di Raffaele Sardo
La Repubblica, 28 giugno 2021
Il 6 aprile, in pieno lockdown, scontri tra agenti e detenuti nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19 tra le mura dell'istituto. Una misura interdittiva emessa dal gip di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) è stata notificata stamattina al provveditore delle carceri della Campania Antonio Fullone. La misura cautelare è stata emessa nell'ambito dell'indagini sulle violenze avvenute nel carcere casertano, il 6 aprile 2020, in pieno lockdown, durante una rivolta dei detenuti.
La notifica degli avvisi di garanzia agli agenti della polizia penitenziaria indagati, avvenuta l'11 giugno 2020, da parte dei carabinieri, provocò vibranti polemiche per la modalità d'esecuzione: alcuni poliziotti infatti salirono sui tetti dell'istituto penitenziario per protestare perché alcuni degli avvisi erano stati consegnati proprio fuori la sede dell'Istituto di pena, davanti ai familiari dei detenuti.
I carabinieri di Caserta stanno eseguendo oggi 52 misure cautelari emesse dal gip su richiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) nei confronti di appartenenti al corpo della polizia penitenziaria coinvolti negli scontri.
La scintilla fu la scoperta che uno dei circa quattrocento detenuti, addetto alla distribuzione della spesa, era stato messo in isolamento con la febbre alta ed era risultato positivo al coronavirus. Scattò la protesta che ben presto degenerò. Più di cento detenuti del reparto Nilo cominciarono a battere contro le sbarre delle celle e subito dopo costruirono una barriera fatta con le brande. Chiedevano protezione dal virus e in particolare: igienizzanti, mascherine e guanti. Minacciarono con olio bollente chiunque cercava di avvicinarli. Il giorno dopo ci fu una perquisizione del reparto Nilo, ma l'iniziativa degenerò con forti tensioni tra agenti e detenuti. Vennero trovati e sequestrati spranghe ricavate dalle brande, bacinelle piene d'olio, numerosi pentolini per farlo bollire.
In seguito arrivarono le segnalazioni di familiari di detenuti e la denuncia dell'associazione Antigone che segnalava aggressioni ai carcerati che sul corpo avrebbero presentato i segni di percosse e manganellate. "Detenuti denudati e picchiati da agenti con i caschi in testa", diceva la denuncia. Di qui l'apertura di una inchiesta che sfociò in 57 avvisi di garanzia, con ipotesi di reato gravissime come la tortura.
di Giovanni Balugani
Gazzetta di Modena, 28 giugno 2021
Davanti al carcere proteste contro la decisione del giudice Comitato affiancato da Si Cobas e Idee in Movimento: "Le indagini si possono riaprire". Cercare nuovi elementi per riaprire le indagini: è l'obiettivo che si è dato il comitato "Verità e Giustizia" per le morti durante la rivolta al Sant'Anna. Davanti al carcere modenese, ieri mattina, circa quindici persone hanno contestano l'archiviazione disposta dal giudice per le udienze preliminari Andrea Salvatore Romito.
"S'è deciso di insabbiare la più grande strage a Modena dal dopoguerra a oggi - esordisce Alice Miglioli a nome del comitato - Inoltre, le due opposizioni all'archiviazione dell'associazione Antigone (l'autrice dei report sulle carceri) e dal Garante nazionale dei detenuti non sono state prese in considerazione. Non sappiamo cosa sia successo, ma crediamo ci siano tanti "buchi" nella vicenda".
Il comitato ha redatto un dossier a partire dalla rivolta dell'8 marzo 2020 e il testo sarà presentato in varie città. Oggi alle 15 una delegazione andrà, ad esempio, al campo No Tav di Acquaviva (Trento); mercoledì, alle 18.30, lo Spazio Nuovo ospiterà "8 marzo 2020: Modena è diversa". Tra gli avvocati ospiti ci saranno Mario Marcuz (difensore dei firmatari degli esposti di Ascoli) e Luca Sebastiani (difensore dei familiari dell'8 marzo), Mariachiara Gentile e Filomena Chiarelli di Antigone. Sono attese testimonianze anche del Gruppo Carcere e Città. "Non staremo in casa a piangere in un angolo - ribatte Miglioli - ma cercheremo nuovi dati e testimonianze nella tutela di tutti i testimoni: le indagini si possono riaprire".
