di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 21 maggio 2021
Ancora un riconoscimento al Polo Universitario torinese per gli studenti detenuti, il primo nato in Italia nel 1998, grazie a un protocollo d'intesa tra Università degli Studi di Torino, Tribunale di Sorveglianza e Provveditorato regionale dell'Amministrazione penitenziaria. Franco Prina (nella foto), ordinario di Sociologia giuridica e della devianza, delegato del rettore dell'Ateneo Torinese per il Polo Universitario per studenti detenuti è stato riconfermato l'8 maggio scorso presidente della Cnupp, la Conferenza nazionale delegati poli universitari penitenziari istituita dalla Crui (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) tre anni fa.
L'Università di Torino è tra i fondatori della Conferenza, quale primo Ateneo in Italia a costituire un Polo Universitario in carcere a partire dagli anni '90, grazie all'impegno volontario di alcuni docenti, e poi ufficializzato nel 1998. Una tradizione che continua, come sottolinea il professor Prina, con la firma dell'Ateneo torinese per l'Anno Accademico 2020-21 della convenzione con il carcere di Saluzzo che ospita detenuti in regime di Alta Sicurezza con lunghe pene da scontare che hanno richiesto di iscriversi ai corsi universitari. Attualmente sono 60 i reclusi, di cui 4 donne, iscritti all'Ateneo torinese nella Casa circondariale "Lorusso e Cutugno" e nella Casa di reclusione "Rodolfo Morandi" di Saluzzo (14).
Dei 60 iscritti, 11 stanno completando gli studi dopo aver lasciato il carcere e aver ottenuto misure alternative. 5 gli studenti laureati. Gli atenei italiani aderenti alla Cnupp con studenti iscritti sono passati da 22 nell'anno accademico 2018-19 a 37 nel 2020-21 (+18,5%); le carceri in cui operano i Poli Universitari penitenziari da 70 a 82 (+17,1%); gli studenti iscritti da 796 a 1034 (+29,9%). In aumento le donne da 28 studentesse nel 2018-19 a 64 nel 2020-21 (+128,6%). In occasione della conclusione del primo triennio di vita della Cnupp, venerdì 7 maggio si è tenuto un seminario on line sul tema "Il diritto agli studi universitari in carcere", in cui hanno partecipato tra gli altri Franco Prina, la vice-rettrice dell'Università di Torino, Laura Scomparin, Pietro Buffa, già direttore della Casa Circondariale torinese ora provveditore dell'amministrazione penitenziaria Lombardia (Prap).
Franco Prina ha sottolineato come la presenza delle Università negli Istituti penitenziari va intesa non più come impegno volontaristico "ma di sistema: garantire il diritto allo studio a chi è privato della libertà, per alcuni di proseguire gli studi universitari, per altri di iniziarli è dare un senso al tempo della pena e darsi una prospettiva per il dopo pena.
Entrambi i 'sistemi' (universitario e penitenziario) debbono maturare la condivisione del principio di adempiere congiuntamente a un proprio dovere imprescindibile: garantire a tutti coloro che lo desiderano e ne hanno i requisiti, la possibilità di esercitare il diritto allo studio. Per questa via offrendo opportunità di maturazione alle persone detenute, di ricostruzione del proprio sé culturale, favorendo un loro positivo rientro nella società".
Se la detenzione con percorsi di avviamento al lavoro, allo studio, al volontariato, da tempo "sospeso" diventa periodo fecondo, ci guadagniamo tutti: "investendo sull'istruzione i rischi di recidiva calano drasticamente, con benefici non solo per il singolo ma per tutta la società italiana".
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 21 maggio 2021
Mattarella ha parlato ai bambini nella speranza, forse, che anche i grandi intendessero. Adesso che sembra quasi finita col virus, adesso che siamo inebriati dall'idea che tutto torni come prima senza badare troppo a come saremo poi, adesso che ci sarebbe da ricostruire un Paese dopo il brutale finimondo del Covid, ancora una volta è stato un bambino a fare la domanda giusta. Seduto al primo banco di una scuola elementare di Roma, intitolata al tenero topo Geronimo Stilton, candidamente ha chiesto: "Mi chiamo Alessio e vorrei sapere qual è secondo lei la cosa migliore che possiamo fare per l'Italia. Grazie".
Il suo interlocutore, Sergio Mattarella, gli ha indicato la strada più semplice, che spesso è il contrario di quella più facile: "Di solito agli alunni si raccomanda di studiare. Vero, giusto. Ma io voglio dirvi che, oggi, la cosa più importante è un'altra: aiutarsi. Se qualcuno ha un problema con una materia, se ha difficoltà a camminare, se è rimasto indietro: aiutarsi vicendevolmente rende migliore la propria vita e quella degli altri. In questo anno di pandemia lo abbiamo imparato ancora una volta. C'è stato tanto bisogno dei medici, degli infermieri, delle persone che sono rimaste a lavorare nei supermercati, di chi conduceva gli autobus per potersi muovere e così via. Quando ci si aiuta, si vive meglio: questa è probabilmente la prima cosa che potete fare. Da adulti a volte ce lo si dimentica, non ci si aiuta abbastanza, e si vive peggio".
Il presidente della nostra Repubblica parlava ai piccoli nella speranza, forse, che anche i grandi intendessero. E i grandi sono il governo, i partiti, le associazioni di categoria, le istituzioni, i poteri forti e quelli furbi, tutti coloro insomma che reggono i fili di un Paese alle prese con una prova di portata storica. Che cosa possiamo fare per l'Italia del dopo tunnel? Come ce la immaginiamo, questa Italia che verrà, afflitta da un debito pubblico insostenibile, imprigionata da nodi cruciali irrisolti (dal fisco alla giustizia, per finire o cominciare dall'ambiente), ma beneficiata da un tesoretto europeo che ci offrirà l'occasione di recuperare il troppo tempo perduto, e non solo per colpa del Covid?
Il contrario dell'"aiutare" evocato da Mattarella non è ostacolare o contrastare. Il vero opposto è ignorare, trascurare, disfarsi del carico delle disuguaglianze invece di farsene carico. La differenza cruciale la fa l'indifferenza. Non si tratta di essere buoni, nel senso cattolico del termine, ma coscienti e responsabili, questo sì, che le scelte di questi mesi disegneranno il tipo di Paese che abiteremo per i prossimi decenni. E questo vale per le questioni nazionali ma anche per gli scenari più vasti, dove l'influenza che abbiamo riconquistato con la guida di Mario Draghi può giocare ruoli decisivi in partite altrettanto decisive. Il fatto che una parte di mondo, per lo più africana, sia ancora a zero vaccini, come documentato da questo giornale, è una disparità preoccupante dal punto di vista sanitario e angosciante da quello umanitario.
