di Conchita Sannino
La Repubblica, 2 luglio 2021
Ecco da chi partirono gli ordini. Nella "mattanza" nel carcere campano coinvolta l'intera catena di comando dell'amministrazione penitenziaria della Campania. E l'ex capo del Dap Basentini, informato dell'operazione, dice al provveditore: "Hai fatto benissimo".
"Ormai siamo tutti in ballo". Un messaggio via chat con le icone dei danzatori. È il 14 aprile del 2020, quando il provveditore all'amministrazione penitenziaria della Campania, Antonio Fullone, oggi interdetto dai pubblici uffici e sotto accusa per falso, depistaggio e favoreggiamento, prova a rassicurare il "suo" comandante, Pasquale Colucci, finito in carcere per il pestaggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Parole più lapidarie di quanto loro stessi sappiano.
Solo quattro giorni prima, forzando resistenze e pretesti, carabinieri e Procura sammaritani sono riusciti a mettere le mani sugli impianti di videosorveglianza: ottenendo le immagini choc di quella che il gip Sergio Enea, in 2300 pagine di ordinanza, ha definito "ignobile mattanza". E quando l'acquisizione è avvenuta, il terrore corre lungo i cellulari di centinaia di operatori. "'Azz, mo sò c...i - è la profetica conclusione di Colucci - mo succede il terremoto".
Fu "spedizione punitiva", scrive dunque il gip. Una vera e propria rappresaglia. Altro che "perquisizione", un ordine che - contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura - per il giudice non presentava profili di illegittimità. Ma ci sono almeno tre fronti di responsabilità nelle pagine della vergogna scritte, da quel pomeriggio del 6 aprile, nella casa circondariale "Francesco Uccella". Tre livelli: su cui le indagini non possono considerarsi chiuse. Chi ha pestato: a sangue, con manganelli, calci, cazzotti, ginocchiate. Chi ha osservato: inerte, moralmente partecipe, incitando o coprendo le spalle. E poi: chi ha comandato. Soprattutto qui, di fronte all'eccezionale materiale probatorio cui si è giunti tra video e chat telefoniche (gli uni "letti" con le altre, e viceversa), occorre domandarsi: chi sapeva cosa, tra coloro che erano ai vertici? E cosa ha fatto dopo, affinché la verità non venisse soffocata?
L'intera catena di comando, a vario titolo, coinvolta. Dal vertice della Campania Fullone, passando per il capo Colucci che guidava il "Gruppo di supporto agli interventi", istituito proprio da Fullone nei giorni cupi dell'emergenza carceri nel lockdown; dal comandante della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere, Gaetano Manganelli, alle due colleghe, Anna Rita Costanzo, che è commissario capo responsabile del Reparto Nilo, (Colucci si fida solo di lei, scrive: "È la più tosta"), a Francesca Acerra, comandante del Nic, il nucleo investigativo centrale della penitenziaria.
Scelte e assunzioni di responsabilità quanto meno sfuggite di mano. Agli atti non a caso figurano anche le chat estrapolate tra Fullone e l'allora direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria dello Stato, Francesco Basentini (prima che il capo del Dap venisse travolto dalle scarcerazioni di alcuni padrini mafiosi, causa Covid).
"Hai fatto benissimo", risponde Basentini a Fullone che lo informa della perquisizione in corso e la definisce il "segnale forte di cui il personale aveva bisogno". "Buona sera capo - gli scrive lui, nel fatidico 6 aprile - è in corso perquisizione straordinaria con 150 unità provenienti dai nuclei regionali (oltre al personale dell'Istituto). Era il minimo per riprendersi l'Istituto... ". Basentini approva. È evidente, lo sottolinea anche il gip, che Fullone non volesse "una spedizione punitiva, a questo non crede neanche la Procura".
Non solo il provveditore nega i falsi e il favoreggiamento, ma già nel precedente interrogatorio punta su una chiara conversazione captata via chat. In cui, a Manganelli che lo avverte, "Utilizziamo anche scudi e manganelli", Fullone indica prudenza, "Ok, se necessario ovviamente". Fatto sta, argomenta il giudice, che quella perquisizione "diventa lo strumento mediante il quale si è dato sfogo ai più beceri istinti criminali degli agenti a cui è stato consentito di operare ogni sorta di violenza ai danni dei detenuti". Chi, e perché lo ha consentito loro. È il pezzo che manca.
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 2 luglio 2021
L'inchiesta sul carcere di Santa Maria Capua Vetere. Negli atti del Gip le prove della manipolazione a opera degli indagati per giustificare la "perquisizione". "Non posso ripensarci, vado al manicomio. Secondo me erano drogati. Noi dobbiamo pagare ma non dobbiamo pagare con la vita. Voglio denunciarli": è il racconto di Vincenzo Cacace, il detenuto sulla sedia a rotelle che si vede nell'immagini di videosorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vertere. Gli agenti lo tirano fuori dalla cella mentre lo percuotono con i manganelli. È il 6 aprile del 2020, il giorno prima nel reparto Nilo avevano protestato per timore che il Covid si diffondesse, il giorno dopo è partita la perquisizione straordinaria che il gip Sergio Enea ha definito "orribile mattanza". Sono 52 le misure cautelari, tra gli indagati anche personale con ruoli di vertice.
