di Carmen Baffi
Il Domani, 15 maggio 2021
In qualità di componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie, la deputata Stefania Ascari (M5S) ha presentato una proposta per modificare l'articolo 414 del codice penale, con l'obiettivo di aggravare le pene previste per chi inneggia o esalta le organizzazioni mafiose in pubblico.
Il 19 febbraio scorso, la deputata del Movimento cinque stelle, Stefania Ascari, in qualità di legislatore e componente della Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, insieme ad altri colleghi, ha presentato un disegno di legge per modificare l'articolo 414 del codice penale, "in materia di circostanza aggravante dell'istigazione o dell'apologia riferite al delitto di associazione di tipo mafioso o a reati commessi da partecipanti ad associazioni di tale natura". In particolare, la richiesta è quella di aggiungere a quelli già esistenti, altri due comma, con l'obiettivo di inasprire le pene per chi, pubblicamente, inneggi ad atteggiamenti di tipo mafioso o idolatri boss ed esponenti di organizzazioni criminali in pubblico.
Casi emblematici - In più parti d'Italia, ancora oggi, capita che durante una ricorrenza religiosa, soprattutto in realtà a elevata incidenza mafiosa, si festeggi il "boss" della zona. Il 20 agosto 2015, Roma è balzata agli onori della cronaca per un episodio particolare: i funerali di Vittorio Casamonica. Un evento che ha offerto uno spettacolo delirante: una gigantografia del boss, all'ingresso della chiesa, recante la didascalia "Vittorio re di Roma", il feretro trasportato da una carrozza trainata da sei cavalli, una banda che ha accompagnato la processione funebre con le note del popolare film "Il padrino" e petali di rose lanciati da un elicottero per omaggiare un'ultima volta il capoclan della potente famiglia malavitosa romana.
E, ancora, nel mese di marzo 2016, durante le festività pasquali, a San Michele di Ganzaria, un paese in provincia di Catania, la processione del venerdì santo ha subìto una deviazione per omaggiare un mafioso della zona. Il simulacro, infatti, è stato portato a spalla in piazza Monte Carmelo, davanti all'abitazione del boss sottoposto al regime speciale di detenzione, abbandonando così, momentaneamente, il percorso ufficiale della processione. Le reazioni a questo inno alla mafia non sono mancate: il parroco ha abbandonato la processione, mentre il sindaco, togliendosi la fascia tricolore, ha preso immediatamente le distanze dalla deviazione, decisa arbitrariamente dai portatori della statua.
Mafia e cantautori - Sono sempre di più i cantautori che scrivono o interpretano testi i cui contenuti inneggiano ai vari esponenti della malavita e della criminalità organizzata, tanto da indurre alcuni soggetti istituzionali e sociali a presentare esposti alla magistratura per chiedere di accertare eventuali fattispecie di reato, tra cui l'istigazione a delinquere.
Canzoni che sembrerebbero andare oltre la libertà di opinione o di espressione, così come i commenti lasciati dai fans di questi artisti sotto i post o i video pubblicati sui social network. Contenuti pubblici che rischiano di fomentare ulteriormente il clima di illegalità. Basti pensare alle centinaia di migliaia di followers degli stessi cantanti su Instagram o Facebook, per comprendere la rilevanza e l'impatto che questi possano avere di fonte al loro pubblico. Partendo da questi fatti, emblematici ma non unici, i deputati del Pd chiedono l'intervento delle piattaforme online per censurare tali contenuti.
"Non si può più tollerare che messaggi così pericolosi vengano spacciati per arte e questo vale per la musica, per il cinema, per i social network e per ogni altro mezzo di comunicazione di massa. Il principio della libertà di espressione, anche artistica, trova un limite laddove si istiga a compiere reati e ad esaltare un modello di società non fondata sul diritto", scrivono i deputati nel testo che accompagna la richiesta di modifica dell'articolo.
Pene più severe - Ascari chiede di introdurre nell'articolo 414 del codice penale l'aggravante dell'istigazione o dell'apologia del delitto di associazione di tipo mafioso e delle sanzioni amministrative per gli operatori della comunicazione, con l'obiettivo di introdurre ulteriori sanzioni per chi verrà accusato in futuro di questo reato. In particolare, viene chiesto che la pena venga raddoppiata se l'istigazione o l'apologia riguardano il delitto previsto dall'articolo 416-bis dello stesso codice. E che venga aumentata di due terzi se il fatto è commesso durante o mediante spettacoli, manifestazioni o trasmissioni pubbliche o aperte al pubblico ovvero se il fatto è commesso attraverso strumenti informatici o telematici.
Se il reato è commesso attraverso l'utilizzo di social network, emittenti radio o televisive, o a mezzo stampa, il soggetto responsabile della divulgazione del contenuto non conforme è punito con una sanzione amministrativa pecuniaria che potrà variare dai 5mila ai 10mila euro, con l'obbligo di rettifica. "È necessaria una presa di posizione forte da parte delle istituzioni, in primis, da parte del legislatore, affinché si smetta di esaltare e, talvolta, di indicare come miti o "modelli" personaggi che sono solo dei criminali che spezzano vite, rubano e minacciano senza nessuno scrupolo. Personaggi del genere non sono eroi, non devono essere intervistati nelle trasmissioni televisive per promuovere i loro libri né ricevere applausi o l'inchino di simulacri religiosi, ma devono soltanto essere trattati per quello che sono, ossia dei delinquenti", conclude Ascari.
di Nunzia Marciano
Il Mattino, 15 maggio 2021
Un'evasione, metaforica, dalle cellette spesso anguste e sicuramente sempre troppo piene di un penitenziario. Il carcere è quello femminile di Santa Maria Capua Vetere; l'evasione è quella possibile grazie alla lettura e ai quasi cento libro donati alle detenute attraverso "La Tienda", una libreria e piccola bottega equosolidale con sede in Via Solimena a Napoli che raccoglie tante produzioni Made in Carcere o comunque biologiche e solidali, come il caffè, la piccola oggettistica e i piccoli gioielli nel solco appunto della solidarietà.
Ed è stata proprio la piccola bottega napoletana il punto di raccolta dei libri, dove aver sensibilizzato i napoletani a donare testi di ogni tipo per le detenute. Una raccolta che ha permesso così, grazie al buon cuore dei cittadini, di riempire la biblioteca della struttura penitenziaria casertana. Attraverso l'associazione Carcere Vivo, presieduta da Carmine Uccello, i libri sono starai raccolti materialmente dalla Criminologia Patrizia Sannino, e portati direttamente al Reparto Senna di alta sicurezza del Carcere "Francesco Uccella", dove è stata la Garante per i detenuti della provincia di Caserta Emanuela Belcuore a consegnare i libri: "Al di là della situazione ovviamente già difficile per le detenute, in questi giorni in cui si è festeggiata la festa della Mamma, il clima è stato ancora più pesante e con questi libri e con la possibilità di "distrarsi" all'interno del carcere, abbiamo cercato almeno di sollevare il morale permettendo un momento appunto di svago, anche perché finora erano stati sospesi i colloqui familiari per il Covid19. È un carcere sovraffollato come tutti", spiega ancora la Garante, "ma la campagna vaccinale, a proposito di Covid19, è all'80% e possiamo esserne soddisfatti".
di Attilio Bolzoni
Il Domani, 15 maggio 2021
Anthony vive in una cella tutta sua e ancora lotta con il nome scritto sui documenti: Antonella. Schiacciato dall'esistenza, vorrebbe solo un'occasione: "Non merito forse anch'io un gesto di civiltà?". Ci siamo incontrati il giorno di Capodanno nell'androne di un palazzo di Montespaccato, periferia romana dove lui stava passando le feste insieme a cinque donne. Siamo rimasti per un paio d'ore a parlare, fermi uno di fronte all'altro, fuori pioveva. Ma non era l'acqua che scendeva a trattenerci in piedi e immobili al freddo, Anthony non poteva uscire e io non potevo entrare. Dovevamo per forza stare lì, nell'androne. Il piccolo appartamento che divideva con le cinque donne era una "casa di accoglienza" che ospitava detenute di Rebibbia in permesso speciale, oltrepassare il portone era come fuggire, a tutti gli effetti un'evasione.
