di Giulia Merlo
Il Domani, 16 maggio 2021
Il presidente della Consulta, durante la conferenza stampa annuale della Corte, è intervenuto sul ddl Zan. Un giudizio che si è prestato a diverse interpretazioni e distorsioni comunicative. Il presidente ha detto che è "opportuna" una legge, ma non ha fatto riferimento al ddl Zan. Tuttavia la Verità, smentita con un comunicato della Consulta, ha attribuito al presidente la volontà di sostituirsi al parlamento. Un cortocircuito comunicativo, questo, che è il rischio connesso alla maggiore apertura della Corte. Il giudice costituzionale non parla più solo con le sentenze pronunciate come organo, ma la sua voce entra necessariamente nell'agone politico. Con possibili risvolti inediti, soprattutto in tempo di crisi della politica.
La conferenza stampa annuale della Corte costituzionale è stato un ottimo successo comunicativo, ma ha dato adito anche a chiavi interpretative opposte delle parole del suo presidente, Giancarlo Coraggio. Durante l'incontro con la stampa, Coraggio ha risposto sia a domande che riguardano l'attività della Corte e le sue sentenze, sia a quesiti di attualità. La risposta sul ddl Zan, tuttavia, ha proiettato la Consulta al centro del dibattito mediatico. Coraggio ha spiegato che il contrasto all'omofobia è "all'ordine del giorno del parlamento e spero che riuscirà a trovare la quadra. Sicuramente una qualche normativa, come c'è in quasi tutti i Paesi del mondo, è opportuna". Le sue parole, contestualizzate, potevano suonare quasi neutre (Coraggio ha detto che è opportuna una legge, non si è riferito nello specifico alla legge Zan), sono invece entrate nello scontro tra forze politiche. Infatti l'"opportunità" è stata interpretata come il personale favore del presidente alla proposta di legge in discussione. Risultato: a destra la Verità ha riportato le parole titolando che la Corte sarebbe "pronta a sostituirsi all'assemblea degli eletti per introdurre una nuova fattispecie di reato, quella di omofobia che si vorrebbe inserire con la legge Zan nel Codice penale". Tanto che la Consulta ha smentito seccamente l'articolo con un comunicato, definendo "arbitraria" la ricostruzione del quotidiano e sottolineando che "per costante giurisprudenza costituzionale, la Corte non può creare nuove figure di reato o ampliare i confini di quelli esistenti" e dunque in nessun caso il presidente avrebbe potuto suggerire l'introduzione di nuove fattispecie di reato.
A sinistra, invece, Possibile ha inserito la fase nella sua comunicazione in favore al ddl Zan, giocando sul nome del presidente e scrivendo che "il presidente della Consulta è favorevole a una legge sull'omofobia. Ma ci voleva coraggio?".
La comunicazione - Al centro c'è il problema interpretativo che sorge ogni volta che una carica istituzionale prende la parola. Soprattutto oggi che la Consulta ha compiuto un indubbio salto di qualità nella sua comunicazione, dalla creazione dei podcast alle iniziative che ormai da anni organizza nelle scuole e nelle carceri. Un esercizio di trasparenza dell'organo, che però lo espone anche a possibili strumentalizzazioni. Il crinale è sottile e sta ad ogni presidente percorrerlo come ritiene, a seconda della propria sensibilità nel rapporto con i media. La conferenza stampa, infatti, è un evento annuale che si svolge dal 1956, cioè dall'anno di istituzione della Corte, e rappresenta il momento pubblico per antonomasia in cui l'istituzione si apre alla società civile, facendo un bilancio della propria attività.
Se nei primi anni la cerimonia era molto formale e lo spazio per le domande dei giornalisti offriva meno spunti, negli ultimi vent'anni si è assistito a un cambio di paradigma e a una maggiore apertura al dialogo. Fino al presidente Coraggio, che ha interloquito per un'ora e mezza con i giornalisti, alternando risposte in cui ha elaborato la posizione della Consulta sulle sentenze pronunciate nell'ultimo anno a risposte sull'attualità politica, in cui ha espresso opinioni personali. Proprio questa distinzione di tono, però, rischia di essere il punto debole dell'apertura comunicativa della Corte. In questo modo, infatti, il giudice costituzionale non parla più solo con le sentenze pronunciate come organo, ma la sua voce entra necessariamente nell'agone politico. Con possibili risvolti inediti, soprattutto in tempo di crisi della politica.
