di Giacomo Carobbi
Il Tirreno, 26 maggio 2021
Tutto esaurito al "Piccolo Bolognini" per la prima nazionale di "Stabat Mater" messa in scena in chiave moderna dell'opera della poetessa Grazia Frisina. Proiettato per la prima volta, al Piccolo Teatro Mauro Bolognini, il cortometraggio "Stabat Mater", frutto del progetto voluto e realizzato dall'associazione teatrale Electra del regista pistoiese Giuseppe Tesi, che ha visto recitare attori teatrali professionisti insieme ad alcuni detenuti della casa circondariale di Santa Caterina in Brana, dove sono state girate gran parte delle scene.
Una prima nazionale importante per un'opera altrettanto speciale che in poche ore ha visto esaurirsi i biglietti a disposizione per il pubblico e che proprio nei giorni scorsi, dopo la diffusione via web del trailer, si è guadagnata il patrocinio del Senato della Repubblica. Un riconoscimento che va ad affiancare quelli di Regione e Comune, per la soddisfazione del regista.
"I patrocini conferiscono dignità - ha dichiarato Tesi, 55 anni, fiorentino di nascita ma con base professionale stabilmente in città da molti anni - e la dignità è elemento immediato di distinzione oltre ad essere la prima componente che deve essere ricercata nell'espressione artistica. Ma l'altro aspetto con cui con molta umiltà il gruppo di lavoro si è mosso è quello di aver cercato un contatto con le emozioni ed una risposta nei sentieri della speranza. E questa, a differenza della dignità, ha il respiro più ampio ed ha il linguaggio eterno del cinema e del teatro".
Il progetto "Stabat Mater" parte da lontano. I lavori erano iniziati prima dello scoppio della pandemia e sono stati portati avanti anche grazie a una campagna di crowdfunding che ha coinvolto enti, sponsor e privati cittadini. L'opera consiste nella messa in scena in chiave moderna dello Stabat Mater, così come l'ha interpretato la poetessa siciliana Grazia Frisina nella sua opera "Madri", con una sceneggiatura rielaborata dallo stesso regista e da Martina Novelli. A fianco dei detenuti hanno lavorato l'attrice di scuola ronconiana Melania Giglio e Giuseppe Sartori, prodotto della fucina del Piccolo di Milano, che ha coadiuvato Tesi anche nel ruolo di aiuto regista. "Con il variare di scene, volti, voci, rumori, musiche, di ritmi incalzanti - spiega il regista - si assiste al pianto di Maria che s'intreccia e diventa contrappunto dolente al fluire di storie, di vite spezzate, di rimpianti taciuti, di sogni soffocati, che nel profondo ci toccano e ci attraversano assieme al senso misterioso della vita tutta".
Quotidiano di Puglia, 26 maggio 2021
Un progetto di reinserimento all'interno del carcere, nasce la Pasticceria Sociale: "Vogliamo che siano reintegrati nel mondo del lavoro". Nasce a Taranto, all'interno della Casa circondariale, la "Pasticceria Sociale": si tratta di un progetto di reinserimento e integrazione per le persone soggette a provvedimenti restrittivi di natura giudiziaria. Il sindaco Rinaldo Melucci e la direttrice della Casa circondariale cittadina Stefania Baldassari hanno sottoscritto il protocollo d'intesa per dare il via alle attività dedicate allo sviluppo del progetto.
L'amministrazione, grazie alla collaborazione tra gli assessori ai Servizi Sociali Gabriella Ficocelli e allo Sviluppo Economico Fabrizio Manzulli, con questo protocollo si impegna a organizzare tutte le attività previste per l'ampliamento del laboratorio di pasticceria già esistente, con l'adeguamento dei locali esistenti e dell'impianto elettrico, oltre la realizzazione di un portale per l'e-commerce e l'e-marketing.
L'obiettivo è promuovere su scala nazionale i prodotti che verranno realizzati all'interno del nuovo laboratorio. Il Comune di Taranto ha previsto, in favore della Casa circondariale, 150mila euro per la fornitura di attrezzature e 50mila euro per servizi connessi al progetto. Si tratta di fondi a valere sulla quota complessiva di 20,5 milioni di euro di cui l'amministrazione è destinataria nell'ambito del "Piano relativo a interventi volti a garantire sostegno assistenziale e sociale per le famiglie disagiate nei comuni di Taranto, Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola".
"Oggi si inizia a realizzare plasticamente qualcosa di importante - le parole del primo cittadino -, che deriva da una legge delle 2016 che aveva individuato risorse da destinare a progetti rivolti a categorie sensibili. Insieme alla direttrice Baldassari, abbiamo individuato una di queste categorie nelle persone attualmente soggette a provvedimenti restrittivi di natura giudiziaria: aderendo ai principi costituzionali, vogliamo che siano reintegrati nel mondo del lavoro e nelle dinamiche della comunità. La firma apre una prospettiva importante per alcune di queste persone, è l'inizio di una sperimentazione che con la dottoressa Baldassari vogliamo estendere progressivamente ad altre categorie".
