di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 12 maggio 2021
Cinque navi, 3.500 posti, tamponi e assistenza sanitaria a bordo. È ad un enorme hotspot in mare che il Viminale si affida per non farsi trovare impreparati davanti ad un'estate che si prospetta assai difficile. Una Lampedusa in costante assetto di emergenza è un'ipotesi che l'Italia intende assolutamente scongiurare perseguendo, di iniziativa propria, il rinnovo del patto di Malta. Una via parallela rispetto alla strada tutta in salita dei negoziati europei che punta ad una strategia condivisa per bloccare le partenze dalla Libia.
Luciana Lamorgese lo ha ribadito ieri agli altri ministri dell'Interno europei riuniti a Lisbona sulla gestione dei flussi migratori: "Servono concreti e solidi meccanismi di solidarietà, anche d'emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019". E, nei prossimi giorni, il premier Draghi (che ieri mattina ha fatto il punto del dossier immigrazione con Lamorgese, Di Maio e Guerini) tornerà a sollecitare gli Stati che ad ottobre 2019 avevano aderito all'accordo di Malta (Francia, Germania, Portogallo, Irlanda) perché rinnovino l'intesa che nei sei mesi di sperimentazione prima che il Covid bloccasse il meccanismo, ha portato al ricollocamento di circa 1000 migrati sbarcati sulle nostre coste. Se l'iniziativa italiana dovesse trovare adesioni, il governo lo comunicherà alla Commissione europea.
Nel frattempo, però, il Viminale mette a punto il piano per l'estate. E punta tutto sulle navi quarantena: cinque (con personale della Croce Rossa a bordo) quelle ingaggiate con l'ultimo bando del 19 aprile, spesa giornaliera 36.000 euro, a carico della Protezione civile con il concorso della Salute e delle Regioni per quel che riguarda le spese sanitarie visto che, in tempi di Covid, ci sono da garantire le spese sanitarie. Per il momento i posti non mancano: per alleggerire l'hotspot, sono state mandate a Lampedusa la "Azzurra" e la "Allegra": dei 1.620 posti disponibili, ne sono stati occupati 1.130. Una terza nave, la "Adriatico" ha invece appena sbarcato a Porto Empedocle alcune centina di persone salvate due settimane fa dalla Sea Watch. A disposizione, ancora vuote, la Splendid e la Excellence.
"Le navi-quarantena - spiegano fonti del Viminale - assicurano sistemazioni più che dignitose e assistenza sanitaria adeguata alle persone che arrivano, e garantiscono anche la pace sociale". Il riferimento è alle tensioni più volte esplose l'estate scorsa nelle località siciliane e calabresi, turistiche ma non solo, per le fughe di decine di migranti ospitati in strutture in cui avrebbero dovuto osservare i quattordici giorni di quarantena, spesso difficile da far rispettare in edifici non controllati da cui è facile allontanarsi. Situazioni che, finché possibile, il Viminale vuole assolutamente evitare.
Una volta finito il periodo di isolamento, naturalmente, fino a quando non tornerà attivo un meccanismo di redistribuzione, l'Italia dovrà farsi carico della sistemazione dei migranti in attesa dell'esito delle commissioni sulle richieste d'asilo. Anche in questo caso, i posti nei centri non mancano: dal 2019 ad oggi le persone a carico del sistema di accoglienza italiano sono diminuite quasi di un terzo, sono oggi 75.000 a fronte delle quasi 120.000 del 2019, 50.000 sono in strutture medio-grandi, 25.000 in appartamenti nei comuni che hanno aderito all'accoglienza diffusa. Certo, se i numeri dovessero aumentare, le prefetture dovranno rifare gli appalti per la gestione dei centri, i cui costi (da quando Salvini era al Viminale) sono stati parecchio tagliati, decurtando i fondi per l'integrazione, spingendo molte realtà del Terzo settore a disimpegnarsi da un'ospitalità di tipo alberghiero.
