di Davide Varì
Il Dubbio, 23 maggio 2021
Santoro mette in dubbio la teoria complottista delle stragi mafiose e le schiere dell'antimafia da parata lo processano. C'è un piccolo libello, un pamphlet non recentissimo ma assai prezioso: si chiama il "Circo mediatico giudiziario" e lo ha scritto Daniel Soulez Lariviere, un avvocato francese che in un centinaio di pagine, o poco più, ha fotografato il momento esatto in cui - e siamo alla fine degli anni 80 - i processi si sono spostati dalle aule di giustizia agli studi televisivi e sulle pagine dei giornali, fino a tracimare sui social.
di Giulia Merlo
Il Domani, 23 maggio 2021
Fernanda Contri, avvocato e giurista, è stata la prima donna giudice della Corte costituzionale e nel quadriennio 1986-1990 è stata membro laico del Csm, durante la stagione dei veleni a Palermo contro Giovanni Falcone. Falcone, che era suo carissimo amico, iniziò a morire quando il Csm lo indicò come soggetto debole e indifeso: "Tutti gli ostacoli che il Consiglio gli ha frapposto derivavano dalla sua volontà di rimanere fuori dalla dinamica delle correnti". Già allora, le dinamiche correntizie erano avvertibili: "Quando i togati si impuntavano su qualcosa nascevano faide interne ma allo stesso tempo esercitavano una difesa castale impenetrabile. Il Csm era governato dai grandi personalismi e la regola era che solo il più potente ce la fa".
Nella sua lunga carriera, l'avvocato e giurista Fernanda Contri ha attraversato più di vent'anni di storia della Repubblica: nel 1993 è stata la prima donna segretaria generale del Consiglio dei ministri del governo Amato, poi ministra del governo Ciampi e nel 1996 è diventata la prima donna giudice della Corte costituzionale. Prima ancora, però, ha ricoperto il ruolo di membro laico del Consiglio superiore della magistratura nel quadriennio dal 1986 al 1990.
Erano gli anni duri del maxi processo a Cosa nostra e della stagione dei veleni a Palermo contro Giovanni Falcone, che è stato suo carissimo amico fino alla strage di Capaci del 23 maggio 1992, quando il giudice venne assassinato dalla mafia insieme alla moglie e agli uomini della sua scorta. A quel tragico epilogo lega il ricordo di quel periodo e per questo del suo mandato al Csm parla poco e malvolentieri. Ancora oggi "se capita di dover passare per piazza Indipendenza, chiedo all'autista di cambiare strada".
Perché questo fastidio?
Perché lego quella stagione, gli anni dal 1986 al 1990, all'omicidio di Falcone. Avvenne due anni dopo ma, col senno di poi, è indirettamente derivato anche dalle scelte di quel Csm di cui ho fatto parte. E perché ricordo il clima che si respirava in Consiglio: allora come oggi era attraversato da fortissime tensioni e soprattutto pressioni interne. Qualcosa che noi laici non avevamo mai avvertito, eppure la nostra nomina era di matrice politica e ci si aspetterebbe che proprio noi fossimo maggiormente condizionati.
Lei era stata nominata in quota socialista. Non riceveva indicazioni di voto dal Psi?
Assolutamente no. Io e il collega Mauro Ferri non abbiamo mai ricevuto mandati da parte del Psi, che pure ci aveva proposto per quel ruolo. Abbiamo sempre mantenuto totale autonomia di giudizio e di voto, tanto è vero che i nostri voti spesso divergevano. Lo stesso accadeva per i laici indicati dalla Democrazia cristiana e alcune volte anche per quelli del partito comunista.
Per i togati, invece, non era così?
Tra di loro le dinamiche correntizie erano molto avvertibili, quando si impuntavano su qualcosa nascevano faide interne ma allo stesso tempo esercitavano una difesa castale impenetrabile. Già nel mio quadriennio il Consiglio era governato dai grandi personalismi e la regola era che solo il più potente ce la fa.
In cosa si traduceva, concretamente, questa difesa castale?
Io sono stata vicepresidente della sezione disciplinare, quella che giudica gli illeciti dei magistrati. Le assicuro che nei confronti di alcuni di loro era impossibile formulare alcuna ipotesi di responsabilità.
Perché ritiene che il Csm di cui lei ha fatto parte abbia avuto colpe indirette per l'assassinio di Falcone?
Per colpa di alcune decisioni, prese nel 1988 e nel 1989. In una bisognava scegliere il nuovo capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, il successore del giudice Antonio Caponnetto. Il Csm si divise a metà e fu scelto Antonino Meli e bocciato Falcone, 14 voti contro 10. In un'altra occasione, poco dopo il fallito attentato dell'Addaura, il Csm in qualche modo lo indicò come soggetto debole, non difeso dai suoi stessi colleghi. È così che Falcone ha iniziato a morire.
Sa dire per quale ragione il Csm tenne questa linea?
Invidia. Non ho mai visto tanta invidia nei confronti di qualcuno. La solitudine di Falcone è nata per questo e tutti gli ostacoli che il Consiglio gli ha frapposto derivavano dalla sua volontà di rimanere fuori dalla dinamica delle correnti.
Lui era cosciente di quel che stava succedendo?
Dopo il voto contro di lui, incontrai Falcone per cena insieme a Vito d'Ambrosio, togato che come me lo aveva sostenuto nella candidatura a Palermo. Quando insieme provammo a spiegargli la ragione della bocciatura, lui lasciò la stanza in silenzio e andò sul balcone. Quando rientrò ci chiese se ci rendevamo conto di quello che il Csm aveva fatto.
Da allora a oggi, il problema del Csm continuano ad essere le nomine e le dinamiche che le determinano. Crede che il problema abbia origine da come il Consiglio è strutturato?
No, tutto dipende da chi ne fa parte e dalle decisioni che prende. Non riesco a immaginare un Csm diverso dal punto di vista della sua divisione tra membri laici e togati: l'equilibrio immaginato dai costituenti è perfettamente bilanciato.
Oggi chi si dichiara contro i meccanismi correntizi chiede che il sistema elettorale dei togati al Csm sia corretto con un meccanismo di sorteggio...
Mi sembra una conseguenza estrema e non sono certa che sia auspicabile, ma capisco il senso con cui viene proposta.
Si obbietta che scegliere per sorteggio i membri togati del Csm li renda meno qualificati e rappresentativi, rispetto a candidati scelti con un meccanismo elettivo...
Ma i magistrati per definizione dovrebbero essere qualificati. Sia mentre svolgono il servizio che quando diventano membri del Csm, dovrebbero conservare i requisiti che indica la Costituzione per loro: autonomia e indipendenza. Eppure le assicuro che, nel mio quadriennio al Csm, ho visto spesso una grande mancanza del distacco necessario a prendere le decisioni senza schieramenti preconfezionati.
