viverepescara.it, 26 giugno 2021
Sono 50 i detenuti del carcere di Pescara che hanno ricevuto gli attestati di partecipazione al progetto "Lo sport generAttore di comunità" - un percorso voluto dal Ministero dell'Interno, patrocinato dal Comune di Pescara e realizzato sul territorio grazie alla partnership con l'Us Acli - finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione e, nel contempo, a fornire loro gli strumenti di reinserimento sociale e lavorativo. Gli ospiti della casa circondariale San Donato hanno preso parte a due corsi di formazione su temi e argomenti legati allo sport: a) Operatore ludico-sportivo b) Operatore di fumetto sportivo; infine, è stato anche organizzato un premio letterario, sempre sui temi dello sport.
"Voglio ringraziare per la disponibilità e per avere condiviso il progetto - ha detto il consigliere comunale e Presidente dell'U.s. Acli Abruzzo-Pescara, Adamo Scurti - la direttrice della casa circondariale Lucia Di Feliciantonio. Il lavoro delle educatrici interne alla struttura è stato fondamentale perché ha risposto perfettamente all'obiettivo di dare un'opportunità a quelle persone che hanno subito delle condanne ma che dobbiamo in tutti i modi sostenere per favorirne il reinserimento nella società. Con questi corsi abbiamo permesso loro di acquisire competenze che spero possano spendere una volta tornati in libertà".
Il percorso di "Generattore", partito nel 2019 e poi bloccato dall'emergenza sanitaria, è ripreso negli ultimi mesi dello scorso anno; è stato già reso noto che proseguirà, visti gli ottimi riscontri ottenuti. Secondo le linee stabilite dal Ministero degli Interni i principali obiettivi dell'intervento sono i seguenti:
· garantire il miglioramento delle condizioni psico-fisiche dei detenuti;
· favorire il percorso rieducativo e il reinserimento sociale dei soggetti in esecuzione di pena;
· contribuire alla strutturazione di attività sportive nelle carceri;
· promuovere lo sviluppo di un rapporto solidale e sinergico tra istituto penitenziario e territorio di riferimento;
· trasformare le buone prassi in modelli di intervento per renderle trasferibili.
Adamo Scurti ha voluto ringraziare gli istruttori esterni alla struttura carceraria: Angela ed Emanuela Trivarelli, Guido Babuscio, Antonio Vinci, Giuseppe Gozzo, Beniamino Cardines, Tania Tacconella, Antonio Di Cecco e Giacomo Fortuna. Alla consegna degli attestati, oltre allo stesso Adamo Scurti, sarà presente anche il sindaco Carlo Masci.
di Andrea Capocci
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Al via la seconda Conferenza Nazionale sulla salute mentale. Al centro del dibattito il rilancio della sanità territoriale, ma nel Pnrr di disagio psichico non si parla. A vent'anni dalla prima edizione si è aperta ieri a Roma la seconda Conferenza nazionale sulla salute mentale, intitolata Per una salute mentale di comunità. Anche questo campo subisce le debolezze della sanità territoriale, che troppo spesso portano a prendersene cura troppo tardi e in luoghi inadatti.
"Il disagio mentale nasce nei luoghi di vita e di lavoro delle persone, si cura nelle comunità in cui vivono le persone e con l'apporto delle comunità stesse" ha detto il ministro della salute Roberto Speranza in apertura della conferenza. "Coloro che in questi anni hanno sperimentato periodi di sofferenza mentale ma non sempre hanno trovato servizi adeguati ai loro bisogni, sono stati accolti in strutture a volte poco accessibili e non sempre hanno potuto contare su un vero e proprio progetto terapeutico riabilitativo". Speranza ha ammesso le criticità dell'approccio italiano alla salute mentale, le "ampie disuguaglianze" e la "carenza di risorse professionali ed economiche".
La parola usata più spesso è "comunità": la stessa delle quasi 1.300 "case della comunità", asse portante della futura medicina di territorio secondo il Pnrr appena promosso dall'Ue. Ma di salute mentale, nel Pnrr, si parla poco o nulla. Lo aveva evidenziato più volte, nelle scorse settimane, lo stesso Coordinamento nazionale che ha preparato i lavori, che aveva formulato proposte operative e organizzative che avrebbero richiesto un budget di due miliardi di euro, meno dell'1% dell'intero Pnrr.
