di Elena Tebano
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
Erio Pettinari aveva 62 anni ed è morto di Covid il 22 marzo all'ospedale di Terni, dov'era ricoverato da quasi un mese. C'era arrivato con "un polmone quasi liquefatto", hanno spiegato alla moglie Daniela Ernesti. Si è ammalato mentre era detenuto nel carcere di Orvieto, dov'era arrivato a ottobre 2020, per scontare la condanna per un furto d'auto del 2013 che si era sommata a quelle per altri furti precedenti, arrivando a otto anni in totale. Alla fine gli sono costate la vita.
Luigi Mastrodonato racconta la sua storia su Internazionale, per spiegare come la popolazione carceraria italiana, costretta in una cronica situazione di sovraffollamento, sia stata particolarmente esposta all'epidemia (potete leggerla integralmente qui). È una storia segnata da condizioni economiche e di salute precarie: Pettinari, che aveva iniziato a rubare auto dopo aver perso il lavoro da ambulante, soffriva di una malformazione cronica che gli causava danni cerebrali e mal di testa lancinanti, ed era anche severamente depresso dopo la morte del figlio 25enne per un tumore. Alla sua età e nelle sue condizioni di salute avrebbe dovuto essere ai domiciliari. E invece era in carcere, dove è stato contagiato.
Il suo non è un caso isolato (anche se non figura tra i 18 detenuti morti ufficialmente nell'epidemia perché mentre era ricoverato in isolamento in ospedale, pochi giorni prima di morire, ha "beneficiato" di un ordine di scarcerazione, che materialmente non ha cambiato niente). "Scorrendo la lista di chi non ce l'ha fatta ci si imbatte in storie di tutti i tipi: un detenuto di 82 anni con patologie croniche è morto nel carcere di Livorno; uno di 76 anni, cardiopatico, diabetico e con problemi polmonari non ce l'ha fatta a Bologna; uno di 56 anni era malato terminale ma ha passato i suoi ultimi giorni a Opera. E così via, in una conta che riguarda carcerati due volte vulnerabili di fronte al virus, perché in molti casi anziani e malati" scrive Mastrodonato. A loro si aggiungono 12 agenti di polizia penitenziaria, anche loro deceduti per il nuovo coronavirus.
È difficile evitare i contagi in condizioni di vita comunitarie. Lo è ancor più nelle carceri italiane, costantemente sovraffollate. Durante la pandemia il ministero della Giustizia ha ridotto le carcerazioni preventive e permesso misure alternative al carcere per chi doveva finire di scontare pene per reati non gravi. In questo modo i detenuti sono passati da 61 mila a 53 mila. Comunque molti di più dei 47 mila posti disponibili.
"I tassi di contagio tra i detenuti sono più alti rispetto allo stesso dato relativo all'Italia in generale" ha sintetizzato ad Avvenire Michele Miravalle dell'Osservatorio di Antigone. Se è vera la frase attribuita a Voltaire ("Non fatemi vedere i vostri palazzi ma le vostre carceri, poiché è da esse che si misura il grado di civiltà di una Nazione"), la capacità di proteggere i detenuti è una cartina di tornasole. Anche in questo caso uno spiraglio è arrivato dalla campagna di vaccinazione: secondo il Ministero della Giustizia sono ormai oltre 45 mila i detenuti vaccinati (e oltre 23 mila su 36 mila gli agenti della Polizia penitenziaria "avviati alla vaccinazione").
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2021
Slitta l'arrivo in aula del processo penale. Avvocatura in rivolta e magistrati perplessi nel civile. Sull'ordinamento attesi gli emendamenti. I referendum di Salvini non aiutano.
Tempi più lunghi, confronto complicato nella maggioranza, frizioni con avvocati e magistrati sulla riforma della giustizia, nelle sue principali declinazioni. Vediamo. La ministra Marta Cartabia ha innanzitutto istituito un metodo diverso e comune per gli interventi nelle tre aree chiave, civile, penale e ordinamento giudiziario.
A monte è stata istituita, in ciascuna delle materie, una commissione di studio con il compito di preparare a valle proposte di emendamenti ai disegni di legge già incardinati in Parlamento. Le proposte tecniche, in ogni caso, prima del deposito davanti alle commissioni di Camera e Senato sarebbero state presentate ai capigruppo di maggioranza. Ora, nel penale, la commissione guidata dal presidente emerito della corte costituzionale Giorgio Lattanzi ha già da qualche settimana finito i suoi lavori, gli esiti sono noti e sono stati presentati alla maggioranza.
Di lì in poi però poco si è saputo, gli emendamenti non sono stati formalizzati e neppure depositati. È in corso tuttora un confronto che ha visto già un incontro della ministra con una delegazione del Movimento 5 Stelle, nei prossimi giorni ne è previsto un altro (così ha annunciato il leader della Lega Matteo Salvini, peraltro attivamente in campo con un pacchetto di referendum che non aiuta certo la coesione) con Giulia Bongiorno.