La foto del neonato marocchino salvato nel mare di Ceuta da un sub della Guardia civile spagnola ("ho visto spuntare la testolina e ho pensato a una bambola") è soltanto l'ultima sconvolgente istantanea di una tragedia senza fine e senza confini, di fronte alla quale il nostro Continente si gioca la patente di democrazia, oltre a quella di civiltà. E noi dobbiamo avere voce in capitolo, se non altro per la posizione geografica da primo sbarco che occupiamo.
Tra pretendere un'effettiva strategia comune di gestione e di accoglienza e fingere di non vedere, c'è di mezzo, appunto, il mare. Essere un partner di rilievo della comunità internazionale significa anche spendere qualcosa di più del cauto riserbo riguardo all'incendio che ha devastato le residue speranze di un qualche accordo nella striscia di Gaza. L'America di Biden, dopo 11 giorni di fuoco e di morte, ha chiesto e ottenuto da Netanyahu "una riduzione del conflitto, che porti a una tregua". Partecipare alla costruzione di ponti, per quanto fragili e pericolanti, è certamente più in linea con la politica dell'aiutare rispetto a una presenza marginale sullo sfondo. Ogni energia spesa per un più di pace è un'energia spesa bene. E rinnovabile.
Anche la pace sociale rientra nel perimetro. E sarà messa a dura prova, nonostante le misure che il governo sta mettendo in atto per arginare l'impatto di una marginalità crescente. Misure che rischiano di non bastare e che, al di là delle intenzioni dei ministeri coinvolti, quasi di certo non basteranno. La Comunità di Sant'Egidio a Roma aveva 3 punti di distribuzione di beni primari, ora sono 28. Alla Caritas lanciano da tempo l'allarme di una povertà senza precedenti tra gli italiani, che colpisce soprattutto donne, precari e giovani, mandandoli a ingrossare le fila di chi aspetta almeno un pasto al giorno, con la sorpresa amara di trovarsi davanti una persona su quattro che mai avrebbe pensato né osato mettersi nelle colonne in fame.
A fine marzo, un anno di Covid aveva portato alla chiusura di 300 mila imprese, la cessazione di 220 mila partite Iva, più 800 mila lavoratori in cassa integrazione. Nei prossimi mesi, la situazione deflagrerà, con più di 500 mila licenziamenti previsti per inizio luglio (fine del blocco nelle imprese più grandi), più una cifra simile quando a novembre verrà tolto del tutto il freno di salvaguardia. A questa marea montante, vanno aggiunti gli ultimi della scala, gli "scoraggiati" che un lavoro neanche lo cercano più (circa 700 mila) e gli "invisibili" (approssimativamente, stesso numero) che comprendono braccianti con paghe indegne, rider, immigrati regolarmente sfruttati ma senza tutele né possibilità di ottenerne. All'Italia che già non ce la faceva, si sovrappone un'altra Italia che non ce la farà, e qualche risposta non ancora prevista bisognerà pure trovarla. Con il coraggio indispensabile per evitare una frattura sociale di cui si avvertono le prime profonde crepe.
"Se venisse chiesto un piccolo sacrificio ai grandi patrimoni, per il bene del Paese mi sentirei di farlo", ha detto al Corriere Diego Della Valle, il signor Tod's, aprendo a un'ipotesi che potrebbe coinvolgere il famoso 1 per cento dei più ricchi, 5 mila persone, lo 0,01 per cento della popolazione. Ipotesi che potrebbe anche allargarsi ad altre fasce più che benestanti, nelle forme e nelle modalità che di fronte all'enormità del danno atteso andranno presto studiate, sperimentate e con consapevolezza proposte. È in fondo la seconda sfida che si è dato il governo straordinario presieduto da Draghi. La prima era portarci fuori dal Covid, e quasi ci siamo. L'altra è evitare che la pandemia sanitaria di trasformi in pandemia sociale. E qui ci troviamo e ci troveremo.
Caro bambino Alessio, della scuola del topo Geronimo, il presidente della Repubblica ha fatto un grande dono a te e ai tuoi compagni: vi ha detto la verità. La cosa più importante oggi è imparare ad aiutarsi. Cominciando dall'alto e continuando fino agli ultimi banchi.
di Silvia Niccolai
Il Manifesto, 21 maggio 2021
Il ddl Zan introduce i delitti di istigazione a delinquere e compimento di atti discriminatori e violenti fondati sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere. Finanzia politiche contro la violenza legata all'orientamento sessuale e all'identità di genere e istituisce la Giornata contro l'omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, in cui sono organizzate, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole, iniziative per promuovere la cultura del rispetto e dell'inclusione e a contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivate dall'orientamento sessuale e dall'identità di genere.
Per sesso, spiegano le definizioni di cui la legge è corredata, si intende quello biologico; per identità di genere la percezione che una persona ha di sé come uomo o donna, anche se non corrispondente al sesso biologico; per ruolo di genere qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse all'essere uomo o donna; per orientamento sessuale l'attrazione emotiva o sessuale nei confronti di persone dello stesso sesso, di sesso opposto o di entrambi i sessi.
Con questa terminologia e queste definizioni il disegno di legge richiama teorie secondo le quali la distinzione tra i due sessi femminile e maschile si risolve in costruzioni sociali che si ripercuotono sugli individui come una gabbia repressiva, il 'binarismo sessuale', che esclude e stigmatizza chi in tale binarismo non si riconosce. Di qui il valore dell'autopercezione, e il suo significato contestativo: la possibilità di dirsi maschio femmina o nessuna delle due cose - l'identità di genere - indipendentemente dal corpo che si ha, romperebbe il giogo del binarismo. A quest'ultimo, autoritario, tende a essere associata, in questo ordine di idee, la differenza sessuale.
In Italia esiste un pensiero femminista radicale noto come pensiero della differenza, molto vitale. Questo pensiero ha lavorato per far emergere la soggettività femminile, che consiste appunto nella differenza. Differenza rispetto a cosa? Rispetto al soggetto neutro della storia e del pensiero, per esempio l'Hegel che "si mette nella posizione di un soggetto universale mentre in realtà parla secondo l'esperienza di un soggetto maschile". E cosa sarebbe questa differenza? Il femminismo radicale 'essenzializza' le donne, sacralizza per caso il ruolo materno? No, la differenza non è un 'ruolo' o un 'comportamento', perché non è una cosa.
