di Mario Giro
Il Domani, 25 giugno 2021
Si conclude oggi il consiglio europeo dedicato, tra le altre cose, al tema delle migrazioni. Il premier Mario Draghi ha rimesso sul tavolo la questione di cui si discute da anni: la necessità di un meccanismo di distribuzione solidale dei profughi che giungono via mare o per altre vie. L'idea costantemente ripetuta è che coloro che sbarcano in Italia cercano in realtà l'Europa e non il nostro paese in particolare.
Tuttavia cambiare le regole di Dublino (quel trattato che lega indissolubilmente il profugo con il primo paese di arrivo) si è finora avverata un'impresa impossibile così come ogni tentativo di giungere a una solidarietà concreta, sia automatica che volontaria.
I governi europei - non importa di quale colore - sono bloccati, congelati dalla paura di contravvenire allo spirito del tempo rappresentato dall'ossessione migratoria e dall'idea che ognuno deve fare da sé. Inutile invocare lo spirito unitario con cui l'Europa è nata: sul tema migratorio gli stati membri rimangono ingessati per paura delle urne.
Destra e sinistra europee sono accomunate da un unico pensiero fisso: l'Europa non può permettersi di accogliere altri rifugiati. I global compact dell'Onu su rifugiati e migranti hanno scatenato polemiche a non finire senza riuscire a sbloccare la situazione. Eppure i dati parlano chiaro: non solo l'economia europea ha bisogno di manodopera, specializzata e non, ma l'inverno demografico del continente rende sempre più urgente porvi rimedio.
L'Italia è un esempio: secondi i dati dell'istituto Cattaneo, dal 2036 dovremo andarci a cercare gli immigrati fuori Europa pena il crollo della nostra economia perché per 5 pensionati ci sarà solo un lavoratore. La cosa più sorprendente è che non è vero che la società europea non ne vuole più sapere di migranti e profughi. Tre anni fa l'esperimento dei corridoi umanitari introdotti dalla Comunità di Sant'Egidio assieme alle chiese valdese e protestanti e alla Caritas, ha dimostrato che le offerte di accoglienza e integrazione sono numerose da parte di famiglie e collettività.
Ora il progetto è diventato una best practice europea ed è stato replicato in Francia e in Belgio. L'idea dei promotori è che non occorra chiedere ai governi e alle istituzioni di procedere all'accoglienza e all'integrazione ma piuttosto alla società stessa, bilanciando gli arrivi sulla base dell'offerta che si crea liberamente. In questa maniera si è dimostrato che si può accogliere e integrare senza problemi perché è la società stessa a occuparsene.
Associazioni, famiglie, gruppi di cittadini, mettono a disposizione quello che hanno e laddove l'offerta è consona i promotori le "abbinano" una domanda cioè una famiglia siriana in fuga, una donna somala con figli e così via. È il principio dell'adozione: quello dei corridoi umanitari è un modello adottivo, liberamente scelto nel quale i governi si limitano a fare i controlli di sicurezza, rafforzati per l'occasione.
Tutto viene fatto secondo le norme vigenti. I promotori scelgono sul terreno (i campi profughi ad esempio) i rifugiati in base alla vulnerabilità e confezionano un programma di integrazione completo (apprendimento della lingua, scuole per i piccoli, lavoro e casa per tutti) sulla base delle offerte che ricevono. Lo stato non paga nulla: fanno tutto le persone che si offrono di accogliere. Questo è importante perché è vera sussidiarietà e dimostra che, se le cose si fanno per bene, nessuno ha più paura. Si può auspicare che il Consiglio adotti tale modello per tutta l'Ue: nella libertà si trova spazio per tutti.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Se fosse stato a Lashkargah, Herat o in tante altre città che abbiamo visitato in questi anni, saprebbe che le parole pronunciate ieri nell'informativa al Senato sulla conclusione della missione militare risultano tragicamente vuote. La presenza delle truppe straniere ha alimentato la propaganda e il reclutamento dei Talebani.
Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini non deve aver mai messo piede a Lashkargah, il capoluogo della provincia meridionale dell'Helmand da cui siamo appena tornati e dove vent'anni di presenza militare internazionale si valutano in vite perdute. E temiamo non abbia mai messo piede neanche fuori dalla base militare di Herat, dove si è recato l'8 giugno "per l'ultimo ammaina bandiera del nostro contingente: un momento toccante e straordinario".
Se fosse stato a Lashkargah, Herat o in tante altre città che abbiamo visitato in questi anni, se avesse incontrato gli afghani e le afghane, saprebbe che le parole pronunciate ieri nell'informativa al Senato sulla conclusione della missione militare risultano tragicamente vuote, qui. E vuoto, nonostante la strategia retorica adottata, appare anche il bilancio fatto del "più importante impegno militare delle nostre Forze armate fuori dai confini nazionali dalla Seconda guerra mondiale".
Sul fronte militare, della guerra guerreggiata, il ministro Guerini sa che non c'è alcunché da rivendicare, alcun numero da sbandierare, a parte quegli "oltre 50.000 uomini e donne in uniforme che si sono avvicendati in questi lunghi anni". La missione in Afghanistan è stata un fallimento. "Stabilità e controllo del territorio" non sono mai arrivati.
Al contrario, la presenza delle truppe straniere ha alimentato la propaganda e il reclutamento dei Talebani. Oggi più forti che mai sul fronte di battaglia e al tavolo negoziale, dove continuano a sedersi, pur con il freno a mano, in attesa che i militari stranieri finiscano di ritirarsi. È vicino anche il ritiro completo degli italiani: "a oggi sono stati rimpatriati 280 nostri militari e sono già defluiti dal teatro operativo afghano più del 70 per cento dei mezzi e dei materiali verso l'Italia", ha dichiarato Guerini.
Alle prese con il disimpegno, senza poter annunciare "missione compiuta", il ministro della Difesa Guerini nella sua informativa sposta il piano del discorso. Finisce per enfatizzare "la proficua cooperazione tra la componente civile del Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale e quella militare della Difesa". Elenca i "progetti di cooperazione civile e militare, per un corrispettivo di oltre 46 milioni di euro". Loda il PRT, il Provincial Reconstruction Team a guida italiana, attivo fino al 2014. Per il ministro si è trattato di una risorsa fondamentale.
Per le persone che abbiamo intervistato nelle province di Herat, Badghis, Farah per la ricerca Le truppe straniere agli occhi degli afghani (promossa dalla ong Intersos) è stato un errore. Promuovere insieme attività civili-militari, sovrapporre obiettivi di sicurezza e di ricostruzione ha provocato danni, messo in pericolo le organizzazioni umanitarie, ridotto la ricostruzione di lungo termine a un obiettivo di corto termine per la "conquista dei cuori e delle menti" degli afghani. Mai avvenuta.
Guerini sostiene inoltre che "è stata una decisione non facile" quella del 15 aprile scorso, quando la Nato ha formalizzato l'impegno sul ritiro delle truppe. Come se la decisione non l'avesse già presa per tutti il presidente Usa Joe Biden, mantenendo l'accordo di Doha con i Talebani. Che oggi ci sia una "recrudescenza di violenza" era "prevedibile", dice Guerini.
Certo, la situazione è preoccupante, ma l'Italia non abbandona l'Afghanistan, garantisce il ministro. Che finisce con il chiedersi "cosa sarebbe stato l'Afghanistan senza questi venti anni di presenza e di lavoro fianco a fianco con i governanti e la popolazione". Manca di domandarsi la cosa più importante: la guerra in Afghanistan andava davvero fatta?
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Le autorità iraniane hanno annunciato l'intenzione di mettere a morte, lunedì 28 giugno, un prigioniero condannato per un omicidio commesso quando aveva 17 anni. Hossein Shahbazi, attualmente ventenne, era stato arrestato il 30 dicembre 2018 e condannato a morte il 13 gennaio 2020 da un tribunale della provincia di Fars, al termine di un processo gravemente irregolare.