Di fatto però quell'approdo in Aula che era già stato fissato per l'inizio della prossima settimana è slittato a data da precisare. Sul civile, da pochi giorni gli emendamenti, dopo una lunga sosta alla Ragioneria per la verifica sugli impegni di spesa soprattutto sul fronte della mediazione, sono stati depositari e si tratta certo dell'intervento nella fase più avanzata. Tuttavia l'avvocatura è in rivolta, con l'Unione delle camere civili che contesta le misure, soprattutto quelle sul rito, come pericolose per i diritti dei cittadini, e minaccia lo sciopero, e un congresso straordinario di tutta la categoria che si svolgerà a fine luglio; perplessi anche i magistrati, con l'Anm, sabato, a sottolineare come le modifiche processuali a poco serviranno se non si procedere a un ampio reclutamento di magistrati.
E sull'ordinamento giudiziario la commissione guidata da Luciani ha concluso i suoi lavori, ma, anche in questo caso, gli emendamenti ancora non sono stati presentati. Intanto, il Consiglio superiore della magistratura prova a fare da sé e pochi giorni fa ha approvato una serie di modifiche al Testo unico sulla dirigenza.
La commissione sulla disciplina della crisi d'impresa è stata prorogata sino alla fine di luglio, mentre quella sulla magistratura onoraria dovrebbe concludere i lavori tra pochi giorni. Al ministero della Giustizia si ricorda che la mole e la rilevanza degli interventi messi in cantiere è assoluta e che la ricerca di un confronto il più ampio possibile nel merito dei contenuti fa parte del programma dell'amministrazione; nello stesso tempo la consapevolezza della necessità della riforma, soprattutto in chiave di accesso ai fondi del Recovery Plan, dovrebbe fare compiere a tutti gli interlocutori uno scatto di responsabilità, ammainando magari bandiere anche identitarie nel nome di un passaggio di interesse comune.
di Luigi Manconi
Il Riformista, 22 giugno 2021
Gli ultimi 8 mesi sono stati trascorsi dal detenuto senza che mai potesse godere dell'esposizione della luce solare diretta. Una situazione che può portare a uno stato di deprivazione sensoriale. Qual è la ragione? L'unica spiegazione è quella di rendere maggiormente afflittiva la sua pena.
Quale è la ragione del "regime speciale" al quale si trova sottoposto Cesare Battisti? Dal momento che dal detenuto non si attendono ulteriori informazioni relative a reati commessi da lui stesso o da altri (e sarebbe comunque una misura illecita), l'unica spiegazione di questo trattamento risiede nella volontà di rendere maggiormente afflittiva la sua pena.
Ma questo è, né più né meno, che illegale. E costituisce, se vogliamo, un vero e proprio oltraggio al garantismo e la sua totale negazione. Proprio perché il garantismo è un assoluto, vale sempre e comunque, si applica agli amici e agli avversari e, ancor prima, agli innocenti e ai colpevoli. E si applica anche agli autori dei crimini più efferati e a quelli maggiormente riprovevoli. l'adesione della Lega all'iniziativa referendaria promossa dal Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito ha diffuso nell'aria un certo clima mondano, cosi riassumibile: "dopotutto, signora mia, siamo tutti un po' garantisti".
Provvidenzialmente sono i fatti, duri come pietre, a sottoporre a verifica quell'autocertificazione garantistica, costituendo altrettanti ineludibili test di verità. Uno di questi ha la voce, senza dubbio sgradevole per tantissimi, di Cesare Battisti. Nel gennaio del 2019, Battisti venne estradato in Italia e ristretto nel carcere di massima sicurezza di Oristano, scontando qui i sei mesi di isolamento previsti come pena accessoria della condanna all'ergastolo. Successivamente, il trasferimento al carcere di Rossano Calabro, dove si sarebbe rinnovato e perpetuato fino a oggi un regime de facto di isolamento, trovandosi Battisti all'interno di una sezione interamente popolata da presunti terroristi islamisti (finora ne hanno scritto solo, se non sbaglio, Giulia Merlo sul Domani e Mattia Feltri su La Stampa, oltre a questo giornale).
Le condizioni dell'istituto di pena calabrese sono pessime: "L'AS2 di Rossano è una tomba, lo sanno tutti - scrive in una lettera lo stesso Battisti - è l'unico reparto sprovvisto persino di mattonelle e servizi igienici decenti, dove nessun operatore sociale mette piede". E gli ultimi otto mesi sono stati trascorsi dal detenuto senza che mai potesse godere "dell'esposizione alla luce solare diretta". Nella stessa lettera Battisti anticipava l'intenzione di attuare lo sciopero della fame, poi iniziato il 2 giugno scorso, come atto di protesta, contro quello che considera un "isolamento abusivo, senza alcun contatto con altri detenuti".