Il piano di Lamorgese ha altri due obiettivi: la ripresa dei corridoi umanitari per far arrivare in sicurezza i più fragili con diritto d'asilo (donne, bambini, famiglie) reclusi nei centri di detenzione e individuati dalle agenzie dell'Onu. E i rimpatri volontari assistiti, un piano biennale condiviso da Viminale e Farnesina, per facilitare il ritorno nei Paesi d'origine di chi, bloccato in Libia, accetta il finanziamento di un piccolo progetto per provare a ricostruirsi una vita lì da dove è fuggito.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 12 maggio 2021
Cinque morti in Israele per i missili lanciati dalla Striscia. Raid dello Stato ebraico: i palestinesi uccisi salgono a 35. Sospeso temporaneamente anche il traffico aereo all'aeroporto Ben Gurion. Adesso che lo scontro è aperto, le porte alla guerra spalancate, gli analisti israeliani si esercitano a chiedersi quali pensieri siano passati per la testa di Mohammed Deif, comandante militare di Hamas, il suo boss indecifrabile. Avi Issacharoff, tra i più attenti studiosi delle dinamiche palestinesi, ipotizza che quel richiamo urlato dai giovani sulla Spianata delle Moschee - "Deif, Deif, radi al suolo Tel Aviv" - gli abbia forzato la mano sui bottoni dei razzi. Nella speranza, com'è successo nei round più recenti, che Benjamin Netanyahu scelga un confronto di durata breve. "Abbiamo vinto la battaglia per Gerusalemme e stabilito un nuovo equilibrio tra le forze", esulta Ismail Haniyeh, tra i leader dell'organizzazione. Si illude: la formula che ha fermato le ostilità in passato - la calma per la calma - per ora non sembra avere spazio.
Il primo ministro israeliano ha chiuso la riunione del consiglio di sicurezza avvertendo che i bombardamenti si intensificheranno: "Hamas sta per subire una botta che non si aspettava, la pagheranno cara, la campagna va avanti". Invita gli israeliani a prepararsi a un lungo periodo di combattimenti. "È solo l'inizio - continua Benny Gantz, il ministro della Difesa -. Abbiamo ancora centinaia di obbiettivi da abbattere". Le scuole nel Paese oggi restano chiuse, la vita normale interrotta.
Le Brigate Al Qassam, braccio armato dell'organizzazione, sostengono di aver trovato un modo per evadere la difesa antimissile: concentrano centinaia di proiettili (in un caso 137 durante 5 minuti) verso Ashkelon o le altre città a sud e cercano di bucare il sistema Cupola di Ferro. Ci sono già riusciti, alcuni edifici sono stati centrati, due donne sono morte. Un'altra è stata uccisa a Rishon Lezion nel centro del Paese dove i razzi hanno preso i palazzi e un bus in strada, era vuoto. Altre due vittime sono state colpite a Tel Aviv e Lod, oltre 100 i feriti. I jet israeliani hanno colpito la Striscia senza pausa e Aviv Kochavi, il capo di Stato Maggiore, ha fatto capire subito ai vertici delle fazioni quale sarà la strategia: nessuna immunità per i leader, i portavoce dell'esercito annunciano di aver ucciso 15 estremisti, anche comandanti della Jihad Islamica. In totale secondo il ministero della Sanità a Gaza sono state uccise 35 persone, tra loro 10 minori, mentre sono state ferite 203 persone. Gli israeliani contestano la contabilità della morte, dicono che un terzo delle centinaia di razzi è ricaduto dentro la Striscia causando parte delle vittime.
I missili livellano un intero grattacielo di 13 piani fatto evacuare prima del bombardamento: è un colpo anche agli interessi economici che il movimento ha costruito in questi 14 anni. Per Hamas è una linea rossa: risponde con 130 razzi verso Tel Aviv, i voli sull'aeroporto di Ben Gurion vengono sospesi durante il raid. I due milioni di palestinesi chiusi nel corridoio di 365 chilometri quadrati si stavano preparando a celebrare questa sera la fine del Ramadan con la festa di Eid Al Fitr. Restano le bombe, le esplosioni, la paura.
Le proteste da Gerusalemme si sono estese ad altre città, dove gli scontri hanno coinvolto gli arabi israeliani e i vicini di casa ebrei. A Lod un uomo ha sparato contro i dimostranti arabi e ha ucciso una persona e alcuni media hanno riferito di sinagoghe e negozi dati alle fiamme. Le divisioni dentro Israele toccano anche la politica: il centrista Yair Lapid sta provando a formare un governo e ha bisogno dell'appoggio esterno dei partiti arabi. Che per ora hanno interrotto il dialogo.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 12 maggio 2021
L'appello delle Ong all'Italia. Parla Giorgia Linardi, portavoce della Sea Watch. Due navi della Ong tedesca sono bloccate da fermi amministrativi della Guardia costiera. "Ci lascino tornare in mare, oltre a salvare la vita di centinaia di persone salveremmo anche la dignità dell'Italia e dell'Europa inermi davanti al fallimento delle loro politiche. È la cosa più semplice da fare in questo momento. Poi speriamo che si riescano a costruire politiche di soccorso. Stiamo parlando delle vite di persone, centinaia di persone in poche settimane che stiamo sacrificando". È accorato l'appello di Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch, la Ong tedesca con due navi bloccate da settimane da provvedimenti amministrativi della Guardia costiera.
