di Luigi Manconi
Il Manifesto, 15 giugno 2021
La questione per la democrazia italiana è una: come agevolare un itinerario, talvolta doloroso, di liberazione individuale e collettiva? Sull'atroce vicenda di Saman Abbas si comincia, finalmente, a discutere con serietà. Grazie, va detto, alle significative parole pronunciate da esponenti della comunità musulmana italiana. Per alcune settimane, il dibattito ha avuto toni surreali, concentrato sulla mancata "indignazione della sinistra" nei confronti di quel delitto, a causa di un calcolo elettorale finalizzato a conquistare la rappresentanza dei musulmani.
Lettura due volte bizzarra: intanto perché se la sinistra ha taciuto la destra non è stata da meno: muta più che come un pesce, come un lichene o un asparago. E poi perché, notoriamente, l'orientamento politico-elettorale dei musulmani, in tutti i Paesi europei, è di tipo conservatore, quando non di destra. Accantonate tali lepidezze, ora si possono affrontare le implicazioni profonde che la sorte toccata a Saman ci consegna.
Innanzitutto, si può dire che, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, "l'Islam c'entra". Insomma, quello della diciottenne pachistana non è stato l'ennesimo femminicidio (uno dei 46 registrati nel solo 2021). Si tratta, piuttosto, di un crimine che ha visto coinvolto un intero clan parentale, determinato a osservare ciò che rappresentano un principio e una norma. Principio e norma che sono l'esito dell'incontro tra un'idea fondamentalista dell'Islam e una tradizione patriarcale e tribale dell'ordine familiare. È quanto sostiene Karima Moual, giornalista di origine marocchina, proveniente da "una famiglia berbera molto tradizionale che prega cinque volte al giorno". Ma non troppo diversamente si è espressa Sumaya Abdel Qader, di origine giordana, consigliera comunale di Milano.
Dunque, se è errato demonizzare l'Islam nel suo complesso, è altrettanto superficiale rifiutarsi di vedere il peso esercitato da un'interpretazione integralista del Corano nel condizionare i comportamenti di una parte rilevante dei fedeli. Anche perché lo scontro tra due concezioni dell'Islam, l'una fondamentalista e l'altra progressiva, è al centro di una grande battaglia culturale, in corso in tutti i Paesi occidentali nel cuore delle stesse popolazioni musulmane (in Italia, circa 1 milione e 600 mila individui). Un conflitto intergenerazionale. Una sorta di "lotta di classe" culturale, che oppone i musulmani di seconda generazione a gran parte dei musulmani di quelle precedenti.
È una sfida combattuta all'interno delle comunità e delle famiglie con risultati alterni; e che ha visto Saman soccombere davanti al dispotismo familiare fattosi azione criminale. Ma, grazie al cielo, decine di migliaia di sue coetanee e coetanei stanno vincendo la loro battaglia: o perché trovano in famiglia condivisione di valori e aspettative, o perché riescono, nonostante tutto, a ottenere il riconoscimento dei propri diritti. Sono i tantissimi giovani musulmani che frequentano le scuole e le università italiane, che intrecciano relazioni sociali "miste", che si riuniscono in forme associative che ne agevolano l'emancipazione. E ho contato almeno una dozzina di giovani consigliere comunali musulmane, elette nelle assemblee rappresentative.
Sia chiaro: l'esito del conflitto in corso è tutt'altro che scontato. Quello di Saman è un caso raro, ma certamente non unico, e sono assai preoccupanti i dati che ci parlano di un alto numero di adolescenti alle quali viene impedita la prosecuzione del ciclo scolastico.
La questione per la democrazia italiana è una: come agevolare questo itinerario, talvolta doloroso, di liberazione individuale e collettiva? Possono contribuire a ciò sia la riforma della legge sulla cittadinanza, sia la sottoscrizione di un'intesa tra lo Stato italiano e le comunità islamiche. Ma quel che conta davvero è la nostra capacità di entrare in rapporto con questi "nuovi italiani". Avere con essi, cioè, una relazione aperta, che permetta ai musulmani di "apprendere" la fatica della democrazia e agli italiani di "imparare" il complicato gioco del pluralismo.
