di Valentina Stella
Il Dubbio, 17 maggio 2021
Nella sentenza n. 98 la Consulta ha ritenuto inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Torre Annunziata. Il divieto di applicazione analogica della legge penale a sfavore del reo "costituisce un limite insuperabile rispetto alle opzioni interpretative a disposizione del giudice di fronte al testo della legge": è quanto si legge nella sentenza n. 98 - redattore Francesco Viganò - depositata ieri, con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto inammissibile una questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Torre Annunziata.
Il Tribunale stava celebrando un processo contro un imputato accusato dal pm di stalking, per una serie di condotte abusive compiute nei confronti di una donna con cui intratteneva da qualche mese una relazione affettiva, e che frequentava abitualmente la sua casa familiare. Al termine del dibattimento, il giudice aveva prospettato alle parti la possibilità di una riqualificazione dei fatti contestati all'imputato nel più grave delitto di maltrattamenti in famiglia.
A quel punto l'imputato aveva chiesto di essere ammesso al giudizio abbreviato, e di godere così del relativo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Il giudice, preso atto che il codice di procedura penale non consente di chiedere il rito abbreviato al termine del dibattimento, bensì solo all'inizio, aveva ritenuto che una simile preclusione fosse incompatibile con i principi di eguaglianza e del giusto processo, e dello stesso diritto di difesa. In sintesi il Tribunale si è chiesto: perché la legge mi consente di riqualificare il reato ma allo stesso tempo non mi permette di richiedere il rito abbreviato al termine del processo? Conseguentemente, il Tribunale ha sollevato questione di costituzionalità. Tuttavia la Consulta non ha esaminato nel merito la questione, ritenendo che il Tribunale abbia errato nella riqualificazione in quanto il reato di maltrattamenti in famiglia presuppone che le condotte abusive siano compiute nei confronti di una persona della stessa "famiglia", oppure di una persona "convivente".
I giudici costituzionali hanno quindi ricordato "il fondamentale canone interpretativo in materia penale, basato sull'art. 25 secondo comma Cost. e rappresentato dal divieto di applicare la legge oltre i casi da essa espressamente stabiliti. La Consulta ha evidenziato che il giudice del procedimento principale non aveva spiegato le ragioni per le quali aveva ritenuto che, a fronte di una relazione affettiva durata qualche mese e caratterizzata da permanenze non continuative di un partner nell'abitazione dell'altro, la vittima potesse essere considerata, alla stregua del linguaggio comune, come persona già appartenente alla medesima "famiglia" dell'imputato, ovvero con lui convivente".
di Francesca Scopelliti*
Il Dubbio, 17 maggio 2021
La vicenda di Tortora fu il primo caso in cui i giornalisti indossarono la toga da inquisitori. Il primo esempio di processo mediatico, studiato con una sceneggiatura e una regia degne di un kolossal, è senza dubbio la vicenda giudiziaria di Enzo Tortora: dalla passerella con i ferri ai polsi per raggiungere il cellulare della polizia penitenziaria, alla feroce campagna stampa frutto di una costante violazione del segreto d'indagine (l'avvocato Raffaele della Valle, difensore di Tortora, ama raccontare che in quei giorni gli atti giudiziari venivano depositati in edicola e non in procura!).
Tutto doveva servire a costruire Tortora colpevole. Ad ogni costo. Per salvare la credibilità dell'inchiesta contro la NCO. Per salvare la loro faccia, quella dei due inquirenti. Per compensare la mancanza di prove e riscontri. C'è un libro, piccolo nel formato ma grande nei contenuti, "Il circo mediatico-giudiziario", scritto da Daniel Soulez Larivière, che nel distinguere il potere mediatico da quello giudiziario pone l'accento sul giornalismo di investigazione e sul giudice alla conquista dei media.
Un testo che avrebbe dovuto fare scuola. Non è andata così. Anzi, a dire il vero sembra aver semmai "suggerito" come coniugare inchieste giudiziarie e mezzi di informazione per ottenere il massimo risultato. Nella prefazione, Giuliano Ferrara scrive "credo di essere la persona giusta" perchè alla fine degli anni ottanta, in una trasmissione Rai "Linea rovente", aveva indossato la toga per celebrare una dozzina di processi televisivi (tra gli "imputati" vi era stato anche Marco Pannella). "Ma io scherzavo!" precisa. E invece anche in questo caso il format tv ha fatto scuola. E tanti giornalisti, di quelli che si prendono troppo sul serio, che non hanno il senso della misura ma solo quello dell'arroganza, seduti dietro la loro scrivania oppure in piedi davanti alla telecamera, hanno ripreso quella toga e l'hanno indossata davvero. A discapito dello Stato di diritto. Falsificata dalle emozioni del gossip, la verità mediatica diventa nei fatti più forte, più suggestiva della verità vera.
Ogni anno, in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, di fronte alle più alte autorità, il Procuratore Generale di turno della Cassazione denuncia il consolidato malcostume di offendere - in nome del diritto all'informazione - la dignità e il rispetto della vita privata di un cittadino, il diritto costituzionale ad un giusto processo, la presunzione di innocenza. La "verità" mediatica, ammaliante come il canto delle sirene per Ulisse, diventa più risonante di quella processuale. Anche per quel giudice che ha il compito di giudicare secondo la legge e che invece - mancando la condizione della separazione delle carriere - viene già influenzato dai magistrati inquirenti. Le cronache giudiziarie spesso lasciano un marchio sull'imputato, assecondando il giustizialismo e la presunzione di colpevolezza. D'altronde non è vero, come sostenne un noto magistrato, che "non esistono innocenti ma solo colpevoli che non sono stati ancora scoperti?".
Durante la rivoluzione francese, nei giorni del Terrore, la ghigliottina era lo spettacolo più ambito: ai suoi piedi si accalcavano delle vecchie che, tra berci e risate sguaiate, assistevano al mostruoso cadere delle teste. Per accaparrarsi il posto in prima fila arrivavano molto prima dell'esecuzione, e per ingannare l'attesa lavoravano a maglia. Per questo le chiamavano "les tricoteuses". I nuovi mostri si accomodano ora davanti al televisore, ansiosi di vedere la ghigliottina della calunnia o della ingiusta condanna cadere sulla testa del povero disgraziato di turno. Non di rado sfogano il loro disprezzo scrivendogli contro frasi indegne sui cosiddetti "social", l'unico strumento che hanno per cercare di attenuare la loro indicibile solitudine. Quanto a tutti gli altri, si limitano a fare spallucce. Almeno fino a quando la giustizia ingiusta non decide di colpirli, all'improvviso.
*Presidente fondazione "Per la giustizia giusta Enzo Tortora"
di Chiara Baldi
La Stampa, 17 maggio 2021
Nell'anno della pandemia il 30% degli studenti LGBT+ che ha contattato la Gay Help Line ha subito episodi di cyberbullismo e hate speech online. Il 17 maggio si celebra in tutto il mondo si celebra la 31° Giornata Internazionale contro l'omotransfobia. Il 2021 è l'anno in cui, secondo Ilga Europe (associazione internazionale per i diritti Lgbt presente all'Onu), l'Italia scende al 35° posto della classifica dei Paesi Europei per politiche a tutela dei diritti umani e dell'uguaglianza delle persone Lgbt+ (lesbiche, gay, bisex e trans). Tale dato è confermato da quanto rilevato dal servizio di Gay Help Line 800 713 713 (gayhelpline.it), contact center contro omofobia e transfobia, che riceve più di 50 contatti al giorno (tra linea e chat) oltre 20.000 l'anno, da parte di persone colpite da discriminazione, odio e violenza in quanto lesbiche, gay bisex e trans.
I dati di Gay Help Line sono allarmanti: rilevano nell'ultimo anno, periodo Covid, forti aumenti come i ricatti e le minacce subiti dalle persone Lgbt che sono passati dall'11% al 28%. I casi di mobbing e discriminazioni sul lavoro dal 3 al 15%. Inoltre, nell'anno in cui la pandemia ha limitato la socializzazione al web, il 30% degli studenti Lgbt+ che ha contattato la Gay Help Line ha detto di aver subito episodi di cyberbullismo e hate speech online. Ancora, circa il 60% degli utenti rientrano nella fascia di età 13-27. L'incidenza del pregiudizio e della discriminazione ha un peso particolare sui ragazzi: questo perché i problemi iniziano già con il coming out in famiglia.
