di Maria Fioretti
orticalab.it, 28 giugno 2021
Testi, prove, ruoli e confronto con le proprie paure e il proprio dramma, in una realtà complessa. Con la compagnia "La Flotta" della casa circondariale di Arienzo l'attore e regista avellinese metterà in scena lo spettacolo "Alterazioni" - dal 20 al 22 luglio - frutto dei corsi di scenografia tenuti da Gennaro Vallifuoco, del laboratorio di costumi curato da Teresa Papa e Nicola Criscibaffi e di uno studio che va da Roberto De Simone a Giambattista Basile.
"Da quando ho conosciuto l'arte, questa cella è diventata una prigione": è la battuta finale recitata dall'attore detenuto Cosimo Rega, prima di rientrare in cella dopo aver interpretato Cassio nel Giulio Cesare di Shakespeare, tra le mura del carcere di Rebibbia, dove i fratelli Taviani hanno girato il loro film Cesare deve morire.
Ma cosa vuol dire portare il teatro in un istituto penitenziario? Non è liberazione, ma libertà. Testi, prove, ruoli e confronto con le proprie paure e i propri dolori. Fare teatro in carcere significa riflettersi in uno specchio, lavorare su se stessi e sul proprio dramma nel mezzo di una realtà complessa.
Un contesto che conosce bene l'attore e regista Gaetano Battista che da tempo si dedica al lavoro nel privato sociale, attraverso laboratori di teatro per i detenuti, in diversi istituti penitenziari, dal carcere di Poggioreale - nel padiglione Roma - alla casa circondariale di Arienzo, nel casertano. Insieme a lui Fabio Fiorillo, interprete della tradizione musicale partenopea, una spalla fondamentale in questo percorso tra l'arte della scena e l'impegno volto alla rieducazione.
Con la compagnia La Flotta della casa circondariale di Arienzo metterà in scena lo spettacolo Alterazioni: l'anteprima ci sarà il 20 luglio alle 18 e le due repliche il 21 e il 22 - tutte le date sono aperte al pubblico - proprio nei luoghi che i detenuti attraversano quotidianamente. Uno spettacolo che è l'elaborazione di uno studio cominciato ormai due anni fa, che ha portato la compagnia del teatro carcere a compiere una ricerca sui Sette Vizi Capitali: "Da qui siamo arrivati ad analizzare la favola, concentrandoci su una storia che potesse raccontare i vizi e quindi l'uomo, con le sue fragilità. Chi più di un detenuto può raccontare una cosa del genere? Tratto di unione tra un dentro e fuori, tra realtà e irrealtà. Così abbiamo cominciato a studiare le Dodici Storie di Natale del Maestro Roberto De Simone e Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile, da cui abbiamo liberamente estrapolato il testo per riadattarlo e riscriverlo, anche seguendo le loro suggestioni. La regia è mia, le scenografie sono di Gennaro Vallifuoco, mentre i costumi sono di Teresa Papa e Nicola Criscibaffico. L'arrangiamento delle musiche - che saranno eseguite dal vivo - è affidato a Fabio Fiorillo, anche aiuto regista, e Franco Ponzo".
Nel 2019 è stata la direttrice Annalaura De Fusco a far entrare per la prima volta il teatro negli spazi della casa circondariale a custodia attenuata di Arienzo: "In lei e nella sua visione abbiamo trovato grande sostegno alle nostre attività - ci racconta Gaetano Battista - anche nei lunghi mesi della pandemia ha fatto di tutto affinché non si interrompesse il progetto".
Poi con la nascita dell'associazione di promozione sociale Polluce la programmazione intorno al teatro carcere si è fatta più ampia, fino ad arrivare al finanziamento ottenuto grazie alla vittoria del Fondo di Beneficenza del Gruppo Intesa San Paolo, con la proposta di un progetto di Teatro Inclusivo insieme all'organizzazione di volontariato Indila: "Ci poniamo un obiettivo ambizioso da realizzare ad Arienzo, dai corsi di formazione teatrale, a quelli sulla creazione dei costumi, fino alla formazione in scenotecnica. Siamo riusciti a metterci in contatto con Gennaro Vallifuoco ed è nata una convenzione tra l'Istituto penitenziario e l'Accademia di Belle Arti, per cui gli studenti e le studentesse svolgono il tirocinio curriculare con i detenuti, sempre accompagnati dal professore Vallifuoco che li guida nel percorso universitario in Scenografia. Mentre Teresa Papa e Nicola Criscibaffico curano il laboratorio di creazione dei costumi teatrali. Causa Covid siamo riusciti ad andare avanti solo online, molti degli allievi intanto hanno anche scontato la loro pena e sono tornati in libertà, ma anche in questo caso abbiamo continuato a tenere un rapporto, possiamo dire che il Teatro Inclusivo è arrivato a casa loro. Nonostante tutto siamo riusciti a tornare in presenza, superando le difficoltà e riprendendo sia i laboratori che i corsi, il coronamento di questo progetto arriva salendo sul palco per lo spettacolo finale".
