di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 giugno 2021
I ministeri della Giustizia e Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio dovranno fornire informazioni in relazione alle difficoltà registrate nell'applicazione concreta delle misure.
Come funziona nel dettaglio il meccanismo attuativo del ricovero nelle Rems? La Consulta prima di decidere su una ordinanza che ha sollevato questione di legittimità costituzionale sull'attuale assetto che di fatto esclude dal processo decisionale il Ministero della Giustizia, vuole vederci chiaro. La Corte ha così disposto che Via Arenula, il Ministero della Salute, la Conferenza delle Regioni e l'Ufficio parlamentare di bilancio forniscano una serie di informazioni sulle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (che hanno sostituito dal 2012 gli Ospedali psichiatrici giudiziari, OPG) in relazione alle difficoltà registrate nell'applicazione concreta delle misure di sicurezza nei confronti degli autori di reato infermi di mente e socialmente pericolosi.
Con l'ordinanza n. 131 (redattore Francesco Viganò), depositata oggi, dunque, si concedono alle Amministrazioni 90 giorni per fornire le informazioni richieste, raggruppate in 14 punti. L'intervento della Corte è stato sollecitato da un Gip del Tribunale di Tivoli, che aveva disposto il ricovero di un imputato in una residenza per l'esecuzione di una misura di sicurezza. A distanza di quasi un anno dal provvedimento, la misura era rimasta ineseguita a causa della carenza di posti disponibili nelle REMS della Regione Lazio.
Il giudice ha dunque sollevato questione di legittimità costituzionale della disciplina sulle REMS, che affida ai sistemi sanitari regionali una competenza esclusiva nella gestione delle misure di sicurezza privative della libertà personale disposte dal giudice penale. Secondo il giudice, questa disciplina, sollevando il ministro della Giustizia da ogni responsabilità in materia, contrasta in particolare con la sua competenza costituzionale in materia di "organizzazione e funzionamento dei servizi relativi alla giustizia", prevista dall'articolo 110 della Costituzione.
La Corte costituzionale ha dunque ritenuto necessario acquisire, ai fini della decisione, una serie di informazioni concernenti il funzionamento concreto del sistema. Nei 14 punti elencati nell'ordinanza si chiede, fra l'altro, di chiarire se esistano, allo stato, forme di coordinamento tra il ministero della Giustizia, il ministero della Salute, le ASL e i Dipartimenti di salute mentale volte ad assicurare la pronta ed effettiva esecuzione, su scala regionale o nazionale, dei ricoveri nelle REMS; se sia prevista la possibilità dell'esercizio di poteri sostitutivi del Governo nel caso di riscontrata incapacità di assicurare la tempestiva esecuzione di tali provvedimenti nel territorio di specifiche Regioni e se le difficoltà riscontrate siano dovute a ostacoli applicativi, all'inadeguatezza delle risorse finanziarie o ad altre ragioni.
Ma anche quante e quali siano, attualmente, le residenze attive sul territorio di ciascuna Regione e quanti pazienti siano effettivamente ospitati in ciascuna di esse. Quanti pazienti provenienti da Regioni diverse siano ospitati attualmente nelle REMS di ciascuna Regione, e come sia regolamentato il meccanismo di deroga al principio di territorialità dell'esecuzione della misura. Quante persone risultino attualmente collocate, in ciascuna Regione, nelle liste d'attesa e quanto sia il tempo medio di permanenza in tali liste. Quante siano, su scala nazionale, le persone destinatarie di un provvedimento di assegnazione a una REMS ancora non eseguito, adottato in via definitiva o provvisoria dal giudice.
Ma anche quali siano, ovvero siano stati nel caso di persone definitivamente prosciolte per infermità di mente, i titoli di reato contestati. Quante di tali persone risultino allo stato collocate in una struttura penitenziaria sulla base di ordinanze di custodia cautelare, ovvero in reparti ospedalieri di medicina psichiatrica sulla base di ordinanze di custodia cautelare in luogo di cura, o ancora siano sottoposte medio tempore alla misura di sicurezza della libertà vigilata, come nel caso oggetto del giudizio a quo.
E ancora: quali siano le principali difficoltà di funzionamento dei luoghi di cura per la salute mentale esterni alle REMS per gli imputati e le persone prosciolte in via definitiva che siano risultati affetti da infermità mentale; quali specifiche competenze esercitino, in particolare, il ministro della Giustizia e il ministro della Salute rispetto a tale obiettivo; se il ricovero nelle REMS, ove disposto dal giudice, nonché gli altri trattamenti per la salute mentale disposti sulla base di un provvedimento di libertà vigilata rientrino nei livelli essenziali di assistenza (LEA) che le Regioni sono tenute a garantire; se sia attualmente effettuato dal Governo uno specifico monitoraggio sulla tempestiva esecuzione dei provvedimenti di applicazione delle misure di sicurezza in esame. E infine se siano allo studio progetti di riforma legislativa, regolamentare od organizzativa per alle predette difficoltà e rendere complessivamente più efficiente il sistema.