Perché le vostre navi sono ferme?
"C'è un braccio di ferro con la giustizia amministrativa che adesso approderà davanti alla Corte di giustizia europea. Come succede ormai da mesi, ogni volta che portiamo a terra dei migranti, la Guardia costiera fa delle ispezioni a bordo e ci fa una enorme serie di rilievi immotivati che ci costringono al fermo fino a quando non avremo messo a punto accorgimenti impossibili. Avevamo vinto al Tar, l'avvocatura dello Stato ha fatto ricorso e ha vinto e quindi le nostre navi restano bloccate: la Sea Watch è al porto di Augusta, la Sea Watch 4 è in rada davanti al porto di Trapani con l'equipaggio in quarantena dopo l'ultimo sbarco. Anche qui una cosa incredibile: i migranti che abbiamo soccorso hanno osservato una quarantena di dieci giorni, al nostro equipaggio (tutti con tampone negativo) hanno imposto invece un fermo di due settimane. E quando finiranno la nave verrà comunque bloccata. Il modo scelto da questo governo per fermare la nostra attività".
Siete convinti che sia uno strumento per fermarvi? Perché questo governo dovrebbe impedirvi di lavorare?
"Da quando siamo scesi in mare, nel 2015, ad oggi in Italia si sono susseguirsi quattro governi con le più disparate forze politiche ma con una continuità su alcuni punti. Il primo è certamente quello di fermare le navi umanitarie che proprio la Guardia costiera (che oggi ci punisce facendoci dei rilievi assurdi) ha gestito e coordinato per due anni. Basti pensare che la nostra prima nave era un ferrovecchio che andava a quattro nodi e che certamente non aveva le tecnologie e le attrezzature che hanno oggi le nostre navi. Eppure allora non ci facevano nessuna ispezione e la normativa di riferimento non è cambiata. Fermano le nostre navi facendo finta di preoccuparsi per la sicurezza delle persone che salviamo. Ma se fosse questa la loro preoccupazione scenderebbero in mare loro quando le Ong non ci sono e invece le navi della Guardia costiera si sono ritirate. E allora è evidente che vogliono fermarci, con questa assurda teoria che la nostra presenza aumenti i flussi dall'Africa".
È la teoria del pull factor, il fattore di attrazione ma bastano i duemila arrivi a Lampedusa di domenica, giorno in cui non c'era nessuna nave Ong nel Mediterraneo per dimostrare che i trafficanti fanno partire le persone che ci siano navi pronte a soccorrerli o no...
"Non c'è dubbio. In più, tenendoci lontano dal mare, il governo italiano paradossalmente mette a rischio Lampedusa. Le Ong giocano un ruolo fondamentale nel decongestionare situazioni emergenziali come quella che sta vivendo ora Lampedusa. Ci si priva di una risorsa che aiuterebbe ad alleggerire la pressione sull'isola. E ci si dimentica quanto siamo preziosi per evitare naufragi come gli ultimi che ormai nell'indifferenza generale sono accaduti davanti alle coste libiche".
Insomma, in questa emergenza il vostro ruolo è fondamentale?
"È questa parola emergenza alla base di tanti errori. L'Italia continua a non gestire in modo strutturale un fenomeno che emergenziale non è. E ogni anno facciamo finta di sorprenderci quando in questa stagione cominciano ad arrivare migliaia di persone e la situazione diventa ingestibile. L'Italia si fa trovare impreparata e si preoccupa solo della redistribuzione. Si perde tempo ad occuparsi delle Ong e ad esternalizzare il controllo delle frontiere. L'Italia da questo punto di vista è il braccio esecutivo dell'Europa, sostenendo, formando, finanziando la Guardia costiera libica e facendo un passo indietro da quel mare che conosciamo così bene".
di Marco Bresolin
La Stampa, 12 maggio 2021
Dopo la richiesta d'aiuto del governo, niente adesioni per accogliere le persone sbarcate in Sicilia. Le telefonate e le mail dei funzionari della Commissione europea che si occupano di immigrazione sono proseguite per tutta la giornata, ma senza grandi risultati.
