Il Domani, 22 giugno 2021
Medici senza frontiere ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di rinnovare la risoluzione sugli aiuti transfrontalieri per il nord-ovest del paese, in scadenza il prossimo 10 luglio. "Se dovessero interrompersi gli aiuti medici, non saremmo più in grado di curare i pazienti, e le forniture di cui disponiamo attualmente possono bastare solo per altri tre mesi". Così Abdulrahman M. (la sua identità non è stata resa nota per motivi di sicurezza), coordinatore del progetto di Medici senza frontiere in Siria, sulla tragica situazione rispetto agli aiuti umanitari nel paese.
La richiesta avanzata da Msf al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è di rinnovare la risoluzione 2533 sugli aiuti transfrontalieri per il nord-ovest della Siria, in scadenza il prossimo 10 luglio. Il mancato rinnovo della risoluzione, infatti, lascerebbe quattro milioni di persone senza aiuti umanitari e cure mediche.
I valichi transfrontalieri, negli ultimi anni sono stati tutti chiusi. L'unico a essere ancora funzionante è quello di Bab al-Hawa. Chiuderlo, significherebbe privare delle forniture necessarie ospedali e strutture sanitarie, condannandoli all'incapacità di gestire un possibile aumento di contagi da Covid-19 e portare avanti la campagna vaccinale, così come la fornitura di dispositivi di protezione individuale, bombole di ossigeno, respiratori e farmaci essenziali. Vorrebbe dire, dunque, aumentare le sofferenze causate dalla chiusura del valico di frontiera di al-Yarubiyah, che ha impedito nei mesi scorsi e in piena pandemia l'arrivo di aiuti dall'Iraq.
I valichi autorizzati - Da luglio 2014 fino all'inizio del 2020, la risoluzione 2533 ha autorizzato quattro valichi di frontiera per la fornitura di aiuti umanitari in Siria e ogni anno il testo è stato rivisto e rinnovato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per mantenere il flusso di aiuti nelle aree fuori dal controllo del governo siriano. Nel 2019 e nel 2020, Russia e Cina hanno posto il veto al rinnovo della risoluzione, rimuovendo Bab al-Salama, Al-Yarubiyah e Al-Ramtha dall'elenco dei valichi umanitari approvati. Di conseguenza, solo Bab al-Hawa resta nell'attuale risoluzione come punto di passaggio ufficiale per la Siria. Ma il 10 luglio 2021, anche questa strada di accesso potrebbe essere chiusa. "Dopo 10 anni di guerra, il rinnovo della risoluzione del Consiglio di sicurezza è più cruciale che mai. Da esso dipende la vita di milioni di persone, soprattutto donne e bambini", spiega Faisal Omar, medico e capomissione dell'organizzazione internazionale in Siria.
Dati preoccupanti - Le sanzioni in corso nei confronti del paese, oltre all'aggravarsi della crisi economica e alla svalutazione monetaria nel 2021, hanno notevolmente peggiorato le condizioni di vita della popolazione in tutte le aree. Secondo le agenzie delle Nazioni unite, i prezzi dei prodotti inseriti nel paniere alimentare sono aumentati di oltre il 220 per cento, mentre l'80 per cento della popolazione rimane al di sotto della soglia di povertà e il 90 per cento dei bambini dipende dagli aiuti umanitari. "Il valico di frontiera di Bab al-Hawa è attualmente l'unica via di sopravvivenza per il governatorato di Idlib, nel nord-ovest della Siria. Se si bloccheranno anche i rifornimenti di cibo e acqua potabile, malattie ed epidemie colpiranno la popolazione locale e gli sfollati interni, alcuni costretti alla fuga in più di 14 occasioni e oggi dipendenti completamente dagli aiuti umanitari", precisa Abdulrahman M.
Attualmente, Msf supporta 8 ospedali nel nord-ovest della Siria, tra cui un'unità per il trattamento delle ustioni, 12 centri che forniscono cure primarie, un sistema di 5 ambulanze dedicate per il trasferimento dei pazienti e 14 cliniche mobili in azione in oltre 80 campi per sfollati. L'organizzazione umanitaria conduce inoltre attività di promozione dell'igiene e dell'uso dell'acqua in quasi 90 campi della zona. Msf ha guidato alcune strutture sanitarie nella risposta all'epidemia di Covid-19, a seguito di un aumento dei casi. Nel 2020 sono stati aperti nel nord della Siria 6 centri di isolamento e trattamento per pazienti affetti da Covid-19 e sono stati forniti test diagnostici rapidi grazie alle cliniche mobili. Se il valico dovesse essere chiuso, dunque, la situazione di milioni di persone potrebbe precipitare definitivamente, senza avere alcun margine di speranza.
di Federico Rampini
La Repubblica, 22 giugno 2021
Oggi le primarie democratiche. In testa un ex poliziotto. Ma rimonta la candidata di Black Lives Matter. Cercasi uno sceriffo alla Rudy Giuliani per fermare il crimine a New York. Oppure il suo esatto contrario? Oggi si tengono le primarie democratiche che di fatto eleggono il successore del sindaco uscente Bill de Blasio. Nella Grande Mela i repubblicani sono così minoritari, che chi vince la corsa tra i dem ha la quasi certezza di diventare primo cittadino nel voto finale a novembre. L'escalation di violenza in città continua, la polizia è stata in parte "disarmata" da de Blasio e per reazione fa una sorta di sciopero bianco, gli omicidi continuano a crescere.
