di Fabio Tonacci
La Repubblica, 21 maggio 2021
Lamorgese: "Lotta comune agli scafisti". Linea rossa sui salvataggi in mare. Verso l'accordo anche con l'Europa: soldi e visti per chiudere le frontiere. Il nuovo approccio europeo all'immigrazione comincia dalla Tunisia. Al Palazzo di Cartagine, ieri, sono state gettate le fondamenta del primo accordo globale tra un Paese africano e l'Unione Europea. Un accordo che poggia su quattro gambe: investimenti, aumento dei visti e degli ingressi legali, rimpatri più facili e la riduzione delle partenze dei barchini dalle coste tunisine. L'Italia è in prima linea. Il negoziato è ben avviato e dovrebbe perfezionarsi entro l'anno, con l'ambizione di diventare un modello.
Più visti e sostegno all'export - A Cartagine il presidente Kais Saied e il primo ministro Hichem Mechichi hanno incontrato la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson e la ministra dell'Interno italiana. "Ho manifestato loro la vicinanza dell'Italia e dell'Ue, li aiuteremo ad affrontare la sfida che riguarda il futuro dei giovani che legittimamente aspirano, come i loro coetanei europei, a soddisfacenti condizioni lavorative e di vita", ha detto, a colloqui finiti, Luciana Lamorgese.
La visita congiunta, la seconda dopo quella del 17 agosto scorso, è il frutto del lavoro durato mesi della nostra diplomazia a Tunisi. La proposta di partenariato strategico illustrata da Johansson è piaciuta e ha ottenuto il via libera politico: l'idea è pompare soldi europei nella disastrata economia della Repubblica dei gelsomini per finanziare aziende e progetti per i giovani. La cifra non è stata messa nero su bianco, ma sarà consistente e - stando a fonti vicine al dossier - ammonterà alla quota degli introiti persi dalla Tunisia nel settore turistico. Previste anche misure di sostegno alle esportazioni. Contemporaneamente le maglie dell'ingresso legale in Europa saranno allargate, concedendo più visti e permessi di soggiorno a chi intenda lavorare nel circuito della legalità. In cambio, il governo di Mechichi si impegna a ridurre il più possibile, fino ad azzerarlo, il flusso della partenze via mare. E ad accettare che tutti i connazionali rintracciati sul suolo europeo privi di titolo vengano rimpatriati.
La svolta sui rimpatri - L'esodo dalla Tunisia è diventato, per l'Italia, un problema. Lo raccontano i numeri. Gli sbarchi di provenienza tunisina sono dieci volte quelli di due anni fa. Al 20 maggio del 2019 si contavano 326 persone, l'anno scorso 1.150, quest'anno 3.041. Nella classifica dei Paesi di partenza, la Tunisia è seconda dopo la Libia. Dall'inizio del 2021 i migranti rimpatriati sono stati 1.400: di questi 641 in Tunisia.
Si capisce, dunque, perché in attesa dell'accordo globale con la Ue, Lamorgese ha incassato con favore la promessa bilaterale di maggiore flessibilità. Oggi l'accordo del 1998 prevede 80 rimpatri alla settimana e due voli fissi, il martedì e il giovedì, nella fascia oraria 13-15. Con il Covid e la necessità di sottoporre a tampone i rimpatriabili, le procedure sono diventate più faticose, quindi i rientri si sono ridotti. Adesso il governo di Mechichi ha accettato voli charter in giorni e in orari diversi da quelli prestabiliti, a seconda delle esigenze, e in estate saranno programmati voli supplementari, pur rimanendo il tetto settimanale.
La linea diretta Roma-Tunisi - Sempre con un accordo Italia-Tunisia, le motovedette della guardia costiera tunisina (la cui manutenzione è fornita dall'Italia) potranno contare h24 su una linea rossa con il Centro soccorsi di Roma, che permetterà di individuare più rapidamente i gommoni. È un sistema di allerta che irrobustisce la già solida collaborazione tra i due apparati di polizia, anche in chiave di contrasto al terrorismo. Non a caso ieri a Cartagine il Capo della polizia Lamberto Giannini si è incontrato con l'omologo tunisino. "Italia e Tunisia", ha ribadito la ministra Lamorgese, "hanno il comune interesse smantellare il business criminale dei trafficanti di migranti".