Tossicodipendenti, sex offender, detenuti in terapia medica, transessuali, sieropositivi e il teatro come mezzo di inclusione. Un'esperienza formativa per chi la fa, ma soprattutto altamente emotiva: "Si è creato col tempo un rapporto di empatia molto forte, per me non sono detenuti, sono i ragazzi che incontro ogni giorno e con cui mi confronto su lavori diversi, in Istituti di pena differenti tra loro, mettendo in campo delle specifiche relazioni, attraverso approcci particolari. Non cambia il lavoro però, che punta sempre e comunque alla qualità umana che è anche espressione della qualità artistica. Un percorso necessario per cambiare l'immaginario del carcere, a cui si guarda ancora come una struttura punitiva più che riabilitativa.
E tra i laboratori trattamentali che si tengono, quello teatrale è il più richiesto per consentire un rientro nella società. È un grande sforzo collettivo quello che stiamo compiendo, incontra grossi limiti, ma consente a chi partecipa di emanciparsi dall'etichetta di carcerato, uno stigma che resta attaccato addosso, per quello che hanno fatto e per quello che sono. La formazione e la disciplina che arrivano dal teatro possono riflettersi all'esterno e contribuire a migliorare anche il contesto in cui si torna dopo il carcere, contribuendo all'educazione e rendendo il percorso più sano".
Non tutti probabilmente dedicheranno il resto della loro vita all'arte e al mestiere del teatro, l'incontro però resta fondamentale: "Li accompagniamo in questo passaggio tra dentro e fuori, quello che nasce è un rapporto di volontà, un legame - come una sorta di ponte - che parte dalle attività teatrali, vero motore per scuotere l'anima e rimettersi in gioco, assumendosi delle responsabilità, seguendo delle regole, prendendosi delle possibilità e riuscendo finalmente a scegliere per se stessi. Il teatro migliora le qualità di tutti noi, è un viaggio di scoperta e di studio molto profondo, un incontro benefico e un lavoro continuo, non si smette mai. Non ci si accontenta del laboratorio teatrale o dell'espressione dello spettacolo, per noi bisogna venire fuori dalla mentalità del carcerato, entrare in dinamiche che spesso non si conoscono, è il passo in più che va fatto proprio per la passione e per l'amore che ci muovono verso questo mestiere e verso il teatro, con la sua potenza".
Rinascita e consapevolezza, la dimostrazione sta nell'ultimo traguardo raggiunto da Gaetano Battista e da chi lo segue nella sua impresa del teatro carcere: "La concessione arrivata dal Magistrato di Sorveglianza di Napoli ha permesso ad un detenuto in semi-libertà di seguire i nostri laboratori due volte alla settimana, era uscito durante l'esperienza nel carcere di Arienzo ed era stato affidato ai lavori socialmente utili a Ponticelli, nel suo quartiere. Marco Duro ha ventisette anni e ha espresso il desiderio di volere continuare i corsi, perché era dispiaciuto di doverli abbandonare per forza, lasciando il gruppo. Per la prima volta un detenuto semi-libero, sotto la nostra tutela, può portare avanti il suo percorso di formazione e con l'associazione siamo riusciti anche a garantirgli un contratto nella compagnia. L'obiettivo ora è continuare a tenerlo con noi, coinvolgerlo nelle attività future e il merito è della relazione che siamo stati capaci di instaurare. Certo è uno strumento che coinvolge in un percorso di recupero e di reintegrazione sociale, eppure l'esperienza dei laboratori di teatro carcere non è mai neutra, è trasversale, spiazzante, speriamo che il pubblico possa percepirlo quando rientrerà a casa dopo aver partecipato alla visione delle nostre Alterazioni".
di Valentina Maglione e Bianca Lucia Mazzei
Il Sole 24 Ore, 28 giugno 2021
L'arrivo di nuovi assunti per l'ufficio per il processo penale. L'ipotesi di dare l'addio agli appelli del pubblico ministero e delle parti civili e limitare quelli degli imputati. E trasformare l'appello in una impugnazione "a critica vincolata", cioè solo per determinati motivi. Sono questi i punti chiave della strategia proposta dalla commissione per la riforma del processo penale, voluta dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi, per rendere più efficiente il giudizio in Corte d'appello, che oggi rappresenta il collo di bottiglia del processo penale.