All'ora di cena, il numero di Stati disponibili ad accogliere una quota di migranti sbarcati negli ultimi giorni in Italia era ancora fermo a zero. Non è detto che lo resterà anche nei prossimi giorni, ma dal Palazzo Berlaymont ammettono "una certa difficoltà" a trovare Paesi volenterosi. Le principali obiezioni sollevate dalle Capitali, anche da quelle che in passato si erano mostrate disposte a partecipare alla redistribuzione su base volontaria, sono legate alla pandemia. Tra tamponi, quarantene, isolamento, gestire i trasferimenti è diventato più complicato.
Ma ci sono anche ragioni politiche. Macron è frenato dal clima pre-elettorale: basti pensare che Michel Barnier - tentato dalla corsa all'Eliseo con i Repubblicani - ieri ha proposto di "sospendere per 3-5 anni l'immigrazione e ridiscutere Schengen".
Altri non hanno invece problemi a esplicitare la loro contrarietà. E il caso dell'Austria: "Distribuire i migranti in Europa - dice la ministra Karoline Edstadler - non può essere una soluzione, manderebbe un messaggio sbagliato". Edstadler ha parlato dopo aver partecipato alla riunione del Consiglio Affari generali, durante la quale il sottosegretario Enzo Amendola ha sollevato la questione: "Ho sottoposto tra i temi prioritari dell'agenda Ue anche la ripresa degli sbarchi. Il tema non riguarda solo il nostro Paese, ma l'Europa e le sue frontiere".
Al momento la questione non è nell'agenda nel Consiglio europeo informale del 25 maggio, che inizierà la sera prima con una cena e che ha già un programma piuttosto denso: Russia, Clima e relazioni post-Brexit con Londra. Il governo vorrebbe aggiungere anche il dossier immigrazione per dare una spinta al vertice dei ministri dell'Interno in programma il 7 giugno, ma molto dipenderà dall'evoluzione degli sbarchi nei prossimi giorni. Intanto ieri mattina Mario Draghi ha riunito la cabina di regia con i ministri dell'Interno, della Difesa e degli Esteri.
Di certo non sarà facile convincere gli altri Paesi europei a ripristinare una missione Ue di salvataggio nel Mediterraneo, come proposto dal segretario del Pd Enrico Letta (nonostante l'opposizione della Lega). La nascita dell'Operazione Irini - che agisce in un'area più defilata rispetto a quella delle rotte dei migranti - è frutto proprio dello scontro tra i governi sulla gestione degli sbarchi della missione Sophia che l'aveva preceduta.
Scettica anche Ylva Johansson, commissaria Ue all'immigrazione: "Salvare vite in mare è sempre un obbligo, ma dobbiamo lavorare per frenare le partenze". Di questo si è parlato ieri a Lisbona, dove c'è stata una riunione dei ministri Ue con i Paesi di origine e di transito dei migranti. Luciana Lamorgese ha ribadito che gli aiuti in Africa non bastano: "Servono interventi nel sistema di gestione all'interno dell'Ue, con l'attivazione di concreti meccanismi di solidarietà, anche d'emergenza, sul modello di quelli previsti a Malta nel 2019".
di Roberto Saviano
Corriere della Sera, 12 maggio 2021
I duemila arrivi a Lampedusa ripropongono il problema, che non va considerato come se fosse un'invasione. L'emergenza migranti c'è, ma non nei termini in cui viene raccontata, perché non è emergenza invasione ma emergenza umanitaria e l'Italia, insieme all'Europa, ancora una volta non sembra essere sulla strada giusta. Da un lato va sottolineata con forza la assoluta necessità di salvare migranti in mare, dall'altro bisogna mostrare lungimiranza e pragmatismo ammettendo, una volta per tutte, che l'immigrazione, per un Paese demograficamente morto come l'Italia, è una benedizione e una necessità.
