di Francesco Ciampa
news48.it, 29 giugno 2021
Scrivere della propria vita con gli occhi di chi osserva l'ambiente sociale e le mentalità cui si appartiene o si è appartenuti. Narrare se stessi per comprendere il significato delle proprie azioni, ma anche per allenare la consapevolezza e vedere con più chiarezza le strategie di adattamento praticate. Un modo per estrarre dal "pozzo" della propria interiorità caratteristiche utili ad andare avanti anche nel presente, almeno "qui e ora".
Un percorso introspettivo sperimentato da due persone detenute nel carcere di Catanzaro, in Calabria. Si tratta di due uomini condannati all'ergastolo e ora prossimi alla laurea in sociologia con tesi a carattere auto-biografico per mettere a fuoco risorse psicologiche e creative servite per la propria sopravvivenza prima del carcere e nella condizione di detenuti.
Cos'è l'auto-etnografia - "L'approccio è quello dell'auto-etnografia", sottolinea per News48.it Charlie Barnao, docente di sociologia della sopravvivenza all'Università "Magna Graecia" di Catanzaro e relatore che affianca i due studenti nel lavoro di tesi. "In pratica - spiega Barnao - con l'etnografia il ricercatore si avvicina all'oggetto di ricerca per studiare le "culture altre" e comprendere attraverso processi di immedesimazione il soggetto che agisce; mentre con l'auto-etnografia c'è di più che il ricercatore fa parte lui stesso della cultura che vuole studiare. L'auto-etnografia è una forma di auto-narrazione che posiziona il sé all'interno del contesto sociale; l'auto-etnografo è allo stesso tempo l'autore e il focus della storia, colui che racconta e che vive l'esperienza, l'osservatore e l'osservato" specifica il professore per la rivista Sociologia Italiana - AIS Journal of Sociology, numero 10, ottobre 2017.
Sempre per la rivista, il sociologo definisce il processo auto-etnografico come "un processo lungo, aperto, flessibile, spesso molto faticoso, di comprensione della realtà". E non si escludono le cosiddette "epifanie", possibili esperienze di questo cammino "che modificano radicalmente e modellano i significati che la gente attribuisce a sé ed ai propri progetti di vita".
Recuperate qualità del passato - Nel caso di queste due tesi di laurea il risultato consiste intanto nell'individuazione di "qualità straordinarie di adattamento in situazioni estreme". Sono emerse "competenze particolari filo conduttore per la vita di persone che la letteratura considera spesso allo sbando e prive di strategie (per esempio, persone che si prostituiscono, senzatetto eccetera, nda)".
In entrambi i lavori, inoltre, l'auto-etnografia "è servita a non buttar via tutto il passato" e a evitare la "scissione" netta tra la vita prima del carcere e quella nel carcere. Sono stati quindi riconsiderati e rimessi in ballo tratti di personalità e punti di forza alla base della carriera criminale: "Alcune caratteristiche che hanno consentito a queste persone di eccellere nei gruppi criminali" prima della detenzione "sono le stesse che oggi permettono loro di sopravvivere in contesti diversi, con finalità diverse". Un'azione di recupero possibile se il lavoro di ricerca - sostiene Barnao - è libero da giudizio morale: "Ho dovuto chiedere ai miei tesisti di seguire un approccio il più possibile non giudicante per potersi esprimere al meglio; ciò ha fatto sì che venissero fuori qualità del percorso criminale importanti anche oggi".
Salvatore Curatolo e il ruolo dello studio - Uno dei due tesisti si chiama Salvatore Curatolo, sessantacinque anni, da quasi un trentennio in carcere, condannato per reati di mafia all'ergastolo ostativo, che vuol dire possibilità di richiedere la libertà condizionale solo attraverso la via della collaborazione con la giustizia. A proposito di questo suo lavoro da osservatore di se stesso in chiave auto-etnografica, Curatolo - esame di laurea il 20 luglio 2021 - parla di "un percorso difficile e doloroso" descrivendolo in una testimonianza rilasciata per News48.it.