È una situazione, la sua, che può portare a uno stato di "deprivazione sensoriale", che la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani ha definito, in più di mia sentenza, come trattamento inumano e degradante e, in determinate circostanze, vera e propria tortura. Infatti, una condizione di prolungato isolamento totale può portare un individuo alla perdita o alla riduzione della capacità di percepire uno o più sensi. E questa la ragione per la quale misure come l'isolamento devono avere sempre una durata temporanea circoscritta e prevedibile.
E il loro eventuale prolungamento deve essere tassativamente motivato in maniera circostanziata e per cause eccezionali. Quale è, oggi, la ragione di questo "regime speciale" al quale si trova sottoposto Cesare Battisti? Dal momento che dal detenuto non si attendono ulteriori informazioni relative a reati commessi da lui stesso o da altri (e sarebbe comunque una misura illecita), l'unica spiegazione di questo trattamento risiede nella volontà di rendere maggiormente afflittiva la sua pena. Ma questo è, né più né meno, che illegale. E costituisce, se vogliamo, un vero e proprio oltraggio al garantiamo e la sua totale negazione. Proprio perché il garantismo è un assoluto, vale sempre e comunque, si applica agli amici e agli avversari e, ancor prima, agli innocenti e ai colpevoli. E si applica anche agli autori dei crimini più efferati e a quelli maggiormente riprovevoli: proprio perché si afferma, così, la superiorità giuridica e morale dello Stato e delle sue leggi, rispetto ai propri nemici. Mi auguro, di conseguenza, che il segretario della Lega, Matteo Salvini, che da Ministro dell'Interno gioì per l'arresto del latitante, in una maniera che forse oggi vorrà giudicare incontinente, si dichiari favorevole all'applicazione di un regime ordinario per Battisti. Ma il discorso non riguarda solo lui, ho un ricordo particolare.
Quando dieci anni fa iniziammo a mobilitarci perché sulla morte di Stefano Cucchi si indagasse con la necessaria serietà, dell'intero schieramento di centro-destra si mobilitarono giusto tre persone: Melania Rizzoli, Renata Polverini e Flavia Perina. In questa circostanza, ci saranno almeno altrettanti esponenti del centro-destra e un ceno numero di parlamentari del centro-sinistra, tra i tanti che si autocertificano come garantisti, che vorranno dire qualcosa? Oppure Cesare Battisti è troppo brutto, sporco e cattivo per sollecitare la nostra attenzione?
Vengono in mente le parole di Friedrich Durrenmatt: "È antipatica e ciò equivale già a un sospetto, ma questo è un elemento soggettivo, signori miei, non criminologico: e non deve influenzare la nostra opinione". (In La Promessa, Adelphi - Emons audiolibri, letto da Lino Musella).
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 22 giugno 2021
La linea grillina è di difendere a oltranza la riforma Bonafede. Unica possibile concessione: lo sblocco dei termini per gli assolti in primo grado. La questione è abbastanza semplice e potrebbe diventare uno dei punti di frizione più complicati per il governo guidato da Mario Draghi. Per il Movimento 5 stelle, nessuna riforma della Giustizia è accettabile se si mette mano alla prescrizione al di là di quanto già deciso con il Partito democratico ai tempi del governo giallo-rosso.
E quindi, il massimo a cui il partito di Giuseppe Conte può arrivare sarebbe l'equivalente di quel lodo Conte bis, dal nome dell'avvocato Federico Conte, deputato di Leu, secondo cui per gli assolti in primo grado la prescrizione continua a correre; per i condannati, si ferma dopo il primo grado di giudizio. E si blocca per sempre davanti a una condanna in appello, mentre in caso di assoluzione nel secondo grado di giudizio si possono recuperare i tempi di prescrizione persi.
Massimo dialogo, massimo ascolto, hanno detto i 5 stelle alla ministra Marta Cartabia nell'incontro della loro delegazione sulla riforma, tre settimane fa. Ma c'è una frase che Giuseppe Conte ripete a ogni incontro e ha detto anche nelle sue recenti uscite televisive: "Quel che per noi non può essere assolutamente consentito sono i casi di denegata giustizia. I cittadini, il sistema giustizia, lo Stato ha diritto all'eccertamento della verità dei fatti".