E mentre Giovanni Iozzoli accusa ("In tribunale si liquida spesso la verità"), Miglioli invita a riflettere sulle origini delle otto vittime archiviate: Slim Agrebi, Ali Bakili, Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Ben Mesmia Lofti, Ghazi Hadidi, Abdellah Rouan e Artur Iuzu.
"L'unica persona inserita in una rete sociale era Sasà Piscitelli - evidenzia Miglioli - e il suo fascicolo resta aperto". Accanto a "Verità e Giustizia" si sono schierati anche i Si Cobas ("Il nostro interesse sull'eccidio è immutato", avverte il coordinatore provinciale Enrico Semprini) e il gruppo di Castelfranco, Idee in Movimento, rappresentato da Paolo Malvone: "Non ci fermeremo davanti all'archiviazione e in Consiglio portiamo un ordine del giorno sulle carceri". "Occorre lottare per avere la verità - è l'appello di Sara De Nunzio - e un modello di giustizia non repressiva".
di Amedeo La Mattina
La Stampa, 28 giugno 2021
Giulia Bongiorno ha incontrato il ministro Marta Cartabia, che da domani è in tour per le Corti d'Appello d'Italia, e ha espresso il suo sostegno alla riforma della giustizia. Per l'avvocato e senatrice leghista i referendum della Lega corrono su un piano diverso. È convinta che molti magistrati li firmeranno perché si vergognano di far parte della propria categoria.
La riforma sulla giustizia del ministro Cartabia è incartata. La prescrizione spacca la maggioranza. Cosa consiglia al Guardasigilli?
"Il ministro Cartabia sta facendo un ottimo lavoro e non ha bisogno di consigli. Innegabilmente, trovare una sintesi è complicato, perché sul tema giustizia si agitano sensibilità molto diverse: per esempio, c'è chi pensa che il garantismo sia un esercizio di vuota retorica, dimenticando che è un principio inserito nella nostra Costituzione. Sono molto soddisfatta della proposta del Ministro di superare il testo Bonafede sulla prescrizione, che è stato oggetto di un duro confronto tra la Lega e i Cinque Stelle quando eravamo al governo".
Quando ha incontrato il Guardasigilli?
"Nei giorni scorsi il Ministro mi ha chiamato e ho avuto modo di incontrarla. Ho fatto presente ancora una volta che la Lega è al suo fianco e condivide la necessità di ridurre drasticamente i tempi del processo penale; apprezzabile è la scelta di modificare e ridurre i termini di durata delle indagini, anche se sarebbe ancora più efficace prevedere contestualmente sanzioni processuali in caso di ingiustificate stasi del procedimento. Naturalmente, ridurre i tempi non significa ridurre le garanzie".
Cosa vi piace della riforma del processo penale?
"È un intervento ampio e condividiamo una serie di novità, come una nuova organizzazione del processo, il superamento della prescrizione Bonafede, la restituzione al Parlamento del potere di scegliere le priorità. Non concordiamo invece sulle soluzioni tecniche proposte su appello e Cassazione. In questa fase di crisi della magistratura, frutto delle distorsioni di un correntismo esasperato, non possiamo limitare i controlli sulle sentenze".
Sfiducia nei giudici?
"Non è una fase in cui si può rinunciare a un appello pieno, così come non è tempo per introdurre filtri sempre più stringenti per i ricorsi in cassazione. A chi mi dice "sono innocente e ne ho le prove", replico che purtroppo essere innocenti potrebbe non bastare per essere assolti. Sui piatti della bilancia, simbolo della giustizia, temo che a volte potrebbero non esserci solo le prove. È grave, ma è così. Se infatti ci si imbatte in un giudice ambizioso e il pm di quel processo appartiene a una corrente che potrebbe incidere su una promozione, è lecito avere dei dubbi sulla sua imparzialità? Le impugnazioni sono forme di controllo degli errori dei giudici precedenti e a questa garanzia non si può rinunciare".
A cosa servono i referendum che promuovete con i Radicali? È uno schiaffo al governo?
"Solo chi non conosce i temi dei referendum può pensare che ci sia un'interferenza con la riforma. Si pongono su piani nettamente diversi. Non esiste nella riforma Cartabia il tema della separazione delle carriere, ad esempio. E per noi l'indipendenza della magistratura è essenziale. Per usare una metafora calcistica, visto che siamo in tempo di Europei: non è ammissibile che l'arbitro indossi la maglia di una delle due Nazionali in campo".
