di Marco Perduca e Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 26 giugno 2021
World Drug Report. Criminalizzare il consumo (che continua ad aumentare) è più dannoso delle sostanze. La metà dei detenuti per droga è "tossicodipendente". In un Libro bianco la richiesta di una riforma.
La giornata internazionale contro il narcotraffico viene celebrata dalle Nazioni unite con il World Drug Report. Per lanciare il documento la Direttrice dell'Unodc Ghada Waly ha sottolineato come "la pandemia ci abbia mostrato il ruolo vitale di informazioni scientifiche affidabili e il potere della comunità nell'influenzare le scelte sanitarie. Dobbiamo urgentemente sfruttare questo potenziale per affrontare il problema mondiale della droga". Come a dire che finora né la scienza né la "comunità" avevano accompagnato le politiche globali in merito. Lo slogan per pubblicizzare il Rapporto è "Tutto quello che devi fare è #ShareFactsOnDrugs (condividere fatti sulle droghe) per #SaveLives (salvare vite)". A parte questi inciampi nella comunicazione c'è il problema dei numeri.
Secondo i dati del 2019, negli ultimi 12 mesi, 275 milioni di persone (5,5% del totale), ha fatto uso di droghe: 6 milioni in più dell'anno prima con un aumento del 58% dal 1998 e un ritmo più che doppio rispetto alla popolazione mondiale. 36 milioni di queste (13% del totale) ha sviluppato un uso problematico. Oltre 11 milioni si iniettano, di queste una metà convive con l'epatite C. Circa 200 milioni (4% del totale) hanno usato cannabis, un consumo aumentato di quasi il 18% negli ultimi 10 anni. Le stime parlano di 20 milioni di persone (0,4% del totale) che usano cocaina. Infine, anche qualche "buona notizia": gli oppioidi farmaceutici (metadone e buprenorfina) usati per trattare le persone con disturbi da uso di oppiacei sono diventati più accessibili negli ultimi 20 anni. La quantità disponibile per fini medici è aumentata 6 volte, da 557 milioni di dosi giornaliere a 3.317 milioni indicando che "il trattamento farmacologico basato sulla scienza è più disponibile che in passato". Ma anche qui si gioca un po' (troppo) coi numeri.
All'Onu, come in Italia, non ci si pone il problema di come utilizzare questi dati. Se neanche durante una paralisi mondiale durata mesi abbiamo registrato un contenimento del consumo di sostanze illecite, anzi notato un aumento in particolare per cannabis e sedativi, logica vorrebbe che ci si soffermasse sul perché certe abitudini siano dure a diminuire. Il rapporto con le sostanze "sotto controllo internazionale" è una caratteristica culturale globale. La cannabis si trova dappertutto indipendentemente dalle pene previste per il suo consumo. Non potendo limitarne l'accesso, l'Unodc denuncia l'aumento della percentuale di THC e il crollo della percezione del rischio negli adolescenti: -40% negli Usa e -25% in Europa in 25 anni, senza però ricordare l'Uruguay, dove in virtù della legalizzazione è aumentata la percezione del rischio e l'età media di primo consumo.
In attesa della relazione governativa i dati del Libro Bianco sulle droghe - promosso dalla Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca, Associazione Luca Coscioni, Arci, Lila e Legacoopsociali - ci aiutano a comprendere meglio un fenomeno la cui criminalizzazione finisce per fare più danni delle sostanze stesse. Il 30% degli ingressi in carcere è dovuto al solo articolo 73 del Testo Unico sulle droghe e il 40% è qualificato come "tossicodipendente". Il 35% dei detenuti resta in carcere per droghe. Si tratta di una percentuale quasi doppia rispetto a quella europea (18%) e mondiale (20%). Nonostante la propaganda di Salvini e Meloni, non è vero che gli spacciatori non finiscono in galera. È vero semmai il contrario, ci entrano praticamente solo loro, tant'è vero che 7 processi su 10 per droghe finiscono con una condanna, mentre solo 1 su 10 per reati contro il patrimonio o la persona. Questo in un paese con 235.174 processi per droghe che alimentano una catena repressiva efficientissima dalla perquisizione al carcere.
