di Giulia Merlo
Il Domani, 13 maggio 2021
Il Movimento 5 Stelle ha accolto freddamente la relazione dei tecnici chiamati dalla ministra a proporre modifiche alla riforma del penale. "La nostra sensibilità in tema di prescrizione e di processo penale è molto diversa", ha detto il deputato Cinque stelle Vittorio Ferraresi, che ha rilanciato il lavoro sul civile, considerato meno problematico. L'allarme è arrivato forte e chiaro a via Arenula, anche perché la velata minaccia di far slittare i tempi della riforma è più che attuale.
Come da pronostico, il disegno di legge che riforma il processo penale rischia di diventare un problema per il governo e soprattutto per la ministra della Giustizia, Marta Cartabia.
A inizio settimana si è svolto il vertice di maggioranza durante il quale la guardasigilli ha presentato il lavoro degli esperti da lei nominati per rimettere mano al testo del ddl. Le proposte di modifica hanno toccato la legge Bonafede che blocca la prescrizione dopo il primo grado, le modalità di appello, i tempi d'indagine e il rito del patteggiamento e sono state accolte in modo diverso dai partiti di maggioranza.
Il centrodestra (che in materia di appello si è visto presentare, con qualche modifica, una proposta già avanzata nel governo del 2007), Azione e Italia Viva si sono detti soddisfatti delle proposte e delle modalità di lavoro, anche il Partito democratico ha plaudito al metodo Cartabia e alla sua volontà di superare con il pragmatismo le contrapposizioni ideologiche. L'unico ad accogliere freddamente la proposta è stato il Movimento 5 Stelle, e non poteva essere altrimenti. Immediatamente dopo l'incontro sono seguite dichiarazioni prudenti, con l'andare dei giorni invece i grillini hanno esplicitato tutto il loro malcontento. A tradurlo in dichiarazione è stato il deputato e membro della commissione Giustizia, Vittorio Ferraresi: "Rispettiamo il lavoro della commissione per le riforme istituita dalla ministra Cartabia, ma la nostra sensibilità in tema di prescrizione e di processo penale è molto diversa".
Parole misurate, ma che danno la dimensione del profondo disaccordo con quanto ascoltato durante la riunione e di quanto sia complicato il lavoro di sintesi che ora spetta a Cartabia, la quale dovrebbe presentare entro la settimana prossima gli emendamenti del governo al testo, cercando di rispecchiare tutte le anime della maggioranza.
La contrarietà dei grillini riguarderebbe di fatto tutti gli aspetti caratterizzanti la proposta della commissione, a partire dalle due proposte di modifica della prescrizione: una che introdurrebbe la prescrizione per fasi processuali, l'altra che ripristinerebbe la prescrizione pre Bonafede con però sospensioni più lunghe. Il Movimento 5 Stelle, invece, ha presentato un emendamento che cancelli anche l'accordo di modifica trovato con il governo Conte 2, che prevedeva lo stop della prescrizione solo per i condannati in primo grado. Nessun accordo sarebbe possibile anche sull'inappellabilità da parte dell'accusa, né sulla rimessione al parlamento della decisione sui criteri di indagine, né infine sull'allargamento della premialità del patteggiamento. L'unico spiraglio è quello del credito che i grillini continuano a dare a Cartabia: "La proposta dei tecnici è piena di criticità, ora aspettiamo la sintesi politica della ministra", dicono fonti interne al gruppo.
Tuttavia, l'allarme è arrivato forte e chiaro a via Arenula, anche perché la velata minaccia di far slittare i tempi della riforma è più che attuale. "La priorità assoluta in tema di giustizia è la riforma del processo civile, come si legge dallo stesso Pnrr", ha detto Ferraresi. Tradotto: sul penale l'accordo difficilmente si troverà in tempi brevi, quindi ora è meglio lavorare sul civile su cui è più facile avere convergenza. "Abbiamo riletto con attenzione le richieste europee: riguardano la velocizzazione dei processi civili e l'anticorruzione", è il ragionamento dei grillini.
Un ragionamento che preoccupa non solo la ministra ma anche il Partito democratico, che in questi mesi ha tentato di porsi come mediatore e sponda per Cartabia, soprattutto nella dinamica con il Movimento 5 Stelle. Dal Nazareno arriva un segnale chiaro: basta usare la giustizia come bandierina identitaria sia da parte del movimento che del centrodestra, perché il rischio è far saltare la maggioranza. A non essere piaciute sono le affermazioni di chi, come l'esponente di Azione Enrico Costa, ha parlato di smantellamento della legge Bonafede.
"Questi toni fanno scattare il riflesso pavloviano dei grillini, che si irrigidiscono. Ma così rischia di franare tutto", è il ragionamento dei dem. La speranza è che, procedendo per gradi, gli angoli si smussino. "Vediamo i testi finali delle proposte di emendamento, ma chi pensa di usare questa fase per continuare a usare la giustizia come una clava non ha capito i rischi che corriamo: non fare le riforme e rischiare i finanziamenti", avverte il deputato Pd in commissione Giustizia Walter Verini.
Intanto, la ministra Cartabia ha depositato in commissione Giustizia al Senato gli emendamenti al ddl civile, che puntano all'obiettivo dell'efficienza e della riduzione del 40 per cento dei tempi dei processi. Un fronte meno problematico, in attesa di trovare una soluzione che eviti il ridimensionamento delle riforme al solo processo civile.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 13 maggio 2021
È un po' stupefacente aver sentito dalla bocca della ministra Cartabia espressioni come i "cosiddetti giustizialisti" e i "cosiddetti garantisti", nell'incontro con i partiti per la riforma del processo. Stupefacente perché se ci sono due punti costituzionali di non ritorno, sono proprio quelli che attengono alle garanzie, l'articolo 27 sui diritti dell'imputato e il 111 sul diritto al giusto processo. Essere garantisti è prima di tutto un dovere, come fissato nel famoso "lodo Cartabia" dell'ordine del giorno votato all'unanimità dal Parlamento, su iniziativa del ministro guardasigilli, alla fine di febbraio.
Questa premessa può essere un po' noiosa, ma è indispensabile per capire se il famoso punto d'incontro tra le diverse forze politiche che compongono la maggioranza di sostegno al governo Draghi e che dovrà correre a perdifiato per approvare le indispensabili riforme del processo civile e penale entro il 31 dicembre, sarà inscritto in una cornice di rigore costituzionale o se sarà il solito pasticcio. Per pasticcio si intende per esempio usare la vecchia abitudine del Pd (e di tutti i suoi antenati, dal Pci al Pds ai Ds) di annacquare il rigore dei principi con i "salvo che" che ne vanificano il senso. Un po' come il famoso "a meno che" dell'articolo 4 della Legge Zan sulla libertà d'opinione. Per pasticcio si intende anche qualunque cedimento al passato che vogliamo sperare superato della legge "spazza-corrotti" e all'abolizione della prescrizione del ministro Bonafede.
Qualche bagliore di semaforo verde in realtà si vede, dalla prima bozza presentata dal presidente emerito della Corte Costituzionale Lattanzi, che la ministra ha voluto alla guida di una commissione speciale di giuristi che sta affiancando il governo nella stesura di una serie di emendamenti, che verranno presentati in commissione giustizia alla Camera, dove si sta discutendo da tempo una proposta di riforma del processo dell'ex ministro Bonafede. Pur non fidandoci dello strillo di Travaglio ("La svolta Cartabia è quella di Berlusconi") e del manifesto ("Cartabia stravolge Bonafede"), qualche lampo di semaforo verde lo vediamo. Quello più politico, prima di tutto, e che rispecchia un'antica proposta delle Camere penali, e anche di Forza Italia, e che riguarda la necessità che sia il Parlamento a dare ogni anno l'indirizzo delle priorità d'indagine agli uffici requirenti. Non sarebbe una riforma da poco, perché si avvicinerebbe molto a mettere in discussione l'obbligatorietà dell'azione penale.
