di Giulia Merlo
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Fu Bonafede a nominare a capo del Dap Francesco Basentini, preferendolo a Nino Di Matteo. Proprio di questo ha parlato Luca Palamara in audizione alla commissione Antimafia. La vicenda dei pestaggi da parte della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere su cui c'è un'indagine è un grosso problema per l'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
All'epoca dei fatti, il ministro, per bocca del sottosegretario Vittorio Ferraresi, aveva risposto a un'interrogazione del deputato di Più Europa Riccardo Magi, dicendo che "il 6 aprile 2020, è stata disposta l'esecuzione di una perquisizione straordinaria all'interno del reparto "Nilo". Si è trattato di una doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto, alla quale ha concorso, oltre che il personale dell'istituto, anche un'aliquota di personale del gruppo di supporto agli interventi".
I pestaggi, documentati da Domani con i video, secondo l'ex guardasigilli erano dunque "una doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto". Non solo, il ruolo di Bonafede nella vicenda è legato anche alla sua nomina ai vertici del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del magistrato Francesco Basentini, a cui hanno fatto seguito polemiche perché per quel posto era stato vagliato anche l'attuale consigliere del Csm, Nino Di Matteo. Nel suo ruolo di capo del Dap, Basentini rispondeva "Hai fatto benissimo" agli aggiornamenti del provveditore delle carceri della Campania, Antonio Fullone, sulla "perquisizione straordinaria" del carcere.
Proprio oggi in commissione Antimafia è stato audito l'ex magistrato Luca Palamara, al quale è stato chiesto di raccontare come venne gestita proprio la nomina di Basentini e chi si era adoperato per favorirla, a scapito di Di Matteo. Palamara ha dichiarato che la nomina in quel ruolo così delicato e tenuto in alta considerazione dalla magistratura associata "non fu dettata dalle correnti della magistratura, ma fu frutto di una scelta diversa che in quel contesto si stava verificando all'interno del ministero della Giustizia". Secondo Palamara, Basentini fu preferito a Di Matteo anche se non aveva i requisiti specifici per il ruolo perché "Basentini non si era mai occupato appieno di questioni carcerarie. Quindi restammo colpiti quando il suo nome cominciò a circolare".
Il capo del Dap, infatti, gestisce una serie di informazioni delicate che provengono da ambienti carcerari e il profilo richiede una specifica esperienza anche nel settore della lotta alla mafia. Sempre stando al racconto di Palamara, Di Matteo non venne nominato perché "quella gestione e mole di informazioni poteva rafforzare ancora di più il personaggio di Di Matteo nella magistratura. E quando si rafforza un personaggio così il sistema si preoccupa per trovare un punto di equilibrio".
Insomma, per non rafforzare il profilo di Di Matteo il ministro Bonafede "ha nominato Basentini, tenendo conto di questo meccanismo e ascoltando suggerimenti che sconsigliavano questa scelta". Basentini, infatti, rappresentava il punto di equilibrio perché "da un lato, formalmente poteva essere ricondotto alla corrente di Unità per la Costituzione e, dall'altra, evitava il rafforzamento di Di Matteo".
Dopo queste dichiarazioni, il membro della commissione Antimafia Maurizio Lupi ha ipotizzato di ascoltare nuovamente proprio l'ex ministro Bonafede, per far luce sul perché della nomina di Basentini.
di Giuliano Foschini e Fabio Tonacci
La Repubblica, 1 luglio 2021
I manganelli alzati a Santa Maria Capua Vetere non sono stati i soli. Ventuno carceri si ribellarono tra l'8 e l'11 marzo 2020: tredici vittime tra i detenuti, 107 agenti feriti e nessun responsabile accertato.
Ci sono sessanta ore - dalle 13.15 dell'8 marzo del 2020, alla notte dell'11, quando tutto è finito - che rischiano di diventare il punto di non ritorno della storia delle carceri del nostro Paese. Perché i manganelli alzati a Santa Maria Capua Vetere non sono stati i soli. Anzi. In quei due giorni e mezzo ventuno carceri si ribellarono, tra dirigenti impreparati e detenuti impauriti (alle volte strumentalmente) dall'ondata pandemica che stava attraversando il Paese. Il bollettino non necessita di commenti: 13 morti, tutti carcerati. Tre a Rieti, uno a Bologna, cinque a Modena, altri quattro trasferiti da Modena e deceduti ad Alessandria, Parma, Verona e Ascoli, 107 agenti feriti, 69 detenuti ricoverati. Sono passati 15 mesi. E non una sola responsabilità è stata accertata. Sullo sfondo dell'impunità, soltanto i nomi di persone morte mentre erano sotto la custodia dello Stato.
