di Luigi Manconi
La Repubblica, 6 maggio 2021
La sentenza della Corte costituzionale tedesca impone la questione ambientale come assoluta priorità dell'agenda politica e tutela le prossime generazioni. Per una volta, il termine "epocale", di cui si fa un indecoroso abuso, non suona eccessivo se accostato alla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 24 marzo scorso. La pronuncia, radicalmente innovativa, salva la questione climatica dal rischio di perdersi nella retorica unanimistica e nella leziosità mondana: e la impone - grazie alla sua autorità di più alta giurisdizione - come assoluta priorità dell'agenda politica.
La Corte, infatti, ha dichiarato parzialmente incostituzionale la legge del 2019, che prevede una riduzione del 55% delle emissioni di CO2 entro il 2030: ciò risulterebbe insufficiente rispetto all'obiettivo, voluto dagli Accordi di Parigi (2015), della neutralità climatica per il 2050. Secondo la Corte la normativa ha l'effetto di scaricare sulle generazioni future gli impegni più onerosi per portare quasi a zero le emissioni di anidride carbonica, rendendo necessari tagli molto più gravosi nei vent'anni successivi al 2030. E quelle misure si tradurrebbero in un sacrificio eccessivo e sproporzionato dei diritti fondamentali dei cittadini dei prossimi decenni.
È una novità davvero rivoluzionaria (così l'hanno definita i media tedeschi). Prendiamo un topos letterario di gran successo - al quale, lo confesso, ho fatto ricorso anche io - come: "La Terra non ci è stata lasciata in eredità dai nostri padri, ma ci è stata data in prestito dai nostri figli". Il Tribunale costituzionale tedesco fa suo quello che pare fosse in origine un motto dei nativi d'America, rielaborato da Alex Langer per un convegno dei primi Verdi italiani nel 1985: e lo incarna nella materialità dell'esperienza della vita sociale, facendo i conti, prendendo le misure, calcolando le percentuali. Traduce, cioè, quella antica saggezza in obiettivi e tempi, vincoli e obblighi. E in precise responsabilità per governi e assemblee rappresentative.
E, così, per la prima volta in Europa il principio della "responsabilità intergenerazionale" assume prescrittività giuridica, riconoscendo a quelle stesse nuove generazioni la titolarità di diritti esigibili già oggi. Dunque, la tutela del clima viene affermata come diritto fondamentale, e l'argomentazione è, anch'essa, innovativa: le drastiche riduzioni delle emissioni nocive, afferma la Corte, "riguardano potenzialmente qualsiasi libertà, dal momento che tutti gli aspetti della vita umana sono collegati al peggioramento del clima e quindi minacciano forti limitazioni dei diritti fondamentali dopo il 2030".
È il rovesciamento radicale di tutte le declamazioni di ambientalismo abborracciato, udite negli ultimi mesi, in particolare, dopo l'istituzione del ministero della Transizione ecologica. In una sorta di euforia new age, l'ecologia sembra spuntar fuori in qualsiasi discorso pubblico, ma con il ruolo che ha il richiamo alla fame nel mondo quando si parla di ristoranti stellati: un ornamento, una paillette, una decorazione sbrilluccicante. E invece, dice la Corte costituzionale tedesca, e dice il pensiero ambientalista più accorto, l'ecologia è fondamento di qualunque idea di ben essere e di ben vivere.
L'ecologia è, deve essere, strettamente intrecciata a ogni progetto di economia capace di ribaltare i criteri meramente quantitativi e consumistici dei sistemi produttivi contemporanei; ed è correlata intimamente, appunto, a "tutti gli aspetti della vita umana". Di conseguenza, l'ecologia non è un obiettivo da aggiungere a un tradizionale programma politico - cambia poco se in capo o alla fine di esso - bensì un punto di vista qualificante l'intera attività sociale: dall'organizzazione dei trasporti alla tutela del paesaggio, fino alla cura per la bellezza naturale e per quella realizzata dalle mani dell'uomo.
Infine, di questa vicenda, due elementi, propri dell'ordinamento giuridico tedesco e assenti in quello italiano, vanno sottolineati. Nella Costituzione tedesca si trova scritto che "lo Stato tutela, assumendo con ciò la propria responsabilità nei confronti delle generazioni future, i fondamenti naturali della vita e gli animali". Una proposta per inserire nella nostra Costituzione una specifica previsione a tutela dell'ambiente e della fauna è attualmente in discussione nella Commissione Affari costituzionali del Senato, ma il suo cammino è pesantemente insidiato da quasi 250.000 emendamenti presentati dalla Lega.