Il punto è che da quella mediazione è ormai tornato indietro anche il Pd. E che adesso c'è una maggioranza molto più larga di cui la Guardasigilli deve tenere conto. Avere un paletto così stringente, non è semplice. Anche perché - dice un esponente di governo - "la posizione di questo esecutivo non può certo essere quella di Bonafede". Il punto è fino a dove i 5 stelle sono pronti a spingersi, per difendere l'operato dei loro due precedenti governi. E quanto la prescrizione possa diventare il casus belli di un malumore ben più ampio, rispetto alle scelte del governo Draghi e alla necessità di ridefinirsi recuperando anche l'ala più barricadiera che ancora guarda con nostalgia ad Alessandro Di Battista. Non è un caso che la lettera di scuse di Luigi Di Maio sul caso Uggetti, l'ex sindaco del Pd assolto a Lodi dopo anni di gogna M5S, abbia suscitato moltissimi malumori interni e abbia costretto Conte a fare due dichiarazioni contraddittorie a distanza di poche ore. Il tema giustizia è, caduto ormai quello delle grandi opere, forse l'ultimo davvero identitario del Movimento.
Se il ministro degli Esteri ha scoperto sfumature e garantismo, non è detto che questo valga per i suoi compagni di viaggio. E infatti, tanto Stefano Patuanelli che naturalmente Alfonso Bonafede sono schierati sulla linea dell'ortodossia. Molto dipende da quel che deciderà di fare l'ex premier una volta prese le redini del Movimento (ammesso ci riesca viste le complicazioni di queste ore). Le voci di un Conte che vorrebbe la fine della legislatura prima della sua scadenza naturale, si inseguono da giorni. Di tutti i temi possibili su cui fare battaglie ultimative, la giustizia è certo il più appetitoso.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 giugno 2021
La Guardasigilli teme l'intransigenza del Movimento Cinque Stelle sulla prescrizione: "Una sintesi è necessaria". A Marta Cartabia piace scalare le montagne. Piantare un chiodo dopo l'altro per raggiungere la vetta. Certo, e lei lo ammette, ci sono chiodi più difficili da piazzare rispetto ad altri. La metafora ci aiuta a capire il rapporto tra la Guardasigilli e il M5S. Che è anche la storia dell'attuale ministra e dell'ex ministro Alfonso Bonafede. E adesso che si avvicina il momento fatidico degli emendamenti sul processo penale, prescrizione compresa, un fatto è certo, Cartabia e Mario Draghi marciano in cordata per portare a casa le riforme "il più velocemente possibile".
Tant'è che il filo diretto tra palazzo Chigi e via Arenula è continuo. Come lo è la preoccupazione che sulla giustizia, dentro M5S, possa prevalere l'intransigenza. Magari guardando più al passato, ad altri bilanciamenti di governo, che non a quello attuale dove le sensibilità sono diverse e dove "una sintesi è necessaria". Come dice Cartabia, citando la dea Atena nelle Eumenidi, un testo che le è caro, "anche nel nostro tempo le discussioni intorno alla giustizia avrebbero bisogno di più logos e più dia-logos, più ragionamento e riflessione, più comprensione profonda per le ragioni dell'altro, e meno istinto e reattività".
È un invito, certo non mascherato, a ragionare, piuttosto che ad aggredire. Un invito al M5S, dove le sensibilità sulla giustizia sono diverse, da dove giungono voci ostinate sulla prescrizione made in Bonafede, ma pure segnali di disponibilità a una trattativa che badi al risultato. Portare a casa i fondi del Recovery, e una giustizia che si sdogana dalla sua proverbiale lentezza. Questo vuole l'Europa, su questo, con Draghi, lavora Cartabia. Che certo, pur da ministro tecnico qual è, non ignora i tormenti in casa grillina. Anzi li segue con attenzione.
Tanto li ha presenti che con Bonafede si è mossa da signora. Un incontro con lui poche ore dopo essersi insediata. Aver mantenuto come capo di gabinetto Raffaele Piccirillo. Utilizzare i disegni di legge del suo predecessore come testo base per tutte e tre le riforme della giustizia un gesto che Bonafede ha apprezzato. Cartabia lo ha fatto mentre, in Parlamento, c'era chi spingeva per utilizzare testi base differenti. E poi un incontro nel merito con il M5S, quando dal lavoro della commissione Lattanzi era già emerso che la prescrizione non sarebbe potuta rimanere né quella di Bonafede, né tantomeno quella del lodo Conte bis. Ipotesi su cui lo stesso Pd, che l'aveva sottoscritta col governo giallorosso, ha preso le distanze proponendo soluzione alternative.
La formula di Cartabia sulla prescrizione non è ancora sul tavolo. Quindi, logica vorrebbe che non si alzassero in anticipo dei muretti. Né tantomeno muoversi ipotizzando future barricate su quello che ancora non c'è. Certo è che alla Guardasigilli non possono sfuggire le dinamiche di M5S sulla giustizia. Conte e Bonafede da una parte, ma anche Luigi Di Maio e le sue parole sul caso Uggetti dall'altra. Nonché l'apprezzamento per lei quando ha incontrato Gianni Forti, lo zio di Chico, in carcere dal 2000 negli Stati Uniti, condannato all'ergastolo per omicidio, sul quale Cartabia ha promesso il suo impegno "per riportarlo a casa". E d'altra parte, non erano parole di guerra neppure quelle dell'intervista di Bonafede a La Stampa in cui, l'8 giugno, le dà atto cortesemente di aver portato avanti il suo piano sul personale, per aumentare il numero di magistrati e cancellieri. Certo poi c'è anche la nettezza di un Patuanelli quando dice che l'intesa raggiunta sulla prescrizione nel precedente governo "è l'unico punto di caduta possibile".
