di Edmondo Bruti Liberati*
Il Dubbio, 24 giugno 2021
"Sciogliete l'Anm (come Mussolini) oppure lasciate che faccia politica". Questa l'efficace sintesi nel titolo dell'articolo del direttore Varì del 22 giugno, che pone la questione in termini chiarissimi: "È ingenuo pensare che il potere giudiziario e la gestione della giurisdizione possano prescindere dal contesto politico in cui sono immersi". Non è questione nuova, infatti.
In Italia l'associazionismo dei magistrati ha una lunga storia poiché risale al 1909 la fondazione dell'Agmi, Associazione generale fra i magistrati italiani. Nello statuto provvisorio dell'Agmi si proclama: "È escluso ogni carattere e fine politico".
Ma il Ministro della giustizia dell'epoca, Vittorio Emanuele Orlando, non vede di buon occhio l'iniziativa e in una intervista propone, con preveggenza, il tema della "politicizzazione": "Una delle funzioni essenziali del fenomeno associativo sta nella combattività delle associazioni stesse...Sotto questo aspetto, ella già intende come sia indifferente la considerazione che una eventuale associazione fra magistrati si dichiari (e come potrebbe essere diversamente?!) apolitica. Lasciamo anche stare che tutte le associazioni fra funzionari cominciano col porre detta affermazione, ma poi nella loro effettiva attività difficilmente vi si mantengono fedeli".
Ieri una acuta analisi di un grande giurista. Oggi una argomentata posizione critica espressa dal Presidente dell'Anm sui referendum provoca reazioni scomposte. L'onorevole Salvini e il partito Radicale invocano nientemeno che l'intervento del Presidente della Repubblica a "difesa della Costituzione", dimenticandone due fondamentali principi: "Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione" (art. 21); "i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale" (art. 18). Altri politici ed ex politici hanno invocato direttamente lo "scioglimento dell'Anm".
L'associazionismo dei magistrati non solo si fonda su un diritto fondamentale di libertà dei magistrati, ma è stato anche incoraggiato come elemento di crescita della coscienza professionale già in un testo adottato a livello Onu nel 1985. Da ultimo il 6 novembre 2020 è stato pubblicato il parere n. 23 (2020) del CCJE, Consiglio Consultivo dei Giudici Europei, su "Il ruolo delle associazioni dei magistrati a sostegno dell'indipendenza della giustizia" che indica come obbiettivi dell'associazionismo il "promuovere e difendere l'indipendenza dei giudici e lo Stato di diritto e proteggere statuto e condizioni adeguate di lavoro dei giudici" (il testo integrale in versione italiana è pubblicato online su "Questione giustizia" il 27 novembre 2020).
A parte il profilo più strettamente sindacale sulle condizioni di lavoro, la difesa dell'indipendenza e soprattutto la promozione dello Stato di diritto proiettano l'azione associativa a pieno titolo nella politica, certo la politica della giustizia.
Dopo la caduta del muro di Berlino con riferimento ai Paesi dell'Europa dell'est e come reazione alle associazioni "ufficiali", "di regime" dei magistrati, si è molto insistito da parte del Consiglio d'Europa sul concetto di libere associazioni, aprendo la strada ad una molteplicità di associazioni nell'ambito di uno stesso Paese e dunque al pluralismo ideologico.
In molti paesi, Francia, Spagna, Belgio, Polonia e Germania, da anni sono attive diverse associazioni di magistrati. E non è un caso che l'irrigidimento autoritario che vi è stato in Polonia e in Ungheria ha provocato interventi limitativi delle libere associazioni di magistrati. La peculiarità italiana non è l'esistenza di una pluralità di associazioni di magistrati, le cosiddette "correnti", ma il fatto che l'Italia sia oggi uno dei pochi paesi in Europa ad avere un'Associazione nazionale di magistrati, che in sostanza è una federazione di diverse associazioni.
I referendum sulla giustizia (o meglio alcuni) pongono questioni rilevanti sul sistema giudiziario del nostro paese e in una sana democrazia si deve auspicare che il dibattito si misuri anche con le osservazioni dell'Anm. Osservazioni di merito e non contrapposizione politica tout court. L'Anm rivendicò di aver osservato questo confine nella Relazione di apertura al Congresso Nazionale di Venezia del 2004, nel momento della più forte critica alla "riforma Castelli" e forse fu proprio questo rigore che valse alle posizioni dell'Anm un ampio consenso tra i giuristi.
Ora il presidente Santalucia propone "una ferma reazione" a fronte di una situazione nella quale "rischia di prendere quota la propensione a valutare in termini di inadeguata timidezza, se non di inaccettabile gattopardismo, l'atteggiamento riformatore che non mostra i muscoli del radicalismo ideologizzante, che non si fa percepire come disposto ad abbattere vecchi steccati, che poi il più delle volte sono presidi di diretta connessione costituzionale".
Il "giuridichese" non è dei più scorrevoli, ma il senso è chiaro: il dibattito in corso su riforme delicate e importanti, che devono maturare sulla sintesi tra posizioni legittimamente diverse, richiede dialogo e confronto, anziché contrapposizioni frontali. Credo sia interesse generale che anche l'Anm si esprima approfonditamente sui contenuti.