Il secondo fattore di differenza riguarda le modalità attraverso le quali si attivano le rispettive Corti costituzionali. In Germania gli individui e le associazioni possono chiedere alla Corte di pronunciarsi sulla costituzionalità di una legge. Ed è ciò che è avvenuto in questo caso, su iniziativa di quattro cittadini, sostenuti da Fridays For Future, Bund e Greenpeace. Il che la dice lunga su quanto, in Italia, la qualità della partecipazione democratica sia tuttora assai mediocre.
di Gregorio Piccin
Il Manifesto, 6 maggio 2021
Ieri ha aperto i battenti la più grande esercitazione militare a guida Usa dalla "fine" della guerra fredda con ciò lasciando ben intendere che la versione 2.0 di essa è in pieno svolgimento ed è molto più "calda" della prima. Defender Europe 2021 (DE 21) che vede la partecipazione di 28 mila effettivi di 26 Paesi (non solo membri Nato) avrà un costo annunciato di mezzo miliardo di dollari. Ampiamente sottostimato se si considera che l'esercitazione, che proseguirà fino a giugno, prevede operazioni simultanee in 30 diverse località di 12 Paesi coinvolgendo una vasta area geografica dai Balcani al Baltico, dal Mar Nero al Nord Africa, il trasferimento di migliaia di soldati dagli Stati uniti e lo spostamento di mezzi militari pesanti da Italia, Germania e Olanda.
L'edizione del 2020 che di effettivi ne prevedeva 37.000, è stata ridimensionata dallo scoppio della pandemia lasciando praticamente a "bocca asciutta" gli alti comandi Usa-Nato che intendevano testare in maniera massiccia tutte le capacità operative di una "Shengen militare" in fase di costruzione e perfezionamento anche attraverso il Military Mobility Project, uno dei 47 progetti europei in ambito Pesco (Permanent Structured Cooperation) a cui gli Stati uniti hanno chiesto espressamente di partecipare. Verranno finalmente testate le capacità logistiche dell'Alleanza ma soprattutto le capacità dei Paesi ospitanti di sostenere la pressione esercitata da una enorme movimentazione di mezzi militari, materiali e uomini attraverso strade, autostrade, ferrovie, aeroporti ma soprattutto porti.
Il generale americano Tod Walters, alla guida del comando Usa in Europa, nel suo intervento alla cerimonia inaugurale di DE 21 al porto albanese di Durazzo non a caso ha tirato in ballo proprio lo sbarco alleato in Normadia nel giugno 1944: "Il D-Day ci fa ricordare quanto sia difficile questo test" sottolineando come "l'obiettivo è dimostrare la nostra capacità in contemporanee operazioni in differenti paesi, sfruttando tutte le nostre forze contro un rivale in un simulato conflitto di alto interesse". Walters si trovava a Durazzo perché l'Albania ospiterà il comando dell'esercitazione ed è proprio sulle sue coste che è previsto il maggiore sbarco militare avvenuto in Europa dalla Seconda Guerra mondiale. Il premier albanese Rama, gongolante per la "prestigiosa" ribalta atlantica, ha voluto spavaldamente sottolineare come oltre all'obiettivo indicato da Walters, DE 21 servirà "anche a dare a tutta la regione, e persino oltre, un messaggio molto chiaro a chi ha bisogno di risposte dirette sulla nostra ferma posizione all'interno dell'Alleanza".
La NATO torna all'attacco nei Balcani, mettendo a sistema gli ultimi decenni di espansione verso Est (arrivando a bussare direttamente alle porte della Russia) e la relazione molto speciale con la "grande Albania" conquistata bombardando la ex Jugoslavia e staccandone un pezzo, il Kosovo, che infatti parteciperà all'esercitazione sia con propri effettivi che mettendo a disposizione il suo territorio - dov'è già attiva la base Usa di Camp Bondsteel - per le operazioni. DE 21 fa parte di quelle grandi e costosissime esercitazioni di "alto profilo" che la Nato ha deciso di mettere in campo in Europa per contenere la presunta aggressività della Russia come la Trident Juncture in Norvegia e nel Mar Baltico e la Dynamic Manta nel Mediterraneo. Gli Stati uniti, tra l'altro, imbastiscono analoghe esercitazioni anche nel Pacifico in funzione anti-cinese.
Come avviene per qualsiasi cosa faccia la Nato anche la scelta di cimentarsi in manovre continentali risponde alle esigenze strategiche degli Stati uniti che hanno da tempo sostituito il nemico di turno: se prima eravamo tutti coinvolti nella guerra permanente contro il terrorismo oggi dobbiamo tutti fronteggiare la grande minaccia russa e cinese. Eppure, secondo il Sipri, chi tira la carretta della corsa agli armamenti è proprio il blocco euro-atlantico che con le sue multinazionali di bandiera controlla l'80,4% del mercato mondiale delle armi e dei sistemi d'arma. Chi minaccia chi? Secondo Chomsky gli Stati Uniti sono "il più pericoloso Stato canaglia e la più grave minaccia alla pace e alla distensione".
di Danilo Taino
Corriere della Sera, 6 maggio 2021
Il calcolo a parità di potere d'acquisto - che paragona non solo quanto realmente si può comprare ma anche quanti stipendi si possono pagare in due diversi Paesi - è significativo e può smentire convinzioni e statistiche radicate. Per esempio quelle secondo cui la Cina investe enormemente meno degli Stati Uniti in spesa militare.
Una cosa è una mazzetta di dollari, un'altra è quello che ci puoi comprare. Se negli Stati Uniti ti dà la possibilità di acquistare X, in Cina, dove il costo della vita è inferiore, l'opportunità è X-plus. È diverso quello che puoi comprare e pagare con lo stesso importo di banconote nei due Paesi. A Pechino, con la stessa somma hai un potere d'acquisto più alto che a New York.