È una qualità, un processo, un divenire: è l'atto del differire, che scompagina i modelli ereditati, mette al mondo qualcosa che non era prima previsto e che non si può sapere mai che cosa sarà. E per iniziare a differire, occorre un primo atto di disobbedienza: scoprire che il corpo in cui una è nata, proprio quel corpo così a lungo squalificato e così spesso asservito, è invece intelligente, è il veicolo di molte esperienze, è una parte di noi che ci permette di dire "quel che ci risulta", di dire la nostra, a modo nostro: compone la nostra soggettività.
C'è stato dunque nel tempo un impegno appassionato affinché le donne si sentissero autorizzate a parlare partendo dalla loro esperienza, onde questa, e non quella del soggetto neutro, entrasse a comporre i modi comuni di pensare, di vivere, di giudicare; impegno per restituire unità alla soggettività femminile, che il patriarcato spezzava tra sesso e costrutti sociali, e così consegnava all'irrilevanza.
"Noi siamo e abbiamo un corpo e questo avere ed essere struttura il nostro porci nei confronti degli altri e del mondo"; nessuna e nessuno può partire da sé, dire il mondo come lo vede, se accetta di stare "alle determinazioni della sua natura o della sua condizione che sono precostituite: prima delle determinazioni esterne c'è lei, c'è un soggetto pensante capace di ragionare e concludere in base a quello che le risulta" (Luisa Muraro 1994).
Le donne hanno o non hanno (finalmente) il diritto di parlare ciascuna per sé? E dopotutto, le donne esistono? Dopo decenni di lotta al patriarcato il dubbio si ripropone. Torna in voga il modello-Hegel, che il ddl Zan presuppone: il corpo è un nulla - un dato biologico, in effetti, non pensa e non sente - da cui si può prescindere con le sole operazioni della mente (l'autopercezione o identità di genere).
L'unità corpo-mente del pensiero femminista è un'idea polemica e critica quanto meno alla pari - lo si concederà - dell'idea di identità di genere. Quest'ultima, per molte persone, ha un valore di liberazione, ma per molte altre è la prima idea ad avere quel significato. Non sta al legislatore stabilire se il corpo è solo biologia, o se esso è senso, storia e intelligenza perché tutto questo è, per ognuna e ognuno, la materia viva del nostro proprio esistere.
Ma non si può ignorare che promuovendo azioni educative orientate a insegnare alle bambine che il loro sesso è solo biologia il legislatore si mette contro l'azione delle tante donne che porgono alle bambine l'idea opposta, affinché diano a se stesse valore e possano essere ciò che desiderano.
La storia della rivolta femminile contro la cancellazione del proprio sesso non va sacrificata alla sacrosanta tutela delle persone omosessuali e bisessuali, transessuali e transgender. Questa la si può ottenere semplicemente nominandole, senza ricorrere alle parole-chiave di modernissime teorie, dall'antichissimo sapore patriarcale.
di Anna Maria Merlo
Il Manifesto, 21 maggio 2021
L'emendamento della sinistra passa nella notte con 293 voti a favore: oltre al gruppo Gue, S&D e Verdi. 284 i contrari e 119 le astensioni. Il risultato non è vincolante, l'appuntamento cruciale è a giugno per una proposta da presentare al Wto.
Qualcosa si muove sul fronte della sospensione dei brevetti dei vaccini anti-Covid. L'Europarlamento voterà solo a giugno su una posizione definitiva, nella discussione in plenaria i gruppi politici hanno mostrato divisioni profonde, ma nella notte tra mercoledì e giovedì, a sorpresa, è passato a Bruxelles un emendamento della Gue (sinistra) che invita la Ue a "sostenere l'iniziativa presentata da India e Sudafrica al Wto per la sospensione temporanea dei diritti di proprietà intellettuale sui vaccini, le attrezzature e le terapie per far fronte al Covid-19".
Il risultato non è vincolante, l'appuntamento cruciale è a giugno, ma ci sono stati 293 voti a favore (con il gruppo Gue hanno votato S&D e Verdi), 284 contrari e 119 astensioni. Pd e M5s si sono espressi a favore, Fratelli d'Italia e Forza Italia contro, la Lega si è astenuta. Con una maggioranza molto più ampia (468 a favore) è passata anche la proposta di garantire un "accesso equo, tempestivo e a prezzi contenuti al vaccino per i paesi in via di sviluppo, in particolare per quanti appartengono a gruppi vulnerabili e a alto rischio", come i malati di Aids. L'Europarlamento chiede a Big Pharma di "condividere le proprie conoscenze e i propri dati" seguendo le indicazioni dell'Oms.
"Abbiamo vinto una battaglia culturale" afferma Manon Aubry, eurodeputata francese (France Insoumise), alla punta di questa battaglia. "Ma eravamo ben soli" aggiunge. Adesso la Ue deve "riconoscere l'errore" e prendere posizione per l'accesso di tutti ai vaccini, in modo "immediato, senza condizioni, integrale, durevole", la Ue e i suoi dirigenti devono "vergognarsi" per essere stati gli "idioti utili" di Big Pharma, avendo permesso che i vaccini fossero "beni privati mentre sono stati finanziati da soldi pubblici", commenta Aubry. Per la presidente del gruppo S&D, Iratxe Garcia Perez, il mantenimento dei "monopoli dei laboratori farmaceutici durante la pandemia" ha causato "inevitabilmente milioni di morti che avrebbero potuto essere evitati".
Il Comitato del parlamento europeo sul commercio ieri ha incontrato la direttrice generale della Wto, Nogozi Okonjo-Iweala, che ha affermato che "ottenere la sospensione dei diritti di proprietà intellettuale non sarà sufficiente". "È un argomento scottante", ha detto Okonjo-Iweala che non prende posizione, ma afferma: "Abbiamo bisogno di più flessibilità, di un accesso automatico ai vaccini per i paesi emergenti e contemporaneamente dobbiamo proteggere ricerca e sviluppo". Limitare il più possibile le restrizioni all'export e aumentare la capacità produttiva, anche nei paesi emergenti, sono due dei tre punti della proposta che la Commissione ha preparato per presentarla alla Wto a luglio.
Il terzo punto è usare la leva degli accordi Trips (Agreements on Trade-Related Aspects of Intellectual Property Rights) sulle licenze obbligatorie, "strumento assolutamente legittimo" secondo il vice-presidente della Commissione, Valdis Dombrovskis.
Il ricorso al meccanismo delle licenze obbligatorie è criticato dal movimento a favore della sospensione dei brevetti, perché è complesso e prevede anche compensi finanziari per il "prestito" del brevetto. La Commissione spiega però che il voto alla Wto è più semplice, perché non richiede l'unanimità, prevista invece per la revoca dei brevetti (con esito incerto, visto che finora non solo la Ue, ma anche Usa, Giappone e altri si sono opposti).