L'Anm considera il referendum punitivo...
"Da anni sento ripetere la storia delle riforme punitive ogni volta che si tenta di fare una riforma, come da anni sento dire che la magistratura è in grado di riformare da sola il Csm. Oggi molti magistrati si vergognano di far parte della propria categoria e sono i primi che firmeranno per i referendum. Qualcuno di loro mi ha detto che, quando gli chiedono che mestiere fa, risponde evasivo "dipendente pubblico" per tenersi lontano dal torbido venuto fuori di recente".
Il ddl Zan ha provocato un incidente con la Santa Sede. Il premier ha rivendicato la laicità dello Stato. Dal punto di vista della Lega, Draghi ha sbagliato? Avrebbe dovuto chiedere alla maggioranza di cambiare il testo? Salvini ha parlato di intromissione d'Oltretevere sullo ius soli ma stavolta la vede diversamente.
"No, Salvini a proposito dello ius soli si era limitato a dire di non condividere la posizione di parte del Vaticano. Per quanto riguarda me, sono credente e cerco di prestare attenzione alle posizioni della Chiesa; al contempo, però, quando ero presidente della Commissione Giustizia alla Camera, ho spinto - è noto - per l'introduzione di una legge contro l'omofobia che reputo importante. Ma è necessario scrivere in modo equilibrato una buona legge e il ddl Zan contiene a mio parere alcuni errori".
Cosa non va?
"Partendo dalla giusta esigenza di abbattere le discriminazioni, si usano definizioni normative che paiono contrastare con la difesa del pluralismo. Si deve tener conto della libertà di religione, di insegnamento e di espressione. È paradossale che una legge volta a tutelare l'uguaglianza si presenti come un limite alla libertà altrui. Nessuno vuole affossare il ddl Zan, ma servono alcune correzioni per raggiungere una condivisione tra tutte le forze politiche su un tema delicato".
La Provincia Pavese, 28 giugno 2021
L'infermeria del carcere si rinnova grazie al lavoro di due detenuti. Da anni gli ambulatori non erano mai stati ristrutturati. Così la direttrice della Casa circondariale, Stefania Mussio, ha deciso di dare la possibilità a due ospiti della struttura di rimboccarsi le maniche e dare il loro contributo. R.R. e G.P. si sono messi all'opera lo scorso febbraio e con un accurato lavoro durato mesi hanno riqualificato l'intero settore, rendendolo dignitoso e ordinato, con la supervisione e il coordinamento degli operatori di Polizia Penitenziaria.
Molto soddisfatto anche il Dirigente sanitario, Gianni Belfiore: "Questo rinnovo, iniziato a metà febbraio e vissuto da tutto il carcere con curiosità e sincero interesse, ha portato a un totale rinnovo dei locali, con un apprezzabile miglioramento. Un segno importante e concreto della considerazione verso l'area sanitaria e del lavoro, spesso complesso, che si svolge in essa da parte della attuale direzione della Casa circondariale di Voghera". Il medico che dal 2015 frequenta il carcere iriense come dottore del Ser.D. e da circa un anno ha assunto anche il ruolo dirigente sanitario, ha notato come il cambiamento in questi ultimi mesi "darà sicuramente nuovo impulso alla rivalutazione dell'attività".
La Stampa, 28 giugno 2021
La costruzione del secondo carcere ad Asti continua a fare discutere. "Eravamo tutti d'accordo che l'allargamento del carcere di Asti non fosse per nulla opportuno e, prima che cambiasse il Governo con tutti i suoi rappresentanti, come forza politica avevamo interessato i referenti nazionali per di rivedere il progetto di ampliamento della Casa di reclusione di Asti. Erano state altresì presentate interrogazioni parlamentari da altre forze politiche.
Ora però il Comune di Asti l'ha combinata grossa. Poteva presentare l'opposizione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri contro le conclusioni della Conferenza dei Servizi e l'iter autorizzativo urbanistico. Cosa che la Amministrazione comunale ha fatto. Peccato che sia stata presentata in ritardo di 10 giorni. Così è giunta la risposta del Ministero che dichiara l'azione del Comune di Asti inammissibile in quanto proposta tardivamente. Come forze politiche di minoranza presenteremo interpellanza e chiederemo urgenti spiegazioni in Consiglio Comunale". Lo annuncia Massimo Cerruti consigliere del Movimento Cinque Stelle in Comune ad Asti.
