redattoresociale.it, 18 maggio 2021
All'Uepe di Milano registrato un maggior numero di revoche per "andamento negativo" dell'affidamento, per "commissione di altri reati" e per "irreperibilità" del detenuto. Hanno pesato l'inadeguatezza degli strumenti digitali e gli spazi di vita ridotti in cui vivono le persone seguite.
La pandemia potrebbe aver influito anche sul buon esisto dell'applicazione delle pene alternative al carcere. L'Ufficio esecuzione penale esterna (Uepe) di Milano ha infatti registrato nel 2020 un incremento delle revoche degli affidamenti, ossia di casi in cui viene sospesa la concessione delle misure alternative.
È quanto emerso durante la seduta della sottocommissione carceri del Consiglio comunale. Nel 2019 l'Uepe di Milano ha seguito 3647 affidamenti. Le revoche sono state pari al 2,1% per "andamento negativo" (per esempio quando il tossicodipendente smette si seguire un percorso di riabilitazione), mentre quelle per "commissione di altri reati" l'1,2% e per "evasione o irreperibilità" lo 0,36%. Nel 2020 si è registrato un aumento sia delle revoche per andamento negativo (3,9%), sia per "commissione di altri reati" (1,9%) sia per "evasione e irreperibilità" (0,8%).
"Non siamo in grado di dire con scientificità se e quanto la pandemia abbia causato un aumento di queste revoche -ha spiegato Agostina Maritini dell'Uepe di Milano-. Ma possiamo dire che sono tre le ragioni che potrebbero aver influenzato questo incremento. La prima è legata al fatto che non tutti i detenuti avevano gli strumenti digitali adatti per essere seguiti a distanza. Certo tutti hanno il telefonino, ma magari non la connessione a internet. La seconda riguarda gli spazi di vita. Spesso sono inadeguati e soprattutto il primo lockdown ha causato sofferenze e tensioni, visto che molti vivono in case piccole e sovraffollate. Terzo, la pandemia ha indotto queste persone a non chiedere aiuto, quasi che la situazione così particolare inducesse a non rivolgersi all'esterno nel momento in cui si viveva una situazione di difficoltà". Un quadro che ricorda molto quanto vissuto da quegli studenti che la scuola "ha perso" con la didattica a distanza.
gnewsonline.it, 18 maggio 2021
Iniziato nell'agosto 2020 e sopravvissuto alle intemperie della pandemia, lo scorso aprile è ripartito più solido che mai il progetto "Scherma nelle carceri", che si tiene nell'Istituto penale per i minorenni di Milano, capitanato da Lorenzo Radice, cofondatore e presidente dell'Accademia Scherma Milano fondata nel 2019.
Obiettivo dell'Accademia è quello di includere, facendo in modo che nessuno resti indietro e ciascuno prenda su di sé la responsabilità della propria storia. Protagonisti sono infatti persone in carrozzina, ipovedenti, disabili intellettivo-relazionali, malati di Alzheimer, nonché donne coraggiose sopravvissute al tumore al seno. Questa la compagnia cui si affiancano i ragazzi dell'Istituto, per i quali si apre lo scenario di approcciarsi alle regole con un'arma in mano, la spada, che più di sciabola e fioretto li porta all'interno del duello medievale.
I ragazzi sono invitati al rispetto di un redivivo codice cavalleresco, nel quale vincere significa non umiliare l'avversario, significa prendere decisioni in pochi istanti, imparando ad autogovernarsi per ottimizzare il proprio fare. Un'attività individuale, quindi, che però si può fare solo in gruppo e rende significativo il contatto. È un collocare il conflitto all'interno della convivenza con l'altro, non a detrimento della stessa. Un'attività in cui ogni incontro è chiamato "assalto", ma si conclude puntualmente con un saluto e un ringraziamento dell'avversario.
Una dialettica relazionale interessante che, attraverso codici comunicativi ben definiti, sta aiutando i ragazzi dell'Istituto penale per i minorenni di Milano a conoscere meglio loro stessi, le proprie reazioni interne, nonché il modo migliore di modularle nel proprio agito e nella reazione con l'altro.
di Sharon Nizza
La Repubblica, 18 maggio 2021
Cresce la spinta della comunità internazionale per il cessate il fuoco tra israeliani e palestinesi. Proseguono gli scontri, almeno 212 vittime tra cui 61 minori. Oggi il vertice dei ministri degli Esteri Ue. Aumentano le pressioni internazionali per mettere un freno al conflitto tra Israele e Hamas, che entra oggi nella seconda settimana di scontri. Gli sforzi della diplomazia messi in campo non si traducono ancora in risultati concreti e la spirale della violenza continua: non cessano i razzi sulle città del Sud d'Israele, né i bombardamenti dei caccia israeliani. Nella notte di domenica, Israele effettua il terzo bombardamento a massima intensità - 50 caccia coinvolti per 35 minuti - per colpire altri 15 chilometri della "metro", la rete di tunnel sotterranei utilizzati dagli uomini di Hamas per muoversi in sicurezza.