Il giudizio di appello ha infatti tempi lunghi (oltre mille giorni in media), un arretrato monstre (271.640 pendenze a fine 2020, al 39% concentrate nelle Corti di Napoli e Roma) e un alto tasso di prescrizioni (più di un quarto del totale dei definiti). Un quadro su cui si punta a intervenire nell'ottica della riduzione del 25% dei tempi totali di trattazione dei processi penali previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le proposte della commissione ministeriale sono attese nei prossimi giorni al Consiglio dei ministri: sul tavolo ci sarà soprattutto la ricerca di un accordo sulla prescrizione, ma non sono escluse modifiche anche su altri capitoli. Poi, le proposte saranno presentate come emendamenti al disegno di legge delega sul processo penale, elaborato quando ministro della Giustizia era Alfonso Bonafede e all'esame della commissione Giustizia della Camera (atto 2435). Passaggi che dovrebbero comunque avvenire in tempi "brevissimi", ha detto la settimana scorsa la ministra Cartabia.
L'ufficio per il processo - La creazione dell'ufficio di staff del giudice è uno dei capisaldi della riforma della giustizia delineata dal Pnrr. Ed è il punto che catalizza le maggiori risorse riservate alla Giustizia: 2,3 miliardi per quasi 17mila assunzioni, tutte a tempo determinato. Si tratta in realtà di una struttura già prevista dalle norme del 2014, ma finora realizzata in modo disorganico e limitato in ambito penale. Tanto che parte questa mattina da Milano il "viaggio" della ministra Cartabia nelle Corti d'appello per far conoscere l'ufficio per il processo.
Un tour che è anche un'occasione per ascoltare le esigenze, le richieste e i progetti delle diverse realtà giudiziarie. Non a caso l'avvio è da Milano: "Da noi l'ufficio per il processo è operativo e ha dato buoni risultati in termini di aumento della produttività. Finora è stato fatto con poche risorse e usato perlopiù per le emergenze, ora può diventare strutturale", afferma il presidente della Corte d'appello, Giuseppe Ondei.
"È uno strumento molto positivo - conferma Giuseppe De Carolis Di Prossedi, presidente della Corte d'appello di Napoli. Il lavoro del giudice è di tre tipi: studio del fascicolo, decisione e poi scrittura della sentenza. Sia nella prima che nella terza attività può essere aiutato da uno staff qualificato di aspiranti magistrati e concentrarsi così sulle decisioni. Il limite è che si tratta di assunti a tempo determinato, da formare".
Nel 2020, secondo una rilevazione dell'ufficio statistiche della Corte d'appello di Roma, a livello nazionale i processi sopravvenuti in appello sono stati il 37,8% di quelli definiti in tribunale; una percentuale che cresce nei distretti di Roma (38,7%) e Napoli (45,7%). Un flusso che verrebbe ridotto con le proposte della commissione. Intanto, l'eliminazione della possibilità di proporre appello per i Pm e per le parti civili.
Poi, lo stop all'appello degli imputati contro le sentenze di proscioglimento su reati puniti solo con pena pecuniaria o con pena alternativa, le sentenze di condanna a pena detentiva sostituita con il lavoro di pubblica utilità e le sentenze di condanna alla sola pena pecuniaria, anche se risulta dalla sostituzione della detenzione, con alcune eccezioni (particolare afflittività della pena e se si impugna anche la condanna al risarcimento del danno).
Più in generale, si propone di rivedere la funzione dell'appello, strutturandolo come una "impugnazione a critica vincolata", per cui dovranno essere individuati i motivi per cui potrà essere proposto, a pena di inammissibilità. Sono norme introdotte, dal punto di vista della commissione, per allineare il sistema delle impugnazioni al modello accusatorio del processo penale introdotto da11988. Un tentativo "giusto - secondo il presidente della Corte d'appello di Roma, Giuseppe Meliadò - di razionalizzare, semplificare e specializzare l'appello, trasformandolo in un giudizio sempre più "cassatorio", cioè nella direzione del giudizio di Cassazione: non si riesaminerà tutto il processo ma solo i motivi oggetto di censura".