Alla conferenza Speranza ha annunciato anche un'importante novità, riguardante il sistema della "contenzione fisica" che porta ancora molti pazienti psichiatrici a essere legati ai letti per ore e talvolta giorni. "Nei giorni scorsi - ha detto il ministro - il gabinetto del ministero ha inoltrato alla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome, la bozza di documento e lo schema di Accordo per il Superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale". Una decisione che non può essere rimandata, ha detto il ministro, dopo la bocciatura della pratica coercitiva da parte della Consulta nazionale di bioetica e del Consiglio delle Nazioni Unite sui Diritti Umani. "Riconosciamo l'obiettivo di promuoverne il suo definitivo superamento in tutti i luoghi della salute mentale, entro il triennio 2021-23", ha detto Speranza. Secondo la legge "Basaglia" del 1978, la pratica avrebbe dovuto essere "ridotta ai casi assolutamente eccezionali".
Secondo alcune stime, vi ricorrono molte strutture psichiatriche e soprattutto geriatriche, dove un terzo degli ospiti viene legato. È invece "un evento sempre più raro, breve, volto esclusivamente al recupero del dialogo e della dignità del paziente" secondo Claudio Mencacci, co-presidente della Società Italiana di Neuro-Psico-Farmacologia. La dignità, spiega, "si favorisce non solo eliminando le contenzioni, ma anche offrendo le condizioni per eliminarle, ovvero luoghi di accoglienza e di cura all'altezza". Speranza ha reso merito alla campagna "... e tu slegalo subito", promossa dalla psichiatra Giovanna Del Giudice, che già negli anni 70 collaborava con stesso Basaglia all'ospedale di Trieste. È lei che ha coordinato il documento ora sul tavolo delle regioni. "Su 320 servizi ospedalieri di salute mentale, in Italia ci sono 20 reparti che non "legano", spiega Del Giudice. "Coprono una popolazione di 5 milioni di abitanti, e intere regioni come il Friuli-Venezia Giulia. Indicano una strada, dimostrano che della contenzione si può fare a meno". La psichiatra torna sull'importanza della comunità.
"Occorre una rete di servizi di salute mentale di prossimità a cui il malato si possa rivolgere rapidamente, all'inizio della crisi. E va superato il paradigma della pericolosità del malato mentale: non solo nei reparti in cui avviene la contenzione, il buco nero in cui finiscono i malati che non hanno trovato aiuto, ma nell'intero servizio a monte del ricovero".
La Conferenza ha visto anche assenze di peso, come quella della Società Italiana di Psichiatria che ha scelto di non esserci. Il suo presidente Massimo di Giannantonio ha parlato di gravi esclusioni e di scarsa apertura sul programma: "Non condivido la scelta di impedire la partecipazione del Coordinamento nazionale dei Direttori dei Dipartimenti di Salute Mentale, né la decisione di non coinvolgere il mondo della ricerca e il ministero dell'Università e della Ricerca, principale garante e promotore dei percorsi formativi dei professionisti della salute mentale" ha protestato di Giannantonio.
di Maurizio Costanzo
La Nazione, 26 giugno 2021
Villa Bardini, incontro il 28 giugno alle 18.30. Il principio della finalità rieducativa della pena, fissato nella Costituzione dall'articolo 27, contrasta fortemente con la situazione autentica delle prigioni italiane. Lo racconta e lo documenta con drammatica oggettività il libro "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Editori Laterza) scritto dal giornalista del Corriere della sera Edoardo Vigna e dal Presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze Marcello Bortolato che viene presentato lunedì 28 giugno alle 18.30 a Villa Bardini, Costa san Giorgio, 2, alla presenza del Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura David Ermini. Oltre agli autori, intervengono l'editorialista de La Nazione e scrittore David Allegranti e lo scrittore Marco Vichi. Modera la direttrice de La Nazione Agnese Pini. Introducono l'incontro i presidenti di Fondazione CR Firenze Luigi Salvadori e di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron Jacopo Speranza.
Il volume descrive la quotidianità, i limiti, i problemi e le prospettive possibili del mondo carcerario con l'obiettivo di arrivare al pubblico di non addetti ai lavori. Il cittadino comune, spiegano gli autori, non sa cosa sia davvero il carcere in Italia e non si rende conto di come sia interesse concreto della collettività - oltre che un obbligo costituzionale - tentare di recuperare i detenuti ad un'onesta vita esterna.
Un'azione svolta durante la detenzione con gli strumenti definiti dalla legge: dal lavoro all'istruzione e al teatro, attraverso anche i benefici e le misure alternative. Da qui la scelta di un linguaggio piano e nient'affatto tecnico, che parte dagli stessi luoghi comuni che ormai sembrano essersi consolidati nella società ("Buttiamo via la chiave, dentro si vive meglio che fuori, etc.") ma che, come quasi sempre accade ai pregiudizi, non corrispondono alla verità dei fatti. I dati dimostrano che in Italia la recidiva degli ex detenuti è record (sette su dieci tornano a delinquere) ma la percentuale precipita all' 1% per l'esigua minoranza di chi in carcere ha potuto lavorare. Evidentemente c'è bisogno di andare esattamente in direzione contraria alla "Vendetta pubblica".