L'obiettivo è fare uscire allo scoperto le figure chiave delle organizzazioni fondamentaliste nella "lista dei target" dell'esercito israeliano. Tra questi, Hussam Abu Harbeed, uno dei comandanti della Jihad Islamica, eliminato ieri nel campo profughi di Jabalia. E mentre i tentativi di raggiungere un cessate il fuoco non maturano, a pagare un prezzo altissimo è la popolazione civile: a Gaza sono 38mila gli sfollati, i morti 212, tra questi 61 minorenni, secondo i dati riportati dal ministero della Salute di Hamas. Israele replica che almeno 80 tra loro sono operativi delle organizzazioni integraliste responsabili del lancio di missili verso la popolazione civile israeliana, tra le quali si contano 10 vittime.
Gli Stati Uniti hanno posto il veto a una dichiarazione promossa al Consiglio di Sicurezza dell'Onu da Cina, Turchia e Norvegia, che non menzionava il lancio di missili verso Israele. Il presidente turco Erdogan - che ieri ha avuto un colloquio con il Papa invitando la comunità internazionale a "punire Israele con sanzioni per mettere fine al massacro dei Palestinesi" - ha inveito contro il presidente Usa Biden per il sostegno a Israele: "Ha il sangue sulle mani". Oggi si riuniranno i ministri degli Esteri dell'Ue per prendere una posizione sull'escalation con una richiesta di tregua.
È un susseguirsi di telefonate e incontri tra tutti i principali attori internazionali. Hady Amr, inviato da Biden a mediare tra le parti, è al suo terzo giorno di colloqui sul campo. Dopo aver parlato con la parte israeliana, ieri a Ramallah ha conferito con il presidente palestinese Abu Mazen, un incontro volto anche a sanare i rapporti dopo tre anni di rottura tra l'Autorità Nazionale Palestinese e gli Usa di Trump. Jake Sullivan, a capo della Sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha parlato con il suo omologo israeliano e con gli egiziani, specificando che "gli Stati Uniti sono attivi in sforzi diplomatici intensivi e silenziosi". Molto di quanto accade in queste ore avviene lontano dall'occhio dei media.
Netanyahu ha ringraziato pubblicamente la Merkel "per il sostegno al diritto d'Israele a difendersi", evitando di segnalare la parte del colloquio in cui la cancelliera tedesca ha espresso "speranza perché gli scontri finiscano quanto prima, alla luce delle numerose vittime civili da entrambe le parti". La posizione ufficiale d'Israele è "andiamo avanti". In realtà sa che il margine di manovra si sta stringendo sempre di più alla luce delle immagini di distruzione che arrivano da Gaza, che hanno coinvolto anche la sede di Al Jazeera e Ap, ridotta in macerie. Qatar ed Egitto, tra i mediatori più attivi (Al Sisi ha visto Macron a Parigi), riferiscono di "trattative particolarmente dure rispetto a crisi passate", secondo fonti citate dalla stampa israeliana.
I nodi principali: Hamas continua a voler legare una tregua a concessioni su Gerusalemme - una nuova clausola mai presente in passato che costituisce al momento il loro asset strategico più importante. Israele potrebbe richiedere di inserire nelle trattative la questione degli ostaggi (due corpi di soldati e due civili entrati per errore nella Striscia) detenuti a Gaza da anni - evitando di concedere rilasci di prigionieri palestinesi come accaduto in passato. L'obiettivo d'Israele nelle prossime ore è continuare a colpire duro per portare Hamas ad accettare un cessate il fuoco senza condizioni. Resta da vedere se gli Stati Uniti glielo concederanno.
di Laura Zangarini
Corriere della Sera, 18 maggio 2021
La scarsità di farmaci per iniezione letale è stata citata come motivo della decisione. L'associazione per i diritti civili: "Decisione spaventosa, scioccante e abominevole". La Carolina del Sud istituisce il plotone di esecuzione per applicare la pena di morte ai condannati che possono ugualmente scegliere la sedia elettrica. Lo ha annunciato ieri, lunedì 17 maggio, il governatore di questo stato meridionale degli Stati Uniti. "Questo fine settimana ho ratificato una legge che consentirà allo Stato di applicare la pena di morte. Le famiglie e i parenti delle vittime hanno il diritto di piangere e ottenere giustizia grazie alla legge. Ora possiamo farlo", ha spiegato Henry McMaster su Twitter.