Così, a Montespaccato, Anthony mi ha raccontato brandelli della sua vita e promesso, una volta tornato nella cella numero 85 della "sezione femminile" del carcere di Roma, che mi avrebbe donato "uno scritto dove spiego veramente chi sono". Memorie che sono diventate un libro. Mi ha anticipato il titolo: Ero nato errore. È stato di parola, dopo un paio di settimane il suo diario mi è stato consegnato e in una notte l'ho letto tutto d'un fiato. Quella mattina di Capodanno mi aveva però già detto qualcosa, o forse mi aveva detto tutto: "Sono un uomo".
Cinque donne e Anthony - L'ho visto arrivare mentre salutava una ragazza cinese con un sacchetto della spesa fra le mani. Aveva addosso un giubbotto di pelle marrone scuro e un paio di jeans, scarpe di gomma chiare, si è presentato sfilandosi per un momento la mascherina: "Buongiorno, io sono Anthony". Barba folta e baffi, sorridente, gentile, all'apparenza quieto nel ricordare un tormento lungo quasi cinquantaquattro anni. Mi ha confessato subito che nell'appartamento di Montespaccato ha trascorso giorni sereni "anche se, in verità, avrei preferito restare a Rebibbia". Solo, nella sua cella, "perché ogni volta che entro o esco dal carcere ci sono momenti di forte imbarazzo con le perquisizioni personali e con i controlli all'esterno...".
Qualche sera prima di San Silvestro, nella casa di accoglienza sono saliti i carabinieri per la sorveglianza sulle detenute in libera uscita. Cercavano sei donne e hanno trovato cinque donne e Anthony. Cercavano anche un'Antonella. Ha fatto molta fatica a spiegare che quell'Antonella era lui. Telefonate in carcere, verifiche incrociate con "l'ufficio matricola", un po' di stordimento e alla fine i carabinieri se ne sono andati probabilmente non del tutto confortati dalle rassicurazioni ricevute.
Antonella, sui documenti - Sulla carta di identità Anthony è Antonella C. nata il 3 marzo 1967 a Galatone, provincia di Lecce. Statura 1 metro e 60 centimetri, capelli neri, occhi celesti, segni particolari "sembianze maschili". La foto accanto è decisamente quella di un uomo. È in carcere dal 2013 e ha pene da scontare per diciassette anni. Tutti furti, solo furti. Quelli che, da quanto ho capito e credo di non avere capito male, gli hanno consentito di non morire di fame.
Ma oggi il suo problema, e non soltanto suo, è un altro: Anthony è l'unico uomo - almeno così si sente lui - in mezzo a 350 donne, tutte le recluse del "complesso penitenziario femminile più grande d'Europa" che è appunto la casa circondariale di Rebibbia. Anthony non condivide la cella con nessun'altra. Le agenti lì dentro non irrompono mai, bussano sempre, una delicatezza per rispettare la sua privacy. Fa poca vita comune, niente ora d'aria con le altre, i contatti con le detenute sono limitati alla lavanderia dove lavora. Gli hanno concesso di avere anche un rasoio per farsi la barba ogni mattina. È vicenda alquanto intricata quella di Anthony e il carcere, istituzione totale che il più delle volte non migliora certo la vita degli uomini e delle donne che per colpa o per sventura ci finiscono, è diventato il luogo dove più di ogni altro si sono manifestate le "contraddizioni" di Anthony e del suo corpo. E, paradossalmente, proprio il carcere potrebbe offrirgli la chance di una nuova identità, liberandolo dalla doppiezza che lo devasta. Il suo desiderio è avere in tasca un documento che attesti la sua mascolinità. Ci sta provando, non sarà facile però ottenere ciò che vuole. Il mistero è intorno al suo sesso. Confuso. Non è maschio e non è femmina ed è maschio e femmina insieme con organi sessuali non completamente sviluppati. C'è gran consulto di specialisti intorno ad Anthony.
Memorie dell'infanzia - Nell'androne comincia a raccontare e a raccontarsi. Parla con calma, ha con sé qualche carta e appunti sparsi. Comincia da quando "il Mostro" - così chiama suo padre, mai per nome, mai papà - lo fa registrare all'anagrafe del comune di Galatone sei giorni dopo che viene al mondo dalla levatrice Angela Molducci "che, assistito al parto di Cecilia. P., moglie di Renato C., non potendo questi presentarsi perché lontano dal paese per motivi di lavoro" dichiara davanti a due testimoni "che è nato un bambino di sesso femminile alla quale dà il nome di Antonella". Firmato l'ufficiale dello stato civile Antonio Inguscio. Un atto di nascita che è una condanna a morte per Anthony.
Il padre fa il muratore, la madre tira su i figli, ne partorirà sette. Ma c'è poco da fare alla fine degli anni Sessanta laggiù nel Salento, i genitori decidono di emigrare in Germania, non vogliono o forse non possono portare con loro l'ultimo arrivato in famiglia. C'è una parente in Scozia, sposata con uno dei fratelli di suo padre. A sei mesi è con zia Ann a Inverness, una cittadina sulla costa nord orientale attraversata dal canale di Caledonia. Quella creatura che all'anagrafe è Antonella, a quattro anni confessa alla donna che lo cresce "che a lui piacciono le bambine". Da quel momento la zia, "bellissima, alta, capelli rossi, mia unica e vera madre", lo chiamerà Anthony. Ma non durerà a lungo la vita di Anthony e nemmeno la vita di Anthony nelle Highlands scozzesi.
"Troverai tutto nel mio libro, i particolari anche di quella mattina che il Mostro venne a prendermi a Inverness per strapparmi via per sempre", mi dice ricordando campi verdi, laghi, la neve dei lunghi inverni scozzesi. A pagina 19 del suo diario rintraccio quella giornata: "Alle nove del mattino sento zia che mi chiama... ci sono delle persone che ti vogliono, vedo una donna che mi prende in braccio stringendomi forte, ero impaurito, non la conoscevo. Mia zia mi disse che quella donna era la mia mamma... erano i miei genitori che dopo quattro anni erano venuti a trovarmi".
L'inferno a Luino - Il libro è firmato da Anthony con Nina Maroccolo, una scrittrice che entra a Rebibbia per un laboratorio di prosa e canto con il poeta Plinio Perilli. Nel 2013 l'incontro, nel 2014 "Ero nato errore" viene dato alle stampe da Pagine Editore. Sulla quarta di copertina, la Maroccolo scrive che la storia di Anthony sembra popolata da quei personaggi "del sottosuolo" che si ritrovano nelle opere di Dostoevskij.
È il 1971 quando è prelevato "dal Mostro" e "dall'Estranea" (la madre) e "trasportato" da Inverness a Luino, in provincia di Varese. Un giorno i suoi genitori spariscono, vanno in Puglia, quando tornano gli presentano un fratello e una sorella che non ha mai conosciuto. Sono tutti e due più piccoli di lui, si chiamano Gianni e Claudia, fino ad allora avevano vissuto a Galatone con i nonni. L'inferno di Anthony comincia a Luino.