di Davide Frattini
Corriere della Sera, 16 maggio 2021
Missili israeliani su un palazzo: otto bambini morti, salvo un neonato. I razzi di Hamas perforano lo Scudo, la reazione di Israele. Netanyahu: "L'operazione va avanti". Il campo di rifugiati Shati, spiaggia in arabo, si chiama così perché i cubi di cemento grigio stanno a picco sulla costa, dalle rocce sgocciola in mare la fogna a cielo aperto. Quella che dovrebbe essere la strada principale è invece un vicolo sempre infangato che porta al palazzotto dove abita Ismail Haniyeh, tra i capi di Hamas, le sbarre impediscono di arrivarci, in tempi di calma le guardie controllano chiunque passi.
Adesso stanno nascoste nei bunker, il boss non c'è, è in Qatar da cinque mesi. Lontano dalla distruzione e dai missili. Uno ha centrato in pieno l'altra notte la casa degli Abu Tahab, i tre piani sono venuti giù sopra otto bambini e due donne, stavano celebrando con qualche giorno di ritardo la sera di Eid Al Fitr che chiude con una cena il mese di digiuno per Ramadan. Solo il piccolo Omar, 5 mesi, si è salvato: i soccorritori palestinesi raccontano di averlo trovato con la madre a coprirlo, a fargli da scudo con un abbraccio. I portavoce dell'esercito sostengono di aver voluto colpire "elementi di spicco dell'organizzazione" e accusano Hamas di usare i civili come scudi umani.
I fondamentalisti vendicano l'attacco a Shati con un lancio di razzi su Tel Aviv. Stanno studiando come bucare il sistema di difesa Cupola di ferro. Ieri dopo pranzo ci sono riusciti: due salve di fila, brevi, e poco dopo un bombardamento di qualche minuto. Uno dei proiettili è caduto su Ramat Gan un uomo di 55 anni è stato ucciso, non ha fatto in tempo a trovare il rifugio. Le vittime israeliane dall'inizio della guerra sono 10, tra loro un bambino di 5 anni. Le Brigate Al Qassam, l'esercito irregolare di Hamas, annunciano lo stop ai razzi per 2 ore, dalle 22. Non è una tregua, è per dimostrare di poter controllare i tempi della guerra: 9 minuti dopo la mezzanotte su Tel Aviv e il centro del Paese piovono 200 razzi, le sirene risuonano tra le esplosioni degli intercetti. Israele nella notte ha reagito con un nuovo, "pesante bombardamento" senza preavviso su Gaza City, secondo quanto riferito da al Jazeera, secondo la quale sarebbero stati colpiti una strada del centro e due edifici residenziali. L'attacco avrebbe fatto almeno tre vittime più un numero imprecisato di persone rimaste sotto le macerie, sfiorando anche l'edificio che ospita l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati palestinesi (Unrwa).
I miliziani hanno per il resto della giornata concentrato i razzi sulle città nel sud del Paese e verso Beer Sheva nel deserto del Negev, da lunedì ne hanno lanciati oltre 2.300. L'aviazione israeliana e i carrarmati hanno continuato a bersagliare la Striscia, i morti sono ormai 145, i feriti un migliaio. La mediazione per raggiungere la tregua sembra per ora non funzionare.
Oggi Hady Amr, il diplomatico americano responsabile per la questione israelo-palestinese, incontra i ministri israeliani e a Ramallah quelli palestinesi. Il presidente Joe Biden ha parlato con il premier Benjamin Netanyahu e con Abu Mazen per la prima volta da quando si è insediato alla Casa Bianca. Dal quartiere generale delle forze armate a Tel Aviv Netanyahu fa sapere che "l'operazione va avanti, continueremo fino a quando avremo raggiunto i nostri obiettivi".
All'inizio dell'offensiva Aviv Kochavi, il capo di Stato maggiore israeliano, ha avvertito i leader di Hamas che non ci sarebbe stata alcuna immunità. Per loro e per le loro proprietà. La casa del numero due Khalil Al Hayya è stata rasa al suolo e sotto tiro sono anche le ville residenziali del quartiere Rimal. L'obiettivo è spingere la nuova classe di ricchi creati dal dominio degli integralisti - tra traffici di cemento e concessioni su dove costruire i palazzi - a premere sui vertici del gruppo.
