di Raffaele Sardo
La Repubblica, 30 giugno 2021
La Procura: in isolamento senza cure adeguate. Per gli inquirenti del casertano non aveva le medicine necessarie e c'è un collegamento con il raid degli agenti. Per il gip fu un suicidio. C'è anche la storia di un immigrato, Hakimi Lamine, nelle carte dell'ordinanza con cui il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha disposto 52 misure cautelari tra agenti e dirigenti del carcere casertano. La storia di Hakimi è una storia finita male, un giallo secondo le indagini. Hakimi è morto il 4 maggio 2020, a quasi un mese dalla protesta dei detenuti e dalle azioni violente operate, dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere "Francesco Uccella". Era uno dei 15 detenuti spostati nel reparto di isolamento.
La procuratrice Maria Antonietta Troncone nel corso della conferenza stampa sul blitz che ha portato a 52 ordinanze, ha sottolineato: "Noi contestiamo la circostanza aggravante della morte di Hakimi Lamine seguita all'attività di tortura e di maltrattamento. Riteniamo, cioè, che ci sia un nesso causale tra l'essere sottoposto alle 4 ore di violenza e essere messo in isolamento.
Quel tipo di soggetto con la sua patologia di schizofrenico non poteva andare in isolamento proprio per le sue condizioni e una volta messo in isolamento, non poteva stare senza assumere medicine e in condizioni di abbandono e di prostrazione". Ed è qui che la storia si tinge di giallo: "Non conosciamo le circostanze di come si sia procurato gli oppiacei che ha ingerito in un reparto di isolamento - ha precisato la procuratrice - sinora non abbiamo gli elementi per capire cosa sia davvero successo". Per il Gip, però, si è trattato di un suicidio, con nessuna correlazione con i fatti oggetto di indagine. Una decisione che la Procura è decisa a contestare perché farà ricorso contro tutte le circostanze che nell'ordinanza non sono state accettate.
Nell'ordinanza che vede coinvolti tanti agenti penitenziari, tra gli indagati a piede libero, ci sono anche due medici dell'Asl di Caserta. Avrebbero attestato la falsa origine di presunte lesioni riportate da alcuni agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere dopo la protesta dell'aprile del 2020. Dalla ricostruzione degli inquirenti, circa 13 agenti avrebbero falsificato referti per dimostrare di essere stati picchiati dai detenuti. Dopo gli arresti degli agenti del carcere di Santa Maria Capua Vetere accusati dei reati di tortura, maltrattamenti, depistaggio, falso, trova il coraggio di parlare anche una delle vittime dei pestaggi avvenuti il 6 aprile 2020 nell'istituto di pena. "Mi hanno ucciso di mazzate, dal primo piano al seminterrato sono sceso con calci, pugni e manganellate. I poliziotti penitenziari hanno commesso un grande errore, non è così che si danno i segnali".
È ancora segnata dalla sofferenza la sua voce. Il detenuto, che non vuole rivelare il nome, è tra i pochi dei 293 malmenati ad avere presentato denuncia. Lui ebbe infatti la fortuna di uscire dal carcere il 10 aprile e di andare ai domiciliari in una località del casertano, dove i carabinieri lo ascoltarono.
"Dopo gli arresti dell'altro ieri prosegue - sono sollevato, li aspettavo da tempo. Ma ad oltre un anno di distanza ho ancora paura. Negli occhi ho ancora quei momenti terribili, mai vissuti in carcere e con nessun poliziotto della Penitenziaria, con i quali ho sempre avuto buoni rapporti. Ma quel 6 aprile fu una cosa assurda, mai vista.
Ci hanno pestato per ore, facendoci spogliare, inginocchiare, qualcuno si è fatto la pipì addosso, a qualcun altro tagliarono barba e capelli. Il giorno dopo ci hanno fatto stare in piedi non so per quanto tempo vicino alle brande, come fossimo militari. Non potevo non denunciare, ma altri compagni impauriti non lo hanno fatto. Vorrei dimenticare, spero che il processo arrivi presto".
Le parole del detenuto trovano piena conferma nel video interno al carcere che ha ripreso le violenze compiute. Intanto stamattina cominciano gli interrogatori di garanzia per gli arrestati nell'inchiesta sul carcere.
di Federico Marconi
Il Domani, 30 giugno 2021
"Abusi così intollerabili non possono avere cittadinanza nel nostro Paese. A maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore", questo è il commento del segretario del Partito Democratico Enrico Letta.
