di Raimondo Bultrini
La Repubblica, 11 maggio 2021
Il martirio dei poeti contro i golpisti. Si allunga la lista di intellettuali uccisi, imprigionati e torturati dai militari per fermare il sostegno alla resistenza. Il giorno prima di venire uccisa da un proiettile dei militari la pacifica insegnante e rinomata poetessa Myint Myint Zin pubblicò uno dei suoi ultimi messaggi. Come altri autori del Myanmar si era esposta in prima persona usando le parole come arma emotiva per far capire a tutti la necessità di agire contro i golpisti. "Scendete nelle strade come cani pazzi" scrisse. E come un cane è stata giustiziata da soldati che non amano né la letteratura né i dissidenti. Sul braccio aveva tatuato il suo gruppo sanguigno come fanno ancora in tanti in caso d'emergenza.
Il suo assassinio è avvenuto nello stesso giorno, nella stessa città e nelle stesse circostanze - 3 marzo, un colpo in testa sparato da cecchini militari - dell'uccisione di un altro poeta, K Za Win, 39 anni, colpito mentre partecipava a un corteo nelle strade di Monywa nella regione di Sagaing e trascinato via dai suoi compagni lasciando una scia di sangue sulla strada ribattezzata "Via dei martiri". I due si conoscevano di persona, e K Za Win era anche molto amico dell'ultima vittima di ieri, Khet Thi, 45 anni, il terzo dei cantori senza più voce di questa rivoluzione intrisa di romanticismo tragico e di appelli al sacrificio che fanno breccia tra i militanti della disobbedienza civile.
Khet, ultimo di una lunga lista di intellettuali incarcerati, torturati e uccisi, non è caduto in strada sotto i colpi di fucile come i i suoi amici Za Win e Myint Myint. E' deceduto per le torture subite nella prigione dove lo avevano rinchiuso a Shwebo, altra città del Sagaing. Come gli altri due, anche Khet era piuttosto noto e ora tutti lo ricordano tra gli stessi netizen più giovani di lui per le frasi diventate un epitaffio del suo pensiero sobillatore: "Sparano alla testa, ma non sanno che la rivoluzione è nel cuore".
Sua moglie Chaw Su ha detto di essere stata portata nella stessa caserma per essere interrogata e che suo marito è stato trasferito altrove, ma non è mai più tornato se non cadavere, il ventre e il petto orrendamente mutilati. Secondo lei erano evidenti i segni di un macabro rituale condotto dai chirurghi militari per estrarre gli organi vitali prima di restituire il corpo alla famiglia. Non ha bisogno di spiegare che lo hanno fatto per celare le ferite inflitte durante le torture, ma dalla sua descrizione è come se avessero voluto asportargli di proposito quel cuore rivoluzionario. Anche lei è un'attivista e sa che esistono categorie sempre più numerose come i poeti nella lista dei nemici più odiati dai soldati perché hanno un seguito influenzato dalla loro arte. E' la stessa sorte di scrittori, giornalisti, attori e registi rinchiusi in massa nel giro di poche settimane.
Tra tutti Khet Thi, l'ultimo poeta ucciso, fu quello che più espose il travaglio della sua conversione dal pacifismo gandhiano del primo movimento alla lotta costi quel che costi. Avvenne quando si convinse che le parole non possono perforare le corazze mentali dei militari e che occorrevano scelte più drastiche. Fino a poco tempo fa, quando ancora non fischiavano i proiettili nelle strade, si definiva un chitarrista, un pasticcere e un poeta, non qualcuno che sapeva sparare con una pistola. Ma l'entità della tragedia che si dipanava davanti ai suoi occhi lo ha reso dubbioso dell'efficacia della sua stessa amata arte come arma vincente: "La mia gente viene uccisa e io posso solo sparare poesie". "Ma quando sei sicuro che la tua voce non è abbastanza - ha aggiunto - allora devi scegliere un'arma con attenzione. Io sparo."
Alle stesse conclusioni era evidentemente giunto anche il poeta K Za Win, che ha consegnato alla storia emotiva di questa protesta un altro epitaffio "Ribellati in tutti i modi. Salva il futuro". Ma anche questo esempio di abnegazione umanitaria ispirata a Voltaire: "Anche se ho punti di vista diversi dai vostri, darò la mia vita per tutti voi".