E il perimetro di Giuseppe Conte. Cartabia sta seguendo un percorso ragionato per portare a casa le riforme. Quella sul civile è già al Senato con un tesoretto milionario per la mediazione. I gruppi di lavoro Lattanzi e Luciani porteranno ai suoi emendamenti. Ma ecco gli incontri bilaterali gestiti nella massima riservatezza, proprio a cominciare da M5S. Poi Enrico Letta. A breve arriverà la Bongiorno. E Carlo Calenda con Enrico Costa. Con FI il dialogo passa per il sottosegretario Sisto. La costruzione di un puzzle difficile certo, ma in cui per Cartabia conta il dialogo. Anche quello con M5S sulla formula più giusta per andare avanti anche sulla prescrizione.
di Mauro Anetrini
L'Opinione, 22 giugno 2021
Chiariamo una cosa, una volta per tutte. Un conto è offendere un magistrato nell'esercizio delle sue funzioni, o per i provvedimenti assunti. Questo non è consentito e non si deve fare. È ammissibile la critica, ma non c'è spazio per lo scontro a colpi di contumelie. Altro e diverso discorso è aprire un conflitto duro, aspro, connotato se del caso anche da espressioni irriverenti con una organizzazione sindacale, la quale - surrettiziamente trincerandosi dietro l'intangibilità della toga - ritiene di avere il diritto di predicare, moralizzare, intimidire neppure troppo allusivamente.
I giudici non parlano per bocca dell'Anm (Associazione nazionale magistrati), ma con le sentenze. La promessa di ferma reazione di Anm vale esattamente quanto la minaccia di sciopero generale della Cgil. È un atto politico. Ma è un inganno, perché vuole fare credere ai cittadini che viene da Giudici, mentre viene da membri di una associazione privata che approfittano del fatto di essere magistrati.
A loro dico - oggi - quello che dissi anni fa, alla Corte d'appello di Milano, difendendo un politico (ancora oggi parlamentare) accusato di avere diffamato uno di loro per la sua attività politica: se state al di là dello scranno, avrete sempre il mio rispetto; se venite al di qua, preparatevi a subire quello che vale per chiunque decida di fare politica. Non finisce qui. In verità, non può finire qui e così, con una polemica inutile, destinata a spegnersi al calar del sole, bruciata come si bruciano le notizie nel mondo in cui tutti hanno diritto ad un quarto d'ora di notorietà (compensato da un oblio senza fine).
Non può finire qui, perché la promessa di ferma reazione ad un referendum che potrebbe indurre il popolo sovrano ad esprimere un giudizio sull'operato dei magistrati non è riducibile allo scomposto disappunto di pseudo-sindacalisti d'antan, ma rappresenta una presa di posizione sulla quale discutere. Non fate i furbi, voi di Anm. Il popolo non giudicherà in merito alla qualità delle decisioni prese nelle Aule di Giustizia, ma di come vi comportate, avendo ben presente ciò che ha letto nelle intercettazioni di Luca Palamara, ciò che ha appreso sulla vicenda Eni, del modo di assegnare (spartire?) gli incarichi direttivi e via così.
Nessuno mette e metterà mai in discussione l'indipendenza dei magistrati e nessuno chiederà la gogna mediatica. Prova ne sia il fatto che la maggior parte dei magistrati italiani dorme sonni tranquilli e non si sente assediata. Piuttosto, vorremmo parlare del principio di responsabilità (universalmente accettato, ma per voi manco preso in esame), dei criteri di reclutamento e progressione in carriera, della gestione degli uffici; di un sacco di cose, insomma.
Alcuni magistrati hanno usato (impunemente e impudentemente) i media per screditare politica, impresa, cittadini, sfruttando il ruolo che rivestono. Adesso avete paura del giudizio del popolo espresso con un referendum? Chiedetevi perché siamo arrivati a questo. Lo ripeto: non fate i furbi. Non tutti ci cascano. Cominciate a fare un serio esame di coscienza e a chiedere scusa alle migliaia di vostri colleghi che ogni giorno lavorano seriamente, senza speranza di fare carriera.
di Simona Musco
Il Dubbio, 22 giugno 2021
Il sindacato delle toghe chiama a una "ferma reazione" contro i quesiti proposti da Lega e Radicali. Che invece chiamano in causa il Colle. "Al di là del merito dei singoli quesiti, credo che si colga agevolmente un dato, in contrasto con quanto dichiarato dai proponenti, almeno da quelli che sono espressione di Forze politiche che compongono la maggioranza di Governo.
Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura". Sono parole dure quelle del presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, che all'ultimo comitato direttivo centrale "stronca" il referendum puntando il dito contro i partiti che lo hanno promosso.
Per il magistrato, infatti, uno degli effetti possibili è quello di mettere in ombra gli interventi di riforma, studiati in maniera scientifica "per saggiarne il rapporto di compatibilità costituzionale e non cancellare, in nome dell'idea che il sistema non sia redimibile, un assetto di regole costruito intorno ad alcuni principi che non dovrebbero mutare".
Da qui la ferma reazione dell'Anm, in difesa del metodo riformatore, che pure non rappresenta il capitolo "centrale" sull'ardua strada che porta ad un recupero della fiducia nella magistratura da parte dei cittadini. "Molto è nelle nostre mani", ha evidenziato Santalucia, che ha invitato i colleghi alla sobrietà, alla serietà, l'equilibrio e la responsabilità.
"Sappiamo quanto sia importante che i magistrati siano anche soltanto percepiti con questa lente, oggettivamente rassicurante, e non ci sfugge la forza deformante di un cattivo approccio con i mezzi di comunicazione, Stampa e Tv - questa la stoccata ai colleghi. La sobrietà ragionata ed informata, nei casi in cui è necessario parlare, serve a consolidare una percezione di affidabilità non solo dei singoli ma dell'intera magistratura. Recenti e meno recenti episodi di cronaca hanno invece segnato la direzione contraria. Occorre dunque tenere alta l'attenzione sull'importanza della cautela e della compostezza comunicativa, specie in questi tempi in cui ogni errore rischia di essere amplificato e reso funzionale ad un canovaccio guidato dall'idea di fondo di una magistratura in irrimediabile crisi".
Nel documento finale approvato dall'Anm, pur riconoscendo il "legittimo esercizio di una prerogativa costituzionale" quale l'opzione referendaria, le toghe hanno ribadito la propria contrarietà, esperimento "forte preoccupazione per le modifiche in tema di responsabilità civile diretta dei magistrati e di separazione delle carriere, che rischiano di condurre a una magistratura meno indipendente e a un pubblico ministero sganciato dalla giurisdizione e privato dei compiti di garanzia che l'ordinamento gli riserva. Analoga preoccupazione desta il quesito sul delicato tema della custodia cautelare, presidio avanzato di tutela della sicurezza collettiva. Occorre essere consapevoli che l'eventuale approvazione dei quesiti referendari potrebbe comportare gravi ripercussioni sull'assetto costituzionale e sulle guarentigie di autonomia e indipendenza della magistratura, le quali costituiscono non privilegi di categoria ma garanzie irrinunciabili per tutti i cittadini", conclude il documento.
Ma le parole di Santalucia hanno fatto infuriare le Camere penali. Che attraverso il presidente dell'Unione, Gian Domenico Caiazza, vengono definite "sorprendenti" e prova dello "stato confusionale" in cui si trova la magistratura italiana. "Trovo veramente stupefacenti - ha spiegato Caiazza all'Agi - le parole del presidente Santalucia, che confermano l'enorme difficoltà della magistratura associata di comprendere la profondità della crisi che la riguarda". A suo giudizio, "sono parole gravi perché il referendum è uno strumento costituzionale, pensato proprio per consultare la volontà popolare". Per questo motivo, "immaginare che l'associazione nazionale della magistratura critichi una consultazione popolare ha dell'incredibile". Fermo restando il diritto dell'Anm ad intervenire nel dibattito sui quesiti referendari, ciò che contesta Caiazza sono i "toni così minacciosi". Parole gravi, sulle quali invita le toghe a riflettere, chiamandole al confronto "sui quesiti. Quando si fa un referendum, non si può mettere in discussione la natura stessa dello strumento che è una forma di manifestazione democratica diretta".
Dura anche la reazione di Lega e Partito Radicale. "Parole gravissime - ha commentato Matteo Salvini. Non si può aver paura dei referendum, massima espressione di democrazia e libertà, e di confrontarsi con il giudizio e la volontà popolare". Che poi ha aggiunto: "Mi spiace di aver letto certi toni da chi dovrebbe essere al di sopra delle parti, suona come una minaccia, spero che chi di dovere intervenga. Se presidente del sindacato dei magistrati minaccia una reazione forte, io chiedo il rispetto della Costituzione: la sovranità appartiene al popolo non alla casta".Parla di gravissimo attacco anche il segretario dei Radicali, Maurizio Turco, che ha chiesto un intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. "C'è il tentativo da parte della magistratura delle correnti di mettere a tacere i cittadini, noi con i referendum vogliamo fare votare i cittadini".
