di Luca Attanasio
Il Domani, 27 giugno 2021
I decreti Salvini sono vivi e vegeti. A quasi sette mesi dalla loro modifica strutturale a firma della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, sono ancora serenamente applicati in numerose questure, come se non fosse esistito il Papeete e a dettare legge sulla questione migranti fosse ancora la creatura normativa più amata dall'ex titolare del Viminale. L'impietosa fotografia della mancata attuazione della riforma dei decreti sicurezza ce la fornisce un'azione di monitoraggio sul campo, chiamata Paradosso all'italiana. Quando il governo italiano boicotta sé stesso, curato dal Forum per cambiare l'ordine delle cose che ha scandagliato le prassi degli uffici immigrazione delle questure di 16 grandi città italiane e dimostrato la "totale disapplicazione della legge e l'emersione di gravi criticità procedurali".
L'indifferenza - Agitati come soluzione finale ai problemi di legalità del paese, con l'abrogazione della protezione umanitaria, le multe e le inibizioni alle Ong che soccorrono in mare e la diffusione di un'idea aggressiva nei confronti degli immigrati (che ha conseguenze dirette sulle scelte operative di questure e prefetture) i decreti sicurezza hanno in realtà fatto schizzare il tasso di irregolarità: già stimati in 562mila alla fine del 2018, gli irregolari, per effetto del primo decreto sicurezza dell'ottobre 2018, hanno superato i 610mila a fine 2019 (Dossier immigrazione 2020). Con effetti negativi sulla criminalità, come hanno spiegato Milena Gabanelli e Simona Ravizza lo scorso ottobre sul Corriere della Sera: "Secondo le ultime statistiche, quando uno straniero passa da regolare a irregolare, il rischio che commetta un reato aumenta tra le 10 e le 20 volte".
Sebbene moltissimi tra politici, parlamentari, organismi transnazionali e mondo dell'associazionismo ne chiedessero l'abrogazione totale, la riformulazione dei decreti Salvini a opera del secondo governo Conte, con la legge n. 173/20 (in vigore dallo scorso dicembre), è stata salutata come un passo in avanti. Ma, come dimostra il monitoraggio, il miglioramento è in moltissimi casi solo nel testo. "Ci sono due aspetti inquietanti che il dossier evidenzia - spiega il regista Andrea Segre, tra i promotori del Forum - da una parte siamo di fronte alla palese inapplicazione di una legge, un fatto gravissimo che sbugiarda la resistenza strutturale della macchina dello stato controllata da prefetti e questori nostalgici della misura precedente, che nei fatti si sono opposti alla protezione speciale, misura introdotta dal nuovo decreto. Dall'altra assistiamo a un progressivo sgretolamento della volontà politica che davanti alla mancata attuazione di una legge, si fa incerta se non indifferente".
Nulla di diverso - Nelle 16 città sotto osservazione (tra queste Reggio Calabria, Brindisi, Napoli, Roma, Firenze, Bologna, Trieste e Bolzano) sono state vagliate le prassi degli uffici immigrazione delle questure e delle commissioni territoriali per la protezione umanitaria, oltre che le posizioni assunte dai tribunali ordinari, in particolare per quanto attiene all'accesso alla protezione speciale prevista dalla nuova normativa.
Il risultato preoccupa: migliaia di persone escluse dall'accoglienza legale a causa dei decreti sicurezza del 2018 - con effetto immediato in quel caso - continuano a galleggiare in un pericoloso limbo giuridico, tra irregolarità e invisibilità. Prassi illegittime, circolari contraddittorie, istanze non ricevute o non prese in esame, richieste da parte delle questure di documenti previsti dai vecchi decreti che la legge attuale non esige, documentazioni integrative dimenticate, ignoranza dei cambiamenti: un confuso patchwork che elude in modo evidente la legge.
"Quando il decreto 130 è diventato legge per noi è stata una vera e propria liberazione - confessa Valeria Pecere, membro del direttivo del Forum e socia della cooperativa Solidarietà e Rinnovamento che gestisce due Sai (ex Sprar) a Brindisi e Ostuni - i richiedenti asilo potevano rientrare nei sistemi di accoglienza (per i decreti Salvini i richiedenti erano in grado di rientrare nel diritto alla protezione, e quindi nei centri di seconda accoglienza, solo se la loro richiesta fosse stata accettata, ndr) e veniva istituita la protezione speciale che sostituiva e ricalcava l'umanitaria abolita nel 2018.
Ma ben presto ci siamo resi conto che le cose non cambiavano: le questure rimandano, lasciano passare mesi, e le richieste di protezione speciale che per la nuova legge dovevano passare per le questure e avere un iter più rapido, continuano a essere affidate alle commissioni che, a loro volta, tardano ulteriormente. Le cifre dei rientri nei Sas grazie alle protezioni speciali, a quanto ci risulta, sono irrisorie. Queste norme sono fintamente progressiste, piuttosto sembrano dei palliativi, degli slogan per dire che abbiamo superato il salvinismo, ma siamo ancora lì".
Sprofondare nell'invisibilità - Per molti immigrati l'ingresso o il ritorno alla regolarità è una specie di gioco dell'oca in cui arrivi a un passo dal traguardo ma ritorni sempre al punto di partenza. Un meccanismo che estenua chi ne è vittima e lo forza a scomparire nell'invisibilità. "Il mio caso è emblematico - spiega Mamadou Toure, maliano, mediatore interculturale e tesoriere della comunità africana di Brindisi - Io ho avuto un permesso umanitario che è scaduto nel 2019 e che, essendo stato abolito, non potevo rinnovare. Nel frattempo ho firmato un nuovo contratto e ho chiesto appuntamento in questura per ottenere, come da regola, il permesso per lavoro subordinato. Mi hanno dato prima un appuntamento dopo quattro mesi, poi dopo altri sei, nel frattempo il contratto di lavoro è scaduto.
Il datore me lo avrebbero rinnovato ma, senza un permesso regolare, non poteva esserci alcun rinnovo. Poi, finalmente, la legge è cambiata e avrei potuto usufruire nuovamente della protezione speciale, ma, anche qui, lungaggini infinite, continui ostacoli, mancata conoscenza della nuova normativa, un concentrato di problemi insormontabili che mi ha portato a ottenere un permesso solo qualche giorno fa. Io però sono da sette anni in Italia, parlo correntemente la lingua, sono diplomato ragioniere e conosco a perfezione i meccanismi burocratici. Immaginate un immigrato solo, che non abbia neanche una delle mie abilità: sprofonda nell'invisibilità con tutti i problemi che comporta per l'intera società, non solo per lui".
Di male in peggio - A completare il quadro caotico una direttiva che contraddice la legge stessa. "La circolare numero 23186 del 19 marzo 2021, emanata dalla Direzione centrale dell'immigrazione del ministero dell'Interno - denuncia il senatore Gregorio De Falco, firmatario di un'interrogazione parlamentare sulla inapplicazione della Legge 173/20 - aggrava ancora di più le procedure per il permesso di soggiorno. Si afferma che le istanze per protezione speciale devono essere presentate personalmente dall'interessato nelle forme previste dalla legge (kit postale o direttamente all'ufficio immigrazione competente, ndr) e che, quindi, non possono essere considerate valide le istanze presentate tramite email, pec, ecc.
Ma anche che la tipologia di permesso di protezione speciale non potrebbe essere richiesta direttamente al questore pena l'irricevibilità. Si gioca quindi a disorientare il richiedente aumentando burocrazie e ostacoli. Peraltro non si comprende perché debba essergli consentito, ancor più in fase di emergenza Covid-19, di presentare l'istanza solo di persona.