di Simonetta Fiori
La Repubblica, 15 giugno 2021
La scelta del nuovo direttore del centro di salute mentale di Trieste e l'eredità della legge 180. Parla Alberta, la figlia del grande psichiatra. "Stanno uccidendo l'eredità di mio padre. Quando saranno distrutti gli ultimi baluardi che dimostrano l'efficacia della riforma Basaglia, sarà più facile rinnegare la sua rivoluzione culturale". Alberta Basaglia è abituata a soppesare le parole. Nel bellissimo libro Le nuvole di Picasso ha raccontato la storia della sua famiglia e della sua diversità di ipovedente nella casa aperta ai matti. Dal padre Franco Basaglia e dalla madre Franca Ongaro ha ereditato la vocazione all'ascolto delle voci negate: per anni è stata bambinologa, psicologa delle donne e degli adolescenti, organizzatrice di un centro sulla violenza sessuale. Da vicepresidente della Fondazione dedicata ai suoi genitori, nell'isola di San Servolo, sente la responsabilità di custodire un pensiero che in molti vorrebbero cancellare. "Ho appena finito di realizzare la mostra virtuale Diritti al cubo. Gorizia epicentro di una rivoluzione. Mi sembra la risposta più adatta agli attacchi ricevuti dagli eredi di mio padre".
Partiamo dal recente concorso di Trieste...
"Bisognava scegliere il nuovo direttore per uno dei centri di salute mentale della città. La valutazione dei curricula assegnava la vittoria a uno psichiatra formato a Trieste, conoscitore d'una modalità di cura che è figlia della Riforma Basaglia. La prova orale del concorso ha rovesciato la graduatoria, dando il primo posto a un anziano medico di Cagliari che è espressione di una cultura psichiatrica antitetica a quella triestina".
Che cosa intende?
"Il servizio da lui diretto è stato segnalato dal "Garante nazionale dei diritti delle persone private di libertà" per la povertà di spazi aperti e per l'uso della contenzione. Aggiungo che la presidente della commissione che ha valutato i candidati è omogenea culturalmente ai metodi adottati dal professore sardo. Siamo molto lontani da quel modello friulano che anche di recente ha raccolto l'encomio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità".
Un modello segnalato come esemplare per la cura della sofferenza psichiatrica...
"I centri di salute mentale diffusi nel territorio sono dei luoghi fisici che accolgono la malattia psichiatrica e offrono risposte diverse calibrate sull'intensità della sofferenza: senza mai arrivare alla contenzione. Questo modello rappresenta il passo successivo della rivoluzione basagliana. Ha dimostrato che la Legge 180 - in alcune regioni applicata solo in parte, in altre totalmente ignorata - se realizzata in tutte le sue articolazioni è una legge che funziona molto bene".
Il concorso di Trieste segna l'occupazione da parte della psichiatria tradizionale di un simbolo dell'eredità basagliana...
"Viene il sospetto che si voglia mettere in pericolo l'intero sistema di cura psichiatrica di quella regione: in questo senso non sono incoraggianti le intenzioni manifestate dalla giunta leghista che vorrebbe ridurre il numero di Centri di salute mentale e il loro orario di apertura. In fondo stanno distruggendo ciò che dimostra la realizzabilità della riforma. La legge è stata accusata di essere astratta e ideologica e di non misurarsi con i problemi concreti dei matti. In Friuli hanno ampiamente dimostrato che questa accusa è infondata. Quando ne saranno cancellati gli ultimi baluardi, sarà più facile rinnegare la portata rivoluzionaria di quella battaglia culturale".
In gioco non era solo un diverso approccio clinico, ma una concezione diversa della persona.
"Fu questa la rivoluzione di mio padre: mettere al centro non la malattia ma il malato. Sottrarre il matto al destino di emarginato, restituendogli i diritti negati. Fu una rivoluzione civile, oltre che medica. E mi sembra che oggi la destra leghista tenda a rifiutare i principi ideali che diedero vita alla riforma, ossia la cultura dei diritti. Una cultura attenta alla persona, alle sue sofferenze, ferma nel richiamare la responsabilità dell'intero corpo sociale che deve farsene carico. Pensi oggi a quel che succede con i migranti, con le donne e con i bambini, e con tutte le forme di
diversità che vengono escluse, non incluse".
Anche all'epoca la riforma fu molto avversata. Ne ricorda gli echi in famiglia?
"I miei genitori non si meravigliavano di tanta ostilità: si trattava di far cadere una barriera che teneva in piedi un sistema di potere. Non erano sicuri di vincere, erano sicuri però di fare una battaglia giusta. E gli attacchi anche virulenti venivano accolti come la conferma di un'azione che incideva in profondità".
Spiega in questo modo anche l'acredine di oggi?