Un dato positivo ci viene però dalla relazione della Direzione Centrale dei Servizi Antidroga: dopo 3 anni di aumento costante, le morti per overdose nel 2020 sono diminuite da 377 a 308. A conferma di quanto illustrato nel Libro Bianco dell'anno scorso rispetto alle capacità di autoregolazione dei consumatori italiani durante il lockdown. Malgrado il proibizionismo le persone hanno imparato a convivere con certe abitudini regolando i propri consumi e, in parte, anche i rischi e i danni che queste possono creare.
Il Rapporto Mondiale sulle Droghe, come la Relazione al Parlamento, non dovrebbero essere considerati un mero adempimento burocratico bensì essere punti di partenza - insieme a ricerche accademiche e della Società Civile - per una valutazione e revisione più ampia di leggi e politiche sulle droghe. La Ministra delle politiche giovanili con delega sulle droghe Fabiana Dadone ha annunciato che convocherà la Conferenza nazionale sulle droghe, il luogo deputato a valutare l'impatto del Testo Unico e aggiornare, adeguare e aggiustare quel che non funziona. Non c'è che l'imbarazzo della scelta, a partire dal metodo con cui è iniziato il processo preparatorio.
di Alessandra Fabbretti
agenziadire.com, 26 giugno 2021
La denuncia dell'attivista Sayed Nasr, esponente di EgyptWide. Sabato a Bologna la conferenza "L'Egitto 10 anni dopo la rivoluzione". "La condanna a quattro anni di carcere per il ricercatore egiziano Ahmed Samir Santawy era tristemente prevedibile: a memoria non ricordo un solo caso per la Corte suprema per la sicurezza dello Stato che non si sia concluso con una condanna. E le sentenze di questo tribunale non sono neanche appellabili: è stato istituito nel 2017 con decreto del presidente Abdel Fattah Al-Sisi proprio con lo scopo di prendere di mira attivisti e oppositori politici". Così all'agenzia Dire Sayed Nasr, esponente di EgyptWide, una iniziativa nata in Italia da cittadini egiziani, italiani e italo-egiziani per monitorare la questione dei diritti umani in Egittoe in particolare i detenuti di coscienza.
Tra questi, c'è anche il caso di Santawi, il ricercatore iscritto alla Central European University di Vienna arrestato al Cairo lo scorso febbraio e condannato per "pubblicazione di false notizie" per post su Facebook. Nel 2017, continua l'attivista, oltre a istituire la Corte suprema, "Al-Sisi ha fatto scattare anche lo Stato d'emergenza, che viene rinnovato regolarmente, un altro modo per mantenere il controllo sul dissenso" a partire dalla censura e dalla compressione di diritti e libertà fondamentali. Secondo Nasr, la vicenda di Ahmed Samir Santawi dimostra che il governo del Cairo cerca di imbavagliare non solo giornalisti, politici e attivisti ma anche studenti universitari, sia quelli "che studiano in Egitto che all'estero". Una vicenda che ricorda il caso di Patrick Zaki, iscritto all'Università di Bologna e in carcere per "attentato alla stabilità dello Stato" dal febbraio del 2020.
Proprio pensando a Zaki EgyptWide a marzo ha lanciato l'iniziativa "60mila Patrick", per sensibilizzare sul problema dei detenuti di coscienza perché "quello che sta succedendo a Zaki è accaduto anche a Giulio Regeni, Rami Shaath e altre decine di migliaia di persone". Quindici di queste storie sono state raccontate nel rapporto 'Repression Mapped' da cui secondo Nasr emergerebbe che "il regime applica modelli standard per reprimere i diritti".
Per discutere di questi temi, EgyptWide ha organizzato per oggi alle 17.30 presso il circolo Porta Pratello di Bologna la conferenza dal titolo "L'Egitto 10 anni dopo la rivoluzione". "Vogliamo affrontare questi temi a partire dall'export italiano di armi con l'Egitto - dice Nasr - il cui volume è aumentato a un ritmo stabile nonostante le continue, drammatiche violazioni dei diritti umani e la mobilitazione di ampi settori della società civile attorno alla questione".
