di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 7 maggio 2021
Nel carcere di Alessandria i detenuti della sezione Collaboratori di giustizia durante il corso di formazione professionale, a cura della Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri, hanno decorato la cappella dell'Istituto penitenziario.
Questa storia nasce dall'entusiasmo degli allievi e di Adamo Demetri, docente del corso di "Tecniche di decorazione e stucco" gestito dalla Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri all'interno della Casa di Reclusione San Michele di Alessandria, ente che da anni si occupa di formazione per i detenuti nelle carceri del Piemonte. Al piano terra dell'Istituto c'è una cappellina aperta al culto in cui si celebra la Messa per i reclusi che lo desiderano. Dopo alcuni lavori edili l'edificio presentava muri scrostati e "sapeva di vecchio".
"I destinatari del corso del prof. Demetri sono una decina di ristretti della sezione Collaboratori di giustizia" ci spiega padre Beppe Giunti, francescano dei minori conventuali del Convento Madonna della Guardia di Torino, teologo, formatore della cooperativa sociale "Coompany & C" che opera per reinserire i detenuti nel penitenziario alessandrino.
Padre Beppe, avviate le lezioni, ogni settimana ha incontrato i collaboratori di giustizia, quei "fratelli briganti", come san Francesco chiamava chi era caduto nelle maglie del crimine, con cui il frate ha scritto il libro "Padre nostro che sei in galera" (Edizioni Messaggero, Padova). "Sono i detenuti - alcuni non avevano mai preso un pennello in mano - che hanno proposto al docente di decorare la cappella" precisa padre Giunti "è così si è articolato il corso, concluso nei giorni scorsi con il sostegno della direzione e dell'educatrice della sezione e che si è rivelato, oltre ad un percorso professionale, un vero e proprio itinerario di fede per molti allievi".
Padre Beppe racconta che ogni settimana in cui incontrava i detenuti "restauratori" quel luogo finora anonimo via via cambiava aspetto: pareti decorate con cura, una Via Crucis, angeli, santi, una Madonna, un Crocifisso come pala d'altare, una Croce tabernacolo con foglia d'oro, quadri con rappresentazioni di brani della Scrittura.
Il professore mi raccontava di come non si è mai sentito a disagio in mezzo a persone con alle spalle reati molti pesanti e che si è creato un bel clima di collaborazione. Ogni lezione per il docente finiva con una preghiera in quella cappellina che, come un miracolo stava diventando un gioiello, nonostante i corsisti non si fossero mai cimentati con l'arte sacra".
E così i detenuti si documentano, leggono la Bibbia, chiedono a padre Beppe spiegazioni e, sotto gli occhi increduli del docente, avviene quasi un miracolo. "C'è chi ha deciso di dipingere un quadro su un brano dell'Apocalisse dopo aver letto quel libro molto complicato. E poi un altro recluso si è cimentato con la rappresentazione della stazione della via Crucis in cui Gesù cade sotto il peso della Croce perché mi ha confessato "anche io ho sperimentato il peso della Croce cadendo a causa della mia colpa". Le lezioni di decorazione diventano così lezioni di vita, attraverso l'arte i ristretti riscoprono talenti nascosti ma anche ricchezze che hanno dentro e che, attraverso disegno e pittura possono esprimere.
"Dentro ogni scena rappresentata, ogni avvenimento della vita di Cristo, ogni parola c'è la loro vita cambiata, la loro nuova vita" riflette Adamo Demetri. E davvero torna alla mente l'etimologia della parola educare, che sta per tirare fuori, far emergere".
La scuola che educa, anche dietro le sbarre. Ora padre Beppe ha un obiettivo: far conoscere "questo scrigno di arte e di umanità, di speranza e di fede che certo non è la Cappella Sistina ma ha un valore inestimabile perché ci dice che, attraverso la bellezza anche in un luogo come il carcere si può riacquistare fiducia.
E molti degli allievi decoratori loro sono tornati a pregare e a leggere la Bibbia. È l'esempio di come "anche per chi ha commesso delitti e reati gravi c'è sempre una seconda possibilità e di come" conclude padre Giunti "sia fondamentale l'applicazione dell'art. 27 della nostra Costituzione che recita che le pene 'devono tendere alla rieducazione del condannato' anche attraverso l'educazione alla bellezza".
di Giulia Melissari e Mario Nasone
ilreggino.it, 7 maggio 2021
Con il progetto di educazione civica del Centro Comunitario Agape mettiamoci una croce sopra, dodici scuole hanno in questi mesi aiutato gli studenti a prendere coscienza della importanza della partecipazione attiva. Giovedì saremo in tanti a Limbadi davanti al cancello dell'azienda agricola dove è stata sequestrata e fatta scomparire cinque anni fa Maria Chindamo.
Una donna, una imprenditrice che sta diventando sempre più una icona di quella Calabria che non vuole piegare la testa davanti ai soprusi ed alle violenze. Quest'anno saranno soprattutto i giovani i protagonisti dell'evento, accanto alla famiglia, alle associazioni alle forze dell'ordine per mandare un duplice messaggio.
