'università di Bologna e proprio in questo periodo avrebbe potuto laurearsi - mobilitazioni del mondo accademico e politico, risoluzioni del Parlamento europeo fino all'approvazione in Senato della richiesta di cittadinanza italiana.
Amnesty, con il portavoce Riccardo Noury, attacca: "Il silenzio è proprio ciò che aiuta governi repressivi a continuare a commettere violazioni dei diritti umani. E nel silenzio Patrick sarebbe stato dimenticato e temo avrebbe subito anche una sorte peggiore. Un segnale preoccupante poi sarebbe se il riferimento indiretto delle parole del ministro fosse alla proposta di cittadinanza italiana, per smorzarla".
Di Maio parla a L'aria che Tira su La7, spiega che confida su intelligence e diplomazia per liberare subito Zaky e farlo tornare dalla sua famiglia: "Abbiamo portato a casa tutti i cittadini rapiti o in stato detentivo ingiusto. E la notizia è stata data quando hanno messo piede in Italia. Abbiamo lavorato in silenzio. Zaky, purtroppo per il metodo di lavoro nostro, è un cittadino egiziano. Tutte le iniziative sono meritorie, è legittimo portare avanti campagne di solidarietà e battaglie. Dico solo di non illuderci che così otteniamo dall'altra parte un risultato".
Poco prima il segretario del Pd Enrico Letta aveva inaugurato il ritratto di Zaky esposto al Nazareno reclamando con forza la sua liberazione. E in un video su Tg La7, ieri l'altro, Marise Zaky, la sorella, con le lacrime agli occhi aveva raccontato di lui e di quanto soffra per una detenzione ingiusta con l'accusa di propaganda sovversiva e istigazione al terrorismo: "È nervoso e sta male psicologicamente, vuole essere rilasciato". Il sostegno che lo circonda lo fa sentire meno solo. Due settimane fa la famiglia aveva fatto arrivare al giovane un messaggio per capire cosa ne pensasse e la sua risposta è stata che la campagna continui, ha il terrore di essere dimenticato.
Aggiunge Noury: "Qui non stiamo parlando di un sequestro compiuto da un gruppo armato con cui negoziare in silenzio, ma di un prigioniero di coscienza privato di ogni suo diritto dalle autorità di uno Stato amico dell'Italia col quale sarebbe necessario alzare la voce e non abbassarla". Stesso invito arriva dal deputato Pd Filippo Sensi: Di Maio "sappia che il Parlamento ha fatto e continuerà a fare la sua parte. La faccia anche il governo".
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 8 maggio 2021
La morte del colonnello libico nel 2011 in seguito all'intervento della Nato ha aperto una lunga fase di violenza e instabilità che ha devastato il paese, modificando lo scacchiere geopolitico dell'area e spingendo un enorme flusso di migranti.
Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha effettuato la sua prima visita all'estero in Libia. Una meta non casuale visto che si è da poco insediato il nuovo governo guidato dal primo ministro Abdul Hamid Mohammed Dbeibah. Un governo nato sotto l'egida dell'Onu a Ginevra e che inizia il suo mandato a dieci anni dallo scoppio delle proteste che hanno gettato la Libia nel caos della guerra civile. Ma come si è arrivati a questo punto? Un decennio fa, il colonnello Muammar Gheddafi in pochi mesi ha perso il controllo del paese e le divergenze tribali, tenute a bada attraverso concessioni petrolifere e la repressione, sono venute a galla dividendo il paese.
2011: L'inizio delle proteste - Con le proteste a Place de la Kasbah in Tunisia e le manifestazioni di piazza Tahrir in Egitto era inevitabile che l'onda rivoluzionaria straripasse anche verso la Libia. Tuttavia, a differenza delle istanze tunisine ed egiziane, quelle del popolo libico avevano una base più politica che economica. Con il petrolio Muammar Gheddafi ha sempre cercato di accontentare tutti e tenere a bada le circa 140 tribù sparse per il paese, ma la primavera araba è stata l'occasione perfetta per porre fine ai 42 anni di regime. La prima manifestazione è del 16 febbraio, giorno in cui viene arrestato in un noto avvocato per i diritti umani. Alle proteste partecipano migliaia di persone e la violenza del regime, che non ha mai avuto scrupoli a usare la forza, non si fa attendere. Dopo poche ore si contano già i primi morti per mano delle forze di sicurezza libiche che usano armi da fuoco per disperdere i manifestanti, soprattutto nella città di Bengasi che in questa prima fase è l'epicentro delle proteste. Il 18 febbraio si contano circa una cinquantina di morti a dimostrazione che l'escalation è rapidissima e brutale.
