di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 maggio 2021
Carcere a vita con isolamento diurno per due mesi: questa la pena inflitta a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.
Ergastolo con isolamento diurno per due mesi: si potrebbe pensare che sia una condanna inflitta ad un pericoloso boss della mafia e invece è la pena che due giorni fa la prima Corte d'Assise di Roma ha comminato a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il popolo esulta col trofeo in mano, non però quello di Dike (la giustizia) bensì quello delle Erinni, simbolo di vendetta.
"Paradossalmente per un ragazzo di 19 anni l'ergastolo è più di una pena di morte - ci dice l'avvocato Renato Borzone, che difende, insieme al collega Roberto Capra, Lee Elder, il ragazzo che ha accoltellato Rega. Significa restare tutta la vita in carcere, per di più in un Paese straniero. E non dimentichiamo che solo per poco non è stato giudicato dal Tribunale dei minori e che soffre di pesanti problemi psichiatrici. Questa fame di pena e di carcere è significativa del background culturale del nostro Paese e di buona parte della magistratura che deve mostrare il pugno di ferro". In merito alla decisione, Borzone si dice "sgomento insieme a tutta la stampa americana che, avendo seguito il processo, non si capacita dell'esito di questa vicenda. Non si è voluto in nessun modo guardare alle carte processuali ma si è fatto un atto di fede nei confronti della forza pubblica. E questo non è accettabile in una democrazia liberale.
Il racconto dell'unico accusatore (il collega di Cerciello Rega, Andrea Varriale, ndr) è costellato da decine di esposizioni non corrispondenti alla realtà dei fatti: a nostro giudizio non è stato assolutamente provato, ad esempio, che i due carabinieri abbiano mostrato i tesserini e si siano qualificati. Varriale ha ripetuto per cinque volte in dibattimento di aver attraversato la strada sulle strisce pedonali di fronte alla farmacia in modo perpendicolare e il video della banca Unicredit dimostra esattamente il contrario. Ciò conforta la versione che hanno fornito i due imputati di essere stati affiancati dai due carabinieri che poi li hanno afferrati. Noi non abbiamo mai voluto dire che i carabinieri volessero uccidere i ragazzi o che volessero aggredirli.
È probabile che volessero fermarli, ma nell'ambito di una operazione di polizia che è incredibile per la violazione di tutti i protocolli previsti. Questo, insieme a quanto accaduto a Bolzaneto, nella caserma di Piacenza, e i casi Cucchi e Marrazzo sollevano dubbi sulla catena di comando all'interno dell'Arma". Questi elementi, insieme ai tantissimi altri che la difesa ha fatto emergere durante il dibattimento, lascerebbero ben sperare per l'Appello: "Non vuol essere una frase fatta ma noi contiamo sull'appello che sia condotto però da un giudizio laico e non formato su una ideologia per cui le forze dell'ordine hanno sempre ragione, soprattutto in un caso come questo dove abbiamo assistito all'imbavagliamento di uno dei due ragazzi in una caserma dei carabinieri, dove sono stati anche coperti di sputi quando sono arrivati".
Chiediamo all'avvocato Borzone se questo processo non sia la conferma di un concetto espresso recentemente dall'avvocato Valerio Spigarelli in un suo scritto per cui "il processo viene visto come uno strumento di difesa sociale e per tale motivo si carica di una serie di aspettative che finiscono per snaturarne le funzioni". I giudici - risponde Borzone - "sono mossi sicuramente da istanze etiche e ciò non dovrebbe verificarsi in un Paese liberal democratico, dove si giudicano i singoli fatti e non i fenomeni. In questo caso si è voluta emettere una sentenza esemplare. E poi emerge sempre di più che in Italia non c'è la cultura della giurisdizione che si trasferisce dai giudici ai pm, bensì quella dell'Inquisizione che trapassa dai pm ai giudici. Purtroppo non abbiamo molto spesso giudici strutturati in base all'articolo 111 della Costituzione".
Per concludere chiediamo all'avvocato se è d'accordo con l'analisi del collega Ennio Amodio, secondo cui nel processo non dovrebbe entrare la parte civile, seconda accusatrice dopo il pm: "Sono contrario da sempre alle parti civili: si inseriscono delle istanze di vendetta privata all'interno del processo penale". E poi fanno entrare in aula un'alta carica emotiva, che nulla c'entra con gli aspetti tecnico processuali: "Esattamente. C'è anche un problema di funzione del processo penale che si equivoca: non credo debba essere un modo di tutelare le vittime del reato, bensì dovrebbe accertare secondo i principi del giusto processo se una persona ha commesso o no un fatto. Sarebbe molto meglio che la soddisfazione per la vittima venisse consegnata ad un giudizio civile".
Abbiamo raccolto anche il parere dell'avvocato Francesco Petrelli, che ha difeso Gabriel Natale Hjorth insieme all'avvocato Fabio Alonzi: "La pena dell'ergastolo va letta per quello che è nella sua natura terrifica e inumana, contraria al dettato costituzionale. Significa dire a un ragazzo di poco più di 18 anni che non uscirà più dal carcere e che li dovrà finire la sua vita. Quale ragione di Stato e quale spinta vendicativa può far ritenere giusta una simile condanna, al di là delle parole di circostanza che sono state spese?".
Il loro assistito non ha inferto le coltellate a Cerciello Rega, eppure è stato condannato alla stessa pena di Elder: "Non entro nel merito di questioni e di ulteriori valutazioni che potremo conoscere solo leggendo le motivazioni - ci dice ancora Petrelli - ma la identità della pena inflitta, già di per sé oggettivamente contraria ad ogni principio di proporzionalità assoluta e relativa, irrogata con riferimento a posizioni che risultano totalmente difformi resta francamente incomprensibile".
Il caso ha sicuramente creato delle aspettative di condanna da parte dell'opinione pubblica, i giudici si sono potuto lasciare influenzare dalla pressione mediatica e sociale? "Accade ormai sempre più spesso che i processi, anche al di là della loro più o meno estese esposizioni mediatiche, divengano il pretesto per soluzioni di tipo simbolico, per cui la decisione tende ad assumere un valore di messaggio o di grande metafora comunicativa; il che stravolge totalmente e pericolosamente il ruolo e il fine del processo penale e la sua funzione democratica di civilizzazione".
Resta il fatto che dinanzi ad una dinamica dei fatti ambigua la Corte abbia sposato pienamente la tesi dell'accusa: "La dinamica dei fatti è stata in verità smentita anche dalla prova documentale - conclude Petrelli - in ogni sua latitudine e longitudine. Le reticenze e le menzogne emerse nella ricostruzione dell'intero "antefatto" sono clamorose, come sono risultate in maniera eclatante nei commenti a caldo e nelle successive valutazioni degli stessi colleghi dei due militari le anomalie, le oscurità, le deviazioni, le violazioni comportamentali poste in essere nel corso di quella operazione di recupero. È davvero inaccettabile che la Corte possa aver condannato partendo da tali presupposti".
Intanto ieri il dipartimento di Stato Usa, tramite un suo portavoce, ha fatto sapere: "Siamo consapevoli che a Roma i cittadini americani Finn Elder e Gabriel Natale-Hjorth sono stati condannati all'ergastolo per l'accusa di omicidio. Noi ci assumiamo la piena responsabilità di assistere i cittadini americani all'estero e fornire tutti i servizi consolari appropriati". Il dipartimento, ha concluso il portavoce all'Agi, "resta in contatto con loro e continuerà a garantire i servizi consolari, incluse le visite in carcere".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 maggio 2021
Carcere a vita con isolamento diurno per due mesi: questa la pena inflitta a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega.
Ergastolo con isolamento diurno per due mesi: si potrebbe pensare che sia una condanna inflitta ad un pericoloso boss della mafia e invece è la pena che due giorni fa la prima Corte d'Assise di Roma ha comminato a Finnegan Lee Elder e Gabriel Natale Hjorth, accusati dell'omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega. Il popolo esulta col trofeo in mano, non però quello di Dike (la giustizia) bensì quello delle Erinni, simbolo di vendetta.
"Paradossalmente per un ragazzo di 19 anni l'ergastolo è più di una pena di morte - ci dice l'avvocato Renato Borzone, che difende, insieme al collega Roberto Capra, Lee Elder, il ragazzo che ha accoltellato Rega. Significa restare tutta la vita in carcere, per di più in un Paese straniero. E non dimentichiamo che solo per poco non è stato giudicato dal Tribunale dei minori e che soffre di pesanti problemi psichiatrici. Questa fame di pena e di carcere è significativa del background culturale del nostro Paese e di buona parte della magistratura che deve mostrare il pugno di ferro". In merito alla decisione, Borzone si dice "sgomento insieme a tutta la stampa americana che, avendo seguito il processo, non si capacita dell'esito di questa vicenda. Non si è voluto in nessun modo guardare alle carte processuali ma si è fatto un atto di fede nei confronti della forza pubblica. E questo non è accettabile in una democrazia liberale.