Negli atti emerge il ruolo del provveditore campano alle Carceri, Antonio Fullone, del comandante della polizia penitenziaria nell'istituto di pena, Gaetano Manganelli, e di altre figure apicali. La partecipazione di Manganelli alla perquisizione "non è minimamente discutibile - scrive il gip - si evince nitidamente oltre che dalle dichiarazioni rese da Anna Rita Costanzo (anche lei indagata, ndr) nel corso del suo interrogatorio ("io arrivai dopo che i comandanti si erano riuniti per distribuire i ruoli e compiti nella stanza di Manganelli dove l'operazione era stata pianificata") ma anche dai messaggi che scambia con gli altri protagonisti".
Alle 13:38 Manganelli manda a Fullone il messaggio: "Stiamo pianificando operazione" e poi a Maria Parenti (direttrice facente funzione del carcere) "stiamo per effettuare la perquisizione straordinaria". A Fullone chiarisce: "Utilizziamo anche scudi e manganelli". A fine giornata è soddisfatto: "Buonanotte provveditore grazie per la determinazione assunta per la concreta vicinanza". Costanzo, commissaria capo responsabile del Nilo, nelle chat scrive: "Un'operazione eccellente. Siamo tutti molto soddisfatti. Meno male che sono venuta, mi sono riscattata". Messaggi anche tra Fullone e l'allora capo del Dap, Basentini, che al primo risponde: "Hai fatto benissimo" quando Fullone gli scrive: "Era il minimo per riprendersi l'istituto, il personale aveva bisogno di un segnale forte e ho proceduto così".
Per gestire gli esiti "dell'operazione eccellente" sono stati necessari falsi referti medici, foto e video artefatti, depistaggi. Diciannove agenti colpiscono tanto forte e tanto a lungo i detenuti da procurarsi lesioni. Si fanno refertare e poi trasmettono gli atti all'autorità giudiziaria: "Hanno dichiarato di essersi procurati le lesioni a seguito di aggressioni a opera di detenuti - scrive il gip -. La circostanza è falsa, venendo smentita dai filmati del circuito di sorveglianza, che non rilevano mai alcuna forma di resistenza da parte dei detenuti. Sopraffatti dal gran numero di agenti presenti, si sono limitati a contenere i colpi subiti, badando principalmente a proteggere la testa".
Manganelli il 7 aprile inoltra alla procura due informative di reato sul 5 e 6. Nell'ultima viene denunciata "una resistenza opposta da 14 detenuti ("durante tale perquisizione, i detenuti di cui sopra si sono resi protagonisti di violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale") che con tale illecita condotta avrebbero cagionato lesioni a "varie unità si polizia penitenziari" che "hanno dovuto far ricorso alle cure dei sanitari del pronto soccorso"". Nella nota i 14 vengono indicati come i capi della protesta del 5. "La ricostruzione contenuta in entrambi gli atti - scrive il gip - è affetta da palese falsità ideologica".
Pasquale Colucci, uno degli ispettori più attivi, pure avrebbe stilato relazioni false. In una (data nell'incipit 8 aprile e in calce 6) scrive: "Durante le operazioni di perquisizione i detenuti erano armati e avevano opposto resistenza, lanciando contro gli agenti oggetti di varia natura tra cui bombolette di gas incendiate; nelle celle erano stati rinvenuti oggetti atti a offendere, fra cui pentole piene di olio bollente, spranga di ferro e altro". Per provare la ricostruzione sarebbero state alterate foto e video messi agli atti dagli indagati. Colucci e Costanzo, insieme ad altri agenti, "hanno simulato il rinvenimento di strumenti atti a offendere".
Colucci scrive in chat: "L'unica che mi sembra più sveglia è la Costanzo, gli ho detto cosa fare". E Costanzo a Salvatore Mezzarano: "Con discrezione e con qualcuno fidato fai delle foto a qualche spranga di ferro. In qualche cella in assenza di detenuti fotografa qualche pentolino su fornelli anche con acqua". I messaggi successivi ricostruiscono tutti i tentativi per confezionare le false prove con la data (falsa) del 6 aprile. Ma nella macchina fotografica utilizzata è rimasta traccia del giorno e dell'ora reale. "Dell'attività di depistaggio - scrive il gip - è consapevole e informata Francesca Acerra comandante del Nucleo investigativo centrale della polizia penitenziaria di Napoli che, abdicando al suo ruolo istituzionale, svolge un ruolo di coordinamento nella redazione della relazione inoltrate anche per il suo tramite all'autorità giudiziaria".