È anzitutto necessario un contributo di informazione sui singoli quesiti, alcuni di ben difficile lettura nella formulazione e nel risultato che si vorrebbe raggiungere. Il quesito presentato come "Stop alla legge Severino" potrebbe portare alla caduta di ogni preclusione per la eleggibilità anche di condannati definitivi per gravi reati. Scelta tutta politica sulla quale una associazione di magistrati non ha titolo per intervenire, ma ha titolo per chiarire le conseguenze.
È apparentemente semplice e suggestivo nella presentazione quello sulla carcerazione preventiva: il carcere come extrema ratio. Ma occorre siano chiare le conseguenze dell'abrogazione di poche righe dell'articolo 274 del codice di procedura penale, se vi è "solo" il "concreto e attuale pericolo che questi commetta" delitti "della stessa specie di quello per cui si procede" non sarà più consentita la custodia cautelare dell'indagato, in carcere e neppure agli arresti domiciliari. Pensiamo all'arresto in flagranza di un soggetto con diversi precedenti specifici e con non poche probabilità che prosegua nella sua attività criminosa.
Il Gip convalida l'arresto e dispone l'immediata scarcerazione, non essendovi questioni di inquinamento delle prove o di pericolo di fuga per un soggetto che non avrebbe la possibilità e nemmeno la convenienza di darsi alla latitanza. Il popolo sovrano deciderà, ma deve essere chiaro su che cosa decide. E poi sistema elettorale del Csm, separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati, ruolo degli avvocati nei Consigli giudiziari. Tutte questioni di "politica giudiziaria", e in un mondo razionale sarebbe auspicabile avere tante voci e tra queste anche quella dell'Anm. Altro che "attentato alla Costituzione".
*Ex procuratore capo di Milano
La Notizia, 24 giugno 2021
La lettera di 127 magistrati con 10 proposte "a costo zero". Una lettera aperta alla ministra della Giustizia Marta Cartabia, per sottoporre alla sua attenzione 10 proposte di riforma "a costo zero" sul processo penale, toccando anche i "nodi" della prescrizione, delle impugnazioni e delle depenalizzazioni. A firmarla sono 127 magistrati in servizio in tutta Italia: l'iniziativa ha preso corpo attraverso un dibattito sulle mailing list delle toghe.
"Siamo un gruppo di magistrati che lavorano ogni giorno, tra mille difficoltà, negli uffici giudiziari - si legge nel documento trasmesso alla Guardasigilli - lo facciamo in silenzio, con "disciplina e onore", nella consapevolezza di rappresentare, per i tanti cittadini che si rivolgono a noi, l'Istituzione statale alla quale si chiede di riparare torti. Sappiamo che non spetta a noi il compito di legiferare, ma, in qualità di operatori del diritto, ci sentiamo in dovere di suggerire 10 interventi legislativi, a costo zero, che consentirebbero, a nostro avviso, di accelerare non poco i processi penali".
In particolare, dopo la relazione della Commissione Lattanzi, incaricata dalla ministra di studiare soluzioni per la riforma del processo penale, i 127 magistrati, "pur apprezzando alcune proposte che sono state formulate", affermano di temere "che, dopo le tante riforme di questi anni, anche quella legata al riconoscimento delle risorse economiche del "Recovery fund" possa costituire l'ennesima "occasione mancata" per incidere in maniera davvero efficace e significativa su quelle norme dei nostri codici di rito che rallentano in maniera del tutto ingiustificata i processi penali, frustrando le istanze di giustizia dei cittadini". Inoltre, si legge ancora nel documento, "siamo convinti che, a seguito dei recenti scandali che, pur non riguardando la stragrande maggioranza di noi, hanno gettato discredito sull'intera magistratura, occorre ricostruire un rapporto di fiducia con i cittadini che parta dalla risoluzione dei loro problemi reali".
Per questo, con le 10 proposte avanzate alla titolare del dicastero di via Arenula, i 127 magistrati firmatari del documento chiedono di "razionalizzare il sistema delle notifiche (prevedendo la domiciliazione ex lege dell'imputato presso il difensore di fiducia, come nel processo civile", "introdurre l'archiviazione dei procedimenti a carico degli irreperibili (stabilendo che il pm possa esercitare l'azione penale soltanto qualora sussistano le condizioni per procedere in assenza), "prevedere la possibilità di emettere sentenza di non luogo a procedere ex art. 425 cpp, in tutti i casi in cui il gup ritenga improbabile che l'imputato, in caso di rinvio a giudizio, possa essere condannato", "prevedere il giudizio abbreviato come giudizio "ordinario" (e che il dibattimento debba essere richiesto dall'imputato personalmente o dal difensore munito di procura speciale" e che "il patteggiamento possa essere chiesto senza limiti di pena e di tempo (anche nel corso del dibattimento, in modo da limitare i casi in cui il giudice deve motivare la sentenza di primo grado e l'imputato possa proporre appello)".