È sotto gli occhi di tutti, e anche della parte più lungimirante della magistratura, che l'ipocrisia dell'obbligatorietà non potrà durare ancora a lungo, visto che si è ormai trasformata, visto il numero enorme di notizie di reato, nel totale arbitrio delle procure. Un indirizzo generale va dato, anche perché ogni periodo storico può essere diverso da un altro. Così ci sono momenti in cui sia urgente concentrare tutte le forze nella repressione del narcotraffico, così come in altri possa essere utile indagare in via prioritaria su delitti contro la persona, come gli stupri o i femminicidi.
Naturalmente a questi provvedimenti dovrebbero accompagnarsene altri come un ampio piano di depenalizzazione, e poi il potenziamento dell'istituto della tenuità del fatto, l'archiviazione condizionata alle condotte di riparazione del danno, l'ampliamento della messa alla prova. Sfrondare, insomma. E magari anche tornare davvero alla notizia di reato, quella che dà il la all'inizio delle indagini, e accantonare il ricorso al "tipo d'autore", quel meccanismo perverso e spesso frutto di scelte politiche, per cui prima si individua la persona da colpire e poi si cercano gli eventuali reati commessi. O non commessi, possiamo dire, visto il numero elevato di "errori" giudiziari scoperti ogni anno.
Ecco perché è indispensabile dare spazio alle priorità politiche, di cui comunque il Parlamento dovrà rispondere davanti all'elettorato. Ma sarà indispensabile anche un ritorno allo spirito accusatorio della riforma del processo penale del 1989, che prevedeva un ampio ricorso ai riti alternativi al processo. Due sono i punti da riformare, e il lampo verde non potrà limitarsi a uno solo. Il patteggiamento o il ricorso al processo abbreviato dovranno essere resi appetibili per l'imputato, la scelta deve essere conveniente. Bene dunque portare lo sconto di pena da un terzo alla metà. Ma sarebbe opportuno anche portare da cinque anni a dieci il limite di pena prevista per l'applicazione per esempio del patteggiamento.
La carne al fuoco è parecchia, e stiamo parlando solo del processo penale. Il cui vero punto critico, e spesso politico, è quello dell'inizio. Non c'è riforma del processo se non vengono fissati termini perentori alla durata delle indagini preliminari. Termini oltre i quali il pm non sarebbe sanzionato, come voleva la mentalità punitiva di Bonafede, sul piano disciplinare, ma semplicemente con la sparizione del fascicolo. Non hai trovato indizi sufficienti in tempo utile? L'inchiesta non c'è più, anche perché forse il reato non è mai esistito. Quanti pm tra i più famosi resterebbero disoccupati...
Siamo così arrivati ai due punti più spinosi, le impugnazioni e la prescrizione. La commissione Lattanzi ha imprevedibilmente ripescato la riforma di Gaetano Pecorella, quella che vietava al pm il ricorso in appello contro le assoluzioni e l'ha raddoppiata, introducendo il divieto anche per le sentenze di primo grado finite con la condanna. C'è però da superare un ostacolo non da poco, perché nel 2006 era stata la Corte Costituzionale a bocciare quella legge, in quanto usava trattamenti dispari tra accusa e difesa. La commissione pensa quindi di introdurre limitazioni al diritto di impugnazione da parte dell'imputato, il che porterebbe la nuova norma totalmente al di fuori di quella cornice costituzionale dei diritti della difesa e creerebbe quel famoso pasticcio dei "salvo che". E questo renderebbe questa norma assolutamente inaccettabile per le Camere penali, ma anche per una parte delle forze politiche.
Il problema della prescrizione, infine, che prevede due ipotesi ancora aperte, che non cancellano del tutto la legge Bonafede. La prima ipotesi prevede di sospenderne il corso per due anni dopo la sentenza di primo grado e poi ancora di un anno per l'appello e la Cassazione. Se i termini non vengono rispettati la prescrizione riprende dall'inizio. La seconda ipotesi incide direttamente sui tempi del processo e prevede l'improcedibilità se si sforano i 4 anni del primo grado, i 3 dell'appello e i 2 della cassazione. Impossibile per ora poter dare un vero semaforo verde a tutte le questioni tecnico-giuridiche, che sono prima di tutto politiche. Il primo problema, quello vero è: a quali mani il Parlamento affiderà tutto ciò? Prima di tutto ai pubblici ministeri, cioè la casta di coloro che oggi sono nello stesso tempo i più potenti e i meno credibili. E siamo obbligati a dire, perché è vero, che ce ne sono sicuramente moltissimi che sono per bene e che si comportano da tecnici del diritto e non da politicanti da quattro soldi con la toga.
Perché è così che appaiono ormai alla maggioranza dei cittadini. E poi verrà consegnato questo tesoretto di riforme nelle mani dei giudici. Che sono spesso (sempre ricordando che molti sono quelli indipendenti) i complici dei pm, che fanno il copia-incolla delle carte dell'accusa, che spesso a sua volta ha scopiazzato la relazione della polizia giudiziaria.
E che poteri avranno i rappresentanti dei cittadini per accertarsi che ci sia un organo superiore e indipendente che terrà d'occhio tutti questi comportamenti, cioè il Consiglio superiore della magistratura? Nessuno, perché il Csm è quel girone d'inferno che ormai tutti hanno imparato a conoscere negli ultimi due anni, dopo le denunce di Luca Palamara. Quindi? Quindi auguri alla ministra Cartabia e alla sua riforma, perché si ricordi che il suo ruolo è politico, prima che tecnico-giuridico. E non si può far finta che non sia così.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2021
De Angelis (Aiga): bene doppio binario per deposito atti ma le disfunzioni persistono, servono investimenti nell'infrastruttura. Il "doppio binario" che da aprile scorso consente il deposito analogico in caso di malfunzionamento del Portale telematico insieme all'impegno a migliorare l'infrastruttura, sono le risposte che il Sottosegretario alla Giustizia Anna Macina ha fornito ieri ad una serie di interrogazioni parlamentari alla Camera con cui si poneva il problema delle disfunzioni del processo penale da remoto. In sede di replica non sono mancate le perplessità su di un sistema che si è dimostrato farraginoso, in alcuni casi oscuro e non omogeneo senza però mettere in discussione il processo di digitalizzazione in sè.
Il Sottosegretario ha riscostruito l'intero impianto normativo che ha previsto il deposito da remoto durante la pandemia, ricordando poi che l'articolo 6 del Dl 1° aprile 2021, n. 44, apporta all'articolo 24 del Dl 28 ottobre 2020, n. 137, alcune modificazioni con le quali si specifica che: "(...) il deposito è tempestivo quando è eseguito entro le ore 24 del giorno di scadenza (...)"; e che: "(...) il malfunzionamento del portale del processo penale telematico è attestato dal direttore generale per i servizi informativi automatizzati, è segnalato sul portale dei servizi telematici del Ministero della Giustizia e costituisce causa di forza maggiore (ai sensi dell'articolo 175 del cpp, 2-ter)". E che "nei casi previsti dal comma 2-bis, fino alla riattivazione dei sistemi, l'autorità giudiziaria procedente può autorizzare il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico. L'autorità giudiziaria può autorizzare altresì il deposito di singoli atti e documenti in formato analogico per ragioni specifiche ed eccezionali".