Dall'ultimo piano della Torre Al Jalaa i giornalisti di tutto il mondo hanno mostrato in diretta durante ognuna delle guerre che non finiscono i bombardamenti israeliani su Gaza e le scie bianche dei razzi lanciati contro Israele. La televisione Al Jazeera o l'agenzia di stampa americana Associated Press mettevano anche a diposizione le apparecchiature per permettere ai colleghi le dirette via satellite, da lassù le telecamere tenevano i loro occhi elettronici accesi giorno e notte su quello che accadeva nella città di Gaza. Non c'è più niente.
I missili dell'aviazione hanno colpito le fondamenta del palazzo di 12 piani, 60 appartamenti in tutto, dopo che l'intelligence militare ha chiamato il proprietario e lo ha avvertito di far evacuare l'edificio. I reporter - in questo momento tutti locali, perché l'esercito non lascia entrare i giornalisti stranieri dal valico di Erez - hanno avuto meno di un'ora per tentare di salvare gli archivi e portare fuori i documenti accumulati in anni di conflitti. "Siamo scioccati e inorriditi", commenta Gary Pruit, il presidente dell'Ap. Spiega che negli uffici c'erano una dozzina di giornalisti al momento dell'avvertimento: "Adesso il mondo potrà sapere molto meno di quello che sta succedendo a Gaza". Mostafa Souag, direttore di Al Jazeera, definisce il bombardamento "barbarico" e accusa Israele di voler "nascondere la carneficina e la sofferenza". Gli americani hanno fatto arrivare al governo israeliano il messaggio che "la sicurezza dei reporter è fondamentale". Jonathan Conricus, il portavoce delle forze armate, replica che il grattacielo era un "obiettivo legittimo" perché "nel palazzo si nascondevano gli uomini dei servizi segreti militari di Hamas. Speravano che mettendosi tra i giornalisti avremmo esitato a colpire".
di Marco Damilano
L'Espresso, 16 maggio 2021
Il 18 maggio la manifestazione dei braccianti per incontrare Draghi. Una rete di Agorà, un'assemblea in autunno. E poi un nuovo modello: "Ci candiremo alle elezioni". Colloquio con il sindacalista. Tre anni fa guidò un corteo in Calabria che chiedeva giustizia per Soumaila Sacko, il bracciante e sindacalista arrivato dal Mali, ucciso a fucilate il 2 giugno, festa della Repubblica. Il primo governo di Giuseppe Conte, con Matteo Salvini al Viminale, aveva giurato da poche ore. Oggi il sindacalista Aboubakar Soumahoro è un leader politico riconosciuto, rispettato, amato. I lettori dell'Espresso lo conoscono bene per la sua rubrica "Prima gli esseri umani". Si prepara a manifestare davanti a Palazzo Chigi, il 18 maggio, con la Lega dei braccianti. L'inizio di un percorso che porterà gli Invisibili a un'assemblea nazionale a settembre. E poi alla sfida delle elezioni politiche: "Ci candideremo".
Perché la manifestazione del 18 maggio?
"Perché nelle campagne c'è l'inferno che si manifesta nelle baraccopoli. Dodici ore di lavoro per una paga misera di 25 o 30 euro per chi è fortunato o per una paga in natura, qualche chilo di passata di pomodoro o qualche litro di olio. C'è una assenza di minime condizioni umanitarie che ricorda quelle di cui parlava l'indagine parlamentare sui braccianti di inizio Novecento: paghe misere, caporalato, il monopolio dei grandi produttori che oggi è la grande distribuzione organizzata. Il riflesso di quanto avviene nelle campagne ricade sul mondo del lavoro in generale: Luana D'Orazio e i morti sul lavoro, i lavoratori di Amazon, la precarietà esistenziale nella Ztl, i cassieri ridotti a codici a barre viventi, i rider. L'inferno della invisibilità è giunto a un bivio: o si sta dalla parte degli uomini e delle donne che lavorano oppure dalla parte opposta. È giunto il momento di schierarsi. Invisibili di tutta Italia, uniamoci".