C'è una preoccupante tendenza delle amministrazioni periferiche ad applicare la vecchia normativa, nonostante sia stata superata". Rispetto al passato, in realtà, un cambiamento netto nella pratica c'è stato. Ma in peggio. Se prima alle navi delle Ong si inibiva l'attracco, adesso non gli si consente proprio di partire: come riporta l'Ispi, i sequestri o i fermi amministrativi hanno raggiunto il record di 8 proprio in queste settimane.
di Tommaso Giagni
L'Espresso, 27 giugno 2021
Il Trentino è in cima alla classifica del riciclo. Ma chi lo rende possibile sono lavoratori sottopagati e senza garanzie. Un simbolo del lavoro in Italia. "Le mansioni sono retribuite diversamente in base al colore della pelle". Massaman è stato mandato via di colpo, dopo tredici anni di contratti di un mese, rinnovati volta per volta. Era maggio e Massaman è diventato un simbolo per chi lavorava con lui, la rassegnazione che faceva sopportare l'insopportabile è diventata altro. Da alcune settimane, così, un gruppo di operai della raccolta differenziata in Trentino dà battaglia. Si sono rivolti al sindacato, hanno fatto tre giornate di sciopero. Sono africani, in regola con i documenti e guadagnano poco più di 6 euro netti (8,77 lordi) all'ora per separare e imballare il materiale per il riciclo. Da anni il loro orizzonte è mensile come la durata del contratto. Non hanno tredicesima, non maturano scatti di anzianità. Chiedono una stabilizzazione, ma ha più senso parlare di dignità.
"Quando esco per il turno non sono mai contento, nel cuore. Il fatto che non sono istruito, non vuol dire che non capisco. Siamo schiavi moderni", dice Adama, maliano, figura chiave della lotta e delegato Usb. Eppure è anche merito suo e degli altri operai, se la Provincia di Trento può vantarsi di essere ai vertici delle classifiche nazionali della differenziata. Daniel Agostini, funzionario Usb che segue la vicenda, è sbalordito: "Mi sembra di vivere nell'Ottocento, quando i diritti non esistevano. Varcati i cancelli dell'azienda, si entra nel passato". L'azienda è la Ricicla Trentino 2 Srl, che nella Provincia si occupa della separazione di plastica, metallo e vetro. Tra le pieghe della sostenibilità ambientale, del Green Deal, dello slancio ecologista verso il futuro, esistono ombre che ospitano i vecchi problemi del lavoro, neri come il carbone.
Nel tedesco monatlich, mensile, Alessandro Manzoni individuava l'origine della parola "monatto". Un lavoro legale e detestabile. "D'altronde la legge non sempre è giustizia", dice Agostini. Questi lavoratori hanno un contratto a tempo indeterminato con un'agenzia interinale, Gi Group, e contratti mensili di missione con l'azienda. Se Ricicla Trentino lascia a casa il lavoratore, l'agenzia gli paga una sorta di disoccupazione. "Sì, per massimo otto mesi, a un massimo di 800 euro lordi", dice Agostini: "L'agenzia dovrebbe ricollocarli altrove, ma non lo fa mai, non offre alternative". Così RT ricorre sistematicamente a un bacino di manodopera a basso costo.
Zona industriale di Lavis, all'ombra della Paganella, pochi chilometri a nord di Trento. In fabbrica, selezionare i materiali è un lavoro ripetitivo che pretende estrema attenzione. Turni di sette ore al giorno. Dai centri di raccolta sparsi per la provincia arrivano i rifiuti, che in seguito verranno spediti altrove per lo smaltimento. Dopo un lungo nastro di prima differenziazione, un macchinario incanala su nastri più piccoli, dove la precisione aumenta: il vetro blu va separato dal vetro verde, il nylon dal polipropilene.
Agostini spiega che "il nastro viene accelerato, i materiali corrono anche a ottanta chilometri orari", per chi viene considerato esperto. È il caso di Adama, addetto ad alluminio e tetrapak, con le cuffie per difendersi dal rumore delle lattine. Ha trentatré anni, dal Mali è arrivato in Algeria attraverso il deserto, poi in Libia. Era il 2010, ha lavorato come elettricista. Pochi mesi dopo è scoppiata la guerra, passare le frontiere è diventato proibitivo, restare impossibile, l'unica via di fuga era l'Italia. Sul barcone erano in trecento, tre i giorni che sono serviti a raggiungere Lampedusa. E lui riassume così il viaggio: "Se hai fortuna, vivi, se no muori". Non è mai andato a scuola perché la famiglia non poteva permetterselo, quindi in Italia ha imparato a leggere e scrivere, su uno dei pochi mobili di casa c'è un manuale di italiano.
Fawali separa le bottiglie su un altro nastro. "Sono cresciuto tra Mali e Guinea, poi sono andato dove potevo vivere meglio: in Libia". Ha una postura che gli anni in fabbrica e i mesi da stagionale in Puglia e a Rosarno non hanno piegato. Ancora ricorda che sul barcone arrivato a Lampedusa erano 183 persone. In Trentino ha lavorato in una fabbrica di trattori, prima di essere mandato via per la crisi nel 2008. RT è stata un'opportunità: "Ho preso questo lavoro contento, perché nel settore non c'è crisi". A tredici anni di distanza, con la famiglia lontana e a condizioni di lavoro indegne, lo spirito è ben altro.
Quasi tutti hanno i figli in Africa con la moglie. Hosei ne ha uno, in Ghana, nato quando iniziò a lavorare qui, sedici anni fa. Lo vede solo durante le ferie, dall'ultima volta sono passati due anni, dice che si conoscono poco. Kanda da tredici anni lavora per RT e di figli in Mali ne ha cinque. Vorrebbe averli sempre con sé ma non li vede dall'ottobre prima della pandemia. Impossibile portarli in Italia, sarebbe un passo più lungo della gamba, queste condizioni tengono tutto nell'incertezza. "Anche volendo, non potrebbero: per il ricongiungimento va dimostrato di avere un lavoro stabile, una casa abbastanza grande e le capacità economiche per mantenere i familiari", commenta Agostini.
Già è un problema trovare casa per sé: affitti inaccessibili, proprietari che non vogliono inquilini neri o che chiedono garanzie più consistenti di un contratto mensile. Si finisce per dividere appartamenti piccoli e bui a Trento Nord, l'area urbana stigmatizzata dove gli affitti sono meno cari.
Avrebbero un mese di ferie all'anno, ma non sempre vengono accordate dall'azienda. Alla richiesta di Adama, l'anno scorso, è stato risposto che troppi lavoratori erano via. "La dicitura "congruo preavviso" è talmente arbitraria che viene girata come si vuole", dice Agostini. Ora che Adama ha maturato un altro mese di ferie, ne ha chiesti due di seguito. "Possono anche darglieli, ma il rischio è che al ritorno non gli ridiano subito il lavoro o che non venga ricollocato affatto", prosegue Agostini. L'incertezza accompagna le loro vite. Così le relazioni familiari passano per il telefono e per i soldi inviati ogni mese, con la tagliola delle commissioni tra il cambio di valuta e il trasferimento di denaro, "nove euro su 100", spiega Fawali.
A insistere nell'ombra si scopre che le stesse mansioni vengono pagate in modo diverso, a seconda che a svolgerle sia un dipendente o un interinale. Cioè: a seconda del colore della pelle. RT dichiara, da visura camerale, sette dipendenti, "tutti italiani" spiega Agostini. "Ma a lavorare sono una quarantina, con gli interinali: che sono tutti africani, tutti lavoratori svantaggiati". Una categoria, questa, appetibile per chi dà lavoro: prevede sgravi fiscali e permette di aggirare il tetto che limita il ricorso agli interinali. "Svantaggiato è chi è straniero, chi non ha un titolo di studio concorrenziale sul mercato, chi non conosce bene l'italiano".
Hosei è addetto al muletto e alla ruspa, in questi sedici anni ha visto via via gli italiani arrivati dopo, addetti a ruspa e muletto, venire strutturati mentre lui restava coi contratti mensili. Come per gli altri africani, il contratto firmato con Gi Group non era in doppia lingua perché non è obbligatorio che lo sia. "Un vuoto normativo, così hanno accettato condizioni indegne, Gi Group li ha fregati. Per esempio il contratto non riconosce che la missione sia a tempo indeterminato, benché il lavoro per l'azienda sia continuativo e per anni", lamenta Agostini.