"Tra Comune e Casa circondariale - il commento della direttrice Baldassari - c'è un legame che ha visto una perfetta sinergia in ogni fase della stesura di questo protocollo, soprattutto rispetto alla finalità di questa progettualità finanziata direttamente dal ministero competente. Siamo tutti orientati verso il raggiungimento delle medesime finalità, il miglioramento di questo territorio, ciascuno secondo le proprie competenze".
di Cesare Giuzzi
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Nonostante gli interventi, l'area "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale". Dodici arresti nel clan della droga. Sei giovani spacciatori morti investiti dai treni: uno era un minorenne del clan Mansouri. La sera del 5 dicembre 2020. Sono le dieci. L'Intercity notte per Lecce supera la stazione di Rogoredo e corre verso Bologna. Le carrozze viaggiano a novanta all'ora, è buio pesto. Il macchinista intravede una sagoma sul lato sinistro della motrice. Non fa neppure in tempo ad azionare i freni. Il colpo non lascia scampo. Il treno si ferma 500 metri più avanti. Il macchinista dà l'allarme e con una torcia risale i binari. A fianco delle rotaie c'è il corpo di un giovane uomo, è gracile, ha la pelle olivastra.
Non è un suicidio. Gli investigatori della Polfer lo capiscono appena la vittima viene identificata: Mohamed Mansouri, marocchino, senza fissa dimora. Mansouri non è uno dei tanti fantasmi che popolano la zona di Rogoredo. È un ragazzo di 15 anni che fa parte del più importante clan magrebino dello spaccio. Sono loro ad avere in mano buona parte del mercato della droga nei boschi milanesi. Da Rogoredo al Parco delle Groane. Vengono da Oulad Fennane, paesino rurale di 8 mila abitanti nell'entroterra del Marocco. Anche Mohamed, nonostante i suoi 15 anni, aveva alle spalle la traversata del Mediterraneo e una vita difficile in strada. Ma soprattutto era uno dei Mansouri e come i parenti vendeva droga nel più florido mercato d'Italia dell'eroina.
Gli investigatori lo avevano fotografato nella sua postazione, a poche centinaia di metri dal luogo in cui è stato travolto: un banchetto artigianale attrezzato sul basamento del muro di cinta della ferrovia. I disperati in cerca di una "punta" di eroina da una parte, lui dall'altra con la mano che si infila oltre la recinzione, in un'intercapedine, prende i soldi e passa la dose.
Mohamed Mansouri era una delle sei vittime "collaterali" del bosco di Rogoredo. Ragazzi, pusher o consumatori, morti investiti dai treni mentre attraversavano i binari per raggiungere il grande mercato. Sono 12 gli arresti eseguiti lunedì dalla squadra di polizia giudiziaria della Polfer, guidata dal commissario Angelo Laurino. Pusher e grossisti del Boschetto. Tutti marocchini (due Mansouri) tranne Ambra C., 33 anni, incensurata, schiava della droga che faceva da autista: "Quando non mi dà i soldi, due grammi e mezzo di nera me li dà. E io preferisco", diceva.
Il gruppo aveva in mano una parte del Boschetto, la zona che da via Sant'Arialdo ai campi di San Donato. "Sono stati fatti grandi interventi, ma la soluzione è ancora lontana. L'area continua a richiamare tantissimi consumatori", hanno spiegato l'aggiunto Laura Pedio e il pm Leonardo Lesti che hanno coordinato l'indagine. Rogoredo "suscita tuttora un grandissimo allarme sociale", ha rimarcato il gip Stefania Donadeo nel suo provvedimento. Oltre 100 i fogli di via emessi dalla questura in questi mesi.
La droga veniva pericolosamente nascosta nella massicciata lungo i binari. Oppure gettata dai grossisti ai pusher dall'auto in corsa: "Rallenta rallenta finché non passa quello. La strada è nostra, amico. L'hai lanciata?". Sono 39 le cessioni documentate. In alcuni casi i poliziotti si sono dovuti fingere tossicodipendenti per avvicinarsi agli spacciatori. Tutto avveniva al "Ponte spezzato", a 1.300 metri da Rogoredo.