È la ragione per cui in testa ai sondaggi figura uno sceriffo vero. È l'afroamericano Eric Adams, per 22 anni ufficiale di polizia. Molti altri candidati però continuano a sostenere la linea Black Lives Matter: non ci vuole un sindaco "legge e ordine" bensì più spese sociali nei quartieri poveri.
L'aumento della criminalità ha dominato le ultime settimane della campagna elettorale, per ovvii motivi: le sparatorie sono aumentate del 64% dall'inizio dell'anno, gli omicidi del 13%. Fa scalpore il degrado di Washington Square, la piazza con giardino pubblico vicino alla New York University, un tempo luogo bohémien affollato di studenti, e un'icona newyorchese dai tempi del film "A piedi nudi nel parco". Da qualche mese non passa sera senza che Washington Square sia teatro di qualche aggressione, al pubblico tradizionale si è mescolato un esercito di spacciatori, piccola delinquenza.
A Central Park sono apparse bande di motociclisti in flagrante violazione della zona pedonale. Il peggio però accade lontano da Manhattan, nel Bronx e Queens dove i regolamenti di conti fra le gang sono in un crescendo. Per il moderato Adams è evidente che New York sta pagando gli errori di de Blasio, sindaco che era in ostaggio alla sinistra radicale. Dopo l'uccisione di George Floyd a Minneapolis, nel maggio scorso il movimento Black Lives Matter ha lanciato i suoi slogan radicali: "de-fund the police", tagliamo fondi alle forze dell'ordine. I sindaci di sinistra come de Blasio lo hanno fatto davvero, anche se oggi i tagli al budget del New York Police Department sono stati silenziosamente cancellati. Troppo tardi. Se si aggiunge che la polizia newyorchese è stata messa sotto inchiesta per le perquisizioni che prendevano di mira più spesso i ragazzi afroamericani o ispanici, si arriva allo "sciopero bianco": de-legittimati, gli agenti si vedono sempre meno nelle strade, sempre più spesso chiusi in auto a guardare i telefonini.
Lo spettro è quello di una discesa agli inferi, un ritorno di New York all'incubo degli anni Settanta, quando interi quartieri erano off-limits per le forze dell'ordine, e pericolosi per tutti. Adams è il personaggio ideale per riprendere in mano la città: essendo afroamericano, nessuno può accusarlo di razzismo se i suoi agenti tornano a metodi duri per riprendere il controllo del territorio. Del resto, nell'escalation della violenza attuale chi subisce più spesso sono proprio gli abitanti dei quartieri poveri, quindi Black e ispanici. A contendere ad Adams il voto moderato ci sono Andrew Yang, imprenditore che fece una breve apparizione nella gara per la nomination democratica alla Casa Bianca; e una collaboratrice di de Blasio, Kathryn Garcia. I due si sono coalizzati per cercare di scalzare Adams dal suo primato nei sondaggi.
Ma la sinistra radicale non vuole darsi per sconfitta. Negli ultimi giorni c'è stata una rimonta della candidata più estrema, l'afroamericana Maria Wiley, 57 anni, anche lei un'ex della squadra di de Blasio. La Wiley ha avuto un endorsement che conta a New York: quello della giovane deputata locale Alexandria Ocasio-Cortez, la figura più popolare della nuova sinistra radicale. Il loro mantra è quello di Black Lives Matter: la criminalità si cura affrontando il disagio sociale, cresciuto a dismisura in questa metropoli che è stata l'epicentro del Covid in America: 33.000 morti.
L'escalation della violenza in città non è certo l'unico tema a motivare il voto di oggi. La situazione economica viene subito dopo, e i due sono collegati. In un'America che sta vivendo una turbo-ripresa economica, un vero e proprio boom, proprio New York è rimasta un po' indietro. I segni della ripresa ci sono anche qui - i ristoranti strapieni, il traffico impazzito, gli aeroporti al collasso - ma non bastano.
Mentre nel resto degli Stati Uniti si sono già recuperati i due terzi dei posti di lavoro persi nella recessione dell'anno scorso, New York ne ha ritrovati solo la metà. La Grande Mela dipende troppo da settori come turismo e spettacolo, che ancora non hanno ritrovato i livelli di due anni fa. I moderati alla Adams hanno buon gioco a dire che se non torna a regnare l'ordine pubblico, molti decideranno di costruirsi il futuro altrove, e troppi negozi o piccole imprese lasceranno le saracinesche abbassate per sempre.
di Sara Creta
Il Domani, 22 giugno 2021
Dai documenti finora inediti dell'UE emerge il ruolo di EUbam, la missione dell'Unione europea di assistenza e gestione integrata delle frontiere in Libia. Ristrutturare le agenzie libiche, integrare le milizie locali e rafforzare le capacità tecniche. Una partita guidata dalla missione di assistenza alle frontiere dell'Ue in Libia (EUbam), con uomini e mezzi dedicati a creare una struttura centralizzata nazionale per la sicurezza e la gestione delle frontiere libiche. Inizia da qui l'ultima tappa della strategia europea per chiudere la rotta del Mediterraneo. Una strategia - per ora sulla carta - preparata dalla missione di assistenza alle frontiere dell'Ue in Libia (EUbam).
