di Franco Corleone
Messaggero Veneto, 14 maggio 2021
Il progetto del Garante dei diritti. Il 26 aprile sono stato eletto dal Consiglio comunale garante dei diritti dei detenuti e delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale con un voto che ha visto partecipe gran parte della maggioranza e dell'opposizione, il che aumenta la mia responsabilità.
Un anno di pandemia ha provocato un isolamento del carcere molto preoccupante ed è indispensabile una particolare attenzione per tornare presto ai principi della Costituzione, dell'Ordinamento penitenziario e del Regolamento del 2000 in troppe sue parti ancora disatteso. L'inizio del Covid ha provocato rivolte che non si verificavano da decenni, addirittura con 13 detenuti morti, colpevolmente archiviati come corpi a perdere. A Udine c'è un patrimonio di attività compiuto dalla precedente garante Natascia Marzinotto che va salvaguardato. Mi provoca emozione riprendere il compito e il ruolo di Maurizio Battistutta che dedicò fino all'ultimo respiro la sua vita al mondo dell'esclusione sociale. Gli ultimi di Padre Turoldo. Quando entro nel carcere di Udine guardo il melo che è stato piantato per dare forza al suo sogno di un luogo diverso.
La priorità assoluta sarà la realizzazione del progetto di ristrutturazione dell'istituto messo a punto dagli architetti del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria su impulso della Società della Ragione. La sezione ex femminile, abbandonata al degrado da venti anni diventerà il polo delle attività culturali e sociali, con laboratori per la lettura, la scrittura, il teatro, la biblioteca, attività artigianali e creative.
Sarà costruita una sezione per i detenuti in semilibertà, un campo da gioco e alla fine sarà prevista una riorganizzazione degli spazi prevedendo una palestra, un luogo di preghiera e meditazione. Non ultima una riorganizzazione dell'infermeria per garantire sicurezza al personale e dignità ai pazienti.
Il mese prossimo organizzeremo un seminario per presentare alla città l'ipotesi di trasformazione. Intanto premono le urgenze. Ancora non sono stati vaccinati i detenuti e l'intera comunità penitenziaria, per primi i volontari che sono essenziali per stabilire relazioni con i detenuti. Il ritardo dovrà non protrarsi oltre.
Il carcere soffre il sovraffollamento, infatti rispetto a 90 posti, le presenze si aggirano sulle 160 unità. Dai dati che mi sono stati consegnati, un centinaio di prigionieri sono definitivi; su queste persone occorrerebbe un impegno particolare per applicare le misure alternative, dalla semilibertà a progetti di inserimento in comunità di vario tipo, almeno utilizzando la detenzione domiciliare speciale. La platea più facilmente interessata è quella sotto i tre anni dal fine pena, che potrebbe uscire con affidamento in prova al servizio sociale: ben 23 nel 2021, 28 nel 2022 e 12 nel 2023. Perché stanno in carcere? L'interrogativo non può rimanere senza risposta: mancano progetti perché non c'è lavoro e manca la casa? Il carcere di Udine ha bisogno di più educatori e va stretto il rapporto con l'Uepe, la struttura per le misure esterne.
La magistratura di sorveglianza è disponibile e va fatto un salto con un impegno di tutte le istituzioni, approfittando anche del progetto di Cassa Ammende. Sono rimasto colpito dalla denuncia del medico incaricato per la situazione dell'infermeria, verificando io stesso il deterioramento della pavimentazione sconnessa, dell'umidità presente sui muri, la mancanza di un bagno e di un minimo di privacy. Non ultimo la mancata sanificazione dei locali nell'anno del Covid! Nonostante questo, posso dire che il personale è impegnato con passione e voglia di lavorare.
di Maria Teresa Martinengo
La Stampa, 14 maggio 2021
Fino al 28 luglio il Museo Egizio presenta al pubblico una nuova mostra, frutto del progetto "Liberi di imparare", nato nel 2018 dalla collaborazione del Museo con la Direzione della Casa Circondariale 'Lorusso-Cutugno' e l'Ufficio della Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Torino.
In una sala dedicata, al secondo piano, l'esposizione presenta venti copie di altrettanti reperti della collezione torinese, realizzati dai detenuti delle sezioni scolastiche dell'Istituto tecnico "Plana" e del Primo Liceo Artistico presso la Casa Circondariale. Tra queste, la Cappella di Maia, gli affreschi della tomba di Iti e Neferu, i ritratti del Fayyum, l'ostrakon della ballerina e alcuni libri funerari. Gli oggetti riprodotti sono accompagnati da didascalie con le indicazioni che consentono ai visitatori di ritrovare gli originali all'interno della collezione principale.
Anche nei mesi difficili della pandemia il progetto è proseguito grazie all'impegno di tutte le istituzioni coinvolte: sono state sviluppate nuove modalità di lavoro che hanno permesso ai detenuti di proseguire l'attività, realizzando repliche di grandissima qualità. Queste copie, risultato di un lavoro svolto con passione, assolvono anche a un importante compito educativo e scientifico a supporto delle attività dentro e fuori il Museo: tra le iniziative in cui sono state utilizzate, la mostra itinerante "Papirotour", realizzata in collaborazione con le Biblioteche civiche torinesi, le attività di didattica svolte presso l'ospedale infantile Regina Margherita, nonché alcune handling sessions, ossia esperienze di manipolazione e di studio di reperti, previste per i prossimi mesi.
"Ben lontani dall'essere una torre d'avorio, proseguiamo nel nostro intento di fare rete con altre istituzioni, anche quelle in apparenza più lontane, nonostante le forti restrizioni dell'ultimo anno", osserva Christian Greco, direttore del Museo Egizio. "Tutto ciò non sarebbe possibile senza un incredibile lavoro di squadra, di cui siamo orgogliosi e per cui voglio ringraziare tutte le istituzioni coinvolte", aggiunge Evelina Christillin, presidente del Museo Egizio.
"L'esperienza offerta dal Museo Egizio alle persone detenute della Casa Circondariale di Torino è senz'altro stata fra le più significative e culturalmente apprezzate non solo dai partecipanti ai laboratori dedicati ma anche da coloro che in più occasioni hanno avuto modo di vedere le opere realizzate", afferma inoltre Monica Gallo, Garante delle persone private della libertà personale della Città di Torino.
di Maurizio Ermisino
retisolidali.it, 14 maggio 2021
Chi, per qualsiasi motivo, ha conosciuto il mondo del carcere, ha spesso voglia di impegnarsi come volontario per aiutare chi ci vive. Il carcere è un mondo a sé, con le sue regole e i suoi ritmi. Una volta conosciuto è difficile scrollarselo di dosso, che lo si abbia sperimentato come detenuti, come insegnanti o legali, o con qualsiasi altra missione si sia entrati tra quelle mura.
Molte delle persone che, da diversi punti di vista, hanno conosciuto il carcere tendono a tornarci, da volontari, per aiutare chi è lì dentro. Semi di Libertà Onlus ha organizzato un corso on line, Volontario dentro e fuori il carcere, per far conoscere molti aspetti utili a chi vuole occuparsi di questo mondo così delicato, e hanno aperto un gruppo su Facebook per discuterne (Volontari dentro e fuori il carcere). È qui che abbiamo conosciuto molte delle storie che vi raccontiamo, per capire che cosa c'è dentro chi sceglie di fare volontariato in carcere.
