di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 16 giugno 2021
"La luce dentro", un documentario, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione "Con il Sud", vincitore del Social Film Fund Con il Sud, che racconta il Meridione attraverso il sociale. La pellicola, girata tra le mura della Casa Circondariale di Lucera. "Il nostro papà è una persona speciale perché cerca di far sentire sempre la sua presenza. Quando è fuori, giochiamo e ci divertiamo insieme tutto il giorno. Una volta il giudice gli ha permesso di trascorrere un mese con noi e lui si è dato da fare per realizzare con le sue mani una stanza tutta nostra".
Gianni e Simone parlano del loro padre, Mario, in carcere da 14 anni, e i loro occhi si illuminano quando lo descrivono come "uomo alto, intelligente, cuoco provetto e anche spiritoso. Quando è dietro ai fornelli ci racconta un sacco di storie divertenti". L'entusiasmo lascia il posto alla tristezza, invece, quando sperano che al più presto "venga assunto in un negozio". Motivo? "Così passa più tempo con noi".
Per i due ragazzini, il loro papà ha una marcia in più: "Ci sorprende la sua forza" rivelano. "Quando deve tornare dentro, non si mostra dispiaciuto, perché non vuole che soffriamo". La storia di Mario è quella di tanti ospiti costretti a dividersi tra la cella e gli affetti familiari, dove da una parte figura il reato, dall'altra la pena, in mezzo i figli condannati a pagare per colpe che non hanno. Giornate trascorse a ridere, stupirsi, gridare e ad abbracciarsi solo nella fredda e asettica sala colloqui perché oltre il muro la paternità è "a distanza".
Ma Mario è un papà diverso e della sua voglia di riscatto se ne è accorto il regista Luciano Toriello che lo ha voluto tra i protagonisti de "La luce dentro", un documentario, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione "Con il Sud", vincitore del Social Film Fund Con il Sud, che racconta il Meridione attraverso il sociale. La pellicola, girata tra le mura della Casa Circondariale di Lucera, in provincia di Foggia, affronta proprio il delicato tema della genitorialità vissuta dietro le sbarre, proponendosi come una delicata riflessione intorno alle esigenze affettive ed educative dei bambini figli di padri detenuti, nonché del desiderio di riscatto e cambiamento di questi ultimi.
L'eco dell'opera e la valenza del suo messaggio ha raggiunto anche i palazzi del potere tanto che, il 20 marzo dello scorso anno, è stata proiettata all'interno della nuova aula del Palazzo dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati. "Mi hanno proposto di partecipare a un docufilm e all'inizio non ero certo di farlo perché raccontare se stessi non è mai facile" commenta Mario ricordando con commozione quei momenti.
"Ma poi ho pensato che sarebbe stato un modo per far capire ai miei figli e a chi mi osservava la voglia di riscatto che c'è in me e per questo devo ringraziare chi mi ha offerto questa opportunità. All'inizio ero titubante - continua -. Ero bloccato dalla paura. Poi così non è stato perché hanno avuto molto rispetto per la mia figura e questo mi ha fatto rivedere in maniera positiva alcuni miei pensieri sui progetti che si svolgono in carcere con le associazioni. Ora partecipo molto di più, e più volentieri".
Tra le iniziative che oggi Mario apprezza di più "è quando ci permettono di passare un pomeriggio a giocare con i bambini nel cortile o nelle zone previste per lo svolgimento di queste attività".
L'esperienza della proiezione alla Camera dei Deputati ha suggellato la voglia di cambiamento. "Vedere tanta gente credere in me (mia moglie su tutti) e regalare un sorriso ai miei figli è stata la spinta decisiva. Il mio percorso di riabilitazione passa soprattutto attraverso la volontà di recuperare il tempo perso con loro ed essere di aiuto alla mia compagna che in tutti questi anni ha gestito da sola questa difficile situazione. Le sono davvero molto grato". Secondo il regista de La luce dentro: "A me piace pensare che in realtà il cambiamento di Mario sia dovuto, seppur in minima parte, a questo progetto perché il cinema può essere inserito a pieno titolo nelle cosiddette attività trattamentali". Toriello rivela, inoltre: "Ho avuto modo di intrattenere con lui una corrispondenza epistolare amichevole, di incontrare la moglie e i suoi figli. È sua ferma volontà di offrire a loro prospettive migliori rispetto a quello che hanno vissuto e, in parte, continuano a vivere".
Chiaro il riferimento del regista alla realtà particolarmente dura soprattutto per i ristretti i cui figli risiedono in altre città perché a causa dell'emergenza epidemiologica i colloqui visivi sono stati sospesi, sostituiti con le videochiamate, e la presenza del genitore detenuto, per i figli minori, nel 2020, è stata ancora di più a distanza. Mentre il ruolo di genitore, come dimostra la vicenda di Mario, è una molla per andare avanti in tanti percorsi rieducativi attivi negli istituti di pena: nello studio, nella formazione professionale, nel lavoro. Un detenuto che è genitore studia, lavora e "recita" non solo per se stesso: lo fa anche per essere un padre migliore.