In un documento interno dell'Ue ottenuto da Domani si delinea la strategia per stabilire un'autorità nazionale per la sicurezza e la gestione delle frontiere e addestrare gli uomini dei corpi navali, di polizia interna e di frontiera, l'aviazione e i funzionari doganali adibiti ai controlli passaporti e merci. Sullo sfondo: l'incoerente e frammentata realtà Libica. "Circa 49.000 funzionari sono a libro paga delle agenzie di frontiera libiche; personale non qualificato che ostacola la gestione delle operazioni quotidiane", si legge nel documento ottenuto da Domani.
Bruxelles vuole creare un apparato di sicurezza nazionale per il controllo delle frontiere di terra, mare e aria, ma gli apparati statali libici sono in competizione per il potere. In Libia, le Istituzioni rimangono deboli o inesistenti, l'architettura di sicurezza frammentata, milizie e gruppi armati solo formalmente integrate all'interno dei ministeri dell'Interno o della Difesa. "Difficile individuare le strutture dello stato... limitate possibilità di accesso a Tripoli e la situazione di sicurezza impediscono alla missione di completare la raccolta di informazioni necessarie", scrivono gli ufficiali europei a Bruxelles. Ma per l'Europa l'obiettivo è offrire consulenza e strumenti - tramite l'assistenza materiale, tecnica e politica alle autorità libiche - per intercettare migranti e rifugiati nel Mediterraneo centrale. Il risultato però è che i libici li riportano nei centri di detenzione.
Sono passati 17 anni da quando l'Europa ha iniziato a parlare di addestrare e coordinare i libici. Novembre 2004, un team di 14 esperti della commissione europea e di Europol, arriva per la prima volta in Libia. Nella relazione tecnica della Commissione europea del 2004 i dettagli, le foto, la strategia. Nel toolkit per bloccare i migranti, l'Italia è a capofila in un piano iniziato nel settembre 2002. Una lista dettagliata condivisa con l'Ue include uno stanziamento "speciale" per la costruzione di centri di detenzione nel sud del paese, a Kufra e Sebha. Ma anche fuoristrada Mitsubishi, autobus Iveco, materassi, lettini metallici, tende da campo e binocoli per la visione diurna forniti da Roma. E il finanziamento di un programma di voli charter per il rimpatrio dalla Libia verso i paesi di origine. In quegli anni la Libia inaugura arresti e deportazioni.
Il ruolo di Eubam - Nel 2013 l'Europa invia un contingente di esperti per creare una "strategia di gestione delle frontiere". Istituita il 22 maggio del 2013, la missione non sembra essere in grado di raggiungere i risultati sperati. Un'operazione di 30 milioni di euro all'anno, "per creare contatti e influenza, e redigere rapporti per le strutture dell'Ue", racconta un ex-capo della sicurezza dell'Agenzia europea per la difesa. Proprio per ragioni di sicurezza, la missione è costretta a ridurre il personale internazionale (solo tre funzionari, di cui uno italiano) e lasciare Tripoli per operare dalla Tunisia, racconta un funzionario di Bruxelles. Alla guida di EUbam fino allo scorso settembre, l'italiano Vincenzo Tagliaferri, classe 1963, alto funzionario di polizia.
A Tripoli è considerato l'uomo della collaborazione Italia-Libia. Tagliaferri propone un piano di riforma del settore della sicurezza, e attività di assistenza nella gestione delle frontiere, forze dell'ordine e giustizia penale. Ma la formazione e la consulenza strategica non sembrano funzionare: "i progressi rimangono limitati in assenza di una soluzione politica, la fine del conflitto militare e un ritorno alla stabilità", si legge su un documento di 21 pagine, etichettato come "EU limited".
E i diritti umani? "Manca un approccio sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani", scrive il Consiglio dei diritti umani dell'Onu in un commento interno al documento strategico di EUbam del piano di gestione delle frontiere. Ma la missione ribadisce: "L'intero processo è stato costantemente guidato da principi in materia di diritti umani e consigliato da esperti". La strategia dell'Ue per controllare i confini prevede inoltre un sistema di riconoscimento biometrico e d'analisi dei dati sulla migrazione (Midas. Grazie a un accordo firmato con l'Organizzazione Internazionale per la Migrazione (Iom), scanner per le impronte digitali e telecamere per il riconoscimento facciale verranno installati in sette posti di frontiera, a partire dagli aeroporti di Mitiga e Misurata. L'Iom ha previsto inoltre di ristrutturare il posto di frontiera di Ra's Ajdir alla frontiera con la Tunisia. "Non è chiaro quali siano le tutele che verranno applicate per garantire la protezione dei dati personali e la privacy", conclude un funzionario delle Nazioni unite a Ginevra. Nonostante nella strategia di EUbam compaia un ufficio legale per il rispetto dei diritti umani, il suo ruolo non sarà indipendente. Non è chiaro quali siano i meccanismi previsti per garantire l'accesso alla giustizia per i migranti e i rifugiati i cui diritti possono essere colpiti dalla cooperazione dell'Ue con i paesi terzi. A maggio il parlamento europeo aveva criticato la Commissione europea e alcuni paesi dell'Ue nel quadro della politica esterna di asilo e migrazione Ue. Per Tineke Strik, eurodeputata olandese dei Verdi e membro della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) "serve un migliore monitoraggio, una maggiore trasparenza sull'uso dei fondi Ue e un maggiore controllo democratico da parte del parlamento europeo".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 22 giugno 2021
Draghi a Berlino in vista del vertice di giovedì. Ma sui ricollocamenti ancora nulla di fatto. Su una cosa, più di altro, Mario Draghi e Angela Merkel si sono trovati d'accordo nell'incontro che hanno avuto ieri a Berlino: la necessità di arrivare a un modello di gestione dei migranti che coinvolga di più i Paesi di origine e transito e pesi sempre meno sull'Europa. Quella che i due leader europei hanno definito "la dimensione esterna della migrazione", eufemismo che delinea sempre più la strategia con cui l'Unione europea punta a bloccare i flussi di coloro che attraversano il Mediterraneo.