Benedizione e necessità da riportare immediatamente nei confini della legalità e del rispetto dei diritti umani che, al momento, non sono rispettati nei campi di detenzione libici, in mare dove mancano soccorsi e in Italia, dove i lavoratori stranieri senza permesso di soggiorno vengono trattati come schiavi. La situazione è disperata e non perché l'Italia non sia in grado di accogliere chi raggiunge le sue coste, ma perché le forze politiche populiste - Matteo Salvini e Giorgia Meloni - continuano sui migranti a fare campagna elettorale, mentre il ministro Di Maio e il presidente Draghi sembrano convergere su un maggiore coinvolgimento dell'Europa, a cui l'Italia chiede di unirsi al finanziamento della Guardia costiera libica. Non basta l'errore di aver dato noi soldi e imbarcazioni alle milizie libiche, ora chiediamo anche all'Europa di partecipare. Così come, a un'Europa che ci piace descrivere come egoista lontana e matrigna, l'Italia chiede di farsi carico di accogliere volontariamente una parte dei migranti giunti tra domenica e lunedì a Lampedusa.
Come sempre dimentichiamo che non siamo gli unici ad accogliere, che il fronte libico non è l'unica strada attraverso cui i migranti raggiungono l'Europa e ci accontentiamo di un racconto che non corrisponde alla realtà dei fatti. È giunto invece il momento di cambiare passo, possiamo e dobbiamo farlo. Filippo Grandi, alto ufficiale delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha detto una cosa profondamente vera: gli arrivi degli ultimi giorni sono numeri gestibili. Le oltre 2.000 persone, arrivate in autonomia nelle ultime ore a Lampedusa, sono un numero che non può gettare nel panico un Paese come l'Italia che ha gestito flussi ben maggiori, con o senza pandemia. E arrivate in autonomia significa giunte in Italia da sole, senza le Ong a fare da pull factor, come abbiamo sentito dire per anni, e come ipotizzato da tante indagini della magistratura siciliana che a oggi non hanno portato a nulla di concreto.
Spesso mi chiedo come sia possibile cedere al più falso dei racconti: i migranti che tolgono lavoro agli italiani, gli italiani in difficoltà abbandonati a favore dei migranti, gli italiani che devono restare in casa mentre i migranti sarebbero liberi di spostarsi. È una follia collettiva da cui non riusciamo a uscire, una ragnatela che più ti muovi più ti imprigiona. E poi la consapevolezza che chi è chiamato a gestire il fenomeno migratorio spesso decide di strumentalizzarlo per generare odio e paura, perché con la paura si governa meglio, anzi, con la paura si comanda meglio. E l'odio è un sentimento facile da alimentare, la solidarietà al contrario si muove lentamente ed è vista con diffidenza. Chi odia è sempre percepito come autentico perché permane il retro pensiero secondo cui se odi sei schietto, coraggioso, diretto; mentre occuparsi dell'altro innesca il sospetto della manipolazione, della furbizia per ottenere consenso, benevolenza. Eppure è vero l'esatto contrario. Occorre più coraggio ad aiutare rischiando il fraintendimento, che a girare lo sguardo per non avere il quotidiano avvelenato e compromesso.
Con oltre 2.000 persone arrivate autonomamente a Lampedusa, mi aspetterei che il ministro Di Maio chiedesse scusa (formula tanto cara al suo partito) alle Ong per averle definite "taxi del mare". Perché il fenomeno migratorio non lo puoi fermare bloccando le Ong, non lo puoi fermare con i post sponsorizzati da Salvini su Facebook o invocando, come fa Meloni da anni, improbabili blocchi navali (blocco navale tecnicamente significa che se l'imbarcazione non si ferma bisogna sparare).
Salvini e Meloni forse non si rendono conto di stare cavalcando una tigre inferocita che non si può più fermare, in questa ormai palese guerra fratricida a chi mostra la maggiore ferocia.
Il vero pull factor, oggi come sempre, è l'arrivo dell'estate e il mare relativamente calmo ma, come avverte Sergio Scandura dai microfoni di Radio Radicale, calmo solo in apparenza, perché pieno di insidie. E così pescherecci e gommoni stipati di persone arrivano prevalentemente dalla Libia, altri, più piccoli, dalla Tunisia. A nulla è servito il muro delle vedette libiche che dal mare, per settimane, hanno riportato migranti nei campi di detenzione: appena possibile dalla Libia si tenta la traversata ancora e ancora, perché la Libia è un inferno su cui l'Italia e l'Europa non hanno alcun controllo. A Lampedusa sono arrivati natanti stracarichi di persone partite da Zuara attratti non da buonisti favorevoli all'invasione dell'Europa, ma da prospettive di vita accettabili.