Per Augusto Santos Silva, ministro degli Esteri del Portogallo, paese che ha fino a fine giugno la presidenza a rotazione del Consiglio Ue, "è nel nostro interesse adoperarci senza attendere per garantire l'universalità di accesso ai vaccini e la vaccinazione dell'insieme della popolazione mondiale". Per Silva, "tutte le proposte sono le benvenute e dovranno essere esaminate". L'invito è agli Usa, di "precisare" l'affermazione di Joe Biden a favore della sospensione dei brevetti. Per quanto riguarda la Ue, "prima di tutto ampliare e rafforzare la capacità produttiva", poi "garantire l'accesso al vaccino per i paesi che non producono, grazie all'export".
L'Ue ha esportato 200 milioni di dosi, quasi il 50% di quelle prodotte, verso 45 paesi, è il primo contributore del meccanismo Covax, mentre Usa e Gran Bretagna hanno bloccato le esportazioni. "Siamo aperti a tutte le possibilità che mirano a garantire il vaccino universale - ha aggiunto Silva - ma adesso lasciateci fare quello che possiamo fare: aumentare la capacità produttiva e invitare i paesi produttori a impegnarsi, a fianco della Ue, a esportare per assicurare l'accesso ai vaccini nel mondo intero".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 21 maggio 2021
L'entrata in vigore era attesa la scorsa notte all'una ora italiana. Si tratta di una tregua molto fragile frutto delle pressioni internazionali sul governo Netanyahu. Sullo sfondo c'è Gaza con i suoi 232 morti e le sue distruzioni.
Si è chiusa ieri sera con un via libera unanime al cessate il fuoco con Hamas la riunione del gabinetto di sicurezza israeliano. Lo ha annunciato il Jerusalem Post aggiungendo che i punti dell'intesa mediata dall'Egitto sarebbero stati definiti nel corso della notte. Si sono rincorse per tutta la serata le indiscrezioni sulla disponibilità data da Israele ai mediatori egiziani per un cessate il fuoco unilaterale. Mentre Tom Wennesland, l'inviato Onu per il Medio Oriente, è andato in Qatar per strappare il sì alla tregua dei dirigenti di Hamas, tra cui Ismail Haniyeh, che vivono a Doha. Che morte e distruzione stiano per avere fine dopo oltre dieci giorni, è tutto da dimostrare. Il quadro è fluido e incerto.
Alle Nazioni unite il ministro degli esteri palestinese Riad al Malki e l'ambasciatore israeliano Gilad Erdan si sono scambiati accuse durissime, anche di genocidio. Poco dopo è intervenuta anche l'ambasciatrice americana Linda Thomas-Greenfield. "Non siamo stati in silenzio. Non credo ci sia un Paese che lavori più urgentemente e con fervore degli Stati uniti per la pace tra israeliani e palestinesi", ha detto in risposta a chi ha accusato Washington di aver avallato l'offensiva militare israeliana contro Gaza.
Il gabinetto di sicurezza israeliano, presieduto dal premier Netanyahu, si era riunito alle 18 locali sotto l'onda delle pressioni giunte da più parti, dagli Usa all'Onu, dall'Unione europea alle agenzie umanitarie. Mentre i raid aerei su Gaza proseguivano seppur con minore intensità. E così i lanci di razzi - circa 300 (in totale oltre 4000 dal 10 maggio) - di Hamas e dei suoi alleati verso le città adiacenti a Gaza e del sud di Israele. La sirena dell'allarme ha riecheggiato più volte durante tutto il giorno. Decine di migliaia di persone ad Ashkelon, Ashdod, Sderot e nel Negev hanno dovuto trascorrere ore nei rifugi. A Beer Sheva nella zona industriale è stato centrato un edificio ma non ci sono stati feriti.
Secondo le previsioni che si facevano ieri, gli egiziani avrebbero comunicato nel corso della notte l'ora in cui oggi dovrebbe scattare il cessate il fuoco. Non c'è certezza che le cose andranno nella direzione auspicata da molti nonostante l'annuncio del cessate il fuoco. Netanyahu - che ha incontrato il ministro degli esteri tedesco Maas - e il ministro della difesa Benny Gantz ieri mattina insistevano ancora per intensificare le operazioni militari. A spingere per il cessate il fuoco è stato invece il leader dell'opposizione, il centrista Yair Lapid, a cui il capo dello stato Rivlin ha affidato l'incarico di formare il nuovo governo.
Lapid ha avvertito che Israele non poteva ignorare l'appello di Joe Biden per una tregua immediata. "Il presidente Usa - ha spiegato - vuole una fine delle operazioni dopo 11 giorni, quando l'esercito ha già raggiunto i suoi obiettivi. Israele non può ignorare questa richiesta". Contro la fine dell'attacco a Gaza è schierata la maggioranza dei cittadini di Israele. Un sondaggio citato dalla tv Channel 12, rivela che il 72% degli intervistati vuole che la guerra ad Hamas continui.
Solo il 24 per cento ritiene che Israele "debba concordare" un cessate il fuoco. Il 66% delle persone interpellate pensa che l'esercito israeliano abbia ottenuto importanti risultati con la sua campagna di attacchi aerei. Non mancano voci che chiedono che Israele cessi unilateralmente le operazioni senza giungere a una tregua, per lasciarsi la possibilità di tornare a colpire in futuro senza dover rompere alcun accordo. Una situazione di totale incertezza in cui la ripresa dello scontro sarebbe inevitabile in breve tempo.
I raid aerei ieri hanno ucciso altri due palestinesi di Gaza a bordo di auto e ferito almeno altri quattro. Per Israele erano miliziani armati. Il primo attacco è avvenuto a Jabalya nel nord della Striscia, il secondo a Beit Hanoun nel nord est. Israele afferma di aver colpito la cellula di Hamas che qualche ora prima aveva sparato un razzo anticarro Kornet contro un bus militare israeliano ferendo un soldato. E ha centrato, sempre secondo la versione del portavoce dell'esercito, le imboccature di due tunnel di Hamas. Aumentano nel frattempo gli sfollati.
Sono 75mila le persone in fuga dai bombardamenti israeliani, avvertono le Nazioni Unite. Di questi, circa 47.000 sono stati accolti in 58 scuole gestite dall'Unrwa, l'agenzia dell'Onu per i profughi palestinesi, mentre altri 28.700 sono stati accolti in case private. L'Onu e le ong internazionali premono per ottenere corridoi umanitari ma Israele continua ad aprire ad intermittenza i valichi con Gaza anche, spiega, a causa dei lanci di razzi. Un team di Medici senza frontiere (Msf) si è visto negare l'autorizzazione ad entrare e non ha potuto consegnare materiali ed attrezzature destinati al vacillante sistema sanitario palestinese.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 21 maggio 2021
Almeno 7 detenuti sono morti, la maggior parte dei quali decapitati, in scontri tra bande rivali all'interno della prigione di Cantel, a Quetzaltenango, nell'Ovest del Guatemala. Centinaia di poliziotti sono stati schierati per ristabilire l'ordine nella struttura carceraria, che ospita sia membri della banda Mara Salvatrucha sia i loro rivali del Barrio 18. I decessi sono stati registrati a seguito delle violenze avvenute mercoledì 19 maggio.