Con questi precedenti si segue ora con particolare apprensione la sorte delle centinaia di artisti e intellettuali contrari al golpe tenuti in cella assieme a migliaia, forse 10mila, dissidenti. Nel primo giorno del colpo di Stato destinato a tagliare la testa politica della Lega per la democrazia, ovvero Aung San Suu Kyi, finirono in varie carceri del paese anche tre scrittori, Than Myint Aung, Maung Thar Cho, Htin Lin Oo, e il regista Min Htin Ko Ko Gyi. Li seguì il celebre commediante Lu Min e più di recente l'altrettanto noto autore satirico e comico Zarganar, agli arresti dal 6 aprile.
Gli intellettuali sono tradizionalmente ed effettivamente stati nel Myanmar l'avanguardia di movimenti sempre più vasti come l'attuale.
Durante il primo regime militare un leggendario leader dei Moustache Brothers, popolarissimo gruppo comico che si esibiva in una cantina-teatro di Mandalay visitata anche dai turisti, sintetizzò in una gag amara la condizione in cui era stato ridotto - ed è tornato a soffrire - il suo paese. "Par Par Lay - raccontò l'artista parlando di sé in terza persona - qualche tempo fa andò in India per farsi curare un gran mal di denti. Il dottore fu stupito di sapere che veniva da così lontano. 'Ma non li avete i dentisti in Birmania?', gli chiese. 'Oh, si, li abbiamo, li abbiamo - rispose Par Par - Ma nel mio Paese non è permesso di aprire la bocca'.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 11 maggio 2021
Il conto alla rovescia è cominciato e si concluderà l'11 settembre, una data simbolicamente infelice per la conclusione dell'intervento americano in Afghanistan che proprio da quella data aveva preso il via. Sono passati vent'anni e con il ritiro delle truppe - non solo americane - entro l'11 settembre l'Afghanistan dovrebbe tornare "libero". La guerra più lunga sostenuta dagli Usa presenta un bilancio fallimentare.
In Afghanistan molti temono questo ritiro, soprattutto le donne, e gli attentati degli ultimi giorni, che hanno preso di mira una scuola femminile (a Kabul, 60 vittime) e studenti che preparavano l'esame per accedere all'università nella provincia di Logar (30 vittime), giustificano le preoccupazioni. Poco importa la rivendicazione, la matrice è nell'estremismo islamico che non è stato eliminato, anzi è stato alimentato dalla presenza straniera, con la diffusione anche dell'isis. Il ritiro lascia terra bruciata e se tra gli obiettivi più ipocriti vi era "la liberazione delle donne dal burqa" il fallimento è evidente. Si ritorna al 2001 quando questa guerra era iniziata per cacciare i taleban e si finisce con il ritorno dei taleban, sdoganati dagli stessi Usa che li volevano eliminare.
Gli attentatori delle torri gemelle non provenivano dall'Afghanistan - ma dall'Arabia saudita - però l'Afghanistan aveva dato ospitalità a Osama bin Laden e, soprattutto, i media avevano amplificato le immagini delle donne afghane sottomesse a un regime oscurantista che nella lotta al sesso femminile aveva fatto la sua bandiera e la guerra contro gli studenti coranici otteneva facilmente il plauso. Le donne non avevano diritti: né di lavoro, né di scuola, né di voce, né di visibilità, costrette com'erano a vivere sotto il burqa. Erano vietati anche i tacchi a spillo che potevano fare rumore!
L'intervento occidentale aveva suscitato molte aspettative, ne avevamo discusso allora con molte donne, cercando di sfatare molte illusioni rispetto a un intervento militare, ma era comprensibile il loro desiderio di libertà a qualsiasi prezzo. E molte di loro si sarebbero poi impegnate nella lotta contro l'occupazione.