L'11 maggio del 2015, durante l'incontro con i bambini de "La Fabbrica della pace", rispondendo ad una figlia di un detenuto che domandava se ci fosse una possibilità di perdono "per chi ha fatto cose brutte", Papa Francesco rispose: "Siamo noi a non trovare strade di perdono, tante volte per incapacità o perché è più facile riempire le carceri che aiutare ad andare avanti chi ha sbagliato nella vita. Sei caduto? Alzati! Io ti aiuterò ad alzarti, a reinserirti nella società.
Sempre c'è il perdono e noi dobbiamo imparare a perdonare, ma così: aiutando a reinserire chi ha sbagliato". Nel ricordare il testo di una canzone degli Alpini, Francesco disse: "Nell'arte di salire, la vittoria non sta nel non cadere, ma nel non rimanere caduto. Tutti cadiamo, tutti sbagliamo. Ma la nostra vittoria su noi stessi e sugli altri, per noi stessi, è non rimanere caduti e aiutare gli altri a non rimanere caduti". Il cuore di padre ha consentito a Mario di rialzarsi e di aiutare Gianni e Simone a crescere insieme ad un uomo alto, intelligente, spiritoso, forte e che sa cucinare. Un alpino "speciale".
di Lello Tedeschi
baritoday.it, 16 giugno 2021
Va in scena "Facciamo i fantasmi", lo spettacolo molto liberamente ispirato a "I giganti della montagna" di Pirandello, realizzato dai detenuti attori dello spazio teatrale "Sala prove", curato da Lello Tedeschi all'interno dell'Istituto penitenziario minorile 'Fornelli' di Bari. "Facciamo i fantasmi" è in programma per tre repliche il 23, 24 e 25 giugno alle ore 20.30 in un apposito spazio all'aperto del Fornelli, in via Giulio Petroni 90, con i giovani detenuti che hanno preso parte al progetto di Teatri di Bari realizzato in collaborazione con Compagnia CasaTeatro.
L'accesso è previsto esclusivamente su prenotazione fino a esaurimento posti, inviando una mail a
Scheda spettacolo: da I Giganti della Montagna di L. Pirandello in scena Haisè, Noemi Alice Ricco, Davide Sgamma ideazione e regia Lello Tedeschi.
Nessuno di noi è nel corpo che l'altro ci vede, ma nell'anima che parla chi sa da dove... Facciamo i fantasmi. Tutti quelli che ci passano per la mente... e ce ne lasciamo incantare... E non è più un gioco, ma una realtà meravigliosa, quella in cui viviamo.
L. Pirandello, I giganti della montagna - Nelle parole che Pirandello ha scritto dando voce a Cotrone, il mago della Villa degli Scalognati ne "I giganti della montagna", abbiamo incontrato, detenuti e non, il senso del nostro lavoro in Sala Prove. Fino ad averne quasi paura: giochiamo con così tanto gusto e piacere a fare i fantasmi, in sala Prove, che alla fine rischiamo di credere più a questi che a noi, fino a confonderci tra di essi, a smarrirci, a ritrovarci felici ma a volte anche lontani e soli, proprio come gli Scalognati della Villa. Questo lavoro nasce da questo sentimento, quasi una dichiarazione identitaria, in chiave poetica, del nostro fare teatro in un carcere minorile.
Il nucleo artistico della Sala Prove è mobile, composto da attori di fuori e attori di dentro. Introduce di continuo giovani detenuti che incontrano il teatro per la prima volta, mossi da una scintilla di desiderio che nasce anzitutto dalla curiosità e dal bisogno di trascorrere diversamente parte del proprio tempo di detenzione. Dopo qualche tempo qualcuno va, qualcuno resta. Il nucleo si stabilizza per un tempo determinato e si comincia davvero, insieme agli attori di fuori, per un lavoro di scena che è una scoperta imprevedibile, una sorpresa, un incontro che è rigore e fatica ma anche dono inatteso, cosa mai vista né vissuta accolta come uno spiazzamento, accogliendo una diversa visione e possibilità di sé.
In questa condizione il teatro, da spazio di intrattenimento, pare a volte proprio trasformarsi in luogo di manifestazione dei fantasmi evocati da Pirandello, ovvero della nostra "anima che parla chi sa da dove". Ed è quest'anima che proviamo a restituire agli spettatori, felici dell'incontro ma con un lieve sentimento di solitudine, come se l'eco delle mura dell'Istituto in cui vive il nostro teatro in parte ci divori e ci isoli tutti, fino a crederci davvero un po' come i fantasmi che abbiamo evocato.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 16 giugno 2021
Lo studente in carcere da 494 giorni compie 30 anni. L'amico e portavoce della campagna Patrick Libero: abbiamo paura di tornare in Egitto. "Ci siamo conosciuti in piazza Tahrir, all'epoca frequentavamo entrambi la Germany University del Cairo e avevamo creato un gruppo politico per portare le idee della rivoluzione all'interno dell'Università. Combattevamo soprattutto per un sistema educativo migliore e per la libertà". Per Mohamed Hazem, ingegnere informatico, oggi di stanza a Berlino, parlare di Patrick non è facile. Soprattutto oggi che quell'amico caro compie 30 anni, lontano, rinchiuso in una cella da 494 giorni (il 2 giugno gli è stata per l'ennesima volta rinnovata la custodia cautelare di 45 giorni).