"In via preliminare, è nota la morte di 7 detenuti", ha riferito in un comunicato il Ministero dell'Interno, definendo l'episodio una "sommossa". Il bilancio è stato confermato dalla Procura, il cui personale è riuscito ad accedere alla prigione, situata a 205 chilometri dalla capitale. Un portavoce della Polizia Civile Nazionale (PNC), Jorge Aguilar, ha precisato all'agenzia di stampa Agence France Presse che la violenza sarebbe stata causata da uno scontro tra due bande rivali e che almeno 6 prigionieri sarebbero stati decapitati. Le autorità sospettano che una delle bande abbia attaccato l'altra per vendicarsi di un incidente passato, avvenuto alcuni giorni fa, ha aggiunto Aguilar.
La violenza tra bande e le sommosse sono comuni nella prigione di Cantel, criticata da diversi gruppi per la difesa dei diritti umani a causa delle sue condizioni difficili. Costruita per ospitare 500 detenuti, al momento ne contiene un numero quattro volte superiore, pari a circa 2.000 persone. Le bande guatemalteche sono note per i racket e le estorsioni, con le quali costringono uomini d'affari e piccoli imprenditori a pagare per la loro protezione. In caso contrario, rischiano di essere uccisi. I gruppi criminali del Guatemala sono responsabili di quasi la metà delle 3.500 morti violente registrate all'anno nel Paese. Si tratta di uno dei più alti tassi al mondo.
Il Guatemala sta ancora cercando di riprendersi da un conflitto civile durato circa 36 anni. La guerra si concluse nel 1996 e contrappose gli insorti di sinistra, per lo più Maya, al governo, che, sostenuto dagli Stati Uniti, intraprese una dura campagna per eliminare i guerriglieri. Più di 200.000 persone, la maggior parte civili, sono state uccise o sono scomparse negli anni degli scontri.
Il Paese possiede ancora oggi una forte cultura indigena. Tuttavia, i Maya, pur costituendo circa la metà della popolazione, sono costretti ad affrontare situazioni di profonda disuguaglianza, come testimoniato da vari gruppi di attivisti per i diritti umani. La nazione rappresenta poi un importante corridoio per il contrabbando di droga.
A livello politico, una recente crisi ha scosso la presidenza di Alejandro Giammattei, leader conservatore eletto a capo di Stato nel gennaio 2020. Il 20 novembre dello scorso anno, ampie proteste erano esplose contro il suo governo dopo l'approvazione di un bilancio controverso relativo all'anno 2021 che prevedeva, tra le altre cose, tagli alla spesa per l'istruzione e la salute. In particolare, i manifestanti ritenevano che i legislatori guatemaltechi avessero negoziato e approvato il bilancio in segreto e che avessero approfittato della distrazione causata dalle conseguenze della diffusione del coronavirus e dell'arrivo degli uragani Eta e Iota nel Paese centro-americano.
Oltre a questo, i manifestanti lamentavano anche recenti mosse della Corte Suprema e del procuratore generale che, a loro dire, avrebbero ostacolato la lotta alla corruzione.
La popolazione aveva dunque iniziato ad esprimere il proprio malcontento sulle piattaforme dei social media, per poi ritrovarsi in strada, dove si erano verificati i primi scontri. Le proteste avevano raggiunto il culmine il 21 novembre, con l'incendio del Parlamento e l'aperta contestazione al presidente Giammattei da parte del suo stesso vicepresidente. Tuttavia, gli analisti avevano attribuito le cause del dissenso non solo alla legge di bilancio e alla concentrazione di potere nelle mani del presidente, ma anche ad una tensione che covava nel Paese da almeno cinque anni.
La democrazia nata dalla fine della guerra civile, nel 1996, è sempre stata debole, ma l'escalation delle recenti tensioni andava ricondotta soprattutto ad una crisi politico-giudiziaria che si trascinava dal 2015. Cinque anni fa, a seguito di indagini da parte delle Nazioni Unite, era venuta alla luce una serie di atti di corruzione che legavano le autorità doganali del Paese centroamericano a politici e narcotrafficanti, coinvolgendo direttamente l'allora presidente Otto Pérez Molina, arrestato a settembre del 2015, e il suo successore, Jimmy Morales, nonché familiari e collaboratori dei due ex-presidenti e di numerosi politici di primo piano. Già allora iniziarono alcune proteste contro la corruzione nel Paese e a sostegno del lavoro del Procuratore speciale contro l'impunità, che aveva indagato sulle irregolarità, e della Commissione internazionale contro l'impunità in Guatemala (Cicig).
di Francesco Battistini e Milena Gabanelli
Corriere della Sera, 21 maggio 2021
La pace impossibile. Uno dei più lunghi conflitti della storia moderna. L'origine di tutti i focolai in Medio Oriente. Dal 1946 a oggi, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato 700 risoluzioni, più di 100 ne ha votate il Consiglio di sicurezza. La comunità internazionale ha esaminato almeno 20 piani di pace. Ma dopo 54 anni d'occupazione dei Territori palestinesi, adesso che fra arabi e israeliani siamo entrati nella dodicesima guerra in più di 70 anni, qualunque soluzione sembra lontanissima.
Sette anni di calma - Era dall'estate 2014 che non si sentivano squillare le sirene con tanta frequenza. Una quiete, solo apparente, perché negli ultimi sette anni quasi 200 palestinesi sono rimasti vittime d'attacchi aerei o d'operazioni di terra; diversi soldati israeliani sono stati uccisi, con decine di civili feriti, e 163 attentati a quei coloni ebrei che, dal 1967, hanno progressivamente occupato la Cisgiordania. E 1.920 palestinesi sono stati feriti dalla polizia, con 8.139 uliveti di proprietà araba vandalizzati dai coloni. Come mai questa linea è stata superata proprio ora? Da una parte c'è Netanyahu, al quinto mandato, bersagliato da inchieste per corruzione, frode e abuso d'ufficio, e senza una maggioranza di governo. Dall'altra parte, i palestinesi che restano divisi. In Cisgiordania, dal 2006 è presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen, 85 anni, leader del partito Fatah, ma il suo mandato è scaduto da dodici anni: non si va mai alle urne perché tutti i sondaggi prevedono una vittoria del movimento islamico di resistenza Hamas. Nato negli anni '80, durante la protesta palestinese della Prima Intifada, nel 2006 prese il controllo della Striscia di Gaza. È un movimento che dichiara incompatibile Israele con una Repubblica islamica di Palestina. E Israele, al pari degli Usa e della Ue, lo considera un'organizzazione terroristica.