I dati evidenziano anche che nell'ultimo anno il 50% dei giovani lesbiche, gay o bisex ha avuto problemi in famiglia dopo essersi dichiarato ai genitori. La percentuale sale al 70% se a dichiararsi sono giovani Trans. Per il 36% dei minori Lgbt+ ha visto il rifiuto da parte dei familiari o dei propri pari, la repressione agìta attraverso l'isolamento, la reclusione in casa anche ai danni della frequenza scolastica, i tentativi di conversione attraverso pressioni fatte dai propri familiari oltre a subire violenza verbale e violenza fisica. Il 17% dei ragazzi maggiorenni che hanno contattato Gay Help Line e si sono dichiarati ai genitori hanno subìto la perdita del sostegno economico da parte della famiglia: la maggior parte di questi sono stati di conseguenza abbandonati e messi in strada.
Alcuni di questi casi sono stati accolti da Refuge Lgbt, la struttura che accoglie questi ragazzi e li supporta perché riescano a superare il trauma subìto e a raggiungere la propria autonomia attraverso la formazione e la ricerca del lavoro. Un dato che risulta costante nel tempo, sottolinea Gay help line, è la difficolta delle vittime a denunciare: il fenomeno dell'underreporting (mancata denuncia) incide in maniera preoccupante sul riconoscimento dell'entità delle discriminazioni e delle violenze.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Nell'Egitto governato da Abdel Fattah Al Sisi, dove si può finire in carcere per un post su Facebook, Lina Attalah, 38 anni, co-fondatrice e direttrice del quotidiano online Mada Masr, continua a tenere viva l'informazione indipendente. Per la rivista Time è tra i leader internazionali della "nuova generazione". Questo ha un prezzo.
"Diversi settori del governo ci hanno preso di mira: nel 2017 il nostro sito è stato bloccato; nel 2019 le forze di sicurezza hanno razziato i nostri uffici e ci hanno arrestati dopo aver detenuto un membro del nostro team in piena notte, una cosa comune; nel 2020 sono stata arrestata una seconda volta per aver cercato di scrivere un pezzo su una famiglia a cui è impedito il contatto con il figlio detenuto (l'attivista Alaa Abdel Fattah ndr). La pressione locale e internazionale finora ci ha permesso di evitare la prigione, e anche se il sito è bloccato all'interno dell'Egitto viviamo in un'era in cui ci sono modi per bypassare la censura. La pressione che ci ha aiutato non è stata organizzata da noi: è la gente che dà valore all'informazione che produciamo e vuole continuare a leggerla".
In Italia molte forze politiche si dicono d'accordo sull'obiettivo di far liberare dal carcere Patrick Zaki, ma sui metodi ci sono state divisioni: meglio il silenzio e trattare dietro le quinte oppure meglio far rumore?
"Non so, c'è un alto livello di arbitrarietà nei casi come quello di Patrick: purtroppo non è affatto una novità per l'Egitto vedere qualcuno arrestato per il suo attivismo e tenuto in detenzione preventiva per mesi. Comunque la nostra abitudine è di alzare la voce e di non fidarci di colloqui confidenziali tra politici senza fare anche pressione".
Lei è impegnata in battaglie parallele per la libertà di informazione e per i diritti delle donne. Ci sono a volte divisioni interne su questi temi? Ad esempio, la storica femminista egiziana Nawal Al Saadawi, da poco scomparsa, è stata criticata da alcuni per il suo appoggio ad Al Sisi.
"È normale, nello spazio dell'attivismo di genere ci sono spesso linee di frattura. Saadawi aveva lottato contro figure islamiste, specialmente radicali, e l'opposizione archetipica ai diritti delle donne. La questione è se il modo per resistere sia di affidarsi ad un'altra forza patriarcale, cioè le istituzioni militari. Ma Saadawi ha anche avuto un'influenza enorme, ha diffuso tra donne e uomini una consapevolezza sui diritti femminili prima inesistente, portando ad un cambiamento di paradigma: questo è ciò per cui merita d'essere ricordata".
La crescente consapevolezza sui diritti delle donne è accompagnata da riforme?
"Questo è un momento in cui in tutto il mondo c'è grande consapevolezza sulla violenza sessuale sulle donne, che è diventata una questione intorno alla quale galvanizzare la resistenza contro il patriarcato, ma non ci sono state riforme sistemiche adeguate. Da noi c'è stato il famoso caso Fairmont - una ragazza stuprata in gruppo da uomini ricchi e potenti - in cui il peso dei social media ha portato ad aprire un'inchiesta - cosa inedita - però alla fine è stata chiusa per presunta carenza di prove. Il modo in cui le autorità pensano ai diritti delle donne non è cambiato, come dimostrano anche gli emendamenti alla legge sullo statuto personale che rischiano di ridurre ulteriormente il controllo delle donne sul loro corpo e i figli".
Dopo la rivoluzione del 2011 l'Egitto è tornato sotto il pugno di un uomo forte. Ma quanto è popolare?
"C'è una tradizionale fiducia nell'esercito, vista come istituzione che non interferisce nella politica, che protegge i confini, e ciò resta centrale in un Paese che ha un'eredità coloniale. Ma se vivi qui ti accorgi che dal 2011 il rapporto con lo Stato è cambiato e con esso l'idea che regime sia sinonimo di stabilità".
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Nella Striscia di Gaza uccise 42 persone (10 bambini). Secondo l'esercito israeliano l'attacco a un sistema di tunnel di Hamas ha provocato il crollo delle case. Tensione Usa-Cina al Consiglio di sicurezza. Hanno usato i telefonini per chiamare gli amici, i familiari, per dire che là sotto erano ancora vivi. I soccorritori hanno spostato i blocchi di cemento di quelli che sono tra i palazzi più eleganti di Gaza, Rimal è un quartiere residenziale che scende verso il mare, negli scontri passati era stato risparmiato.
Il più piccolo aveva 3 anni - Questa volta in un solo attacco le esplosioni hanno ucciso 42 persone, tra loro anche 10 bambini, il più piccolo aveva tre anni. Quasi tutti sono parte della stessa famiglia allargata, gli Al-Kolak. Quartiere di classe media, per quel che può esistere nella Striscia: seppelliti dalle macerie anche due medici dell'ospedale Shifa, che in questa settimana di guerra ha accolto la maggior parte dei 1.500 feriti, i morti in totale sono oltre 190. I portavoce dell'esercito dicono che a Rimal i missili hanno colpito un sistema di tunnel scavato da Hamas e il crollo delle gallerie sotterranee ha coinvolto le case dei civili.
Le parole di Netanyahu - Benjamin Netanyahu viene intervistato dai programmi americani della domenica mattina. Spiega che il suo governo "ha condiviso con la Casa Bianca le informazioni di intelligence" sul palazzo distrutto a Gaza da dove lavoravano l'agenzia Associated Press e l'emittente Al Jazeera: "Era un obiettivo legittimo, operativi di Hamas si nascondevano tra gli uffici dei giornalisti". La Ap ha replicato di aver sempre verificato le presenze nell'edificio proprio per evitare infiltrazioni.
I razzi di Hamas - In una settimana gli integralisti - che spadroneggiano nella Striscia dal 2007 - hanno sparato quasi 3.000 razzi contro le città israeliane: sono oltre la metà di quelli lanciati in 51 giorni di guerra nell'estate del 2014. Ieri hanno continuato a bersagliare il sud del Paese, gli israeliani uccisi dall'inizio sono 10.
Il premier Netanyahu ripete: "Andremo avanti fin quando è necessario". Gli analisti militari spiegano che sono stati i generali a chiedere ancora qualche giorno. Lo conferma Aviv Kochavi, il capo di Stato Maggiore: "I capi di Hamas hanno commesso un grave errore di valutazione quando ci hanno attaccato. Non si aspettavano questa nostra risposta: adesso andiamo avanti con il nostro piano, i prossimi passi sono già definiti". Tra gli obiettivi di questa campagna: colpire i leader dell'organizzazione, anche le loro proprietà. Un missile ha distrutto la casa di Yahia Sinwar a Khan Younis, dove abita - in questi giorni è nascosto - ed è cresciuto.
