di Matteo Carnieletto
Il Giornale, 20 giugno 2021
A Goli Otok sorgeva uno dei gulag in cui venivano rinchiusi i dissidenti tra i quali 300 italiani. Solo qualche targa ricorda la crudeltà del dittatore. Sono tanti i nomi di Goli Otok: c'è chi la chiama isola segreta e chi, invece, isola calva. Per qualcun altro è l'isola nuda. Per tutti, invece, è l'isola degli orrori. Dal 1949 al 1956, infatti, Josip Broz Tito, Maresciallo di Jugoslavia, vi spedì oltre 30mila dissidenti (tra loro anche trecento italiani attratti dalle sirene del socialismo), 4mila dei quali morirono dopo atroci sofferenze. La loro colpa? Esser rimasti fedeli all'Unione sovietica dopo lo strappo tra Belgrado e Mosca. Come scrive Orietta Moscarda Oblak in La memoria di Goli Otok - L'isola calva: "Nei confronti dei cominformisti' le autorità jugoslave avviarono una violenta epurazione, che lasciò ai comunisti italiani, schieratisi quasi compattamente con Stalin, la sola via dell'emigrazione, attraverso la richiesta d'opzione a favore della cittadinanza italiana prevista dalle clausole del Trattato di pace, quale possibilità di scampare ai processi, alle condanne, al lavoro socialmente utilè e alla deportazione nel campo di prigionia dell'Isola Calva (Goli Otok)". I sette anni di terrore furono tutti in autogestione, come ricorda il sopravvissuto Eligio Zanini: "Si venne a sapere in seguito che tra i campi organizzati dai vari regimi totalitari i nostri erano di gran lunga i più efficienti, in quanto erano gli stessi detenuti a controllarsi, bastonarsi, denunciarsi e autoamministrarsi, facendosi del male tra di loro".
I racconti dei sopravvissuti si sovrappongono drammaticamente. Chiunque osasse esprimere anche un minimo di autonomia rispetto al comunismo jugoslavo veniva prelevato e, dopo esser stato caricato sul Punat, la motobarca che aveva il compito di trasportare i dissidenti sull'isola degli orrori, veniva pestato, come racconta Sergio Borme, un sopravvissuto: "Quando arrivammo a Goli non ci riconoscevamo più, tanto i volti e le membra erano tumefatti dalle bastonate". Ma quello era solo l'inizio dell'incubo: non appena si sbarcava si finiva in un tunnel fatto di botte continue chiamato kroz stroj e si veniva finiti con lavori estenuanti e punizioni tremende. Racconta un altro superstite, Silverio Cossetto: "Appena arrivato, seppur febbricitante e pesto, venni impiegato subito al trasporto di pietre con le zivierè. Tutto il lavoro doveva essere fatto sempre di corsa. Chi, come me, non era abituato ai lavori pesanti, se la passava veramente male. Per ogni minima infrazione erano pronte le più severe punizioni. Tutto era predisposto al fine di demolire, non solo fisicamente ma soprattutto moralmente anche la più forte personalità. A questo scopo erano stati studiati ogni sorta di espedienti, tra i quali figurava pure la sete".
L'obiettivo di questo campo di rieducazione era quello di portare i dissidenti sulla retta via, per questo veniva fatto un vero e proprio lavaggio del cervello, fino a spingere gli internati a confessare colpe che non avevano. Anzi, spesso i detenuti spingevano la propria fantasia oltre ogni limite per essere il più possibile credibili. Il rischio, altrimenti, era quello di prendere nuove e più forti legnate.
A Goli Otok non ci si poteva fidare di nessuno. Ed era questo il punto di forza del campo: le persone che si trovavano sull'isola erano allo stesso tempo vittime e carnefici. Racconta il già citato Borme: "Tutto era diretto dai fiduciari dell'Udb-a. Il capobaracca, infatti, andava quotidianamente a rapporto dall'isljednik' e da lui riceveva l'ordine su ciò che doveva fare e chi doveva essere boicottato. A turno poi tutti dovevano andare da questo fiduciario a confessarsi e a denunciare qualcuno, altrimenti, prima o dopo, venivano boicottati loro stessi e considerati banda'. A un certo momento non ti fidavi più di nessuno. Se qualcuno ti diceva, o raccontava qualcosa, dovevi riferire subito, altrimenti andavano loro a riportare la faccenda operando spesso da agenti provocatori. Un sistema allucinante che purtroppo veniva attuato quasi da tutti".
A Goli Otok era difficile perfino suicidarsi. Un giorno, un detenuto disperato provò a lanciarsi dal tetto di una baracca, sperando di farla finita, ma non morì. Fu la sua fine: venne infatti messo a riposo e, una volta che fu finalmente guarito, venne pestato a sangue. Doveva comprendere di aver fatto un errore. Doveva pagare. "Furono in molti a tentare il suicidio, ma la sorveglianza era così severa che anchese lo volevi, non riuscivi nell'intento". Ma non c'era solamente Goli Otok. A San Gregorio, per esempio, alcuni testimoni raccontano che sarebbe stato presente anche un forno crematorio: "La gente infatti diceva, che secondo come tirava il vento, si sentiva l'odore di carne umana. Questo forno era munito di due capaci camini", ha detto Silvano Curto.
Oggi, di Goli Otok è rimasto poco o nulla. Coloro che erano sopravvissuti agli orrori di Tito sono ormai scomparsi e la memoria rischia di andare perduta. Di quel campo degli orrori rimane solamente qualche baracca abbandonata e un mucchio di sassi cotti dal sole e sferzati dalla bora. Eppure tutto questo non si può dimenticare.
di Vito Salinaro
Avvenire, 20 giugno 2021
L'alto rappresentante per gli Affari esteri, Borrell, e il presidente del Parlamento, Sassoli: sviluppare una politica europea e salvare vite in mare. Monsignor Perego: non dimentichiamoli. C'è un numero senza precedenti che aleggia impietoso sulla Giornata mondiale del rifugiato, celebrata oggi: sono 82,4 milioni gli uomini, le donne e i bambini costretti a scappare dalle proprie case a causa di guerre, violenze e persecuzioni. E questo, sentenzia l'alto commissario nelle Nazioni Unite, Filippo Grandi, mentre "i leader mondiali sembrano incapaci o restii a fare la pace".