In un altro passaggio Macina afferma che; "Dal punto di vista più strettamente tecnico sono in corso implementazioni del sistema al fine di assicurare l'ulteriore miglioramento dei servizi del portale". E fra questi cita l'interrogazione dei servizi "Seleziona Magistrato" e "Generalità indagato/imputato", che non consentivano di visualizzare il relativo menu a tendina; dalla maschera "Procedimenti autorizzati" presente sul portale, lato difensore, è possibile interrogare il registro ReGeWeb per richiedere l'aggiornamento dell'elenco dei procedimenti nei quali il richiedente risulta essere stato inserito come difensore; il limite dei 30 megabyte, identico a quello normativo previsto per le PEC, relativo agli allegati al deposito indicato nelle specifiche tecniche sarà superato unitamente alla possibilità di depositare anche file multimediali (rilascio nel mese di settembre 2021).
Con riferimento poi alle criticità sollevate relative al cosiddetto atto abilitante (di cui alle specifiche tecniche pubblicate sul PST il 24 febbraio 2021), per il Sottosegretario "appare opportuno, altresì, evidenziare che il deposito della memoria nella fase delle indagini preliminari non può seguire il processo del deposito analogico". "Alla luce di quanto sinora esposto- conclude Macina -, risulta evidente e indiscutibile l'assiduo impegno profuso da questo Dicastero per la celere e definitiva risoluzione delle problematiche tecniche, tramite l'eliminazione dei difetti di funzionamento registrati, e normative derivanti dall'utilizzo del portale del processo penale telematico".
Le reazioni - "Bene la previsione del cosiddetto "doppio binario" per il deposito degli atti in caso di malfunzionamento e le implementazioni del sistema", commenta il Presidente Aiga, Antonio De Angelis. "Devo tuttavia constatare - prosegue - che il malfunzionamento del portale permane rendendo a tutt'oggi ancora difficoltoso lo svolgimento dell'attività professionale, anziché semplificarlo. Rinnoviamo quindi l'invito al Ministero di implementare il PST giustizia, anche attraverso l'individuazione di appositi fondi del Next Generation finalizzati per il suo potenzialmente, così da renderlo più funzionale e, soprattutto funzionante, certi che il Processo Penale Telematico possa essere uno degli strumenti utili per migliorare il sistema giustizia riducendo al contempo i costi anche per il cittadino".
Per Jacopo Morrone (Lega) però non tutto è chiaro. "Non è dato sapere - afferma in replica - come si debba provare il malfunzionamento del sistema né per tutti gli avvocati è così semplice provarlo, perché non avvezzi alla tecnologia. Anche in questo caso, ciò che si rischia è sempre la lesione del diritto di difesa ossia la non ammissibilità del deposito dell'atto. In sostanza, ad oggi il portale non ha tempi immediati, certi e compatibili con quelli che sono i termini processuali penali, che sono "brevi".
Mentre Maschio (FdI) sottolinea: "In Italia, oggi, esistono 7 diversi tipi di processo telematico -a seconda che sia penale, amministrativo, tributario, civile, eccetera - questa è la dimostrazione lampante di come esista un "ufficio complicazione affari semplici". "Occorre quindi velocizzare il processo di semplificazione e uniformazione del processo telematico. Nel frattempo, finché lo Stato non è in grado di fare questo, deve consentire l'utilizzo semplicemente delle modalità tradizionali, parallelamente a quelle telematiche".
Per Devis Dori (M5S): "Va dato atto e merito al Ministero, della possibilità del doppio binario che è certamente un primo passo importante. Dobbiamo però, ora, avere il coraggio di proseguire in questo percorso verso un'ampia digitalizzazione del sistema giustizia, anche grazie ai fondi messi a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza".
Mentre Manuela Gragliardi (Misto) pone l'accento su una sorte di "federalismo processuale e giudiziario. Credo - ha proseguito - che nonostante gli aggiustamenti che si sono tentati di fare con il decreto n. 44 del 2021, questa situazione sia ancora, veramente, un po' al limite dell'imbarazzo, soprattutto, per il fatto che ci sia disparità di trattamento tra un tribunale e un altro, perché ci sono tribunali che consentono l'invio delle nomine o degli atti via PEC, cosa che invece sarebbe assolutamente vietata dalla norma. Quindi, questo sistema va sicuramente rivisto".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 13 maggio 2021
Intervista alla nuova responsabile dell'Ispettorato voluta dalla ministra Cartabia: "Accelerare i processi: gli ispettori nei tribunali per portare l'eccellenza".?E sulla nuova bufera Csm - Procure: "Dal ministero massima attenzione".
A poche ore dal suo collocamento fuori ruolo approvato dal Csm, la nuova responsabile dell'Ispettorato del ministero della Giustizia, Maria Rosaria Covelli, ex presidente del Tribunale di Viterbo, che si è distinta per le sue performance, fortemente voluta dalla ministra Marta Cartabia, fa il punto con Il Sole 24 Ore sugli obiettivi della sua gestione.
L'Ispettorato è tradizionalmente interpretato come uno strumento del ministero per intervenire sulle situazioni più critiche negli uffici giudiziari, per verificare la realtà dei fatti e individuare eventuali responsabilità dei magistrati coinvolti. Una funzione se non punitiva, certo di possibile preludio all'esercizio dell'azione disciplinare. In realtà la ministra Cartabia, come puntualizzato anche in Parlamento, intende privilegiare anche un'altra funzione, quella di individuazione e rafforzamento delle buone prassi.
In apertura non si può evitare di chiederle: come intende muoversi il ministero alla luce di quanto sta emergendo nella vicenda che è tornata a interessare il Csm e che coinvolge uno dei principali uffici giudiziari del Paese, la Procura di Milano?
Vorrei dare dei dati e chiarire dei profili. Come sa, il ministero della Giustizia svolge la funzione ispettiva in parallelo con la Procura generale della Cassazione. Questo non significa che su una vicenda debbano sempre muoversi entrambi insieme, soprattutto quando c'è dialogo tra Istituzioni. Sui fatti degli ultimi giorni, ci sono già più inchieste aperte dalle procure, si è mosso il Pg. Il ministero, per ora, continua a seguire con attenzione gli sviluppi, per verificare se in futuro sia necessario un intervento. Quanto ai dati: negli ultimi tre anni sono state 220 le azioni disciplinari promosse dal ministro della Giustizia (58 nel 2018; 80 nel 2019; 82 nel 2020), a fronte di 10.751 magistrati (a cui si aggiungono quelle della Procura generale di Cassazione ndr).
Senza entrare nel merito, queste ultime giornate hanno riproposto il tema della credibilità dei magistrati...
Sembra necessario recuperare un modello di magistrato che abbia piena consapevolezza della natura e dei limiti della funzione e dei poteri connessi. E abbia nello stesso tempo cura dell'immagine della categoria. Come sa, è stata avviata una forte fase riformatrice non solo sul processo civile e penale ma anche su ordinamento giudiziario e Csm. Va inoltre ricordata l'importanza della formazione dei profili dirigenziali e in questo la Scuola superiore della magistratura ha un ruolo di primo piano nel dare più spazio a una cultura dell'organizzazione.