"Il tema trattato da Bortolato e Vigna - dichiarano i Presidenti di Fondazione CR Firenze Luigi Salvadori e di Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron Jacopo Speranza - è certamente tra quelli più vivaci in questo particolare momento storico. Fondazione CR Firenze interviene da anni e con progetti mirati in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, sostenendo quelle associazioni e quegli operatori altamente qualificati che svolgono proprio attività integrate di mediazione, riparazione e formazione. Crediamo fortemente che questa sia la strada da percorrere come del resto è indicato nel libro. La presenza di un'alta personalità come il Vicepresidente del Csm David Ermini è un invito a tutti noi nel proseguire in questo impegno nel rispetto della legalità e della solidarietà".
borderline24.com, 26 giugno 2021
Sabato 26 giugno alle ore 18.30 nel Giardino della Scuola Primaria "Giovanni Falcone", nel quartiere Catino a Bari, il Presidente della Regione Puglia Michele Emiliano parteciperà alla premiazione dei vincitori del "Premio Letterario Fumarulo", promosso dall'Associazione "Giovanni Falcone" di Bari. Il Premio è rivolto ai detenuti delle case circondariali di Puglia e Basilicata e dedicato alla memoria del dirigente regionale Stefano Fumarulo.
Seguirà un'esibizione musicale del gruppo Alioune Ndiaye, dell'Associazione "Ghetto Out - Casa Sankara Centro Fumarulo". Il Premio Letterario Fumarulo ha una doppia valenza: festeggiare i 25 anni dell'associazione Giovanni Falcone e soprattutto celebrare la memoria di Stefano Fumarulo, il dirigente regionale scomparso prematuramente nell'aprile del 2017.
Fumarulo ha sempre dedicato la sua vita alla lotta alla criminalità, oltre ad aver lottato a fianco delle persone più deboli contro il caporalato e ogni tipo di mafia, sia personalmente che in qualità di dirigente regionale, unendo professionalità e rigore tecnico. Proprio per questo motivo si è imposto come modello di virtù etica e sociale, di legalità e solidarietà, e soprattutto come modello per le nuove generazioni e per chi vuole cambiare la rotta della propria vita. A lui è dunque dedicato il Premio Letterario, che vede coinvolti i detenuti delle carceri di Puglia e Basilicata. Consci dell'importanza della cultura quale strumento per sconvolgere alla radice l'essenza della nostra società, i membri dell'Associazione "Giovanni Falcone" hanno voluto rendere protagonisti proprio coloro che, imparando dai propri errori, cercano una rinascita e chiedono a gran voce una seconda possibilità.
La scrittura diventa così strumento di redenzione, un mezzo per comunicare se stessi e la voglia di riscatto, al di là di ogni forma di pregiudizio. Una porta sulla loro vita e sulla loro interiorità, alla ricerca di una nuova possibilità. I detenuti hanno infatti partecipato attivamente al concorso presentando dei componimenti poetici e narrativi. Questi sono stati valutati da una commissione ad hoc che ha valutato e nominato i vincitori. Il Premio Letterario ha ottenuto il Patrocinio Morale della Presidenza della Regione Puglia, della Regione Puglia, del Comune di Bari, della Casa Circondariale di Bari, del Provveditorato di Puglia e Basilicata, del Garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia, dell'Associazione Nazionale Magistrati, della Fondazione Falcone, di Libera e le associazioni Gens Nova e Antigone.
di Eleonora Lanzetti
Corriere della Sera, 26 giugno 2021
Succede nella Casa circondariale di Torre del Gallo, che ospita 720 detenuti. I cani arrivano dal canile di Voghera: sono i protagonisti del progetto "Qua la zampa". Risollevarsi da un passato difficile e provare a costruire un futuro migliore insieme. Il percorso di reinserimento dopo la condanna al carcere, passa attraverso le cure amorevoli riservate agli amici a quattro zampe. Sono entrati nelle case di riposo per anziani, nelle corsie degli ospedali, e ora anche nei penitenziari. Arrivano dal canile di Voghera i cani protagonisti del progetto "Qua la zampa", reso possibile grazie alla sinergia tra il direttore del carcere di Pavia Stefania D'Agostino, il direttore generale di Ats Mara Azzi e l'ex garante provinciale dei detenuti Vanna Jahier, in collaborazione con la Scuola Cinofila "Il Biancospino" di Casteggio.