Secondo Usb c'è ancora altro: "Una carenza di sicurezza". Gli odori sono violenti, già solo all'esterno della fabbrica. Soprattutto, i lavoratori sono a contatto con polveri pericolose, per esempio quelle del vetro. Non è raro che sentano dolore tra le scapole e abbiano problemi respiratori. Prima del Covid-19 l'azienda li dotava di mascherine adeguate. "Ora che sul mercato è esplosa l'offerta, la mascherina è diventata l'FFP2. Economica e insufficiente. L'azienda ne fornisce circa otto al mese", spiega Agostini. In più, gli operai dovrebbero avere qualcosa che protegga l'avambraccio dai pezzi di vetro e plastica che maneggiano sul nastro che corre. Invece RT fornisce solo i guanti, e loro si arrangiano indossando sugli avambracci calzini lunghi a cui tagliano le punte.
L'attenzione alla sostenibilità può essere una retorica vuota, anche nel virtuosissimo Trentino. I lavoratori migranti non hanno intenzione di cedere all'ipocrisia e al ricatto: l'Italia è il posto dove vivono da anni e vogliono restarci. A condizioni finalmente dignitose, come quelle dei bianchi che nella stessa azienda svolgono le stesse mansioni. "Durante un presidio ai cancelli della fabbrica, un amministratore di RT si è avvicinato dicendo che se ai lavoratori non andava bene così, potevano andarsene", racconta Agostini. L'assemblea sindacale del sabato, sul terrazzo in cima alla sede Usb di Trento, si chiude con l'esortazione in italiano a non mollare finché non si vincerà. È sabato e il prossimo turno inizia lunedì, coi materiali sul nastro a cinquanta, settanta, ottanta chilometri orari. È sabato ma i materiali sul nastro li accompagnano comunque, nella vita fuori dai cancelli, come spiega Adama: "Le cose continuano a girarti nella testa".
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 27 giugno 2021
Mentre l'Italia si prepara a prorogare le missioni in Libia e il Consiglio europeo si limita a rinnovare gli auspici per la stabilizzazione dell'area, Medici senza frontiere ha dovuto sospendere le sue operazioni Tripoli perché ormai le condizioni umanitarie sono insostenibili. "Vogliono rendere più digeribile la collaborazione con la Guardia costiera libica che intercetta i migranti e li porta nei centri di detenzione, dove le condizioni sono disumane" dice Marco Bertotto, responsabile Affari Umanitari della Ong. Il presidente del Consiglio Mario Draghi il giorno dopo l'annuncio di Msf è intervenuto alla Camera e al Senato in vista del Consiglio europeo dichiarando la sua soddisfazione per aver sollevato il tema migratorio in Europa, ma alla fine non si è raggiunto nulla.
La maggiore cooperazione - Sui flussi l'Italia aveva detto di aspettarsi una maggiore cooperazione dell'Unione europea. Richieste disattese, visto il brevissimo passaggio delle conclusioni del Consiglio che si sono limitate a confermare "gli impegni" e "gli auspici". Nel suo discorso, Draghi aveva fatto riferimento alla possibilità che sui diritti umani ci sia un maggiore intervento dell'Alto commissariato delle nazioni unite dell'Oim, così come il Consiglio. Ma Bertotto commenta: "È pazzesca la citazione dell'Unhcr e dell'Oim per ristabilire i diritti umani in Libia. Le stesse Nazioni unite hanno dichiarato di avere possibilità minime".
Le violenze - Martedì Medici senza frontiere ha annunciato che lascerà i centri di Al-Mabani e Abu Salim a Tripoli. Nei centri di detenzione libici oggi ci sono circa seimila persone "una delle cifre più alte raggiunte, persone tenute in condizioni di violenza e pericolo tale che ci hanno spinto a dichiarare l'impossibilità per Medici senza frontiere di continuare a lavorare in quei due centri". Da febbraio di quest'anno, maltrattamenti, abusi e violenze sono aumentati costantemente. Le persone, detenute arbitrariamente, vengono lasciate morire di fame, in quattro per cella, dove sono costrette a dormire a turno: tutti non potrebbero avere lo spazio per stendersi. Anche le madri con i loro bambini vengono lasciati senza cibo. Il 17 giugno, durante una visita al centro di detenzione di Al-Mabani le équipe di Msf hanno visto che i detenuti venivano picchiati mentre lasciavano le loro celle per essere visitati dagli operatori sanitari, che si sono così trovati in uno stato di minaccia: "Abbiamo identificato una soglia oltre la quale non potevamo più rimanere per assistere impotenti" racconta a Domani Bertotto.
I corridoi umanitari - La risposta a tutto, da qualche settimana a questa parte, sembrano essere i corridoi umanitari: "Dicono che il tema non è il soccorso in mare ma i corridoi umanitari. I corridoi sono giustissimi - replica Bertotto - ma finora hanno permesso l'evacuazione di poche centinaia di persone, e i nuovi sono ancora tutti da mettere in piedi, mentre da quando l'Italia nel 2017 ha firmato l'accordo bilaterale col la Libia ci sono state circa 65 mila persone intercettate in mare e portate nei centri di detenzione". L'operatore di Medici senza frontiere non ha dubbi: "La priorità numero uno è impedire le partenze e mettere in pratica politiche di esternalizzazione per non fare arrivare i migranti, quella è l'unica linea su cui c'è un accordo" su tutte le altre "l'Europa ha fallito".
Anche qualora nei prossimi mesi si arrivasse a rafforzare i corridoi umanitari "non si possono giustificare 65 mila persone passate per i centri di detenzione libici. Con una mano sosteniamo i piccoli passi e con l'altra un'autostrada di abusi", questa è "retorica che riempie i documenti ufficiali". Portare avanti così la collaborazione con la Libia per Medici senza frontiere è impensabile: "Finora c'è stata una richiesta di supporto all'interruzione delle partenze in cambio di sostegno economico, non c'è alcuna forma di condizionalità". In questo modo i trafficanti finora ne sono usciti rafforzati: "Non credo che queste cose saranno cambiate adesso".
I salvataggi - Sui salvataggi in mare Draghi e l'Europa hanno taciuto, ma si è espresso il parlamento. La risoluzione dopo le comunicazioni approvata alla Camera e al Senato e firmata da tutti i partiti che sostengono il governo, dalla Lega al Pd, fa riferimento al buon funzionamento dei dispositivi europei per i soccorsi in mare: "Ma non esistono - dice Bertotto - hanno cancellato tutto, se non i dispositivi di intercettazione aerea che dicono ai libici dove andare per i gommoni dei migranti: è proprio finzione". Nelle premesse invece si trova un passaggio dove i parlamentari ritengono assodato che bisogna "assicurarsi che gli Stati di bandiera delle navi europee che effettuano operazioni di salvataggio in mare, collaborino all'individuazione di un porto di sbarco e si assumano la responsabilità dell'accoglienza delle persone soccorse, nel rispetto delle convenzioni internazionali sul diritto del mare". Per Bertotto è "un accenno pericoloso non conforme alle norme internazionali, il richiamo agli stati di bandiera. Un modo di colpire l'attività di soccorso in mare: vogliono disincentivare gli stati di bandiera a supportare le Ong, con la minaccia di far gravare la responsabilità dei salvataggi" una posizione, ribadisce, "illegale".
La Geo Barents di Medici senza frontiere arrivata in mare poche settimane fa batte bandiera norvegese: "Per quale ragione la Francia o l'Olanda dovrebbero avere meno responsabilità? Questo è un tentativo indiretto di fare fuori le navi adducendo motivazioni che non hanno nessun fondamento legale. È assolutamente pretestuoso". Di fronte alla risoluzione approvata da destra sinistra, conclude: "Questa è una constatazione amara. Forse non c'era modo di trovare una mediazione diversa, visto che ci sono partiti dalle posizioni diversificate, ma il fatto che abbiano firmato, e tutti siano d'accordo con le politiche di esternalizzazione e deterrenza, è assodato".
di Francesco Vignarca e Paolo Pezzati*
Il Domani, 27 giugno 2021
Il ritiro dall'Afghanistan dopo 20 anni di nostra presenza militare, con risultati fallimentari sotto diversi punti di vista, doveva stimolare un dibattito sugli obiettivi e gli impatti delle missioni militari e del loro dispendioso impegno. La scorsa settimana il governo ha deliberato, senza troppe discussioni, gli impegni militari internazionali italiani per il 2021.