acri.it, 21 maggio 2021
Quando un genitore entra in carcere, l'intero sistema famigliare viene stravolto e, spesso, i figli rischiano di esse-re messi in penombra. Le Case Circondariali di Marassi e di Pontedecimo di Genova, consapevoli di questa problematica, hanno coinvolto le realtà, con cui da sempre collaboravano, dando il via a "La barchetta rossa e la zebra", un progetto sostenuto dall'Impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, che ha rimesso al centro l'importanza della genitorialità e del legame affettivo tra genitori detenuti e figli. Con la Fondazione Rava, e tanti altri enti del territorio, hanno ridato vita e colore alle sale d'attesa e agli spazi per i colloqui, trasformandoli in luoghi accoglienti e a por-tata di bambino.
Il progetto, però, non si ferma a tutelare i bambini, ma valorizza il ruolo genitoriale dei detenuti, ritenendolo fattore positivo nel loro percorso riabilitativo. Come ci spiega Livia Botto della cooperativa sociale il Biscione, uno dei partner del progetto, "La genitorialità per-mette di rafforzare gli strumenti positivi che ogni persona possiede, anche chi ha commesso un reato, perché stimola gli aspetti affettivi, la generosità, una visione a lungo termina e, soprattutto, infonde speranza che, spesso, nelle carceri, manca". I detenuti, infatti, vengono accompagnati in un percorso che li fa riscoprire genitori, dando loro il supporto psicologico e pedagogico di cui necessitano. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: "Se prima i genitori parlavano tra loro, lasciando il bambino in disparte, ora invece lo coinvolgono e giocano con lui". Piccoli cambiamenti che toccano le famiglie e tutta la realtà carceraria. "Per gli agenti, vedere i detenuti che giocano con i propri figli significa identificarsi, scoprire lati comuni, in un clima di comprensione reciproca". An-che per il genitore che non si trova in carcere il progetto ha previ-sto un sostegno per superare la vergogna della detenzione e affrontare la vita quotidiana in mancanza dell'altra figura genitoriale. Inoltre, grazie alla collaborazione con l'UEPE (Ufficio l'esecuzione della pena esterna), l'iniziativa accompagna le famiglie anche dopo l'uscita dal carcere, nella ricerca lavoro necessaria per una reintegrazione dignitosa nella vita sociale.
Quello de "La Barchetta rossa e la zebra" è quindi un lavoro a 360° che ha coinvolto tutte le realtà del territorio in un lavoro sinergico, che può davvero rappresentare un modello innovativo di programmare la vita in carcere. Come afferma Mariavittoria Rava, presidente della Fon-dazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e project manager del progetto, "l'obiettivo è mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane, tenendo conto della specificità di ogni territorio. I genitori devono poter essere genitori sia fuori che dentro il carcere. Come afferma Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e project manager del progetto, "l'obiettivo è mutuare l'esperienza maturata a Genova anche in altre carceri italiane, tenendo conto della specificità di ogni territorio. I geni-tori devono poter essere genitori sia fuori che dentro il carcere. Ci auguriamo davvero che nasca la figura dell'operatore "barchetta rossa" a livello nazionale".
Il progetto coinvolge il Privato Sociale e le Istituzioni Pubbliche ed è sviluppato in sinergia con l'Amministrazione penitenziaria locale e dell'esecuzione penale esterna e con il Comune di Genova.Il Cerchio delle Relazioni è capofila del Progetto coordinato, in prima linea, dalle Associazioni territoriali genovesi del Terzo Settore: la Cooperativa Sociale Il Biscione, Veneranda Compagnia di Misericordia, il Centro Medico psicologico pedagogico LiberaMente, ARCI Genova e CEIS Genova. La Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus, a cui è stata affidata l'opera di riqualificazione delle aree dedicate all'incontro dei bambini con i genitori detenuti nelle due Case Circondariali, è project manager, partner e promotore del Progetto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Nella proposta di legge dei 5S sulla liberazione condizionale ai non collaboranti si vorrebbero accentrare le decisioni al tribunale di sorveglianza di Roma, snaturando il principio del giudice naturale. Giovanni Falcone viene tirato puntualmente per la giacchetta. Lo si fa quando si parla di "terzo livello", laddove il giudice in realtà ne stigmatizzò la teoria, parlando di una mafia che non si fa eterodirigere.