Per i primi 11 giorni dopo l'arresto era stato trattenuto e interrogato in una stazione di polizia. In seguito, era stato trasferito in un carcere minorile. La madre, che era riuscita a visitarlo dopo una lunga attesa, lo aveva trovato visibilmente dimagrito e con segni di ferite sul volto.
Nel confermare il verdetto, il 16 giugno 2020, la Corte suprema aveva ammesso che Shahbazi era minorenne al momento del reato ma aveva precisato che la sua crescita mentale e la sua maturità erano state accertate dall'Istituto di medicina legale. Va ricordato che nel diritto internazionale vige il divieto assoluto di mettere a morte rei minorenni. L'Iran continua a eseguire condanne a morte su scala massiccia: le esecuzioni sono state almeno 246 nel 2020 - tre delle quali nei confronti di minorenni al momento del reato - e sono già più di 100 dall'inizio del 2021. In assenza di dati ufficiali, si stima che siano decine i minorenni al momento del reato in attesa dell'esecuzione.
Tra le sentenze che rischiano di essere eseguite vi è quella di Ahmadreza Djalali, il ricercatore iraniano che è anche cittadino svedese, condannato alla pena capitale nel 2017 per una falsa accusa di spionaggio. Le sue condizioni di salute sono critiche e gli viene costantemente impedito di contattare la moglie e i figli che vivono in Svezia. Djalali ha svolto un periodo di ricerca anche in Italia, presso l'Università del Piemonte Orientale.
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Le tensioni razziali e gli incidenti che le seguono preoccupano anche l'elettorato dei democratici, più delle conseguenze della pandemia. Un mese fa, a Minneapolis per l'anniversario dell'uccisione di George Floyd, raccontai di una città, un tempo dinamica e vivace, ancora tramortita da quel dramma ma anche dalle devastazioni notturne seguite alle proteste diurne: centinaia di negozi e altri edifici saccheggiati o dati alle fiamme. Una metropoli ancora sospesa in un'atmosfera surreale tra celebrazioni svolte alla presenza di pochi attivisti - nessuna manifestazione di massa - e una polizia che, messa sotto accusa, interviene sempre meno lasciando spazio a una criminalità di nuovo in forte aumento ed evita di affacciarsi nelle strade che hanno visto Floyd soffocato dall'agente Derek Chauvin, ora condannato per omicidio. Minneapolis non è un caso isolato: da Chicago a Cleveland alla stessa New York omicidi e rapine sono in forte crescita ovunque in America (+30% i morti per arma da fuoco lo scorso anno, mentre questo primo scorcio del 2021 registra già un altro +24%). Chi fin da dicembre avvertiva i democratici che non prendendo sul serio l'emergenza criminalità rischiavano di perdere le prossime elezioni veniva zittito con un argomento duro (l'accusa di usare la stessa retorica allarmista di Trump) e uno morbido (un'onda criminale dovuta a tensioni e disagi da lockdown destinata a sgonfiarsi con la fine dell'emergenza coronavirus).
Ora l'America esce dalla pandemia ma il criminale non arretra e il voto della progressista New York che premia, sia pure provvisoriamente, il candidato democratico law and order Eric Adams dimostra quanto era già trapelato dai sondaggi: la gente, spesso anche a sinistra, teme la violenza anche più delle difficoltà economiche post virus. Il presidente Biden corre ai ripari annunciando una serie di misure che, però, riguardano soprattutto la diffusione delle armi e il recupero sociale degli ex detenuti, mentre il tema cruciale è quello dell'atteggiamento da tenere nei confronti delle polizie. Ora molti commentatori di sinistra scoprono che i democratici rischiano di perdere le elezioni su questo. Il più esplicito è Tom Friedman che sul New York Times firma un editoriale intitolato: "Volete Trump rieletto? Smantellate la polizia". Biden non ha intenzione di depotenziarla, ma deve vedersela con la sinistra del suo partito che ha idee opposte ed è già sul sentiero di guerra per l'accordo sulle infrastrutture negoziato coi repubblicani.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 25 giugno 2021
Gli investimenti geniali, le droghe, la politica i guai con il fisco Usa... il creatore del primo antivirus informatico muore in un carcere spagnolo a 75 anni. "Voglio una vita spericolata, una vita come John MacAfee!" avrebbe cantato oggi Vasco Rossi, perché ogni epoca ha gli antieroi che si merita. Sempre meno scanzonati e romantici, poco artisti e molto imprenditori, ma con quella vena "maledetta" e quel tragico destino che si portano dietro. Un narcisismo masochista che accompagna come un demone un'esistenza vissuta al limite. In questo caso tra gli Stati Uniti, l'Europa, il centroamerica tra business estremi, investimenti folli, droghe, pistole, richieste di diritto d'asilo e fughe vertiginose ai quattri angoli del pianeta.