In totale 40 missioni militari nel 2021: 38 già in atto in tre continenti e due nuove (nello Stretto di Hormuz e in Somalia). Una grande attenzione soprattutto all'area africana (17 missioni) e al quadrante mediorientale con il Golfo Persico in prima fila (9 missioni). Sono questi i primi scarni dettagli della deliberazione del consiglio dei ministri della scorsa settimana sulle missioni internazionali e iniziative di cooperazione allo sviluppo (che sono però del tutto residuali).
Una decisione che per legge dovrebbe arrivare a inizio anno, ma che nel 2021 registra quasi un mese di ulteriore ritardo rispetto al 2020, anno in cui il parlamento ha potuto votare il proprio parere definitivo solo a dicembre (con il paradosso quindi di una decisione ampiamente "retroattiva").
Eppure il ritiro dall'Afghanistan dopo 20 anni di nostra presenza militare, con risultati fallimentari sotto diversi punti di vista, dovrebbe stimolare un dibattito ampio e importante sugli obiettivi e gli impatti delle missioni militari e del loro dispendioso impegno (quasi 1,5 miliardi stanziati). Forse un illusorio miraggio, che però impedisce una seria analisi non solo del dispiegamento militare ma anche degli interventi di cooperazione internazionale inseriti nel quadro del medesimo provvedimento (nominalmente circa il 20 per cento dei fondi, in realtà poco oltre il 10 per cento se andiamo a sottrarre i 120 milioni destinati proprio alle forze armate e di polizia afghane).
La cooperazione internazionale - Su quest'ultimi, occorrerebbe un cambio di approccio: da qualche anno la gran parte dei fondi vengono destinati ad agenzie internazionali o multilaterali, tagliando fuori i soggetti di cooperazione della società civile italiane, la loro conoscenza della realtà sul campo e il sistema di rapporti costruiti con le comunità locali. Confermando l'impressione che si tratti solo di un tentativo di "indorare la pillola", consentendo quindi l'approvazione senza troppe contestazioni dei ben più cospicui finanziamenti di natura militare.
Negli ultimi anni gli interventi militari hanno avuto il focus in particolare del "Mediterraneo allargato", al centro anche delle decisioni appena confermate in consiglio dei ministri. In tale prospettiva, il caso libico è quello più emblematico: dal 2017, anno dell'accordo siglato dal governo Gentiloni, l'Italia ha speso 755 milioni di euro tra missioni navali e missioni in Libia. La sensazione, da confermare una volta resi noti i dettagli del provvedimento dell'esecutivo, è che per il 2021 la cifra stanziata per il paese nord africano sia superiore ai 58 milioni spesi nel 2020. Le dichiarazioni del ministro della Difesa Lorenzo Guerini, i viaggi del ministro degli Esteri Luigi Di Maio e di quella dell'Interno Luciana Lamorgese, spingono a ipotizzare che l'Italia voglia far seguire i fatti rispetto alle dichiarazioni di sostegno al (transitorio?) governo libico.
I soldi alla Libia - Eppure sarebbe giunto il momento di invertire la rotta di queste decisioni, interrompendo per prima cosa il finanziamento diretto alla cosiddetta guardia costiera libica costantemente in aumento, fino a toccare nel 2020 i 10 milioni di euro. Tale sostegno è già previsto anche all'interno della missione bilaterale Supporto Libia, nella missione navale Mare Sicuro e nella missione navale europea Irini ma senza che ne sia definita precisamente la portata (e il costo). Non a caso da almeno due anni le organizzazioni della società civile chiedono l'istituzione di una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo. Per ora i soli dati certi riguardano le persone intercettate e riportate in Libia: nel 2021 sono già oltre 14.000, numero superiore all'intero 2020, con un totale di più di 55.000 negli ultimi 4 anni. Persone purtroppo destinate e rientrare nel ciclo di abusi e torture sistematiche dalle quali stavano cercando di scappare. Anche i morti quest'anno sono di nuovo in crescita nella rotta del Mediterraneo centrale: quasi 700.
Tra le 4 missioni navali attive nel Mediterraneo (oltre 540 milioni spesi) nessuna prevede compiti di ricerca e soccorso, una carenza inaccettabile. Si dovrebbe dunque dare seguito quantomeno alla proposta fatta dal segretario del Pd, Enrico Letta, rispetto alla missione Irini che dovrebbe "diventare la missione che consente di gestire il salvataggio in mare". Non sarà facile che ciò avvenga, dato che la missione, nonostante i forti dubbi sulla sua efficacia, è stata appena rinnovata in sede europea e dunque servirebbe uno sforzo diplomatico deciso perché il tema possa venire riproposto prima della sua scadenza (marzo 2023).
La domanda che invece permane è come la classe politica italiana e quella europea possano continuare a perpetuare lo schema (da loro impiantato) che legittima l'esistenza di una zona di ricerca e soccorso al largo della Libia (Sar) affidando ai libici competenze che non dovrebbero essergli affidate. Un tragico escamotage utile agli europei per non incorrere direttamente in accuse di respingimenti e di violazione del principio di non refoulement. La Libia, cosa da anni ben evidente, non è infatti un porto sicuro e non può costituire una soluzione per i salvataggi in mare.
*Francesco Vignarca, coordinatore campagne Rete italiana pace e disarmo
*Paolo Pezzati, coordinatore advocacy Aoi - Associazione delle ong Italiane
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 27 giugno 2021
Il provvedimento del governatore Michele Emiliano resterà in vigore fino al 31 agosto. Indagini per capire le condizioni di lavoro della vittima, che percepiva 6 euro all'ora. La morte di Camara Fantamadi, il bracciante originario del Mali stroncato da un malore dopo una giornata di fatica nei campi, forse non rimarrà senza seguito. Il governatore della Puglia Michele Emiliano ha emanato un'ordinanza che vieta sull'intero territorio regionale il lavoro agli addetti all'agricoltura nelle ore più calde della giornata, precisamente dalle 12 alle 16. Il tutto per evitare di esporre ai lavoratori a rischi per la loro salute. Poche ore prima un analogo provvedimento era stato già adottato dal sindaco di Brindisi territorio in cui Camara ha perso la vita. Oltre a ciò, la magistratura ha avviato accertamenti per conoscere l'esatta posizione lavorativa del bracciante maliano mentre i suoi colleghi hanno avviato una colletta per consentire il rimpatrio della salma nel Paese di origine.
L'ordinanza prevede lo stop del lavoro sotto il sole "ogniqualvolta la mappa dell'Inail indicherà "rischio alto nel nostro territorio", vale a dire quando le previsioni del tempo indicheranno ondate di caldo tali da rendere rischiose le condizioni di lavoro. Il provvedimento rimarrà in vigore fino al 31 agosto. "La vicenda di Camara Fantamadi - scrive Riccardo Rossi, sindaco di Brindisi in una nota - un ragazzo di 27 anni che dopo una giornata di lavoro nei campi di Brindisi, durante il ritorno in bici, è morto vittima del troppo caldo, ha colpito tutta la nostra comunità.
Molti sono i lavoratori che sono morti negli anni a causa delle condizioni proibitive nelle campagne durante la stagione estiva. Per questo ho ritenuto corretto salvaguardare la salute dei lavoratori nelle giornate più calde, provvedendo ad emettere questa ordinanza. Il lavoro non può mai essere sfruttamento, deve essere rispettoso della dignità delle persone". Altre amministrazioni, dopo quella brindisina, sarebbero intenzionate a firmare provvedimenti analoghi.