Analoga manipolazione la subiscono i video realizzati dagli indagati per millantare la violenza dei detenuti il 5. I messaggi tra Colucci e Fullone, prosegue il gip, "provano che il primo si è recato come da accordi pregressi presso il carcere ad acquisire i video (verosimilmente girati con un cellulare) solo in data 9 aprile". Colucci a Fullone il 9 aprile: "Sì soni sul posto ho raccolto tutto". E l'altro: "Ottimo". Gli audio però fanno capire che non si tratta di immagini del 5 così Colucci scrive al suo sottoposto Massimo Oliva: "Mi togli l'audio".
di Samuele Ciambriello*
fanpage.it, 2 luglio 2021
C'è stato un clima di forca invocato "a capocchia" che ha visto coinvolti politici, uomini della magistratura, trasmissioni televisive che hanno disinformato, e tanti silenzi, che facevano più male delle pietre. Tanti episodi poi di democrazia sospesa, di malagiustizia, malasanità. La politica pavida e cinica ha taciuto. Una regia unica, modalità analoghe.
La Pandemia ha certamente peggiorato le condizioni di vita nelle carceri italiane. Chi è in carcere ha scontato una doppia pena. Ci sono stati morti per Covid tra agenti, detenuti ed operatori penitenziari. Ci sono stati morti tra detenuti durante le rivolte. C'è stato un clima di forca invocato "a capocchia" che ha visto coinvolti politici, uomini della magistratura, trasmissioni televisive che hanno disinformato, e tanti silenzi, che facevano più male delle pietre. Tanti episodi poi di democrazia sospesa, di malagiustizia, malasanità. La politica pavida e cinica ha taciuto. Una regia unica, modalità analoghe.
I gravi episodi criminosi ai danni dei carcerati di Santa Maria Capua Vetere, definiti "una orribile mattanza" dal Gip che ha emesso sulla base di plurimi riscontri oggettivi 52 misure cautelari di diversa specie nei confronti dei poliziotti penitenziari e di qualche dirigente individuati dalla Procura come possibili responsabili, suscitano profondo turbamento e grande preoccupazione. Avevo dall'otto di aprile dello scorso anno denunciato torture, violenze e intimidazioni di vario genere.
I detenuti mi avevano raccontato, finanche con particolari raccapriccianti le violenze subite, il clima che si era creato anche subito dopo, la convivenza nello stesso posto di denuncianti e denunciati. Condotte penalmente illecite poste in essere. Fatti, singoli episodi verificatesi anche in tante altre carceri di una gravità inaudita che non possono non destare indignazione e allarme, specie in un contesto come quello odierno: in cui daremmo ormai pressoché per scontato che il rispetto della vita, dell'incolumità personale, della dignità umana e degli diritti altri connessi sia imposto da obblighi costituzionali inderogabili che non ammettono, in linea di principio, discriminazioni di trattamento tra cittadini liberi e persone recluse per motivi di giustizia. Le violenze sono un'offesa e un oltraggio alla dignità della persona e alla divisa. Certezza della pena con qualità della pena.
Più volte ho manifestato apprezzamento per il lavoro svolto dagli agenti di Polizia penitenziaria e non ritengo, nonostante tutto, che siano venuti meno gli elementi su cui ho fondato il mio giudizio. Però essere ambigui come tanti politici stanno facendo, essere tifosi di curva non serve. Io sono sia con le famiglie dei detenuti che con quelle degli operatori penitenziari che fanno un lavoro difficile e mal retribuito.
Io, noi Garanti ai vari livelli continuiamo, con dedizione e senza curvare la schiena, a smentire la teorica pretesa che la legalità legislativa e costituzionale debba fungere da stella polare anche della gestione "concreta" delle carceri, confermando l'indispensabilità della figura del garante dei diritti dei detenuti, prevista nel nostro ordinamento secondo una articolazione territoriale differenziata (cioè a livello nazionale, regionale e locale).
*Garante campano dei diritti delle persone private della libertà personale
di Daniele Mencarelli*
Il Domani, 2 luglio 2021
Le violenze riprese dalle telecamere nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, avvenute nell'aprile del 2020 per mano degli agenti penitenziari ai danni dei detenuti, sono di quelle che rimandano ad altre epoche della nostra storia, quando il potere dell'istituzione poteva tutto e il contrario di tutto ai danni del singolo. Sarebbe bello poterle considerare un incidente di carattere residuale, un anacronismo, ma purtroppo questo non corrisponde alla verità. Quello che abbiamo visto è qualcos'altro. È l'equivoco di sempre. La confusione del rappresentante dello Stato che smarrisce, per autoesaltazione, i confini del suo ruolo. Non più, dunque, agente di un potere che gli viene conferito, ma titolare unico del potere che esercita. Un padre padrone. Capace di un giudizio secondo solo a quello universale.