È morto in un carcere spagnolo a 75 anni il creatore del primo antivirus informatico: si è impiccato nella sua cella della prigione di Sant Esteve de Sesrovires, a pochi chilometri da Barcellona. Era terrorizzato dall'estradizione negli Stati Uniti concessa da un tribunale catalano poche ore prima del suicidio. Negli Usa era accusato dalle procure di New York e del Tennessee di frode fiscale; avrebbe nascosto allo Stato decine di milioni di dollari, ville lussuose e yacht, tutti beni provenienti dagli investimenti in criptovalute, l'ultima funesta passione di MacAfee. Lo hanno arrestato nell'aeroporto del capoluogo catalano lo scorso ottobre mentre stava prendendo un volo per la Turchia. Nove mesi di detenzione in condizioni molto provanti, aveva denunciato in lacrime la moglie Janice: "Stava molto male, era depresso e deperito ma non ha ricevuto alcuna cura medica".
Nato in Gran Bretagna in un base militare statunitense da padre americano e madre inglese cresce in Virginia; adolescenza irrequieta innaffiata dall'alcool, le feste e la droga (viene arrestato ancora minorenne per possesso di marijuana). Laureato in matematica viene assunto da un college della Louisiana che lo sbatterà alla porta per la relazione con una sua studentessa. Comincia un cammino tortuoso, fatto di espedienti, lavoretti improvvisati ma anche di geniali intuizione sulle opportunità che offre al mercato la nascente rivoluzione tecnologica, si specializza nella creazione di software e nella messa a punto di sistemi operativi.
Il successo lo incrocia negli anni 80 con un lavoro di programmatore per la Nasa dove tutti notano il suo fiuto particolare per il businnes digitale, dopo qualche tempo passa al la Xerox e poi alla Lockheed. Investe migliaia di dollari in società informatiche e in residenze di prestigio alle Haway, in New Mexico, in Texas. La svolta però arriva con la creazione del programma antivirus che porta il suo nome e che ancora oggi è il più diffuso nel mondo. Fino alla crisi finanziaria del 2008 con l'esplosione della bolla dei mutui subprime Usa il suo patrimonio personale lievita ed stimato oltre i cento milioni di dollari. Due anni dopo decide di diversificare le sue attività e si tuffa nella ricerca farmaceutica finanziando un laboratorio per lo sviluppo di nuovi antibiotici. La polizia sospetta che sia una copertura per la produzione di droghe sintetiche e fa irruzione senza trovare nulla.
