di Maurizio Acerbo e Stefano Galieni
Il Manifesto, 19 maggio 2021
Lascia interdetti e sconcertati che la Procura di Locri, continui a perseguitare Mimmo Lucano proponendo per lui una pena di quasi 8 anni. Nel luglio scorso il tribunale del riesame aveva definito nelle motivazioni, "inconsistente" il quadro giuridico delle accuse rivolte all'ex sindaco di Riace, "fondato su elementi congetturali e presuntivi". E pensare che da quando nel 1999, ancora maestro di scuola, Mimmo aveva scelto di far diventare un paese famoso solo per il ritrovamento dei "Bronzi", luogo di ponte fra culture, si era creata attorno alla sua figura un'aura di affetto e di stima che lo aveva portato a divenire ripetutamente sindaco del piccolo paese ionico.
Ma dal 2017 la sua popolarità, il suo lavoro costante, il non adeguarsi alla limitatezza delle burocrazie ministeriali mettendo avanti a tutto i diritti dei richiedenti asilo lo hanno messo nel mirino del potere. Anche in Calabria, come per i giornalisti e i legali che denunciavano quanto avveniva in Libia, sono partite le intercettazioni telefoniche. Il tutto per cercare reati inesistenti. La volontà di screditare l'attività il lavoro di chi, per scelta ideale, ha portato avanti la strada dell'accoglienza degli ultimi chiedendo di condannarlo alla galera, come per dire "chi rispetta i diritti degli indesiderati, chi si oppone al loro sfruttamento nei campi e nei ghetti" va considerato fuorilegge. Una richiesta - e ci assumiamo la responsabilità di affermarlo - a cui non è estranea la scelta di Mimmo Lucano di candidarsi al fianco di Luigi De Magistris per combattere, dalla Regione, la corruzione e la criminalità organizzata in Calabria. Non a caso la Lega festeggia su twitter.
Rifondazione Comunista resta al fianco di Mimmo Lucano e continuerà ogni giorno a ribadire quanto da lui affermato: "se per salvare persone ho infranto leggi, lo rifarei ancora". Perché a Riace si sono infrante le leggi che prevedono di far primeggiare l'odio e il diritto allo sfruttamento e Mimmo ha fatto ciò che dovrebbe fare ogni amministratore. Ci auguriamo che i giudici facciano prevalere la carta costituzionale e non le convenienze politiche e ci domandiamo: che paese è quello che assolve un ministro che sequestra persone e istiga all'odio contro chi salva le vite e condanna uomini di pace come Mimmo Lucano? Non quello in cui vogliamo vivere.
Maurizio Acerbo, Segretario nazionale PRC-S.E.
Stefano Galieni, Responsabile migrazione PRC-S.E.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2021
Illegittimo il regime carcerario se l'imputato - gravemente malato e immunodepresso - rischia la vita se contrae il Covid-19. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 19653/21. Con ordinanza del 3 dicembre il tribunale del riesame di Caltanissetta a seguito di appello del pm, ha applicato all'imputato la misura cautelare della custodia in carcere, in sostituzione di quella degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, in relazione ai delitti di estorsione aggravata dal metodo mafioso e dall'uso delle armi, di sequestro di persona e detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Per il ricorrente il giudice non aveva dato seguito alla richiesta di applicare l'art. 275 Cpp, nonostante il suo stato di grave deficienza immunitaria per le cure chemioterapiche. La Suprema corte, nel decidere la questione, evidenzia Giovanni D'Agata, presidente dello "Sportello dei Diritti", ha ricordato che, in riferimento al rischio di contagio per la pandemia da Covid 19, l'incompatibilità con il regime carcerario delle condizioni di salute del detenuto per il rischio di contrarre l'infezione, ai sensi dell'art. 275 Cpp, deve essere concreta ed effettiva, dovendo tener conto sia delle patologie di cui risulta affetto il soggetto ristretto, tali da comportare, in caso di contagio, l'insorgere di gravi complicanze o la morte, sia delle obiettive condizioni dell'istituto penitenziario, per l'eventuale presenza di casi di contagio e la possibilità di adottare specifiche misure di prevenzione, atte a impedirne la diffusione.
Dunque ha errato, secondo gli Ermellini, il giudice di merito nel ritenere che l'indagato non rientrasse in una delle categorie di soggetti la cui condizione di salute pregressa rendesse certa o altamente probabile l'evento morte in caso di contagio da Covid 19. Valutazione sbagliata in quanto la patologia oncologica del ricorrente rientrava tra quelle segnalate dal Dap come statisticamente collegate a un elevato rischio di complicanze in caso di contagio da Covid-19.