Gli amici di Hamas - È questa spaccatura palestinese a spiegare perché, negli ultimi quindici anni, il conflitto si sia concentrato sempre su Gaza. Hamas gode dell'amicizia d'un grande sponsor politico come la Turchia di Recep Erdogan, che dal 2010 tenta di forzare il blocco israeliano intorno alla Striscia. Secondo i servizi israeliani e lo stesso Abu Mazen, però, oggi è l'Iran il grande amico di Hamas. Il finanziamento diretto è per circa 6 milioni di dollari al mese, arrivati fino a 30 negli ultimi due anni. Una cifra versata attraverso gli islamici di Hezbollah che controllano il Sud del Libano. Gli Hezbollah sono sciiti come gli ayatollah di Teheran e si battono, come Hamas, per la distruzione del vicino Israele.
2015: accordo sul nucleare - Dunque per Netanyahu, gli iraniani sono il nemico numero uno. A causa del programma atomico, ripreso nel 2002, che secondo l'Onu ha anche scopi militari e viola il Trattato internazionale di non proliferazione nucleare. Nel 2015 i cinque Paesi del Consiglio di sicurezza Onu, Germania e Ue, hanno firmato con l'Iran un accordo voluto dal presidente americano Obama e osteggiato da Netanyahu, che prevede tra l'altro la fine delle sanzioni economiche imposte dall'Occidente a Teheran. Quel patto è stato una svolta. Ha normalizzato le relazioni tempestose con l'Iran. È da quel momento che contro Israele si sono raffreddate anche le ostilità di Hamas e del piccolo gruppo sunnita che lo fiancheggia, il Movimento per il Jihad in Palestina responsabile di molti attacchi suicidi e finanziato, pure lui, dagli Hezbollah filoiraniani.
2018: l'inversione di Trump - Poi è arrivato Trump, che nel 2018 ha stracciato l'accordo sul nucleare. Non solo: trasferisce l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendola come capitale unica e indivisibile d'Israele. E ha ribaltato le alleanze, riavvicinandosi ai tradizionali alleati dell'Arabia Saudita, grandi nemici tanto dell'Iran quanto della Turchia. L'inversione a U americana è stata la grande vittoria diplomatica di Netanyahu. E infatti dopo di essa, con la stessa puntualità con cui s'erano fermati, sono ricominciati fra Israele e Teheran gli scontri per aria (colpite in Siria le postazioni delle milizie sciite, finanziate dall'Iran), per mare (con incursioni sui cargo israeliani e sulle petroliere iraniane che transitano per il Golfo d'Arabia) e per terra, con due attentati alle centrifughe nucleari di Natanz. Dall'Iran, sono ripartite verso Gaza forniture d'armi sempre più sofisticate. E dopo dieci anni, è ripresa la campagna di eliminazione degli scienziati iraniani che lavorano al nucleare: il 27 novembre scorso è stato ucciso Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma atomico di Teheran. Un assassinio che è seguito a quello, nel gennaio 2020, del generale Qassem Soleimani, il potente capo delle Guardie della Rivoluzione, colpito sulla sua auto da un drone americano.
Pioggia di dollari - La rottura definitiva dell'amministrazione Trump con l'Iran ha portato, il 13 agosto 2020, alla cosiddetta "Pace di Abramo": l'accordo tra Israele e i più ricchi dei Paesi arabi, Emirati e Bahrein, di tradizione musulmana sunnita e quindi contrapposti agli sciiti iraniani. La "Pace di Abramo" ha un significato politico ben preciso e serve a dirci una cosa: che la soluzione dei Due Popoli e Due Stati, ipotizzata dagli accordi di pace di Oslo e firmata nel 1993 da Rabin e Arafat, non è più una condizione. In altre parole: il mondo arabo non si impunta per contendersi Gerusalemme, i confini restano quelli di oggi senza tirare più in ballo quelli precedenti la guerra dei Sei Giorni del 1967, e i profughi del 1948 in Libano e Giordania restano dove stanno. L'accordo - ammesso che il presidente Joe Biden voglia mantenerlo - prevede una pioggia di soldi sulla Cisgiordania di Abu Mazen, sempre più corrotta e dipendente dagli aiuti internazionali: 50 miliardi di dollari in investimenti stranieri per i prossimi dieci anni, assieme alla promessa d'un Pil raddoppiato entro il 2030, d'un milione di posti di lavoro, della povertà ridotta del 50%, d'un export schizzato dal 17 al 40% del Pil, d'un ranking della Banca mondiale pari a quello del Qatar.
L'avanzata degli insediamenti - Non è detto che i soldi bastino. E basti un accordo disegnato a tavolino nel 2020, peraltro senza i palestinesi. Il pericolo d'una Terza Intifada, se mai scoppierà, è legato a quel che s'è mosso in questi anni di tregua armata. Il complotto di corte contro il re di Giordania - che in aprile ha portato all'arresto del fratellastro del sovrano Abdallah, sospettato di voler rovesciare una famiglia regnante dove la regina (Rania) è una palestinese - anche questo rientra nei timori d'un allargamento della questione palestinese, dove i profughi dalla Cisgiordania sono il 70%. Il sogno d'Abramo rivela i suoi limiti. Due dei tre Paesi che hanno aderito - Emirati, Bahrein - hanno già protestato per le bombe su Gaza. E intanto nei Territori palestinesi non s'è fermata la sistematica violazione dei diritti umani, assieme alla politica degli espropri e degli insediamenti illegali d'Israele. "Più che coi nemici, mi sembra di trattare con agenti immobiliari", un giorno ironizzò amaro il negoziatore palestinese Saeb Erekat, calcolando il tempo a favore delle betoniere che costruiscono insediamenti: nel 2025, i coloni saranno più di 700mila. Un settimo della popolazione palestinese in Cisgiordania. A quel punto sarà la geografia, prima di qualsiasi guerra con Hamas, a impedire definitivamente la nascita di uno Stato palestinese.