Di questo parlerà la professoressa Barbara Gallo, dell'Istituto di ricerche internazionali Archivio Disarmo (Iriad), che come spiega Nasr, "illustrerà l'esportazione di armi verso l'Egitto nonché l'operato dei movimenti di disarmo italiani nella denuncia di tale commercio". Interverrà poi la senatrice Michaela Montevecchi sulle sue attività per fare da ponte tra società civile e istituzioni nel favorire la liberazione di Patrick Zaki; la ricercatrice e attivista Céline Lebrun, coordinatrice della Campagna internazionale Free Ramy Shaath, parlerà del caso di suo marito, in carcere da due anni. Infine illustrerà i casi di abuso dei diritti Kareem Taha, fondatore dell'ong con sede in Francia Egyptian Human Rights Forum. A moderare il panel sarà Laura Cappon, secondo Nasr "tra le voci più significative del giornalismo italiano nel seguire la situazione in Egitto durante e dopo la rivoluzione".
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 26 giugno 2021
Studenti, artisti, giovani imprenditori: dopo l'elezione del conservatore Raisi cresce la voglia di lasciare il Paese. Una fuga di cervelli che costa a Teheran 50 miliardi all'anno. "La paura è il primo livello. Poi vengono l'indignazione, la rabbia, la protesta. Ora siamo al livello 5: se qualcuno mi parla di politica dico: ok, next?". Il giorno prima di compiere 30 anni Aniseh si è fatta un "regalo", ha completato la procedura per chiedere il visto in Australia per "motivi di studio".
È laureata in economia, ha già fatto anche un master, lavora per una impresa online che verifica i marchi di fabbrica, ma ricominciare a studiare è la strada con più chance di riuscita per lasciare l'Iran. La incontriamo in un caffè di Teheran due giorni dopo il voto che ha portato alla presidenza Ebrahim Raisi, un religioso ultraconservatore di Mashhad che ha vinto in un'elezione "engineered", dice lei, "ingegnerizzata" dalla Guida suprema e dal consiglio dei Guardiani "per fare in modo che non avesse sfidanti". Avevamo fatto diversi tentativi di vederci, ogni volta era finita con lo stesso messaggio: "Scusa, ma meglio di no": Aniseh non è un'attivista né fa parte dell'opposizione, ma come tutti a Teheran sa che incontrare giornalisti può essere un rischio.
I reporter sono controllati, a quelli stranieri è consentito lavorare solo con agenzie che hanno il compito di limitare i contatti a quelli autorizzati dal governo. Quando la sera concede un margine di libertà, le conversazioni sono più schiette. "Mia sorella ha 4 anni più di me, lavora per una grande casa farmaceutica, ma anche lei ha chiesto un visto estero: non si fida, se anche faranno l'accordo con gli americani ha paura che finisca come con Trump. E con questo nuovo governo all'estero sarà più difficile negoziare", racconta. Due anni fa aveva aperto un caffè con gli amici, c'erano un cortile interno per i dj set d librerie in condivisone. La pandemia li ha costretti a chiudere.
La crisi economica scatenata dal ritorno delle sanzioni e dal malgoverno e corruzione ha piegato la classe creativa e tecnologica di Teheran. Le sanzioni rendono complicato fare ogni cosa, anche scaricare un software. La censura incombe su tutto. I vpn sono la porta di accesso al mondo, schermano la connessione e consentono di visitare siti e social filtrati, come Twitter, fino a quando il governo non decide di staccare la spina. È successo a novembre del 2019 quando sono scoppiate le proteste di piazza contro il carovita e il caro-carburante: per sei giorni l'Iran è rimasto isolato dalla Rete globale, la prima volta su una scala così ampia, i morti sono stati più di 300, secondo Amnesty International, e migliaia le persone arrestate. In quel momento Raisi era il capo della magistratura.