Torniamo alla funzione propositiva dell'Ispettorato...
L'Ispettorato deve continuare a essere il garante della legalità delle condotte nell'amministrazione della giustizia. Ma avendo il compito di verificare il regolare funzionamento degli uffici giudiziari può diventare una leva importante sull'organizzazione al fine di coadiuvare realtà che presentino criticità. Il buon funzionamento della giurisdizione passa sempre più da un recupero di valori di efficienza, sui quali l'attenzione della Ministra è forte. Una buona organizzazione è strumentale alla tutela effettiva dei diritti, alla tempestiva repressione e prevenzione di reati.
Crede che le criticità siano concentrate in alcune aree del Paese, in determinati contesti socioeconomici? E, se sì, quali sono le iniziative per farvi fronte?
Le cronache non di rado riportano criticità in alcuni uffici del Mezzogiorno: è in corso di costituzione una Commissione insieme al ministero per il Sud per approfondire i problemi di funzionamento. A fronte di ciò, il mio mandato è sviluppare il supporto all'organizzazione degli uffici e porre maggiore attenzione alle best practices, per incentivarle e veicolarle, tenendo conto del contesto. Verrà implementato l'Ufficio studi per la realizzazione di un canale di trasmissione informativo ministero-uffici e rinnovato il sito web dell'Ispettorato. La comunicazione centro-territorio è cruciale. Le prassi dovranno misurarsi con i risultati sotto i profili di durata dei giudizi e scarsa prevedibilità delle decisioni.
Su quest'ultimo aspetto, spesso trascurato, come possono aiutare accordi a livello locale?
Penso all'esistenza nei tribunali di archivi informatici con i provvedimenti dei giudici o a convenzioni stipulate con le università per la realizzazione di rassegne di giurisprudenza e banche dati. Gli strumenti deflattivi messi in campo per evitare la crescita del contenzioso civile non hanno funzionato granché. Una maggiore conoscenza da parte dei diretti interessati delle probabili conclusioni della propria vicenda è di grande utilità e previene il contenzioso.
In quali settori e con quali soggetti vede un terreno fertile per le buone prassi?
Innanzitutto, l'ufficio del Processo. Poi, sulle convenzioni gli interlocutori degli accordi sono diversi a seconda delle materie, dall'avvocatura agli altri ordini, gli enti locali, le università, le camere di commercio, le case circondariali. In materia di diritto di famiglia, sulla gestione delle udienze; poi in materia di procedure concorsuali, per agevolare i compiti dei curatori, per le procedure esecutive, i protocolli sulla liquidazione dei compensi o concernenti la tenuta delle udienze telematiche o gli scambi di informazioni tra uffici diversi.
Può fare qualche esempio di buona prassi che considera esemplare?
Ce ne sono tanti, anche se non fanno rumore. Ho presente molte esperienze ma ho intenzione di avviare una mappa della "Giustizia che funziona" da aggiornare con la banca dati del Csm. Prima di avere un quadro completo, posso citare le convenzioni, finalizzate ai bilanci di responsabilità sociale degli uffici giudiziari, uno dei primi credo sia stato il Tribunale di Milano. Importante, sul piano della cooperazione sul territorio, anche l'apertura di sportelli informativi per l'utenza o di ascolto per le vittime dei reati, convenzioni stipulate da tribunali e procure con enti locali, ceto forense, Asl, forze dell'ordine, ordine degli psicologi. Una giustizia che dialoghi con tutti gli attori non solo funziona meglio ma diventa altresì motore economico.
Poi c'è il tema delicato del carcere e delle sue alternative...
Qui sono centrali le intese sul lavoro di pubblica utilità e sulla formazione dei detenuti, ai fini di un percorso di reinserimento e prevenzione di recidive. E cruciali sono le università. Convenzioni stipulate da tribunali e procure con case circondariali, avvocatura, università, soggetti privati hanno avuto a oggetto l'ammissione di detenuti al lavoro esterno, con ottimi risultati.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 maggio 2021
L'ex pm smentisce di aver mostrato i verbali al presidente della Commissione antimafia. Che però conferma la sua versione. Se non è uno psicodramma poco ci manca. Perché l'ultima puntata del terremoto interno alle toghe si è arricchito di una nuova frattura, quella tra Nicola Morra e Piercamillo Davigo, presidente della Commissione parlamentare antimafia il primo, ex consigliere del Csm il secondo. Lo strappo si è consumato a distanza, ancora una volta all'interno di uno studio televisivo.
Intervistato da Giovanni Floris, a Di Martedì, l'ex pm ha smentito le dichiarazioni rilasciate da Morra solo poche ore prima, dallo studio di Massimo Giletti: "Non gli ho mostrato nessun verbale", ha tuonato Davigo, avvisando l'ex premier Matteo Renzi che presto lo avrebbe querelato per quella battuta sul suo supposto giustizialismo ad intermittenza. La colpa di Renzi sta tutta in una frase: "Non sono Davigo, giustizialista con gli avversari e divulgatore di notizie con i parlamentari amici", ha detto il leader di Italia Viva.
E la querela è servita, perché Davigo nega di aver mai mostrato a Morra i verbali dell'ex avvocato esterno dell'Eni Piero Amara, quelli contenenti le dichiarazioni sulla presunta loggia "Ungheria" e sulla presenza, tra i tanti nomi, di quello di Sebastiano Ardita, anche lui consigliere del Csm e punto di riferimento, assieme a Davigo, della politica giudiziaria di Morra. Il senatore, ieri, non ha mancato di replicare, ribadendo quanto già affermato non solo in tv, ma anche ai pm di Roma: "Ho ascoltato e riletto attentamente quanto ha affermato il dottor Davigo - ha riferito all'Adnkronos -, ma non ho altro da aggiungere se non ribadire che confermo quanto riferito all'autorità giudiziaria".
La smentita dell'ex consigliere del Csm è stata secca, senza ammissione di repliche, dura. "Il senatore Morra, presidente della commissione Antimafia, è venuto da me e voleva in quel momento parlare con Ardita, con il quale avevo interrotto i rapporti perché in passato si erano verificati alcuni fatti che avevano fatto venire meno il rapporto fiduciario - ha spiegato Davigo -. Morra voleva che parlassimo insieme con Ardita, siccome insisteva, l'ho preso in disparte e gli ho chiesto di uscire dalla mia stanza. Non gli ho fatto vedere alcun verbale per la semplice ragione che il senatore Morra dice che non gli ho detto di che Procura si trattava.
Ora si dà il caso che sui verbali c'è scritto su ogni foglio qual è la Procura". Quei verbali, com'è noto, sono al centro della guerra interna alla Procura di Milano: è stato il pm Paolo Storari (ora indagato a Brescia per rivelazione del segreto d'ufficio) a consegnarli a Davigo, lamentando un'inerzia nelle attività d'indagine attribuita al suo capo, il procuratore Francesco Greco, che avrebbe ritardato l'iscrizione degli indagati sull'apposito registro, per non danneggiare, secondo le ipotesi, il processo Eni-Nigeria, chiusosi a marzo con assoluzioni.
Così, anziché seguire le vie ufficiali previste - la lamentela sarebbe dovuta arrivare alla procura generale di Milano e al comitato di presidenza del Csm -, tutto è avvenuto all'ombra, con l'intento, ha spiegato Davigo, di proteggere le indagini. Ma ora è proprio l'ex pm di Mani Pulite ad essere finito nel mirino, con l'accusa di aver divulgato informazioni segrete, comunicando il contenuto di quei verbali a Morra. Accusa che Davigo ha respinto con forza, smentendo, in questo caso, il suo amico Morra. "Gli ho spiegato che oltre alle altre ragioni per cui non volevo parlare con Ardita c'è anche una questione che potrebbe riguardare una associazione segreta.