E l'Europa - Piccola postilla. C'era una volta la Ue, che si batteva per il rispetto degli accordi di Oslo. "Ormai il conflitto coinvolge più gli euro che l'Europa", disse il famoso mediorientalista, Nathan Brown. E infatti ci laviamo la coscienza finanziando l'Autorità palestinese, che senza i nostri soldi non vivacchierebbe: abbiamo evitato di disturbare il manovratore politico, finché era solo l'America, ma i giochi adesso possono farsi più complessi. Le guerre, più dure. E agli europei si chiederebbe un ruolo diverso.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 21 maggio 2021
Dopo la condanna dell'agente che ha ucciso George Floyd, un video ottenuto dall'Associated Press mostra la morte di un 49enne afroamericano: "Sono spaventato", grida l'uomo prima di essere colpito con il taser e picchiato. Ancora un video alla George Floyd: un afroamericano trascinato fuori dall'auto dai poliziotti, preso a calci e a pugni. Sanguinante, colpito più volte con il taser, la pistola elettrica, mentre grida: "Non fatemi niente, sono vostro fratello, sono spaventato, sono spaventato". Il suo nome era Ronald Greene, aveva 49 anni. È morto sull'autoambulanza che lo trasportava in ospedale. I fatti risalgono al 10 maggio 2019, ma solo ieri notte, mercoledì 19 maggio, l'Associated Press ha ottenuto il video registrato dalla body camera di uno degli agenti. Sono tre clip che durano in totale due minuti: il condensato di una sequenza da 46 minuti.
La dinamica, purtroppo, è fin troppo familiare. Green stava viaggiando in macchina, nei dintorni di Monroe, una cittadina della Louisiana, profondo Sud degli Stati Uniti. Secondo il primo rapporto compilato dalla Louisiana State Patrol, una pattuglia di agenti nota una qualche infrazione al codice stradale. Comincia l'inseguimento. Greene accosta e subito dopo un poliziotto si avvicina al finestrino, con la pistola in pugno: "Fammi vedere le tue c... di mani"; poi un insulto pesante. L'uomo al volante apre la portiera: "Ok, ok agente. Sono spaventato, agente. Sono spaventato, sono tuo fratello, sono spaventato.
A quel punto uno degli uomini in divisa urla: "Taser, taser". Ronald viene colpito dalla scarica elettrica, trascinato a terra e ammanettato. Perde sangue. Si sente un poliziotto dire: "Mi sono sporcato le mani di sangue, spero che questo tizio non abbia l'Aids". Il "sospetto" continua a lamentarsi, mentre gli agenti si passano dei fazzolettini per pulirsi. Al momento abbiamo solo il rapporto ufficiale del Dipartimento di Polizia per capire che cosa sia successo subito dopo: "Greene è stato preso in custodia, dopo aver resistito all'arresto e lottato con un agente. Poi ha perso i sensi ed è stato trasportato al Glenwood Medical Center. È morto nel tragitto verso l'ospedale".
Quella stessa sera, due dei tre agenti di pattuglia furono censurati dai superiori; il terzo è morto in un incidente stradale lo scorso settembre. La famiglia di Greene ha presentato denuncia il 6 maggio 2020, accusando la polizia di "aver brutalizzato" Ronald "usando forza letale". Vedremo se ora, dopo che le immagini sono diventate pubbliche, ci sarà un processo, seguendo quello che è diventato il precedente cardine: la condanna a Minneapolis di Derek Chauvin per l'omicidio di George Floyd. Il video diffuso dalla Ap ha riacceso la discussione sulla riforma della polizia, approvata dalla Camera, ma ancora bloccata al Senato dall'opposizione dei repubblicani.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 21 maggio 2021
Il 17 maggio scorso, a Palisades, nei dintorni di Los Angeles, è divampato un violento incendio che ha mandato in fumo più di 1300 acri di vegetazione, 1000 persone sono state costrette ad evacuare le loro abitazioni mentre la "città degli Angeli" veniva avvolta da fumo e cenere. La polizia annunciò di aver preso in custodia un sospetto piromane, una circostanza confermata anche dallo stesso sindaco della megalopoli Eric Garcetti durante una conferenza stampa. Ciò che invece non ha avuto risalto immediato sulle cronache è che il possibile piromane era stato individuato grazie ad un'applicazione scaricabile sugli smartphone dei cittadini.
Si tratta di Citizen, un app che fornisce agli utenti informazioni sulla criminalità locale tramite scanner della polizia e altre fonti. Il problema è che il sospettato è stato poi scagionato perché risultato estraneo ai fatti (la polizia ha successivamente arrestato il vero autore del crimine), era un senza tetto finito ingabbiato in una vicenda kafkiana che apre scenari inquietanti per la giustizia penale, la privacy e le nuove frontiere del controllo sociale.
Citizen ha inviato un alert sull'incendio includendo una foto dell'uomo ingiustamente accusato, il suo viso è stato visto immediatamente da oltre 861mila persone, inoltre l'app ha offerto anche una ricompensa (sarebbe meglio dire una taglia) di ben 30mila dollari per chiunque avesse fornito informazioni utili all'arresto. Citizen ha riconosciuto l'errore è ha tolto la foto che però è rimasta visibile per più di 15 ore, inoltre ha ammesso che la ricompensa era stata promessa senza un effettivo coordinamento con le agenzie preposte al caso.
A questo punto è emersa tutta la pericolosità di un tale sistema tecnologico. Per Jim Braden, lo sceriffo che ha interrogato l'uomo ingiustamente accusato, le azioni di Citizen sono state "potenzialmente disastrose", in molti si chiedono dove porterà l'uso di app come questa che si stanno diffondendo però in molte città degli Stati Uniti.
La giustizia dunque finisce per essere privatizzata, si incoraggia il fenomeno del "vigilantismo" aumentando il rischio che false accuse diventino virali. Secondo Sarah Esther Lageson, assistente professore alla Rutgers School of Criminal Justice, "una falsa accusa è quasi come una condanna ora, a causa del modo in cui le persone sono così rapidamente esposte al pubblico. Con la loro immagine e il nome online, la notorietà è per sempre." Esiste poi un pericolo ancora maggiore e cioè che vengano incoraggiati gli stereotipi razziali e sociali. Per la studiosa infatti "Queste app spostano quella dinamica di potere della sorveglianza e della risposta ai crimini, consentendo al possessore del telefono di determinare chi è sospetto e perché".
In realtà Citizen ha una storia breve ma già costellata di critiche ed accuse. E' stata infatti lanciata nel 2017 a New York con il nome originario di Vigilante, l'idea è stata quella di usare i dati sulla posizione per fornire agli utenti informazioni sulla criminalità nella loro area, una trovata vincente per una società evidentemente impaurita e insicura. Non a caso si è estesa in più di 20 città tra cui Baltimora, Los Angeles, Filadelfia e Detroit. Il claim con il quale viene pubblicizzata è chiaro: "Proteggere te stesso, le persone e i luoghi a cui tieni". E probabilmente non è un caso che, sempre a Los Angeles, l'app sia stata impiegata per consentire il tracciamento dei contatti durante la pandemia di Covid.