È per questo che l'economia americana è maggiore di quella cinese a prezzi correnti (cioè quelli di mercato) ma è più piccola se misurata a parità di potere d'acquisto (ppa), 22 mila miliardi di dollari contro i 26 mila della Cina (Fondo monetario internazionale). Il calcolo a parità di potere d'acquisto - che paragona non solo quanto realmente si può comprare ma anche quanti stipendi si possono pagare in due diversi Paesi - è significativo e può smentire convinzioni e statistiche radicate.
Per esempio quelle secondo cui la Cina investe enormemente meno degli Stati Uniti in spesa militare. Peter Robertson, professore di Economia della University of Western Australia (citato dall'Economist) ha calcolato un "ppa militare" tenendo conto di quanto costano realmente gli equipaggiamenti, le spese di funzionamento e i salari negli eserciti. Il risultato è illuminante.
A prezzi correnti - quelli che si citano di solito quando si parla di bilanci militari - Washington ha speso l'anno scorso 778 miliardi di dollari (più 4,4% sul 2019) mentre Pechino "solo" 252 miliardi (più 1,9%), un terzo del rivale americano, secondo il Centro studi Sipri (la cifra ufficiale data dal governo cinese è 184 miliardi ma è unanimemente ritenuta bassa dagli analisti).
Ma se il calcolo lo si fa a parità di potere d'acquisto la spesa cinese arriva attorno a 520 miliardi, due terzi di quella americana, calcola Robertson. È che, per dire, il salario d'ingresso di un soldato è sui dieci dollari al mese in Cina e 1.773 dollari negli Usa. E la produzione interna di armamenti costa meno nel Paese asiatico, come i prezzi di manutenzione.
Si vede così che la sfida cinese all'Occidente non è solo economica, tecnologica e di modello: è anche militare. Oltre a innovare, gli Stati Uniti hanno il vantaggio di una capacità accumulata superiore: un sommergibile e una portaerei funzionano per decenni. Ma la Cina può contare su uno stock di armamenti più recente e tarato su una realtà militare in cambiamento. Mai fermarsi alla prima statistica.
di Enrico Terrinoni
Il Manifesto, 6 maggio 2021
B Puntualmente assistiamo a polemiche su chi prese davvero la decisione sulla sua fine. I detrattori della leadership storica di Sinn Féin ritengono che il partito l'abbia sacrificato per il proprio tornaconto politico e per accrescere il consenso. I compagni di partito e di cella parlano invece, in gran parte, di una sostanziale unione di intenti.
All'una circa del mattino, il 5 maggio del 1981, Bobby Sands moriva dopo 66 giorni di sciopero della fame nell'ospedale del carcere di Long Kesh - detto The Maze, "il labirinto" - nella zona di Lisburn, a sudovest di Belfast. Vi era entrato il 1 marzo, e in quelle nove settimane e mezzo di calvario erano successe tante cose. Tra queste, il 9 aprile Bobby era stato eletto al parlamento di Westminster. Quando arrivò la notizia della straordinaria quanto inaspettata vittoria elettorale, il detenuto Robert Sands era già quasi immobile su un letto, avvolto in un pigiama imbottito per evitare che le ossa gli uscissero dalle articolazioni.
Sands fu solo il primo di una serie di compagni dell'Ira (Irish Republican Army) e della Inla (Irish National Liberation Army) a unirsi a quella protesta estrema, e nove di loro lo seguirono nella morte. Una morte divenuta, nel tempo, il simbolo di una lotta generale per la fine di ogni oppressione, per l'uguaglianza e contro ogni ingiustizia, ma che resta la battaglia di un gruppo di ragazzi animati dall'ideale di una repubblica socialista, che volevano vedere riconosciuti alcuni diritti basilari.
La lotta dei dieci che morirono nel 1981 nasceva infatti da una richiesta ragionevolissima, persino banale: il riconoscimento del diritto a non essere considerati criminali comuni, ma prigionieri politici. Chiedevano, ad esempio, di non dover indossare l'uniforme carceraria o di potersi riunire e organizzare attività culturali all'interno del carcere, e persino quello di ricevere una visita, una lettera, e un pacco a settimana. Tutti diritti negati dalla strategia della "criminalizzazione" e "ulsterizzazione" del conflitto voluta dall'allora iron lady, Margaret Thatcher, fino all'escalation dello sciopero della fame.
Bobby Sands, un proletario di nord Belfast unitosi all'Ira a diciotto anni, in concomitanza con l'eccidio del Bloody Sunday - quando i parà inglesi aprirono il fuoco su una folla che manifestava pacificamente per i diritti civili, uccidendo 14 persone - durante gli anni duri della prigionia aveva scritto che "soltanto la maggioranza della nazione irlandese potrà permettere la realizzazione della repubblica socialista", e che per questo "sarà indispensabile lavoro duro e sacrificio". Era più che consapevole, Sands, che sarebbe stato lui il primo a doversi sacrificare. E il senso di quella scelta, a distanza di quarant'anni, non è soltanto un'eredità morale enorme, ma anche la visione di un lungo e annoso processo di pace, ancora in fieri per quanto oggi in evidente stallo.