Il racconto che fino ad oggi si è voluto accreditare è quello di detenuti che, dopo aver messo a ferro e fuoco gli istituti di pena, hanno assaltato le farmacie, facendo razzia di metadone e antidepressivi. Deceduti per overdose. Tutti: Marco Boattini (40 anni), Ante Culic (41 anni), Carlos Samir Perez Alvarez (28 anni), Haitem Kedri (29 anni), Hafedh Chouchane (37 anni), Erial Ahmadi (36 anni), Slim Agrebi (40 anni), Ali Bakili (52 anni), Lofti Ben Mesmia (40 anni), Abdellah Rouan (34 anni), Artur Iuzu (42 anni), Ghazi Hadidi (36 anni), Salvatore Cuono Piscitelli (40 anni).
Nessuno però ha ancora spiegato quel che risulta dalle autopsie: denti rotti, ferite alla testa, ecchimosi. Nessuno ha voluto dar seguito a dettagliate lettere di denuncia dei loro compagni di cella, che hanno riportato, la loro versione di quanto accaduto nelle sessanta ore. A Modena è aperta un'inchiesta per l'omicidio colposo di Salvatore "Sasà" Piscitelli, 40 anni, una vita storta che sembrava aver preso una direzione diversa proprio in prigione, dove Sasà aveva scoperto un talento: quello di attore. Sasà è uno dei 471 detenuti che ha partecipato alla rivolta del carcere di Modena. Ed è morto, "per intossicazione di metadone", nel pomeriggio del 9 marzo nel carcere di Ascoli. Secondo gli atti, Piscitelli e gli altri erano stati visitati prima di essere trasferiti. Ed erano in grado di viaggiare.
"A Modena Sasà stava malissimo - scrive un suo compagno di carcere - ed è stato anche picchiato sull'autobus. Quando siamo arrivati ad Ascoli, non riusciva a camminare". "Quando ci hanno scaricato - aggiunge un secondo detenuto, anche lui in una lettera in cui dice di temere ritorsioni - lo hanno trascinato fino alla cella. Buttato dentro come un sacco di patate... Hanno picchiato di brutto. A Modena era troppo debole. Non è riuscito a resistere a quelle botte".
E ancora: "Salvatore è arrivato ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmaci. Era stato brutalmente picchiato a Modena e durante il trasferimento. Non riusciva a camminare e doveva essere sostenuto", riferiscono altri cinque detenuti. "Hanno picchiato con il manganello in faccia persone in stato di alterazione dovuta all'abuso di farmaci. Noi stessi siamo stati picchiati dopo esserci consegnati agli agenti. Molti vengono presi a calci, pugni e manganellate nelle celle".
Voci. Voci simili a quelle che arrivano da Rieti, dove sono morti Boattini, Perez Alvarez e Culic. "Chi è stato male - si legge in una lettera agli atti della procura reatina, prossima alla chiusura delle indagini - non è stato subito portato all'ospedale: hanno avuto un primo soccorso e sono stati riportati a morire in una cella soli e in preda ai dolori, abbandonati come la spazzatura. Per noi che invece eravamo lì, nei giorni a seguire non è stato facile: sono entrati cella per cella, ci hanno spogliato chi più chi meno e ci hanno fatto uscire con la forza, messi divisi in delle stanze e uno alla volta passavamo per un corridoio di sbirri che ci prendevano a calci, schiaffi e manganellate; per i più sfortunati tutto ciò è durato quasi una settimana tra perquisizioni, botte, parolacce, ci dicevano 'merde, testa bassa!', 'vermi' e quando l'alzavi per dispetto venivi colpito ancora più forte".
Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha inviato ispettori a Modena per le denunce dei detenuti. Lo stesso, nelle prossime settimane, succederà altrove. Sul tavolo resta poco altro. Le dimissioni dell'allora capo dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini. Le parole dell'ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, quando in Parlamento disse "le rivolte in carcere sono atti criminali di minoranza, lo Stato non indietreggia". Guardando le immagini di Santa Maria Capua Vetere, leggendo le denunce dei detenuti di mezza Italia, si può dire che no, non ha indietreggiato. Ha fatto altro.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Già a partire dal 7 aprile 2020, all'indomani dei pestaggi sistematici nei confronti dei detenuti del carcere di Santa Maria Capua Vetere, diversi ufficiali e agenti della Polizia penitenziaria hanno redatto e inoltrato una informativa di reato nei confronti di 14 detenuti, falsamente rappresentando la necessità, durante la perquisizione straordinaria del 6 aprile 2020 nella sezione "Nilo", di aver dovuto operare un contenimento attivo delle persone denunciate.
di Ezio Mauro
La Repubblica, 1 luglio 2021
Il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Ma lo Stato dov'era? Mancava del tutto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, durante il pestaggio organizzato il 6 aprile dello scorso anno dagli agenti di polizia penitenziaria nei confronti dei detenuti che il giorno prima avevano organizzato una protesta per chiedere mascherine e tamponi dopo la comparsa del virus Covid nel penitenziario. Mancava la fedeltà alla Costituzione, che prescrive il senso di umanità nel trattamento dei prigionieri, l'ubbidienza alle leggi che regolano i diritti di ognuno, l'osservanza dei regolamenti che governano una comunità anomala e complessa come il carcere: e infine il rispetto per la democrazia e i suoi principi, e la coscienza della civiltà in cui viviamo, che è la cornice d'obbligo dentro la quale lo Stato opera a tutela del bene comune.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 luglio 2021
Difficile trovare un compromesso tra diritto di cronaca e rispetto delle regole. Ma una cosa dobbiamo chiedercela: chi ha fatto arrivare alla stampa quelle immagini di Santa Maria Capua Vetere?
È innegabile la portata di drammaticità emersa dal video pubblicato dal quotidiano Domani in cui si vedono chiaramente le violenze subìte dai detenuti lo scorso 6 aprile 2020 per mano di centinaia di agenti di polizia penitenziaria. Quelle sequenze di aggressività e sopraffazione dei (finti) custodi verso i loro custoditi, la riproposizione del "sistema Poggioreale" come metodo illegale di punizione, lo svilimento della dignità dei detenuti: tutto ciò è stato un pugno nello stomaco per moltissimi di noi, che pure da anni ci occupiamo di queste vicende, ma soprattutto per altri colleghi che spesso si mostrano indifferenti alle criticità dell'esecuzione penale, e per una grande fetta della società civile. Probabilmente quelle immagini hanno anche spinto la Ministra Cartabia a prendere una posizione più netta nei confronti di quegli accadimenti.
Sicuramente quel video ha disvelato qualcosa per molti inimmaginabile. Come spesso ricorda il sociologo dei fenomeni politici, Luigi Manconi, "il carcere e la caserma sono istituzioni totali, secondo la classica definizione di Erving Goffman: sono strutture chiuse, sottratte allo sguardo esterno e al controllo dell'opinione pubblica e della rappresentanza democratica". Ora invece tutti possono vedere. Ma nonostante il valore pedagogico, siamo sicuri che quel video andava pubblicato? Ci siamo posti la stessa domanda relativamente alle immagini degli ultimi istanti di vita dei passeggeri nella funivia del Mottarone. Non è semplice dare una risposta: c'è il gioco il diritto di cronaca, la necessità di denunciare pubblicamente misfatti così terribili, ma non dobbiamo dimenticare il rispetto delle regole e del codice di rito. Si tratta di un documento che, seppur non coperto da segreto istruttorio, ai sensi dell'articolo 114 comma 2 c.p.p. non può essere pubblicato, in quanto relativo a procedimento in fase di indagine preliminare. E allora ci si chiede: chi ha fatto arrivare ai colleghi del Domani il video? La procura aprirà un fascicolo di indagine per stabilire eventuali responsabilità?
di Adriano Sofri
Il Foglio, 1 luglio 2021
I video dal carcere di Santa Maria Capua Vetere, gli agenti che manganellano i carcerati e la dipendenza che dà un gesto simile. Per uscirne occorre una terapia forte (e un ministro della Giustizia diverso da Bonafede). Ho guardato i video di Santa Maria Capua Vetere avendo in mente la frase del disgraziato che gli scherzi della vita avevano fatto ministro della Giustizia: "Una doverosa azione di ripristino della legalità".