L'idea di diventare etnografo del proprio sé arriva "quando il professore Barnao legge alcuni file", documenti in cui "spiegavo che avevo iniziato a leggere e studiare per amore delle mie figlie, su consiglio di mia moglie, per mantenere le relazioni con loro" che nel frattempo crescevano e diventavano persone istruite e colte. L'amore per lo studio come risorsa per la sopravvivenza; il sapere come prezioso capitale per mantenere e consolidare importanti relazioni familiari e affettive. Una risorsa - osserva dal canto suo Barnao - venuta meglio alla luce attraverso la scrittura capace di accendere i riflettori della consapevolezza su questa storia di adattamento alla vita prima del carcere e a quella da ergastolano.
Scrivere della propria vita, delle proprie azioni e credenze spiegandole in relazione ai contesti culturali di appartenenza richiede però impegno emotivo per sospendere il giudizio su sé stessi: "Quando sono entrato nel "ciclone" dell'auto-etnografia il dolore aumentava ogni giorno", racconta Curatolo ricordando "il tempo tolto alle mie figlie e a mia moglie come tempo pieno di dolore". In questo viaggio di ricordi riaffiora anche il "rosso della vergogna" di quando un professore universitario lo definisce pubblicamente suo amico sentendo di "non essere degno di un'amicizia così grande". Poi la meraviglia di quando un altro docente universitario si proclama suo alleato appoggiandone la decisione di iscriversi all'università: "Un'alleanza alla quale non ero abituato, perché non mi si chiedeva nulla in cambio; mentre nelle alleanze della cultura a cui appartenevo, prima o poi dovevi ricambiare". Insomma: altra cosa rispetto a "zu Cicciu, mentore di cultura criminale nella mia precedente vita".
All'inizio di questo suo cammino prevale quindi la tentazione di guardare al passato "paragonando le amicizie di un tempo a quelle dentro il carcere", giudicando e giudicandosi. Una tentazione sfumata passo passo, fino a quando "ho trovato la forza e la naturalezza di raccontarmi senza rinnegare il vissuto che mi ha portato ad essere un ergastolano"; fino a quando "l'auto-etnografia ti trascina fuori dal tunnel, ti rende più libero intellettualmente e il racconto diventa catarsi".
A commento di questo lavoro interviene sempre Barnao: "In questo processo auto-etnografico, Salvatore Curatolo ha scoperto quanto fossero importanti i libri per la sua sopravvivenza psicologica all'interno del carcere. Dopo tantissimi anni di 41 bis (cioè in regime di carcere duro e con misure di elevata sicurezza, nda) Curatolo, che non aveva neanche la quinta elementare, si rende conto della distanza culturale tra lui e le figlie, ormai iscritte all'università; decide quindi di studiare per trovare nuovi argomenti di discussione. I libri, inoltre, lo aiutano a entrare in contatto con agenti di polizia penitenziaria e con detenuti politici, persone culturalmente e ideologicamente distanti dai detenuti per mafia, andando al di là dei pregiudizi tipici in questi casi".
Sergio Ferraro: leader e tutor in carcere - "L'esperienza auto-etnografica è stata estremamente significativa per il mio percorso universitario e di vita", dice per News48.it Sergio Ferraro, quarantaquattro anni, da ventuno in carcere, condannato all'ergastolo con l'accusa di affiliazione al clan camorristico dei Casalesi. "Questo approccio -prosegue la testimonianza - "mi ha fatto capire che noi esseri umani ci distinguiamo gli uni dagli altri non solo sotto il profilo biologico (colore dei capelli, colore degli occhi, colore della pelle, altezza eccetera), ma anche in base al contesto culturale da cui veniamo".
"Una delle cose più orrende che può commettere un essere umano è uccidere un suo simile, ma oggi mi vergogno di dire che molte volte è il contesto culturale che ti "impone" tale efferato crimine, che per quella cultura crimine non è", sostiene Ferraro in riferimento all'approccio metodologico dell'etnografia che guarda ai comportamenti e ai valori secondo il significato culturale di chi li pone in essere.