"Penso che la situazione con lui peggiorerà. Sono conservatori e sanno di avere pochi voti. Non era ancora nemmeno stato eletto che già ci ammoniva a comportarci bene", dice Aniseh. Bene vuol dire da hezbollahi, da veri "rivoluzionari", nell'idea del nuovo presidente che si dice sia tra i candidati più quotati per succedere alla Guida suprema, Ali Khamenei. Recuperare i principi originari su cui si fonda la Repubblica islamica, la giustizia sociale e la rettitudine morale, è stato uno dei leitmotiv della sua campagna elettorale. L'Iran però oggi è un Paese diverso, "tra i più secolarizzati del Medio Oriente, con un alto tasso di alfabetizzazione e una società civile molto vivace", riflette un funzionario europeo. "C'è una distanza sempre più marcata tra il sistema e il popolo".
A casa di Seyyed ci si arriva con 20 minuti di macchina a nord di Teheran. È un appartamento condiviso ma accogliente. La cena è persiana, la musica elettronica: Radiohead, poi Muse. "Io lavoro in teatro, la pandemia ha bloccato tutto. Siamo indietro di tre mesi con l'affitto. Molti amici sono partiti", dice mentre trattiene il pianto. "Ma io faccio teatro classico, fuori dall'Iran non avrei lavoro. Si, è vero, la repressione pesa, mi piacerebbe uscire a farmi una birretta, ma il problema reale è il lavoro".
L'emigrazione è un tema politicamente sensibile in Iran. Il governo non dà numeri ufficiali, i dati che arrivano dall'estero sono raccolti grazie alle statistiche di immigrazione dei Paesi ospitanti. In uno studio pubblicato in primavera, i ricercatori del progetto "Iran 2040" dell'università di Stanford hanno stimato che nel 2020 nelle università estere si sono iscritti circa 130mila studenti di origine iraniana, la percentuale più alta degli ultimi anni. La fuga di cervelli costa all'Iran circa 50 miliardi di dollari all'anno, secondo le stime della Banca mondiale.
Bahram Salavati, responsabile del centro per l'immigrazione dell'università Sharif di Teheran, contesta i numeri di Stanford. "Hanno commesso dei grossi errori nell'analisi, per esempio non considerando la differenza scientifica tra mobilità e immigrazione", spiega. In base ai "nostri dati nel 2003 avevamo 17mila studenti all'estero, nel 2012 erano 50mila, nel 2019 il numero è rimasto quasi stabile, 56mila studenti all'estero nel 2020". Eppure anche Salavati ammette che "oltre il 40% degli studenti desidera andarsene dall'Iran", stessa percentuale tra medici, docenti universitari, startupper. Riuscirci è un'altra faccenda perché i visti sono rari e i costi per ottenerli molto alti. A Teheran ci sono diversi uffici di traduzione che servono per preparare i documenti da presentare alle ambasciate: gli appuntamenti vanno da due mesi in su, tante sono le richieste.
dire.it, 25 giugno 2021
Le droghe incidono anche sulle carceri. Nell'anno passato 10.852 dei 35.280 ingressi in carcere sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico. Si tratta del 30,8% degli ingressi in carcere. Seppur diminuiti in numeri assoluti, effetto evidente del lockdown, sono oramai lontani gli effetti della sentenza Torreggiani della Cedu e dell'adozione di politiche deflattive della popolazione detenuta. È quanto emerge dal Libro Bianco sulle droghe "War on Drugs. 60 anni di #epicfail" presentato alla Camera dei Deputati.