Non solo. Per il Palazzaccio non è sufficiente basarsi sull'assenza nell'istituto di casi di contagiati e sulla previsione dell'allocazione in luoghi separati dei detenuti positivi al Covid 19. Al contrario bisogna soffermarsi sull'incompatibilità tra il regime detentivo carcerario e le condizioni di salute del detenuto, Inoltre deve essere valutata l'astratta idoneità dei presidi sanitari sanitari fruibili all'interno del penitenziario e l'adeguatezza concreta del percorso terapeutico idoneo alle esigenze del malato.
di Emma Barbaro
terredifrontiera.info, 19 maggio 2021
Intervista a Gabriella Stramaccioni, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma. Se la campagna vaccinale nelle carceri romane può dirsi quasi completamente conclusa, almeno per quanto riguarda la somministrazione delle prime dosi, allora forse è arrivato il momento di provare a immaginare "il domani".
Perché c'è tutto un mondo oltre la pena da scontare dietro le sbarre di una cella. Un mondo fatto di vissuti, storie e fragilità che esulano da qualsiasi linea guida ministeriale. L'intervista di Terre di frontiera a Gabriella Stramaccioni, Garante per i diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Roma, è uno squarcio sull'avvenire. Oltre il giustizialismo, oltre le ristrettezze, oltre le privazioni.
Dottoressa Stramaccioni, la campagna vaccinale nel Lazio procede a gonfie vele. Infatti, il 70 per cento delle persone detenute ha già ricevuto la prima dose del vaccino anti-Covid. Le stesse proporzioni valgono anche per gli istituti penitenziari di Roma?
Sì, sta andando davvero molto bene. Pensi che a Rebibbia femminile, Rebibbia Terza Casa e nelle sezioni penali la prima dose è stata somministrata a tutti, salvo rarissime eccezioni, già qualche giorno fa. Anche nella casa circondariale Rebibbia Nuovo Complesso è andata altrettanto bene. E, in quel caso, dovevano essere vaccinate circa 1300 persone. Lo stesso discorso vale per il personale della polizia penitenziaria. Quindi, ora possiamo dirlo, l'obiettivo è quasi raggiunto.
Anche i numeri delle adesioni sono altrettanto soddisfacenti?
Assolutamente sì, l'adesione alla campagna vaccinale è stata molto alta. Tuttavia, penso che abbia inciso in tal senso anche la tipologia di vaccino utilizzata. Qui sono state somministrate principalmente dosi di Moderna. Dopo il tam-tam mediatico su AstraZeneca e Johnson&Johnson, il fatto di aver distribuito Moderna, che pare essere abbastanza efficace, ha tranquillizzato tutti. Quindi salvo rarissimi casi, tutti hanno ricevuto la prima dose e ora attendono il richiamo.
Quindi sono stati tutti vaccinati a prescindere dalla confusione sui target di vaccinazione per età o fragilità emersi, a più riprese, nelle linee guida ministeriali?
Non c'è stata alcuna suddivisione per categorie. Sono solo state monitorate con maggiore attenzione tutte le persone fragili che, come era opportuno, sono state sottoposte a specifici accertamenti medici. Per il resto, si è proceduto uniformemente. La questione anagrafica, insomma, non è stata presa in considerazione.
Anche alle persone fragili sono state inoculate dosi del vaccino Moderna?
Sì, solo Moderna. Per la Regione Lazio erano state messe a disposizione circa 10.500 dosi di Moderna. O almeno questi sono i dati che ci hanno fornito. La maggior parte di queste dosi sono state utilizzate per il personale della polizia penitenziaria, per i detenuti, per i preti e i cappellani delle carceri e, per fortuna, in qualche caso anche per i volontari che entrano con maggior frequenza negli istituti penitenziari. Insomma, anche loro sono riusciti a vaccinarsi. E questa è un'ottima notizia.
Soprattutto perché vaccinare i volontari significa pensare di riprendere tutte quelle attività trattamentali che la pandemia nelle carceri ha sostanzialmente annullato.
La speranza è questa. Per quindici mesi gli istituti penitenziari sono stati totalmente chiusi al mondo esterno. Questo ha significato la sospensione delle attività scolastiche e del comparto educativo, comprese le università, delle attività sportive, teatrali, musicali. Di ogni cosa. Questo ha creato un disagio notevole perché i detenuti non hanno svolto alcuna attività. Dal punto di vista psicologico e formativo è una situazione pesantissima. Quindi mi auguro che al buon andamento delle vaccinazioni si accompagni una ripresa effettiva delle attività trattamentali in carcere a tutto tondo.
Quali attività si prevede di riprendere a partire dalla seconda metà di maggio?
Innanzitutto la scuola e l'università. Più della metà delle donne recluse a Rebibbia femminile va a scuola e frequenta i corsi regolarmente. Sono circa 200 i detenuti iscritti regolarmente all'università. Quindi la ripresa delle attività didattiche rappresenterebbe non soltanto un bel segnale per le persone recluse, ma soprattutto una degna ripartenza del sistema penitenziario. Sono tante le attività rimaste ferme al palo in questi lunghi mesi contrassegnati dalla pandemia di Covid-19. Da un punto di vista educativo e trattamentale, questo purtroppo è stato un anno perso.
Forse è stato un anno perso anche sul fronte dei trattamenti sanitari da destinare alle persone con fragilità psichica o con vere e proprie patologie psichiatriche. Lei che ne pensa?