Il racconto dell'unico accusatore (il collega di Cerciello Rega, Andrea Varriale, ndr) è costellato da decine di esposizioni non corrispondenti alla realtà dei fatti: a nostro giudizio non è stato assolutamente provato, ad esempio, che i due carabinieri abbiano mostrato i tesserini e si siano qualificati. Varriale ha ripetuto per cinque volte in dibattimento di aver attraversato la strada sulle strisce pedonali di fronte alla farmacia in modo perpendicolare e il video della banca Unicredit dimostra esattamente il contrario. Ciò conforta la versione che hanno fornito i due imputati di essere stati affiancati dai due carabinieri che poi li hanno afferrati. Noi non abbiamo mai voluto dire che i carabinieri volessero uccidere i ragazzi o che volessero aggredirli.
È probabile che volessero fermarli, ma nell'ambito di una operazione di polizia che è incredibile per la violazione di tutti i protocolli previsti. Questo, insieme a quanto accaduto a Bolzaneto, nella caserma di Piacenza, e i casi Cucchi e Marrazzo sollevano dubbi sulla catena di comando all'interno dell'Arma". Questi elementi, insieme ai tantissimi altri che la difesa ha fatto emergere durante il dibattimento, lascerebbero ben sperare per l'Appello: "Non vuol essere una frase fatta ma noi contiamo sull'appello che sia condotto però da un giudizio laico e non formato su una ideologia per cui le forze dell'ordine hanno sempre ragione, soprattutto in un caso come questo dove abbiamo assistito all'imbavagliamento di uno dei due ragazzi in una caserma dei carabinieri, dove sono stati anche coperti di sputi quando sono arrivati".
Chiediamo all'avvocato Borzone se questo processo non sia la conferma di un concetto espresso recentemente dall'avvocato Valerio Spigarelli in un suo scritto per cui "il processo viene visto come uno strumento di difesa sociale e per tale motivo si carica di una serie di aspettative che finiscono per snaturarne le funzioni". I giudici - risponde Borzone - "sono mossi sicuramente da istanze etiche e ciò non dovrebbe verificarsi in un Paese liberal democratico, dove si giudicano i singoli fatti e non i fenomeni. In questo caso si è voluta emettere una sentenza esemplare. E poi emerge sempre di più che in Italia non c'è la cultura della giurisdizione che si trasferisce dai giudici ai pm, bensì quella dell'Inquisizione che trapassa dai pm ai giudici. Purtroppo non abbiamo molto spesso giudici strutturati in base all'articolo 111 della Costituzione".
Per concludere chiediamo all'avvocato se è d'accordo con l'analisi del collega Ennio Amodio, secondo cui nel processo non dovrebbe entrare la parte civile, seconda accusatrice dopo il pm: "Sono contrario da sempre alle parti civili: si inseriscono delle istanze di vendetta privata all'interno del processo penale". E poi fanno entrare in aula un'alta carica emotiva, che nulla c'entra con gli aspetti tecnico processuali: "Esattamente. C'è anche un problema di funzione del processo penale che si equivoca: non credo debba essere un modo di tutelare le vittime del reato, bensì dovrebbe accertare secondo i principi del giusto processo se una persona ha commesso o no un fatto. Sarebbe molto meglio che la soddisfazione per la vittima venisse consegnata ad un giudizio civile".
Abbiamo raccolto anche il parere dell'avvocato Francesco Petrelli, che ha difeso Gabriel Natale Hjorth insieme all'avvocato Fabio Alonzi: "La pena dell'ergastolo va letta per quello che è nella sua natura terrifica e inumana, contraria al dettato costituzionale. Significa dire a un ragazzo di poco più di 18 anni che non uscirà più dal carcere e che li dovrà finire la sua vita. Quale ragione di Stato e quale spinta vendicativa può far ritenere giusta una simile condanna, al di là delle parole di circostanza che sono state spese?".
Il loro assistito non ha inferto le coltellate a Cerciello Rega, eppure è stato condannato alla stessa pena di Elder: "Non entro nel merito di questioni e di ulteriori valutazioni che potremo conoscere solo leggendo le motivazioni - ci dice ancora Petrelli - ma la identità della pena inflitta, già di per sé oggettivamente contraria ad ogni principio di proporzionalità assoluta e relativa, irrogata con riferimento a posizioni che risultano totalmente difformi resta francamente incomprensibile".
Il caso ha sicuramente creato delle aspettative di condanna da parte dell'opinione pubblica, i giudici si sono potuto lasciare influenzare dalla pressione mediatica e sociale? "Accade ormai sempre più spesso che i processi, anche al di là della loro più o meno estese esposizioni mediatiche, divengano il pretesto per soluzioni di tipo simbolico, per cui la decisione tende ad assumere un valore di messaggio o di grande metafora comunicativa; il che stravolge totalmente e pericolosamente il ruolo e il fine del processo penale e la sua funzione democratica di civilizzazione".
Resta il fatto che dinanzi ad una dinamica dei fatti ambigua la Corte abbia sposato pienamente la tesi dell'accusa: "La dinamica dei fatti è stata in verità smentita anche dalla prova documentale - conclude Petrelli - in ogni sua latitudine e longitudine. Le reticenze e le menzogne emerse nella ricostruzione dell'intero "antefatto" sono clamorose, come sono risultate in maniera eclatante nei commenti a caldo e nelle successive valutazioni degli stessi colleghi dei due militari le anomalie, le oscurità, le deviazioni, le violazioni comportamentali poste in essere nel corso di quella operazione di recupero. È davvero inaccettabile che la Corte possa aver condannato partendo da tali presupposti".
Intanto ieri il dipartimento di Stato Usa, tramite un suo portavoce, ha fatto sapere: "Siamo consapevoli che a Roma i cittadini americani Finn Elder e Gabriel Natale-Hjorth sono stati condannati all'ergastolo per l'accusa di omicidio. Noi ci assumiamo la piena responsabilità di assistere i cittadini americani all'estero e fornire tutti i servizi consolari appropriati". Il dipartimento, ha concluso il portavoce all'Agi, "resta in contatto con loro e continuerà a garantire i servizi consolari, incluse le visite in carcere".
di Liana Milella
La Repubblica, 9 maggio 2021
Dalla responsabilità civile, alla custodia cautelare, dalla separazione delle carriere all'uso del Trojan, dalla legge Severino alla responsabilità professionale dei giudici, per finire al Csm e al suo ruolo costituzionale. Una "bomba" pronta a esplodere sotto i piedi della Guardasigilli Marta Cartabia proprio mentre la ministra, con passi felpati e comportamento istituzionale, cerca di condurre in porto le riforme della giustizia.
Una "bomba" che è già piena di contenuto. Perché sono una decina i referendum sulla giustizia su cui sta alacremente lavorando il radicale Maurizio Turco che, da marzo, è in strettissimo contatto con Matteo Salvini. Il quale, a parole, giura di non voler terremotare il lavoro di Cartabia, né tantomeno arrivare a uno scontro, ma di fatto rende plateale, proprio attraverso i suoi referendum, i suoi drastici obiettivi sulla giustizia. Che vanno ben oltre il programma di via Arenula e richiederebbero, tra l'altro, significative modifiche costituzionali.
Titoli, quelli dei futuri referendum, che al pari della commissione d'inchiesta sulla magistratura, sono destinati ad arroventare i rapporti tra la politica e le toghe. Basta scorrerli: ecco i quesiti sulla responsabilità civile dei giudici, sui margini effettivi della custodia cautelare, sulla separazione delle carriere. Ma anche sull'uso della microspia Trojan, e perfino sulla legge Severino che disciplina la decadenza di parlamentari, uomini di governo e amministratori locali se condannati. Infine un referendum anche sul Csm.
Il segretario dei Radicali, Turco, non si tira indietro dal raccontare come si sia messo d'accordo con Salvini. Una storia semplice, per come la riassume: "È dal 2019, dal nostro congresso di Napoli, che vogliamo rilanciare il referendum sulla responsabilità civile dei giudici il cui esito, rispetto ai risultati del 1986, è stato tradito dal Parlamento. Ne abbiamo riparlato a marzo, all'assemblea degli iscritti del partito". Di cui Repubblica diede notizia, il 21 marzo.
Proprio da lì nasce l'idea del contatto con Salvini. Che, per come la racconta Turco, c'è stato "prima che cadesse governo Conte". Quindi quando il Guardasigilli era Alfonso Bonafede. E soprattutto Salvini era all'opposizione.
Il racconto di Turco è dettagliato: "Ho recuperato il cellulare di Salvini e gli ho mandato un sms. Mi ha risposto subito. E mi ha detto che il giorno dopo era libero e potevano vederci. Siamo andati da lui, io e Irene Testa, la nostra tesoriera. Ci ha trattato da pari a pari, come se il suo non fosse un partito che conta il 22% dei voti. Gli abbiamo illustrato la nostra idea dei referendum. E lui ha detto subito che era d'accordo. Ci ha dato delle garanzie, e io mi devo fidare della parola di Salvini e del fatto che, a voto avvenuto, difenderà l'esito del referendum".
Nessun dubbio allora? Maurizio Turco è netto nella risposta: "In un rapporto di fiducia sulla parola data io non credo proprio che Salvini possa tradire. Del resto, finora, si è comportato correttamente. La nostra è stata un'iniziativa paritaria".