Uno sportello d'ascolto - Maria Teresa Caccavale ha insegnato in carcere per 27 anni, dal 1991. Quel mondo le è rimasto dentro e oggi ha un'associazione, Happy Brigde, che si occupa di varie attività con i detenuti. L'incontro con quel mondo è arrivato per caso. "Nel 1991 vinsi il concorso a cattedra, e dovevo scegliere una sede", ricorda. "La sede non era il carcere ma la scuola dove avevo insegnato precedentemente. Ma la cattedra era sparita. L'unica che rimaneva nella zona era Rebibbia. È stato un caso, al carcere non ci avevo mai pensato".
volontari in carcere
"All'inizio avevo un po' paura", racconta. "Colpa delle leggende che descrivono il carcere e i detenuti come persone pericolose. Invece è stata la scoperta di un mondo che mi ha dato tantissimo". In carcere un insegnante non fa mai solo l'insegnante. "Cercavo di capire come funzionava la struttura e così si creava un rapporto confidenziale con i detenuti, che mi chiedevano di intercedere con l'area educativa, o di aiutarli con delle pratiche in sospeso", rievoca Maria Teresa Caccavale. "Ho incominciato a fare sostegno alle famiglie, a chi aveva problemi con i figli e le mogli, chi aveva bisogno di parlare con gli insegnanti dei figli". E così è nata un'analisi dei bisogni reali delle persone che vivevano in carcere. "La scuola c'era, c'erano i corsi di ceramica, l'università, lo sport. Mancava uno sportello di ascolto, dei volontari che andassero là e ascoltassero le necessità dei detenuti" racconta Maria Teresa. "Mancava lo sportello legale, un avvocato che gratuitamente desse delle consulenze ai detenuti. Ho pensato di fare un corso di yoga, un'attività alternativa alla fisicità dello sport ordinario, che ti dà una disciplina di vita, insegnamenti che ti fanno evolvere. È stata un'esperienza bella con molta difficoltà, non a causa della direzione, ma del contesto: non avevamo una sede, una stanza, abbiamo dovuto farlo nei corridoi. Abbiamo pensato a un laboratorio linguistico di spagnolo. E un laboratorio di scrittura". Il 14 febbraio 2012 è nata l'associazione Happy Bridge. In questi anni ha organizzato concerti e ha fatto scrivere le persone. Così è appena nato un libro, Pensieri reclusi. E in questi anni arrivate nate tante soddisfazioni, come quella di vedere un proprio allievo di yoga diventare riflessologo plantare, e un altro maestro di yoga in Albania.
Lo yoga e i traumi - A proposito di yoga, c'è chi ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio dei detenuti del carcere di Verona. È Roberto Cagliero, e insegna meditazione dal 2003. Anche la sua esperienza è iniziata per caso. "Tre anni fa un gruppo di Verona che gestisce dei cavalli che vivono nel carcere di Verona e di cui si occupano i detenuti per un corso che sfocia in un diploma di tecnico di scuderia, mi ha chiesto di partecipare con una lezione di yoga", ci ha raccontato. "I detenuti non sono a loro agio con gli animali: stando al chiuso, in situazioni potenzialmente fragili, il contatto on l'animale un po' di paura la suscita sempre".
Era da un po' che Roberto pensava al volontariato, e l'occasione ha dato il via a una nuova idea. "Ho coinvolto altri insegnanti di yoga e meditazione, perché c'è stata la possibilità di aprire l'attività anche nella sezione femminile, dove insegnano tre ragazze" racconta Roberto. "Tre anni fa ho fatto un corso a Londra con un'associazione americana, Prison Yoga Project, che fa una serie di seminari in giro per il mondo per insegnare a relazionarsi con i detenuti, e gli esercizi da non fare per non scatenare reazioni avverse".
"I detenuti negli Stati Uniti per il 90% hanno avuto traumi, prima di andare in carcere", spiega. "E ci sono delle modalità che possono fare da trigger, riportarli nel momento in cui hanno subito il trauma e possono avere reazioni che li destabilizzano. Toccare una persona sulla spalla da dietro è qualcosa che lo manda in tilt. Esercizi in cui ti metti a 90 gradi possono ricordare una sgradevole ispezione, o quelli in cui incroci le mani potrebbero far pensare all'arresto. Sono persone sempre in allerta, che prendono farmaci per dormire e possono abusarne".
L'impatto con il carcere, per Roberto Cagliero, non è stato difficile, anzi. "Erano tre anni che andavano dentro con i cavalli" racconta. "Non ho trovato grosse differenze tra un gruppo di detenuti e uno di allievi normali. Certo, tutto è più rallentato. Il trauma ti porta a quel processo che si chiama numbing, un rifiuto della relazione con la realtà".
Tornare in carcere, da volontario - C'è poi chi si trova a fare volontariato in carcere perché in carcere c'è stato, come ospite. Marco Costantini è stato un residente del carcere di Rebibbia e quel mondo gli è rimasto dentro, ma nel modo migliore. Oggi lavora con il Partito Radicale, ma non ha mai smesso di aiutare chi è rimasto in carcere, da volontario, da solo o con realtà organizzate. "Ho conosciuto tante persone, tanti volontari" ci racconta. "Io ho fatto l'università, e vedere tante ragazze che donavano le ore del loro pomeriggio - invece che stare con il ragazzo o con le famiglie - per farci studiare, per farci capire il passaggio di un esame, mi ha fatto capire che è un donare ti fa stare bene".
"Ho cominciato ad aiutare tante persone che non avevano possibilità economica, piccole cose pratiche", continua. "Poi ho iniziato un percorso: abbiamo cominciato a dare un supporto agli stranieri, a fare per loro delle pratiche". "Sono cose che mi vengono in maniera normale, neanche mi sforzo a farle" confessa Marco. "Faccio volontariato come singolo, ma collaborato con Sant'Egidio, ad esempio per i pranzi di Natale. Ma cerchi di fare un po' tutto, per donare un po' del tuo tempo a persone che hanno bisogno". E in questo modo arrivano anche le soddisfazioni. "Abbiamo voluto fare un evento a Rebibbia contro la violenza sulle donne" ricorda. "Tutti mi dicevano che era impossibile. Invece sono riuscito a portare l'avvocatessa Lucia Annibali. Per me è stata una grande rivincita: ha fatto capire che anche i detenuti hanno una coscienza, dentro hanno molto, ma se non vengono aiutati non possono crescere".
Imparare a fare il volontario - La vita da volontaria deve ancora iniziare invece per Simona Ciaffone, oggi tirocinante al Tribunale di Sorveglianza di Roma e praticante abilitato in uno studio di diritto penale. Ha appena seguito il corso di Semi di Libertà Onlus e sta per dare vita a una sua associazione. "Tratto quotidianamente la materia e l'ho sempre vista da fuori", spiega. "E mi sono resa conto di quanto sia difficile fare volontariato in carcere. Ho imparato a comunicare con i detenuti e mi sono detta: vorrei imparare un linguaggio che non sia solo quello prettamente giuridico. Perché le persone hanno bisogno di altre speranze che non siano le vie legali".
C'è allora bisogno di una formazione, di trovare un nuovo modo di relazionarsi. Il corso è servito a questo, e a togliere quel poco di pregiudizio che si rischia di avere in questi casi. "Il percorso di studi ti preparava a una realtà piena di crimine. Avvicinandomi mi sono resa conto di quanto possano incidere le situazioni personali, contesti di provenienza, malattie, discriminazioni. Accanto al sistema penale deve esserci un appoggio umano, che ti tira fuori da quei contesti di provenienza".