La diplomazia - Netanyahu e Kochavi sanno che la pressione diplomatica sta crescendo. Devono anche evitare che altri fronti si allarghino: a Gerusalemme Est un palestinese ha lanciato l'auto su un posto di blocco, 7 i soldati feriti, è stato ucciso. Gli egiziani continuano la mediazione per fermare i combattimenti e il re giordano Abdallah II conferma di essere coinvolto nelle trattative. Hady Amr, l'inviato americano per la questione israelo-palestinese, è arrivato a Gerusalemme per portare il messaggio di Joe Biden: sosteniamo il vostro diritto di difendervi ma è il momento di pensare al dopo. Il presidente - che deve ancora nominare il suo ambasciatore in Israele - non pensa solo alla tregua con i fondamentalisti a Gaza: Amr ha incontrato Abu Mazen, la Casa Bianca vuole che i negoziati con l'Autorità palestinese - ibernati dal 2014 - possano ripartire.
L'Onu e il Papa - Si è riunito il consiglio di Sicurezza dell'Onu: "Siamo impegnati a ottenere un cessate il fuoco immediato", ha spiegato il segretario generale Antonio Guterres. "È lo scontro più grave degli ultimi anni", commenta Tor Wennesland, da gennaio coordinatore speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente. Anche papa Francesco lancia un appello: "Tra le vittime ci sono anche i bambini, e questo è terribile e inaccettabile. La loro morte è segno che non si vuole costruire il futuro. Mi chiedo dove l'odio e la violenza porteranno. Davvero pensiamo di costruire la pace distruggendo l'altro?".
di Mara Gergolet
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Svetlana Tikhanovskaya era una "bambina di Chernobyl", poi è diventata insegnante di inglese e il suo destino ha incrociato quello di un blogger attivista. Ha sfidato alle elezioni il dittatore Lukashenko e ora vive in esilio in Lituania con i due figli: "Abito a 20 minuti dal confine. Non ho paura, so che vinceremo noi".
In un'ora di colloquio, Svetlana Tikhanovskaya ha un momento di incertezza, e di pausa. Quando le viene chiesto dei figli. Come se dovesse decidere in un secondo cosa è pubblico e cosa no, cosa per pudore vuole tenere privato, e sottrarre alla politica. Eppure, l'esitazione non è per sé stessa, piuttosto non vuole reclamare una condizione di diversità e di privilegio, come chi è consapevole di condividere il destino con altri - senza pretendere sconti o favori.
E che destino, il suo! Trentotto anni, due figli, un marito blogger che poteva essere un leader in Bielorussia e che invece l'ultimo dittatore d'Europa, Aleksander Lukashenko, ha chiuso in carcere. E lei, candidata al suo posto, anche se era solo un'ex insegnante d'inglese e una casalinga ("volete farvi comandare da una casalinga?", la irrideva Lukashenko), che ottiene l'impensabile: il lento risveglio di un popolo intorpidito che chiede democrazia. Alle elezioni Tikhanovskaya ottiene un consenso elettorale mai visto. Ma il dittatore reclama la vittoria (non riconosciuta da nessun Paese europeo), poi manda blindati e agenti a picchiare, arresta, reprime, espelle all'estero. Lei è costretta all'esilio ("qualcuno non capirà"), ma non cede di un millimetro.
Roma è una tappa della sua nuova vita, impensata, di leader della resistenza basata in Lituania, che incontra la diaspora in giro per l'Europa e viene accolta nei palazzi dai governi. Al quarto piano di Montecitorio, dove ha parlato ai deputati, trova un "buco" nella sua scaletta di incontri, si concede a un'intervista: tacchi e tailleur grigio, zero assistenti a dare suggerimenti (resteranno tutti fuori dalla stanza), zero appunti, più testimone che politica, dimostra però di aver imparato molto in fretta. Dirà alla fine, come sfogo: "Sono diretta, aperta. La cosa più difficile? Pensare che tutto ciò che dirai sarà stampato da qualche parte".
C'era tanta simpatia per la vostra rivoluzione. C'è ancora, in Italia o in Europa?
"C'è stato un momento in cui tutto il mondo guardava alle nostre proteste, ci si commuoveva per le bellissime foto delle manifestazioni, noi eravamo diventati d'ispirazione ad altri. Eppure, prima nessuno riusciva a localizzare la Bielorussia sulla mappa. È vero, il regime con i suoi metodi, con le violenze, è riuscito sopprimere le manifestazioni: ma non ha piegato la nostra volontà. Per favore, non basate la vostra politica sulle immagini, ma sui valori".
Cose succede in Bielorussia, agli oppositori in carcere?
"Voi non lo potete neppure immaginare. Abusi sessuali, torture. Per ore e ore le persone sono costrette a stare in posizioni intollerabili. Non c'è l'acqua corrente, la carta igienica, gli asciugamani. Le persone sono umiliate non solo fisicamente, ma anche moralmente. Le racconto un episodio, riferitomi dall'oppositore Dimitri Kozlov: un accademico più anziano - non farò il suo nome per rispetto - ha fatto una domanda alle guardie ritenuta inopportuna: l'hanno spogliato, picchiato selvaggiamente e rimandato nudo tra i suoi compagni. Le celle sono sovraffollate all'inverosimile, dieci persone in uno spazio per due. Mettono malati di Covid in cella, in modo da infettare quante più persone possibile".
Sta dicendo che lo fanno apposta? Che il regime lo fa per diffondere i contagi?
"Sì, sto dicendo proprio questo. Di più, le persone malate non ricevono alcun tipo di cura".
Ma come fate a verificarlo, a controllarlo?
"Non puoi controllare nulla. Ma lo raccontano le persone quando escono, per esempio, di chi ha passato 15 o 30 giorni dentro per "reati amministrativi". E noi gli diciamo: scrivete quel che avete visto, registrate tutto, mandate le testimonianze ai centri dei diritti umani. Fatelo per il futuro, perché le persone non rimangano impunite, perché la vostra sofferenza non sia stata vana. Faccio un appello agli italiani: chiunque può scrivere una lettera ai prigionieri politici, è così semplice, richiede solo cinque minuti, è facile trovare le informazioni su come farlo. Non sapete quanto sollievo offrono le lettere. Ogni giorno il regime dice ai prigionieri: vi hanno dimenticato, cancellato, siete spariti. Bene, non è così".
Lei è in esilio, come tiene insieme il movimento?
"Non mi definirei in esilio. Vivo a 20 minuti dal confine bielorusso, in Lituania. Ma grazie a Dio ancora abbiamo Internet, nonostante buttino giù i provider durante le manifestazioni. Ogni giorno parlo con i diversi gruppi: oggi gli studenti, domani gli insegnanti, medici, operai... Loro mi raccontano cosa succede nei quartieri, io nell'arena internazionale. Ispiriamo l'un l'altro. Non temo di disconnettermi".
Una domanda personale. Non ha menzionato suo marito, che è in cella. (Pausa, breve)...
"Sa, ogni giorno guardo negli occhi i miei bambini e devo rispondere alle loro domande. Io capisco il significato dell'essere in prigione a causa delle proprie idee politiche, ma allo stesso tempo lo devo anche spiegare ai miei figli. Ogni giorno mia figlia piange e chiama papà, fa questi disegni con quattro di noi. Lei sa che suo padre è in carcere perché è coraggioso, ma allo stesso ignora il significato di questa parola".
Quanto sono grandi?
"Cinque e dieci anni: mio figlio grande capisce ogni cosa, ma mia figlia piccola no".
E cosa dice a sua figlia?
"All'inizio le ho detto che papà era all'estero, e che per colpa del Covid non poteva ritornare. Poi, per un infortunio, il fratellino le ha svelato tutto. Una volta ha chiesto, cos'è il carcere? Ma non può capirlo. E quindi racconto favole dove compaiono anche le carceri. Vivo tra queste domande ogni giorno. Molto raramente ne parlo, quasi mai, non mi sento a mio agio e non mi sembra opportuno farlo, perché non voglio essere diversa dagli altri, perché so che ci sono centinaia di famiglie in Bielorussia, o in esilio, che non vedono i propri cari - persone innocenti - e non lo faranno per anni, se noi non vinciamo. Ma noi vinceremo".
Pensa che Lukashenko stia preparando la successione per suo figlio?