di Liana Milella
La Repubblica, 24 giugno 2021
In Senato tutto il centrodestra unito con Cesa e De Poli, Bernini e Ronzulli, per l'appuntamento della raccolta delle firme che parte il 2 luglio. Salvini attacca ancora i magistrati. Giulia Bongiorno nega che tutto ciò danneggi la riforma Cartabia. Domani sciopero degli avvocati delle Camere penali per la separazione delle carriere. Foto di famiglia sulla giustizia. Di tutto il centrodestra unito. Salvini e Bongiorno, l'Udc con Cesa e De Poli, Forza Italia con Bernini e Ronzulli. Tutti al Senato in conferenza stampa per annunciare il "grande evento" che parte il 2 luglio, la raccolta di firme sui sei referendum radical-leghisti. Dalla separazione delle carriere dei giudici, alla stretta sulla custodia cautelare, alla cancellazione della legge Severino. Il leader della Lega è convinto che gli italiani correranno ai gazebo contro i magistrati.
E la Guardasigilli Cartabia che, giusto nella stessa settimana, porta a palazzo Chigi la sua riforma penale? Per Giulia Bongiorno, la nota penalista che è anche responsabile Giustizia del Carroccio, non ci sono problemi. Nessuna contraddizione. I referendum non sono pensati per essere una spina nel fianco di Cartabia. Sarebbero, invece, lo strumento per dimostrare che "serve un cambiamento più profondo sulla giustizia". Che passa, appunto, per una mobilitazione di popolo. Se ci sarà, ovviamente. Perché già adesso Piercamillo Davigo dice che "i referendum non passeranno" e ironizza su Salvini, l'uomo delle manette, che poi sottoscrive un referendum sulla custodia cautelare voluto dai radicali che è una sorta di "libera tutti", a cominciare proprio dagli immigrati che delinquono.
Ma tant'è. Al Senato, dove la Lega promuove l'ennesimo appuntamento per sponsorizzare i referendum, l'attrazione politica è un'altra. Il fatto che, uno accanto all'altro, nella foto di famiglia, ci sono proprio i partiti del centrodestra, quell'area che Salvini vuole riunificare sotto il suo vessillo. La giustizia, da questo punto di vista, è la materia giusta. E lo è pure la campagna per i referendum che vedrà i gazebo comparire in piazza dal 2 luglio. C'è una grande mobilitazione dei Radicali, ma anche della Lega che, come dice la Bongiorno, vuole dimostrare la sua teoria del "cambiamento profondo necessario per la giustizia", che certo non può materializzarsi negli emendamenti alla riforma penale, che approda in consiglio dei ministri la prossima settimana per una "bollinatura" politica che non ammetterà poi altri distinguo soprattutto da parte del M5S.
Salvini è scatenato, parla di referendum "per la libertà, e non di partito". Chiaramente vuole sfruttare l'argomento per fare le prime prove tecniche di alleanza con gli altri partiti del centrodestra. Questo è evidente al Senato, quando Lega e Udc organizzano la conferenza stampa, e al tavolo arrivano, accanto a Lorenzo Cesa e Antonio De Poli, anche la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini e Licia Ronzulli. È la "foto di famiglia" che serve dopo gli incontri con Berlusconi.
Salvini è duro contro i magistrati. Come sempre. Polemizza ancora con l'Anm del presidente Giuseppe Santalucia che ha "osato" annunciare sabato la "ferma reazione" dei giudici contro i referendum. "Minacciare una forte reazione di fronte alla volontà popolare mi sembra improprio in un paese libero, civile e democratico. Forse è la reazione di qualcuno che ha paura di perdere poteri e privilegi" dice Salvini. E la Bongiorno ritorna al giudice Giovanni Falcone quando dice che "i nostri referendum non sono contro i magistrati, Falcone era a favore della separazione delle carriere. Noi siamo contro quel piccolo insieme di magistrati che vogliono fare scambi di favori, siamo contro i magistrati trafficoni, non contro la maggioranza che lavora bene". E poi ecco l'atout a Cartabia, già fatto tante volte dalla stessa Bongiorno, che nei prossimi giorni vedrà la ministra per un faccia a faccia, perché "noi siamo sostenitori della sua riforma". Ma poi serve dell'altro per cambiare la giustizia.
Già, siamo in politica e bisogna stare alle formule della politica, anche se sono chiaramente contraddittorie. Perché Salvini sostiene la riforma Cartabia, che prevede una carriera unica dei magistrati e la possibilità di passaggi per ben due volte da giudice a pm, ma poi nelle stesse ore lancia in grande stile e scommette politicamente sulla separazione delle carriere. È stata la grande scommessa persa da Berlusconi, che mille volte ha raccontato la storiella dei giudici e dei pm che s'incontrano al bar, familiarizzano, mentre il pm va con il cappello in mano dal giudice per ottenere la conferma delle sue richieste.
Ma adesso Salvini ha anche un altro alleato sulla separazione delle carriere, il presidente delle Camere penali Gian Domenico Caiazza, autore di una proposta di legge popolare sulla separazione delle carriere che è già alla Camera dall'inizio della legislatura, ma langue nella commissione Affari costituzionali. Ieri Salvini e Caiazza si sono incontrati.