di Frank Cimini
Il Riformista, 25 giugno 2021
Dopo il sequestro dell'archivio storico di Paolo Persichetti dove tra l'altro ci sono le carte per un nuovo libro sul caso Moro sembra esserci un gioco delle parti tra il Tribunale del Riesame e la procura. A fronte dell'istanza di dissequestro presentata dall'avvocato Francesco Romeo i giudici non hanno fissato la data dell'udienza perché la procura di Roma non ha depositato atti a supporto del sequestro e delle accuse di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento di latitanti, reati per i quali Persichetti appare come l'unico indagato.
Insomma chi indaga e chi dovrebbe controllare il lavoro degli inquirenti prendono tempo senza che Persichetti possa avere la possibilità non solo di ribattere alle accuse ma di cercare di riavere a disposizione il principale strumento del suo lavoro di storico. Il procuratore Michele Prestipino, la cui nomina è stata considerata irregolare dal Tribunale amministrativo regionale e dal Consiglio di Stato, e il sostituto Eugenio Albamonte ex presidente dell'Associazione nazionale magistrati hanno scelto la linea del silenzio, di mantenere le carte coperte puntando sul disinteresse quasi generale per la vicenda appena scalfito a quanto pare dall'appello con 500 firme a tutela della ricerca storica indipendente.
Insomma nulla è possibile sapere di questa fantomatica associazione sovversiva che opererebbe secondo le motivazioni scritte nel decreto di perquisizione da almeno sei anni, divulgando molto presunti atti segreti prodotti e/o elaborati dalla commissione parlamentare di inchiesta sul caso Moro. Una commissione che non è stata ricostituita in questa legislatura ma che continua a pendere con una spada di Damocle sulla vita politica e giudiziaria del paese, nonostante le sue teorie dietrologiche e complottarde non abbiano trovato alcun riscontro, a cominciare dalle tonnellate di atti processuali dove persino "pentiti" e "dissociati" affermino che dietro le Brigate Rosse c'erano solo le Brigate Rosse e non pezzi di servizi segreti di mezzo mondo.
Persichetti con la sua attività e i suoi libri ha contribuito enormemente a confutare i dietrologi che però continuano a riscuotere le simpatie delle alte cariche dello Stato perché il più attivo a dire che bisogna ancora cercare "la verità" è il presidente della Repubblica il quale come capo supremo del Csm avrebbe ben diverse e altre trame di cui occuparsi.
A iniziare dalla famosa loggia Ungheria di cui i giornali hanno smesso praticamente di scrivere. La sensazione è che la magistratura e la politica in questo unite nella lotta abbiano un interesse spasmodico a convincere della caratteristica ancora "calda" dell'argomento anni '70, con l'attenzione rivolta soprattutto a Parigi chiamata a decidere sull'estradizione di nove rifugiati, "la banda dei nonni" per fatti di 40 anni fa. Anzi 50 considerando che ieri nella capitale francese c'è stata l'udienza per Giorgio Pietrostefani, condannato per il delitto Calabresi, 17 maggio 1972.
di Manuela Catellani
reggionline.com, 25 giugno 2021
Oggi il carcere di Reggio è Covid Free, ma a febbraio, quando la variante inglese ha superato le mura della casa circondariale, la situazione era diventata critica. Il focolaio è arrivato a contare fino a 217 positivi sui 330 detenuti. In 17 sono stati ricoverati in ospedale, due in terapia intensiva. Gli altri sono stati gestiti all'interno della struttura. Per questo la celebrazione del 204° anniversario della fondazione del corpo di Polizia penitenziaria quest'anno ha assunto un significato importante. "Festa densa di significato - le parole di Lucia Monastero, direttrice del carcere reggiano - Abbiamo superato un periodo di grande criticità che ci aveva investito". Secondo la direttrice Monastero oggi non ci sono problemi di organico: "In questo momento non parliamo di sovraffollamento perché in quei mesi sono state bloccate le assegnazioni agli ingressi. Adesso la popolazione sta tornando a crescere, ma siamo ancora a un livello numerico adeguato".
Il sindacato Sappe denuncia però le gravi carenze del personale, già provato dalla gestione della pandemia. "L'organico prevede 240 agenti, a oggi siamo 175 - dice il segretario provinciale Michele Malorni - A luglio terminerà il corso di formazione, è assolutamente necessario che il ministero della giustizia assegni a Reggio nuove unità".
ansa.it, 25 giugno 2021
Progetto nazionale, in scena Arcipelaghi di Maria Giacobbe. Venti detenuti, quattro nazionalità di provenienza (Algeria, Italia, Nigeria, Venezuela), due laboratori. E poi tutti sul palco, mercoledì 30 giugno al carcere di Uta, per mettere in scena "Arcipelaghi", tratto dal romanzo della scrittrice nuorese Maria Giacobbe.