"Forse c'è stata una simile opportunità prima delle elezioni in agosto. Ma poi tutto è cambiato: ha perso l'immagine di leader forte, la gente raccontava barzellette su di lui, se ne faceva beffe. Oggi è diventato un criminale agli occhi della sua stessa gente. Non è riuscito a finire la sua carriera con dignità".
Ha mai pensato che i tank sarebbero scesi in strada, o che potranno ancora farlo?
"I regimi sono imprevedibili. Ovviamente la paura c'è. Ma io non voglio altre vittime. Ci sono diversi orientamenti nel nostro Paese, alcuni chiedevano azioni più decise. Ma non possiamo sacrificare le persone. Occorre evitare qualsiasi brutalità da parte nostra, perché il regime userà anche il più piccolo pretesto per sparare". Quanto è vitale il sostegno di Putin a Lukashenko?
"Il Cremlino è l'unico alleato rimasto a Lukashenko, ma l'amicizia, gli incontri fanno parte di una messinscena. Il Cremlino ovviamente capisce che Lukashenko è politicamente in bancarotta e isolato economicamente dal resto del mondo. Non è un sostegno sincero".
Si fiderebbe di Putin come di un garante nei negoziati per il vostro futuro?
"I negoziati devono essere tra il regime e la società civile: queste sono le due parti. I mediatori? La Russia certamente".
Quindi Putin per voi va bene?
"Sì".
E l'Europa?
"Vorrei al tavolo anche i Paesi vicini, l'Ucraina, la Lituania, la Polonia..., quelli importanti, come Italia, Germania, Francia, gli Stati Uniti. Io vedo i negoziati con l'unico modo civile per risolvere la crisi".
Lei è nata vicino a Chernobyl. Da piccola è stata mandata all'estero, come una dei "bambini di Chernobyl"...
"Non sono di Chernobyl, piuttosto vivevo in un'area ampia attorno a Chernobyl, i miei genitori sono ancora lì. Quando i programmi per ospitare "i ragazzi di Chernobyl" sono iniziati, l'Italia credo fosse stata tra i primi a farlo, c'era un tale senso di solidarietà degli italiani verso questi ragazzi malati. Mi piace così tanto l'Italia: siete calorosi, sorridete, siete così ricchi nelle vostre emozioni. Ovviamente, noi da ragazzi tutto questo lo percepivamo appena: eravamo semplicemente contenti di andare all'estero, di viaggiare".
Cos'era l'Europa ai suoi occhi?
"Io ero una figlia dell'Unione Sovietica. Non avevo mai visto persone sorridere in strada, non si diceva "Buongiorno", "Grazie" a sconosciuti entrando nei negozi. Non ho mai visto gli scaffali così pieni. Tutti questi vestiti! Il ketchup e le patatine, chips, crisps, adesso fa ridere solo a ricordarlo. In Irlanda facevano programmi tv sui dentisti, ma in Bielorussia i dentisti, con i loro metodi crudeli, erano il terrore di tutti i bambini".
L'ha aiutata questa esperienza in Europa?
"La prima visita non mi ha molto influenzato, la seconda e terza sì, ero più grande. Credo di aver capito allora che noi dovevamo cambiare, ho trovato l'esempio di una vita migliore. Gusti e sapori nuovi, ma anche qualcosa di astratto che non sai bene come raggiungere, ma capisci che ci sono altri modi di vita. E le persone, soprattutto le persone: io volevo già da allora che la mia gente fosse a suo agio con gli altri, che sorridesse".
Perché siete così ironici, quasi surrealisti, voi bielorussi perfino nelle vostre proteste?
"Devi scegliere: il carcere o la creatività? Devi combattere: ma se lo fai apertamente, finirai in prigione. Non ti resta che cantare, attaccare adesivi in segreto, ti resta l'invenzione e la fantasia".
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Don Antonio Mazzi, fondatore di Exodus, ha scritto "La speranza è una bambina ostinata" (con Arnoldo Mosca Mondadori). Il libro, edito da Piemme, è (anche) un'intensa e ricca autobiografia. "Spesso commettiamo l'errore di parlare per primi, come se il tempo impiegato nell'ascoltare sia in qualche modo tempo perso o comunque da abbreviare il più possibile".
E con questa premessa, peraltro ospitata nelle prime pagine del libro, altrimenti non poteva essere che l'intervistato, don Antonio Mazzi, s'incontrasse con un intervistatore particolare, ovvero Arnoldo Mosca Mondadori, anima sensibile e colta, capace di rispettare i silenzi e i tempi del suo "interlocutore".
Il libro, "La speranza è una bambina ostinata", è molto più di un'autobiografia oppure un testamento spirituale; semmai, nel volume edito da Piemme, prende corpo e slancio un'intensa camminata, come se i due autori avessero passeggiato per il parco Lambro. Ecco, il parco, storica sede e ancor prima incipit della missione del veronese don Antonio. "Mi sono trasferito a Milano nel 1979. Non volevo assolutamente venirci, ma prima di me era venuto qui don Luigi Maria Verzè per creare diverse scuole e centri educativi per l'avviamento professionale...
Quando lui cominciò ad essere completamente assorbito dalla costruzione e organizzazione dell'ospedale San Raffaele, dovetti andare a Milano a sostituirlo alla direzione di uno dei centri per giovani da lui creato: una realtà che allora aiutava oltre mille ragazzi... A Milano erano gli anni di piombo e c'era l'esplosione del consumo di droga da parte di giovani e giovanissimi. Era una realtà che non conoscevo e nella quale temevo di non inserirmi bene...".
Come fu l'inizio? "Una gran fatica... Morirono due ragazzi nell'intervallo della scuola che era all'interno del parco... Una sera, all'uscita Cimiano della metropolitana, mi ritrovai con un coltello alla gola, così, come minaccia, senza parole... In quel periodo mi era stato affidato anche un ex terrorista, Marco Donat Cattin... Avevo ricevuto, simbolicamente, una parte delle armi dei terroristi...". Tanto, forse troppo? "Pensavo sinceramente di andarmene, di chiudere tutto".
Don Antonio è icona di un sacerdozio e di una chiesa poco - anzi per niente - dogmatici ma aderenti alla realtà, dentro le cose, i temi, le esistenze, un sacerdozio e una chiesa "inclini" alla contestualizzazione di individui e situazioni, e del resto "a me le persone normali non sono mai piaciute. Ora posso dire perché: perché io per primo sono stato un ragazzo caratteriale
L'assenza di mio padre ha avuto in questo un peso determinante: sono sempre stato inquieto e indisciplinato, vivevo male le regole ed ero un ribelle...". Perché è diventato sacerdote? "La fede è anche questo: non è solo coltivare una grande e crescente speranza per il futuro, ma anche vivere nell'attesa che Dio arrivi già qui... Io sono ancora prete non perché da prete ho realizzato un mio progetto, ma perché ho vissuto questa attesa e ho risposto, meglio che potevo, al bussare di Dio alla mia porta".
Dunque, di nuovo, gli inizi al parco Lambro. "Come dicevo, a Milano venni contro la mia volontà... Ma a poco a poco ebbi l'idea giusta. Conoscevo lo scoutismo, conoscevo il mondo giovanile... Mi misi in moto: feci il giro dell'Europa, vidi come contrastavano il fenomeno della droga... E più conoscevo e mi confrontavo, più mi convincevo che non volevo fare una comunità, ma avviare un cammino di liberazione. Perciò mi venne in mente la carovana e la chiamai Exodus, che significa "liberazione".
Andai a piangere, più che a chiedere, a chi poteva aiutarci dal punto di vista economico. Riuscimmo a farci regalare quattro camper e il 25 marzo 1985 siamo partiti... Abbiamo vissuto insieme, abbiamo dormito dove trovavamo da dormire e sofferto tutti la fame quando c'era poco cibo... Fummo ospitati da don Tonino Bello, tutti, in episcopio. Mi disse soltanto: "Venite, questa è casa vostra".
di Sara Bettoni
Corriere della Sera, 17 maggio 2021
Non solo scuole. I tamponi salivari molecolari, ufficialmente sdoganati sabato dal ministero della Salute, sono in uso anche a San Vittore. Si tratta di piccole spugnette da tenere in bocca per alcuni minuti, inserire in una provetta sterile e inviare in laboratorio per le analisi. Così si rintraccia la presenza del Covid nella saliva senza usare strumenti invasivi come il tampone che "fruga" nelle cavità nasali e orale. Per la loro praticità di somministrazione questi test sono considerati più adatti ai bambini, agli anziani e alle comunità "difficili", come il carcere.