Solo negli ultimi tre anni, fa sapere Grandi, "circa un milione di bambini sono nati in esilio". Per i leader è arrivato il momento di "farsi avanti e lavorare insieme per risolvere le sfide globali". D'altra parte questa Giornata serve anche a "celebrare la forza d'animo dei rifugiati, coloro che hanno perso tutto, eppure vanno avanti, spesso portando le ferite visibili e invisibili della guerra e della persecuzione e l'ansia dell'esilio". Quando "gli è stata data la possibilità, sono corsi in prima linea nella risposta al Covid-19 come medici, infermieri, addetti alle pulizie, operatori umanitari, assistenti, negozianti, educatori e molto altro ancora, fornendo servizi essenziali mentre tutti insieme combattevamo il virus".
Una messaggio condiviso dall'alto rappresentante per gli Affari esteri dell'Ue e vicepresidente della Commissione, Josep Borrell, per il quale l'Unione "ha bisogno" di migranti, sia per "motivi umanitari" sia per rispondere alla "crisi demografica" del continente e mantenerne il "livello di benessere", per cui "l'esperienza comune" dell'Italia e della Spagna in questo ambito "dovrebbero servire come base" per "sviluppare una politica europea" sull'immigrazione, "che per molti anni non siamo stati in grado di costruire".
Dunque, aggiunge il presidente del Parlamento Ue, David Sassoli, è ora di "intervenire con pragmatismo per una grande iniziativa europea per il salvataggio in mare, per una regia di corridoi umanitari e per un ingresso regolare con una redistribuzione equilibrata che tenga conto delle necessità dei mercati del lavoro dei nostri Stati. Basta morire nel Mediterraneo, e basta vietare di entrare in Europa".
Davanti ai nostri occhi, racconta l'arcivescovo di Ferrara-Comacchio, Gian Carlo Perego, presidente della commissione Cei per le Migrazioni e della Fondazione Migrantes, "quasi ogni giorno, vengono ripresentati i volti, le storie, le sofferenze e i drammi di chi cerca di attraversare il Mediterraneo, il Mare nostrum che sembra che l'Europa ignori, come dimostrano le morti sempre più numerose - oltre 700 dall'inizio del 2021 - i respingimenti continui, le omissioni di soccorso, ma soprattutto gli abbandoni di persone al di là del Mediterraneo, in Libia".
Né va dimenticato, sostiene Perego, quanto avviene "alle porte di casa nostra, in Bosnia, che non può essere dimenticata in questa giornata dove affermiamo il diritto d'asilo, che però di fatto è ancora negato. In questo giorno si alza forte il grido per una nuova operazione europea di soccorso in mare che abbia l'Italia come protagonista e per un nuovo sistema di accoglienza europeo. Al tempo stesso, è urgente ripensare gli accordi con la Turchia e la Libia". Insomma, "uno scatto di umanità e di solidarietà sarebbe un segno di un'Europa che riparte e si rinnova dopo la pandemia proprio a partire dalla tutela dei richiedenti asilo e rifugiati".
Oggi, con quella siriana, la più grande comunità di rifugiati è palestinese: dei 13 milioni di cittadini, ben 5,6 milioni è costretto a vivere lontano da casa; in occasione della Giornata, la Caritas italiana ha voluto pubblicare il 68° Dossier con dati e testimonianze: "Una vita da rifugiati. Il conflitto israelo-palestinese e la tragedia di un popolo esule". L'obiettivo dell'organismo pastorale Cei è "continuare a ricordare un conflitto che, se non risolto, non finirà di ferire il Medio Oriente e il mondo intero". Sono le stesse ragioni per le quali, "dinanzi a una vita in pericolo, il Cisom non si volterà mai dall'altra parte". Lo dice il presidente del Corpo italiano di soccorso dell'Ordine di Malta, Gerardo Solaro del Borgo. "Il Canale di Sicilia non può essere il mare della disperazione, vogliamo che sia mare di speranza, futuro, vita e umanità".
di Nello Scavo
Avvenire, 20 giugno 2021
Nel 2020, nonostante la pandemia, il numero di rifugiati è salito a 82 milioni. I "profughi climatici" rappresentano il triplo di sfollati per conflitti o violenze. Ali ha 52 anni. Ne dimostra neanche uno di meno. Siede davanti a quello che era un mercato ad Aden, nello Yemen. Ali è riuscito a tornare nonostante la guerra non sia ancora un ricordo. E ha trovato solo macerie. Nonostante la pandemia, nel 2020 il numero di persone in fuga da guerre, violenze, persecuzioni, disastri climatici è salito a quasi 82,4 milioni, in aumento per il nono anno consecutivo. Intanto 99 Paesi hanno approfittato del Covid per voltare le spalle e respingere i profughi.
L'ultimo rapporto annuale "Global Trends" dall'Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr-Acnur) non offre buone prospettive. Solo 251 mila rifugiati e 3,2 milioni di sfollati interni sono tornati nelle loro case, con un calo rispettivamente del 40 e del 21 per cento rispetto al 2019. È il risultato del crollo dei reinsediamenti, che nel 2020 ha riguardato circa 34.400 rifugiati, il livello più basso degli ultimi 20 anni.
La stragrande maggioranza dei rifugiati del mondo - quasi nove su dieci (86%) - sono ospitati da Paesi vicini alle aree di crisi e da stati a basso e medio reddito. I paesi meno sviluppati hanno concesso asilo al 27% del totale.
Lo yemenita Alì è riuscito a ritrovare la casa, ammesso che le rovine siano una casa. "Vivevo qui da più di 15 anni e vedere il mio quartiere così mi sconvolge e mi rattrista. La guerra - ha raccontato agli operatori Onu - ci ha costretti ad andarcene e a trasferirci. Ora sono tornato, ma ci mancano i servizi essenziali". Niente corrente elettrica, niente acqua dai rubinetti, niente telefono, e neanche un medico.