È un bambino schiavo. Deve spolverare la casa dove abitano fino a farla brillare, altrimenti percosse. Deve spaccare la legna, altrimenti percosse. Deve badare ai fratellini. Non può giocare, non può uscire in giardino, non può incontrare altri bambini. Una volta il padre gli spezza un bastone sulla schiena: "Mi guardava con gli occhi pieni di odio, si scaraventava su di me come se fossi io che gli avevo fatto del male". C'è vergogna in quella casa, c'è risentimento perché Anthony esiste. Dai quattro agli undici anni è un calvario. Solo botte e umiliazioni. In famiglia si confida soltanto con suo fratello Gianni, il "Mostro" quando è ubriaco prende a calci pure lui. E sono colpi di frusta o di cinghia, oltraggi, privazioni, tre giorni senza mangiare. Gianni una sera gli dice: "Perché non lo facciamo fuori, ci sono dei funghi, devono essere velenosi, li prendiamo e li sbricioliamo nel piatto". Una notte Gianni scivola via dalla casa per incontrare una ragazzina, una corsa in motorino, l'incidente, Gianni muore. Il padre non glielo fa salutare nemmeno per l'ultima volta.
Volare nel fiume - Gli anni passano e l'inferno non finisce mai. Trova un lavoro come saldatore a Varese, fa il giardiniere, lo stalliere, ripara frigoriferi. Ogni volta la paga la deve portare tutta a casa, al "Mostro". Anthony un giorno scappa e si rifugia da una sorella, poi prende il primo treno per Torino. Una pensioncina in via Mazzini e comincia a cercare un lavoro: "Ma in qualsiasi posto dove mi presentavo e ogni volta che esibivo il documento la risposta era sempre negativa. e allora ho capito che non avevo speranza".
Anthony, per tutti, era sempre Antonella. Non ha più un soldo in tasca, di notte dorme nei casolari abbandonati, di giorno si trascina fra barboni e ragazze che si vendono, non ha vestiti, mendica cibo. Di tanto in tanto si sfama facendo il giro delle macellerie, chiede scarti per un cane che non ha. Ma le disgrazie non vengono mai da sole. Un pomeriggio Anthony sta male, perde tanto sangue dal naso, dopo una settimana è sul lettino di un ospedale. La diagnosi è crudele: un tumore al cervelletto. L'operazione e quattro mesi di chemio. Quando esce, sempre più distrutto, si getta nel Po: "Mi ricordo solo che ero fra le braccia dei pompieri che mi tiravano su...".
I furti e il carcere - È qui che comincia un'altra delle tante sue vite. Ed è quella che l'ha portato a Rebibbia. Anthony che non trova lavoro perché è Antonella, Anthony che non ha casa e non ha famiglia, Anthony che non ha amici, Antony che diventa un ladro. Ruba attuando sempre lo stesso piano. Si presenta in un bed and breakfast, si sistema nella stanza, aspetta il momento migliore per l'incursione nell'appartamento privato della proprietaria o di qualche altro ospite. A volte sono 60 euro, altre volte 80 euro e un anellino, una colla, un orologio. Soldi per mangiare. Girovaga per l'Italia, dopo Torino è a Firenze dove, con quello che riesce a racimolare con le incursioni nei bed and breakfast, compra una vecchia auto che diventa la sua casa.
Dorme lì dentro. Lo pizzicano per la prima volta a Faenza, in provincia di Ravenna, il 26 gennaio 2010. La sentenza di condanna arriva il 28 maggio 2012. Il giudice riconosce "il disegno criminoso premeditato" sostenuto dalla pubblica accusa e per Anthony sono 4 mesi e 10 giorni di reclusione. I primi. A Trieste un'altra condanna a 1 anno e 4 mesi di reclusione. E poi, a catena, tutte le altre. Sempre furti, solo furti.
È ancora libero e decide di andare a Roma. Passa dalla comunità di Sant'Egidio, una sera in una chiesa lì vicino incontra don Franco, "le solite parole del prete che anch'io sono Figlio di Dio ma non può aiutarmi e bla bla bla", Anthony è disperato e coglie l'occasione al volo, "in un attaccapanni c'era la giacca del prete appesa, frugai nella tasca interna e c'era il suo portafoglio con dentro tre carte di credito e quasi trecento euro, presi i soldi mettendo a posto il portafoglio".
Dopo il furto entra in un bar e si compra "una bella ciambella calda morbida alla crema" ma ha anche la pessima idea di raggiungere Brindisi. In Puglia lo fermano a un posto di blocco, i carabinieri gli chiedono i documenti, il solito dramma: Anthony è Antonella. E, a mano, ha maldestramente anche corretto la data di scadenza dell'assicurazione della sua vecchia auto. Gliela sequestrano. Non perde solo una macchina, perde la casa.
Torna a dormire in ripari di fortuna, nei campi tempestati di ulivi della campagna pugliese. Incontra un brav'uomo, Domenico, che gli presenta sua moglie Rosanna e i loro due figli. È un lampo di felicità in mezzo al deserto umano. Lo aiutano, per la prima volta trova qualcuno che ha un po' di compassione. Ma dura poco. Perché Anthony torna a Roma, per un anno riesce a sopravvivere con piccoli "colpi" ma una sera lo fermano due poliziotti e una poliziotta. È il settembre del 2013: "Mi dicono che li devo seguire, quando arriviamo in questura mi comunicano che devono portarmi in carcere, io divento bianco come un lenzuolo e comincio a tremare...". La donna poliziotta gli allunga un pacchetto di sigarette, apre il portafoglio e gli mette in tasca 10 euro.
Schiacciato dall'esistenza - Sulle cronache dei quotidiani si ritrova qualche notizia su questo spaventoso passato di Anthony. Resoconti sbrigativi, da vecchio "mattinale" di questura. Un foglio del Salento titola: "La donna con i baffi che ha truffato mezza Italia". Un altro giornale della Romagna scrive della sua "pericolosità sociale" e ironizza: "È donna ma rubava da uomo". A Rebibbia Anthony sta in isolamento per due settimane, gli educatori capiscono che è un "caso speciale" e gli assegnano una cella singola. Ha qualche imbarazzo per la doccia in comune con le altre detenute, però resiste, resiste perché "nessuno mi può cambiare perché sanno anche in carcere che io sono Anthony".
Nel suo libro elenca "le agenti come posso dire, umane" che hanno avuto almeno una volta un'attenzione per lui. Ispettrice Roberta, molto disponibile. L'assistente Livia. Direttrice Pedote. Agente Veronica. La rossa che è rossa. L'agente Jessy con quei capelli neri lunghi e ondulati. Agente Lorella. Sovrintendente Carla. E l'assistente Marta, che quando ha il rossetto il suo sorriso si illumina.
Anthony non ha un avvocato perché non se lo può permettere. Solo un difensore d'ufficio, per un po' gli dà una mano l'avvocato Fabio Spaziani. Intanto gli anni di reclusione si accumulano. Disegno criminoso premeditato. Nelle pagine di Ero nato errore lui chiede e si chiede: "Ma non c'è una sproporzione evidente fra piccoli reati e grande pena? Non c'è l'esigenza civile di riconoscermi una difesa ponderata, insomma giusta? Non ho diritto a gesti veri di civiltà da parte di una società che si vanta e si dice civile? Io non sono uno stinco di santo, sono colpevole di tutto, ma non del brutto romanzo esistenziale che mi ha schiacciato".
Nell'androne del palazzo di Montespaccato, dopo un'ora che siamo lì a chiacchierare, Anthony mi confida che in carcere ha avuto momenti di intimità con una vicina di cella. "Roba vecchia però". Mi assicura che a Rebibbia sta bene perché "ho un lavoro, mangio ogni giorno, ho un letto, mi posso lavare".
