cuneocronaca.it, 17 maggio 2021
Lo psicologo al carcere di Cuneo pubblica un manuale su come affrontare le difficoltà. La vita sociale e di relazione, con l'esperienza della pandemia, è diventata per tutta l'umanità un carcere a ciel sereno. Lo spiega Angelo Musso con la sua opera recente dal titolo "Resilienza e Benessere", Enigma Editore, Firenze pp, 240, in vendita in libreria ed online a maggio.
Un manuale di psicologia per studenti, insegnanti, educatori, genitori e sanitari, insomma per tutti coloro che hanno necessità o semplicemente vogliono studiare le infinite risorse degli stili di vita dei detenuti alle prese con la permanenza obbligata e dura in carcere.
Studiando attraverso l'esperienza di lavoro in carcere, la vita difficile dei detenuti, l'autore ne ha individuatole strategie psicologiche vincenti e utili per la riorganizzazione sana ed equilibrata del percorso di vita, con la possibilità estesa per tutti, di imparare strategie cognitive e comportamentali, la possibilità di trasformare un evento doloroso o più semplicemente stressante in un processo di apprendimento e di crescita che incontra necessariamente il tema della resilienza.
L'autore, Psicologo specialista ambulatoriale, dopo anni di esperienza in Psichiatria, ha iniziato ad occuparsi di vita carceraria con l'incarico all'Asl Cn1 di Psicologo Penitenziario nel Servizio di Tutela della Salute del Detenuto (anticamente era il Servizio di Medicina Penitenziaria). L'osservatorio e i luoghi di pratica dell'attività di psicologia penitenziaria lo vedono protagonista in tre differenti carceri, la casa circondariale di reclusione di Saluzzo, quella di Cuneo e quella di Fossano.
Angelo Musso racconta che lavorare alla valutazione e al sostegno del benessere della mente del detenuto, affrontando strategicamente le difficoltà dei detenuti nelle fasi di adattamento alla reclusione, gli stati d'ansia, di panico, i livelli di funzionamento del tono dell'umore, l'eventuale ideazione di pensieri forti autolesionistici, anticonservativi, così come prevedere e intercettare i possibili tentativi anticonservativi ed autolesionistici, è un lavoro delicato e tutt'altro che semplice.
Tuttavia, l'autore va oltre, stravolge i termini e luoghi comuni delle ideologie sulla detenzione e pensa che la vita del detenuto possa essere un esempio di lectio magistralis per tutta l'umanità. L'obiettivo, per Musso, diventa studiare le persone in detenzione, all'interno dell'ambiente specifico e in particolare come i detenuti riescono o meno ad adattarsi alle necessarie regole di restrizione della libertà imposte dall'istituzione carceraria.
Questo lavoro di ricerca comportamentale è dunque centrato sull'osservazione della messa in atto di capacità di adattamento al regime detentivo per meglio accettare e affrontare il percorso di reclusione. L'autore studioso e libero ricercatore di Psicologia della Salute a 360 gradi, vanta più di 25 pubblicazioni, ed evidenzia in questa opera il più recente ed importante significato del concetto di salute. Infatti nel 2011 L'Oms ridefinisce il concetto di salute come "la capacità di adattamento e di auto gestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive". Tale definizione pone l'accento sulla capacità dell'uomo/persona di convivere con la malattia nelle sue varie fasi e con le difficoltà con spirito di adattamento e con capacità di resilienza.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 17 maggio 2021
"La giustizia come professione" (Einaudi, pagg. 208, euro 17,50). Il testo che segue, tratto dal libro, è stato adattato dall'autore per Repubblica.
Difendere anche gli indifendibili permette allo Stato di ricorrere al diritto di giudicare, evitando violenze sommarie. La riflessione del giurista, mentre esce il suo nuovo saggio. I non giuristi si pongono la domanda: l'avvocato che sa della colpevolezza di chi gli si rivolge può assumerne la difesa? Perché la sua coscienza professionale sia tranquilla, deve essere certo dell'innocenza del suo cliente o, quanto meno, essere nel dubbio. In breve: dev'essere in buona fede? Il pubblico profano, magari con una certa superficialità, pensa che difendere chi ha commesso una cattiva azione e cercare di farlo apparire innocente equivalga a diventarne corresponsabile. Penserà, insomma, che quell'avvocato, capace di trasformare il bianco in nero e il nero in bianco, sia un "cattivo cristiano".
Il codice deontologico chiede all'avvocato di rifiutare la sua opera quando possa desumere ch'essa contribuisca alla realizzazione di "operazioni illecite". Che cosa questa dizione significhi in concreto non è chiaro. Chiara invece l'esigenza in astratto: l'avvocato non deve diventare "complice" del suo assistito nel compiere le sue cattive azioni. Soprattutto in certi ambienti dove domina l'illegalità e le sue compagne, la violenza e l'omertà, quella norma è un invito, non si sa quanto efficace, a non cadere in una rete di connivenze e di ricatti da cui non potrà uscire anche perché, entrando, viene a conoscenza di cose che soffocano la libertà, quella libertà che è quintessenza d'ogni "professione liberale". L'"avvocato di mafia", per esempio, è ancora un libero professionista?