Con un aumento del 4% rispetto al numero record di 79,5 milioni di persone in fuga nel 2019, quella dei profughi non è solo una delle "nazioni" più popolose al mondo. È anche tra le più giovani e fragili. Il 42% sono minorenni. E tra il 2019 e il 2020 quasi 1 milione di neonati sono venuti al mondo da profughi. "La tragedia di così tanti bambini che nascono in esilio dovrebbe essere una ragione sufficiente per adoperarsi molto di più per prevenire e porre fine ai conflitti e alla violenza", dice l'alto commissario Onu Filippo Grandi.
Più di due terzi di tutte le persone che sono fuggite all'estero provengono da soli cinque paesi: Siria (6,7 milioni), Venezuela (4,0 milioni), Afghanistan (2,6 milioni), Sud Sudan (2,2 milioni) e Myanmar (1,1 milioni). Alla fine del 2020 c'erano 20,7 milioni di rifugiati sotto mandato dell'Unhcr, 5,7 milioni di rifugiati palestinesi e 3,9 milioni di venezuelani fuggiti all'estero. Complessivamente 48 milioni di persone risultano sfollate all'interno dei propri Paesi. Altri 4,1 milioni sono richiedenti asilo.
Non ci sono solo i canoni a determinare le rotte dei fuggiaschi. Il 2020 è stato l'anno in cui il cambiamento climatico ha dimostrato di essere un nuovo potente fattore di spinta. Solo nel 2020, i disastri hanno provocato 30,7 milioni di nuovi sfollamenti interni in tutto il mondo. Il numero più alto in un decennio, il triplo dei 9.8 milioni di nuovi sfollati a causa di conflitti e violenze. Intense stagioni di cicloni nelle Americhe, nell'Asia Meridionale, nell'Asia Orientale e nel Pacifico hanno provocato distruzione, migliaia di vittime e centinaia di migliaia di "profughi climatici". "Le dinamiche di povertà, insicurezza alimentare, cambiamenti climatici, conflitti e spostamenti sono sempre più interconnesse e si rafforzano a vicenda, spingendo sempre più persone a cercare sicurezza e protezione", spiega il documento Onu.
Per il settimo anno consecutivo la Turchia ha raccolto il numero più alto di rifugiati (3,7 milioni), seguita da Colombia (1,7 milioni, compresi i venezuelani fuggiti all'estero), Pakistan (1,4 milioni, in maggioranza afghani), Uganda (1,4 milioni) e Germania (1,2 milioni). Le domande di asilo in attesa a livello globale sono rimaste ai livelli del 2019 (4,1 milioni), ma gli Stati e l'Unhcr hanno registrato 1,3 milioni di domande di asilo individuali, 1 milione in meno rispetto al 2019 (43% in meno). "Tra le riduzioni degne di nota nel numero di rifugiati - si legge nel dossier - c'è stata una diminuzione di 79.000 unità in Italia".
Lo scorso anno, nel momento di massima espansione della della pandemia, oltre 160 paesi avevano chiuso le frontiere. In 99 di questi, senza eccezione per le persone in cerca di protezione. Non di rado lasciando migliaia di persone senza neanche un pezzo di carta che ne certifichi nome e provenienza. Sono gli apolidi, almeno 4,2 milioni dalla nazionalità indeterminata. Anche l'America Centrale è una sfida crescente. Alla fine del 2020, circa 867.800 persone originarie di El Salvador, Guatemala e Honduras sono state sfollate con la forza, quasi 80.000 in più dell'anno prima. "Coloro che hanno cercato rifugio all'interno dei loro paesi o attraversando i confini internazionali - spiega il report - stavano sfuggendo, tra l'altro, alla persistente violenza delle bande, all'estorsione e alla persecuzione". Se le cose non sono andate persino peggio, lo si deve a "migliaia di piccoli atti di solidarietà che hanno contribuito - dice Filippo Grandi - ad alleviare il dolore dell'esilio causato dai fallimenti politici".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Il presidente Usa l'ha chiesto esplicitamente. Ma il leader russo sa che in caso opposto ci sarebbero gravi conseguenze. Se il vertice Biden-Putin ha avuto un senso, e lo ha certamente avuto nella comune volontà di dialogo tra le parti, crediamo di poter indovinare quel che è accaduto nella prigione che ospita l'uomo-simbolo dell'opposizione al Cremlino, quel Alexej Navalny che in febbraio è stato condannato a tre anni e mezzo: raddoppio della guardia, medici pronti a intervenire in caso di bisogno, assaggiatori di tutto quello che Navalny beve o mangia, un paio di ambulanze di riserva. Perché Navalny non deve morire. Putin, naturalmente, lo sapeva da tempo anche se i suoi servizi sono accusati di aver tentato di avvelenarlo. Ma una cosa è esserne consapevoli e altra è sentirselo dire in faccia da un Biden che non aveva l'aria di scherzare: "Se Navalny dovesse morire in carcere le conseguenze saranno devastanti".
E dal momento che ora tra Biden e Putin non corrono soltanto insulti ma anche mani tese sul disarmo, accordi per combattere insieme (davvero?) gli attacchi cibernetici, preparazioni per uno scambio di vere o presunte spie come ai tempi della guerra fredda, segreti interessi a frenare la poderosa ascesa della Cina, ecco allora che la "linea rossa" tracciata da Biden assume una importanza capitale per Putin. Va detto che oltre a nominare Navalny, cosa che Putin in conferenza stampa non ha mai fatto, il nuovo capo della Casa Bianca ha chiesto al collega del Cremlino un cambio di passo nei confronti di tutta l'opposizione. Ma su questo c'è poco da sperare. I gruppi che fiancheggiano le proteste di Navalny sono stati dichiarati fuorilegge e in parte sono emigrati, ogni critica ai piani alti del Palazzo può essere attribuita ad "agenti stranieri", la magistratura è pronta a castigare chi non fila diritto, e le elezioni parlamentari di settembre semmai accentueranno la svolta autoritaria. Putin sa di non poter apparire debole davanti alla sua opinione pubblica. E poi, non basta che Navalny viva?
di Anna Zafesova
La Stampa, 20 giugno 2021
I primi detenuti hanno iniziato a lavorare nei cantieri della città di Mosca". Non è una notizia d'archivio del 1937, è del giugno 2021, e viene data dal vicepremier russo Marat Husnullin, che annuncia il nuovo "esperimento". I 1.500 detenuti in questione vengono pagati (non è stato specificato se hanno la stessa retribuzione dei colleghi in libertà), ma il capo del Servizio federale dell'esecuzione delle pene - sostanzialmente l'erede dello storico Gulag, che oggi porta la sigla Fsin - Aleksandr Kalashnikov vorrebbe reintrodurre anche i lavori "forzati".