Non sono stati certamente i militari a liberare le afghane, ma ricordo la prima manifestazione delle donne contro il burqa a Kabul, quando alzando quell'orribile velo scoprivano una pelle squamata perché privata per anni dei raggi del sole che avevano provocato anche carenze di vitamine. Nulla è stato regalato a queste donne che hanno saputo conquistarsi spazi a un caro prezzo in politica, nell'informazione, nelle arti e in molti altri lavori. Il burqa è stato sostituito con un foulard che lascia vedere ciocche di capelli, c'è anche chi non lo usa sempre. E c'è chi osa denunciare il marito violento e abbandona la famiglia per vivere in case protette, organizzate da Ong come Hawca. Nel mondo si sono fatte conoscere donne straordinarie come Malalai Joya, deputata espulsa dal parlamento al grido di "stupratela" perché aveva osato denunciare i signori della guerra presenti nella Loya Jirga.
O Selay Ghaffar che, dopo aver diretto Hawca, è diventata portavoce del partito Solidarietà (Hambastagi). Due donne coraggiose costrette a vivere in clandestinità in quello che è considerato il paese meno sicuro per le donne. Perché molte hanno perso la vita: Farkhunda nel 2015 è stata uccisa a calci e bastonate per strada senza che gli agenti della polizia intervenissero. Più recentemente, il 3 marzo, Mursal Habibi, Saadia e Shahnaz avevano appena lasciato l'Enikass tv, dove lavoravano a Jalalabad, quando sono state uccise da uomini armati.
Sono solo alcune delle vittime, molte anche fra i giornalisti. È possibile un peggioramento? È quanto emerge da un rapporto di Ashley Jackson dell'Overseas Development Institute del 2018 sulle condizioni imposte nelle zone controllate dai taleban: l'educazione cessa alla pubertà, le donne non possono andare al mercato e possono lavorare solo in zone protette (segregate). I taleban già controllano buona parte del paese ma se tornassero, e torneranno in base agli accordi con gli Usa, al governo il loro potere sarebbe maggiore. A confermare l'"inflessibilità" dei taleban anche nei negoziati e l'accettazione del rispetto dei diritti delle donne solo in base alla legge islamica è un rapporto del Consiglio di informazione nazionale degli Usa.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 11 maggio 2021
La stabilità tradizionale in varie aree è finita e manca una politica sociale degli Stati, così le popolazioni locali non beneficiano delle nuove presenze economiche. Ormai, in Africa, quasi più che in Medio Oriente, il jihad è protagonista della vita di tante regioni. È un problema che non si riduce alla radicalizzazione dell'islam: c'è qualcosa di più profondo ed esteso, non solo religioso. Dal 2017-18, in Mozambico, dove l'islam è minoritario (circa 20% della popolazione), la guerriglia islamista è attiva nel Nord, nella provincia di Cabo Delgado, una delle più povere del Paese. C'è stato un ruolo dei predicatori estremisti venuti da fuori, ma anche dei giovani musulmani mozambicani, inviati dal governo a studiare in Arabia Saudita per scalzare l'islam tradizionale. Ma solo questo non spiega uno shock militare e sociale, che ha prodotto 700.000 rifugiati dalla regione. Il povero tessuto sociale di Cabo Delgado è stato sconvolto dall'impatto con le grandi multinazionali a seguito della scoperta del più grande giacimento di gas naturale del mondo, lo sfruttamento dei rubini (di cui il Mozambico è il primo produttore mondiale), la domanda cinese di legname.
La stabilità sociale tradizionale è finita. Alcuni villaggi sono stati spostati. Alcune terre sono state espropriate. Non c'è stata una politica sociale dello Stato, mentre le popolazioni locali non beneficiavano delle nuove presenze economiche. Il movimento islamista esprime anche la reazione agli sconvolgimenti indotti dalla politica, dalla presenza delle compagnie petrolifere, dal commercio di legname e rubini. Un ambiente è crollato: in una regione a maggioranza giovane, la rivolta trova nel jihad una lettura del mondo che identifica i nemici e che dà protagonismo ai combattenti. L'islamismo, molto diverso dal marxismo, diventa però una grammatica della rivolta con una funzione ideologica simile e motivante. Alcuni testimoni locali hanno notato tra i combattenti qualcuno di origine cristiana. Il fatto - se confermato - rivela che è anche un fenomeno generazionale: una "rivolta dei giovani". Queste rivolte poi divengono processi settari e militari, da cui non è facile uscire per chi combatte.