I giuristi di oggi, di solito, eludono la questione di coscienza. Per esempio, essa sarebbe un'ingenuità propria delle anime semplici. Tutti, anche i peggiori delinquenti, hanno il sacrosanto diritto d'essere difesi. Sì, ma perché proprio da te? Di avvocati ce ne sono tanti e, anche se non si trovasse quello disposto, esiste la difesa d'ufficio. Altro argomento: all'avvocato interessano soltanto gli aspetti giuridici, gli stessi che il giudice dovrà valutare. La responsabilità, la colpevolezza, la moralità del suo assistito è del tutto irrilevante.
L'avvocato non vorrà nemmeno saperne. Ciò che conta, per lui, sono esclusivamente i profili giuridici del caso e gli argomenti legali ai quali potersi appoggiare. I suoi doveri stanno tutti e solo qui: nella trattazione competente e scrupolosa della causa. Tutto il resto - si dice - appartiene a un'altra dimensione, la morale; e la morale con il diritto positivo non deve essere mescolata. Del resto, la giustizia non sta quasi mai nell'alternativa tutto o niente, bianco o nero. Ci sono tante sfumature di giustizia lavorando sulle quali le domande radicali non si pongono o non si pongono come vorrebbero coloro che dividono il mondo tra il bene e il male.
Tuttavia, per chi non crede possibile la detta netta separazione della legge dalla giustizia, per chi pensa che questa separazione sia artificiosa, la domanda: "che cosa m'induce ad accettare o a rifiutare d'assumere una difesa?" si pone necessariamente. Non insistiamo sulla forza persuasiva del denaro, della "parcella". Non insistiamo per la semplice ragione che questo fattore quasi sempre decisivo nelle umane decisioni non è affatto una prerogativa delle professioni liberali.
Pecunia regina mundi. La "coscienza all'incanto" di cui parlava Dostoevskij non è un triste privilegio dei giuristi. Non stiamo neppure a parlare della forza attrattiva che sull'avvocato esercita la notorietà del cliente, la sua importanza sociale, perfino la sua immagine fosca e diabolica: gliene potrà derivare fama per il sol fatto di avere difeso un individuo illustre. Alcuni esempi, lasciando fuori gli italiani: Jacques Vergès, controverso personaggio, famoso per aver assistito grandi criminali, come Klaus Barbie, il "boia di Lione" (ufficiale nazista responsabile, tra l'altro, dello sterminio di tanti bambini ebrei), il capo cambogiano Khien, e terroristi attivi in varie parti del mondo, eccetera, guadagnandosi la fama di "avvocato del diavolo".
René Floriot, noto come l'avvocato più costoso di Francia, difese diversi criminali di guerra, il serial killer Marcel Petiot e fu protagonista nel celebre affaire Pierre Jaccoud, a sua volta eminente avvocato e uomo politico svizzero. I clienti famosi, non necessariamente i più ricchi, sono oggetti preziosi per gli avvocati. La fama del cliente si riverbera su quella del suo difensore. La notorietà nel "mercato" delle professioni giuridiche, come nel commercio, è una condizione di successo; il successo moltiplica il successo e apre le porte d'accesso in quelle atmosfere rarefatte del gran mondo dove possiamo trovare l'avvocato che gode di grande rispetto perché è uomo di fiducia di qualche potente, ne è "confessore" al quale, come al notaio d'un tempo, si confidano i segreti, anche i meno onorevoli.
Esistono, poi, avvocati che per principio o di preferenza difendono le vittime e i deboli, anche gratuitamente, come fanno i cosiddetti "avvocati di strada". Altri assumono la difesa "per partito preso", come Donna Rotunno, negli Usa, che assiste per principio i presunti stupratori di donne, oppure come Tina Lagostena Bassi che, al contrario, difendeva le vittime contro i violentatori.
Altri, gli "avvocati di tendenza", difendono imputati politici perché militano dalla loro stessa parte e operano "per la causa" o per "l'idea", come un tempo gli avvocati di "soccorso rosso". Altri ancora che si tengono lontani dagli affari criminali delle tante mafie, dei tanti giri di potere opaco, delle massonerie compromesse in affari illeciti, oppure che accettano di entrarvi. Altri, ancora, che difendono, per scelta di campo, i grandi interessi imprenditoriali e finanziari a prescindere dalle troppe domande e dalle offese che le vittime possono patire, e lo stesso fanno per i potenti della politica. Altri, infine, che difendono chiunque senza fare differenze, in nome del diritto alla difesa che spetta a tutti.
Perfino può accadere che si assuma consapevolmente la difesa in processi dai profili ripugnanti, per affermare nobilmente che anche in quei casi, e proprio in quei casi - la violenza sui bambini, lo stupro, l'omicidio efferato, la strage, lo sterminio, il linciaggio mediatico, eccetera -, il diritto ha le sue ragioni e il processo non deve trasformarsi in un'ordalia o in una vendetta mascherata da dare in pasto a un'opinione pubblica sovreccitata. I giuristi sono lì per questo.