Alla 'ndrangheta ed ai comitati di affare che opprimono la nostra regione per dire che non accettano che la storia della Calabria sia scritta da loro, con il sangue versato dalle loro vittime, alle istituzioni, che saranno presenti con tanti autorevoli rappresentanti, perché si impegnino ancora di più di quanto stanno già facendo in modo encomiabile per fare verità e giustizia per Maria chiediamo per i suoi due figli una solidarietà concreta prevedendo, in quanto familiari di vittima di ndrangheta, l'aiuto da parte dello stato e per questo si auspica un intervento della prefettura e della procura di Vibo.
Con il progetto di educazione civica del Centro Comunitario Agape mettiamoci una croce sopra, dodici scuole hanno in questi mesi aiutato gli studenti a prendere coscienza della importanza della partecipazione attiva alla vita delle nostre comunità, iniziando dal voto come diritto e dovere di scegliere chi deve governare la Calabria, un modo per onorare la memoria di Maria Chindamo che nella sua vita non ha accettato di subire ma ha scelto, pagando un prezzo pesante, da donna libera. Per questo i colori del sit-in di domani saranno quelli della primavera, delle piante e dei fiori di quelle terre che Maria ha coltivato con amore e che in tanti si sono impegnati a proteggere.
di Serena Riformato
Il Domani, 7 maggio 2021
Ieri, in una seduta congiunta delle commissioni Giustizia e Affari sociali alla Camera, il centrodestra ha bloccato la presentazione del testo base sul fine vita perché i due relatori, Alfredo Bazoli del Pd e Nicola Provenza del M5S, sono solo espressione della precedente maggioranza giallorossa. L'opposizione al provvedimento, per ora, sarebbe quindi sul metodo e non sul merito. Intanto il 20 aprile i rappresentanti dell'Associazione Luca Coscioni hanno depositato in Cassazione un quesito referendario sulla depenalizzazione dell'eutanasia.
La proposta di legge sul suicidio assistito apre un nuovo fronte di scontro in parlamento. Ieri, in una seduta congiunta delle commissioni Giustizia e Affari sociali alla Camera, il centrodestra ha bloccato la presentazione del testo base sul fine vita perché i due relatori, Alfredo Bazoli del Partito democratico e Nicola Provenza del Movimento 5 stelle, sono solo espressione della precedente maggioranza giallorossa. Un copione che si è ripetuto identico nei giorni passati per l'istituzione della commissione d'inchiesta sulla magistratura.
"Scriveremo al presidente della Camera Fico affinché spieghi, a chi fosse sfuggito, che l'attuale maggioranza è composta anche dalla Lega e da Forza Italia", dice Roberto Turri, capogruppo della Lega in commissione Giustizia. L'opposizione al provvedimento, per ora, sarebbe quindi sul metodo e non sul merito. Dall'altra parte, il relatore del Pd, Bazoli, apre alla condivisione e sottolinea che il testo è solo "un'ipotesi di partenza, senza la pretesa di essere conclusivo". Sul percorso della legge, però, pesano già oltre due anni e mezzo di ritardo del legislatore rispetto alla prima sollecitazione della Corte costituzionale.
Nell'ottobre 2018, la Consulta, chiamata a decidere sul caso Dj Fabo-Cappato, aveva lasciato alle camere un anno di tempo per compensare il vuoto legislativo sul tema dell'aiuto al suicidio. Scaduto il termine senza che il legislatore fosse intervenuto - all'epoca, la maggioranza Lega-Movimento 5 stelle - a novembre 2019, la Corte costituzionale, con una sentenza storica, ha stabilito che l'aiuto al suicidio non è punibile, dal punto di vista penale, in presenza di quattro condizioni: il trattamento deve riguardare una persona tenuta in vita "da trattamenti di sostegno vitale" (per esempio, l'idratazione e l'alimentazione artificiale), "affetta da una patologia irreversibile", "fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche", ma che sia ancora "pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".
Il testo base presentato da Partito democratico e Movimento 5 stelle ripete - con la stessa terminologia - le indicazioni della Consulta, né più né meno, restringendo solo a queste circostanze i casi in cui l'aiuto al suicidio verrebbe depenalizzato. Nella proposta, la procedura viene definita "morte medicalmente assistita". In più, si specifica, sempre nel solco tracciato dalla Consulta, il paziente deve già essere assistito "dalla rete di cure palliative" o averle rifiutate. In altri termini, al malato terminale sarà prima richiesto di valutare la sedazione palliativa continua profonda - già oggi legale - che lo porterebbe a uno stato di incoscienza perenne, ma non alla morte.
La proposta di legge provvede a indicare la procedura che le Asl o gli ospedali dovrebbero seguire. Il punto è ancora oggi il problema principale anche dopo la decisione dalla Corte costituzionale, che infatti concludeva la propria sentenza sollecitando una "compiuta disciplina da parte del legislatore".
La domanda di suicidio assistito di un paziente verrebbe valutata da un Comitato per l'etica nella clinica competente dal punto di vista territoriale. Questo organismo sarebbe multidisciplinare, composto da "professionisti con competenze cliniche, psicologiche, sociali e bioetiche". Un altro aspetto importante: se dovesse essere approvata, la legge sarebbe anche retroattiva e renderebbe non più punibile chiunque sia stato condannato, anche con sentenza passata in giudicato, per aver aiutato a morire un paziente che presentasse le condizioni delimitate dal provvedimento (e dalla Consulta).