Dietro, un anno di prove in cui, divisi per classi, hanno seguito con grande attenzione e disciplina i corsi organizzati e tenuti dal Cada Die Teatro. "È un momento che sia noi che i ragazzi aspettavamo da tanto - spiega l'attore Pierpaolo Piludu, ideatore del progetto assieme ad Alessandro Mascia - Sarebbero dovuti andare in scena l'anno scorso, ma per i noti motivi legati alla pandemia abbiamo dovuto posticipare. Si sono preparati con dedizione, hanno studiato durante i laboratori, ma anche da soli, quando poi tornavano nelle loro celle".
L'idea messa a punto dai due artisti del Cada Die è parte del programma nazionale "Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere con la cultura e la bellezza" (terza edizione), promosso da Acri (Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio) e sostenuto da 10 Fondazioni bancarie, tra cui la Fondazione di Sardegna. Approfittando di uno spazio musicale e di una piccola falegnameria a disposizione dei detenuti sono nati anche due laboratori: uno col percussionista Giorgio Del Rio e l'altro di scenografia con Marilena Pittiu.
"Questa bellissima e terribile storia è una riflessione profonda sia sui temi della violenza, della vendetta e della pena, che sulle debolezze e difficoltà che possono spingere qualsiasi essere umano a compiere azioni delittuose. È un invito a metterci nei panni di tutti i protagonisti della storia facendoci riflettere sul dolore che ogni nostro comportamento può determinare in altri esseri umani", ha spiegato Piludu. Anche il direttore dell'istituto di Uta, Marco Porcu appoggia il progetto: "Al termine di un lungo periodo reso difficile dalle inevitabili restrizioni in tutti gli Istituti Penitenziari derivanti dal Covid, esprimo grande soddisfazione e gratitudine per la realizzazione dello spettacolo. Il laboratorio teatrale è sempre accolto con entusiasmo dai ristretti".
L'Eco di Bergamo, 25 giugno 2021
Un nuovo progetto di formazione, riabilitazione e reinserimento sociale nel carcere. Ha preso il via un importante progetto rivolto a favorire il reinserimento sociale dei detenuti e delle detenute di Bergamo che vede la collaborazione di Comune di Bergamo - Ambito Territoriale di Bergamo, Casa Circondariale di Bergamo Don Fausto Resmini, ABF - Azienda Bergamasca Formazione, Confindustria Bergamo e Soroptimist International Bergamo nel sostenere percorsi formativi innovativi centrati sul valore sociale del lavoro.
In particolare, si tratta di un percorso formativo in confezione tessile suddiviso in un corso base, previsto tra giugno e luglio, e in uno avanzato da tenersi nell'autunno 2021. Il primo, già in corso, è rivolto a circa 10 detenuti presso la sede di ABF, e a 8/10 detenute impegnate nel nuovo laboratorio di confezione in corso di allestimento nel carcere, grazie al sostegno di Soroptimist.
Tre gli obiettivi del percorso: l'acquisizione di competenze in previsione di un potenziale avvicinamento dei detenuti al mondo del lavoro, una volta scontata la pena; la possibilità di ricevere piccole commesse e lavorarle in carcere, grazie all'allestimento intra moenia del laboratorio di confezione tessile; la necessità di dare un senso alla pena attraverso la rieducazione e il successivo reinserimento nella società.
Ricordiamo che in Italia circa il 70% delle persone che escono dal carcere a pena espiata recidivano contro il 19% delle persone che espiano la pena in misura alternativa al carcere.
"Il lavoro rappresenta un mezzo di risocializzazione e una fonte di sostegno di grande importanza, oltre che uno strumento di riabilitazione per coloro che sono sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria che si dimostra fondamentale per scongiurare la recidiva - dichiara l'assessora alle Politiche sociali Marcella Messina.
La cultura al lavoro è una leva fondamentale per il percorso di riabilitazione e va sostenuta con iniziative come questa che, in più, affermano e consolidano un modello di intervento integrato e multidisciplinare per l'inclusione sociale e lavorativa in cui diversi soggetti territoriali concorrono nel proporre un'offerta di servizi sinergici".
"Il lavoro è veicolo di risocializzazione, di salvaguardia della propria dignità ed è un elemento che consente realmente all'autore di reato di poter scegliere la strada della legalità - afferma la direttrice del Carcere di Bergamo Don Fausto Resmini Teresa Mazzotta. Il principio espresso dall'art. 27, comma 3, della Costituzione fa emergere l'esigenza di concentrare gli sforzi su un'azione di rete tra l'istituzione penitenziaria, il territorio e la magistratura di sorveglianza per il reinserimento della persona privata della libertà personale nella società.