Manganellate, pugni, calci, violenze di ogni sorta da parte di uomini di Stato contro persone private della libertà. Nei video esclusivi pubblicati da Domani sono ripresi i pestaggi avvenuti contro i detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: immagini che hanno fatto scrivere al gip Sergio Enea nell'ordinanza di custodia cautelare che nella prigione è stata perpetrata una "orribile mattanza". Domani ha chiesto ai leader politici di Pd, M5s, Lega e Fratelli d'Italia un commento su quelle immagini. Solo il segretario del Partito democratico ha risposto. Il capo politico ad interim del Movimento, Vito Crimi, era irreperibile per via della vicenda Grillo-Conte che sta scuotendo i 5 Stelle. Matteo Salvini e Giorgia Meloni, invece, hanno preferito non commentare.
Letta: "Abusi intollerabili" - "Immagini gravissime su cui la Magistratura farà piena luce. La legge vale per tutti e in Italia vige lo stato di diritto. Abusi così intollerabili non possono avere cittadinanza nel nostro Paese. A maggior ragione gravi perché ascrivibili a chi deve servire lo Stato con lealtà e onore", è il commento del segretario del Partito Democratico Enrico Letta sul video che riprende le violenze degli agenti di polizia penitenziaria.
Salvini non commenta - Dopo la pubblicazione dei video dei pestaggi sul nostro sito, Domani ha chiesto un commento anche al segretario della Lega Matteo Salvini, che ieri con un video su Facebook aveva espresso "il suo pensiero e la solidarietà umana e politica alle donne e agli uomini delle forze dell'ordine in divisa della polizia penitenziaria" per gli arresti e le misure cautelari decise dal gip di Santa Maria Capua Vetere per la spedizione punitiva. Il suo portavoce ha risposto che Salvini "ha già parlato oggi e non credo torni sul tema", invitando a guardare il post sui social network di ieri.
Nel video, il leader del Carroccio afferma che "chi sbaglia paga, anche in divisa, ci mancherebbe altro, ma giù le mani dalle forze dell'ordine" e che il suo "pensiero va a loro, ai loro colleghi e alle loro famiglie. Sempre dalla parte delle forze dell'ordine". La sua visita "per portare la solidarietà a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in condizioni difficili e troppo spesso inaccettabili", prevista per giovedì 1 luglio, al carcere di Santa Maria Capua Vetere è confermata.
Nessuna risposta da Giorgia Meloni - Domani ha inviato i video anche alla portavoce della presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni per chiedere di commentare le immagini che riprendono calci, pugni e manganellate dei poliziotti penitenziari ai detenuti: nonostante ripetuti solleciti, non è arrivata nessuna risposta. Ieri Meloni aveva commentato le ordinanze di custodia cautelare con una nota all'Ansa: "Fratelli d'Italia ha piena fiducia nella Polizia penitenziaria, negli agenti e nei funzionari del Dap intervenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per reprimere la gravissima rivolta organizzata dai detenuti durante il lockdown. A loro va la nostra solidarietà e vicinanza", la dichiarazione rilasciata ieri.
di Marcello Lala
Il Riformista, 30 giugno 2021
Che la giustizia debba essere riformata e che il paese abbia bisogno di un sistema giudiziario efficiente ce lo dice l'Europa. "Se non riformate addio ai fondi per il Piano nazionale di ripresa e resilienza", tuona Bruxelles. Quindi, volenti o nolenti, anche a livello internazionale si sono accorti che qualcosa non va nel sistema giudiziario italiano.
Napoli è sicuramente e tristemente il simbolo delle storture e delle inefficienze di questo sistema. Lo è per l'inefficienza del settore civile: cause che durano anni, recupero crediti pressoché impossibile, tutela della proprietà quasi nulla, uffici giudiziari che cadono a pezzi, personale insufficiente. Il penale invece è a dir poco imbarazzante tra sentenze "ciclostilate" (è di qualche settimana fa la sentenza trovata in un fascicolo pronta per essere compilata) e intere zone della città in mano alla camorra. In un Paese in cui i gup rinviano a giudizio nel 97% dei casi, la Procura partenopea non brilla di certo: nel 2020, a Napoli, è stato registrato il record nazionale di persone ingiustamente arrestate, addirittura 101. Senza dimenticare i 52mila procedimenti dinanzi al Tribunale di Sorveglianza chiamato a emettere provvedimenti che potrebbe ben adottare un giudice di merito.