Mentre la politica lavora alla riforma dell'ordinamento giudiziario, dentro la magistratura si ripete che la prima riforma dovrebbe essere etica e avvenire dall'interno della categoria stessa, perché non è con la legge che si risolve una crisi come quella attuale. Crede sia possibile?
Non mi sembra positivo che la magistratura si dica da sola come deve essere, perché ogni giudizio su se stessi è viziato. Inoltre in questa fase mi sembra che la magistratura manchi di due requisiti necessari per fare questo percorso: la serenità e la freddezza.
Quindi serve la politica, che prova a recuperare spazio. Avrà la forza per riformare la magistratura?
La politica dovrebbe recuperare spazio in tutti i settori, perché lo ha perso ovunque e non solo nei confronti della magistratura. Mi sembra che il presidente del Consiglio Mario Draghi stia provando a farlo, bisogna vedere se i partiti lo seguiranno oppure proveranno a ostacolarlo. A non aiutare la serenità del rapporto tra politica e magistratura, però, è anche la stampa.
Perché?
Glielo spiego in questi termini. Nel 1960, quando ho iniziato a fare l'avvocato, il rispetto per il ruolo di terzietà del magistrato era tale e talmente forte che si aveva pudore di dire di averlo incontrato al di fuori dei luoghi di lavoro. Oggi, invece, sembra che i magistrati siano ovunque e, se non li intervistano, i giornalisti sentono di non aver fatto il loro lavoro. Ci vorrebbe maggior riserbo, a tutela di tutti.
Oltre che membro del Csm, lei è stata anche ministra per gli Affari sociali del governo Ciampi e la prima donna giudice della Corte costituzionale. Si può dire che lei abbia aperto la strada alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, che della Consulta è stata la prima donna presidente...
Per me essere donna è stato difficile solo all'inizio della mia carriera. Ho dovuto faticare molto per entrare all'università di giurisprudenza e poi per iniziare la professione di avvocato, che negli anni Sessanta in Italia era ancora difficile per le donne, anche se nel mio campo, che è sempre stato il diritto civile, la difficoltà si sopportava meglio. In tutti gli altri ruoli che ho avuto la fortuna di ricoprire, invece, non ho mai avvertito discriminazioni. Meno che mai alla Corte costituzionale, dove il rapporto coi colleghi è sempre stato di assoluta parità, anche nei confronti più duri. L'unica incomprensione, se vuole saperla, l'ho avuta quando mi sono insediata e ho dovuto insistere per farmi cucire i bottoni della toga nel verso giusto, perché li avevano messi al maschile.
di Isaia Sales
La Repubblica, 23 maggio 2021
Ventinove anni dopo la strage del 23 maggio 1992 che costò la vita al magistrato, alla moglie e ai tre uomini della scorta, l'analisi della strategia attraverso la quale, al fianco di Borsellino, permise al pool antimafia di Palermo di infliggere centinaia di ergastoli ai mafiosi. E che servirebbe ora per sradicare camorra e 'ndrangheta.
Se vogliamo comprendere il ruolo che spetta a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nella storia d'Italia dobbiamo ricordare questo semplice dato: fino alle soglie degli anni 80 del Novecento, cioè 150 anni dopo la nascita della mafia, il 99% dei processi ai mafiosi si risolveva con l'assoluzione dei capi e con leggere condanne per i subalterni.
Secondo i dati forniti dal magistrato Gioacchino Natoli, dall'Unità d'Italia fino al 1992 ci furono solo 10 ergastoli di mafiosi nel distretto giudiziario di Palermo (a fronte di almeno 10.000 delitti) mentre ben 430 ergastoli saranno erogati solo tra il 1993 e il 2006. La rottura dell'impunità storica dei mafiosi siciliani è la più grande azione giudiziaria, civile, sociale, culturale nella lunga storia della lotta alla mafia. Uno spartiacque fondamentale. Una rivoluzione. Anche altri magistrati prima avevano cominciato a condannare mafiosi, ma poi negli altri gradi del processo non si riuscivano a confermare le pene. Falcone portò tenacemente avanti la sua strategia fino a cambiare il ruolo "assolutorio" della Cassazione.
Gli intoccabili dei clan - L'impunità dei mafiosi si era trasformata nel tempo in immunità, cioè nella prerogativa feudale di non poter essere toccati dalla legge. Ma i feudatari dovevano questo loro potere alla nascita e allo status sociale, i mafiosi lo dovevano alle relazioni con coloro che dovevano contrastarli e sanzionarli. La loro era una impunità relazionale. Dovuta, cioè, a un atteggiamento comprensivo e accomodante di rappresentanti delle istituzioni. Mafioso, dunque, diventa agli occhi della popolazione colui che è capace di sfuggire alla pena e alla condanna per i reati che commette, o che fa commettere, grazie alle sue relazioni e al terrore.
La reputazione principale del mafioso è legata, dunque, all'impunità e non all'onore. Anzi l'onore è una costruzione basata proprio sulla capacità di sfuggire alla legge. E una volta che si è circondati dall'aureola di impunito arriva anche l'ammirazione popolare per chi riesce a farla franca. Non dimentichiamo che anche fuori dal mondo mafioso, è considerato potente colui che aggira a legge e non chi la segue e l'applica. Insomma, Falcone e Borsellino colpiscono un tratto identitario della mafia e sradicano consolidate convinzioni: una volta che si dimostra che possono essere puniti, i mafiosi si trasformano in delinquenti comuni e cominciano ad essere avvertiti come tali anche dall'opinione pubblica meridionale prodottasi con la scuola di massa, una delle più importanti rivoluzioni culturali del Sud d'Italia. È del tutto evidente che se la violenza omicida fosse stata stabilmente punita nel tempo dai magistrati e dalle forze di sicurezza non ci sarebbe stata nessuna mafia.
Camorra e 'ndrangheta - Che succede nel mondo mafioso dopo la fine dell'impunità di Cosa nostra? O meglio, come mai la repressione di massa ha effetti così devastanti in Sicilia e non in altri regioni mafiose? Infatti, dalla seconda metà degli anni Novanta del Novecento, dopo il maxiprocesso di Palermo, dopo le condanne di massa dei mafiosi siciliani e dopo l'uccisione di Falcone e Borsellino, le camorre campane e le 'ndrine calabresi hanno scalzato Cosa nostra siciliana dal ruolo leader rivestito ininterrottamente dal secondo dopoguerra. Sono cambiate, cioè, da quel momento storico le gerarchie nell'universo mafioso.