Sarebbe inoltre da spiegare la poca reazione del governo mozambicano, che ormai ha perso il controllo di parte della provincia, mentre la capitale provinciale, Pemba, si sente minacciata da infiltrazioni islamiste. Si ripete lo scenario d'incapacità di vari Stati africani nel contrastare i fenomeni radicali e coglierne le radici. Il caso mozambicano (con rischi per il vicino Malawi) è l'ultimo di varie esplosioni jihadiste in Africa: da Boko Haram in Nigeria, in Camerun e Niger, quasi una setta militarizzata che - come osserva Mario Giro - irretisce i giovani e distrugge la tradizione, fino al pullulare di gruppi armati radicali nel Sahel, tanto che si parla di Afghanistan saheliano. Non solo la Francia, ma pure alcuni altri Paesi europei, come l'Italia, hanno finalmente realizzato che la sicurezza del vecchio continente passa nel cuore del grande deserto, terra d'instabilità e di passaggio di migranti.
A quest'area si aggiunge l'irrisolta Somalia, con la presenza degli shabaab, responsabili di azioni in Kenya. L'Africa orientale, dalla Somalia al Nord del Mozambico, rappresenta uno spazio d'espansione islamista. Anche in altri Stati africani nascono, inaspettati, gruppi islamisti: una realtà in crescita.
C'è diversità di storie locali, mentre l'affiliazione dei gruppi alle sigle terroristiche internazionale è variabile: al Qaeda, Stato islamico e altri. La realtà è che, in alcune regioni africane, per un mondo di giovani senza lavoro e alla ricerca di dignità, il jihad è un'alternativa, seppur ancora minoritaria, accanto all'emigrazione. Non è solo una questione militare ma un problema generazionale, che gli Stati non affrontano potenziando l'istruzione, le opportunità di lavoro, una politica del welfare. La privatizzazione del sistema educativo in Africa è un'aggravante che crea rancore tra i giovani. La crisi dello Stato africano favorisce la ricerca di nuove chiavi di lettura del mondo globale: l'islam radicale ne offre una semplificata e attrattiva. Una domanda decisiva è posta dal politologo Parag Khanna: "Che fare di quel 60 per cento della popolazione del continente africano che ha meno di 24 anni?". È la grande questione per il continente, mentre l'Europa sa di essere vicina e coinvolta.
La chiusura ai flussi migratori non scalfisce il problema e forse, nel tempo, una marea umana travolgerà gli ostacoli. C'è un'enorme questione africana nel futuro e nel cuore della politica internazionale. Può essere affrontata solo con una sinergia tra Stati non africani e africani. Questi ultimi si devono ristrutturare, superando l'indifferenza alle politiche sociali e del lavoro che caratterizza molti. Ma anche le religioni, a partire dall'Islam africano fino alle Chiese, non possono sfuggire al confronto con quella che è in larga parte una "questione dei giovani". Solo una coalizione di nuove energie potrà evitare esiti drammatici in una situazione già degradata, che ha sullo sfondo la crisi ecologica del continente.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 maggio 2021
La ministra apre oggi con i partiti il complicato dossier del penale chiedendo di "mettere da parte i contrasti". La road map prevede tempi molto stretti. A giugno va in discussione la legge delega, poi tocca al Csm e al civile. Da quando ha messo piede in via Arenula il 13 febbraio la giurista Marta Cartabia ha perseguito un obiettivo fondamentale, "condurre in porto il prima possibile le riforme della giustizia che valgono solo l'1% dei miliardi del Recovery".
Il 9 maggio è il giorno del ricordo. Non della rimozione del pensiero di Aldo Moro contro l'ergastol
di Franco Corleone
L'Espresso, 10 maggio 2021
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in una lunga e molto impegnata conversazione con Maurizio Molinari ha affrontato temi assai delicati sulla lotta armata di sinistra e sul terrorismo fascista. Alcuni passaggi sono assai delicati come quello sugli intellettuali che favorirono chi sparava per la rivoluzione.