Gli investigatori della Polfer partono seguendo i consumatori e i cellulari trovati a casa di Ossama Riagi, detto Sofiane, 23 anni. Da lui arrivano a Salah Sandar, altro magrebino arrestato a febbraio che custodiva la droga in una casa abbandonata di via Kuliscioff, vicino a Bisceglie. Sofiane era attentissimo: condannato a 4 anni già da minore, non toccava mai la droga, stava sempre attento a non "bruciare" i luoghi d'imbosco dello stupefacente. La banda non si fermava mai: "C'è in giro roba scadente. Mi sono stancato a tagliarla". "L'hai fatta diventare troppo scura". "Sto aggiungendo da me, se trovo la bilancia. Sarà una spazzatura".
lavocedigenova.it, 26 maggio 2021
La consigliera comunale democratica Cristina Lodi: "Questa proposta vuole contrastare il rischio che il divario fra città e carcere possa essere sempre più forte e marcato". Il Comune di Genova ha detto sì alla proposta di delibera presentata dal Partito Democratico per l'istituzione del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale.
"Questo risultato mi dà grande soddisfazione - dichiara la consigliera comunale Cristina Lodi che ha lavorato al documento - ed arriva al termine di un percorso partecipato in cui sono state coinvolte numerose associazioni che ogni giorno offrono servizio all'interno del carcere. Ringrazio la Conferenza regionale del volontariato e giustizia della Liguria insieme a tutti coloro che durante le audizioni in aula hanno portato il loro contributo, così come le opposizioni. Questa proposta vuole contrastare il rischio che il divario fra città e carcere possa essere sempre più forte e marcato e dà alla nostra città un'opportunità che ha in sé sia elementi di garanzia che funzioni di indirizzo, studio e promozione all'accesso ai servizi comunali".
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 26 maggio 2021
Cominciò nel 1961 con una notizia letta in metro: l'arresto di due giovani studenti portoghesi che a Lisbona avevano brindato alla libertà. Oggi l'ong compie 60 anni, passati a combattere le ingiustizie. "Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo". Sessant'anni dopo, la foto sulle prime pagine di mezzo mondo del volto tumefatto del dissidente bielorusso Roman Protasevich rapito dalla polizia del dittatore Alexander Lukashenko col criminale dirottamento del volo Ryanair da Atene a Vilnius, conferma esattamente quanto scrisse sessant'anni fa l'allora trentanovenne londinese Peter Benenson.
Aveva letto sul giornale, mentre viaggiava sulla metro, che due studenti portoghesi erano stati arrestati e condannati dalla magistratura in pugno all'autocrate fascista António de Oliveira Salazar perché "colpevoli" di aver fatto un brindisi alla libertà in un caffè di Lisbona e non riusciva a toglierselo di mente: ma come, in Europa, quindici anni dopo la fine della guerra e dei regimi di Hitler e Mussolini! Scandalizzato, aveva inviato quindi al settimanale londinese The Observeruna lettera aperta dal titolo "The Forgotten Prisoners", i prigionieri dimenticati, che cominciava proprio con quelle parole su citate.
I miracoli, a volte, capitano. E fu così quel 28 maggio 1961: l'appello ai lettori perché si mobilitassero, scrivessero ed esercitassero pressioni sui governi per chiedere l'amnistia e il rilascio dei prigionieri politici fu istantaneamente raccolto non solo dai cittadini ma da oltre una trentina di giornali internazionali. Poche settimane e dalla campagna di stampa nasceva Amnesty International. Che nel giro di sei mesi aveva già sedi e strutture in Gran Bretagna, Irlanda, nei Paesi Bassi, in Belgio, Francia, Svezia, Norvegia, Australia, Stati Uniti.
Quel 1961 non era un anno qualsiasi. Era il centenario, spiegherà lo stesso Benenson, della liberazione dei servi della gleba in Russia e dell'inizio della guerra civile americana che avrebbe portato alla liberazione degli schiavi: "In passato i campi di concentramento e altri buchi infernali del mondo erano immersi nell'oscurità. Oggi sono illuminati dalla candela di Amnesty, una candela avvolta dal filo spinato. Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: "Meglio accendere una candela che maledire l'oscurità"".
Da quel momento, l'organizzazione umanitaria, che aveva scelto come obiettivo di partenza la liberazione di un poeta angolano, un filosofo romeno e un avvocato spagnolo tutti vittime di regimi di tipi diversi proprio per significare l'opposizione verso ogni tipo di dittatura, si è guadagnata il Nobel per la pace del 1977 dando battaglia sui fronti più diversi. Da Haiti, che Peter Benenson visitò nel 1964 spacciandosi per un turista così da raccontare gli orrori di Francois Duvalier detto Papà Doc, ai regimi militari africani, dall'Urss ai paesi arabi, dall'Indocina a Paesi occidentali sulla carta estranei a ogni violenza.