E nessuna istituzione di contrasto alle mafie aveva mai avanzato una previsione del genere, nessuno studioso della materia aveva ritenuto possibile una scalata simile. Una spaventosa sottovalutazione ha accompagnato il divenire delle camorre napoletane e della 'ndrangheta calabrese. Basti qui ricordare che solo nel 1993 la camorra sarà oggetto di una relazione del presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante, mentre bisognerà aspettare addirittura il 2008 per una specifica relazione sulla 'ndrangheta da parte del presidente Francesco Forgione. Eppure nel periodo 1970-1988, la 'ndrangheta aveva effettuato ben 207 sequestri di persone, di cui 121 in Calabria e gli altri nel Nord dell'Italia, accumulando risorse tali da consentirle di partecipare da protagonista ai lavori per la costruzione (poi abbandonata) del quinto centro siderurgico a Gioia Tauro, poi a quelli dell'autostrada Salerno-Reggio Calabria e infine a ritagliarsi un ruolo da protagonista nel traffico internazionale di stupefacenti.
Numeri delle condanne a confronto - È dunque tutto da esplorare il nesso tra la strategia (perdente) di attacco allo Stato e ai suoi rappresentanti messa in campo da Riina e quella (finora vincente) delle altre due mafie. Sicuramente c'è un rapporto tra il ridimensionamento di Cosa nostra e il successo delle altre due mafie. I riscontri di questo cambiamento di gerarchie all'interno dell'universo mafioso sono estremamente chiari: camorra e 'ndrangheta cumulano oggi, secondo uno studio del ministero degli Interni, ben il 67% di tutti i ricavi mafiosi.
Le ordinanze di custodia cautelare dal 1992 al 31 dicembre del 2020 per il reato di 416 bis riguardano 3219 camorristi (il numero più alto in assoluto), 2800 'ndranghetisti (il numero più alto in rapporto alla popolazione), mentre Cosa nostra arriva a 2.193 e la criminalità mafiosa pugliese si ferma a 811. Dei 759 reclusi al 41 bis, cioè al carcere speciale per i mafiosi, 266 sono camorristi, 210 'ndranghetisti e 203 appartenenti a Cosa nostra: i calabresi e i campani superano il 60% del totale. Se poi si prendono in considerazione gli omicidi (ufficialmente riconosciuti) dal 1983 al 2018, la camorra ne ha commessi 3026 (ben il 45,4% di tutti gli omicidi di mafia), Cosa nostra 1701 (il 25, 5%) e la 'ndrangheta 1320 (il 19,85) dato quest'ultimo che se rapportato alla popolazione è di gran lunga il più alto. Significativo anche il numero di scioglimenti dei consigli comunali per mafia: la Calabria è la prima (124), segue la Campania (111) e dopo la Sicilia (86). Nessuna criminalità diventa da un giorno all'altro così potente, se non ha un lungo retroterra storico, un lungo apprendimento, una lunga sedimentazione alle spalle, una lunga disattenzione o sottovalutazione degli ambienti istituzionali, delle forze di sicurezza e svariate agevolazioni da parte di chi doveva contrastarla e combatterla.
Il (fragile) modello piramidale della Cupola - Come mai, dunque, due mafie che sembrano secondarie sono diventare primarie? E come mai sono emerse e si sono rafforzate nel mentre l'azione repressiva dello Stato si faceva più forte e abbandonava l'impunità che aveva caratterizzato un lungo passato? Provando a rispondere a questa domanda viene fuori qualcosa di sorprendente, cioè che quelle caratteristiche che sembravano differenziare in negativo camorra e 'ndrangheta rispetto al modo di operare di Cosa nostra si sono dimostrate invece più adatte alla sopravvivenza e all'espansione nelle mutate condizioni apertesi dopo la repressione permanente che ha caratterizzato l'ultimo trentennio. L'impressione è che il modello piramidale della mafia siciliana si è dimostrato più esposto a una repressione massiccia dello Stato, mentre i modelli organizzativi della 'ndrangheta e della camorra, più elastici e reticolari, si sono dimostrati in grado di assorbire meglio i colpi repressivi senza intaccarne la riproducibilità.
Il colpo letale alla catena di comando - Insomma, è indubbio che la catena repressiva è stata agevolata nella sua efficacia dal modello piramidale della mafia siciliana. Colpendo i capi della struttura di comando si è indebolita tutta la catena, cosa che invece non è avvenuto nelle altre due organizzazioni. Nel caso della camorra la frammentarietà e l'assenza di un comando unico si sono dimostrate più adatte a resistere alla repressione, la struttura organizzativa più elastica è stata capace di assorbire meglio la decapitazione dei vertici dei clan. D'altra parte, date le caratteristiche sociali di massa, la camorra difficilmente poteva darsi un modello piramidale. Per la 'ndrangheta, invece, la struttura organizzativa basata sulla famiglia di sangue ha assorbito più efficacemente i danni delle rivelazioni dei pentiti.
Il diverso legame col mondo politico - Si aggiunga a ciò che la mafia siciliana è stata vittima della sua aspirazione a egemonizzare le relazioni con il mondo politico e istituzionale, mentre la camorra e la 'ndrangheta non hanno mai coltivato un'aspirazione simile. La ricerca del monopolio del comando, la bramosia di un potere assoluto ha condotto Cosa nostra sulla via degli attentati ai vertici delle istituzioni politiche e repressive. Ma quella scia di sangue dei "delitti eccellenti" ha determinato una reazione dello Stato che è andata ben al di là della stessa volontà di coloro che con la mafia siciliana avevano stabilito lunghe e proficue relazioni.
Due modelli criminali a confronto - Dunque, Cosa nostra ha pagato il prezzo della inadeguatezza, nel mutato quadro repressivo dello Stato, del suo modello organizzativo piramidale (di élite criminale) e la sua pretesa di dominio sulla politica, mentre camorra e 'ndrangheta hanno beneficiato, in diverso modo, della loro modalità organizzativa originale rispetto a Cosa nostra e della mai manifestata sete di dominio sulla politica, accontentandosi di proficue relazioni alla pari e mai di sfida aperta per l'egemonia.
Quando si colpisce un élite criminale che esercita un comando centralizzato e dall'alto in basso, la possibilità di una riproposizione del fenomeno ha bisogno di più tempo per realizzarsi con la stessa pericolosità di prima. Nel modello orizzontale della camorra napoletana, basata sulla disponibilità di massa di manodopera criminale, se si colpiscono i capi non si assesta di per sé un colpo risolutivo all'organizzazione, la quale si rigenera continuamente proprio per la fluidità degli apparati di comando e per la bassa soglia di accesso all'élite. E nella 'ndrangheta è la famiglia di sangue a riproporrete gerarchie intaccate dalla repressione.