Marcello Coppo, assessore all'Urbanistica non ci sta a passare come il responsabile di una "disfatta". Ammette: "È vero gli uffici hanno presentato in ritardo l'opposizione al Ministero ma la partita non è assolutamente chiusa. Anzi quella vera non è questa ma quella che si giocherà davanti al Tar. Anche se l'opposizione fosse stata presentata in tempo ritengo che il Ministero difficilmente avrebbe negato se stesso dandoci ragione". Un altro punto che preoccupa riguarda i numeri. Attualmente il carcere di Asti ospita circa 300 detenuti quasi tutti ad alta sicurezza. Il secondo padiglione dovrebbe servire per evitare il sovraffollamento. Il timore però è che una volta costruito i parametri non vengano rispettati e che detenuti comuni vengano mischiati con quelli ad alta sicurezza. Inoltre come fatto presente sin da subito dall'Amministrazione comunale l'edificio sorgerebbe in zona a rischio esondazione.
di Marco Pederzoli
Il Resto del Carlino, 28 giugno 2021
Inizia oggi un grande progetto coordinato dall'associazione 'La San Nicola' e dal suo 'braccio operativo', l'associazione Maestre Sfogline di Castelfranco Emilia, in collaborazione con il Comune di Castelfranco e la Casa di Reclusione. Ad annunciarlo è lo stesso Gianni Degli Angeli, presidente dell'associazione La San Nicola, che spiega: "Da domani (oggi per chi legge, ndr), e in modo continuativo, una ventina di sfogline facenti parte dell'associazione Maestre Sfogline di Castelfranco Emilia, inizieranno a fare i tortellini per diverse manifestazioni che si svolgeranno nelle prossime settimane sul nostro territorio e non solo.
L'idea, peraltro, non è solo quella di fare degustare i nostri tortellini durante eventi, ma anche di arrivare a una vera e propria vendita al pubblico. Questo progetto, infatti - prosegue Degli Angeli - ha anche una forte valenza sociale. Assieme alle maestre sfogline lavoreranno anche alcuni giovani della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia, per imparare un mestiere che potrebbe essergli molto utile una volta che avranno scontato la loro pena. Inizieremo in particolare con due ragazzi, uno di 23 e uno di 27 anni, che impareranno a fare i tortellini alla maniera tradizionale, presso uno spazio messo a disposizione dalla Casa di Reclusione, al di fuori comunque della stessa.
E quando dico tortellini alla maniera tradizionale - prosegue il presidente Degli Angeli - intendo che tutte le sfoglie saranno tirate col mattarello; non sarà mai utilizzato alcun macchinario. Insomma, saranno i veri tortellini di una volta, che serviremo ovviamente anche alla prossima Sagra del Tortellino di Castelfranco Emilia". I primi esiti di questo nuovo progetto saranno sui piatti di tanti modenesi e non solo già nel prossimo fine settimana, poiché i tortellini delle Maestre Sfogline di Castelfranco Emilia saranno proposti durante la Motor Valley Fest in programma da giovedì a domenica prossimi al Novi Park di Modena.
L'associazione La San Nicola, peraltro, è reduce anche da un'importante iniziativa diplomatica. Nell'ambito dell'idea di gemellaggio tra la città di Castelfranco Emilia e la città di San Marino dell'omonima Repubblica, lanciata alla fine della scorsa settimana, La San Nicola ha offerto il pranzo a tutti gli ospiti presenti al Castello di Panzano (immaginate cos'era il primo piatto...) e, anche nello sviluppo dei futuri rapporti di amicizia, è già pronta a portare in trasferta a San Marino il vero tortellino tradizionale di Castelfranco Emilia.