Vent'anni dopo la fondazione, nel 1981, come ricorda un'inchiesta di Storia Illustrata, due numeri dicevano tutto: "Su 1.573 nuovi casi di prigionieri "adottati" si hanno 1.449 liberazioni: una percentuale altissima, addirittura strabiliante". Certo, non sono mancate le polemiche. Soprattutto a partire dagli anni novanta. "Amnesty ha subito una metamorfosi profonda. Non si occupa più soltanto di prigionieri e dissidenti, ma spazia dal matrimonio omosessuale all'aborto come "diritto umano"", riassunse ad esempio Giulio Meotti sul Foglio di qualche anno fa, "Un tempo, Benenson e soci si battevano contro l'apartheid e il comunismo. Oggi i loro eredi vogliono curare i peccati delle democrazie e si occupano di denunciare il big business e il climate change".
Vero? Falso? Il dibattito ogni tanto si riaffaccia. Certo è che ancora oggi, come ricordano campagne importanti come quelle contro la pena di morte ("perché uccidere chi uccide per dimostrare che non bisogna uccidere?") ancora applicata in oltre 120 paesi del mondo o contro la barbarie delle "spose bambine", Amnesty è sempre in prima fila. Contro le sevizie nei centri di detenzione di migranti in Libia, contro le sparizioni di dissidenti inghiottiti dalle prigioni cinesi, contro le esecuzioni (almeno 246 nel solo 2020) in Iran, contro i silenzi di tanti regimi sulla repressione del dissenso.
Basti ricordare la sacrosanta e cocciuta attenzione con cui l'organizzazione umanitaria insiste da anni al fianco dei genitori per avere la verità sulla morte di Giulio Regeni o pretende la scarcerazione sempre in Egitto dello studente Patrick Zaki. Così come aveva dato battaglia perché fossero processati i carabinieri responsabili della morte di Stefano Cucchi. I quali dopo anni e anni sono stati sì condannati. Ma non per tortura. Dettaglio su cui alla pena di riflettere.
Sono passati trecento novantuno anni, infatti, dalla "sentenza data a Guglielmo Piazza e Gio. Giacomo Mora i quali con onto pestifero hanno appestato la Città di Milano l'anno 1630" prima che un tribunale italiano condannasse finalmente, quest'anno, un pubblico ufficiale per questo tipo di reato. Certo, non c'è paragone tra i supplizi inflitti a un detenuto nel carcere di Ferrara (fatto "denudare e inginocchiare e in quella posizione percosso" e quindi vittima di un "trattamento inumano e degradante") e quelli cui furono sottoposti (ne scrive Alessandro Manzoni in "Storia della colonna infame") i due poveretti accusati d'essere gli untori della peste a Milano.
Ma il ritardo italiano rispetto ad altre nazioni resta imperdonabile. Così come va registrato che questa prima condanna italiana (al minimo della pena, tre anni col rito abbreviato) era stata preceduta giorni prima dall'arresto di altre tre guardie del carcere di Sollicciano ma anche dalla reazione di Edmondo Cirielli, di Fratelli d'Italia: "Ribadiamo la necessità di riscrivere il reato di tortura, introdotto dalla sinistra per delegittimare il lavoro delle forze dell'ordine". Ma come, alleggerirlo dopo tanti anni di battaglie perché fosse finalmente introdotto?
Ecco: non è detto che la possibilità di processare i carnefici per il reato di tortura sia una conquista acquisita. Vale anche qui il monito di Pietro Calamandrei per le stesse fondamenta della nostra Repubblica: "La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La Costituzione è un pezzo di carta, la lasci cadere e non si muove: perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile; bisogna metterci dentro l'impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Il premier: "Inaccettabili le immagini dei bambini morti". La questione verrà affrontata nel vertice di giugno. Macron: "Intesa difficile". L'Europa che si occupa di economia o che discute di vaccini è molto diversa da quella che affronta temi spinosi come l'immigrazione. Sulle prime due questioni si dibatte e si litiga ma alla fine trovare un accordo che vada bene a tutti, o quasi, non è impossibile. Ma sui secondi si rischia di andare a sbattere contro il muro che da anni hanno sollevato molte capitali europee.
Mario Draghi l'ha capito ieri al termine del consiglio europeo nel quale ha provato a spiegare che occorre un cambio di passo rispetto a come i 27 hanno affrontato l'emergenza migranti fino a oggi. E in particolare la questione dei ricollocamenti tra gli Stati membri: "Deve esserci un accordo più efficace, la pura volontarietà ha dimostrato di essere abbastanza inefficace", spiega al termine del vertice. Il premier parla con negli occhi le immagini terribili diffuse dalla ong Open Arms dei cadaveri di bambini sulla spiaggia di Zuwara, in Libia.
