di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 19 maggio 2021
Prescrizione, appelli delle sentenze e priorità dell'azione penale: ecco i tre punti "incompatibili". Per capire che strada intende seguire Marta Cartabia sulla giustizia penale la data limite era fissata per la prossima settimana. Per allora alla commissione Giustizia della Camera dovevano arrivare gli emendamenti del governo sulla riforma del processo penale. Un termine ultimo che adesso pare sia destinato a slittare, anche se non c'è alcuna ufficialità.
Evidentemente, quindi, i tempi per trovare un accordo in maggioranza si allungano. Campo minato di ogni esecutivo recente, stavolta quella della giustizia deve essere una strada condivisa il più possibile dalle eterogenee forze che sostengono Mario Draghi. Mentre la Lega continua a terremotare il governo praticamente ogni giorno, con Matteo Salvini che è arrivato a raccogliere firme coi radicali per riformare la giustizia a colpi di referendum, sul tavolo ci sono i miliardi di fondi in arrivo da Bruxelles. E infatti durante l'ultimo vertice di maggioranza la guardasigilli ha lanciato il suo avvertimento: "Sulla durata dei processi - ha detto - il governo si gioca tutto il Recovery".
Il vertice domenicale con Conte - È stata quella l'occasione in cui la ministra ha illustrato le proposte partorite dallla commissione ministeriale coordinata da Giorgio Lattanzi, che come Cartabia ha presieduto la Corte costituzionale. Di scritto, fino a questo momento, non c'è ancora nulla. Ma negli ultimi giorni da via Arenula sono filtrate varie indicazioni: la ministra ci ha tenuto a spiegare che si tratta delle proposte della commissione, non ancora delle sue. Un distinguo obbligato visto che alcune delle idee di Lattanzi non sono piaciute ai parlamentari del Movimento 5 stelle, molto sensibili ai temi della giustizia.
Le leggi anticorruzione e sulla prescrizione - ma pure quelle legate al Recovery plan, confermate in gran parte anche dall'esecutivo Draghi - hanno contraddistinto i due governi di Giuseppe Conte: anzi si può dire che sono state le mine che - in un modo o nell'altro - ne hanno causato la caduta. Adesso, però, le riforme per velocizzare i processi - civile e penale, ma pure quella di riforma del Csm - sono fondamentali per ottenere i miliardi del Recovery.
È per questo motivo i 5 stelle hanno deciso di andare "a vedere le carte" della ministra: già dalla scorsa settimana all'interno del gruppo parlamentare si è proposto di chiedere un incontro alla guardasigilli. Una proposta che ha acquisito i crismi dell'ufficialità dopo il vertice domenicale con Conte. In videoconferenza, l'ex premier ha vestito i panni di leader dei 5 stelle e si è fatto informare sullo "stato dell'arte" delle riforme. Dall'altra parte dello schermo c'erano i componenti della commissione Giustizia della Camera, compreso l'ex guardasigilli Alfonso Bonafede.
Appello del pm e reati decisi dal parlamento: le proposte incompatibili - Il vertice con Conte ha rafforzato nei 5 stelle l'idea di chiedere un incontro a due con Cartabia: una richiesta ufficiale, in questo senso, partirà nelle prossime ore. Prima che il governo produca i suoi emendamenti, i 5 stelle vogliono illustrare all'inquilina di via Arenula le loro proposte sulle riforme. Ma intendono anche spiegare come la pensano su alcune delle ipotesi della commissione Lattanzi. A cominciare da quelle che vengono definite "incompatibili" con la loro visione. Una è considerata insuperabile: l'ipotesi che sia il Parlamento a indicare ogni anno le priorità sull'azione penale. Cioè che ci sono alcune reati "più urgenti" che i pm devono perseguire, ed altri che invece possono aspettare: significa che sarebbe la politica a dettare l'agenda ai magistrati. Una legge che farebbe la felicità di Forza Italia e che durante il governo gialloverde era stata la Lega a proporre, trovando anche in quel caso il muro dei 5 stelle. La seconda proposta che non piace ai grillini è poi la modifica delle possibilità di appellare le sentenze. La commissione Lattanzi ha proposto di sbarrare la strada del ricorso in secondo grado alla procura, concedendola agli avvocati solo seguendo alcuni paletti: potranno fare quella che si chiama "critica vincolata" seguendo motivi stringenti. Quali? Sarà la legge a stabilirlo.
Il nodo prescrizione e l'ergastolo ostativo - Infine c'è ovviamente la prescrizione: dall'1 gennaio 2020 è in vigore la riforma Bonafede che la blocca dopo il primo grado di giudizio. Nell'estate del 2019 la Lega fece cadere il governo Conte 1 anche con l'obiettivo di bloccarne l'entrata in vigore. Poi, quando al governo coi 5 stelle è andato il Pd, si era trovato un accordo per modificare lo stop dopo il primo grado a seconda che l'imputato venisse assolto o condannato.
Accordo stracciato da Matteo Renzi, quando ha staccato la spina pure al Conte 2. Adesso la commissione Lattanzi propone di tornare indietro, alla riforma Orlando: stop alla prescrizione per due anni alla fine del primo grado. Se l'appello dura più di 24 mesi, non solo riparte ma si recupera il tempo perso. Un meccanismo che chiaramente non piace ai 5 stelle. Anche perché l'esordio della guardasigilli era stato di senso completamente opposto. Durante il primo incontro con la maggioranza la ministra aveva spiegato di non avere nessuna fretta di toccare la legge Bonafede e che la priorità era velocizzare i processi.
Solo 8 giorni fa ha detto che "con la prescrizione la domanda di giustizia da parte delle vittime rimane frustrata" e "lo Stato manca al suo compito di assicurare l'amministrazione della giustizia". Insomma parole che sembrano completamente opposte al senso delle proposte della commissione ministeriale. Senza considerare che sul tavolo ci sono anche tutta una serie di norme considerate decisamente più indifferibili.
A cominciare da quella sull'ergastolo ostativo, bocciata dalla Consulta che ha dato un anno di tempo al Parlamento per riscrivere l'articolo 4-bis. Una proposta di modifica è stata presentata proprio dai 5 stelle in conferenza stampa e viene definita "molto più urgente" rispetto alle modifiche della riforma Bonafede sulla prescrizione: quest'ultima produrrà i suoi effetti solo dal 2025. Entro il maggio del 2022, invece, bisognerà trovare una soluzione sull'ergastolo ostativo: il rischio è che tornino liberi i boss delle stragi.
di Francesco Cocco
Il Foglio, 19 maggio 2021
Sulla riforma della giustizia il M5S si mette contro il governo. Parlano Alessandra Maiorino ("Il referendum di Salvini? Idea bislacca") e l'ex grillino Nicola Morra ("Dubito che i miei ex compagni di partito possano accettare compromessi di qualunque tipo").
In questi giorni si parla di riforma della Giustizia. La riforma è uno degli impegni che l'Italia si è presa con l'Unione europea per ottenere i circa 200 miliardi di euro di finanziamenti del Recovery fund. L'obiettivo è approvare prima dell'autunno tre leggi delega per la riforma del processo civile, penale e del Consiglio superiore della magistratura. Bisognerà quindi anche mettere mano alla legge che porta il nome dell'ex ministro grillino Alfonso Bonafede, probabilmente tornando a quella dell'ex Guardasigilli Andrea Orlando. Domenica, Giuseppe Conte ha incontrato Bonafede e i deputati della commissione per raccogliere le loro critiche e l'allarme sulle modifiche in arrivo.
