di Moni Ovadia
Il Manifesto, 17 giugno 2021
Giustizia internazionale. La condanna è stata emessa dalla Corte Internazionale dell'Aja dopo avere respinto l'appello presentato dall'accusato per avere ritenuto le prove dei crimini inconfutabili.
Il pletorico flusso delle notizie che l'informazione main stream ci ammannisce con mediocre monotonia e priorità prevedibili, ogni tanto, suo malgrado, ci dà notizie di qualche interesse che tuttavia non suscitano ulteriori riflessioni che pure sarebbero estremamente importanti. La notizia a cui faccio riferimento in questa fattispecie è quella della condanna all'ergastolo comminata all'ex generale Ratko Mladic, comandante dell'esercito serbo-bosniaco, per le accuse di genocidio, massacri di massa, pulizia etnica.
La condanna è stata emessa dalla Corte Internazionale dell'Aja dopo avere respinto l'appello presentato dall'accusato per avere ritenuto le prove dei crimini inconfutabili. Una buona notizia! Non perché un criminale di guerra è stato condannato alla pena che gli spetta, non ritengo cosa buona gioire della disgrazia di un essere umano anche se un efferato criminale. Ma perché come si suol dire: "c'è un giudice a Berlino". I parenti delle vittime forse proveranno sollievo nel vedere che giustizia è fatta, anche se il dolore per ciò che hanno subito i loro cari è irredimibile.
Tuttavia un atto di giustizia a cosi tanti anni da quello che fu il tragico macello della guerra della ex-Iugoslavia risarcisce l'idea di un senso a cui apparteniamo in quanto esseri umani.
Bene, ma a quando il processo delle leadership politiche e militari turche per l'ininterrotto e perverso massacro del popolo curdo? Quando verranno condotti davanti alla corte internazionale dell'Aja George W. Bush e Tony Blair, non dico per essere condannati (non sono un giudice) ma almeno per essere giudicati per avere scatenato una guerra, basata su evidenti menzogne con conseguenze spaventose e centinaia di migliaia di morti innocenti del popolo iracheno. L'ex leader laburista Gordon Brown chiese al parlamento britannico l'istituzione di una commissione di inchiesta sul comportamento tenuto dall'allora premier nello scatenare quella guerra. L'Alta Corte fini per bloccare la richiesta di incriminazione di Tony Blair per quella aggressione criminale, ma forse una corte internazionale avrebbe potuto avviare la procedura. Ma gli amici degli Stati Uniti non corrono questo rischio in Occidente.
La Cia la celebre agenzia, quando giudica un dittatore o un criminale ha l'abitudine di definirlo con un'espressione assai grezza: "he is son of a bitch, è un figlio di puttana!" Ma qualora il dittatore o il criminale sia alleato degli USA allora la definizione diventa: "yes hès a son of a bitch, but he is our son of a bitch, si è un figlio di puttana ma è il nostro figlio di puttana!". In quel caso tutti i suoi crimini, e le violazioni dei diritti umani diventano leciti. Per esempio: per la brutale repressione e per la carcerazione del dissidente russo Naval'ny, Joe Biden chiede sanzioni contro la Russia di Putin, invece le pluricinquantennali violazioni del diritto internazionale, i crimini commessi dall'Idf (le forze armate israeliane) sotto la guida dei governi israeliani, massacri di popolazione civile, colonizzazione di territori usurpati, occupazione interminabile di un intero popolo, decine e decine di migliaia di detenzioni amministrative senza processo anche di ragazzini, demolizioni di case, distruzione di risorse agricole, sadiche vessazioni arbitrarie sono rubricate come diritto alla difesa, senza pudore e senza vergogna.
Intanto in questi giorni si sonoriuniti i "sette grandi" con la "novità", dopo l'interregno del "villain" Trump, di riaffermare, grazie al buon sleepy Joe, Biden l'inossidabile fedeltà euroatlantica alla "più grande democrazia del mondo" che tradotto vuol dire: si fa quello che vuole lo zio Sam. Perché tanto l'Ue conta come il 2 di picche. Con l'occasione si fa il fervorino sui diritti umani alla Cina. I cinesi lasciano fare perché fondamentalmente se ne fottono. Diventeranno presto la prima economia mondiale, se già non lo sono, forse diventeranno i primi anche sul piano tecnologico e militare. Il filottino sui diritti è implicitamente rivolto anche a Putin, il quale verosimilmente lo irride. Lo Zar Wladimir è certo un autocrate, governa con pugno di ferro, ma è un politico di estrema capacità, conosce come le sue tasche il paese che governa, di cui gli occidentali capiscono poco o nulla.
Ora, ci dicono che siamo usciti dall'epoca delle ideologie, dunque non siamo tenuti ad alcuna fedeltà di schieramento. Allora perché gli Stati Uniti continuano a spacciarsi per il regno del bene e i loro alleati fanno finta d crederci? Non sarebbe più saggio riconoscere sulla base dei fatti che il più pulito c'ha la rogna, rimettere il pallino al centro e ricominciare a pensare ad un modello di società fondato sulla giustizia sociale?
di Paolo Morelli
Corriere della Sera, 17 giugno 2021
"Quando c'è un pericolo per l'altro non è più solo un'opinione". Alessandro Zan promotore dell'omonimo disegno di legge che punta a estendere il raggio d'azione della Legge Mancino, per punire i reati d'odio legati a omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo sarà ospite del Lovers Film Festival. "Il mio ddl? È ancora fermo in commissione giustizia (al Senato, ndr) dopo che per mesi i partiti che l'hanno sostenuto alla Camera, e anche dei parlamentari di centrodestra, ne hanno chiesto la calendarizzazione".