di Giovanni Guzzetta
Il Riformista, 20 maggio 2021
Gli stellati vincolano la concessione del beneficio al risarcimento dei danni per le vittime: folle che debba valere solo per chi non collabora. In secondo luogo, affidano la decisione alla Dna, che dovrebbe decidere anche su cose che non c'entrano con la mafia. Bieca propaganda. La Corte costituzionale, al momento di adottare l'ordinanza sull'ergastolo ostativo, aveva auspicato una leale collaborazione istituzionale, sembra difficile dire che i parlamentari del M5S ne abbiano compreso interamente lo spirito. La conferenza stampa di presentazione del disegno di legge (che attendiamo di leggere nei dettagli) con il quale il movimento intenderebbe "rispondere" alla decisione della Consulta non convince per molti aspetti e, a dire il vero, come collaborazione istituzionale sembra assai poco "leale".
di Claudia Osmetti
Libero, 20 maggio 2021
Devono essere protetti anche dagli altri carcerati: anche il minimo spostamento è un rischio. Ora d'aria a orari diversi, laboratori e pratiche sportive impossibili: un isolamento senza fine
"Quelli si faranno una brutta galera": così si dice, quando ci si trova di fronte a crimini particolarmente odiosi. Frase in genere seguita da quell'altra, "vanno sbattuti dentro per poi buttar via la chiave". Che poi, in un certo senso, è pure quello che succede. Quelli che, con espressione anglofona, oggi vengono definiti sex offenders - e dunque stupratori, autori di reati sessuali a vario titolo, in massima parte pedofili - è come se venissero condannati due volte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Ritorno alla "legge Orlando" sgradito a Bonafede, ma la riforma "processuale" dell'istituto è problematica. Ancora pochi giorni. Poi la ministra Marta Cartabia depositerà formalmente i propri emendamenti sul processo penale, prescrizione inclusa.
Non si accelera oltre il dovuto. Anche perché è chiaro che la proposta della guardasigilli sulla norma Bonafede finirà per diventare il passaggio più delicato per le riforme della giustizia. Non che la legge delega sul Csm, sempre all'esame della Camera, e la riforma del processo civile, incardinata viceversa a Palazzo Madama, siano irrilevanti, intendiamoci.
di Liana Milella
La Repubblica, 20 maggio 2021
Tutto il centrodestra, più Italia Viva, firma l'emendamento di Costa di Azione che impone a chi affronta il concorso in magistratura di scegliere subito se vuole fare il pm o il giudice. E adesso rispunta la separazione delle carriere. Come anticipato lunedì da Repubblica, si materializza alla Camera l'emendamento di Enrico Costa di Azione che impone a chi si presenta per il concorso in magistratura di scegliere subito se vuole fare il pm o il giudice. Naturalmente una proposta del genere viene subito "acchiappata" da tutto il centrodestra. Nonché da Italia viva.
di Michele Gelardi
L'Opinione, 20 maggio 2021
Stanno venendo al pettine, uno dopo l'altro, i nodi della giustizia italiana. La Corte europea per i Diritti dell'Uomo si accorge che il processo a Silvio Berlusconi forse non è stato equo. Forse, ma solo per caso, c'è stato accanimento giudiziario. Ovviamente, non per ragioni politiche, bensì per fatale congiuntura astrologica.
Quella stessa fatalità, che ha indotto il pubblico ministero Luca Palamara a definire "necessario" il processo penale a carico di Matteo Salvini, per quanto fossero chiare l'inconsistenza e la strumentalità dell'accusa, in relazione a un atto di Governo pienamente legittimo. Che il Governo d'Italia fosse ostaggio di una Magistratura politicamente orientata, fino al punto da sottoporre a processo penale gli atti del Consiglio dei ministri, gli sembrava del tutto naturale.
di Simona Musco e Valentina Stella
Il Dubbio, 20 maggio 2021
Per l'avvocatura la situazione è "disastrosa". Ma magistrati e legali criticano la scelta di istituire una commissione interministeriale senza essere stati coinvolti. "La situazione della Giustizia al Sud è disastrosa. E siamo molto adirati: abbiamo appreso della costituzione di questa Commissione soltanto a cose fatte, l'avvocatura non è stata interpellata, né sono stati sentiti gli ordini del Meridione. Siamo molto delusi".
È arrabbiato Francesco Greco, consigliere del Cnf, che commenta così la costituzione della commissione interministeriale voluta dai Dicasteri del Sud e della Giustizia, pensata per essere il più possibile al fianco degli uffici giudiziari del Mezzogiorno.