La capacità di mimetizzazione - Secondo lo studioso Maurizio Catino i diversi modi di organizzazione tra le mafie influenzano i comportamenti, i conflitti, l'impiego della violenza e la capacità di mimetizzarsi nei mercati legali o di aderire meglio ad essi. I modelli basati su clan senza strutturazione sovraordinate sono più caratterizzati da delitti diffusi e meno da delitti politici. Camorra e 'ndrangheta adottano un modello organizzativo più reticolare, più duttile e più congeniale a introdursi in quel confine opaco tra impresa legale e attività illegali. Forse anche in ciò consiste il loro attuale successo.
maremmanews.it, 23 maggio 2021
Nel pomeriggio di ieri, in occasione della visita all'isola di Gorgona dei massimi vertici dell'Amministrazione Penitenziaria, il Coordinamento Provinciale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria di Livorno, ha consegnato nelle mani del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Presidente Bernardo Petralia e del Direttore generale dei detenuti e del trattamento Dott. Gianfranco De Gesu, un documento che delinea la reale situazione delle criticità maggiormente rilevanti, che condizionano fortemente la qualità lavorativa del personale di Polizia Penitenziaria che opera sull'unica isola carcere, ma anche la vivibilità di essa.
Ne dà comunicazione il Segretario Generale Provinciale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria di Livorno Mauro Barile - Oltre agli aspetti strettamente legati alla gestione delle risorse umane ed economiche destinate al penitenziario insulare, ciò che segna è la mancanza di progettualità di attualizzare ogni possibile idea per ridurre, se non evitare del tutto, l'impatto ambientale che sta portando al declino un territorio spontaneamente rigoglioso, seppur distante dalla terra ferma e mal collegato con la città di Livorno, che allo stato dei fatti è negletto! - Aggiunge Barile - La mancanza di acqua potabile, corrente elettrica, riscaldamento e di collegamenti con la terra ferma, è un punto importantissimo a cui le istituzioni e la politica nazionale, ma anche regionale, dovrebbero interessarsi.
Ovviamente, abbiamo chiesto una dirigenza che dia attenzione ai problemi che denunciamo da tempo, ma anche che sia capace di concordare con le OO.SS. un accordo decentrato chiaro, confacente alle aspettative lavorative e al benessere di quel personale che presta servizio sull'Isola di Gorgona, ma anche su quella di Porto Azzurro, attribuendo ad essi un punteggio maggiore per essere trasferito poi nella sede prescelta, essendo le isole sedi di servizio disagiate e che a lungo andare comportano stress da lavoro correlato. - Sulla questione interviene e conclude il Segretario Generale Regionale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Eleuterio Grieco - È importante in questo momento cogliere l'occasione per catalizzare i fondi destinati dall'Europa, affinché l'Italia indirizzi alle due isole carcere della Toscana, come Gorgona e Porto Azzurro-Pianosa, specifici fondi essendo istituti penitenziari particolari, che solo la Nazione possiede, per cui la loro valorizzazione è importantissima, così come è importante ripristinare da subito la Base navale di Porto Azzurro, con nuovi navigli per il ruolo che svolge per Pianosa, essendo stata ricollegata con un progetto di recupero dei reclusi.
Naturalmente, insistiamo affinché si ridisegni la geografia penitenziaria della Toscana con nuovi istituti di pena, partendo da quello di Grosseto, che nonostante sia stata destinata l'area da edificare da più di un anno (ex caserma Barbetti), ancora non sono giunte notizie dell'avvio dei lavori, per cui anche la Regione dovrebbe intervenire affinché questa situazione di stallo si sbocchi immediatamente.
acri.it, 23 maggio 2021
In Italia esistono 17 istituti penali minorili; uno di questi si trova a Nisida, un'i-sola nel territorio del comune di Napoli, collegata alla terraferma da una strada. Non si tratta di un isolotto qualunque però: "Nisida è prima di tutto un luogo meraviglioso, una piccolissima isola del Golfo che ha una flora mediterranea splendida. È un'isola che è stata raccontata da Cicerone, Boccaccio, Dumas, Cervantes..." - ci ha raccontato Maria Franco, che all'istituto minorile - fatto costruire dai Borboni nell'800 - ha insegnato per 35 anni.
A differenza dalle altre carceri minorili d'Italia, dove c'è un'altissima percentuale di ragazzi stranieri, qui gli ospiti sono quasi esclusivamente ragazzi napoletani e dell'hinterland. Nisida è una delle carceri "virtuose", che ha programmato moltissime attività per i ragazzi, dai laboratori di ceramica a quelli di scrittura. La professoressa Franco si è spesa tanti anni per coinvolgere alcuni scrittori in laboratori di scrittura insieme ai ragazzi.
Questo lavoro ha portato anche alla pubblicazione di un libro "Dietro l'angolo c'è ancora strada" (Guida Editori 2020), con il contributo di sette autori, tra i quali Viola Ardone e Patrizia Rinaldi. Perché, per adempiere alla sua funzione rieducativa, il carcere non può ignorare il nesso strettissimo tra bellezza ed educazione: "Se produci una ceramica, rappresenti una commedia, scrivi, disegni o coltivi una pianta, mostri a te stesso di essere capace di raggiungere un risultato che non ha a che fare solo con il negativo. In qualche modo sconfiggi il concetto di desti-no segnato".
Questo, però, non basta, soprattutto dopo una pandemia che ha marcato ancora più fortemente le disuguaglianze tra i ragazzi. "Io non riesco a smettere di pensare che in questo periodo alcuni ragazzi provenienti da contesti difficili abbiano continuato a perdere parole, parole che non hanno appreso. Non apprendere parole aggrava fortemente il percorso futuro di un ragazzo, anche quando tornerà a scuola, se mai ci tornerà" dice Maria Franco. Come qualsiasi altra persona costretta a scontare una pena, la vita esiste anche prima e dopo il carcere e questo è un concetto che anche i ragazzi detenuti a Nisida hanno ben presente.
Sulla quarta di copertina del libro recentemente pubblicato è scritta una frase di uno dei ragazzi detenuti, Giovanni A.: "Credo che lo Stato debba mettere più risorse per i giovani problematici come me che, una volta usci-ti dal carcere, si ritrovano da soli nello stesso contesto da dove venivano e magari han-no anche quella luce dentro di loro, che vorrebbero tirare fuori, ma non hanno gli strumenti per farlo. Lo Stato non pensa a questo, si fa carico di te solo quando sei in carcere, ma una volta libero sei solo".
di Francesca De Benedetti
Il Domani, 23 maggio 2021
Mentre l'Ue con la sua "terza via" mette in salvo la proprietà intellettuale e Big Pharma annuncia le sue concessioni al Global Health Summit, i paesi che da ottobre chiedono la sospensione dei brevetti mostrano la loro determinazione e compattezza. In anticipo sulla tabella di marcia arriva la nuova proposta, il "waiver rivisto". Domani ha potuto leggere il testo che arriva sul tavolo della World Trade Organization. La nuova bozza definisce una durata precisa della deroga (3 anni) ma rimane più ampia dell'idea Usa, che era limitata ai vaccini. Il "nuovo waiver" considera molto altro.