A parlare è Alessandro Zan, promotore dell'omonimo disegno di legge che punta a estendere il raggio d'azione della Legge Mancino, per punire i reati d'odio legati a omolesbobitransfobia, misoginia e abilismo. Sarà ospite del 36° Lovers Film Festival, diretto da Vladimir Luxuria, nell'ultimo giorno della manifestazione: domenica 20 giugno alle 16.45 presso la Sala Rondolino del Cinema Massimo.
Con il politico e attivista Lgbt interverranno, oltre alla direttrice, Costantino della Gherardesca, Alessandro Battaglia (coordinatore del Torino Pride) e Malika Chalhy, la giovane recentemente cacciata di casa perché lesbica. L'incontro è a ingresso gratuito. È un'occasione per discutere del disegno di legge e delle discriminazioni di cui sono vittima le persone ancora oggi in Italia, nelle ultime settimane è accaduto proprio nel territorio torinese.
Alessandro Zan, a che punto siamo?
"Il ddl è ancora fermo in Commissione Giustizia (al Senato, ndr) dopo che per mesi i partiti che l'hanno sostenuto alla Camera, e alcuni parlamentari di centrodestra, ne hanno chiesto la calendarizzazione. Il presidente Ostellari sosteneva ci dovesse essere l'unanimità dei gruppi per avviare l'iter, ma non c'era: Fratelli d'Italia e Lega hanno sempre mostrato ostilità".
Perché secondo lei?
"Inizialmente per una ragione culturale. La destra sovranista è più vicina alle posizioni di Ungheria e Polonia. Poi si è resa conto della grande mobilitazione che c'è stata sui social in piena pandemia, le manifestazioni di piazza, l'adesione a questa battaglia da parte di personaggi del mondo della cultura, dello spettacolo, del giornalismo. Tutto questo ha messo in difficoltà Meloni e Salvini che hanno proposto un testo al Senato, è il tentativo di dire: non siamo omofobi. Ma è in realtà un attacco alla legge Mancino, propone una misura blanda: introducono l'aggravante comune che di solito viene bilanciata dalle attenuanti".
Si dice che il ddl limiti la libertà di espressione...
"Questa è una fake news. Applichiamo una legge consolidata nel nostro ordinamento e collaudata da sentenze della Corte Costituzionale. Nella Legge Mancino si parla di istigazione all'odio. Dire "sono contro i matrimoni gay" è un'opinione, non la condivido ma è un'opinione. Dire su una pubblica piazza o nei social "se avessi un figlio gay lo brucerei nei forni" non è più un'opinione, ma istigazione alla violenza e all'odio. Quando c'è un pericolo per l'altro non è opinione. Per fare una legge contro l'omotransfobia ne abbiamo presa una che esiste già, ma la estendiamo ad altri gruppi sociali".
La società è più avanti della politica?
"La società civile italiana è moderna come le altre europee, non è un caso che gli ultimi sondaggi dimostrino come la maggioranza degli italiani sia a favore del ddl Zan. I diritti riconosciuti ad altri aggiungono. La destra sovranista guarda invece alla Polonia e all'Ungheria, che ha appena approvato una legge omotransfobica. Le destre italiane mi fanno paura perché inseguono quel modello. Spero che l'Europa si faccia sentire con sanzioni pesanti, non è accettabile che i cittadini ungheresi e polacchi siano oggetto di discriminazione di Stato, si armano le destre ultranazionaliste che fanno retate per picchiare gli omosessuali per strada. L'Europa deve reagire con forza".
Quanto è importante un festival come Lovers in questo momento?
"La cultura è il primo presidio contro ogni forma di discriminazione. Molti film parlano dell'omotransfobia e possono arrivare al cuore e alle menti di tante persone. Grazie alla produzione artistica e culturale si può comprendere fino in fondo cosa significhino sofferenza e discriminazione. La cultura e il cinema sono un cibo fondamentale in questo senso".
di Stefano Feltri
Il Domani, 17 giugno 2021
Il miliardario Warren Buffet, qualche anno fa, ha detto che negli Stati Uniti si stava combattendo una lotta di classe e che i ricchi stavano vincendo. Aspettiamo che prima o poi qualche sessantenne ammetta che anche in Italia, in questi anni e soprattutto durante la pandemia, si è combattuta una guerra generazionale: i giovani hanno perso, e i vecchi hanno vinto. La percentuale di famiglie in povertà assoluta tra famiglie giovani (18-34) anni è il doppio che tra le famiglie con la "persona di riferimento" sopra i 64 anni: 10,3 per cento contro 5,3. L'incidenza della povertà assoluta è all'11,3 per cento tra i giovani e al 5,4 tra gli over 65.
Dopo la promessa dei Cinque stelle di abolire la povertà col reddito di cittadinanza, nel 2019 i dati sono migliorati ma nel 2020 è arrivata la pandemia. La fotografia dell'Istat è questa: la percentuale di famiglie in povertà assoluta tra famiglie giovani (18-34) anni è il doppio che tra le famiglie con la "persona di riferimento" sopra i 64 anni: 10,3 per cento contro 5,3. L'incidenza della povertà assoluta è all'11,3 per cento tra i giovani e al 5,4 tra gli over 65. Gran parte delle misure adottate nella pandemia hanno protetto i più adulti a spese dei più giovani: il blocco dei licenziamenti ha protetto i posti di lavoro esistenti e spinto le imprese a risparmiare sulle nuove assunzioni, i precari, le partite Iva.