La Repubblica, 28 giugno 2021
Il leader di Italia viva interviene sull'attacco del Vaticano: "Le leggi le fanno i parlamentari, non i cardinali". Il segretario del Pd Letta ribadisce: "Andiamo in Parlamento, lì ciascuno si assumerà la sua responsabilità". Il ddl Zan "è una legge necessaria". È un'opinione convinta quella del leader di Italia viva, Matteo Renzi, che intervenendo all'iniziativa "Live in Firenze" di SkyTg24 conferma la necessità di arrivare quanto prima all'approvazione, anche in Senato, della legge contro l'omofobia. "Il mio augurio - dice Renzi - è che si possa tutti assieme fare uno sforzo per trovare gli elementi che uniscono e non quelli che dividono. Un accordo va trovato a partire da luglio, quando il ddl Zan arriverà in Aula". Proprio questa mattina il segretario del Pd, Enrico Letta, ha evidenziato come lo scontro con il centrodestra (e in particolare la Lega), contrario all'approvazione della legge contro l'omofobia, sia ancora molto forte. "È evidente - ha spiegato il leader dem - che non è e non sarà un dialogo semplice, motivo per il quale ho detto: 'Andiamo in Parlamento'. Quello è il luogo della trasparenza e lì ognuno si assumerà la sua responsabilità".
Renzi ha poi commentato l'attacco del Vaticano che nei giorni scorsi ha inviato al segretario di Stato italiano una nota verbale in cui, impugnando il concordato, chiedeva al governo Draghi una modifica del ddl Zan. "L'Italia è un Paese laico", ha chiarito il leader di Iv, ricalcando quanto dichiarato dal premier nei giorni scorsi, che in Senato aveva parlato di uno "Stato laico e non confessionale". Renzi dunque ha ribadito: "Pieno rispetto per le opinioni di tutti ma le leggi le fanno i parlamentari, non i cardinali".
Ad appoggiare la convinzione di Renzi rispetto alla necessità di approvare la legge contro l'omofobia sono anche altri esponenti di Italia viva. "Nel nostro Paese manca una legge contro l'omofobia e per questo il ddl va assolutamente approvato e in tempi rapidi. Perché la violenza e l'istigazione alla violenza è un reato, non un comportamento di poco conto", dice la senatrice Donatella Conzatti. "È surreale - aggiunge - come un disegno di legge che poggia sul contrasto all'odio, invece di essere patrimonio di tutto il Paese, lo divida, lo laceri. Ritengo che le critiche al ddl Zan portate avanti da una certa destra siano puramente strumentali, per questo chiedo con forza che il provvedimento venga calendarizzato al Senato quanto prima. Domani è già tardi". Sul tema oggi è intervenuto anche il presidente del Parlamento europeo David Sassoli: "L'Italia è uno stato laico. Mi sembra che la costruzione della nostra Repubblica dal '48 vada in quella direzione".
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 28 giugno 2021
L'amarezza del ritiro dall'Afghanistan fa riflettere sulle nostre missioni militari. È un problema su cui riflettere in occasione del vertice della coalizione anti-Daesh cui partecipano quaranta ministri degli esteri. La definitiva partenza dei militari italiani dall'Afghanistan, con ben 53 connazionali caduti, è amara. C'è la tristezza del paese (dopo vent'anni di presenza occidentale) consegnato nelle mani dei talebani, negatori dei progressi civili, specie delle donne. Bene ha fatto Paolo Mieli su queste pagine, a porre la questione degli afgani che hanno collaborato per un futuro migliore. Specie una cinquantina, interpreti e collaboratori degli italiani (400 persone con le famiglie), verso cui abbiamo una grave responsabilità. La Società Dante Alighieri, come segno di solidarietà, ha deciso di assumere uno di questi interpreti.
L'amarezza del ritiro fa riflettere sulle missioni militari italiane, di cui nel complesso siamo fieri. Talune sono motivate, "perché i nostri Alleati lo chiedono". È sensato per l'Italia, partner di alleanze, ma non può essere l'unico motivo. Non esenta dalla responsabilità di una visione e di priorità nell'impegno all'estero. È un problema su cui riflettere in occasione del vertice della coalizione anti-Daesh, a Roma il 28 giugno, presieduto dal ministro Di Maio e dal segretario di Stato americano, Blinken. Quaranta ministri degli esteri discuteranno sul contrasto alle dimensioni globali del terrorismo, con particolare attenzione all'Africa.
La riunione a Roma riconosce l'impegno dell'Italia. Ricordo solo la missione in Libano (dal 2006 su iniziativa di Prodi). La difficile situazione del Libano - 1.500.000 profughi siriani su sei milioni di abitanti - impegna anche a un'azione politica: il paese resta un presidio di libertà accanto alla Siria in guerra, dove regna il violento regime di Al Assad. Da tempo, sono anche convinto che la frontiera della sicurezza d'Italia e d'Europa passi nei paesi del Sahel, troppo trascurati come il fragile Burkina Faso (lì fino a ieri non c'era neanche un'ambasciata d'Italia). Il Sahel, dalle frontiere porose, è un crocevia di terrorismo, instabilità, traffici criminali di persone, su cui pesa l'instabilità della Libia. Anche in questa regione necessita una visione strategica, più che far da spalla alla Francia, come l'Italia è tentata fin dal 2012.