Quando è stata l'ultima volta che vi siete visti?
"Era aprile o maggio del 2019, all'improvviso me lo sono trovato alla porta, mi aveva fatto una sorpresa ed era venuto a trovarmi a Berlino. Patrick è così. Era molto preoccupato della sua sicurezza in Egitto, mi disse che era contento di trasferirsi a Bologna per studiare. Ci eravamo ripromessi di rivederci in Italia".
Lei oggi è uno dei portavoce della campagna Patrick libero, ogni giorno postate aggiornamenti in arabo, italiano e inglese. Quali sono le sue condizioni di salute?
"Le prigioni egiziane sono tra le peggiori al mondo, se i familiari gli mandano del cibo il più delle volte non gli viene dato, anzi viene buttato o rubato. Ha problemi a dormire, soffre ancora dolori lancinanti alla schiena. E nell'ultimo mese la sua asma è peggiorata, temiamo a causa del Covid, per il quale non è stato vaccinato".
Patrick ha il Covid?
"Non possiamo averne certezza, dato che in quella prigione non fanno i tamponi. Ma siamo certi che l'abbia avuto e che abbia indebolito la sua salute già fragile".
Psicologicamente come sta?
"È frustrato, triste e depresso, come comprensibile. Spero che possa riabbracciare un giorno da suo padre che è molto malato e che possa tornare ad avere contatto con il mondo. Conoscendolo, immagino che la cosa che lo distrugga di più sia non sapere cosa succede qua fuori".
Molti studenti egiziani all'estero non rientrano più a casa per paura che capiti loro la stessa cosa...
"Certo. E se ad un certo punto hai bisogno di farlo, sai che andare all'aeroporto significa avere il telefono controllato. Inoltre se ti rifiuti di mostrarlo, ti arrestano. Questa è la regione per cui molti chiudono i profili social prima di tornare. È pratica comune ed è un modo per silenziare le persone".
Questo vale anche per chi non fa attivismo?
"Sì, perché il regime egiziano è imprevedibile. Possono decidere di arrestarti semplicemente per far paura agli altri. Con Patrick è stato così. Puniscono la libertà, di qualunque tipo sia".
Dunque difficile anche ipotizzare cosa succederà a Patrick...
"Nessuno può dirlo ma non è molto difficile essere ottimisti. Quello che gli stanno facendo è contrario perfino alla legge egiziana. È detenuto in assenza di qualunque tipo di prova. Non c'è nulla contro di lui. E allora possiamo solo continuare a chiedere ai governi europei di smetterla di sostenere economicamente e militarmente quel regime che ha fatto questo ad un ragazzo di 30 anni, la cui unica colpa è esistere".
di Roberto Gressi
Corriere della Sera, 16 giugno 2021
Dire che gli italiani vengono usati come cavie non è vero. E soprattutto non dà soluzioni, semina solo incertezze. Siamo tutti un po' stanchi, provati dalle tante vite - persone, non numeri - perdute nella battaglia contro il virus. Logorati per le libertà negate e l'economia in affanno. Ma non è una buona ragione per perdere lucidità, razionalità, o addirittura per tornare al fai da te, alla demagogia, alle liti pretestuose, ai protagonismi inaccettabili, alle furbizie, addirittura alle divisioni sanguinose che hanno funestato la prima stagione della pandemia.
Non adesso che la svolta c'è già, non ora che grazie ai vaccini abbiamo cominciato a riprenderci la vita, il diritto a lavorare serenamente, a riguadagnare il tempo perduto. Siamo un Paese che ha pagato un prezzo altissimo, 127.101 decessi, ma che ora è secondo in Europa solo alla Germania nelle somministrazioni dell'antidoto. Il negazionismo è stato spazzato via e tutti sappiamo che cosa sarebbe successo se avesse vinto.
Gli italiani si sono messi in fila per vincere il morbo e le regioni, il sistema sanitario, seppure con risultati diversi, si sono impegnati perché le code fossero ordinate, il più possibile veloci, quasi sempre con operatori instancabili ed educati alla gentilezza.
Sarebbe insopportabile ora dover tornare anche solo a discutere con i terrapiattisti del vaccino. Non lo meritano le persone che con fiducia hanno permesso che in pochi mesi le morti e i contagi crollassero, non lo merita la scienza che, non dimentichiamolo, ci ha messo in mano l'arma per sconfiggere il Covid in un solo anno. Oggi possiamo addirittura permetterci che i negazionisti continuino a pensare e a agire come vogliono, perché la scelta compiuta dalla stragrande maggioranza degli italiani è sufficiente a proteggere anche loro. E adesso bisogna decidere come andare avanti. Stabilire quali siano i farmaci più adatti per quella parte della popolazione che non ha raggiunto i sessanta anni, con particolare attenzione ai giovanissimi e soprattutto alle giovani donne. Il dramma di Camilla, la ragazza morta di trombosi dopo aver ricevuto la prima dose di AstraZeneca, impone a tutti scelte consapevoli.