Durante il Covid, il debito pubblico è passato dal 134,6 per cento del Pil al 159,8 atteso per quest'anno: soldi spesi non per investimenti ma a integrare i redditi della generazione attuale, falcidiati dai lockdown. Una zavorra che peserà a lungo sul futuro, perché si tratta di debito forse inevitabile ma che non produrrà crescita futura, perché è spesa corrente e non investimenti.
Chi oggi ha 20 anni, entrerà nel mercato del lavoro in un paese ostaggio della Bce e degli altri paesi europei: basta un cenno da Francoforte per far vacillare la fiducia nel debito italiano e far salire i tassi. Un problema per i prossimi anni o decenni che spaventa poco chi oggi ha più di sessant'anni e vivrà il resto della sua vita in un mondo di tassi di interesse bassi.
Mentre il debito saliva, la Borsa si riprendeva: piazza Affari è tornata su valori pre-Covid e a investire sui mercati non sono certo i giovani che faticano ad avere il mutuo. Secondo dati 2017 di Deloitte, i baby boomer in Italia sono il 37 per cento della popolazione ma detengono il 63 per cento degli asset gestiti. I vecchi hanno tutelato il proprio reddito, aumentato i risparmi che hanno investito con buoni risultati, mentre i giovani perdevano ore di lezione, che determinano cali di reddito per il resto della vita, e accumulavano debito pubblico. Certo, possono consolarsi con il piano Next Generation Eu, a loro intitolato. Ma quando Enrico Letta ha provato a proporre di redistribuire risorse dai vecchi ricchi ai giovani, con un aumento della tassa di successione, o di dare il voto ai sedicenni, si è ben capito chi domina il dibattito pubblico e la gestione dei fondi.
di Laura Cappon
Il Domani, 17 giugno 2021
Ieri il ricercatore ha compiuto 30 anni in una cella egiziana. Esponenti di tanti partiti spendono buone parole per lui ma l'iter per la concessione della cittadinanza italiana è fermo. Per ora vince la linea del basso profilo voluta dalla Farnesina.
Patrick Zaki ha compiuto 30 anni e la politica è tornata attenta al ricercatore iscritto a un master dell'università di Bologna e rinchiuso in un carcere egiziano dal 7 febbraio del 2020. Ma l'iter per la concessione della cittadinanza italiana a Zaki non decolla. Filippo Sensi, deputato del Pd, ha chiesto ieri alla Camera la calendarizzazione della mozione per dare la cittadinanza per meriti speciali a Zaki. "C'è una rivendicata strategia del silenzio", ha detto chiedendo al governo di agire perché "non c'è più tempo". Una mozione identica era stata approvata all'interno di un ordine del giorno al Senato lo scorso 14 aprile. Sarebbe dovuto seguire un iter con la presentazione della richiesta di cittadinanza da parte del ministro dell'Interno, di concerto con il ministro degli Esteri, al Consiglio dei ministri. Una procedura che si sarebbe conclusa con la concessione della cittadinanza. Ma nulla di tutto questo è accaduto. Durante il dibattito al Senato, sulla cittadinanza a Zaki la viceministra agli Affari esteri Marina Sereni ha detto che c'erano alcune circostanze da verificare e potevano sussistere "possibili effetti negativi sul suo rilascio". Due giorni dopo anche il presidente del Consiglio Mario Draghi ha gelato ogni entusiasmo: "Quella su Patrick Zaki è un'iniziativa parlamentare in cui il governo non è coinvolto al momento". Un'affermazione poi stemperata dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova il 19 aprile: la Farnesina "comincerà oggi a verificare le condizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana a Patrick Zaki". Sono passati quasi due mesi da quella girandola di dichiarazioni e, per ora, l'iter non registra alcuna accelerazione, anzi: è al palo. Non risulta che nessuna richiesta sia stata presentata al Consiglio dei ministri, cosa che invece è accaduta per Zakia Seddiki, la vedova dell'ambasciatore Luca Attanasio, ucciso in Congo. Per lei, di origine marocchina, il Cdm ha deliberato di attivare la procedura un mese dopo l'uccisione del marito.
Ma rilasciare la cittadinanza a un prigioniero di coscienza egiziano ha ben altro valore. L'Egitto è un partner strategico dell'Italia e le partite su Fincantieri, Leonardo ed Eni sono pilastri non solo economici ma della nostra politica estera. Impossibile una linea dura, confermano le parole di Di Maio a maggio: "Per Zaki è meglio il silenzio".
La politica degli "zitti e buoni": tenere basso il profilo per raggiungere l'obiettivo. Una posizione che ora la Farnesina rivendica dopo la scarcerazione di Marco Zennaro, l'imprenditore arrestato in Sudan, e l'archiviazione da parte della Corte suprema indiana per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. Secondo fonti vicine alla maggioranza, sul caso Zaki la Farnesina sarebbe divisa: la linea attendista si scontra con un'altra più propensa ad agire, soprattutto dopo l'ultima udienza al Cairo che, il 2 giugno, ha prolungato di altri 45 giorni la custodia cautelare.