Gli avvocati dei grandi processi del XX secolo, Norimberga e Gerusalemme per esempio, non è detto che stessero dalla parte politica di Goering e degli altri capi nazisti o di Adolf Eichmann. Anche in quei processi, dagli esiti in gran parte scontati, la voce del diritto doveva risuonare se non altro simbolicamente. Nei paesi che si dicono civilizzati, non si mette a morte nessuno senza un "regolare processo legale" anche quando i fatti sono certi e si sa fin da prima quale sarà il finale. Il simbolo, proprio quando "la cosa" non c'è, e tutti lo sanno, è importante. Non si tratta necessariamente solo d'ipocrisia e di repellente finzione. La questione è meno semplice. Questa ipocrisia può essere considerata come omaggio alla giustizia che, seppur svuotata di contenuto nel caso concreto, deve almeno mantenere la forma in modo che, in altre meno tragiche ed estreme circostanze, possa riprendere la sua sostanza.
Così si può rispondere alla grande domanda: perché si vuole comunque il processo, anche se la condanna è certa ben prima che si apra il dibattimento? Perché Servatius ha accettato di difendere Eichmann? Perché gli americani hanno imbastito un processo superando difficoltà d'ogni genere, prima di far impiccare Saddam Hussein? Perché a Norimberga si è svolto un impeccabile processo, almeno nel rituale, quando tutti sapevano, criminali nazisti compresi, che per loro non ci sarebbe stato scampo? Perché alcuni di loro hanno preferito togliersi la vita prima del processo: di che cosa, con la loro morte preventiva, hanno voluto privare i loro nemici che avevano imbastito il processo? La risposta è: del diritto di giudicare, un diritto sommo e terribile a cui nessuna società può permettersi di rinunciare. Per questo chi è in attesa di giudizio, conoscendo in anticipo il momento in cui sarà messo a morte, è sottoposto a guardia severissima per evitare il suicidio. È solo questione di non privarsi di un macabro spettacolo, oppure di non poter soddisfare le vittime col sangue del responsabile del loro dolore?
La domanda è molto più importante di quella opposta: perché non passare subito per le armi o per il cappio "il mostro", che si chiami Saddam Hussein, Bin Laden, Gheddafi o Slobodan Milosevic? Alla fine, perché il processo anche per costoro e perché c'è stato scandalo quando s'è fatta giustizia sommaria? Perché il diritto, anche a costo di trasformare il processo in una farsa? Vorremmo e sapremmo condannare l'avvocato che, con la sua presenza, permette lo svolgimento del rito della giustizia - sia pure di quella giustizia corrotta dall'ipocrisia - a conferma che allo Stato non è mai lecita la violenza bruta?
di Gennaro Grimolizzi
Il Dubbio, 17 maggio 2021
"I dannati della gogna" è il volume del giornalista Ermes Antonucci, con la prefazione del presidente dell'Ucpi Giandomenico Caiazza. Qualche giorno fa, ricordando Angelo Giarda, abbiamo evidenziato la sua lezione, in occasione della difesa in favore di Alberto Stasi, coinvolto nell'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco, su come gestire il "processo mediatico" e non farsi inghiottire da esso. Chi viene accusato di un reato deve difendersi dalle contestazioni dell'accusa e dalla gogna mediatica che spesso viene attivata. Il tutto con la complicità di certi santoni dell'informazione che muovono argani e ingranaggi.
Alle vite distrutte dalla libido dei fautori della gogna mediatica ha dedicato quattro anni del suo lavoro giornalistico Ermes Antonucci, autore del libro edito da Liberilibri ed intitolato "I dannati della gogna. Cosa significa essere vittima del circo mediatico-giudiziario" (pagg. XIV-138, euro 13). Antonucci è giornalista del quotidiano "Il Foglio".
Il volume ospita la prefazione di Giandomenico Caiazza, presidente dell'Unione delle Camere penali italiane, e racconta venti storie di politici, imprenditori, manager e uomini comuni costretti a fare i conti, prima ancora che con le accuse formulate in tribunale, con una devastante esposizione mediatica. Un meccanismo infernale che sembra essere entrato nella vita degli italiani e del nostro Paese e che alcune volte pare non indignare e preoccupare più. Eppure, i danni che provoca sono incalcolabili con conseguenze dirette nelle carriere professionali, nei rapporti familiari, sociali e affettivi. Vite intere condizionate per sempre.
La disumanità passa attraverso la pubblicazione sui giornali di notizie coperte da segreto investigativo, la diffusione di intercettazioni penalmente irrilevanti, la colpevolizzazione preventiva, l'annientamento della privacy di indagati e imputati. Tra le storie raccontate quelle di personaggi famosi Calogero Mannino, Giulia Ligresti, Clemente Mastella e Francesco Bellavista Caltagirone, ma anche quelle di persone ai più sconosciute come Roberto Giannoni, Rocco Loreto e Diego Olivieri.
La lezione dei latini sembra essere stata dimenticata. La riflessione giustinianea, in dubio pro reo, è da lasciare nelle pagine dei libri o da sfoderare in qualche talk show per sfoggiare una conoscenza superficiale e narcisistica.