L'inizio della guerra civile - Le forze d'opposizione incoraggiano i cittadini a continuare le proteste e la rivolta scoppia anche nelle carceri di Tripoli dove si verificano le prime evasioni. Inutili i tentativi di "chiudere" l'accesso a internet. Nella Cirenaica, regione orientale della Libia e più ostile al governo centrale, la situazione è incandescente. Ed è qui, nella città di Bengasi, che il figlio del colonnello, Saad Gheddafi, rimane intrappolato in un albergo circondato dai manifestanti. Per liberarlo il padre invia oltre mille uomini della sicurezza e per sedare le proteste nei quartieri più incontrollabili della città Gheddafi ha assoldato anche dei mercenari africani e serbi. In pochi giorni a Bengasi si raggiunge la cifra di trecento morti. Anche a nell'area di Tripoli la situazione degenera, ma Gheddafi non può permettersi di perdere il controllo della capitale e così autorizza i primi bombardamenti sui civili, decretando l'inizio del conflitto interno. Le forze di opposizione avanzano a Bengasi, Sirte, Misurata e Tobruch. Il Rais è accerchiato sia nella Cirenaica sia in Tripolitania e si trova costretto a fare un annuncio televisivo. "Chiunque rivolgerà le armi contro lo stato dovrà essere ucciso" dice, aggiungendo che se sarà necessario brucerà tutto. Parole e frasi che fanno rabbrividire parecchi membri dell'esercito e danno vita alle prime defezioni. Due piloti a bordo di due caccia bombardieri si rifiutano di sganciare bombe su Bengasi, così come due navi militari che si rifugiano in acque maltesi.
Le prime fughe - I funzionari stranieri iniziano a lasciare il paese e in una sola settimana dall'inizio delle proteste si contano migliaia di morti. Scappano anche alcuni membri della famiglia del colonnello. A Gheddafi non resta che proteggere Tripoli e per raggiungere il suo obiettivo mette a disposizione della popolazione i depositi di armi per combattere. A livello internazionale si muovono i primi passi che porteranno poi alla sua destituzione. Il 28 febbraio il Consiglio europeo introduce un embargo sulle armi su spinta delle Nazioni unite e congela i beni di Gheddafi e la sua cerchia. A inizio marzo i ribelli propongono a Gheddafi di non avviare un processo per crimini contro l'umanità nel caso in cui lasciasse il potere. Ma il colonnello non ne vuole sapere e i caccia libici continuano a sganciare bombe tra i civili e i ribelli. Misurata, Bengasi, Agedabia, le "roccaforti" dei ribelli sono nel mirino dei bombardamenti.
L'intervento internazionale - Il 17 marzo del 2011 il consiglio di sicurezza dell'Onu approva una no-fly zone sulla Libia a seguito delle pressioni di Parigi. Due giorni dopo, il governo di Sarkozy avvia l'operazione Harmattan e i caccia francesi lanciano le prime bombe contro le forze lealiste di Gheddafi. Qualche ora più tardi navi statunitensi e britanniche lanciano missili Tomahawk a supporto dell'azione militare francese. Il 25 marzo le azioni dei singoli stati si uniscono nell'operazione Unified Protector a guida della Nato. L'Italia, durante il governo Berlusconi, fornisce supporto attraverso le sue basi militari, tra cui Sigonella, Gioia del Colle e Trapani, da dove partono i cacciabombardieri americani, francesi e britannici. Il 28 aprile è il turno dell'aviazione italiana e due Tornado volano sopra la Libia sganciando le prime bombe. La guerra apre una crisi umanitaria e l'Unicef denuncia il rischio dello scoppio di epidemie sanitarie per via della carenza d'acqua dovuta ai bombardamenti della Nato che hanno colpito alcuni acquedotti. Il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), un organo che rappresenta l'opposizione al regime di Gheddafi, ha assicurato la stesura di una nuova costituzione entro otto mesi e nuove elezioni democratiche. Il 21 ottobre 2011 nella città di Sirte si combatte tra i lealisti e i ribelli. Qui si trova il Rais che cerca di scappare per mettersi in salvo ma viene attaccato da un raid della Nato. Da lì a poco giungono sul posto i ribelli del Cnt che uccidono il colonnello libico. Le immagini fanno il giro del mondo e ritraggono la Browning 9mm placcata d'oro che ha decretato la fine del regime. Insieme a Gheddafi viene giustiziato anche il figlio Mutassim. Dopo 42 anni, la Libia è senza guida.