Oggi il cambio di scenario viene dalla Francia che si ritira dal Mali, dove aveva uno storico impegno militare. Per il presidente Macron è "un lavoro senza fine", privato della collaborazione del governo del Mali. Lì restano 300 soldati italiani, assieme a francesi e altri come forze speciali, destinate a formazione e operazioni di combattimento in un territorio, poco noto all'Italia, con cui non abbiamo mai avuto una storia comune.
Un discorso coerente del nostro Paese nella lotta al terrorismo non può evitare il Mozambico, dove l'Italia ha realizzato, dal 1975, anno dell'indipendenza, una presenza costante e coerente. La pace tra governo e guerriglia, dopo un conflitto all'origine di un milione di morti, porta il segno dell'Italia: è stata negoziata e conclusa a Roma nel 1992 (e l'ho vissuta da vicino). Dal 1992 al 1994, più di mille militari italiani hanno accompagnato la rinascita del paese, in cui regnava la pace fino a ieri. Dal 2018, invece, nel Nord del Mozambico, regione ricchissima di risorse naturali, combatte Ansar al-Sunna (dai sospetti contatti con Daesh e non chiariti sostegni stranieri). Ultimamente, ha condotto azioni di rilievo e controlla parte del territorio. La riposta mozambicana, nonostante l'aiuto di mercenari russi e sudafricani, è inefficace. Quasi 800.000 profughi dal Nord si spargono per il Mozambico in condizioni drammatiche. Raccontano storie inaudite di violenza dei terroristi. Si sente la fragilità del resto del paese.
Il terrorismo islamico ha radici sociali e geopolitiche. È chiaro l'interesse di bloccare lo sfruttamento dell'area da parte delle multinazionali. Tra l'altro, tale sfruttamento, in pochi anni, ha sconvolto il quadro sociale di un popolo marginale. Sono rimasto impressionato da un rapito, poi rilasciato, che ha riferito di aver visto tra i terroristi qualche giovane, già frequentatore dell'ambiente cristiano. Il jihadismo non sta divenendo un'ideologia di rivolta in aree marginalizzate (in presenza di grandi ricchezze), usato nel quadro di un più vasto conflitto geopolitico?
L'Italia deve porsi il problema di una presenza politica e anche militare in Mozambico in termini rinnovati. Il quadro europeo è importante, ma c'è anche una responsabilità bilaterale. In Mozambico l'Italia è il nome della pace. Il Portogallo, con una storia coloniale ancora calda, potrà fare da capofila a un intervento europeo? Ma c'è un problema complessivo (militare, politico, sociale), in cui l'Italia ha qualcosa da fare e da dire. Non esistere in Mozambico, quando poi si è presenti in altre aree del mondo, sarebbe un'irresponsabile incoerenza, se crediamo che la storia abbia un peso e un senso.
di Giusi Fasano
Corriere della Sera, 28 giugno 2021
Forse avrebbe senso che lo Stato prevedesse per te una pena accessoria particolare: l'attivismo per aiutare un centro antiviolenza, l'organizzazione di eventi a sostegno di donne maltrattate, colloqui guidati con donne che hanno subito violenza, un percorso psicologico in un centro per uomini maltrattanti.
Forse servirebbe una terapia d'urto. Una dose massiccia e obbligatoria di immagini, contatti e azioni per aggredire l'aggressività. Se sei un uomo violento, se hai dato così tante botte alla tua compagna, amante, moglie, spasimante da spaccarle un timpano o un braccio, da gonfiarle un occhio, da mandarla in pronto soccorso... ma anche soltanto se hai alzato le mani per darle uno spintone o procurarle un graffio. Ecco.
Se sei quel tipo di uomo - e vale anche per le pochissime donne che fanno lo stesso - forse avrebbe senso che lo Stato prevedesse per te una pena accessoria particolare. Per forzare la mano sul piano della consapevolezza. Hai ridotto a una maschera di sangue il volto della tua compagna? Nel tuo debito con la Giustizia ci sarà anche - che so - l'attivismo per aiutare un centro antiviolenza, l'organizzazione di eventi a sostegno di donne maltrattate, colloqui guidati con donne che hanno subito violenza, un percorso psicologico in un centro per uomini maltrattanti... Obblighi, non indicazioni senza controlli.