Per fortuna non ha fatto riferimento a Leonardo Sciascia. Non è questa la sede per discutere tesi che richiederebbero uno spazio adeguato. Mi limito a sottolineare alcune assenze di fatti pesanti come pietre che non possono essere casuali, ma che indicano un imbarazzo preoccupante. Prima di tutto la dimenticanza che Aldo Moro due anni prima di essere sequestrato, tenuto prigioniero senza alcuna garanzia e dignità, sottoposto a un processo farsa e condannato a morte da un sedicente tribunale del popolo, aveva tenuto un corso di diritto penale all'Università di Roma sulla pena e sul suo senso. In particolare un capitolo straordinario era dedicato alla contestazione della pena di morte e con argomenti ultimativi veniva condannata la pena dell'ergastolo.
Quel testo che pubblicai in un volume della collana della Società della Ragione edito dalle edizioni Ediesse intitolato "Contro l'ergastolo", darà ripubblicato tra poco in un volume dal titolo "Contro gli ergastoli" curato da me, Stefano Anastasia e Andrea Pugiotto. Ebbene mi pare strano che Sergio Mattarella non faccia cenno a questo alto pensiero del giurista Moro. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha proclamato che l'ergastolo ostativo è contro la Costituzione questa rimozione appare davvero incomprensibile.
Ancora. Nessun cenno alla scelta impegnativa della politica italiana e del Parlamento di approvare una legge come quella sulla dissociazione. Grave l'assenza di una riflessione di come chiudere finalmente una stagione che risale a Piazza Fontana. Recentemente ho ricordato che il Presidente Scalfaro decise la concessione di alcune grazie a persone condannate per atti di terrorismo. Ora dopo venti anni non ci si può limitare all'invito a "prendere tutti i latitanti".
Il Presidente Mattarella sicuramente sa che nelle patrie galere sono ancora tenuti rinchiusi dopo quaranta anni di detenzione alcune decine di uomini e donne "irriducibili"; fra questi anche soggetti che non hanno reati di sangue come Cesare Di Lenardo, torturato al momento dell'arresto e condannato per il sequestro del generale americano James Dozier. Verità e riconciliazione sono evocazioni nobili che per realizzarsi richiedono azioni da parte di tutti.
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 10 maggio 2021
Luigi Pagano è stato per anni il "mitico" direttore di San Vittore, ma è stato anche Vice Capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria, ruolo che ha ricoperto tentando di dare impulso a una organizzazione delle carceri più aperta e dinamica. La sua esperienza di dirigente penitenziario l'ha raccontata in un libro, uscito di recente, "Il Direttore".
Ristretti Orizzonti, 10 maggio 2021
Ai responsabili dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione e sensibilizzazione dal carcere e dall'area penale esterna.
Gentili tutti, abbiamo ricevuto da Francesco Lo Piccolo, giornalista, direttore del periodico "Voci di dentro", realizzato con i detenuti delle Case circondariali di Chieti e Pescara, un invito a promuovere una videoconferenza per rilanciare le nostre attività.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 maggio 2021
Ci sarà anche un team di aiuto per preparare le udienze. La Guardasigilli: "Abitudini e mentalità da rivoluzionare". C'è una gag, in vita Arenula. La riforma del processo civile, la più importante di tutte perché dovrà accorciare della metà i tempi del processo, è mediaticamente la "Cenerentola della giustizia". Poco attraente per guadagnare le prime pagine. Troppo noiosa per scatenare gli scoop. Eppure è quella con cui il cittadino - dalle liti di condominio agli incidenti stradali - fa i conti tutti i giorni. È la prima che vedrà materializzarsi al Senato nelle prossime 48 ore le proposte di Marta Cartabia.
La ministra punta a una fondamentale inversione di tendenza: "Bisogna rivoluzionare abitudini e mentalità, e ognuno deve fare la sua parte. Con l'obiettivo di accelerare i tempi e ridurre l'arretrato". Degli esempi? "Alla prima udienza avvocati e magistrati dovranno arrivare avendo già studiato fino in fondo il caso, nessuna improvvisazione". Lo spirito degli emendamenti è questo: "Favorire il più possibile la conciliazione prima e durante il processo per evitare di intasare i tribunali". Lo strumento? La mediazione per evitare la sorpresa di una decisione processuale. Un esempio? Se il giudice punta alla mediazione in una lite di condominio l'effetto finale sarà meno traumatico per le parti.