"L'ipotesi accusatoria - riflette nella sua prefazione l'avvocato Caiazza - soprattutto in società di debole cultura democratica, assurge a rango di giudizio attendibile e di già definitivo per il fatto stesso di provenire da un'autorità pubblica: se lo hanno arrestato, ci sarà una ragione. E tanto più vasta sarà la eco mediatica dell'accusa, tanto meno chi l'ha promossa sarà disposto a riconsiderarne il fondamento. Il cappio si stringe intorno al collo del presunto colpevole con un doppio nodo scorsoio: la gogna mediatica da un lato, l'accusatore impegnato nella strenua autodifesa a oltranza, dall'altro".
Secondo il presidente delle Camere penali, il promotore della gogna mediatica non ammetterà mai di aver sbagliato. Per questo è importante per chi incappa nei meccanismi della gogna trovare un giudice davvero terzo: "Non c'è scampo, fino a quando il presunto colpevole non avrà la ventura di incontrare un giudice indifferente: evento, purtroppo, nient'affatto scontato, e comunque quasi sempre drammaticamente tardivo".
Il "processo mediatico", la violenza che travolge chi è coinvolto in alcune inchieste toglie voce e dignità al malaugurato cittadino, con l'impossibilità di trovare adeguato ristoro, prima di tutto morale, quando il vero processo approda in tribunale. "Il fenomeno - scrive Ermes Antonucci - si è affermato in numerose nazioni, ma è in Italia che mostra una forza e una violenza senza pari, tanto da portare a un annientamento sostanziale di alcuni principi basilari stabiliti dalla nostra Costituzione, a partire dalla presunzione di non colpevolezza (articolo 27)".
In questo scenario non sono esenti da responsabilità alcuni operatori dell'informazione. Sembrano sempre i più informati di tutti, i primi ad arrivare e a raccontare, purtroppo, solo un pezzo delle storie giudiziarie che li esaltano.
"Questo tritacarne mediatico - dice l'autore - si palesa in varie forme: notizie passate ai giornalisti da procure e polizia giudiziaria, pubblicazione integrale sui giornali del materiale di indagine spesso ancora coperto da segreto, diffusione di intercettazioni (spesso penalmente irrilevanti) e di immagini di persone sottoposte a restrizione della propria libertà, assenza di contraddittorio, colpevolizzazione preventiva e mancanza di attenzione per le fasi successive dei procedimenti penali (con sentenze di proscioglimento o di assoluzione relegate, quando va bene, a minuscoli trafiletti sui giornali), invasione morbosa negli ambiti privati dei malcapitati".
Una inchiesta raccontata da Antonucci nel 2017 sul Foglio venne accompagnata da una vignetta di Vincino. Nel disegno l'accusato, il povero "dannato", è intento ad ascoltare il magistrato che lo accusa, mentre alcune persone, con il ghigno inferocito, lo fustigano e bastonano. "Una sintesi visiva perfetta del meccanismo della gogna". Una delle storie contenute nel libro di Antonucci è quella di Diego Olivieri, finito in una inchiesta dell'FBI e della Direzione distrettuale antimafia di Roma (con il pm Italo Ormanni).
L'imprenditore veneto venne accusato di essere il punto di riferimento di un'organizzazione mafiosa dedita al traffico internazionale di droga. Per queste ragioni venne imprigionato in un carcere di massima sicurezza per un anno intero, prima di essere assolto, senza lo stesso clamore di quando venne arrestato, cinque anni dopo per non aver mai commesso alcun crimine. Nel frattempo la gogna mediatica lo aveva stritolato.
socialismodiritti.it, 17 maggio 2021
"Sembra destinato a un ulteriore slittamento il trasferimento in Sardegna, nella Casa Circondariale "Ettore Scalas" di Cagliari-Uta, dei detenuti in regime di 41bis, le persone ristrette in particolari condizioni di carcere duro. I lavori sono stati conclusi ma mancano alcuni servizi fondamentali per garantire appieno il funzionamento della struttura". Lo sostiene Maria Grazia Caligaris dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che spesso ha posto l'accento sull'eccessivo numero di detenuti dell'alta e della massima sicurezza nei Penitenziari dell'isola.
"Il Padiglione del 41bis - osserva - dopo un lungo periodo di sospensione dei lavori, anche per una inchiesta della Procura di Cagliari, aveva ottenuto dei fondi aggiuntivi per il completamento delle opere, tanto che l'ex Ministro Bonafede aveva annunciato che entro il 2020 sarebbe stato pienamente operativo e si sarebbe proceduto al trasferimento di 92 boss portando dunque a 184 il numero in Sardegna dei ristretti nel regime del carcere duro.
In realtà i lavori non sono stati completati nel modo dovuto e la struttura non contempla al suo interno il Servizio Assistenza Intensiva (Sai - ex Centro Clinico), cioè una sorta di attrezzata Infermeria per le problematiche sanitarie dei reclusi e neppure gli Uffici della Matricola, separati ovviamente da quelli del carcere "normale". Non ancora risolto il problema del numero degli Agenti in servizio e dei Funzionari Giuridico Pedagogici, ridotti all'osso. È noto infatti che per la sicurezza nei Reparti 41bis operano gli Agenti del Gom (Gruppo Operativo Mobile), un corpo speciale della Polizia Penitenziaria istituito nel 1999, alle dipendenze del Dipartimento".