Sogno che, peraltro, condividono centinaia di migliaia di nostri connazionali che, ogni anno, senza fuggire da guerre o persecuzioni, decidono, con il cuore gonfio di sofferenza, di lasciare l'Italia. In Italia ogni anno una città di medie dimensioni svanisce per il calo delle nascite e per effetto dell'emigrazione, i migranti che arrivano non sostituiranno gli italiani - è davvero infantile pensarlo - ma occuperanno i posti vuoti in una dinamica del tutto naturale, una dinamica che esiste da quando esiste l'uomo. Il dramma sta nel non essere riusciti, dopo tanti anni, a muoverci dal primo gradino, quello in cui chi arriva viene trattato da invasore e quindi privato di diritti e ridotto in schiavitù.
La ministra Lamorgese annuncia una cabina di regia, che in verità dovrebbe già esistere, insieme a un nuovo patto per la redistribuzione di migranti che però, vale la pena ricordarlo, riguarderebbe soprattutto le persone soccorse in acque internazionali. Ma gli Sos che arrivano quotidianamente ad Alarm Phone da imbarcazioni ferme in mare senza acqua, cibo e carburante vengono sistematicamente ignorati, quindi di fatto si sta lavorando per redistribuire naufraghi che stanno morendo in mare e che il mare ci restituisce cadaveri.
Quattro corpi annegati, tra cui una donna e un bambino, sono stati ritrovati dalla Croce Rossa libica in corrispondenza di Gasr Garabulli, sulla costa a est di Tripoli. E così, sulla pelle dei disperati, si riaprono le danze macabre anche quest'anno. Ma se anche questa volta l'intenzione del governo è quella di appaltare a un dittatore come Erdogan (cit.) e ai delinquenti libici la gestione dei flussi migratori verso l'Europa, ritengo doveroso che si passi per il Parlamento che deve assumersi la responsabilità politica di voler bloccare i flussi migratori rinchiudendo esseri umani in campi di concentramento. Se dobbiamo prepararci all'ennesima estate di morte e disperazione, all'ennesima propaganda che si alimenta di odio e paura, almeno il Parlamento, questa volta, se ne assuma la responsabilità.
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 12 maggio 2021
"Ma Hamas provocherà più repressione". Parla Ali Jarbawi, 67 anni, professore di Scienze politiche a Bir Zeit, in passato ministro della Pianificazione nel governo palestinese del premier Salem Fayyad. "Sul fronte politico interno Netanyahu potrebbe beneficiare di un periodo prolungato di scontri"
Ministro, come si è arrivati a questa nuova esplosione di violenza?
"La dinamica è abbastanza chiara: è stato un crescendo che tutti possono ricostruire andando a rileggere i giornali, le notizie dei siti israeliani e palestinesi diciamo dell'ultimo mese. La questione decisiva è quella del quartiere arabo di Gerusalemme di Sheikh Jarrah, dove 12 famiglie palestinesi rischiano di essere sfrattate per una decisione della giustizia israeliana dalle abitazioni dove vivono da decenni. Una giustizia che viene considerata dai cittadini palestinesi strumento delle pressioni dei coloni ebrei e dell'ultradestra che vuole liberare Gerusalemme dalla presenza dei palestinesi. Poi c'è stato lo scontro attorno al Bab Al Amoud (anche nota come porta di Damasco, n.d.r.). La polizia ha installato delle barriere, i giovani che volevano riunirsi la sera per il Ramadan hanno iniziato a manifestare e a scontrarsi. Poi c'è stata l'esplosione di violenze sulla Spianata delle Moschee, con gli scontri che tutti avete visto in tv, con i fumogeni che sono entrati perfino all'interno della moschea di Al Aqsa".
Ma perché proprio adesso? Ci sono partiti o movimenti che hanno preparato questa fase di rivolta?
"Partiti, gruppi politici e di militanza palestinese sono già saltati su questo movimento per sfruttarlo politicamente. Ma credo che l'esplosione sia stata innescata autonomamente da anni di compressione dei diritti dei cittadini palestinesi, dalla sensazione che il nostro popolo sia stato definitivamente abbandonato a un destino di occupazione militare che ci sta soffocando".
I primi ad aver abbandonato quella che una volta era la "causa palestinese" sembrano essere proprio gli altri paesi arabi.