Immagini che giustamente definisce "inaccettabili" ma che non sembrano riuscire a spingere i capi di Stato e di governo, al di là della solidarietà mostrata anche in passato di fronte ad altre tragedie del Mediterraneo, fino a prendere decisioni più coraggiose come varare una missione europea di ricerca e soccorso oppure aprire all'accoglienza di quanti sbarcano sulle nostre coste. Unica concessione: accettare di discutere di immigrazione nel prossimo vertice che si terrà a giugno, l'ultimo prima dell'estate. "I primi passi sembrano dimostrare una certa consapevolezza che occorre una risposta solidale non indifferente", afferma il premier prendendo atto della disponibilità dimostrata. Però poi ammette che "per ora sappiamo che saremo da soli fino al prossimo consiglio europeo. Sta a tutti noi prepararlo bene".
Ecco, se vorrà portare a casa qualche risultato l'Italia farà bene a preparare bene il prossimo vertice. I rischi che si concluda con un niente di fatto sono infatti reali e non solo perché il solito Viktor Orbán ha già chiarito che lui vuole "proteggere le famiglie ungheresi". Ma anche perché un leader non certo ostile alle posizioni italiane come Emmanuel Macron vede difficile la possibilità di un'intesa tra i 27: "Mentiremmo a noi stessi se dicessimo che a giugno risolveremmo il pacchetto migratorio in tutta la sua totalità. I disaccordi sono ancora troppo forti e il tema deve essere preparato" avverte il presidente francese.
Qualche apertura comunque non è mancata: "La volontà di venirci incontro c'è, perlomeno a parole", dice Draghi. Tra i Paesi più sensibili ci sono Francia e Germania che con l'Italia potrebbero costituire l'impalcatura di una riedizione del patto di Malta del 2019, con una serie di Stati che accettano di accogliere i migranti. Magari prevedendo un meccanismo di ricollocamenti obbligatorio e non più su base volontaria. Il rischio è quello però di creare una seconda Europa: "Si può individuare un sottoinsieme di Paesi che si aiutano", spiega infatti il premier.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 26 maggio 2021
Un gran parlare di droga, sui giornali, all'improvviso. E no, non è iniziata la discussione
parlamentare sulla liberalizzazione. È solo che ci si è moltissimo preoccupati, collettivamente, che Damiano dei Maneskin avesse sniffato cocaina in diretta (era 'in diretta', che sarebbe stato inopportuno) e che questo potesse far perdere al gruppo il titolo di campioni d'Europa. Ma no, la morigeratissima rockstar ha fatto il test e si è rivelato 'pulito', caso più unico che raro, la qual cosa ha fatto sentire tutti più tranquilli: complimenti vivissimi.
Intanto a Sabaudia, non lontano da Roma, ventidue braccianti indiani si drogavano, invece. Ventidue accertati, poi chissà. Un medico ha rilasciato loro, nel tempo, un migliaio di prescrizioni per acquistare in farmacia, a carico del Servizio Sanitario Nazionale, circa 1500 confezioni di un farmaco a base di ossicodone, un oppioide simile alla morfina.
Il farmacista, per nulla insospettito, gliele vendeva. I braccianti non avevano nessuna malattia invalidante. Semplicemente venivano indotti - invitati? costretti? - a drogarsi per non sentire la fatica del lavoro nei campi e fare turni più lunghi. Le indagini - inchiesta 'No pain' - hanno mostrato come l'esenzione da ticket abbia prodotto un danno all'erario per oltre 146mila euro. Inganno ai danni dello Stato, l'evasione fiscale: questioni di soldi. Reati di frode, falso, truffa. Che i braccianti indiani prendessero qualcosa di simile alla morfina per non sentire i crampi, in fondo, è secondario. Che sarà mai. Che il datore di lavoro li costringesse: sarà provato? Ci sono i filmati? Non lo facevano forse di loro iniziativa e con piacere? Chi può dirlo. Lo scandalo pubblico, a Sabaudia, langue.
di Marco Omizzolo
Il Manifesto, 26 maggio 2021
Un medico, un farmacista e un avvocato impegnati nel business del doping per i braccianti indiani della provincia di Latina allo scopo di non far sentire loro le fatiche fisiche e psicologiche legate allo sfruttamento. È quanto emerge dall'operazione "No Pain" condotta martedì 25 maggio dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Latina, coordinata dal Procuratore aggiunto Carlo Lasperanza e dal sostituto Giorgia Orlando della Procura pontina.