E certo hanno parlato dello sciopero degli avvocati che, da domani, paralizzerà ancora una volta i tribunali per due giorni. Sciopero contro la sostituzione del gip del caso Montarone, ma soprattutto per rilanciare proprio la separazione delle carriere. Manifestazione in piazza Cavour, dove ci saranno anche Carlo Calenda con Enrico Costa, e ancora strali contro la magistratura.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 24 giugno 2021
Il premier risponde alla nota del Vaticano: "Siamo uno Stato laico, no confessionale". Sono bastati due minuti e poche parole a Mario Draghi per replicare all'attacco portato dal Vaticano al ddl Zan: "Il nostro è uno Stato laico, non uno Stato confessionale", ricorda il premier parlando nel pomeriggio al Senato. Un modo per ribadire l'autonomia del parlamento che deve essere "libero di discutere e legiferare" anche perché, spiega, "il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa".
Concetti che dovrebbero essere scontati, ma che Draghi utilizza per mettere i puntini sulle "i" garantendo - a chi Oltretevere si è detto preoccupato che la legge contro l'omofobia possa limitare la libertà d'espressione - che non esiste nessun pericolo in tal senso. E non solo perché tra i compiti delle commissioni parlamentari c'è anche quello di verificare la costituzionalità delle leggi che vengono discusse, ma anche perché esiste un successivo controllo da parte della Consulta. "Voglio infine precisare una cosa che si ritrova in una sentenza della Corte costituzionale del 1989 - è la conclusione del premier: la laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali".
Nei programmi l'intervento di ieri in parlamento sarebbe dovuto servire al premier per illustrare i contenuti del consiglio europeo che si apre oggi a Bruxelles. E per buona parte del tempo è di questo che si è parlato, di immigrazione, politica estera e clima. Il riferimento al ddl Zan arriva solo nella replica finale. Draghi sceglie di affrontare la questione a Palazzo Madama e non alla Camera, dove si è recato al mattino, perché è lì che la legge è ferma da mesi, bloccata dall'ostruzionismo della Lega. Un intervento studiato e limato fin da martedì mattina, quando la nota ufficiale della Santa Sede, presentata ufficialmente il 17 giugno, sebbene con un insolito ritardo è diventata pubblica. Al mattino, anche il presidente della Camera Roberto Fico era intervenuto per respingere ogni "ingerenza": "Il parlamento è sovrano", aveva detto. "I parlamentari decidono in maniera indipendente. Il ddl Zan è già passato alla Camera, ora è al Senato e noi non accettiamo ingerenze".
Come due giorni fa la nota del Vaticano aveva dato forza agli oppositori della legge contro l'omofobia, le parole di Draghi ieri hanno avuto l'effetto di rendere più saldo il fronte dei sostenitori della legge: "Ci riconosciamo completamente nelle parole di Draghi in parlamento sulla laicità dello Stato e sul rispetto delle garanzie", scrive su Twitter il segretario del Pd Enrico Letta. "La sottolineatura de presidente Draghi chiude una discussione ideologica: il parlamento è sovrano. Si vada avanti con il ddl Zan", ribadisce il senatore dem Andrea Marcucci. E apprezzamento alle parole del premier arriva anche dalla senatrice di LeU Loredana De Petris, che ricorda un altro passaggio dell'intervento fatto al Senato: Draghi ha fatto benissimo a ricordare che è il parlamento e non il governo a dover decidere sul ddl Zan, che oltretutto è una legge di iniziativa parlamentare".
Un nuovo tentativo di sbloccare la legge si è avuto ieri sera durante la riunione dei capigruppo del Senato. Pd, LeU, Autonomie e M5S hanno chiesto di interrompere i lavori in commissione Giustizia e di portare il testo in aula senza relatore. Richiesta alla quale si associa anche Italia viva, sebbene nelle ultime settimane il partito di Renzi abbia più volte aperto all'ipotesi di un tavolo con la Lega per valutare eventuali modifiche al testo. Carroccio e Fratelli d'Italia si sono opposti chiedendo anzi di bloccare l'iter della legge in attesa che del parere della commissione Affari costituzionali. Alla fine niente accordo. La riunione dei capigruppo ha deciso di aggiornarsi al 6 luglio. In quella data l'Aula di Palazzo Madama sarà chiamata a votare sulla calendarizzazione richiesta dalle ex forze della maggioranza giallorossa che vogliono il ddl Zan in Aula nella settimana del 13 luglio.
di Francesco Verderami
Corriere della Sera, 24 giugno 2021
Il ddl Zan e l'incognita dei voti a scrutinio segreto. E Renzi avverte: "Attenti ai numeri". Draghi ha appena terminato di parlare al Senato, quando Renzi commenta con alcuni esponenti di Italia viva il passaggio riservato dal premier al ddl Zan: "Il Vaticano ha commesso un errore, perché il testo di legge non viola il Concordato. Semmai viola le regole della matematica, perché al Senato non ci sono i numeri per approvarlo. Il rischio è che venga cassato a scrutinio segreto.