Sto cercando di intervenire quasi quotidianamente per sbloccare questioni ferme da tempo. Per trovare, cioè, soluzioni praticabili per tutti quelli che avevano e hanno bisogno di cure immediate. I ritardi, purtroppo, ci sono stati. Adesso si sta cercando di recuperare in ogni modo il tempo perduto anche perché, in questi mesi, si sono rarefatte se non azzerate le prenotazioni per cure esterne agli istituti di pena. Ci sono persone le cui condizioni di salute, soprattutto da un punto di vista psicologico e psichiatrico, sono decisamente peggiorate. Quel che è accaduto all'esterno delle carceri, dietro le sbarre di una cella si è amplificato.
È di circa un mese fa la notizia del detenuto di Velletri, malato di cancro, che si è dato fuoco tra le mura del carcere. Possibile che in determinati casi le misure alternative non trovino alcuna applicazione?
I disagi psichiatrici nelle carceri sono in drastico aumento. Molte persone vengono recluse per reati commessi proprio a causa dei problemi psicologici o psichiatrici che hanno. Ma il problema reale è un altro. Le strutture non ci sono e l'assistenza del personale qualificato scarseggia. Ci sono casi riguardanti persone che dovrebbero essere alloggiate nelle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza, ndr) ma restano in carcere perché non ci sono posti disponibili. Altri ancora dovrebbero aver accesso a servizi psichiatrici ad hoc, ma ciò non accade. E tutto questo chiaramente crea dei problemi sia alle persone che vivono con difficoltà la propria fragilità psichica, sia a coloro i quali stanno loro vicino. Perché la stessa polizia penitenziaria spesso non riesce a contenerli e, soprattutto, non sa come gestire l'interazione con loro. So che il Garante nazionale Mauro Palma quest'anno, nella propria relazione, dedicherà un focus proprio alla questione sanitaria psichiatrica nelle carceri. E questo mi conforta perché se ne sente davvero la necessità. Perché questo è il problema di tutti i problemi.
Quanto incidono le singole Asl sulla capacità trattamentale sanitaria di ciascun istituto penitenziario?
Incidono moltissimo. Guardi, personalmente penso che il passaggio della sanità penitenziaria al Servizio Sanitario Nazionale fosse doveroso. Insomma, la riforma è giusta. Ma questo tuttavia ha provocato anche una scarsa collaborazione. Le faccio un esempio banalissimo: la casa circondariale di Regina Coeli gode di un servizio sanitario e medico tutto sommato efficiente, presente e funzionale. A Rebibbia, invece, ci sono problemi in più. Sono due Asl diverse, con metodi diversi di lavorare e due approcci totalmente differenti. Non c'è uniformità di trattamento. E a rimetterci sono le persone detenute.
A rimetterci, talvolta, sono persino i bambini. Come hanno vissuto questa doppia chiusura al mondo esterno, per il carcere e per il Covid-19, i bambini che vivono con le proprie madri nel nido di Rebibbia?
L'hanno vissuta malissimo, anche se i numeri dei bambini reclusi al nido di Rebibbia per fortuna sono piuttosto bassi. Qualche mese fa è stata reclusa una donna, proveniente da un campo Rom, insieme al proprio bambino di un mese. Questa donna, purtroppo, è risultata positiva al Covid-19. Quindi è rimasta in quarantena, completamente isolata insieme al proprio bambino, finché non si è negativizzata. Poi, per fortuna, scontata la propria pena è ritornata a casa. Potrei raccontarle di donne incinte che dovevano essere trasferite da Civitavecchia a Rebibbia femminile per le quali, fortunatamente, siamo riusciti a ottenere misure alternative al carcere. Il punto è che il sistema dovrebbe intercettarle prima di arrivare negli istituti di pena, e non dopo. Perché la si dovrebbe finire con questa oscenità dei bambini reclusi, insieme alle proprie madri, fino ai sei anni. A Roma ci sono realtà che ospitano donne con bambini, come Casa di Leda, che funzionano davvero molto bene. E ora, con la proposta di legge firmata dal parlamentare Siani, sarà previsto anche il finanziamento per queste realtà che si preoccupano di offrire misure alternative al carcere proprio in un'ottica di salvaguardia del benessere dei minori. Quindi spero che il nido di Rebibbia, per quanto sia un'eccellenza, resti sempre più vuoto. Ma la giustizia, talvolta, è un po' squilibrata. Eppure le regole ci sono, basterebbe applicarle. Sarebbe sufficiente questo per migliorare l'esistente. Trasformare in realtà ciò che la legge astrattamente prevede già.
Il Roma, 19 maggio 2021
"La funzione punitiva non deve essere centrale o prevalente ma, purtroppo, nella società il vento spira in un'altra direzione, il sistema penale è al collasso e mostra di accanirsi sugli autori di reati marginali, ci vuole una nuova visione, occorre avere tutti la consapevolezza del dettato costituzionale e valorizzare i percorsi che le persone fanno in carcere" ha detto il Procuratore della Repubblica di Salerno Giuseppe Borrelli alla presentazione del Report 2020 sulle criticità e buone prassi dei luoghi di privazione della libertà personale nella provincia di Salerno (carceri, misure alternative, TSO) realizzato dal Garante campano delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Samuele Ciambriello in collaborazione con l'Osservatorio Regionale sulla vita detentiva. "Mettere insieme, a livello territoriale, i diversi attori impegnati nel settore carcerario e fare sistema", è stato l'appello del Garante campano Ciambriello.