Repubblicano, favorevole alla pena di morte, McMaster vuole riprendere le esecuzioni dopo una pausa di dieci anni nel suo Stato per carenza dei farmaci usati nelle iniezioni letali. La legge, firmata venerdì, fa della sedia elettrica la prima scelta di un condannato a morte invece dell'iniezione letale, e consente la formazione di un plotone d'esecuzione, che diventa la seconda opzione. Secondo il testo, l'esecuzione per iniezione diventerà nuovamente l'opzione prioritaria quando i prodotti farmacologici necessari saranno nuovamente disponibili. Fino a ora, un detenuto nel braccio della morte doveva scegliere tra la sedia e l'iniezione, quest'ultima opzione era automatica se si rifiutava di scegliere. Ci sono 37 persone nel braccio della morte della Carolina del Sud che hanno esaurito il processo di appello.
L'organizzazione per l'assistenza ai prigionieri Incarcerated Outreach Network, con sede nella Carolinadel Sud, ha commentato la decisione su Twitter come "spaventosa, scioccante e abominevole". Per il rappresentante locale della grande organizzazione per i diritti civili ACLU (American Civil Liberties Union), Frank Knaack, lo stato ha "trovato un nuovo modo per riavviare le esecuzioni all'interno di un sistema razzista, arbitrario e soggetto a errori". "I tribunali della Carolina del Sud commettono errori ma la pena di morte è irreversibile", ha aggiunto in un comunicato, osservando che le persone di colore costituiscono più della metà di quelle nel braccio della morte, ma solo il 27% della popolazione dello Stato.
La sedia elettrica, soprannominata "Old Sparky", non viene utilizzata dal 2008 e l'ultima esecuzione per iniezione è stata nel maggio 2011, secondo quanto riportato dal Dipartimento delle prigioni di Stato e i media locali. Secondo il Death Penalty Information Center (DPIC), la Carolina del Sud è il quarto stato degli Stati Uniti a consentire la pena di morte con il plotone di esecuzione, insieme a Mississippi, Oklahoma e Utah. Secondo il Centro, solo tre detenuti sono morti davanti a un plotone di esecuzione, tutti nello Utah, dal ripristino della pena di morte da parte della Corte Suprema nel 1976.
di Franco Zantonelli
La Repubblica, 18 maggio 2021
Sinistra, liberal e Ong lanciano un referendum per tentate di abolirla. Per Leandra Bias, docente di Scienze Politiche a Basilea, "è la più dura in tutto l'Occidente". Spedire ai domiciliari anche i giovanissimi, per prevenire attentati. È una delle peculiarità della nuova legge anti-terrorismo, approvata nel settembre scorso dal Parlamento svizzero, che ha così dato il via libera, grazie all'appoggio dei partiti di destra e di centro, a una serie di misure volute dal Governo federale. I partiti della sinistra, diversi esponenti liberal e molte Ong, tuttavia non ci stanno e hanno così raccolto oltre 142 mila firme per indire un referendum, che si terrà il 13 giugno, ritenendo le nuove disposizioni profondamente illiberali.
Contro la nuova legge è insorto, pure, l'Alto Commissariato dell'Onu per i Diritti Umani, ritenendo che "darebbe adito a privazioni arbitrarie della libertà". Quanto ai fautori, ritengono che gli strumenti attualmente utilizzati, in Svizzera, per agire contro le persone che rappresentano una minaccia siano insufficienti.
La nuova legge, a loro parere, colma le lacune della strategia nazionale contro il terrorismo, permettendo alla polizia di prendere provvedimenti, compresi i controlli sugli account delle reti sociali e della messaggistica telefonica, non appena vi siano indizi concreti che qualcuno commetterà un atto terroristico.
È indubbio che nella prevenzione del terrorismo islamico, ma anche nella lotta alla criminalità organizzata, la Svizzera abbia dimostrato finora notevoli ritardi. Il che non ha impedito alla professoressa Leandra Bias, della facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Basilea, di definire la nuova legge "la più dura dell'intero Occidente". Non tanto distante, per intenderci, dall'Usa Patrioct Act, adottato dall'amministrazione Bush dopo l'11 settembre. Basti pensare che, a sentire gli oppositori ma anche le Nazioni Unite, essa viola addirittura i diritti dell'infanzia, prevedendo provvedimenti restrittivi, quali gli arresti domiciliari, a partire dai 12 anni di età, considerando quindi bambini e adolescenti dei potenziali terroristi.
"Basta un like di un adolescente curioso o sbadato a un messaggio radicale o fondamentalista, per farlo finire nei guai", tuona l'ex-Pubblico Ministero di Lugano, Paolo Bernasconi, che si sta mobilitando per il "no" alla nuova legge. Bernasconi, ricorda, poi che "l'Italia ha sconfitto le Brigate Rosse e il terrorismo armato degli Anni di Piombo, senza questi poteri di polizia". Contestazioni respinte dalla ministra di Giustizia e Polizia, Karin Keller Sutter, secondo cui la Svizzera altro non ha fatto che adottare delle "misure preventive per evitare che un atto terroristico venga posto in essere".