Nella Casa circondariale di Torre del Gallo, che ospita 720 detenuti suddivisi in due padiglioni, è stata costruita anche un'area esterna recintata, con due accoglienti box, uno spazio per lo sgambamento e le attività educative degli animali. Saranno i detenuti stessi a prendersi cura dei cani e ad addestrarli per ottenere il patentino di educatore cinofilo usufruendo di una borsa lavoro. Il progetto è finanziato da Fondazione Banca del Monte di Pavia e Fondazione Ubi di Milano e promosso dall'Associazione di volontariato Amici della mongolfiera di Pavia, che da anni collabora con la casa circondariale Torre del Gallo, attivando laboratori interculturali e servizi di assistenza per detenuti stranieri.
Diventerà un rapporto simbiotico e salvifico per entrambi: i cani, sin dai primi giorni, si sono affidati alle cure dei loro nuovi addestratori che così inizieranno anche un percorso su loro stessi per superare le difficoltà sapendo di avere un'opportunità fuori, quando avranno finito di scontare la pena. Al tempo stesso, i cani che in canile hanno rapporti spersonalizzanti, possono avere ora un padrone al quale legarsi. Insomma, con questo progetto si favorisce il benessere del detenuto e dell'animale. E, nel caso in cui il detenuto durante la sua vita prima della carcerazione abbia avuto un cane, potrà portarlo con sé all'interno della casa circondariale. "Il nostro obiettivo è quello di restituire alla società una persona cambiata dalla detenzione, dopo un percorso riabilitativo - spiega il direttore del carcere di Pavia, Stefania D'Agostino. L'amore per gli animali è trasversale e questi cani hanno alle spalle storie difficili di abbandono e solitudine. In qualche modo, simili a quelle dei loro nuovi addestratori. Il percorso sarà positivo sia per i detenuti che per gli animali stessi".
Gli istruttori della scuola cinofila sono responsabili del percorso educativo che prevede un impegno quotidiano da parte dei detenuti nella cura e nell'educazione dei cani, mentre le cure veterinarie sono garantite dall'Area Veterinaria di Ats Pavia guidata dalla dottoressa Gabriella Gagnone. Attualmente sono tre i detenuti che si occupano quotidianamente dei cani e che frequentano regolarmente il corso di educatore cinofilo. "I cani vengono di fatto adottati dai detenuti che si occuperanno di loro. Prendersi cura di questi animali dal passato spesso difficile, significherà conquistare la loro fiducia, diventarne un punto di riferimento - spiega il direttore generale di Ats, Mara Azzi. Per i detenuti, questa scuola è un impegno che li aiuta a migliorarsi e offre una nuova prospettiva al periodo che dovranno trascorrere in carcere. Consentirà loro di recuperare un ruolo sociale una volta rilasciati e di imparare un mestiere che potranno svolgere in futuro".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 26 giugno 2021
Dopo anni di silenzio si è tornati a discutere di immigrazione, e questo è stato un successo italiano. Ma senza affrontare i veri nodi. Nel 2016, quando su richiesta tedesca la Ue approvò un ben pagato accordo con Erdogan per trattenere in territorio turco l'ondata dei rifugiati siriani, qualcuno parlò di scandalo e di immoralità politica. Ma il vero scandalo è oggi.
Non perché al vertice europeo appena concluso l'accordo con Erdogan sia stato rinnovato (tre miliardi di euro fino al 2024), ma piuttosto perché gli sforzi di Mario Draghi non sono bastati a far diventare quello dei migranti un vero tema europeo, e le azioni future, o le sperabili solidarietà tra Paesi riceventi, restano affidate alla volontà dei governi senza ombra di oneri o di regole comuni.
Il che, tradotto, significa che i Paesi di prima linea come l'Italia ma anche altri (si pensi alla Grecia) dovranno in linea di massima cavarsela da soli, salvo stimolare gesti "generosi" da parte di Paesi disposti ad attuare un più che parziale ricollocamento. E non si tratterà di gesti troppo solidali, perché tanto la Germania quanto la Francia saranno in campagna elettorale nei prossimi mesi.
Certo, i Capi della Ue hanno affrontato l'argomento dopo anni di silenzio, e questo è stato un successo italiano. Ma discutere una riforma del protocollo di Dublino (il migrante resta dove arriva, cioè molto spesso da noi) è parsa una bestemmia, tutti sapevano che la questione sta mettendo a dura prova i decisori svedesi e danesi, tutti erano consapevoli che all'Est dei "nostri" migranti non vogliono sentir parlare, a tutti era chiaro che i palliativi tante volte indicati (accordi con i Paesi di origine, rafforzamento della vigilanza ai confini, lotta a tratta e contrabbando, preparazione di rapporti) sono appunto palliativi. Per fortuna aiuti specifici sono stati previsti per Libano e Giordania. E per la Libia si incrociano le dita, in attesa che molti afghani fuggano dal loro Paese abbandonato dalle armate occidentali. L'Europa infila la testa nella sabbia. Questo sì è uno scandalo.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Contro la discriminazione delle persone Lgbtqi+ l'Unione ritrova la sua anima. Ma sull'accoglienza è la linea Orbán ad avere la meglio. La discussione di fondo sui "valori fondamentali" dell'Unione europea a proposito della legge ungherese, che rappresenta una "minaccia contro i diritti fondamentali, in particolare il principio di non-discriminazione a causa dell'orientamento sessuale", come è scritto nella lettera firmata da 17 capi di stato e di governo (18 se si tiene conto della "favorevole neutralità" del Portogallo, che ha la presidenza del Consiglio Ue), "non è mai stata così profonda e onesta, almeno per quanto mi ricordi" ha commentato Angela Merkel, al suo ultimo vertice dei capi di stato e di governo e veterana dei summit. In primo piano, anche gli altri due primi ministri da più tempo in carica tra i 27: su fronti opposti, l'ungherese Viktor Orbán e l'olandese Mark Rutte, che ha invitato l'Ungheria a uscire dalla Ue se non è d'accordo con i suoi fondamenti.