Ruggero Giuliani, medico infettivologo e coordinatore sanitario a San Vittore, spiega: "A febbraio abbiamo cominciato l'esperimento con i ricercatori dell'università Statale che hanno messo a punto i tamponi salivari. Il nostro riferimento è la professoressa Elisa Borghi". In un primo momento i "lecca lecca" anti-Covid sono stati proposti in parallelo con i test classici. "Dall'8 marzo invece li impieghiamo per coloro che arrivano dalla libertà - continua -. Poi i detenuti rimangono due settimane in un'area separata di accoglienza. Al 14esimo giorno li sottoponiamo al nasofaringeo". Trattandosi di un contesto delicato, il salivare offre molti vantaggi. "La nostra esperienza è positiva - dice Giuliani. Dobbiamo proporre lo screening a persone agitate perché sono state private della libertà e che a volte sono in condizioni alterate a causa dell'alcol o delle droghe. In questi casi fare un tampone nasofaringeo è complesso.
Ci sono capitati alcuni rifiuti". Non mancano i rischi per gli operatori, che potrebbero respirare "goccioline" emesse dal detenuto, potenzialmente contagiose. Il salivare invece può essere anche auto-somministrato. "Abbiamo chiesto all'assessore regionale alla Sanità Letizia Moratti di estenderne l'uso anche alle altre carceri".
Più di 500 i "lecca lecca" analizzati da febbraio, 250 nel periodo tra il 6 marzo e il 18 aprile, da cui è nato uno studio scientifico. "Dalle prime evidenze sembra che i salivari rilevino il virus con qualche giorno di anticipo rispetto al nasofaringeo - dice il medico -. Una caratteristica utile per la nostra comunità, dove è difficile isolare i positivi". Test frequenti e vaccinazioni hanno permesso al carcere milanese di evitare la terza ondata epidemica che ha investito il mondo "fuori". Mentre nel primo picco si sono registrati 21 casi e 150 circa a novembre 2020.
Ora la copertura vaccinale è superiore al 60/70 per cento, ma il lavoro di medici e infermieri (tutto personale dell'Asst Santi Paolo e Carlo) prosegue perché San Vittore vede un continuo ricambio di detenuti. E si pensa anche a chi viene scarcerato. "Abbiamo allestito una tensostruttura esterna per somministrare la seconda dose - dice Giuliani -, soprattutto ai senza dimora e a chi non ha documenti". Mentre fin da febbraio la polizia penitenziaria può richiedere l'iniezione. "Perché il virus non fa differenze tra chi ha la divisa e chi no".
di Ilaria Venturi e Corrado Zunino
La Repubblica, 17 maggio 2021
La paura del contagio, le difficoltà di studiare online, la povertà e l'isolamento. Allarme abbandono dopo due anni scolastici con il virus: dal 40% di Gela al 25% di Pavia. Le storie dei ragazzi sconfitti dalla Didattica a distanza. "Non so dove siano finiti gli studenti, abbiamo scritto alle famiglie". In mancanza di dati pubblici nazionali, il preside Guido Campanini, alla guida di un istituto tecnico di Parma, prova a illustrare che cosa sta facendo la pandemia alla sua scuola in Emilia. E all'intera scuola italiana.
I primi numeri per la comprensione di un fenomeno, la dispersione scolastica e il ritardo nell'apprendimento, che rischia di tagliare le gambe a tutto il Paese, vengono offerti dai privati caritatevoli. La Comunità di Sant'Egidio, dopo aver ascoltato 2.799 ragazzi delle sue "scuole di pace", centri di recupero pomeridiani per studenti delle elementari e delle medie organizzati in ventitré città, ha certificato che a settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Sono 160 mila alunni su 4 milioni.
E il 20 per cento, qui arriviamo a 800 mila scolari in numero assoluto, aveva accumulato troppi giorni di assenza. Sessanta assenze è la soglia d'allarme, quegli ottocentomila erano, e sono, a rischio abbandono. Il lavoro ha preso in considerazione il primo periodo dell'anno scolastico in corso, settembre-dicembre. E un'indagine Ipsos per conto di Save the children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, ogni studente aveva avvistato - da marzo 2020 a gennaio 2021 - l'addio di almeno un compagno. Qui, i ragazzi arresi, sono altri 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200 mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore.
La promozione dannosa - Sono molti, pericolosamente molti, i discenti che abbiamo perso per strada. E li abbiamo persi per diverse ragioni. C'è chi, poco stimolato nella normalità scolastica, ha vissuto l'esenzione 2020 dalla bocciatura come un salvacondotto per chiudere i libri: è stato travolto, soprattutto dalle materie tecniche. C'è chi aveva una cattiva connessione, chi doveva chiedere lo smartphone al papà: le famiglie basso-reddito, nel caso. Chi, semplicemente, si è smarrito nella solitudine e, la cosa peggiore che racconteranno i dirigenti scolastici, chi non ha retto lo stop and go, l'apri e chiudi della classe, l'assenza di continuità e certezze. L'aver contratto, in alcuni casi, il Covid. Tra tutti questi ci sono molti studenti "capaci e meritevoli": sono precipitati nell'autostima e, a ricasco, sui voti.
L'Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento, in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). Il problema è che le 30-34 settimane di lockdown scolastico a variabilità regionale - ci sono primarie che in Campania hanno fatto 36 giorni di presenza in tutto - rischiano di rimandare indietro gli scolari e la scolarità italiana. Solo lungo il percorso degli ultimi cinque anni di superiori, d'altro canto, si sono persi in 160.000. Il tasso di dispersione, tenendo conto degli ultimi dati, arriva al 27 per cento. Si torna al livello di sette anni fa.
Denunciati 146 genitori - Città fragili come Gela, provincia di Caltanissetta, hanno soglie di dispersione del 40 per cento, un disastro: qui la pandemia ha inciso sulla sopravvivenza di alcune famiglie e la malavita è passata a reclutare i figli dei genitori senza speranza. A Vittoria, provincia di Ragusa, in due successivi controlli realizzati ad aprile i carabinieri del comando provinciale hanno denunciato 146 genitori che non mandavano i figli, iscritti in un istituto elementare, a scuola la mattina.
La questione dispersione negli ultimi sedici mesi si è affacciata, tuttavia, in una provincia ricca come quella di Parma. Campanini, dirigente del tecnico Bodoni, cerca disperato i diciannove studenti scomparsi (sui 700 dell'istituto). "Qualcuno è rientrato, questi sono usciti dai radar. Chi già faceva poco ha fatto ancora meno.
Chi non aveva motivazione per lo studio, ma comunque veniva in classe per vedere la ragazza o mettersi d'accordo per il calcetto, ora ha perso ogni stimolo. La dispersione nei professionali, già alta, è schizzata. Non ci sono colpe, c'è stata una pandemia". La desertificazione culturale va di pari passo con l'impoverimento economico. Non è l'unico motivo, ma nel secondo trimestre 2020 la quota di giovani di 15-29 anni che non studiava né lavorava (i neet cantati dai Cccp di Giovanni Lindo Ferretti) è salita al 23,9 per cento dal 21,2 di un anno prima. Il divario con il resto d'Europa è salito a 10 punti.
In Puglia, e qui i dati li ha raccolti la Uil, si sono persi undicimila ragazzi. Nel Lazio tra dicembre e gennaio si è superata quota venti per cento, sette punti in più della scorsa stagione. Rocco Pinneri, direttore dell'Ufficio scolastico regionale, dice: "Molti non prendono il diploma e cominciano a lavorare". Cristina Costarelli, lei dirigente del liceo scientifico Newton di Roma: "Crescono la depressione, l'ansia da prestazione, vediamo ragazzi che non trovano più il coraggio e la forza di andare a scuola".
All'istituto comprensivo Rosetta Rossi, Primavalle, frontiera della capitale, quattro bambini sono stati riportati sul banco. "Due alunni sono seguiti con didattica domiciliare", spiega il dirigente Flavio Di Silvestre, "e altri due, presi da fobia scolastica, vanno in Dad nei momenti di crisi". Sono duecento gli alunni in difficoltà in Italiano e Matematica, qui, e per quaranta bambini si è alzato lo sportello psicologico.