Non a caso ieri proprio Draghi ha confermato la volontà del governo italiano di riproporre quello che è considerato il modello scuola, quell'accordo con la Turchia di cui nel 2016 fu artefice proprio la cancelliera tedesca e che, oggi, il premier italiano - dimenticato quel "dittatore" con cui solo tre mesi fa etichettò il presidente Erdogan - ripropone facendolo proprio, quasi come un passaggio di testimone tra i due nel ruolo di leader dell'Unione europea. "L'Italia è favorevole a rinnovare l'accordo con la Turchia sulle migrazioni", conferma il premier al termine del vertice tedesco. E dopo la Turchia, lo stesso accordo - soldi in cambio di frontiere serrate - si intende proporre anche ad altri, a partire da Libia, Tunisia e Marocco.
I soldi ci sono, e non sono pochi: otto miliardi di euro, pari a circa un decimo dei 79,5 miliardi che la Commissione europea ha destinato per la gestione delle partnership con i Paesi terzi. Di questi è plausibile che almeno sei - stessa cifra stabilita cinque anni fa - saranno destinati ad Ankara, ma l'impegno finanziario è destinato ad ampliarsi. Draghi lo dice chiaramente, indicando la direzione lungo la quale dovrà muoversi Bruxelles: serve, spiega, "una maggiore presenza dell'Ue in Nord Africa, non solo in Libia e Tunisia, ma anche nel Sahel, in Mali, Etiopia ed Eritrea. Occorre che l'Ue sia economicamente più sentita".
Quanto questo sia vero lo si capirà presto, a partire già da domani quando, sempre a Berlino, si terrà la seconda conferenza internazionale sulla Libia. Anche su questo punto Merkel e Draghi stanno bene attenti a sottolineare una convergenza di vedute: "Sulla Libia sosteniamo il processo di Berlino, che dovrebbe vedere un maggiore impegno dell'Ue, non solo dei singoli Paesi, in quell'area" afferma Draghi, ricevendo in cambio i ringraziamenti della Merkel per il lavoro svolto dall'Italia "per una soluzione politica in Libia".
Tutto bene dunque? No. I risultati raggiunti ieri saranno al centro del Consiglio europeo di giovedì e venerdì prossimo voluto da Draghi proprio per discutere di immigrazione, ma saranno anche l'unico punto in comune tra i 27 leader. Sul resto, infatti, le distanze restano abissali a partire proprio dalla questione che più sta a cuore al premier come i ricollocamenti di quanti arrivano non solo in Italia, ma anche in Spagna, Grecia, Malta e Cipro, i Paesi che si affacciamo sul Mediterraneo e che sono quelli maggiorente investiti dal fenomeno migratorio. Punto sul quale gli altri Stati invece non vogliono neanche aprire la discussione. Germania compresa, tanto più in vista delle elezioni. Al punto che Draghi è costretto ad ammettere che sui ricollocamenti "si sta discutendo, i negoziati prenderanno del tempo". E la cancelliera tedesca non perde l'occasione per rimarcare come Italia e Germania abbiamo priorità diverse. "L'Italia è una Paese di arrivo, noi invece siamo colpiti da movimenti secondari", spiega la cancelliera facendo riferimento ai cosiddetti dublinanti, i migranti che dopo essere sbarcati da noi si sono mossi verso il Nord Europa. E che adesso Berlino, ma anche Parigi, insistono perché l'Italia li riprenda.
di Alessandro Oppes
La Repubblica, 22 giugno 2021
"È il momento della riconciliazione". Condannati due anni fa a pene fino a 13 anni per il referendum illegale del 2017, torneranno presto in libertà. Il presidente regionale Aragonès: "Un passo insufficiente e incompleto, ma facilita il dialogo". Un passo verso la riconciliazione tra Madrid e Barcellona, dopo una lunghissima fase di gelo. A quasi quattro anni dall'ondata di arresti seguiti al referendum illegale, a due dalle pesanti condanne inflitte dal Tribunale Supremo spagnolo, i 9 leader politici catalani in cella saranno presto rimessi in libertà grazie all'indulto che verrà formalizzato domani dal Consiglio dei ministri. Per annunciarlo, il presidente Pedro Sánchez è andato a Barcellona, dove ha tenuto una conferenza al Gran Teatre del Liceu, scenario tra i più emblematici della capitale catalana.