Attraverso questa chiave di lettura 'non giudicante' è possibile aprire le porte all'accettazione di se stessi. Per la storia di Ferraro - esame di laurea autunno 2021 - significa far emergere i tratti descritti da Barnao in questi termini: "Si sta rendendo conto che le qualità carismatiche di leader affidabile, pronto a tutto per il gruppo criminale" per cui era attivo oltre la cella, "sono le stesse qualità che lo valorizzano per le varie attività in carcere e che lo vedono 'tutor alla pari' per aiutare, coinvolgere e spronare altri detenuti studenti universitari come lui". Il ruolo di tutor didattico alla pari è peraltro centrale per l'università "Magna Graecia", "il primo ateneo d'Italia ad aver istituito formalmente questa figura", dice Barnao parlando di "traguardo particolarmente significativo per il percorso di apprendimento e rieducativo dei detenuti". Un ruolo già sperimentato in via informale e "basato sulla cooperazione tra pari, tra persone con caratteristiche simili": qualcosa di diverso, con potenzialità diverse - sostiene il sociologo - rispetto ai tutor esterni, di solito dottorandi o assegnisti di ricerca, "comunque distanti culturalmente da detenuti, specie se uomini e magari condannati all'ergastolo".
Potenzialità educative ed effetti psicologici - Rispetto agli obiettivi scientifici di queste tesi di laurea, Barnao chiarisce subito un punto: "Il mio approccio di docente non è quello di rieducare qualcuno. Il mio obiettivo di professore è quello di educare" rispetto a determinate forme di sapere "fuori e dentro il carcere". Ciò detto, questi lavori di auto-etnografia - che partono dalla logica di sospensione del giudizio morale per spiegare il senso di scelte e forme di resilienza in determinati contesti culturali e di mentalità - "possono nei fatti tradursi in aspetti rieducativi. Sono convinto che valorizzare aspetti della personalità senza gettar via ogni cosa del passato possa avere una valenza significativa anche nell'ambito dei percorsi di risocializzazione" laddove, ad esempio, persone detenute aprano a punti di vista e valori diversi da quelli considerati socialmente pericolosi e condannati dal diritto penale dello stato. In ogni caso - è il ragionamento del sociologo - questa impostazione scientifica favorisce la consapevolezza del sé, "un aspetto importantissimo per chiunque", a prescindere da eventuali scelte di pentimento e di redenzione; a prescindere dal fatto che questi momenti di autoriflessione riguardino persone criminali o persone che nulla hanno a che fare col crimine.
"Lo stimolo maggiore di questi lavori è dato dall'aiuto alla riflessività: una conquista di non poco conto sia all'interno che all'esterno del carcere", sostiene dal canto suo Giuseppe Napoli, responsabile dell'area educativa per la Casa circondariale di Catanzaro, struttura carceraria dove si trovano Curatolo e Ferraro. In particolare, i due studenti fanno leva sull'auto-etnografia per arrivare - secondo Napoli - a "una serissima rivisitazione in chiave sociologica del loro passato che può avere rilevanza dal punto di vista educativo".
Manola Albanese, psicologa e psicoterapeuta, definisce la strada dell'auto-etnografia "uno strumento per riscoprire il senso di eventi e comportamenti". "l guadagno che si può avere - spiega - è quello di riqualificare la propria esistenza dandole un significato che magari fino a quel momento non era stato dato"; un'opportunità "per sentirsi vivi pur in un ambiente mortifero come il carcere". Questo percorso di tesi inoltre "corona un lavoro che restituisce la dignità persa socialmente". E ancora: "Quando una persona riesce a trovare in sé stessa frutti, risorse preziose e creatività, non è più il fuori che riempie, ma il dentro; si può essere mai più soli, mai più con il vuoto".
Una possibile via per prevenire gesti estremi come il suicidio? "Credo che ogni persona, se conosce meglio se stessa e conosce meglio la vita, può difendersi meglio da se stessa e dalla vita", risponde Albanese. "Il suicidio - ragiona - non è altro che una fuga estrema, disperata, da una vita angosciante. Però è certo: più strumenti conosciamo, più possibilità abbiamo di trovare la strada piuttosto che andare via".
Un percorso replicabile ma con molti limiti da considerare - Questo metodo "è innovativo e replicabile" anche in altri contesti, sottolinea Barnao. Ad esempio, per restare nel circuito della giustizia penale, dal Tribunale per i minorenni di Trento "c'è l'interesse a replicare questo approccio nell'ambito di un percorso di messa alla prova" per un neo-maggiorenne pronto a un cammino di cambiamento.
Per seguire questa linea di ricerca e renderla robusta è importante però acquisire saperi ben precisi: "Bisogna essere attrezzati con competenze specifiche come quelle elaborate al corso di laurea in sociologia da questi studenti, che inoltre hanno potuto comprendere cos'è la sopravvivenza in condizioni di vita estreme", dice Manola Albanese portando l'esempio di Curatolo e Ferraro.