E quindi, Turco, che succede adesso? "Semplice, tra 15-20 giorni al massimo, andremo in Cassazione per depositare i quesiti. Saranno otto o al massimo dieci. Stiamo decidendo quali saranno i cinque sui quali raccogliere le firme". Turco elenca dettagliatamente i referendum a cui lui e i suoi stanno lavorando. E poi, quasi di striscio, chiarisce che con Salvini non solo non si è parlato di accordi di governo o di sottogoverno, ma anche che i contatti con lui risalgono agli ultimi scampoli del governo Conte, quando ancora non c'era la crisi, né tantomeno già concretamente in vista il governo Draghi.
Ma adesso, invece, non solo le toghe sono in allarme, ma anche all'interno del governo si avvertono scricchiolii, e basta vedere, all'uscita di Salvini sui referendum (Porta a porta di giovedì sera), la prima reazione a caldo della responsabile Giustizia del Pd Anna Rossomando, poi quella del vice capogruppo del Pd al Senato Franco Mirabelli, ma anche la collera di M5S che trapela dalle parole del presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni. Né basta, a spegnere l'incendio, le uniche due parole pronunciate dalla ministra Cartabia che alla notizia dei referendum che hanno per protagonista Salvini chiosa con i suoi "legittime iniziative".
Turco su questo è netto: "Salvini non vuole mettere in difficoltà il governo, in lui non c'è nessun retro pensiero su questo, ma è pronto a raccogliere con noi le 500mila firme necessarie per andare al voto nella prossima primavera". Turco nega, quindi, che i referendum siano "un'arma di ricatto dentro il governo", ma come hanno spiegato a Repubblica fonti della Lega, Salvini vuole tenersi libero rispetto a riforme, quelle che saranno proposte da Cartabia e anche approvate, che non affrontano in maniera radicale i punti dolenti della giustizia. Quelli, appunto, su cui lui vuole sentire l'opinione degli italiani e, forte di un voto favorevole, passare a riforme che saranno anche di tipo costituzionale.
A che punto è, a oggi, il lavoro tra Radicali e Lega? E chi sono gli interlocutori del Carroccio? Turco spiega che il principale protagonista è proprio lui, Salvini. Ma fa anche i nomi anche di Giulia Bongiorno, la responsabile giustizia, e di Andrea Ostellari, il presidente della commissione Giustizia del Senato. Aggiunge che "i testi dei referendum non sono ancora pronti, ma una prima scrittura di massima è stata fatta, e adesso si sta lavorando a quella tecnica, con gli esperti nostri e quelli della Lega sulla formulazione più corretta dei quesiti".
E la Cartabia, in tutto questo? Turco è stato da lei, sempre con Irene Testa, giusto tre giorni fa. E le ha parlato anche dei referendum. "Le abbiamo detto che il Partito radicale vuole arrivare dove il Parlamento non può intervenire. Per noi lei è un tipo anglosassone. È una spanna sopra il livello superiore di chi si occupa di giustizia".
Non è dato sapere quale sia stata la reazione di Cartabia di fronte alla notizia dei referendum promossi anche da Salvini. Certo è che Turco la mette così: "Buttare giù il governo non esiste, è fuori dalle sue intenzioni. Posso testimoniare che in privato - presenti io, Irene e Giuseppe Rossodivita - Salvini non ha mai detto che vuole far cadere il governo Draghi. Ma si rende conto che questa partita può giocarla soltanto con noi. E per noi lui è l'unico che poteva capire l'importanza di questa partita sulla giustizia".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 maggio 2021
Domani vertice tra Cartabia e i capigruppo di maggioranza in Commissione giustizia alla Camera sulle soluzioni tecniche per accelerare la durata dei procedimenti.
Si stringono i tempi sulla riforma del processo penale. Domani, in un vertice tra la ministra della Giustizia Marta Cartabia e i capigruppo della maggioranza nella commissione Giustizia della Camera, sarà fatto il punto sugli esiti del lavoro della commissione guidata dal presidente emerito della Corte costituzionale, Giorgio Lattanzi.
Nel summit, al quale dovrebbe partecipare lo stesso Lattanzi, saranno illustrate ai rappresentanti della politica le soluzioni tecniche per accelerare la durata dei processi e sminare di conseguenza la prescrizione, tema divisivo per eccellenza. La commissione ministeriale, costretta dalle urgenze dei lavori parlamentari e dalla necessità del Governo di mettere in campo un piano condiviso per accelerare i tempi della giustizia penale e civile, a chiudere i battenti in tempi estremamente brevi, ha messo a punto soluzioni alternative su alcune questioni, lasciando a Cartabia e al Parlamento la scelta finale, da tradurre poi nelle correzioni al disegno di legge Bonafede.
Nel merito, alcune proposte che potrebbero prendere corpo nelle prossime ore avrebbero il sapore un po' sorprendente del déjà-vu. Perché dalla commissione potrebbe arrivare la riproposta dell'inappellabilità del pubblico ministero, con la conservazione della sola possibilità per l'accusa di fare ricorso in Cassazione. Una strada percorsa nel 2006 dalla Legge Pecorella, poi drasticamente ridimensionata dalla corte costituzionale.
Ora la disciplina verrebbe meglio precisata, tenendo conto delle osservazioni della Consulta; malgrado gli appelli del Pm rappresentino statisticamente una quota molto bassa, si fa notare come il lavoro delle Corti d'appello per affrontarli è comunque significativo. Sulla prescrizione, alla fine, la strada potrebbe essere quella di una revisione dell'attuale drastico stop dopo il primo grado, imposto dalla legge Spazza-corrotti, per virare verso una più calibrata prescrizione processuale.
Ovvero, fissata una durata massima del primo grado e dell'appello, che potrebbe attestarsi rispettivamente sui 2 anni e sull'anno e mezzo, il decorso dei termini, in precedenza sospeso per consentire la celebrazione del processo, ripartirebbe, recuperando l'arretrato in caso di sforamento del limite di fase. questa soluzione se ne potrebbe affiancare un'altra, alternativa, che farebbe invece leva sull'aumento da un quarto alla metà del tempo tollerato per le interruzioni dei termini.
Dalla commissione arriveranno poi proposte per incentivare l'utilizzo dei riti alternativi, allargando per esempio il perimetro dei reati che possono essere oggetto di patteggiamento. L'obiettivo, che peraltro era quello del Codice di procedura penale accusatorio, è di evitare l'afflusso al dibattimento del maggior numero di procedimenti possibile.
In questo senso si interverrà in maniera più decisa anche sulle condizioni di procedibilità, con attenzione particolare per la querela. Nella fase di avvio del procedimento penale, a venire rafforzata dovrebbe essere la possibilità di sindacato del Gip sulla tempestività dell'iscrizione della notizia di reato da parte dei pubblici ministeri. In caso di indebiti ritardi odi omissioni da parte del Pm si aprirebbe la strada alla retrodatazione dell'iscrizione.
Quanto poi alle indagini, l'idea è quella di fissare una durata massima, che dovrebbe essere di 2 anni, svincolandola però, almeno in via tendenziale, dalla gravità della pena prevista dall'ordinamento, nella convinzione che non sempre questa vada di pari passo con la complessità dell'attività investigativa da svolgere. Il progetto poi darà uno spazio maggiore alle condotte riparative, alla causa di non punibilità per tenuità del fatto.
di Rino Formica
Il Domani, 9 maggio 2021
Da almeno 30 anni è in corso un processo di ridimensionamento del potere sovrano popolare e di concentrazione di potere nelle mani dei vertici delle istituzioni che servono a evitare di affrontare la congiunzione che da così lungo tempo in atto tra crisi del sistema politico e crisi del sistema previsto dalla Carta.
Tutto è cominciato all'inizio degli anni Novanta quando il potere dei partiti politici, e quindi del sistema politico, si è andato depauperando, ha dato spazio all'intervento di altre componenti del sistema istituzionale consentendo loro di essere forze sostitutive della politica. Quando il Partito radicale pone al presidente della Repubblica il problema del messaggio alle camere sulla crisi della giustizia e del Csm, la risposta semi ufficiosa è stata quella che non si deve interferire con la attività della magistratura. È come dire: vogliamo sapere che malattia ha il nostro corpo sociale e politico e si risponde che se ne sta occupando il malato.
Il presidente della Repubblica può diventare re senza violare l'articolo 139 della Costituzione che stabilisce che la forma repubblicana non è sottoponibile a una revisione costituzionale? Il potere sovrano esercitato dal popolo può essere limitato o condizionato senza infrangere il secondo capoverso dell'art. 1 della Costituzione? Le due domande sono retoriche, la risposta non può non essere no. Però è in corso da almeno trent'anni un processo che ha messo in moto un ridimensionamento del potere sovrano popolare ed una concentrazione di potere nelle mani dei vertici delle istituzioni - presidente della Repubblica e presidente del Consiglio - che servono a evitare di affrontare la congiunzione che da così lungo tempo in atto tra crisi del sistema politico e crisi del sistema previsto dalla Carta.