Contro l'appello a critica vincolata si schierano invece gli avvocati: "Dietro i discorsi sull'efficientismo si nasconde lo stravolgimento dell'appello - attacca il Presidente dell'Unione delle Camere penali, Giandomenico Caiazza. Lo si vuole trasformare in un giudizio solo sugli atti, mentre è importante che resti un secondo grado sui fatti. Per allargare il collo di bottiglia dell'appello bisogna soprattutto aumentare il numero dei magistrati e dei cancellieri".
Le altre misure Per togliere pressione all'appello "occorre individuare un modo condiviso di gestione, coinvolgendo gli uffici giudicanti e requirenti e tutta l'avvocatura - osserva il presidente della Corte di Bologna, Oliviero Drignani Siamo al lavoro per stabilire i criteri di priorità per i processi, ad esempio privilegiando quelli che hanno più chance di essere definiti, evitando la prescrizione". Si tratta di una strada percorsa anche da altri uffici giudiziari e che trova spazio tra le proposte della commissione ministeriale, per cui gli uffici giudiziari dovranno predisporre i "criteri di priorità" ma nell'ambito di criteri generali definiti dal Parlamento anche sulla base di una relazione presentata dal Csm.
La Repubblica, 28 giugno 2021
La crisi politica che da febbraio scuote il Myanmar ha un pesante risvolto umanitario. E' un problema nell'agenda di molte Ong internazionali e di New Humanity International, un'organizzazione non governativa italiana che opera da molti anni nelll'ex Birmania, l'attuale Myanmar. Lo ricordava domenica scorsa all'Angelus papa Francesco: "Migliaia di persone - ha detto - stanno morendo di fame", soprattutto nelle aree più colpite dai combattimenti tra i militari e le milizie etniche che si oppongono al golpe dei generali. In questa situazione, la Chiesa del Myanmar si adopera per offrire aiuto e rifugio ai più bisognosi.
Nel Paese un'economia paralizzata. In Myanmar la paralisi dell'economia legata alle proteste e alla situazione creatasi negli ultimi mesi, ha portato i prezzi dei generi alimentari alle stelle. Il costo dei carburanti è aumentato del 30%, con gravi problemi nel trasferire i prodotti agricoli dalle campagne alle città. Senza contare la precarietà delle condizioni di vita degli sfollati interni, che fuggono dalle aree dove si combatte. Il World Food Programme (Wfp) ha stimato di recente che nei prossimi tre mesi 3,4 milioni di persone potrebbero aggiungersi a quelle che nel Paese già soffrono la fame. Più di 300 famiglie hanno beneficiato dell'aiuto di New Humanity International. Una goccia in un mare di necessità e di bisogni. Ma le richieste aumentano e per questa ragione la campagna continua.
La situazione attuale. Dopo quattro mesi dal golpe militare - febbraio 2021 - i generali che hanno sovvertito l'ordine democratico del Paese asiatico non hanno ancora ripreso il pieno controllo del territorio, contrastati come sono da un tenace movimento di resistenza civile con il quale hanno dovuto fare i conti e "Non è chiaro - come si legge in un "focus" dell'ISPI, l'Istituto di Studi di Politica internazionale - se ce la faranno mai, mentre la comunità internazionale sta valutando l'embargo sulle armi".
È una guerra contro la popolazione civile. Un conflitto costato la vita a oltre un migliaio di persone, alla perdita della libertà di almeno 5.000 cittadini rinchiusi nelle carceri, e costretto alla fuga circa 300 mila persone, che sono andate ad aumentare la lista degli oltre 50 milioni di sfollati nel mondo, di chi cioè lascia in fretta e furia tutto quello che ha per rifugiarsi in un luogo diverso da dove ha sempre vissuto, ma restando comunque all'interno dei confini nazionali. È opinione ormai diffusa che l'aumento delle violenze aggiunte al fatto che i militari golpisti non sono riusciti a ripristinare una seppur formale equilibrio sociale e istituzionale, sta aumentando le paure che a breve si possano avere effetti destabilizzanti in quella porzione della regione del sud est asiatico.
di Liana Milella
La Repubblica, 28 giugno 2021
L'ufficio del processo, cioè l'affiancamento di collaboratori dei magistrati ha contribuito a tagliare della metà i tempi dei procedimenti giudiziari. Nel civile una causa che durava 2.273 giorni, pari a sei anni e mezzo, si è chiusa in 1.052 giorni, poco meno di tre anni.