Ieri ci sono stati 1.255 contagi e 63 morti. Molti, moltissimi in meno rispetto ai giorni bui, ma 27 in più del giorno precedente. La sfida non è finita, anche se il tasso di positività è sceso allo 0,6%, il più basso di sempre. Oltre 28 milioni di italiani hanno ottenuto la prima iniezione vaccinale, più di 14 milioni hanno completato il percorso con il richiamo. C'è pieno motivo per essere ottimisti e per non concedersi pause.
Domani, stando a quello che pare deciso al momento, si riuniranno il governo e i presidenti delle Regioni. Hanno un dovere irrinunciabile: discutere, non nascondere nulla, fare chiarezza con tutti i dati che hanno a disposizione e alla fine decidere. Scegliere la via migliore per proseguire la campagna vaccinale, in modo assolutamente unitario, vietati trucchi e smarcamenti. Questo Paese, di fronte alla pandemia, ha scelto la strada dell'unità nazionale proprio per impedire che interessi personali o di partito potessero gettare ombre sul percorso migliore da seguire.
È anche miope pensare che strizzare l'occhio alle legittime paure di chi aspetta la seconda dose del farmaco possa recare dei vantaggi. Dire che gli italiani vengono usati come cavie non è vero. E soprattutto non dà soluzioni, semina solo incertezze, timori, sfiducia. Governare vuol dire scegliere, assumersi la responsabilità ed essere pronti a risponderne, non ci sono scorciatoie, mai. Di sicuro non ci sono quando si affronta una partita come questa.
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 16 giugno 2021
In attesa del procedimento della procura di Roma, sorgono alcuni interrogativi. Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo l'incidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? Le risposte a queste domande chiamano in causa l'intera catena di comando politica e militare. Responsabile di aver mandato a bordo di una petroliera privata, in missione antipirateria, sei fucilieri di Marina
Dopo quasi dieci anni, intorno al caso Enrica Lexie ci sono ancora troppe domande lasciate senza risposta. Il 2 giugno 2014 i due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, dall'ambasciata italiana di New Delhi, si collegano in videoconferenza con il parlamento italiano in occasione della Festa della Repubblica.
A un certo punto prende parola Salvatore Girone e dice: "Abbiamo obbedito a degli ordini, e oggi siamo ancora qui presenti. Abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta di mantenere e che ancora con dignità e onore per la propria nazione, onore per tutti i soldati italiani, onore per tutti i popoli del mondo, continuiamo a mantenere".
Quello di Girone, si disse all'epoca, non era altro che uno sfogo di un militare costretto dalla legge indiana lontano dal proprio Paese da oltre due anni. Vittima di un complotto internazionale ordito contro "i nostri marò". Sono passati più di sette anni, più di nove dalla morte dei pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine, e cosa sia successo veramente quel 15 febbraio 2012 a pochi chilometri dalle coste dell'India meridionale ancora non lo sappiamo. Sappiamo solo che sono morti due pescatori indiani, innocenti.
Per quasi un decennio, al netto della gazzara politico-mediatica imbastita in Italia intorno alla vicenda dei "due marò", Italia e India hanno ingaggiato un durissimo scontro prima diplomatico, poi legale, senza nemmeno avvicinarsi alla materia vera e propria del contendere: determinare chi abbia premuto il grilletto che ha ucciso due pescatori innocenti. Da oggi, con la chiusura definitiva dei procedimenti a carico di Latorre e Girone in territorio indiano, la giustizia italiana ha l'opportunità non solo di far emergere la verità di quel giorno, ma anche di rispondere a moltissimi interrogativi che le parole di Girone sollevano da sette anni.
"Abbiamo ubbidito agli ordini". Di chi? E soprattutto, che ordini? Di sparare? O di scendere dalla petroliera Enrica Lexie e consegnarsi volontariamente alle autorità indiane, prendendosi la responsabilità di aver imbracciato fucili e fatto fuoco in direzione del peschereccio? "Abbiamo mantenuto la parola, quella che ci era stata chiesta". Chiesta da chi? E quale parola data? Qual è stata la promessa di silenzio chiesta, e ottenuta, a Latorre e Girone, a cui da quasi dieci anni è stato proibito di parlare con la stampa o in pubblico, pena provvedimenti disciplinari?
Come auspicato dal senatore Luigi Manconi dalle pagine di Repubblica lo scorso marzo e dall'avvocato Fabio Anselmi, che rappresenterà Massimiliano Latorre, il procedimento che si sta istruendo presso la procura di Roma sarà l'occasione per provare a chiarire i tanti lati oscuri del caso Enrica Lexie. Da queste colonne, ci permettiamo di sollecitare alcuni interrogativi.
Chi ha preso la decisione di far fuoco sul peschereccio St. Anthony? E chi ha deciso di far proseguire la navigazione dell'Enrica Lexie dopo aver aperto il fuoco, per ore, senza fare rapporto alle autorità costiere del presunto "attacco pirata scampato", finendo per farla inseguire dalla Guardia costiera indiana?