La violenza che diventa così un atto domestico, fisiologico, capace di obbedire soltanto al cuore di tenebra che la brandisce. Si dirà: è una lotta fra disperati. Niente figli di papà contro quelli di mamma. La retorica che vuole guardie e ladri in fondo maledettamente simili. No. Le immagini mostrano altro. Mostrano individui che usano violenza contro altri individui, solo che i primi sono protetti dallo scudo e dal manganello dello Stato. Nel teatro della civiltà, e come giusto che sia in uno stato democratico, molti hanno iniziato a fare il loro dovere: difendere gli indagati. Questa volta sarà un compito davvero gravoso. Altrettanto impegnativo sarà smuovere compassione nei confronti di tutta quella violenza esercitata senza compassione alcuna. Il tempo e un'aula di tribunale metteranno nero su bianco responsabilità e pene. Ma il portato giudiziario non è il solo, ma uno dei tanti, e forse nemmeno il più rilevante, di questa vicenda.
Quello che molto spesso sfugge a chi rappresenta lo stato è la portata sociale di notizie come questa. Ogni volta che escono testimonianze del genere, il rapporto tra individuo e istituzione si frantuma. Poco importa quale sia l'istituzione. Il succo resta sempre lo stesso. Ovvero il terrore di varcare una porta, che sia d'ospedale o carcere, palazzo di giustizia o caserma, e ritrovarsi davanti un individuo convinto di poterci fare qualsiasi cosa, in totale disprezzo della legge, e dello stato e della natura, con la ferma sicurezza che nessuno gli verrà mai a dire niente.
I primi a essere sconvolti da quanto emerso da quei video saranno senz'altro le decine di migliaia di rappresentanti dello Stato degni di questo nome, molti di loro di fronte a quelle immagini avranno masticato la stessa rabbia di ogni altra persona per bene. Sta a loro, a chi presta la propria opera nei luoghi dello Stato, ricordare a ognuno di noi che per un episodio come quello accaduto a Santa Maria Capua Vetere rispondono quotidianamente centinaia e centinaia di gesti contrari, dettati dal rispetto della legge e della vita umana. Molti di loro avranno affrontato queste giornate proprio con lo spirito di chi vuole dimostrare che le istituzioni del nostro paese sono un'altra cosa. Non possiamo non crederci.
*Poeta e narratore. Il suo ultimo romanzo è Tutto chiede salvezza (Mondadori), finalista al premio Strega e vincitore del premio Strega giovani.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 2 luglio 2021
Pestaggio in carcere, incontro a Palazzo Chigi fra Draghi e il Garante delle persone private della libertà. Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha incontrato a Palazzo Chigi Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà. Lo ha reso noto l'uffico dello stesso Garante. Il contenuto del colloquio non è stato comunicato, ma visto il clamore che sta suscitando il caso del pestaggio dei detenuti dello scorso anno nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è molto probabile che il premier e il garante abbiano discusso della vicenda.
In mattinata Palma aveva chiesto un "radicale intervento sui percorsi formativi", della Polizia penitenziaria che "sappia estirpare quella cultura del branco che emerge troppo spesso e che si ritrova anche negli atti del provvedimento della Procura di Santa Maria Capua Vetere". Palma definisce le violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere comportamenti incompatibili con il fondamento democratico del nostro Paese", e auspica "interventi rapidi che incidano su più fronti".
Secondo il Garante nazionale delle persone private della libertà serve "l'assoluta intransigenza verso messaggi, anche indiretti, di sottovalutazione degli episodi, con il rischio di veicolare altrimenti una sensazione di impunità". E dunque occorrono "interventi che, al di là del piano penale, siano inequivocabili anche sul piano disciplinare". In questo quadro, aggiunge, sarebbe "opportuno affrontare in modo efficace la questione della riconoscibilità degli operatori delle forze di polizia".
Palma indica anche un secondo fronte di azione che riguarda "la ridefinizione di una catena di trasmissione delle informazioni agli organi superiori tale da evitare in futuro che esponenti del Governo rispondano al Parlamento qualificando quale doverosa operazione di ripristino della legalità un'azione che la documentazione disponibile mostra chiaramente al di fuori di quanto il nostro ordinamento costituzionale possa accettare". Un chiaro riferimento alla risposta del sottosegretario grillino Ferraresi ad un atto ispettivo. Infine, secondo Palma occorre "ricostruire un percorso condiviso dell'esecuzione penale e delle sue attuali criticità che valorizzi le professionalità esistenti e che rassicuri anche la comunità esterna, oggi frastornata e rischiosamente propensa a generalizzazioni ingiuste".