Quotidiano di Sicilia, 25 giugno 2021
Restano drammatici i dati sugli ingressi e le presenze di detenuti definiti "tossicodipendenti": lo sono il 38,60% di coloro che entrano in carcere, mentre al 31 dicembre 2020 erano presenti nelle carceri italiane 14.148 detenuti "certificati", il 26,5% del totale. Questa presenza, che resta ai livelli della Fini-Giovanardi (27,57% nel 2007), è alimentata dal continuo ingresso in carcere di persone "tossicodipendenti", in aumento costante da oltre 5 anni.
dirittoegiustizia.it, 25 giugno 2021
Il Ministro Cartabia ha risposto al question time svoltosi l'altro ieri alla Camera rispondendo all'interrogazione parlamentare relativa al problema del sovraffollamento delle carceri. Rispondendo all'interrogazione parlamentare sul problema del sovraffollamento carcerario, il Ministro Cartabia ha sottolineato come il tema sia molto sentito dal Dicastero e sia già stato "affrontato anche altre volte in quanto indispensabile per assicurare condizioni di vita accettabili negli istituti penitenziari".
di Clemente Pistilli
La Notizia, 25 giugno 2021
Il consigliere del Csm ascoltato in Commissione Antimafia. "Allentare le misure sarebbe un errore". Altro che tortura. Per evitare che le mafie continuino a stritolare il Paese, il 41bis avrebbe bisogno di un'ulteriore stretta e così l'intero circuito dell'alta sicurezza. Vi sono ancora delle falle e sono un pericolo per l'Italia e un inaccettabile regalo ai boss.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 25 giugno 2021
Processo penale. Le proposte di modifica al disegno di legge Bonafede firmate da Cartabia riscrivono da capo il provvedimento. Per superare le divisioni della maggioranza, tra Salvini che chiama Forza Italia in piazza sui referendum e M5S che fa muro sulla prescrizione, la ministra le porterà la prossima settimana in Consiglio dei ministri come fossero un provvedimento nuovo.
"Gli emendamenti del governo al disegno di legge Bonafede sul processo penale in pratica scrivono un testo nuovo. Quella della giustizia è una delle riforme più importanti e più attese per il nostro paese, come ha confermato pochi giorni la stessa presidente della Commissione europea in visita a Roma. E allora come si poteva pensare di non farla passare per il Consiglio dei ministri?".
di Errico Novi
Il Dubbio, 25 giugno 2021
Il passaggio a Palazzo Chigi disarma le resistenze 5S sulla prescrizione. Nell'audizione alla Camera, attacchi a Lattanzi dagli ex del Movimento. "A brevissimo". Marta Cartabia ha ribadito anche ieri che i suoi emendamenti al ddl penale sono pronti e saranno votati in Consiglio dei ministri di qui a poche ore. La scelta "solenne" studiata con Mario Draghi per vincere le ritrosie dei 5S sulla prescrizione fa parte di un piano studiato per sbloccare l'intera riforma della giustizia "prima dell'estate", come assicura la guardasigilli. Vuol dire prima della pausa agostana: dopo le modifiche al ddl penale, Cartabia assicura che depositerà alla Camera anche quelle sul Csm. La riforma delle toghe seguirà a ruota il penale ma imporrà un ritmo serrato all'intera azione di via Arenula. Sergio Mattarella ha ricordato l'urgenza di approvare il ddl sul Csm entro la primavera del 2022, quando dovranno tenersi le elezioni per Palazzo dei Marescialli.
Una risposta arriva da Giorgio Lattanzi. È anche lo straordinario scienziato del diritto a cui Marta Cartabia ha chiesto di proporre modifiche al ddl penale a spiegare la svolta sulla riforma. La relazione prodotta dagli esperti e corredata da puntuali ipotesi di emendamento "ha un carattere sistematico, non settoriale e slegato", fa notare l'ex presidente della Consulta. La "lectio" in cui Lattanzi ha nobilitato l'audizione di ieri davanti alla commissione Giustizia della Camera chiarisce perché non è poi così curioso che gli emendamenti scritti da Cartabia sulla base di quella relazione andranno - "a brevissimo", come ribadito dalla guardasigilli - in Consiglio dei ministri. Il motivo del passaggio solenne a Palazzo Chigi riguarda sì l'enfasi necessaria per dissuadere i 5 stelle dal loro no a oltranza sulla prescrizione, ma è anche in quella definizione di Lattanzi: è un lavoro "sistematico" appunto. Non una revisione parcellizzata ma quasi una nuova riforma. Da sottoporre ai ministri come se fosse un ddl.