Tutto è cominciato all'inizio degli anni Novanta quando il potere dei partiti politici, e quindi del sistema politico, si è andato depauperando, ha dato spazio all'intervento di altre componenti del sistema istituzionale consentendo loro di essere forze sostitutive della politica. Non dimentichiamo che nel 1992 il presidente della Repubblica disse che che il parlamento, che è il luogo dell'esercizio della sovranità popolare, doveva scrivere sotto dettatura la legge elettorale; e poi sciolse le camere, che pure avevano una maggioranza politica e di governo mai venuta meno. Si fece una modifica nel potere locale, si passò dal primato della democrazia consiliare nei comuni e nelle regioni all'accentramento del potere del sindaco che diventò podestà, e nelle regioni fu ridotto il potere delle giunte e dei consigli e ci fu un forte accentramento del presidente, che non a torto infatti fu dalla voce popolare chiamato governatore.
Questo ha portato a evidenziare la necessità che la crisi del sistema politico era risolvibile attraverso una semplificazione del sistema politico, con una riduzione del potere dei partiti e delle istituzioni del sistema dei partiti, ed una accentuazione del potere dei vertici istituzionali. Questa situazione è esplosa in maniera grave con questa legislatura, quando ci siamo trovati di fronte a un effetto collaterale di un sistema non più organizzato che è stato sostituito da un sistema di organizzazione populistica del consenso intorno a motivazioni di carattere convincente, non di grandi visioni e di orizzonte.
Nell'interno del sistema istituzionale i poteri e le forze costitutive nelle istituzioni sono andate assumendo sempre più prima un carattere autonomo e corporativo di corpi che intervenivano direttamente nella politica, poi con una disgregazione interna degli stessi corpi istituzionali.
Quando il Partito radicale, un piccolo partito ma che nella storia della Repubblica italiana rappresenta una componente non trascurabile della coscienza critica della società, pone al presidente della Repubblica il problema del messaggio alle camere sulla crisi della giustizia e del Csm, la risposta semi ufficiosa è stata quella che non si deve interferire con la attività della magistratura, perché si stanno occupando del problema quattro procure. È come dire: vogliamo sapere che malattia ha il nostro corpo sociale e politico e si risponde che se ne sta occupando il malato.
Dobbiamo constatare che noi oggi abbiamo due posizioni al centro della crisi del sistema politico democratico parlamentare: la presidenza della Repubblica e quello del Consiglio. L'uno è garante dell'equilibrio costituzionale e quindi delle istituzioni, e l'altro del buon governo. Ma entrambi hanno problemi di calendario: l'uno è alla fine del settennato vuol evitare che ci sia un diluvio istituzionale nella coda del mandato, l'altro è stato incaricato di un compito riduttivo e speciale: risolvere la crisi sanitaria e varare il piano di rilancio.
Questo si esaurisce in pochi mesi. A ottobre o è fatto o il non fatto peserà sulla situazione generale. E che fare subito dopo? Può una personalità così quotata nel campo internazionale, che anche se si mostra modesto è molto carico di autostima, andare al Quirinale? Si pone un problema: la stabilità nei prossimi anni ha bisogno di un punto di stabilità, un punto sovrano. La Pdr che diventa il punto di stabilità e consente nello stabilire cosa è buono e cosa è male nelle riforme. E questo giudizio non può essere affidato al volere sovrano del popolo, perché il popolo non è tutta brava gente. La completa e totale sovranità affidata al popolo è un rischio.
Questa è una tentazione da sempre presente nella società italiana, che ha assunto caratteri vistosi dal 1992 e oggi se fossimo meschini soddisfatti delle vendette della storia, dovremmo dire come quel manipolo di giacobini tracotanti che alla tv in nome del potere rivoluzionario della magistratura stabilivano che l'Italia andava voltata come un calzino, adesso mestamente si trovano ad essere di fronte ad altri pezzi della magistratura che vanno a vedere i loro calzini.
Questo processo lento ma inesorabile è una restaurazione. E in Italia ha il carattere di una restaurazione pre-repubblicana. Cioè il sovrano diventa il re, buon galantuomo dispensatore di giudizi sani e saggi, e la democrazia deve essere docile. Insomma un poco di accettazione da parte del popolo dei caratteri propri dei sudditi e un poco di accettazione da parte del sistema democratico di avere un sovraordinato regolatore degli eventi non risolvibili dalle crisi e dalle emergenze.
Se tutto questo nei prossimi mesi non viene riportato nell'alveo naturale, la discussione nell'organo costituzionale della sovranità popolare che è il parlamento, e se questo non viene attivato dal garante della Costituzione, ci troveremo di fronte al rinsecchimento dei poteri del parlamento. E come si fa ad affrontare una crisi istituzionale non attraverso gli organi istituzionali ma nelle indiscrezioni dell'opinione pubblica, della stampa, dei giornali? Perché ciò che può essere divulgato da un giornalismo di inchiesta non può essere affrontato dagli organi istituzionali? È già questa un'autolimitazione della rappresentanza. Questa discussione deve avvenire in parlamento subito. Il piano di rilancio che lega investimenti alle riforme, ma già oggi ci spiegano che le riforme non potranno essere profonde, ma delle semplificazioni di superficie, che non intervengono sui meccanismi profondi delle disuguaglianze.
A settembre si vota elezioni di carattere politico totale. Da questo panorama uscirà una divaricazione fra il parlamento, il paese legale, rispetto al paese reale. Non sarà un sondaggio. In che clima si svolgerà la elezione del pdr? Sarà un clima torbido, dove già sono visibili non solo i giochi e gli intrighi fra gruppi, ma anche un ulteriore disgregarsi del sistema politico fuori del parlamento. Non è sottovalutabile che fra ottobre e novembre si svilupperà la campagna referendaria di un partito tradizionalmente legato ai referendum come i radicali, ma anche di un partito di governo come la Lega su temi cruciali come la giustizia.
Noi avremo uno stato di confusione in cui il parlamento non discute e nel paese avviene un dibattito politico. Insomma, il rifiuto di portare il dibattito sulla crisi istituzionale nel parlamento con un doveroso messaggio del garante della costituzione è ineludibile. Sfuggire a questo obbligo significa avventurarci verso situazioni totalmente imprevedibili, la restaurazione di una finta democrazia pre-repubblicana e una regressione totale. Su questa strada forse si troverà qualcuno che sarà preso dal desiderio di napoleoneggiare su una crisi delle istituzioni. Sicuramente non troveremo un popolo diventato libero, ma che accetta la regressione alla massa di sudditi.
di Daria Bonfietti*
Il Manifesto, 9 maggio 2021
Memoria. Oggi 9 maggio celebrazione in Senato del Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo. Alla presenza, tra gli altri, del presidente Mattarella. Al di là di ogni retorica e di ogni ufficialità ricordare oggi le Vittime del terrorismo significa innanzitutto ricordare le tante vite spezzate, le ferite rimaste, i tanti dolorosi vuoti lasciati nelle famiglie, nella vita delle persone. In tanti orizzonti di aspettative cancellati. Ma vuol dire confrontarsi con la Storia di questo Paese e soprattutto farsi carico della ferita profonda tra cittadini, vittime, e Stato: uno Stato che non ha saputo garantire il diritto fondamentale alla vita, non ha saputo proteggere prima e dare giustizia poi. Uno Stato che con troppi suoi servitori "infedeli" è stato addirittura complice o spettatore inerme.
Credo che proprio se partiamo da quel giorno di dicembre a Piazza Fontana, che indichiamo come l'inizio del terribile periodo della nostra Storia, possiamo avere la rappresentazione di tutto questo: i morti, i feriti, la giustizia in ogni modo rallentata o negata, i depistaggi le scie di dolore. Bisogna parlare di Giustizia, di ricerca della verità, cominciando pure dalle notizie che abbiamo salutato con soddisfazione venirci da oltralpe sul processo di estradizione per i condannati di terrorismo. Come ha avuto modo di dire Mario Calabresi non si tratta di una soddisfazione per una vendetta o rivincita ma il prendere atto che la Giustizia, le sentenza della nostra Magistratura, continuano il loro corso.
Nello stesso tempo oggi si deve ricordare in quanti casi la Magistratura non ha saputo dare ancora verità, quante vicende sono ancora impunite, quanti procedimenti, processi, inchieste sono ancora aperti, in quanti casi la verità stenti ad emergere. Come sia faticosa la ricostruzione completa degli eventi; le responsabilità, le complicità, i mandanti.
Posso parlare di Ustica: la sentenza ordinanza di Priore (1999) ci ha dato una prima verità complessiva, ricostruendo lo scenario di guerra attorno al DC9 Itavia. Dal 2007 la Procura della Repubblica di Roma ha aperto ulteriori indagini a partire dalla dichiarazione del Presidente della Repubblica emerito Cossiga che indicava precise responsabilità francesi nel quadro del conflitto ben presente tra Francia e Libia. Quelle indagini sono state e sono ostacolate dalla non collaborazione di Paesi amici e alleati- non adeguate risposte alle rogatorie internazionali.