Nel suo libro ha affettuose parole per qualche detenuta: "Antonella, da quando ha iniziato a lavorare non facciamo quasi più qualche giocata a carte... Nichita, lei è addetta all'abbigliamento, quando trova qualcosa da uomo me la mette da parte, grazie Nichita... Berenice sa come addolcirmi con il suo tiramisù... Michela, che è addetta ai cani ed è bello vedere come si rapporta con i cani, amabile, peccato che sono un uomo perché se fossi un cane riceverei un sacco di coccole che dalla razza umana non ho mai".
Sul risvolto di copertina di Ero nato errore trovo un numero di telefono e un nome: Nina. Chiamo. Risponde Nina Maroccolo, la scrittrice che l'ha conosciuto a Rebibbia e con cui hanno scritto insieme. Le è stato vicino per molti mesi, prima gli incontri ogni martedì, poi anche due o tre volte la settimana. Il libro è un atto di amore. Non vede Anthony dal 2017 ed è sorpresa: "Ma come, è ancora rinchiuso in carcere? Io credevo che fosse finalmente in una comunità e avesse ottenuto la possibilità di lavorare fuori".
Anthony è ancora dentro e vi resterà fino al 2030, a meno che non sopraggiunga un indulto o un miracolo o una grazia che qualcuno vorrebbe chiedere al presidente della Repubblica. Il magistrato di sorveglianza di Rebibbia femminile Marco Patarnello conosce bene Anthony e le sue sofferenze. E sa che, prima di ogni altra cosa, lui deve modificare il suo stato anagrafico. Così com'è, fuori dal carcere, vivrebbe sempre una marginalità che gli porterebbe più male che bene.
andkronos.it, 15 maggio 2021
"3214 i detenuti campani vaccinati ad oggi, quasi il cinquanta per cento dell'intera popolazione penitenziaria presente in Campania". Lo ha detto Samuele Ciambriello, Garante Campano delle persone private della libertà personale, spiegando che "i detenuti campani hanno effettuato il vaccino monodose, oltre il Pfizer per i soggetti ritenuti fragili, ed oltre ai minori detenuti nelle strutture minorili.
"Il piano vaccinale nelle carceri adesso non si ferma - aggiunge Ciambriello - è una fondamentale protezione sanitaria da un virus così insidioso e infido. La priorità deve essere la ripresa di tutte le attività negli istituti penitenziari, dei colloqui in presenza, delle attività scolastiche e trattamentali, delle attività di volontariato nelle carceri, del lavoro dei detenuti all'esterno del carcere e la possibilità concreta, per questi ultimi, di ricevere i permessi premio", spiega. Nel dettaglio i detenuti vaccinati a Salerno sono 191. "Dopo mesi di isolamento assoluto e di tensioni, il clima nelle carceri è sereno. I detenuti hanno dimostrato, in questo anno di pandemia, maturità e responsabilità.
L'attenzione, però - conclude Ciambriello - deve restare comunque alta per evitare contagi dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria e di tutti coloro che a vario titolo entrano in carcere. La campagna di vaccinazione per personale e detenuti continua e ritengo che sia un obbligo morale vaccinarsi. Mi auguro, altresì, che in questo clima di normalizzazione anche le misure alternative al carcere possano riprendere a pieno ritmo".
ansa.it, 15 maggio 2021
Assl, "siamo modello virtuoso nella sanità penitenziari". Vaccinati tutti i detenuti e tutto il personale del carcere di Badu e Carros, a Nuoro, e della Casa di Reclusione di Lodè - Mamone (Onanì). Il risultato è stato raggiunto grazie alla collaborazione tra l'amministrazione carceraria, nella persona del Direttore, Patrizia Incollu, con tutto il personale della polizia penitenziaria, e la Assl di Nuoro, la cui equipe vaccinale, in una intensa giornata, ha vaccinato la popolazione detenuta senza alcun problema di sorta.
"Il completamento, a tempo di record, della campagna vaccinale delle carceri da parte dell'Area Socio Sanitaria Locale di Nuoro - spiega la commissaria straordinaria dell'Assl di Nuoro, Gesuina Cherchi - centra pienamente la direttiva sulle priorità date dal commissario all'emergenza Covid nominato dal governo Draghi, il Generale Francesco Paolo Figliuolo, che aveva incluso tra le categorie prioritarie anche il comparto carcerario, in luoghi per definizione chiusi e, talvolta, sovraffollati.
Ci auguriamo - continua - che il vaccino possa dare sollievo a tutti, e speriamo possa essere, oltre che una fondamentale protezione sanitaria da un virus cosi insidioso, anche una luce capace di alleviare le non meno faticose sofferenze psicologiche che la pandemia ha portato con sé".
Anche il direttore delle carceri di Badu 'e Carros e Mamone, Patrizia Incollu, esprime soddisfazione per l'obiettivo raggiunto: "Anche in questa occasione lo sforzo da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e del Servizio sanitario nazionale, al quale afferisce la salute nelle carceri, è stato corale, consentendo di avvicinare sempre più il traguardo delle carceri nuoresi Covid free".
avellinotoday.it, 15 maggio 2021
Il report è stato realizzato da Samuele Ciambriello, Garante Campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale. Nella giornata di lunedì 17 maggio alle ore 11:00 presso la sala del Consiglio Comunale di Avellino si terrà la presentazione del Report 2020 sulle criticità e buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale nella provincia di Avellino (Carceri, Misure alternative, Rems, Tso) realizzato dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello, in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva. Dopo i saluti del sindaco di Avellino, Gianluca Festa, relazionerà il Garante Campano Samuele Ciambriello, seguiranno gli interventi del Procuratore Domenico Airoma, la coordinatrice del Tribunale di Sorveglianza di Avellino Giovanna Spinelli, il Consigliere dell'ordine forense di Avellino Raffaele Tecce, il Garante provinciale Carlo Mele e la responsabile regionale dell'osservatorio carceri dell'unione camere penali, Giovanna Perna. All'incontro sono stati invitati a partecipare i Direttori, Comandanti e coordinatori dell'Area Educativa degli istituti penitenziari avellinesi, l'Ufficio di esecuzione penale esterna, il referente della Rems, i consiglieri regionali della provincia, e le associazioni che a vario titolo operano presso gli istituti.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 15 maggio 2021
"Minotauro", di Friedrich Dürrenmatt, riproposto da Adelphi. Il grande scrittore svizzero si mette dalla parte della terribile creatura, trasformandola in una entità fragile, tesa alla semplice sopravvivenza. E Teseo non è più l'innocente ragazzo da sacrificare: i ruoli si ribaltano.
Una volta uno dei miei studenti arabi si fece tatuare sul braccio la testa di un toro: avrei potuto raccontargli la storia del minotauro, rinchiuso da Minosse nel labirinto di Cnosso, ma sarebbe stato troppo lungo e fuorviante rispetto al risultato che con quel gesto lui evidentemente si prefiggeva: mostrare la sua forza, a stento trattenuta, la stessa in grado di spingerlo, qualche anno prima, a oltrepassare le colonne d'Ercole poste ai lati dello stretto di Gibilterra per raggiungere l'Europa, studiare, imparare la nostra lingua, trovare un lavoro, farsi una famiglia.
Come spiegargli che dietro ogni volontà di potenza si nasconde sempre il timore della morte e niente e nessuno potrà mai sottrarci alle angherie e alle miserie quotidiane? Meglio lasciare che l'istinto trovi da solo i suoi canali prima di sfogo, poi di ravvedimento. È un ricordo che mi è tornato in mente dopo aver riletto Minotauro, pubblicato in forma di ballata nel 1985 da Friedrich Dürrenmatt e appena riproposto da Adelphi, con illustrazioni originali dell'autore, testo tedesco a fronte, nella traduzione di Donata Berra.