Li ho guardati vedendovi attraverso gli innumerevoli episodi analoghi di cui non ci sono video. Il diavolo, amico dei prigionieri, ci ha messo la coda: gli agenti credevano di aver manomesso le telecamere di sorveglianza, ma erano stati maldestri. Qualcuno ha detto che episodi così bestiali non si dovranno più vedere. Qualcuno si è detto che per la prossima volta bisogna imparare a metterle davvero fuori uso, le telecamere di sorveglianza. Del resto i tempi nuovi entrano anche in galera: già qualche anno fa un pestaggio nei sotterranei di un carcere era stato ripreso e poi pubblicato dal telefono di un agente. Modernità ambigua: può esserci un agente che si sottrae a violenza e omertà, o uno che di botte e torture si vuole far bello. Ad Abu Ghraib, le torture fecero il giro del mondo perché una giovane torturatrice le filmò e si filmò per vantarsene coi suoi a casa. Nel filmato, viene manganellato anche un anziano detenuto sulla sedia a rotelle: la giustizia è uguale per tutti.
Anch'io tendo ad augurarmi che non si protragga la carcerazione preventiva degli agenti impiegati per la mattanza. Manca il pericolo di fuga - dove potrebbero fuggire? E a vivere di che? - o quello di inquinare le prove - le avranno già inquinate meglio che potevano, dopo quindici mesi. Ma non si dica che non sussiste nemmeno il rischio della reiterazione del reato. Picchiare i detenuti è una di quelle cose che, una volta fatte, diventano un'abitudine, pressoché una dipendenza. Una droga pesante. Occorre una terapia forte, per uscirne. E non avere più grossisti delle doverose azioni di ripristino della legalità.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 1 luglio 2021
Non c'è attenuante che regga: lo stress, le proteste dei giorni precedenti, il virus. Quella che abbiamo visto è una pratica pianificata di violenza machista di massa che coinvolge decine e decine di poliziotti.
Le immagini interne al carcere di Santa Maria Capua Vetere parlano chiaro. Tutti abbiamo potuto vedere le violenze gratuite e brutali commesse da agenti di Polizia Penitenziaria su qualunque detenuto gli passasse sotto mano, finanche se su sedia a rotelle. È' stata una rappresaglia indiscriminata, illegale, disumana che non ammette alcuna giustificazione. Non c'è attenuante che regga: lo stress, le proteste dei giorni precedenti, il virus. Quella che abbiamo visto è una pratica pianificata di violenza machista di massa che coinvolge decine e decine di poliziotti. È qualcosa che ci porta dentro l'antropologia della pena e della tortura.
Ogni difesa acritica del loro comportamento è inammissibile in uno Stato costituzionale di diritto. Ogni sottovalutazione o tentativo di circoscriverne la portata non aiuta a riportare il sistema penitenziario nell'arco della legalità. In quel video non abbiamo visto mele marce al lavoro. Erano troppo numerosi i responsabili delle violenze e non si intravedevano mele sane che provavano a riportare i colleghi alla ragionevolezza. Questo non significa che le mele sane non vi siano. Sono fortunatamente tante, lavorano in silenzio, non vomitano odio sui social, non si fanno condizionare da chi inneggia alle forze di polizia russe o brasiliane, non fanno carriera quanto meriterebbero. La quantità di poliziotti coinvolti ci porta però dentro valutazioni di tipo sistemico.
Dunque, in attesa del processo penale, proviamo a definire alcune vie di uscita da questo meccanismo di auto-esaltazione. In primo luogo vorremmo che le più alte cariche dello Stato dicano un no secco e senza eccezioni alla tortura e alla violenza istituzionale, preannunciando non solo un'indagine rapida amministrativa interna che porti a sanzioni disciplinari ma anche la volontà di costituirsi parte civile nel futuro procedimento penale. I provvedimenti del Dap di sospensione degli agenti coinvolti vanno in questa direzione. Così come le parole inequivoche della ministra della Giustizia Marta Cartabia che ha parlato di "tradimento della Costituzione" nonché "di oltraggio alla dignità della persona dei detenuti".