"Avremmo desiderato una maggiore partecipazione - spiega - perché la Giustizia, al Meridione, è completamente allo sbando e le parti in causa non sono state consultate né coinvolte. Siamo completamente abbandonati a noi stessi e i cittadini hanno veramente perduto ogni aspettativa di una giustizia giusta. In questo anno e mezzo di pandemia, in cui l'attività giudiziaria è andata enormemente a rilento, non si è stati capaci di recuperare l'arretrato". Ed è l'arretrato, secondo Greco, il grande assente nella riforma della giustizia attualmente allo studio del governo. "Una Commissione non basta: l'unico sistema per rimettere in piedi questa macchina sgangherata è intervenire sull'organizzazione giudiziaria, sull'attività del giudice", aggiunge, bocciando in partenza l'idea di Marta Cartabia e Mara Carfagna.
Al via i lavori della Commissione - Il primo incontro tra i componenti della squadra voluta dalle due ministre si è svolto ieri. "Il buon funzionamento della giurisdizione passa sempre di più anche da un recupero dei valori di efficienza. Oltre ad essere il garante della legalità delle condotte nell'amministrazione della giustizia, l'Ispettorato intende proporsi come strumento di diffusione delle migliori buone prassi organizzative esistenti sull'intero territorio nazionale. È questo il mandato che la ministra Cartabia mi ha affidato", ha dichiarato nel primo incontro con i suoi collaboratori la neo capo dell'Ispettorato generale del ministero della Giustizia, Maria Rosaria Covelli. Già presidente del Tribunale di Viterbo, sarà lei a guidare la commissione interministeriale. "Il rilancio economico del Paese - ha aggiunto Covelli - passa necessariamente attraverso la massima efficienza soprattutto della giustizia civile, di cui si occuperà la commissione. Ci saranno audizioni e occasioni di confronto, che potranno anche diventare utili elementi di stimolo per successivi interventi.
In questa prospettiva la commissione interministeriale sarà l'occasione per focalizzare le principali criticità collegate al contesto di un'area specifica del Paese, su cui si concentra una parte significativa degli investimenti del Recovery plan e, nel contempo, individuare, diffondere ed elevare a sistema le esperienze virtuose maturate in tutto il Paese, anche in numerose sedi del meridione, mediante scambi orizzontali tra uffici giudiziari". A ribadire che si tratta di una mano tesa agli uffici del Meridione è anche la ministra Carfagna.
Partendo dal fatto che "il colossale investimento del Pnrr sul Mezzogiorno italiano - pari al 40 per cento delle risorse ottenute dall'Europa - richiede l'attivazione di energie speciali sul territorio in tutti i settori e quindi anche negli uffici giudiziari. Il riferimento alle pratiche organizzative migliori terrà ovviamente conto delle singole esperienze positive degli uffici giudiziari del Sud e dei modelli più efficaci da essi espressi. Inoltre, gli approfondimenti effettuati dalla Commissione saranno valorizzati per fornire la dotazione di strutture, beni e risorse umane anche sfruttando i finanziamenti previsti dal Pnrr e dal nuovo ciclo di programmazione".
Lo stato della giustizia civile - Ci siamo chiesti allora quale sia lo stato di salute della giustizia civile nel Paese per area geografica. Lo ammettiamo: reperire dati è compito arduo. Si è costretti a muoversi tra diversi siti, consultare varie fonti, perdersi in tabelle e fogli excel. Forse sarebbe il caso davvero di istituire, come già proposto dall'Unione della Camere Penali e dal deputato di Azione, Enrico Costa, una banca dati della giustizia. Sul sito del ministero, l'ultimo studio organico sulle performance della giustizia civile risale al 2015 e al "Programma Strasburgo 2", coordinato dal dottor Mario Barbuto, allora Capo del Dipartimento dell'Organizzazione Giudiziaria. Riusciamo a fornirvi qualche dato grazie ad un documento dal titolo "L'efficienza giudiziaria dei Tribunali civili in Italia", elaborato dall'ufficio statistico del Csm nel 2019, anche grazie a dati disaggregati di via Arenula. Complessivamente "gli uffici più efficienti sono situati prevalentemente nel Nord Italia (Biella, Bolzano, Ferrara, Gorizia, Ivrea, Novara e Savona) e sono soprattutto Tribunali piccoli o medio-piccoli. Vi sono cinque uffici del Sud Italia (Avezzano, Campobasso, Crotone, Napoli Nord, e Tempio Pausania) e uno del Centro (Livorno)".