"Occorre anche considerare - fa notare ancora Caligaris - che nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta, con una media di circa 580/600 ristretti, esiste anche una sezione di Alta Sicurezza ma non c'è un Vice Direttore mentre il Responsabile deve occuparsi anche della Casa di Reclusione di Isili e Lanusei. Il ritardo nell'inaugurazione del Padiglione 41bis non può quindi far dimenticare che la Sardegna accoglie attualmente un altissimo numero di detenuti di notevole spessore criminale (con appartenenti alla ndrangheta, mafia, terrorismo ed eversione), un altrettanto importante numero di persone con gravi disturbi della personalità e psichiatrici, che non ha sufficienti personale né penitenziario, né rieducativo, né amministrativo e non può contare neppure su un numero adeguato di Direttori (tra qualche mese resteranno solo 4 su 10 Istituti per un pensionamento)".
"L'auspicio - conclude l'esponente di Sdr - è che il Dipartimento non pensi, in piena estate e non appena conclusa la prima fase di vaccinazione dei detenuti, di promuovere un'azione di forza con il trasferimento senza preavviso. Non sarebbe la prima volta ma sarebbe adesso opportuna una maggiore attenzione da parte dei Parlamentari sardi. Alcuni segnali sembrano dare indicazioni su pericolose infiltrazioni criminali che non giovano all'economia locale né a una regione che punta molto su ambiente, cultura e turismo".
quinewspistoia.it, 17 maggio 2021
Torna il rimborso spese, la relazione sull'attività diventa semestrale e viene meno l'obbligo di presenza fisica settimanale in Comune. Cambiano le regole per il garante dei detenuti rispetto al Comune di Pistoia. Torna il rimborso spese per 4.000 euro lordi annui, la relazione sulle attività diviene semestrale anziché trimestrale e cade l'obbligo di presenza fisica settimanale nei locali comunali. Le modifiche al regolamento sono state approvate dal consiglio comunale nella seduta di lunedì scorso dopo l'illustrazione in aula da parte del vicesindaco e assessore alle politiche di inclusione sociale e tutela della salute Annamaria Celesti.
Le modifiche al regolamento del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, istituito con deliberazione del Consiglio Comunale il 17/10/2011 e rettificato nel 2015, sono state approvate con 18 voti favorevoli (Fratelli d'Italia, Pistoia Concreta, Forza Italia - Centristi per l'Europa, Lega per Salvini Premier, Gruppo Misto, Amo Pistoia), 6 astenuti (Partito Democratico, Gruppo Indipendente, Pistoia Spirito libero), nessun contrario.
Ma quali sono i compiti del Garante? La figura di garanzia tra le altre cose favorisce l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà, con particolare riferimento ai diritti fondamentali al lavoro, alla formazione, alla cultura, all'assistenza, alla tutela della salute, allo sport. Promuove iniziative di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani dei detenuti in carcere e della umanizzazione della pena detentiva.
di Paolo Mieli
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Covid-19, perché il virus ha dilagato in maniera così devastante. Un'indagine ha scoperto che grandi responsabilità ricadono proprio sul direttore Tedros Adhanom Ghebreyesus. Taiwan vanta poco più di un terzo degli abitanti che ha l'Italia (23 milioni e mezzo, contro i nostri 60 milioni). È stata colpita dal Covid più o meno negli stessi tempi in cui la pandemia si è diffusa qui da noi, all'inizio del 2020.
Da allora ha però avuto un numero di contagiati quasi irrilevante rispetto a quello italiano (1.256 contro i nostri oltre 4 milioni e 150 mila) e un'assai più esigua quantità di morti (12 contro i nostri 125.000). Per mettere a paragone Taiwan e l'Italia dovremmo moltiplicare per tre i loro positivi (sarebbero un po' meno di 4.000) e i loro defunti (salirebbero a 36). In ogni caso non si sfugge al conto finale: Taiwan ha avuto un tasso di contagio e di mortalità incredibilmente inferiore a quello italiano (e di tutti i Paesi occidentali).
Certo Taiwan è un'isola, ha imparato a premunirsi dal virus fin dai tempi della crisi Sars (2003), è dotata di grandi capacità di tracciamento, ha un sistema medico eccellente. Ma, va detto, non "gode" di un regime comunista (vale a dire di un'attitudine alla sorveglianza tipica del sistema ereditato da Mao). Eppure è riuscita a tener testa al coronavirus senza dover ricorrere ad un solo giorno di lockdown.
In un importante libro appena pubblicato, "Il pesce piccolo. Una storia di virus e segreti" (Feltrinelli), Francesco Zambon nota un dettaglio curioso: Taiwan non fa parte dell'Organizzazione mondiale della sanità; ciò nonostante era dotata di un piano per affrontare la pandemia ad ogni evidenza migliore di quello dei Paesi "coperti" dall'Oms. Zambon è quel funzionario Oms costretto un anno fa a ritirare un rapporto già approvato dai vertici dell'Organizzazione nel quale si rivelava come il piano pandemico italiano - a differenza di quello di Taiwan - non era stato aggiornato dal lontano 2006. Mai.