E gli ho ricordato che nella sua qualità di pubblico ufficiale, come presidente dell'Antimafia, era tenuto al segreto. Non l'ho detto al bar, l'ho detto al presidente della commissione Antimafia - ha spiegato -. Ho fatto di tutto per mantenere segreti questi verbali. È folle pensare che possa c'entrare con la loro divulgazione. Non ho divulgato un bel niente. Sono rimasto basito per i fatti che sono accaduti: se è stata la mia segreteria, non me ne capacito. Mi sembrava di assoluta affidabilità, era una funzionaria del Csm ed ha sempre avuto da tutti parole di elogio".
Marcella Contrafatto, ex segretaria di Davigo, è infatti accusata dalla procura di Roma di calunnia per aver spedito quei verbali a Repubblica e Fatto quotidiano, nonché al consigliere del Csm Nino Di Matteo, che ha poi svelato tutto nel corso del plenum, denunciando un'attività di dossieraggio ai danni di Ardita.
Tornando alle lamentele di Storari, "l'iscrizione della notizia di reato deve avvenire immediatamente dice il Codice, non è che il pubblico ministero può decidere di non procedere. Se decide di non procedere deve chiedere l'archiviazione al giudice - ha evidenziato Davigo -. Storari mi disse che era seriamente preoccupato perché da mesi sono state raccolte dichiarazioni gravi, gravissime se false, e che non era stata ancora iscritta la notizia di reato. Innanzitutto mi chiese un consiglio. Io gli consigliai di mettersi al riparo dai guai che sarebbero finiti sulla sua testa, mettendo per iscritto al procuratore quello che finora aveva detto verbalmente, cioè che bisogna iscrivere. Cosa che lui mi ha assicurato di aver fatto con diverse mail.
Non si poteva seguire la via ordinaria perché non poteva mandarla al procuratore, visto che era la persona con cui aveva il dissenso, il procuratore generale non c'era, la sede era vacante, e nella mia esperienza è difficile che il reggente prenda decisioni che creino situazioni irreversibili. Nell'ipotesi migliore avrebbe detto "aspettiamo che arrivi il nuovo procuratore generale". Lui - ha aggiunto Davigo - aveva già detto molte volte che bisognava iscrivere e l'iscrizione non avveniva. All'inizio di maggio vado a Roma, chiedo a Storari se l'iscrizione era avvenuta e lui mi dice di no. Allora chiamo il vicepresidente del Csm e lo prego, appena arriverà a Roma, di contattarmi perché gli devo parlare di una cosa urgente e importante".
Secondo quanto riferito dall'ex pm, il vicepresidente del Csm David Ermini avrebbe ricevuto i verbali, circostanza che il numero due di Palazzo dei Marescialli ha finora sempre smentito, ribadendo che l'unica via da seguire era quella ufficiale. E avrebbe informato anche il procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi - che a maggio 2020 ha contattato Greco, ottenendo, poco dopo, l'apertura del fascicolo con l'iscrizione di tre persone sul registro degli indagati - e il primo presidente Pietro Curzio. Sulla credibilità di Amara, invece, Davigo è chiaro: "Sarà anche stato screditato ma fino a quel momento, e anche dopo, la Procura di Milano lo ha ritenuto attendibile sia in una relazione che ha fatto sia indicandolo come teste in un importante processo". Secondo Davigo, sarebbe stato impossibile seguire le vie formali.
"L'importante era informare il Consiglio - ha concluso. Non era possibile attivare una pratica immediatamente per una ragione semplicissima, perché nelle dichiarazioni erano indicati come appartenenti a questa associazione segreta due componenti del Consiglio. Si sarebbero dovute convocare commissioni e consigli escludendo queste persone per la necessità di mantenere il segreto. Tanto che nessuno dei componenti del comitato di presidenza, compreso il procuratore generale (Salvi ndr) si è sognato di dirmi di formalizzare".
Intanto a Roma, la difesa di Contrafatto ha dubbi sulla contestabilità del reato di calunnia. "La calunnia - spiega Alessia Angelini, avvocato della dipendente del Csm - ha come elemento costitutivo quello di incolpare di un reato qualcuno che si sa innocente. L'altro punto è che non sono stati messi a disposizione della difesa gli atti d'indagine o, quantomeno, i famosi verbali, che sono in mano a tutti i giornali, ma non nelle nostre.
Secondo noi c'è una gravissima lesione del diritto di difesa. Mi sembra oggettivamente certo un elemento: la questione del presunto ritardo dei vertici della Procura di Milano è un punto controverso, perché Storari e Davigo sostengono che per 13 mesi non ci sia stata alcuna indagine su questa loggia e il procuratore Greco che sostiene il contrario".
Contrafatto è accusata di calunnia nei confronti di Greco perché nel dattiloscritto allegato ai verbali sarebbe contenuta l'accusa al procuratore di aver tenuto tutto chiuso in un cassetto. Contrafatto, nel corso del primo interrogatorio, si è avvalsa della facoltà di non rispondere, ma si è detta disponibile a partecipare a tutti gli accertamenti. E forse saranno proprio le sue parole a fare un po' di chiarezza su una vicenda intricatissima.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 13 maggio 2021
La "Hybris" chiama sempre la "nemesys". O, se si preferisce, dopo l'era della prepotenza istituzionale, per il partito dei giudici - e speriamo non per tutta la magistratura - sta arrivando, sulle ali del vento, la stagione dell'autodistruzione.
Dalle stelle alle stalle nell'immaginario - anche falsato dai media - della pubblica opinione. Chi lo avrebbe detto anche solo un paio di anni orsono. E invece... "daje e daje", come dicevano gli antichi, "se maturano pure le canaje". È di qualche giorno fa una quasi condivisibile idea dell'ex presidente del Senato, Marcello Pera, cioè quella di cambiare la Costituzione per assoggettare l'ufficio del pubblico ministero all'esecutivo e al controllo parlamentare. Che non è una bestemmia, visto che pare che in Europa sia quasi la regola e, inoltre, in questo momento appare oggettivamente come il male minore. Nonché l'esplicitazione del cattivo karma del cosiddetto partito dei giudici.
Naturalmente questa riforma costituzionale andrebbe accompagnata con quella dell'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale. Che in Italia - pochi lo sanno e molti fingono di non saperlo - fu introdotta per la prima volta dal codice Rocco e quindi dal Fascismo. Dovrebbe essere invece il Parlamento (e non l'arbitrio dei singoli o il caso) anno per anno - come è in tanti Paesi - a indicare le priorità, su proposta dell'esecutivo pro tempore. Non è una bestemmia. È una realtà in molti Paesi e rischia di diventare una necessità impellente qui da noi.
Giovedì scorso chi voleva ha potuto assistere a uno spettacolo tanto disdicevole quanto da fantapolitica: i maggiori protagonisti e alcune comparse di questo ultimo scandalo - che solo l'ipocrisia non lo fa chiamare con il nome di un noto ex magistrato - si prendevano quasi a male parole l'un l'altro nella trasmissione di Corrado Formigli su La7. Con il conduttore più imbarazzato che interessato a farli continuare a mostrarsi alla gente per quel che sono: uomini come tutti gli altri, con debolezze e miserie e poca ma poca nobiltà.