Cinque anni per il recupero - I presidi sono allarmati dalla perdita di competenze, la dispersione implicita. Gian Paolo Bustreo, alla guida dell'Istituto d'istruzione superiore Rolando da Piazzola a Piazzola sul Brenta (Padova), dice: "Sugli apprendimenti i segnali sono tendenti al rosso. Prevediamo un arretramento, il suo recupero è la vera sfida per noi".
In un lavoro sviluppato dall'Ufficio scolastico del Veneto, si attesta che la provincia con il tasso di dispersione più elevato è Rovigo. In Lombardia, Pavia e hinterland viaggiano sul 25 per cento. Si stima che, in assenza di interventi, la perdita di apprendimento equivarrà a 0,6 anni di scuola e aumenterà del 25 per cento la quota di bambini delle medie al di sotto del livello minimo di competenze. I testi del ministero già evidenziano un lavoro di recupero da fare per cinque anni di fila.
D'altro canto lo hanno detto gli stessi protagonisti, sempre a Save the children. Uno studente su tre oggi si sente più impreparato di quando andava a scuola in presenza e quattro su dieci dichiarano di aver avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare. Gli adolescenti dicono di sentirsi stanchi (31 per cento), incerti (17 per cento), preoccupati (17 per cento), irritabili (16 per cento), ansiosi (15 per cento), disorientati, apatici. Scoraggiati.
A proposito del rovinoso "apri e chiudi", Maria Rosaria Rosmarino, preside dell'Istituto comprensivo Borgonuovo di Sasso Marconi nella provincia di Bologna, dice: "Questi ragazzi si sono persi nel bosco, hanno trovato un albero per mettersi al riparo, ma quell'albero è stato tagliato". La Dad a singhiozzo, vera colpa del precedente esecutivo. Non sarà il Piano estate a ridare conoscenza organizzata ai nostri ragazzi. Ci si affida, piuttosto, al miliardo e mezzo di euro che il Recovery Fund porterà sul tema dispersione. Da qui al 2026.
Il professionale di Firenze - "Li abbiamo inseguiti anche su WhatsApp, ma tanti hanno scelto di andare a lavorare" - La pandemia ha messo a dura prova gli istituti professionali, solitamente più a rischio dispersione. Osvaldo Di Cuffa, preside dell'istituto Sassetti-Peruzzi di Firenze, un professionale per Servizi del turismo e socio-sanitari che nella sede centrale conta ottocento iscritti, durante il primo lockdown dello scorso anno aveva perso un centinaio di ragazzi, in maggioranza cinesi. Non si erano mai collegati per la didattica a distanza.
I loro professori hanno tenuto i contatti con ogni mezzo, anche We chat, l'app cinese, e WhatsApp. "Gli insegnanti hanno fatto di tutto pur di non perderli usando anche canali non istituzionali - osserva il dirigente scolastico - ma quest'anno, quando in parte si è potuti tornare in presenza, abbiamo avuto un altro fenomeno. Le famiglie non li mandavano in classe per paura del virus. Abbiamo consentito la Dad a tutti coloro che erano in difficoltà, e almeno cinquanta li abbiamo recuperati". Ma gli altri cinquanta hanno abbandonato, "quelli di 16 anni e più credo siano andati a lavorare".
E così il tasso di dispersione rispetto al periodo prepandemico è salito di un buon 30 per cento. "L'altro problema - spiega Di Cuffa - è quello delle competenze, nei professionali i ragazzi vanno continuamente stimolati e a distanza hanno sofferto di più, si sono sempre più demotivati. Hanno perso anche occasioni di laboratori e periodi di stage con le aziende che per loro sono fondamentali. Per le bocciature abbiamo modificato i criteri tenendo conto del contesto. A giugno e a settembre più che sulla socialità punteremo sulle lacune da colmare, sui contatti con il mondo del lavoro da riattivare, questa la nostra sfida".
Il comprensivo di Napoli - "Troppi banchi vuoti in asili ed elementari. Per alcuni eravamo un'ancora di salvezza" - "Hanno sottovalutato cosa significasse chiudere le scuole qui, era l'unica ancora di salvezza possibile per molti dei miei alunni", scuote la testa Colomba Punzo, dirigente dell'Istituto comprensivo Porchiano-Bordiga a Ponticelli, quartiere nella zona orientale di Napoli. Scuola di frontiera del "non uno di meno". Il bilancio dopo due anni di pandemia? Alle medie, su 227 iscritti, sono stati 60 i ragazzini "nuovi dispersi", quelli che se non ci fossero state chiusure e Dad non sarebbero finiti nel conto dei segnalati, "sono tornati o torneranno tra i banchi, ma hanno perso opportunità". Il dato più grave, perché prima erano quasi zero, è alla primaria: 34 alunni non rientrati in Dad e dispersi nel 2019-'20, 31 da segnalare quest'anno.
Alla materna, poi, su 150 iscritti dopo l'ultima chiusura ne sono rientrati 20. "Certo che li ritroveremo entro fine anno o a settembre - ragiona la preside -, ma questo fenomeno non si era mai visto. La vera emergenza è quel 40 per cento che non raggiunge le competenze minime, bambini e ragazzini che arrivano in quinta elementare o in terza media con un livello più basso rispetto agli obiettivi. Non sono in grado di capire un semplice testo, per esempio. Questa è la vera dispersione. Non è un problema quantitativo, ma qualitativo".
L'urgenza ora è colmare le lacune, aiutarli a recuperare e non solo sulle materie. "Le classi sono difficili da gestire, i ragazzi e i bambini sono disorientati, hanno fatto abuso di telefoni e play, sono fuori controllo dal punto di vista emotivo, hanno perso capacità di ascolto, concentrazione, relazione. Questo ci preoccupa ancora di più".
ll comprensivo di Bari - "Un errore proporre le lezioni on demand. E le famiglie fragili tengono i figli a casa" - "Incontro e parlo con le famiglie di chi non viene più a scuola, non abbiamo mai smesso di farlo soprattutto durante questo anno. E trovo madri sole, scoraggiate, che non credono più nel futuro, con il marito in carcere, situazioni complicate.
Una mamma mi ha raccontato che si sente come precipitata in un baratro, preferisce tenere il figlio a casa e non capisce che non può essere lui a portare questo peso. A volte ci restituiscono il pc che abbiamo dato loro: una resa. Al di là della macrodispersione, ci sono situazioni di fragilità e povertà peggiorate con la pandemia".
Il racconto è di Maria Veronico, preside dell'Istituto comprensivo Ceglie di Bari: sette plessi su quattro edifici e 620 alunni. La scuola in Puglia ha dovuto fare i conti con la libera scelta lasciata alle famiglie sulla frequenza dei figli, in classe o da casa. "È aumentata la confusione e in questo modo si è dato ai genitori più in difficoltà l'alibi per tagliare i ponti con la scuola".
Le troppe assenze sono state il campanello d'allarme in un istituto dove si tentano tutte le strade, "ma dello sportello psicologico quasi nessuno ne ha usufruito, quello che possiamo fare è poco rispetto a servizi integrati nel territorio perché oltre al lavoro sui bambini, sono le famiglie quelle da sostenere". È una lotta continua. "Dalle finestre della scuola vedevo un mio alunno giocare nel giardinetto di fronte invece di venire in classe, grazie ai servizi sociali è tornato. Ma ora non dobbiamo perderlo un'altra volta. Mi ha detto che lui voleva andare in un altro plesso con i suoi amici. Allora gli ho detto: fai il bravo e ti ci mando. Uno a uno, ce la faremo".
Il liceo di Modena - "Triplicati i disturbi alimentari e relazionali. Anche i più bravi oggi sono smarriti" - Giovanna Morini, preside del classico e linguistico Muratori-San Carlo, liceo storico di Modena, li chiama gli "inabissati". Ed è la loro progressione che preoccupa: gli studenti con difficoltà dovute a condizioni socio-economiche, all'ansia e a disturbi relazionali e alimentari erano 21 nel 2019, sono diventati 40 nel 2020 e 80 quest'anno. Triplicati. Certo, anche qui stiamo parlando di una minoranza rispetto ai 1.400 iscritti, ma dietro ai numeri, ricorda la preside, "ci sono sofferenze, volti, nomi".