Per il M5S quello della riforma è un discorso che si può affrontare? "Ma certo, qualsiasi passo migliorativo di una riforma che abbiamo fortemente voluto si può fare", risponde Alessandra Maiorino, componente della commissione Giustizia in quota M5s. "Se la Bonafede è migliorabile siamo disponibili a sederci a un tavolo e parlarne. Ma non ci devono essere passi indietro".
Salvini sbaglia a cercare la strada del referendum? "Per una riforma sulla giustizia? Mi sembra un'idea bislacca", dice Maiorino. "Sono questioni talmente tecniche che chiedere alla popolazione è fuori luogo. Poi si può sempre fare ma non è la strada più opportuna. Per il M5s è uno strumento importante ma non può essere usato in modo strumentale, va usato con rispetto".
Per l'ex M5s Nicola Morra, oggi capogruppo del Misto, "la giustizia deve avere tempi più celeri, ragionevoli, ma dev'esserci un pronunciamento del tribunale. Se istruiamo un dibattimento e non lo portiamo a sentenza facciamo capire in maniera plastica l'incapacità dello stato di fare giustizia". "Credo che sarà difficile trovare all'interno dell'attuale maggioranza di governo trovare quell'equilibrio che possa soddisfare tutte le parti e credo ci saranno fermenti. Dubito che i miei ex compagni di partito possano accettare compromessi di qualunque tipo".
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 19 maggio 2021
I risultati del sondaggio di Pagnoncelli non hanno sorpreso nessuno, se non forse per l'ampiezza del crollo. "Ma possiamo fidarci di loro?". Quando "loro" sono i magistrati e a chiederlo al suo avvocato non è un piccolo spacciatore o un ladro abituale, ma la vittima di un reato, che si è rivolta al giudice per avere giustizia e diffida di lui, qualche domanda bisogna pur cominciare a farsela.
di Simona Musco
Il Dubbio, 19 maggio 2021
I grillini presentano una proposta di legge nel giorno del compleanno di Falcone. Che però non voleva escludere per sempre dai benefici i condannati all'ergastolo ostativo.
Quello inferto dalla Corte costituzionale con le due sentenze che hanno dichiarato l'incostituzionalità della concessione di permessi premio e della libertà condizionale solo in caso di collaborazione con la giustizia sarebbe un "colpo mortale" all'ergastolo ostativo. Ed è per questo che il M5S, raccogliendo l'invito della Consulta a legiferare entro maggio 2020, ha presentato ieri una proposta di legge di contrasto alle mafie.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 maggio 2021
Una magistratura di nuovo credibile? "Stop a correntismo e carrierismi". A 360 gradi il tesoriere del Pd Walter Verini, da sempre esperto di giustizia, risponde a Repubblica.
Ce la farà la riforma della giustizia ad andare in porto? Glielo chiedo perché ci sono troppe liti in giro....
"Ce la deve fare. Non è un optional, ma un obbligo per un Paese più moderno e civile e per non perdere i finanziamenti europei del Recovery".
Però gli M5S sono davvero nervosi, e non sono d'accordo né sulla prescrizione che sta per proporre Cartabia, né tantomeno sull'inappellabilità delle sentenze...
"Capisco le loro posizioni, ma il terreno di confronto offerto dalla Guardasigilli è serio, il Pd lo condivide pienamente, e dovrà portare tutti a mettere da parte totem e tabù".
Conte, che pure appoggia le proposte di Letta, sulla giustizia i suoi non li tiene, come dimostra l'incontro di ieri...
"Credo davvero e spero che ci sia la possibilità di trovare sintesi tenendo insieme principi e apertura, senza agitare simboli identitari".
Ma non sono possibili compromessi su prescrizione e appello?
"La cosa più rilevante delle proposte riguarda la durata dei processi. La riforma potrebbe rappresentare una rivoluzione copernicana. Che obiettivamente nel penale ridimensionerebbe l'incandescenza del tema prescrizione. Che comunque va rivista. Noi del Pd, assieme ad altre proposte serie, abbiamo indicato una strada coerente con i termini di fase previsti dalla riforma, ma rispettosa del diritto delle vittime dei reati a conoscere un esito dei processi, e degli imputati a non essere sottoposti a un fine processo mai".
Certo, questa è la vostra soluzione, tant'è che M5S lamenta una vittoria della legge Orlando rispetto alla Bonafede.
"Qui non c'è una contesa tra proposte di ex Guardasigilli. La riforma Orlando aveva il merito di togliere la giustizia come terreno di scontro politico ultra ventennale. Le proposte del Pd di oggi, come ha detto Letta, offrono l'occasione a tutti di uscire da quella guerra interminabile tra giustizialismo e impunitismo. Oggi è il tempo di fare riforme di sistema, anche per contrastare meglio mafie e corruzione".
E che mi dice delle priorità dell'azione penale decisa dalle Camere? Ci sarà questa misura?
"Vedremo. Il Parlamento potrà offrire indirizzi generali, poi lo stesso Csm dovrà dire la sua. Gli stessi Comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica potranno a loro volta offrire contributi. Ma l'esercizio dell'azione penale spetterà sempre alla magistratura, la cui indipendenza è un bene costituzionale tra i più preziosi, che ogni tanto qualcuno vorrebbe intaccare".
I referendum di Salvini sono compatibili con questa maggioranza?
"Salvini sta minando quotidianamente l'azione di un governo che è nato anche per fare queste riforme. Non è in discussione l'iniziativa dei Radicali, ma la strumentalità con la quale Salvini la cavalca. E chiedo: come fa il Salvini del "marciscano in galera", del "buttiamo via la chiave", a essere credibile su referendum garantisti che riguardano anche l'umanizzazione delle carceri?".
Le future riforme basteranno per ridare ai magistrati e soprattutto al Csm la credibilità inesorabilmente intaccata come dimostrano tutti i sondaggi?
"È necessario che la magistratura ritrovi questa credibilità con una profonda autorigenerazione che stronchi correntismo e carrierismi. La politica ha il compito di accompagnare con la riforma questo processo tutelando l'autonomia dei magistrati. Il Pd, con le sue proposte tra cui l'Alta Corte, sta offrendo un contributo di spessore".
di Errico Novi
Il Dubbio, 19 maggio 2021
"Pagelle negative ai pm distratti sulle garanzie: la vera riforma del Csm". "È un'occasione non da poco per separare le funzioni, e di fatto le carriere dei magistrati, a Costituzione invariata". Scusi onorevole Costa, com'è possibile? Si vietano del tutto i passaggi di funzione? "Non solo, si può fare subito qualcosa di semplice ed efficace. Di qui a poche ore convertiamo il decreto Covid (oggi alla Camera, ndr) in cui compare la norma che riduce da tre a due le prove scritte per il prossimo concorso in magistratura. Motivi straordinari: vanno limitati i rischi di contagio. Giusto: ma il punto è che, per tutti gli aspiranti giudici, saranno sorteggiate solo due fra le tre materie tradizionali, cioè penale, civile e amministrativo. Potrebbe verificarsi che un candidato intenzionato a intraprendere la carriera da requirente non debba dunque sostenere la prova scritta in diritto penale. Paradossale. Io propongo di correggere la norma del decreto in modo che chi intende diventare pm debba per forza sostenere lo scritto sul diritto penale. Sarebbe una breccia nel muro in prospettiva futura, nel senso che anche per gli anni a venire i candidati al concorso in magistratura dovrebbero chiarire subito quale carriera intendono seguire. A quel punto basterebbe vietare i passaggi da una funzione all'altra".