Ranieri Guerra, direttore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità - responsabile, sia pure non unico, di quel mancato aggiornamento - si occupò (assieme ad Hans Kluge direttore di Oms Europa) del caso in modo da non provocare alcun dispiacere al ministro della Sanità Roberto Speranza e soprattutto al presidente del Consiglio Giuseppe Conte che a fine gennaio era andato in tv a magnificare l'adeguatezza di quel piano. Come? In un battibaleno il report di Zambon è scomparso dalla circolazione; dopodiché l'autore del rapporto censurato è stato incoraggiato a lasciare l'Oms. Anche Ranieri Guerra ha, però, pagato un prezzo: per prudenza si è sentito costretto ad assentarsi dagli amati schermi televisivi attraverso i quali andava imponendosi come uno dei più solerti commentatori dell'intera vicenda Covid.
Successivamente una risoluzione dell'Assemblea mondiale della salute ha affidato a tredici personalità il compito di indagare su perché il coronavirus ha dilagato nei Paesi Oms in maniera così devastante. I tredici (come ha raccontato qualche giorno fa su queste pagine Guido Santevecchi) hanno scoperto che grandi responsabilità ricadono proprio sull'Oms.
"Viviamo nel ventunesimo secolo, ma ci siamo comportati come nel Medioevo", ha denunciato la copresidente della commissione d'inchiesta, l'ex premier neozelandese Helen Clark. L'altra guida del panel dei tredici, l'ex presidentessa liberiana Ellen Johnson Sirleaf (premio Nobel per la Pace nel 2011), ha accusato i capi di governo al potere nel 2020 di non aver preso in considerazione i dossier sulle precedenti crisi sanitarie. E di non essersi sentiti in dovere di adattare, alla luce di quei dossier, i piani pandemici.
Il responsabile di questo clamoroso inciampo ha un nome e un cognome: Tedros Adhanom Ghebreyesus. Tedros fu contestatissimo ministro della salute in Etiopia dal 2005 al 2012; nel 2017, in virtù delle sue capacità di manovra, venne nominato direttore dell'Organizzazione mondiale della sanità. Confermò all'istante di essere un politico abilissimo, grande tessitore di relazioni con i governi: appena elevato alla guida dell'Oms - ricorda Zambon - nominò il dittatore dello Zimbabwe, Robert Mugabe (suo grande elettore), "Goodwill Ambassador per le malattie non trasmissibili". E - a motivare la nomina - definì lo Zimbabwe "un Paese che mette al centro delle sue politiche la copertura sanitaria universale nonché la promozione della salute, così da garantire cure sanitarie a tutti". In realtà il sullodato sistema sanitario di Mugabe era purtroppo allo sfascio e - appena lo si venne a sapere - Tedros fu costretto a ritirare alla chetichella l'onorificenza al despota.
Ma continuò ad ingraziarsi i leader dei Paesi Oms per garantire la stabilità sua e dei suoi funzionari al vertice dell'organizzazione. Fu spudoratamente corrivo con la Cina nei primi mesi della pandemia ed entrò per questo in urto con Donald Trump.
Ciò che fece la sua fortuna dal momento che gli antitrumpiani del mondo intero lo perdonarono all'istante di ogni trascuratezza, assolvendo contemporaneamente se stessi da evidenti demeriti del genere di quelli denunciati da Zambon. Adesso tutti i Paesi che hanno qualcosa da nascondere (e da farsi perdonare) in merito all'impreparazione e alla negligenza con cui hanno affrontato la pandemia, si accingono, l'anno prossimo, a rieleggere Tedros alla guida dell'Oms.
E, finché Tedros resterà in sella, si può esser sicuri che gli Zambon di tutto il mondo verranno più o meno silenziosamente messi alla porta. A questo punto dobbiamo solo sperare che il virus non si ripresenti nelle attuali o sotto altre spoglie. Nel qual caso sarebbe consigliabile aver preso, per tempo, la residenza a Taiwan. Anche se l'isola - a dispetto di una campagna per farla ammettere di Giulio Terzi e Matteo Angioli a nome del Comitato globale per lo stato di diritto "Marco Pannella" - non gode tuttora della considerazione da parte dell'Organizzazione mondiale della sanità.
di Carla Chiappini
Vita Nuova - Avvenire, 16 maggio 2021
Camminando a fianco degli ergastolani ostativi. Loro e io; due percorsi lontani umanamente e geograficamente ma una vicinanza profonda, costruita giorno per giorno, settimana dopo settimana in quelle mattine del giovedì che mi prosciugano le forze ma mi rendono ricca nell'esperienza e nell'umanità
Vita Nuova - Avvenire, 16 maggio 2021
Caro lettore, quello che stiamo per dirti è il pensiero fisso di tutti i giorni, qualcosa che è radicato nella nostra storia e dentro la storia di tanti nostri compagni.