Le parole pronunciate dal presidente della commissione di studio ricordano anche la portata dell'impegno riformatore assunto da Cartabia. Grazie alla "forzatura" sugli emendamenti al penale, la guardasigilli confida di ottenere l'ok in commissione alla riforma almeno per luglio. Superata quella fase, confida, in Aula si andrà in discesa.
E forse è così. Ma sempre "prima dell'estate", ha ribadito ieri Cartabia in un convegno all'università Roma Tre, arriveranno a Montecitorio anche gli emendamenti governativi alla riforma del Csm. "Prima dell'estate" è una crasi che vuol dire "prima della pausa agostana". E incardinare le modifiche alla riforma delle toghe vuol dire mettere sui binari un altro convoglio, che non potrà viaggiare lento, seppure dovrà per forza venire dopo il penale.
Nel caso del ddl sul Csm, l'urgenza non ha a che vedere direttamente con le richieste Ue a garanzia del Piano d Ripresa ("abbattere la durata del processo del 40% nel civile e del 25% nel penale", come ripetuto sempre ieri dalla ministra). La riforma dell'ordinamento giudiziario è però un indiretto pungolo per quel penale complicato dalla ritrosie dei Cinque Stelle. Il testo sul Csm va approvato in via definitiva, almeno per la parte relativa alla delega, entro la primavera 2022, quando si dovranno eleggere i togati del nuovo plenum. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato chiaro, infatti, nel ricordare che il prossimo Consiglio superiore andrà scelto con regole diverse da quelle che hanno prodotto la "correntocrazia". Non si discute.
La tempistica della giustizia non rispetterà dunque in modo svizzero la tabella del Recovery, ma neppure sta per materializzarsi un clamoroso ritardo: c'è solo uno slittamento di alcuni mesi. Oltretutto la ministra ricorda il concorso previsto a metà luglio per assumere altri 310 magistrati, l'ulteriore bando per le toghe in autunno e l'assunzione, "sia pur a tempo determinato", dei "16.500 giovani giuristi" che irrobustiranno l'ufficio del processo. Si aggiungono interventi normativi su "giustizia tributaria, crisi d'impresa e magistratura onoraria".
Quest'ultimo dossier è tra i più impegnativi. Ne ha parlato ieri anche il magistrato a cui Cartabia ha affidato la specifica commissione di studio, Claudio Castelli: il presidente della Corte d'appello di Brescia ha spiegato che i lavori del suo gruppo di esperti procedono "serrati e spediti", e che la proroga al 21 luglio appena stabilita è necessaria per "approfondire trattamento e previdenza della magistratura onoraria attraverso una indispensabile interlocuzione con Inps e ministero del Lavoro". Sono in gioco miliardi, e le coperture vanno misurate con precisione.
Andrebbe ricordato come in tre anni la legislatura non abbia avuto la produttività mostrata in questi tre mesi dall'attuale governo. Che certo, ha confermato alcune esasperazioni efficientiste sulla riforma del processo civile, la più avanzata in Parlamento (è al Senato) ma anche la più criticata dall'avvocatura.
Sul penale, il sottosegretario Francesco Paolo Sisto ha detto, in videocall con l'audizione di Lattanzi, che la proposta emendativa del presidente emerito contiene "una rivoluzione copernicana, che attua finalmente il codice Pisapia- Vassalli". Nell'incontro di ieri in commissione Giustizia, le stilettate sono venute più da un ex grillino come Andrea Colletti che dai deputati del Movimento: a riprova di quanto la rigidità di Giuseppe Conte e Alfonso Bonafede sulla prescrizione derivi soprattutto dal timore di vedersi "lapidati" dai fuoriusciti. Lattanzi, per la cronaca, ha replicato con assoluta pacatezza ("sono visioni diverse, non ho nulla da dire") alle insistenze con cui Colletti chiedeva "di mettere alla prova la riforma della prescrizione" prima di cambiarla.