A quella seduta, per la seconda volta, le autorità egiziane non hanno ammesso il rappresentante dell'ambasciata italiana in Egitto. La nostra diplomazia cerca metodi più soft anche se, in futuro, non si sa quale delle due strategie prevarrà: non sono da escludere iniziative come la convocazione dell'ambasciatore egiziano in Italia. A chiedere risposte sono anche i parlamentari del M5s. La seconda mozione approvata al Senato il 14 giugno chiedeva la promozione dell'applicazione della Convezione delle Nazioni unite contro la tortura. Prima firmataria è Michela Montevecchi; già il mese scorso aveva chiesto che la commissione verificasse l'operato del governo. Ma anche sull'applicazione della Convenzione Onu non risulta che l'esecutivo si sia espresso. Montevecchi ha presentato ieri due interrogazioni a Draghi e Di Maio: chiede quali azioni intendano intraprendere.
di Giovanni Tizian
Il Domani, 17 giugno 2021
Un gruppo di militari dell'esercito italiano in missione in Libia aspetta il cambio con altri loro colleghi provenienti dall'Italia da quasi un mese, ai quali però l'ambasciata libica a Roma non ha ancora rilasciato i visti per i passaporti. Il risultato è che le nuove truppe non possono partire per garantire l'avvicendamento condannando i loro colleghi a restare in Libia. La task force che si trova a Misurata si chiama "Ippocrate", che dipende dal comando di stanza a Tripoli. L'ospedale da campo è da tempo nel mirino del governo libico, in quel territorio l'influenza della Turchia di Erdogan ha raggiunto l'apice. Al ministero della Difesa e agli Esteri c'è il massimo riserbo. Il dossier è tra i più delicati. Fonti di entrambi i ministeri garantiscono che i ministri Guerini e Di Maio stanno collaborando con tutto il governo per ottenere i visti per riportare a Roma i soldati bloccati a Misurata.
Ostaggi a Misurata non è un film. Ma la storia di un gruppo di militari dell'esercito italiano in missione in Libia che aspetta il cambio con altri loro colleghi provenienti dall'Italia da quasi un mese, ai quali però l'ambasciata libica a Roma non ha ancora rilasciato i visti per i passaporti. Il risultato è che le nuove truppe non possono partire per garantire l'avvicendamento condannando i loro colleghi a restare in Libia.
Il limbo burocratico è diventato un caso diplomatico, che agita ministri e governo. I militari bloccati in attesa del cambio prestano servizio nell'ospedale da campo campo conosciuto con il nome "Role 2". La task force che si trova a Misurata si chiama "Ippocrate", che dipende dal comando di stanza a Tripoli. L'ospedale da campo è da tempo nel mirino del governo libico, in quel territorio l'influenza della Turchia di Erdogan ha raggiunto l'apice. L'esercito turco infatti ha dato una grande mano nella guerra contro il generale nemico Haftar e il campo dove ora c'è l'ospedale militare italiano potrebbe finire in mano loro.
Il ricatto dei visti va letto nel contesto più ampio dei rapporti tra Roma e Tripoli. La questione migranti è ufficialmente in primo piano, con i milioni di euro dati dall'Italia e dall'Europa alla guardia costiera libica, che intercettando i barconi nel mediterraneo è diventata di fatto la polizia di frontiera di Bruxelles e di Roma. C'è, tuttavia, una partita più grossa, quella economica. Con la Turchia che la fa sempre più da da padrona in un'area strategica per porti e commercio. Misurata è il primo polo industriale.
Dunque nella cordialità dimostrata dal premier libico Abdelhamid Dabaiba nei confronti del presidente del consiglio Mario Draghi e del ministro degli esteri Luigi Di Maio c'è molta forma e poca sostanza: a partire dal gioco sulla pelle dei soldati che vogliono rientrare a Roma dalle famiglie e che non possono farlo perché l'ambasciata libica a Roma non firma i visti. Al ministero della Difesa e agli Esteri c'è il massimo riserbo. Il dossier è tra i più delicati. Fonti di entrambi i ministeri garantiscono che i ministri Guerini e Di Maio stanno collaborando con tutto il governo per ottenere i visti per riportare a Roma i soldati bloccati a Misurata. L'umore è pessimo tra i soldati che erano pronti a ricevere il cambio dopo mesi di missione, ormai è palese che i libici non li vogliono a Misurata, e questo è l'ennesimo segnale ostile. Fonti sul territorio spiegano a Domani che la situazione è insostenibile, "ci sentiamo prigionieri in una missione ormai inutile, con i libici che non ci vogliono e stanno cercando di farcelo capire in tutti i modi", è in sintesi il pensiero condiviso da alcuni "ostaggi". Il cambio di personale sul campo segue regole precise. Alle volte si sostituiscono fino a 30 soldati per volta fino a completare il giro e far tornare in patria le persone che sono in Libia da sei mesi. Solo i medici restano meno, due o tre mesi al massimo.
Non è la prima volta che con la scusa della mancanza del visto sul passaporto il governo libico crea problemi all'esercito italiano. Nel luglio 2020 erano stati bloccati dal governo 40 soldati atterrati a Misurata che avrebbero dovuto dare il cambio ai loro colleghi della missione Ippocrate. Il motivo? La mancanza di visti sul passaporto. Dunque le minacce scorrono sottotraccia da tempo. Con l'aggiunta che governo di Tripoli ha promesso alla Turchia, come emerso da notizie di stampa, una base a Misurata. Insomma, non sono pochi a credere che dietro la scortese mossa dei visti, una forma di pressione sull'Italia, ci possa essere l'impronta di Erdogan.