Rispetto al tema dell'ostatività ecco dunque, alcune riflessioni importanti che desideriamo condividere con te.
di Giampiero Catone
La Discussione, 16 maggio 2021
La riforma della giustizia dovrà affrontare il tema dell'amnistia o dell'indulto tenendo conto del numero eccezionale dei carichi pendenti e delle condizioni di sovraffollamento delle carceri. È soprattutto una questione di civiltà. Il Parlamento abbia il coraggio di mettere in campo decisioni giuste e lungimiranti.
La riforma della giustizia porta con sé dossier complicati quanto ineludibili. Lo stesso annuncio fatto della ministra della Giustizia di smaltire il pregresso, fa comprendere le difficoltà in campo e i tempi ristretti, quando sollecita di "condurre in porto il prima possibile le riforme della giustizia che valgono solo l'1% dei miliardi del Recovery". Perché proprio dalle riforme della giustizia civile, della giustizia penale, del Csm e dell'ordinamento giudiziario, dipenderà l'arrivo dei fondi europei.
In questi giorni si parla di riforma, i partiti presentano le loro proposte. Si tace, però, sul macigno che ogni azione di cambiamento dovrà rimuovere. La giustizia intesa per la parte che interessa i cittadini, porta con sé un ostacolo insormontabile, quello del pregresso, i processi non fatti.
Per capire serve ricordare alcuni dati: a fine 2019 i procedimenti pendenti in materia civile erano di 2 milioni e 400 mila e 1 milione e 400 mila i procedimenti penali. Sono cifre chiare, sulle quali sorge un interrogativo. Può una riforma partire con un carico così gravoso e denso di contraddizioni? Noi crediamo di no. Una vera riforma può essere credibile e vera solo introducendo in tempi rapidi amnistia e indulto. Si dirà che amnistia e indulto, sono una sconfitta dello Stato, ma lo è anche leggendo le cronache quotidiane che raccontano le condizioni disumane delle carceri, delle violenze, dei suicidi. In questo scenario un atto di clemenza e di ragione vanno compiuti. Così, sempre per stare alla attenzione della cronaca, c'è l'urgente necessità di un provvedimento capace di decongestionare le prigioni. Lo dicono i garanti regionali dei detenuti, in considerazione anche del forte aumento dei contagi da Covid dietro le sbarre. Sul tema del sovraffollamento sono intervenute le Camere Penali nel sottolineare la necessità di garantire condizioni detentive meno disumane a prescindere dalla pandemia.
L'amnistia estingue il reato e porta alla chiusura dei procedimenti in corso, mentre l'indulto implica la celebrazione del processo perché si calcola sulla base della pena applicata in concreto o sul residuo che il detenuto deve scontare. In ogni caso è evidente che su questo fronte la riforma della giustizia non potrà che prendere atto che lo Stato non è riuscito ad assicurare condizioni di vita umane ai detenuti e di rieducarli in vista del loro rientro nella società.
È un tema rilevante perché da una parte i cittadini si attendono che ogni detenuto sconti la pena, ma con carichi così elevati di procedimenti pendenti siamo sempre di fronte a imputati presunti tali. Il numero di sentenze di risarcimento per quanti vivono in carcere in condizioni inidonee è inoltre in crescita. Così come sono in crescita i risarcimenti per ingiusta pena detentiva. I tempi della giustizia italiana sono eccezionalmente lunghi e le sanzioni alla fine diventano la custodia cautelare e la gogna mediatica.
In un Paese civile, sono conseguenze inaccettabili. Secondo l'ultima relazione stilata dal Ministero della Giustizia, - se facciamo l'esempio della Campania - il 42% dei detenuti è in attesa di giudizio a fronte di una media nazionale del 34,5% e di quella europea del 22,4. L'Italia inoltre detiene poi il triste primato in Europa con le carceri più sovraffollate. Lo rivela il rapporto Space, appena pubblicato dal Consiglio d'Europa: al 31 gennaio 2020 in Italia c'erano 120 detenuti per ogni 100 posti. Peggio di noi la Turchia, stato membro del Consiglio d'Europa (ma non dell'Unione), con 127 detenuti ogni cento posti.
Dietro i numeri ci sono storie personali ma anche la necessità di uno stato di cose che deve cambiare. Serve quindi coraggio per portare avanti riforme necessarie e lungimiranti. Confidiamo nel Parlamento che sia capace di discutere con la verità dei fatti. Che sappia affrontare un problema che come ammesso da tutti non è più rinviabile.
La riforma della giustizia sta per entrare nel vivo. I temi sono noti e non più rinviabili. Come quello di una amnistia o di un indulto. Ogni passaggio riformatore dovrà tenere conto del numero eccezionale dei carichi pendenti e delle condizioni di sovraffollamento delle carceri. Non si tratta solo di una scelta umanitaria ma lo è soprattutto di civiltà. Siamo di fronte a situazioni non più rinviabili. Il Parlamento abbia il coraggio di mettere in campo decisioni giuste e lungimiranti.
È un intreccio da capogiro. La riforma della giustizia porta con sé dossier complicati quanto ineludibili. Non solo per la portata delle istituzioni in gioco che sono le fondamenta democratiche,
ma per le diramazioni che comporta una riforma che andrà a toccare ambiti diversi: legislativi, i procedimenti civile e penale, il Csm, i tempi della prescrizione; le questioni economiche con il Recovery Found e i temi sociali scottanti con le carceri sovraffollate, i suicidi, l'incertezza delle pene.