Cartabia dovrebbe proporre in Consiglio dei ministri il combinato fra la legge Bonafede, che resterà in vigore, e l'"ipotesi B" di Lattanzi, declinata secondo l'impostazione dem, sulla "prescrizione processuale", che estingue il giudizio in appello se i tempi di fase sono sforati. Il responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa definisce "una schifezza" l'ostinazione del M5S sul "fine processo mai". Il capogruppo dem Alfredo Bazoli gli ribatte che "si rema tutti nella stessa direzione". In realtà la soluzione proposta dal Pd concede ai grillini un argine alle prescrizioni determinate dalla tardiva emersione dell'ipotesi di reato: il punto di forza politico della proposta è quello. D'altra parte il peso del fronte garantista è sempre più forte e non può essere ignorato negli equilibri di maggioranza: nei prossimi giorni proprio Costa, insieme con esponenti di quasi tutti i partiti incluso il Pd, lancerà un nuovo portale web, presuntoinnocente.com, che punta a essere l'architrave di un'aggregazione politica favorevole alla svolta nella giustizia. E solo per avere idea della prateria a disposizione per un simile schieramento, la deputata di Coraggio Italia Manuela Gagliardi ieri ha ricordato che alla Camera giace pure la legge dei penalisti sulla "separazione delle carriere". E vero che c'è il referendum, ma se fosse possibile, i deputati manderebbero la legislatura ai supplementari.
di Giulia Merlo
Il Domani, 25 giugno 2021
In piazza Cavour a Roma c'erano Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Italia Viva e Azione. Salvini: Noi alimenteremo questa fiammella per la separazione delle carriere, se arrivano un milione di firme per i referendum questo aiuterà il parlamento che deve fare le riforme".
Doveva essere la manifestazione dei penalisti dell'Unione camere penali italiane, che hanno proclamato due giorni di astensione dalle udienze, per chiedere al governo la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. È diventata una sfilata di leader politici soprattutto del centrodestra, senza distinzione tra maggioranza e opposizione. Determinante è stata la discesa in piazza del leader della Lega, Matteo Salvini, impegnatissimo a lanciare la raccolta firme per il referendum sulla giustizia e deciso a riconquistare il suo terreno naturale d'iniziativa che è la piazza.
Complice il fatto che tra i quesiti referendari ci sia anche la separazione delle carriere, Salvini non ha resistito al bagno di folla davanti alla corte di Cassazione a Roma, dove i penalisti guidati dal presidente Giandomenico Caiazza hanno dato vita all'astensione nazionale dalle udienze e ribadito la necessità di separare giudici e pm, sulla scia anche dei fatti di Verbania e della funivia del Mottarone. "Non saltiamo al collo, come ha detto il presidente dell'Anm, di una magistratura agonizzante, vogliamo una magistratura forte. La magistratura è forte quando è credibile - è stato il ragionamento di Caiazza in apertura di manifestazione - Ai cittadini interessa solo che il giudice sia indipendente dalla politica, dalle forze economiche e sociali e soprattutto dagli uffici di procura".
Tre strade diverse - Nella piazza, in realtà, si sono incontrati idealmente tre diversi percorsi che puntano a introdurre la separazione delle carriere. Il primo è quello dei penalisti, che hanno depositato lo scorso anno una proposta di legge costituzionale, con 75 mila firme e che ora è arenata in parlamento "Bisogna che riprenda il suo percorso", ha chiesto Caiazza. Si tratta della proposta più radicale perché introdurre una vera e propria separazione delle carriere richiede una modifica costituzionale agli articoli sulle prerogative della magistratura.
Il secondo percorso, invece, è quello promosso da Salvini e dal partito radicale con il loro referendum, che però è un referendum che punta a modificare una legge ordinaria e a separare non le carriere appunto, ma le funzioni. Un passo che sarebbe comunque significativo ma non impatterebbe sulla struttura dell'ordine giudiziario. Infine, il terzo è quello promosso da Fratelli d'Italia, presente in piazza come unica forza di opposizione al governo e che nel suo pacchetto di emendamenti al ddl sull'ordinamento giudiziario ha proposto la separazione delle carriere, scegliendo appunto la via dell'aula.