La spaccatura è tra l'ovest e il nord da un lato (tra i 17 ci sono tutti i paesi della "vecchia Europa" e dall'est hanno aderito solo Estonia e Lettonia) e la cosiddetta "nuova Europa" dall'altro. "Non è un problema Viktor Orbán - ha commentato Emmanuel Macron - ma il crescente anti-liberalismo di società che oggi sono attratte da modelli politici contrari ai nostri valori": succede in Ungheria, in Polonia, ma anche altrove, "come arrivano a questo alcuni popoli?". Per Macron siamo di fronte a "una forma di deriva", che va contrastata ridando "contenuto, prospettiva, senso" alle forze democratiche.
La Commissione, con una lettera inviata a Orbán dai commissari Didier Reynders (Giustizia) e Thierry Breton (Mercato interno), attende una risposta entro fine mese per poi, eventualmente, agire contro Budapest. Contro l'Ungheria è già stato utilizzato l'articolo 7, per il non rispetto dello stato di diritto (come contro la Polonia), c'è stato il riferimento alla "condizionalità" dei versamenti del Recovery Plan: ma entrambe queste iniziative sono di fatto spuntate, la prima per i tempi lunghi della procedura, che prevede alla fine un voto all'unanimità che non ci sarà (Polonia e Ungheria si tengono bordone), la seconda è stata annacquata e congelata in attesa del risultato del ricorso di Budapest e Varsavia alla Corte di Giustizia, che non prevede una sentenza prima di due anni. Le ultime minacce rischiano di fare la stessa fine (molti paesi, anche la Francia, non sono d'accordo nel "punire" finanziariamente l'Ungheria). La reazione della Ue, questa volta è stata importante e onesta, come dice Merkel. Segna anche l'esistenza di un'opinione pubblica europea, in un'Unione accusata di essere un non-stato senz'anima. Ma non è il primo scarto guidato da Orbán.
Nel 2015, al momento della "crisi dei migranti" a causa della guerra in Siria, l'Ungheria era stata alla punta del rifiuto della solidarietà dell'accoglienza. Anche allora erano stati evocati i "valori", ma senza grande forza. L'accoglienza della Germania, in quell'occasione, aveva salvato l'anima della Ue. Ma, con il passare del tempo, è purtroppo la "linea Orbán" che ha avuto la meglio. Al Consiglio europeo, ai paesi del sud (Italia, Grecia, Spagna) che chiedono di non essere lasciati soli, non solo l'est ha di nuovo alzato il muro del rifiuto di condividere il "fardello". Anche i grandi paesi che sono già in campagna elettorale - Germania e Francia - hanno optato per la soluzione del denaro e del rafforzamento delle "difese", nel bilancio Ue 2021-2027 ci sono 18 miliardi destinati al controllo delle frontiere esterne e al contenimento dell'immigrazione non voluta. La Commissione propone dei "canali legali" di entrata, ma la questione è a un punto morto.
il patto globale per la migrazione, proposto dalla Commissione nel settembre 2020 resta nei cassetti, a parte l'accordo sull'Agenzia per l'asilo. Nessuno solleva il rispetto dei "valori", quando l'International Rescue Committee parla di condizioni "orribili" di detenzione dei migranti in Libia o quando vengono rivelati i numeri dei morti nel Mediterraneo (più di 500 dall'inizio dell'anno).