Mentre l'Unione europea con la sua "terza via" mette in salvo la proprietà intellettuale e Big Pharma annuncia le sue concessioni al Global Health Summit, i paesi che da ottobre chiedono la sospensione dei brevetti mostrano la loro determinazione e compattezza. In anticipo sulla tabella di marcia - perché era attesa per la prossima settimana - arriva la nuova proposta, il "waiver rivisto". Domani ha potuto leggere il testo che arriva sul tavolo della World Trade Organization.
Perché un testo rivisto - "Il 2 ottobre India e Sudafrica hanno presentato al consiglio Trips una comunicazione contenente la proposta per il waiver - la deroga - su alcuni provvedimenti dell'accordo Trips e hanno proposto una bozza di decisione.
Il consiglio Trips ha avuto una estesa discussione sulla proposta". Come dire, molti mesi sono passati, molti chiarimenti e dettagli sono stati chiesti a India e Sudafrica. Soprattutto da parte di Unione europea e altri paesi ricchi, che hanno tenuto in ostaggio la proposta. Ma intanto l'iniziativa di India e Sudafrica ha raccolto più di sessanta co-sponsor, i paesi favorevoli sono 118. E ultimamente gli Stati Uniti hanno scongelato l'impasse dichiarandosi favorevoli a discutere la sospensione dei brevetti dei vaccini. Di più: Washington è pronta a discutere su un testo ("text-based negotiation", insomma un livello avanzato di negoziato). "Allo scopo di passare alla negoziazione su un testo, prendiamo in considerazione i feedback ricevuti e presentiamo una bozza di decisione rivista".
Così viene emendato il "waiver" - Stavolta i fautori della proposta sono India e Sudafrica ma anche altri paesi africani, come pure il Pakistan, la Bolivia, Venezuela, Indonesia e ulteriori delegazioni. Gli emendamenti al testo precedente sono riassunti così: anzitutto, stavolta c'è una attenzione al problema delle varianti, che a ottobre non era così evidente. "Abbiamo rivisto il testo alla luce della preoccupazione per le continue mutazioni e dell'emergere di nuove varianti". Poi, i paesi tengono conto dell'obiezione che "la deroga è troppo vasta" e che va precisata meglio. Dunque chiariscono nella nuova versione che "la deroga alla proprietà intellettuale è limitata in relazione a Covid-19" e definiscono meglio anche l'ambito temporale in cui i brevetti andrebbero sospesi.
Tre anni - "Questa deroga dovrebbe essere in vigore per almeno tre anni dalla data in cui la decisione viene presa". Viene prevista una verifica annuale da parte del consiglio generale, che deve accertarsi che sussistano le condizioni di emergenza che hanno consentito la deroga. "Il consiglio generale dovrebbe, da allora, farsi carico di verificare l'esistenza delle circostanze eccezionali che giustificano la deroga. Qualora queste circostanze cessino, il consiglio generale può definire una data in cui interrompere il waiver".
Più ampia degli Usa - La proposta statunitense, ancora non finalizzata in un testo sul tavolo della Wto, si limitava a discutere la sospensione dei brevetti dei vaccini. Il "waiver rivisto" invece mantiene un raggio di azione più ampio: "La deroga andrebbe applicata in relazione a prodotti sanitari e tecnologie che includano diagnostica, terapeutica, vaccini, dispositivi medici, equipaggiamento di protezione per il personale sanitario, i relativi materiali o componenti, e i loro metodi e mezzi di manifattura, per la prevenzione, il trattamento o il contenimento di Covid-19".
di Raffaele Sardo
La Repubblica, 23 maggio 2021
Saranno distribuite il 23 maggio si ritroveranno sotto l'Albero Falcone, per il "Silenzio" delle 17.58, ora dell'attentato. Sono in tessuto di colore blu e portano su di un lato l'immagine stilizzata dell'albero di via Notarbartolo 23 a Palermo, logo della Fondazione Falcone. Sono le mascherine prodotte dalle detenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in numero di 4000, che saranno indossate dalle personalità presenti in occasione della commemorazione della strage di Capaci, che avrà luogo a Palermo domenica 23 maggio nell'aula bunker dell'Ucciardone, il luogo dove si svolse il Maxiprocesso a Cosa Nostra, divenuto uno dei simboli di quella stagione antimafia.
Nella strage avvenuta il 23 maggio del 1992, a Capaci, morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. Vi furono 23 anche feriti. Tra i presenti alla cerimonia per ricordare quell'attentato mafioso, anche il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Le mascherine saranno distribuite anche a coloro che il 23 maggio si ritroveranno sotto l'albero Falcone, per il "Silenzio", alle 17.58, l'ora della strage. L'iniziativa di produrre mascherine su scala industriale nelle carceri, è nata grazie al progetto #Ricuciamo. Si tratta di un progetto nato durante il lockdown nel 2020 frutto della partnership fra Ministero della Giustizia-Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e Commissario straordinario di governo per l'emergenza Covid-19, e sottoscritto dall'allora Commissario Domenico Arcuri e dall'ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Il progetto viene realizzato nelle carceri di Milano-Bollate, Roma-Rebibbia e Salerno. Nel progetto rientra anche il laboratorio di Santa Maria Capua Vetere come succursale per il confezionamento di dispositivi di protezione in tessuto con loghi e messaggi sociali come quello prodotto in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne con la scritta "Stop alla violenza sulle donne" riportata su 20mila mascherine.
In Campania, dunque, vi sono due punti di produzione. A Salerno, dove alle due macchine per la produzione di mascherine chirurgiche allestite a Salerno lavorano su due turni 40 detenuti, e Santa Maria Capua Vetere, dove, invece, sono una decina le detenute del laboratorio sartoriale della sezione femminile dell'istituto a realizzare mascherine. Quelle prodotte in occasione della ricorrenza della strage di Capaci, sono mascherine "di comunità", e dunque vanno indossate sopra altre mascherine certificate. Per questo motivo oltre alle prodotte a Santa Maria Capua Vetere ne arriveranno altrettante chirurgiche prodotte nel carcere di Salerno.