Non è eutanasia - Il suicidio assistito o "morte medicalmente assistita" non è equivalente all'eutanasia. Nel primo caso, infatti, il paziente avrebbe solo la possibilità di auto-somministrarsi il farmaco letale. Nel secondo, invece, l'intervento di accompagnamento alla morte avverrebbe per mano di terzi.
La differenza è enorme dal punto di vista giuridico, e non solo. Infatti, il 20 aprile i rappresentanti dell'Associazione Luca Coscioni - Marco Cappato, Mina Welby e Filomena Gallo - hanno depositato in Cassazione un quesito referendario sulla depenalizzazione dell'eutanasia in cui si chiede la parziale abrogazione dell'articolo 579 del Codice penale sull'"omicidio del consenziente". Secondo Cappato, se sul fine vita il "parlamento dovesse limitarsi a fare una legge per ripetere quello che ha già stabilito la Corte costituzionale, sarebbe un'occasione persa" per affrontare in maniera davvero efficace il tema.
di Andrea Voglino
Il Manifesto, 7 maggio 2021
In una graphic novel "Prigione N. 5" l'odissea dell'artista, attivista e giornalista curda. Due anni, nove mesi e ventidue giorni di reclusione. Il prezzo da pagare per un Tweet sotto il regime "democratico" di Tayyip Erdogan. Ma anche l'occasione per raccontare la vita nelle galere turche. Zehra Dogan l'ha fatto nel suo Prigione N. 5, romanzo grafico edito da Becco Giallo che alza l'asticella del "graphic journalism" oltre ogni portata attraverso la sua prospettiva unica. Dogan, però, minimizza: "M'interessano tutte le tecniche artistiche e di volta in volta scelgo il mezzo più consono al momento e alle mie capacità. Ma non riesco a pensare a me stessa come a un'autrice di romanzi grafici. Ho scelto questo mezzo solo perché pensavo che attraverso di esso avrei potuto raccontare nel modo migliore la mia prigionia. Non pensavo di farne un libro".
Chapeau, dunque, ai "veri" fumettisti che per tutto il periodo della detenzione e anche dopo hanno sostenuto l'autrice oggi trentaduenne per far sì che Prigione n. 5 trovasse una casa: il Jacques Tardi di Adele Blanc-Sec e i nostri Zerocalcare e Gianluca Costantini. E chapeau a chi durante la prigionia iniziata nel 2016 tra Diyarbakir e Tarso ha continuato a scriverle usando sempre la stessa carta da lettera e lasciando intonso il retro di ogni foglio per lasciar spazio a questa lettera dal carcere di 128 pagine.
Un supporto prezioso su cui Dogan ha lavorato con il poco a sua disposizione: qualche mozzicone di matita, fondi di tè o caffè, fluidi corporei, pennelli ricavati da capelli o piume d'uccello... "Materie prime e tecniche che utilizzo ancora oggi. Difficoltà, divieti, pressioni e scarsità di risorse mi hanno stimolato nella mia ricerca, influenzando inevitabilmente tutto ciò che utilizzo nel mio lavoro. Le mie creazioni continuano a prender forma dalla mia esperienza di vita". E accanto agli attrezzi del mestiere, il formidabile flusso di coscienza condiviso con le compagne di cella.
"Erano tutte sempre presenti, non solo con le rispettive esperienze, riflessioni e storie di vita, ma anche con la loro partecipazione al processo creativo vero e proprio. A volte, semplicemente facendo gruppo intorno a me e guardandomi lavorare. Altre volte, con un contributo diretto. Durante la pausa caffè settimanale, ad esempio, stendevo un panno sul pavimento perché ognuna di noi imprimesse l'impronta della sua tazza su di esso. Ne scaturivano cerchi perfetti ma anche forme più curiose che utilizzavo come base per i miei disegni".
Nel volume, l'odissea del popolo curdo è scandita da alcune date simbolo: il 1978, anno della fondazione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. il 12 settembre 1980, giorno del colpo di stato che porta alla carcerazione, alla tortura e alla morte di centinaia di militanti e cittadini da parte della giunta militare di Evren. gli Anni '90, con le persecuzioni da parte di servizi segreti turchi e hezbollah. E infine, gli Anni duemila, con l'avvento di quello che Mario Draghi ha definito "un dittatore con cui però bisogna collaborare".
Parole forti, ma inutili. "Il vostro Primo ministro ci ha visto giusto. Ma quando si tratta di firmare contratti, la sua vista peggiora. Se non fosse per le sue conseguenze, questa ipocrisia farebbe sorridere. Ma il Rojava conosce il prezzo dell'indifferenza. E rispetto alla condizione femminile non basta deplorare la fine della "Convenzione di Istanbul", è necessario intraprendere passi concreti perché la Turchia sia sanzionata. Quindi, come dice la canzone "parole, parole...".
Se per l'Europa la questione curda resta un clamoroso rimosso, per la sceneggiatrice e disegnatrice curda la ferita è rimasta aperta anche dopo il suo rilascio, avvenuto nel febbraio 2019. L'inizio di un'esistenza itinerante densa di opportunità artistiche, politiche e mediatiche che l'ha portata a Londra, in cui però la distanza da casa si fa sentire.