Chi ha deciso che il 19 febbraio, quattro giorni dopo l'incidente, Latorre e Girone dovevano consegnarsi spontaneamente alle autorità indiane? E perché proprio loro due, se la perizia balistica svolta dalla scientifica del Kerala, affiancata da due carabinieri del Ros come osservatori, ha indicato che le matricole dei fucili che hanno esploso i proiettili rinvenuti sul peschereccio non sono quelle di Latorre e Girone, ma dei fucilieri Voglino e Andronico? Latorre e Girone hanno sparato con armi non loro? O a sparare quei proiettili italiani è stato qualcun altro?
Le risposte a queste domande chiamano in causa non solo Latorre e Girone, i principali indagati dalla procura di Roma con l'accusa di omicidio volontario, ma l'intera catena di comando politica e soprattutto militare. Responsabile, con una legge del 2011 tuttora in vigore, di aver mandato a bordo di una petroliera privata, in missione antipirateria, sei fucilieri di Marina. Quando quasi la totalità della comunità internazionale, proprio per evitare questa odissea giudiziaria, ha delegato tale compito a contractor.
Paola Moschetti Latorre, moglie di Massimiliano, ieri ha detto che Latorre e Girone e le rispettive famiglie sono stati trattati dalla politica italiana come "carne da macello". È il termine di una parabola mediatica e politica che per anni, sulla stampa e in parlamento, ha depistato, mistificato e strumentalizzato la vicenda dei fucilieri di Marina per i fini più disparati. Meno che la ricerca della verità.
di Matteo Miavaldi
Il Manifesto, 16 giugno 2021
I giudici supremi stabiliscono che il milione di euro pagati alle famiglie dei due pescatori uccisi nel 2012 e al proprietario del peschereccio bastano a interrompere qualsiasi procedimento penale contro Latorre e Girone. Giubilo di Di Maio e Gentiloni, ma dure critiche arrivano da Paola Moschetti, moglie di Latorre.
Ieri mattina la Corte suprema indiana ha stabilito la chiusura di ogni procedimento penale sul territorio indiano a carico dei fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso i due pescatori Ajesh Binki e Valentine Jelastine al largo delle coste del Kerala il 15 febbraio 2012.
La Corte ha applicato l'accordo raggiunto tra Italia e India nel luglio del 2020 presso il Tribunale arbitrale dell'Aja. Secondo l'arbitrato, i due fucilieri in servizio anti-pirateria a bordo della petroliera privata Enrica Lexie hanno agito "nell'esercizio delle loro funzioni militari" e pertanto è stata riconosciuta all'Italia la giurisdizione esclusiva del caso.
Ma aprendo il fuoco contro il peschereccio St. Anthony, i militari italiani a bordo della Lexie hanno violato la libertà di navigazione dei pescatori indiani, causando anche due vittime. Per questo, l'arbitrato aveva disposto che Italia e India trovassero un accordo economico per risarcire il proprietario del peschereccio e le famiglie di Binki e Jelastine.
La Repubblica italiana ha versato 100 milioni di rupie - pari a 1,1 milioni di euro - come "indennizzo" alle parti coinvolte. Una cifra che la Corte suprema ha giudicato "ragionevole e adeguata". A ciascuna delle famiglie delle vittime andranno 40 milioni di rupie, mentre i restanti 20 milioni risarciranno il proprietario del peschereccio St. Anthony.
Il ministro degli esteri italiano Luigi di Maio ieri ha commentato la vicenda in un tweet: "Chiusi tutti i procedimenti giudiziari in India nei confronti dei nostri due marò, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. Grazie a chi ha lavorato con costanza al caso, grazie al nostro infaticabile corpo diplomatico. Si mette definitivamente un punto a questa lunga vicenda".
"Si chiude il caso con l'India. Un successo della diplomazia italiana", ha twittato Paolo Gentiloni, commissario europeo all'Economia che durante il confronto diplomatico tra India e Italia ha ricoperto le cariche di ministro degli esteri e presidente del consiglio.
Di tenore opposto la reazione di Paola Moschetti, moglie di Massimiliano Latorre, che ha spiegato all'agenzia Ansa: "Da nove anni sono costretta a parlare a nome di mio marito. A lui è stato fatto esplicito divieto di parlare pena pesanti sanzioni. È vincolato al segreto. È ora di chiedersi perché le autorità militari vogliono mantenere il segreto su ciò che sa e vuol dire. Quello che so è che per la politica italiana siamo stati carne da macello. Presto Massimiliano si presenterà alla procura di Roma".