"Se si trattasse di un'eredità morta, non sarebbe bersaglio di nuove aggressioni. Di quante rivoluzioni di quegli anni oggi non si parla più? Quello basagliano fu un rovesciamento che ha lasciato un segno. Ed è con questa realtà che molte istituzioni sociali e politiche non vogliono fare i conti: accettare che la società sia composta da persone diverse. E che le persone psichicamente fragili debbano farne parte".
Poco prima di morire suo padre disse di non escludere che i manicomi sarebbero stati ripristinati, anche più punitivi e chiusi di quelli precedenti.
"Si disse questo, ma aggiunse che l'importante era aver dimostrato che l'impossibile diventa possibile. "Abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in altra maniera". E rispetto a questa conquista, non si può tornare indietro. Se curi un paziente psichiatrico legandolo a letto, stai scegliendo di farlo. E chi dice che legare sia l'unica soluzione praticabile mente. Sono tanti i luoghi in Italia dove si è dimostrato che è possibile praticare un approccio terapeutico non contenitivo. E rivendicare oggi l'uso della contenzione e dell'abuso dei farmaci come espressione di uno sviluppo scientifico costituisce palesemente un atto di malafede".
Da figlia cosa prova?
"Una grande rabbia. I miei genitori si sono messi all'ascolto di chi non aveva voce. E ci sono riusciti, fino in fondo. Ora tutto questo rischia di essere cancellato. Il presidente della Società di Psichiatria, Massimo Di Giannantonio, ha difeso l'esito del concorso di Trieste. E ha anche aggiunto di essere come tutti un "basagliano", però è arrivato il momento di superare quella ispirazione perché la scienza è andata avanti. Sarebbe curioso capire in che cosa consista "una pratica più avanzata" rispetto a un modello di cura ispirato dalla formula "la libertà è terapeutica", oggi attuata dagli eredi di mio padre".
Ha parlato con qualcuno di loro?
"Sì, sono in stretto contato con Franco Rotelli, Peppe Dell'Acqua, Giovanna Del Giudice, Maria Grazia Giannichedda. Sono loro che hanno realizzato la riforma di mio padre. E, a distanza di anni, continuano a presidiare le conquiste consolidate negli anni, nonostante i periodici attacchi. Li ho sentiti indignati. Si sta rischiando di tornare indietro non di anni, ma di secoli: la cura della sofferenza con pratiche autoritarie e disumane".
Lei inaugura la mostra sui suoi genitori con una fotografia del manicomio di Gorizia. Suo padre ne rimase sconcertato...
"Mi ricordo che quando tornava a casa, dopo una giornata trascorsa nell'ospedale psichiatrico, doveva cambiarsi d'abito e farsi una doccia perché non ne sopportava l'odore. Mia madre parlava di uomini che sembravano larve, tutti con la testa rasata e lo sguardo perso. Si reggevano i pantaloni perché la cintura era ritenuta pericolosa, come erano pericolosi i lacci delle scarpe: trascinavano i passi, se non stavano sdraiati sulle panche. Docili ai comandi perché era stato ucciso tutto ciò che restava di umano".
Una volta mi disse che in questi decenni hanno voluto fare di suo padre una favola bella...
"Sì, una sorta di padre Pio che ha liberato i matti dalle catene. Oppure il ribelle velleitario che chiude i manicomi infischiandosene delle conseguenze. La santificazione non serve a niente. E sono molto irritanti coloro che si professano basagliani per poi distruggere il suo pensiero. Bisognerebbe riconoscere il risultato d'una battaglia che ha inciso sulla vita di milioni di persone. E non vanificarlo come rischiamo che succeda".
La sento però battagliera...
"Mio padre sosteneva che non possiamo vincere perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo convincere. Nel momento in cui convinciamo, noi vinciamo, cioè determiniamo una situazione di trasformazione. Ecco, io confido nel fatto che ci sia un paese capace di lottare e di convincere: si tratta di difendere un'idea di cura mossa da principi democratici".
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Al via il procedimento contro il governo democraticamente eletto nel silenzio globale. La Lady rischia 42 anni di carcere, mentre i militari si preparano a mettere al bando ogni opposizione. In Italia le interrogazioni parlamentari cadono nel vuoto, nonostante le prove nell'inchiesta del manifesto. Ai militari birmani deve essere sfuggito che, nel silenzio generale che circonda il loro golpe in Myanmar, processare pubblicamente Aung San Suu Kyi, apparsa ieri in tribunale a Naypyidaw per rispondere alle prime tre accuse che le pendono sul capo, avrebbe almeno per un attimo riportato nuovamente i riflettori sul sanguinario colpo di Stato del 1 febbraio scorso.