"Mi tengo in contatto con la mia famiglia, gli amici, i compagni di carcere rilasciati ma anche quelli ancora dietro le sbarre", sottolinea Dogan. A volte, addirittura arrivando a rimpiangere il luogo che dà il titolo al libro. "Sogno spesso di ritrovarmi di nuovo in prigione. Ma quando mi sveglio, a colpirmi è la nostalgia per i rari momenti di serenità con i miei amici in carcere. Non è strano sentire la mancanza di un luogo tanto terrificante?".
Nel frattempo, tutto si tiene: la testimonianza, la militanza, l'arte. E per fortuna, anche il fumetto. "Tra il 2015 e il 2016, mentre seguivo gli abusi turchi nelle città curde come giornalista, avevo iniziato un progetto a fumetti che precede Prigione N° 5. Prima del mio arresto, avevo inviato diversi disegni a un amico, ma in prigione il lavoro era rimasto in sospeso. Ora ho trovato la documentazione e le testimonianze che mi mancavano per completarlo, e intendo farne uno dei miei prossimi impegni".
Corriere Fiorentino, 7 maggio 2021
Lavori in corso per un cartellone che coinvolgerà tantissimi spazi, alcuni inediti L'assessore Sereni: "Tra le sorprese anche Castelpulci e il parcheggio di Villa Costanza". La direttrice del carcere Tuoni: "Non dobbiamo fare notizia solo per le cose brutte".
Nella Notte Bianca di sei anni fa, il carcere di Sollicciano si fece "americano" per una sera, celebrando il testamento artistico di Johnny Cash, Folsom Prison Blues. Una serata che fiorentini liberi e detenuti condivisero nel segno della grande storia del rock. Questa estate la magia si ripeterà. Non con Johnny Cash, con un altro tipo di spettacolo. Ma la magia dell'incontro tra chi sta fuori e chi sta dentro la casa circondariale.
Perché il Giardino degli Incontri di Sollicciano, mirabile opera di Giovanni Michelucci pensata proprio per una sua funzione sociale, si è offerta di far parte dei 16 luoghi dell'estate di Scandicci Open City, il cartellone di eventi. Insieme ad altri due luoghi simbolo e unici nel loro genere: la Scuola Superiore della Magistratura di Castelpulci e il parcheggio scambiatore di Villa Costanza.
"Lo scorso anno, con la pandemia, abbiamo dovuto cambiare completamente approccio all'estate - spiega l'assessore alla cultura Claudia Sereni. Riuscendo a garantire un'offerta culturale ma gestendo le attività in un modo sostenibile per quanto riguarda proprio la concezione dello spazio sociale. L'esperienza ci ha insegnato a usare meglio gli spazi per questo quest'anno abbiamo pensato a una chiamata rivolta a realtà private del territorio comunale e tra le risposte positive sono arrivate queste tre sorprese: il carcere, Castelpulci con il suo portato storico legato a Dino Campagio".
di Mario Di Carlo* e Vincenzo Miri**
Il Dubbio, 7 maggio 2021
Abbiamo una paura, una grande paura. Il dibattito pubblico sul disegno di legge per l'introduzione di misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità, noto come ddl Zan, si sta allontanando clamorosamente dal reale contenuto della proposta normativa. L'abbiamo purtroppo visto anche sulle colonne di questo giornale in alcuni brani dell'articolo "Ddl Zan, quando lo scontro ideologico uccide il dibattito" a firma di Paolo Delgado, pubblicato ieri.
Lungi dal riportare il dibattito ad un confronto pragmatico ed intellettualmente onesto fra opinioni divergenti assistiamo alla diffusione di informazioni non vere. È sconfortante leggere che, in base al ddl, "bast(erebbe) registrarsi all'anagrafe come donna per essere tale" e che "una volta stabilito che un uomo si dichiara donna è donna a tutti gli effetti diventerebbe difficile, se non impossibile, negare il diritto all'utero in affitto". Nulla di tutto ciò è vero.
È sufficiente una lettura del testo del ddl per rendersene conto: non un solo comma è capace di introdurre nell'ordinamento quanto appena riferito. D'altra parte è noto che l'ordinamento anagrafico e dello stato civile, la disciplina della rettificazione di sesso, di cui alla legge n. 164/ 82, e le sentenze della Corte costituzionale n. 221/2015 e 180/2017, per stare ai formanti principali, prevedono procedure giurisdizionali estremamente complesse, approfondite e spesso logoranti per il riconoscimento della identità di genere, benché quest'ultima sia "elemento costitutivo del diritto all'identità personale, rientrante a pieno titolo nell'ambito dei diritti fondamentali della persona" e, come tale, sia meritevole della massima garanzia di piena attuazione. "Va escluso che il solo elemento volontaristico possa rivestire prioritario o esclusivo rilievo ai fini dell'accertamento della transizione": così si legge nell'ultima sentenza citata.
Tutt'altro che una semplice dichiarazione all'anagrafe. Quanto, poi, alla gestazione per altri, essa resta vietata nel nostro ordinamento dall'art. 12 della legge n. 40/ 2004, ed anche in questo caso il ddl Zan non modifica alcunché. Leggere per credere.