Di certo nell'ultimo anno il campo "Role 2" è diventato scomodo. Il 5 agosto scorso il ministro della Difesa Guerini aveva annunciato al termine di un incontro bilaterale con l'allora premier Serraj la piena disponibilità a spostare la struttura in "un'area più funzionale". Poco dopo questo annuncio la Libia annunciava un nuovo accordo con Turchia e Qatar per la formazione delle truppe nazionali libiche.
L'operazione Ipppocrate - Sul sito della Difesa si legge che "l'operazione, dal 1° gennaio 2018, è stata riconfigurata nell'ambito delle attività di supporto sanitario e umanitario previste dalla "Missione bilaterale di assistenza e supporto in Libia". Le notizie ufficiali sulla missione riportano un contingente di circa 300 militari e oltre 100 mezzi terrestri. Il personale sanitario proviene dal policlinico militare del Celio di Roma e un team dedicato fornisce consulenza e addestramento per i medici libici. L'ospedale da campo è definito tecnicamente "Role 2", con una capacità di 50 posti letto circa e reparti di pronto soccorso, terapia intensiva, radiologia, laboratorio di analisi. Oggi praticamente inutilizzato, chi ci ha lavorato ultimamente è ancora più netto: "Teniamo lì gente a non fare nulla, oltretutto a Misurata città c'è un ottimo ospedale civile".
Le frizioni con i libici - É capitato anche che libici ostacolassero l'arrivo delle derrate alimentari all'interno della base italiana e che alcune ditte, con contratti per la manutenzione, venissero bloccate all'esterno della base per diverse settimane. "Continuano a ricattarci perché ci vogliono fuori da qui", è il sentimento diffuso tra il personale che è rientrato dalla missione. Fuori, cioè, dall'aeroporto militare sede dell'accademia militare libica di Misurata occupata dagli italiani da almeno 4 anni. Da tempo in maniera non troppo formale l'esercito libico chiede i nostri contingenti di lasciare l'area, senza grandi risultati. libici rivogliono tutte le cinque palazzine di tre piani dove alloggiano le forze armate italiane. Palazzine realizzate dai russi, poi ristrutturate dagli inglesi e successivamente dagli italiani all'epoca dell'istallazione del campo. Ora, però, arrivano i Turchi.
di Kento*
Il Fatto Quotidiano, 17 giugno 2021
Per i ragazzi delle carceri minorili, Tupac è un'icona. Una figura mitologica come Maradona, Bruce Lee, Scarface, Padre Pio. Non importa che sia morto parecchi anni prima della loro nascita, non importa che molti di loro non abbiano mai sentito una delle sue canzoni. La bandana annodata sulla fronte, il dito medio alzato, il "Fuck the world" urlato sorridendo fanno parte del loro immaginario collettivo in modo indelebile, e gli anni sembrano rafforzare anziché sbiadire questo ruolo.
Quando tengo i miei laboratori di scrittura dietro le sbarre, ho quindi l'abitudine di citare 'Pac molto spesso, specie considerando che anche lui è stato detenuto, e in cella ha scritto alcune delle sue liriche più importanti. Quando lo faccio, gli occhi si accendono, l'attenzione si fa totale. Una volta un ragazzo mi interruppe, raggiante, per farmi vedere il tatuaggio sull'addome: sotto un paio di cicatrici sfrangiate (che potevano essere o non essere vecchie coltellate) si leggeva, con tratto incerto ma ortografia ineccepibile, un grosso THUG LIFE: appunto lo stesso tatuaggio di Shakur.
Tatuarsi è uno dei passatempi preferiti dei giovani reclusi. Il problema è che viene fatto con strumenti di fortuna e, ovviamente, dai ragazzi stessi. Quindi non c'è né la sterilità di un laboratorio professionale né la stessa garanzia di un risultato esteticamente accettabile. Le braccia e a volte anche la faccia di chi si tatua in prigione assomigliano a un foglio scarabocchiato a pennarello, il che crea dei grossi problemi a chi, una volta libero, ha la necessità di rendersi "presentabile" per un lavoro o un'opportunità di qualsiasi tipo.
Ma mettermi a fare la predica in quel momento avrebbe ammazzato l'entusiasmo del giovane che avevo di fronte, e del resto un segno sull'addome - anche se mal fatto - è un problema minore che avere lo stesso segno sulla fronte. Quindi ho sorriso, ho annuito e gli ho chiesto: "Bello, ma sai che cosa significa?" "Certo! - mi ha risposto subito - Significa vita dura, vita criminale!" "Hai ragione, ma c'è anche un significato nascosto e più profondo..." e gli ho raccontato l'acronimo T.H.U.G.L.I.F.E. così come lo spiegava lo stesso Tupac: The Hate U Give Little Infants Fucks Everybody, l'odio che date ai bimbi piccoli fotte tutti. Da quel momento, il mio nuovo amico è stato ancora più fiero della scritta sulla sua pancia, che ha acquisito un significato fortissimo in quel luogo, dove ragazzi spesso poco più che bambini combattono con l'odio dato e ricevuto per la maggior parte della loro giovane vita.