La misura a protezione del lavoro adottata in tutta la Puglia non è in verità inedita: l'anno scorso, sempre in Puglia, era toccato al sindaco di Nardò, Pippi Mellone, firmare una limitazione analoga che vietava l'impiego di manodopera nei campi nelle ore più infuocate della giornata, sempre in concordanza con le indicazioni emanate dall'Inail sul rischio nei luoghi di lavoro. Anche a Nardò l'ordinanza è stata confermata per la stagione 2021. Intanto si cerca di fare luce sulle condizioni che hanno portato alla morte Camara Fantamadi.
Il bracciante, residente a Eboli, ma chiamato in Puglia da un fratello in occasione della stagione agricola, lavorava a giornata per un compenso di 6 euro l'ora. Il giorno della sua morte, al mattino era già rimasto vittima di un malore; aveva poco più tardi chiesto di tornare in casa e aveva intrapreso il tragitto verso il suo domicilio provvisorio - distante 15 chilometri - in bicicletta. La temperatura, in quelle ore, era di circa 40 gradi. Durante questo percorso si è sentito male definitivamente ed è morto.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 27 giugno 2021
La volontà di una persona di porre fine alla propria vita e di non provvedervi da sola con il suicidio, ma di chiedere l'intervento e l'aiuto di altre persone era contrastata dal testo originario del codice penale (1930) con due diverse ipotesi di reato. Si tratta da un lato del delitto di omicidio del consenziente e dall'altro di quello di aiuto al suicidio.
La portata di questa sola seconda ipotesi è stata ristretta dalla Corte costituzionale con la sentenza del 2019, che ha escluso la punibilità di chi aiuta altri a morire, quando si tratti di persona capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, e tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale. In questo modo la Corte ha considerato la condizione in cui si trovava Fabiano Antoniani (Dj Fabo), che nel 2017 Marco Cappato aveva accompagnato a morire in Svizzera.
La sentenza è intervenuta dopo che, un anno prima, la Corte aveva avvisato il Parlamento che la norma, così come era, contrastava il principio costituzionale di ragionevolezza, alla luce della legislazione che riconosce il diritto a rifiutare le cure, anche quando ne derivi la morte del paziente, in vicende su cui incidono valori quali la dignità della persona e il suo diritto alla autodeterminazione, il Parlamento non era stato in grado di modificare la norma incriminatrice eliminandone la incostituzionalità.
Ed era stato quindi necessario l'intervento della Corte costituzionale, la quale aveva sì dichiarato la parziale incostituzionalità della norma, ma aveva anche segnalato la necessità di un intervento legislativo per disciplinare i tanti aspetti della materia che esulano dall'area di competenza della Corte. Anche questa volta, dopo quasi due anni, il Parlamento non ha saputo svolgere il suo dovere di legislatore.
A causa dell'assenza del Parlamento, le vicende gravi e dolorose in cui persone sono portate a chiedere di morire piuttosto che sopportare la vita cui sono costrette, sono da un lato oggetto del nuovo testo della legge penale derivante dalla sentenza della Corte costituzionale, ma dall'altro praticamente non risolvibili secondo quanto consentito dalla legge. Gli ospedali pubblici cui quei pazienti si rivolgono, come indicato dalla Corte costituzionale, per ottenere prima di tutto che venga accertato che il loro stato corrisponde a quello che la Corte costituzionale ha considerato, per stabilire la non punibilità di chi aiuti quelle persone a suicidarsi, non sono disposti a provvedere.
Essi avanzano argomenti che rifondano sulla mancanza della legge specifica che ne preveda le modalità. Nemmeno i governi che si sono succeduti hanno provveduto dando disposizioni esecutive della sentenza della Corte costituzionale. I giudici cui quelle persone si rivolgono hanno fino ad ora dato risposte diverse. L'incertezza è grande e aggiunge pena a pena. È vero che Marco Cappato è stato assolto nel processo milanese cui la sentenza della Corte costituzionale si è riferita e anche in altri processi successivi, ma Parlamento e governo, con la loro inerzia di fatto mantengono la incostituzionalità che la Corte costituzionale ha dichiarato.
E in questa situazione di blocco del funzionamento istituzionale del sistema democratico di garanzia dei diritti fondamentali delle persone, che la Associazione Luca Coscioni, proseguendo l'azione di resistenza civile di Marco Cappato, ha lanciato la raccolta delle firme necessarie per un referendum popolare, che, intervenendo sul codice penale risolva le questioni che sono ancora aperte. Perché la sentenza della Corte costituzionale, pur salutata come un passo avanti verso il rispetto dell'autonomia delle persone, ha ancora limiti importanti, che derivano anche dal fatto che essa si è riferita alla sola ipotesi di suicidio assistito, senza considerare quella confinante dell'omicidio del consenziente.
La differenza può essere marginale e irrilevante quanto ai valori e libertà in gioco, legata come è a dettagli esecutivi: l'aiuto al suicidio, diversamente dall'omicidio del consenziente, richiede che ratto finale (come bere il veleno mortale, schiacciare coni denti il pulsante che attiva l'introduzione della sostanza venefica) venga compiuto da chi vuole morire e non dal terzo che lo assiste. Ma quando è accertata la consapevolezza e la libertà di chi ha deciso di morire, la differenza non ha rilievo rispetto alla autonomia della persona nel decidere come e quando morire. Vi è una forte dose di ipocrisia nel distinguere le due ipotesi.
A ciò si aggiunge che la Corte costituzionale, anche perla specificità della vicenda umana e processuale che l'ha portata a intervenire sulla norma penale, è intervenuta in un modo che meriterebbe ripensamento o piuttosto sviluppo. Se la Corte mantenesse l'argomentare che l'ha portata a ritagliare in stretti limiti l'area fattuale in cui lo Statori - spetta l'autonomia della persona, l'ammissibilità del referendum potrebbe essere a rischio.
Ma nel frattempo è intervenuta una limpida sentenza della Corte costituzionale tedesca, che ha considerato centrale il tema riguardante la "qualità" della decisione di morire, la cui maturità, consapevolezza e libertà sono non solo necessarie, ma anche alla fine sufficienti. Poiché lo Stato è tenuto a mettere in opera ogni mezzo per escludere vizi di quella drammatica decisione, offrendo anche alternative utili come trattamenti palliativi o altri interventi, ma non spetta allo Stato sostituirsi alla persona nel valutarne le ragioni e ancor meno nel decidere in quali situazioni rispettare la volontà della persona e in quali no.
La sentenza della Corte tedesca non può essere ignorata in Italia: il tema dei diritti fondamentali delle persone è universale e la circolazione degli argomenti è tanto più importante nell'area d'Europa. I quesiti che con il referendum si pongono al voto popolare tendono al superamento della attuale incostituzionale limitazione della autonomia delle persone. Nella paralisi del Parlamento, l'intervento diretto del popolo è la soluzione considerata dalla Costituzione.
di Luca Ricolfi
Il Messaggero, 27 giugno 2021
Quando, nel 1957, il grande politologo americano Anthony Downs pubblica "La teoria economica della democrazia", il gioco della competizione politica è ancora pulito. Per lui la differenza chiave fra destra e sinistra, o fra conservatori e progressisti, è che gli uni vogliono meno intervento pubblico nell'economia, gli altri ne vogliono di più. La destra vede l'espansione dello Stato (e delle tasse) come un'ingerenza, che limita la libertà economica, la sinistra vede l'espansione dello Stato (e della spesa pubblica) come uno strumento di redistribuzione della ricchezza, che promuove l'eguaglianza.
Il gioco è pulito perché le due parti competono alla pari. Libertà ed eguaglianza, infatti, non sono l'una un valore e l'altra un disvalore, ma sono semplicemente due ideali distinti in competizione fra loro. Ciò produce una conseguenza logica fondamentale: il rispetto dell'avversario politico. Questo tipo di situazione è interessante perché in essa coesistono due elementi apparentemente inconciliabili: la credenza nei propri valori, e il riconoscimento della legittimità dei valori altrui.