"È vero, e questa è l'impressione dei palestinesi. Ci sono mille ragioni: innanzitutto paesi come Libia, Yemen, Libano, Siria, Iraq attraversano ancora anni profonda instabilità politica se non di guerra. Gli altri paesi, i più importanti del mondo arabo, sono tutti impegnati a seguire, controllare, provare a influenzare questi sviluppi. Che siano gli arabi ad aver abbandonato i palestinesi, o l'Europa o l'America che con Trump aveva preso una direzione radicalmente antipalestinese, il risultato non cambia. E giorno dopo giorno ha un effetto sul nostro popolo: cresce soltanto la disperazione".
L'epicentro di questa fase di scontri è stata Gerusalemme
"Perché a Gerusalemme la compressione dei diritti dei palestinesi, la loro possibilità di vivere una vita semplice, normale, è drammaticamente alta. Da quando Trump ha offerto a Netanyahu la sua decisione di spostare l'ambasciata da Tel Aviv, di riconoscere tutta la città come capitale di Israele, Netanyahu e la destra israeliana non hanno avuto più nessun freno. E questo significa far di tutto per espellere in ogni modo i palestinesi. Iniziando a comprimere in ogni modo i loro diritti. I palestinesi di Gerusalemme sono isolati dai palestinesi della Cisgiordania. In effetti sono questi ultimi a non poter entrare a Gerusalemme senza permessi, ma di fatto l'isolamento è reciproco. A Gerusalemme est i palestinesi vivono in gabbia".
Lei dice che quindi è la gente, i giovani, la popolazione normale ad aver avviato questo ciclo di violenze?
"Si, è quello che penso. Poi chiunque tenterà di sfruttare a suo vantaggio questa situazione, da Hamas o altri nel nostro campo, oppure i partiti dell'ultradestra israeliana. Ma la ragione fondamentale è questa: l'occupazione militare sta soffocando il popolo palestinese".
Hamas ne ha approfittato per attaccare Israele, per allargare la sua legittimità agli occhi dei cittadini palestinesi colpendo civili israeliani con i suoi razzi?
"L'Anp ha deciso di perseguire gli interessi del popolo palestinese con la politica, con negoziati politici. Hamas crede alla resistenza, alla lotta armata. Quando ha visto questa escalation ha scelto di cavalcare il movimento, di lanciare centinaia di razzi anche sapendo che la risposta militare di Israele sarebbe stata pesantissima. I capi di Hamas hanno già chiesto a egiziani e ad altri mediatori di negoziare una tregua perché sono soddisfatti dei risultati che hanno ottenuto. Ma per il momento Netanyahu non vuole una tregua, devono vendicarsi dei razzi che Hamas ha lanciato sulle città centrali di Israele".
Ministro, crede che si possa arrivare comunque a una guerra generalizzata, all'ingresso dell'esercito di Israele a Gaza?
"Al momento, se non ci saranno episodi gravi ma sempre possibili, io penso che la situazione tornerà sotto controllo in alcuni giorni. Netanyahu ha detto che Hamas dovrà pagare un prezzo molto alto. Ma non credo che nessuno in Israele sia pronto a lanciare un attacco di terra, con carri armati e soldati che entrano nella Striscia. Tra l'altro in tutto questo c'è la partita di politica interna che sta giocando Netanyahu".
Infatti, una variabile molto delicata potrebbe essere quella dell'interesse di Netanyahu a continuare una guerra oltre il necessario...
"Lui potrebbe beneficiare di un periodo ancora prolungato di scontri, potrebbe chiedere un governo di unità nazionale, per scompigliare i piani dei partiti che con molta fatica stavano provando a formare un governo senza di lui".
In tutto questo voi palestinesi moderati, assieme alla Autorità palestinese del presidente Abu Mazen, sembrate sempre più in difficoltà, quasi irrilevanti sulla scena politica del vostro popolo.
"È molto difficile essere un palestinese moderato in questi periodi di esplosione della violenza. Ma dopo anni di compressione di tutti i nostri diritti, noi oggi abbiamo capito una cosa: noi non abbiamo più un partner in Israele per costruire il famoso accordo politico 'due popoli, due Stati'. Erano gli israeliani a dirci 'non abbiamo un partner per la pace'. Con tutti i nostri difetti e problemi, il partner palestinese c'era. Adesso invece è la parte palestinese a non avere una controparte. Israele ha deciso di fare tutto da sola, ha stretto accordi con paesi arabi che non mostrano più nessun vero interesse a far cessare l'occupazione militare. La soluzione dei due Stati ormai non è più nella testa di Netanyahu e di molti altri".