L'incontro, che si è svolto nella Sede della Caritas diocesana di Salerno, ha dato modo ai presenti di fare il punto della situazione in cui si trova attualmente il sistema carcerario provinciale caratterizzato da una popolazione detenuta di 537 persone a fronte di una capienza regolamentare di 482 posti. Dato che conferma, anche in questo territorio, i problemi di sovraffollamento di cui soffrono gli istituti penitenziari della Regione. Una situazione che, col concorso di altre criticità, diventa sempre più insostenibile.
"Alla certezza della pena va coniugata la qualità della pena", ha aggiunto Ciambriello che, nella sua introduzione ha sottolineato il diritto dei detenuti alla formazione, alla vaccinazione contro il Covid 19 e a un percorso riabilitativo che non deve avvenire unicamente in carcere. Da qui la necessità di ricorrere a misure alternative, considerando anche che attualmente ci sono 2.000 ristretti condannati a un solo anno di carcere. Monsignor Andrea Bellandi, arcivescovo metropolita di Salerno, Campagna e Acierno ha contribuito a questa mattina adi riflessione comune evidenziando l'attenzione della Chiesa alla problematica carceraria, come dimostra l'istituzione della Pastorale carceraria che agisce nel solco tracciato dalla Caritas diocesana.
"Una persona non va identificata con l'errore che ha commesso - ha detto - ma è molto di più"; e ancora: "La porta del recupero deve essere sempre aperta, ma per il reinserimento dei detenuti nella società occorre creare condizioni ben precise". Centrali, da questo punto di vista sono i percorsi di rieducazione. Occorrono quindi interventi strutturati, occorre un sistema carcerario diverso, perché quello esistente viola regole chiare fissate per garantire il rispetto dei detenuti; "non si può privare un uomo della sua dignità anche se ha commesso il più odioso dei reati", ha detto Monica Amirante, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno; le ha fatto eco Rita Romano, direttrice del carcere di Fuorni che nel suo breve intervento ha sottolineato la difficoltà di questi obiettivi, visto il carattere impietoso dei dati, ma ha affermato la sua fiducia in un cambiamento che potrà realizzarsi solo con un impegno corale.
Un impegno da svolgere su diversi fronti; come quello menzionato da Florinda Mirabile, referente dell'Osservatorio carcere dell'Unione Camere Penali che ha sottolineato l'importanza di "far rispettare anche in questo campo la Costituzione e i trattati internazionali sottoscritti dal nostro Paese in ambito detentivo. Serve una capacità progettuale, una concezione per cambiare la situazione del carcere, infatti secondo Don Rosario Petrone, responsabile della Pastorale carceraria "la recidiva diminuisce dove ci sono progetti che aiutino la persona a ritrovare sé stessa".
di Carmine Di Niro
Il Riformista, 19 maggio 2021
Il cambio di passo c'è e si vede. Lontani i 'fasti' dell'ormai ex ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, al dicastero di via Arenula le cose stanno cambiando con l'arrivo del Guardasigilli Marta Cartabia. Non solo per l'attesa riforma, finalmente in chiave garantista, sulla quale è ancora in corso un costante lavoro di 'taglia e cuci' per non far scoppiare la maggioranza, ma anche su altri 'dettagli', per così dire.
Andiamo al punto. È iniziato questa mattina al palazzo di giustizia di Siena il processo nei confronti dei cinque agenti di polizia penitenziaria che devono rispondere dei reati di tortura, minacce aggravate, lesioni, falso ideologico e abuso di potere nei confronti di un detenuto tunisino di 31 anni nella fase di trasferimento da una cella a un'altra.
La vicenda risale all'ottobre del 2018, quando nel carcere di Ranza a San Gimignano il detenuto è stato sottoposto a "sofferenze acute e sofferenze fisiche" e ad un trattamento "inumano e degradante", è l'accusa che arriva dalla Procura.
Un processo che potrebbe andare per le lunghe: già oggi è immediatamente slittato per motivi di salute di uno dei giudici del collegio, con la prossima udienza il 9 giugno. Secondo Manfredi Biotti, legale di quattro dei cinque imputati, "potrebbe durare almeno un paio d'anni". Potrebbero essere almeno un centinaio i testimoni a sfilare in aula, di cui 39, scrive l'Agi, solo di Biotti. A questi si aggiungeranno quelli dell'altro imputato, difeso dall'avvocato romano Fabio D'Amato, quelli della Pm Valentina Magnini, e quelli delle parti civili.