Delimita il perimetro di applicabilità anche Giuseppe Napoli: "Tesi di questo livello non sono proponibili a tutti. Si richiede una certa preparazione scientifica, un certo impegno e una guida costante. Senza la presenza costante del professor Barnao non si sarebbe potuto portare a compimento il lavoro in questo modo". C'è poi l'aspetto economico-organizzativo: "Questo percorso - continua l'educatore - nasce da una forte interazione tra l'Amministrazione penitenziaria e l'Università. Si tratta di un percorso validissimo, ma non facilmente replicabile soprattutto per un discorso di risorse disponibili".
Barnao fa un bilancio delle condizioni favorevoli e sfavorevoli: "Una situazione favorevole è rappresentata dall'Amministrazione penitenziaria di Catanzaro, da una decina di anni guidata da una direttrice illuminata che ha dato impulso fortissimo all'istruzione. C'è stata la disponibilità dell'ateneo "Magna Graecia", c'è stata la mia disponibilità, si sono create tra me e i due studenti relazioni di rispetto reciproco che hanno permesso di ridurre la fatica, c'è stata la collaborazione fortissima degli agenti di polizia penitenziaria".
D'altro canto, "esiste il limite della fatica di maneggiare le parti più profonde del sé soprattutto per vite travagliate come queste". In parallelo "c'è la fatica del relatore: sarebbe impensabile per me seguire più di due o tre tesi l'anno per un approccio come questo che richiede incontri in presenza quasi tutte le settimane, due-tre volte a settimana". Più in generale, "è una cosa complicata visto che l'università italiana non brilla per investimenti particolarmente significativi nella ricerca". Inoltre, se da una parte in Italia "la rete dei poli universitari penitenziari sta crescendo", dall'altra "ci sono ancora difficoltà di relazione tra le istituzioni carcerarie e l'Università caratterizzata da burocrazia eccessiva e talvolta chiusa rispetto alle logiche esterne".
L'importanza di garantire il diritto allo studio in tutte le carceri - Secondo il sociologo, anche altri aspetti frenano le iniziative per la crescita personale e l'eventuale rinascita a partire dal carcere e oltre il carcere. "Purtroppo - afferma Barnao - il diritto allo studio non è garantito alla stessa maniera in tutte le carceri; tant'è che fino a poco tempo fa il polo universitario di Catanzaro era quello più a Sud d'Italia". Il professore dell'ateneo catanzarese dice questo citando il caso di Bruno Pizzata, sessant'anni, condannato per reati di 'ndrangheta e traffico di droga, morto dopo essere risultato positivo al Covid-19 a seguito di un focolaio nel carcere di Catanzaro. Il detenuto - racconta Barnao - "stava iniziando un interessante progetto di tesi sui pastori calabresi". Da qui la sua opposizione all'ordine di trasferimento; un appello accordato e la possibilità di proseguire la propria attività universitaria senza punti di rottura; "dopo poche settimane però scoppia il focolaio: molto probabilmente, Pizzata non sarebbe morto se non avesse avuto interesse a studiare da persona appassionata di sociologia quale era".
Inoltre, per Barnao, le finalità rieducative e di cambiamento personale vengono contrastate dal clima culturale di questa fase storica "caratterizzata da una crisi della democrazia e da una maggiore richiesta di ordine su base autoritaria. È il populismo penale del buttare via la chiave", cioè del sollecitare pene più dure e/o anche il "no" a ogni via d'uscita dal carcere; "è il giustizialismo in cui siamo profondamente immersi". "Aspetti culturali per cui le carceri italiane sono tra le peggiori nel contesto europeo", continua Barnao. Che poi si sofferma sull'ergastolo ostativo per dire che "è espressione incostituzionale e disumana di una cultura di cui facciamo fatica a liberarci". Un istituto del diritto italiano su cui la Corte europea dei diritti dell'uomo è intervenuta chiedendo una riforma dell'attuale assetto normativo che limiterebbe in eccesso le prospettive di rilascio delle persone detenute e la possibilità di riesaminare la pena. Su basi analoghe la decisione della Corte costituzionale, che parla di "incompatibilità con la Costituzione" e fissa una nuova udienza a maggio del 2022 "dando così al Parlamento un congruo tempo per affrontare la materia". Intanto, sullo sfondo restano le storie di sopravvivenza e i tentativi di rinascita, nonostante tutto.