Per non parlare poi, ampliando il raggio, dei continui scandali che in questi mesi (a partire dal caso Palamara) hanno aperto uno squarcio sulla magistratura politicizzata e sul "sistema" della giustizia in Italia: sentenze politiche, carriere pilotate, scandali costruiti ad arte, depistaggi e corruzione solo per citare alcuni dei mali endemici e penetranti del sistema giudiziario del nostro paese. Nessuno ci leva dalla mente che tutto questo ebbe inizio nel 1993, quando il circuito mediatico giudiziario abbatté la prima Repubblica cancellando un'intera classe politica, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti, e una certa magistratura prese il sopravvento.
Noi di Riformismoggi, con l'associazione Nomos Movimento Forense, abbiamo deciso di aderire convintamente al referendum proposto dai Radicali e dalla Lega perché crediamo che sia necessario fare tutto quanto sia possibile per stimolare le riforme e che il ministro Marta Cartabia e il governo Draghi siano i soggetti adatti ad attuarle una volta per tutte. I sei quesiti: responsabilità civile dei giudici; separazione delle carriere dei magistrati sulla base della distinzione tra giudicanti e inquirenti; custodia cautelare; abrogazione del testo unico in materia di incandidabilità e di divieto di ricoprire cariche elettive e di governo (legge Severino); abolizione della raccolta firme della lista magistrati; voto per i membri non togati dei consigli giudiziari. Sono quesiti a cui chi è socialista, riformista e garantista non può non aderire e che non può non sostenere affinché ci sia una giustizia giusta.
I riformisti hanno il compito di bloccare sul nascere la sensazione, ormai diffusa tra i cittadini, che la magistratura e la giustizia da essa amministrata siano come un potere contro e non a favore dei diritti di tutti. Così come nel 1987 i socialisti, insieme con i radicali, promossero il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, rimasto lettera morta a causa della successiva riforma del processo penale dell'allora ministro Giuliano Vassalli che limitò i risarcimenti a carico dello Stato, oggi noi dobbiamo contribuire in maniera determinante e con il massimo impegno, coinvolgendo tutte le forze di ispirazione laica cattolica e socialista, alla buona riuscita dell'istituto referendario e alla realizzazione delle riforme per il Paese, per i cittadini e per la giustizia stessa. È l'Europa che ce lo chiede, è il Paese stesso che ne ha bisogno per essere al passo con i tempi e porre fine allo spettacolo indecoroso di questi ultimi mesi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Se Cartabia portasse ora gli emendamenti al ddl penale in consiglio dei ministri, i grillini non reggerebbero. E il motivo non è difficile da comprendere. Lo spiega un parlamentare del Pd, forza politica direttamente contro-interessata alla tellurica del Movimento: "Forzare ora sulla prescrizione e sulla riforma penale sarebbe pericoloso: i pentastellati già sono in uno stato di agitazione e smarrimento assoluti, se poi sul tavolo piovessero pure norme a loro indigeste, ne seguirebbe un'ulteriore deflagrazione. Adesso manca una figura in grado di tenere il Movimento unito. Non c'è chi possa offrire una prospettiva di medio- lungo periodo che renda tollerabili i passaggi critici sulle riforme. Non esiste".
È evidentemente così. Oltretutto, è chiara anche l'impossibilità, per l'esecutivo, di ragionare su una clamorosa amputazione, cioè su un'eventuale alleanza di governo che veda i 5 stelle ai margini. "Impossibile", spiega il parlamentare dem, "si complicherebbe l'intero percorso dell'attuale maggioranza. Sarebbe completamente alterato l'equilibrio da cui è nato l'esecutivo Draghi". Ed è evidente: il Pd a fine luglio.
E chissà se per fine luglio, come pure Cartabia ha assicurato, sarà completa almeno la "parte governativa" della nuova giustizia. In teoria manca poco. Gli emendamenti al ddl penale, come detto, sono pronti. Lo è anche il complicato dispositivo sulla prescrizione. Che fa tesoro della "ipotesi B" avanzata dalla commissione Lattanzi, basata sulla improcedibilità in caso di durata irragionevole e sulla conservazione della legge Bonafede.