Ma per la giunta il processo è il modo, per quanto farsesco, per far apparire "legale" l'illegalità che ha fatto loro smembrare il parlamento appena eletto e che ora vede il ministero dell'interno cominciare un'indagine sui fondi dei vari partiti politici per dar base legale alla messa fuori legge di qualsiasi opposizione. Indagine accompagnata da una lettera a tutti i deputati eletti l'8 novembre scorso che li mette in guardia da qualsiasi contatto con il governo ombra di unità nazionale (Nug).
Il processo farsa alla Lady, al presidente Win Myint e all'ex sindaco della capitale Myo Aung, è iniziato ieri e riprenderà oggi, siamo solo alle battute preliminari. Ieri si è cominciato con tre casi per Suu Kyi (possesso di walkie-talkie importati illegalmente, violazione della legge sulle telecomunicazioni e di quella sulla gestione dei disastri naturali) accanto a un'accusa sempre sulle legge che riguarda i disastri contestata anche a U Win Myint.
La corte - riferisce il quotidiano Irrawaddy - ha ascoltato solo i testimoni dell'accusa senza controinterrogatorio. Chiaramente un processo a senso unico se si pensa che, tra l'altro, gli imputati hanno potuto vedere i loro difensori, guidati dall'avvocato Khin Maung Zaw, solo due volte prima del processo.
Se le accuse fossero provate (corruzione, violazione della legge sul segreto di Stato, di quella sull'import-export, sui disastri naturali e per incitamento) comporterebbero una pena massima alla Lady (secondo i calcoli della Bbc) di 42 anni. Ma se anche fossero solo 25, come qualcun altro ha ipotizzato, la 75enne signora di Yangon, che venerdì prossimo ne compie 76, avrebbe davanti il carcere per il resto della vita.
"Questo processo è chiaramente l'inizio di una strategia globale per neutralizzare Suu Kyi e il suo partito", dice Phil Robertson, vicedirettore per l'Asia di Human Rights Watch, secondo cui le accuse del tribunale speciale della capitale sono "false e politicamente motivate" con l'intenzione di annullare la vittoria e impedire a Suu Kyi di candidarsi nuovamente.
Il mondo però non se ne preoccupa particolarmente. Nonostante la mobilitazione di sabato scorso in una ventina di Paesi e una lettera del governo clandestino a Boris Johnson perché mettesse il Myanmar nell'agenda del G7, se ne parla solo al 59mo punto (di 67) del comunicato ufficiale: per ribadire il sostegno all'Asean, l'associazione regionale del Sudest asiatico dimostratasi incapace di gestire il dossier se non avallando alla fine l'esistenza della giunta. Nulla invece sul Nug che sta tentando di ottenere un riconoscimento formale per poter essere rappresentato all'Onu.
Se poco è accaduto in Cornovaglia, nulla succede in Italia. Le interrogazioni parlamentari sulle munizioni italiane ritrovate in Myanmar sono già due (Palazzotto, Quartapelle) cui si è aggiunta qualche giorno fa anche una richiesta di Sensi (Pd) sul caso Cheddite, una vicenda su cui Sabrina Moles aveva fatto luce sul manifesto nel marzo scorso, anche se poi si chiarì che la ditta trevigiana aveva venduto sistemi di controllo telematico al governo democratico e non alla giunta.
Quanto alle pallottole invece, le interrogazioni, l'inchiesta del manifesto e soprattutto le richieste di diverse organizzazioni della società civile, non hanno avuto nessuna risposta. E in quel caso, le pallottole fabbricate in Italia (o forse assemblate altrove) arrivarono ai militari birmani quasi certamente in tempi non sospetti (cioè quando governava la Lady) ma è un fatto sia che fossero fuori legge, sia che sono state impiegate per reprimere una rivolta pacifica.