E visto che di voti a scrutinio segreto ce ne saranno una ventina, immaginate cosa potrà combinargli Calderoli". Se Renzi già scarica sulla Lega la responsabilità di un eventuale affossamento del provvedimento, è per allontanare da sé i sospetti che montano nel Pd: l'accusa di intendenza con Salvini, insieme al quale starebbe costruendo un accordo in vista della corsa al Colle. L'ex premier pare non curarsene, scaricando a sua volta sul Nazareno la colpa di un esito che dà (quasi) per scontato: "Questo è il risultato della politica degli influencer, che a forza di inseguire i like di Fedez finisce per smarrirsi".
E oplà. Si torna all'eterno derby tra Renzi e Letta, che pure non intende "indietreggiare" sul ddl Zan, nonostante tutto sembri congiurare contro: dalle bordate della Santa Sede verso cui mostra "rispetto", fino ai malumori che covano nel suo partito. Perché nel Pd l'area cattolica ribolle, se è vero che un suo autorevole esponente definisce "un grave errore cercare di costruire il nostro profilo identitario su una bandierina ideologica grillina, senza curarsi nemmeno di parlarne con il Vaticano, con cui non si tengono più rapporti strutturali come un tempo. Così un tema laico di notevole rilevanza finisce per trasformarsi in uno stendardo del laicismo".
Le obiezioni tra i dem di ogni latitudine sono di merito ma anche di metodo, dato che la prova di forza - la volontà cioè di votare subito il provvedimento - sconta peraltro l'evanescenza del principale alleato: "Se Conte finora non si è esposto, è perché magari non vuole irritare suoi vecchi sponsor in Vaticano. Vedremo se sarà l'araba fenice che farà risorgere M5S. Al momento è solo cenere". Insomma il Pd teme di combattere la "battaglia di civiltà" sul ddl Zan scoprendo di non avere con sé il blocco riformista, se è vero che persino Calenda è rimasto coperto. Certo ha poca rilevanza parlamentare, ma come racconta Costa il testo non persuade il leader di Azione: "La tutela dell'identità di genere, lui dice, è un principio che può scardinare certi meccanismi di legge. E non solo. Per esempio, se un uomo si sente donna può chiedere di candidarsi nelle quote rosa? O di iscriversi ad una gara sportiva femminile? Eppoi, politicamente, non è facile trovare un compromesso: se ti siedi a discuterne con i cardinali non ne esci più. È un ginepraio. A quel punto che fai, ti alzi e li mandi a quel paese?".
In appena ventiquattro ore una delicatissima questione che aveva investito il governo per via della nota inviata dalla Santa Sede, è tornata ad essere una materia squisitamente parlamentare. "Draghi è stato abilissimo", sorride Lupi: "Meno male che non è un politico". In effetti ieri il premier, dopo aver consultato alcuni costituzionalisti, al Senato ha prima ribadito i principi dello "Stato laico", riconoscendo alle Camere la "libertà di legiferare". Poi ha delimitato i confini delle leggi, ricordando i controlli dello stesso Parlamento e della Consulta a "garanzia" dei dettami costituzionali e degli impegni internazionali, "tra i quali c'è il Concordato".
Così per un verso ha rassicurato il Vaticano, con cui c'era stata un'interlocuzione precedente all'invio formale della nota. Per l'altro ha messo al riparo il suo gabinetto dalle tensioni parlamentari. Il sei luglio infatti il Senato voterà se calendarizzare per la settimana successiva l'esame in Aula del ddl Zan, come hanno chiesto M5S e Pd. Ma siccome il provvedimento è di natura parlamentare, qualsiasi sarà la soluzione non inciderà sugli equilibri di governo. Per i partiti il caso è aperto, e bisognerà capire se il Pd - alla vigilia delle votazioni a scrutinio segreto - cercherà un'estrema mediazione che rimanderebbe il testo alla Camera. Per Palazzo Chigi invece il caso è chiuso. E l'ha chiuso Draghi. L'altro ieri, mentre infuriava la polemica, un suo ministro aveva ricevuto uno stringato messaggio: "Tenersene fuori". È chiaro a cosa si riferisse, ma non è noto chi glielo abbia mandato.
quinewsfirenze.it, 24 giugno 2021
Sta per essere terminato il grande murale intitolato "La scritta che buca" dipinto dall'artista Nico Lopez Bruchi insieme ai detenuti del Gozzini. Un murale per la Casa circondariale Mario Gozzini, si intitola "La scritta che buca" e sarà inaugurato nelle prossime settimane.