di Ambra Notari
redattoresociale.it, 29 giugno 2021
Per il Sinappe, "nessun bambino dovrebbe andare in carcere. Ma arrivano comunque: giusto, allora, accoglierli in maniera adeguata". Per la Fp-Cgil, "la Dozza è sovraffollata. Mancano gli spazi, la struttura è in sofferenza". Ancora bloccati i fondi ministeriali per per l'accoglienza in case protette
"Siamo convinti che nessun bambino dovrebbe varcare il cancello di un carcere per restarvi assieme a un adulto con un regolare provvedimento restrittivo, ma bisogna ammettere che in questi spazi c'è stata un'attenzione alla cura dei particolari che merita un plauso". Lo scrivono in una nota Antonio Fellone, Segretario nazionale Sinappe, Anna La Marca e Nicola d'Amore, vice segretari regionali dopo una visita alla Dozza per conoscere lo stato d'avanzamento dei lavori per la realizzazione del nido all'interno della sezione femminile. La nota è indirizzata alla direttrice Claudia Clementi: "Abbiamo notato come sia stato creato un ambiente 'casalingo' ma ricco di comfort e sicurezza per l'incolumità dei minori che saranno ospitati". Dall'uso dei colori ai vari accessori, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria mette l'accento sui dettagli: "La cucina comune è davvero molto funzionale e la stanza dei giochi è ricca di particolari: complimenti davvero, l'attesa è stata ampiamente ripagata".
"Non condividiamo posizioni ostative all'apertura del nido - sottolineano -. Lo ribadiamo, i bambini non dovrebbero mai entrare in carcere. Ma siamo convinti che, se il legislatore ha disciplinato la materia, la Polizia penitenziaria non può che eseguirla al meglio delle proprie potenzialità. Non sappiamo se e quando entrerà un minore a Bologna, ma porsi con pregiudizio dinanzi a un'esigenza organizzativa che riguarda un minore è mettere in risalto un analfabetismo e un inguardabile individualismo, che mette da parte ogni briciolo di coscienza".
Dubbi sull'apertura del nido nella sezione femminile sono stati espressi dalla Fp-Cgil: "Non siamo contrari, ma molto preoccupati - spiega Salvatore Bianco -. Gli spazi sono molto ristretti, il sovraffollamento è un problema costante, con l'apertura del nido gli spazi sono destinati a ridursi ulteriormente. A fronte di un sacrosanto adeguamento alle procedure necessarie, bisogno poi fare i conti con la realtà. La struttura è obsoleta, già in sofferenza.
Chiediamo che questa scelta venga approfondita perché possa funzionare davvero e non rimanere sulla carta. Diciamo no a prese di posizioni nobili ma astratte. Chiediamo, poi, che venga promosso un ragionamento più avanzato, verso la promozione delle case famiglia, per far sì che questi nuclei familiari possano godere di un regime più idoneo alle loro necessità e condizioni".
Nei giorni scorsi, Carla Garlatti, Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, in una nota al ministero della Giustizia e al ministero dell'Economia ha chiesto di sbloccare quanto prima i 4,5 milioni di euro per accogliere i genitori detenuti con bambini in case famiglia protette e in case alloggio. I due dicasteri, infatti, avrebbero dovuto adottare un decreto entro due mesi dall'entrata in vigore della legge 30 dicembre 2020, n. 178 (legge di bilancio 2021) - dunque entro febbraio 2021 - per poter utilizzare a tale scopo 1,5 milioni di euro per ogni annualità fino al 2023. "A oggi il provvedimento, necessario a finanziare la predisposizione di case famiglia protette, non risulta ancora approvato - denuncia Garlatti -. Occorre procedere alla sua adozione quanto prima, per evitare l'ingresso in strutture penitenziarie a bambini piccoli, che hanno diritto a non essere vittime dello stato di detenzione dei loro genitori".
expartibus.it, 29 giugno 2021
Il Ministero dei diritti umani yemenita denuncia che sono stati uccisi sotto tortura nelle carceri della milizia, mentre più di 1.450 tra rapiti e prigionieri sono stati torturati. Una statistica yemenita ha rivelato cifre scioccanti sul numero di persone morte a causa delle torture all'interno delle carceri della milizia Houthi, braccio armato dell'Iran nello Yemen. Il Ministero yemenita dei diritti umani ha riferito che più di 300 uomini rapiti dal gruppo sono stati uccisi sotto tortura nelle carceri della milizia Houthi, mentre più di 1.450 tra rapiti e prigionieri sono stati torturati.