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 maggio 2021
È una pena durissima quella chiesta per l'ex sindaco di Riace, accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e truffa in relazione ai progetti di accoglienza nel piccolo comune della Locride. Sette anni e undici mesi. È una pena durissima quella chiesta ieri dal pm Michele Permunian per Domenico Lucano, ex sindaco di Riace, a processo a Locri per la gestione dell'accoglienza nel piccolo paesino della Locride, diventato modello per tutto il mondo.
Un modello che però non ha convinto la procura di Locri, sicura che dietro l'altruismo dell'ex sindaco si nascondesse un tornaconto politico. Complessivamente la richiesta di condanna ammonta a 75 anni di reclusione per le 27 persone coinvolte, tre le richieste di assoluzione. Lucano è imputato, insieme ad altri, di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e truffa in relazione ai progetti di accoglienza agli immigrati nel piccolo comune della Locride. Secondo il pm, l'ex sindaco sarebbe stato il "dominus assoluto" dell'accoglienza, consapevole "di trasgredire le regole". Il tutto anche per "interessi di natura politica". In particolare, tramite le associazioni e l'assunzione diretta di personale, sarebbe stato infatti in grado di "distribuire lavoro o, meglio, sostegni economici".
Secondo la tesi accusatoria sarebbero state diverse le persone che avrebbero percepito uno stipendio dalle associazioni pur senza lavorare, cosa mai denunciata dall'ex sindaco, in quanto "quelle assunzioni rappresentano voti che ritorneranno in sede elettorale. Tanto che in una intercettazione significativa vengono addirittura contati i voti in base alle famiglie di riferimento". Ed è per questo motivo che la procura aveva anche contestato la candidatura di Lucano alle prossime regionali in Calabria come "prova" del suo interesse politico. Secondo il procuratore Luigi D'Alessio, inoltre, "il denaro a Riace è arrivato in quantità ma ai migranti sono finite le briciole". E il capo della procura di Locri ci ha tenuto a precisare che non si tratta di un processo "all'ideale nobile dell'accoglienza" al contrario le accuse sono tutte rivolte alla "mala gestione che ha penalizzato proprio i migranti andando a favorire clientele con le associazioni che beneficiavano dei finanziamenti".
Per la procura regge anche l'accusa di associazione a delinquere, pure fortemente contestata dal gip, secondo cui l'ipotesi dell'accusa sarebbe stata priva di fondamento. Ma oggi in aula Permunian ha descritto al collegio giudicante una struttura organizzata per utilizzare "tutti i possibili sistemi e schemi illeciti per massimizzare la percezione dei fondi pubblici connessi ai progetti Spar (e Msna) e Cas; da qui le false prestazioni occasionali/le false fatture, in altri termini l'artificiosa lievitazione dei costi". Così come reggerebbe quella di concussione, subito bollata dal giudice che aveva imposto i domiciliari per "Mimmo il curdo" come "insussistente": Lucano e Fernando Capone, presidente dell'associazione "Città Futura", secondo la Procura avrebbero abusato della propria posizione per costringere il titolare di un esercizio commerciale a predisporre e consegnare fatture false per 5mila euro.
Ma "gli inquirenti - scriveva il gip - non hanno approfondito con la dovuta ed opportuna attenzione l'ipotesi investigativa", fidandosi delle parole del commerciante - che avrebbe dovuto essere ascoltato in presenza di avvocato, in quanto indagato -, le cui dichiarazioni non sono mai state dimostrate. Una "persona tutt'altro che attendibile", sentenziava il giudice. Che eliminava anche dubbi sulla malversazione: i soldi dell'accoglienza, non sarebbero stati usati per "soddisfare interessi diversi da quelli per i quali erano corrisposti". Una tesi "non persuasiva, poiché congetturale".
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 18 maggio 2021
Confusionaria nel definire la natura e le cause delle discriminazioni, troppo vaga nello specificare cosa siano le "condotte legittime". Tre motivi giuridici per cui la legge, così com'è, è controproducente. Premetto il mio pregiudiziale sfavore verso l'uso della legge penale quale strumento di promozione e affermazione di nuovi diritti, specie quando la loro fonte scaturisce da ideologie o concezioni morali non da tutti condivise.
Da penalista di orientamento liberale, mi piacerebbe dunque che anche il problema dell'omofobia venisse affrontato soprattutto sul terreno dell'evoluzione culturale spontanea, del confronto dialogico e dell'azione educativa. Ma, una volta che si opti - a torto o a ragione - per la soluzione repressiva, che almeno si legiferi con sapienza in modo da contenere i potenziali effetti controproducenti.