I destinatari dei provvedimenti sono indagati per illecita prescrizione di farmaci ad azione stupefacente, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, frode processuale, falso e truffa ai danni dello Stato. L'ordinanza di custodia cautelare in carcere ha riguardato un medico di medicina generale di Sabaudia, tre misure cautelari interdittive della sospensione dai rispettivi pubblici servizi, per la durata di un anno, sono state indirizzate ancora al medico pontino, ad un farmacista e all'avv. Pescuma Luigi di Latina, una misura cautelare ha riguardato invece il divieto di dimora nella provincia di Latina a carico di una cittadina marocchina.
Secondo le indagini, il medico di Sabaudia rilasciava illecitamente, per finalità non terapeutiche, a 222 assistiti indiani, spesso braccianti, circa 1.000 prescrizioni per la gran parte a carico del Servizio Sanitario Nazionale, per la dispensazione di oltre 1.500 confezioni di un farmaco stupefacente con principio attivo ossicodone. L'assunzione del medicinale avveniva non per curare le patologie degli assistiti indiani ma per consentirgli di sostenere i gravosi turni di lavoro nelle campagne pontine.
Venivano inoltre prescritte 3.727 ricette mediche indicando falsamente il codice di esenzione ticket a favore di 891 pazienti, provocando un danno al Sistema Sanitario per circa 146 mila euro e prescritti farmaci mai consegnati ai pazienti intestatari delle ricette, il cui costo veniva rimborsato alla farmacista indagata. Il medico di Sabaudia, in concorso con gli altri indagati, redigeva anche falsi certificati per l'illecita regolarizzazione dei migranti, attestando falsamente la loro presenza in Italia antecedente all'8.3.2020. Infine il medico italiano redigeva, con l'avvocato Pescuma di Latina, un certificato medico per un 51enne pontino già colpito da "ordine di esecuzione per la carcerazione e decreto di sospensione del medesimo", attestante false patologie psichiatriche per ottenere una misura alternativa alla detenzione.
Quest'importante operazione dà ragione al dossier presentato proprio sul manifesto nel 2014 da In Migrazione denominato "Doparsi per lavorare come schiavi". Nel corso degli anni, il numero dei braccianti migranti dipendenti da sostanze dopanti è aumentato, come anche il relativo business criminale. I lavoratori indiani più sfruttati hanno da tempo iniziato ad utilizzare anche eroina, spesso acquistata nei mercati della droga di Castel Volturno e Villa Literno oppure romana.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 26 maggio 2021
La polizia algerina ha fermato decine di persone in tutto il Paese per reprimere le manifestazioni di piazza inscenate ogni venerdì dal movimento Hirak. Venerdì scorso è stata vietata dalla polizia la 118esima manifestazione dell'Hirak, il movimento algerino nato nel febbraio 2019 contro la candidatura per il quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika, poi costretto a dimettersi. Dopo un anno di totale lockdown, i giovani della "rivoluzione del sorriso" o della "primavera algerina", come la stampa locale ha battezzato la protesta avevano ripreso a manifestare già da febbraio, chiedendo un radicale cambiamento del sistema politico e il rinvio delle elezioni anticipate annunciate dal presidente Abdelmadjid Tebboune. L'Hirak vuole anche una nuova costituzione elaborata in modo partecipativo e non calata dall'alto come quella entrata in vigore il primo gennaio di quest'anno, e il rinnovo di un governo che comprende elementi del gruppo di potere intorno a Bouteflika.
Con il regime che adesso accusa il movimento di essersi lasciato infiltrare da "elementi separatisti e da correnti illegali vicini al terrorismo", le prigioni si riempiono nuovamente. E preoccupa la sorte di 22 detenuti in sciopero della fame dal 6 aprile, arrestati tre giorni prima con il pretesto di "attentato all'unità nazionale e raduno sedizioso". Tre giorni fa, gli agenti della Brigade de recherche et d'intervention hanno fermato ottocento persone solo nella capitale, e bloccato ogni accesso al centro della città a chi avrebbe voluto partecipare alla marcia, mentre i fedeli che uscivano dalla moschea Al-Rahma, solitamente i primi a mettersi in marcia dopo la grande preghiera del venerdì, sono stati invitati a rientrare nelle loro case. La sede del partito d'opposizione Rassemblement pour la culture et la démocratie è stata circondata dalle forze di sicurezza, con un centinaio di militanti che s'erano rifugiati al suo interno. Nel frattempo, alla questura di Algeri le camionette della polizia continuavano a scaricare centinaia di persone arrestate.
Come ci spiega al telefono un attivista del Comité national pour la libération des détenus, associazione che aiuta i perseguitati per i diritti d'opinione, che i fermati sono stati tutti brutalizzati dalla polizia, com'era già successo le settimane precedenti, sebbene le immagini di queste violenze girate con i cellulari stavolta non siano state pubblicate in rete per via della censura imposta ai media che seguono l'Hirak. In Cabilia, intanto, regione tradizionalmente ribelle, si sono verificati violenti scontri tra manifestanti e forze dell'ordine con imponenti cortei nelle città di Béjaia e Tizi Ouzou. "La situazione non farà che peggiorare fino alle prossime elezioni anticipate che contro il parere dell'Hirak si terranno il 12 giugno", dice sempre l'attivista che per ovvi motivi chiede di mantenere l'anonimato.