Lei dice che Netanyahu ormai è irrecuperabile al dialogo con l'Anp, con i palestinesi moderati?
"Io paradossalmente le dico che nello spettro politico israeliano Netanyahu rimane il più cinico di tutti, ma è quasi un uomo politico di centro, non più di destra. La politica israeliana si è spostata drammaticamente verso destra, anzi verso l'ultradestra. Senza i partiti religiosi, senza gli ultraortodossi è difficile, quasi impossibile formare un governo. Senza il voto dei coloni della Cisgiordania, senza il sostegno dei movimenti radicali dei coloni che vogliono entrare a Gerusalemme Est lo stesso Netanyahu non riesce a formare un governo. Questo è un dramma per noi: ripeto, siamo noi palestinesi moderati a non avere più un partner per la pace in Israele".
In queste condizioni quale sarebbe una proposta accettabile per una soluzione politica?
"Al momento non ne vedo. Girano da mesi idee di uno "Stato minus" palestinese, una sorta di autonomia ancora più limitata di tutte le riduzioni che negli anni erano state previste per avere un giorno un nostro piccolo Stato. Abu Mazen è in un angolo, i palestinesi della strada gli chiedono 'dove ci porti se Israele non ci dà nulla?'. Per questo per tanti Hamas sembra la risposta giusta, anche se tutti sappiamo che l'azione militare di Hamas provocherà più repressione e compatterà buon parte del mondo attorno a Netanyahu".
Ultima domanda: a parte lo scontro con Hamas, crede che a Gerusalemme, in Cisgiordania sia possibile assistere a una nuova Intifada, a una rivolta popolare prolungata?
"È difficile dirlo, il livello di frustrazione è altissimo. Non posso dire per quanto l'occupazione militare continuerà ad avere il controllo di un altro popolo, ma non potrà continuare così all'infinito".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 12 maggio 2021
La domanda è se arriverà prima il cancro o il boia. Gerald Ross Pizzuto, 65 anni, di origini italiane, ha un cancro alla vescica in fase terminale, soffre di diabete e ha problemi cardiaci e polmonari. Nell'ultimo anno gli sono stati prescritti 42 diversi farmaci. La procura generale dello stato dell'Idaho vuole partecipare alla macabra gara a chi porrà prima fine alla sua vita. La data dell'esecuzione per Pizzuto, condannato a morte per aver ucciso due cercatori d'oro nel 1985, è stata fissata al 2 giugno. Sarebbe la prima esecuzione nell'Idaho in nove anni. Ma, come avrete capito, non è certo che avrà luogo. Gli avvocati di Pizzuto hanno fatto ricorso sostenendo che questo accanimento giudiziario è del tutto inutile.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 maggio 2021
Rita Bernardini incontrerà la ministra Cartabia per discutere le proposte del Partito Radicale e di Nessuno Tocchi Caino per ridurre la popolazione detenuta. Oggi, alle ore 17.30, Rita Bernardini del Partito Radicale incontrerà, assieme a Luigi Manconi e allo scrittore Sandro Veronesi, la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Sarà presente anche il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 11 maggio 2021
La Corte d'Appello da sola vale quanto Roma, Milano e Napoli. Il primato dei valori medi spetta invece a Palermo con 96mila euro. In diminuzione le misure cautelari personali: sono state 82.199 nel 2020 rispetto alle 94.197 del 2019. Il Dipartimento per gli Affari di Giustizia di Via Arenula ha inviato al Parlamento, come tutti gli anni, la Relazione sull'applicazione delle misure cautelari personali e i dati relativi alle sentenze di riconoscimento del diritto al ristoro per i ngiusta detenzione nonché il numero di procedimenti disciplinari iniziati nei riguardi dei magistrati che le abbiano disposte. Nel complesso sono stati iscritti 1.108 procedimenti per ingiusta detenzione nel 2020, e ne sono stati esauriti 935, di cui il 77% con pronunce di rigetto, mentre il 23 % sono state di accoglimento.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 maggio 2021
La condanna dei due giovani statunitensi per l'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega ha riaperto il dibattito sull'ergastolo e la liberazione condizionale. Ha provocato molti spunti di riflessione, ampi dibattiti, la condanna all'ergastolo per i due giovani statunitensi Lee Finnegan Elder e Gabriel Natale Christian Hjorth per l'omicidio del vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello Rega, avvenuto nel luglio del 2019.
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