Anche un altro giornalista molto noto, Francesco Merlo, si occupava del tema rispondendo a un lettore su la Repubblica di domenica scorsa: "... il numero delle persone a rischio è incalcolabile e peserà sulla coscienza e sulla reputazione militare dell'Occidente. In Afghanistan abbiamo perso e dunque "la storia non siamo noi...". Ma l'esito molto poco "onorevole" di questa guerra non sembra consigliare un cambio di giudizio sul rapporto tra la bruta forza delle armi e la forza simbolica della politica. Sulle stesse pagine il direttore Molinari era tutto preso da passione interventista visto che "la seconda Guerra fredda - ha scritto riferendosi a Usa e Cina - è in pieno svolgimento e, come la prima, ha un cruciale palcoscenico europeo". E ancora: "L'Italia di Mario Draghi sarà presto chiamata a compiere scelte non indifferenti". Speriamo non accada in quell'"ora segnata dal destino", "l'ora delle decisioni irrevocabili".
di Alberto Leiss
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Una settimana fa, lunedì 7 giugno, sono rimasto colpito dal linguaggio diretto dell'editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera. Il titolo con un "occhiello" generico: "La guerra, i doveri". Il messaggio: "Salviamo chi ci aiuta a Kabul". Ma la vera notizia, un altra. Mieli parte dalla "scarsa attenzione con cui i media occidentali seguono l'evacuazione militare dell'Afghanistan che dovrebbe essere portata a termine il prossimo 11 settembre".
La data fatidica che vent'anni fa, con l'attacco alle torri gemelle, diede inizio anche all'occupazione dell'Afghanistan dei Talebani, responsabili di aver ospitato Bin Laden con Al Qaeda. La guerra degli occidentali avrebbe dovuto garantire libertà agli afghani e alle afghane. "Le cose purtroppo - nota malinconicamente l'autore - non sono andate come era negli auspici dell'Onu: nessuno di quegli obiettivi è stato raggiunto, la guerra l'abbiamo perduta e adesso dobbiamo prepararci ad assistere a scene consuete in questo genere di frangenti. Tutti coloro che in qualsiasi modo hanno aiutato il regime dei "liberatori" avranno paura di subire ritorsioni e si accalcheranno ai cancelli delle nostre ambasciate per implorarci di non essere abbandonati nelle grinfie dei vincitori".
Non si può che essere d'accordo con Mieli sul fatto che l'Italia, come gli Usa e gli altri paesi della coalizione che ha condotto la guerra, debba farsi carico il più possibile dell'incolumità di quelle persone. Ciò che colpisce, oltre alle virgolette al termine liberatori, è quell'esplicito, fattuale "la guerra l'abbiamo perduta". L'articolo, dopo aver indugiato sui pericoli enormi che ora corrono gli afghani "collaborazionisti", e soprattutto le donne che hanno creduto di poter vivere con una maggiore libertà (già si contano i femminicidi per questo tipo di ritorsioni), si chiude con una considerazione singolare: aver perso la guerra sarà "poca cosa" in confronto "all'onta di aver lasciato a pagare l'intero prezzo della sconfitta coloro che sono stati decenni al nostro fianco".
Poca cosa? Qui si parla del fatto che il paese militarmente e economicamente più potente del mondo, aiutato dagli altri paesi più "sviluppati", tra cui il nostro, ha combattuto per venti anni ripetendo che la guerra non serviva solo a sterminare Al Qaeda e il terrorismo di matrice islamica ma, anche, ad assicurare agli afghani una vita libera e civile. Non solo i media, e la politica, occidentali parlano poco della ritirata da Kabul ma quasi nessuno sembra aver voglia di fare e farsi qualche domanda. Come è stato possibile questo disastro? Quali errori di valutazione politica, strategica, militare sono stati fatti? E da chi? E perché? Non sono interrogativi ovvii?
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 15 giugno 2021
Mentre gli eserciti stranieri smobilitano. A Kabul come nel nord del Paese si teme il ritorno dei Talebani, resi più forti dalle condizioni dell'accordo firmato con Washington. E la violenza non cessa. Con il governo incapace di difendere i civili, i non-pashtun sono pronti ad armarsi e a fare da sé.
Siamo pronti alla pace ma anche alla guerra, ripetono a Kabul. "Molti pensano a come difendersi, c'è il diffuso timore di poter perdere tanto", spiega Zaki Daryabi, direttore del quotidiano investigativo Etilaatrooz. Con il processo di pace in stallo, le truppe sulla via di casa, contro l'eventuale offensiva militare dei Talebani si invoca una "moqawamat-e-do", una seconda resistenza. Un'alleanza armata simile a quella che ha resistito negli anni Novanta all'Emirato islamico. Una sorta di Alleanza del nord.
"Per ora è una dimostrazione di forza, non è ancora formata, ma ci sono spinte in questa direzione", racconta Daryabi. Modi diretti e fisico asciutto, ci accoglie nella sede del suo giornale, nel quartiere Kart-e-Char, non lontani da Pul-e-Surk. Lungo il ponte, bancarelle di frutta e verdura, le auto che suonano. Sotto, capannelli di tossicodipendenti.