Ci pare, allora, che questa variante del dibattito si risolva in una distrazione assai nociva, che solleva paure su previsioni inesistenti finendo per oscurare la reale necessità di tutela di persone in carne ed ossa. Necessità, ormai, divenuta urgenza, perché i reati d'odio sempre più frequenti presentano una più grave lesione dei beni tutelati dall'ordinamento e della dignità umana. Va poi detto, in un confronto sereno, che il tentativo di leggere ideologicamente e assiomaticamente le definizioni normative proposte all'art. 1 del ddl trascura la prospettiva del diritto penale e dello specifico disegno di legge.
Tali definizioni, da un lato, sono funzionali alla tipizzazione della fattispecie, proprio a tutela delle libertà, e dall'altro sono necessarie a individuare il bene protetto ed il comportamento vietato dall'ordinamento. Basti rammentare che quando la legge Mancino parla di razza, essa non sostiene o valorizza l'esistenza della razza, contro ogni evidenza scientifica ed antropologica. Al contrario, intende vietare e sanzionare particolarmente l'odio e la violenza che su quel concetto fanno leva.
Veniamo quindi alla vexata quaestio della libertà di espressione. Il ddl Zan non introduce una fattispecie nuova ma estende ad ulteriori fattori di discriminazione le fattispecie già esistenti nel codice penale all'art. 604 bis, ovvero l'istigazione ed associazione a delinquere per motivi di discriminazione, escludendo però il reato di propaganda, ed all'art. 604 ter, ovvero l'aggravante della finalità di discriminazione.
La libertà di espressione è presidio fra i più alti dell'ordinamento democratico. Tuttavia l'istigazione al reato d'odio non viola tale libertà, come riconosciuto dalla Corte di Cassazione, dalla Corte europea dei diritti umani (sent. Lielliendahl v. Iceland, 11 giugno 2020) e, sia pur in contesto non penalistico, dalla Corte di Giustizia (causa C-507/18).
La libertà di espressione, come le altre, non è illimitata e non può violare la dignità umana. Il nostro ordinamento conosce una serie di reati connessi all'espressione non lecita del pensiero. L'istigazione, poi, richiede un livello di materialità, un invito a tenere una condotta illecita, che la rendono perseguibile giacché il soggetto non si limita all'espressione di opinioni o convincimenti.
A scanso di ogni equivoco, il ddl Zan, nel testo approvato dalla Camera dei Deputati, all'art. 4 prevede che "ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti", in coerenza con l'articolo 7 della Decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale. Tale inserimento, che alla luce dell'art. 21 della Costituzione può apparire perfino ultroneo e criticabile, chiarisce ampiamente che lo spazio di libera e lecita espressione delle idee non è compresso.
L'istituzione in ambito nazionale della giornata contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, traspone in Italia una ricorrenza già presente nell'Unione Europea e costituisce un importante momento per affrontare a livello educativo e culturale il problema della violenza motivata dall'odio, come già si affronta o si cerca di affrontare il tema della violenza xenofoba. Lo strumento penale, infatti, non può che essere l'ultima risorsa ed è certamente necessario partire dall'educazione. Ci sono opinioni divergenti ma il nostro auspicio è che il dibattito possa tornare ad un confronto sui temi reali in discussione, senza essere inquinato da fake news, fantasmi, tatticismi politici o posizioni di comodo.
Una legge di tutela contro i crimini d'odio e di discriminazione, volta a introdurre anche misure preventive, costituirebbe un significativo passo avanti per la nostra civiltà giuridica e per la capacità del nostro Paese di includere e tutelare tutte le persone, offrendo parità di trattamento ed il migliore contesto di sviluppo anche a chi guarda all'Italia per decidere se venirci a vivere e lavorare.
*Presidente Edge
**Presidente avvocatura per i diritti Lgbti Rete Lenford
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 maggio 2021
Camera dei deputati. Caos nelle commissioni Giustizia e Affari sociali. Il M5S rimuove il fuoriuscito Trizzino. Lega e FI spaccano la maggioranza.
Dopo tre anni quasi di lavoro, il testo base della legge sul suicidio assistito era pronto, ieri mattina, per essere consegnato nelle mani della presidente della commissione Affari sociali della Camera, Marialucia Lorefice, avvisata già la scorsa settimana dai due relatori, il dem Alfredo Bazoli, di area cattolica, e l'ex M5S Giorgio Trizzino, medico, tra i fondatori della Società italiana di cure palliative.
"Un testo già insoddisfacente, un compromesso al ribasso", lo definisce Marco Cappato che con l'Associazione Luca Coscioni ha portato avanti la battaglia culminata nella sentenza con la quale la Corte costituzionale ha già di fatto depenalizzato l'aiuto al suicidio. Ma mentre, in seduta congiunta con la commissione Giustizia, il centrodestra e la Lega alzavano il polverone chiedendo di sostituire uno dei relatori con una formazione più in linea con l'attuale maggioranza di governo, un accordo al vertice aveva già disposto la sostituzione di Trizzino con un 5 Stelle doc, Nicola Provenza. Prima ancora che avesse il tempo di depositare il testo base.