Tuttavia, quella di Bobby, la cui tomba è stata spesso, negli anni passati, vandalizzata da slogan e scritte fasciste, resta un'eredità per molti divisiva: anche in Irlanda, e anche nel fronte repubblicano. Puntualmente assistiamo a polemiche su chi prese davvero la decisione sulla sua fine, ad esempio. I detrattori della leadership storica di Sinn Féin ritengono che il partito l'abbia sacrificato per il proprio tornaconto politico e per accrescere il consenso. I compagni di partito e di cella parlano invece, in gran parte, di una sostanziale unione di intenti.
Gli scritti stessi di Sands, composti spesso in maniera precaria su cartine di sigaretta, pezzi di carta igienica o brandelli di Bibbia, e fatti poi uscire dal carcere in maniera clandestina (tra questi, molte bellissime poesie) ci raccontano di una decisione estremamente consapevole e di un fermo volere: la consapevolezza che gli inglesi non avrebbero mai mostrato pietà contro quanti erano da loro considerati criminali e terroristi, e il fermo volere di morire affinché un ideale potesse vivere, e perché un popolo unito potesse realizzarlo.
Sui giornali di ieri, da un lato si riprende l'annosa polemica che dipinge Sands e i suoi compagni quali strumenti del cinismo machiavellico di un partito, mentre dall'altro si parla di alcuni ritrovamenti fortuiti, venuti alla luce proprio in occasione del quarantennale, che smentirebbero questa vulgata. Si tratta di una serie di comm (le comunicazioni dei carcerati composte e fatte circolare secondo la maniera sopra descritta) da parte di Sands e tanti altri, indirizzati a personalità politiche (tra cui l'attuale presidente irlandese) e religiose: comunicazioni mirate a far sostenere pubblicamente la lotta dei prigionieri politici. Una lotta che rimase de facto, prima dello sciopero della fame, silenziata nei grandi media; come anche erano silenziati, per legge, in quegli stessi anni, i membri di Sinn Féin. Che la linea dei prigionieri fosse relativamente autonoma dal partito è oramai assodato, ma che i loro obiettivi di lungo termine fossero complementari appare un dato di fatto confermato dalla storia successiva. Quel che resta di Bobby Sands e dei suoi compagni, oggi, è la eco del loro grido disperato in irlandese, Tiocfaidh ár lá ("il nostro giorno verrà"): un grido che continua a risuonare come monito, per un futuro incerto e tutto da immaginare.
di Valentina Giulia Milani
La Repubblica, 6 maggio 2021
Il 5 maggio di 85 anni fa finiva la guerra d'Etiopia. I figli nati da donne locali e soldati e coloni fascisti hanno cercato per anni di farsi riconoscere dai padri. E chi c'è riuscito vive in un limbo.
Curvo sul tavolino di un tipico caffè etiope, in un quartiere periferico della capitale Addis Abeba, Vittorio Biondi sfoglia un plico di documenti. Passa in rassegna ogni pagina alla ricerca di un dettaglio che, sfuggitogli negli ultimi decenni, possa alleviare il peso di quelle parole impresse proprio sul primo foglio: "Figlio della vergogna".
Cittadino etiope, Vittorio non ha mai saputo chi fosse suo padre, la cui nazionalità gli è però sempre stata nota: un italiano, probabilmente un soldato che, fermatosi a Massaua, in Eritrea, durante gli anni dell'occupazione italiana d'Abissinia, ebbe una relazione con una ragazza etiope, tigrina per la precisione, dalla quale nacque lui. "Mio papà è sparito subito dopo la mia nascita. Ho vissuto con mia mamma fino ai quattro anni, poi è morta e così mi prese in carico mia nonna. Avevo i capelli chiari, e i preti che gestivano il mio collegio mi diedero il cognome Biondi". Vittorio si è poi trasferito ad Addis Abeba, ma ha di fatto trascorso la propria esistenza a fare il marinaio, a viaggiare e cercare suo padre nel tentativo, vano, di essere riconosciuto e acquisire i diritti sognati di cittadino italo-etiope. Alla fine delle ricerche tornava sempre lì, a quella dolorosa scritta sul suo certificato di nascita: "Nato un infante di sesso maschile che non è rappresentato dal padre".
Come lui, in Etiopia ma anche in Eritrea, tanti bambini e bambine sono cresciuti senza un padre ma con un fedele appellativo sempre accanto: "meticci". Si tratta dei figli dell'occupazione, un'intera generazione che ha tentato di essere accettata dal genitore italiano il quale, nella maggior parte dei casi, ha fatto ritorno in patria non appena conclusa la campagna o al massimo qualche anno più tardi. Nati in seguito al fenomeno del cosiddetto madamato, l'ondata di relazioni fugaci tra occupanti e donne native, hanno trascorso una vita a rincorrere l'ombra di un papà assente. Quanti sono riusciti a farsi riconoscere hanno comunque vissuto in un limbo senza mai poter contare né su alcuni privilegi garantiti dallo Stato etiope né sull'appoggio delle istituzioni italiane presenti nel Paese. Un'intera generazione di persone che, giunta ormai agli anni della pensione e più, è vivace testimone di un'epoca della quale non si è mai parlato abbastanza, nonostante il 5 maggio di quest'anno cada ormai l'85° anniversario della fine del conflitto che vide contrapporsi il Regno d'Italia e l'Impero Etiope e che portò alla nascita dell'Africa Orientale Italiana con l'annessione dell'Etiopia alle già colonie italiane dell'Eritrea e della Somalia.