2012-2013: il dopo Gheddafi - Morto il colonnello, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), sostenuto da paesi come Francia, Turchia e Qatar ha provato a imporsi come autorità centrale per dare vita a un processo di transizione politica. Un compito difficile dovuto alla frammentazione del paese che mina una riconciliazione pacifica e duratura. Alle divergenze tribali si somma la presenza di circa 800 gruppi armati, formati da su per giù 200mila uomini, ognuno dei quali reclama la sua fetta di potere. Nascono partiti politici con una vocazione più locale che nazionale e l'islam assume un ruolo sempre più rilevante nella definizione della nuova identità del paese. L'economia dipende interamente dal petrolio e a marzo 2012 la produzione del settore torna quasi ai ritmi del 2010, ovvero prima dell'inizio del conflitto civile. Infatti, sono proprio i giacimenti e le raffinerie a finire nel mirino delle varie milizie che con il contrabbando di gas e petrolio fanno affari e aumentano la loro sfera di influenza. A luglio del 2012 si svolgono le prime elezioni parlamentari e il Consiglio nazionale di transizione lascia il posto al neoeletto Congresso nazionale generale (Cng), formato anche dagli islamisti, che nomina come primo ministro l'avvocato per i diritti umani Ali Zeidan. Tra le sfide più complicate del nuovo esecutivo c'è il contrasto al radicalismo islamico che dilaga approfittando dell'instabilità politica. L'11 settembre alcuni miliziani di Ansar al Sharia, un gruppo terrorista affiliato ad al Qaida, attaccano il consolato statunitense a Bengasi. Muore l'ambasciatore americano Christopher Stevens e altre tre persone. Nel gennaio del 2013 viene attaccata l'auto di un altro diplomatico, questa volta è il console italiano Guido de Santis, che esce indenne. La situazione è tesa in tutto il paese e l'anno scorre con i jihadisti che avanzano nella Cirenaica tra Bengasi e Sirte incontrando un'opposizione flebile. A marzo 2014 il primo ministro Zeidan viene sfiduciato e rimpiazzato da Abdullah al-Thani.
2014: l'ascesa di Haftar - Nel maggio del 2014, il generale dell'ex esercito di Gheddafi, Khalifah Haftar, lancia un'operazione militare guidando l'autoproclamato Esercito nazionale libico contro i miliziani di Ansar al Sharia a Bengasi. Il primo ministro al Thani equipara l'operazione a un tentativo di colpo di stato e si apre una nuova crisi politica. Le milizie di Zintan alleate con Haftar attaccano la sede del parlamento a Tripoli per ottenerne la dissoluzione. Succede tutto rapidamente e il Congresso nazionale generale è costretto a indire nuove elezioni parlamentari. L'affluenza è del 18 per cento e gli islamisti ne escono decisamente indeboliti. Il nuovo parlamento si riunisce a Tobruch, come deciso inizialmente, per cercare di avvicinarsi alla Cirenaica. Il 25 agosto gli islamisti insieme ad altri membri del vecchio Congresso nazionale generale si autoproclamano parlamento legittimo con la capitale come loro centro politico. Il paese risulta così diviso tra due governi rivali, con Tripoli e Misurata controllate da forze leali al nuovo Congresso nazionale generale di Tripoli, mentre la comunità internazionale continua a riconoscere il governo di Abdullah al Thani e il suo parlamento a Tobruch.
2015: l'attacco all'Isis - Il 3 ottobre, a Derna, una formazione islamista radicale, Majlis Shura Shabab al Islam, dichiara la propria affiliazione allo Stato islamico di Abu Bakr al Baghdadi, proclamando il territorio sotto il suo controllo come parte del califfato. La violenza jihadista è sempre più brutale. Il 15 febbraio, i miliziani dell'Isis in Libia pubblicano un video con la decapitazione di ventuno cristiani copti egiziani. L'Egitto, preoccupato per la sua stabilità lungo il confine libico effettua alcuni bombardamenti a Derna in coordinazione con il generale Haftar, che con il generale al Sisi due stringe un'alleanza decisiva negli anni successivi. Alla violenza del terrorismo si aggiunge la crisi umanitaria dei migranti che rinchiusi in centri di detenzione, dove subiscono le pene dell'inferno da milizie e brigate, tentano di raggiungere l'Europa. Il 18 aprile 2015, un barcone carico di persone si rovescia al largo delle coste libiche provocando almeno 750 morti. Una data che rimarrà impressa nella coscienza dell'Europa.
La nomina di al Sarraj - Per porre fine allo stallo e allo scontro tra est e ovest nel paese, l'8 ottobre del 2015, l'inviato speciale dell'Onu Bernardino León annuncia che Fayez al Sarraj è il primo ministro del nuovo governo di unità nazionale che dovrebbe ricevere il voto favorevole dei due parlamenti, ma la Camera dei rappresentati di Tobruch nella Cirenaica non gli concede la fiducia. A dicembre anche il Governo di accordo nazionale (Gna) di Al Sarraj sferra attacchi congiunti all'Isis, che gode ancora di parecchi combattenti attivi nel paese.