Il vero problema è che gli utenti sono invitati a trasmettere in streaming i filmati delle conseguenze di crimini e incidenti di varia natura, evidentemente questo non allontana le persone dal pericolo come viene propagandato e può mettere a rischio la vita di altri. Una stortura che è stata alla base dello stesso cambiamento di nome dell'applicazione che venne ritirata dopo un anno dalla sua nascita dall'app store di Apple. Fin da subito infatti apparve chiaro che offrire la possibilità di riprendere crimini e commentarli sarebbe sfociato nel vigilantismo. Non esiste poi un vero e proprio criterio di valutazione sui fatti segnalati, è lo stesso CEO di spOn (l'azienda creatrice di Citizen) ad affermare che ogni giorno vengono raccolte solo 3- 400 chiamate sulle circa 10mila che arrivano al 911 a New York.
Resta il fatto che applicazioni di questo tipo rappresentano sempre più un grande business con rivolti discriminatori e si stanno moltiplicando. Basti pensare a Ghetto Tracker o SketchFactor che fondamentalmente, nelle loro prime versioni, utilizzavano dati pubblici per "aiutare" le persone bianche a evitare quartieri apparentemente ' pericolosi' e cioè popolati da neri o ispanici. Lo stesso criterio utilizzato da Nextdoor dove a causa del "profilo razziale" il prodotto ha dovuto cambiare pelle e scopo. Per capire l'entità dell'affare basta vedere la quantità di denaro immesso dagli investitori per il lancio di Citizen: 3 milioni di dollari di finanziamento iniziale da parte del fondo Founders di Peter Thiel (tramite FF Angel), Slow Ventures, RRE Ventures, Kapor Capital con il suporto di Ben Jealous, ex CEO della NAACP) e altri soggetti.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 21 maggio 2021
Sì di Tunisi a una maggiore flessibilità nei rimpatri. Da effettuare anche con i traghetti. Alla fine Luciana Lamorgese ha otternuto ciò che voleva. La ministra dell'Interno è arrivata ieri in Tunisia insieme alla commissaria Ue agli Affari Interni Ylva Johansson con l'obiettivo di assicurarsi una maggiore collaborazione delle autorità del Paese nel fermare le partenze del giovani tunisini verso l'Italia. Un viaggio che è parte di una più ampia strategia che l'Unione europea, a dir poco preoccupata da quanto potrebbe accadere con l'estate, ha messo in campo per contrastare i numerosi arrivi di imbarcazioni cariche di migranti, e di cui fa parte anche la missione che la prossima settimana vedrà tornare in Libia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio con il commissario Ue all'Allargamento Oliver Varhelyi.
A Tunisi Lamorgese e Johansson non sono certo arrivate con le mani vuote. Le due politiche europee hanno assicurato al presidente della Repubblica Kais Saied e al premier Hichem Mechichi, che ha anche l'interim del ministero dell'Interno, un cospicuo pacchetto di investimenti, italiani ma sopratutto europei, che dovrebbero aiutare il Paese nordafricano a ridare ossigeno a un'economia resa ancora più fragile dalla pandemia: "Con la commissaria Johansson abbiamo tracciato con le autorità tunisine le direttrici politiche lungo le quali si dovrà sviluppare il partenariato strategico tra Unione europea e Repubblica tunisina", ha spiegato Lamorgese.
Due gli obiettivi di maggiore interesse per l'Italia e vero motivo della missione: ottenere una maggiore flessibilità sui rimpatri dei tunisini che sbarcano in Italia, tutti considerati migranti economici, e assicurarsi - anche attraverso un intervento diretto - un controllo più stretto delle coste del Paese nordafricano. Fino a oggi Tunisi ha imposto un'applicazione estremamente rigida dell'accordo bilaterale siglato con Roma e che prevede 80 rimpatri a settimana da effettuare con due voli charter in partenza il martedì e il giovedì. In caso di ritardi - nell'ultimo anno dovuti anche all'emergenza Covid - l'appuntamento salta. "Questa rigidità rallenta la possibilità di effettuare i rimpatri", ha spiegato Lamorgese. Il risultato ottenuto non incide sui numeri delle persone destinate a tornare indietro, che restano 80 a settimana, ma Tunisi ha accettato di fissare nuove date in sostituzione di quelle che potrebbero saltare. In più ha aperto alla possibilità, oggi negata, che i rimpatri possano essere effettuati anche imbarcando i migranti sui normali traghetti di linea che collegano l'Italia alla Tunisia.
Altro capitolo riguarda la collaborazione con la Guardia costiera tunisina. Oggi l'Italia si occupa della manutenzione dei mezzi navali provvedendo anche alla fornitura di pezzi di ricambio. Roma ha chiesto e ottenuto di più. In particolare di poter attivare un sistema di allerta con navi e aerei italiani che, pur operando in acque internazionali, avvertano le motovedette tunisine delle partenze dei barconi permettendogli di bloccarli quando sono ancora nelle acque territoriali del Paese.
La contropartita a tutto ciò è, come si è detto, economica ma il governo tunisino deve tener conto anche dell'opinione pubblica interna. In un Paese stremato dalla crisi economica, e con una disoccupazione sopra al 17%, a partire sono soprattutto le generazioni più giovani spinte dalla speranza di riuscire a trovare in Europa un lavoro e un futuro che non riescono a vedere nel loro Paese. Esigenze legittime, alle quali non si può rispondere solo con l'ennesimo giro di vite. Saied l'ha spiegato chiaramente parlando con Lamorgese: l'approccio incentrato sui soli aspetti securitari, ha detto il presidente tunisino, "ha dimostrato i propri limiti per affrontare le cause profonde dei fenomeni migratori". Cause che invece si risolvono "combattendo la povertà e la disoccupazione e sostenendo le politiche di sviluppo dei Paesi di origine".
L'Italia ha già in corso programmi che riguardano il microcredito. Da parte sua l'Unione europea promette molti soldi che rappresentano altrettante promesse di sviluppo. Le incognite semmai riguardano i tempi. Quello raggiunto ieri da Lamorgese e Johansson con le autorità tunisine è infatti un via libera politico. Ora andrà avviato un tavolo tecnico che dovrà dare seguito agli accordi presi.
- Migranti. Italia e Tunisia: "Rimpatri rapidi". Intesa con la Ue contro gli sbarchi
- Genova. Genitori detenuti e figli, un legame da mantenere
- Lasciate in pace Falcone: il suo ergastolo ostativo non vietava i benefici
- Il disegno di legge grillino sul 4-bis, tra errori e pasticci
- La galera senza speranza dei pedofili