Dei 482mila detenuti russi, ha calcolato, 188mila hanno diritto a farsi convertire la pena in "lavori coercitivi", e andare a sostituire quei migranti che, causa Covid, non fanno più i muratori e gli spazzini a Mosca e in altre grandi città. I conti non tornano: per non ricorrere più al lavoro dei "gastarbeiter" - i media russi definiscono i migranti dell'ex Urss venuti a lavorare in Russia con questo termine tedesco, usato con tono sprezzante - ci vorrebbero almeno sei milioni di "forzati", un numero difficile da raggiungere, anche se la proclamazione dei seguaci di Alexey Navalny come "estremisti" aumenterà il già elevatissimo tasso di arresti e processi.
Né si capisce perché i prigionieri che hanno diritto a farsi convertire la pena in una sorta di lavori socialmente utili, debbano rimanere in prigione. Nel frattempo l'operazione ha già avuto il plauso dei vari esponenti del governo, inclusi i membri del Consiglio per i diritti umani presso il Cremlino, che hanno decantato i benefici del lavoro sul futuro reinserimento sociale dei condannati. Ma quello che più ha fatto discutere è stato il commento dell'agenzia di Stato Ria-Novosti, che ha attaccato i "fan della democrazia", che ricordavano come nel Gulag il lavoro forzato fosse obbligatorio. Il paragone con lo stalinismo è, secondo l'autrice, un pretesto "per fermare lo sviluppo della nazione", e la "gente semplice" può solo beneficiare del lavoro fisico, mentre la presenza della polizia penitenziaria nei cantieri può essere utile.
Quello che però ha fatto esplodere di rabbia i social è stata l'affermazione che i lager staliniani "non erano tutti orribili", e a raccontargli come tali è solo l'intellighenzia, per la quale finire in Siberia è stato "un contrasto spiacevole con i ristoranti di lusso". Per i poveri i lavori forzati diventavano invece un "ascensore sociale". Che il Gulag per milioni di detenuti sia stato un "ascensore" che li faceva scendere nell'abisso viene rigettato come un "mito per spaventarci".
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 20 giugno 2021
Giugno 1971: l'allora presidente Nixon indicò il consumo di stupefacenti come il nemico numero uno. Da allora, in mezzo secolo, il traffico è esploso. La guerra alla droga compie 50 anni. Mezzo secolo. Era il 17 giugno 1970 quando l'allora presidente Richard Nixon convocò la stampa alla Casa Bianca e con aria grave annunciò: "Il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America è l'abuso di droga. Da oggi lanceremo un'offensiva per spezzare i legami con i problemi creati dalle fonti di offerta". Era un messaggio chiaro. Affrontava la tragedia di migliaia di reduci dal fronte del Vietnam che tornavano a casa dipendenti dall'eroina. Giovani neanche ventenni, raccolti in ogni angolo del paese, spediti a forza nella giungla del sudest asiatico a combattere una guerra che avevano visto solo da lontano. Mesi di battaglie, scontri, imboscate, malattie. Una follia che li aveva spinti, alla fine, a farsi qualche canna di erba ma soprattutto a infilarsi nelle vene la più potente tra i brown sugar al mondo.
Il Pais dedica una ampia analisi a questo vero spartiacque che diede il via alla più lunga guerra nella storia degli Usa, poi rilanciata da Ronald Reagan ma soprattutto da sua moglie Nancy con un drammatico appello in tv. Mette a nudo le contraddizioni di una battaglia che si è concentrata soprattutto in America Latina che con i suoi confini era più minacciosa della lontana Asia.
Nulla fu come prima. Anzi. La guerra alla droga più che frenare il consumo creò le basi del traffico clandestino, sconvolse le economie dei paesi produttori, eliminò lavoro e soldi a decine di migliaia di contadini, avvitò decine di paesi in una spirale di violenza che continua adesso. Più forte di prima. "L'unica maniera reale, concreta per chiudere con l'eroina", spiegò Nixon, "è bloccare la produzione d'oppio".
Da quel momento, l'oppio iniziò a diffondersi come mai era accaduto prima. Nel 1970 i morti per overdose erano 1 ogni 100 mila abitanti. Alla fine del XX secolo il numero si era moltiplicato per sei e nel 2019 le vittime superavano le 20 ogni 100 mila. Oggi, sul mercato, ha fatto il suo ingresso il fentanyl, un concentrato molto più forte dll'eroina che sballa e uccide subito anche i più ostinati tossici. Ma è più facile da trasportare, occupa meno spazio, piace molto di più. Una trappola costruita in laboratorio e immessa sui mercati statunitensi e canadesi dalla n'drangheta, l'organizzazione criminale più potente al mondo. Due anni fa, le autorità sanitarie statunitensi lanciarono l'allarme per la strage che colpiva gli assuntori di droghe pesanti. Morivano come mosche. Si scoprì da cosa era provocata.
Fonti indipendenti convengono su un dato: l'impatto con il fentanyl giunge dopo che per mezzo secolo gli Stati Uniti hanno speso nella lotta alla droga in tutto il mondo tra 340 milioni e mille miliardi di dollari. Cosa è stato ottenuto? Poco se si pensa ai 300 milioni di assuntori che annualmente usano una droga illecita, al prezzo sul mercato che si è abbassato e alle morti per overdose che sono cresciute in modo esponenziale. Il settore degli stupefacenti ha un volume impressionante di guadagni. Nel 2009, secondo dati delle principali agenzie antinarcotici, erano di 84 miliardi. Una cifra, spiega el Pais, molto vicina al fatturato di Bill Gates. Oggi altre fonti attendibili stimano un incasso che sfiora i 350 miliardi di dollari. Eppure si sa che il 70 per cento va ai trafficanti e solo l'1,2 ai contadini che la coltivano.