A proposito di parti civili, su questo punto è arrivato il deciso e importante cambio di passo del ministero della Giustizia che ha chiesto di costituirsi parte civile al processo tramite l'avvocatura di Stato. Una scelta ben diversa da quella compiuta dal predecessore Bonafede, che scelse di non costituirsi parte civile in quanto persona offesa, dato che gli agenti di polizia penitenziaria sono dipendenti del Ministero di via Arenula. Il processo che si è tenuto oggi, con rito ordinario, segue quello tenuto il 17 febbraio scorso col rito abbreviato nei confronti di altri dieci agenti del carcere di San Gimignano. Due di questi sono stati condannati a 2 anni e tre mesi, sette a due anni e sei mesi, uno a 2 anni e otto mesi, per i reati di tortura in concorso e lesioni aggravate in concorso.
di Antonella Mollica
Corriere Fiorentino, 19 maggio 2021
Si è aperto ed è stato subito rinviato il processo per le violenze nel carcere di San Gimignano che vede imputati cinque di polizia penitenziaria con l'accusa di tortura, per la prima volta in Italia da quando è stato introdotto il reato. All'apertura dell'udienza il ministero della Giustizia, tramite l'avvocato dello Stato, ha chiesto di costituirsi parte civile.
Il collegio, presieduto da Luciano Costantini, si pronuncerà nell'udienza del 9 giugno. Anche il Garante nazionale per i diritti dei detenuti ha chiesto di costituirsi parte civile. L'episodio al centro dell'inchiesta, coordinata dalla pm Valentina Magnini, riguarda il pestaggio di un tunisino durante un trasferimento da in cella all'altra, avvenuto nell'ottobre del 2018. Quattro agenti su cinque sono difesi dall'avvocato Manfredi Biotti che ha depositato una lista di 39 testimoni. Il quinto agente, difeso dall'avvocato Fabio D'Amato, ha una lista di 23 testimoni. Per lo stesso episodio sono stati condannati in abbreviato altri 10 agenti con l'accusa di concorso nelle violenze.
palermotoday.it, 19 maggio 2021
Via libera da Sala delle Lapidi al regolamento che istituisce il garante comunale per i diritti dei detenuti. La delibera porta in calce la firma del Consiglio comunale, ma è soprattutto un successo del Comitato Esistono i Diritti, che si è battuto sino in fondo per introdurre questa figura a tutela dei reclusi nelle carceri cittadine. Lo ha fatto con una battaglia non violenta e transpartitica, in pieno stile radicale, che ha fatto breccia nel Consiglio.
"Ci sono voluti un bel po' di mesi" dice Gaetano D'Amico, co-presidente del Comitato Esistono i Diritti, senza nascondere una certa commozione: "Ancora una volta il metodo transpartito si è rivelato vincente e convincente. Questo risultato lo abbiamo ottenuto perché siamo andati oltre la logica dell'appartenenza. D'altronde su temi come la tutela dei più deboli non ci possono essere divisioni di sorta".
Come prevede il regolamento, la funzione del garante è quella di migliorare le condizioni di vita e di inserimento sociale delle persone private della libertà personale. In che modo? Attraverso la tutela e la promozione dei diritti, l'esame e la predisposizione di iniziative rispetto a segnalazioni che riguardino violazioni dei diritti dei detenuti, l'informazione e il confronto con l'istituzione carceraria, le autorità competenti, il Comune e la cittadinanza.
"Il Consiglio comunale - dice in una nota il gruppo Avanti Insieme (Valentina Chinnici, Massimo Giaconia, Claudia Rini, Toni Sala) - sancisce oggi un principio di civiltà giuridica per l'affermazione dello stato di diritto che assicura la salvaguardia ed il rispetto dei diritti di ogni uomo. La proposta di delibera di iniziativa consiliare permette a Palermo di dotarsi di un regolamento che consentirà di nominare il garante dei detenuti, figura prima d'ora non prevista al livello comunale, ma presente e attiva al livello nazionale e regionale".
"Era una battaglia per i diritti della tutela degli ultimi che non poteva essere più rimandata" dice Rosario Arcoleo (Pd), che presidente della Settima commissione ha portato in Aula la delibera. "Quella del garante dei detenuti - aggiunge - è una figura di mediazione che potrà agire al fine di tutelare gli ultimi e le loro famiglie.
Troppo spesso in questi mesi abbiamo assistito a grandi difficoltà nelle carceri, legate anche alla pandemia, che hanno finito per calpestare troppo spesso i diritti dei carcerati. Auspichiamo che la figura del garante faccia da pungolo per le istituzioni al fine di creare occasioni di inserimento lavorativo e di formazione necessaria per acquisire quelle competenze che sono indispensabili per il reinserimento nella società".
Esprime soddisfazione il gruppo del M5S, che sottolinea: "Dopo l'istituzione del garante nazionale e regionale, anche a livello locale, sarà possibile individuare una figura dotata di autonomia e indipendenza di giudizio che avrà il compito di vigilare sul rispetto di diritti imprescindibili. Come sempre - concludono Viviana Lo Monaco, Antonino Randazzo e Concetta Amella - il M5S non ha fatto mancare il proprio contributo nell'elaborazione di proposte migliorative dell'atto, che hanno reso più chiari gli ambiti di competenza e i requisiti richiesti a una figura di garanzia che deve avere le mani libere per operare al meglio".