Da diverse settimane il regime cerca di impedire ogni forma di protesta, e il ricorso alla violenza della polizia ha già ottenuto l'effetto di smobilitare le folle di manifestanti, soprattutto dopo che dal 9 maggio per ogni raduno di piazza è richiesta un'autorizzazione rilasciata del ministero dell'Interno. "Il solo modo che abbiamo per sconfiggere la repressione è di marciare numerosi nelle strade del Paese, ma la gente adesso ha davvero paura". Tuttavia, altri analisti si dicono certi che ci vuole altro per fermare l'Hirak e che il movimento è destinato a perdurare nel tempo finché non otterrà le riforme richieste.
Sono i due i rischi maggiori che corre l'Hirak. Il primo è che gli attivisti non riescano a strutturare politicamente la protesta in corso da due anni, nel qual caso il movimento sarà comunque destinato ad estinguersi col tempo. Il secondo è che questo vuoto politico possa favorire gli estremisti islamici, i quali silenziosamente sfruttano la crisi sociale ed economica per guadagnare consensi. E che potrebbero rovesciare il regime come fecero in Egitto i Fratelli musulmani quando scipparono la rivoluzione ai martiri di Piazza Tahrir.
Anche l'Onu si dice "sempre più preoccupata" per la situazione in Algeria in cui alcuni diritti fondamentali, come il diritto di libertà d'opinione e quello di riunirsi pacificamente sono "continuamente violati", ha dichiarato l'Alto commissariato per i diritti umani di Ginevra. "Chiediamo alle autorità algerine di cessare immediatamente il ricorso alla violenza per disperdere manifestazioni pacifiche e l'arresto arbitrario di persone che hanno esercitato il loro diritto di espressione", ha detto Rupert Colville, portavoce dell'Alto commissariato. Un appello che il regime di Algeri verosimilmente ignorerà.
di Anna Lombardi
La Repubblica, 26 maggio 2021
La famiglia alla Casa Bianca: "Oggi celebriamo la sua vita: è stato capace di cambiare il mondo". Il 25 maggio 2020 a Minneapolis l'agente Derek Chauvin per 9 minuti e 29 secondi tenne il suo ginocchio premuto sul collo dell'afroamericano. Fino a farlo morire. I parenti ricevuti dal presidente Biden e dalla vice Harris. "C'è ancora tanto da migliorare, nessuno dovrebbe subire ciò che è toccato a lui".
"Say his name", ripetete il suo nome, scandisce forte la piccola Gianna, 7 anni appena, fuori la Casa Bianca: "George Floyd" gridano forte i suoi zii, i fratelli e le sorelle dell'afroamericano ucciso esattamente un anno fa, a Minneapolis dall'ex agente Darek Chauvin, che per 9 minuti e 29 secondi gli tenne premuto un ginocchio sul collo. "Oggi celebriamo la vita di George, non la sua morte. È stato capace di cambiare il mondo". Philonise Floyd 40 anni, lo ripete ai giornalisti al termine dell'incontro durato oltre un'ora col presidente degli Stati Uniti Joe Biden: "Le cose si muovono. Lente ma procedono. Certo, c'è ancora tanto da fare e migliorare. Nessuno dovrebbe più subire quel che è toccato a lui".
Alla Casa Bianca c'era il clan al completo dei Floyd: la figlioletta Gianna, accompagnata dalla mamma Roxie Washington. I fratelli Philonise, Keeta, Terrence con la sorella Bridgett e il nipote, Brandon Williams. E i loro numerosi avvocati, Benjamin Crump in testa, in questi mesi tutti molto attivi nel chiedere (e ottenere) giustizia. Joe Biden e Kamala Harris hanno voluto accoglierli per un incontro privato e a porte chiuse proprio mentre mezza America tornava ad inginocchiarsi in piazza, ricordando George Floyd.