Sono sempre questi a pagare il prezzo più alto del proibizionismo: tra il 1992 e il 2001 si sono persi 230 mila posti di lavoro. Sono invece cresciute le organizzazioni e i Cartelli (solo in Messico ce ne sono 37, quelli più rilevanti); paesi come Colombia e Messico si sono messi in proprio, i governi hanno versato montagne di quattrini per contrastare non tanto il traffico ma le stesse gang, con migliaia di arresti di piccoli spacciatori e consumatori, carceri sovraffollate e soprattutto decine di migliaia di vittime innocenti tra la popolazione civile.
In sette paesi dell'America Latina, tra il 1992 e il 2007, secondo il Centro Studi Droghe e Diritto, il numero di arresti è cresciuto del 100 per cento. In Messico, nel 2016, c'erano 211 mila detenuti e sei su dieci lo erano per piccoli reati legati alla droga. Ma tra il 2007 e il 2020 ci sono state solo 44 sentenze nei confronti per riciclaggio di denaro. Il Fmi stima che nel 2017 sono entrati negli Usa quasi 30 miliardi di dollari in droga. Se fossero stati frutto di transazioni legali avrebbero rappresentato l'1,3 per cento di tutte le importazioni. È la stessa somma, ricorda el Pais, che il governo italiano ha investito per affrontare la prima ondata del Covid.
Nessun paese si è salvato dall'ondata di violenza che questa guerra alla fine ha scatenato. Solo la Bolivia si è sottratta per una scelta che lo stesso presidente Evo Morales impose al paese. Decise di espellere la Dea e di controllare direttamente la produzione delle foglie di coca che lì hanno un valore ancestrale. Il risultato fu sorprendente e contrastò con la dottrina Usa della lotta alla droga. Furono chiusi i laboratori di raffinazione, si fissò la quantità di pasta base di coca da poter ricavare dalle piantagioni.
Controllo pacifico piuttosto che guerra aperta. Meno morti, meno proteste per perdite di posti di lavoro, meno terreni coltivati a foglie di coca. Perfino l'ambasciata Usa a La Paz riconobbe gli straordinari risultati: le 550 tonnellate di solfato di cocaina prodotti nel 1992, si erano ridotti a 110 nel 2017. Ma questo presuppone non tanto la legalizzazione della cocaina come lo era fino agli anni 50 del secolo scorso. Oggi non ci sono più le condizioni. Le difficoltà nel chiudere una guerra che è persa in partenza sono legate ai soldi. Quelli usati per combattere il narcotraffico e quelli incassati con il narcotraffico. Nessuno vuole rinunciare a questo tesoro.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
La nave entrò nel porto di Bari con diciottomila albanesi a bordo. Così cambiò la storia italiana delle migrazioni. Trent'anni fa, giovedì 8 agosto 1991, il mercantile Vlora, adibito al trasporto dello zucchero, entrava nel porto di Bari con diciottomila albanesi a bordo: una città. Quel giorno d'estate cambiava la storia italiana delle migrazioni. Dopo aver esportato persone per più di un secolo - trenta milioni tra il 1861 e il 1985 - iniziavamo a importarne. Non abbiamo ancora smesso.
L'immagine del Vlora è stampata nella nostra memoria collettiva. La nave grondava essere umani: stavano dappertutto, fin sui fumaioli e sulle antenne. Le autorità italiane autorizzarono l'attracco - che altro poteva fare? - ma ordinarono che il mercantile ripartisse dopo poche ore. Cosa impossibile, ovviamente, considerato il carico. Appena in porto, gli albanesi cominciarono a buttarsi in acqua. Una scena grandiosa e drammatica, che sembrava uscire dalla fantasia di Dante Alighieri. Invece accadeva in diretta televisiva, davanti a un'Italia incredula.
La data e l'episodio mi sono tornati in mente leggendo "Prima gli italiani! (sì, ma quali?)" di Francesco Filippi, storico della mentalità (così lo definisce il risvolto di copertina dell'edizione Laterza). Un saggio secco e utile, pieni di numeri e di fatti, condito di idealismo e profumato di ideologia. Un libro che costringe a ragionare. L'autore sostiene che nell'estate del 1991 l'Italia diventava, per la prima volta, l'America di qualcun altro. Gli albanesi, ipnotizzati dalla nostra spensierata televisione anni '80, erano convinti che, oltre l'orizzonte, iniziasse il paradiso. Crollata la dittatura, venivano a vedere com'era fatto.
Il mercantile Vlora dovrebbe costituire un gigantesco promemoria. E un monito. L'immigrazione non si può gestire col fatalismo del cuore (un'illusione della sinistra, da Laura Boldrini ad Alexandria Ocasio-Cortez). Ma non si può neppure rifiutare, né controllare completamente, come racconta la destra (da Donald Trump a Matteo Salvini pre-Draghi). La storia non chiede permesso: entra senza bussare. Esiste un'immigrazione inevitabile e un'immigrazione organizzabile. Quindi, cominciamo a organizzarci. E ad agire, consapevoli che qualcosa dovremo accettare. Altrimenti all'orizzonte, provenienti dall'Africa, compariranno dieci, cento, mille Vlora. E allora sarà tardi.
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 20 giugno 2021
Con un piano in 12 punti Erdogan punta sbarcare a Kabul per accrescere ancora il suo peso internazionale dopo l'impegno in Siria e in Libia. Con soldati, spie e imprenditori. Tra vecchie e nuove alleanze.
C'è un piano in 12 punti che la Turchia sta preparando per il suo sbarco in grande stile in Afghanistan dopo il ritiro delle truppe americane da Kabul. Un programma che viene discusso segretamente nelle stanze del ministero degli Esteri di Ankara, ma con la convinzione di aprire un nuovo fronte di sviluppo per la politica internazionale turca. Il piano non è ancora approntato in modo ufficiale. I suoi singoli punti fanno però parte di una strategia che gli uffici preposti del dicastero hanno affidato a una pattuglia di diplomatici che lo stanno discutendo e organizzando in modo unitario.