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 23 maggio 2021
Nei prossimi giorni si discuterà il decreto. Una sfida per il governo Draghi con in maggioranza Salvini e il Pd di Letta. L'Italia continuerà a chiudere gli occhi sul tema dei diritti, dei centri di reclusione e delle violenze sui migranti?
Nella notte tra il sette e l'otto aprile scorso un uomo è stato ucciso e due giovani, un diciassettenne e un diciottenne, sono rimasti feriti nel centro di raccolta di Al-Mabani, a Tripoli. Secondo le ricostruzioni dei testimoni della sparatoria raccolte dalle organizzazioni umanitarie che hanno raggiunto il posto, nel centro di detenzione, gravemente sovraffollato, è scoppiata una rissa, le guardie hanno reagito ai disordini aprendo il fuoco indiscriminatamente e alcuni colpi hanno raggiunto le celle uccidendo l'uomo e ferendo i due ragazzi.
Il centro di detenzione di Al-Mabani è un edificio che solo lo scorso anno è stato adibito a centro di smistamento per i migranti riportati indietro dalla Guardia Costiera libica. È lì che dopo le operazioni di sbarco vengono portate le persone, è lì che restano per un tempo indefinito prima di essere spostate in uno dei diciassette centri ufficiali.
Oggi il centro di Al-Mabani è il più affollato a Tripoli. A febbraio, nel giro di poche settimane, è passato dalla capienza prevista - circa 300 persone - a 1500, significa che in ogni stanzone ci sono tra le duecento e le duecentocinquanta persone e che, insieme ai migranti, sono aumentate le tensioni. Le condizioni nel centro di Al-Mabani sono invivibili: c'è poca luce e ventilazione, non arriva abbastanza cibo né acqua, non ci sono bagni per tutti, solo tre o quattro ogni duecento persone, ben al di sotto degli standard internazionali.
Secondo Medici senza Frontiere si contano tre persone per metro quadrato, lo staff medico continua a riscontrare casi di scabbia e tubercolosi e le persone chiedono di dormire vicino alle latrine perché è l'unico posto da cui entri un po' di aria e di luce naturale. Non è la prima volta che emergono racconti di rifugiati e migranti esposti a violenza nei centri di detenzione libici. Negli ultimi mesi sono state segnalate varie sparatorie e conseguenti morti, nel solo mese di febbraio Msf ha curato 36 detenuti per fratture, traumi contusivi, abrasioni e ferite da arma da fuoco. Tutte recenti, tutte riportate nei centri di detenzione.
È a queste condizioni di invivibilità e pericolo che sono esposti i migranti una volta ripresi in mare dalla Guardia Costiera libica, finanziata anche dall'Italia. E non sono solo i migranti a rischiare di fronte all'intervento dei libici. Il sette maggio scorso i pescherecci italiani Artemide, Aliseo e Nuovo Cosimo sono stati avvicinati da una motovedetta libica in acque internazionali a 35 miglia nautiche dalle coste di Misurata. La motovedetta che ha aperto il fuoco ferendo a un braccio e alla testa il comandante della Aliseo, Giuseppe Giacalone, è la Ubari 660, una delle sei motovedette donate dall'Italia alla Libia a seguito della firma del Memorandum di Intesa del 2017, ai tempi dell'esecutivo Gentiloni, quando Marco Minniti era ministro dell'Interno.
È sulla base di questi fatti, più volte documentati e denunciati, che il Parlamento italiano sarà chiamato tra qualche settimana a rivotare il Decreto Missioni che include la Scheda 22 cioè il rifinanziamento alla Guardia Costiera libica. Negli ultimi quattro anni, secondo i calcoli forniti da Oxfam, il totale delle quattro missioni in Libia è costato all'Italia 213 milioni di euro. Ma i fondi delle missioni militari sono solo una parte dei soldi spesi dall'Italia in attuazione dell'accordo italo-libico del 2017: non vi sono conteggiati i 30 milioni di euro del Fondo Africa destinati alla Libia nel triennio 2017-2019, né i fondi di difficile quantificazione che transitano dal Ministero dell'Interno e dal Ministero della Difesa e, se aggiungiamo i soldi destinati alle missioni navali nel Mediterraneo che contengono attività di pattugliamento e coordinamento con la Guardia Costiera Libica (Irini, Mare Sicuro, Sea Guardian), i fondi raggiungono i 755 milioni di euro.
La posizione di Mario Draghi che, nel suo primo viaggio a Tripoli all'inizio di aprile, ha ringraziato la Libia per "i salvataggi in mare", è chiara. Durante il question time del 12 maggio scorso ha ribadito: "La priorità nel breve periodo è il contenimento della pressione migratoria nei mesi estivi. Siamo impegnati a ottenere dai Paesi di partenza, in particolare da Libia e Tunisia, una collaborazione più intensa ed efficace nel controllo delle frontiere marittime a terrestri".
Breve periodo, controllo delle frontiere e contenimento, dunque. Draghi oggi ha di fronte due sfide, la prima in Europa: in occasione del vertice del Consiglio Europeo il prossimo 24 maggio deve tentare di convincere gli altri stati membri a tenere fede agli accordi presi e ripristinare le posizioni dell'accordo di Malta su una effettiva redistribuzione delle persone migranti. La seconda è tutta interna e altrettanto ostica: sintetizzare le posizioni nella sua compagine di governo, la politica dei porti chiusi di Matteo Salvini e le posizioni del nuovo segretario del Pd Enrico Letta.
Sfida nella sfida è quella interna al Pd, chiamato a risolvere una crisi di identità. Il Pd del 2021 sarà lo stesso partito che l'anno scorso, a luglio, disconoscendo l'ordine del giorno emerso dall'Assemblea Nazionale, votò quasi compattamente il rifinanziamento alla Missione in Libia o sarà un partito più vicino alla biografia del segretario?
La memoria corre al 3 ottobre del 2013: un barcone con a bordo 500 migranti naufragò vicino all'Isola dei Conigli, a Lampedusa. Morirono 366 persone. Fu proprio il governo Letta a dare vita a Mare Nostrum, una missione pensata per "garantire la salvaguardia della vita in mare e assicurare alla giustizia coloro che lucrano sul traffico di uomini".
L'Italia mise in campo mezzi navali e aerei della Marina, dell'Aeronautica, della Guardia di Finanza e delle Capitanerie di porto. In un anno, tanto durò Mare Nostrum, vennero effettuati quasi seicento interventi e salvate centomila persone. "Per l'operazione della Marina italiana", disse l'anno successivo il ministro Angelino Alfano decretandone la sospensione, "l'Italia ha speso 114 milioni di euro, 9 milioni al mese".