Di questo passo l'autodistruzione della patina di stima che sinora li ha protetti dallo sdegno da parte dei cittadini comuni inizierà a manifestarsi urbi et orbi. Anche perché l'autostima quasi narcisistica che nei decenni scorsi è stata usata come scudo contro le critiche si è ormai dileguata da tempo. È evaporata nel tragicomico se non nel ridicolo. Nessuno sta a sentire nessuno. Il Csm (Consiglio superiore della magistratura) oramai prende schiaffi dal Tar del Lazio e da tutti le sezioni del Consiglio di Stato sulle nomine e sulle promozioni o anche sulle punizioni. Gli alti discorsi retorici che si sentono a Radio Radicale nei direttivi dell'Anm (Associazione nazionale magistrati) danno semplicemente la nausea e persino l'attuale capo dello Stato non sa più come venire a capo della situazione.
Oltre a prendere in considerazione la riforma costituzionale proposta da Pera, un'altra possibilità di rimettere le cose a posto potrebbe venire dai referendum dei Radicali: da qualche giorno anche la Lega di Matteo Salvini sta dando una mano per la raccolta delle firme. Non sarà facile, perché in Italia contro i referendum si attiva subito la parte peggiore della politica - e in questo caso della magistratura - quantomeno per boicottarne l'esito, che spesso è favorevole. Come fu già per il quesito promosso sull'onda emotiva del caso Tortora.
Forse sarà allora l'Europa a imporre a questi signori - pochi a cospetto di quelli che fanno il proprio dovere senza credersi influencer tipo Fedez - di rientrare nei ranghi. Di certo in Italia quello del partito dei giudici è diventato negli anni il più grave pericolo per la democrazia. Non hanno fatto un golpe strisciante, ma poco ci manca: tutti siamo in balia di questa prepotenza e di questa hybris. E se non ci saranno le riforme dovremo solo sperare nella dea "nemesys".
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 maggio 2021
Intervista alla senatrice Paola Binetti, che ha annunciato un'interrogazione parlamentare sul caso di Giovanna Boda, la dirigente del Miur che ha tentato il suicidio dopo aver saputo di essere indagata. Un'interrogazione parlamentare affinché il corto circuito mediatico-giudiziario che ha portato Giovanna Boda a tentare il suicidio non si verifichi più.
Ad annunciare al Dubbio l'iniziativa è la senatrice di Forza Italia Paola Binetti, intenzionata a far sì che quanto accaduto all'ex dirigente del Miur non accada più. La storia è nota: Boda, ad aprile, si è gettata dal secondo piano di un palazzo a due passi dal centro di Roma, a poche ore dalla perquisizione disposta dalla procura di Roma per un presunto giro di corruzione che la vedrebbe protagonista assieme ad una sua collaboratrice e all'editore dell'agenzia di stampa Dire.
Uno shock immenso, il suo, sbattuta sui giornali come l'ennesima furbetta da mortificare pubblicamente in modo esemplare. E ciò nonostante le accuse a suo carico siano ancora tutte da verificare. Un'indagine appena partita che ha già provocato una marea di conseguenze gravissime. "L'unica cosa che vorrei è capire come restituire giustizia ad una persona coinvolta in una vicenda che, a mio avviso, ha dei contorni drammatici", spiega Binetti, che oltre ad essere una politica è anche neuropsichiatra. Ed ora vuole evitare che la gogna rimanga la regola nel nostro Paese.
Senatrice, perché le interessa tanto il caso di Giovanna Boda?
Perché non c'è solo l'accusa che è stata perpetrata nei suoi confronti, ma anche quel tentativo di suicidio. C'è stata, evidentemente, una sofferenza di cui probabilmente porterà le tracce a lungo su di sé. Il mio unico desiderio è capire come poter essere utile alla verità delle cose, alla giustizia dei fatti e ristabilire, in qualche modo, un ordine in eventi che si sono creati prima ancora di essere interpretati correttamente. Fatti sbattuti subito in prima pagina. È un desiderio di chi ha conosciuto Giovanna Boda, in tanti momenti, in tante situazioni e ne ha apprezzato l'intelligenza.
Che persona è?
La prima volta che l'ho vista è stato durante il secondo governo Prodi: lei ha organizzato una delle prime navi della legalità, portando a Palermo tanti studenti, nel luogo stesso in cui, per l'immaginario collettivo, c'è stata la maggiore offesa e trasgressione alla legalità. Tutte le volte che sono entrata in contatto con lei ho sempre trovato una persona disponibile, generosa, capace di farsi in quattro e allo stesso tempo coraggiosa. Una persona di quelle che siamo contenti di avere nella pubblica amministrazione, perché non si muoveva a rallentatore in quelle che sono le ganasce di una burocratizzazione un po' inerte. Non era una di quelle che diceva "non si può fare", come spesso accade quando ci si avvicina ad un problema un po' più complesso. Mi ha colpita molto e mi rallegro che sia uscita da qualunque tipo di rischio, anche se non escludo affatto che porterà a lungo le conseguenze di quel gesto. Le fratture ci sono, ma non sono solo fisiche: sono anche nell'anima. Davanti ad un'incomprensione che l'ha spinta a questo bisogno di fuga vuol dire che quelle ferite sono state profonde, non una minaccia epidermica.
Come ha saputo di questa vicenda?
Dai giornali. Avevo visto Giovanna un mese prima circa, non avrei pensato mai una cosa del genere. È stato esplosivo.
Cosa ha pensato?
L'idea di aver associato immediatamente l'accusa di corruzione con quella risposta, il tentativo di suicidio, ti fa rendere conto di quanto deve essere stata forte questa aggressione. Di quanto deve essere stata devastante questa accusa per lei. Di gente accusata di reati contro la pubblica amministrazione ce n'è tanta in giro, ma se si percepisce la cosa in maniera così infamante da mettere a repentaglio la propria vita, vuol dire che l'umiliazione subita, la ferita subita, è così profonda da non aver trovato vie di scampo, vie di fuga. Non c'è nessuno che le abbia detto che le cose si sarebbero potute chiarire. È come se le avessero sparato addosso una tale carica di rischio che in quel momento ha preferito fuggire. Non c'è nessuna accusa che possa permettere di capire perché una persona arrivi a mettere a repentaglio la propria vita, se non una percezione di sé così limpida, così onesta che anche un solo rischio di compromettere la propria immagine fa sembrare la vita non più degna di essere vissuta. Mi sono chiesta: quanto è giusta una giustizia che spinge una persona a fare questo?
In questo caso è il cortocircuito mediatico che gioca anche un ruolo importante: il suo nome è finito sui giornali e non sono mancate ricostruzioni e parallelismi con casi clamorosi, come la vicenda Palamara...
Esattamente. La notizia dell'accusa è stata data contestualmente al tentativo di suicidio: è come se non le avessero lasciato alcuna speranza.
Quali iniziative ha intenzione di intraprendere?
Ho intenzione, nel suo interesse, di fare un'interrogazione parlamentare.
Cosa chiederà?
Chiederò tre cose. Che ci sia una maggiore discrezione, quindi evitare fughe di notizie da parte dei magistrati, perché qualcuno l'avrà detta questa cosa alla stampa. Chi permette che ciò accada? La prima riserva è dunque precauzionale. La seconda è chiedere che la stampa rispetti maggiormente il proprio codice etico. Se noi non abbiamo tutti gli elementi non possiamo permettere che si faccia carne da macello con la buona fama di una persona. La stampa è partita con un tempismo pazzesco, in tempo reale. Vuol dire che qualcuno ha detto e qualcuno ha voluto. Ma i diritti valgono solo a senso unico o possono essere manipolati a puro scopo di lucro?