A un attento esame, il testo del ddl Zan così come approvato dalla Camera appare infatti tutt'altro che esente da difetti. Ma sottoporlo a critica, diversamente da quanto sospettano molti dei suoi difensori, non equivale necessariamente a volerlo sabotare. È la stessa Corte costituzionale che, ormai da qualche decennio, ammonisce (purtroppo, con scarsi risultati!) i legislatori di turno a scrivere le norme penali con un linguaggio il più chiaro e univoco possibile, in vista di un duplice obiettivo costituzionalmente rilevante: garantire ai cittadini il diritto di percepire in anticipo, cioè prima di agire, il discrimine fra condotte lecite e condotte punibili; nello stesso tempo, consentire ai giudici di identificare senza troppe incertezze i fatti che costituiscono reato. Prima di evidenziare i punti problematici del disegno di legge, sia però consentito esplicitare un dubbio che riguarda - per così dire - la filosofia di fondo che vi è sottesa.
È esente da obiezioni la scelta di equiparare, in termini di disvalore etico-sociale e normativo, la transomofobia all'intolleranza razziale, etnica o religiosa, trattandosi in ogni caso di manifestazioni di odio ai danni di soggetti appartenenti a minoranze vulnerabili?
A volere sottilizzare, non andrebbe trascurato che le motivazioni culturali e psicologiche di queste diverse forme di avversione non sono coincidenti, per cui non tutte giustificano la medesima reazione censoria: è forse superfluo rilevare che un atteggiamento se omofobico può anche derivare da condizioni di disagio o sofferenza psichica (come, ad esempio, una incerta autopercezione sessuale o una omosessualità rimossa), le quali solleciterebbero comprensione e aiuto psicologico piuttosto che severi giudizi di disapprovazione.
Tutto ciò premesso, entriamo più nel merito delle disposizioni normative in cantiere.
a) Anche a me sembra eccessiva la dettagliata specificazione delle cause della discriminazione o della violenza, individuate in motivi rispettivamente fondati "sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale e sull'identità di genere" (nonché, infine, sulla disabilità) (in senso critico cfr. anche l'Amaca di Michele Serra, su Repubblica del 7 maggio 2021). Si tratta invero di distinzioni tutt'altro che chiare a livello di senso comune, e per questo lo stesso ddl si preoccupa all'articolo 1 di fornirne una definizione del significato di ciascuno dei concetti richiamati. L'intento chiarificatore riesce o fallisce? Direi che ci troviamo in presenza di un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, dal momento che almeno alcune di queste definizioni mantengono un grado di complessità poco accessibile a quanti non dispongono di una cultura di base medio-alta. Ma si è obiettato, ad esempio da parte di Vittorio Lingiardi (psichiatra e psicoanalista) e Chiara Saraceno (sociologa), che non bisognerebbe avere paura della complessità, e che comunque il ddl non userebbe i concetti in parola "per fissarli giuridicamente", né per "entrare in dibattiti filosofici", bensì semplicemente per fornire "strumenti minimi per identificare condizioni umane che l'esperienza insegna possono essere oggetto di aggressioni, disprezzo e odio immotivati e inaccettabili" (cfr. il loro intervento a quattro mani dal titolo "L'alfabeto del gender", su Repubblica dell'Il maggio). Con tutto il rispetto per i due autorevoli studiosi, mi viene da replicare "a ognuno il suo mestiere"! Come giurista, rilevo che le definizioni legislative sono predisposte proprio per avere rilevanza giuridica quali parametri di riferimento vincolanti per guidare non solo i giudici, ma prima ancora i cittadini: così è, una eccessiva complessità può risultare più disorientante che orientante innanzitutto nei confronti di questi ultimi, i quali non vengono appunto posti preventivamente nella condizione di ben comprendere quali siano le condotte vietate. Inoltre, una lunga esperienza penalistica dimostra che una disciplina normativa eccessivamente dettagliata, lungi dal giovare, rischia di dar luogo a complicazioni inutili anche nella valutazione giudiziaria dei casi concreti.
b) Le novità in discussione sono concepite in forma di integrazione aggiuntiva all'art. 604 bis del codice penale, incentrato - nella versione attuale - sull'odio razziale, etnico o religioso. In sintesi, limitando il discorso ai punti essenziali, il ddl propone di estendere la punibilità a chi istiga a commettere o commette, per motivi fondati sul sesso o sul genere ecc., atti di discriminazione (reclusione fino a un anno o multa fino a 6 mila euro), oppure violenza o atti di provocazione alla violenza (reclusione da sei mesi a quattro anni). È subito da notare che, a differenza dei casi di odio razziale o religioso, non è menzionata la condotta di mera "propaganda": verosimilmente, per la preoccupazione di lasciare maggiore spazio a una legittima libertà di pensiero, questa volta risulta punibile soltanto la condotta "istigatrice" di atti discriminatori o violenti (anche se con ciò il problema non è risolto del tutto, perché - come vedremo fra poco - non sempre è facile verificare quando vi sia vera e propria istigazione). Tra i concetti fin qui accennati, il più problematico appare quello di "discriminazione". Dal canto suo, il ddl si astiene dal definirlo; e, d'altra parte, la dottrina giuridica mette in evidenza come il concetto di discriminazione assuma significati e declinazioni differenti a seconda dello specifico campo di materia che viene in rilievo. Questa genericità e polivalenza della relativa nozione solleva un problema di compatibilità col principio costituzionale di sufficiente determinatezza della fattispecie incriminatrice, essendo in definitiva demandato dal legislatore al giudice il compito di stabilire in concreto quando un certo atto sia qualificabile discriminatorio. Per limitarci a un solo esempio problematico: costituirebbe istigazione punibile la promozione di manifestazioni pubbliche volte a esercitare pressioni sulle forze politiche per scongiurare la concessione di benefici economici o sussidi assistenziali anche alle coppie omosessuali?