Soluzione dalla difficile applicazione retroattiva, eppure in grado di ridurre al minimo le intemperanze pentastellate: il blocco alla prescrizione introdotto da Bonafede verrebbe infatti mantenuto, con l'idea di limitare i casi in cui il reato si estingue perché emerso tardi o per la estrema complessità dell'istruttoria (come è in parte avvenuto per la strage di Viareggio, vicenda a cui l'ex guardasigilli del Movimento ha quasi ispirato la propria modifica). Eppure, tanta premura ora non basterebbe. Anche una versione non può permettersi una vita serena in una maggioranza sbilanciata verso centrodestra. Se il Movimento uscisse dal patto di governo, o ne diventasse una componente instabile e incerta, il partito di Letta si troverebbe ospite in casa d'altri. In casa di Salvini, Berlusconi e Renzi, per intendersi. Un incubo.
Un incubo che magari finirà nel giro di pochi giorni. Ma che intanto gela il sangue anche a Draghi e Cartabia. Inevitabile dunque che la manovra d'emergenza preveda il temporaneo spegnimento della giustizia. Almeno nei suoi versanti più tormentati: la riforma penale con dentro la prescrizione, appunto, e anche la legge delega sul Csm, che pure non ci si può permettere di affossare. Sul punto, la guardasigilli è stata chiara, due giorni fa a Milano, nella prima tappa del suo "Viaggio nella giustizia": "Non si può eleggere il nuovo Consiglio superiore con la vecchia legge". Lo ha ricordato più volte Sergio Mattarella.
Lo sa benissimo la ministra. Ma intanto, il futuro della magistratura è materia troppo sensibile, per i 5 stelle, da poter essere trattata nel pieno dell'eruzione. Se ne parlerà, forse, così scrupolosamente attenta alle ritrosie pentastellate non potrebbe essere presentata in Consiglio dei ministri. Tra le anime più inquiete dell'universo grillino, un pur minimo cedimento sulla prescrizione sarebbe il pretesto decisivo per l'addio.
Un quadro drammatico per Grillo, ma anche per il governo Draghi. Fino a poche ore fa la ministra della Giustizia puntava forte su quella strategia insolita: portare a Palazzo Chiogi il proprio pacchetto di emendamenti al penale. Idea ritenuta utile, dalla guardasigilli e dal premier, a far prevalere l'orientamento condiviso da molti partiti rispetto al no dei soli 5 stelle. Una liturgia efficace in tempi normali ma non adesso.
Tra le poche materie in grado di minimizzare le tensioni c'è invece il ddl sul processo civile, che nei prossimi giorni potrà avanzare in Senato. Altra eccezione è l'equo compenso per i professionisti, pure incardinato in commissione Giustizia, ma alla Camera. D'altra parte il testo base è in quota opposizione: lo ha depositato la leader di FdI Giorgia Meloni, poi lo si è abbinato con le proposte di Jacopo Morroine (Lega) e Andrea Madeli (FI). Alle 19 di oggi scade il termine per gli emendamenti. "L'equo compenso è un provvedimento doveroso nei confronti di migliaia di professionisti, e di avvocati in particolare, che sono privi di adeguati strumenti di tutela", ricorda Mario Perantoni, deputato 5S che della commissione Giustizia è presidente.
"Devo dire che la materia sta a cuore non solo a noi del Movimento ma a tutte le forze politiche, e per questo sono fiducioso sul fatto che entro il mese di luglio possa approdare in aula un testo condiviso". "Grande soddisfazione" anche da parte di Morrone e dalla deputata leghista che fa da relatrice, Ingrid Bisa: "Da tempo lavoriamo su questo tema: un compenso equo rappresenta un diritto per i professionisti, a lungo colpiti da penalizzazioni, a partire dal cosiddetto decreto ' Bersani', con cui, nei fatti, si è provocato lo scardinamento di quel compenso dignitoso che dovrebbe spettare loro". Una pur faticosa agibilità legislativa, nella maggioranza, ora come ora può arrivare sul lavoro autonomo, non certo sulla giustizia.
Gazzetta del Sud, 30 giugno 2021
"Continuano le visite ispettive del Garante regionale delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia, che dopo l'istituto di Crotone ha visitato la Casa di Reclusione di Rossano. Purtroppo, ancora oggi, evidenzia il Garante, continuiamo a fare i conti con il sovraffollamento penitenziario, reso ancor più insopportabile dalle temperature torride di queste settimane.
Anche a Rossano come a Crotone, per vero, la popolazione detenuta è in sovrannumero rispetto alla capienza regolamentare: rispettivamente, a Rossano le persone detenute sono 282 a fronte di una capienza regolamentare di 242 ed a Crotone ci sono invece 142 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 88. Oltre al sovraffollamento, evidenzia Agostino Siviglia, stentano a ripartire le consuete attività trattamentali, sospese durante la fase di maggiore recrudescenza della pandemia, così come ancora non sono ripresi compiutamente i colloqui in presenza con i familiari ed i trasferimenti, peraltro, già disposti dall'Amministrazione Penitenziaria".