Per questo è indispensabile la mobilitazione congiunta e, ancor prima, destare l'interesse dell'opinione pubblica". "La promozione di percorsi formativi efficaci che favoriscono l'avvicinamento al mondo del lavoro attraverso l'acquisizione di competenze certificate da Regione Lombardia rappresenta una grande opportunità non solo per le persone coinvolte, ma per l'intero sistema territoriale" "aggiunge Erminio Salcuni, direttore di ABF
Il Soroptimist International Club Bergamo continua a sostenere la Casa Circondariale di Bergamo dopo l'esperienza vissuta nel 2019 con l'allestimento del laboratorio Hair Stylist dove si è tenuto un corso per parrucchiera che riprenderà il prossimo settembre. "Aderendo a questo progetto, il Club ha assunto l'impegno di attrezzare il neonato laboratorio di cucito con l'acquisto delle attrezzature per 7 postazioni di cucito più due da stiro e tutti gli accessori necessari. Confartigianato Imprese Bergamo ha espresso l'intenzione di contribuire all'acquisto degli accessori mentre la socia del Club Bergamo Fernanda Maggioni (Azienda Agatex) ha donato 4 rulli di tessuto per camicie e del filo da cucire in diversi colori - racconta la presidente del Soroptimist International Club Bergamo Ivana Suardi -. La Mission della nostra Associazione prevede il sostegno alle donne fragili e in questo caso anche agli uomini ristretti. Tutto questo rientra nel progetto nazionale "Si sostiene in Carcere" che ha coinvolto dal 2019 più di cinquanta Club Italiani".
"Grazie a un'azione corale - sottolinea Chiara Ferraris, presidente del Gruppo Tessili e Moda di Confindustria Bergamo - è stato possibile mettere a punto una proposta di grande serietà, fortemente condivisa da tutti i soggetti in campo, che mette al centro il lavoro e il suo significato sociale. Abbiamo dato il nostro apporto a questo progetto fin dalle primissime fasi, sia in termini di competenze, sia favorendo la donazione dei materiali da parte delle nostre aziende. L'obiettivo è ora dare sempre più corpo a questa esperienza, favorendo concrete opportunità di reinserimento".
di Liana Milella
La Repubblica, 25 giugno 2021
Il presidente emerito della Corte costituzionale: "Il provvedimento è migliorabile, anche se riempie un vuoto rispetto alla Costituzione. Ora il dibattito in Parlamento sarà inasprito e non mi sembra proprio ce ne fosse bisogno".
Professor Flick ha letto la nota del segretario di Stato Vaticano Parolin? La giudica come una marcia indietro?
"Non userei quest'espressione a proposito del rapporto tra due entità sovrane come lo Stato italiano e la Chiesa cattolica...".
E perché? A leggerla pare proprio una lettera di scuse...
"Ho difficoltà, non essendo né un diplomatico, né un esperto di relazioni internazionali, a qualificare quel documento in questo modo. Certamente segnala una volontà di superare il contrasto che si è creato. E ciò è positivo. Rimane però la perplessità di fronte a un'iniziativa di intervento nei lavori parlamentari e nella loro sovranità attraverso suggerimenti e un'anticipazione di preoccupazioni come quelli contenuti nella nota verbale".
Sarà una reazione alla ferma risposta del premier Draghi che ha ribadito non solo la laicità dello Stato italiano, ma anche la piena libertà di legiferare del nostro Parlamento...
"Rimane comunque, al di là della buona volontà del gesto del segretario di Stato, e della bontà di alcune sue osservazioni nel merito, la forte perplessità di fronte a un'iniziativa di questo genere. In sostanza, qualsiasi parlamentare, studioso, cittadino, poteva e può esprimere le sue critiche e le sue valutazioni politiche. Ma non mi pare che le possa invece allo stesso modo esprimere un'entità sovrana nel dialogo ufficiale con una sua pari".
In realtà, mentre si scusa, Parolin insiste e dice addirittura che nell'iter della legge non è stata affrontata la relazione con il Vaticano cui l'Italia è legata dal Concordato. È un ulteriore rimprovero alle nostre Camere?
"Come cittadino italiano, come cattolico, e come studioso di diritto costituzionale devo dire che qui il Concordato non c'entra. Ci vedo piuttosto un messaggio politico sulla cui opportunità non spetta a me pronunziarmi. Rilevo solo che un primo effetto di questo intervento è stata la spinta all'accelerazione per portare subito la legge Zan in aula al Senato".
Il presidente Fico dice che le Camere non possono accettare "ingerenze". Secondo lei dopo questo plateale intervento del Vaticano il dibattito in Parlamento sarà libero o sarà pesantemente condizionato?
"Non drammatizziamo. Ma certamente sarà ulteriormente inasprito, e non mi sembra proprio che ce ne fosse bisogno".