Le novità? Eccole. Innanzitutto "l'ufficio del processo", un team in aiuto del giudice che farà tutto il lavoro preparatorio. In arrivo 16mila assunzioni. Un vero cambio di passo. Poi la previsione delle "spese giudiziali" quale deterrente per azioni temerarie o condotte dilatorie. Ancora: una magica sigla - Adr - che sta per Alternative Dispute Resolution. Arbitrato, mediazione, negoziazione assistita. Tutti gli strumenti per chiudere le controversie senza arrivare davanti al giudice.
Cambia il rito civile. Senza riscrivere tutto il processo, s'incide sui punti di crisi. Ci sarà l'obbligo, pena sanzioni, di garantire atti chiari e sintetici. Nel primo grado si propone di estendere la competenza del giudice di pace per le controversie fino a 30mila euro rispetto alla soglia attuale di 5mila. L'obiettivo è ridurre il carico sui tribunali e le corti di appello. Il tema del giudizio e le prove connesse dovrà essere definito negli atti introduttivi. E nella fase conclusiva ci sarà un modello uniforme di decisione che semplificherà il lavoro del giudice. Anche qui, come nel penale, si va a una stretta per accedere all'appello mantenendo un filtro per i casi di manifesta infondatezza. Nasce il "rinvio pregiudiziale in Cassazione", un istituto che consente a ogni giudice che si trovi di fronte una questione di diritto nuova, che presenta carattere "seriale", di chiedere alla Suprema corte di enunciare un principio di diritto, e quindi alleggerire il futuro contenzioso.
Come durante il Covid diventeranno la regola le udienze con collegamento da remoto, anche per assumere prove testimoniali per chi abita in una sede diversa da quella del tribunale. Sarà possibile anche sostituire alcune udienze con uno scambio di note scritte. Novità per il processo del lavoro. Negoziazione assistita nelle controversie. Per i licenziamenti, l'abrogazione del rito Fornero. Con la logica che, per il bene di tutti, azienda e lavoratore devono sapere il prima possibile la decisione del giudice sull'eventuale reintegro del lavoratore. Altrimenti l'azienda rischia di rimanere bloccata nel fare altre assunzioni e il lavoratore nel cercare un posto. Novità importanti per i procedimenti di famiglia, che "entrano" nella riforma per espressa volontà di Cartabia. Rispetto all'estrema frammentarietà dei riti di oggi, con ritardi, lungaggini e vuoti di tutela, parte un rito unitario per tutelare il minore coinvolto. La commissione presieduta dal civilista Francesco Paolo Luiso lancia un tribunale unificato "per le persone, per i minorenni e per le famiglie".
di Michela Allegri e Marco Conti
Il Messaggero, 10 maggio 2021
Riforma della prescrizione, con due opzioni: processuale, oppure un rimedio compensativo con un'attenuante prevista in caso di eccessiva lungaggine del processo. L'inappellabilità e la sola possibilità di revisione del procedimento in Cassazione per le sentenze penali di assoluzione.
Il coinvolgimento del Parlamento, tramite un atto di indirizzo, nell'indicare le priorità relative a determinati reati. E, soprattutto, la volontà di velocizzare i tempi, cercando spingere sui riti alternativi e di incidere sulle impugnazioni, prevedendo che la regola per l'appello sia di discussione scritta, salvo una differente richiesta da parte dell'imputato. Sarebbero queste le principali proposte relative alla riforma della giustizia e della prescrizione che, oggi pomeriggio, i membri della Commissione ministeriale istituita dalla Guardasigilli, Marta Cartabia, e coordinata dal presidente emerito della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, presenteranno ai capigruppo in Commissione Giustizia della Camera. La scorsa settimana, invece, i gruppi parlamentari hanno presentato gli emendamenti, 718 in tutto, al ddl Bonafede, emanato dal precedente governo e che la Camera sta esaminando.