Occasione per spiegare le ragioni di una scelta difficile, destinata con ogni probabilità ad avere conseguenze anche dal punto di vista della politica nazionale, sulla popolarità stessa dell'esecutivo. Per questo Sánchez ha voluto subito precisare che il governo non intende mettere in discussione le decisioni giudiziarie prese dall'Alta Corte - che ha inflitto ai dirigenti indipendentisti condanne fino a 13 anni per sedizione e malversazione - ma che intende solo creare un nuovo quadro politico in cui sia possibile ricostruire un rapporto tra la Catalogna e la Spagna. Mettere da parte il passato e guardare al futuro, favorire la convivenza.
Una linea che trova d'accordo, secondo i sondaggi, almeno tre quarti dei cittadini catalani, quindi anche una parte consistente di coloro che non sono indipendentisti. Sostegno all'indulto è stato espresso anche dai vescovi catalani e dagli imprenditori (tanto dalla Ceoe, la Confindustria spagnola, come da Foment del Treball, l'organizzazione imprenditoriale regionale), preoccupati dalle conseguenze che la rottura istituzionale del 2017, con il referendum del 1° ottobre e il conseguente commissariamento della Generalitat, il governo locale, ebbe sull'economia. Per la ricostruzione post-Covid, è fondamentale che non ci sia più una situazione insostenibile di tensioni politiche e sociali.
Le tensioni, in realtà, esistono ancora, e lo si è visto proprio con la contestazione inscenata da alcuni gruppi indipendentisti davanti al Liceu contro Sánchez. Respingono l'indulto, pretendono l'amnistia e l'autodeterminazione. Un segnale della divisione che si acutizza all'interno del movimento indipendentista, la frattura ormai evidente tra i repubblicani di Oriol Junqueras e il partito Junts per Catalunya di Carles Puigdemont. Per la prima volta oggi si è sentito in piazza lo slogan "Junqueras, non ci rappresenti", mentre gli stessi manifestanti scandivano "Puigdemont, il nostro presidente". Junqueras è il politico che ha subito la condanna più pesante al processo di due anni fa: 13 anni di carcere.
E ora che sta per recuperare la libertà (anche se, come per gli altri condannati, non verrà cancellata l'interdizione dai pubblici uffici) finisce nel mirino delle frange più duro del separatismo perché considerato troppo moderato. La sua ultima "colpa", quella di aver inviato nei giorni scorsi una lettera ai giornali in cui fa autocritica, difende il negoziato con lo Stato, appoggia un referendum concordato con il governo centrale, rifiuta la via unilaterale nell'affrontare la questione indipendentista. Una lettera che ha contribuito ad accelerare la scelta di Sánchez per l'indulto, ma che non va giù al fronte separatista che fa capo a Puigdemont.
I due partiti indipendentisti, cento giorni dopo le elezioni regionali di febbraio, hanno finalmente formato il nuovo governo della Generalitat. Ma con rapporti di forza invertiti rispetto a quanto avvenuto finora: per la prima volta, è il partito di Junqueras, Esquerra Republicana, ad avere la guida del governo, con Pere Aragonès. Che oggi non si è presentato al Liceu a sentire il premier (non era presente nessuno dei componenti dell'esecutivo catalano) e che ha definito l'indulto "un passo insufficiente e incompleto, ma che facilita il dialogo".
Esquerra è uno dei partiti che, a Madrid, sostengono la maggioranza Psoe-Podemos guidata da Sánchez. Nonostante i distinguo, il decreto di indulto servirà comunque per consolidare l'alleanza e garantire alla coalizione di sinistra una maggioranza parlamentare ampia. Sul fronte delle opposizioni si annuncia invece una dura battaglia contro i socialisti "traditori" dell'unità nazionale, accusati aver svenduto la Spagna agli indipendentisti catalani. Una settimana fa sono scesi in piazza insieme i rappresentati di Vox, Partito Popolare e Ciudadanos, ma è la formazione di estrema destra di Santiago Abascal quella che spera di ottenere il maggior reddito politico da questa offensiva.
Per la verità, le destre in piazza non sono riuscite a mobilitare grandi folle, a differenza di quanto era accaduto con altre iniziative convocate negli anni scorsi. E anche la raccolta di firme contro l'indulto è stata un mezzo fiasco. Ciò che più teme Sánchez, in realtà, sono i malumori che la svolta può creare in una parte dell'elettorato socialista, in particolare in alcune regioni dove è più forte il sentimento anti-nazionalista. Ma la speranza del premier - a due anni dalle prossime elezioni politiche - è che i grandi progetti di ricostruzione post-pandemia, da realizzare con l'imponente flusso di finanziamenti in arrivo dall'Ue, possano ridare respiro al governo.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 22 giugno 2021
L'offensiva di Daniel Ortega contro ogni forma di dissenso non è passata sotto silenzio. Anzi. La ridda di arresti, incursioni dentro casa, per strada, davanti alle scuole o agli studi medici dove i "nemici" andavano a prendere i figli o avevano una visita di controllo, ha avuto una forte eco internazionale. Anche perché l'opera di pulizia da parte del presidente ha coinvolto vecchi amici e compagni di guerriglia, uomini e donne che hanno fatto parte del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale e hanno avuto un ruolo decisivo nella sconfitta del dittatore Anastasio Somoza. Le strade poi si sono divise e molti, tra gli ex combattenti, non hanno risparmiato le loro critiche all'ex compagno d'armi che il tempo, e il potere, hanno trasformato in un satrapo.