2016-2019: Haftar avanza - L'11 settembre l'Esercito nazionale libico di Haftar lancia un'offensiva contro alcuni porti della mezzaluna petrolifera. È il primo scontro su larga scala tra il generale e le forze allineate al Governo di accordo nazionale. Proprio come la Siria anche la Libia diventa uno scacchiere in cui agiscono pedine internazionali. Russia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti appoggiano Haftar, con i paesi arabi che si pongono in chiavi anti fratellanza musulmana. Il generale viene ospitato da Vladimir Putin a Mosca a cui chiede sostegno militare, mentre l'Onu e paesi come l'Italia, la Turchia e il Qatar sostengono il governo di Sarraj. Il 2 febbraio del 2017 il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni firma insieme ad al Sarraj il Memorandum Italia-Libia voluto fortemente dall'ex ministro dell'Interno Marco Minniti. Obiettivo dichiarato dell'accordo è di ridurre il flusso migratorio proveniente dalle coste libiche. L'Italia quindi inizia a fornire sostegno finanziario, addestramento, mezzi e attrezzature alla Guardia costiera libica per intercettare i barconi che partono verso l'Europa e respingere i migranti nei centri di detenzione libici. I primi risultati dell'accordo non tardano ad arrivare, così come le violazioni di diritti umani denunciate dalle Nazioni unite. Il paese rimane ancora molto instabile. A fine febbraio lo stesso Sarraj riesce a uscire illeso da un attentato ma la sua figura politica è ridimensionata per le evidenti difficoltà che incontra nel controllare il territorio. Haftar, invece, accresce il suo consenso internazionale e viene visto come un argine all'avanzata dell'Isis. In estate il presidente francese Emmanuel Macron ospita un vertice a Parigi con la presenza dell'Onu e invita al Sarraj e Haftar parificando i due schieramenti che arrivano a siglare un cessate al fuoco. Ma in pochi mesi il generale dichiara concluso il mandato del suo rivale e si inasprisce il conflitto di nuovo. L'Onu indice nuove elezioni per il 2018 ma il conflitto civile, le scorribande delle milizie e l'offensiva ancora aperta con i gruppi jihadisti costringono a posticiparle al 2019. L'obiettivo di Haftar però è chiaro: prendersi Tripoli. Lancia così un'offensiva nella regione centrale del Fezzan avanzando verso la capitale. Il governo di accordo nazionale di Sarraj si difende e in una serie di bombardamenti uccide 35 mercenari russi del Gruppo Wagner, un contractor militare privato già impiegato da Putin in Siria e ora al fianco di Haftar. Al Sarraj chiede aiuto all'amico Erdogan, con cui firma un accordo militare e marittimo. L'intervento turco viene condannato dalla comunità internazionale.
2020: l'anno della pandemia - Il 4 gennaio 2020, qualche mese prima della pandemia, l'esercito di Haftar sferra un attacco contro la città di Sirte ed entra in città. Il 19 gennaio a Berlino si tiene una conferenza di pace guidata dalle Nazioni unite. Sono presenti i due leader libici e molti capi di stato che lanciano un appello per mantenere il cessate il fuoco e l'embargo militare. Tuttavia ancora oggi alcuni stati continuano a portare armi in Libia, come l'Egitto del generale al Sisi. Anche qui arriva la pandemia. Stando ai dati ufficiali dell'Oms si contano 178mila contagi e oltre tremila decessi. Ad agosto arriva la svolta politica, il premier di Tripoli al Sarraj e quello di Tobruch, al-Thani, si impegnano a rassegnare le dimissioni e avviare un processo per la formazione di un nuovo Consiglio presidenziale che sostituisca i due attuali governi e accontenti entrambe le fazioni. Viene firmato un cessate il fuoco e chiesto alle truppe straniere di lasciare il territorio.
2021: il nuovo governo - Il 10 marzo 2021 si è costituito il nuovo governo ad interim di unità nazionale, guidato dal businessman vicino a Mosca e Turchia Abdul Hamid Dbeibah, che dovrà guidare il paese verso le elezioni del 2022. Dbeibah è stato eletto il 5 febbraio scorso da 75 delegati del Forum del dialogo politico libico, una sorta di grandi elettori che sotto l'egida dell'Onu a Ginevra hanno deciso chi sarà a guidare il processo di transizione politica. Insieme a Dbeibah è stato votato anche un consiglio presidenziale presieduto da Mohammad Younes Menfi, sostenuto da Haftar. Una scelta che ha cercato di accontentare entrambe le parti. Ora al primo ministro Dbeibah spetta ricostruire quasi da zero un paese su cui le aziende europee vogliono mettere le mani e cacciare dal suo territorio i soldati turchi e russi per avviare una transizione politica e voltare pagina, dopo dieci anni di sangue.