È una situazione che da troppo tempo andiamo denunciando, e voglio segnalare che di queste difficoltà si è fatto interprete in occasione delle celebrazioni per lo scorso 27 giugno lo stesso Presidente della Repubblica, affermando tra l'altro: "Trovare risposte risolutive e la loro ricostruzione piena e univoca richiede l'impegno delle istituzioni e la collaborazione dei Paesi alleati con i quali condividiamo comuni valori". È giunta l'ora per uno sforzo definitivo per la chiusura delle indagini. Bisogna ribadire con forza dunque, che le vittime del terrorismo soffrono di questa ferita nei rapporti con lo Stato per la mancanza di giustizia e verità. E poi in questa terribile vicenda del terrorismo, un altro aspetto che non si deve trascurare è l'oscurità e complicità di comportamenti di settori di apparati dello Stato. E qui voglio aprire il capitolo della trasparenza degli atti della Amministrazione. E siamo alla direttiva Renzi.
Le associazioni delle Vittime nel 2014, hanno salutato con favore la direttiva del Governo per la desecretazione e il deposito di tutti gli atti riguardanti significativi episodi di terrorismo, presso l'Archivio centrale dello Stato. La delusione è andata crescendo: sono venute alla luce omissioni, mancanza assoluta di documentazione, "trascuratezza" nell'impegno delle Amministrazioni e addirittura colpevoli situazioni di dispersione e mancanza di archiviazione. Situazioni in sé non rispettose della legge archivistiche dello stato.
Non deve sembrare improprio affermare: uno Stato che ancora una volta non tutela il cittadino e che ha al suo interno ferite (insomma funzionari infedeli prima, archivi fuori legge oggi!). Non può essere taciuto il fatto che il Ministero dei Trasporti all'oggi non dispone della documentazione, di legge, dell'attività dei suoi stessi Ministri. E allora sempre più il ricordo per le vittime del terrorismo non deve essere la cerimonia di un giorno ma un impegno profondo e costante proprio per la tutela dei rapporti tra Stato e Cittadini, in poche partole per la effettiva Democrazia.
*Presidente Associazione Parenti Vittime Strage di Ustica
di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 9 maggio 2021
Una crisi di credibilità è quella che ha investito la Magistratura. Non in casi singoli, ma nel suo complesso. Ed è questa la cosa più allarmante. A sostenerlo a Il Riformista, è un'autorità riconosciuta a livello internazionale nel campo del Diritto: Fausto Pocar, già professore di Diritto Internazionale presso l'Università degli Studi di Milano. Dal 1984 al 2000 ha fatto parte del Comitato per i Diritti Umani dell'Onu, ricoprendo l'incarico di presidente dal 1991 al 1992.
Inoltre, Pocar è stato membro della delegazione italiana all'Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York e a più riprese alla Commissione per i Diritti Umani a Ginevra. Nel 1999 è stato nominato giudice per il Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex-Jugoslavia, ricoprendo il ruolo di Presidente dal 2005 al 2009. È anche membro della Camera di Appello del Tribunale penale internazionale per il Ruanda dal 2000.
Professor Pocar, un nuovo tsunami si è abbattuto sulla magistratura: quello della "Loggia Ungheria", che fa seguito al "caso Palamara". Che idea si è fatto in proposito?
L'impressione che ho ricevuto è di una estrema gravità. Mi riporto a quanto ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando è scoppiato il caso Palamara. In buona sostanza, il Capo dello Stato parlò di un quadro sconcertante, di manovre per veicolare le nomine dei magistrati. E ha parlato di necessità di una riforma per restituire credibilità ai giudici. Questa è l'impressione che ho avuto io stesso e mi identifico pienamente in queste parole del Capo dello Stato.
Perché?
Perché se i giudici non sono più credibili in questo Paese, la gravità del problema è di carattere generale. Non è il singolo episodio di corruzione al quale si può mettere riparo. Ma se stiamo parlando di credibilità dell'organo di autogoverno, il Csm, e di credibilità della magistratura nel suo complesso, sia quella inquirente sia quella giudicante, la situazione è veramente gravissima. Occorre trovare un rimedio. Un Paese civile, un Paese europeo soprattutto, non può andare avanti con una magistratura che non è più credibile. Ne va di tutta la cooperazione giudiziaria internazionale, e di questo credo di avere una certa esperienza. Non coglierne la portata, o ridurre il tutto a qualche "mela marcia", lo ritengo un grave errore di percezione che rischia di rendere vane le parole e le sollecitazioni del Presidente Mattarella.
La "correntizzazione" della nostra magistratura, dell'Anm, lei l'ha ritrovata in altre realtà con cui ha interagito?
In quelle con cui ho interagito non l'ho ritrovata. Premetto che non ho una esperienza ampia nella conoscenza di altre magistrature e poi bisogna vedere come le nomine vengono fatte in altri Paesi. Non c'è sempre un organo di autogoverno come abbiamo in Italia. Dove c'è, ci può essere questo stesso problema, mentre dove le nomine sono fatte in altro modo il discorso può diventare molto diverso: se le nomine sono fatte dal potere politico, ad esempio, ci saranno altri problemi ma non questo della "correntizzazione". Che è una grave stortura della magistratura. Questa non è una cosa nuova. Le correnti ci sono da troppo tempo nella magistratura. Un pluralismo che sia fondato su differenze di opinioni è benvenuto, ma non una sindacalizzazione finalizzata alle carriere. Perché questo porta a gruppi di potere, a lobby che non ci devono essere nella magistratura.
In precedenza lei ha evocato le parole del Capo dello Stato in merito alla necessità di mettere mano ad una riforma della giustizia. Ma non è questo un compito della politica, dal quale la politica puntualmente si ritrae. Perché, a suo avviso, la politica si chiama fuori da questo dovere?
Su questo non si può essere tranchant. Però il sospetto che il cittadino ha è che la "correntizzazione" della magistratura abbia anche una implicazione politica e nella politica. Se la politica è coinvolta in questa cattiva gestione dell'organo di autogoverno della magistratura, ha il problema di coprire certe cose o di non indagare o garantire su altre. Ciò fa sì che la politica non riesca a riformare la giustizia, perché non riesce o non vuole "riformare" se stessa. C'è, per fare un esempio, il problema della nomina di una commissione parlamentare sulla giustizia, che poi non è chiaro se debba essere una commissione d'inchiesta o di indagine. Qualunque ne siano i compiti, questa commissione nasce malamente, se nasce. Perché lo scontro dei partiti per avere delle posizioni di controllo nella commissione stessa sono tali da mettere in pericolo la sua istituzione. Butto lì una ipotesi, se posso...
Certo che sì, professor Pocar...
Una commissione parlamentare è la benvenuta, ovviamente. Nessuno dice che non ci debba essere una commissione d'inchiesta della magistratura fatta dal Parlamento, che è pur sempre l'autorità democratica principale. Ma mi domando se le implicazioni politiche che ha avuto il governo della magistratura, consentano di svolgere un'inchiesta veramente indipendente. È un po' azzardato dire che il Parlamento non possa fare qualcosa d'indipendente, ma mi chiedo se le implicazioni non siano tali che alla fine questa commissione rischi di fare ben poco. Sarebbe più auspicabile una commissione del tutto indipendente. Non fatta di magistrati, sarebbe imbarazzante, ma perché non di giuristi, avvocati, che sono molto fuori dal gioco della riforma, di professori, e ne abbiamo nel nostro Paese, ex presidenti di Corte costituzionale, ex presidenti della Cassazione, ma in pensione a quel punto. Quella sarebbe un'inchiesta che avrebbe un peso molto maggiore di quella parlamentare.
Una delle questioni su cui più si discute, si polemizza, ci si divide, è quella della separazione delle carriere. Come la pensa in proposito?
È davvero difficile dire. Se si guarda in modo comparato a questo problema con altri Paesi, in vari sistemi costituzionali le due funzioni, quella inquirente e quella giudicante, sono separate, ma una compete decisamente, in quanto alle nomine, al potere politico. La magistratura inquirente, negli Stati Uniti e in altri Paesi, è sotto il controllo del potere politico. Il che, ovviamente, non garantisce l'indipendenza. Perché è chiaro che il ministro che controlla può dire al suo procuratore che proceda nei confronti di tizio e non nei confronti di caio. Il rischio c'è. In questi sistemi esistono altri contrappesi. In Italia, forse, un vantaggio nella separazione delle carriere ci sarebbe. Mi riferisco alla gestione delle carriere, perché a quel punto sarebbero carriere separate e quindi fenomeni di conflitti d'interesse che si verificano oggi, potrebbero non verificarsi. Ma non credo, in tutta franchezza, che questo possa essere il toccasana. Mi preoccupa di più la posizione del nostro Paese in un contesto internazionale ed europeo. La ministra della Giustizia ha un programma che va nella direzione giusta, Il problema sarà riuscire a realizzarlo. Parla di colpire i conflitti d'interessi e i fenomeni di lobbying, sono cose importanti. Le permetterà la politica di fare tutto quello che la ministra Cartabia si propone di fare? Io mi auguro di sì, ma questo è tutto da vedere.
di Giuliano Foschini e Conchita Sannino
La Repubblica, 9 maggio 2021
Il pubblico ministero milanese, indagato a Roma per rivelazione di segreto, interrogato dal procuratore capitolino Prestipino rivela che l'ex pm di Mani pulite lo convinse a passargli carte.