Terminata con la proclamazione dell'Impero da parte di Benito Mussolini, la guerra consacrò l'inizio dell'occupazione italiana che si concluse ufficialmente nel '41. "In quel periodo tantissimi italiani si trasferirono nel Corno d'Africa. Molti come soldati ma tanti anche come civili, soprattutto operai e imprenditori, per prestare servizio in campo edile" spiega Francesco Morescalchi, mamma tigrina e papà italiano, indicando i palazzi e le infrastrutture italiane ad Addis Abeba che scorrono fuori dal finestrino dell'auto: Palazzo Lombardia, la casa del Fascio dove si svolgevano cerimonie ed eventi ufficiali, il quartiere con le case Incis, ossia le vecchie abitazioni dell'esercito, ma anche il cimitero militare dove l'uomo chiede di fermarsi per un saluto ai tanti amici italo-etiopi ormai perduti.
Conquistata l'Etiopia, proprio contro i figli meticci e contro la pratica del madamato già in corso in Eritrea e diffusasi presto nella nuova colonia italiana, il regime impostò la propria battaglia per "preservare la razza italiana dai miscugli di sangue". In questo contesto, il 19 aprile 1937 venne varata la prima norma di "tutela della razza", il decreto legge n° 880 che puniva con la reclusione da uno a cinque anni il bianco sorpreso in "relazione di indole coniugale con persona suddita". Di fatto vietava il madamato e il matrimonio con le donne di colore delle colonie africane. Una politica decisamente intransigente che portò, il 13 maggio 1940, alla proclamazione della legge numero 822 contro il meticciato: voluta da Mussolini stesso, definiva ufficialmente reato il riconoscimento da parte dei padri italiani dei figli meticci e accollava a carico delle sole madri il loro mantenimento.
Erano leggi volte a scongiurare la nascita dei "figli di sangue misto" i quali, da parte loro, hanno sempre custodito e onorato la cultura italiana. "Sono stato cresciuto con amore da mia mamma nonostante mio padre sia andato via quando ero ancora piccolo, dopo aver trascorso solo i primi anni con noi" racconta Francesco, detto Franco, in un italiano perfetto. Lui e tanti coetanei, infatti, hanno frequentato le scuole italiane di Addis Abeba o Asmara perché, spiega fiero, "le nostre mamme erano convinte che crescerci mantenendo saldi i contatti con la cultura dei papà fuggiti in Italia fosse un modo per nobilitarci". Ma questo, evidentemente, non è bastato per liberarli.
Dopo la caduta del fascismo, il governo italiano abrogò la legge contro il meticciato e dal 1947 consentì ai discendenti degli italiani di fare domanda per il riconoscimento. "Fu una fregatura", dice Antonio Grassi, nato da madre etiope e padre italiano. Spiega: "Stava a noi dimostrare un legame con il genitore italiano che spesso o era introvabile oppure rifiutava di collaborare". Lui stesso non è mai stato riconosciuto dal papà che prese parte alla Campagna d'Etiopia come militare. Del resto, dice, "tanti soldati avevano già una famiglia in Italia, perché mai riconoscerci?". Nonostante ciò, ha coltivato - come tanti altri figli dell'occupazione - una delle principali attività importate dagli italiani in Etiopia: oggi è infatti uno dei più bravi meccanici di Addis Abeba.
Infelici, incompiuti ma anche forti e determinati, con la riforma della legge sulla cittadinanza italiana del 1992, fondata sullo ius sanguinis, questi figli "di nessuno" hanno tentato di reclamare la propria cittadinanza all'Ambasciata d'Italia in Etiopia, presentando le prove che avevano raccolto per testimoniare la paternità italiana. La maggior parte di esse venne rigettata e chi la ottenne si trovò a fare i conti con lo status di cittadino italiano di origini etiopi, un riconoscimento civile del governo di Addis Abeba che di fatto consacrava l'entrata nel limbo: "Nel concreto per lo Stato etiope esistiamo a metà. Non possiamo versare i contributi e non ci viene riconosciuta la pensione nonostante abbiamo passato la vita a lavorare, non abbiamo diritto alle cure mediche gratuite e non possiamo ricoprire cariche politiche. Però siamo nati e vissuti qua, quindi anche in Italia non siamo nessuno" fa notare Romano Pezzani, figlio di un militare italiano, reso ormai cieco da un glaucoma. Gli fa eco l'inseparabile amico Gaetano Pasqua: "Io ho il passaporto italiano ma la mia casa è ad Addis Abeba anche se qui mi sento un cittadino a metà. Per fortuna posso contare sui miei amici".