Un caso particolare tra i Tribunali efficienti è quello di Napoli Nord, "ufficio collocato nel Sud Italia e di medio-grandi dimensioni in cui, a fronte di un aumento di pendenze ultra triennali tra il 2016 e il 2017, un numero di procedimenti definiti per magistrato non molto alto e un indice di ricambio inferiore all'unità, si rileva la più bassa percentuale di pendenze ultra triennali sicuramente dovuta al fatto di essere un tribunale molto giovane che non ha "avuto il tempo di accumulare arretrato".
Secondo invece il documento "Conoscere l'arretrato della giustizia civile: una necessità in vista delle imminenti scelte politiche" pubblicato su Questione Giustizia e fermo ai dati della Dgstat del Ministero della Giustizia aggiornati all'intero 2019, "a livello nazionale il 51% della pendenza civile è costituita da contenzioso civile, il 20% da esecuzioni civili, il 17% da lavoro e previdenza, il 4% da procedimenti speciali e il 3% da volontaria giurisdizione.
Tali percentuali si differenziano all'interno dei Distretti, la variabilità maggiore è presente nella materia lavoro e previdenza che ha incidenza minima nei Distretti di Trento (4%), Brescia (7%), Milano e Venezia (8%) e massima nei Distretti di Reggio Calabria (36%), Messina (33%), Lecce (30%) e Bari (28%). I sei Distretti con il numero maggiore di cause civili pendenti (Napoli, Roma, Milano, Bari, Catania e Catanzaro) racchiudono la metà della pendenza nazionale".
La protesta dei magistrati - Assodato che ci si concentrerà dunque sul civile, comunque sull'istituzione della Commissione era nate alcune polemiche da parte della magistratura. Gaetano Bono, membro della giunta Anm di Catania, dice al Dubbio: "L'erroneità di fondo del citato decreto interministeriale non sta tanto (e solo) nell'avere focalizzato l'attenzione sulla "organizzazione del settore giustizia nelle aree del Mezzogiorno italiano al fine di verificare eventuali carenze", quanto piuttosto nella miopia di avere adottato un criterio geografico di analisi, piuttosto che un criterio meritocratico che prescindesse dall'ubicazione geografica.
Appare fin troppo scontato ricordare che ci sono tribunali e procure del meridione che eccellono nelle statistiche e nelle best practices, così come ci sono uffici del settentrione che invece sono in grande sofferenza". Questione ribadita anche da un'altra autorevole toga del Sud, secondo cui "servirebbe una ricognizione di tutti gli uffici, a livello nazionale, perché le differenze possono dipendere da fattori diversissimi. Ben venga la Commissione, ma l'idea che le best practice vengano "esportate" nel Mezzogiorno non è corretta".
Il problema di armonizzazione della produttività degli uffici è reale, spiega ancora il magistrato, che preferisce l'anonimato, ma esistono già dei meccanismi: il Csm ha infatti istituito un servizio che riguarda le best practice degli uffici giudiziari, dal quale ciascuno può attingere per migliorare la gestione dell'ufficio. "Una ricognizione generale può aiutare a mettere a sistema tutte le possibili cause: le carenze degli organici, tra personale amministrativo e magistrati, l'organizzazione degli uffici nonché l'edilizia giudiziaria".
di Riccardo Polidoro
Il Riformista, 20 maggio 2021
Apprendiamo che la ministra della Giustizia, Marta Cartabia, e la ministra per il Sud e la Coesione territoriale, Mara Carfagna, hanno firmato un decreto per la costituzione di una Commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno, composta da vertici di uffici giudiziari del Sud, insieme ad avvocati, professori universitari operanti nel Mezzogiorno e dirigenti ministeriali.
A presiederla sarà il capo dell'Ispettorato generale di Via Arenula che ogni mese riferirà sull'andamento dei lavori ai ministri competenti. Gli esperti - si legge nel comunicato stampa del Ministero - hanno il compito di individuare e valorizzare le best practices esistenti al fine di superare eventuali criticità. Entro il 30 settembre 2021 la Commissione trasmetterà ai Ministri una relazione sull'esito dei lavori.