Enrico Costa, già viceministro a via Arenula con Andrea Orlando, poi responsabile Giustizia prima di Forza Italia e ora di Azione, è il terrore dei guardasigilli in carica. Perché è un avvocato penalista che oltre a conoscere benissimo le pieghe della procedura è esperto pure di quelle che si nascondono nei regolamenti parlamentari. Quindi, che si trovi in maggioranza o all'opposizione, riesce spesso a far passare proposte considerate inizialmente blasfeme.
Ci risiamo, onorevole: cosa ha preparato per la riforma del Csm?
Intanto nell'esame del Dl Covid confido di ottenere, sulla norma per i concorsi, sostegno da altre forze di maggioranza. Credo che la separazione delle carriere si possa realizzare, più che per via referendaria, con norme ordinarie, senza toccare la Costituzione. L'idea di introdurre corsie preselettive già al concorso in magistratura è un primo passo.
Gli altri?
Si può prevedere che sanzioni disciplinari e soprattutto incarichi direttivi vengano decisi sì dall'unico attuale Csm, ma con percorsi separati per giudicanti e requirenti. Così si assicura autonomia ai due diversi ambiti funzionali senza dover duplicare l'organo di autogoverno, cosa possibile appunto solo con una modifica costituzionale.
Ma non c'è il rischio che i garantisti, nel tentativo di stravincere la partita, scatenino in realtà una rissa a centrocampo con chi è in disaccordo, i 5 stelle innanzitutto?
Io ho condotto battaglie a difesa dei princìpi quando ero all'opposizione. Se si tratta di affermare lo Stato di diritto, perché dovrei rinnegare quelle battaglie ora che faccio parte della maggioranza? Capisco il timore che si possano creare tensioni soprattutto col Movimento 5 Stelle, ma non è possibile essere tenuti in ostaggio da una componente che è pur sempre minoritaria nella compagine di governo.
A parte la prescrizione, i 5 stelle contestano lo stop ai ricorsi dei pm sugli assolti.
A me in realtà l'ipotesi prospettata dalla commissione Lattanzi, ma non ancora tradotta in un vero e proprio emendamento della ministra Cartabia, pare problematica per l'altra norma con cui si ritiene di dover bilanciare il divieto di impugnare le assoluzioni, vale a dire l'appello a critica vincolata ipotizzato per la difesa. Si dovrà leggere con attenzione il testo della guardasigilli. Io credo si debba partire da un dato: oggi il 48 per cento delle condanne inflitte in primo grado viene riformato in tutto o in parte in appello. È mai possibile rinunciare a un sindacato di merito che si rivela così spesso necessario? A me pare di no.
Torniamo alla riforma del Csm: lei depositerà entro la scadenza di lunedì un emendamento che prevede le "pagelle dei magistrati". Cosa vuol dire?
Non esiste una banca dati sulla qualità delle decisioni: oggi il ministero della Giustizia conteggia e registra solo la loro quantità, non la loro coerenza, la correttezza delle scelte compiute dal magistrato. Ecco, a me sembra già un errore di metodo questo sbilanciamento sui numeri che non tiene conto di quante volte la statistica sui fascicoli smaltiti o le indagini concluse nasconda una scarsa attenzione alle regole.
Si rischia una giustizia burocratica, fatta di performance statistiche dei magistrati anziché di valutazioni scrupolose sui diritti?
Direi proprio di sì. Attenti, vogliamo processi più veloci, tribunali meno sovraccarichi? La strada c'è: abbiamo centomila assolti in primo grado ogni anno, vuol dire che la metà dei processi non doveva neppure essere celebrata, e invece i pm s'impuntano e fanno appello. Evitiamo di mandare a dibattimento fascicoli nati morti. È importante il segnale offerto dalla commissione Lattanzi, che nella riunione con noi deputati, la settimana scorsa, ha ipotizzato di modificare la regola del giudizio: va a processo solo l'accusa che, carte alla mano, ha elevate probabilità di produrre una condanna. Non è che si va a processo per vedere come sono quelle carte: le si vede prima, nell'udienza preliminare, che non dev'essere più la stazione in cui il treno della giustizia passa senza fermarsi mai. E anche in base alle richieste e alle decisioni prodotte in quella fase dai pm e dai gup, si stabilisce una valutazione sulla qualità del loro lavoro. Valutazione di cui il Csm dovrà poi tenere conto al momento di esprimersi sulla professionalità raggiunta dal magistrato, che determina gli scatti di carriera. Vuole un altro esempio sulla logica di questo screening?
Prego...
La legge italiana stabilisce che non dev'essere arrestato chi, seppur condannato, otterrebbe la sospensione condizionale della pena.
Non si deve far "assaggiare" la galera a chi a fine processo non ci finirebbe...
Vuol sapere quanti sono i casi di giudici che accolgono la richiesta del pm sulla custodia in carcere e poi dopo dieci giorni danno via libera a un patteggiamento con pena sospesa? Una marea. Ecco, chi compie scelte simili andrebbe valutato non positivamente. Il ministero della Giustizia non ha ancora depositato il rapporto sull'ingiusta detenzione, in cui dati del genere compaiono. Io dico: facciamo in modo che la linearità delle decisioni assunte da pm e giudici in casi come questo abbia un peso ai fini della loro carriera.
Si tratta di vincolare il Csm a valutazioni di professionalità che non siano tutte tarate su un'irrealistica eccellenza: come si fa?
La riforma del Csm deve mirare sicuramente a impedire il paradosso per cui il 99 per cento dei magistrati ottiene il massimo nelle valutazioni di professionalità. Serve una gradazione nei giudizi, e la banca dati qualitativa di cui parlavo è strumento indispensabile per arrivarci. Altro presupposto necessario è la partecipazione piena degli avvocati nei Consigli giudiziari, quando si decide sulla carriera di giudici e pm.
Nella riforma Bonafede è scritto, il Csm si è opposto...
Ma dall'avvocatura, dal Cnf come dall'Unione Camere penali, sono arrivati documenti che rafforzano la necessità di quelle norme. Dobbiamo intervenire per cambiare gli automatismi che impediscono un effettivo sindacato sull'attività di pm e giudici.
Nel ddl penale invece chiede di rafforzare il divieto di intercettazione nei riguardi dell'avvocato: come?