La palla passò poi all'operazione Triton gestita da Frontex, e a poco a poco i governi europei hanno svuotato il Mediterraneo dai mezzi militari e ostacolato il lavoro delle organizzazioni umanitarie e gradualmente impostato le politiche migratorie non sulla ricerca e il soccorso, ma sulle politiche securitarie e l'esternalizzazione dei confini, delegando il controllo delle coste a istituzioni fragili e compromesse come la Guardia Costiera Libica addestrata e ampiamente finanziata dall'Italia.
Contraddizioni interne ai partiti, contraddizioni interne al governo. Letta, per uscire dall'impasse, rilancia l'idea che la missione Eunavfor Med Irini si trasformi in una missione che consenta anche di gestire i salvataggi in mare, allontanandosi dal proprio mandato. Difficile che avvenga tenendo conto che l'obiettivo principale di Irini è "quello di contribuire all'attuazione dell'embargo sulle armi imposto dall'Onu nei confronti della Libia con mezzi aerei, satellitari e marittimi" e "tenendo conto che la missione è stata appena rinnovata per altri due anni, fino a marzo del 2023", nota Paolo Pezzati di Oxfam che aggiunge: "Molto più probabile che tutti gli sforzi verranno concentrati nel tentativo di cancellazione della Missione alla scheda 22".
Avrebbe un alto valore simbolico, significherebbe cioè ammettere che fino ad ora l'Italia ha sbagliato a finanziare una istituzione compromessa con le milizie armate e i trafficanti ma avrebbe un grande risultato politico: demolire la narrazione costruita intorno al Mediterraneo Centrale negli ultimi anni. Cioè che il problema sia solo in mare e non molto più concretamente a terra.
Quello che è invece più probabile che accada, analizzando le dichiarazioni seguite alle ultime visite di stato (Lamorgese, Draghi e Di Maio in Libia) è che i fondi alla missione verranno sostanziosamente aumentati in continuità con l'esigenza di "contenere i flussi migratori" e per rafforzare il legame con il nuovo esecutivo di Tripoli, legame minacciato dalla presenza sempre più massiccia della Turchia.
Nelle settimane che precedono il voto, il Mediterraneo è praticamente privo di pattugliamento e di un coordinamento dei soccorsi, poche le Ong ancora in condizione di effettuare recuperi (singolare a tale proposito quanto sottolineato da Matteo Villa, analista dell'Ispi: durante il governo Conte II si è arrivati al fermo amministrativo di sette imbarcazioni tra ottobre e dicembre del 2020, lasciando il Mediterraneo privo di assetti di ricerca e soccorso, durante il Conte I erano quattro).
Nelle stesse settimane sono sempre più i migranti riportati in Libia: 9 mila dall'inizio dell'anno, che si aggiungono ai 50 mila dei quattro anni precedenti. A poche settimane dal voto, dunque, l'equazione sulla Guardia Costiera libica è presto fatta: quante più persone vengono riportate a Tripoli, sulla terraferma, dai mezzi della Guardia costiera, tante più persone finiranno nei centri di detenzione, le cui condizioni - inalterate negli anni - espongono i migranti al rischio di abusi, sfruttamento e di violenze.
L'incognita dell'equazione è quali siano le parole d'ordine con cui l'Europa - compattamente - vuole gestire il fenomeno nel lungo periodo. E dunque se, prima di (non) agire in mare intenda agire a terra. Per ottenere una soluzione a terra è necessario che la politica si chieda e proponga progetti di stabilizzazione, sviluppo e lotta alla povertà di medio e lungo termine, non tamponi estivi durante la (ampiamente prevedibile dal calendario) stagione delle partenze.
Continuare a finanziare la Guardia Costiera libica, per l'Italia, significa destinare (sapendolo) un numero crescente di persone a una detenzione arbitraria in luoghi in cui ogni negoziazione sul rispetto dei diritti umani dal 2017 a oggi è fallita. Della discussione sui diritti umani, e la riformulazione del Memorandum, nonostante ripetuti annunci, dopo anni non c'è traccia. Il Parlamento è chiamato a questo, nell'estate del 2021, non a decidere se spendere ma come. Non se negoziare, ma su cosa. Se sul contenimento e la protezione dei confini o sul rispetto dei diritti umani.
di Marco Cappato*
L'Espresso, 23 maggio 2021
I capi partito hanno troppa paura di impegnarsi per i diritti civili. Per questo serve ancora una volta la mobilitazione dal basso. F. è malata terminale di cancro, entro poche settimane sarà morta, mi ha chiesto aiuto per ottenere l'eutanasia e risparmiarsi l'agonia degli ultimi giorni. Se fosse "tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale" avrebbe diritto a farsi aiutare dai medici dell'Asl per la somministrazione di un farmaco letale. Ma i pazienti oncologici come lei, pur se sottoposti a sofferenze insopportabili e irreversibili, sono esclusi da questo diritto introdotto dalla Corte costituzionale nella sentenza del 2019 sul processo a mio carico per l'aiuto a Fabiano Antoniani. In questi due anni il numero di persone che ha ottenuto l'aiuto alla morte volontaria è zero.
Le Asl hanno sempre negato il rispetto della volontà del malato anche quando rientra nei criteri stabiliti dalla Corte. Con Filomena Gallo e l'Associazione Luca Coscioni forniamo assistenza legale e informazioni, con il Numero Bianco sul fine vita 0699313409, ma servirebbe una legge per definire procedure, scadenze e responsabilità.
La stessa Consulta aveva rivolto un "monito al legislatore affinché provvedesse all'adozione della disciplina necessaria al fine di rimuovere il vulnus costituzionale riscontrato", perché "l'esigenza di garantire la legalità costituzionale deve prevalere su quella di lasciare spazio alla discrezionalità del legislatore". Ma il Parlamento ha fatto orecchie da mercante.
Già, il Parlamento. Nel 1984 Loris Fortuna, già padre della legge sul divorzio, firmò la prima proposta di legge per la legalizzazione dell'eutanasia. Il Parlamento non la discusse. Nel 2006, in occasione della lotta di Piergiorgio Welby per la propria "morte opportuna", il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scrisse che davanti alla richiesta di Welby "l'unico atteggiamento ingiustificabile sarebbe il silenzio". Il Parlamento restò muto. Nel 2013 abbiamo depositato una proposta di legge di iniziativa popolare per l'eutanasia legale, il Parlamento non ne ha discusso nemmeno per un minuto. Alla fine della scorsa legislatura, nei giorni del processo "Cappato-DJ Fabo", fu adottata la legge sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento: un'ottima legge ma sconosciuta ai più.