Quel tipo eccentrico è da tempo nel mirino delle autorità. Nel 2012 è addirittura sospettato dell'omicidio di Greg Faull, un suo vicino di casa in Belize con il quale aveva avuto diverse dispute. Ma anche in questo caso le accuse decadono. Poi ancora un arresto in Tennessee per guida in stato d'ebrezza e porto abusivo d'armi. C'è anche spazio per la politica: nel 2016 si candida alla Casa Bianca con il suo partito Cyber: "Se non ci fossi io, Trump sarebbe il vincitore". La sua campagna è un prevedibile flop che però non spegne le velleità politiche: quattro anni dopo rispunta infatti tra le fila del partito libertario (conservatore in economia, progressista sui diritti civili) che lo sceglie come candidato alle presidenziali. La sua corsa però si interrompe prima del voto, lo scorso ottobre in Spagna dove nel frattempo aveva spostato la sua residenza ufficiale. Nove mesi dopo la drammatica scomparsa.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 25 giugno 2021
La "Commedia" del Sommo Poeta come allegoria della vita carceraria, un viaggio nelle fiamme dell'Inferno con il peso della propria pena da cui, se non ti penti, rimarrai inchiodato per sempre. Ma se ritorni in te stesso, aiutato dall'incontro con educatori, agenti, magistrati, garanti, cappellani, volontari puoi salire al Purgatorio e perché no, anche in Paradiso.
È assolutamente da visitare la mostra "Nel mezzo del cammin di nostra vita..." allestita dal 21 giugno al 12 luglio nelle vetrine dell'Urp del Consiglio regionale del Piemonte di via Arsenale 14/G, a Torino, perché tutti possiamo trovare nei quadri in esposizione un pezzo delle nostre reclusioni interiori anche se siamo "liberi". Ispirata alle illustrazioni dell'incisore francese Gustave Dorè per la "Divina Commedia" nell'Ottocento, l'esposizione è realizzata dai detenuti della Casa di reclusione San Michele di Alessandria e promossa dall'Assemblea regionale su proposta del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà del Piemonte.
"Nel 700° anniversario della morte di Dante" spiega il garante Bruno Mellano "è particolarmente significativo che siano le persone recluse a immedesimarsi nei personaggi dei gironi danteschi e a utilizzare la chiave della cultura 'alta' per parlare delle miserie umane, proprie di chi vive recluso nelle patrie galere, per raccontarsi e riaffermare la propria dignità personale attraverso disegni, incisioni e stampe xilografi che. Sono loro i dannati che diventano i protagonisti della 'Commedia' raccontandosi anche con ironia e riflettendo sul loro vissuto".
Un lavoro d'eccezione in sedici pannelli, frutto dell'impegno congiunto dei volontari dell'Associazione "Ics ets" di Alessandria nell'ambito del progetto "Artiviamoci" e dei volontari dell'Associazione "Passo dopo passo". I volontari della Onlus Ics, 60 professionisti in pensione coordinati dal presidente Piero Sacchi, architetto e scenografo che dal 2010 si dedica alla formazione dei reclusi, "creando un ponte tra apprendisti liberi e ristretti" e realizzando con gli altri volontari, (architetti, docenti, pittori ecc.) opere che sono state esposte ad Alessandria, ad esempio nell'ospedale, nell'intento di creare un legame fra la cittadinanza e il mondo penitenziario.
"Un gruppo con professionalità artistiche che ha messo a disposizione un volontariato di qualità che contribuisce a portare all'interno del grigiore del carcere la bellezza" prosegue Mellano "e mettendo in pratica attraverso l'arte l'articolo 27 della nostra Costituzione che recita 'che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato'".
E così ecco Caronte che traghetta i condannati nelle sezioni, o Virgilio che si ferma a colloquio con i detenuti, o la Selva oscura dove si ritrovano i reclusi quando "nel mezzo del cammin di nostra vita" inciampi e vieni separato dai tuoi cari e dalla visione del cielo che puoi solo immaginare dalle sbarre di una cella. Gli scatti dei pannelli sono dei fotografi Monica Dorato, Bruno Appiani e Valter Ravera: giovedì 24 giugno alle 11, in piazza San Carlo, in occasione della festa patronale di san Giovanni a Torino, l'iniziativa viene presentata nello Spazio Incontri di "Portici di carta": con Bruno Mellano intervengono il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria Pierpaolo D'Andria, la garante dei detenuti di Alessandria Alice Bonivardo e gli animatori di "Artiviamoci".