Il progetto della cooperativa Cat, cofinanziato dalla Fondazione Cr Firenze e dal Comune, ha visto protagonisti l'artista Nico Lopez Bruchi e i detenuti del Gozzini che hanno dipinto non solo un murale sui 100 metri della facciata principale esterna ma anche gli spazi interni che ospitano la didattica. Al Gozzini i lavori erano cominciati alla fine del mese di novembre. "Sono particolarmente felice di questa nuova opera d'arte urbana, che arricchisce la nostra città - ha dichiarato l'assessore Guccione - perché costruita a partire da una coprogettazione fra collettivo Edf crew e detenuti. Un'opera che, immaginando un percorso di redenzione ricco di simboli come il viaggio, la meta e l'equilibrio, sottolinea il valore sociale e educativo dell'arte".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 24 giugno 2021
Inviata una finta smentita sull'uomo che accusò un ufficiale egiziano del pestaggio di Giulio. L'ultima manovra egiziana sul caso Regeni contiene una bugia e un'irrituale "difesa d'ufficio" dei quattro ufficiali della National security agency accusati del sequestro, delle percosse e dell'omicidio del ricercatore torturato e ucciso al Cairo tra la fine di gennaio e il 3 febbraio 2016. La scorsa settimana il procuratore generale della Repubblica araba Hamada Al Sawi ha incontrato l'ambasciatore italiano Giampaolo Cantini per consegnargli due documenti: un memorandum che contesta la ricostruzione della Procura di Roma condivisa dal giudice che ha ordinato il rinvio a giudizio degli imputati, e la risposta del Kenya a una rogatoria dell'Egitto. Secondo il comunicato ufficiale emesso al Cairo, questo secondo atto "riporta la smentita di quanto era stato sostenuto circa un agente di polizia keniano che avrebbe sentito un ufficiale di polizia egiziano, durante una riunione nella capitale del Kenya, che asseriva di aver avuto un ruolo nel rapimento e nell'aggressione di Regeni in Egitto".
Dunque si tratterebbe di una sconfessione delle dichiarazioni del teste Gamma (sigla di copertura attribuita dagli inquirenti italiana), il quale ha raccontato di aver ascoltato nell'agosto del 2017, in un ristorante di Nairobi, un egiziano poi qualificatosi come il maggiore Magdi Sharif (l'unico imputato che risponde anche di omicidio) confessare a un collega keniano di avere fermato e anche picchiato Giulio la sera del 25 gennaio 2016. Tuttavia dalla lettura del documento si scopre che le autorità di Nairobi non hanno smentito niente. Nella risposta inviata al Cairo, infatti, è scritto: "Risulta impossibile provvedere all'esecuzione della richiesta di assistenza, in quanto gli elementi riportati non sono sufficienti per identificare l'ufficiale di polizia keniano oggetto della richiesta".
Lo scambio di informazioni tra i due Paesi africani sembra basarsi su un equivoco, da capire se involontario o meno: l'Egitto aveva chiesto al Kenya notizie sul poliziotto interrogato dai magistrati italiani, e il Kenya ha replicato che a loro non risultava nulla, quindi erano necessari ulteriori dati che solo l'Italia poteva fornire. Ma i magistrati romani non hanno mai affermato che il loro testimone fosse un poliziotto, qualifica che invece si riferisce all'uomo al quale Sharif avrebbe confessato il sequestro di Regeni. Di più: a maggio 2019 l'Italia ha inviato una rogatoria in Kenya per verificare se c'erano elementi della presenza del maggiore Sharif in quello Stato nell'estate 2017, e altre informazioni utili proprio a identificare il poliziotto suo interlocutore. In oltre due anni, però, non è arrivata alcuna risposta.
Insieme alla falsa notizia della smentita keniana, l'Egitto ha anche inviato un lungo memorandum nel quale si contraddicono quasi punto per punto gli elementi d'accusa raccolti contro i quattro imputati. Per concludere che "la Procura generale egiziana ritiene i sospetti delle autorità investigative italiane il risultato di conclusioni scorrette, esagerate e logicamente inaccettabili, contrarie alle regole penali internazionali compresa la presunzione d'innocenza e la necessità di fornire prove inconfutabili contro gli indagati per processarli".
Il procuratore Al Sawi ha chiesto all'ambasciatore Cantini di trasmettere il documento al tribunale che dovrà processare i funzionari egiziani, ma attraverso i ministeri degli Esteri e della Giustizia il memorandum è arrivato ieri mattina in Procura, dove il capo dell'ufficio Michele Prestipino e il sostituto procuratore Sergio Colaiocco dovranno decidere come trattare questo atipico atto difensivo, che non proviene dagli avvocati bensì da un organo con cui c'è stata una lunga interlocuzione investigativa, prima che le strade si dividessero definitivamente con l'incriminazione dei quattro imputati.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 24 giugno 2021
Il premier in vista del Consiglio europeo. Per Draghi l'ottimismo è un obbligo, ed è lui stesso a ironizzare sul tema nella lunghissima replica al Senato, prima del voto sulle mozioni in vista del Consiglio europeo: "Lei vede di solito il bicchiere mezzo vuoto, io mezzo pieno anche per interesse costituito", afferma rivolto al senatore Crucioli, al quale risponde direttamente, puntigliosamente, in questa fluviale replica il cui scopo è in tutta evidenza dimostrare considerazione per un parlamento che, nei fatti, rischia invece di essere spogliato ulteriormente delle sue prerogative da un governo commissariale qual è quello di Draghi.