Non solo ho reso più stringente il divieto, che ora determina l'inutilizzabilità e l'impossibilita di trascrivere i colloqui eventualmente captati fra difensore e assistito: propongo di introdurre anche una sanzione penale per chi viola il divieto, vale a dire per l'ufficiale di polizia giudiziaria che intercetta la telefonata dell'avvocato e anziché bloccare, se possibile, la registrazione, la trascrive, o comunque ne informa il pm. Se una regola c'è va rispettata, e dovrebbe essere così anche per chi sulle regole sarebbe tenuto a vigilare.
di Giulia Merlo
Il Domani, 19 maggio 2021
La società che ha effettuato le captazioni le ha veicolate da server non protetti. Ora la Rcs è indagata e rischiano di essere inutilizzabili tutte le intercettazioni che ha effettuato. I trojan del caso Palamara potrebbero essere la leva che fa saltare non solo i procedimenti disciplinari davanti al Consiglio superiore della magistratura del deputato di Italia viva Cosimo Ferri e dei cinque ex consiglieri che erano alla cena dell'hotel Champagne, ma anche un numero imprecisato di procedimenti penali.
Tutto è legato all'inchiesta aperta nei confronti della società di intercettazioni Rcs, che ha eseguito materialmente l'installazione del virus spia nel cellulare dell'ex magistrato Luca Palamara e la successiva captazione. Il rappresentante della società Duilio Bianchi e altri tre dipendenti sono indagati dalla procura di Napoli per accesso abusivo a un sistema informatico o telematico e frode nelle pubbliche forniture. E dalla procura di Firenze per falsa testimonianza e falso ideologico per induzione in errore dei magistrati di Perugia. L'indagine è emersa proprio in relazione al caso dell'ex numero uno dell'Anm e potrebbe dimostrare l'esistenza di un enorme buco nella segretezza e nella conservazione di dati sensibili come quelli raccolti con intercettazioni a fini penali.
Il primo sospetto nasce nel corso del procedimento disciplinare al Csm nei confronti di Palamara iniziato nel luglio 2020. Le intercettazioni e le chat sono già state pubblicate da tutti i giornali in violazione del segreto istruttorio, hanno provocato un terremoto al Csm con le dimissioni di alcuni consiglieri e sono il fondamento del procedimento a suo carico, nonché del processo penale che sta per venire istruito davanti al tribunale di Perugia.
La difesa dell'ex magistrato al Csm solleva dubbi sulla presenza di server intermedi di Rcs che raccolgono i dati del cellulare di Palamara e li inviano al server della procura della Repubblica di Roma, che sarebbe invece l'unico autorizzato a ricevere le captazioni e a smistarle alla Guardia di finanza. Nel procedimento disciplinare però, la sezione del Csm accoglie come testimone solo Bianchi. L'avvocato generale che sostiene l'accusa, Piero Gaeta, gli chiede delucidazioni: Bianchi dice che non ci sono server intermedi e così si chiude la questione dell'inutilizzabilità delle intercettazioni, che sono poi l'unica prova a sostegno dei capi di incolpazione a carico di Palamara, come sostenuto nella requisitoria finale, "altrimenti il procedimento dovrebbe concludersi con un non luogo a procedere". Così Palamara viene radiato.
Il codice di procedura penale è chiaro nello stabilire che gli impianti su cui vengono veicolate e conservate le intercettazioni debbano essere di proprietà e nella disponibilità della procura della Repubblica. Questo per garantire la segretezza dei contenuti e la non modificabilità dei dati. Così il dubbio che le intercettazioni di Palamara abbiano avuto un diverso iter rimane e viene rilanciato dalla difesa di Cosimo Ferri, anche lui sottoposto a procedimento disciplinare davanti al Csm. L'avvocato Luigi Panella nomina due consulenti tecnici per verificare i dati captati che registrano indirettamente anche Ferri.
La prova, però, non è facilmente riscontrabile perché la copia forense delle intercettazioni di Palamara contiene il nome del trojan, "Carrier", ma non riporta anche i dati di connessione, che permettono di trovare l'indirizzo ip del server. Inoltre risalirvi dal cellulare fisico di Palamara è impossibile perché lui ha continuato a usarlo e gli aggiornamenti del software hanno cancellato i dati. Per un caso fortuito, però, il consulente tecnico Fabio Milana ha seguito un altro procedimento in cui l'imputato era stato intercettato con trojan con lo stesso nome, inoculato sempre da Rcs e nello stesso periodo di Palamara e il cellulare infettato non è stato più utilizzato. Così riesce a risalire all'indirizzo ip e la difesa di Ferri, nell'ambito di indagini difensive, chiede alla ditta telefonica titolare del contratto a quale indirizzo corrisponda quel server.
Il server a Napoli - L'indirizzo che emerge è: centro direzionale di Napoli, isola E5, intestatario Rcs. Tradotto: l'indirizzo a cui sono state inviate le intercettazioni di Palamara non è a Roma ma a Napoli e il server, pur trovandosi fisicamente nella struttura della procura, non è di proprietà della procura ma della società privata. Un trasferimento che non era stato segnalato dalla Rcs, tanto che i magistrati partenopei non erano a conoscenza dello spostamento. "Non risultano effettuate comunicazioni da parte di Rcs alla procura di Napoli, né in merito alla ricollocazione degli impianti né in ordine alla effettiva architettura dei sistemi, né alle concrete modalità di funzionamento", si legge nel decreto di ispezione disposto dalla procura di Napoli. La procura di Firenze iscrive Bianchi nel registro delle notizie di reato e lo convoca: lui ammette che i dati del cellulare di Palamara sono finiti a Napoli invece che a Roma.
Oltre alla loro collocazione i server napoletani hanno un altro problema: non si limitano a veicolare i dati ai server delle procure, ma - secondo l'indagine - li riceverebbero, cancellerebbero gli originali e solo dopo li trasmetterebbero alle singole procure che hanno noleggiato i trojan della Rcs. Inoltre tutti i dati non criptati possono essere accessibili agli amministratori del sistema Rcs e dunque ipoteticamente potrebbero essere stati modificati o anche cancellati nel passaggio alle procure.
"L'esistenza di server a Napoli non autorizzati dall'autorità giudiziaria, e pertanto in questo senso "occulti", rende radicalmente e patologicamente inutilizzabili tutte le intercettazioni", dice l'avvocato Panella. E questo, se fosse riconosciuto in sede giudiziaria, aprirebbe a conseguenze eclatanti. Ovvero la possibile inutilizzabilità di tutte le intercettazioni effettuate da parte di Rcs per conto di moltissime procure italiane che siano state veicolate dal server di Napoli.
di Dario del Porto
La Repubblica, 19 maggio 2021
Appello per boicottare la Commissione di studio istituita con un decreto dalle due ministre. Il primo a protestare è stato Alessandro Riello, giovane pm antimafia a Catanzaro: "Noi magistrati del Mezzogiorno, trattati come sudditi e non come cittadini", ha scritto sulle mailing list per criticare la commissione di studio istituita con un decreto da due ministre, la Guardasigilli Marta Cartabia e la titolare della delega per il Sud, Mara Carfagna, con l'obiettivo di analizzare l'organizzazione della giustizia nel Meridione ed elaborare proposte per garantirne l'efficacia.