La statistica serve alla scuola per intercettare chi ha gettato la spugna, per non perderlo, nemmeno i ragazzi ormai a un passo dal diploma "paralizzati" di fronte all'esame. "Quelli che fanno più male sono i bravi che senza più le certezze dei riti e dei ritmi della scuola in presenza sono stati aggrediti da personali insicurezze. Ora si chiedono: ma io chi sono, cosa posso fare nella vita?", osserva la vicaria Titti Di Marco. Eppure i device sono stati distribuiti - ben 70 pc e tablet, inattesa povertà in un liceo - sono state aumentate le ore dello Sportello di ascolto, i docenti hanno fatto un corso di Psicologia dell'emergenza.
"Ma che fatica e quanta sofferenza dovuta quest'anno soprattutto a questo accendere e spegnere i computer da casa - continua la dirigente -. Alla prima chiusura ricordo che li osservavo mentre passavano davanti alla presidenza, si salutavano dicendosi l'un con l'altro: presto ci rivediamo. Ma quando ci hanno di nuovo chiusi il 4 marzo quei saluti non c'erano più: l'ultimo giorno in presenza sono usciti alla chetichella, in silenzio. Questa immagine mi rimarrà per sempre".
di Ilaria Venturi e Corrado Zunino
La Repubblica, 17 maggio 2021
La paura del contagio, le difficoltà di studiare online, la povertà e l'isolamento. Allarme abbandono dopo due anni scolastici con il virus: dal 40% di Gela al 25% di Pavia. Le storie dei ragazzi sconfitti dalla Didattica a distanza. "Non so dove siano finiti gli studenti, abbiamo scritto alle famiglie". In mancanza di dati pubblici nazionali, il preside Guido Campanini, alla guida di un istituto tecnico di Parma, prova a illustrare che cosa sta facendo la pandemia alla sua scuola in Emilia. E all'intera scuola italiana.
I primi numeri per la comprensione di un fenomeno, la dispersione scolastica e il ritardo nell'apprendimento, che rischia di tagliare le gambe a tutto il Paese, vengono offerti dai privati caritatevoli. La Comunità di Sant'Egidio, dopo aver ascoltato 2.799 ragazzi delle sue "scuole di pace", centri di recupero pomeridiani per studenti delle elementari e delle medie organizzati in ventitré città, ha certificato che a settembre 2020, ripartenza del secondo anno pandemico, il 4 per cento dei bambini-adolescenti non era tornato a scuola. Sono 160 mila alunni su 4 milioni.
E il 20 per cento, qui arriviamo a 800 mila scolari in numero assoluto, aveva accumulato troppi giorni di assenza. Sessanta assenze è la soglia d'allarme, quegli ottocentomila erano, e sono, a rischio abbandono. Il lavoro ha preso in considerazione il primo periodo dell'anno scolastico in corso, settembre-dicembre. E un'indagine Ipsos per conto di Save the children aveva già evidenziato che, nel 28 per cento delle classi superiori, ogni studente aveva avvistato - da marzo 2020 a gennaio 2021 - l'addio di almeno un compagno. Qui, i ragazzi arresi, sono altri 34mila. La somma delle due indagini porta a contare 200 mila studenti usciti dal circuito scolastico dalla primaria alla media superiore.
La promozione dannosa - Sono molti, pericolosamente molti, i discenti che abbiamo perso per strada. E li abbiamo persi per diverse ragioni. C'è chi, poco stimolato nella normalità scolastica, ha vissuto l'esenzione 2020 dalla bocciatura come un salvacondotto per chiudere i libri: è stato travolto, soprattutto dalle materie tecniche. C'è chi aveva una cattiva connessione, chi doveva chiedere lo smartphone al papà: le famiglie basso-reddito, nel caso. Chi, semplicemente, si è smarrito nella solitudine e, la cosa peggiore che racconteranno i dirigenti scolastici, chi non ha retto lo stop and go, l'apri e chiudi della classe, l'assenza di continuità e certezze. L'aver contratto, in alcuni casi, il Covid. Tra tutti questi ci sono molti studenti "capaci e meritevoli": sono precipitati nell'autostima e, a ricasco, sui voti.
L'Italia, dato fermo al 2019, viaggiava su una percentuale di abbandono scolastico del 13,5 per cento, in forte miglioramento nelle ultime stagioni, ma in ritardo sulla media europea (10 per cento). Il problema è che le 30-34 settimane di lockdown scolastico a variabilità regionale - ci sono primarie che in Campania hanno fatto 36 giorni di presenza in tutto - rischiano di rimandare indietro gli scolari e la scolarità italiana. Solo lungo il percorso degli ultimi cinque anni di superiori, d'altro canto, si sono persi in 160.000. Il tasso di dispersione, tenendo conto degli ultimi dati, arriva al 27 per cento. Si torna al livello di sette anni fa.
Denunciati 146 genitori - Città fragili come Gela, provincia di Caltanissetta, hanno soglie di dispersione del 40 per cento, un disastro: qui la pandemia ha inciso sulla sopravvivenza di alcune famiglie e la malavita è passata a reclutare i figli dei genitori senza speranza. A Vittoria, provincia di Ragusa, in due successivi controlli realizzati ad aprile i carabinieri del comando provinciale hanno denunciato 146 genitori che non mandavano i figli, iscritti in un istituto elementare, a scuola la mattina.
La questione dispersione negli ultimi sedici mesi si è affacciata, tuttavia, in una provincia ricca come quella di Parma. Campanini, dirigente del tecnico Bodoni, cerca disperato i diciannove studenti scomparsi (sui 700 dell'istituto). "Qualcuno è rientrato, questi sono usciti dai radar. Chi già faceva poco ha fatto ancora meno.
Chi non aveva motivazione per lo studio, ma comunque veniva in classe per vedere la ragazza o mettersi d'accordo per il calcetto, ora ha perso ogni stimolo. La dispersione nei professionali, già alta, è schizzata. Non ci sono colpe, c'è stata una pandemia". La desertificazione culturale va di pari passo con l'impoverimento economico. Non è l'unico motivo, ma nel secondo trimestre 2020 la quota di giovani di 15-29 anni che non studiava né lavorava (i neet cantati dai Cccp di Giovanni Lindo Ferretti) è salita al 23,9 per cento dal 21,2 di un anno prima. Il divario con il resto d'Europa è salito a 10 punti.
In Puglia, e qui i dati li ha raccolti la Uil, si sono persi undicimila ragazzi. Nel Lazio tra dicembre e gennaio si è superata quota venti per cento, sette punti in più della scorsa stagione. Rocco Pinneri, direttore dell'Ufficio scolastico regionale, dice: "Molti non prendono il diploma e cominciano a lavorare". Cristina Costarelli, lei dirigente del liceo scientifico Newton di Roma: "Crescono la depressione, l'ansia da prestazione, vediamo ragazzi che non trovano più il coraggio e la forza di andare a scuola".
All'istituto comprensivo Rosetta Rossi, Primavalle, frontiera della capitale, quattro bambini sono stati riportati sul banco. "Due alunni sono seguiti con didattica domiciliare", spiega il dirigente Flavio Di Silvestre, "e altri due, presi da fobia scolastica, vanno in Dad nei momenti di crisi". Sono duecento gli alunni in difficoltà in Italiano e Matematica, qui, e per quaranta bambini si è alzato lo sportello psicologico.
Cinque anni per il recupero - I presidi sono allarmati dalla perdita di competenze, la dispersione implicita. Gian Paolo Bustreo, alla guida dell'Istituto d'istruzione superiore Rolando da Piazzola a Piazzola sul Brenta (Padova), dice: "Sugli apprendimenti i segnali sono tendenti al rosso. Prevediamo un arretramento, il suo recupero è la vera sfida per noi".
In un lavoro sviluppato dall'Ufficio scolastico del Veneto, si attesta che la provincia con il tasso di dispersione più elevato è Rovigo. In Lombardia, Pavia e hinterland viaggiano sul 25 per cento. Si stima che, in assenza di interventi, la perdita di apprendimento equivarrà a 0,6 anni di scuola e aumenterà del 25 per cento la quota di bambini delle medie al di sotto del livello minimo di competenze. I testi del ministero già evidenziano un lavoro di recupero da fare per cinque anni di fila.
D'altro canto lo hanno detto gli stessi protagonisti, sempre a Save the children. Uno studente su tre oggi si sente più impreparato di quando andava a scuola in presenza e quattro su dieci dichiarano di aver avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare. Gli adolescenti dicono di sentirsi stanchi (31 per cento), incerti (17 per cento), preoccupati (17 per cento), irritabili (16 per cento), ansiosi (15 per cento), disorientati, apatici. Scoraggiati.