"Nel momento in cui ci rapportiamo al detenuto, come professionisti, dobbiamo avere un po' di distacco, dobbiamo distinguere le posizioni", continua. "Con il volontariato è un altro tipo di posizione ancora, di linguaggio, è un contesto diverso".
Già frequentando alcuni luoghi come il Pub Vale La Pena ci si può rendere conto di che persone sono quelle che cercano di ripartire dopo il carcere, o in attesa di finire di scontare la pena. "Chi è entrato a far parte di percorsi riabilitativi e alternativi al carcere è molto disponibile al dialogo, a raccontarti da dove è partito" ci spiega la volontaria. "Chi si vede negato questo percorso fa più fatica. In una delle lezioni si diceva di fare attenzione a non lasciare da parte chi ha più fatica ad esprimersi".
Sono storie diverse una dall'altra, con il comun denominatore dell'importanza del volontariato in un mondo come questo. "Il terzo settore è importante per coprire le carenze a cui non può far fronte lo Stato," concorda Maria Teresa Caccavale. "Durante il lockdown si è visto: certe persone si sono abbrutite completamente, c'è stato un arretramento".
"I volontari forniscono quello che lo Stato dovrebbe fornire, ma vengono proprio in sua sostituzione" commenta Simona Ciaffone. "Il volontariato è fondamentale non solo perché aiuta ad accompagnare un percorso educativo, ma lo fornisce". "È impensabile che il sistema possa sopravvivere senza il volontariato" ragiona Roberto Cagliero. "Ma la volontà di riequilibrare le persone o punirle non è una decisione delle singole strutture, ma l'atteggiamento che il Ministero della Giustizia ha nei confronti del detenuto. E questo in Italia è disastroso".
di Daniela Marcellino
sassarioggi.it, 14 maggio 2021
A Bancali il pericolo viene dall'acqua. Lo denuncia Antonello Unida, garante dei detenuti di Sassari che mercoledì, a Palazzo Ducale, nella relazione annuale sulla sua attività, ha illustrato, in V Commissione, i problemi del penitenziario alle porte del capoluogo turritano. Una struttura inaugurata nel 2013 e ancora priva dell'acqua potabile. La mancanza non è trascurabile. Non tutti i carcerati infatti hanno la possibilità di acquistare le bottiglie col prezioso liquido.
Le dichiarazioni di Unida - "In molti bevono dal rubinetto. È un'acqua sporca, aranciata - spiega il garante che sottolinea come il consumo accomuni sia sassaresi che extracomunitari -. Vi sono effetti pericolosi e progressivi sulla salute. Lo vedo da lontano se ne fanno uso. Sono magrissimi e dal ventre prominente, oltre ad essere spesso senza denti".
Le conseguenze fisiche - Queste le conseguenze visibili mentre le altre, all'opera sottotraccia, compromettono alla lunga la funzionalità degli organi vitali. Neppure la grande generosità dei cittadini i quali regalano con frequenza casse di acqua minerale agli ospiti del carcere, può al momento sopperire al problema. Tra le altre criticità segnalate l'eccesso di casi psichiatrici, la presenza di un solo funzionario pedagogico su 397 detenuti e la presunta latitanza del Comune per il disbrigo delle pratiche burocratiche chieste dai detenuti.
L'attacco - È vergognoso - tuona Unida - che da 15 giorni non si veda il referente dell'amministrazione". L'accusa provoca la reazione della dirigente Daniela Marcellino, vicesegretario generale, che interviene sospendendo la seduta e negando le affermazioni del garante. I toni tra i due salgono di volume fino al chiarimento, al cellulare e in viva voce, del dipendente comunale chiamato in causa: "Ero a Bancali ieri", spiega l'uomo.
La Marcellino interviene subito dopo: "Il garante è scollegato dall'amministrazione e non è neanche bene informato dalla direzione carceraria". Sarebbe quindi una mancanza di comunicazione ad aver originato l'equivoco tra le parti: "Noi - conclude la dirigente -, teniamo al servizio e ci rechiamo nella struttura almeno due volte al mese".
di Liana Milella
La Repubblica, 14 maggio 2021
Il presidente della Corte costituzionale fa il bilancio dell'anno nero della pandemia di fronte a Mattarella e Draghi. E affronta il nuovo rapporto con il Parlamento cui spettano le decisioni legislative su temi controversi come il fine vita, l'ergastolo ostativo, il carcere per i giornalisti.
La Consulta si apre di nuovo ai giornalisti. E il presidente Giancarlo Coraggio presenta il suo bilancio del 2020 davanti a Draghi, Mattarella e Cartabia, ma poi si concede a una lunga conferenza stampa. L'omofobia? "Una legge è opportuna. Spero che il Parlamento trovi la quadra". Il carcere anche dopo anni ai terroristi? "Non si può istituzionalizzare il diritto alla fuga". L'ergastolo ostativo? Anche per lui è "improcrastinabile prevedere un fine pena, ma la collaborazione dei mafiosi resta uno strumento fondamentale".
La presunzione di innocenza? "La gogna mediatica di chi è sottoposto a un'indagine che gli dura mezza vita è inaccettabile". La riforma della giustizia? "Sono ottimista. Ma si fermino i processi inutili fin dall'inizio, perché il processo è la prima pena e questa è una verità indiscutibile". Il libro di Palamara? "L'ho letto e sono rimasto sconvolto, è incredibile vedersi coinvolti in questa melma". Recovery e decreti legge? "Non possiamo negare che ci sia un'urgenza. Se non usiamo i decreti legge adesso, allora quando li dobbiamo usare? Non vedo incostituzionalità. Accusare Draghi di essere antidemocratico mi pare fuori dal mondo, per non parlare di Marta Cartabia, la cui conversione sarebbe davvero impensabile". Il cammino delle donne verso la piena parità? "La strada è ancora lunga, ma io posso raccontare la storia di mia madre. Volevano che smettesse gli studi e si sposasse. Lei ha preteso di laurearsi in chimica ed è andata in Eritrea a lavorare in una farmacia. Lì ha incontrato mio padre".
Il lutto, innanzitutto. Quello dovuto "a quanti hanno sofferto la perdita dei loro cari". Perché "la pandemia è stata una prova difficile per il nostro Paese, che tuttavia ha dato grande dimostrazione di sé". Parte con queste parole il presidente della Consulta Giancarlo Coraggio che torna, "in presenza" davanti alle massime autorità dello Stato - dal capo dello Stato Sergio Mattarella, al premier Mario Draghi, alla ministra della Giustizia ed ex prima presidente donna della Corte Marta Cartabia - a raccontare agli italiani che cosa ha fatto la Corte costituzionale nell'anno nero della pandemia.
Risultati positivi che non hanno risentito della pandemia e che hanno dimostrato come il "giudice delle leggi" ha saputo inventarsi una sua nuova dimensione. Una "efficienza" che Coraggio riassume così: nell'attività della Corte "non solo il numero di decisioni è stato sostanzialmente analogo a quello dell'anno precedente, e in linea con quello degli ultimi cinque, ma si sono anche ridotti i tempi di conclusione dei giudizi, scesi, per quelli incidentali, da circa un anno a otto mesi".
Ma è la sanità il focus della relazione di Coraggio. Perché se il 2020 è stato per tutti l'anno della malattia, dei centomila morti, dell'incubo dei vaccini, allora è proprio dalla sanità, dal suo ruolo "necessariamente" nazionale al di là delle competenze regionali, che si deve partire per ribadire che il diritto alla salute, al di là delle controversie, deve essere sempre garantito a tutti.