Nel testo della legge Zan lei vede le ragioni, citate dal Vaticano, che possono spiegare questa levata di scudi?
"Non entro nel merito dei contenuti. Ma da esperto di diritto penale rilevo che il primo requisito di una legge è la chiarezza e la comprensibilità. L'aver affiancato al concetto del sesso biologico altre tre categorie (il genere, l'identità di genere, l'orientamento sessuale) rende difficilmente comprensibile il significato del sesso come ostacolo all'eguaglianza".
Sta dicendo che anche lei critica la legge Zan?
"Certo. L'ho criticata e tuttora la critico, pur ribadendo la necessità e il valore di essa nel riempire un vuoto rispetto all'articolo 3 della Costituzione. Lo faccio perché questa legge dovrebbe limitarsi a proporre il sesso in ogni sua espressione e manifestazione al pari della religione e della razza, che non sono certo frammentate in tanti pezzi quando la Costituzione li richiama".
Perché se lei boccia la legge Zan, nello stesso tempo, è contro l'intervento della Chiesa?
"Perché, le ripeto, io come cittadino italiano posso e ho il diritto e forse anche il dovere di esprimere una mia valutazione politica. Ma la Santa sede non lo può fare".
Loro però dicono che era una nota diplomatica non destinata a diventare pubblica.
"Peggio ancora. Io preferisco la trasparenza e la pubblicità dei lavori parlamentari".
Resta il fatto che lei, in più di un'occasione, ha criticato questa legge proprio come adesso fa la Chiesa. Loro, come dicono, perché temono di non poter svolgere la loro missione. Ma lei?
"Per il rispetto di alcune regole fondamentali del diritto penale e costituzionale, prima fra tutte la chiarezza e la comprensibilità del comando contenuto nella legge".
Scusi, ma la legge è chiarissima, si limita ad estendere le norme della Mancino.
"Non è così, lo farebbe se richiamasse il sesso negli stessi termini efficaci e onnicomprensivi con cui la Mancino definisce la razza e la religione affidando al giudice l'interpretazione del concetto. Invece la Zan moltiplica gli elementi del reato con una terminologia difficilmente comprensibile o non conosciuta. Ma non basta".
Cos'altro non le va a genio?
"Il fatto che venga sostituita una garanzia costituzionale e consolidata per cui la manifestazione del pensiero in quanto tale è e dev'essere libera, con una garanzia prevista da una legge ordinaria come la Zan. Quest'ultima può essere cambiata in qualsiasi momento a differenza di quella costituzionale che sarebbe ben più difficile modificare".
Se il Vaticano le chiedesse di far parte di una commissione mista per lavorare su questi temi lei accetterebbe?
"Io non mi occupo mai di ciò che potrà capitare in futuro".
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 25 giugno 2021
Il cardinale Pietro Parolin: "Concordo con Draghi, lo Stato italiano è laico. Se il Papa era stato informato? Lo facciamo sempre". "Mario Draghi non poteva che dire quanto ha detto in Parlamento. Sa che il Vaticano vuole una mediazione, e credo sia la stessa intenzione del governo...". Il messaggio che arriva dai vertici della Santa Sede è di chi ritiene di avere compiuto una mossa obbligata, e di avere ricevuto una risposta. E adesso si prepara a una trattativa lunga e difficile, avendo di fronte non Palazzo Chigi ma un Parlamento percorso da fremiti ideologici che al momento sembrano non dare spazio al dialogo; e soprattutto mostrano uno schieramento che va dal M5S al Pd, aggrappato in apparenza alla bandiera della legge Zan sull'omofobia così com'è, quasi fosse una sorta di confine invalicabile tra progresso e reazione.
L'imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche - L'ostacolo più serio sono "le due tifoserie che si combattono a colpi di ideologia", impedendo qualunque passo avanti. Il primo effetto è che si incrina la collaborazione stretta, perfino la subalternità della Chiesa cattolica allo Stato italiano nei mesi della pandemia. E la paura è che questo faccia riemergere un fronte ostile al Concordato. Il paradosso politico è che a difendere il Vaticano sono Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia: partiti considerati non in sintonia con l'attuale pontificato su temi dirimenti come l'immigrazione, il sovranismo, e il modo di intendere l'identità e i valori cristiani. L'imbarazzo delle gerarchie ecclesiastiche è palpabile. Da leader come Matteo Salvini "ci divide un alfabeto culturale diverso", spiega un alto prelato. Il problema è che il lessico della Santa Sede fatica a fare breccia nell'intero arco politico.
La pressione dei vescovi - Colpisce la mancanza di partiti considerati sponde affidabili. "Al massimo ci sono individui in grado di dare voce alle nostre ragioni", si spiega. "Ma sono troppi e insieme troppo deboli". Trasuda l'irritazione nei riguardi del vertice del Pd, oscillante tra aperture e chiusure: viene ritenuto condizionato dalla componente ex comunista e vittima di una "deriva radicale". Quanto al grillismo, l'atteggiamento è stato sempre di profonda diffidenza: sebbene sia emersa a intermittenza la tentazione di utilizzare esponenti che ricoprono ruoli istituzionali.