Non è questo il luogo per stabilire quale sia il momento storico in cui il gioco si è rotto, ma credo non possano esservi dubbi sul fatto che oggi, nella maggior parte delle società occidentali, la competizione politica non funziona più secondo lo schema di Downs.
Oggi la sinistra non si sente come la rappresentante di determinati ideali, contrapposti a ideali diversi dai propri, ma come la depositaria esclusiva del bene. Di qui il suo peculiare rapporto con l'avversario, che non viene più percepito come il difensore di ideali distinti da quelli progressisti, ma come il difensore di disvalori, o ideali negativi. Dunque, come l'incarnazione del male. Detto ancora più crudamente, e con specifico riferimento alla società italiana: la sinistra pensa di rappresentare "la parte migliore del Paese", contrapposta alla "parte peggiore del Paese", rappresentata dalla destra.
Come è stato possibile? È abbastanza semplice. La mossa chiave che ha permesso di cambiare radicalmente il gioco della politica è stata quella di autodefinirsi come anti-qualcosa. Da un certo punto, che collocherei negli anni '80, nel mondo progressista al posto degli antichi valori e simboli - l'uguaglianza, la classe operaia, i deboli - hanno progressivamente preso piede due totem definiti negativamente: l'anti-razzismo e l'anti-discriminazione. Essere di sinistra ha significato sempre di meno occuparsi delle difficoltà degli strati bassi, e sempre di più percepirsi come nemici irriducibili dei due (presunti) vizi capitali del nostro tempo: il razzismo e la discriminazione. Il primo, esercitato contro gli immigrati, il secondo contro le cosiddette minoranze Lgbt+ (per chi non fosse familiare con l'acronimo: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, eccetera).
Ed ecco fatto: il gioco, che almeno fino agli anni '70 era rimasto pulito, ora è sporco. Perché se io mi autodefinisco come anti-qualcosa di negativo, allora è automatico che il mio avversario politico sia a favore di quel negativo contro cui io mi batto. È un problema logico, più volte messo in luce dal grande filosofo Alain Finkielkraut: l'ideologia anti-razzista crea un'anomalia nella competizione politica, perché se il mio avversario si autodefinisce anti-razzista, io che la penso diversamente da lui divento anti-antirazzista, dunque razzista. E come tale impresentabile, oggetto di riprovazione e disprezzo. Lo stesso, identico, cortocircuito logico si presenta con il problema delle minoranze Lgbt+: se i progressisti ne difendono le battaglie, chi quelle battaglie non condivide, o contrasta, passa automaticamente nella schiera degli omofobi, accusato di odio verso le minoranze sessuali e di genere (con curioso slittamento della lingua, visto che "fobia" in greco significa paura, non certo odio). Di qui, infine, il disprezzo dell'avversario politico, che diventa il nemico, che attenta alla causa del bene.
Ecco perché il gioco, oggi, è truccato, non solo in Italia. Chiunque si intesti una causa ovvia, sia essa la lotta contro la mafia, il salvataggio del pianeta, il contrasto del razzismo, e la trasformi in un appello, una petizione, un simbolo, un meme, un messaggio pubblico, si sente autorizzato a pretendere che anche gli altri aderiscano alla sua causa, la sostengano, prendano posizione pubblicamente a suo favore. Chi non lo fa, sia esso un personaggio famoso che non firma, un calciatore che non si inginocchia, un disegnatore che si permette una vignetta irriverente, passa ipso facto nel novero degli incivili, su cui l'establishment degli illuminati si sente in diritto di riversare quotidianamente il proprio disprezzo.
Può accadere così che chi ha delle critiche verso il disegno di legge Zan sia bollato come omofobo e odiatore delle minoranze. Che chi dissente sulle politiche di accoglienza sia tacciato di razzismo e disumanità. E può accadere persino che il segretario di un partito che si crede progressista si permetta di redarguire in tv sei calciatori che hanno osato non inginocchiarsi a comando, facendo mancare il proprio sostegno ad una delle tante sigle che si contendono le decine di cause giuste che competono fra loro per l'attenzione dei media e degli elettori.
Eppure dovrebbe essere chiaro. L'ostentazione della propria adesione a una causa ovvia, accompagnata dalla lapidazione morale di chi sceglie di non aderirvi, non è un modo sano di condurre la lotta politica. Perché la politica - quella vera, non quella degenerata dei nostri giorni - è innanzitutto libertà di espressione, e rispetto della diversità di opinioni, sentimenti, modi di vita. Il resto è bullismo. Bullismo etico, se volete. Ma sempre bullismo, ossia sopraffazione da parte di chi si sente il più forte.
di Dario Stefano Dell'Aquila
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Alla Conferenza nazionale sulla salute mentale i buoni propositi di Speranza sulla carenza dei servizi territoriali. Il nodo dei fondi. Si è chiusa la seconda Conferenza nazionale per Salute mentale, "Per una salute mentale di comunità", promossa dal ministero della Salute. Ben vent'anni dopo dalla prima che fu promossa, nel gennaio del 2001, dall'allora ministro Umberto Veronesi, e da un governo che di lì a poco avrebbe terminato il suo mandato.
La Conferenza è stata aperta dal ministro Roberto Speranza con un intervento molto strutturato, quasi conclusivo. Il ministro ha ricordato le criticità, "le ampie diseguaglianze che ancora persistono fra regioni e all'interno delle regioni stesse nell'accesso alle cure, nell'offerta assistenziale, nelle risorse disponibili, nel ricorso ai Trattamenti Sanitari Obbligatori" e la carenza di risorse professionali ed economiche.
Speranza ha evidenziato la necessità di rafforzare la cultura dell'assistenza territoriale e la presa in carico integrata dei sofferenti "evitando - per quanto possibile - di allontanare i pazienti in strutture che rischiano di escluderli dalla società". Un segnale importante, non solo sul piano simbolico, è stato l'annuncio di un documento che sarà presentato in sede di Conferenza Stato- Regioni per il superamento della contenzione meccanica nei luoghi di cura della salute mentale.
L'indicazione delle priorità è chiara, meno definita la quantificazione di nuove risorse che secondo il ministero potrebbero essere individuate in tre modi: a) vincolare quota parte dei fondi 2021 delle Regioni al perseguimento degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale, b) utilizzo dei fondi dell'edilizia sanitaria per la riqualificazione di quelle strutture territoriali dedicate alla salute mentale, c) negoziazione dell'utilizzo dei fondi strutturali che potrebbero essere destinati alla salute mentale delle sette regioni del sud. Sullo sfondo il possibile utilizzo delle risorse del Pnrr. Come ha poi specificato Nerina Dirindin, consulente del ministro Speranza, nella giornata conclusiva, il tema centrale non è solo quello della carenza delle risorse, ma quello di "ripensarle e riallocarle" in termini economici e culturali. Il superamento della logica di "prestazioni" a favore di una costruzione di "percorsi" di inclusione, di prossimità e di comunità è fondamentale perché il sofferente psichico sia considerato una persona e non un oggetto da "mettere da qualche parte".
Se la conferenza del 2001 fu criticata per il mancato coinvolgimento degli operatori, questa ha sicuramente avuto l'intelligenza di una impostazione più partecipata, articolata in otto gruppi tematici in cui si sono susseguiti oltre un centinaio di contributi qualificati. Prevenzione, de-istituzionalizzazione, inclusione sociale, lavoro di equipe, percorsi di inserimento e buone pratiche, qualificazione dei servizi territoriali, rafforzamento del ruolo delle associazioni, perfezionamento del sistema informativo sulla salute mentale, attenzione ai migranti e alle persone prive della libertà personale, sono le parole chiave che hanno caratterizzato i lavori e che sono stati restituiti dai rapporteurs nella giornata conclusiva.