Ottimista e fiducioso, sì, ma sempre con i piedi ben piantati per terra. Il tema principale del Consiglio sarà l'immigrazione. L'Italia è il Paese più direttamente coinvolto e quello che ha chiesto e ottenuto la messa all'odg del tema per la prima volta dal 2018. Draghi rivendica la rapidità con cui la Ue ha risposto positivamente alla sua richiesta e ci vede un segnale positivo. La sua, giura, "non è la rivendicazione di un merito ma il marcare una sensibilità diversa, capire che certi problemi possono risolversi insieme". Ma il premier non si fa illusioni e non vuole che se ne facciano i parlamentari. Quella sensibilità diversa ancora non c'è, o almeno non in misura sufficiente: "Non aspettiamoci risultati trionfali. La trattativa è lunga. Dobbiamo essere persistenti e incisivi".
Sul nodo centrale, cioè il peso che grava essenzialmente sui "Paesi di prima accoglienza", dunque sul trattato di Dublino, la strada è in salita: "Il tema è divisivo", riconosce il premier. E le regole europee impongono l'unanimità. Certo, si potrebbe eliminare quell'obbligo che è un cappio. Peccato che "anche per cambiare la regola dell'unanimità ci voglia l'unanimità". E comunque per fare passi avanti ci vorranno mesi. In autunno ci sono le elezioni in Germania, in primavera in Francia, la faccenda in campagna elettorale pesa. Se ne comincerà a riparlare all'inizio dell'anno prossimo e per stringere anche solo un po' ci vorranno mesi.
Non è solo questione di quell'inamovibile trattato. Il Consiglio confermerà il rinnovo dell'accordo con la Turchia: 6 miliardi sborsati per fermare i flussi verso la Germania. Per i Paesi africani, primo fra tutti la Libia da cui partono i migranti che arrivano in Italia, ci vorrà più tempo e al momento anche i fondi scarseggiano: un paio di miliardi che però dovrebbero gonfiarsi di qui a ottobre. Il punto è che Erdogan è sì "un dittatore", come da sbotto di Draghi qualche mese fa, però almeno in Turchia si sa chi ha in mano il timone. In Libia e nei Paesi africani no e questo rende tutto più complicato. Ma anche qui Draghi vede il bicchiere mezzo pieno: "Non è che in Libia l'Italia non abbia carte da giocare".
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 24 giugno 2021
Ma il trattenimento deve essere proporzionato. Il diritto a un nuovo soggiorno è subordinato legittimamente alla concreta esecuzione dell'ordine non essendo sufficiente la partenza volontaria. La Corte Ue con due pronunce contemporanee precisa i limiti alla libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini degli Stati membri all'interno del territorio dell'Unione europea.
Con una conferma la legittimità di un ordine di allontanamento emesso da uno degli Stati europei, per motivi di sicurezza e di ordine pubblico, nei confronti di un cittadino Ue. Con l'altra afferma la necessità che il cittadino Ue colpito dal provvedimento di allontanamento ponga fine al proprio soggiorno, in maniera effettiva e reale, se vuole godere di un nuovo diritto di soggiorno legittimo nello Stato Ue che lo ha precedentemente allontanato.
La sentenza sulla causa C-718/19 afferma in primis la legittimità di una misura di allontanamento applicata contro un cittadino comunitario. Ma La Cgue precisa il provvedimento deve fondarsi su un personale e concreto comportamento del cittadino Ue. Cioè deve sussistere un modus operandi della persona sottoposta che costituisca un pericolo o un danno per la garanzia della sicurezza e il mantenimento dell'ordine pubblico all'interno del Paese ospitante. Oltre al comportamento tenuto dal cittadino Ue alla base della legittimità dell'ordine di allontanamento vi è anche il criterio della proporzionalità della misura adottata.
La valutazione di tali elementi costituendo un giudizio di fatto è ovviamente affidata al giudice nazionale dello Stato ospitante. Le misure di esecuzione di una decisione di allontanamento di un cittadino dell'Unione possono colpire anche i suoi familiari e vanno valutate con attenzione in quanto costituiscono pesanti restrizioni al diritto di circolazione e di soggiorno. Perciò i cittadini Ue non possono essere sottoposti a regimi più gravosi di quelli che si applicano agli stranieri cittadini di Paesi terzi.
Da ciò deriva che, tenuto conto dei meccanismi di cooperazione esistenti tra gli Stati membri, il trattenimento del cittadino Ue non può essere più limitante di quanto stabilito per i soggiornanti extracomunitari, nel caso in cui non si ottemperi all'ordine o vi siano difficoltà pratiche specifiche da superare per potervi adempiere. Da tutto ciò la Corte Ue conclude che il trattenimento di otto mesi previsto dal diritto belga è sproporzionato rispetto a quanto necessario per assicurare un'efficace politica di allontanamento di un cittadino di uno Stato membro.
La sentenza sulla causa C- 719/19 affronta invece la questione del riottenimento di un diritto di soggiorno da parte del cittadino Ue che sia stato allontanato dallo Stato membro ospitante. E chiarisce che deve trattarsi a tutti gli effetti di un "nuovo" soggiorno quindi l'allontanamento deve essersi concretamente realizzato e il nuovo diritto non può porsi in continuità col precedente soggiorno.