"Grazie al lavoro del consiglio comunale, anche Palermo avrà al pari di altre città italiane un Garante per i diritti dei detenuti: l'approvazione del regolamento, che consentirà la nomina del Garante, favorirà il reinserimento sociale e aiuterà i detenuti a rapportarsi al meglio con le istituzioni". Così i capigruppo di Italia Viva e Italia Viva-Sicilia Futura in Consiglio, Dario Chinnici e Gianluca Inzerillo.
Per Igor Gelarda, capogruppo della Lega, si tratta di "un segno di profonda civiltà e democrazia espressa da questo Consiglio comunale". Il Carroccio ha inoltre presentato un ordine del giorno di sostegno alla polizia penitenziaria: l'atto è stato votato dalla maggioranza del Consiglio con 16 voti favorevoli e 8 contrari.
"Otto voti contrari - rimarca Gelarda - che ci hanno lasciati esterrefatti. Peggio di tutti ha fatto Sinistra Comune, che non smentisce mai la sua matrice ideologica, che addirittura con una dichiarazione di voto ha annunciato la sua astensione sul documento proposto dalla Lega.
I sacrifici che ogni giorno fanno gli uomini e le donne della polizia penitenziaria per garantire la democrazia dei cittadini, ma anche dei detenuti, non possono essere ignorati in questo modo, specie a Palermo dove le aggressioni a carico degli uomini della penitenziaria sono quasi all'ordine del giorno. La Lega esprime ancora una volta vicinanza a tutti gli uomini in divisa e disappunto per chi non è stato in grado di farlo oggi in Aula".
di Moni Ovadia
Il Manifesto, 19 maggio 2021
Questione israelo-palestinese. Vogliono zittire le voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, fra queste quelle di democratici Usa come la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders. La prima istanza che mi pare importante sollecitare parlando della questione israelo-palestinese è quella di chiedere ad alta voce all'informazione mainstream di accogliere tutte le opinioni sul tema anche quelle considerate "estremiste" e opposte al pensiero dominante e, nel caso che qualcuno ravvisi reati di opinione lo si inviti a rivolgersi ai tribunali invece di imporre censure preventive, opzioni discriminatorie o auto censure.
Personalmente solo per avere esercitato il diritto costituzionale ad esprimere le mie opinioni a titolo personale sono diventato obiettivo di calunnie feroci e di minacce. Ogni volta che mi sono rivolto ai principali ambiti dell'informazione televisiva per parlare della questione ho trovato un muro di gomma. Detto questo non mi lamento per la mia persona, ma per il vergognoso silenzio sulla immane tragedia del popolo palestinese. Molte sono le domande inevase nel mondo occidentale o che trovano solo risposte retoriche, ipocrite o elusive. Il sociologo Adel Jabar, già professore di sociologia dell'emigrazione alla Ca' Foscari, ne ha poste alcune che ritengo non opponibili.
1) Fino quando deve durare la colonizzazione e l'occupazione della terra di Palestina?
2) Perché Israele non vuole la soluzione dei due stati?
3) Perché Israele non vuole la soluzione di uno stato unico binazionale?
4) Qual è l'alternativa che si dà ai palestinesi?
5) Perché per il dissidente russo Navalny si fanno boicottaggi, sanzioni economiche e campagne mediatiche ma per le sistematiche violazioni israeliane della legalità internazionale non si fa nulla?
6) L'orientamento di Hamas può anche essere condannato ma ciò è sufficiente per negare ai palestinesi il diritto alla propria terra?
A queste domande del professor Jabar vorrei aggiungerne una mia: come mai all'annuncio dato dalla Santa Sede di voler riconoscere lo Stato di Palestina il governo israeliano ha protestato? Sulla base di quale legittimità se non quella della prepotenza dell'occupante?
I fatti sono chiari. Il governo israeliano di Netanyahu non vuole nessuno Stato palestinese, in nessuna forma se non forse quella di un simulacro di autorità priva di qualsiasi sovranità su piccoli bantustan, aggregati magari alla Giordania. Le intenzioni del premier israeliano si sono bene espresse nell'avere promosso il varo della legge dello Stato-Nazione, una legge segregazionista che esclude i palestinesi israeliani dalla piena cittadinanza la quale è riservata solo agli ebrei.
Dunque i non ebrei diventano cittadini di serie b, per non parlare poi dei palestinesi dei Territori occupati che diventano paria su cui esercitare ogni tipo di arbitrio. Se qualcuno avesse dubbi al riguardo si informi sulla gestione da parte dell'autorità israeliana della pandemia da COVID 19 nei confronti dei palestinesi dei territori di cui l'occupante è responsabile per definizione secondo le più elementari convenzioni del diritto internazionale: più del 60% degli israeliani risulta vaccinato, solo il 3% i palestinesi dei Territori - senza dimenticare che in questi giorni arrivano pure a distruggere con i bombardamenti le strutture sanitarie palestinesi vitali in pandemia.