Il Sottosegretario al Ministero dei Diritti Umani e membro del team governativo del Comitato sui prigionieri, i rapiti e gli scomparsi forzati, Majed Fadhil, ha confermato che più di 1.450 rapiti e prigionieri sono stati sottoposti a gravi torture fisiche e psicologiche nelle carceri di Houthi, e molti sono ancora sottoposti a vari tipi di tortura in queste carceri.
Il funzionario yemenita, in un tweet in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, che cade il 26 giugno, ha ricordato le vittime dei miliziani Houthi. In questo contesto, la Yemeni Coalition to Monitor Human Rights Violations, Rasd Coalition, ha rivelato di aver documentato più di 1.600 casi di rapiti che sono stati sottoposti a vari tipi di torture fisiche e psicologiche e trattamenti crudeli all'interno delle carceri della milizia golpista Houthi, durante i sei anni precedenti. In una statistica in occasione della Giornata internazionale a sostegno delle vittime della tortura, il funzionario dell'Unità di monitoraggio e documentazione della Coalizione Rassd, Riyadh Al-Dabai, ha affermato che la Coalizione ha documentato 1.635 rapiti che sono stati sottoposti a vari tipi di torture all'interno delle carceri di Houthi durante i sei anni precedenti, tra cui 109 bambini, 33 donne e 78 anziani, distribuiti in 17 governatorati yemeniti.
cinquecolonne.it, 29 giugno 2021
A conclusione del laboratorio teatrale nella Casa Circondariale "Antonio Santoro", la proiezione sulle mura esterne dello spettacolo finale con i detenuti della sezione maschile. Mercoledì 30 giugno, in via San Vincenzo de Paoli a Potenza, si chiuderà la terza edizione del progetto "Teatro oltre i Limiti" della Compagnia teatrale Petra. Alle ore 19.30 è in programma la proiezione, sulle mura esterne della Casa Circondariale "Antonio Santoro", della performance finale del laboratorio teatrale che dallo scorso ottobre ha visto coinvolti i detenuti della sezione maschile del penitenziario.
"Teatro oltre i Limiti" è un'attività di teatro sociale in carcere promossa dalla Compagnia teatrale Petra con la stretta collaborazione della Direzione dott.ssa Maria Rosaria Petraccone, del Comandante Giovanni Lamarca e dell'area sicurezza e trattamentale della Casa Circondariale. Alla base del progetto c'è l'assunto del teatro come linguaggio capace di superare il concetto di "limite", nel luogo stesso a cui viene automaticamente abbinato dall'immaginario collettivo. Mettendo insieme teatro, carcere e società civile, "Teatro oltre i Limiti" ribalta la concezione detentiva a favore di una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura.
Giunto alla sua terza edizione, "Teatro oltre i Limiti" intende consolidare quel "ponte" costruito negli anni tra gli abitanti "di dentro", che si relazionano in un modo nuovo grazie al teatro, e quelli "di fuori", che scoprono l'interno delle mura del contesto carcere: il carcere si apre alla città e i detenuti diventano attori. Da ottobre 2020 a giugno 2021, i detenuti della sezione maschile della Casa Circondariale di Potenza hanno potuto seguire un percorso formativo di pratica delle discipline teatrali, attraverso un laboratorio condotto da Antonella Iallorenzi, esperta in teatro sociale, e Mariagrazia Nacci, coreografa e danzatrice.
Il progetto si articola in diverse azioni strettamente collegate tra loro. Il laboratorio teatrale rivolto ai detenuti è accompagnato da un corso tecnico per operatori scenici e da un percorso di formazione destinato, invece, agli operatori sociali. Attraverso gli appuntamenti denominati "Artisti in transito", inoltre, si mettono in relazione detenuti e mondo teatrale, con la partecipazione di artisti del panorama nazionale. Ospite di questa edizione è stato il performer Philippe Barbut, che dal 20 al 23 ottobre ha condotto il workshop "Bermudas out/in", incentrato su un lavoro di ricerca in libertà nel movimento dei corpi. Tra febbraio e marzo 2021, infine, sono stati realizzati degli incontri pubblici on line di approfondimento, con ospiti e testimonianze.