L'Europa fortezza si barrica dietro Frontex e ignora le inchieste che denunciano le pratiche dei respingimenti. La Ue punta a risolvere i problemi con i soldi, altri 3,5 miliardi alla Turchia con il rinnovo dell'accordo del 2016, perché si tenga gli esuli siriani, finanziamenti anche per Giordania e Libano, "formazione" per i guardiacoste libici. Ai paesi d'origine, reticenti a riprendersi i loro cittadini arrivati illegalmente nella Ue, per esempio la Tunisia, gli aiuti finanziari sono correlati a minacce sui visti, che saranno limitati se non accettano i ritorni forzati. In Danimarca, il governo a guida social-democratica, propone di "esternalizzare" verso paesi africani - nella lista ci sono Ruanda e Egitto - i richiedenti asilo e l'analisi delle richieste, per evitare arrivi precipitati sul territorio poi difficile da gestire. La Grecia costruisce muri.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 26 giugno 2021
Sulla carta la maggioranza è di 168 voti a favore e 151 contrari. Italia Viva cerca un confronto con le destre. Berlusconi: "Non è una priorità". Salvini si intesta la bandiera della trattativa sul ddl Zan. Ma nel Pd nessuno ci crede. Il leader leghista va per le spicce: "Se togliamo l'ideologia in una settimana si chiude tutto", e dice che nell'sms inviato al segretario dem Enrico Letta propone anche di disincagliare la legge contro l'omofobia dalle secche. A patto ovviamente che si tolga la questione del gender, che non piace alla Chiesa. Letta declina e indica la strada maestra: "Io non ho mai rifiutato il confronto e non lo rifiuterò nemmeno questa volta. Ma la Lega non ha voglia di modificare e di migliorare il testo, vuole affossarlo. La cosa migliore è andare in aula e ognuno si assumerà la sua responsabilità".
La trattativa non decolla. E d'altra parte, a destra non tira buona aria per la legge contro l'omofobia. Silvio Berlusconi liquida la questione: "Il governo deve realizzare grandi riforme, non il ddl Zan". Comunque la prova del nove del confronto sarà il tavolo dei capigruppo del Senato di mercoledì prossimo. Lo ha convocato Andrea Ostellari, il presidente leghista della commissione Giustizia, dove il ddl Zan si è impantanato tra ostruzionismo e audizioni infinite. Tutti i partiti hanno accettato l'invito. I giallo-rossi però chiariscono: andiamo a vedere le carte. E per evitare che sia solo melina, pongono una condizione: che sia confermato l'esame in aula della legge contro l'omofobia per il 13 luglio. Insistono sia la grillina Alessandra Maiorino che la dem Monica Cirinnà.
Insomma non basta l'acqua sul fuoco gettata l'altro ieri dal segretario di Stato della Santa Sede, Pietro Parolin. Parolin ha invitato al dialogo, garantendo che il Vaticano non ha mai voluto bloccare la legge contro l'omofobia con quella nota diplomatica che si è abbattuta come una scure sulla laicità dello Stato italiano e sul suo Parlamento. Ma modifiche sono possibili? La Chiesa invoca in particolare la riscrittura dell'articolo 1 del ddl Zan in cui si parla di "identità di genere" e quindi della fluidità del passaggio da un sesso all'altro; dell'articolo 4 che affronta il tema della libertà d'espressione; dell'articolo 7 ovvero dell'istituzione di una giornata contro l'omotransfobia e delle iniziative di sensibilizzazione nelle scuole di ogni ordine e grado. Questo punto soprattutto metterebbe in discussione uno dei pilastri del Concordato, la libertà delle scuole cattoliche paritarie.
I giallo-rossi fiutano la trappola della destra. E per chiarire che i sospetti sono fondati, il vice capogruppo dem a Palazzo Madama, Franco Mirabelli cita le parole del governatore del Friuli Venezia Giulia, il leghista Fedriga, secondo il quale il ddl non va corretto, ma rifatto. "Ringraziamo Fedriga per la semplicità e l'onestà con cui ha chiarito cosa vuole la Lega", reagisce Mirabelli.
Molto conta il pallottoliere di Palazzo Madama. Qui la differenza la fanno i renziani e la pattuglia dei dissidenti e ribelli trasversale ai gruppi. Italia Viva ha fatto sapere con Davide Faraone di puntare a un dialogo con le destre. Ma Ivan Scalfarotto, che nella scorsa legislatura presentò il ddl contro l'omofobia poi naufragato, ragiona: "Se i leghisti sono a favore delle leggi omofobe di Orban, come è pensabile una mediazione? La strada dell'aula è la scelta obbligata". I 17 senatori di Iv, messi davanti a un "prendere o lasciare", si orienteranno verso il ddl Zan (già dai renziani votato alla Camera)? I Dem scommettono di sì. Inoltre escludono defezioni nel gruppo del Pd, nonostante dubbi ci siano. Sulla carta quindi la maggioranza è di 168 voti a favore del ddl Zan e 151 sono i contrari. Una ventina di voti tuttavia potrebbero fare la differenza nello scrutinio segreto. In Forza Italia c'è una pattuglia liberal che potrebbe staccarsi.
di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 26 giugno 2021
Chi sono i pazienti "psichiatrici", gli "schizofrenici" e i "bipolari", portatori di un turbamento psichico destrutturante? La loro definizione dominante privilegia il fatto che non sono dentro il sistema sociale: né in termini di adesione, né in termini di contestazione. Sono percepiti come avulsi dall'interpretazione logica della vita, come mine vaganti. È vero che tendono a costruire una rappresentazione persecutoria della realtà, vivono in un mondo che si è presentato fin dall'inizio estraniante.