Per Daryabi ci sono due ipotesi: "La prima è che prevalga l'idea di gente come Dostum e Mohaqeq, di integrare milizie regionali ed esercito nazionale, di contrastare insieme i Talebani". L'altra, la formazione di milizie fuori dal controllo istituzionale. "È solo un'ipotesi, ma è sul tavolo: se il governo venisse visto come incapace di tutelare tutti, di impedire la presa del potere dei Talebani, i non-pashtun potrebbero armarsi. Fare da sé".
"Piuttosto che finire sotto i Talebani prendo un'arma anche io". Non lontano dalla sede di Etilaatrooz c'è il caffè Simple. L'università di Kabul, chiusa per Covid in queste settimane, è a poche centinaia di metri. Alla moda, nel tardo pomeriggio si riempie di ventenni e trentenni istruiti, che parlano inglese e stanno sui social. Shafaq è avvocato, lavora in un progetto per la riforma della giustizia, con fondi americani. Parla di transitional justice, ma se si mette male si dice pronto a "prendere un'arma".
Nelle città, sotto i talebani non ci vogliono stare. "Oltre alla spinta per lasciare il Paese, c'è un grande movimento interno: da Kandahar su Kabul, o dalla provincia di Daikhundi a Bamiyan. Si va dove si pensa di essere più sicuri", nota il direttore di Etilaatrooz. Nel Paese, la sicurezza non c'è. I distretti provinciali sono in subbuglio. In Helmand, Kunduz, Badakhshan, Daikundi e altrove. A Kandahar 8 poliziotti uccisi ieri. A Kabul nuovi attentati contro minibus civili, nel quartiere occidentale di Dasht-e-Barchi, dove vive la comunità hazara, la minoranza sciita sotto attacco.
In città la sensazione generale è che l'accordo bilaterale con gli americani abbia galvanizzato troppo i Talebani. Che vadano ridimensionati. Avvertiti: non provate a entrare nelle città. "Le scelte dell'amministazione americana hanno rafforzato i Talebani. Sovrastimano il loro potere, la loro forza. Pensano di poter continuare a conquistare territorio e poi imporre l'agenda del negoziato", ci dice Nargis Nehan, già ministra per il Petrolio e le risorse naturali, ora direttrice di Equality for Peace and Democracy, una delle Ong che hanno fatto propria la liturgia liberale del periodo post-Talebano: empowerment, good governance, civil society. "La verità è che la società civile è debole, la politica divisa, manca una strategia e il consenso su come attuarla".
L'accordo del febbraio 2020 tra Washington e i Talebani non ha ridotto la violenza. Non l'ha fatto l'inizio del negoziato intra-afghano. Neanche l'annuncio del ritiro delle truppe straniere. "Se la diplomazia non funzionasse, molti non lascerebbero che i Talebani prendano il potere facilmente. Farebbero in modo di impedirlo. Perfino la gente istruita si metterebbe in gioco". Per ora, sostiene Nehan, quella dei vecchi leader jihadi è un'esibizione di forza. Nessuna vera alleanza militare. Ma se ne rafforzano le premesse.
La seconda resistenza è sempre più invocata. "È un termine che circola da più di un anno, ma molto più diffuso da qualche mese", ci spiega Ali Adili, ricercatore dell'Afghanistan Analysts Network. "Retrospettivamente, con prima resistenza si intende quella condotta contro i Talebani dalla cosiddetta Alleanza del nord, soprattutto il Jamiat-e-Islami, il Jumbesh-e-Milli e l'Hezb-e-Whadat. Gli stessi protagonisti di allora, soprattuto del Jamiat, ne parlano: Atta Mohammad Noor, Qanooni, Ahmad Massud, figlio di Ahmad Sha Massud".
Ali Adili riepiloga per noi i casi più rilevanti elencati in un suo recente articolo. A Herat, nella sua residenza il dominus della provincia Ismail Khan, Jamiat-e-Islami, celebra i vecchi mujahedin, accoglie nuovi uomini armati e si dice pronto: "Abbiamo più di 500.000 uomini, difenderemo questa terra. Il governo centrale ci lasci fare".