di Silvia Truzzi
Il Fatto Quotidiano, 27 giugno 2021
"La Giustizia come professione" è il titolo dell'ultimo libro di Gustavo Zagrebelsky. Avrebbe potuto essere anche "Confessioni di un giurista": il saggio è una guida ragionata attorno al diritto come traduzione mondana di una virtù morale, la giustizia. Ma è anche una lunga lettera d'amore al mestiere di giurista, non priva d'amarezze come accade sempre nei rapporti duraturi.
di Marta Cartabia*
Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2021
"Questo consesso io istituisco, intatto da lucro, venerando, severo. Dopo aver scelto i migliori dei miei cittadini". È l'energia di reiterazione dei testi classici a portarmi ancora una volta qui, all'acme delle Eumenidi di Eschilo. E qui ritrovo quel sostrato immutabile delle umane società, di cui parla Nicole Loraux.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 27 giugno 2021
L'onorevole Bruno Bossio commenta così a caldo la notizia: "Sono soddisfatta di questo trasferimento ma mi auguro che adesso a Ferrara possa vivere una detenzione dignitosa, in un regime ordinario. Se così non fosse mi impegnerò a conoscere le motivazioni di un'assegnazione diversa da quella del regime ordinario".
di Luca Liverani
Avvenire, 27 giugno 2021
È la prima volta di un ministro della Giustizia a Ventotene. Marta Cartabia arriva in elicottero in questa isola pontina, tanto piccola quanto carica di storia antica e moderna, culla del pensiero europeista di Altero Spinelli, Rossi e Colorni.
di Davide Varì
Il Dubbio, 27 giugno 2021
L'ex magistrato del pool non si capacita della decisione del leader leghista di appoggiare i referendum radicali. Soprattutto quello sulla carcerazione preventiva. L'appello ha un tono drammatico, a tratti struggente. Il mittente è Piercamillo Davigo, l'ex magistrato più potente d'Italia caduto in disgrazia dopo il penoso caso Amara: quella strana fuga di notizie che ha terremotato la già instabile magistratura italiana. Ma questa è un'altra storia.
Il destinatario, invece, è Matteo Salvini, l'ex Capitano che voleva buttare le chiavi delle patrie galere e che ora si ritrova al fianco dei radicali nella promozione dei referendum più garantisti della storia della Repubblica. E così, Davigo, dalle pagine del Fatto Quotidiano di Travaglio chiede al leader leghista di rinsavire... "Ma come - gli dice - non ti rendi conto che il referendum sulla carcerazione preventiva metterà a piede libero migliaia di immigrati irregolari?".
Il che, peraltro, la dice lunga sui motivi per cui le nostre carceri sono così sovraffollate: sono piene di poveri disgraziati colpevoli di fuggire da fame, guerra e povertà. Ma questo Davigo preferisce non dirlo.
Fatto sta che l'ex magistrato del pool milanese non si rassegna e rivolge il suo appello al Salvini di un tempo, quello che fermava le navi cariche di migranti per giorni e giorni impedendo lo sbarco a bambini, donne e uomini fiaccati da giorni di navigazione su barconi clandestini pronti a colare a picco al minimo sbotto di mare; al Salvini del "marciscano in galera", sentenziato dalla "bestia" social in occasione di ogni fattaccio di cronaca.
Ma Matteo, ingrato, ormai è sulla nave radicale e non sente le suppliche del povero Davigo il quale appare come una sirena afona che prova a ricordare al vecchio amico di bisbocce i bei tempi andati, quando un paio di giorno di galera preventiva non si negavano a nessuno, neanche a un "presunto innocente".
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 27 giugno 2021
Giovedì a Roma in Piazza Cavour è accaduto che alla manifestazione dei penalisti italiani per il rilancio del percorso parlamentare della loro proposta di legge di iniziativa popolare sulla separazione delle carriere in magistratura, sottoscritta da 75mila cittadini, si sono presentati i più autorevoli rappresentanti di tutte le forze politiche presenti in Parlamento, ad eccezione di M5S e Partito Democratico. Da Italia Viva (con Maria Elena Boschi) alla Lega (con Matteo Salvini), da Azione (con Carlo Calenda ed Enrico Costa) e + Europa (Riccardo Magi) fino ad una folta e qualificata rappresentanza di Fratelli D'Italia con il responsabile Giustizia Del Mastro ed il vice-Presidente della Commissione Giustizia del Senato Balboni (la cui leader Giorgia Meloni ha voluto far sapere che avrebbe personalmente partecipato, se non fosse stata all'estero).
- Sulmona (Aq). In partenza la "Carovana dei Diritti", prime tappe al carcere e all'ospedale
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