In questi giorni di metà 2021 in cui Tupac Amaru Shakur compirebbe cinquant'anni, mi ritrovo spesso a chiedermi cosa direbbe delle nuove e antiche questioni sociali che ancora ci accompagnano. Mi chiedo cosa direbbe ai miei ragazzi rinchiusi, che parole sceglierebbe per motivarli e incoraggiarli a non arrendersi. Lui che in soli 25 anni su questo pianeta ha tracciato un percorso che va dalle Black Panthers al gangsta rap, dalla poesia performativa alla passerella delle sfilate di Versace, attraversando buona parte della cultura popolare e della politica della fine del '900.
Quando, al minorile, ci sediamo di fronte allo schermo a guardare i suoi videoclip, il primo è immancabilmente "Dear Mama", dedicato appunto alla madre Afeni Shakur. Una canzone che ne celebra la forza e del coraggio (Afeni è stata una militante del Black Panthers Party e per questo è stata detenuta a sua volta) ma anche le cadute e la tossicodipendenza. Una storia famigliare in cui alcuni dei detenuti si possono rispecchiare in prima persona, e di cui tutti apprezzano la carica straordinaria di realtà. Buon compleanno Tupac Amaru Shakur. 16 giugno 1971 - 16 giugno 2021 - ∞
*Rapper e insegnante
di Roberto Ciccarelli
Il Manifesto, 17 giugno 2021
Secondo l'Istat ecco i primi effetti della pandemia sociale in un paese privo di un Welfare che assicura il diritto dell'esistenza delle persone: 5,6 milioni in povertà assoluta. E il "reddito di cittadinanza" ne copre solo 2,6. 1,3 milioni di minori sono in povertà. Secondo la Garante per l'Infanzia Garlatti sono aumentati di 200 mila unità in un solo anno. 29,3 per cento: è l'incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti, è il 7,5% tra gli italiani. I cittadini extracomunitari residenti da meno di 10 anni sono stati esclusi da una norma razzista di Lega e Cinque Stelle. Ora serve la trasformazione del loro "reddito" in un reddito di base incondizionato. Altrimenti il prossimo anno ci sarà l'aumento di un altro milione di poveri.
Un milione di poveri assoluti in più nel primo anno della pandemia: da 4,6 milioni nel 2019 a oltre 5,6 nel 2020. Le famiglie in povertà sono oltre due milioni. Senza un'evoluzione del cosiddetto "reddito di cittadinanza" verso un reddito di base l'anno prossimo ci ritroveremo a commentare l'aumento di un altro milione di poveri. Questa misura può essere creata innalzando i criteri di accesso come l'indicatore della situazione economica equivalente (Isee) liberato da vincoli e condizionalità che oggi escludono i soggetti più colpiti: i lavoratori poveri che hanno perso il lavoro e i cittadini extracomunitari residenti da meno di dieci anni.
Le stime comunicate ieri dall'Istat sono definitive. Mai questo livello era stato raggiunto dal 2005, anno in cui sono iniziate ad essere compilate le serie storiche. Rispetto alla crisi del 2007-2008, da cui l'Italia non si è ancora ripresa, quella innescata dal Covid si annuncia peggiore, mentre gli strumenti del Welfare restano inadeguati.
I senatori dei Cinque Stelle in commissione lavoro ancora ieri hanno rilanciato l'idea per cui il "reddito di cittadinanza" - in realtà un sussidio di ultima istanza collegato a politiche attive del lavoro particolarmente feroci sulla carta e mai ancora applicate - è stato "un fondamentale strumento di protezione sociale in questo anno drammatico". Più che una diga, questo "reddito" è stato un lenitivo che non ha raggiunto nemmeno tutta l'area della povertà assoluta preesistente al Covid. Secondo l'Istat nel 2019 gli individui in questa condizione erano poco più di 4,6 milioni, mentre l'anno prima erano poco superiori ai 5 milioni (un calo di poco più di 400 mila unità, dunque). Per l'Inps ad aprile 2021 il "reddito" (559 euro medi mensili) copriva 1,1 milioni famiglie, 2,6 milioni di persone, poco più della metà dei poveri assoluti nel 2019.
Come si spiega questo fenomeno? Per i limiti restrittivi concepiti per escludere e non includere. Per ottenere il beneficio bisogna avere, tra l'altro, un Isee inferiore a 9.360 euro; un patrimonio finanziario non superiore a 6 mila euro; un reddito familiare inferiore a 6 mila euro moltiplicato per una scala di equivalenza che penalizza le famiglie numerose (le più colpite oggi). Questi criteri, già oggi, impediscono di raggiungere potenzialmente tutti i poveri assoluti. Non solo: escludono tutti coloro che hanno perso il lavoro, quindi una fonte di reddito, e quelle che non hanno perso il lavoro ma il reddito con la cassa integrazione. Il problema è stato posto inutilmente già durante i mesi più drammatici dei lockdown. Invece di modificare questi problemi strutturali il governo "Conte 2" ha inventato un'altra misura, il "reddito di emergenza". Si tratta di un doppione del "reddito di emergenza" che risponde a criteri leggermente più ampi, ma pur sempre temporanei e occasionali, del tutto inadeguati per rispondere a un'emergenza strutturale che rischia di durare anni.