Quale bilancio fare, dunque? I lavori della Conferenza sono stati di indubbio interesse e di elevato spessore culturale e teorico, ma resta aperta la questione di come rendere questa visione strategica "concreta" e "uniforme" nei territori, specie alla luce dell'autonomia delle Regioni in materia sanitaria. Due le questioni aperte più urgenti. In primo luogo, come segnalato dagli stessi documenti ufficiali vi è una notevole estensione di strutture residenziali che per molti pazienti "sembrano rappresentare delle "case per la vita" piuttosto che dei luoghi di riabilitazione" e che oscillano "ambiguamente tra trattamento e riabilitazione, da un lato e custodia dall'altro". Il timore che la logica manicomiale riviva in nuove forme e in modo diffuso è dunque tutt'altro che infondato e strettamente legato alla capacità dei servizi territoriali di "presa in carico" del paziente. In secondo luogo, per centinaia di migliaia di utenti dei servizi parole come "presa in carico" e "inclusione", sono la forma di un desiderio neppure intravisto.
Valga su tutte la testimonianza di Maria Cristina Soldi, sorella di Andrea, morto asfissiato a Torino, nel 2015, durante un Tso effettuato da tre vigili e uno psichiatra, mentre inoffensivo era seduto su una panchina. Intervenendo in un gruppo di lavoro Maria Cristina, dopo aver ascoltato gli interventi sulle buone pratiche, con parole chiare, serene e consapevoli ha detto: "devo essere sincera, tutte cose che allargano il cuore (...) però per noi non c'è stato nulla di tutto questo (...) Noi siamo stati praticamente abbandonati, tutte cose che noi non abbiamo mai visto".
Resta dunque attuale più che mai, l'insegnamento di Basaglia, capire quali spazi di utopia sono realizzabili nel concreto perché "soltanto nella lotta noi possiamo pensare di cambiare qualcosa di reale, la lotta in cui uno possa vedere quello che è il futuro, ma il futuro reale di una situazione che cambia".
di Giuliano Battiston
L'Espresso, 27 giugno 2021
Aiutarsi vicendevolmente è molto importante, vale ovunque, vale in un grande Paese come l'Italia. Se ci si aiuta vicendevolmente si vive meglio, si sta meglio. Ma da grandi questo si dimentica. Vivere insieme significa che ognuno ha bisogno degli altri e quindi aiutarsi rende migliore la vita di tutti quanti". Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante una recente visita a una scuola elementare di Roma. Tra i "grandi", qualcuno non se lo dimentica. Vale per i promotori del Recovery Planet, un piano alternativo al Recovery Plan governativo "che contrappone il prendersi cura alla predazione, la cooperazione solidale alla solitudine competitiva, il noi all'io". Un piano "scritto a mille mani", esito di un processo durato quasi un anno, grazie alla partecipazione diretta di centinaia di associazioni e cittadini, dalla Casa internazionale delle donne di Roma al Centro Studi Sereno Regis di Torino, da Fairwatch al Forum siciliano dei movimenti per l'acqua e i Beni Comuni. Un lungo itinerario di democrazia partecipata che alla triade "competizione, concorrenza, produttività" oppone "cura, cooperazione, uguaglianza". Per quanto drammaticamente dolorose, "le lezioni della pandemia non vanno sprecate", sostengono i promotori della Società della cura.
Partono da un assunto simile le autrici e gli autori del "Manifesto della cura. Per una politica dell'interdipendenza" (edizioni Alegre, traduzione di Marïe Mose e Gaia Benzi). Cinque accademici e attivisti da Grecia, Australia, Stati Uniti, Regno Unito, riuniti nel collettivo The Care/La cura, per i quali "l'esperienza del lockdown ci ha dato effimeri indizi di quello che potrebbe essere un mondo migliore", con le pratiche diffuse di mutuo soccorso, condivisione, riconoscimento del lavoro di cura e di tutte le altre attività essenziali ma disconosciute nel corso della storia, associate alla femminilità, derubricate ad attività improduttive. I danni dell'incuria, il capitalismo neoliberista che vede il cittadino ideale come "autonomo, indipendente, resiliente, autosufficiente", vanno sostituiti con il riconoscimento che "siamo plasmati dalle nostre interdipendenze". E che abbiamo urgentemente bisogno "di politiche che mettano la cura al primo posto".
La cura intesa come "la nostra abilità, individuale e collettiva, di porre le condizioni politiche, sociali, materiali ed emotive affinché la maggior parte delle persone e creature viventi del pianeta possa prosperare insieme al pianeta stesso". Per farlo serve una infrastruttura della condivisione, una comunità di cura "promiscua e indiscriminata", al di là delle strutture di parentela e statuali, verso un cosmopolitismo radicale che trasformi l'idea di cittadinanza e appartenenza. Accompagnando il passaggio dal "vecchio, keynesiano modello di stato sociale" allo stato di cura universale. Possibile solo con una visione ibrida. "Femminista, queer, antirazzista ed ecosocialista".
La base unificante per le riflessioni "ambientaliste, femministe, classiste, neourbane e neorurali", "la più rilevante sintesi di idee che si sia vista dopo l'Illuminismo" è l'ecologia sociale. Se ne dice convinto Murray Bookchin, operaio metalmeccanico, sindacalista, fondatore dello Institute for Social Ecology e attivista della New Left americana in un testo del 1989, oggi un classico, appena tradotto: "Per una società ecologica" (eleuthera, traduzione di Roberto Ambrosoli). Per Bookchin occorre "ricondurre la società all'interno di un quadro di riferimento ecologico", perché "la maggior parte dei nostri problemi ecologici ha le sue radici in problemi sociali". Serve un nuovo equilibrio "basato sulla libertà dal dominio e dalla gerarchia, perché è dal dominio tra gli esseri umani che nasce l'idea del dominio sulla natura". Smarcandosi dal "dualismo che divide nettamente la società dalla natura" così come "dal rozzo riduzionismo che dissolve la società nella natura", Bookchin dimostra come la natura si dispieghi lentamente nella società. La storia naturale "è un'evoluzione cumulativa verso forme e relazioni sempre più differenziate e complesse". Segnata da svolte cruciali durante le quali possiamo indirizzarci verso una società ecologica e razionale o verso una società antiecologica e irrazionale. Come quella capitalistica.
I tentativi di realizzare un capitalismo verde o ecologico, sostiene Bookchin, "sono condannati all'insuccesso: il capitalismo può essere "persuaso" a porre un freno al suo sviluppo", alla sua furia competitiva, accumulativa ed espansiva, "come un essere umano può essere "persuaso" a smettere di respirare". L'unica alternativa possibile "è distruggerlo", rimpiazzandolo con una "società ecologica fondata su relazioni non gerarchiche, su eco-tecnologie come l'energia solare e su comunità decentralizzate", come nel municipalismo libertario. Il ridimensionamento delle grandi città in comunità a misura umana "non è il sogno romantico di un solitario amante della natura, né un remoto ideale anarchico. È un obiettivo indispensabile per una società ecologicamente stabile", che alimenti i valori della complementarietà, del mutuo appoggio, del senso del limite.
Anche per Alberto Magnaghi, architetto urbanista, professore emerito all'università di Firenze, "una conversione ecologica non è praticabile in una società che non ha coscienza di luogo e abitanti consapevoli". È una delle tesi de "Il principio territoriale" (Bollati Boringhieri), in cui l'autore invoca "il ritorno alla cura sapiente, creativa, corale" del territorio "da parte di abitanti organizzati in forme comunitarie di autogoverno". Se la pandemia è una "conseguenza eco-catastrofica provocata sulla biosfera dall'antropocene nel suo delirio entropico", bisogna diffidare della "possibile deriva tecnocratica, tecnologica e centralistica della difesa della natura e della conversione ecologica". E ritrovare invece "la misura dell'insediamento urbano", attraverso un eco-territorialismo. Attingendo alle intuizioni di chi ha riconosciuto la superiorità del principio territoriale su quello funzionale. Come Murray Bookchin, appunto. Ma soprattutto Pëtr Kropotkin.