"Siamo felici e soddisfatti per essere riusciti a portare avanti le attività all'interno della Casa Circondariale di Potenza, nonostante un anno caratterizzato da importanti limitazioni. Il progetto dei laboratori di teatro vuole favorire l'incontro tra esterno e interno del carcere e portare avanti nuove forme di dialogo tra le due realtà", spiega la direttrice artistica della Compagnia teatrale Petra Antonella Iallorenzi. "La proiezione del 30 giugno aprirà un varco "virtuale" nelle mura del carcere di Potenza: un momento di condivisione con la comunità che si pone, soprattutto in questo tempo particolare, come un tentativo di resistenza. Per la prima volta quest'anno saranno coinvolti in veste di spettatori anche gli abitanti del quartiere Betlemme, all'insegna di un processo di superamento delle barriere e di relazione con la città".
"Teatro oltre i Limiti" è un progetto prodotto dalla Compagnia teatrale Petra, con il contributo di Otto per Mille della Chiesa Valdese, il partenariato della Casa Circondariale di Potenza e del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere. La direzione artistica è di Antonella Iallorenzi, la direzione tecnica di Angelo Piccinni. Per assistere alla proiezione sarà necessario prenotarsi e seguire le prescrizioni in vigore in materia di sicurezza sanitaria per l'emergenza coronavirus, inviando una mail all'indirizzo
di David Allegranti
La Nazione, 29 giugno 2021
Presentazione del libro del presidente del Tribunale di sorveglianza di Firenze e del caporedattore di Sette del Corriere della Sera. Il rapporto con la realtà è falsato. Il percepito è più importante del resto, per questo negli anni - nel giornalismo e non solo - ci si è lungamente dedicati ai dati, nel tentativo di riportare un minimo di oggettività nella discussione.
C'è un bel libro di Bill Davies che si intitola "Stati nervosi" in cui viene affrontato il potere dell'emotività nel condizionamento del dibattito pubblico. Quante volte le istituzioni - governi, partiti, singoli ministeri - hanno reagito in termini puramente emotivi, sull'onda di un fatto di cronaca o più fatti di cronaca? Quante volte in nome del populismo penale si sono prese delle decisioni le cui conseguenze non sono temporanee, anzi sono destinate a rimanere perché a nessun governo o parlamento successivo verrebbe mai in mente di ridiscutere una norma populista introdotta precedentemente?
Il libro di Marcello Bortolato ed Edoardo Vigna ("Vendetta pubblica", Laterza) è prezioso perché, capitolo per capitolo, smonta luoghi comuni intorno alle carceri italiane. Come "in carcere si sta meglio che fuori", un grande classico dei due lockdown appena trascorsi.
Leggendo il libro ho ritrovato i riflessi pavloviani che durante l'emergenza sanitaria mi hanno accompagnato - sui social e non solo - nei mesi in cui raccontavo il contagio in carcere. Non avete idea di quante persone - anche insospettabili o, forse meglio, sospettabilissimi elettori di sinistra - si siano scagliate contro chi cercava di raccontare perché c'è una differenza enorme fa contagiarsi in carcere e contagiarsi fuori dal carcere. La parte migliore, devo dire la verità, era quando - sulla scorta anche di alcune argomentazioni favorite da procuratori telegenici e direttori di giornale altrettanto telegenici, mi riferisco a Piercamillo Davigo e Marco Travaglio - si citavano le statistiche. Ora, mentire con le statistiche è facilissimo. È per questo che il ricorso ai dati, seppur utile, non può essere esaustivo. Perché le statistiche non ci dicono tutto e comunque vanno interpretate.
Dunque, è diventato un lavoro smontare le fake news o meglio ancora le balle pronunciate da politici, magistrati e anche dagli stessi giornalisti. Quelle sul carcere sono notevoli e penso che abbiano a che fare con la cattiva coscienza. Un reato è motivo di vergogna, una vergogna che può anche diventare pubblica. C'è chi pensa che nascondendo questa vergogna agli occhi del pubblico, inteso come pubblica opinione, si risolva il problema.