Più volte, tra la fine di maggio e metà giugno, molti esponenti raccolti attorno alla formazione di centrosinistra Unamos hanno lanciato sui social messaggi in cui annunciavano il loro probabile arresto. Chi ha fatto in tempo ha registrato un video sul cellulare e poi lo ha postato su Facebook o Twitter. È accaduto due domeniche fa a Suyen Barahona, anche lei figura di spicco della dissidenza nicaraguense. "Se state vedendo questo video", dice, "è perché la polizia mi ha sequestrato e ha circondato la mia casa come ha fatto con altri leader sociali, politici, avvocati e con gli oltre 120 prigionieri e prigioniere politici".
L'arresto più eclatante è stato quello di Cristiana Chamorro, 62 anni. Il 2 giugno decine di agenti della polizia hanno fatto irruzione nella sua casa poco prima che iniziasse una conferenza stampa in cui denunciava di essere stata esclusa dalle prossime elezioni presidenziali. Figlia di Violeta Barrios de Chamorro, che guidò il Paese tra il 1990 e 1997, dopo aver sconfitto Ortega, e del giornalista Pedro Joaquín Chamorro, assassinato dagli sgherri di Somoza. Era l'avversaria più temibile e con maggiori possibilità di successo per Daniel Ortega deciso a vincere anche le elezioni del 7 novembre per il suo terzo mandato consecutivo. Una storia comune a molti leader di sinistra, o presunti tali, che faticano ad accettare una sfida democratica gridando al complotto o al tradimento. È confinata in casa. Agli arresti.
Daniel Ortega ha timore di perdere. Ha forzato la mano alla Costituzione che vietava la sua ennesima ricandidatura facendo approvare dal Parlamento che controlla una norma di modifica costituzionale; ha represso con durezza le proteste di piazza che avevano visto la partecipazione di decine di migliaia di cittadini; ha provocato la morte di 300 manifestanti e 1200 feriti gravi; ha messo in galera oltre 600 giovani studenti, giornalisti, docenti, industriali, banchieri. Ha rotto con la Chiesa per le critiche che aveva rivolto dopo le stragi commesse durante le continue manifestazioni. Ha fatto aggredire a bastonate le mamme dei ragazzi arrestati, anche loro scese in piazza per sapere dove fossero finiti i loro figli. Oltre 180 mila nicaraguensi sono fuggiti nel vicino Costa Rica per sottrarsi alla repressione. Adesso, l'ennesimo giro di vite per fare piazza pulita dei potenziali avversari.
Gli arresti più sconcertanti riguardano tre elementi di spicco della guerriglia contro la dittatura di Somoza. Due uomini e una donna che sono vere icone della lotta di liberazione diventati fastidiosi nemici perché critici sulla deriva assunta dal loro compagno di battaglie. Ha protestato l'Organizzazione degli Stati Americani, c'è stata una risoluzione di condanna da parte del Parlamento Europeo, l'Onu ha reagito esprimendo tutta la sua preoccupazione. Ma è servito a poco.
Human Rights Watch ha elaborato un dossier nel quale aggiorna a 124 il numero di persone ancora in carcere. Alcune da oltre un anno. Sono stati contattati 53 attivisti che hanno fornito foto e testimonianze sugli arresti arbitrari. Valeska Sandoval, 22 anni, studentessa universitaria, ha raccontato di essere stata prelevata a forza da una strada e portata nel carcere di El Chipote. "Due poliziotti mi hanno appeso a una corda con le mani legate sopra la testa. Sono stata picchiata, colpita in faccia e sul corpo, sullo stomaco con sbarre di ferro. Poi, per venti minuti, mi hanno tenuta la faccia dentro e fuori da una tinozza con dell'acqua lasciandomi tramortita. Infine, prima di rilasciarmi mi hanno minacciato: "La prossima volta che ti vediamo, ti uccidiamo".
Il 9 giugno scorso un portavoce Onu ha detto che il segretario generale Antonio Guterres "era profondamente scosso dai recenti arresti e dalla inammissibilità alle prossime elezioni di molti leader dell'opposizione". Hrw chiede un passo in più alle Nazioni Unite. "In difesa dei diritti umani", afferma il direttore per l'America Latina, José Miguel Vivanco, "il segretario generale deve invocare l'articolo 99 e convocare il Consiglio di Sicurezza per adottare una risoluzione che impegni Ortega a rispettare libere elezioni e a rilasciare i candidati dell'opposizione". Sono intervenuti anche gli Usa con sanzioni che colpiscono i vertici del regime. L'ultima mossa diplomatica è quella annunciata ieri da Messico e Argentina, che hanno deciso di richiamare gli ambasciatori per consultazioni. Una decisione, spiegano i due governi in un comunicato congiunto, presa "per le preoccupanti iniziative politico-legali del governo nicaraguense che hanno messo in pericolo l'integrità e la libertà di diverse figure dell'opposizione".