In secondo luogo vorremmo che l'organizzazione penitenziaria rimetta al centro figure professionali quali educatori, assistenti sociali, animatori, mediatori, psicologi e che si riapra dappertutto il carcere alla società esterna. C'è chi per motivi economici avrebbe voluto cooptare gli educatori nel corpo di Polizia. Un errore di visione che avrebbe cambiato la fisionomia del carcere, a scapito della trasparenza e delle finalità costituzionali. Ogni occhio che arriva da fuori le mura è una forma di prevenzione dalla tentazione di maltrattamenti. Il direttore di carcere deve essere inequivocabilmente messo al vertice della gerarchia interna, senza cedere alle pressioni corporative delle organizzazioni sindacali autonome di Polizia penitenziaria. I sindacati confederali devono essere un'avanguardia democratica e mai cedere alla competizione securitaria con quelli che chiedono più taser per tutti. È necessario che si adottino linee guida nazionali su come gestire situazioni di rischio, affidandosi anche a una formazione interdisciplinare e interprofessionale.
La video-sorveglianza deve coprire tutte le aree del carcere, anche quelle oscure, come le scale o le sezioni di isolamento. I medici non devono mai sentirsi costretti dentro rapporti di tipo gerarchico con chi ha funzioni di controllo. Devono essere messi nelle condizioni di visitare in libertà e riservatezza le persone che hanno subito violenza. Infine vorremmo che vi fosse una visione costituzionale e condivisa della pena. La Costituzione non va tollerata, elusa, ridicolizzata. La Costituzione va rispettata, applicata. Sarebbe un gran bel segnale se all'indomani dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere fosse adottato un nuovo regolamento di vita penitenziaria (il precedente è del 2000) ispirato ai principi di responsabilità, integrazione, normalità e rispetto della dignità umana.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 1 luglio 2021
Parla Salvatore, uno dei detenuti picchiati nel carcere di Santa Maria Capua Vetere: "Io nel video sono quello incappucciato, quello che prende botte in testa, alla schiena, alle gambe, al volto". "Arrivarono con i caschi per non farsi riconoscere. Mi colpirono in testa e sulla schiena. Nelle celle tremavano tutti".
Salvatore Q. detto Sasà, 45 anni, accusato di spaccio, è uno di quei detenuti pestati al Reparto Nilo, carcere di Santa Maria Capua Vetere, in quelle ore d'inferno del 6 aprile 2020. Accetta di parlare con Repubblica perché, dice, "per fortuna sono uscito da lì, ora sono agli arresti domiciliari, ma gli abusi devono finire, quello che è successo è stato uno schifo. E infanga le buone divise". Il suo racconto è agli atti, piccolo rivolo nella maxi indagine che conta 27 faldoni, una ventina di video (per 4 ore di maltrattamenti), 2300 pagine di ordinanza del Gip che tirano dentro 117 indagati. Proprio i mesi più cupi del primo lockdown - con la giustizia alla quasi totale paralisi nella primavera 2020 - hanno visto invece totalmente mobilitata la Procura di Santa Maria Capua Vetere guidata da Antonietta Troncone, con l'aggiunto Alessandro Milita e i pm Daniela Pannone e Alessandra Pinto, impegnati in una corsa contro il tempo, e contro depistaggi e falsi, che alla fine ha mostrato lo squarcio raggelante già anticipato dalle denunce del garante Samuele Ciambriello e dell'associazione Antigone. Ieri, i primi 9 interrogatori del gip Sergio Enea: e qualche prima ammissione. "Sono stati commessi gravi errori".
Il buco nero in cui è entrato Salvatore, uno dei pochi a denunciare autonomamente i maltrattamenti, è lo stesso descritto nelle varie "sommarie informazioni" rese agli inquirenti da decine di altri reclusi picchiati a sangue. Come il povero algerino Hakimi Lamine: che a 28 anni, nonostante i suoi problemi di schizofrenia, durante la "carica" di torture, subì la frattura del naso e dopo un mese di abbandono in isolamento, la fece finita con un mix di psicofarmaci. Oppure, ancora, come Vincenzo Cacace, altro ex detenuto ormai scarcerato: è lui l'uomo che si vede, sempre nei fotogrammi dell'orrore, picchiato alla testa e al petto col manganello, nonostante sedesse su una sedia a rotelle. Ora dice: "Sono stati disumani".
Salvatore, come sta adesso?