Dice Coraggio: "La Corte ha tradizionalmente negato l'esistenza di un diritto illimitato alla salute, proprio in considerazione delle incontrollabili ricadute finanziarie, affermando anche, tuttavia, che il valore di una sana gestione delle risorse non può spingersi sino a comprimere i livelli essenziali delle prestazioni, che in tal modo divengono oggetto di un diritto fondamentale". Ancora: "È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l'equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione".
Ne consegue l'invito netto a ridurre la conflittualità tra Stato e Regioni. Che Coraggio riassume in questa frase: "Oltre all'ormai costante richiamo alla leale collaborazione dello Stato e delle Regioni nelle materie di interesse comune o in ambiti posti al crocevia di una pluralità di competenze, appare anche opportuno invitare tutti gli attori istituzionali a riflettere sulla necessità di apprestare più efficaci meccanismi di prevenzione e risoluzione dei conflitti". Prosegue il presidente della Consulta: "Il fatto è che la peculiarità implicita in un servizio nazionale, ma a gestione regionale, può essere risolta solo con un esercizio forte, da parte dello Stato, del potere di coordinamento e di correzione delle inefficienze regionali: il suo esercizio inadeguato non solo comporta rischi di disomogeneità, ma può ledere gli stessi livelli essenziali delle prestazioni".
Il lavoro e la sua tutela in caso di licenziamento, la responsabilità genitoriale e la tutela dei minori, i diritti e i doveri delle coppie omosessuali, la genitorialità biologica e legale, la procreazione medicalmente assistista. Ecco i "diritti" che la Corte è venuta via garantendo con altrettanto sentenze. Così come - dice Coraggio - "le situazioni soggettive che vengono in rilievo di fronte alla complessa, stratificata e a tratti disomogenea legislazione sull'esecuzione carceraria ed extra muraria delle pene, oggetto di una incessante attività della Corte di adeguamento ai precetti costituzionali e, in particolare, all'articolo 27 della Costituzione". Quello che fissa un inderogabile principio: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
Dal caso Cappato, al carcere per i giornalisti, infine con l'ergastolo ostativo, la Consulta ha aperto una nuova pagina nei suoi rapporti con il legislatore. Stop ai "moniti" che non sortivano grandi risultati, rinvio al Parlamento, con l'obbligo di risolvere le questioni entro dodici mesi, i casi più controversi, quelli in cui c'è un'evidente incostituzionalità che però deve essere risolta dal legislatore perché comporta delle scelte.
E qui Coraggio è esplicito: "Viene in evidenza il problema del rapporto con il legislatore, problema che da sempre costituisce un aspetto delicato del sindacato di costituzionalità e che del resto era stato sottolineato da autorevoli esponenti dell'Assemblea costituente. La consapevolezza di questo limite è una stella polare nell'attività giurisdizionale della Corte, cui si impone il rispetto delle prerogative del Parlamento, quale interprete della volontà della collettività, chiamato a tradurre il bilanciamento tra valori fondamentali in conflitto, tenendo conto degli orientamenti e delle istanze che apprezzi come maggiormente radicati, nel momento dato, nella coscienza sociale".
Per questo, spiega Coraggio, "in mancanza di punti di riferimento normativi e in presenza di interventi complessi e articolati, la Corte si è sentita obbligata a privilegiare il naturale intervento del legislatore, ricorrendo alla tecnica processuale della incostituzionalità "prospettata": all'accertamento della contrarietà a Costituzione della norma censurata fa seguito non già la contestuale declaratoria di illegittimità costituzionale, ma il rinvio a una nuova udienza per l'esame del merito, dando tempo così al legislatore di disciplinare la materia".
Tra i rinvii alle Camere ecco la questione del carcere per i giornalisti. Le Camere avevano 12 mesi di tempo. Che scadono a giugno. Quasi nulla è stato fatto. E ciò fa prevedere che, come per il fine vita, anche questa volta la Corte sarà costretta a decidere da sola. Dice il presidente Coraggio in proposito: "La Corte ha dapprima osservato che il bilanciamento effettuato dalle norme del codice penale e da quelle della legge sulla stampa è divenuto inadeguato, anche alla luce della copiosa giurisprudenza della Cedu, e che questo impone una rimodulazione, come dicono i giudici di Strasburgo, in modo da coniugare le esigenze di garanzia della libertà giornalistica con le altrettante pressanti ragioni di tutela effettiva della reputazione individuale delle vittime di eventuali abusi di quella libertà da parte dei giornalisti.
E Coraggio volutamente cita proprio le parole della Corte dei diritti dell'uomo quando dice che "un simile, delicato bilanciamento spetta in primo luogo al legislatore, sul quale incombe la responsabilità di individuare complessive strategie sanzionatorie, in grado, da un lato, di evitare ogni indebita intimidazione dell'attività giornalistica; e, dall'altro, di assicurare un'adeguata tutela della reputazione individuale contro illegittime - e talvolta maliziose - aggressioni poste in essere nell'esercizio di tale attività".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 maggio 2021
L'Associazione Antigone nell'ultimo rapporto ha pubblicato gli episodi di pestaggi e violenza in Italia dopo le rivolte di marzo 2020. Potrebbero aprirsi nuovamente le indagini, molto più approfondite, in merito ai presunti pestaggi avvenuti nel carcere di Pavia dopo le rivolte di marzo 2020. L'esposto presentato dai detenuti, presunte vittime di pestaggi, era stato archiviato mesi fa. Ma arriva il colpo di scena: la giudice Valentina Nevoso ha annullato l'archiviazione suggerendo di fare ulteriori indagini.
Esulta l'associazione Antigone che ha seguito il caso fin dall'inizio tramite l'avvocata Simona Filippi. L'esposto dei detenuti riguarda un pestaggio che avrebbero subito all'indomani della rivolta dell'8 marzo, quella che ha riguardato diversi istituti penitenziari. Secondo la loro ricostruzione gli agenti si sarebbero prima presentati nelle loro celle, verso le due di notte, per insultarli e minacciarli. Il giorno dopo alcuni detenuti sarebbero stati convocati nella saletta ricreativa della sezione, dove sarebbero stati picchiati.
Sono diversi i procedimenti per presunti pestaggi dopo le rivolte di marzo 2020 - Non è da poco, visto che con l'annullamento dell'archiviazione rimangono ancora in piedi diversi procedimenti riguardanti i presunti pestaggi avvenuti in seguito alle rivolte di marzo dell'anno scorso che hanno coinvolto diverse carceri italiane. Come spiega l'avvocata Filippi di Antigone, gli esposti sono tutti in fase di indagini, ad eccezione del caso del carcere di Modena dove si registrarono nove morti e la procura ha chiesto di recente l'archiviazione. A questo punto, vale la pena elencare i diversi procedimenti aperti sui presunti casi di reato di tortura post rivolte. Per questo bisogna rispolverare l'ultimo rapporto di Antigone "Oltre il virus", dove c'è una panoramica completa.
Da Milano a Foggia: tantissime le denunce di violenze - Partiamo da Milano. A marzo 2020, nel corso dell'emergenza pandemica, Antigone viene contattata da molti familiari di persone detenute presso il Carcere di Opera, a Milano. L'associazione riceve la segnalazione di violenze, abusi e maltrattamenti nei confronti dei propri familiari, che sarebbero stati così puniti per la rivolta che avevano portato avanti in precedenza nel primo reparto.