D'accordo con Santalucia, invece, Mario Perantoni, presidente della Commissione Giustizia della Camera e deputato M5S. "Noi ci stiamo impegnando per un rinnovamento che possa rendere il sistema più efficiente e al servizio dei cittadini. Questa è la nostra priorità, insieme alla salvaguardia dei principi di autonomia e indipendenza dei magistrati", ha evidenziato.
E dopo le accuse, Santalucia ha chiarito che quelle dell'Anm non sono minacce. "Di solito la funzione del referendum è fare da pungolo quando un governo è distratto. Ma ora non è così. Il motivo è un altro - ha spiegato al Corriere della Sera -. In questo momento di crisi della magistratura, che non neghiamo, avere un voto popolare significa cristallizzare questa situazione", "bollarla e incatenarla alla crisi".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2021
La Cassazione scegliendo tra due orientamenti risolve un conflitto di giurisprudenza sulla nozione di "falso innocuo". Lo straniero che falsifica la patente del proprio Paese di provenienza commette il reato di falso se questa in linea di principio abilita alla guida in Italia o è riconosciuta come valido documento d'identità. Il valore di autorizzazione amministrativa o di certificazione anagrafica dà quindi rilievo al falso determinando con la sua spendita la commissione dell'illecito penale. Va sottolineato che la validità della patente di guida rilasciata da uno Stato estero extra Ue sussiste solo se tra questo e l'Italia sono intercorse intese bilaterali di reciproco riconoscimento. Quindi in assenza di tali requisiti di autorizzazione o certificazione amministrativa, secondo il ricorso accolto, non scattano i reati ex articoli 477 e 482 del Codice penale per il falso "non grossolano" del documento straniero.
La Corte di cassazione aderisce - con la sentenza n. 24227/2021 - a tale impostazione difensiva del ricorso e nel farlo di fatto riconosce validità a uno degli orientamenti opposti espressi all'interno della medesima sezione sui presupposti fattuali in base a cui è ravvisabile il carattere innocuo, cioè penalmente irrilevante, di un falso non grossolano.
Il ricorso contestava la condanna - a norma degli articoli 477 e 482 Cp - comminata per falso materiale in certificazioni e autorizzazioni amministrative commesse da privato: perché il reato non può sussistere se il documento falsificato - anche fosse genuino - non ha il valore di autorizzare o certificare alcunché.
L'offensività invece, secondo l'orientamento scartato dalla sentenza di legittimità in esame, è legata all'idoneità del falso non grossolano a ingannare comunque la fede pubblica e l'affidamento dei terzi. Cioè non basta che il documento di guida è privo in sé delle condizioni di validità sul territorio italiano. Proprio il ragionamento opposto cui aderisce la sentenza che ha accolto il ricorso dello straniero falsificatore.
di Sergio Menicucci
L'Opinione, 22 giugno 2021
Obbligare i giornalisti, per sentenza, a rivelare le fonti delle notizie che pubblica significa uccidere il giornalismo d'inchiesta e proibire di svolgere quel servizio pubblico inerente all'attività d'informare i cittadini e di garantire a tutti il mantenimento della democrazia e del pluralismo. "La libertà - ha lasciato scritto Piero Calamandrei, uno dei padri della Carta costituzionale - è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare".
Il caso delle fonti è tornato di attualità in seguito di una sentenza del Tar del Lazio a seguito del servizio del giornalista Giorgio Mottola della trasmissione della Rai "Report" diretta da Sigfrido Ranucci. L'inchiesta riguardava gli appalti pubblici in Lombardia e l'avvocato Andrea Mascetti, che era stato chiamato in causa, si era rivolto al Tribunale amministrativo per avere accesso agli atti effettivamente utilizzati per l'inchiesta e detenuti dalla redazione. Una sentenza che mette in discussione la segretezza delle fonti giornalistiche e quindi la libertà di stampa. In più c'è l'anomalia di aver fatto ricorso ad un paragone improprio: considerare l'informazione dell'azienda di Stato alla stregua di atti della Pubblica amministrazione. Ecco quindi l'intervento del Tar.
Nessuno è "legibus solutus" hanno lasciato come eredità giuridica Ulpiano e Cicerone, tra i massimi giureconsulti dell'antichità. I reati se ci sono vanno accertati e puniti. Ma nel rispetto dei principi fondamentali della Carta costituzionale che ha sancito alcuni principi base, che vanno dalla difesa e sviluppo della dignità dell'uomo alla rimozione dei limiti in fatto di libertà e uguaglianza dei cittadini.
Nella prima parte, riguardante i diritti e i doveri dei cittadini, c'è il fondamentale articolo 21 per cui "tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dall'autorità giudiziaria nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi".