Risultato: si ricomincia da capo o quasi, anche se ora il dito è puntato contro le forze di destra e i due presidenti di commissione, Lorefice e Mario Perantoni, entrambi pentastellati, assicurano che, con il placet a tempo record del nuovo relatore, "la prossima settimana sarà presentato il testo base sul fine vita".
Una decisione "incomprensibile" agli occhi dell'onorevole Trizzino tanto più perché, spiega al manifesto, "abbiamo fatto un lungo lavoro, anche di mediazione. Ma un provvedimento così complesso merita sicuramente il confronto di più persone, esperte in materia". Si sarebbe potuto quindi aggiungere un relatore, anziché sostituirlo a lavori così avanzati, come invece chiedeva il capogruppo della Lega in commissione Giustizia, Roberto Turri, già relatore del testo durante il governo gialloverde, che invoca ora l'intervento del presidente Fico.
E invece, commenta amaro Trizzino che ha abbandonato il movimento grillino poco più di un mese fa, "chi ha la vera competenza in materia viene tirato fuori". Proprio dai partiti della "meritocrazia": "Anche il Pd deve abbandonare la sua equivoca posizione - aggiunge il medico palermitano, deputato al primo mandato - La sensazione netta è che non si voglia arrivare ad una buona legge, come indicato dalla Consulta. Ma sarebbe davvero estremamente grave se il Parlamento ignorasse il richiamo della Corte costituzionale. In questo caso, troveranno personalmente me sul loro cammino".
Anche il relatore dem Bazoli si dice "sorpreso": "Gli accordi presi in Ufficio di presidenza non sono stati rispettati - accusa puntando il dito contro il centrodestra -. Siamo in ritardo di un anno nell'approvazione. E nonostante questo, bloccano tutto. Spero - conclude - che la prossima settimana si possa depositare il testo base che, ribadisco, è una ipotesi, aperto ai contributi". Getta acqua sul fuoco, così come fa il suo collega Provenza, che si dice disposto ad accettare il testo base messo a punto da Trizzino perché, spiega, "sul tema del fine vita è importante che la politica dia risposte concrete a tutti quei cittadini che aspettano da tempo questa legge di civiltà".
Sta di fatto che, come il giorno prima nel caso della commissione d'inchiesta sulla magistratura, la maggioranza che sostiene il governo di unità nazionale mostra di nuovo tutte le sue crepe. E che, a sette anni e mezzo dal deposito della legge di iniziativa popolare promossa dall'associazione Coscioni e da Radicali italiani, il Parlamento sia ancora impantanato sul tema, sembra incredibile. "Attendiamo ora di sapere se ci saranno reazioni da parte dei capi dei partiti, per capire se in particolare Enrico Letta e Beppe Grillo o Giuseppe Conte continueranno a ignorare la questione - commenta Marco Cappato - Da parte nostra ci prepariamo a raccogliere le firme sul Referendum Eutanasia Legale, con l'obiettivo di una piena e non discriminatoria legalizzazione dell'eutanasia sul modello olandese".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 7 maggio 2021
Se dire a due gay "fate schifo" o prenderli a calci sarà un crimine (non una bravata) ci penseranno tutti bene prima. Predisporsi all'ascolto, contro la prospettiva di diventare marci di cinismo, è un pregio enorme e ripara dal rischio di non dare più credito a chi ti parla. Persino alla politica che, invece, può ancora condizionare l'opinione pubblica. Non solo dividerla, ma proprio condizionarla. Ciò che non è consentito, contemplato e sanzionato per legge è rispettivamente valutato dall'opinione pubblica come illegale, inesistente e lecito.
Prendiamo la legge Zan - votata alla Camera a novembre 2020 e calendarizzata in Senato dopo quasi sei mesi -: attraversa quel momento difficile tipico di tutte le leggi che estendono diritti a costo zero, le quali, in fase di dibattimento, offrono l'opportunità - vitale per i partiti - di polarizzare l'opinione pubblica, sollecitare la propria base elettorale ed eventualmente provare ad allargarla. Ma anche di dividere, spesso paventando pericoli in agguato. I caveat, in questo caso, passano da concetti assai semplici (Attenti! Che per difendere i gay finirete per essere criminalizzati voi! Attenti! Plageranno i vostri figli nelle scuole!) ad altri più complessi, che forse meritano una riflessione ancora più attenta.
Il punto chiave della critica, per parte della galassia femminista, sta nel concetto di "identità di genere", così nell'articolo 1 della Legge Zan: "Per identità di genere si intende l'identificazione percepita e manifesta di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall'aver concluso un percorso di transizione". Il rischio è - sostengono - che uomini transgender possano accedere a politiche di pari opportunità o sentirsi discriminati nel non essere considerati pienamente donne. Giusto parlarne, ma la legge Zan mi pare abbia una prospettiva diversa: fungere da deterrente per atteggiamenti e comportamenti discriminatori di quanti credono di poterla fare franca se insultano o malmenano due persone dello stesso sesso che si tengono per mano o si baciano.