A seguire Antigone ha presentato un esposto per tortura. Sempre nello stesso periodo, Antigone viene contattata dai familiari di diverse persone detenute presso il carcere di Melfi. Denunciano gravi violenze, abusi e maltrattamenti subiti dai propri familiari nella notte tra il 16 ed il 17 marzo 2020, verso le ore 3.30. Come a Milano, si tratterebbe di una punizione per la protesta scoppiata il 9 marzo 2020. Le testimonianze parlano di detenuti denudati, picchiati, insultati e messi in isolamento. Molte delle vittime sarebbero poi state trasferite.
Durante le traduzioni non sarebbe stato consentito loro di andare in bagno. E sarebbero state fatte firmare loro delle dichiarazioni in cui attestavano di essere cadute accidentalmente. Ad aprile 2020 Antigone ha presentato un esposto per violenze, abusi e torture. Nel mese di aprile del 2020, invece, Antigone viene contattata da familiari di varie persone detenute presso il reparto "Nilo" della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere per denunciare i presunti abusi, violenze e torture che alcuni detenuti avrebbero subito nel pomeriggio del 6 aprile 2020, anche qui come ritorsione per la protesta del giorno precedente, che aveva fatto seguito alla notizia secondo cui vi era nell'istituto una persona positiva al coronavirus.
I medici avrebbero visitato solo alcune delle persone detenute poste in isolamento, non refertandone peraltro le lesioni. A fine aprile 2020 Antigone ha presentato un esposto per tortura, percosse, omissione di referto, falso e favoreggiamento. A giugno 2020 la Procura fa notificare dai carabinieri avvisi di garanzia a 44 agenti di polizia penitenziaria indagati per tortura, abuso di potere e violenza privata. Agli atti dell'inchiesta ci sarebbero video che mostrano i pestaggi, detenuti inginocchiati e picchiati con i manganelli.
A questi casi, aggiungiamo la vicenda del carcere di Foggia. Sempre a seguito della rivolta nel mese di marzo 2020. Ad occuparsi del caso è stata "La rete emergenza carcere" composta dalle associazioni Yairaiha Onlus, Bianca Guidetti Serra, Legal Team, Osservatorio Repressione e LasciateCIEntrare. Si tratta di testimonianze dei familiari di alcuni detenuti presso la Casa circondariale di Foggia prima del trasferimento in seguito alla rivolta. Sono ben sette le drammatiche testimonianze, compreso la violenza che si sarebbe perpetuata nei confronti di un detenuto in carrozzina. Il procedimento risulterebbe ancora aperto.
di Enrico Fierro
Il Domani, 14 maggio 2021
Dal primo gennaio di quest'anno al 10 maggio, sulle coste siciliane, sono sbarcate 12.894 persone (1.373 i minori), erano 4.184 nello stesso periodo dell'anno scorso, 1.009 nel 2019. Tutto questo accade nonostante gli accordi con la Libia sottoscritti dal ministro dell'Interno Marco Minniti quattro anni fa, riconfermati da Matteo Salvini, e benedetti da Mario Draghi.
"Sono passati più di vent'anni dai primi sbarchi di migranti provenienti allora dalla Tunisia, e ancora parliamo di emergenza. Non se ne può più, l'immigrazione diventi uno dei primi punti dell'agenda di questo governo". Totò Martello è il sindaco di Lampedusa. In tasca ha la tessera del Pd ma non lesina critiche al suo partito. "Mi hanno lasciato solo. Loro a Roma tentennano, Salvini e Meloni alimentano la campagna d'odio, e io ricevo le minacce".
Pietro Bartolo, medico che ha passato anni sul molo dell'isola a curare migranti e riconoscere cadaveri, ora da parlamentare europeo dice: "Gli sbarchi di queste ore dimostrano la totale inutilità degli accordi con la Libia. Soldi buttati al vento, o peggio, regalati a una Guardia Costiera che è una cosa sola con i trafficanti d'uomini. L'aumento delle partenze dalle coste libiche di queste ultime ore dimostra che i trafficanti hanno bisogno di svuotare i campi in vista di nuovi arrivi".
Sono già troppi - A Lampedusa, in ventiquattr'ore, dal 9 al 10 maggio, sono sbarcate 2.146 persone. Una cifra che rischia di far saltare i precari equilibri sull'isola. Nell'hot-spot di Contrada Imbriacola ci sono 1.400 persone, tra container e spazi che al massimo ne possono ospitare 400. I migranti vengono spostati sulle navi quarantena che il governo ha noleggiato dai privati. La nave Splendid, che dovrebbe accogliere 365 persone, e la Allegra, con 6-700 migranti. Altri 200 sono stati trasferiti a terra con la nave Sansovino. "A tutti è stato fatto il tampone", assicurano le autorità sanitarie dell'isola. Oltre 400 persone hanno trascorso la notte all'addiaccio sulla banchina del molo militare Favarello. Situazioni al limite, viste le condizioni dell'hot-spot, e quelle sulle navi quarantena denunciate da diverse organizzazioni umanitarie. "Ma chi parla di invasione - dice l'eurodeputato Bartolo - fa solo propaganda. Quando Giorgia Meloni invoca il blocco navale, non sa di cosa parla, il blocco navale lo fai sparando, vogliamo questo?". "Salvini voleva chiudere i porti. Perché non l'ha fatto? Semplice, sapeva che era impossibile", è l'opinione del sindaco Martello. I dati non autorizzano ad agitare lo spettro dell'Italia invasa, ma diconoa di molte cose.
Fallimento libico - Dal primo gennaio di quest'anno al 10 maggio, sulle coste siciliane (Lampedusa per ovvi motivi geografici fa la parte del leone) sono sbarcate 12.894 persone (1.373 i minori), erano 4.184 nello stesso periodo dell'anno scorso, 1.009 nel 2019. Nonostante gli accordi con la Libia sottoscritti dal ministro dell'Interno Marco Minniti quattro anni fa, riconfermati da Matteo Salvini nei mesi in cui ha ricoperto lo stesso incarico, e benedetti da Mario Draghi nella sua contestatissima visita in Libia. "Un fallimento evidente", per Pietro Bartolo.
Ritorno al passato - "La Libia va aiutata a costruire la pace, non certo ad aumentare i lager. E l'Europa va responsabilizzata: via gli accordi di Dublino, sì al ricollocamento automatico e obbligatorio dei richiedenti asilo. Tutti gli Stati si facciano carico di una situazione disperata. Fino a quando ci saranno guerre, violenze, persecuzioni, fame, la gente partirà sempre". Ma i dati ci dicono anche altro. Negli ultimi giorni dalle coste libiche non partono più gommoni, ma barconi usa e getta, proprio come qualche anno fa. Il loro costo, racconta chi monitora il mondo degli scafisti, si aggira tra i 10 e i 20mila euro. Una spesa irrisoria per chi riesce ad imbarcare fino a 150 persone che pagano un ticket che oscilla tra i 2 e i 3mila dollari. Inoltre, le barche sono più sicure dei gommoni monotubolari e senza chiglia made in China, con motori che non possono percorrere 130 miglia. Comportano un minore rischio di affondamento. Meno tragedie in mare, significa anche meno riflettori accesi sulla Libia e sul suo governo in questa delicata fase di transizione.