Rientra in questa sfera la sentenza del Tribunale amministrativo che vuole consentire al legale l'accesso alle fonti del giornalista? I reati di stampa o a mezzo stampa sono ben individuati anche dal Codice penale anche se a differenza degli avvocati, medici, farmacisti, notai, preti non include i giornalisti nell'elenco esentati dall'obbligo di deporre in giudizio sui fatti conosciuti in ragione della loro professione.
C'è però una questione di etica professionale, che vieta ai professionisti di diffondere notizie acquisite nel rapporto fiduciario. Per i giornalisti la difesa del diritto al segreto professionale relativo alle fonti d'informazione è sancita dall'articolo 2 della legge sull'ordinamento della professione giornalistica (3 febbraio 1963 numero 69 promossa dal Guardasigilli, Guido Gonella).
Il problema deriva, come nel caso del carcere ai giornalisti condannati per diffamazione di cui si stanno occupando la Corte costituzionale, dalla propensione di alcuni magistrati, in particolare della giustizia inquirente, di dettare norme restrittive alla libertà d'indagine. Se prevalesse questa tendenza non ci sarebbe stato il Watergate con la messa sotto accusa del presidente degli Stati Uniti d'America, le inchieste dei vari Premi Pulitzer e film come Tutti gli uomini del presidente, Jfk-un caso ancora aperto, Il caso Spotligtht dopo il Premio Pulitzer sull'inchiesta riguardante casi di pedofilia coperti o The Post di Steven Spielberg sulla pubblicazione dei Pentagon Papers.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 22 giugno 2021
Poco più di mille giorni per cambiare il carcere di Poggioreale, non in tutte le sue parti ma almeno in cinque padiglioni, i più antichi dell'istituto, e con l'obiettivo di rendere più dignitosi i luoghi della reclusione. Il Ministero delle Infrastrutture ha dato il via alla gara per procedere ai lavori di restyling del grande carcere cittadino.
Per il Garante regionale Samuele Ciambriello, che per oltre un anno ha sollecitato lo sblocco dei finanziamenti stanziati da anni per rimettere a nuovo una parte dell'antica struttura penitenziaria, si tratta di una buona notizia: "Finalmente spazi rispondenti ai dettati costituzionali e ai pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo".
I lavori riguarderanno interventi di adeguamento dei padiglioni Salerno, Napoli, Venezia e Italia, e di completamento del padiglione Genova. Il cantiere avrà una durata di 1.104 giorni e le offerte dovranno giungere entro il 19 luglio. Per i lavori sono stati messi in conto 13 milioni di euro (13.103.027 per l'esattezza). "Finalmente qualità e dignità della pena attraverso gli spazi detentivi - commenta Ciambriello - ma resto basito per la decisione del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria di non aver coinvolto i padiglioni fatiscenti Milano e Roma nella selezione per la ristrutturazione e l'adeguamento del carcere di Poggioreale - aggiunge - Spero che nel piano carceri l'amministrazione penitenziaria trovi i finanziamenti per questi due padiglioni".
Il progetto mira a garantire il rispetto delle indicazioni provenienti sia dai recenti pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell'uomo sia provenienti dagli uffici dei Garanti e ai vari livelli dalle associazioni impegnate nel settore. Gli interventi di ristrutturazione e ammodernamento dovranno consentire la disponibilità, all'interno di ciascun padiglione, degli spazi minimi utili per ogni cella e la realizzazione di camere detentive per detenuti disabili.
Secondo il progetto illustrato dal garante regionale, inoltre, si prevede che in tutte le camere detentive ci dovrà essere uno spazio a parte per i servizi igienici, con vaso bidet e doccia, nel pieno rispetto dei criteri igienici e di privacy che servono a rendere dignitosa e umana la vita di chi è detenuto. Inoltre, tutti i locali dedicati a spazi per attività comuni saranno dotati di servizi igienici posizionati nelle immediate adiacenze.
In più, per ogni padiglione a ogni piano, fatta eccezione per il piano rialzato, sarà previsto un locale per il servizio di barbiere/parrucchiere, mentre due porzioni dei piani rialzati saranno adibite a cucina attrezzata e dotata di tutto ciò che serve per consentire la preparazione dei pasti per 200 persone. C'è tutto questo nel progetto di restyling del carcere di Poggioreale, il più grande di Italia. Basti pensare che un singolo padiglione di Poggioreale ha quasi lo stesso numero di detenuti di un carcere di provincia, ospitando in media dai 250 ai 380 reclusi. L'operazione di ristrutturazione dei quattro tra i più grandi e antichi padiglioni del carcere di Poggioreale, più il completamento di un quinto padiglione, sono un intervento destinato a incidere sulla vita in cella di moltissimi detenuti di Poggioreale. E più volte Ciambriello, sollecitando il via alle procedure per i lavori e segnalando i ritardi con cui si è proceduto allo sblocco dei finanziamenti, ha ribadito come non si tratti di offrire privilegi ai detenuti ma condizioni minime e più dignitose di abitabilità.
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