c) I sostenitori del testo Zan tendono a escludere la possibilità che le sue previsioni interferiscano con la libertà di manifestazione del pensiero, confidando nella espressa clausola di salvataggio prevista nell'articolo 4: "Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti".
Senonché, letta con le lenti del giurista di mestiere, questa clausola appare per un verso pleonastica e, per altro verso, ridondante e poco chiara. Infatti, anche in sua assenza, il diritto costituzionale alla libertà di pensiero e di espressione avrebbe dovuto comunque essere tutelato in base a princìpi già consolidati nel nostro ordinamento. Ma questo articolo 4 sovrabbonda di parole mal assortite, al punto da rischiare addirittura di produrre - paradossalmente - un effetto contrario (cioè di estensione del penalmente rilevante) rispetto a quello perseguito (cioè di restrizione della punibilità).
Che vuol dire, in particolare, "condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte"? "Legittime" vanno considerate, queste condotte, in base a quale criterio di riferimento (la normativa costituzionale, una qualche norma extra-penale o, ancora una volta, la mera opinione del giudice nel caso concreto?).
Né appare risolutiva, a ben vedere, la puntualizzazione normativa che deve in ogni caso trattarsi di condotte "non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti". Il lettore non digiuno di diritto sa bene che, in proposito, il ddl recepisce il principio giurisprudenziale da tempo elaborato in termini anche più generali, secondo cui una condotta istigatrice punibile, per distinguersi da una legittima manifestazione del pensiero, deve risultare idonea - secondo un giudizio ex ante e in concreto - a provocare il compimento degli atti vietati. Ma deve trattarsi di un pericolo "concreto" in senso stretto o basta, ai fini della punibilità, anche un pericolo "astratto"?
Chi conosce la materia, è consapevole almeno di due cose: cioè che la stessa giurisprudenza al riguardo si mostra oscillante, continuando talvolta persino a propendere per un concetto di pericolo meramente "presunto"; e che, obiettivamente, non è facile operare con ragionevole certezza una simile distinzione, poiché non sempre il giudice è in condizione di apprezzare e tenere nel debito conto l'insieme delle circostanze fattuali capaci di incidere sulla valutazione del tipo e grado di pericolosità delle espressioni o delle condotte in questione.
Ancora una volta, dunque, non poco dipende dalla perizia e dalla sensibilità garantista dei magistrati inquirenti e giudicanti. Personalmente, non sono oggi in condizione di prevedere se l'approvazione di una legge anti omofobia possa avere in futuro riscontri applicativi più numerosi e significativi di quelli (nel complesso scarsi) finora registratisi in tema di odio razziale.
Ma, tanto più se ciò dovesse accadere, sarebbe opportuno procedere, per un verso, a una semplificazione e, per altro verso, a una maggiore chiarificazione degli elementi essenziali delle nuove condotte punibili. Lo stato di diritto in generale, e la giustizia penale in particolare funzionano al meglio se i messaggi normativi risultano facilmente percepibili dai cittadini; e se gli organi deputati ad applicare le leggi non devono trasformarsi, essi stessi, in co-legislatori per tentare di attribuire una fisionomia più precisa a figure criminose che, sempre più spesso, escono dalla fabbrica legislativa, simili a prodotti semi-lavorati ancora bisognosi di definizione.
Il Messaggero, 18 maggio 2021
Nord Carolina, 75 milioni di dollari di risarcimento a Henry e Leon in carcere per 31 anni anche se innocenti. Condannati per lo stupro e l'omicidio di una bambina di 11 anni nel 1983 anche se innocenti, Henry McCollum e Leon Brown riceveranno 75 milioni di dollari come risarcimento danni per essere finiti ingiustamente nel braccio della morte.
Lo ha stabilito una giuria del tribunale della Carolina del Nord formata da otto persone che nel valutare tutte le prove, comprese quelle erroneamente soppresse, ha riconosciuto l'innocenza dei due statunitensi e l'atroce torto subito. "La prima giuria ha fatto quello che la legge può fare per rimediare a questa situazione", ha dichiarato l'avvocato di Raleigh, Elliot Abrams, dopo il processo. "L'attesa decennale per il riconoscimento della grave ingiustizia inflitta ai due fratelli è finita" ha poi aggiunto Abrams, "Henry e Leon possono finalmente chiudere questo orribile capitolo della loro vita".