Avvenne a Milano, la consegna. E, soprattutto, non fu una scelta avventata. Né il frutto di una solitaria deliberazione di un pm a caccia di ribalta o scandali. Quelle carte segrete del caso Amara arrivarono a Palazzo dei Marescialli perché fu l'allora consigliere del Csm Piercamillo Davigo ad "autorizzare" il pm milanese Paolo Storari sulla "legittimità" di una soluzione che ha invece scosso il Consiglio Superiore e seminato la strada di gialli e veleni. Ecco ciò che di inedito emerge ieri, dal racconto di Storari, indagato a Roma per rivelazione di segreto e interrogato dal procuratore Michele Prestipino e dai suoi sostituti, Affinito e Tucci, per lo scandalo della fuga di notizie sulla presunta loggia Ungheria.
Quell'azione fu meditata, dice il pm, e tutta affidata al togato del Consiglio: "In due momenti". Prima, Storari spiega il contesto, i nomi, si sfoga su presunte inerzie del suo procuratore Francesco Greco, chiede consiglio. Poi, Davigo valuta e gli dice: sì, anche senza deposito o esposto formale. Dammi quei verbali, si può fare. Da lì parte la storia misteriosa dell'inchiesta che doveva rimanere segreta e invece viene esposta a rischi di varia natura.
Non solo circolata tra membri del Csm, poi spifferata dalla "postina" Marcella Contrafatto, la funzionaria di Davigo ora sotto indagine a Roma, che recapiterebbe quei verbali ai giornalisti e al consigliere Nino Di Matteo. L'ultimo imbarazzo per Davigo potrebbe riguardare la scelta di veicolare il contenuto dei verbali anche in ambiente tecnico-politico. L'allora consigliere ne parlò al presidente della commissione Antimafia, il senatore 5S Nicola Morra.
Che spiega ora perché ha depositato a Michele Prestipino, venerdì, la sua relazione. "All'Antimafia è insediato il comitato che si occupa di massonerie deviate, e quindi Davigo mi raccontò dell'indagine - dice Morra a Repubblica - Mi mostrò i verbali nella tromba delle scale, rimasi interdetto. Mi sbalordì anche sapere che accuse del dichiarante (il faccendiere Piero Amara, ndr) colpivano anche Ardita", attuale membro Csm ed ex compagno di corrente di Davigo, con cui quest'ultimo aveva chiuso i rapporti.
"Felice di sapere oggi che Ardita non c'entra nulla", aggiunge Morra. Scelta legittima anche quella? O Davigo commise una violazione? La Procura di Roma non può che valutarne i profili. Ma è soprattutto l'interrogatorio di Storari a tener banco nel sabato di istruttoria. Sono le 13 e 15 quando il pm travolto dal caso Amara e il suo avvocato, Paolo Della Sala, escono dalla Procura generale, ma il faccia a faccia è durato di meno. Prestipino e i suoi pm - come correttezza vuole - concentrano le domande sull'unico aspetto: il luogo della consegna degli atti a Davigo, dirimente nella valutazione della competenza. "Milano", dice subito Storari.
Contrariamente a quanto avrebbe detto un mese fa, ricorda che tutto avvenne non a Roma, ma in pieno lockdown lombardo, inizio aprile 2020 (come aveva già detto Davigo, da teste). E poi fa di più. Oltre al dove, Storari offre il perché. Questo: mi fidavo fosse una scelta giusta, ne parlammo e Davigo mi rassicurò. Ora la competenza potrebbe passare a Brescia, non lontana peraltro dalle tensioni milanesi. All'uscita Storari appare un po' provato ma sereno: resta muto. Parla invece il legale ("Niente sul merito dell'interrogatorio"). E, legandosi a dichiarazioni fatte in tv da Davigo, Della Sala spiega: "Tecnicamente, il consigliere era persona autorizzata, dal nostro punto di vista, a ricevere quegli atti. Tale il dottor Davigo si era qualificato e in tal senso aveva autorizzato il dottor Storari alla consegna".
Una sottolineatura che, come Repubblica è in grado di ricostruire, Storari fa mettere agli atti: attraverso una dichiarazione spontanea. È un modo per scaricare la regia dell'azione sullo stimato collega, ora in pensione? È la strategia difensiva di chi non ci sta a essere usato da chicchessìa nello scandalo che ha risvegliato risentimenti e vecchie faide, come la distanza ormai insanabile tra Davigo e Ardita? Della Sala alza le mani: "Il dottor Davigo, con trasparenza, in tv ha rivendicato tali prerogative". Intanto potrebbe aprirsi con un vertice un'altra settimana incandescente. È fissata - nei prossimi giorni - la riunione di coordinamento tra le Procure investite dal ciclone Amara.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 9 maggio 2021
L'elemento che domina il dibattito sulla crisi della giustizia e sulle possibili soluzioni, alcune inutili se non addirittura dannose, è certamente la grande confusione. Conviene sgombrare subito il campo dalle numerose proposte di legge volte a istituire una commissione parlamentare di inchiesta. Attraverso la sciagurata vicenda Palamara e poi le altrettanto inquietanti rivelazioni dell'avvocato Amara già conosciamo quanto profondo e diffuso sia il degrado di un sistema che di fatto ha messo nelle mani delle correnti tutto ciò che riguarda lo stato giuridico dei magistrati: assegnazione della sede, trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi, applicazioni presso istituzioni e uffici esterni alla magistratura.
Una commissione parlamentare di inchiesta non farebbe che confermare lo scempio che è stato fatto dei principi di legalità su cui avrebbero dovuto basarsi i provvedimenti sullo stato giuridico dei magistrati, ma certo non sarebbe in grado, proprio per le finalità prevalentemente conoscitive e per i diversi obiettivi politici dei singoli parlamentari, di proporre soluzioni condivise e risolutive. Il problema centrale dunque non è conoscere: il vergognoso sistema di raccomandazioni e di scambio di favori a cui hanno dovuto sottomettersi molti, troppi magistrati per perseguire le loro legittime aspettative di "carriera" è ormai ampiamente noto. Peggio ancora, poi, quando per ottenere una posizione di favore illegittima, il magistrato ha fatto mercimonio della propria indipendenza, perché qualcuno, in perfetto stile mafioso, sarebbe poi venuto a chiedergli di saldare il conto. Dei meccanismi su cui si reggeva questo quadro agghiacciante sappiamo più che a sufficienza, ora è il momento di cercare le vie per venire fuori da questo pantano in cui ha sguazzato una parte, speriamo non troppo consistente, della magistratura.
Il rimedio va senza dubbio ricercato nel Consiglio superiore della magistratura (Csm), rimasto anch'esso travolto dallo scandalo (ben sei componenti togati hanno frettolosamente dato le dimissioni), al punto che vi è da domandarsi se possa ancora essere qualificato come organo di "autogoverno" della magistratura, o non si debba piuttosto pensare, per la stessa tutela dei giudici non immischiati nel gioco delle correnti, a un organo di "governo". Della riforma del Csm si sta comunque occupando un gruppo di studio tempestivamente nominato dalla ministra della giustizia Marta Cartabia. Tenuto conto dei vincoli posti dal dettato costituzionale, che prevede - come noto - che due terzi dei suoi componenti (i c.d. togati) siano eletti dai magistrati ordinari e un terzo (i c.d. laici) dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari in materie giuridiche e avvocati dopo 15 anni di servizio, la riforma del Csm dovrebbe realizzarsi in due tempi: subito le modifiche più urgenti che non interferiscono con i principi costituzionali, in un secondo momento le modifiche che coinvolgono anche la Costituzione.
Nel primo tempo i magistrati rimarranno quindi in schiacciante maggioranza e il principale rimedio potrebbe essere un sistema elettorale idoneo a contrastare il peso delle correnti all'interno della maggioranza togata del Consiglio. Si potrebbe pensare - a qualcosa di analogo ha accennato Giovanni Maria Flick - a circoscrizioni elettorali non troppo estese, coincidenti con i distretti di corte di appello, nelle quali i magistrati vengono chiamati a votare colleghi che si sono autocandidati a titolo personale, senza riferimento alle correnti; meglio ancora se in una sorta di primarie gli elettori della circoscrizione indicano una serie di candidati che per conoscenza personale e diretta riscuotono la loro fiducia, tra i quali viene poi eletto il consigliere del Csm.
Nel secondo tempo della riforma si dovrebbe diminuire il numero dei componenti togati del Csm. I Costituenti avevano l'obiettivo primario di garantire l'indipendenza della magistratura dal potere esecutivo, quanto ai giudici già intaccata nel corso dello Stato liberale e poi del tutto vanificata nel periodo fascista, mentre il pubblico ministero era da sempre posto alle dipendenze del ministro della giustizia. L'attuale degenerazione causata dallo strapotere delle correnti e dall'esasperata autotutela corporativa dei magistrati, soprattutto del pubblico ministero, suggerisce di diminuire a un terzo o alla metà il numero dei togati.