Ahmad Massud, figlio del comandante Massud, si dice pronto a "restaurare il vero sistema islamico che era obiettivo dei nostri martiri e mujahedin". L'ex peso massimo del Jamiat e ora fuoriuscito, Atta Mohammad Noor, dice ai Talebani che è bene "capiscano che siamo ancora vivi e che la nazione si difenderà". L'hazara Mohammed Mohaqeq manda messaggi simili. Nell'Hazarajat spunta la milizia "Dai Chahar". L'ex presidente Karzai dichiara allo Spiegel "stiamo serrando i ranghi e organizzando la resistenza. Dico al Pakistan: siate ragionevoli". Scosse telluriche di assestamento. Nascono dall'impasse del processo negoziale intra-afghano. "Nessuno dei due attori, Talebani e fronte repubblicano, pensa più al processo di pace come piano A", dice Ali Adili. "Entrambi hanno intensificato il conflitto. I Talebani occupando nuovi distretti, il governo concentrandosi sulle capitali provinciali".
di Giovanbattista Tona
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2021
La commissione ministeriale per la riforma penale vuole estendere il raggio d'azione. Allargare il campo della sospensione del processo con messa alla prova dell'imputato, per ottenere effetti deflattivi e promuovere la giustizia riparativa.
di Carlo Francesco Conti
La Stampa, 14 giugno 2021
Carlo Nordio, parlando a Passepartout di "angeli e corvi" che popolano la Giustizia italiana ha subito ammesso che si tratta di "argomento dannatamente difficile". Da pubblico accusatore nella sua carriera, si è però fatto difensore: "La magistratura non si merita questa caduta di letame, questa sfiducia da parte dei cittadini. Quello che sta accadendo è di una gravità inaudita e se il cittadino perde fiducia questo è giustificato da vari fatti".
di Michele Partipilo
Gazzetta del Mezzogiorno, 14 giugno 2021
Nelle ultime settimane la Puglia ha offerto un vasto campionario delle patologie che affliggono l'universo giudiziario. A 160 anni dall'Unità d'Italia e a 75 anni dalla nascita della Repubblica, il nostro principale problema resta la Giustizia. Con questo termine s'intende non un concetto filosofico, bensì il variegato mondo che vi ruota intorno: dalle indagini, all'apparato giudiziario, ai concorsi per diventare magistrati, ai processi, alle leggi e così via.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 giugno 2021
La scarcerazione a qualsiasi titolo di per sé non comporta automaticamente, per lo studente, la perdita della posizione di candidato interno. Lo chiarisce il ministero dell'Istruzione con una nota con le indicazioni operative per assicurare la partecipazione alla maturità ai candidati adulti detenuti o con restrizioni della libertà personale e ai candidati sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria minorile nel caso in cui, in prossimità degli esami, sia previsto un allontanamento dalla sezione carceraria.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2021
L'uomo che custodisce i segreti delle stragi ha scritto al ministero della Giustizia. Non a un ufficio qualsiasi che si occupa di detenuti: Giuseppe Graviano ha preso carta e penna per rivolgersi direttamente alla guardasigilli Marta Cartabia. Lo ha fatto praticamente subito dopo la formazione del del governo di Mario Draghi: il nuovo esecutivo ha giurato il 13 febbraio, il boss di Brancaccio ha scritto la sua lettera nel carcere di Terni una decina di giorni dopo.
Cosa nostra non perde mai tempo. Impossibile conoscere il contenuto della missiva di Graviano, visto che l'ordinamento penitenziario non prevede il controllo della corrispondenza dei detenuti quando questi si rivolgono ad autorità come il capo dello Stato o il ministro della Giustizia. Quella lettera, però, potrebbe essere divulgata dalla stessa Cartabia, in modo da chiarire anche tre interrogativi: la ministra era a conoscenza della missiva a lei indirizzata dall'uomo condannato per le stragi di Roma, Milano e Firenze del 1993? Ha mai risposto?
Lo hanno fatto i suoi uffici senza farglielo sapere? Non sarebbe la prima volta che accade. Nel 2013 il boss di Brancaccio ha scritto a Beatrice Lorenzin, in quel momento ministra della Salute - in quota Pdl - dell'esecutivo di Enrico Letta: tra le altre cose il mafioso faceva riferimento alla "provenienza dei capitali per formare il patrimonio della famiglia Berlusconi", auspicando il coraggio di qualche politico per "abolire la pena dell'ergastolo".
Di quella missiva si è avuta notizia solo nel 2016 perché lo stesso Graviano - intercettato in carcere - ne aveva fatto cenno con il compagno d'ora d'aria. Poi nel 2020 il boss ne ha parlato in aula al processo "'Ndrangheta stragista", sostenendo anche di aver avuto un riscontro: "Il ministero mi ha risposto che stava portando avanti tutto quello che avevo chiesto. Io avevo quella lettera, ma è scomparsa quando mi hanno trasferito ad Ascoli nel 2014".