Insomma: qualcosa che ti costringa a conoscere da vicino il male che hai fatto, che ti faccia convivere per un certo tempo con le sue conseguenze, qualcosa che ti porti in direzione (quantomeno ci provi) di una presa di coscienza reale, oltre il carcere, gli arresti domiciliari o le varie altre misure possibili. Sul tema della violenza di genere le leggi oggi ci sono e sono sufficienti, abbiamo detto tante volte.
Ma dopo tutti questi anni di discussioni pubbliche e nuovi provvedimenti i risultati non sembrano incoraggianti. Non davanti al volto tumefatto di Giuliana Danzè, per citare l'ultimo fatto di cronaca. La cantante dell'edizione francese di The Voice, 26 anni, ha pubblicato un video dopo le botte del compagno. La voce che trema, un occhio gonfio, lividi ovunque e l'amara consolazione di essere un esempio di coraggio; "se la mia denuncia può essere una forza, che arrivi il più lontano possibile", dice sul punto di piangere. Raccontiamo sempre i femminicidi ma su questo campo di battaglia ci sono anche tantissime donne ferite, fisicamente e psicologicamente, proprio come Giuliana. Donne alla fine salve ma segnate per sempre. Forse sì, agli uomini violenti servirebbe una terapia d'urto. Per capire fino in fondo quanto male può fare il male.
di Carlo Verdelli
Corriere della Sera, 28 giugno 2021
Ogni occasione, dal disegno di legge Zan alla Nazionale, sembra diventare terreno di coltura per il virus del distinguo, del non adesso, del non è il caso, del benaltrismo delle priorità. Ormai basta la parola e subito scatta il freno d'emergenza, come nei treni. Questo tema è "divisivo" e quindi rimandato a data da destinarsi. Rispunta dalle nebbie della politica, inattesa come una lucciola, una definizione che invece di illuminare l'azione di un governo ne spegne gli orizzonti. "Divisivo" è aggettivo solo in apparenza morbido, ma ormai viene usato come arma impropria per inibire qualsiasi passo in avanti, specialmente sul tema dei diritti civili. Tutto può essere "divisivo" e molto lo sta diventando.
Il caso forse più clamoroso è il disegno di legge Zan, pensato per tutelare, oltre ai disabili di cui nessuno parla ma che sono parte integrante del testo, la libertà di esistere della comunità omo-lesbo-trans, impedendo che chi non ama "secondo natura" o "legge di Dio" possa patire conseguenze o sofferenze insopportabili, come il diciottenne di Torino, ultimo caso in cronaca, che pare essersi buttato sotto un treno dopo lungo linciaggio perché era gay. Passata alla Camera nel novembre scorso, la proposta Zan è impigliata nel limbo che si è creato al Senato molto prima dei rilievi vaticani e il perché lo ha spiegato il decano Silvio Berlusconi: "Dobbiamo affrontare grandi riforme, e non provvedimenti divisivi come quello". Anche gli indiscutibili successi contro la pandemia rischiano, con lo spettro della variante Delta, di riaprire fronti dati per chiusi tra fautori dell'avanti tutta (no mascherine e sì discoteche, a prescindere) e rappresentanti più cauti del partito della responsabilità.
Ogni occasione, insomma, sembra diventare terreno di coltura per il virus del distinguo, del non adesso, del non è il caso, del benaltrismo delle priorità. Persino la Nazionale di Mancini ne è stata lambita. Non nella vittoria, festeggiata dopo l'aspro due a uno contro l'Austria con caroselli notturni a cui hanno partecipato anche tanti extracomunitari, segno di un'integrazione di cuore che oltrepassa leggi annunciate e mai compiute. È il prima della partita che ha creato una disunità d'Italia, inedita per questo genere di campo.