Quanto avvenuto nell'Istituto di Santa Maria Capua Vetere, al di là degli esiti degli accertamenti dell'Autorità giudiziaria, conclude il Garante, rischia di "generare più vittime: coloro che hanno visto calpestata la propria dignità e la propria integrità fisica e psichica; il Corpo di Polizia penitenziaria che certamente non merita di essere identificato nella sua totalità con tali comportamenti; il Paese stesso che vede anche aggredita la propria immagine democratica in ambito internazionale attraverso comportamenti di taluni che sono chiaramente dimentichi della funzione istituzionale loro affidata".
di Antonio Averaimo
Avvenire, 2 luglio 2021
L'appello dell'ispettore generale dei cappellani, don Grimaldi: riportare subito umanità e dignità dietro le sbarre. Agli agenti spesso manca formazione. Non è ancora finita. Anzi. Oltre alla bufera politica - in cui finisce anche l'ex ministro della Giustizia Bonafede - emergono altri particolari su quanto avvenne il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. A raccontarli, in un nuovo video che fa il giro di tutte le tv, è Vincenzo Cacace, detenuto in sedia a rotelle presente il giorno della perquisizione straordinaria degenerata in violenza di massa: "Sono stato il primo ad essere tirato fuori dalla cella insieme con il mio piantone, dato che sono in queste condizioni. Ci hanno massacrato, hanno ammazzato un ragazzo (il riferimento è a un detenuto oggetto del pestaggio e messo in isolamento, poi in realtà deceduto per abuso di sostanze stupefacenti, ndr). Hanno abusato di un detenuto. Mi hanno distrutto, mentalmente mi hanno ucciso. Volevano farci perdere la dignità". Il racconto è concitato, tanto che l'uomo finisce col confondere la funzionaria presente ("Anche lei aveva il manganello") con la direttrice Elisabetta Palmieri, assente invece per malattia il 6 aprile 2020 e nei giorni successivi.
Al vaglio della procura di Santa Maria Capua Vetere, in ogni caso, ci sono anche le comunicazioni che intercorsero all'epoca dei fatti tra l'allora direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, e il provveditore alle carceri della Campania, Antonio Fullone, che è coinvolto nelle indagini. "Hai fatto benissimo", scriveva l'ex capo del Dap a Fullone in riferimento alla perquisizione straordinaria disposta dal provveditore nel carcere di Santa Maria a poche ore di distanza da una rivolta dei detenuti. In quelle chat Fullone parla di "segnale forte" da dare all'interno dell'istituto, senza fare però riferimento alle violenze accertate dalla procura attraverso l'impianto di videosorveglianza del penitenziario.
Ma le violenze nel carcere campano stanno diventando a ogni ora che passa un affare sempre più politico. Prova ne sia l'arrivo all'istituto, ieri pomeriggio, del segretario della Lega Matteo Salvini. Che si è intrattenuto a lungo con gli agenti della polizia penitenziaria e con i loro rappresentanti sindacali. "Sono qui a ricordare che chi sbaglia paga, soprattutto se indossa una divisa - ha detto il leader della Lega. Questo però non vuol dire infangare e mettere a rischio la vita di 40mila agenti della polizia penitenziaria che rendono il Paese più sicuro. La giustizia faccia il suo corso, e se ci sono stati abusi e violenze vanno puniti con nomi e cognomi. Però non accetto gli insulti, gli attacchi agli agenti, che stanno arrivando in queste ore anche dai clan della camorra".
Tra gli applausi degli agenti di custodia, Salvini ha ricordato che "mattanza" (questo il termine utilizzato dal giudice per le indagini preliminari per definire le violenze perpetrate dagli agenti ai danni detenuti, ndr) sono anche le 400 aggressioni subite dagli agenti della penitenziaria nelle carceri italiane". È la sponda che cercava il segretario del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, Emilio Fattorello: Respingiamo la gogna mediatica, pur prendendo le distanze da quelle immagini, nelle quali si vede la frustrazione della polizia penitenziaria. La situazione è tecnicamente sfuggita di mano, come a Bolzaneto". Anche la direttrice del carcere, Elisabetta Palmieri, ha definito "inammissibili" le violenze, pur contestualizzando l'episodio: "Nei giorni precedenti, i detenuti in rivolta si erano impadroniti di alcune sezioni".
Pesante, invece, il richiamo dell'ispettore generale dei cappellani delle carceri, don Raffaele Grimaldi: occorre ripensare subito il carcere "non come luogo di repressione ma luogo di riscatto, per aiutare i ristretti a vivere il cambiamento, favorendo il più possibile le misure alternative alla detenzione". Dall'altro lato non bisogna abbandonare a se stessa la polizia penitenziaria, "che svolge una difficile missione". Gli agenti "hanno bisogno di sostegno, di vicinanza, ma soprattutto una formazione permanente e un confronto franco di come gestire le criticità, senza commettere illegalità rispettando le leggi". "Il sovraffollamento poi "rende le nostre carceri polveriere di rabbia difficili da gestire". L'impegno da perseguire è allora, scandisce il sacerdote, "riportare umanità e dignità nei nostri istituti".