Tu però sei molto visibile. Ti sei incatenato a Villa Pamphili a Roma, dove si svolgevano gli Stati Generali del governo Conte: sembra passato un secolo, era solo un anno fa.
"La protesta era solitaria, ma era a disposizione di un sentimento collettivo. Un singolo a vantaggio di un noi. In quei giorni Mohammed Ben Ali, bracciante, era morto carbonizzato tra le fiamme nell'insediamento di Borgo Mezzanone nelle campagne della Puglia. Sono stato ricevuto dopo ore di sciopero della fame e della sete dall'allora Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e da alcuni ministri. Ci ascoltarono. Proponemmo la riforma della filiera agricola, con l'introduzione della patente del cibo, il permesso di soggiorno per l'emergenza sanitaria convertibile per attività lavorativa, i diritti di cittadinanza".
Cosa ti risposero?
"Conte disse: è geniale! Ma il vento dell'equilibrismo politico ha portato subito via la genialità. Non si fece nulla di nulla".
In realtà ne uscì una sanatoria per i lavoratori nelle campagne e nelle case, con il pianto della ministra Bellanova...
"Quelle lacrime non hanno asciugato le nostre lacrime. Si è voluta salvare la raccolta della frutta e della verdura senza salvare le persone. I dati dimostrano che la regolarizzazione è stata un fallimento: 207mila domande, il 15 per cento nelle campagne, l'85 per cento nel lavoro domestico".
Dopo è arrivata la manifestazione degli Invisibili a Roma, a luglio, in piazza San Giovanni, la sede delle grandi manifestazioni politiche e sindacali. E dopo?
"Dopo è arrivata la Lega dei braccianti con gli sportelli itineranti. È nata da un settore particolare, ma mai con uno spirito corporativista. Cos'è oggi il lavoro? Non si può continuare a parlare di lavoro con un linguaggio monocolore, come fa il Recovery Plan che alla lotta al lavoro sommerso dedica cinque righe su trecento. Abbiamo bussato a tutte le porte, a livello comunale, regionale, nazionale. In un quartiere popolare non sanno cosa sia la transizione ecologica, sanno che l'autobus non passa e che bruciano i rifiuti. Tutti si nascondono dietro l'equilibrismo politico. Per questo bisogna aprire un processo rivoluzionario, spirituale, morale, espressione di un progressismo trasformativo. O si lavora per contrastare la povertà, creare lavoro e trasformare radicalmente il nostro sistema economico verso basi ecologiche e di giustizia sociale. Oppure assisteremo ad una lenta ma progressiva implosione delle forze progressiste. È arrivata l'ora che queste persone illuminino il buio della politica".
Io credo che dopo tutti questi mesi tu debba andare più in profondità, nel concreto di una proposta politica...
"Il progetto è chiaro: federare il mondo degli invisibili. Rider, disoccupati, studenti, partite Iva. Il mondo della cultura che è sceso in piazza. Il mondo dell'informazione che non sia espressione della precarietà diffusa. La Costituzione, ha detto Pietro Calamandrei, è un foglio di carta, perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile. Le agorà popolari servono a questo. Superare la dittatura del presentismo, un tessuto corrotto dalla bulimia, dall'impossibilità di ascoltare l'altro, il suo battito di cuore. Il non respiro di George Floyd, un anno dopo la sua uccisione, in Italia è questo: non respiro perché ci sono le disuguaglianze sociali, perché i miei diritti non sono rispettati. Vogliamo costruire una comunità politica".
Sembrano più le parole di un profeta che di un politico...
"Oggi lottare per il cambiamento non significa aspettare un profeta, ma sconfiggere uno spirito avido che ci ha reso ciechi. Toni Morrison scriveva che la mia libertà passa dalla liberazione altrui. Il no è secco, ma non è un no rinunciatario. È la richiesta di una politica alta, altra, diversa da quella che ci ha ridotto a merce elettorale. Non bisogna abbattere il Palazzo, ma renderlo di nuovo abitabile. Se il Palazzo è il luogo dove ridare speranza, è lì che bisogna entrare. Siamo federatori, ci interessa anche il passaggio politico e elettorale".
Parteciperete alle elezioni amministrative d'autunno?