"Si tratta, innanzitutto, di una sovrastruttura di cui non si avvertiva l'esigenza. Quello che è però più grave è che, nel decreto, si parla espressamente di una "esportazione" al Sud di buone prassi sviluppatesi in uffici giudiziari di altri territori", scrive il pm Riello. E attacca: "Noi magistrati in servizio negli uffici del Sud dell'Italia riteniamo l'istituzione di questa commissione e le finalità perseguite profondamente offensive della dignità, della professionalità, della dedizione al lavoro che quotidianamente svolgiamo negli uffici giudiziari". Il post ha subito scatenato il dibattito tra i magistrati raccogliendo consensi da Roma a Bari a Napoli.
La commissione è presieduta dal capo dell'Ispettorato di via Arenula, Maria Rosaria Covelli, ed è composta da avvocati, magistrati e docenti universitari di alto profilo, peraltro quasi tutti provenienti da Atenei o uffici giudiziari meridionali. Fra gli altri, sono stati chiamati a farne parte il presidente della Corte di Appello di Reggio Calabria, Luciano Gerardis, quello del tribunale di Aversa Napoli-Nord Pierluigi Picardi e la presidente del tribunale di Marsala Alessandra Camassa. Ma nel mirino dei contestatori non ci sono i nomi, bensì quel passaggio sulle "best practices" da applicare al Sud dopo essere state sperimentate in altri uffici.
"È paradossale - dice Riello (figlio del procuratore generale di Napoli) - perché proprio un'amministrazione che deve essere imparziale per definizione si vede destinataria di provvedimenti che rischiano di alimentare una contrapposizione fra Nord e Sud. Molti di noi lavorano in condizioni difficili e in territori complessi. Basti pensare ai tanti giovanissimi giudici che si occupano di processi di mafia. Non chiediamo medaglie né riconoscimenti, ma non possiamo accettare di essere etichettati come i responsabili delle disfunzioni". Nel suo appello, il pm di Catanzaro chiede ai magistrati designati nella commissione di "non dare il proprio contributo a una logica di contrapposizione e sottovalutazione culturale dei magistrati del Mezzogiorno rispetto a quelli del resto d'Italia" e invita il Ministero della Giustizia di "valutare l'opportunità di revocare il decreto".
È d'accordo con Riello Giuseppe Visone, pm del pool anticamorra di Napoli, che parla di "iniziativa alquanto sorprendente, sia dal punto di vista dell'opportunità, sia del metodo. Si manda un messaggio assolutamente sbagliato, quello di una giustizia a doppia velocità tra Nord e Sud, quando chi si occupa di giustizia sa benissimo che la situazione è a macchia di leopardo. Ci sono tanti esempi virtuosi nei tribunali del Mezzogiorno, dove si lavora in condizioni spesso al limite, senza risorse, mezzi, con gravissime carenze negli organici di cancellieri e magistrati. Anche dal punto di vista politico - argomenta il pm Visone - trasmettere l'idea di una questione meridionale della giustizia può avere effetti fortemente divisivi in un momento nel quale, al contrario, c'è bisogno di remare tutti dalla stessa parte per soluzioni condivise"
di Armando Mannino
Il Riformista, 19 maggio 2021
Il recente intervento di Guido Neppi Modona sui problemi della giustizia stimola, per la sua indiscussa autorevolezza (è stato magistrato, professore d'università, componente della Corte costituzionale), alcune riflessioni sul merito delle sue proposte, che nascono dalla consapevolezza ormai diffusa di una realtà stigmatizzata con espressioni particolarmente dure. Queste sono rivolte non solo a quei magistrati che, accentrando e monopolizzando all'interno delle correnti le decisioni del Consiglio superiore della magistratura (Csm), hanno fatto "scempio... dei principi di legalità su cui avrebbero dovuto basarsi"; ma anche di quelli che per perseguire le loro legittime aspettative di carriera hanno cercato di "ottenere una posizione di favore illegittima", facendo "mercimonio della propria indipendenza, considerato che qualcuno, in perfetto stile mafioso, sarebbe poi venuto a chiedergli di saldare il conto".
La gestione illegale del Csm non si esaurisce quindi al suo interno, ma si riverbera, anche se questo aspetto troppo spesso viene trascurato o non approfondito in modo sufficiente, su tutto l'apparato giudiziario, compromettendo i principi fondamentali di indipendenza e di autonomia dei magistrati, la loro subordinazione alla legge e di riflesso i diritti dei cittadini. L'incresciosa degenerazione dei comportamenti di una parte della magistratura, purtroppo non marginale, "causata dallo strapotere delle correnti e dall'esasperata autotutela corporativa dei magistrati, soprattutto del pubblico ministero", lo conduce a una ferma dissociazione, espressione di una onestà intellettuale fondata su una logica coerenza, nutrita dai principi costituzionali e dalla conoscenza della realtà, che sfocia nella contestuale ricerca di soluzioni concrete nel tentativo di impedire il loro ripetersi. È piena, quindi, la consapevolezza non solo della gravità dei fatti emersi, specialmente in questi due ultimi anni, ma anche della conseguente profonda delegittimazione dell'apparato giudiziario nei confronti dei cittadini e della corrispondente ineludibilità di rilevanti ed effettivi interventi di riforma, oggi ancora più urgenti alla luce della concreta possibilità di attivazione di una procedura referendaria.
Al di là dei suoi contenuti e degli eventuali risultati, questa finirebbe per un periodo certamente non breve con il mettere sul banco degli imputati la magistratura nel suo complesso, contribuendo da un lato a delegittimarla ulteriormente agli occhi della pubblica opinione, con effetti forse peggiori di quelli prodotti da una commissione parlamentare d'inchiesta, e dall'altro a precostituire le condizioni politiche per interventi limitativi della sua indipendenza. Neppi Modona propone quindi di intervenire su un duplice piano: a medio termine con la procedura di revisione dell'art. 104 della Costituzione per modificare la composizione del Csm; nell'immediato, in vista del rinnovo di questo organo nel settembre dell'anno venturo, con una modifica della legge elettorale che sopprima il prepotere delle correnti sul Csm e di riflesso sulla carriera dei magistrati.
Prescindendo per il momento dalla revisione della legge elettorale, la componente cosiddetta "togata" del Csm, attualmente composta per due terzi da magistrati ordinari eletti tra gli appartenenti alle diverse categorie, dovrebbe essere ridotta preferibilmente "a un terzo" o comunque a non più della metà; quella "politica", eletta dal Parlamento in seduta comune - quindi espressione dei partiti politici - tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati con più di quindici anni di esercizio professionale, oggi pari al terzo rimanente, verrebbe soppressa. La proposta di modifica è quindi radicale, ma al contempo razionale e coerente, perché prende atto delle disfunzioni esistenti, ne individua una causa nelle modalità di composizione del Csm e colpisce entrambe le componenti.
La prima, considerata responsabile delle pesanti deviazioni dal principio di legalità e quindi ritenuta di fatto inidonea ad "autogovernarsi", verrebbe ridotta preferibilmente al ruolo di una minoranza, per quanto consistente; la seconda sarebbe addirittura soppressa, nella consapevolezza che l'attitudine dei partiti a condizionare le decisioni del Csm, subordinandole ai propri interessi, costituisca un fattore di inquinamento della loro limpidità e legalità. Il plenum dell'organo sarebbe poi reintegrato con l'elezione dei consiglieri rimanenti affidata in parte ai presidi dei Dipartimenti universitari della Facoltà di Giurisprudenza e in parte ai Consigli forensi. Alla Conferenza dei rettori spetterebbe infine eleggere un numero imprecisato di esponenti della cultura anche con preparazione non giuridica.