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 2 luglio 2021
I video e i frame pubblicati sul sito internet di "Domani" ci consegnano la solita immagine di un Paese ormai divaricato dallo Stato del diritto. Nel senso che lo Stato di diritto sta da una parte, il nostro Paese da quella opposta. Quel che è successo nell'aprile 2020 con le rivolte carcerarie causate dal panico Covid - e magari fomentate almeno in parte da qualche esponente della criminalità organizzata - grida vendetta o almeno giustizia. Quattordici persone morirono nelle carceri di mezza Italia e solo dopo quasi un anno e mezzo la magistratura si è messa in moto. Prima al Governo c'era Giuseppe Conte e il garantismo era un optional mentre la giustizia era in mano all'allora ministro Alfonso Bonafede, il che è tutto dire.
Adesso queste immagini delle videocamere di sorveglianza del carcere di Santa Maria Capua Vetere rischiano di disegnare un quadro disonorevole e vergognoso per tutti gli agenti coinvolti, compresi quelli che sapevano e hanno insabbiato il tutto, cercando di fare passare quei pestaggi e i morti che ci sono scappati come una sorta di incidente di percorso. Verrà fuori che non è vero al cento per cento che tutti e quattordici i detenuti sono morti di overdose come hanno detto in un primo momento.
E questa storia inevitabilmente si trasformerà in una sorta di "caso Cucchi" della Polizia penitenziaria italiana. Cosa che dovrebbe suggerire a un politico ormai accorto come Matteo Salvini, per differenziarsi dal becerismo di repertorio che lo contraddistingueva e che adesso è stato ereditato da un'ala dura e pura di Fratelli d'Italia, di essere molto prudente nelle manifestazioni di solidarietà agli indagati. Che - per carità - sono tutti innocenti fino a sentenza in giudicato, e con la magistratura italiana di questi tempi non sono da escludere sviste o errori di ogni tipo, ma che, nel caso delle persone riconoscibili nei video senza possibilità di sbagliarsi con altri agenti, sono individui che hanno disonorato la divisa e forse anche il genere umano. Non si può essere garantisti solo con i propri amici, con i politici della propria parte, con i figli dei propri capi. Sennò si fa la fine dei Cinque Stelle.
C'è da chiedersi invece cosa sia ormai diventata l'Italia di oggi, con la sua "giustizia" e il suo "cuore di tenebra" carcerario. A forza di sostanzialismo, cioè di fine che giustifica i mezzi, la dottrina giuridica dei Piercamillo Davigo e dei Marco Travaglio, a forza di irridere chi invoca lo Stato di diritto e il rispetto delle regole pure per i criminali ci stiamo riducendo a diventare un Paese autoritario come la Cina di Xi Jinping o la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Se siamo diversi - come lo siamo - dobbiamo, senza inutili inginocchiamenti di facciata, fare giustizia e verità senza riguardi per nessuno. E cerchiamo di evitare coperture e omissioni che nel caso della morte di Stefano Cucchi sono arrivate a infangare i vertici dell'Arma dei carabinieri. La Polizia penitenziaria deve avere il coraggio e, se vogliamo, anche la furbizia, di non fare la stessa fine. Perché poi quando il fuoco divampa non si salva più nessuno.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 2 luglio 2021
Comincerò facendo gli auguri ai miei amici Radicali, che oggi inaugurano la raccolta di firme per il referendum sulla giustizia, contando finalmente di farcela, grazie all'intervento di Salvini e della sua Lega: non 500 mila ne raccoglieremo, ma un milione, dicono, e prima di loro l'aveva detto Salvini. Avranno messo in conto l'effetto della mosca e del bue: "Ariamo".
Il bue ha trascorso la vigilia, ieri, a Santa Maria Capua Vetere, per solidarizzare con la Polizia penitenziaria. Auguri, auguri. Non scherzo, lo sapete. Salvini ieri ha perfino rettificato leggermente, nel senso delle mele marce, l'automatismo della sua solidarietà con chi picchia e tortura indossando una divisa - è un tipo invidioso delle divise. Come nei selfie a San Gimignano, già passata in giudizio.
Detto questo, per una volta commetto l'indiscrezione di immaginare che cosa avrebbe fatto Marco Pannella. Mi è facile, perché è quello che farei io. Andrei a Santa Maria C.V., ad abbracciare i detenuti, certo, e anche a solidarizzare con quegli agenti penitenziari. Non perché dubiti di quello che hanno fatto, ma proprio perché l'hanno fatto. È grottesco additarli come mele marce: non si è trovata una mela sana fra loro. È ridicolo, e vile, immaginarli cattivi. Vuol dire non aver capito niente della storia, delle brave persone, degli uomini ordinari che diventano a gara fra loro carnefici obbedienti e volenterosi.