Ma la questione è drammatizzata dalle divisioni che attraversano lo stesso mondo cattolico. Intorno alla nota ufficiale consegnata il 17 giugno all'ambasciatore italiano presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, fioriscono le voci più curiose: indiscrezioni che segnalano confusione e tensioni nelle gerarchie ecclesiastiche. Ma il fatto che sia stata la Santa Sede a compiere il passo ribadisce un principio: è il Vaticano come Stato a chiedere il rispetto del Concordato con l'Italia. I vescovi hanno un ruolo diverso: anche se la pressione è arrivata da lì. Il modo in cui ieri il cardinale Pietro Parolin, "primo ministro" di Francesco, ha rivendicato con Vatican News l'iniziativa, conferma la divisione dei compiti con una Cei accusata di eccessiva timidezza.
Il disagio - L'idea di un Papa defilato, quasi neutrale, è goffa e strumentale; e riceve smentite a tutto tondo. "Il principio è che di tutto quello che si fa si informano sempre i superiori", ha detto Parolin. E a ribadire al Messaggero la sintonia sull'iniziativa tra Francesco e il segretario di Stato è anche Giovanbattista Re, decano del Collegio cardinalizio. L'obiettivo primario è disarmare chi parla di ingerenza: si vedrà con quale esito. Parolin afferma di concordare "pienamente con il presidente Draghi sulla laicità dello Stato e sulla sovranità del Parlamento italiano. Per questo si è scelto lo strumento della Nota verbale, che è il mezzo proprio del dialogo nelle relazioni internazionali". Aggiunge che si trattava di "un documento interno, scambiato tra amministrazioni governative per via diplomatica". Sono toni difensivi che tradiscono un disagio. Cercano di giustificare una mossa che, sebbene definita un "mezzo proprio", rimarca l'assenza di dialogo tra le due sponde del Tevere e la preoccupazione per il testo del deputato del Pd, Alessandro Zan, in discussione in Parlamento.
Il timore per la magistratura - Difensivo è anche il modo in cui Parolin assicura di non voler chiedere "in alcun modo di bloccare la legge"; e di essere "contro qualsiasi atteggiamento o gesto di intolleranza o di odio verso le persone a motivo del loro orientamento sessuale". Il tema, semmai, è come la legge può essere interpretata, con il rischio di "spostare al momento giudiziario la definizione di ciò che è reato e ciò che non lo è". Traduzione: il Vaticano teme che la magistratura possa usare la legge contro i sacerdoti, e "rendere punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna". Per questo si chiede che venga cambiata in alcuni punti "prima che sia troppo tardi" e si imputi alla Santa Sede "un colpevole silenzio".
Da chi? Evidentemente, dall'interno dello stesso mondo cattolico. La parolina magica è "modulazione". Ma trasferirla in un testo che radicalizza e agita il Parlamento non sarà facile: a meno che alla fine il governo o qualcun altro, con gradualità e cautela, abbandoni la sua "terzietà" e offra un consiglio per uscire da una situazione al momento senza sbocchi.
coe.int, 25 giugno 2021
Il Comitato per la prevenzione della tortura (CPT) del Consiglio d'Europa, in un nuovo rapporto sulla sua visita periodica in Francia a dicembre 2019, ha espresso grande preoccupazione per le condizioni materiali di detenzione nelle strutture di polizia, il sovraffollamento delle carceri, le condizioni in cui i detenuti vengono trasferiti e curati in ospedale e la mancanza di posti letto psichiatrici per le persone in cura senza il loro consenso.
Per quanto riguarda le strutture di polizia, sebbene la maggior parte di quelle interpellate non abbia segnalato alcun maltrattamento fisico, diverse persone hanno dichiarato di essere state deliberatamente colpite durante l'arresto o nelle sedi della polizia. Sono state segnalate inoltre accuse di insulti, anche di natura razzista e omofoba, nonché manacce con armi. Il CPT raccomanda di ricordare che l'uso della forza deve essere strettamente necessario e che occorre prendere delle misure per potenziare la lotta contro l'impunità. In generale, il CPT ha espresso grande preoccupazione per le condizioni materiali di detenzione in alcuni commissariati di polizia visitati.
In relazione alle carceri, dal 1991 il CPT constata un sovraffollamento, con tassi di occupazione superiori al 200% in alcuni istituti. Al momento della visita, quasi 1.500 detenuti dormivano su materassi posati a terra. Il CPT chiede alle autorità francesi di prendere misure urgenti per assicurare che ogni detenuto disponga di un letto e di almeno 4 m² di spazio vitale in una cella collettiva, di adottare una strategia per ridurre la popolazione nelle carceri e di prevenire la violenza tra i detenuti.