"Quello che è successo non lo posso dimenticare. Alcuni segni li porto sulla pelle, altri stanno dentro e non me li levo più di dosso".
Quale è stato il suo referto, quali danni conserva?
"La mia schiena era diventata un bersaglio. Lividi, ematomi, versamento di liquidi portati per mesi. Ma parliamo degli effetti che si vedono. Poi ci sono quelli che non si vedono".
Si riferisce alle conseguenze psicologiche.
"Parlo del fatto che, anche quando sono andato fuori dal carcere di Santa Maria, non ho più dormito per settimane. La rabbia, la paura, lo choc, l'impotenza. Non lo so che cosa è stato. So di avere visto, in quelle ore, in carcere, molti che tremavano vicino a me, nelle celle. E forse tremavo pure io e non lo sapevo".
Che cosa successe, quindi, il pomeriggio del 6 aprile, al Reparto Nilo?
"Vennero queste guardie da fuori... Lo so, non si chiamano guardie né secondini, ma tra noi sapete c'è il linguaggio del carcere. Comunque un gruppo che si vedeva subito: intenzionato al peggio. Venuto per fare squadrismo".
Da cosa si vedeva?
"Con i caschi, i manganelli, tutti coperti per non farsi riconoscere. Già quando li vedi così capisci subito che non stanno venendo in pace".
Può fare lo sforzo di ricordare, ancora una volta?
"Ci presero con la forza. Alcuni li portarono in una sala ricreativa, a noi ci vennero a prendere nelle celle, uno per uno. Si fiondarono innanzitutto nei nostri armadietti: hanno preso i nostri rasoi, ci hanno tagliato le barbe".
Perché?
"Dicevano: volete fare i boss? Ora ve li tagliamo noi questi peli".
E poi?
"Si concentrarono su quasi tutti i piani del Reparto Nilo. Ci costringevano a uscire e ci buttavano nei corridoi. Dove c'erano decine di loro a destra e a sinistra. Noi passavamo in mezzo: arrivavano manganelli, calci, pugni. Io ho preso un sacco di cazzotti e colpi alla schiena, me l'hanno fotografata, sta agli atti...".
Impossibile reagire.
"Ma ha capito che 300 detenuti in mano loro erano niente? Io li ho guardati negli occhi. Ma ci riempivano di maleparole. Mi dicevano: "Vi uccidiamo. Non vi illudete, qui comandiamo noi"".
Lei è stato uno dei pochissimi a denunciare, perché?
"Perché io ho avuto la fortuna di uscire da lì dentro il 10 aprile, solo quattro giorni dopo che mi hanno abboffato di mazzate. Ho scritto su Facebook un post. Ho detto che era stata fatta un'infamia ai detenuti".
Lei ricorda dell'algerino Lamine?
"Lo ricordo bene, era un mio compagno di cella: stava dentro per reati scemi, un bravo guaglione"
Del tipo?
"Furto. Invece le guardie lo hanno ammazzato di botte".
Non ha mai avuto paura di denunciare.
"No, voglio raccontare. Io i miei conti con la giustizia li pago, di errori ne ho fatti. Ma non voglio essere un sacco di patate su cui si devono sfogare gli altri. La mia dignità deve restare a me".
di Riccardo Noury*
Il Domani, 1 luglio 2021
Le immagini diffuse da Domani su ciò che avvenne il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e che il giudice per le indagini preliminari ha definito "una orribile mattanza" lasciano senza fiato. Vedendole e rivedendole, ho sperato che arrivassero da un luogo lontano: dalla Colombia in stato d'emergenza, da Myanmar dopo il colpo di stato. Invece, provenivano da un luogo distante neanche 200 chilometri da Roma. Come 19 anni prima a Bolzaneto, funzionari dello stato italiano hanno infierito su persone in loro custodia immaginando che quei comportamenti non sarebbero diventati pubblici o comunque confidando nell'impunità. Nel primo caso, immaginarono male ma confidarono bene.