"Un bell'incontro, il presidente è un uomo genuino, ha giocato con Gianna, voleva davvero sapere come stiamo, sapere cosa può fare per noi", dicono i fratelli, alternandosi ai microfoni l'uno dopo l'altro. Biden, d'altronde, li conosceva già: per averli incontrati a Houston, in occasione dei funerali. E averli sentiti più volte al telefono: l'ultima volta ad aprile, dopo la condanna dell'agente Chauvin. "Gli abbiamo detto che il Floyd Justice in Policing Act va approvato al più presto", dicono: "gli abbiamo ripetuto quello che abbiamo detto stamattina pure a Nancy Pelosi durante la nostra visita al Congresso". La riforma della polizia chiesta da Biden il 20 aprile - dopo la condanna del poliziotto-assassino, appunto - sperando di firmarla entro oggi. Quella dove si vieta ai poliziotti di usare la micidiale morsa al collo per bloccare i sospetti, si sospende la protezione degli agenti dai ricorsi civili, e si istituiscono pure nuove regole nazionali per tutti gli agenti. Biden, figuriamoci, è d'accordo: " È passato un anno dall'omicidio di Floyd. Un periodo in cui la sua famiglia ha mostrato un coraggio straordinario. La condanna del mese scorso è stata un passo verso la giustizia, ma non possiamo fermarci qui. Siamo a un punto di svolta. Dobbiamo agire", ha ribadito. Ma intanto quella legge approvata alla Camera è ferma al Senato, bloccata dalla resistenza dei repubblicani. I dem Cory Booker del New Jersey e Karen Bass della California (stamattina con Pelosi, durante l'incontro coi Floyd al Congresso) da settimane trattano con il repubblicano Tim Scott della Carolina del Sud, l'unico senatore afroamericano nelle fila Rep. Ma il Gop proprio non ne vuole sapere di eliminare lo scudo giuridico che oggi impedisce ai cittadini di citare un poliziotto in una causa civile: e il braccio di ferro coi dem continua.
Intanto pure Barack Obama ha riconosciuto l'urgenza di quella riforma via Twitter: "Floyd è stato assassinato un anno fa oggi. Da allora, centinaia di americani sono morti in scontri con la polizia. Erano genitori, figli, figlie, amici portati via troppo presto. Ma l'anno appena trascorso ci ha dato ragioni per sperare. Oggi più persone, in più posti del mondo, vedono le cose in modo più chiaro di un anno fa", ha scritto. Rivolgendo "un tributo a tutti coloro che hanno deciso che questa volta doveva essere diverso. E hanno, ognuno a modo suo, contribuito a fare la differenza. Quando la giustizia ha radici profonde, i progressi hanno bisogno di tempo. Trasformiamo le parole in azioni e le azioni in riforme per il cambiamento".
La morte di Floyd - immortalata nell'atroce video girato dalla diciasettenne Darnella Frazier cui ora qualcuno propone di dare addirittura anche il Pulitzer, immagini capaci di scuotere la coscienza d'America e del mondo, dando il via alla rivolta - hanno d'altronde avuto qui davvero un impatto profondo sulla società e sulla cultura: perfino quella pop, con l'immagine di George ormai riprodotta ovunque. Le proteste hanno raggiunto il picco lo scorso 6 giugno 2020: quando 1 milione e mezzo di persone sono scese contemporaneamente in piazza in 550 città americane. Ma secondo ben quattro sondaggi (effettuati da Kaiser Family Foundation, Civis Analytics, NORC e Pew) sono stati addirittura fra i 15 e i 26 milioni gli americani che hanno partecipato in qualche forma alle proteste: numeri inauditi finora. Nel frattempo Black Lives Matter, il movimento di protesta nato qualche anno prima per denunciare le troppe morti degli afroamericani, è diventato mainstream. Approdato perfino sulle maglie degli sportivi della Nba, le squadre affiliate alla lega americana del basket.
Anche la richiesta di tagliare i fondi alla polizia ha trovato la sua strada: 20 grandi città hanno effettivamente ridotto il budget per un totale di circa 840 milioni. Altre 25 hanno chiuso i contratti con la polizia per il controllo delle scuole. Con risultati, in realtà, non sempre efficaci. Per dire, a Seattle, dove il budget degli agenti è stato tagliato del 20 per cento, il crimine è enormemente aumentato. E a New York, dove De Blasio aveva promesso di tagliare i fondi, li ha dovuti invece aumentare. Intanto, la polizia ha continuato a uccidere persone di colore - dalla morte di Floyd a oggi sono 426 gli afroamericani e latinos uccisi mentre erano disarmati. Insomma, i metodi violenti sono ancora in uso; qualcuno dice perfino più di prima. Qualcosa però si è mosso a livello statale: Colorado, Iowa, Connecticut, New Jersey, Massachusetts, New York hanno passato nuove regole che impediscono l'uso del soffocamento come forma di contenimento. Altri impongono ai poliziotti di intervenire se un loro collega usa eccessivamente la forza. E l'attenzione su quello che qui si chiama "razzismo sistematico" ha portato a una nuova sensibilità in luoghi di lavoro e università. "La morte di George ha cambiato il mondo", ripete il fratello Philonise. Già. Ma non è ancora abbastanza.
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