Percepirlo ostile dà significato alla violenza dell'estraniazione subita. La parte più difensiva e normativa di noi, teme la violenza che li ha azzannati (e di cui essa è parte). Vede nell'aporia che essi incarnano una minaccia da tenere a bada e proietta in loro la propria ostilità contro ciò che sfugge al suo controllo. La cura diventa assistenza che li deve addomesticare, neutralizzarli o contenerli con la forza ("a fin di bene") se non sono compiacenti.
In realtà i "folli", recintati senza via d'uscita in diagnosi psichiatriche sempre più codificate e sempre più alienanti (l'evanescenza della denominazione ossessiva diventata canone dell'esistenza), sono alla ricerca disperata di una rappresentazione logica della realtà, che possa colmare il vuoto di senso che minaccia la loro vita. Cercano di appropriarsi di ciò a cui si sentono più estranei, ma che appare loro il segreto inarrivabile dello stare in modo. Cadono in una trappola perché la logica separata dalla soggettività tende a diventare omogenea all'oggettività e l'oggettività pura è alienazione, autodistruzione della ragione. Si ribellano alla trama impersonale che li ingabbia, accettando la lacerazione della loro soggettività, a cui la ribellione li espone, perché così si sentono vivi. Il delirio è espressione del conflitto tra l'alienazione e la soggettivazione della loro esperienza. Nel punto in cui sembra avvicinarsi all'interpretazione, ne fugge, al tempo stesso, via.
L'unico modo autentico di relazionarsi con la follia, senza ingabbiarla negli schemi assistenziali della psichiatria correttiva, è partire dalla sofferenza che, nonostante l'angoscia a volte devastante che l'accompagna, è soprattutto domanda di relazione, di vita. L'angoscia diventa spesso invasiva, destrutturante e l'uso accorto di farmaci può contenerla, alleviarla, renderla elaborabile.
I farmaci non cancellano il delirio, ma attutendo l'angoscia lo rendono meno incandescente, più sintonico con la spontanea tendenza alla vita che viene dalla soggettività tormentata. Usare i farmaci in modo indiscriminato, massiccio, aggredendo insieme all'angoscia l'esperienza soggettiva, vivente nella maniera apparentemente bizzarra di relazione con il mondo, che è creduta un sintomo, induce catatonia affettiva.
Le radici della sofferenza individuale sono nella relazione tra patrimonio genetico e ambiente affettivo, culturale e sociale. Il disagio del singolo è l'estrinsecazione nei soggetti più vulnerabili di un disagio collettivo. La psicoanalisi mette a fuoco l'ambiente affettivo dell'infanzia, perché è in questo spazio che l'esperienza gravemente ferita si è configurata in modo personale, umano. Del dolore nessuno possiede la chiave di "guarigione". Se i soggetti "psichiatrici" guariscono ciò accade spontaneamente (Winnicott). La cura è un prendere cura della relazione che include una accurata ricerca epidemiologica, il supporto farmacologico e la ricerca transdisciplinare sulle correlazioni tra la soggettività e il suo substrato genetico/neurofisiologico. Il suo fondamento è l'umanizzazione della sofferenza: il lavoro di elaborazione che dà spazio e riconoscimento alla creatività soggettiva a cui danno accesso la cura psicoanalitica, la cura delle relazioni familiari, le esperienze di gruppo, il lavoro di integrazione socio-culturale nella comunità, l'espressione artistica dei vissuti. Un impegno importante di passioni e energie.
aduc.it, 26 giugno 2021
Le conoscenze attuali e le sfide future sulla droga e sul carcere in Europa sono oggetto di un nuovo studio dell'Agenzia dell'UE per la droga (Oedt/Emcdda). Pubblicato alla vigilia della Giornata internazionale contro l'abuso e il traffico illegale di droga (26 giugno), il rapporto, "Prigione e droga in Europa: sfide attuali e future", esamina una gamma di questioni in ambito carcerario, compreso l'uso di droghe e i danni, risposte sanitarie e sociali e offerta di farmaci. E mentre in diversi Paesi europei i servizi in carcere per le persone con problemi di droga sono aumentati, i trattamenti e assistenze disponibili sono limitati e devono essere ampliati.