Ora la Tunisia - L'altro dato che emerge è quello della nazionalità dei migranti sbarcati nei primi cinque mesi del 2021. Al primo posto (1.716 arrivi) si colloca la Tunisia, al secondo la Costa D'Avorio (1.292), al terzo il Bangladesh (1.216). Ed è proprio la Tunisia, secondo gli esperti, il punto di maggiore crisi nell'area mediterranea in questo momento. Il Paese è fragilissimo, la democrazia conquistata più di dieci anni fa con la caduta del regime di Ben-Alì e la rivoluzione dei gelsomini rischia di sfaldarsi. Le manifestazioni di massa dei mesi scorsi hanno mostrato una economia sull'orlo del baratro, con un debito pubblico all'84,5 per cento, il dinaro che rispetto all'euro perde il 45 per cento, e la disoccupazione, soprattutto giovanile, ormai oltre il 30.
"Dati che ci dimostrano come abbiamo sbagliato tutto - dice Bartolo -, è necessaria una politica di sostegno per l'Africa del Nord, insieme alla definizione di corridoi umanitari e rotte regolari di ingresso. Alzare di continuo l'asticella favorisce solo i trafficanti di esseri umani". Per il sindaco Martello "va bene la cabina di regia annunciata da Draghi, ma forse è arrivato il momento che il Parlamento si riunisca per discutere di politiche migratorie. Davvero basta con slogan e annunci". Uno slogan dei recenti anni passati era stato appiccicato addosso alle Ong, viste come "pull factor", fattore attrattivo dell'immigrazione. Inchieste giudiziarie, sequestri delle navi, hanno ridotto al lumicino la presenza delle navi umanitarie nel Mediterraneo. Non c'è più "attrazione", ma gli sbarchi continuano.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 14 maggio 2021
Dopo i casi raccontati da Repubblica e Politico negli ultimi giorni, ora anche il Guardian si occupa della "drammatica e umiliante esperienza subita da altri cittadini europei": fermati, detenuti in carceri ed espulsi. Il governo Johnson: "Siamo nel giusto". Si ingrossa il caso dei cittadini italiani ed europei detenuti alla frontiera britannica dopo la Brexit e portati addirittura in prigione fino all'espulsione, in caso di mancanza di visto lavorativo o della giusta documentazione. Dopo l'intervista della 24enne Marta Lomartire a Repubblica sulla sua inquietante esperienza a Londra e i casi simili di cittadini spagnoli e greci nei giorni scorsi raccontati da Politico, ora anche il quotidiano britannico Guardian si occupa della vicenda. E, con un articolo pubblicato oggi, racconta nuovi casi di europei presi, rinchiusi per ore/giorni in prigioni e poi espulsi dalle autorità di frontiera perché non autorizzati a varcare la frontiera del Regno Unito.
La storia di Marta purtroppo è capitata, a quanto si apprende, anche ad altri decine di italiani dal primo gennaio scorso, quando si è concretizzata la Brexit: arrivata lo scorso 17 aprile alla frontiera per fare la ragazza alla pari a Londra in casa di suo cugino, ma considerata migrante illegale "senza visto lavorativo" nell'era post Brexit e subito trasportata in un carcere vicino all'aeroporto di Heathrow. "Mi hanno sequestrato tutto", ha rivelato Marta, "anche il cellulare per non divulgare foto o video. Poi la prigione: filo spinato, sbarre alle finestre. Sono scoppiata a piangere. Con me c'era anche una ragazza toscana, "detenuta da 5 giorni"". Oggi il Guardian invece parla della "drammatica e umiliante esperienza subita negli ultimi mesi da altri cittadini europei", anche coloro che avevano colloqui di lavoro già fissati e che in teoria potevano entrare nel Regno Unito anche senza visto. Invece no: fermati, detenuti in questi centri di "rimozione" ed espulsi.
Oltre dieci cittadini europei, in grande maggioranza giovani donne, sarebbero state detenuti ed espulsi dopo essere atterrati all'aeroporto di Gatwick nelle ultime 48 ore. Alcuni di loro sarebbero stati spediti nel centro di detenzione Yarl's Wood Immigration Removal Centre, in Bedfordshire, a due ore di auto dallo scalo e dove ci sarebbero stati anche contagi di Covid. Una di questi, una ragazza spagnola di nome Maria, appena fermata dalla polizia di frontiera si sarebbe offerta di tornare immediatamente in patria con un altro volo a sue spese, che sarebbe decollato di lì a poche ore. Ma gli agenti sono stati irremovibili: "Deve andare nel centro di detenzione Yarl's Wood". "Sono ancora sotto shock", ha riferito la donna, "mi hanno tolto la libertà e non potevo rivolgermi nemmeno a un avvocato". Come capitato a Marta, anche a Maria e a un'altra ragazza basca, Eugenia di 24 anni, è stato sequestrato tutto fino al momento dell'espulsione, incluso lo smartphone, affinché gli ospiti di queste carceri siano impossibilitati a scattare foto del luogo. E come Marta, anche loro hanno incontrato nel centro di detenzione almeno una decina di altri cittadini europei detenuti, tra cui italiani, portoghesi, una francese e una ragazza ceca, "che era disperata".
Alle domande di Repubblica e di altri giornalisti britannici stamattina, il portavoce di Boris Johnson ha dichiarato che "i cittadini europei sono nostri amici e vicini", ma si è rifiutato di commentare i singoli casi individuali emersi in questi giorni. Downing Street non ha criticato i sequestri di cellulari e effetti personali ai cittadini Ue e nemmeno la "mano pesante" dei Ministero dell'Interno nella gestione di questi casi: "L'approccio che stiamo utilizzando è quello deciso in partenza. La maggioranza dei migranti non ha riscontrato problemi alla frontiera. Continueremo a lavorare in questo modo. Per coloro che vogliono entrare nel Regno Unito abbiamo diffuso il più possibile tutte le informazioni riguardanti i visti e la documentazione necessari. Quindi sanno che", se non in regola, "potrebbero essere respinti".
Il ministero dell'Interno britannico, che anch'esso non commenta sui singoli casi, ci ha risposto che "i cittadini Ue sono nostri amici e hanno il diritto di restare se residenti nel Regno Unito prima del 31 dicembre 2020. Chi è arrivato dopo, come ci chiedono i britannici, deve invece dimostrare di averne diritto e attenersi alle nostre nuove regole comunicate in ogni Paese Ue, nella propria lingua". Sulle condizioni degli ospiti dei centri, l'Home Office ci ha rimandato a linee guida proprie della "detenzione" di individui. La Commissione Ue si è detta "preoccupata" per il trattamento dei cittadini europei.
In Italia, intanto, il sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova, con delega ai rapporti con i paesi europei e agli italiani all'estero, sta seguendo la vicenda ed è in contatto con le autorità diplomatico-consolari a Londra. L'Ambasciata d'Italia ha svolto passi formali con le autorità britanniche per chiedere che vengano rispettate le previsioni del diritto consolare internazionale e che le nostre autorità diplomatiche vengano informate immediatamente in caso di detenzione di cittadini italiani affinché possa essere prestata loro assistenza consolare. Il Sottosegretario ha fatto analoga richiesta all'Ambasciatrice del Regno Unito a Roma, Jill Morris, in un colloquio alla Farnesina. Della Vedova si recherà prossimamente in visita nella capitale britannica.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 14 maggio 2021
Bat Yam, Lod, Giaffa: squadracce di arabi e ebrei si danno la caccia. E salta la coalizione anti Netanyahu. "Sulla vetrina stava scritto Victory, in inglese. Per sapere che la gelateria è proprietà di una famiglia araba bisogna esserci andati fin da bambini, fino alla sera prima, a scambiare qualche parola con quei vicini di strada e di voglia di rimanere a galla tra i palazzoni di Bat Yam, in fondo a Tel Aviv e ai pensieri dei politici a Gerusalemme. Individuare il locale che offre il narghile da fumare seduti sui divani - alla araba, appunto - è più semplice. O il venditore di falafel, anche se le polpettine di ceci fritte sono considerate cibo nazionale dagli israeliani ebrei quanto da quelli di origine palestinese.