In ambito psichiatrico, il CPT ha visitato il Centro ospedaliero di Cadillac dove la maggior parte dei pazienti ascoltati dalla delegazione riteneva di ricevere un trattamento corretto da parte del personale sanitario, nonostante la percezione di una mancanza di tempo e disponibilità. Un ridotto numero di pazienti si è tuttavia lamentato per l'utilizzo di un linguaggio offensivo, nonché un uso eccessivo della forza, soprattutto durante l'applicazione di misure di contenzione o isolamento per la gestione dei pazienti in stato di agitazione.
redattoresociale.it, 25 giugno 2021
Libro Bianco sulle droghe. Nuova edizione dello studio promosso da La Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali. Il 35% dei detenuti è in carcere per la legge sulle droghe e quasi il 40% di chi entra usa droghe, "dato ai massimi storici dalla Fini-Giovanardi".
Presentata ieri mattina la nuova edizione del Libro Bianco sulle droghe, il rapporto indipendente sugli effetti e i danni del Testo Unico sulle sostanze stupefacenti. Giunto alla dodicesima edizione, il Libro Bianco è promosso da La Società della Ragione insieme a Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali con l'adesione di A Buon Diritto, Comunità di San Benedetto al Porto, Funzione Pubblica Cgil, Gruppo Abele, Itardd e Itanpud.
Ogni anno viene presentato in occasione del 26 giugno, nell'ambito della campagna internazionale di mobilitazione Support! don't Punish. Il rapporto oltre a contenere i dati (2020) relativi agli effetti della war on drugs sul sistema penale e penitenziario italiano presenta una serie di riflessioni sul sistema internazionale di controllo delle droghe, a 60 anni dalla firma della prima convenzione Unica sugli stupefacenti, e sulla Conferenza nazionale sulle tossicodipendenze mai convocata da 12 anni. Inoltre come ogni edizione contiene riflessioni e approfondimenti sul sistema dei servizi, sulla riduzione del danno e sulle prospettive di riforma delle politiche sulle droghe a livello nazionale ed internazionale.
Quest'anno il Libro Bianco pone grande attenzione all'anniversario dei 60 anni dalla firma della convenzione unica sulle droghe del 1961. "Il 30 marzo 1961 a New York infatti gli Stati, firmando la Convenzione Unica sugli stupefacenti, si diedero fra gli altri l'obiettivo di eliminare le produzioni illegali di oppio entro il 1984 e quelle di cannabis e coca entro il 1989 - ricordano i promotori del Rapporto -. 37 anni dopo, nel 1998, di fronte al fallimento se ne diedero un altro: un mondo senza droghe entro 10 anni. Nel frattempo, l'uso di sostanze illegali è aumentato a velocità doppia rispetto alla popolazione mondiale e produzione e narcotraffico sono completamente fuori controllo. 60 anni di politiche proibizioniste non hanno avuto alcun effetto sui mercati illegali e sugli usi personali, mentre la 'War on Drugs' ha provocato più danni di quelli delle sostanze stesse, sia in termini sanitari che sociali, ambientali ed economici".
Nella prima parte del Libro Bianco si ricostruiscono le motivazioni geopolitiche alla base delle convenzioni e la loro evoluzione, affrontando infine il difficile problema della loro riformabilità. "Le ricadute di stigmatizzazione su milioni di giovani, l'ingolfamento del sistema giudiziario e le incarcerazioni di massa con l'esplosione delle prigioni finalmente hanno costretto a rettifiche di giudizio sulla war on drugs, con l'apertura di una interpretazione flessibile delle convenzioni".
Secondo il Libro Bianco, "dopo 60 anni di war on drugs e 31 di applicazione del Testo Unico sulle droghe Jervolino-Vassalli, i devastanti effetti penali (dell'art. 73 in particolare) sono sotto gli occhi di tutti. La legge sulle droghe continua a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia italiana e nelle carceri".
Dunque, "la legislazione sulle droghe e l'uso che ne viene fatto sono decisivi nella determinazione dei saldi della repressione penale: la decarcerizzazione passa attraverso la decriminalizzazione delle condotte legate alla circolazione delle sostanze stupefacenti così come le politiche di tolleranza zero e di controllo sociale coattivo si fondano sulla loro criminalizzazione. Basti pensare che in assenza di detenuti per art. 73. o di quelli dichiarati tossicodipendenti, non vi sarebbe il problema del sovraffollamento carcerario, come indicato dalle simulazioni prodotte. Dopo 31 anni di applicazione non possiamo più considerare questi come effetti collaterali della legislazione antidroga, ma come effetti evidentemente voluti".