A proposito del rovinoso "apri e chiudi", Maria Rosaria Rosmarino, preside dell'Istituto comprensivo Borgonuovo di Sasso Marconi nella provincia di Bologna, dice: "Questi ragazzi si sono persi nel bosco, hanno trovato un albero per mettersi al riparo, ma quell'albero è stato tagliato". La Dad a singhiozzo, vera colpa del precedente esecutivo. Non sarà il Piano estate a ridare conoscenza organizzata ai nostri ragazzi. Ci si affida, piuttosto, al miliardo e mezzo di euro che il Recovery Fund porterà sul tema dispersione. Da qui al 2026.
Il professionale di Firenze - "Li abbiamo inseguiti anche su WhatsApp, ma tanti hanno scelto di andare a lavorare" - La pandemia ha messo a dura prova gli istituti professionali, solitamente più a rischio dispersione. Osvaldo Di Cuffa, preside dell'istituto Sassetti-Peruzzi di Firenze, un professionale per Servizi del turismo e socio-sanitari che nella sede centrale conta ottocento iscritti, durante il primo lockdown dello scorso anno aveva perso un centinaio di ragazzi, in maggioranza cinesi. Non si erano mai collegati per la didattica a distanza.
I loro professori hanno tenuto i contatti con ogni mezzo, anche We chat, l'app cinese, e WhatsApp. "Gli insegnanti hanno fatto di tutto pur di non perderli usando anche canali non istituzionali - osserva il dirigente scolastico - ma quest'anno, quando in parte si è potuti tornare in presenza, abbiamo avuto un altro fenomeno. Le famiglie non li mandavano in classe per paura del virus. Abbiamo consentito la Dad a tutti coloro che erano in difficoltà, e almeno cinquanta li abbiamo recuperati". Ma gli altri cinquanta hanno abbandonato, "quelli di 16 anni e più credo siano andati a lavorare".
E così il tasso di dispersione rispetto al periodo prepandemico è salito di un buon 30 per cento. "L'altro problema - spiega Di Cuffa - è quello delle competenze, nei professionali i ragazzi vanno continuamente stimolati e a distanza hanno sofferto di più, si sono sempre più demotivati. Hanno perso anche occasioni di laboratori e periodi di stage con le aziende che per loro sono fondamentali. Per le bocciature abbiamo modificato i criteri tenendo conto del contesto. A giugno e a settembre più che sulla socialità punteremo sulle lacune da colmare, sui contatti con il mondo del lavoro da riattivare, questa la nostra sfida".
Il comprensivo di Napoli - "Troppi banchi vuoti in asili ed elementari. Per alcuni eravamo un'ancora di salvezza" - "Hanno sottovalutato cosa significasse chiudere le scuole qui, era l'unica ancora di salvezza possibile per molti dei miei alunni", scuote la testa Colomba Punzo, dirigente dell'Istituto comprensivo Porchiano-Bordiga a Ponticelli, quartiere nella zona orientale di Napoli. Scuola di frontiera del "non uno di meno". Il bilancio dopo due anni di pandemia? Alle medie, su 227 iscritti, sono stati 60 i ragazzini "nuovi dispersi", quelli che se non ci fossero state chiusure e Dad non sarebbero finiti nel conto dei segnalati, "sono tornati o torneranno tra i banchi, ma hanno perso opportunità". Il dato più grave, perché prima erano quasi zero, è alla primaria: 34 alunni non rientrati in Dad e dispersi nel 2019-'20, 31 da segnalare quest'anno.
Alla materna, poi, su 150 iscritti dopo l'ultima chiusura ne sono rientrati 20. "Certo che li ritroveremo entro fine anno o a settembre - ragiona la preside -, ma questo fenomeno non si era mai visto. La vera emergenza è quel 40 per cento che non raggiunge le competenze minime, bambini e ragazzini che arrivano in quinta elementare o in terza media con un livello più basso rispetto agli obiettivi. Non sono in grado di capire un semplice testo, per esempio. Questa è la vera dispersione. Non è un problema quantitativo, ma qualitativo".
L'urgenza ora è colmare le lacune, aiutarli a recuperare e non solo sulle materie. "Le classi sono difficili da gestire, i ragazzi e i bambini sono disorientati, hanno fatto abuso di telefoni e play, sono fuori controllo dal punto di vista emotivo, hanno perso capacità di ascolto, concentrazione, relazione. Questo ci preoccupa ancora di più".
ll comprensivo di Bari - "Un errore proporre le lezioni on demand. E le famiglie fragili tengono i figli a casa" - "Incontro e parlo con le famiglie di chi non viene più a scuola, non abbiamo mai smesso di farlo soprattutto durante questo anno. E trovo madri sole, scoraggiate, che non credono più nel futuro, con il marito in carcere, situazioni complicate.
Una mamma mi ha raccontato che si sente come precipitata in un baratro, preferisce tenere il figlio a casa e non capisce che non può essere lui a portare questo peso. A volte ci restituiscono il pc che abbiamo dato loro: una resa. Al di là della macrodispersione, ci sono situazioni di fragilità e povertà peggiorate con la pandemia".
Il racconto è di Maria Veronico, preside dell'Istituto comprensivo Ceglie di Bari: sette plessi su quattro edifici e 620 alunni. La scuola in Puglia ha dovuto fare i conti con la libera scelta lasciata alle famiglie sulla frequenza dei figli, in classe o da casa. "È aumentata la confusione e in questo modo si è dato ai genitori più in difficoltà l'alibi per tagliare i ponti con la scuola".
Le troppe assenze sono state il campanello d'allarme in un istituto dove si tentano tutte le strade, "ma dello sportello psicologico quasi nessuno ne ha usufruito, quello che possiamo fare è poco rispetto a servizi integrati nel territorio perché oltre al lavoro sui bambini, sono le famiglie quelle da sostenere". È una lotta continua. "Dalle finestre della scuola vedevo un mio alunno giocare nel giardinetto di fronte invece di venire in classe, grazie ai servizi sociali è tornato. Ma ora non dobbiamo perderlo un'altra volta. Mi ha detto che lui voleva andare in un altro plesso con i suoi amici. Allora gli ho detto: fai il bravo e ti ci mando. Uno a uno, ce la faremo".
Il liceo di Modena - "Triplicati i disturbi alimentari e relazionali. Anche i più bravi oggi sono smarriti" - Giovanna Morini, preside del classico e linguistico Muratori-San Carlo, liceo storico di Modena, li chiama gli "inabissati". Ed è la loro progressione che preoccupa: gli studenti con difficoltà dovute a condizioni socio-economiche, all'ansia e a disturbi relazionali e alimentari erano 21 nel 2019, sono diventati 40 nel 2020 e 80 quest'anno. Triplicati. Certo, anche qui stiamo parlando di una minoranza rispetto ai 1.400 iscritti, ma dietro ai numeri, ricorda la preside, "ci sono sofferenze, volti, nomi".
La statistica serve alla scuola per intercettare chi ha gettato la spugna, per non perderlo, nemmeno i ragazzi ormai a un passo dal diploma "paralizzati" di fronte all'esame. "Quelli che fanno più male sono i bravi che senza più le certezze dei riti e dei ritmi della scuola in presenza sono stati aggrediti da personali insicurezze. Ora si chiedono: ma io chi sono, cosa posso fare nella vita?", osserva la vicaria Titti Di Marco. Eppure i device sono stati distribuiti - ben 70 pc e tablet, inattesa povertà in un liceo - sono state aumentate le ore dello Sportello di ascolto, i docenti hanno fatto un corso di Psicologia dell'emergenza.
"Ma che fatica e quanta sofferenza dovuta quest'anno soprattutto a questo accendere e spegnere i computer da casa - continua la dirigente -. Alla prima chiusura ricordo che li osservavo mentre passavano davanti alla presidenza, si salutavano dicendosi l'un con l'altro: presto ci rivediamo. Ma quando ci hanno di nuovo chiusi il 4 marzo quei saluti non c'erano più: l'ultimo giorno in presenza sono usciti alla chetichella, in silenzio. Questa immagine mi rimarrà per sempre".