Oggi nell'infuriare dei venti di guerra prevalgono le interpretazioni più schematiche ed emotive. Questa non è una guerra anche se ne ha certe apparenze. Ma la sproporzione fra le forze è talmente soverchia che alla fine Gaza ne uscirà ulteriormente devastata ammesso che si possa parlare di più devastazione in una terra già così martoriata, gli israeliani se la caveranno con danni limitati, le vittime palestinesi si conteranno a centinaia, quelle israeliane a unità. Sia chiaro: l'uccisione di ogni essere umano è una grande tragedia ma oramai da decenni il numero delle vittime palestinesi è smisurato. I sostenitori acritici delle ragioni di Israele sempre e comunque non vedono neppure le sofferenze dei palestinesi e se qualcuno gliele indica ne attribuiscono le responsabilità a loro stessi. In questa circostanza sostengono che l'attacco dei missili di Hamas era preparato da tempo e reiterano come un mantra l'articolo dello statuto di Hamas che parla della distruzione di Israele.
Con questo vogliono chiudere la bocca alle voci severamente critiche delle scellerate politiche di Netanyahu, voci fra le quali si annoverano in questi giorni quelle di esponenti del Partito democratico degli Stati Uniti per fare qualche nome, la deputata Ocasio Cortes e Bernie Sanders, il quale per la cronaca è ebreo. Queste personalità oneste e coraggiose dovrebbero essere in particolare uno stimolo per i politici dell'Unione europea per rompere la cortina di ipocrisia e di pavida retorica che li porta ad appiattirsi sulla propaganda menzognera dell'establishment israeliano che pretende uno statuto di impunità nei confronti di una politica fondata sull'illegalità brutale di un'oppressione che non può avere alcuna giustificazione.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 19 maggio 2021
Giornata della rabbia da Haifa alla Cisgiordania, tre morti. Ancora razzi e raid. La serrata, le strade deserte, le saracinesche abbassate per provare a rialzare la voce. La giornata della rabbia coinvolge i palestinesi in Cisgiordania e quelli che vivono in Israele, questi ultimi cittadini a tutti gli effetti, minoranza che chiede di essere ascoltata. Non solo dalla destra che in questi anni li ha demonizzati come "una quinta colonna" all'interno del Paese, anche dai liberal che comprano casa a Jaffa per sentirsi dei paladini della coesistenza e di fatto si prendono gli appartamenti migliori, con le terrazze sul Mediterraneo.
Come scrive Noa Landau su Haaretz, che di questa sinistra è il giornale: "C'è una giovane generazione di arabi che ha imparato l'ebraico, è andata all'università diventando medico o avvocato. Il prezzo era chiaro: sentirsi sempre di seconda classe e sopprimere la propria identità". Così ieri sono scesi in strada ad Haifa, a Giaffa, a Ramle, a Tamra, in quelle stesse città sconquassate dai disordini in questi nove giorni di guerra tra Hamas a Gaza e Israele.
Le proteste a Gerusalemme Est e in Cisgiordania si trasformano in battaglia, tre palestinese sono stati uccisi. Tra gli obiettivi dei capi fondamentalisti nella Striscia c'era fin dall'inizio quello di aprire un altro fronte: spingere la Cisgiordania a sollevarsi, Khaled Meshal - tra i leader dell'organizzazione - ha invocato da subito la possibilità di una terza intifada, rivolta in arabo. È quello che teme Benny Gantz, il ministro della Difesa israeliano, e che più va avanti il conflitto più rischia di avverarsi. "Hamas ha ricevuto colpi che non si aspettava", commenta il premier Benjamin Netanyahu. I razzi da Gaza si sono fermati per cinque ore per permettere l'ingresso di aiuti e materiale attraverso i valichi: anche queste aree sono state colpite dai proiettili di mortaio e un soldato israeliano è rimasto ferito. I lanci dall'altra parte della barriera hanno ammazzato due lavoratori stranieri, i thailandesi sono impiegati nelle serre e nei campi in Israele. I morti in totale sono 12.
L'aviazione e l'artiglieria hanno bombardato 120 obiettivi in 24 ore, tirato giù un altro palazzo di 6 piani - dopo gli avvertimenti per l'evacuazione - parte della strategia che vuole colpire anche gli interessi economici di Hamas, al potere nella Striscia dal 2007, da quando ne ha tolto il controllo con un golpe all'Autorità palestinese. I morti sono quasi 220, i feriti 1500. Al tramonto i portavoce militari israeliani annunciano una notte di bombardamenti ancora più intensi e allargati. Gli uomini dei servizi egiziani sono tornati a Tel Aviv per cercare di mediare un cessate il fuoco e avrebbero ottenuto il sì di Hamas per una tregua all'alba di domani. Il presidente Abdel Fattah Al Sisi promette 500 milioni di dollari in aiuti per la ricostruzione di Gaza: il Cairo vuol riprendersi il ruolo centrale nella partita che si gioca in questo corridoio di sabbia stretto tra Israele, l'Egitto e il Mediterraneo. Anthony Blinken, il segretario di Stato americano, sollecita l'intervento anche della Giordania e del Qatar, che in questi anni ha contribuito a mantenere la calma tra gli israeliani e Gaza grazie ai milioni distribuiti ad Hamas con il beneplacito di Netanyahu. L'Unione Europea chiede "un cessate il fuoco immediato" dopo una riunione d'emergenza dei ministri degli Esteri.
di Andrea Nicastro
Corriere della Sera, 19 maggio 2021
Crisi a Ceuta, Pedro Sánchez vola nell'enclave: "Ristabiliremo l'ordine con la massima celerità. La sua integrità come parte della Spagna sarà garantita", dice il primo ministro.