Secondo il mito greco questo mostro, oggi particolarmente attivo negli schermi dei videogiochi, che Dante mise a guardia del cerchio dei violenti nel XII canto dell'Inferno, possedeva il corpo di un uomo e la testa di un toro. La madre, Pasifae, aveva ceduto alla lussuria non resistendo alle lusinghe del toro di Creta, fino al punto di arrivare a nascondersi nel ventre di una vacca di legno pur di congiungersi con lui.
Il frutto, tragicamente incolpevole, di tale insana passione aveva quindi subìto le terribili conseguenze del fato sperimentando su se stesso una raccapricciante doppia natura. Eccolo lì, ridotto alla bestialità, costretto a cibarsi di carne umana. Le vittime che gli vengono concesse le sbrana senza alcun ritegno. La catena s'interrompe con la comparsa di un nuovo eroe: Teseo, uno dei giovani offerti in pasto al minotauro, il quale decide di ucciderlo.
Arianna s'innamora di lui e lo aiuta a fuggire dal labirinto grazie al suo celebre filo. Il grande scrittore svizzero si mette dalla parte del minotauro, trasformandolo in una creatura fragile, teso alla semplice sopravvivenza.
Inverte dunque, con piglio moderno, il ruolo dei due personaggi mitologici. Nella sua visione Teseo non è più l'innocente ragazzo da sacrificare, ma il killer del minotauro. Il luogo in cui questi è recluso viene descritto come un'orribile corte di specchi dove si riflettono un'infinità di gemelli: "Si ritrovò in un mondo di esseri accovacciati / senza accorgersi che quell'essere era lui. / Rimase come paralizzato. Non sapeva dov'era, / non sapeva che cosa volessero da lui quegli esseri, / forse era soltanto un sogno, anche se non sapeva / cosa fosse sogno e cosa realtà."
Come non pensare a ognuno di noi? Non è forse il labirinto la nostra esistenza, consumata nell'attesa di trovare un possibile varco di uscita e salvezza? In Franz Kafka l'intrico che ci vieta la fuga assume la dimensione del castello inaccessibile e segreto dove pochi funzionari, nominati da chissà chi, riuniti in misteriosi consessi, decidono sulla sorte dei sudditi. I verdetti di colpevolezza o assoluzione da loro formulati saranno comunque insindacabili, imperscrutabili. Con tutta la buona volontà, non riusciremo mai a venirne fuori.
Ma le risonanze in Dürrenmatt, che non a caso sentenziò la fine del romanzo poliziesco svelando la dimensione farsesca di ogni possibile logica investigativa, sono ancora più ampie e profonde: si trascinano dietro come giocattoli colorati le intuizioni di tanti altri scrittori. Michel Leiris in Miroir de la tauromachie (1938) aveva di fatto simbolicamente connesso letteratura e corrida: a ben pensare scrivere è sempre una sfida nei confronti della finitudine.
E poi non era stato proprio Ernest Hemingway, in una delle sue opere più intense e durature, cioè Morte nel pomeriggio (1947), a dirci che nessuno di noi, a prescindere dalla scelta compiuta, può sottrarsi al massacro? Il toro, ¬qualora non carichi affatto, viene destinato alla castrazione e al macello... Se questa è la sentenza, il proprietario lo chiama bue, invece di dire toro che significa che è approvato per l'arena.
Cesare Pavese, nei Dialoghi con Leucò (1947), suo libro-testamento, nel capitolo intitolato "Il toro", fa dire a Teseo, sorta di primo matador: ¬Quel che si uccide si diventa. Dove s'avvera la drammatica premonizione di Jorge Luis Borges: ¬Lo crederesti Arianna? - disse Teseo. Il minotauro non sì è quasi difeso (La casa di Asterione, in L'Aleph, 1952).
In seguito Octavio Paz, nelle vertiginose riflessioni comprese in Congiunzioni e disgiunzioni (1969), aveva suggerito un legame fantasmagorico fra l'attività dello scrittore e quella del picador, siglando così per sempre la solitudine dell'uomo sudamericano. Tornando a Dürrenmatt: spaccare gli specchi, dove si moltiplicano le nostre false identità, consente al minotauro di scoprire la verità. Eppure, nel momento in cui si rende conto di non essere più solo e decide di fidarsi del prossimo di fronte a lui, il prigioniero subisce il vero tradimento.
L'essere travestito da toro, insieme al quale ha ballato la danza dell'amicizia, altri non era che il suo nemico, pronto a pugnalarlo alle spalle. È questa, nella rappresentazione ritmica della composizione in cui prosa e poesia giocano ad armi pari, l'essenza di ogni politica: "Teseo si tolse dal viso / la maschera da toro e tutte le sue immagini / si tolsero dal viso la maschera da toro, / riavvolse il filo rosso e sparì dal labirinto, / e tutte le sue immagini riavvolsero il / filo rosso e sparirono dal labirinto, / che non rispecchiava più nulla se non, senza fine, / lo scuro cadavere del minotauro". Con una chiusura, definitiva e apocalittica che, lasciando intravedere spazi allo stesso tempo urbani e primordiali, non lascia adito a nessuna illusione sulla cosiddetta civiltà: "Poi, / prima che venisse il sole, vennero gli uccelli."
di Andrea Pugiotto
Il Riformista, 15 maggio 2021
Tutto di lui era eccessivo, anche il fisico: alto e massiccio ma scheletrico durante i digiuni. È stato il primo in tante cose, senza mai sentirsi tale: nella sua visione non esistevano avanguardie, ma solo persone in ritardo.
Raccontare Giacinto Pannella detto Marco, classe 1930, scomparso cinque anni fa, esattamente il 19 maggio 2016. Vasto programma: la sua vita personale, infatti, si è intrecciata con quella collettiva così tante volte da rendere impossibile stringerle tutte insieme.
Inevitabile, dunque, sarà risalire solo alcuni dei tanti affluenti che hanno alimentato il fiume in piena della sua biografi a politica. Ricordarlo, sia chiaro, non per farne un coccodrillo commemorativo né per censire tutte le battaglie radicali vinte o ancora da vincere. Qui interessa altro: cogliere alcuni dei tratti più innovativi e fecondi della sua prassi politica.
Tentare, soprattutto, di individuare le costanti (culturali e di metodo) all'interno di quel carosello di battaglie di scopo di cui Pannella è stato protagonista. Riportarlo così tra noi, perché ancora contemporaneo. Come se fosse di nuovo qui, immerso tra le nubi tossiche di fumo pestilenziale che si addensavano sullo studio di Radio Radicale, che le memorabili conversazioni domenicali tra Pannella e Bordin trasformavano in una Seveso in sedicesimo.
Parto dalla fine: Montecitorio, camera ardente allestita in onore del più volte deputato Pannella, luogo di fluviali omaggi (come lo fu la sua soffi tta romana, in via della Panetteria a due passi da Fontana di Trevi, nei suoi ultimi cento giorni di vita). A spezzare l'onda di commozione generale è una battuta di Giuliano Ferrara, avvicinatosi al feretro: "Volevo accertarmi che fosse morto davvero, con Pannella non si sa mai".
La prova regina che Pannella se n'era andato veramente è che in quei giorni - come è stato notato - sembrava quasi che il Partito Radicale avesse il 95% dei consensi, e non si sapeva. Una marea di riconoscimenti, messaggi, testimonianze, apprezzamenti da parte di tutto il mondo (politico e non) in memoria del leader radicale. La modifica dei palinsesti televisivi e le spaginate dei quotidiani a suo ricordo. L'elogio postumo delle sue battaglie politiche e delle sue preveggenti intuizioni. Santo subito ("Santo subito un cazzo!" avrebbe reagito lui, come chiosò La Gazzetta del Mezzogiorno).