Questa proposta, condivisibile nei presupposti che la ispirano, nel merito lascia tuttavia perplessi. La natura giuridica delle decisioni attribuite al Csm e la loro rilevanza politico-istituzionale sconsigliano innanzi tutto di integrarlo con personalità prive di una solida formazione e competenza giuridica; i presidi dei Dipartimenti giuridici, cui sarebbe attribuita la scelta della componente "accademica", non hanno sotto questo profilo alcuna capacità rappresentativa dei collegi che li hanno eletti e quindi deciderebbero a titolo personale su questioni di particolare rilevanza istituzionale; la presenza di una componente forense, essenziale all'interno dei Consigli giudiziari per la valutazione della professionalità dei magistrati, potrebbe rafforzare la natura corporativa del Csm, sostituendo l'attuale monopolio di fatto dei magistrati con un duopolio magistrati-avvocati, che potrebbe essere fonte di ulteriori disfunzioni. Decisiva e assorbente appare infine la considerazione che il corretto funzionamento dell'apparato giudiziario, nelle sue decisioni di vertice affidato al Csm, è materia di rilevanza anche politico-istituzionale e di preminente interesse pubblico, che non può non essere attribuita a soggetti in modo diretto o indiretto rappresentativi della sovranità popolare.
Ferma quindi la presenza nel Csm di una rappresentanza non maggioritaria di magistrati, la selezione dei consiglieri rimanenti non può non essere affidata agli organi costituzionali e in particolare, escluso il governo in quanto derivazione dei soli partiti di maggioranza, al Parlamento in seduta comune, nel quale sono rappresentate tutte le forze politiche espresse dalla consultazione elettorale, e al presidente della Repubblica nella sua funzione di rappresentante dell'unità nazionale e di garante della Costituzione. Il meccanismo di composizione del Csm deve però essere tale da impedire, requisito imprescindibile, che la derivazione politica dei consiglieri li spinga a soddisfare gli interessi contingenti dei soggetti da cui sono designati a detrimento di quelli generali della collettività.
Il modello cui ispirarsi dovrebbe allora essere quello della composizione della Corte costituzionale, della cui competenza e imparzialità, consolidate nei decenni, nessuno può dubitare.
I componenti del nuovo Csm dovrebbero quindi essere eletti dal Presidente della Repubblica, dal Parlamento in seduta comune e dai magistrati, ciascuno per un terzo, in modo che nessuna componente possa prevalere sulle altre e imporre le proprie decisioni. Il numero dei suoi componenti dovrebbe essere inferiore e non maggiore di quello attuale. Un numero ridotto, preferibilmente quindici, favorisce infatti la selezione dei migliori, specialmente nell'ambito parlamentare, nel quale la previsione per l'elezione di una maggioranza qualificata impedirebbe il successo di candidati ritenuti privi dei requisiti necessari o comunque troppo legati a un partito politico e quindi tendenzialmente parziali. La durata in carica dei consiglieri dovrebbe inoltre essere sufficientemente lunga, comunque maggiore dell'attuale, per dare ad essi stabilità e autorevolezza e svincolarli da eventuali condizionamenti politici: potrebbe essere di sette anni, anche per differenziarla da quella dei componenti la Corte costituzionale, che restano in carica nove anni.
Del nuovo Csm non farebbe parte il Presidente della Repubblica. Non è questa una diminuzione della sua funzione costituzionale, perché è compensata dal potere di nominare un terzo dei consiglieri. Questo potere dovrebbe però essere esercitato al fine di riequilibrare la composizione dell'organo, dando cioè espressione a orientamenti culturali importanti nella società ma non rappresentati. D'altronde, se invece gli dovesse essere confermata la presidenza del Csm, questa, unita al potere di nomina del terzo dei consiglieri, lo trasformerebbe nel soggetto dominante al suo interno, rendendolo di fatto responsabile, anche politicamente, delle decisioni di vertice dell'apparato giudiziario, in contrasto con la natura di garante della costituzione che caratterizza la sua funzione.
L'ultimo problema da affrontare è quello dei poteri del nuovo Csm. La soluzione più semplice è quella di mantenere quelli attuali individuati dalla Carta costituzionale: assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, promozioni e provvedimenti disciplinari (competenza quest'ultima che diventerebbe esclusiva e quindi non soggetta a ricorsi amministrativi) nei confronti dei magistrati. Potrebbe però essere opportuno ampliarli ulteriormente, estendendoli alla responsabilità civile e penale di secondo grado dei magistrati. Se infatti la responsabilità disciplinare oggi non funziona per il corporativismo dei magistrati, non è possibile escludere che ne siano almeno potenzialmente affette anche le decisioni sulla responsabilità civile e penale.
di Stefania Albanese e Cecilia Ferrara
Il Domani, 19 maggio 2021
Secondo un antico stereotipo razzista, gli "zingari" rubano i figli alle madri italiane. In realtà succede il contrario: spesso i tribunali tolgono i bambini a genitori giudicati "inadeguati".
Con la crisi economica e con l'aumento delle nuove povertà il fenomeno degli allontanamenti che finiscono per diventare adozioni non potrà far altro che crescere. "Pensavo di morire. Sono stata quattro mesi con la paura che mi togliessero i bambini. Già ne avevo dati due allo stato. Gli altri no!". Mariana (nome di fantasia) di figli ne ha 6. È una donna rom che vive in uno dei tanti campi che Roma ancora ha, nonostante le condanne internazionali all'Italia e la promessa di superamento della sindaca Virginia Raggi. La famiglia di Mariana è bosniaca, ma lei la Bosnia Erzegovina non l'ha mai vista in vita sua, ha sempre vissuto in Italia, nei campi. Senza mai una casa vera, e senza documenti: mai avuti, come tanti e tante rom nella capitale.
Bimbi strappati - Ed è proprio dall'incontro con la burocrazia che cominciano i guai di Mariana. Quando la donna fa richiesta di permesso di soggiorno per motivi familiari - a causa della malattia del figlio più piccolo, l'iter si avvia. Un'assistente sociale la va a trovare, redige una relazione su di lei, il marito e i figli, e alla fine il tribunale dei minori emana un decreto di sospensione della patria potestà su tutta la prole. Salta anche il permesso di soggiorno, perché "senza" più figli, Mariana può essere espulsa. "I paradossi del sistema", spiega un mediatore sociale che chiede di rimanere anonimo. "Per fortuna l'assistente sociale si è resa conto di quello che aveva fatto, ha chiamato il tribunale, ha redatto una seconda relazione più positiva e l'iter per mandare i bambini in casa famiglia è stato bloccato. Alla madre è stato annullato il foglio di via, ma dovrà rifare tutto da capo per il permesso di soggiorno". L'udienza è prevista per settembre. Al padre, invece, il decreto di espulsione non è stato revocato. "Se lo fermano lo mettono in un Cie". Oggi "la povertà è una colpa dei genitori", prosegue l'anonimo mediatore sociale.