Condividono esistenze e origini, oltre a custodire la cultura italiana in Etiopia onorando al contempo le tradizioni locali. Lo testimonia Roberto Bassani: "Siamo integrati a livello sociale e abbiamo amici sia etiopi che italiani che hanno deciso di restare a vivere in Africa dopo l'occupazione". Proprio come lui che, figlio di due italiani trasferitisi ad Asmara (Eritrea) come civili per poi raggiungere Addis Abeba, non ha mai più lasciato l'Etiopia e non manca mai di fare una visita allo Juventus Club della capitale, dove in tanti sentono di appartenere a una comunità.
E forse, proprio quella comunità, unita ma non esclusiva, è il più grande lascito - inconsapevole - di quella che fu considerata una delle campagne coloniali più ingenti della storia: oltre al gran numero di soldati e mezzi coinvolti, impiegò infatti una grande quantità di strumenti propagandistici con lo scopo a lungo termine di orientare l'emigrazione italiana verso una nuova colonia popolata da italiani e amministrata in regime di apartheid sulla base di una rigorosa separazione razziale. Un obiettivo non raggiunto perché, come sottolinea Gianfranco Straioto, "il pregio degli etiopi è di aver saputo riconoscere e distinguere gli italiani dai fascisti".
Così, nonostante le difficoltà e una vita trascorsa "a metà", la generazione dei figli dell'occupazione non ha mai smesso di sognare. Come Giorgio Maffi che, classe 1939, figlio di un militare giunto in Etiopia nel '36 al seguito dell'armata italiana, all'età di 28 anni ha deciso di partire per l'Italia alla ricerca del genitore scomparso, riuscendo addirittura a incontrarlo e a trascorrerci una giornata. O, ancora, come Straioto, costruttore in età da pensione alle prese con la progettazione di un luogo dove gli italo-etiopi che vivono in Etiopia "possano lavorare mettendo in luce le eccellenze italiane, per esempio in campo edile. Un luogo dove si lavorerebbe fianco a fianco con gli etiopi e dove i diritti di tutti sarebbero riconosciuti e rispettati".
di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 6 maggio 2021
Manifestanti posano il 5 maggio accanto al ritratto di Wai Phyo, anche noto come Thiha Thu, ucciso dalle forze dell'ordine mentre protestava contro il regime a Hpakant, in Myanmar (afp)
Migliaia di giovani sono finiti in galera per aver protestato contro il regime e chiesto la liberazione di Aung San Suu Kyi. Di centinaia di loro si sono perse le tracce. Così i militari mantengono la popolazione nel terrore.
Quando scende il buio e inizia il coprifuoco, dalle case di Yangon come di molte altre città del Myanmar le pentole da cucina cominciano a suonare per protesta. Ma subito dopo cala un silenzio che è fatto di ansia e terrore. Dei 3.500 arresti compiuti dall'inizio del golpe del primo febbraio un numero imprecisato, incalcolabile, ma nell'ordine delle centinaia, è letteralmente scomparso dopo i raid notturni armati nelle case delle loro famiglie. Niente comunicazioni a genitori e parenti, che spesso li hanno visti portare via impotenti e non sanno dove trovarli o se siano ancora vivi. Secondo un'inchiesta dell'Associated Press, avvalorata da dati Unicef, tra queste migliaia di detenuti o "rapiti" quasi un terzo, più di mille, sono poco più che bambini e minorenni, in gran parte presi solo per un sospetto di una loro partecipazione al movimento della disobbedienza civile, che a rischio della vita sfida il regime dei militari golpisti. Più di 750 sono le vittime stimate sulle strade delle rivolte dalle organizzazioni umanitarie, che reagiscono con allarme alle notizie sempre più frequenti di scomparse tra i ribelli della Generazione Z birmana, quella che sta pagando il prezzo più alto per gli errori di quanti non sono riusciti prima a liberare il Paese dai crudeli generali.
"Meglio martiri che vivi" - Qualcuno parla già di una "generazione perduta", costretta troppo presto a confrontarsi con un potere che vuole toglier loro quella libertà appena goduta nei cinque anni di governo civile. Non a caso tra le prime misure prese dai golpisti c'era stata quella di chiudere le connessioni a Internet, spingendo i netizen della disobbedienza a rifugiarsi in sistemi alternativi di connessione e comunicazione. Scoperta con una certa sorpresa l'incredibile forza del movimento giovanile, che chiede la fine dell'emergenza e la liberazione della leader della Lega della democrazia Aung San Suu Kyi, i militari hanno puntato pesantemente a colpire proprio questi ragazzi e queste ragazze, per dare l'esempio agli altri. Ma finora senza riuscirci. Anzi. Le stesse famiglie li sostengono nonostante la paura che assale ogni notte, ma anche di giorno, chiunque senta bussare alle porte del palazzo o veda una camionetta militare. "Meglio martiri che vivi in una società dove non c'è libertà", disse il padre di uno dei tanti giovani che sono stati arrestati e inghiottiti, se va bene, in qualche cella del regime.