Nella sua analisi l'Istat segnala come il "reddito di cittadinanza", misure straordinarie come bonus erogati senza alcuna prospettiva e le casse integrazioni abbiano diluito "l'intensità della povertà assoluta", ma in tutta evidenza non hanno fermato il suo aumento in termini assoluti. Sono stati persi molti redditi principali nelle famiglie, ma anche molti secondi redditi, quelli ad esempio delle donne che di solito permettono di mantenere la famiglia al di sopra la soglia della povertà. Insieme ai giovani la crisi le ha colpite molto duramente. L'Istat dimostra che la nuova povertà riguarda anche le famiglie che, pur pagando un mutuo, sono povere e non riescono ad affrontare le spese fondamentali per il sostentamento. I criteri del "reddito di cittadinanza" escludono molte di queste persone che non erano povere in termini assolute, ma erano in condizioni critiche. La crisi ha peggiorato la loro condizione. Oggi però non possono dimostrare di essere povere perché il sussidio viene erogato in base alla situazione economica di due anni fa e non in base di quella corrente.
Altro dato fondamentale per capire la natura della crisi: sono colpite le famiglie con figli minori ed è aumentata la povertà assoluta dei bambini e degli adolescenti: 1,3 milioni di persone. Secondo l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza Carla Garlatti tra il 2019 e il 2020 i minorenni in povertà assoluta sono aumentati di 200 mila unità. L'incidenza di povertà assoluta è più elevata tra le famiglie con un maggior numero di componenti. E qui emerge il lato più inquietante, e meno discusso, della misura voluta da Lega e Cinque Stelle nel 2019: il suo razzismo. Per l'Istat le famiglie dei cittadini stranieri extracomunitari con figli sono le più colpite (29,3%). Tranne quelle residenti da più di dieci anni le altre sono escluse dal beneficio del "reddito" da una norma abnorme e incostituzionale.
Bin Italia: "Ora il reddito di base" - "Dal 2020 il dibattito sul reddito di base ha ricevuto un interesse mai registrato prima in tutto il mondo. Il primo ministro del Galles ha avviato una sperimentazione su 5 mila persone - afferma Sandro Gobetti del Basic Income Network-Italia - Accadrà lo stesso in Scozia per superare le forme di reddito minimo condizionato come l'Universal Credit inglese, cioè la somma dei sostegni ma più bassa. È quello che vogliono istituire da noi con il reddito di cittadinanza. In Italia noi chiediamo già da 1 anno l'innalzamento dei criteri di accesso alla misura (Isee) così da estendere la platea per raggiungere anche la povertà relativa e anticipare il rischio della povertà assoluta. Tra un anno ci sarà 1 milione di poveri in più. La somma dev'essere dignitosa. Va fatto un vero investimento sul Welfare. È giunto il momento di fare un vero dibattuto sul reddito incondizionato come richiesto dall'iniziativa dei cittadini europei in corso".
Alleanza contro la povertà: "Interventi urgenti, modificare il Reddito di emergenza" - Il cartello di associazioni e sindacati "Alleanza contro la Povertà" (che comprende realtà che vanno dalla Caritas alla Cgil) chiede la riforma del "reddito di cittadinanza" inglobando una parte della platea dei percettori del "reddito di emergenza" e il superamento delle misure che penalizzano o escludono dal beneficio proprio alcune famiglie con i minori e/o composte da cittadini stranieri. Chiede inoltre di "potenziare i servizi sociali per assicurare "un'adeguata presa in carico della popolazione e l'attivazione di percorsi di inclusione sociale". Chiede infine di "valutare con attenzione nella definizione dell'assegno unico ed universale a sostegno dei figli, introdotto il prossimo anno e nell'assegno temporaneo per figli di recente introduzione, modalità di integrazione con il reddito di Cittadinanza che tengano conto della drammatica incidenza della povertà tra le famiglie con minori".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 17 giugno 2021
Mustafa Darwish, sciita, era stato arrestato da adolescente. Dopo anni di carcere e una confessione estorta sotto tortura, è stato giustiziato martedì. La protesta delle organizzazioni internazionali. Nonostante imbarazzanti promozioni, l'Arabia saudita continua a non essere luogo di rinascimento. Martedì il ministero degli interni di Riyadh ha annunciato l'avvenuta esecuzione della condanna a morte comminata a Mustafa Darwish. Un giovane sciita (minoranza marginalizzata e repressa nel regno sunnita), sorride nelle foto che la famiglia ha messo a disposizione della stampa nel 2015. Perché Mustafa - tranne per un brevissimo periodo - era in carcere da allora, per presunti crimini commessi all'età di 17 anni. L'accusa: aver partecipato alle proteste nella provincia orientale della petromonarchia, in corso da decenni e poi riprese con più forza tra il 2017 e il 2019, con il loro carico di durissima repressione, arresti, condanne a morte e la distruzione di interi quartieri. Il giovane era stato arrestato nel maggio 2015 e in quell'occasione il suo telefono era stato confiscato dalla polizia. Poco dopo era stato di nuovo arrestato con l'accusa di avere foto delle proteste dell'anno precedente sul suo cellulare.
La famiglia di Darwish non aveva ricevuto alcuna notifica dell'esecuzione, ha saputo della sua morte dalla rete. Pochi giorni fa il tribunale aveva confermato la pena capitale, nonostante le proteste delle organizzazioni per i diritti umani: all'epoca dei fatti Darwish era minorenne e il processo subito, dopo un lungo periodo di detenzione preventiva, è stato giudicato una farsa dall'associazione britannica Reprieve. "È stato messo in isolamento, picchiato così tanto da perdere conoscenza molte volte. Per far smettere le torture, ha confessato le accuse contro di lui", aggiunge Reprieve. Confessione che in tribunale ha detto essergli stata estorta.