Proprio nelle ultime ore Recep Tayyip Erdogan ha annunciato, secondo quanto diffuso dall'agenzia di stampa semiufficiale Anadolu, che "la Turchia potrebbe prendere su di sé molte responsabilità in Afghanistan" non appena sarà terminata l'evacuazione degli Stati Uniti attualmente in corso. Non solo, ma il capo dello Stato turco ha confermato nel recente colloquio a due con il presidente americano Joe Biden che Ankara è pronta ad assumere la sicurezza dell'aeroporto di Kabul. È questo il primo capitolo della "lunga lista di impegni" che il governo di Erdogan si prepara ad affrontare in uno scacchiere non nuovo per la Turchia, ma dove ora il Paese a maggioranza musulmana vorrebbe ulteriormente espandersi. E anche questa volta, così come in Siria e in Libia, con un ruolo da assoluto protagonista. Ecco i punti del piano turco.
Difesa dell'aeroporto di Kabul - Lo scalo internazionale "Hamid Karzai" della capitale è lo snodo fondamentale di accesso all'Afghanistan, oltre che la principale via di arrivo e uscita dei diplomatici occidentali e dei funzionari delle diverse organizzazioni umanitarie presenti. Al recente summit della Nato i dirigenti dell'Alleanza atlantica hanno promesso di fornire un finanziamento transitorio per assicurare la continuità del funzionamento dell'aeroporto. E riferendosi al colloquio tra Biden e Erdogan svoltosi a Bruxelles a margine del vertice, il consigliere americano per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha detto che "il chiaro impegno dei leader è di assegnare alla Turchia un ruolo guida nel garantire la sicurezza dell'aeroporto internazionale Hamid Karzai", assicurando che il "sostegno" richiesto da Erdogan in proposito "verrebbe fornito". Washington teme infatti che al termine del suo ritiro, le milizie dei Talebani possano attaccare le missioni internazionali presenti in Afghanistan. In questo contesto la Turchia è il Paese che offre, sotto il profilo militare, le migliori garanzie di difesa.
Costruzione di una rete di difesa e cibernetica di sicurezza - Di pari passo con la garanzia di assicurare lo scalo più importante dell'Afghanistan, la Turchia ha allo studio di allargare, attraverso le sue formidabili competenze militari, la cintura di difesa ad altre aree sia della capitale che del Paese. In questa chiave lo sviluppo nel campo della cyber-sicurezza è fondamentale. Nella tecnologia elettronica e digitale i turchi dispongono di una classe di giovani ampia, molto preparata e all'avanguardia. Il programma prevede l'impiego delle generazioni più giovani anche per sopperire a una crisi occupazionale in Turchia di dimensioni preoccupanti.
Collaborazione fra Mit e servizio segreto afgano - In questa chiave è necessario un rafforzamento della collaborazione tra i servizi segreti ufficiali dei due Paesi, il Mit turco e la Direzione nazionale della sicurezza (Dns) afgana. A Kabul l'intelligence turca è operativa, con una rete capillare estesa a molte aree del Paese. Ma adesso, nell'ottica di sviluppare ulteriormente i rapporti bilaterali, i due servizi segreti dovranno collaborare ancora più strettamente con uno scambio più intenso di informazioni.
Ruolo anti-terrorismo - Il 1 marzo 2021 Kabul e Ankara hanno festeggiato insieme i 100 anni delle loro relazioni diplomatiche. Un rapporto di grande fiducia, cominciato due anni dopo l'indipendenza dell'Afghanistan (avvenuta nel 1919), quando l'ambasciata turca a Kabul fu la prima rappresentanza diplomatica a essere riconosciuta. E allo stesso modo l'Afghanistan fu il secondo Paese dopo l'Unione Sovietica a riconoscere la nuova Repubblica di Turchia fondata da Mustafa Kemal, cioè Ataturk, nel 1923. Durante la cerimonia, il ministro degli Esteri afgano Mohammed Haneef Atmar ha dichiarato che Ankara ha avuto nel Paese un ruolo fondamentale nella lotta al terrorismo. La Turchia intende proseguire questo impegno e rafforzarlo.
Rete di difesa allargata a Pakistan e Ungheria - Rafforzando il suo ruolo in Afghanistan, al contempo Erdogan vuole estendere la collaborazione che già esercita assieme ad altri Paesi e leader a lui vicini. Al termine del vertice della Nato a Bruxelles il presidente turco ha detto che la Turchia sta cercando il coinvolgimento di Pakistan e Ungheria nella nuova missione militare che Ankara sta preparando in seguito al ritiro delle truppe americane.
Ramificazione turca in ampie aree dell'Afghanistan - Erdogan vede l'Afghanistan come un nuovo serbatoio di sviluppo internazionale per la Turchia, l'ultimo scacchiere da occupare dopo quello del Mediterraneo orientale dove ormai da due anni le navi battenti bandiera rossa con la mezzaluna si sono posizionate in modo strategico. Il leader turco intende fare dell'Afghanistan la base della Turchia nell'Asia Centrale, visione sorta in modo più chiaro in seguito alla guerra vinta dall'Azerbaigian contro l'Armenia nel Nagorno-Karabakh grazie all'impiego dei droni turchi (considerati i nuovi gioielli di famiglia in quanto costruiti dall'azienda del genero di Erdogan). Non solo l'invio di soldati, quindi, ma di uomini d'affari e imprenditori, pronti ad allargare gli interessi turchi in vaste zone del Paese, ma in particolare nella fascia a nord.
Alleanza con etnie tagika e uzbeka - Ankara non può però rimanere sola, senza alleati interni, per un'impresa così complessa come quella di sostituirsi, non solo militarmente, agli Stati Uniti in Afghanistan. E dunque, oltre ai legami con il governo, la Turchia sta da tempo coltivando i rapporti con le diverse etnie nel settentrione del Paese, in vista di ricostituire quella Alleanza del Nord che all'inizio del Duemila costituiva l'argine più forte nei confronti dei Talebani. Le varie tribù del nord vedono difatti in Ankara un faro e un elemento forte per appoggiare le proprie istanze. La Turchia si porrebbe così in Afghanistan in una posizione strategica decisiva fra la Russia e la Cina.