Ma Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo si sono limitati a fermare la macchina repressiva. Dalla loro hanno una legge, la 1055, approvata dall'Assemblea nazionale. Definisce "traditori della Patria" chiunque muova critiche al governo. Consente di escludere da incarichi pubblici presenti e futuri chiunque la infranga. Sono accusati di "incitare all'ingerenza straniera nelle faccende interne, di chiedere interventi militari, sono sostenuti da finanziamento di potenze estere". Basta un viaggio e un breve soggiorno negli Usa e sei pronto per il carcere.
di Diodato Pirone
Il Messaggero, 21 giugno 2021
Marta Cartabia ieri ha scosso la magistratura. La ministra della Giustizia, ed ex presidente della Corte Costituzionale, a poche ore dalle polemiche durissime sui referendum sulla giustizia fra l'Associazione Nazionale Magistrati che ha preannunciato una "ferma reazione" e il leader della Lega Matteo Salvini che li ha difesi a spada tratta, ha fatto ricorso a frasi durissime ed inequivocabili per sottolineare non solo la necessità di una riforma profonda della Giustizia ma soprattutto di un salto di qualità morale dell'intera categoria. Da Taormina, dove era ospite dio di Benedetta Tobagi nell'ambito di TaoBuk 2021, la ministra è stata protagonista di un intervento di ampio respiro andato dall'estradizione dei terroristi da parte della Francia alla crisi della magistratura.
di Dario Pasquini*
Ristretti Orizzonti, 21 giugno 2021
Questa mattina il Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha presentato alla Camera dei Deputati la Relazione al Parlamento 2021.
Nel suo intervento, il Presidente Mauro Palma ha riassunto i punti principali delle più di 400 pagine della Relazione consegnata ai Presidenti delle Camere, affrontando i diversi ambiti di intervento del Garante nazionale: dalla detenzione penale a quella amministrativa delle persone migranti, dalla privazione della libertà in ambito sanitario alla custodia nei luoghi delle Forze di Polizia, fino ad arrivare alla possibile perdita di autodeterminazione di persone anziane o disabili ospiti in residenze sanitarie assistenziali.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 21 giugno 2021
Il Garante delle libertà personali: il virus fa esplodere problemi latenti. Due i nodi: il sovraffollamento delle carceri e l'isolamento degli anziani. È stato un anno di speciale sofferenza, questo 2020 segnato dalla pandemia. Specie per chi a vario titolo è privato della propria libertà.
di Liana Milella
La Repubblica, 21 giugno 2021
L'ex procuratore di Milano ed ex presidente dell'Anm di Salvini dice: "È spesso in conflitto con i principi acquisiti in Europa". Il referendum sulla separazione delle carriere? "Solo propaganda, la Consulta lo boccerà". "Insensato" il quesito sulla custodia cautelare. La responsabilità civile? "Renderà il giudice più timoroso di fronte ai casi difficili"
Lei, Edmondo Bruti Liberati, è stato procuratore di Milano, ma anche leader dell'Anm negli anni caldi dello scontro con Berlusconi. Nonché figura di spicco di Magistratura democratica. L'ultimo protagonista ad aver organizzato uno sciopero per garantire l'autonomia delle toghe. Cosa vede adesso? L'Anm, con Giuseppe Santalucia, interviene sui referendum radical-leghisti e subito Matteo Salvini insorge e lo invita al silenzio, mentre il segretario radicale Maurizio Turco chiama addirittura in aiuto Mattarella. Che sta succedendo?
"L'Anm ha criticato il metodo e il contenuto dei quesiti referendari preannunciando più articolate osservazioni critiche. È esattamente ciò che prevede il parere del 2020 che porta il numero 23 del Consiglio consultivo dei giudici europei a proposito del "ruolo delle associazioni dei magistrati a sostegno dell'indipendenza della giustizia". Ciò non è tollerato in paesi come Polonia e Ungheria che hanno pesantemente cercato di limitare l'intervento delle associazioni di magistrati. Non stupiscono, dunque, le reazioni dell'onorevole Salvini, che con i principi acquisiti in Europa ha spesso un rapporto piuttosto conflittuale".
Santalucia fa un'osservazione scontata. Mentre la Guardasigilli Marta Cartabia lavora alle riforme, un partito della stessa maggioranza come la Lega si allea con i Radicali per promuovere sei referendum che chiaramente terremotano le riforme stesse. E Santalucia osserva che se il governo lavora, il referendum è un controsenso. Non è così?
"Le commissioni istituite dalla ministra Cartabia hanno prodotto molte proposte che formeranno oggetto di emendamenti. È impensabile che il lavoro del Parlamento si fermi in attesa dei referendum. I progetti di legge saranno discussi nella commissione Giustizia e poi in aula; sulle singole questioni si aprirà un confronto nelle Camere, ma anche nell'opinione pubblica, e in particolare tra i giuristi. Non mancherà certo il contributo, adesivo o critico sulle singole questioni, sia dell'Anm, sia dei singoli magistrati".
Il costituzionalista Cassese oggi dice una cosa scontata, che il referendum è ammissibile. Decideranno Cassazione e Consulta se i sei quesiti proposti lo sono, ma l'Anm e le toghe hanno il diritto di esprimere una "ferma reazione" contro questa iniziativa?