Ogni giorno, in Europa ci sono più di 856 000 persone in carcere. Questa persone è molto probabile che abbiano fatto uso di droghe, regolarmente o di avere problemi legati alla droga. Hanno anche tassi più elevati di infezione da HIV, virus dell'epatite B (HBV), dell'epatite C (HCV) e tubercolosi. Per coloro che si iniettano oppioidi, il rischio di morire per overdose aumenta notevolmente nel periodo iniziale dopo la detenzione. Dato che le persone in carcere provengono dalla comunità e alla fine vi ritornano, è probabile che gli interventi realizzati in questo contesto abbiano un impatto significativo sulla salute pubblica complessiva.
Il direttore dell'Emcdda, Alexis Goosdeel: "È fondamentale avere una buona comprensione dei modelli e della prevalenza del consumo di droga tra la popolazione carceraria e identificare il tipo di risposte disponibili e che funzionano meglio. Spesso è in carcere che le persone che fanno uso di droghe accedono per la prima volta ai servizi sanitari e sociali. Questo rapporto mette in evidenza alcune delle sfide, ma anche le opportunità, che emergono in questo contesto per intervenire e fornire supporto per ridurre i danni correlati alla droga. Descrive inoltre come gli strumenti dell'Emcdda stiano aiutando a rafforzare il monitoraggio, scambiare le migliori pratiche e informare i Paesi nelle loro decisioni politiche e pianificazione dei servizi in merito".
L'importanza del contesto carcerario per affrontare i problemi della droga è sottolineata nella nuova strategia dell'UE in materia di droga 2021-2025, che ha come priorità strategica di rispondere alle esigenze sanitarie e sociali delle persone che fanno uso di droga in carcere e dopo la detenzione. L'Emcdda ha sviluppato un quadro metodologico per monitorare la droga in questo contesto, compresi strumenti come il questionario europeo sul consumo di droga tra le persone in carcere (EQDP). Basato su dati provenienti da 30 Paesi, il rapporto odierno presenta gli ultimi sviluppi nel campo della droga e del carcere, identificando le lacune nelle conoscenze e le implicazioni per la politica, la pratica e la ricerca.
Risultati chiave - Le persone che fanno uso di droghe sono sovrarappresentate in carcere e la prevalenza di problemi legati alla droga in questa popolazione è sostanzialmente più alta che nella popolazione generale. Le donne in carcere sono particolarmente vulnerabili e a rischio di consumo problematico di droga. Sebbene molte persone smettano di usare droghe quando entrano in prigione, alcune continuano o iniziano a fare uso di droghe in questo contesto. Il consumo di droga all'interno del carcere è indicato da tutti gli 11 Paesi che riportano dati su questo argomento. L'uso di nuove sostanze psicoattive (NPS) in carcere ha rappresentato una sfida crescente negli ultimi anni, in particolare l'uso di cannabinoidi sintetici. Le nuove tecnologie sono sempre più utilizzate per fornire droga alle carceri (ad es. consegne tramite drone), ma vengono anche impiegate per limitare l'offerta (ad es. nuova tecnologia di scansione per esaminare il contenuto della posta).
Le persone in carcere hanno una salute fisica e mentale e un benessere sociale più scarsi rispetto ai loro coetanei nella comunità e un'aspettativa di vita inferiore. Mentre le condizioni carcerarie possono influire negativamente sulla salute già compromessa delle persone che fanno uso di droghe, queste sono anche strutture che possono fornire servizi sanitari a coloro che prima erano difficili da raggiungere.
La terapia sostitutiva con oppiacei (OST) è disponibile in carcere in 29 dei 30 Paesi ma, nella maggior parte di questi, la copertura è bassa.
L'accesso ai test e alle cure per le malattie infettive è disponibile nella maggior parte dei Paesi, sebbene la copertura debba essere ampliata.
In alcuni Paesi sono disponibili altri interventi di riduzione del danno (ad es. programmi con aghi e siringhe, naloxone da portare a casa al momento della scarcerazione).
In molti Paesi europei sono state attuate alternative alle sanzioni coercitive. Deviare i delinquenti con un consumo problematico di droga verso la riabilitazione può avere una serie di effetti positivi (ad esempio, evitare gli effetti dannosi della detenzione e contribuire a ridurre i costi del sistema carcerario). Fornire equità e continuità delle cure, mentre le persone si spostano tra il carcere e la comunità, è la chiave per ottenere risultati terapeutici sostenibili ed efficaci; eppure questo non si ottiene nella maggior parte dei Paesi. È necessario intensificare gli interventi relativi alla droga nelle carceri, interventi che si sono dimostrati efficaci in altri contesti. Mentre la base di prove sta gradualmente aumentando, è necessaria una maggiore comparabilità dei dati tra i Paesi e ulteriori studi sui risultati degli interventi mirati alla riduzione della domanda e dell'offerta in carcere.