La Lorenzin, da parte sua, ha spiegato di non averne mai saputo nulla e che di solito questo tipo di corrispondenza non passa dalle scrivanie dei ministri ma viene smistata agli uffici competenti. La missiva del boss di Brancaccio era stata spedita al suo dicastero il 21 agosto, ma era stata esaminata dalla Direzione generale solo il 17 settembre. In mezzo, e cioè il 31 agosto del 2013, Silvio Berlusconi si era fatto fotografare mentre firmava i referendum dei Radicali sulla giustizia: tra i 12 quesiti c'era anche l'abolizione dell'ergastolo.
La soglia delle 500mila sottoscrizioni, però, non venne poi raggiunta. Otto anni dopo Forza Italia è tornata per la prima volta al governo. E Graviano ha scritto subito a un'esponente dell'esecutivo. Lo ha fatto alla vigilia della sentenza della Consulta, che nell'aprile scorso ha decretato l'incostituzionalità della legge sull'ergastolo ostativo. Se il Parlamento non approva una nuova norma entro il maggio dell'anno prossimo, anche i boss irriducibili potranno sperare di ottenere la libertà vigilata dopo 26 anni di pena: non servirà aver mai collaborato con la giustizia, ma basterà dare prova di non essere più pericolosi.
In che modo? "Si potrebbero prevedere specifiche condizioni e procedure per l'accesso alla liberazione condizionale" dei mafiosi, "più rigorose di quelle applicabili ad altri detenuti", ha detto di recente la stessa Cartabia in commissione Antimafia, spiegando che le nuove norme dovranno tenere "in considerazione le peculiarità del fenomeno mafioso e della criminalità organizzata". Il meccanismo del "fine pena mai" per i mafiosi inventato da Giovanni Falcone è l'incubo di tutti i boss. Pure di Graviano, che da tempo porta avanti la sua strategia per uscire dal carcere senza rivelare i segreti di cui è custode.
Ferratissimo sulle sentenze della Cedu sul 41bis e sull'ergastolo, ha spesso sostenuto di essere stato condannato solo sulla base di false accuse dei collaboratori di giustizia. Lo ha fatto anche davanti alla corte d'Assise di Reggio Calabria, quando ha rotto il silenzio per la prima volta dal 27 gennaio del 1994, il giorno in cui venne fermato a Milano insieme al fratello Filippo.
"Andate a indagare sul mio arresto e scoprirete i veri mandanti delle stragi", è uno dei tanti avvertimenti pronunciati in aula dal capomafia, che ha annunciato anche l'imminente uscita di un libro sulla storia della sua famiglia: di quella pubblicazione, però, non si ha più avuto alcuna notizia. Lo stesso Graviano è tornato a chiudersi nel suo storico silenzio, dopo lo show messo in scena al processo 'Ndrangheta stragista: uno spettacolo fatto di messaggi trasversali dal velato sapore ricattatorio. Il mafioso ha parlato di "imprenditori del nord che non volevano fermare le stragi", ha sostenuto di aver incontrato Silvio Berlusconi "almeno tre volte" a Milano mentre era latitante, di averlo conosciuto tramite suo nonno, che negli anni 70 avrebbe finanziato l'uomo di Arcore con venti miliardi di lire.
Accuse tutte da dimostrare, che per l'avvocato Niccolò Ghedini erano "palesemente diffamatorie", anche se non si è poi avuta notizia di una denuncia da parte del legale dell'ex premier. Nel frattempo Graviano è stato interrogato dai pm della procura di Firenze, che indagano sulle bombe del 1993: nel novembre scorso l'uomo delle stragi ha risposto per ore alle domande degli aggiunti Luca Tescaroli e Luca Turco.
Negli stessi giorni i due magistrati hanno sentito pure l'altro Graviano, Filippo: un interrogatorio molto più breve, in cui il mafioso ha messo a verbale di essersi dissociato da Cosa nostra, ammettendo di averne fatto parte, ma negando le accuse relative alle stragi. Poi ha chiesto al giudice di Sorveglianza di avere un giorno di permesso premio: richiesta respinta. Graviano ha potuto avanzarla perché già nel 2019 la Consulta aveva dichiarato illegittimo il divieto di concedere benefici agli ergastolani condannati per mafia che non si fossero pentiti. Quella decisione è stata definita "di particolare rilievo" nella relazione della corte Costituzionale dell'aprile 2020. A scriverla era proprio Marta Cartabia, all'epoca presidente della Consulta.
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