Le ragioni che hanno indotto la costituzione della Commissione sono una giustizia più efficace ed efficiente per garantire le condizioni di legalità e sicurezza necessarie per lo sviluppo delle aree del Mezzogiorno, in coerenza con le priorità indicate dal Governo nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Dunque, s'inizia con un approccio minimo e limitato, molto lontano, se non contrario, a quell'auspicato intervento strutturale che possa consentire un vero cambio di passo. Si ritiene, evidentemente, che, se è vero che la giustizia è da riformare perché non funziona, i problemi sono soprattutto al Sud. Ma è così solo in minima parte. Le difficoltà sono sull'intero territorio nazionale e i mali della giustizia sono - come dovrebbe essere la legge - uguali per tutti.
I problemi del Meridione sono visibili in ogni settore e sono dovuti a una politica cieca e inefficiente a trazione settentrionale che ha investito al Sud sempre in maniera sbagliata.
Da sempre scontiamo questa differenziazione tra Nord e Sud che non fa altro che evidenziare il taglio netto di un Paese diviso in due: dalla Cassa per il Mezzogiorno ai ministri per il Sud, con buona pace dell'unità d'Italia. Finché la politica continuerà a coniare etichette di questo tipo, il Meridione - considerato ufficialmente figlio di un dio minore rispetto al Settentrione - non si riprenderà mai. Su questa incomprensibile scia, ecco giungere la Commissione interministeriale per la giustizia nel Mezzogiorno. Nulla di nuovo anche nel metodo di approccio ai molteplici problemi che affliggono il sistema giustizia. Citando la frase di un noto giurista, gli scantinati del Ministero sono strapieni di faldoni con i lavori delle molteplici Commissioni che si sono succedute nel tempo, mai presi in considerazione, ma ottimo cibo per topi. Ovviamente ci auguriamo che non sarà così e che la nuova nata possa davvero offrire suggerimenti utili per interventi concreti non più rinviabili. Ma sorgono spontanei alcuni interrogativi.
Che senso ha tale Commissione quando è proprio l'Ispettorato generale del Ministero ad avere il compito di accertare se negli uffici giudiziari i servizi sono conformi a leggi, regolamenti e istruzioni vigenti? Chi è stato nominato a presiedere la Commissione dovrebbe già essere in possesso dei dati necessari per i provvedimenti da adottare in via d'urgenza. Inoltre al Ministero giungono periodicamente notizie sullo stato delle singole Corti di Appello, in particolare sull'organico, sui procedimenti pendenti, su quelli conclusi. Pervengono, inoltre, tutte le notizie relative alle carenze delle strutture dove sono allocati i Palazzi di giustizia.
Le conoscenze, dunque, ci sono tutte. Sono i provvedimenti necessari che mancano. Per i quali, tra l'altro, vi è già una forza lavoro all'interno del Ministero e specificamente delegata a tutto ciò: commissioni di studio e comitati scientifici dell'ufficio legislativo e del gabinetto del ministro che elaborano relazioni e proposte normative. Quello che manca è la volontà politica d'intervenire, a causa degli eterni conflitti tra i vari partiti che pensano esclusivamente a un facile consenso popolare. L'istituzione delle commissioni si è sempre - o quasi sempre - rivelato un alibi per prendere tempo, a maggior ragione come nel caso specifico, dove i componenti non devono indicare soluzioni, ma solo evidenziare problemi specifici legati alle caratteristiche dei territori che sono già ben conosciuti da tempo.
La diffusione e la valorizzazione delle buone pratiche, alle quali i vertici del Ministero della Giustizia e di quello per la Coesione territoriale hanno fatto riferimento nel presentare la nuova Commissione, possono - volendo - essere esercitate subito e non sarà certo un gruppo di esperti ad accelerare i tempi della loro realizzazione. Né questo tavolo ministeriale potrà essere una preziosa occasione di confronto, come è stato detto, perché il dibattito tra esperti è sempre utile, ma a patto che sia davvero finalizzato a interventi concreti e non a segnalare quanto già conosciuto da tutti. Di recente e di noto per il Sud vi è l'idea di realizzare un nuovo carcere a Bagnoli, oltre quello da tempo progettato per Nola, da 2mila posti. Su queste (per noi) "pazze idee" vorremmo sentire la voce della ministra Cartabia affinché, come ci auguriamo, ponga un tassello importante su una nuova idea di giustizia e, in particolare, di pena.
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