Afghanistan nel "Consiglio turkico", la Lega turca - Tutte le strutture di questo Consiglio, una sorta di Lega turca costituita sul modello di quella araba, si trovano a Istanbul. Il Consiglio di cooperazione dei Paesi turcofoni è stato costituito abbastanza di recente, nel 2009, ne fanno parte nazioni di lingua turca come Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Turchia, e non è escluso che nel prossimo periodo possano entrare altri due Paesi turcofoni come Turkmenistan e Uzbekistan, per ora non membri ufficiali. L'offerta di Ankara all'Afghanistan rafforzerebbe ancora di più la Lega turca, ma molto soprattutto il Paese che ne rappresenta la lingua unica.
Ricostruzione edilizia di Kabul e altre città - È uno degli schemi che da sempre costituiscono la potenzialità della Turchia all'estero una volta sbarcata. Il presidente turco ha sviluppato questo modello ovunque la Turchia è oggi presente, dalla Somalia ai Balcani passando per la Libia, e persino in Europa con i finanziamenti per la costruzione di moschee. Il modello di sviluppo passa, in patria, soprattutto attraverso l'edificazione di città, complessi residenziali, centri commerciali, dighe, canali. Il progetto della Turchia in Afghanistan è anche quello di portare una classe di imprenditori edilizi pronti a ricostruire buona parte di Kabul e delle città distrutte da anni di guerra.
Trattative e accordi con i Talebani - È impensabile però attuare un programma così vasto senza un minimo di consenso, di intesa, di ricerca di collaborazione con i Talebani. La Turchia si prepara da un lato a contenere le loro eventuali capacità offensive, una volta che gli Usa si saranno ritirati completamente dal Paese. Dall'altro, attraverso una classe diplomatica molto ben sperimentata ed esperta, è pronta a istituire tavoli, ascoltare, parlare e concludere possibili accordi e intese. L'11 giugno i Talebani hanno invitato "la Turchia a ritirare tutte le proprie truppe dall'Afghanistan insieme alla Nato", come ha chiesto da Doha il portavoce del gruppo, Suhail Shaheen. Lo stesso giorno il quotidiano turco Daily Sabah, filo governativo, al rifiuto opposto dai Talebani ha commentato che la permanenza delle truppe turche in loco non dipende dal gruppo militante, ma dal sostegno offerto dalla Nato e dagli Stati Uniti. In proposito il ministro della Difesa turco, generale Hulusi Akar, ha dichiarato: "Abbiamo intenzione di restare in Afghanistan, ma ad alcune condizioni. Quali? Attraverso un supporto politico, finanziario e logistico. Se questi requisiti saranno soddisfatti, allora potremo rimanere". Washington ha subito appoggiato le parole di Ankara. Ora starà alla Turchia trovare un modus vivendi con i Talebani, impresa difficile ma non impossibile per un Paese musulmano che ha molte leve, anche di carattere commerciale e religioso, da far valere.
Addestramento delle truppe afgane - Di pari passo con la prospettiva di colloqui con i Talebani va il programma di addestramento, in atto ormai da anni, delle truppe regolari afgane. Ankara è presente a Kabul con più di 500 uomini che addestrano le forze di sicurezza locali, costituendo ora il contingente straniero più numeroso. Il programma si irrobustirà ancora, sia come impiego sul campo sia come sviluppo sia come quantità di uomini.
Contenimento dei profughi - Degli oltre 6 milioni di rifugiati afgani sparsi nel mondo, almeno 200mila si trovano in Turchia. Il governo di Kabul giudica che la responsabilità principale del fenomeno in Afghanistan sia dovuta al conflitto scatenato dal gruppo armato militante. La Turchia si impegna non solo nel sostegno agli afgani ormai transitati all'interno del proprio Paese, ma intende contenerne l'afflusso stabilizzando la regione. La Turchia oggi vede nell'Afghanistan un fronte inaspettato di sviluppo. Spiega il ministro degli Esteri Mevlut Cavusoglu: "Continuiamo a contribuire alla sicurezza dei nostri fratelli e sorelle con i nostri soldati all'interno della missione Nato fornendo addestramento e sostegno all'equipaggiamento delle forze di sicurezza afgane". Ankara sembra dunque determinata a trasformare l'Afghanistan nel "centro dei progetti di connettività della regione", sfruttando la posizione strategica "nel cuore dell'Asia" che la Turchia non intende lasciare nel vuoto dopo il ritiro degli Stati Uniti.
di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 20 giugno 2021
A Trieste, città dove è nata la riforma Basaglia e una delle poche realtà italiane in cui essa continuava a essere davvero applicata, un colpo di mano della regione Friuli-Venezia-Giulia a guida leghista, ha imposto la restaurazione dell'antico regime manicomiale. La cancellazione di fatto della psichiatria territoriale e delle politiche di integrazione culturale, sociale e lavorativa delle persone sofferenti nelle comunità in cui vivono e il ritorno alle strutture ospedaliere, luoghi di contenimento farmacologico e fisico (è tornato l'uso di legare i pazienti) votati alla sedazione/repressione delle emozioni.
Tre psichiatri del tutto aderenti alla controriforma (il cui obiettivo di fondo è la privatizzazione della cura psichica ospedaliera/ riabilitativa) hanno deciso che l'eccezione Trieste (riconosciuta dall'OMS come esempio da seguire) doveva finire. Una sconfitta della democrazia e della civiltà in cui le valutazioni scientifiche sono state letteralmente calpestate.
Siamo di fronte a un conflitto decisivo (ignorarlo o cercare di addomesticarlo sarebbe colpevole) tra il consorzio biomedico/ comportamentale, un'entità economico-politica ammantata di una ideologia pseudoscientifica e le forze vive, appassionate della cura psichica che lavorano per la sua umanizzazione.
Il consorzio è fondato sulla cosiddetta "psichiatria biologica" che identifica la complessità psicocorporea dell'essere umano, l'intero mondo dei suoi desideri, emozioni, sentimenti, pensieri, con la sua biologia.
I risultati ottenuti con le sue ricerche sono inesistenti, a scapito dei cospicui finanziamenti e dell'apparato propagandistico di cui dispone. Le sue teorie di eziogenesi della schizofrenia e della depressione, a partire dallo studio dei meccanismi d'azione dei psicofarmaci, non sono mai state confermate, anche perché si è preferito ostinatamente ignorare che in medicina tanti farmaci hanno un effetto positivo sulle implicazioni di un processo patologico senza interferire con le sue cause.