L'impunità di Genova - Come già ricordato da Domani attraverso una serie di articoli sul ventesimo anniversario del G8 di Genova, nei confronti di persone inermi tanto alla scuola Diaz quanto nella caserma di Bolzaneto attrezzata a centro provvisorio di detenzione, venne praticata la tortura: pestaggi violentissimi (la "macelleria messicana" descritta dall'allora vicequestore di Genova Michelangelo Fournier), atti crudeli come lo spegnimento di sigarette sui corpi dei detenuti, umiliazioni degradanti. Sappiamo com'è andata a finire: col trionfo dell'impunità. Quella parola, tortura, ripetuta infinite volte nei dibattimenti giudiziari sui fatti di Genova non trovò spazio nelle sentenze perché nel codice penale ancora non era menzionata. E non sarebbe stata menzionata fino al luglio 2017 quando, grazie a un'ostinata campagna delle organizzazioni non governative, all'impegno di diversi parlamentari e a un'importante sentenza della Corte europea dei diritti umani dello stesso anno, il parlamento colmò un ritardo quasi trentennale e introdusse finalmente nell'ordinamento italiano il reato di tortura.
La legge sulla tortura - La legge non è perfetta: è ridondante e infarcita di locuzioni e aggettivi inutili come se il legislatore, dopo 28 anni e mezzo di continui ostacoli all'approvazione di un testo, si fosse arreso a votarne uno sperando che la sua ampollosità ne avrebbe reso problematica l'applicazione. Ma da allora la legge contro la tortura è stata applicata. Due processi, relativi a episodi avvenuti nelle carceri di Ferrara e San Gimignano, si sono chiusi con condanne per tortura.
Altre indagini sono in corso per presunte torture avvenute in altri istituti di pena italiani. C'è da sperare che la legge sarà applicata anche rispetto ai fatti, terribili, di Santa Maria Capua Vetere. Così lascia sperare la decisione del giudice per le indagini preliminari di disporre l'esecuzione di 52 misure cautelari, molte delle quali nei confronti di agenti della polizia penitenziaria, per vari reati tra cui, per l'appunto, torture pluriaggravate: l'"abbattimento dei vitelli", come veniva descritta l'azione punitiva del 6 aprile 2020 nelle conversazioni tra gli agenti. Resta il fatto che c'è qualcosa, nel nostro paese, che da sole le leggi non saranno sufficienti a cambiare: stiamo assistendo, da anni, a una profonda erosione dell'idea di universalità dei diritti.
Ribadita nei comizi e amplificata praticamente ogni giorno sui social, sta diventando sempre più accreditata la pericolosa teoria che i diritti non siano innati ma si abbiano comportandosi bene. Si meritino, dunque. E poiché chi è in carcere si suppone si sia comportato male, non merita diritti, ne è automaticamente privato. Così diventa un "vitello da abbattere".
Così accade che leader politici solidarizzino immediatamente con funzionari dello stato accusati di aver praticato torture e inequivocabilmente ripresi nell'atto di compierle. Sebbene accompagnate dal plauso dei social, si tratta di dichiarazioni irresponsabili che, oltretutto, procurano un danno enorme a tutti gli operatori delle forze di polizia che quotidianamente svolgono il loro lavoro, in condizioni spesso difficili, nel pieno rispetto dei diritti umani.
P.S. Per una drammatica coincidenza, le immagini di Santa Maria Capua Vetere sono state diffuse mentre erano da poco in rete le riprese di un brutale intervento dei carabinieri a Milano, all'alba del 27 giugno. Sebbene le ricostruzioni di quanto accaduto nei minuti precedenti siano parziali e contraddittorie, le manganellate che si vedono costituiscono comportamenti inaccettabili.
*Amnesty Italia
di Federico Marconi
Il Domani, 1 luglio 2021
Non tutta la politica condanna fermamente le violenze e le torture avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. C'è il silenzio del Movimento 5 Stelle, alle prese con i problemi interni sì, ma che allora era al governo con il Pd ed esprimeva il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. E poi ci sono Matteo Salvini e Giorgia Meloni: i due leader di Lega e Fratelli d'Italia si sono schierati al fianco degli agenti arrestati. Non solo loro: anche i sindacati più che prendersela con i loro colleghi, se la prendono con i quotidiani che informano sulla "orribile mattanza" avvenuta nell'istituto di pena campano e annunciano provvedimenti.