Se oggi nei laboratori di Princeton, Harvard, Oxford o Cambridge schiere di economisti, sociologi, psicologici e biologi studiano la cooperazione animale e il valore del mutuo appoggio è grazie a questo pensatore e agitatore che da paggio di camera dello zar Alessandro II è diventato padre fondatore dell'anarchismo, ricercato dalla polizia russa, incarcerato nella prigione francese di Clairvaux insieme a Louise Michel, "figura mitica della Comune di Parigi" come ricorda Giacomo Borella, curatore e traduttore (per la prima volta dall'edizione originale inglese) de "Il mutuo appoggio: un fattore dell'evoluzione" (Eleuthera).
Kropotkin redige questo libro profetico a Bromley, a sud di Londra, dopo decenni di militanza, viaggi, fughe e arresti. Lo fa con un obiettivo polemico, correttivo: riequilibrare una visione parziale e distorta del darwinismo. Per Kropotkin gli innumerevoli seguaci di Darwin hanno elevato "la lotta "spietata" per il vantaggio personale a livello di un principio biologico". Tra loro anche un interprete autorevole come Huxley, che nel 1888 pubblica "La lotta per l'esistenza nella società umana". "Un'interpretazione molto errata dei fatti della natura" a cui Kropotkin replica con otto articoli pubblicati tra il 1890 e il 1896 sulla rivista londinese The Nineteenth Century, raccolti e integrati nel 1902 nel volume "Mutual Aid: A Factor of Evolution", quello appena uscito in italiano.
A Bromley, Kropotkin sistematizza gli appunti di viaggio di quando, neanche trentenne, faceva ricerca sulle orme di Alexander von Humboldt. In Siberia orientale e Manciuria meridionale, in "cinquantamila miglia su carri, su piroscafi, in barca, ma soprattutto a cavallo" anche a quaranta o sessanta gradi sotto lo zero, aveva raccolto una documentazione titanica. Insettti sociali, api, formiche, locuste, farfalle del genere Vanessa, coleotteri del genere Cicindela, cicale, granchi di terra, termiti, uccelli, aquile, mammiferi, primati. "Non ho potuto trovare, sebbene la cercassi con impazienza, quell'aspra lotta per i mezzi di sussistenza tra animali appartenenti alla stessa specie che la maggior parte dei darwinisti (ma non sempre lo stesso Darwin) considerava la caratteristica dominante della lotta per la vita e il principale fattore dell'evoluzione". Non solo il mutuo appoggio è una legge della vita animale tanto quanto la lotta reciproca, riassume Kropotkin, ma "come fattore di evoluzione ha probabilmente un'importanza molto maggiore". A interessargli è soprattutto la società degli uomini. I modi e le forme della sua organizzazione. Studia la storia e le istituzioni di mutuo appoggio - la tribù, la comunità di villaggio, le gilde, la città medievale - e si convince, nota Borella, che si possa evitare la degenerazione delle istituzioni da vitali a oppressive solo rispettando il valore ecologico della misura, il radicamento territoriale. Valeva in passato, vale ancora oggi, scrive il pensatore russo a cavallo tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento: "Il bisogno di mutuo appoggio e di aiuto reciproco si afferma di nuovo, anche nella nostra società moderna, e rivendica il suo diritto di essere, come è sempre stato, la guida principale verso ogni futuro progresso".
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 27 giugno 2021
Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell'informazione. Lo scorso venerdì si è tenuto, presso il Senato della Repubblica, un convegno sul diritto alla conoscenza. Promosso dalla biblioteca del Senato medesimo diretta da Gianni Marilotti insieme all'associazione intitolata allo scomparso giornalista di inchiesta Mimmo Càndito (fu presidente dei Reporter senza frontiere dal 1999), il dibattito si è giustamente incentrato sulla tragica vicenda di Julian Assange. Il giornalista di origine australiana è il fondatore dell'agenzia WikiLeaks, oggi detenuto nel carcere speciale inglese di Belmarsh con il rischio solo rinviato dell'estradizione negli Stati Uniti.
L'iniziativa ha rotto un po' il velo di silenzio attorno ad una vicenda dai contorni pericolosi ed emblematici. Grazie all'impegno di Marinella Venegoni, la compagna di Càndito, di Gian Giacomo Migone con l'Indice libri del mese, della federazione della stampa con Giuseppe Giulietti, della fondazione Basso e dell'omologa intitolata a Paolo Murialdi, nonché di Critica liberale il sipario si è strappato. Tuttavia, come hanno sottolineato gli interventi di chi (Raffaele Fiengo, Enzo Marzo, Nello Rossi) ha condotto per anni lotte incisive per la libertà di informazione e la trasparenza degli apparati, c'è moltissimo da fare.
Fondamentale la documentata comunicazione di Stefania Maurizi de il Fatto Quotidiano, cui si deve in Italia il mantenimento la luce accesa su di una vicenda abnorme. Come sono risultati inquietanti gli interventi del padre del whistleblower John Shipton (con una sobria drammaticità, antitetica rispetto all'imbarazzante televisione del dolore di tanti talk) e dell'avvocato australiano dell'imputato Greg Barnes. Già, l'imputazione. Si tratta di un reato previsto dall'Espionage Act statunitense del 1917, in base al quale la pena prevista - in caso di accoglimento dell'estradizione, visto che gli Stati uniti non demordono - arriva a 175 anni di carcere. Siamo di fronte, dunque, ad un caso amaro in sé, viste le precarie condizioni di salute di Assange, e per sé. Sembra, infatti, la prova tecnica di un nuovo regime nell'informazione.
Qual è la questione, in sintesi? Mentre coloro che hanno promosso guerre sanguinose e terribili in Iraq o in Afghanistan o hanno controllato migliaia di cablogrammi e di telefonate con la National Security Agency (NSA) girano per il mondo con conferenze ben retribuite, l'eroe civile capace di illuminare la verità rischia di morire in prigione.
Eppure, ora le cancellerie quasi si vergognano delle guerre di conquista volte ad esportare - per così dire - la democrazia. Visto che dall'Iraq distrutto è nato il terrore dell'Isis o di Al Qaida e che dal clamoroso insuccesso afghano ne hanno tratto vantaggio i talebani. Per non citare lo scandalo di Guantanamo, che è tuttora un buco nero del e nel mondo globale. Di tutto ciò non si sarebbe saputo pressoché nulla senza il coraggio di WikiLeaks supportato dalle fonti Edward Snowden ex tecnico della Central Intelligence Agency (CIA) in crisi di coscienza, e Chelsea Manning, il militare che ruppe il muro dell'omertà e ha tentato per tre volte di suicidarsi.
Shakespeare ne avrebbe tratto uno dei suoi capolavori, essendovi in tali storie il racconto senza false retoriche del lato oscuro potere. Quest'ultimo si fonda sulla pratica (violenta) del segreto, perché la verità può essere eversiva. Ciò accade soprattutto quando vi sono misfatti di stato, azioni belliche contrarie ad ogni legge internazionale. Assange è sottoposto nella fortezza in cui è rinchiuso ad una vera e propria tortura, della stessa forma da lui denunciata con una controinformazione preziosa.
Ha ricordato Migone, come aveva fatto del resto in vista delle elezioni americane Furio Colombo, che siamo al cospetto di un precedente insidioso. Non così accadde quando Daniel Ellsberg, il whistleblower dei Pentagon Papers (1967), disvelò le porcherie della guerra del Vietnam. Allora non si ebbero condanne, in virtù del principio fondamentale della libertà di informazione garantito dal primo emendamento della costituzione di Washington. Tant'è che il New York Times e il Post pubblicarono paginate e non vi fu censura, malgrado le pressioni del segretario della difesa McNamara.
Basti, poi, leggere il duro documento stilato dallo Special Rapporteur on Torture delle Nazioni unite, Nils Melzer. Dove si stigmatizza pure il comportamento della Svezia, dove la drammaturgia cominciò, con accuse strumentali rivelatesi infondate. Perché il sipario si apra davvero, serve un atto formale, così come è accaduto in Gran Bretagna e in Australia su spinta di parlamentari di parti diverse. Una mozione delle camere rivolta al presidente del consiglio Draghi, affinché ponga il problema di Assange all'unione europea e a Joe Biden, è urgente e necessaria.
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