Il sangue degli adolescenti - Al di là delle statistiche presunte di quanti sono stati imprigionati, e quelle ancora più difficili da compilare dei torturati, le organizzazioni umanitarie temono che gli scomparsi siano più di quanto si possa immaginare. "Stiamo documentando e assistendo ad arresti arbitrari diffusi e sistematici", ha detto Matthew Smith, cofondatore del gruppo per i diritti umani Fortify Rights. "Siamo decisamente entrati in una situazione di sparizioni forzate di massa", come proverebbero le testimonianze raccolte dalla sua e da altre organizzazioni su diverse morti di detenuti avvenute in cella e tenute nascoste. I volti dei dispersi hanno del resto inondato da tempo internet, comprese le immagini di giovani detenuti ritratti coi volti tumefatti, insanguinati e lo sguardo di chi ha subito severe torture e umiliazioni. Secondo l'Associazione di assistenza per prigionieri politici, che censisce per quanto possibile morti e detenzioni, più di tre quarti di tutti gli arrestati sono uomini. Di 2.700 non si conosce il luogo di detenzione, e dei 419 nomi registrati nel database del gruppo quasi due terzi hanno meno di 30 anni. Gli adolescenti sono 78.
L'esercito nega - Su richiesta dell'agenzia AP i militari hanno indetto una conferenza stampa su Zoom, e hanno negato l'attendibilità dei dati forniti dall'associazione dei prigionieri, "un'organizzazione senza basi", hanno detto. "Le forze di sicurezza", è stata la risposta del portavoce Aye Thazin Myint, "non effettuano arresti in base al sesso e all'età. Tratteniamo solo chi è in rivolta, protesta, causa disordini o qualsiasi azione in questo senso". Ovvero una gran massa di giovani e attivisti che recentemente stanno abbandonando la via pacifica della ribellione e vanno in numero crescente a unirsi ai movimenti di guerriglia che sostengono i militanti anti golpe con le armi. In più di un'occasione negli ultimi giorni sono esplose bombe, come nella città di Myaing, nella regione di Magway, una delle più turbolente. Ma la stampa del regime militare, che teme una ribellione sempre più armata, ha detto che almeno cinque persone sarebbero rimaste uccise nell'ultima settimana, compreso un ex parlamentare della Lega per la democrazia di Suu Kyi, mentre stavano costruendo una bomba artigianale. Il Global New Light of Myanmar ha scritto che l'incidente è avvenuto a Bago, l'antica capitale del regno Mon, e che sul luogo sono stati trovati cavi, batterie e parti di telefonini.
Il boicottaggio economico - Arrestare e far scomparire, soprattutto i giovani, è il metodo scelto dai soldati per mantenere la popolazione nel terrore e convincerla a interrompere il boicottaggio dell'economia e dei servizi sociali, messi in ginocchio dalla grande partecipazione agli scioperi proclamati in nome della disobbedienza civile. In tutto il Paese si organizzano turni di ronda e sorveglianza per avvertire dell'arrivo di una pattuglia. In qualche caso si verificano anche scontri tra residenti e soldati, che purtroppo finiscono con nuovi arresti e nuove vittime. Un circolo apparentemente senza fine che la comunità internazionale non è in grado di spezzare.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 maggio 2021
Sono 17 i detenuti che si sono tolti la vita dall'inizio del 2021. L'ultimo caso a Vicenza: Angelo Dalla Rosa, 46 anni, era appena entrato in carcere e non ha retto l'isolamento dovuto al Covid.
Mentre noi, del mondo libero, cominciamo a respirare più libertà di movimento, andare al bar, frequentare finalmente un ristorante, c'è il carcere che è ancora in "zona rossa". Precauzione doverosa visto che il Covid 19 è ancora in agguato. E nei penitenziari, luoghi chiusi e affollati, il virus trova l'ambiente ideale per poter sopravvivere contagiando più persone. Ma il problema nasce, causa mancanza di spazi, quando i detenuti sono costretti a rimanere in isolamento precauzionale o in quarantena se contagiati. Nessuna ora d'aria, nessuna possibilità di farsi una doccia, di poter fare qualsiasi cosa utile anche per evitare che la depressione - male che attraversa anche il mondo libero - si amplifichi, si totalizzi, fino a indurre al suicidio.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 maggio 2021
Il progetto dell'associazione Antigone Emilia Romagna a Bologna. Parlare del "dopo", di quando il cancello si chiude dietro le loro spalle e i detenuti sono fuori, nel mondo "libero", è un argomento complicato per il quale è facile scoraggiarsi e perdersi fra tutti i problemi che si riscontrano nel fine pena, cioè in quella fase della vita di un detenuto che dovrebbe rappresentare invece la fine del "problema dei problemi", la carcerazione. Quello che manca, in diversi casi, è una rete di sostegno che individui tutti i bisogni di queste persone, dall'affiancamento nei primi passi fuori, alla ricerca di un alloggio, all'aiuto quando piombano addosso multe, divieti, cancellazioni di residenze e tutto quello che fa assomigliare il "Dopo carcere" a un percorso a ostacoli, dove è più facile rischiare di sfracellarsi che superare le tante barriere che si incontrano.
di Davide Varì
Il Dubbio, 5 maggio 2021
Il deputato di Azione Enrico Costa presenta il pacchetto di emendamenti al ddl penale: "Cancellare lo stop alla prescrizione di Bonafede, prescrizione del processo, oblio per gli assolti, dibattimento trasferito in un'altra sede se il processo mediatico compromette l'imparzialità dei giudici, estensione del segreto istruttorio, interrogatorio prima della custodia cautelare, via i tempi morti dalle indagini".