Quanto ai laici, dovrebbe esser eliminata la componente politica eletta da Parlamento, al fine di evitare il riproporsi di pericolosi cortocircuiti tra giudici e politici. I laici, scelti come ora tra docenti universitari e avvocati, potrebbero essere eletti dai presidi delle facoltà (ora dipartimenti) di giurisprudenza e dai consigli forensi, nonché dalla Conferenza dei rettori delle università italiane. Risulterebbero così inseriti nel corpo elettorale anche esponenti di rilievo della società civile, non necessariamente provenienti dal ceto dei giuristi. Infine, il vice-presidente del Csm, ora eletto dal Consiglio tra i componenti laici, dovrebbe essere designato, sulla base di un rapporto di fiducia, dal Presidente della Repubblica, che è anche Presidente del Csm.
di Maurizio Molinari
La Repubblica, 9 maggio 2021
Il presidente della Repubblica: "Fu una guerra asimmetrica e molti intellettuali favorirono chi
sparava per la rivoluzione. L'eversione nera era invece al servizio di trame oscure e mirava a rovesciare l'asse del Paese".
Negli anni di piombo la democrazia italiana ha sconfitto il terrorismo: è questo il giudizio che il capo dello Stato, Sergio Mattarella, consegna a Repubblica attraverso un esame limpido e severo della violenta aggressione dei terroristi, rossi e neri, contro la Repubblica italiana. In coincidenza con il Giorno delle Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, Mattarella descrive quanto avvenne dall'inizio degli anni Settanta, quando "coloro che predicavano la morte" misero in pericolo le nostre libertà, causando lutti e tragedie, ma perdendo il confronto contro "la statura della nostra democrazia", che seppe difendersi senza mai applicare leggi di emergenza.
Mattarella definisce il terrorismo di allora una "guerra asimmetrica" lasciando così intendere quanto la capacità delle Istituzioni repubblicane di imporsi sui nemici possa essere oggi patrimonio delle democrazie minacciate dal terrorismo contemporaneo, di matrice islamista, a cui l'Italia stessa ha versato un alto prezzo di vite umane: da Tunisi a Nizza, dal Bataclan fino alle impervie montagne dell'Afghanistan.
Nella conversazione che segue la ricostruzione di uno dei periodi più difficili della vita repubblicana si sovrappone all'analisi dei motivi profondi del fallimento dei terroristi, evidenziando l'impossibilità di qualsiasi tipo di "zona grigia" fra lo Stato e i suoi avversari. Nei confronti di tali ambiguità, intellettuali e politiche, la condanna di Mattarella è inequivocabile. Il dovere morale è di "non dimenticare" e di fare luce sugli angoli ancora bui di ciò che avvenne perché "la completa verità sugli anni di piombo è un'esigenza fondamentale per la Repubblica". E per il sistema Paese c'è un'eredità importante da valorizzare: il "patto di cittadinanza" che si impose sui terroristi e di cui anche oggi c'è bisogno per unirsi e risollevarsi dopo la pandemia. Sul recente arresto in Francia di dieci latitanti degli anni di piombo, responsabili di atti di sangue, Mattarella ringrazia il presidente Emmanuel Macron ed auspica che "altri Paesi stranieri ne seguano l'esempio", consentendo alla giustizia italiana di fare il proprio corso nei confronti di tutti i latitanti fuggiti all'estero.
Che cosa sono stati gli anni di piombo per il nostro Paese?
"Sono stati anni molto sofferti, in cui la tenuta istituzionale e sociale del nostro Paese, è stata messa a dura prova. Oltre quattrocento le vittime in Italia, di cui circa centosessanta per stragi. Cittadini inermi colpiti con violenza cieca, oltre cento gli uomini in divisa che hanno pagato con la morte la fedeltà alla Repubblica. Magistrati, docenti, operai, dirigenti d'azienda, studenti, giornalisti, uomini politici, sindacalisti. Nessuna categoria manca all'appello di una stagione in cui il terrorismo, di varia matrice, ha preteso di travolgere la vita delle persone inseguendo progetti sanguinari. La scia lasciata dagli assassini ci porta sino ai primi anni 2000".
Da dove nasceva la violenza del terrorismo che colpiva i civili per indebolire lo Stato?
"Certamente non dalla contestazione del '68. La Repubblica non ha mai identificato nel conflitto delle opinioni e nel loro confronto, anche aspro, un pericolo o un nemico. Al contrario. Le stagioni delle lotte sindacali, come quelle delle manifestazioni studentesche, sviluppatesi alla fine degli anni '60 del Novecento, hanno rappresentato forti stimoli allo sviluppo di modelli di vita ispirati a maggiore giustizia e coesione sociale. Esperienze che, in particolare per i giovani, attraversarono tutti Paesi occidentali: si pensi ai movimenti per la pace nelle università americane, alle esperienze nelle università francesi e tedesche. Potremmo anzi, sotto questo profilo, dire che il dibattito pubblico italiano si arricchì nel 1968 e nel 1969 di elementi che portarono a risposte positive, a partire dalle innovazioni introdotte nell'ordinamento universitario e dai diritti dei lavoratori nelle fabbriche. La radicalizzazione ideologica di frange nichiliste introduce a partire dagli anni '70 modelli di terrorismo "fai da te", gruppi che ritengono di porsi come isolate avanguardie contro tutto e contro tutti, ispirate all'aberrante teoria del superuomo o a quella della prevalenza della massa sulla persona".
Qual era l'obiettivo dei terroristi?
"Il bersaglio era la giovane democrazia parlamentare, nata con la Costituzione repubblicana, per approdare a una dittatura, privando gli italiani delle libertà conquistate nella lotta di Liberazione. Esattamente il contrario di quanto proclamava il terrorismo rosso, quando parlava di Resistenza tradita. Il tradimento della Resistenza sarebbe stato, invece, quello di far ripiombare l'Italia sotto una nuova dittatura, quale che ne fosse il segno. Al di là delle storie personali di chi aderì alla lotta armata, c'era la contestazione radicale della democrazia parlamentare, così come era stata delineata dai padri Costituenti; e, a ben vedere, anche la mancata accettazione della volontà degli elettori in favore di forze centriste, atlantiche, riformatrici, di segno moderato. Un esercizio di democrazia che veniva definito "regime". C'era in Italia anche chi, legittimamente, si sarebbe aspettato dei governi o delle politiche diverse. Ma fu grave e inaccettabile quel processo mentale, prima che ideologico, che portò alcuni italiani - pochi - a dire: questo Stato, questa condizione politica, non risponde ai miei sogni, è deludente e, visto che non siamo riusciti a cambiarlo con il voto, abbattiamolo. Uno dei pilastri su cui si fonda la Repubblica è il valore del pluralismo. La democrazia è libertà, uguaglianza, diritti. È anche un metodo. Un metodo che impone di rispettare le maggioranze e le opinioni altrui. Prescindere dal consenso e dalle opinioni diverse vuol dire negare, alla radice, la volontà popolare, l'essenza della democrazia. È quello che tentarono di fare i terroristi".
Che cosa assimilava e che cosa distingueva il terrorismo rosso e nero?
"L'obiettivo del terrorismo rosso era di approfondire i solchi e le contrapposizioni nella società e nella politica, per spingere, compiendo attentati, il proletariato a fare la rivoluzione, cercando di delegittimare i partiti della sinistra tradizionale, accusati di essersi "imborghesiti". Il terrorismo nero, accanto a suggestioni nostalgiche di improbabili restaurazioni, è stato spesso strumento, più o meno consapevole, di trame oscure, che avevano l'obiettivo politico di rovesciare l'asse politico del Paese interrompendo il percorso democratico, provocando una reazione alle stragi che conducesse a un regime autoritario, così come era avvenuto in Grecia. Ricordiamo sempre il contesto, a neppure venticinque anni dalla fine del secondo conflitto mondiale".
La lotta armata si giovò di un humus culturale di ostilità per le istituzioni. Come rileggere opinioni e scelte di chi allora decise di restare in una zona grigia nello scontro con lo Stato? Quanto era grande l'area dell'indifferenza, del "né con lo Stato né con le Br"?
"Vi furono, palesemente, posizioni inaccettabili di alcuni intellettuali dell'epoca, che favorirono la diffusione del mito della "Resistenza tradita", a somiglianza di D'Annunzio che contribuì ad aprire la strada al Fascismo, con lo slogan della "Vittoria mutilata". Il dibattito tra gli intellettuali dell'epoca, in realtà, non fu sempre così manicheo: in qualcuno prevalevano le sfumature, i distinguo, rispetto alle posizioni nette. Oggi non si può neanche ipotizzare l'idea dell'equiparazione tra lo Stato e le Brigate Rosse, senza avvertire incredulità e sdegno, ma neppure allora era legittimo farlo. Quasi ogni giorno, in vili agguati, venivano gambizzate o uccise persone inermi. Ed è bene ricordare che il terrorismo uccideva sovente gli uomini migliori, fautori del dialogo, volti al confronto, al superamento delle contrapposizioni, alla coesione: servitori della Repubblica e della comunità nazionale, non feroci aguzzini dediti alla repressione del popolo come sostenevano nelle farneticanti rivendicazioni".
Cosa distinse la reazione dello Stato alla sfida del terrorismo, quali furono gli elementi di forza e di debolezza delle istituzioni?