"Il referendum, strumento di partecipazione previsto dalla Costituzione, nella sua attuazione pratica ha avuto momenti positivi, e altri meno. Abbiamo avuto quesiti dichiarati inammissibili dalla Corte Costituzionale, altri dichiarati ammissibili hanno trovato ben poco interesse tra i cittadini chiamati ad esprimersi, tanto che non è stato raggiunto il quorum".
Non avverte un vento antidemocratico quando il presidente della commissione Giustizia del Senato, il leghista Ostellari, dice che la "sovranità appartiene al popolo" quasi che i magistrati se ne dovessero stare zitti?
"Un'ovvietà dire che la sovranità appartiene al popolo, una preoccupante lesione di principi costituzionali se si volesse mettere il bavaglio all'Anm e ai magistrati. Gli slogan sono facili. Più utile sarebbe misurarsi sul merito delle critiche che vengono avanzate sui quesiti referendari".
Nel merito, lei come giudica i sei referendum? Quale trova più bizzarro? Politicamente appaiono come una provocazione...
"Uno dei quesiti proposti, a differenza di altri, è breve e, piuttosto che intervenire con abrogazione di diverse norme o con il ritaglio di pezzi all'interno di singole norme, si traduce nell'abrogazione di poche righe dell'articolo 274 del codice di procedura penale".
Parla di quello sulla custodia cautelare?
"Esatto. Non sarà più consentita la custodia cautelare dell'indagato, in carcere e neppure agli arresti domiciliari, quando l'esigenza cautelare fosse determinata "solo" dal "concreto e attuale pericolo che questi commetta" delitti "della stessa specie di quello per cui si procede". Ipotizziamo il caso dell'arresto in flagranza di un soggetto con diversi precedenti specifici e con non poche probabilità che prosegua nella sua attività criminosa. Il gip convalida l'arresto e dispone l'immediata scarcerazione, non essendovi questioni di inquinamento delle prove o di pericolo di fuga per un soggetto che non avrebbe la possibilità e nemmeno la convenienza di darsi alla latitanza. Il giorno dopo alcuni quotidiani ricorreranno agli sbrigativi titoli "la polizia arresta, i giudici scarcerano". Altri, con un'analisi più articolata, si chiederanno: "Ma chi mai è stato così insensato da modificare la legge?".
Visto che nella Costituzione è scritto che la magistratura è un corpo unico, che obiettivo ha chiedere agli italiani se vogliono separare giudici e pm? Ci vorrebbe una riforma della Costituzione oggi impossibile...
"Il quesito sulla separazione delle carriere consta di 1.069 parole e 7.775 battute, con richiami e ritagli di varie norme. Fa venire il mal di testa anche agli esperti giuristi che ne volessero seguire lo sviluppo. Difficilmente supererà il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale, ma intanto vi è stato l'effetto propagandistico. Già oggi il passaggio di carriera tra giudici e pm è sottoposto a rigidi criteri. Una radicale separazione non solo, ovviamente, non avrebbe alcun effetto sulla celerità dei giudizi, ma, contrariamente a quanto si vuol far passare, determinerebbe una diminuzione, e non un incremento di garanzie. Un pm più "lontano" dai giudici sarebbe ineluttabilmente più "vicino" alla polizia, più sensibile alle pressioni per il risultato immediato da raggiungere con misure cautelari e strumenti di indagine invasivi come le intercettazioni".
Santalucia e l'Anm criticano il referendum che rilancia la responsabilità civile dei giudici. Si può affermare che il quesito è ispirato all'animosità contro le toghe ed esprime la voglia di ridurle più fragili e timorose?
"La semplificazione del "chi sbaglia paga" è stata ricorrentemente proposta, ma resta una semplificazione fuorviante. Dieci anni fa un grande professore di diritto civile, Pietro Trimarchi, scriveva: "Se in un sondaggio di opinione si chiede se sia opportuno che il giudice sia tenuto a risarcire i danni che abbia cagionato con una decisone colpevolmente errata, i più risponderanno di sì. 'Chi sbaglia, paga', sembra ovvio. Ma che la responsabilità personale del giudice per i danni (problema, si noti, diverso e indipendente dalla responsabilità dello Stato) costituisca uno strumento efficace e opportuno allo scopo, non è affatto ovvio, anzi". Non saprei dire meglio".
Dunque un quesito persecutorio?
"Può essere interessante ricordare che in Francia, dov'è previsto un sistema abbastanza simile al nostro, l'azione di regresso, "action recursoire", nei confronti del magistrato di fatto non è mai stata esercitata. Una disciplina vendicativa nei confronti del singolo avrebbe il solo risultato di renderlo più timoroso di fronte ai casi difficili, che però sono il pane quotidiano della giustizia. Gli eccessi sulla responsabilità professionale dei medici hanno portato alla medicina difensiva. I magistrati professionalmente attrezzati, quale che sia la futura disciplina, continueranno ad assumersi le loro responsabilità".
Abolire la legge Severino sulla decadenza e incandidabilità di chi ha avuto una condanna oltre i due anni e vuole correre alle elezioni. È una sorta di segnale "libera tutti" che mette nel nulla le decisioni dei giudici?
"Qui la scelta del "liberi tutti" è una scelta tutta politica sui requisiti di eleggibilità che non escludono neppure i condannati definitivi per gravi reati. L'importante è che sia esplicitata e che i promotori se ne assumano la chiara responsabilità".
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