Non sono giorni da dispute su chi prepari l'hummus migliore o riesca a mangiarne di più. Sono giorni di rabbia e di squadracce con le magliette nere che hanno devastato un negozio dopo l'altro sul lungomare, a terra restano i vetri e i cocci di una convivenza che per ora non sembra più possibile. Hanno spaccato tutto quello che per loro esalava di altro, di altri, anche la testa di un uomo pestato mentre tentava di proteggersi a terra. Viene da Ramle, un'altra città dove gli arabi rappresentano un quarto della popolazione - sono il 20 per cento in tutto il Paese - un'altra città dove la coesistenza è saltata. Gli ultranazionalisti hanno tentato di marciare verso Giaffa, volevano vendicare le sinagoghe bruciate a Lod (nella notte che il presidente Reuven Rivlin ha definito "un pogrom"), la caccia ai residenti ebrei.
Alla rotonda che segna il confine con la zona a maggioranza araba hanno trovato la polizia antisommossa. Solo lì. A impedire che lo scontro coinvolgesse Tel Aviv, dove ieri una troupe televisiva è stata malmenata dagli estremisti di destra e un soldato che camminava per Giaffa è stato assalito da arabi.
Gili abita dal 2003 attorno a via Yefet, nell'antichità era parte della strada che arrivava giù fino a Gaza, resta la più vivace e ingorgata di Giaffa. Gili va a letto tardi e si sveglia presto, da quando davanti alla porta di casa si sono incrociate le sue notti di telavivi festaiolo con le albe dei pescatori arabi. Da allora non ha smesso di lavorare con loro, di aiutarli a sbrogliare la matassa di reti delle leggi israeliane sulla pesca. "Questa mattina sono andato al negozietto dove faccio la spesa e per la prima volta in vent'anni ho trovato la saracinesca abbassata. Dentro c'era Nasser, il proprietario arabo cristiano, in lacrime. Mi ha detto che non ha senso aprire, le gente sta in casa. Non è la paura dei razzi. È questa violenza tra di noi. Sono cresciuto ad Haifa. La chiamano la città della coesistenza. Sono ebreo, per me e gli arabi che conosco è esistenza: tra la gente del porto conta solo quanto rispetti il mare e se riesci a tenere la barca".
Quello che sembra aver perso il controllo del timone è il premier Netanyahu. Adesso il governo ha deciso di imporre il coprifuoco a Lod e dalle 5 di ieri pomeriggio nessuno può entrare nella città: durante i disordini di martedì un arabo è stato ucciso da un ebreo israeliano, ieri un ebreo è stato ferito, dai video gli spari nelle strade risuonano come durante una battaglia. Il cordone di agenti non sta impedendo al caos - "siamo al limite della guerra civile" commenta all'Ansa monsignor Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme - di tracimare nel resto del Paese. Troppo tardivo l'invio massiccio della polizia per fermare i rivoltosi arabi, troppo deboli le parole di condanna degli estremisti ebrei.
Amir Ohana, che pure dovrebbe sovrintendere alla Sicurezza Pubblica, ha chiesto il rilascio dell'uomo che ha sparato a Lod: "I cittadini che rispettano la legge e vanno in giro armati accrescono la capacità delle autorità di ridurre i pericoli". Yair Lapid stava ancora cercando di salvare le trattative con i leader dei partiti arabi che gli avrebbero permesso di formare un governo: "I facinorosi a Lod o Acri - ha dichiarato - non rappresentano tutti gli arabi israeliani. I facinorosi a Bat Yam sono un mucchio di patetici razzisti che non rappresentano gli ebrei israeliani".
Un'alleanza con l'appoggio esterno di Ayman Odeh e Mansour Abbas per mandare un segnale a tutta la nazione. Naftali Bennett ha chiuso le porte a questa possibilità di cambiamento ed è tornato nell'abbraccio di Netanyahu: "Adesso serve l'ordine - si sarebbe giustificato -. Una coalizione sostenuta dagli arabi non riuscirebbe a imporlo".
di Sharon Nizza
La Repubblica, 14 maggio 2021
Netanyahu: "Andremo avanti per tutto il tempo necessario". Il portavoce delle forze armate: "Nessuna truppa ha varcato il confine". Il premier israeliano: "Ho detto che avremmo fatto pagare un prezzo molto alto ad Hamas. Lo facciamo e continueremo a farlo con grande intensità". Il presidente francese Macron: "Faccio un forte appello al cessate il fuoco e al dialogo. Vi chiedo calma e pace".
A tre giorni dall'inizio dell'escalation, poco dopo la mezzanotte l'esercito israeliano ha lanciato un massiccio attacco con forze aeree e di terra contro la Striscia di Gaza. Si tratta dei bombardamenti più duri dall'Operazione Margine Protettivo del 2014. Per due ore, aerei, artiglieria e carri armati israeliani hanno attaccato circa 150 obiettivi nelle aree settentrionali e orientali della Striscia. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per i lanci di missili contro la popolazione israeliana e che "l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario". "Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele". Media locali riferiscono di famiglie palestinesi che stanno scappando dal Nord della Striscia verso Gaza City a causa di quello che viene descritto come un vero e proprio diluvio di fuoco. L'agenzia stampa palestinese Wafa riferisce di due morti e una dozzina di feriti a Beit Lahia. Ieri l'esercito aveva dispiegato al confine con la Striscia unità di fanteria e corazzati e richiamato 9,000 riservisti. L'esercito ha ordinato alla popolazione israeliana nel raggio di 4 chilometri dalla Striscia di rimanere chiusi nei rifugi fino a nuova comunicazione. Nel corso della notte si è registrata un'altra vittima israeliana a Sderot.
Secondo alcune testimonianze raccolte dal Wall Street Journal, le truppe israeliane sono avanzate da nord con i carri armati. Il portavoce dell'esercito ha tuttavia smentito la presenza di truppe all'interno della Striscia. La notizia dell'ingresso via terra era stata inizialmente comunicata da diversi media internazionali che si basavano su una conferma del portavoce dell'esercito data in inglese, Jonathan Conricus, creando grande confusione tra i cronisti. Secondo il corrispondente militare della televisione israeliana Kan11, potrebbe trattarsi di un tentativo di trarre in inganno Hamas, in una sorta di "battaglia psicologica".
Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che Hamas pagherà un prezzo alto per i lanci di missili contro la popolazione israeliana e che "l'operazione continuerà per tutto il tempo necessario". "Agiremo con tutte le nostre forze contro i nemici all'esterno e contro i fuorilegge all'interno per riportare la calma nello Stato di Israele", ha detto il premier. Che ha parlato anche dell'altro fronte, quello delle rivolte nelle città israeliane: "Appoggiamo al cento per cento la polizia ed il resto delle forze di sicurezza per riportare la legge e l'ordine nelle città di Israele. Non tollereremo l'anarchia".
La gaffe dell'invasione via terra annunciata e poi negata - Il Times of Israel prova a spiegare la clamorosa gaffe dell'esercito israeliano, che stanotte attraverso un suo portavoce ha prima annunciato l'avvio delle operazioni di terra a Gaza e dopo un paio d'ore ha precisato che invece le truppe non erano mai entrate nella Striscia, adducendo "un problema interno di comunicazione". "Le forze di difesa israeliane - scrive il giornale sul suo sito web - sembrano aver indotto erroneamente i media stranieri a credere che l'esercito avesse lanciato un'invasione di terra nella Striscia durante il suo massiccio bombardamento del nord di Gaza.