La terza questione qual è?
Giovanna è stata per molto tempo il direttore generale della Pubblica istruzione, con delega agli studenti. Sono decine di migliaia i ragazzi che l'hanno avvicinata, l'hanno conosciuta e hanno partecipato alle iniziative da lei promosse. Che cosa resterà dentro di loro di tutto ciò? Se, come mi auguro, si dimostrerà la sua piena innocenza, quali saranno per loro le conseguenze della consapevolezza di come una persona può essere massacrata? Io spero con tutto il cuore che nel momento in cui si dimostrerà la sua assoluta innocenza meriti una restituzione, non da dodicesima pagina in basso a sinistra.
Quello è il rischio...
Spero meriti la restituzione di una dignità piena, perché attraverso di lei si sono colpite anche molte intelligenze giovani, molta passione civile da parte dei ragazzi. E abbiamo alla base questa drammatica vicenda che ogni tanto si crea, l'associazione assai poco sana tra una certa magistratura e una certa stampa, che invece di essere al servizio della verità corre il rischio di essere al servizio dello scoop.
Questo ha a che fare anche con la riforma della giustizia e il recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza?
Esattamente. Noi dobbiamo essere garantisti e sostenere una persona, nel momento in cui c'è un avviso di garanzia. Non possono confondere la comunicazione dell'indagine con la comunicazione della condanna. Bisogna fare capire al cittadino onesto che non bisogna aver timore della giustizia. Ma è evidente che in una situazione del genere il timore di una giustizia ingiusta abbia presidiato gesti come quello di Giovanna che, non dimentichiamolo, ha una bimba di tre anni. Ma poi mi domando: si sta compiendo un'indagine, che bisogno c'è di trasformarla in un processo mediatico?
Ci sono due problemi: da un lato il fatto che il garantismo venga percepito in maniera distorta, come se chi lo professa chiedesse l'impunità per feroci criminali, dall'altro c'è anche un problema mediatico. Come si risolve questa situazione?
Noi siamo davanti ad un'informazione che è sempre più spregiudicata. Per carità, per me il giornalismo d'inchiesta è fondamentale, ma ribadisco: ci deve essere un codice etico. È assolutamente ingiusto sbattere il mostro in prima pagina, anche se si tratta di personaggi pubblici. Se si vuole stigmatizzare un fatto in modo esemplare prima bisogna avere tutte le garanzie e la certezza che ciò che si sta dicendo è vero. Perché se è falso si contraddice il più profondo dei principi del buon giornalismo. E in questo caso falsificare i fatti, che significa forzarli prima ancora di averli verificati, è confondere l'intuizione con una dimostrazione. Il sospetto si può avere, ma va verificato. Perché tutto questo ha un costo altissimo. Per questo vogliamo la riforma della giustizia.
Quotidiano di Sicilia, 13 maggio 2021
I familiari di Francesco Lo Cascio, 61 anni, di Camporeale (Palermo), morto il primo maggio nel carcere di Parma, hanno presentato una denuncia ai carabinieri, assistiti dall'avvocato Antonio Di Lorenzo. L'autopsia disposta dalla procura ha stabilito che il decesso è dovuto a ictus. Lo Cascio da tempo soffriva di ipertensione, ma per i familiari non è tutto chiaro: "Avevamo presentato diverse richieste di scarcerazione per motivi di salute, sia a Palermo che al Tribunale di sorveglianza di Bologna - dice l'avvocato - Una sola volta a Palermo gli sono stati concessi i domiciliari in una struttura sanitaria, prima di tornare in carcere. Vogliamo sapere se lo Stato abbia garantito, come è giusto che sia, tutti i diritti, a cominciare da quello della tutela della salute". I familiari vogliono sapere se tra le cause della morta possa esserci il vaccino; cinque giorni prima della morte il detenuto aveva fatto il Moderna. Lo Cascio era in carcere per una condanna a vent'anni per l'omicidio di Giuseppe Billtteri, il cui cadavere non è stato mai trovato. Era stato indagato anche per avere favorito la latitanza al boss di Altofonte, nel Palermitano, Domenico Raccuglia.
di Stefano, Giorgio, Davide, Sergio, Francesco, Massimo, Luigi, Azzedine*
Corriere della Sera, 13 maggio 2021
"Prima arrivò la paura del contagio. E la paura per le nostre famiglie fuori. Poi vennero la rabbia e la frustrazione. Solo dopo, con l'aiuto dell'équipe, siamo riusciti a trasformarle in occasione di riflessione sulla sofferenza". La testimonianza di un gruppo di detenuti di san Vittore su un anno di Covid vissuto in carcere.
La pandemia da Covid-19 ha creato una crisi sanitaria, economica e sociale senza precedenti, che i governi mondiali devono affrontare tutelando la salute e i diritti delle persone: soprattutto di quelle appartenenti alle categorie più fragili come bambini, persone anziane, soggetti con disabilita, migranti, senza fissa dimora o persone private della libertà.
In Italia tra le disposizioni volte alla protezione delle persone detenute c'è stata quella per cui, nel febbraio 2020, i colloqui con i familiari in presenza sono stati sostituiti da chiamate a distanza. Lo scorso giugno i colloqui in presenza sono ripresi, ma solo per i familiari con un'età compresa tra i 12 e i 65 anni. Bambini e genitori anziani non entrano in carcere per avere colloqui dal febbraio 2020 e se è vero che anche oltre le mura del carcere siamo tutti chiamati a rispettare rigide prescrizioni per il contenimento del virus - tra le quali il distanziamento sociale - vero è pure che questi provvedimenti hanno determinato un ulteriore allontanamento del carcere dalla società, aggravando nel contempo le condizioni di detenzione.
Questo scritto nasce dalle riflessioni di alcuni pazienti del reparto "La Nave": reparto di trattamento avanzato per la cura delle dipendenze patologiche presso la casa circondariale di San Vittore a Milano. Qui è nata l'idea di utilizzare la rabbia e la frustrazione per la mancanza dei colloqui in presenza come occasione per lavorare sulla propria capacità di gestire le emozioni "scomode" - che in passato hanno spesso portato a comportamenti impulsivi - e sulla possibilità di sviluppare nuove competenze, come l'essere in grado di mettersi nei panni dell'altro e la capacità di fermarsi a pensare e documentarsi prima di agire.
Durante le discussioni in gruppo si e spesso parlato del Covid 19 da vari punti di vista. Inizialmente era dominante da parte di tutti il timore del contagio. Poi sono arrivate la rabbia e la frustrazione. E solo dopo, solo dopo tutto questo, è stato possibile spostare lo sguardo aldilà delle mura e dei cancelli. Si è parlato delle persone che hanno perso la vita perché colpite dalla malattia e anche di chi si è tolto la vita per la disperazione profonda generata dal virus, di chi è in carcere e fatica ancor di più a ricevere l'assistenza sanitaria di cui ha bisogno, di chi ha perso il lavoro e non si è sentito tutelato dallo Stato, dei bambini e dei ragazzi che non possono andare a scuola e delle dottoresse che si assentano dal lavoro per badare ai loro figli e dei figli che da oltre un anno non vedono ii loro genitore detenuto, nonostante fuori dal carcere si inizi a intravedere qualche apertura. Questo passaggio continuo, nelle nostre discussioni, tra l'interno e l'esterno del carcere ha lo scopo di ridurre la distanza tra chi è dentro e chi è fuori nell'ottica di essere tutti parte della stessa società. Per questo ci sembra utile diffondere all'esterno i pensieri e le emozioni che arrivano da chi è costretto dentro il carcere. E qui la sofferenza maggiore e la mancanza dei colloqui in presenza nonostante lo sforzo fatto dal carcere per istituire le video chiamate e per intensificare le telefonate.