Nel 2012 la procura di Roma aveva aperto un fascicolo per omicidio volontario scrivendo Latorre e Girone nel registro degli indagati. Nelle prossime settimane i pm riprenderanno le indagini e convocheranno entrambi i fucilieri per ascoltare la loro versione dei fatti.
di Jacopo Lentini
Il Manifesto, 16 giugno 2021
Non solo migranti. Sono infatti molti i giovani che in patria studiano lingua e letteratura italiana ma poi, una volta qui, scoprono un Paese diverso da quello immaginato da adolescenti. Una passeggiata al mercato di Porta Palazzo a Torino. È bastata questa ad Abir Shili, 27enne tunisina, per capire che l'Italia non è dorata come sembrava dalle immagini che vedeva da bambina su Rai 1, che fu trasmessa in Tunisia fino a metà degli anni Novanta. "Mentre smontavano le bancarelle vidi un signore marocchino raccogliere il cibo rimasto a terra per portarlo a casa. Rimasi scioccata perché non pensavo di vedere queste scene anche qui", spiega questa giovane originaria di Sfax, 300 km a sud-est di Tunisi.
Secondo lei, quest'immagine del 2016, quando si trasferì per un anno in Piemonte grazie a una borsa di studio, non sarebbe stata così spiazzante se a quel tempo avesse già fatto gli studi di italianistica. Shili ha cominciato solo l'anno successivo la facoltà di Lingua, letteratura e civiltà italiana all'Università de La Manouba di Tunisi, dove ha capito che "ci sono differenze tra quello che sognamo e ciò che esiste veramente".
Anche Abou El Alaa Dabboussi ha rivisto la sua idea dell'Italia. È un ex studente della stessa facoltà, oggi 30enne e insegnante di italiano in un liceo di Tunisi. Si ricorda quando da ragazzo gli italiani dalla Sardegna venivano a comprare il corallo a Tabarka, la sua città costiera del nord-ovest tunisino. "Mi davano l'idea di un mondo lontano, felice ed esotico, di cui non capivo quasi nulla nonostante i miei cugini vi fossero emigrati", spiega accusandone la mancanza di comunicazione. "Sapevo solo se avevano ottenuto i documenti, trovato lavoro o comprato una macchina".
Nel corso degli anni Dabboussi ha ridimensionato l'esotismo delle sue memorie adolescenziali sull'italianità, ma di quest'ultima "solo all'università ne ho compreso la dimensione concreta", spiega lui. Come quando ha studiato letteratura comparata, ad esempio analizzando "Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio", libro del 2006 di Amara Lakhous, scrittore algerino naturalizzato italiano. I protagonisti del racconto, condomini di varie culture di una palazzina romana, offrono agli inquirenti la propria versione dei fatti dell'omicidio di un uomo trovato morto nell'ascensore. Le differenti ricostruzioni di ciascuno evidenziano stereotipi e pregiudizi verso l'altro, che faticano ad accettare. "Ho capito che la società italiana è complessa, a volte polarizzata, non sempre così diversa da quella tunisina, anche se è più conservatrice", spiega l'insegnante.
La facoltà de La Manouba è l'unica nel Paese che offre una formazione magistrale di italianistica e dal 2016 ne fa parte anche la Cattedra Sicilia, la prima al mondo di lingua e cultura sicula. "Sapevo che ci fossero molti tunisini in Italia, ma non che i rapporti tra le due sponde del Mediterraneo fossero così stretti", spiega Shili che l'ha frequentata.
Ha scoperto che Mazara del Vallo, nel trapanese, è casa della più identitaria comunità tunisina d'Italia. Ora sa che qui, anche per i tunisini stabilitisi un tempo per lavorare nella pesca, il progetto migratorio di fare fortuna e tornare in patria è fallito. "Adesso capisco perché a Mahdia - cittadina costiera a 200 km sud-est di Tunisi - c'è un quartiere soprannominato "Mazara", dove ci sono le case degli emigrati in Italia". Shili, Dabboussi e tanti altri come loro non cadono dalle nuvole. Non provengono dalle zone più remote della Tunisia, sono connessi in rete e sono di famiglie mediamente benestanti. Sanno che oggi, per molti tunisini, l'Italia è solo un ponte per raggiungere altre mete in Europa. E hanno anche studiato italiano al liceo, quando lo hanno scelto come terza lingua al penultimo anno.
"Perché è considerato facile, come un francese maccheronico. In realtà affascina molti ragazzi", spiega Mouin Camano, 25 anni, archivista dell'Istituto culturale Dante Alighieri di Tunisi e laurendo di italianistica a La Manouba. "Ma ai giovani mancano vere occasioni di confronto e dell'Italia vedono solo il volto dei professori che gli insegnano la lingua a scuola".
Camano, che viene da Gafsa, nell'entroterra tunisino, non aveva idea dell'esistenza dei dialetti italiani e delle differenze nord-sud dello Stivale, tanto da essere stata "una scoperta speciale" durante gli studi. E ripensa a quando un suo compaesano sbarcato a Lampedusa, insieme ad algerini e migranti di altre nazionalità, gli raccontò di essere stato tra i primi prelevati dalla polizia per il rimpatrio. Ora avrebbe potuto spiegargli che non si trattava di ostilità verso i tunisini, ma degli accordi bilaterali Italia-Tunisia.