Nella sua dichiarazione iniziale in inglese, l'esercito ha espresso in modo ambiguo dove si trovavano le sue forze di terra durante l'attacco, dicendo che "le truppe aeree e di terra dell'Idf stanno attualmente attaccando nella Striscia di Gaza". Quando è stato chiesto di chiarire la questione, ovvero se ci fosse stata un'invasione di terra, il portavoce dell'esercito Jonathan Conricus ha risposto: 'Sì. Come è scritto nella dichiarazione. In effetti, le forze di terra stanno attaccando a Gaza. Questo vuol dire che sono nella Striscia'". Ma, continua Times of Israel, sebbene dire che l'esercito era dentro Gaza "fosse tecnicamente corretto", è stato fuorviante: "Alcune truppe dell'Idf erano effettivamente posizionate in un'enclave tecnicamente all'interno del territorio di Gaza, ma a tutti gli effetti sotto il controllo israeliano. Per questo la loro presenza lì non poteva rappresentare un'invasione di terra".
Oltre 1.800 razzi lanciati dall'inizio del conflitto, Israele risponde con i raid - Sono oltre 1.800 i razzi lanciati da Gaza in direzione delle città israeliane da quando sono iniziate le ostilità fra Hamas e Israele. Secondo il portavoce militare, circa il 90 per cento di quelli diretti verso aree abitate sono stati intercettati dal sistema antimissilistico Iron Dome. Mercoledì mattina le stesse forze armate avevano spiegato che da lunedì alle 18 - inizio delle ostilità con il lancio di sei missili su Gerusalemme - mille razzi erano stati lanciati da Gaza.
In parallelo, Israele sta portando avanti una pesante offensiva militare nella Striscia di Gaza. In più di mille attacchi aerei in tre giorni sono stati centrati 750 obiettivi e sono stati uccisi almeno 60 operativi di Hamas e della Jihad Islamica, tra cui alcuni leader appartenenti allo Stato maggiore di Hamas, come Bassem Issa, il comandante della Brigata di Gaza City, Jomaa Tahla, capo dell'unità cyber, e figure altamente qualificate come Nazzem Hatib, capo dell'unità di ingegneria. Secondo un rapporto fornito dal portavoce dell'esercito, sono stati colpiti anche 33 tunnel di Hamas, 160 rampe di lancio, la Banca Islamica Centrale, arteria economica di Hamas. L'aviazione israeliana ha bombardato con attacchi senza precedenti diversi palazzi residenziali che ospitavano infrastrutture logistiche e di intelligence di Hamas. L'esercito ha allertato i residenti palestinesi affinché evacuassero l'area prima degli attacchi.
In serata, i media arabi hanno denunciato una strage nel villaggio Um el-Nasser, presso Sheikh Zayed, nel nord della Striscia di Gaza. Secondo i media locali sarebbero 11 i palestinesi rimasti uccisi e 50 i feriti da un bombardamento israeliano. Sei sono membri della famiglia locale Tanani. Fra i morti, secondo i media, ci sono anche bambini. Queste informazioni non hanno però avuto una conferma da parte delle autorità sanitarie di Hamas. In Israele l'episodio non è stato ancora commentato.
Scontri nelle città a popolazione mista, due persone linciate - L'escalation militare con Gaza trova si sta ripercuotendo anche all'interno del Paese, provocando scontri senza precedenti in particolare nelle città a popolazione mista, musulmana ed ebraica. Grande shock per due linciaggi avvenuti mercoledì sera ad Akko e a Bat Yam, al confine sud con Giaffa. Ad Akko un uomo di 30 anni è in condizioni critiche dopo essere stato assalito brutalmente da manifestanti arabi. A Bat Yam invece, una folla di manifestanti ebrei ha attaccato un conducente arabo, prelevandolo dall'auto e picchiandolo selvaggiamente. A Lod, dove nei giorni scorsi si erano registrati gli scontri più duri, il coprifuoco notturno annunciato dalla polizia è stato violato da molti e si sono registrati numerosi incidenti violenti. A Haifa, 59 inquilini di una palazzina sono stati curati in ospedale per inalazioni di fumo, dopo che cinque veicoli dati alle fiamme hanno provocato un massiccio incendio che ha coinvolto il parcheggio residenziale.
Timori per sabato, anniversario della nascita di Israele - Oltre 370 persone coinvolte nelle violenze sono state arrestate negli ultimi 2 giorni. Vi è timore che nuovi pesanti scontri possano avvenire nella giornata di sabato, per i palestinesi il Giorno della Nakba, la "Catastrofe", ossia la data che indica la nascita dello Stato d'Israele nel 1948. Il ministro della difesa ha dispiegato 10 unità di riserva della polizia di frontiera per contenere la situazione. "Ai cittadini d'Israele dico: questa anarchia è ingiustificabile: non mi interessa se vi ribolle il sangue. Non avete nessun diritto di prendere la legge in mano", ha detto Netanyahu in un messaggio alla popolazione. "Nulla giustifica il linciaggio di cittadini arabi da parte di ebrei né quello di ebrei da parte di arabi". Il presidente Rivlin si è detto "estremamente preoccupato" e ha supplicato i leader, i cittadini, i genitori a fare tutto il possibile per mettere fine agli episodi di violenza.
"Siamo sotto la minaccia di continui lanci di missili e ci occupiamo di una guerra civile senza ragione". Anche il leader del partito islamico Ra'am, Mansour Abbas, ha condannato le violenze e invitato i manifestanti a rispettare la legge e l'ordine. Abbas ha annunciato la sospensione delle trattative per la formazione di un governo "fino a che la situazione non si placherà".
Ancora stallo nella formazione del governo - Israele è nel pieno dello stallo politico, dopo quattro elezioni in due anni. Messo in secondo piano dall'escalation di sicurezza, lo scenario politico torna improvvisamente alla ribalta quando ieri sera Naftali Bennett annuncia il congelamento dei colloqui con il "campo del cambiamento" guidato da Yair Lapid, e in un clamoroso dietrofront torna a negoziare con Netanyahu per formare un governo di destra.
Domenica riunione all'Onu per discutere dell'escalation - L'ambasciatrice statunitense alle Nazioni Unite, Linda Thomas Greenfield, ha annunciato che domenica si riunirà il Consiglio di sicurezza Onu per discutere dell'escalation in corso tra Israele e la Striscia di Gaza. "Il consiglio di sicurezza dell'Onu si riunirà domenica per discutere della situazione in Israele ed a Gaza", ha scritto su Twitter, evidenziando che "gli Stati Uniti continueranno ad impegnarsi attivamente in azioni diplomatiche al più alto livello per cercare di far rientrare le tensioni". Nelle scorse ore il segretario di stato Usa, Antony Blinken, aveva fatto sapere che gli Stati Uniti sarebbero stati disponibili a prender parte alla riunione all'inizio della settimana prossima.
- Migranti. Quella non è una casa (e non sottratta a un italiano), ma questo è un uomo
- Cile, le ragazze che hanno perso gli occhi per la nuova Costituzione
- Incontro dei laboratori di scrittura e delle attività di informazione dal carcere e sul carcere
- Ergastolo ostativo. Quella "scelta tragica" fuori dalla Costituzione
- Le motivazioni della Consulta lezione a chi ha diviso i detenuti in buoni e cattivi