Per questo secondo la Cgue va affermato che il cittadino allontanato deve poter essere riammesso a soggiornare nello Stato membro che lo ha allontanato. Ma l'allontanamento comminato deve essere stato eseguito in modo concreto ed effettivo. Allontanamento che non si realizza per il solo fatto che il cittadino Ue sia partito dallo Stato che gli ha comminato la misura. E neanche se la partenza volontaria avviene nel termine impartito dal provvedimento: il medesimo cittadino dell'Unione non beneficia più di un diritto di soggiorno temporaneo e se ne deve allontanare ciò che non coincide col fatto di aver lasciato fisicamente il territorio dove è valido l'ordine.
Quindi - in occasione del ritorno - il soggiorno del cittadino Ue, precedentemente allontanato, non deve essere in realtà la continuazione del suo precedente soggiorno nello stesso territorio. Spetta al giudice del rinvio verificare se ciò avvenga nei casi concreti posti alla sua attenzione al fine di accertare che il cittadino Ue allontanato abbia effettivamente posto fine al suo soggiorno temporaneo. Se ciò non si verifica lo Stato membro ospitante che ha emesso la misura "espulsiva" non è tenuto ad adottare un nuovo provvedimento di allontanamento sulla base dei medesimi fatti contro il cittadino Ue, ma può basarsi su quest'ultimo provvedimento al fine di obbligarlo a lasciare il suo territorio.
di Maria Brucale
Il Riformista, 24 giugno 2021
Cristo, "U figghio 'e Dio, u figghiu 'e Maria, u pazzu, Gesù u pazzu", è finito in carcere, destinato all'atroce supplizio. Tutta la sua opera è stata vana, come una Babele rasa al suolo. A nulla servirono "i passi sulle maree, i sandali ansanti e polverosi per le strade, il vino, i pani, i pesci moltiplicati". E ora, come può il suo sguardo scendere fino ai luoghi di privazione, nelle carceri, "cimiteri silenziosi, corpi senza nessuna pietà, senza una umana compassione"? In cui i ristretti giacciono negli abissi marini delle stanze spiate, nel sonno della coscienza e delle anime trasformate in manichini.
Il corto Stabat mater ha la regia di Giuseppe Tesi e ne esprime la forza del pensiero, il disincanto non rassegnato davanti alla natura dell'uomo, la profonda comprensione delle trame del sentire, delle fragilità, delle pulsioni, del nichilismo, dell'aspirazione al riscatto ed al recupero, della ricerca mai paga di opportunità. È interpretato da Melania Giglio e da Giuseppe Sartori, i protagonisti, che rendono pulsanti, sugli schemi della tragedia greca, i bellissimi versi in prosa, liberamente tratti da un testo di Grazia Frisina, e dai detenuti diversi per età, per etnia, per confessione religiosa, a rappresentare la vocazione del progetto di riunire in una concezione religiosa di sapore pannelliano dove "religo" è, appunto, unione, compenetrazione.
La fotografia diretta da Riccardo De Felice e le musiche originali di Marco Baraldi accendono la trama di suggestioni intimistiche e calzanti e accompagnano in un cammino che attraversa senza perdersi i sentieri più bui dell'uomo, nelle sue tribolazioni, nelle sue cadute. Un canto di dolore e di resurrezione laica raccolto da una madre universale che porta in sé lo strazio della perdita, lo smarrimento delle coscienze, la miseria dell'uomo, la potenza salvifica dell'amore che nella morte recupera il senso della vita. Un esercizio di libertà per i detenuti di Pistoia, per tutti i reclusi dei quali il regista disvela il bisogno struggente di partecipare, di raccontare, di emozionarsi, di sperare.
La violenza si esprime come negazione della ragione, furia insensata, deprivazione, in un non luogo che pretende che l'uomo cessi di essere per diventare; che deresponsabilizza per rieducare; che deprime per punire; che spegne per controllare; che annichilisce per contenere; che pretende di restituire alla vita libera risanate persone cui ha negato proprio l'essenza di vita, la coscienza di relazione, la sostanza di pensiero, la costruzione del giorno e del suo divenire, la prospettiva. "Allora è morto, è morto davvero? Ora è giunta la notizia della sua morte. Inchiodato al palo della sua colpa assediato da una muta di lupi, crocifisso. Con scandalo era venuto a questo mondo. Il bagliore di un risveglio diceva di essere. Il battesimo di ribellione". "Di te ridono tutti, o principe pagliaccio, Dio, uomo, fantoccio".
La carne esangue di un figlio che è figlio di ognuno è portata di peso fuori da quelle mura in cui il pianto non fa rumore da una madre che si fa carico della insopportabile fatica dell'addio nel dilaniante orrore della separazione e la restituisce alla terra in un ultimo gesto di pietà. La misericordia si cala sulle spoglie mortali vestendo di polvere quel corpo nudo, intatto nella sua bellezza, impeto straziante di infinito, anelito di ristoro di una dignità privata e mutilata. L'umanità tutta è ferita ma mai sconfitta. Torna a esprimersi scomposta e imperiosa e invoca, pretende attenzione. Si fa canto e danza, richiesta di aiuto, preghiera, inno alla speranza, attesa di futuro.
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