Sì, certo, gli atti di violenza sono già sanzionati: che senso ha una legge tanto specifica? Il senso sta nelle aggravanti che già esistono per altre forme di violenza e discriminazione, come per i motivi religiosi o etnici. Posso dire che mi sento a disagio davanti a persone con un orientamento sessuale diverso dal mio (chi si sogna di censurare un sentimento?), ma non posso dir loro che mi fanno schifo o prenderle a calci. Ecco, con una legge che ritiene questi comportamenti un'aggravante, è probabile che, prima di insultare o usare violenza, si avrà il buon senso di pensarci. Per il fatto - fondamentale - che il Parlamento ha detto che non è bravata ma crimine.
La foto che ho scelto descrive un momento di intensa dolcezza: due ragazze giovanissime uniscono i loro profili e sorridono. Sono a un gay pride: si sentono al sicuro. Fa male pensare che altrove si sentirebbero in imbarazzo a mostrare quella felicità: per paura di essere insultate, discriminate. A questo servono la politica e leggi come quella di Alessandro Zan: a sentirsi parte di una comunità che non minaccia ma protegge. Lega, FI e FdI paventano pericoli in modo strumentale, non tanto per bloccare la legge ma per occupare spazio sui media. C'è chi vuole farsi largo nel partito o in coalizione. Bisognerebbe imparare a non farlo sulla pelle degli altri.
Le critiche hanno motivazioni che con la legge non c'entrano. Cosa c'è di sbagliato nell'inserire nel codice penale "misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull'identità di genere e sulla disabilità"? Cosa nel voler progettare, a scuola, percorsi di consapevolezza? O nel dedicare una giornata al tema? Nulla. Siamo ottimisti! Ci sono buone possibilità che la legge passi anche al Senato. Allora, forza: un diritto non è mai per pochi: quando è riconosciuto, poi è di tutti.
di Alessandro Zan
Il Dubbio, 7 maggio 2021
Il valore che le madri e i padri costituenti hanno impresso nella Costituzione non è solo quello di atto fondamentale per tutta la struttura normativa su cui si basano le nostre vite, ma anche di manifesto programmatico, che tutte le sensibilità politiche condivisero, per creare una società realmente democratica e plurale, dopo gli anni del totalitarismo e della catastrofe. In particolare, all'articolo 3 la Costituzione affida alla Repubblica, e quindi al legislatore, il compito di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana".
Dunque anche la tutela di tutte le condizioni e i caratteri insiti in ogni essere umano, in quanto tale. Proprio seguendo il percorso indicato dalla Costituzione, la legge Reale- Mancino già contrasta i crimini d'odio per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Tuttavia negli ultimi anni i maggiori osservatori europei per i diritti umani hanno relegato l'Italia agli ultimi posti delle loro classifiche per inclusione sociale della comunità lgbt+. Hanno disegnato una vera e propria mappa dell'odio, che ci consegna una situazione critica e d'emergenza: i crimini d'odio e le discriminazioni colpiscono in particolare le donne, le persone lgbt+ e le persone con disabilità. Ovvero individui colpiti per il loro sesso, per il loro genere, per il loro orientamento sessuale, per la loro identità di genere o per la loro disabilità.
Ed è esattamente utilizzando questi termini che il ddl, di cui sono stato relatore alla Camera, intende emendare la legge Reale- Mancino, estendendo anche a queste categorie (che sono pure condizioni ascritte all'essere umano, come l'etnia o la nazionalità) l'efficacia della norma. Una volta emendati, gli articoli 604 bis e ter del codice penale - che hanno codificato la legge citata poco fa - diverrebbero dunque non solo uno strumento in più di denuncia da parte delle vittime, ma anche un aiuto alle forze dell'ordine per perseguire e prevenire questi crimini.
Come è stato più volte sottolineato anche da dirigenti Oscad (Osservatorio della Polizia di Stato contro le discriminazioni) in Italia esiste un enorme fenomeno di under-reporting sui reati a sfondo omotransfobico, proprio perché non esiste fattispecie di reato ad hoc, dunque i dati in nostro possesso sono decisamente parziali e arrivano tutti dai casi che finiscono sulla stampa o sui social media, perché denunciati pubblicamente dalle vittime.
Dunque, da un punto di vista tecnico- giuridico, la nostra volontà (nostra per indicare l'ampia volontà comune di tutte quelle forze politiche che hanno contribuito alla formulazione e all'approvazione alla Camera del testo) è quella di estendere una legge che esiste da più di 40 anni, con una giurisprudenza - anche costituzionale - consolidata, che ne ha chiarito ogni aspetto potenzialmente critico. Mi riferisco agli attacchi pretestuosi e infondati di chi definisce questo provvedimento "liberticida", e che ha creato nell'ultimo anno massicce campagne di fake news. Questa è una proposta di legge che poggia sul bilanciamento tra la libertà di espressione e la tutela della dignità delle persone.
Il Presidente della Repubblica stesso, in occasione dell'ultima giornata internazionale contro l'omofobia, ha chiarito che "le discriminazioni basate sull'orientamento sessuale costituiscono una violazione del principio di eguaglianza e ledono i diritti umani necessari a un pieno sviluppo della personalità umana". Insomma la libertà di espressione non può mai degenerare in discriminazione o incitamento all'odio. Per essere chiari, un esempio: un prete in Chiesa sarà sempre libero di affermare che l'unica famiglia possibile può essere tra un uomo o una donna.