Se l'Italia viene condannata dalla Corte europea dei diritti umani perché alle mamme migranti, spesso vittime di tratta, i figli vengono tolti a volte con troppa facilità - come Domani ha raccontato in un'altra inchiesta - alla popolazione rom non va meglio. "Se sei povero, straniero o rom - continua l'operatore - è molto facile che ti piombi addosso un decreto di allontanamento per i tuoi figli". È il sistema, ancora una volta. E il peccato originale è quello della povertà. "Il benessere dei bambini è solo economico, la sfera affettiva viene dimenticata. La famiglia povera non è adeguata. Ma uno stato sociale che permetta di cambiare quella condizione, dall'altra parte, non c'è".
Dal borseggio all'elemosina - Parlare di rom è sempre faticoso: la loro stessa esistenza viene vista come difficile. Fino a tre anni fa Mariana faceva la borseggiatrice. Ma quando è rimasta incinta dell'ultimo figlio ha deciso di smettere: ora chiede soldi sotto alla metropolitana. Mostra i suoi figli in foto con orgoglio ed è arrabbiatissima con le assistenti sociali. "Sono furbe, ti prendono i figli e ti promettono che li potrai rivedere e che torneranno da te. Poi però non ti fissano i colloqui e non li vedi più". Pensare che è stata lei stessa a portare la figlia più grande in casa famiglia, visto che si ostinava a non andare a scuola. "Ho messo un sasso al posto del cuore, le ho fatto la valigia e l'ho portata lì. Ha finito la terza media, e fra poco a 18 anni potrà uscire e fare quello che le pare".
Tutti i figli di Mariana hanno la terza media, tranne la più piccola che è alle elementari. Lei ha smesso di rubare, ha aderito a tutti i piani del comune per la fuoriuscita dai campi. Per questo quando l'hanno minacciata di portare tutti i suoi figli in casa famiglia le è sembrato ingiusto. Ha vissuto quei mesi nel terrore, perché le era già capitato. "A 16 anni ho partorito il primo figlio: era molto malato, aveva bisogno di tante cure. Nel campo non ce l'avrei fatta, per questo l'ho dato in adozione. Invece Lucia (nome di fantasia) me l'hanno tolta quando ero in carcere: aveva 3 anni e mezzo e mia madre l'ha portata a fare l'elemosina. Quando me l'hanno detto, mentre ero ancora dentro, ho smesso di mangiare. Pensavo di diventare matta". Una volta libera Mariana ha preso un avvocato e ha provato a contestare lo stato di abbandono, decretato - dice la donna - non per l'accattonaggio ma perché alla bambina mancavano i vaccini. Un po' Mariana lo ha capito: sa che avrebbe dovuto vaccinare la bimba, anche se sembra non averlo fatto più per motivi logistici che altro. Racconta che il giudice, quando ha fatto ricorso per riavere Lucia, non è stato cattivo. Ma quasi comprensivo. "Mariana - gli avrebbe detto - tu sei una brava madre. Gli altri figli te li lasciamo. Ma questa piccola no". Il giudice in Corte d'appello le ha dato torto e lei non ha più visto la figlia. Probabilmente è stata adottata.
Il contesto e i numeri - Sui figli dei rom allontanati dai genitori e messi in case famiglia, dati in affidamento o adottati c'è già una corposa letteratura. L'antropologa Carlotta Saletti Salza, nel 2010, ha pubblicato un volume molto duro: "Dalla tutela al genocidio?", frutto di una ricerca negli archivi di alcuni tribunali minorili italiani.
Già lì emerge l'alto numero di decreti di adozione di bambini rom, che rischia di celare tra l'altro pregiudizi nel sistema e tentazioni di assimilazione culturale. Un trend confermato dal dossier del 2013 dell'Associazione 21 luglio sulle adozioni dei minori rom in emergenza abitativa nella regione Lazio. Secondo quanto emerge nel documento, su un totale di 1.416 aperture di adottabilità in sette anni, i rom costituiscono il 14 per cento. Le sentenze registrate dal 2006 al 2012 inerenti l'adottabilità di minori rom residenti nei "campi" sono 202: il 52 per cento è di sesso femminile. Il 68 per cento possiede cognomi "slavi" (macedoni, montenegrini, bosniaci, serbi), il 27 per cento rumeni, il 4 per cento cognomi di famiglie franco-marocchine e solo l'1 per cento è di famiglia italiana.
Su 202 casi, 117 - ovvero il 58 per cento del totale dei minori rom oggetto di sentenza - "sono stati effettivamente dichiarati adottabili, 47 casi (il 23 per cento) si sono chiusi con una sentenza di non luogo a provvedere", mentre 38 casi (il 19 per cento) erano all'epoca ancora in attesa di giudizio definitivo. Sul totale, "il 50 per cento dei minori oggetto di una sentenza di apertura di adottabilità ha meno di 7 anni e il 30 per cento meno di 3".
"Non è cambiato molto da allora", commenta oggi Carlo Stasolla, presidente dell'Associazione 21 luglio. "Il fenomeno è proporzionale alla condizione di marginalità e di povertà. Lo stato, invece di rispondere con l'articolo 3 della Costituzione per cui la Repubblica dovrebbe rimuovere le cause che limitano di fatto l'eguaglianza e la libertà dei cittadini, più facilmente procede con questi allontanamenti che finiscono per diventare adozioni quando si tratta di bambini in tenera età". E con la crisi economica, e con l'aumento delle nuove povertà questo fenomeno non potrà far altro che crescere.
"Lo stato toglie i bambini, ma questo ha un costo altissimo", ricorda il presidente dell'associazione che si occupa di rom a Roma. Già, perché un bambino ospitato in una casa famiglia costa alla regione Lazio circa 2mila euro al mese. "Abbiamo conosciuto mamme a cui hanno tolto 5 bambini, il cui mantenimento costa 10mila euro al mese, 120mila l'anno solo per quel nucleo. Con quei soldi si sarebbero potuti realizzare molti progetti di aiuto più proficui, chiosa Stasolla. "Le madri non sempre hanno gli strumenti per fare ricorso e per capire cosa sta succedendo", aggiunge. "Ci sono casi in cui la donna, quando le tolgono il bambino, non sa cosa fare e scappa - e naturalmente diventa ancora più incapace come genitore".
E poi c'è il ruolo dei servizi sociali e della burocrazia. "Ci sono campi nomadi in cui l'assistente sociale ha paura a entrare, quindi redige le sue relazioni sulla base del sentito dire. E ci sono notifiche del tribunale che non vengono recepite per motivi logistici. Basta poco: il giudice convoca, i genitori non si presentano perché non è arrivata in tempo la notifica o perché non hanno capito cosa dovevano fare, e quello diventa un caso conclamato di abbandono".
Secondo le fonti di Domani, però c'è stato un aumento di segnalazioni da autunno in poi nella capitale, i motivi non sono chiari. "Almeno una volta a settimana una famiglia mi chiama per possibile allontanamento di minori" dice la nostra fonte. Domani ha provato ripetutamente a chiedere al comune di Roma e a un municipio dove insiste un grosso campo rom di parlare con i servizi sociali, che sono notoriamente "gli occhi dei giudici minorili". L'Amministrazione comunale ci ha risposto di non avere dati dei minori rom nelle case famiglia e che "l'allontanamento dalle famiglie lo dispone il tribunale dei minorenni su proposta della procura. Se sono colpiti più di altri la procura avrà visto che ne ricorrono i presupposti".