Quello che si cerca è una società igienizzata, sanificata, anche se è solo una illusione. Accanto alla cattiva coscienza però mi pare che ci sia anche un problema di informazione. Letteralmente, di conoscenza. Il libro di Bortolato e Vigna va a coprire opportunamente questo vuoto. Con linguaggio chiaro ed efficace, fa a pezzi il luogocomunismo sul carcere.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 giugno 2021
"Sarebbe auspicabile una riforma che ponga limiti invalicabili a tutela della libertà dell'individuo". Per Riccardo Polidoro, co-responsabile Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali italiane "nella totale inerzia del Parlamento in tema di Giustizia, una proposta che pone limiti all'applicazione della custodia cautelare in carcere è sempre benvenuta".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 giugno 2021
Il referendum che limita l'uso del carcere preventivo cambierà per sempre il rapporto tra indagato e pm. Il terzo dei quesiti referendari promossi dalla Lega e dal Partito Radicale riguarda la custodia cautelare. Secondo le statistiche del ministero della Giustizia al 31 maggio 2021 nelle nostre carceri ci sono 8.501 detenuti in attesa di primo giudizio e altri 7.861 condannati non definitivi.
di Nicola Graziano
Il Riformista, 28 giugno 2021
Infiamma il dibattito sui referendum relativi alla giustizia con prese di posizioni che variano dalla critica serrata (qualcuno li ha definiti "un atto ostile nei confronti della magistratura") fino a giungere a considerazioni sulla loro effettiva utilità dal punto di vista giuridico ovvero sulla loro inopportunità visto che giace in Parlamento un disegno di legge delega sulla riforma dell'ordinamento giudiziario che, per la verità, tocca solo alcuni dei profili che sono implicati nei quesiti referendari. In ogni caso la strada è ancora lunga per arrivare (eventualmente) alla espressione del voto popolare, visto che è appena iniziato il procedimento previsto dalla Costituzione, ma certamente il deposito in Cassazione dei sei quesiti referendari non lascia indifferenti.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 28 giugno 2021
"La soluzione? Riduzione dei tempi dei procedimenti penali oltre che la loro limitazione". Per Maria Vittoria De Simone, Procuratore Nazionale Aggiunto presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, "il problema della carcerazione preventiva si risolve con l'accelerazione dei procedimenti e la rapida definizione dei processi, non con il quesito referendario promosso dal Partito Radicale e dalla Lega che rappresenta un grave rischio per la sicurezza pubblica".
di Michele Andreucci
Il Giorno, 28 giugno 2021
Nella Casa circondariale Don Fausto Resmini di Bergamo i laboratori per imparare un nuovo mestiere. Favorire il reinserimento sociale dei detenuti, una volta scontata la pena. È l'obiettivo del progetto che vede la collaborazione di Comune di Bergamo-Ambito territoriale, casa circondariale Don Fausto Resmini, Abf-azienda bergamasca formazione, Soroptimist International Bergamo e Confindustria. Si tratta di un percorso formativo in confezione tessile suddiviso in un corso base tra giugno e luglio e uno avanzato in autunno.
Il primo, già in corso, è rivolto a 10 detenuti alla sede di Abf, e a 10 detenute impegnate nel nuovo laboratorio di confezione in allestimento nel carcere grazie al sostegno di Soroptimist (7 postazioni di cucito e 2 da stiro). Tre gli obiettivi: acquisire competenze in previsione di un avvicinamento dei detenuti al mondo del lavoro, dopo aver scontato la condanna; ricevere piccole commesse e lavorarle in carcere, grazie al laboratorio di confezione tessile; dare un senso alla pena attraverso la rieducazione e il successivo reinserimento nella società, il Comune di Bergamo partecipa al progetto attraverso il sostegno economico al percorso formativo.
La Casa circondariale garantisce le procedure necessarie all'allestimento del laboratorio tessile e all'individuazione dei detenuti destinati all'iniziativa, Abf è responsabile della didattica, Soroptimist fornisce l'allestimento del laboratorio e Confindustria offre un contributo economico. Spiega la direttrice del carcere di Bergamo, Teresa Mazzotta: "Il lavoro è veicolo di risocializzazione, salvaguardia della dignità e consente all'autore di reato di poter scegliere la strada della legalità". "Il lavoro è uno strumento di riabilitazione fondamentale per scongiurare la recidiva", sottolinea l'assessore comunale alle politiche sociali, Marcella Messina.
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