È ovviamente una libera opinione, che non condivido, ma che deve essere tutelata. Ma una persona non può liberamente augurare il rogo alle persone omosessuali o auspicare che si riaprano i forni crematori per le persone trans, come purtroppo spesso accade soprattutto sui social. Uno stato che si definisce civile deve contrastare con tutta la sua forza questi fenomeni.
C'è inoltre un ulteriore aspetto che mi preme sottolineare. Più volte nel corso di questi mesi mi è stato chiesto chi ha paura di questo ddl, e perché spesso chi si oppone ricorre a bufale, in totale malafede. Sono convinto che l'approvazione di questo provvedimento sancirebbe il posizionamento dell'Italia nell'Europa dei diritti, della libertà e della democrazia, tra Paesi come Francia, Germania, Belgio, Spagna, rompendo definitivamente ogni ammiccamento a derive sovraniste come quelle di Ungheria e Polonia.
Lega e Fratelli d'Italia guardano ancora a quei modelli, che hanno creato profonde fratture all'interno dell'Unione Europea e che tutt'ora conducono campagne d'odio istituzionalizzate contro la comunità Lgbt+ e contro i diritti delle donne. Questa non può diventare una battaglia ideologica o di parte, ma una battaglia per un patrimonio comune.
In Francia fu la destra di Chirac ad approvare una norma contro l'omotransfobia nel 2004. Infatti non ci può essere alcun europeismo dove esiste esitazione o, peggio, opposizione ai diritti, ed è tempo per il nostro Paese di definire il suo modello di futuro, di definire la sua collocazione in un contesto europeo che proprio su questi temi si sta dividendo tra paesi avanzati e paesi arretrati. Dopo ben cinque tentativi falliti dal 1996, l'Italia non può più permettersi di perdere questa occasione di civiltà e tutelare ogni sua cittadina e suo cittadino semplicemente per chi è.
*Deputato
ansa.it, 7 maggio 2021
Il Comitato anti-tortura mette in guardia dall'impatto delle misure di austerità sulle condizioni di detenzione nelle prigioni. Il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d'Europa ha emesso una raccolta di requisiti minimi che riguardano le condizioni di detenzione nelle prigioni europee, esprimendo preoccupazione per gli effetti negativi causati dalle misure di austerità preesistenti in alcuni paesi, che potrebbero essere esacerbati da possibili restrizioni di bilancio ancora più sostanziali, dovute alle ripercussioni a lungo termine della pandemia del Covid-19. Nel suo rapporto annuale per l'anno 2020, il CPT ricorda che in numerose delle sue visite nel corso degli anni ha riscontrato un mancato soddisfacimento dei bisogni fondamentali dei detenuti all'interno di alcuni stabilimenti, il che potrebbe sfociare in un'esposizione dei detenuti a trattamenti inumani o degradanti.
Il Comitato evidenzia che in diversi Stati del Consiglio d'Europa la pandemia si sta verificando nel quadro di una crisi di bilancio dei sistemi penitenziari che colpisce i bilanci e il personale delle carceri. Nel corso delle sue visite, il CPT ha riscontrato sempre più spesso che tagli significativi hanno inciso sulla qualità della vita dei detenuti, riguardo a questioni come il cibo, il riscaldamento, il regime delle attività, l'accesso al lavoro e il tempo trascorso fuori dalle celle. Il Comitato osserva che le misure di austerità possono aumentare la povertà tra i detenuti, rendere gli articoli più scarsi o più costosi, e limitare i contatti telefonici dei detenuti con le loro famiglie o la loro possibilità di fare piccoli acquisti alla mensa del carcere. Questo problema può colpire in particolare i prigionieri che non ricevono alcun reddito dalle loro famiglie o da fonti esterne, i quali costituiscono una porzione significativa della popolazione carceraria in molti paesi.
"Le persone private della loro libertà nelle prigioni o in qualsiasi altro istituto hanno il diritto di godere di condizioni di vita adeguate. È fondamentale sottolineare che alcuni dei diritti sociali ed economici fondamentali delle persone detenute sono indivisibili dal loro diritto ad essere trattati dignitosamente. Una soglia di decenza dovrebbe sempre essere rispettata nelle prigioni, anche nel contesto delle misure di austerità innescate dalle crisi economiche", ha dichiarato il presidente del CPT Alan Mitchell.
Inoltre, il rapporto annuale ricorda che il 20 marzo 2020 il CPT è stato il primo organismo del Consiglio d'Europa a pubblicare una guida sostanziale per gli Stati membri sulla pandemia: la Dichiarazione dei Principi relativi al trattamento delle persone private della libertà personale nell'ambito della pandemia del coronavirus (Covid-19), disponibile per gli Stati membri in 26 lingue. Per adempiere al suo mandato durante questo periodo, il CPT ha sviluppato una guida pratica interna relativa alle misure di protezione necessarie contro il Covid-19, per continuare a visitare i luoghi di privazione della libertà. Nel 2021, il CPT ha già effettuato delle visite periodiche in Serbia, Svezia, Svizzera e Turchia, e sono previste visite anche in Austria, Bulgaria, Lettonia, Lituania, Regno Unito e Russia.
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