Eppure "spesso è più corretta la percezione che hanno i tunisini dell'Italia piuttosto che quella che hanno gli italiani della Tunisia, compresi alcuni della classe medio-alta", spiega Alfonso Campisi, professore ordinario di filologia romanza all'Università de La Manouba, trapanese e fondatore della Cattedra Sicilia. "Una certa intellighènzia nostrana a volte ha persino paragonato la Tunisia agli scenari libici".
Anche se a La Manouba le materie di italianistica non vertono in primis sull'attualità, "gli spunti di riflessione sul presente sono ampi e il corso di cultura siciliana, in particolare, è uno dei pochi del panorama accademico locale che fotografa la realtà italiana di oggi".
Camano spera di vederla di persona: "l'Università di Bari mi ha offerto una borsa di studio per un corso di italiano di un mese, a settembre. Chissà se riuscirò ad andarci". Ma le speranze muoiono spesso all'ambasciata italiana di Tunisi, dove studenti, professori e lavoratori vedono rifiutarsi il visto pur avendone i requisiti. E molti vanno in Francia o persino in Ungheria a studiare italiano
di Ferdinando Camon
Avvenire, 16 giugno 2021
Ad Ardea, Roma, un uomo ha ucciso per strada tre persone che neanche conosceva, e la domanda che tutti dobbiamo porci è: perché aveva una pistola? Suo padre era stato un vigilante, e dunque il padre la pistola l'aveva legalmente, ma dopo la morte del vigilante l'arma non doveva venir consegnata ai Carabinieri? Una pistola è un'arma pericolosissima, più pericolosa di ogni altra, e scrivo questo articolo per dimostrarlo. Si scrive spesso (anch'io) che gli Stati Uniti d'America sono incoscienti, con la loro politica del libero acquisto di armi da guerra da tenere poi in casa. Mitra, mitragliatrici, perfino bazooka, che è un lanciarazzi individuale, e serve contro i carri armati. Quella americana è una politica da guerra civile, quando ognuno si considera nemico di tutti, ma in tempo di pace è assurdo avere in casa un fucile che spara a raffica, a che ti serve?
A sterminare i caprioli in branco? Però noi, che disapproviamo la facilità con cui un americano può munirsi di un mitra, non ci accorgiamo della facilità con cui da noi uno può munirsi di una pistola. Quest'uomo che ha fatto la strage di Ardea la pistola l'ha ereditata. Ma sul passaggio dell'arma da padre a figlio non s'è interposta la Legge? No? Errore. La prima origine della strage è lì. Quest'uomo che ha fatto i tre morti non aveva nessuna ragione di farne neanche uno.
È la pistola che ti fa s-ragionare. Se hai una pistola in tasca pensi sempre che puoi uccidere. E prima o poi lo fai. La pistola diventa una protesi del tuo cervello. Qualunque discussione in cui ti trovi impelagato, e che non sai come concludere, se hai una pistola in tasca hai sempre la tentazione di tirar fuori la pistola e risolverla con quella. Se hai una pistola, ti senti ultrapotente, e hai sempre la tentazione di farlo sapere a tutti. Ti senti temibile, e vuoi che tutti abbiano timore di te.
È bello sentirsi temibile, è gratificante. Non succede mai che l'uomo che ha una pistola più o meno illegalmente la tenga nascosta e la usi la prima volta per ammazzare: no, prima la userà alcune volte per spaventare, gli altri tremano e lui gode a vederli tremare. Anche quest'uomo di Ardea ha litigato più volte con la gente per strada e per zittirla ha sparato in aria. Era allora che bisognava intervenire, ritirargli l'arma e ammonirlo. È così logico, che penso i carabinieri l'abbiano fatto, io non lo so ma ci dev'essere una lacuna nelle mie informazioni.
La pistola in tasca ti fa sentire potente mentre mangi, cammini, entri in un negozio, parli con gli altri: stiano attenti, tu li puoi sterminare in qualsiasi momento. Parli con una mano in tasca, con le parole maneggi i concetti, non sai con quale concludere, e intanto con la mano tasti la pistola, con le dita maneggi l'arma, con quell'arma puoi sempre concludere da vincitore. La Beretta è fatta apposta per essere carezzata, per questo è zigrinata. La pistola è una droga.
Non puoi stare in astinenza. Neanche quando dormi. Perciò la tieni accanto al letto, in un cassetto che puoi raggiungere stendendo una mano, nel caso che ti svegli di soprassalto. Quand'ero soldato (figlio di contadini, ho fatto il mi-litare, ero un tenente), il gesto più importante che compivo nella giornata era mettermi o togliermi il cinturone al quale era appesa la fondina con la Beretta calibro 9 corto. Ne sentivo il peso, e quella sensazione passava dai nervi al cervello. Quest'uomo di Ardea, che si sottoponeva a qualche Tso, non doveva sentire questa sensazione. Il momento per evitare la strage era quello. Solo quello. Dopo, era troppo tardi.