Una situazione mai sperimentata in vita. Marco Pannella ha raccolto, in morte, affetto e rimpianto vastissimi, come se fosse un leader di popolo, non il capo di una piccola nave corsara le cui battaglie, spesso e a lungo, sono state considerate non notiziabili. Come spiegare, allora, una simile sarabanda? Certamente con l'"industria dolciaria degli estinti" (Francesco Merlo) e l'"ipocrisia italiota, che glorifica i morti e odia i vivi" (Dimitri Buffa). Sì, anche, ma non spiega tutto. C'era ben altro dietro quel corale congedo, come meglio di tutti seppe cogliere un altro grande vecchio, Emanuele Macaluso: il riconoscimento unanime di "una vita politica clamorosa, che risalta di fronte alla miseria politica del presente".
Un'unicità anche umana diffusamente percepita, che spiega l'affetto autenticamente popolare che ha sempre circondato Pannella ben al di là della ristretta cerchia dei suoi compagni di lotta, un affetto che proveniva anche da chi, magari, in cabina elettorale non aveva mai votato per la Rosa nel Pugno. Tutto, di Marco Pannella, era eccessivo. A partire dal suo fisico: alto e massiccio, ma d'impressionante scheletricità durante i suoi digiuni, criniera candida raccolta in una curata coda di cavallo, cravatte carnevalesche, voce potente, bellissimi occhi azzurri penetranti, sorriso amaro e irridente, divoratore famelico di pastasciutta, tabagista oltremisura con certificato medico in tasca per poter fumare ovunque ("Me lo ha detto anche il dottore: se smetto di fumare, muoio"), bisessuale dichiarato eppure legato per quarant'anni alla compagna di una vita, Mirella Parachini.
Aveva il phisique du rôle del combattente, vinto solo dall'alleanza mortale tra un tumore al fegato e un altro al polmone. Attraverso il suo corpo, Pannella ha introdotto cinquant'anni fa la biopolitica in Italia, in un'epoca in cui il soma e la sua concretezza erano estranei a una politica dominata dalle ideologie e dalle filosofie della storia.
Non è stato solo un fatto di costume. Ha segnato autentiche fratture politiche, rompendo appartenenze di partito e ricomponendo inedite alleanze su issues capaci - alla lettera - di dare corpo al diritto e alla politica: divorzio e aborto, diritti degli omosessuali e fame nel mondo, inizio e fi ne vita. Ha segnato anche una rivoluzione comunicativa, facendo del proprio corpo ora un tazebao, ora un megafono per torrenziali interventi parlamentari, imbavagliandolo per meglio parlare al pubblico televisivo, travestendolo in modi giullareschi dettati, in realtà, da un uso astuto e consapevole dei meccanismi dell'informazione nella società dello spettacolo.
Così facendo, Pannella ha dato evangelicamente scandalo, "uno scandalo inintegrabile", come ebbe a scrivere Pier Paolo Pasolini. Eppure, l'ostensione del suo corpo è stata a lungo sbeffeggiata, tantissimo osteggiata e alla lunga ignorata, come se non meritasse attenzione. Accade ancora oggi ai radicali: come Rita Bernardini che, facendo le righe su e giù per via Arenula tra uno sciopero e l'altro della fame, cerca di tenere accesi i riflettori sui troppi corpi ammassati dietro le sbarre.
Sembra di sentirlo, il rumore di sottofondo: "Che tedio!" questa smania di de-nutrire sé stessi per nutrire il dialogo con l'interlocutore, aiutato così a fare ciò che dovrebbe fare. Il solito "chiagni e fotti" dei Radicali, insomma, secondo la garbata penna di Marco Travaglio. Per il sistema dell'informazione, l'uso nonviolento del proprio corpo è come la musica andina (per Lucio Dalla): una noia mortale.
Preferisce di gran lunga, per ragioni di audience, il vaffanculo urlato in piazza, la minaccia truce, la violenza consumata, meglio ancora il martirio. Disinteressato al corpo smagrito di chi lotta digiunando, è invece sempre pronto a regalare la ribalta al corpo contundente che si scaglia contro qualcuno o qualcosa. È davvero una "normale bestialità" (il copyright è di Valter Vecellio) che, per notiziare una causa, serva esibirla con forza bruta. Marco Pannella è stato il primo in tante cose, senza mai sentirsi tale: nella sua visione politica, infatti, non esistevano avanguardie, ma solo persone un po' in ritardo.
Vedeva e pre-vedeva scenari che gli altri non riuscivano neppure a immaginare. Qualche esempio? In anticipo su tutti, ha intuito la crisi della rappresentanza politica e della democrazia parlamentare, cui ha cercato di porre rimedio prima con la Lega per l'uninominale, poi promuovendo - con Mario Segni e altri - i referendum elettorali degli anni novanta.
Ha predicato e praticato la nonviolenza come forma dell'agire politico, quando - da una parte e dall'altra - si usavano le armi "dialettiche" della spranga e della chiave inglese, si praticava la lotta armata e la si fiancheggiava con irresponsabile sicumera. Isolato e inascoltato, già negli anni settanta si scagliava contro le pensioni-baby, proponeva (con Marcello Crivellini) un piano di rientro dal debito pubblico, teorizzava la necessità di protrarre la vita lavorativa per rendere sostenibile il sistema previdenziale.
Prima di tutti, ha intuito la globalizzazione delle decisioni politiche, trasformando il Partito Radicale in un aggregato transnazionale e impegnandolo in battaglie di respiro universale: la lotta per la fame nel mondo, cioè contro un ordine economico in disequilibrio e per il diritto all'ingerenza umanitaria; la moratoria all'ONU delle esecuzioni capitali, in vista dell'integrale abolizione della pena di morte; l'istituzione della Corte penale internazionale sui crimini di guerra e contro l'umanità, perché non c'è pace senza giustizia; la sua ultima battaglia, ancora in corso, per il riconoscimento del diritto umano alla conoscenza e per la transizione verso lo Stato di diritto.
Eresie, allora e per i più. Il problema è che essere visionari non aiuta mai in politica, se significa arrivare troppo in anticipo sugli altri. Si rischia di passare per stravaganti, raccogliendo così percentuali elettorali da prefisso telefonico. Salvo poi, ma solo molto tempo dopo, vedere le proprie proposte diventare patrimonio comune, eredità collettive. È accaduto anche a una delle creazioni pannelliane di maggior pregio, Radio Radicale, sopravvissuta alle tante radio libere che negli anni settanta facevano controinformazione militante. Nessuno, allora, avrebbe scommesso un'oncia sulla longevità di un'emittente che, piratescamente, trasmetteva le sedute parlamentari rendendole davvero pubbliche (come esige l'art. 64 Cost.).
E poi - nel tempo - i processi, i congressi di partito, le assemblee sindacali, le più importanti sedute del Csm e della Corte costituzionale, migliaia di eventi politici e culturali diffusi: tutto, da ovunque, per tutti, direttamente. Dilatando i tempi e rallentando i ritmi chapliniani dell'odierna informazione, Radio Radicale ha sempre privilegiato la riflessione alla sparata provocatoria: perché l'informazione serve al cittadino per sapere, capire, farsi un'idea, non per alzare o rovesciare il pollice, come plebe nel circo mediatico e nell'arena dei social media.
Pannella era dottore in Giurisprudenza, ma solo per sbaglio: si laureò nel 1955, a Urbino, con una tesi sui Patti lateranensi scritta non da lui, discussa animatamente per due ore, riportando il punteggio più basso conseguibile: 86/110. Eppure, giuridicamente, era un sapiente. Credeva nel diritto come violenza domata, nella legalità quale regola e limite al potere, nella democrazia come conflitto senza spargimento di sangue. Sono i fondamentali del costituzionalismo liberale, sui quali ha saputo edificare un metodo di lotta politica capace di usare il diritto (lex) in funzione dei diritti (jura).