"La debolezza dello Stato si manifestò soprattutto nella impreparazione, talvolta in infedeltà, nel contrastare una guerra che oggi definiremmo asimmetrica. Ma fu proprio la violenza contro persone inermi e innocenti a prosciugare rapidamente il bacino del consenso al terrorismo. Mentre cresceva, per così dire, l'aggressività degli agguati e l'efferatezza delle stragi, aumentava anche la consapevolezza che bersaglio del terrore era la società, i cittadini, la comunità nazionale, il popolo: pensiamo agli attentati sui treni, alle stragi di piazza Fontana, di Bologna, di piazza della Loggia. A mandare in crisi il terrorismo fu l'isolamento, la totale contrarietà che il terrorismo nero, le Brigate Rosse, e gli altri movimenti armati, lo stragismo, trovarono nella vita della comunità, nei luoghi di lavoro, nel sindacato, negli uffici, nel sentire comune".
Casalegno e Tobagi uccisi, Montanelli ferito: perché i terroristi bersagliavano la stampa?
"La libera stampa, il diritto di critica, il dissenso sono i cardini delle democrazie liberali. Il giornalismo è prima di tutto testimonianza civile. Nella visione folle dei terroristi, i giornalisti costituivano un pericoloso ostacolo sulla loro strada. Per questo andavano intimiditi per ridurli al silenzio".
L'Italia è stato il Paese dell'Occidente più sfidato dal terrorismo ideologico (non fondato su rivendicazioni autonomiste come i baschi in Spagna o i nordirlandesi in Gran Bretagna). Si aspettava questa capacità di resistenza, questa difesa della democrazia nonostante le zone grigie?
"Non ho mai nutrito dubbi. Il terrorismo imponeva una scelta tra la vita e i portatori di morte, e non vi è stata esitazione nella risposta da parte del popolo italiano, rafforzando una fedeltà laica e civile ai valori della Costituzione, un patto di cittadinanza che trova radice nella Resistenza e nella lotta di Liberazione. Il tentativo di spacciare l'assassinio come strumento di lotta politica ha visto reagire senza esitazioni le istituzioni democratiche, i partiti e le forze sociali. Si pensi al ruolo del sindacato nelle fabbriche, soprattutto dopo l'assassinio a Genova di Guido Rossa. L'inammissibile proposito di negare le proprie responsabilità personali con l'appello a non distinguibili responsabilità collettive, è andato deluso, evidenziando la sua inconsistenza. Sono stati condannati coloro che hanno commesso reati, ferendo e assassinando, non gli appartenenti al circolo della critica. Non furono solo "anni di piombo". Il terrorismo non è riuscito a realizzare l'ambizione di rappresentare una cesura, uno spartiacque nella storia d'Italia. Il disegno cinico - non esente da collegamenti a reti eversive internazionali - di destabilizzare la giovane democrazia è stato isolato e cancellato. La comunità nazionale ha saputo rispondere allargando gli spazi di partecipazione, aprendo alle nuove generazioni: dallo Statuto dei lavoratori al riconoscimento dell'obiezione di coscienza, agli organi democratici nella scuola, alla maggiore età a diciotto anni. Nelle sedi istituzionali i partiti politici seppero elaborare una risposta unitaria. L'esperienza della solidarietà nazionale dimostrò la capacità della Repubblica di sapersi unire, oltre i tradizionali confini di maggioranza e opposizione, contro un nemico che intendeva travolgere le libere istituzioni che gli italiani si erano dati. È la statura della nostra democrazia, è la Repubblica ad avere prevalso contro l'eversione che aveva nel popolo il proprio nemico".
Come giudica la recente decisione della Francia di ordinare l'arresto di dieci terroristi rossi condannati per fatti di sangue?
"La lotta al terrorismo è indivisibile e impegna tutte le democrazie, insieme. Era una decisione che lo Stato italiano - attraverso i diversi governi che si sono succeduti negli anni - chiedeva da tempo. Ringrazio il Presidente Macron: con la sua decisione ha confermato amicizia per l'Italia e manifestato rispetto per la nostra democrazia. Mi auguro che possa avvenire lo stesso per quanti si sono sottratti alla giustizia italiana e vivono la loro latitanza in altri paesi. Vi sono state tante vite stroncate, ferite insanabili nei familiari che hanno visto sconvolta la loro esistenza. Lo Stato di diritto, la Repubblica democratica, seppero battere il terrorismo senza venire mai meno alla pienezza della garanzia dei diritti fondamentali, senza leggi eccezionali. Tanti corresponsabili di quei delitti, scontata la pena, sono da tempo in libertà, grazie ai benefici della legislazione italiana, piena di garanzie. Tutto questo in coincidenza di un processo di tenace e incessante conciliazione con le nuove istanze sociali e i nuovi protagonisti espressi dalla società".
Sugli anni di piombo è stata fatta piena luce o ci sono ancora angoli bui?
"Come ha ricordato il Presidente Napolitano in occasione della Giornata della Memoria nel 2012 "non brancoliamo nel buio di un'Italia dei misteri: ci troviamo dinanzi a limiti da rimuovere e a problemi di giustizia e di verità ancora da risolvere, ma in un'Italia che ha svelato gravissime insidie via via liberandosene... individuandone e sanzionandone a centinaia gli sciagurati attori...". Desidero riaffermare la riconoscenza per il coraggio di giudici e di giurie popolari di cittadini che non avevano ceduto alle minacce. Ci sono ancora ombre, spazi oscuri, complicità, non pienamente chiarite. Mi ha colpito molto il dialogo di qualche giorno fa tra la vedova e il figlio del commissario Calabresi che si sono detti persino pronti - insieme ad altri familiari delle vittime - a rinunciare al loro titolo ad avere giustizia, dopo tanti anni, in cambio della piena verità da parte degli assassini dei loro cari. L'esigenza di completa verità è molto sentita dai familiari. Ma è anche un'esigenza fondamentale per la Repubblica. Il trascorrere del tempo non colloca quanto avvenuto tra gli eventi ormai esausti, consumati, da derubricare. Cos'è il terrorismo? L'orrore dell'attacco vile alla vita delle persone, aggressione violenta alle idee, intimidazione contro le libertà dei cittadini, violenza contro il diritto di professare la propria fede. Penso alla vita del piccolo Stefano Gaj Taché, ucciso, a due anni, alla Sinagoga di Roma. Ho voluto ricordarlo nel mio discorso di insediamento, sei anni fa, perché quel delitto suscita congiuntamente tanti motivi di orrore: disprezzo per la vita, antisemitismo, violenza contro la libertà religiosa. La Repubblica sa che sarebbe un errore pensare che si tratti di questioni ed esperienze relegate a un passato, più o meno remoto. Quei morti, quei feriti ci parlano di come difesa della libertà e della democrazia, affermazione dei diritti delle persone, siano un'impresa mai pienamente compiuta, sempre sottoposta a insidie da prevenire e contrastare. Custodiamo la memoria di tante vite spezzate e dobbiamo interrogarci con rigore su come sia stato possibile che accadesse".
Negli anni più recenti è stato il terrorismo jihadista a uccidere cittadini italiani, dal museo Bardo di Tunisi ad un ristorante di Dacca fino al lungomare di Nizza. Si tratta di un pericolo ancora attuale?
"Le guerre, anche quelle appunto asimmetriche, si nutrono di radicalismo, di negazione di comuni principi di convivenza, di mancato riconoscimento della persona e dei diritti degli altri. Sarebbe colpevole ritenere che siano definitivamente sconfitte queste tossine profondamente anti-umane. Negli anni scorsi il terrorismo, soprattutto di matrice islamista, ha colpito tanti Paesi e tante comunità, con le quali ci sentiamo solidali. Tanti italiani sono stati colpiti in Paesi esteri, dal Museo del Bardo a Tunisi, nel 2015 (dove mi sono recato pochi mesi dopo), al Bataclan, Dacca, Nizza, Berlino, Barcellona, Strasburgo. Come si vede, la lotta al terrorismo ci interpella da vicino e gli sforzi internazionali tesi a rimuovere ogni pretesto invocato per legittimarlo, a spegnere i focolai di guerra che, in Europa, in Medio Oriente, nel Mediterraneo, lo fortificano, devono essere più che mai efficaci. Il fanatismo, l'odio non hanno diritto di cittadinanza. La Repubblica Italiana è fortemente impegnata su questo terreno, anche partecipando alle missioni di pace decise dalla comunità internazionale".
Si riconosce nella tesi secondo cui il caso Moro costituisce la maggiore discriminante nella storia del Paese?
"L'assassinio di Aldo Moro fu uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica. Non a caso, dopo molti anni, resta tanto viva l'esigenza di fare luce completa su quella vicenda. Il vuoto che quel delitto terroristico ha prodotto è stato inimmaginabile. Mi limito a ripetere le parole di Paolo VI: "un uomo buono, mite, saggio, innocente". Rileggendo i suoi discorsi, le sue parole, le sue idee riusciamo a comprendere, oltre il caso giudiziario, non solo cosa i terroristi volessero colpire ma soprattutto le ragioni per cui sono stati sconfitti e la democrazia ha prevalso. Non è stata un'epoca facile: tanti i terrorismi all'assalto, anche di matrice straniera. Come non ricordare l'attentato a Giovanni Paolo II nel 1981?".
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