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 maggio 2021
A giorni il vertice a via Arenula: confronto tecnici- politici, poi la sintesi della ministra. Cambiamo! cancella le norme che offendono gli avvocati. Intanto va detto che Marta Cartabia ha studiato bene le tappe. Ieri ha lasciato che si consumasse la gara di fuochi pirotecnici fra partiti, cioè la corsa agli emendamenti. Ebbene, le proposte di modifica al ddl penale depositate sono 718. Non una quisquilia, se si pensa che una quota notevole, 76, proviene da Pd e M5S, pilastri della maggioranza in cui era guardasigilli Bonafede, autore del testo base. Ora, è inutile girarci intorno: la prescrizione resta l'epitome del conflitto. Tutte le forze politiche hanno depositato ipotesi per modificarla. Ma appunto la ministra non resterà a guardare. Perciò, la settimana prossima celebrerà un vertice di maggioranza che, fanno sapere da via Arenula, terrà in conto non solo le proposte parlamentari ma pure quelle degli esperti ministeriali, coordinati da Giorgio Lattanzi, che a loro volta "si accingono a concludere i lavori". Alla riunione, i "tecnici" illustreranno le loro idee ai partiti, le confronteranno con gli emendamenti depositati ieri in commissione Giustizia a Montecitorio. Da lì, la guardasigilli trarrà le proprie personali conclusioni e deciderà quali modifiche presentare a nome del governo. In altre parole, formalizzerà la "sintesi".
E poi, dopo, si passerà alle votazioni, che in teoria sarebbero in calendario già la settimana prossima ma che dovrebbero slittare un po'. Sembra una quadriglia. Ma è il minimo dell'arabesco necessario. Provateci voi a trovare una mediazione fra i seguenti punti. Da una parte ci sono le forze del cosiddetto schieramento garantista, che propongono più o meno tutte il superamento della norma Bonafede sulla prescrizione, da Forza Italia a Italia viva. Lucia Annibali, capogruppo renziana in commissione, ipotizza un inatteso compromesso: far slittare lo stop all'estinzione del reato a dopo la sentenza d'appello.
Ma la Lega di fatto sopprime il blocca-prescrizione pentastellato, come pure Azione, of course. Come noto il Pd si è sforzato di disegnare un equilibrio sottilissimo, che ha tutta l'aria di potersi candidare alla soluzione preferita dalla ministra: norma Bonafede intonsa, perché così non si corre il rischio che muoiano quei processi in cui il reato si scopre così tardi da veder divorata la prescrizione ancor prima che inizi l'indagine, ma via libera a una "prescrizione processuale" delicatissima. Che per i condannati in primo grado scatta sì, in appello, ma solo dopo un termine più lungo di quello indicati da Bonafede come tempo limite di fase. Termine più lungo che, si badi, non è neppure enunciato: sarebbe Cartabia a doverlo precisare nei decreti attuativi.
Ora però, per capire come siamo messi, si pensi che il M5s risponde con una simpatica minaccia: cari garantisti se forzate la mano, "la nostra posizione sarà quella di sopprimere il lodo Conte bis, così rimarrà in vigore la legge sulla prescrizione così com'è. Cioè interruzione dopo la sentenza primo grado". Spauracchio risibile? Cartabia non vuole ridere di nessuno. Casomai, si pensi che il sempre armatissimo Enrico Costa (Azione) somma al ripristino della prescrizione del reato "ante Bonafede" l'inedita prescrizione processuale.
Cartabia dovrà fare sintesi. Certo che dovrà. E non potrà ignorare interessanti idee su altri passaggi della riforma. Ad esempio il dem Carmelo Miceli propone "l'improcedibilità", cioè la prescrizione processuale, persino nella fase delle indagini preliminari, se il pm non esercita l'azione nonostante l'istanza acceleratoria dell'indagato. Tante cose ottime sulla presunzione d'innocenza da FI (no a foto dei pm-star sui giornali) e da Costa, che impone pure l'interrogatorio prima e non dopo la custodia in carcere in modo che quest'ultima non diventi un ricatto. Da Forza Italia "giuste rivendicazioni delle nostre antiche battaglie", come le chiama Zanettin, incluso il divieto di ricorso del pm sull'imputato assolto in primo grado, perché si deve "evitare la pena "eterna" nei confronti di chi si è visto liberare da ogni addebito in un processo rispettoso del contraddittorio".
E per fortuna c'è anche chi si ricorda delle tante obiezioni sollevate in audizione dall'avvocatura. E il caso della deputata di Cambiamo! Manuela Gagliardi, che propone di cancellare la norma per cui le notificazioni successive alla prima vengono scaricate direttamente sul difensore in via telematica. E, soprattutto, quella secondo cui "il difensore può impugnare la sentenza solo se munito di specifico mandato, rilasciato successivamente alla pronuncia". Un'implicita offesa alla correttezza deontologica dei penalisti, offesa giustamente censurata da Gagliardi. Bene. Però alla fine tanto si può fare solo se si trova la formula magica sulla prescrizione. Cartabia ha approntato un rito. Ma alla fine ci vorrà un colpo da maestro, per pacificare i convenuti.
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