Due soli esempi, giusto per capirci. In un Paese dove la rappresentanza politica non è elettoralmente accessibile a tutti, Pannella ha avuto il grande merito di scoprire la seconda scheda, quella referendaria. L'ha messa in mano a ciascun elettore, chiamato a decidere se abrogare una legge o - con i quesiti manipolativi - addirittura riscriverla.
Attraverso questo inedito canale di decisione politica, i referendum radicali hanno permesso al Paese di esprimersi su temi altrimenti sequestrati, come il divorzio e l'aborto, la depenalizzazione delle droghe leggere e la fecondazione assistita. Hanno posto al centro del dibattito pubblico il tema del finanziamento ai partiti, la politica energetica, la responsabilità civile dei magistrati, le libertà economiche e sindacali.
Negli anni di piombo e della fermezza ("La fermezza è stare fermi", denunciava, non a torto, Pannella), hanno messo in discussione le leggi emergenziali, l'infinita durata della custodia cautelare, il porto d'armi, l'ergastolo. L'altro strumento giuridico concepito da Pannella è l'uso della questione di costituzionalità come canale alternativo di riforma legislativa. Disobbedendo pubblicamente a una legge ingiusta, il militante radicale vuole andare a processo per chiedere al proprio giudice di impugnarla davanti alla Corte costituzionale.
E poiché la Consulta risponde non al consenso popolare, ma alla legalità costituzionale, quella legge - se illegittima - sarà cancellata. È così che l'Associazione Luca Coscioni ha smantellato le ideologiche norme proibizioniste sulla procreazione assistita. È la strada che Marco Cappato ha percorso per smascherare l'incostituzionalità del reato, previsto nel codice penale fascista, che puniva qualunque forma di aiuto al suicidio al pari della sua istigazione.
Il referendum e la quaestio: tecniche nonviolente perché normate dal diritto, che permettono così a una forza politica di minoranza (ma non d'élite) di esprimere un'inedita vocazione maggioritaria. È uno degli insegnamenti pannelliani più importanti, perché predicato e praticato. Ora come allora: vale per l'accertata incostituzionalità dell'ergastolo ostativo, inseguita e ottenuta da Nessuno Tocchi Caino; vale per le imminenti campagne referendarie dell'Associazione Coscioni sulla depenalizzazione dell'eutanasia di soggetti "non vulnerabili", e del Partito Radicale sui temi della giustizia.
Ci sarà pure l'altra faccia della luna, nella prassi politica radicale? Per molti è nel suo tratto più discusso e discutibile, l'antipolitica, di cui Pannella sarebbe stato il precursore. La parola allora all'accusa, che sgrana il lungo rosario d'imputazioni a suo carico: la candidatura nelle liste radicali della pornostar Ilona Staller, eletta deputata nella X Legislatura, remake del pitale dannunziano lanciato da un biplano sul Parlamento.
La "lista Pannella", prima formazione politica a recare nella denominazione e nel simbolo il nome del suo leader, aurorale deriva dei tanti sciagurati partiti personali che verranno. Le campagne elettorali a favore dell'astensione, scaltro escamotage per acquisire consenso a buon mercato. L'abuso dello strumento referendario, in aperta contestazione alla delega parlamentare. I tratti predicatori presenti nella sua comunicazione politica, fino alla retorica populista contro la partitocrazia. Le accuse antisistema mosse a organi costituzionali (su tutte, la Corte costituzionale quale giudice referendario, "suprema cupola della mafiosità partitocratica").
L'abuso dei regolamenti parlamentari in chiave ostruzionistica contro la maggioranza politica, sabotata nel suo potere di decisione. Le disinvolte alleanze - di destra, di sinistra, di centro - viste come pratiche di trasformismo. Uno smisurato narcisismo, riassumibile nella frase attribuita a Pannella - ma in realtà di Franco Roccella - "Chi non è con me è contro di sé".
La parola alla difesa. Totus politicus, Pannella non è mai stato un extraparlamentare, avendo una concezione quasi sacrale della politica e delle istituzioni. Il suo agire trasformando seguiva una propria coerente incoerenza in fatto di alleanze perché, per lui, contava solo la battaglia di scopo, non con chi la fai. La sua identità politica, infatti, non si è mai definita per opposizione a qualcuno, dunque poteva dialogare con tutti senza mai smarrirsi: stava dov'era meglio stare per far avanzare le proprie idee, contaminando gli altri senza mai corrompersi.
Ecco perché vedere nel leader radicale un Beppe Grillo antemarcia è un abbaglio cognitivo, prima ancora che un incommensurabile e offensivo paragone. Oggi è il tempo dei politici a contratto, dei presidenti del Consiglio selezionati in base al curriculum, taroccato se necessario. Ecco quello di Pannella: deputato per quattro legislature (1976, 1979, 1983, 1987) ed europarlamentare per sei. Consigliere comunale a Trieste, Catania, Napoli, Teramo, L'Aquila, Roma, e consigliere regionale nel Lazio e in Abruzzo.
Tra giugno e settembre 1992, per cento giorni, Presidente del Municipio di Ostia sciolto mesi prima per corruzione e infiltrazioni mafiose, dove lascia un segno (dalle ruspe dell'esercito chiamato ad abbattere le case abusive, al sorteggio anti-Cencelli delle commissioni): è stata, questa, la sua unica esperienza di amministratore.
Negli ultimi vent'anni di vita non ricoprì più alcuna carica parlamentare, né fu nominato senatore a vita, pur avendone certamente i requisiti indicati dall'art. 59 Cost. Mai è stato chiamato a rivestire la carica di Ministro, neppure della Giustizia o degli Affari Esteri, o di Commissario europeo, per indicare tre sue evidenti vocazioni e dichiarate ambizioni. Eppure ha saputo realizzare più cose lui di più governi messi insieme.
Un vero e proprio sperpero per il Paese, se confrontato alle improbabili biografie di tanti soggetti investiti di potere in questi anni, buoni a nulla capaci di tutto. Sappiamo però quale sarebbe stato il primo atto di un Pannella eletto al Quirinale: "Dimettermi, perché se il Paese mi eleggesse democraticamente vorrebbe dire che non ha più bisogno di me".
A pensarci bene, è la situazione esattamente capovolta dell'ex Primo ministro del governo Di Maio-Salvini, elevato per caso alla presidenza del Consiglio proprio perché non c'era bisogno di lui. Resta da dire dell'eredità politica lasciata da Marco Pannella. Per farlo, serve citare l'antipatizzante Giovanni Negri, già segretario del Partito Radicale dal 1984 al 1988: "Conosci l'Okavango? È il fiume più bello del mondo. Ma non sfocia nel mare, finisce nel deserto. Pannella è l'Okavango della politica".
È il rimprovero che molti gli fanno: non aver mai voluto incanalare la sua energia politica in una cornice di partito istituzionalizzato, lasciando così il Paese orfano di una significativa forza parlamentare, capace di rappresentare stabilmente un'area laico-democratica- riformatrice. È il limite di fondo dell'esperienza pannelliana anche secondo molti politologi (Angelo Panebianco, Massimo Teodori e Piero Ignazi, ad esempio), in tempi ormai remoti vicini ai radicali. La sua morte ha segnato anche la fine della storia radicale per come l'avevamo fin qui conosciuta.