D'altronde lo stesso annuncio fatto della ministra della Giustizia Marta Cartabia, fa comprendere le difficoltà in campo e i tempi ristretti, quando sollecita di "condurre in porto il prima possibile le riforme della giustizia che valgono solo l'1% dei miliardi del Recovery". Perché proprio dalle riforme della giustizia civile, della giustizia penale, del Csm e dell'ordinamento giudiziario, dipenderà l'arrivo dei fondi europei. In questi giorni si parla di riforma, i partiti presentano le loro proposte. Si tace, però, sul macigno che ogni azione di cambiamento dovrà rimuovere. La giustizia intesa per la parte che interessa i cittadini, porta con sé un ostacolo insormontabile, quello del pregresso, i processi non fatti.
Per capire serve ricordare alcuni dati: a fine 2019 i procedimenti pendenti in materia civile erano di 2 milioni e 400 mila e 1 milione e 400 mila i procedimenti penali. Sono cifre chiare, sulle quali sorge un interrogativo. Può una riforma partire con un carico così gravoso e denso di contraddizioni? Noi crediamo di no. Una vera riforma può essere credibile e vera solo introducendo in tempi rapidi amnistia e indulto. Sono parole che suscitano divergenze, ma sono anche le uniche che permetteranno di far uscire il Paese dal vicolo cieco in cui si trova.
I numeri appena citati impongono una scelta radicale che non può essere rinviata. Si dirà che amnistia e indulto, sono una sconfitta dello Stato, ma lo è anche leggendo le cronache quotidiane che raccontano le condizioni disumane delle carceri, delle violenze, dei suicidi. In questo scenario un atto di clemenza e di ragione vanno compiuti. Così, sempre per stare alla attenzione della cronaca, c'è l'urgente necessità di un provvedimento capace di decongestionare le prigioni. Lo dicono i garanti regionali dei detenuti, in considerazione anche del forte aumento dei contagi da Covid dietro le sbarre. Sul tema del sovraffollamento sono intervenute le Camere Penali nel sottolineare la necessità di garantire condizioni detentive meno disumane a prescindere dalla pandemia. In questi giorni ci si è chiesto, anche tra magistrati, se cogliere l'opportunità di prevedere una amnistia o un indulto? Le risposte sono state equilibrate e attente al problema di un atto di clemenza responsabile. Si può ancora discutere e scegliere tra le due possibilità.
L'amnistia estingue il reato e porta alla chiusura dei procedimenti in corso, mentre l'indulto implica la celebrazione del processo perché si calcola sulla base della pena applicata in concreto o sul residuo che il detenuto deve scontare. In ogni caso è evidente che su questo fronte la riforma della giustizia non potrà che prendere atto che lo Stato non è riuscito ad assicurare condizioni di vita umane ai detenuti e di rieducarli in vista del loro rientro nella società.
È un tema rilevante perché da una parte i cittadini si attendono che ogni detenuto sconti la pena, ma con carichi così elevati di procedimenti pendenti siamo sempre di fronte a imputati presunti tali. Il numero di sentenze di risarcimento per quanti vivono in carcere in condizioni inidonee è inoltre in crescita. Così come sono in crescita i risarcimenti per ingiusta pena detentiva. I tempi della giustizia italiana sono eccezionalmente lunghi e le sanzioni alla fine diventano la custodia cautelare e la gogna mediatica.
In un Paese civile, sono conseguenze inaccettabili. Secondo l'ultima relazione stilata dal Ministero della Giustizia, - se facciamo l'esempio della Campania - il 42% dei detenuti è in attesa di giudizio a fronte di una media nazionale del 34,5% e di quella europea del 22,4. L'Italia inoltre detiene poi il triste primato in Europa con le carceri più sovraffollate. Lo rivela il rapporto Space, appena pubblicato dal Consiglio d'Europa: al 31 gennaio 2020 in Italia c'erano 120 detenuti per ogni 100 posti. Peggio di noi la Turchia, stato membro del Consiglio d'Europa (ma non dell'Unione), con 127 detenuti ogni cento posti.
Sono numeri, ma ogni riforma, ogni iniziativa non può prescindere dal prenderli in considerazione. Dietro i numeri ci sono storie personali ma anche la necessità di uno stato di cose che deve cambiare. Serve quindi coraggio per portare avanti riforme necessarie e lungimiranti. Confidiamo nel Parlamento che sia capace di discutere con la verità dei fatti. Che sappia affrontare un problema che come ammesso da tutti non è più rinviabile.
di Sandra Berardi
intersezionale.com, 16 maggio 2021
Le cronache delle ultime settimane hanno puntato i riflettori su due sentenze che hanno fatto molto discutere sia per i fatti in sé, sia per la quantità di pena comminata. Parliamo delle sentenze relative agli omicidi di Marco Vannini e di Mario Cerciello Rega. Marco, un ragazzo di 20 anni ucciso da un sotto ufficiale della marina militare in forza ai servizi segreti, Antonio Ciontoli; Mario, un carabiniere ucciso da due ragazzi americani a seguito di una colluttazione.
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