Al Garante "sono state segnalate, soprattutto, problematiche connesse all'assistenza sanitaria in carcere, ovvero ai ritardi delle decisioni in tema di permessi premio o accesso alle misure alternative alla detenzione. In specie, l'istituto penitenziario di Rossano, che si ricorda è l'unica Casa di Reclusione della Calabria, ospita in gran parte persone detenute in regime di alta sicurezza, con pene oramai definitive e di lunga durata, oltre ad ergastolani ostativi ed ordinari; una sezione di terrorismo islamico ed una sezione di media sicurezza. Si tratta, dunque, di una struttura estremamente complessa da gestire che, certamente, sarà oggetto di specifica attenzione da parte del Garante regionale.
Nelle prossime settimane, per vero, Siviglia invierà, alla competente commissione consiliare del Consiglio regionale, un'accurata relazione semestrale sull'attività istituzionale svolta, evidenziando i maggiori punti di criticità, ma anche le buone prassi riscontrare, indicando le principali aree di intervento. Nel frattempo, tutte le segnalazioni rappresentate al Garante saranno oggetto di specifico intervento. Certamente, conclude Agostino Siviglia, deve tenersi alta l'attenzione sul sistema penitenziario calabrese, al fine di garantire la più compiuta tutela e salvaguardia delle persone detenute, nell'ottica della loro risocializzazione ed in ossequio alla dignità della persona umana, che la Costituzione repubblicana sancisce e che lo Stato democratico è chiamato a fare rispettare".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 giugno 2021
Per Alessandro Barbano, giornalista e saggista, il Ddl Zan ha il limite di voler superare le discriminazioni non con una pedagogia culturale ma con il carcere. Il paradosso è che il primo a discriminare è proprio lo Stato quando nega alle coppie dello stesso sesso i diritti delle famiglie etero. In un Paese già sofferente per il panpenalismo, ci voleva il Ddl Zan a creare nuovi reati?
È una tendenza tipicamente italiana quella di usare il diritto penale per promuovere cambiamenti sociali, per affermare valori e diritti, per rispondere a tutte le aspettative illusorie e ideologiche di una società. Il Ddl Zan è un esempio clamoroso di questa inclinazione, tipica dei regimi: il diritto penale in un sistema liberale dovrebbe essere l'extrema ratio che protegge valori pienamente consolidati. Ad esempio il reato di omicidio è perseguito perchè, quand'anche non esistesse una norma a disciplinarlo, nella coscienza di tutti è comunque già considerato una condotta illegale. E poi chiediamoci: qual è l'obiettivo vero del Ddl Zan? A me sembra che si voglia imporre, in forma coattiva, una sorta di egemonia culturale.
La parità dei diritti non si conquista con il carcere quindi?
Il primo a discriminare la condizione delle coppie omossessuali è lo Stato quando nega ad esempio il matrimonio civile e il diritto di adozione per le coppie dello stesso sesso, ossia quando non fa nulla per raggiungere la piena equiparazione al regime previsto per le famiglie etero. La prima cosa da fare per rafforzare un valore in via di consolidamento è creare una cornice civile di parità effettiva tra le varie posizioni in campo. L'omosessualità è una libertà umana, non una specie protetta né una rivincita del progresso sulla storia.
Qual è il suo pensiero sull'iniziativa della Santa Sede?
Chiedere alle scuole cattoliche di celebrare la Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia è come chiedere ad un ateo di recitare l'Ave Maria. Partendo dal presupposto che la condizione dell'omosessualità sia discriminata nel nostro Paese e che ciò comporti un grande carico di sofferenza, tuttavia è evidente che le forme e le modalità con cui si voglia superare questa discriminazione siano inadeguate. Il lavoro da fare è culturale non punitivo.
Anche perché, come nel caso del ragazzo che si è suicidato a Torino probabilmente perché bullizzato per la sua omosessualità, come si fa a stabilire se vi sia stata una istigazione al suicidio?
Ricondurre il suicidio ad una azione discriminatoria è molto difficile. Un diritto penale liberale rinuncia a stabilire facili connessioni causali tra le idee e il fatto, che pure ad esse sembra ricondursi secondo il senso comune. Quale umiliazione, quale insulto, quale discriminazione potrebbe tradursi nella condotta penalmente rilevante che avrebbe indotto il ragazzo a togliersi la vita?