È il destino di qualsiasi comunità politica lasciata dal suo leader carismatico senza eredi, perché come lui nessuno più. Pannella, in fondo, al dopo non ci ha mai pensato, temendo gli apparati e la loro sclerosi. Ad essi ha sempre preferito una piccola, ma agguerrita comunità di compagni pronti a ricominciare ogni volta di nuovo, e ha sempre privilegiato la diaspora all'interno degli altri partiti di chi alla scuola radicale si era formato. Più e meglio della galassia radicale (implosa con inusitato e rancoroso livore, allo spegnersi del suo sole), è stata Radio Radicale a conservare indivisa l'eredità lasciata da Pannella: se ne rintracciano i segni nel palinsesto, nell'incredibile archivio audiovisivo, nelle battaglie di scopo di cui si fa emittente, nella pluralità di voci che non ne corrode la forte identità, testimoniata da quarantacinque anni di vita vissuta (e non sopravvissuta), ininterrottamente, nonostante tutto e tutti.
E, come diceva Pannella citando Bergson, "La durata è la forma delle cose". La voce del silenzio che seguirebbe alla sua chiusura, ciclicamente minacciata dalla maggioranza di turno, non sarebbe solo interruzione di pubblico servizio (che è un illecito penale e non una scelta che "sta nella libertà del Governo fare", come ebbe a dire Vito Crimi, indimenticato gerarca minore del governo felpa-stellato). Sarebbe come zittire Pannella, silenziandone la voce. Nessuno ci è mai riuscito in vita, perché "Pannella sedato era una contraddizione in termini.
Infatti non è durato nemmeno un giorno", come scrisse alla sua morte un altro radicale libero, Massimo Bordin. Marco Pannella era un galantuomo, spesso ispirato dal sole, che scaricava le sue pistole in aria e regalava le sue parole ai sordi. Per molti una spina di pesce, di quelle che ti vanno di traverso e di cui non ti puoi liberare.
Era il Signor Hood della politica italiana, come lo ha cantato Francesco De Gregori nell'omonima canzone a Pannella dedicata ("a M., con autonomia"). A chi - come me - ha ricevuto il grande dono di aver goduto della sua stima esigente e del suo affetto generoso e disinteressato, resta ancora oggi un di più di tristezza e di vuoto per la sua assenza. Da riempire, per quanto si è capaci, calpestando sempre nuove aiuole.
di linda meoni
La Nazione, 15 maggio 2021
Sold out per il cortometraggio con la regia di Tesi: le riprese quasi interamente avvenute nel carcere di Santa Caterina in Brana. Il pianto di quella madre è ormai asciutto, il suo dolore inconsolabile, e tutto intorno, metafora di quella lama che le trafigge il cuore, c'è un dolore diverso eppure anch'esso universale: quello che si porta dentro chi sconta una pena in carcere, con quel bagaglio di sofferenza amplificata che come una presenza assillante non abbandona mai il detenuto.
Diventa finalmente patrimonio di tutti con la proiezione pubblica al teatro Bolognini mercoledì 19 maggio (ore 19.30) "Stabat mater" il cortometraggio con la regia di Giuseppe Tesi per Electra Teatro le cui riprese sono per la quasi totalità avvenute nel carcere di Santa Caterina in Brana con la partecipazione di un gruppo di detenuti a vestire i panni insoliti degli attori, affiancati dai professionisti Melania Giglio e Giuseppe Sartori.
Una prova eccezionale che nel risultato dimostra di aver abbondantemente superato qualsiasi possibile ostacolo legato alla difficoltà del testo cui quest'opera si ispira, "Madri" di Grazia Frisina. Trenta minuti di girato in cui trionfa l'umana compassione, anche in quelle "stanze spiate" che sono le celle di un carcere, attraverso le vicende di un uomo che nella sua vita ha scelto di "percorrere i tratturi", di "parlare coi muti e con gli idioti", di stare dalla parte dei dimenticati e dei dissacrati, e il suo legame con la madre: "Osservatela, la stabat mater dolorosa, pallida e svilita, sta curva su di lui. Il suo pianto è diventato asciutto, cerca un altro cuore in cui potersi sciogliere".
A intervallare questo dramma senza fine, le storie dei detenuti che all'obiettivo della telecamera consegnano le rispettive sofferenze: "Ci sono rumori di stoviglie, di oggetti che mi ricordano che sono in carcere e sto pagando la mia punizione - confessa uno dei protagonisti -. Anche se la mia vera punizione non sono né il carcere né l'isolamento: la mia vera punizione è l'ozio cui questo luogo mi costringe". E poi i drammi di altri reclusi, come quello che nella famiglia trova un motivo per rialzarsi e andare avanti, "so che il carcere è un passaggio, una tappa che segna la mia consapevolezza verso i reati che ho commesso" o come quello che nella detenzione ha scelto comunque di ritrovare "l'inizio di una nuova vita".
Girato nel post lockdown, "Stabat Mater" nasce come vera e propria "opera collettiva" sostenuta grazie al crowdfunding. Sostenitori di questa impresa sono, oltre a privati cittadini, la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, la Fondazione Giorgio Tesi, la Fondazione Un raggio di luce, la Misericordia di Pistoia, l'Ordine degli avvocati, Teatri di Pistoia, Sds Pistoiese, Publiacqua, Publiservizi, Fondazione Conservatorio San Giovanni Battista, Fondazione Chianti Banca e Unicoop Firenze sezione soci Pistoia, insieme anche al Senato della Repubblica, che ha concesso il proprio patrocinio in occasione di questa nuova proiezione, la seconda, preceduta solamente da un'altra avvenuta proprio tra le mura di Santa Caterina in Brana nei giorni scorsi. Lo spettacolo è già andato sold out.
di Davide Cavalleri
La Stampa, 15 maggio 2021
L'appello del direttore generale: "Nel secondo anno di pandemia più morti del primo". L'esortazione arriva chiara da parte del direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus: "Non vaccinate bambini e adolescenti, date le dosi a Covax". È questo l'appello che l'Organizzazione mondiale della Sanità rivolge ai Paesi che sono a buon punto con la campagna di vaccinazione; Covax è, infatti, il programma nato per donare vaccini anti-covid alle Nazioni che hanno minori risorse per poterli acquistare.
"Sento che alcuni Paesi vogliono vaccinare i propri bambini e adolescenti - ha aggiunto Tedros nella conferenza stampa di Ginevra - ma chiedo di riconsiderare la decisione di dare i vaccini a Covax". Lo scenario che si è andato profilando in questi mesi è piuttosto preoccupante a detta dell'Oms: "In una manciata di paesi ricchi, che hanno acquistato la maggior parte della fornitura, i gruppi a basso rischio vengono ora vaccinati" sottolinea Tedros che ha anche avvertito come, stando ai dati attuali, si rischia un secondo anno di pandemia con più morti del primo.
Le disparità nel mondo - In effetti, la campagna di vaccinazione anti-Covid fa registrare enormi differenze tra i Paesi. Se, infatti, in Nazioni come Israele, Stati Uniti e Gran Bretagna l'inoculazione delle dosi procede spedita, ci sono intere aree del globo in cui l'immunità è un lontano miraggio. Sono ancora molti i Paesi, soprattutto africani, in cui la percentuale di vaccinati si aggira intorno all'1%. La disparità di somministrazioni è un nervo scoperto che il programma Covax prova a sanare. Sud Sudan, Mali, Niger, Gabon, Zambia, Cameroon, sono solo alcune delle regioni in cui le dosi somministrare in proporzione alla popolazione sfiora lo 0%. In USA, invece, con oltre 266 milioni di dosi inoculate, sarebbero pronti a vaccinare i ragazzi dai 12 anni in su.
In Italia i ragazzi possono attendere - In Italia, al momento, non c'è ancora l'intenzione di vaccinare ragazzi e bambini. Lo ha affermato oggi in conferenza stampa il direttore della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza: "In questo momento va data la precedenza ai paesi piu poveri per la disponibilità delle dosi vaccinali, ma in seguito la vaccinazione dei bambini sarà da prendere inconsiderazione per un forte controllo dell'epidemia".
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