"In me emozioni contrastanti... Il non poter fare colloqui con mia madre ormai anziana, il non poter stare in mezzo agli altri nonostante vivessi già una condizione di recluso. Mi sembrava assurdo subire una prigione nella prigione. Il primo istinto è di rabbia, poi rassegnazione, infine arrivano la riflessione e la consapevolezza di dover integrare nel mio essere anche questa sofferenza. Sofferenza e costante preoccupazione per un genitore troppo anziano per rientrare nella categoria dei parenti ammessi ai colloqui e anche per acquistare un pc e iniziare a usare Skype. E quando uscirò?".
Pur essendo una misura, in termini generali, necessaria per la tutela della salute, bisogna ricordare che l'isolamento causato dal distanziamento sociale e dalla mancanza di contatto fisico tende a indurre sentimenti di solitudine e paura nella comunità. In carcere il pensiero va ai familiari che non si possono incontrare, ai bambini che crescono e ai genitori che invecchiano e che si ha il timore di ritrovare troppo cambiati dopo questa esperienza.
Durante i gruppi abbiamo imparato, dagli studi della teoria dell'attaccamento, quanto il contatto fisico costituisca una componente essenziale dello sviluppo psicologico, emotivo, cognitivo, fisico e neurologico dell'esperienza umana sin dall'infanzia. Il contatto fisico contribuisce infatti a strutturare lo stile di attaccamento nei neonati e contribuisce alla regolazione emotiva durante tutto l'arco di vita.
La comunicazione non verbale passa anche attraverso il contatto fisico e può trasmettere vicinanza, sostegno e affetto nei momenti di difficoltà. Infatti in ambito assistenziale influenza positivamente la relazione tra caregiver e pazienti con grandi benefici per entrambe le parti. È per questo che in alcune Rsa sono stati messi a punto dei dispositivi per gli abbracci in sicurezza in tempo di Covid. Quando questo tipo di contatto è limitato, o addirittura assente, si può sviluppare la cosiddetta "skin hunger" che causa in primo luogo un incremento dei livelli di stress, ansia e depressione.
"La paura più frequente è il non sapere che effetti avrà il distacco fisico da mia figlia crea in me incertezza, destabilizzazione dovuta all'angosciante certezza che un bambino non può capire a pieno questa situazione che crea sconforto anche in una persona adulta, figuriamoci in un bambino. La perdita del contatto fisico con la mia compagna, anche solo un bacio a colloquio bastava a far si che il rapporto non si raffreddasse fino a spegnersi. L'ansia di avere dei genitori di 70 anni con delle patologie, che in questo periodo di pandemia si sobbarcano problematiche che spetterebbero a me. II senso di colpa molte volte prende ii sopravvento".
In carcere il pensiero va ai bambini che da oltre un anno non vedono il loro papà, i bambini che prima trascorrevano il colloquio sulle sue ginocchia avvolti da un grande abbraccio e che oggi chiedono perché adesso che si può di nuovo uscire non posso venire da te? Teniamo presente che questi bambini devono gestire comunque una non presenza del genitore nella quotidianità domestica, ma che oggi è amplificata e associata alle fatiche che tutti i bambini a causa della pandemia stanno subendo. Questo non significa negare l'importanza delle misure di distanziamento adottate, ma mettere in luce quali conseguenze ha il protrarsi di questa situazione e quali effetti la comunità e il sistema sanitario si troverà a dover gestire in futuro dal punto di vista del disagio psicologico.
"L'appuntato mi chiama con il telefono in mano e sento le voci delle mie figlie parlare tra loro. II cuore mi si riempie di gioia. I primi tre minuti passano così, senza capire nulla. II tempo passa: mancano otto minuti. Chiedo alle piccole di farmi parlare con la mamma; mentre parliamo loro cercano attenzioni... cinque minuti. Sale la rabbia, chiedo alla mia compagna di farmi parlare con le bimbe. Due minuti! Come già finita? Chiedo di lasciarmi ancora qualche minuto, ma non si può. Mi domando come sia possibile vedere la propria famiglia 15 minuti la settimana. Provo una rabbia intensa che gela momentaneamente tutte le emozioni provate nel vedere la mia famiglia".
*Detenuti del reparto "La Nave" di San Vittore
di Sandra Lucchini
voxpublica.it, 13 maggio 2021
La cura dell'orto, la coltivazione dello zafferano, l'apicoltura con l'acquisto di nuove api e la scultura a intaglio. I detenuti della Casa Circondariale, di Brissogne, hanno ripreso a lavorare nei settori definiti dalla Direzione carceraria. In concomitanza, hanno riavviato la loro opera spontanea anche i volontari dell'Associazione Valdostana Volontariato Carcerario.
Piera Asiatici, una delle referenti dell'Associazione, sottolinea la piacevole sorpresa di aver riallacciato, seppure in termini parziali, un filo interrotto un anno fa, con l'esplosione della pandemia. Una 'mission' di grande valore sociale che permette di ingentilire la durezza della reclusione.
"Nessuno di noi si aspettava di riprendere le nostre visite in carcere - dice. Una ripresa non del tutto al completo, ma sufficiente per colmare le carenze determinate dall'emergenza. La distribuzione degli indumenti e del kit per l'igiene personale non è mai mancata. Ma, avveniva a 'distanza'. Nel senso che si consegnava il tutto agli addetti. Noi non si poteva avere alcun contatto con i detenuti. Ci entusiasma la ripresa della coltivazione dell'orto, dell'apicoltura e, soprattutto, dei lavori artigianali".
Riferisce dell'impegno di tre ospiti del penitenziario nello scolpire oggetti in legno di particolare pregio. "Verranno esposti alla Foire d'été, sul banco riservato al Volontariato Carcerario - fa sapere Piera Asiatici. Non possiamo ancora riprendere i nostri colloqui con i detenuti e, soprattutto, la redazione del giornale mensile 'Pagine Speciali', realizzato nella biblioteca dell'Istituto penitenziario e divulgato dal Corriere della Valle, a cui rivolgiamo sempre il nostro ringraziamento per questa opportunità. Non sappiamo ancora quando riavremo l'assenso dalla Direzione carceraria".
L'alba di un nuovo giorno è rinata anche per i volontari di un'associazione, l'unica, ad oggi, in Valle d'Aosta, costituita trent'anni fa con l'obiettivo di lenire il disagio di chi, per i più svariati motivi, ha varcato la soglia di uno degli ambienti più problematici della società.
La loro forma di accoglienza nei confronti di queste persone può contribuire a rasserenare gli animi e, soprattutto, a presentare una nuova opportunità di vita al termine della detenzione. Il rientro nella società, in famiglia, in un ambito lavorativo può essere l'incentivo prioritario per dare una svolta definitiva alla propria vita, lasciandosi alle spalle periodi di sofferenza, tribolazione, privazione.