Allargando lo sguardo, come giudica il comportamento del Pd in materia di giustizia?
Credo che il Pd sia subalterno al M5S e alla paura di perdere quel rapporto privilegiato che per anni ha avuto con parte della magistratura. Dopo la fase di riformismo tentato e fallito della stagione di Matteo Renzi, il Pd ha ripiegato sugli slogan e sugli schemi che hanno caratterizzato la sua posizione nella seconda Repubblica, quella della lotta a Berlusconi. Quindi mi pare che il Pd debba assumersi la responsabilità di aver caratterizzato il decennio 2010 - 2020 con un giustizialismo imperante. Le legge Severino chi l'ha sostenuta? E l'estensione del codice antimafia ai reati contro la pubblica amministrazione o l'uso disinvolto del trojan? Tutto quello che è avvenuto in quel decennio porta la firma di un guardasigilli del Partito Democratico. Chi è che per primo ha teorizzato l'interruzione della prescrizione dopo il giudizio di primo grado? Non è stato Bonafede ma Felice Casson, uno dei magistrati imbarcati dal Pd per fare la guerra a Berlusconi. Il Pd sta tornando drammaticamente su quelle posizioni, vuoi per un vuoto di cultura giuridica dell'attuale leadership, vuoi per un tatticismo che gli suggerisce erroneamente di non farsi scavalcare a sinistra dai cinque stelle.
Ha citato la Legge Severino. Deduco che andrà a firmare per i referendum promossi dal Partito Radicale e dalla Lega...
Assolutamente sì, andrò. Anche se manca in quel pacchetto un quesito per l'abolizione dell'ergastolo, ma non poteva essere diversamente visto che i radicali hanno scelto di condividere l'iniziativa con un partito giustizialista e falsamente garantista come la Lega. Si tratta di quesiti complementari alla riforma della giustizia che si sta portando avanti in Parlamento. Come ho detto due giorni fa durante la conferenza stampa di presentazione di presuntoinnocente.com promossa dall'onorevole di Azione Enrico Costa, la giustizia è affetta da tre distorsioni. La prima concerne l'assetto dei poteri: oggi la giustizia è diventata il tutore e il garante del sistema politico. Ciò è sbagliato perché la nostra è una democrazia parlamentare. Qualora un primato dovesse essere assegnato, questo spetterebbe alla funzione legislativa. La seconda distorsione riguarda il processo accusatorio incompiuto dove le garanzie della difesa sono fortemente compresse. La terza e più importante riguarda il racconto che i media e i procuratori fanno della giustizia e delle vicende di cronaca. Certi tipi di narrazione anticipano agli occhi dell'opinione pubblica l'eventuale condanna. Come se ne esce? Con una pedagogia culturale che spieghi ai cittadini che cos'è il diritto penale, ossia l'extrema ratio della democrazia, e non lo strumento, come dicevano alcuni magistrati, per affermare l'innocenza dell'indagato, quasi che fossimo tutti presunti colpevoli. Quando si afferma un convincimento di questo tipo è la fine dello Stato di Diritto.
di Pieremilio Sammarco*
Libero, 30 giugno 2021
Tra le varie ipotesi di riforma della giustizia in discussione vi è un tema sensibile di grande rilievo sociale: la ingiusta detenzione e segnatamente la custodia cautelare subita da cittadini poi rivelatisi innocenti. In questi giorni sono stati pubblicati nella Relazione al Parlamento per l'anno 2020 elaborata dal Ministero della Giustizia i dati relativi alle misure cautelari personali coercitive emesse nell'anno 2020 e la loro lettura offre un contributo aggiuntivo al dibattito in corso.
Nel 2020 sono state emesse dai Tribunali italiani 82.199 misure cautelari di cui quasi il 30% relative alla custodia in carcere ed oltre il 26% relative agli arresti domiciliari. Per i procedimenti giudiziari pregressi, oltre il 9% dei cittadini sottoposti a misure cautelari è stato assolto e dunque ingiustamente privato dai magistrati della libertà personale. Il distretto della Corte di Appello di Roma è quello che ha disposto più di tutti gli altri la custodia cautelare, seguito da quello di Milano. Ma se si analizzano in dettaglio i dati sui provvedimenti di restrizione della libertà personale dichiarati poi illegittimi, la Corte di Appello di Reggio Calabria risulta quella con il più alto numero di flop (43), seguita da Napoli con 40, Roma con 36, Palermo con 34 e Catanzaro con 32.