Del branco, che quando ha dalla sua, oltre all'emulazione e all'eccitazione reciproca, l'autorizzazione dell'uniforme di servizio e lo sprone dei superiori e l'incoraggiamento del pubblico, non sa come smettere di pestare e umiliare. Branco maschile, ma ci sono anche donne, e questo li esalta. A Bolzaneto, nei tre giorni di tortura vera, organizzata, nazifascista nei gesti e negli slogan, disgustosamente sessuale com'è al fondo la tortura (com'è stata anche a Santa Maria C.V.), fu la polizia penitenziaria ad avere mano libera, furono poliziotte penitenziarie a schernire e brutalizzare giovani donne sanguinanti di botte e di mestruazioni.
Non erano agenti "speciali" quelli di Santa Maria C.V.: guardate il video, ci sono uomini di mezza età, pesanti di corporatura - padri di famiglia (gli agenti speciali possono fare molto male, ma sanno fermarsi, c'è qualcuno a fermarli, quando non sia indetto il mattatoio d'eccezione come a Genova). Porterei loro la mia solidarietà, perché sono scandalizzato che si dica che sono "un'eccezione", che sono malvagi. Decine e decine, centinaia addirittura, reclutati all'ingrosso in una notte, eccezionali e cattivi?
"È successa ai detenuti una cosa orribile. Sono stati picchiati e umiliati da chi rappresentava la legge. Però è successa anche a quegli agenti picchiatori una cosa orribile. Sono stati condotti, con indosso una divisa, a malmenare e seviziare persone in quel momento indifese... Dopo aver saputo, la prima cosa che ho pensato è stata: avrei potuto essere anch'io fra i bastonati. Il secondo pensiero è stato: avrei potuto essere anch'io fra i bastonatori? So che cosa sono le "squadrette" carcerarie, gli specialisti dei pestaggi.
Gentaglia, cui piace. Anche le autorità le conoscono. Li disprezzano, probabilmente, e li usano. Ma qui si sono messi assieme agenti normali. Ora, i loro colleghi dicono che i detenuti avevano fatto una rivolta... Il punto è nell'ammissione che la dignità degli agenti è legata alla dignità dei detenuti. L'odio e il disprezzo reciproci fra guardie e ladri sono la condizione perché la barbarie delle galere non sia scalfita. È una verità più difficile da dire, ma ancora più vera, nel momento in cui qualche guardia è ruzzolata dall'altra parte delle sbarre".
Ho messo fra virgolette quest'ultimo brano, perché l'ho scritto ventuno anni fa, dopo che a Sassari era successa una cosa come a Santa Maria C.V., ancora più grossa, più numerosa, per mano di agenti penitenziari "normali", chiamati da tutte le galere sarde. Era intitolato, il mio pezzo di allora, "Dalla parte dei detenuti e degli agenti picchiatori".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 2 luglio 2021
Una terribile e inquietante coincidenza. Che speriamo resti solo una coincidenza. Venti anni fa, il 21 luglio 2001, decine di poliziotti fecero irruzione nella scuola Diaz di Genova che ospitava tante persone che avevano partecipato alle manifestazioni di contestazione del G8, sfociate in durissimi scontri e nella morte del giovane Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola sparato da un carabiniere 'sotto pressionè. Un'irruzione violentissima, "una macelleria messicana" la definì uno dei poliziotti che vi parteciparono, Michelangelo Fournier, all'epoca dei fatti vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma. Dopo venti anni abbiamo letto parole analoghe. "Un'orribile mattanza", ha infatti definito il Gip di Santa Maria Capua Vetere quanto accaduto il 6 aprile 2020 nel carcere della città casertana e che due giorni fa ha fatto finire in cella o agli arresti domiciliari decine di agenti penitenziari, accusati di "molteplici torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti". Sì, proprio torture, parola che venne evocata anche per i fatti della Diaz.
Esagerazioni? Venti anni fa la vicenda si basò su testimonianze, sui referti medici, sulle indagini successive. Ma bastò per far condannare i responsabili, alcuni anche noti e brillanti investigatori. Questa volta le immagini delle violenze sono entrate con la loro forza diretta nei social e nelle televisioni. Immagini che non hanno bisogno di interpretazioni per spiegare o convincere. Immagini di violenza organizzata, non reazioni ad altre violenze. Ricordiamo. In quei giorni all'inizio della pandemia e del lockdown le carceri furono attraversate da proteste, spesso molto violente, causate dalle restrizioni per gli incontri coi familiari, ma anche dai timori dei detenuti di fronte al virus, in condizioni sicuramente non favorevoli, basti pensare il mai risolto sovraffollamento. Le violenze, ovviamente, sono sempre ingiustificate, da qualunque parte vengano. Ma ancora di più se vengono da rappresentanti delle istituzioni, in particolare delle Forze dell'ordine che dovrebbero combattere la violenza e non utilizzarla.