Campi e stereotipi - Melita Cavallo è stata presidente del Tribunale per i minorenni di Roma e giudice minorile a Milano e a Napoli. Di storie ne ha viste tante, tantissime. "Potrei scrivere un libro". C'è un caso che ricorda tra i tanti: siamo a Napoli. "Mi è rimasto nel cuore: tre bimbi, erano grandicelli, li abbiamo presi che avevano 5 o 6 anni", racconta. "Bambini gioiello, intelligentissimi. Sono stati in una struttura ottima, la migliore che avevamo all'epoca, dove i genitori potevano incontrarli. Una domenica avevano insistito per portarli fuori a prendere un gelato. L'uscita è stata autorizzata, ma quei tre bambini sono spariti. Pare che li abbiano portati in Spagna. Di certo non li hanno portati a studiare, ma a tenerli come tengono loro spesso i
La denuncia "Se sei povero, straniero o rom il rischio di allontanamento è molto alto", chiosa Cavallo. "Poi sì, ci sono anche persone che, pur essendo rom, sono abbastanza attente e, se prese in carico, capiscono il bene dei loro bambini. Ma sono l'eccezione: i più non rispondono a quello che il giudice cerca loro di fare capire nel migliore dei modi, per il bene di quei bambini". Come già registrato per i figli di donne migranti, anche nel report dell'Associazione 21 luglio vengono riportate testimonianze che mostrano "una conoscenza estremamente lacunosa e stereotipata delle comunità rom".
La stessa Melita Cavallo lo conferma. "Lo stereotipo scatta perché la situazione è diffusa", spiega. Tutti i campi hanno delle deficienze: ma invece di darsi da fare per superarle si aspetta che tutto venga dall'alto e si deteriora quello che c'è", dice la giudice. Ma le ragioni che vengono addotte per allontanare questi bambini, avverte l'Associazione 21 luglio nel dossier, "sono spesso proprio quelle condizioni abitative insostenibili che coincidono con quanto l'Amministrazione comunale realizza con le proprie politiche, per cui il soggetto "i genitori" potrebbe essere facilmente sostituito con la figura del comune di Roma".
E ancora: "Se da un lato un'istituzione da decenni si occupa di segregare i rom in "villaggi" al di fuori del Grande raccordo anulare, di sgomberare tutti quelli che non rientrano negli spazi istituzionali a loro riservati e dall'altro lato un'altra istituzione giudica tali ambienti inadeguati per lo sviluppo psico-fisico dei minori e ritiene opportuno allontanare i figli dai genitori anche alla luce delle condizioni abitative, è possibile parlare di schizofrenia istituzionale?", si chiede l'Associazione. "Credo ci sia anche una resistenza forte da parte delle famiglie rom ad adeguarsi a quello che ti chiede quello stato che bene o male ti dà una casa" con i campi rom, aggiunge Melita Cavallo. "La persona che viene aiutata non si dà aiuto. È come se ci fosse un'indolenza congenita, la responsabilità non è addebitabile alle istituzioni. Se dici loro "ti voglio aiutare, tuo figlio lascialo, lo seguo e quando sarà più grande verrà da te" ti rispondono "no, deve stare con me, sono io la madre". E questo a me non sta bene come persona, società comunità e diritto".
Case famiglie e affidi - Una volta che il minore entra in una casa famiglia si innesca un meccanismo così protettivo nei suoi confronti che molto difficilmente ne uscirà. Anche solo perché tra un'udienza e l'altra passano sei mesi, un lasso di tempo nel quale vengono scritte relazioni sul nucleo famigliare senza affrontarne però i problemi. E di relazione in relazione passano gli anni. Cosa succede nel frattempo a quei bambini? "Se sono piccoli vanno in adozione. Se sono più grandi restano in casa famiglia e la loro identità diventa problematica: non si sentono più rom, ma non si sentono neanche cittadini come gli altri", spiega Carlo Stasolla. "Hanno sofferto carenze affettive tremende perché il momento dell'abbandono è uno spartiacque e potrebbero manifestare grosse problematiche che poi si traducono in atteggiamenti lesivi e devianze". Lui stesso ha avuto otto bimbi in affido ed è diventato un punto di riferimento degli assistenti sociali, perché i bambini rom in affido non li vuole nessuno. "C'è un servizio sociale totalmente incapace di gestire la questione: ci dovrebbe essere un accompagnamento della famiglia che ha temporaneamente un minore, con l'idea che il bambino debba tornare nel nucleo di origine". E invece "purtroppo i servizi sociali sono così oberati che, una volta dato il bambino in affido, se lo dimenticano".
Alle famiglie benestanti - "Abbiamo creato una famiglia molto particolare", racconta Liliana (nome di fantasia) che ha due figli presi in affido che ha poi adottato. Entrambi hanno sempre avuto e continuano ad avere rapporti regolari con i genitori naturali e uno dei due è di origine rom. La situazione della famiglia di Liliana è ideale, perché i genitori naturali hanno acconsentito sia all'affido che poi all'adozione, senza interferire nella nuova vita dei figli. "Rispetto a tante storie, forse questa situazione è meno traumatica", racconta Liliana. "Non c'è lo strappo definitivo con i genitori naturali, e non resta sospesa quella domanda - che a volte diventa molto urgente - sulla propria identità e le proprie origini. Per loro è tutto alla luce del sole, nel bene e nel male, nei limiti che possono riscontrare in noi e in quelli che possono vedere nei genitori naturali". Il figlio però non sa nulla delle sue origini rom: il padre è italiano e la madre non vive in un campo. Per Liliana non sta a lei raccontarlo, almeno fino a quando non sarà il figlio stesso a fare domande: non ha ricordi della vita familiare precedente, poiché è stato messo in casa famiglia quando aveva 3 anni e a 6 è stato dato in affidamento.
La scelta di mettere i bambini in famiglie benestanti è sicuramente rassicurante, ma non sempre funziona. "Ricordo una donna a cui hanno tolto la figlia perché la portava insieme a lei a chiedere l'elemosina", racconta il mediatore sociale. La bambina viene affidata a una famiglia italiana che però è "troppo legata alla madre" - che la andava a trovare costantemente - e per questo la "restituisce" alla casa famiglia.
Spese Nel Lazio un bambino in casa famiglia costa 2mila euro al mese - E lì la bambina resta, nonostante la mamma avesse nel frattempo trovato una casa e un lavoro. "Ora la ragazza è quasi adolescente e soffre moltissimo: non si sente rom, non si sente non rom ed è ancora in casa famiglia". A funzionare bene invece, chiosa il mediatore sociale, è il penale per i minorenni. "La fortuna di un minore rom spesso è l'arresto per piccoli reati. Gli fanno fare la messa alla prova (il processo viene sospeso e il minorenne viene "messo alla prova" sulla base di un progetto educativo predisposto dai servizi sociali, ndr), gli trovano una borsa lavoro, gli fanno i documenti: paradossalmente smette di essere invisibile".
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