Il silenzio del Movimento 5 Stelle - La "spedizione punitiva" degli agenti della polizia penitenziaria è avvenuta il 6 aprile 2020. Allora al governo c'era il Movimento 5 Stelle con il Partito democratico. Dopo l'uscita delle prime notizie sui pestaggi, il loro esecutivo aveva risposto a un'interrogazione parlamentare del 16 ottobre scorso dicendo che ciò che era successo era solo una "doverosa azione di ripristino di legalità e agibilità dell'intero reparto". Allora ministro della Giustizia era un pentastellato, Alfonso Bonafede. Domani ha chiesto all'ex capo del Dap Francesco Basentini - fortemente voluto proprio da Bonafede e che era stato informato della "perquisizione straordinaria" dal provveditore Antonio Fullone - se il ministro ne fosse stato messo al corrente, ma non ha voluto rispondere. Forse è per questo motivo, o forse perché è alle prese con la querelle Grillo-Conte, che dal Movimento non si è levata ancora nessuna ferma condanna dalle personalità di vertice. Dopo la pubblicazione dei video, abbiamo chiesto una dichiarazione al capo politico ad interim Vito Crimi, ma il suo portavoce ha detto che era irreperibile per le vicende interne ai 5 Stelle.
La destra con i poliziotti - Non solo condanne e silenzi, c'è anche chi sta con i poliziotti. Come il segretario della Lega Matteo Salvini, che oggi alle 17 è atteso fuori dal carcere di Santa Maria Capua Vetere per testimoniare la sua solidarietà agli uomini delle forze dell'ordine coinvolti nell'inchiesta. Dopo la pubblicazione dei video, il segretario della Lega non ha voluto commentare su Domani le violenze perpetrate dagli agenti nel carcere campano. Si è espresso solo ieri mattina, affermando che "Serve rispetto per uomini in divisa che ci proteggono in strada, i singoli errori vanno puniti. Conosco quei padri di famiglia sotto accusa e sono convinto che non avrebbero fatto nulla di male". E per dimostrare il suo sostegno si presenterà proprio fuori la prigione del "massacro".
Nessun commento invece dalla presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, che si è limitata a dare sostegno agli agenti arrestati nella giornata di lunedì, a cui aveva espresso "solidarietà e vicinanza": "Fratelli d'Italia ha piena fiducia nella Polizia Penitenziaria, negli agenti e nei funzionari del Dap intervenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per reprimere la gravissima rivolta organizzata dai detenuti durante il lockdown", aveva affermato in una nota alle agenzie lunedì. Il vicepresidente della Camera di Fdi, Fabio Rampelli, era stato ancora più netto esprimendo il suo "sconcerto" per gli arresti: "Qualcuno ha la memoria corta. Gli agenti furono completamente abbandonati dalle istituzioni. La magistratura forse dovrebbe indagare su quello e non su agenti che compiono quotidianamente il loro dovere senza risorse umane sufficienti, senza dotazioni adeguate".
I sindacati all'attacco (dei giornali) - Chi difende a spada tratta gli autori dei pestaggi sono i sindacati. Dopo gli arresti, tutte le sigle - dal Sappe, alla UilPa, fino alla Fp Cgil - avevano espresso la loro solidarietà ai 52 poliziotti arrestati. Nessuna marcia indietro c'è stata dopo la pubblicazione dei video e delle prove a carico dei loro colleghi. Al contrario, i vari segretari se la sono presa con quei quotidiani che hanno raccontato le violenze e hanno dato conto all'opinione pubblica dei funzionari di polizia coinvolti. Sia il segretario del Sappe, Donato Capece, sia quello di Fp Cgil, Stefano Branchi, hanno scritto due diverse lettere. Branchi protesta con il capo del Dap: "Appare del tutto discutibile ed aberrante, tenendo altresì conto delle eventuali violazioni normative in materia di privacy", stigmatizzando "la diffusione mediatica, specie a mezzo stampa locale, delle specifiche generalità (compreso foto) dei poliziotti penitenziari coinvolti nei fatti argomenti".
Donato Capece invece parla di "gogna mediatica": "La polizia penitenziaria è formata da persone che hanno valori radicati, un forte senso d'identità e d'orgoglio". Poi annuncia una reazione: "Il Sappe intende anche costituirsi parte civile nei confronti di coloro i quali, con il loro scorretto comportamento professionale, hanno di fatto prodotto ed alimentato una campagna denigratoria verso tutta l'istituzione penitenziaria, che ogni giorno svolge delicati compiti istituzionali, e messo in serio pericolo l'incolumità delle persone".
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