Da un lato, quelli che il calcio è una bolla (e come tale da preservare da qualsiasi contagio con la realtà), rafforzati dal soccorso di chi ancora pensa che non bisogna piegarsi mai, fosse anche una rotula, prova di debolezza inaccettabile. Dall'altro, i sostenitori del mettere il ginocchio a terra come segno di rispetto per chi è vittima, a cominciare dal razzismo. I nostri azzurri hanno optato per la posizione eretta, capitan Chiellini ha fatto un po' di confusione promettendo che "combatteremo il nazismo in altro modo"; un altro capitano, Matteo Salvini, ha elogiato la scelta con un bel "viva la libertà", confortato da un ex capitano come Matteo Renzi che inneggiando a una "Nazionale libera dai segretari di partito" ha rifilato uno sgambetto al segretario del suo ex partito, Enrico Letta, che aveva osato auspicare un gesto simbolico dei calciatori come buon esempio ai milioni di cittadini che in questi giorni li seguono come oracoli.
Motivi per un momento di raccoglimento, importa poco in che posa, ne avremmo parecchi. La fine di Camara Fantamadi, per esempio, ucciso da un infarto a 27 anni mentre tornava dal quarto giorno da zappatore senza contratto in un campo del brindisino, una ventina di euro per 12 ore di lavoro in una fornace a cielo aperto, colletta in corso per riportare la salma in Mali, croce più recente di una schiera di morti schiave che comprende anche italiane e italiani. Oppure il biglietto che Patrick Zaki, l'egiziano adottato dall'Università di Bologna, ha mandato dal carcere del Cairo dove aspetta da 506 giorni di sapere che ci fa in quell'inferno: "Forza Italia per gli Europei", con sotto la faccina col sorriso disegnata a biro da lui. Il nostro Parlamento ha deciso a maggioranza assoluta di concedergli la cittadinanza italiana per provare a tirarlo fuori da lì, ma l'argomento deve essere piuttosto delicato rispetto ai nostri rapporti commerciali con l'Egitto, ragion per cui passano i mesi (sono già due) ed è come se quel voto fosse stato inghiottito nel buco nero delle cose "divisive", e come tali accantonabili.
Stesso destino per una delle questioni più drammatiche e cruciali del nostro tempo, e anche del nostro continente: la fuga di popoli da guerre, persecuzioni, povertà, siccità. Ma siccome non esiste parola più divisiva di "migrante", l'Europa ha pensato bene di nascondere l'emergenza sotto un tappeto di vergogna, aumentando i finanziamenti a predoni e dittatori dei Paesi che fanno da diga alla marea umana (il famigerato "modello Turchia") e facendo finta che il problema dei ricollocamenti e dei corridoi umanitari sia rinviabile a un prossimo vertice, in ottobre forse o magari anche più in là. In una temperie come questa, il cavallo di battaglia del nuovo Pd, ovvero lo ius soli, è rientrato nel chiuso delle scuderie senza neanche un battito di zoccoli.
Il sospetto, qualcosa di più di un sospetto, è che siano cominciate le piccole grandi manovre in vista delle elezioni comunali e regionali d'autunno. Stando ai sondaggi, l'assottigliarsi delle distanze tra i partiti maggiori spinge ciascuno a intensificare la cura del proprio orto di consensi e quindi ad accentuare posizioni distintive, che immediatamente diventano divisive e che comportano un blocco del sistema, soprattutto su terreni delicati come quelli della dignità dell'individuo. Un governo largo (anche troppo largo) di ripartenza nazionale deve decidere, oltre a come impiegare al meglio i fondi in arrivo, che tipo di Paese uscirà da questo gran lavorio di rifondazione. E con quanti diritti in più, che non sono un dono dall'alto ma una conquista che rende più forte e credibile una democrazia. Nella sua visita a Papa Francesco, il presidente del Parlamento europeo David Sassoli ha appena fatto due riflessioni non trascurabili. La prima è che la ripresa dopo la tremenda stagione del Covid avrà successo se ridurrà le disuguaglianze. La seconda è che i diritti delle persone, a partire dai più deboli e vulnerabili, sono la misura di tutte le cose.
Venerdì sera la nostra Nazionale tornerà in campo per i quarti di finale. La partita con l'Austria è stata vista da più di 13 milioni di spettatori, il 61 per cento di quanti avevano una tv accesa. Una platea da festival di Sanremo, destinata a crescere ancora. Giocarsela e basta per non essere divisivi è di certo un'opzione. Ne esistono anche altre, volendo, liberamente, ci mancherebbe. L'importante è vincere, ma partecipare alla vita del mondo intorno non è comunque vietato. Sapendo che i ragazzini, soprattutto loro, staranno a guardare.
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