Oltre il 30% dei detenuti entra in carcere per spaccio di droghe: 10.852 dei 35.280 ingressi in carcere nel 2020, infatti, sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico (sostanzialmente per detenzione a fini di spaccio). Si tratta del 30,8% degli ingressi in carcere. Seppur diminuiti in numeri assoluti (gli ingressi in carcere, in calo dal 2018, sono scesi nell'ultimo anno di 10.921 unità (-23,6%). Gli ingressi ex art. 73 (Produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope) hanno fatto registrare una diminuzione di 2.825 unità, pari al -20,7%. In calo anche gli ingressi di soggetti tossicodipendenti, da 16.842 a 14.092: un calo nominale di 2.750, pari al -16,3%), effetto evidente del lockdown, sono oramai lontani gli effetti della sentenza Torreggiani della CEDU e dell'adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta.
Il 35% dei detenuti è in carcere per la legge sulle droghe: sui 53.364 detenuti presenti in carcere al 31 dicembre 2020 ben 12.143 lo erano a causa del solo art. 73 del Testo unico. Altri 5.616 in associazione con l'art. 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), solo 938 esclusivamente per l'art. 74.
Secondo i dati riportati dal Libro Bianco, restano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti "tossicodipendenti": lo sono il 38,60% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31/12/2020 erano presenti nelle carceri italiane 14.148 detenuti "certificati", il 26,5% del totale. "Questa presenza, che resta ai livelli della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), è alimentata dal continuo ingresso in carcere di persone 'tossicodipendenti', in aumento costante da oltre 5 anni", si afferma.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Ad Ankara 3,5 miliardi per un nuovo accordo. 2,2 a Giordania e Libano. È bastata una manciata di minuti, dieci per la precisione, ai leader europei per approvare le parti riguardanti l'immigrazione del documento che oggi chiuderà a Bruxelles il Consiglio europeo. Tutti si sono detti d'accordo nell'intervenire nei Paesi di origine e di transito per cercare di arginare i flussi di quanti cercano di arrivare in Europa e per questo è stato data mandato alla Commissione europea di mettere a punto un piano di interventi finanziari da presentare entro il prossimo mese di novembre. È il via libera a quella che a Bruxelles chiamano la dimensione esterna dell'immigrazione.
Erano tre anni, dal mese di giugno del 2018, che un vertice dei capi di Stato e di governo non discuteva di immigrazione. Eppure, nonostante le pressioni fatte nelle scorse settimane da Mario Draghi, ieri l'argomento è stato affrontato e liquidato in tutta fretta, velocità facilitata dal fatto che gli argomenti più spinosi, ma anche più importanti per i Paesi come l'Italia che affacciano sul Mediterraneo come il ricollocamento dei migranti tra gli Stati membri, non sono stati neanche sfiorati, tanto da non figurare neppure nel documento finale.
Bruxelles punta dunque a intensificare i partenariati e le cooperazioni: "L'approccio sarà pragmatico, flessibile e su misura", è scritto nel documento preparato dal presidente Charles Michel, e per questo i 27 invitano la Commissione "a fare il miglior uso possibile" di almeno il 10% del fondo Ndici, lo strumento di vicinato, cooperazione allo sviluppo e cooperazione internazionale. Si tratta di 8 miliardi di euro da distribuire tra i Paesi maggiormente coinvolti dal passaggio dei flussi. Infine il Consiglio ha "condannato e respinto ogni tentativo di Paesi terzi di strumentalizzare i migrati a fini politici".
Si tratta di un riferimento rivolto soprattutto alla Turchia, ma è chiaro che Bruxelles punta a riallacciare un dialogo con Ankara dopo le tensioni dei mesi scorsi per arrivare a una riedizione dell'accordo siglato nel 2016 (cifre ufficiali ancora non se ne fanno ma ci sarebbero 3,5 miliardi di euro già pronti). Senza perdere molto tempo, perché l'annunciato ritiro delle truppe Nato e Usa dall'Afghanistan, e la conseguente riconquista del Paese da parte dei talebani, rischia di intensificare nuove partenze che, senza la collaborazione della Turchia, finirebbero col riversarsi sulla rotta balcanica fino a raggiungere il cuore dell'Europa. E finanziamenti per 2,2 miliardi di euro sarebbero già stati stanziati per Giordania e Libano, due tra i Paesi che ospitano il maggior numero di rifugiati siriani.
Diverso il discorso per la Libia. La possibilità di arrivare con Tripoli a un accordo simile a quello raggiunto con la Turchia è resa difficile, se non impossibile, dalla poca affidabilità dell'attuale governo e dalla presenza nel Paese di soldati e mercenari stranieri. La speranza è che le elezioni previste a dicembre possano cambiare la situazione favorendo una maggiore stabilizzazione del Paese nordafricano magari, come auspicato da Draghi, sotto l'egida delle Nazioni unite. Nel frattempo è probabile che si continuerà con i finanziamenti dell'Italia alla cosiddetta Guardia costiera libica.
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