Da allora sono arrivati due richiami della Corte costituzionale e le assoluzioni di Mina Welby e mie nei processi per altre azioni di disobbedienza civile. E in Parlamento? Forza Italia ha bloccato la discussione senza che dai vertici del Pd né da quelli del M5S sia stata spesa una parola di impegno a discutere la legge. I sondaggi danno costantemente i favorevoli alla legalizzazione oltre il 70%, viene da chiedersi perché i capi dei partiti - inclusi quelli in teoria più favorevoli - continuino a impedire il dibattito. Se un tempo si sarebbe potuta attribuire la responsabilità al Vaticano, oggi Papa Francesco, che non ha cambiato posizione sulla "morte naturale", non organizza truppe parlamentari come i suoi predecessori.
Le ragioni vanno piuttosto ricercate nella paura dei capi partito che temi relativi ai diritti civili non rientrino nelle logiche di coalizione, o fazioni e correnti, che occupano strutturalmente gruppi sempre meno rappresentativi di realtà sociali. Il Governo di larghissime intese di Mario Draghi, nato per fronteggiare la pandemia e risollevare il Paese, dovrebbe suggerire al Parlamento la libertà di assumersi la responsabilità di decisioni slegate dalle sorti dell'esecutivo.
Il fine vita sarebbe un tema su cui esercitarle, ma le possibilità di approvare una legge per l'eutanasia, come accaduto il mese scorso in Spagna, non si materializzeranno prima della fine della Legislatura. F. non ha tempo, come non ne hanno decine di migliaia di malati che nei prossimi anni, senza un intervento legislativo, si troveranno a subire condizioni di tortura insopportabile.
L'Associazione Luca Coscioni ha promosso un referendum per depenalizzare l'aiuto attivo a morire e aprire la strada a una legge sul modello olandese, belga e spagnolo. La raccolta inizia a luglio per finire a settembre. Se i partiti non vogliono decidere, lo potranno fare gli elettori.
*Tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 23 maggio 2021
Tra le case danneggiate dai raid Gli Usa: soldi solo ad Abu Mazen. "Ma non c'è alcuna trasparenza". La strada sterrata taglia attraverso i campi verso Est e verso la torretta di guardia dall'altra parte della barriera. I fichi d'India fanno da guardrail spinoso, la pianta è un simbolo sia per i palestinesi che per gli israeliani (sabra in ebraico è il soprannome dei primi pionieri), entrambi ne ammirano la determinazione graffiante. Oltre ai paramilitari in mimetica chiara è vietato andare, attorno a loro siedono all'ombra altri gruppi di uomini che la mimetica l'hanno lasciata a casa. Passano qui tutta la giornata, ci sono già stati venerdì dalle prime ore della tregua fino al tramonto, guardano le scavatrici poco lontano, aspettano di vedere se dalla sabbia emerga un corpo, là sotto ci sono i loro commilitoni.
"Non rispondo". Nessuno tra i miliziani parla ma a Khan Younis tutti sanno che al giorno 4 della guerra alcuni di loro sono scesi nel sistema di gallerie per rifornirle di cibo e acqua, mentre i comandanti delle Brigate Ezzedin Al Qassam credevano che gli israeliani stessero per invadere la Striscia. Era uno stratagemma e, sepolta nei tunnel bombardati dall'aviazione, è rimasta quella avanguardia. Quanti siano - per ora sono stati recuperati una ventina di cadaveri - potrebbe fare la differenza per il governo israeliano che fino all'ultimo ha perseguito un'immagine di vittoria.
Forse è troppo tardi. Mohammed Deif - il capo militare di Hamas, nato proprio a Khan Younis - è già il più celebrato tra i leader fondamentalisti, il buio della clandestinità in cui vive da 30 anni ha contribuito a illuminarne la leggenda anche tra i palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania. Tutto a sfavore del rispetto portato al presidente Abu Mazen, che sta al potere da 16 anni: ieri avrebbero dovuto tenersi - il raìs le ha annunciate e cancellate - le prime elezioni parlamentari dal 2006, allora le aveva vinte Hamas che un anno dopo ha tolto con un golpe il controllo della Striscia all'Autorità di Ramallah.
Così la partita per i cuori e le menti - come la chiamava il generale americano Stanley McChrystal in Afghanistan - passa attraverso il portafoglio dei donatori e su chi debba averne accesso. Joe Biden dalla Casa Bianca ripete che qualunque finanziamento per la ricostruzione di Gaza verrà versato al governo di Abu Mazen. "Il problema è che non c'è trasparenza - spiega Omar Shaban, fondatore dell'organizzazione indipendente PalThink - e i Paesi esitano a versare all'Autorità palestinese le cifre promesse perché temono vadano disperse. È già successo con la conferenza dei donatori dopo la guerra nell'estate del 2014".
Il Qatar ha deciso di aprirsi la sua rappresentanza - un cubo di marmo bianco sul lungomare della Striscia - e le centinaia di milioni di dollari trasportate nelle valigie dall'ambasciatore sono state distribuite ad Hamas. Con il beneplacito del governo di Benjamin Netanyahu. "In questo modo gli israeliani hanno di fatto permesso agli integralisti di rafforzarsi - continua Shaban. Io propongo di creare un fondo speciale, con un consiglio di garanzia, che stabilisca le priorità e supervisioni l'uso degli aiuti". Il piccolo emirato del Golfo, in cerca di grandezza diplomatica, fa consegne in contanti e diventa impossibile verificare come siano utilizzati. Seicento famiglie ancora aspettano di ricevere i contributi per ricostruire le case distrutte nei quasi due mesi di conflitto tra luglio e agosto di sette anni fa.
Abdelhadi Musallam deve ancora restituire i soldi chiesti allora ad amici e parenti. Per rendere di nuovo abitabile la palazzina di famiglia nel campo rifugiati di Bureij aveva bisogno di 8 mila dollari, nella Striscia oltre la metà dei due milioni di abitanti vive sotto la soglia di povertà estrema, fissata dai burocrati della disperazione a 1.90 dollari al giorno.
I funzionari locali delle Nazioni Unite gli hanno detto di anticipare la cifra, gli sarebbe stata rimborsata appena il suo nome fosse salito nella lista. "Sto ancora aspettando. Intanto è successo questo", dice mentre impasta il cemento e ripara gli squarci sul tetto.
La casa accanto è stata bersagliata la settimana scorsa, appartiene a un comandante di Hamas, i blocchi di cemento e metallo sono volati dall'altra parte del vicolo, hanno devastato anche le stanze di Abdelhadi. L'Onu calcola che in questi 11 giorni di conflitto - i palestinesi uccisi dai bombardamenti sono quasi 250, 13 gli israeliani ammazzati dai razzi lanciati dai fondamentalisti - le abitazioni distrutte siano 2 mila, quelle danneggiate 17 mila.
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