La ricerca disperata di marker biologici, di correlazioni biologiche inequivocabili con la sofferenza psichica, ha prodotto un'impressionante molle di dati che non sono serviti a nulla. Certi psichiatri sembrano bambini ritirati dalla realtà che giocano nei loro laboratori inventati, cercando la pietra filosofale. Con la presunzione, tutta adulta, di imporre la loro costruzione mentale ossessiva come lettura correttiva della vita. La grande grancassa della determinazione genetica delle psicosi (durata decenni) si è infranta sulla prova di realtà: lo studio sui gemelli omozigoti l'ha smentita.
Oggi si parla di trasmissione di una predisposizione genetica. Freud molto più accuratamente aveva parlato cent'anni fa di un estremo in cui prevalgono i fattori ambientali, di un estremo in cui prevalgono i fattori genetici e di uno spazio di mezzo in cui questi fattori si intrecciano tra di loro. Tuttavia si può ben pensare che il nucleo originario del disagio psichico destrutturante non sia né nell'ambiente, né nella genetica, ma nella loro relazione (l'epigenetica va in questa direzione). La psichiatria biomedica non ha influito granché sulla sviluppo della terapia farmacologica (che ha prodotto, ma non sempre, una riduzione degli effetti collaterali). Usa i farmaci a dosi massicce, eccessive a scopi sedativi, anestetizzanti. Produce un contenimento repressivo insieme dei sintomi e della soggettività. Si allea con il comportamentismo addestratore (una deriva del cognitivismo) per estendere la sua azione di contenzione e per provare la sua efficacia.
Il meccanismo è semplice: si addestrano le persone a comportarsi secondo schemi prestabiliti, supposti sani, e se superano la prova, sono guariti. Spesso gli addestrati, per restare veri, si oppongono (scarsa compiacenza). La controriforma biomedica della cura psichica è distruttiva. Trieste non deve restare sola.
di Enzo Risso
Il Domani, 20 giugno 2021
La società italiana esce dall'anno pandemico più polarizzata dal punto di vista sociale. I recenti numeri dell'Istat fotografano l'incremento dei poveri (più 1,7 per cento). Ma che effetti ha avuto il Covid sulla piramide sociale del nostro Paese? I segnali che giungono da questi primi sei mesi dell'anno, mostrano segnali di ripresa e ridefinizione delle mappe sociali. Cresce (più uno per cento) la quota di italiani che non riesce a sostenere le spese dentistiche, del mutuo di casa o dell'affitto, ma, al contempo, diminuisce il numero di quanti affermano di non riuscire ad affrontare spese straordinarie o inattese (-3 per cento). Dal punto di vista della piramide sociale, gli ultimi sei mesi evidenziano alcuni mutamenti significativi.
Crescono upper class e ceto medio - Per un verso, ci sono segnali di ripresa del ceto medio. Il numero di persone che si autocolloca nella middle-class è passato da poco meno del 30 per cento di ottobre 2020 a circa il 36 per cento di giugno 2021. Le riaperture, i segnali di fiducia che arrivano dalla campagna vaccinale, fanno ben sperare, soprattutto, quella quota di persone che operava nei segmenti del commercio, del turismo, dell'artigianato, rimettendo in modo il senso di dinamismo e di riconquista delle proprie posizioni sociali. La cosiddetta upper class, ovvero i benestanti, quanti hanno un reddito che li fa stare bene e permette loro di concedersi anche dei lussi, è in chiara crescita, con un incremento del 2 per cento rispetto all'autunno 2020 (oggi ruota tra il 6 e l'8 per cento della popolazione maggiorenne).
Per l'altro verso, invece, permangono i segnali di affaticamento per le tre classi sociali al di sotto del ceto medio. Il quadro, in queste realtà, non è statico e marca alcuni segnali di movimento. A mostrare alcuni piccoli segni di miglioramento è, innanzitutto, la middle class in fall, il ceto medio decaduto, ovvero le persone che un tempo erano parte integrante del ceto medio italico e che nel corso degli anni, complice la crisi economica prima e il Covid poi, hanno perso la propria stabilità e anche la posizione sociale. Circa il 3 per cento di questo segmento segnala una ripresa e una risalita verso la middle class, facendo assottigliare di un po' le fila di questo segmento sociale che resta, purtuttavia, quello maggioritario (39 per cento).
Una società sempre più polarizzata - Per gli altri due blocchi, il ceto degli operosi economicamente fragili (quelli che stabilmente non arrivano a fine mese) e la lower class italiana, il quadro non mostra segnali di miglioramento. Sommati questi due segmenti pesano circa il 17-18% per cento della popolazione. In essi ritroviamo i 5,6 milioni di persone in povertà assoluta di cui parla Istat, cui si devono sommare altri 4-5 milioni di persone che stabilmente terminano le risorse economiche familiari molto prima della fine del mese.
Il ridisegno delle classi sociali porta alla luce un Paese con un vertice piccolo e ristretto, un corpo intermedio che dà segnali di ripresa, mentre aumentano le difficoltà per chi già era nei segmenti più fragili della società. L'Italia si mostra come un Paese attraversato da fratture sociali significative, con poco più del 40 per cento che vive una condizione stabile e poco meno del 60 per cento che vive condizioni sociali ed economiche incerte, faticose, fragili o peggio, sotto la soglia di una vita decente.
Nel nostro Paese è in corso, da anni, un processo di polarizzazione sociale, con dinamiche divaricanti tra una quota benestante che sta aumentando costantemente i propri livelli di benessere e una lower class che ingrossa le proprie fila; tra un ceto medio che oscilla e dà segnali di ripresa, ma resta al di sotto del 40 per cento e una maggioranza relativa di persone che si muovono tra l'essere ceto medio in caduta (con il proprio portato di rabbia sociale e rancorosa voglia di riscatto) e l'essere parte del ceto operoso infragilito economicamente, che continua a vivere una condizione di incertezza permanente e sempre più lontana dalla possibilità di saltare su qualche ascensore sociale.
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