Henry McCoullm e Leon Brown erano adolescenti, 19 anni il primo e 15 il secondo, quando furono arrestati e condannati alla pena di morte poi convertita nel carcere a vita. Sono rimasti dietro le sbarre per 31 lunghi anni prima di essere rilasciati nel 2014. A scagionarli, una prova del Dna che ha rivelato l'identità del vero colpevole del crimine.
Nel 2015 i due fratellastri, che hanno entrambi una disabilità intellettiva, hanno lanciato una causa civile contro le forze dell'ordine, sostenendo che i loro diritti civili furono violati durante gli interrogatori "coercitivi" che portarono poi alle loro condanne. Gli otto membri della giuria hanno così deciso di assegnare 31 milioni di dollari ciascuno in danni compensativi (1 milione per ogni anno trascorso in prigione), oltre a 13 milioni di dollari di danni punitivi.
di Donata Marrazzo
Il Sole 24 Ore, 18 maggio 2021
Stupore, speranza, paura, fiducia, fratellanza, rabbia, malattia (e guarigione), sono i concetti chiave intorno ai quali i giovani detenuti dell'istituto Nisida ricostruiscono, attraverso ricordi, riflessioni, emozioni e piccoli componimenti, le proprie storie.
Nisida è il cratere di un antico vulcano dove ribollono le vite dei ragazzi dell'Istituto penitenziario minorile di Napoli. Una piccola isola, come suggerisce l'origine greca del suo nome (Nesis), che guarda Posillipo dal mare, in cui una quarantina di giovani ripara al danno compiuto (o subito, spesso è questione di punti di vista) con la detenzione. Hanno tra i 14 e i 25 anni e sono quasi tutti napoletani o dell'hinterland metropolitano. In molti ritrovano la strada, ma solo dopo aver scontato la propria pena per i reati commessi.
La serie - Il Sole 24 Ore gli dedica un podcast in 7 episodi, firmato da Donata Marrazzo (realizzato con la collaborazione di Paolo Mercuri), ispirato al libro "Dietro la curva c'è ancora strada. Appunti per un lessico nisidiando" (Guida Editori), a cura di Maria Franco. I ragazzi sperimentano attraverso i propri racconti (appunti, piccoli componimenti, riflessioni) il potere trasformativo della parola: stupore, speranza, paura, fiducia, fratellanza, rabbia, malattia sono sette parole chiave intorno alle quali i giovani detenuti ricostruiscono le proprie vite interrotte. Lo fanno all'interno di un laboratorio di scrittura che ha del miracoloso.
Le voci - Lo cura l'insegnante Maria Franco, vincitrice dell'Italia teacher prize. "Nisida" racconta le loro storie con la voce prestata di Carlo Geltrude, Daniele Sanzone, Francesca Ritrovato, Benedetta Persico, e gli interventi degli scrittori che insieme a Maria Franco, conducono il laboratorio: Viola Ardone, Sara Bilotti, Riccardo Brun, Daniela De Crescenzo, Antonio Menna, Mario Gelardi, Patrizia Rinaldi.
Il racconto degli invisibili - Sentirete nelle affermazioni del direttore dell'istituto penitenziario Gianluca Guida, a Nisida da 25 anni, tutta la forza di chi governa situazioni così delicate, in cui alle privazioni si accompagnano percorsi di riabilitazione, che tengono conto "delle straordinarie capacità di recupero degli adolescenti, per spronarli alla scoperta dell'errore e all'acquisizione di una coscienza critica". Nelle riflessioni del giovane cappellano Gennaro Pagano l'urgenza di un patto educativo per Napoli, "per intercettare la "paranza degli invisibili". Nelle testimonianze di attivisti e operatori sociali (da Daniele Sanzone a Vincenzo Porzio) la relazione stretta fra degrado urbano e criminalità, tra territorio e comunità, da Scampia al Rione Sanità. E ogni possibilità di riscatto. Qui i video del progetto: https://linktr.ee/ragazzi_nisida
di Eleonora Molisani
Tu Style, 18 maggio 2021
"Ho scritto questo libro perché non si dimentichi che anche chi ha commesso un errore deve essere tutelato dallo Stato. Ci sono diritti inviolabili che non possono essere dimenticati nemmeno in condizioni di detenzione".
Chi parla è Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che il 15 ottobre del 2009 viene fermato dai carabinieri con 20 grammi di hashish, cocaina e alcune pastiglie per curare l'epilessia. Portato in caserma, per lui viene disposta la custodia cautelare in carcere e sette giorni dopo muore all'ospedale Pertini di Roma.