Il tema più spinoso resta quello della prescrizione di fatto cancellata dal ministro Bonafede. Il ddl a suo tempo messo a punto dal ministro grillino era frutto di una sorta di compromesso tra M5S, Pd e Leu che a sua volta superava la legge Spazzacorrotti approvata dalla maggioranza M5S-Lega nel gennaio 2019. Se la Spazzacorrotti prevedeva che la prescrizione si fermasse dopo il processo in primo grado, il Lodo Conte2 - dal nome del deputato di Leu Federico Conte - mantiene il fermo della prescrizione dopo il primo grado, ma introduce una serie di meccanismi di durata massima di ogni fase processuale.
La scorsa settimana su questo punto tutti i gruppi hanno presentato emendamenti discordanti: i Cinque Stelle e la Lega hanno proposto di tornare alla Spazzacorrotti, mentre il Pd ha puntato sul potenziamento dei riti alternativi per sgravare i tribunali, e sul ripristino della prescrizione se si sforano i tempi del processo in appello e Cassazione o, in alternativa, in uno sconto di pena se i tempi sono oltremodo lunghi. Forza Italia vorrebbe invece il ripristino della prescrizione a come era prima della Spazzacorrotti.
Sulla questione da parte della commissione ci sarebbe apertura al confronto. Le ipotesi vagliate sono due: una prescrizione processuale secca e una di rimedio compensativo, con un'attenuante in caso di caso di processo di irragionevole durata. Sul tavolo anche la riforma del Csm che in alcuni emendamenti, si lega alla separazione delle carriere. "Sono stati affrontati tutti i temi del ddl Bonafede, dando sistema agli argomenti - ha detto il sottosegretario Francesco Paolo Sisto - I prossimi passi saranno comunicare le proposte ai capigruppo, un confronto costruttivo e poi l'approdo in Parlamento, come fase finale di un procedimento complesso. I lavori sono stati terminati in tempo record. C'è un ragionevole ottimismo in un buon risultato condiviso".
Su ogni testo presente in Parlamento ci sono già valanghe di emendamenti presentati soprattutto dall'ex ministro e ora deputato di Azione, Enrico Costa. A rendere il clima più effervescente c'è anche l'annuncio di Matteo Salvini di voler promuovere ben otto referendum sulla giustizia con il Partito Radicale di Maurizio Turco. Per i Radicali si tratta di un secondo tempo rispetto ai referendum già proposti, vinti e disattesi. Per Salvini l'occasione per una battaglia anche contro la legge Severino che potrebbe creargli qualche grattacapo. Il rischio è però di trasformare i quesiti sulla giustizia in un referendum su Salvini e di fermare le riforme necessarie ed inserite nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. "Devo essere molto chiara, senza riforme della giustizia niente fondi del Recovery", ha sottolineato qualche giorno al Guardasigilli Cartabia in un'intervista a La Stampa. Le tre riforme che la ministra intende portare a compimento valgono 2,3 miliardi del Pnrr e il referendum rischia di rallentare l'iter legislativo.
"Mi sembra un'iniziativa interessante", ha sostenuto ieri non a caso la leader di FdI Giorgia Meloni secondo la quale "la riforma della giustizia è un tema che non può essere rimandato, e che non deve essere affrontato su un piano ideologico o come uno scontro tra politica e magistratura".
di Roberto Petrini e Conchita Sannino
La Repubblica, 10 maggio 2021
In cambio dei finanziamenti europei l'Italia si è impegnata a tagliare i tempi di attesa delle sentenze e ad approvare tre leggi delega: per il Civile, il Penale e il Csm.
Vietato giocarsi il futuro del Paese, usando la giustizia come pericoloso terreno di conflitto. O propaganda. È l'auspicio che il governo aveva rivolto già un mese fa alle forze di maggioranza. E che con sempre maggiore fermezza, in queste ore, arriva dagli uffici di Palazzo Chigi mentre si apre la settimana che dà il via ufficiale al percorso delle riforme, per i versanti civile e penale. Una sfida che costringe partiti e leader a scegliere da che parte stare. A cominciare da Matteo Salvini, con la sua campagna che appicca il fuoco sui referendum: cui già ha dato il via con la raccolta firme, per i quesiti su separazione delle carriere dei magistrati, misure cautelari, Csm. Maggioranza spaccata: il duello si è consumato anche sulla nomina dei relatori, tutti di Pd, M5s o Leu, sui provvedimenti da esaminare.