Per quanto riguarda l'aspetto riparatorio, cioè le somme liquidate dai Tribunali per l'ingiusta detenzione, i dati del ministero delle Finanze dicono che per il 2020 l'esborso complessivo è stato di circa 37 milioni di euro ed è riferito a 750 ordinanze, con un importo medio di euro 49.278 ciascuna. E trai distretti di Corte di Appello i cui uffici hanno causato l'indennizzo in favore dei cittadini ingiustamente privati della loro libertà personale, al primo posto della classifica vi è Reggio Calabria con una spesa di quasi 8 milioni di euro, seguita da Catanzaro con 4,5 milioni, Palermo con 4,3 milioni e Roma con 3,5 milioni.
Il riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione non può essere ritenuto indice di sussistenza di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati che abbiano richiesto, applicato e confermato il provvedimento risultato ingiusto. Di interesse è rilevare che attraverso un doppio monitoraggio sia sulle ordinanze di accoglimento delle domande di riparazione sia sulle decisioni della sezione disciplinare del Csm, inspiegabilmente non vi è una correlazione tra il riconoscimento del diritto alla riparazione accertato nei citati provvedimenti e la responsabilità disciplinare dei magistrati che hanno disposto l'illegittima misura cautelare, i quali non vengono mai adeguatamente sanzionati in sede disciplinare. Forse, anziché dibattere sull'abrogazione referendaria della norma che vieta al cittadino danneggiato di chiamare in causa il magistrato ai fini dell'accertamento della sua responsabilità, occorre intervenire sul procedimento disciplinare, al fine di renderlo più credibile agli occhi del pubblico.
*Professore di Diritto Comparato dell'Università di Bergamo
estense.com, 30 giugno 2021
Dal Comune sostegno al laboratorio "Ricicletta" in carcere per la formazione e il reinserimento. A Ferrara la bicicletta è anche un mezzo per favorire il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti, grazie a un protocollo d'intesa che ha ottenuto il via libera della giunta municipale e che sarà sottoscritto da Comune di Ferrara, Casa Circondariale "Costantino Satta" e Cooperativa sociale Il Germoglio.
Su proposta dell'assessore alle Politiche sociali Cristina Coletti, l'amministrazione comunale si impegna, infatti, a sostenere le attività formative rivolte ai detenuti del carcere cittadino in materia di manutenzione e recupero delle biciclette. In particolare, il Comune si rende disponibile a donare alla Cooperativa Il Germoglio, che dal 2017 gestisce all'interno del carcere il laboratorio 'Ricicletta', le biciclette rimosse per violazione del Codice della strada e acquisite al patrimonio comunale come oggetti abbandonati, non reclamati dai proprietari e privi di valore economico.
"In questo modo - spiega l'assessore Cristina Coletti - offriamo ai partecipanti alle attività formative del laboratorio materia prima su cui esercitarsi per acquisire nuove competenze, spendibili poi nel mondo del lavoro, al termine del percorso detentivo. Si tratta di un progetto di grande valore per tutta la comunità, poichè, favorendo percorsi individuali di reinserimento delle persone detenute, ne facilita il reintegro in società, promuovendo comportamenti responsabili e prevenendo il rischio di recidiva".
L'attività del laboratorio si concretizza secondo un percorso formativo curato dalla Cooperativa Il Germoglio che si sviluppa in tre fasi: una prima fase teorica con un corso sulla sicurezza del lavoro; una seconda fase teorica in cui vengono definiti all'interno del gruppo le attrezzature necessarie, i materiali utilizzati, le procedure da seguire, le regole e i criteri d'impiego.
E una terza fase operativa in cui i detenuti si dedicano al recupero delle biciclette attraverso alcuni step di lavoro. In quest'ultimo ambito i partecipanti lavorano in particolare sui telai, procedendo allo smontaggio, alla pulizia, verniciatura e rimontaggio, fino all'uscita dal carcere del prodotto finito per il collaudo e la vendita da parte degli operatori di Ricicletta. Il protocollo d'intesa, che avrà una durata di tre anni rinnovabile, prevede da parte della Casa circondariale l'impegno a individuare i detenuti da inserire nelle attività formative e a favorire il buon andamento dell'iniziativa.
di Matteo Scardigli
Il Tirreno, 30 giugno 2021
A rischio detenuti, educatori e guardie delle Sughere e dell'isola di Gorgona. Il Movimento 5 Stelle fa il punto su lavori e progetti delle due case circondariali, chiede al governo garanzie per i diritti e avverte: "Entro il 2023 in arrivo quasi 300 carcerati, ma le strutture sono inadeguate per il personale e per i reclusi. E i nuovi agenti non vogliono venire a Livorno".