madoniepress.it, 25 giugno 2021
Un luogo di incontro che diviene contesto di scambio e confronto, polo attorno al quale tutte le attività culturali e interculturali dell'Istituto. Venerdì 25 giugno 2021, alle ore 15,30 verrà inaugurata Spazio lib(e)ro, la nuova biblioteca tra le mura del carcere di Termini Imerese. "Sarà un luogo di incontro che diviene contesto di scambio e confronto, polo attorno al quale tutte le attività culturali e interculturali dell'Istituto potranno ruotare", sostiene Carmen Rosselli - direttrice della Casa Circondariale Antonino Burrafato che insieme a Patrizia Graziano, dirigente dell'Istituto di Istruzione Superiore G. Ugdulena di Termini Imerese hanno fortemente voluto questo luogo. "Oggi più di prima - sostiene Patrizia Graziano - la nuova biblioteca diviene simbolo di ripartenza dopo le dure restrizioni dovute all'emergenza sanitaria in corso".
"Ma insieme alla direttrice della Casa circondariale e alla preside della scuola, una squadra tutta al femminile ha lavorato con tenacia e determinazione affinché la cultura potesse essere divulgata nel migliore dei modi - esordisce la capo area delle attività rieducative, Giuseppina Pastorello - A partire dalla comandante di reparto che dirige il servizio di sicurezza del carcere, Maria Pia Campanale per finire alle insegnanti Valentina Rinaldo e Silvana Moscato responsabili della biblioteca: una sensibilità, dunque, quella femminile, che ha permesso di realizzare un progetto che all'inizio presentava diverse difficoltà". "È uno spazio realizzato grazie all'intesa tra il Miur attraverso il Centro Provinciale Istruzione Adulti (Cpia Palermo 2) operante all'interno della Casa circondariale, e il Ministero della Giustizia - dice Valentina Rinaldo - è il frutto di un lungo lavoro di ristrutturazione, grazie all'impegno e alla dedizione dei detenuti. Sono stati riportati alla luce soffitti storici e cornici in pietra nascosti da anni di intonaco; le sbarre sono state coperte da tende colorate e le poltrone hanno sostituito gli sgabelli di legno. Il patrimonio librario grazie alla generosa donazione di editori siciliani si è arricchito di pregevoli volumi fino a contarne quattromila".
A questo proposito un particolare ringraziamento va ad Antonio Sellerio che ha impreziosito la biblioteca con 300 libri della collana Memoria, alle Edizioni Arianna con un altro centinaio e soprattutto a tutte quelle persone, coordinate dai volontari Carmen Lo Presti e Nino Balsamo, che hanno sposato l'iniziativa donando sia libri che denaro con il quale lo Spazio Lib(e)ro ha preso via via forma. "Insieme ai detenuti, abbiamo riorganizzato il patrimonio librario esistente e quello di nuova acquisizione - racconta Giovanni Fasola - insegnante della sezione carceraria dello Stenio e volontario che ha curato la catalogazione della biblioteca. I detenuti stanno imparando con me il mestiere di bibliotecario in modo da gestire in autonomia questo spazio che già sentono proprio; mentre montavamo le librerie, uno di loro ha scelto dei versi di Hikmet da dedicare alla moglie".
"Ma a conclusione dei lavori adesso la sfida, forse la più importante, è quella di accompagnare i detenuti alla pratica della lettura come occasione di rigenerazione e divertissement di pascaliana memoria - afferma Valeria Monti, curatrice dei laboratori di lettura ad alta voce -. Laboratori che hanno già portato risultati incoraggianti a giudicare dalle continue richieste arrivate al servizio di prestito bibliotecario anche durante i lavori in corso". Un lavoro corale, dunque, che verrà presentato venerdì pomeriggio, davanti a una rappresentanza istituzionale, purtroppo in forma ristretta viste le azioni di contenimento causa Covid. Per l'occasione i detenuti si cimenteranno nella lettura ad alta voce di brani scelti, proprio a sancire un nuovo inizio della biblioteca. A conclusione poi, nei prossimi giorni, l'Accordo di Rete tra Spazio lib(e)ro, la biblioteca Liciniana del Comune di Termini Imerese e la biblioteca dell'Istituto Ugdulena dello stesso territorio: "L'Accordo è espressione di fattiva e proficua collaborazione tra le istituzioni scolastiche, penitenziaria e comunale e rappresenta una valida opportunità di scambio, apertura nel processo di integrazione sociale e territoriale" commenta la direttrice della Biblioteca Liciniana, Claudia Raimondo.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 25 giugno 2021
Il regista e militante radicale è stato rimesso in libertà, in attesa della decisione sulla domanda di grazia. L'ottimo motivo del tribunale: nella "valutazione del soggetto" si è tenuto conto della sua attività di diffusione di messaggi di legalità e lotta alla criminalità.