Ieri, a metà giornata, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez annulla un viaggio a Parigi, vola a Ceuta e parla al Paese. Usa toni gravi, decisi. "Voglio comunicare agli spagnoli, specialmente a quelli che vivono a Ceuta e Melilla, che ristabiliremo l'ordine con la massima celerità. Saremo fermi di fronte a qualsiasi sfida. L'integrità di Ceuta come parte della nazione spagnola sarà garantita dal governo con tutti i mezzi disponibili". Cos'era successo? Ottomila migranti hanno assaltato le barriere tra il Marocco e l'enclave spagnola di Ceuta. Tra loro almeno 1.500 minori. La città costiera, come la gemella Melilla, è l'ultimo frammento dell'impero su cui non tramontava mai il sole. Pochi chilometri quadrati che per il Marocco sono fastidiosi, per la Spagna costosi, per chi tenta di lasciare l'Africa vie d'accesso all'Ue.
Certo più sorvegliate, ma meno letali rispetto a Lampedusa o alle Canarie. La Spagna ha costruito muri alti 20 metri, piazzato filo spinato, posto barriere subacquee e, di solito, la collaborazione della polizia marocchina basta a evitare infiltrazioni. Lunedì e ieri no. Improvvisamente, come per un ordine, migliaia di migranti dal Mali, dal Niger, dal Senegal, ma anche tantissimi marocchini sono partiti a nuoto per aggirare le barriere che si spingono nel mare per decine di metri. Molti sono abitanti della città confinante che, dalla chiusura dei valichi per il Covid un anno fa, hanno perso il lavoro nelle enclavi. Un'ottantina ha tentato lo stesso anche a Melilla. Un centinaio è riuscito ad entrare a Ceuta all'alba di ieri e a disperdersi tra gli 80 mila spagnoli. La maggior parte, invece, è stata fermata sulla spiaggia.
Ci sono state scene strazianti e altre più degne. Qualche blindato militare di Madrid è arrivato sulla sabbia scaricando soldati in giubbotto antiproiettile, elmetto e manganello. Alcuni migranti erano sfiniti e sono stati soccorsi. Tra loro un neonato. I minorenni sono stati separati. La maggior parte però è stata tenuta con i piedi in acqua per evitare che, anche simbolicamente, toccassero il suolo europeo. A sera meno della metà degli 8mila era già stata espulsa verso il Marocco in base ad un accordo in vigore. Gli altri, tranne i minori, dovrebbero essere mandati indietro oggi. Nella notte un migrante è morto annegato. L'ondata di ieri arriva al culmine di una crisi diplomatica tra Spagna e Marocco che dura da mesi. L'ambasciatrice del re Mohamed VI a Madrid, Karima Benyaich, non si è nascosta: "Ci sono azioni che hanno delle conseguenze". Si riferiva alla presenza in un ospedale spagnolo di Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario per l'indipendenza del Sahara Occidentale.
Ex colonia spagnola, la regione è occupata dal Marocco da trent'anni. A dicembre, però, gli Stati Uniti hanno cambiato gli equilibri. Pur di aumentare il numero dei Paesi musulmani che riconoscono Israele (Accordi di Abramo), Washington ha accettato la sovranità marocchina sul Sahara Occidentale. La Spagna ha protestato e quando Ghali ne ha avuto bisogno l'ha ricoverato. La tregua nel Sahara è rotta. Come a suo tempo fece il leader libico Gheddafi, come ha fatto la Turchia di Erdogan, anche il Marocco ha fatto capire che può usare i migranti come merce di scambio. La diga marocchina contro la migrazione si apre e chiude a comando. Tra i due estremi del Mediterraneo la guerra israelo-palestinese e quella del Sahara Occidentale si sono così collegate alla crisi migratoria che preoccupa l'Europa. La Spagna e l'Europa tutta sono avvertite.
- Migranti. Involucri vuoti: il rapporto del Garante sui Centri di Permanenza per il Rimpatrio
- Arabia Saudita, 20 anni di carcere per dei tweet
- Milano. Un video per raccontare il progetto "Il carcere come quartiere della città"
- Migranti. Respingimenti illegali: oltre 2.000 nei Paesi Ue nei primi 3 mesi del 2021
- Covid-19 e brevetti, i diritti di proprietà contro il diritto alla vita