Alloggi e sezioni fatiscenti, collegamenti del trasporto pubblico insufficienti e parcheggi inadeguati. "Quando il ministro Bonafede e il sottosegretario Ferraresi sono venuti negli anni scorsi a Livorno e Gorgona abbiamo messo in luce il tema dei diritti. Ma l'Italia continua ad essere oggetto di sanzioni per le condizioni di sovrappopolazione carceraria", premette il deputato M5S Francesco Berti, che poi racconta: "A Livorno, se da un lato i lavori al tribunale di via De Larderel sono finalmente pronti a partire, alle Sughere forse si riusciranno ad avere 50 posti letto entro il 2022 per gli agenti che entro dovranno fare fronte, entro l'anno successivo, a un sostanziale raddoppio della popolazione carceraria".
"Per metterlo a norma servono 3,6 milioni (il denaro è già stanziato, la consegna è prevista per l'agosto 2023; ndr), un'operazione strategica per attrarre le reclute della Polizia penitenziaria che oggi preferiscono lavorare altrove perché a Livorno mancano i servizi", spiega l'ex Garante dei detenuti Giovanni De Peppo, che poi precisa: "Si stanno già ristrutturando le otto sezioni che accoglieranno quasi 250-300 nuovi ospiti per un totale di circa 600, ma altre aree sono interdette. E con il prossimo pensionamento del direttore Carlo Mazzerbo, e le difficoltà nell'attrarre nuovo personale, rischiamo di perdere le competenze su cui Livorno è riuscita a costruire negli anni una rete virtuosa".
In tal senso De Peppo applaude al protocollo firmato a giugno scorso dal sindaco Luca Salvetti per la ripresa delle attività di rieducazione dei detenuti in chiave etica, e la capogruppo M5s in consiglio comunale Stella Sorgente ribadisce: "Bisogna mantenere continuità con il nostro operato e con quello del governo. A Livorno manca un autobus per le famiglie che vanno a trovare i detenuti, il servizio a chiamata non basta. E con l'aumento della popolazione carceraria è opportuno ripensare anche l'intera area di sosta, già insufficiente".
di Emanuele Floris
sassarioggi.it, 30 giugno 2021
Diciannove detenuti in sciopero della fame dal 22 giugno nella casa circondariale di Bancali a Sassari. Lo denunciano gli stessi ospiti della nona sezione islamica, la cosiddetta sezione AS2, con un documento trasmesso ai massimi referenti istituzionali dal garante dei detenuti di Sassari Antonello Unida. A motivare lo sciopero, così si legge nella nota, "la scarsa quantità e qualità del cibo". Con l'aggravante, per loro, della carne, non macellata secondo il rito della religione musulmana, credo professato dai diciannove.
Un'assenza che a Bancali perdura da quattro anni nonostante, sostengono gli estensori della nota, in altre strutture penitenziarie questo non avvenga. L'altro problema denunciato è quello relativo all'area sanitaria, con diverse operazioni chirurgiche in attesa da mesi e pur capendo i rallentamenti dovuti al virus, "vero è", sottolineano, "che noi patiamo pena alla pena".
A questa situazione si aggiunge il personale insufficiente dell'area educativa. "Tutto questo va avanti da troppo tempo - concludono i detenuti, tutti provenienti da Nord Africa e dalla Siria - noi siamo allo stremo, non c'è la facciamo più". Un contesto complesso confermato dallo stesso Unida: "Alzeranno l'asticella e continueranno con lo sciopero della sete". Proprio il garante rimarca come l'assenza in pianta stabile, a Bancali, di un direttore e un comandante della polizia non aiuti nella soluzione del problema. "La situazione è molto grave. Bisogna intervenire ", chiosa Unida.
- Pistoia. Il film teatrale arriva da dietro le sbarre
- Lecce. L'economa circolare per l'inclusione sociale dei detenuti
- Milano. Pene alternative, da settembre detenuti al lavoro negli spazi pubblici
- Migranti. Ue, accordo per la nascita dell'Agenzia per l'asilo
- Psichiatria. Dopo la Conferenza, i conflitti degli psichiatri e quelli del Pd