Certo, alla violenza spesso è necessario rispondere con forza, ma questa non può e non deve diventare vendetta, umiliazione, sopraffazione. E ancora meno con modalità organizzate. Ed è invece quello che abbiamo visto nelle immagini delle telecamere del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Una violenza sistematica, a freddo, non come reazione ad altre violenze. Quelle due file di agenti tra i quali i detenuti erano costretti a passare per essere colpiti con calci, pugni e manganelli, ricorda più un lager che una struttura che la nostra Costituzione prevede destinata alla riabilitazione. O sembrano atteggiamenti dal clan criminale, da punizione contro lo sconfitto.
Ma anche contro l'inerme, addirittura colpendo chi è a terra, o chi è stato fatto inginocchiare e addirittura chi è in carrozzina. Certo lo sappiamo bene, soprattutto noi di 'Avvenirè che al carcere dedichiamo tanti articoli e approfondimenti, che il lavoro degli agenti penitenziari non è facile, che la loro vita è quasi da detenuti, che spesso hanno a che fare con persone pericolose, violente, che non accettano le regole. Ma tutto questo non giustifica l'"orribile mattanza". Anche perché conosciamo bene, e lo abbiamo spesso raccontato su queste pagine, storie belle e positive che vengono dalle carceri. Storie che vedono protagonisti non solo cappellani, volontari, operatori, ma anche direttori e gli stessi agenti.
Un altro carcere è possibile. Per questo fanno ancor più male quelle immagini, quegli intollerabili fatti. E preoccupano. Perché altrettanto inquietanti sono stati i tentativi di depistare, di inquinare le prove, di creare prove false. Proprio come per la Diaz. Allora furono delle molotov portate nella scuola dagli stessi poliziotti e un falso accoltellamento. Oggi sono state spranghe o bastoni che dovevano comparire nelle celle per giustificare le violenze. Depistaggi che hanno visto come protagonisti non solo i semplici agenti, ma anche responsabili superiori. E non è certo tranquillizzante se il 'marcio' sale la catena di comando.
Ora sarà la giustizia a individuare e sanzionare le responsabilità, e toccherà anche all'Amministrazione penitenziaria e allo stesso Ministero della Giustizia - ieri la ministra Cartabia è stata chiarissima - fare pulizia e chiedere scusa, non solo ai detenuti vittime della violenza ma anche ai tanti agenti che ogni giorno svolgono il loro difficile e importante lavoro con impegno, correttezza, passione e dignità. La democrazia è anche riconoscere gli errori, per migliorarsi. Tacciano, invece, quei politici che subito hanno provato a buttare benzina sul fuoco, difendendo l'indifendibile, per un pugno di voti. Guardino meglio quelle immagini e si impegnino anche loro, in silenzio, perché non accada più.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 2 luglio 2021
"Non ha senso provare indignazione e pietà per i detenuti maltrattati se non si è disposti a mutare radicalmente i paradigmi su cui si fonda l'istituzione carceraria. Il carcere deve essere un luogo per pochi, anzi pochissimi, in cui il rapporto tra detenuti ed educatori, psichiatri, operatori sia di uno a uno. E la pena deve avere una durata sufficiente a che il reo riacquisti la capacità di vivere in società da uomo libero". La Camera penale di Napoli interviene così nel dibattito sul carcere che si è riacceso all'indomani della svolta nell'inchiesta sui pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
"Oggi - spiega il presidente Marco Campora - nelle nostre prigioni ci sono uomini che da anni hanno concluso il processo di risocializzazione, ma restano reclusi perché le pene sono spesso legate ad astratti titoli di reato, senza alcuna seria valutazione sul percorso degli uomini. E l'inutile sovraffollamento carcerario impedisce a monte ogni possibilità di dare attuazione all'articolo 27 della Costituzione". Urge, dunque, una seria riforma del sistema. "Il progetto di riforma recentemente avanzato, che si propone di potenziare al massimo le misure alternative alla detenzione, e la storia personale del ministro Cartabia fanno sperare che il carcere possa uscire dalla logica vendicativa e immorale. Che smetta - sottolinea Campora - di essere un recinto finalizzato esclusivamente a contenere i devianti per diventare un luogo di progresso, sviluppo e uguaglianza".
"Prima o poi - proseguono i penalisti - il carcere sarà abolito così come tutte le istituzioni totali del passato che oggi a noi contemporanei provocano ribrezzo. È il momento per iniziare questa opera di graduale demolizione". Oggi il carcere è soprattutto un luogo di sofferenza e diritti compressi. "La realtà, chiara da decenni ma rivelatasi in modo deflagrante durante l'emergenza pandemica, è che l'istituzione carcere, dopo qualche secolo di disonorata carriera, mostra dei limiti evidentissimi che la rendono ormai incompatibile con una società democratica - osserva il presidente dei penalisti napoletani - Non sembra del resto un caso che, proprio nel momento in cui il discorso pubblico sul carcere si è imbandito e incrudelito e sono riemerse parole d'ordine che sembravano bandite per sempre come "devono marcire in galera!" o "buttate la chiave!", si sono verificati eventi (rivolte e relative repressioni) che ci hanno fatto ripiombare in un orrendo passato".
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