Ora l'attenzione si concentra su altri prigionieri nelle stesse condizioni. Come Abdullah al-Howaiti, arrestato all'età di 14 anni e condannato a morte a 17. Non è la prima volta che l'Arabia saudita condanna a morte minorenni: nell'aprile 2019 era accaduto ad altri sei ragazzi, nonostante re Salman lo scorso aprile con un decreto reale (mai pubblicato in gazzetta ufficiale) abbia abolito la pena capitale per i minorenni. Gioco di magia: li condannano per crimini veri o presunti commessi da adolescenti, li uccidono dopo i 18 anni. Nel 2019 in Arabia saudita sono stati giustiziati 184 prigionieri, 27 nel 2020. Nel 2021 sono già 26 le pene capitali eseguite.
Corriere della Sera, 17 giugno 2021
La candidatura è stata presentata ufficialmente mercoledì nella sala "Caduti di Nassirya" al Senato della Repubblica. Costituito il Comitato promotore. Il primo a lanciare un segnale era stato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: "Il volontariato è una energia irrinunziabile della società". Così il Capo dello Stato aveva aperto l'anno che ha visto Padova come Capitale Europea del Volontariato. Ora questa occasione è finita, ma non è ancora terminato il percorso. Perché in occasione della cerimonia conclusiva, Emanuele Alecci, presidente di Padova Capitale, ha annunciato - come lascito dell'anno europeo - la candidatura del volontariato quale bene immateriale Unesco. E proprio mercoledì è stata presentata ufficialmente la richiesta all'Organizzazione delle Nazioni Unite, nella sala "Caduti di Nassirya" presso il Senato della Repubblica a Roma, presente il questore, senatore Antonio De Poli.
Si tratta di "un patrimonio generato dalla comunità - aveva anche aggiunto Sergio Mattarella - che si riverbera sulla qualità delle nostre vite, a partire da coloro che si trovano in condizioni di bisogno, o faticano a superare ostacoli che si frappongono all'esercizio dei loro diritti". Un "bene" prezioso, quindi. Come è stato possibile appurare anche in questi difficili mesi di pandemia: "Senza il volontariato non si sarebbe potuto far fronte al Covid-19. Non è una forzatura. È un dato di realtà".
Ecco il motivo di "questa proposta - ha sottolineato Emanuele Alecci -, che poggia su solide motivazioni. Il volontariato è un elemento di crescita morale e civile di ogni Nazione. È un bene prezioso, un capitale e un patrimonio che dobbiamo proteggere e sostenere. Per questo è necessario che il volontariato ottenga il riconoscimento Unesco quale bene immateriale. Questa candidatura vuole avere l'appoggio e il sostegno di tutte le forze attive in Italia a partire dal mondo istituzionale, politico, accademico e culturale. Perché soltanto correndo tutti insieme si potrà raggiungere questo importante risultato". Alla presentazione della candidatura era presente anche Andrea Orlando: "Quella marcia in più di cui dispone l'Italia che è il volontariato è stata una delle ragioni per cui le nostre comunità sono ripartite e stanno ripartendo e hanno saputo resistere e reagire ai momenti più difficili della diffusione pandemica - ha evidenziato il ministro del Lavoro -. Credo che questa iniziativa non sia solo giusta, condivisibile, da sostenere ma sia anche molto tempestiva", ha aggiunto il ministro, sottolineando che "se c'è un momento in cui questa scelta, e questa candidatura, una ragion d'essere, questo è proprio il momento migliore e più opportuno".
Per sostenere la candidatura è stato costituito un Comitato promotore composto, oltre che da Emanuele Alecci, da Giuliano Amato, vicepresidente Corte Costituzionale; Riccardo Bonacina, fondatore Vita Non-profit; Francesco Rocca, presidente Croce Rossa Italiana; Antonino La Spina, presidente nazionale Unpli; Fabrizio Pregliasco, presidente nazionale Anpas; Paola Capoleva, presidente Csv Lazio; Cristina De Luca, vicepresidente Fondazione Italia sociale; Giuseppe Lumia, associazione Luciano Tavazza; Andrea Carandini, presidente Fai; Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera, Marco Tarquinio, direttore di Avvenire; Ferruccio de Bortoli, presidente Vidas e altri ancora.
"La candidatura - ha concluso Alecci - sarà transazionale e da subito continueremo ad avviare collaborazioni con le grandi reti europee di volontariato al fine di avviare congiuntamente la richiesta all'Unesco. Sarà compito di ogni Paese lavorare su un dossier che risponda al formulario previsto per le candidature immateriali all'Unesco. Il materiale predisposto da ogni Paese diverrà un unico documento che sarà consegnato all'Unesco a sostegno di questa simbolica, ma quanto mai attuale candidatura. Un lavoro che avrà bisogno di almeno 12 mesi di iniziative e di impegno per il Comitato Promotore e per quanti vorranno aiutarci in questa avventura".
di Maurizio Carucci
Avvenire, 16 giugno 2021
Le situazioni esplosive dietro le sbarre e quelle caotiche nelle aule dei tribunali sollecitano una riforma totale della giustizia. Una necessità richiesta anche dall'Unione Europea, in vista dei fondi del Pnrr-Piano nazionale di ripresa e resilienza da assegnare all'Italia.
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