È l'inizio di una tragica vicenda giudiziaria e umana, che si è appena conclusa con la condanna a 13 anni per omicidio preterintenzionale dei carabinieri responsabili del pestaggio; quattro anni, e due anni e due mesi, ai carabinieri imputati di falso. Ma ha assolto i medici, perché il reato di omicidio colposo è stato prescritto. Un altro processo vede otto carabinieri accusati di falso, calunnia, favoreggiamento.
Ilaria aveva già scritto due libri. Il primo, con Giovanni Bianconi: "Vorrei dirti che non eri solo. Storia di Stefano, mio fratello" (Rizzoli, 2010); il secondo, con Fabio Anselmo: "Il coraggio e l'amore. Giustizia per Stefano: la nostra battaglia per arrivare alla verità" (Rizzoli, 2019). Ora è in libreria con un nuovo volume, scritto con Andrea Franzoso: "Stefano, una lezione di giustizia" (Fabbri).
Di cosa tratta questo libro?
"Intreccia la vicenda di Stefano, aggiornata con la ricostruzione del suo calvario fino a oggi, con capitoli in cui Franzoso, ex ufficiale dei carabinieri, che oggi insegna educazione civica nelle scuole, parla dei diritti delle persone arrestate. Dal momento in cui una persona viene "fermata" dalle forze dell'ordine, ci sono una serie di diritti fondamentali che devono essere garantiti a prescindere dai reati commessi. Dal diritto di parlare con un avvocato difensore (privato o assegnato d'ufficio), al diritto al rispetto e alla dignità, alla salute in carcere, alle visite dei parenti, alla possibilità di vedere o parlare con i propri cari. Tutti diritti che a Stefano sono stati negati, per volontà o per negligenza. Si parla anche di tossicodipendenti, e del loro diritto a essere disintossicati nei Sert e nelle Comunità terapeutiche. Con parole semplici, si racconta ai ragazzi perché e come le persone devono essere tutelate anche se hanno sbagliato. Anche perché uno dei principi della Costituzione italiana è che la pena, nel nostro Paese, deve tendere a rieducare chi ha sbagliato, in modo che possa tornare nella società civile e ripartire come una persona migliore. La vicenda Cucchi diventa così una lezione di giustizia, potente e necessaria, perché ciò che è accaduto a lui non capiti mai più".
"In tutti questi anni ho messo da parte la mia vita personale per combattere una battaglia civile che riguarda tutti. I miei genitori erano distrutti e io mi sono sentita di andare avanti. Per Stefano, che ha pagato i suoi errori con la vita. In questi anni sono andata ovunque, ma quello che mi ha dato più energia è stato parlare con i giovani nelle scuole. Ho scritto questo libro per i miei figli, Valerio e Giulia, che ormai sono grandi, e per tutti i ragazzi d'Italia".
Alcuni dei diritti di cui parli nel libro a Stefano sono stati negati...
"Sì, secondo le ricostruzioni il pestaggio di Stefano è avvenuto la sera dell'arresto. Stefano non riuscì a parlare con il suo avvocato, non riuscì a vedere nessun congiunto e morì sei giorni dopo. Aveva fratture alle vertebre lombare e coccigea, lesione del capo, lesioni al globo vescicale, non aveva mangiato e bevuto per cinque giorni. Mio fratello, pur avendo fatto degli errori, era una persona fragile, che aveva sofferto, e non gli è stata tesa una mano da nessuno. Lo Stato deve essere il primo custode dei nostri diritti di cittadini, e in quei giorni a Stefano sono stati negati anche quelli umani fondamentali". "Credo nella giustizia e non nella vendetta. Ma noi adulti stiamo consegnando ai giovani una società dove ancora non c'è il totale rispetto dei diritti. Non dobbiamo smettere di batterci, ma non gli uni contro gli altri. Dobbiamo farlo rispettando le istituzioni, chi le rappresenta e chi le difende. Questo è il primo caso in cui l'Arma dei Carabinieri si è costituita parte civile, per ricordare a tutti che ci sono uomini e donne che ogni giorno indossano la divisa con onore e spirito di sacrificio, e chi ha sbagliato è un'eccezione, non la regola. Non può essere la violenza a farci giustizia".
Che rapporto avevi con tuo fratello?
"Quando è stato arrestato, Stefano aveva il desiderio di uscire dalle dipendenze, per rendere fieri i suoi genitori e me, che ero la sua più grande alleata ma anche quella che gli "rompeva di più le balle", per il suo bene. Il giorno prima di morire aveva scritto una lettera, che ho pubblicato nel libro, al responsabile di una Comunità terapeutica, chiedendo aiuto. Grazie al mio adorato fratello, anche io ho avuto la forza di riprendere totalmente in mano la mia vita. Ho recuperato il tempo con i miei figli, sono stata accanto ai miei genitori e ho incontrato l'uomo che amo. Un grande regalo che mio fratello mi ha lasciato".
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