Chi c'era e chi no - Così la manifestazione dei penalisti è stata invasa dalla politica e gli avvocati hanno concesso il microfono a chiunque volesse parlare. "Noi alimenteremo questa fiammella per la separazione delle carriere, se arrivano un milione di firme per i referendum questo aiuterà il parlamento che deve fare le riforme", ha ripetuto Salvini, spiegando il perché del suo appoggio (che ormai è quasi un'intestazione) al referendum del partito radicale e ribadendo che non è un attacco alla ministra della Giustizia Marta Cartabia. Poi spiega a modo suo il perché della necessità di separare le carriere: "Se uno ha indossato tutta la vita la maglia della Lazio o della Roma non è che un bel giorno si mette ad arbitrare", ha detto riferendosi al ruolo dell'accusa e del giudice.
Oltre alla Lega di Matteo Salvini, in piazza si è ricomposto l'antico tridente di centrodestra. C'era Forza Italia addirittura con il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, che ha detto che "Il Governo nei confronti del referendum è rispettoso: il percorso delle riforme è quello principale, e a questo si affiancano le iniziative di democrazia diretta che non lo disturbano, ma anzi possono essere utili per accelerarlo". Non è però entrato nel merito del tema della manifestazione, pur spiegando che la bozza del governo sull'ordinamento giudiziario fa qualche passo nella direzione della separazione delle carriere, riducendo il numero di volte in cui il pm può andare a fare il giudice e viceversa.
Ma c'era anche Fratelli d'Italia, con il senatore Alberto Balboni, che è anche vicepresidente della commissione Giustizia. FdI ha annunciato che sul referendum della Lega rimarrà a guardare ma Balboni ha detto chiaramente che "La separazione delle carriere è il presupposto necessario per il giusto processo" e che "Siamo da sempre al fianco dell'avvocatura e degli avvocati penalisti in questa battaglia di civiltà".
Sul fronte centrista, invece, c'era ovviamente Enrico Costa di Azione, avvocato e storico paladino della lotta per la separazione delle carriere, che si è presentato insieme al suo leader, Carlo Calenda. Lui, in piena campagna elettorale per il Campidoglio non ha disdegnato il passaggio di piazza e ha chiarito che "Noi non siamo favorevoli al referendum per questa ragione, anche se condividiamo i quesiti, ma quando diventa un rumore di sottofondo non è un metodo che porta alla riforma della giustizia". Eppure, ha aggiunto che, se il governo non riuscirà ad approvare la riforma, l'appoggio al referendum sarà inevitabile. Immancabile, infine, anche Italia Viva. Il partito di Matteo Renzi ha da sempre un legame stretto con i penalisti e in piazza Cavour era presente Maria Elena Boschi, insieme a Lucia Annibali, Michele Anzaldi, Luciano Nobili, Raffaella Paita e Catello Vitiello: "Italia viva è accanto ai penalisti, perché non solo condividiamo la battaglia per la separazione delle carriere, ma pensiamo che sia urgente una riforma complessiva della giustizia", ha detto. "Durante il precedente governo siamo stati un argine per evitare che si smontassero i principi costituzionali: per noi giustizialismo e garantismo non sono due facce della stessa medaglia".
Le assenze - A mancare, invece, Partito democratico e Movimento 5 Stelle. I due partiti, pur su posizioni non convergenti su prescrizione e altri temi di giustizia, hanno scelto entrambi la via della prudenza sul tema della separazione delle carriere. Il Movimento 5 Stelle è da sempre contrario, il Pd invece contiene anime diverse ma in questa fase politica ha scelto di orientarsi in direzione di Via Arenula e di non agitare la piazza per forzarne le scelte. Tuttavia, una manifestazione di categoria che negli anni scorsi avrebbe attirato in piazza solo un pubblico settoriale oggi è riuscita ad allineare buona parte dell'attuale perimetro parlamentare. Un risultato che dimostra come la giustizia sia oggi il tema più polarizzante e anche divisivo dentro la maggioranza.
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