reggiotoday.it, 16 giugno 2021
Il progetto "Mi riscatto per Reggio" mira al reinserimento della persona reclusa con un'attività orientata al decoro e al rispetto dell'igiene urbana. Entrambe le attività sono rivolte a detenute e detenuti ammessi ad uscire dagli istituti penitenziari". Nell'ambito dei progetti utili alla collettività (PUC), l'impegno del movimento La Strada ha contribuito "a raggiungere un risultato estremamente significativo nell'ottica dell'inclusione sociale e dell'inserimento in lavori di pubblica utilità dei detenuti, con l'approvazione nelle Commissioni di due PUC elaborati dai gruppi di lavoro del movimento. L'impegno di Antonello Faraone, Antonio Catanese, Antonio Guerrieri, Chiara Tommasello, Flavio Carricato, Giò Pronestì, Giovanni Mannarella, Jenny Anghelone, Livia Guarniera e Stefano Tommasello ha portato all'elaborazione delle iniziative e al raggiungimento di questo significativo risultato".
È quanto si apprende da una nota del movimento civico che spiega ancora: "Queste attività progettuali, rivolte al mondo ristretto, si ispirano agli articoli 3 e 27 della Costituzione, essendo orientate tanto alla formazione e al pieno sviluppo della persona, quanto al reinserimento e alla rieducazione dei soggetti condannati per reati vari. Il progetto denominato "La strada giusta" intende creare una relazione tra il mondo dell'istruzione e quello penitenziario, consentendo uno scambio di umanità e di esperienze con un forte intento pedagogico.
Il progetto denominato "Mi riscatto per Reggio" mira al reinserimento della persona reclusa con un'attività orientata al decoro e al rispetto dell'igiene urbana. Entrambe le attività sono rivolte a detenute e detenuti ammessi ad uscire dagli istituti penitenziari e indicati dalla direzione degli Istituti medesimi".
Per i rappresentanti de La Strada "il rapporto tra il mondo ristretto e la città può e deve essere concreta testimonianza di reinserimento e di umanità. Una società che dialoga col mondo ristretto è una società più sicura, più giusta, più equa. Sia per l'una che per l'altra iniziativa il Comune stipulerà dei protocolli d'intesa; in particolare, per il percorso che impegnerà le persone coinvolte nella pulizia e nella manutenzione di aree verdi pubbliche, si procederà al rinnovo del protocollo già meritoriamente stipulato nella passata amministrazione. Sul piano della formazione, auspichiamo che l'incontro tra mondo della scuola e mondo ristretto possa stimolare presto ulteriori iniziative ad opera della Città metropolitana".
La Strada con Saverio Pazzano conferma dunque "il proprio impegno coerente e costante verso gli ultimi. Impegno che ha trovato l'attenzione e il sostegno delle commissioni presiedute dai consiglieri Romeo e Novarro, dei consiglieri componenti di minoranza e maggioranza, della garante per i detenuti Russo, degli assessori
Scopelliti e Delfino. Attraverso il fattivo impegno dei gruppi di lavoro de La Strada, le misure volte all'inclusione sociale e alla realizzazione di lavori di pubblica utilità hanno trovato e troveranno spazio tra le attività della macchina amministrativa comunale, con ricadute positive sull'intera comunità cittadina".
umbria24.it, 16 giugno 2021
È l'avvocato perugino Giuseppe Caforio il nuovo Garante regionale dei detenuti. Caforio, che è anche presidente dell'Aucc, ha ottenuto 16 voti su 18 presenti (una scheda bianca e una a favore di un altro candidato), e prende il posto di Stefano Anastasia, ricercatore di filosofia e sociologia del diritto nell'Università di Perugia e tra i fondatori dell'associazione Antigone, della quale è stato presidente dal 1999 al 2005. Anastasia, autore di molti libri sui temi che riguardano il diritto e le carceri, era stato eletto nel 2016. L'avvocato, che ha anche insegnato Diritto commerciale europeo e Diritto industriale all'Università di Perugia, alla fine del 2019 è stato anche tra i papabili per un posto nella giunta di Donatella Tesei. L'elezione è arrivata dopo che nella precedente seduta non era stata raggiunta la maggioranza dei due terzi prevista dalla legge istitutiva del garante (dalla terza votazione basta quella assoluta).
Il Garante, che dura in carica 5 anni e non è rieleggibile, "in armonia con i principi fondamentali della Costituzione, delle Convenzioni internazionali sui diritti umani ratificate dall'Italia, della normativa statale vigente e nell'ambito delle materie di competenza regionale - spiega palazzo Cesaroni -, contribuisce a garantire i diritti delle persone negli istituti penitenziari, in esecuzione penale esterna, sottoposte a misure cautelari personali, in stato di arresto o presenti nelle strutture sanitarie in quanto sottoposte a trattamento sanitario obbligatorio". Alla figura è assegnata un'indennità mensile che non può essere superiore al 20% di quella lorda di un consigliere regionale".
- India. "Il segreto di Stato per impedire a Latorre di dire cos'è accaduto"
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- Frosinone. Assolti tutti i detenuti che parteciparono alla rivolta
- Lecce. Giovane detenuto morto in carcere: aperta un'indagine
- L'asse sulla giustizia tra Di Maio e Letta è sempre più forte