Non sono solo contento, come qualunque persona appena normale, che Ambrogio Crespi, regista di "Spes contra spem" e militante radicale, sia uscito di galera. Sono confortato dalle ragioni di fondo che hanno persuaso il Tribunale di sorveglianza milanese a liberarlo, differendone la pena residua "fino a settembre", in attesa della decisione sulla domanda di grazia. Il tribunale ha raccolto scrupolosamente tutti gli elementi a sostegno della decisione: il lungo tempo, otto anni, trascorso dai fatti che gli costarono la condanna, e riempito da un'attività fervida immune da qualunque trasgressione e anzi dedita all'impegno nonviolento contro le mafie, il giudizio favorevole della Procura e il parere dei responsabili della direzione antimafia nazionale e lombarda. Ha scritto, il tribunale, che Crespi "ha indirizzato le proprie capacità professionali verso produzioni pubblicamente riconosciute come di alto valore culturale, di denuncia sociale e impegno civile, ed efficaci strumenti di diffusione di messaggi di legalità e di lotta alla criminalità... Tale impegno, che lo ha portato ad essere identificato come esempio positivo dal pubblico e da chi gli ha conferito vari riconoscimenti, appare un elemento che può delinearsi come "eccezionale" nella valutazione del soggetto e delle ripercussioni di una pena detentiva applicata, a distanza di molti anni, proprio per un reato riconducibile alla criminalità mafiosa". Tutto ben detto: ora sta a Crespi, a Sergio D'Elia e alle persone di buona e sensata volontà far tesoro dell'eccezionalità per suscitare la ragionevolezza. Per far sperare chi vive in disgrazia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 giugno 2021
"Una delle criticità che la pandemia ha fatto emergere in tutta la sua complessità, riguarda proprio gli ambienti. Le strutture si sono spesso rivelate inadeguate. L'esigenza dell'isolamento delle persone positive o in quarantena, si è scontrata con la densità delle presenze. Gli edifici costruiti attorno all'unico fattore del posto letto hanno mostrato tutta la loro inadeguatezza e fragilità, nelle carceri come nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa)".
di Carla Chiappini*
Ristretti Orizzonti, 24 giugno 2021
Un'opportunità per le persone imputate, un'ottima occasione per sgomberare i tribunali di fascicoli arretrati, un alleggerimento per il carcere, un impegno serio per il Terzo Settore.
Da subito, dall'autunno del 2014 la nostra associazione si è impegnata con un progetto sperimentale rivolto alle persone "messe alla prova", un progetto che poneva e pone tutt'oggi al centro con chiarezza e senza ambiguità un lavoro serio di riflessione su di sé e la condivisione inizialmente all'interno del gruppo ma poi anche - attraverso momenti di testimonianza e con la pubblicazione di una selezione di scritti - con il territorio e la cosiddetta "società civile".
- La droga rovina vite anche dietro le sbarre
- Detenute con figli in carcere. Agia: "Sbloccare subito 4,5 milioni di euro per case famiglia"
- Cesare Battisti, contro di lui uno stato vendicativo. Ma la Costituzione?
- Processo penale, la prescrizione riparte tra appello e Cassazione
- Giustizia, le verità rovesciate