"Diremo quale Roma, quale Milano, quale Torino e Napoli vogliamo per domani. Presenteremo le nostre proposte per le città, non solo per le metropoli ma anche per i piccoli comuni. E a settembre faremo un grande appuntamento popolare".
Per far nascere un nuovo partito?
"Dobbiamo immaginare nuovi contenitori. La Lega è al governo dal 1994, dice prima gli italiani e la flat tax, superata dalle politiche del presidente Biden che non è un rivoluzionario. Il Movimento 5 Stelle ha affermato di aver abolito la povertà, ma non è così. Il Pd è il partito dello status quo. C'è una crisi di autorevolezza della rappresentanza. La comunità degli Invisibili è una lavagna bianca da scrivere sull'Italia di domani. Il nostro orizzonte sono le elezioni politiche".
Alle politiche ci sarà una lista degli Invisibili?
"Ci candideremo, certamente. Con un progetto che nascerà dai momenti di ascolto, dal lavoro, dai tanti mondi che si stanno avvicinando alle agorà con entusiasmo. È un modello da immaginare, ma si materializzerà, ne sono convinto".
Hai visto Enrico Letta dopo la sua elezione a segretario del Pd. Che vi siete detti?
"È stato il professor Letta a invitarmi, nel rispetto dell'autonomia politica. Ci ha invitato a partecipare alle agorà del Pd, valuteremo se andare o meno. Io gli ho detto che noi abbiamo cominciato a fare le nostre agorà popolari quando lui insegnava ancora a Parigi e che abbiamo parlato di leadership collettiva prima che lui accennasse alla intelligenza collettiva del Pd: chi sta copiando? Il Pd ha governato per nove anni su dieci, ha approvato il jobs act e il decreto Minniti, firmato da un ministro dell'Interno che temeva per la tenuta della democrazia per via degli sbarchi di migranti. Forse avrebbe dovuto avere questo timore per la disoccupazione giovanile, per un milione di posti di lavoro persi".
Ilvo Diamanti ha scritto su Repubblica che l'anno della pandemia ha fatto crollare la partecipazione, nei partiti, nell'associazionismo, nel volontariato...
"È una crisi che ha a che fare con il mondo del lavoro. Una politica disconnessa dalla realtà non può trovare una connessione con le persone. Sul Piano nazionale non c'è stato ascolto, non c'è stato un "débat public". Oggi la politica appare un voler stare a tutti i costi sul bus pur di esserne alla guida. Anche quelle forze che dicono di voler cambiare sono parte di questo problema".
Ti riferisci anche al Movimento 5 Stelle?
"La frase sull'abolizione della povertà è stata la rappresentazione plastica della loro disconnessione dalla realtà".
Hai incontrato Conte, vuoi incontrare anche Mario Draghi?
"Gli abbiamo inviato un documento, chiediamo un incontro il 18 maggio. Porteremo proposte concrete. Speriamo di non sentirci dire di nuovo: sono cose geniali!".
Il 2 giugno sono i 75 anni della Repubblica, ma anche i tre anni dall'omicidio di Soumaila Sacko, da quando è cominciato il tuo percorso politico. Com'è cambiata la tua vita in questi tre anni?
"Non amo parlare di me. Mia mamma mi diceva: non girare le spalle a chi ha bisogno, non essere indifferente. Fare il sindacato, fare l'attivista è per me prima di tutto una questione di spirito. Ma guai a pensare che tutto questo sia espressione di un singolo. È un mondo che c'era e che c'è, che rimane, anche quando i riflettori sono spenti. Sai perché? Perché la povertà non è pop".
Senti la responsabilità di essere diventato un simbolo, un leader, un portavoce?
"Sento tutto il peso, sì. Ma è una responsabilità che nella sua pesantezza sa di avere allo stesso tempo una leggerezza che è racchiusa nel noi, nella leadership collettiva".
di Luca Sebastiani
L'Espresso, 16 maggio 2021
"I danni peggiori tra qualche anno". I centri specializzati hanno avuto un aumento del 20% negli arrivi. Sono molti i ragazzi scoperti in casa a bere o a nascondere le bottiglie. I gruppi degli Alcolisti Anonimi hanno continuato le riunioni online, e per molti sono state la salvezza.
"Il lockdown è stata una tragedia, ho cominciato a bere anche la mattina, fino al tracollo. Senza i freni, dettati dagli orari lavorativi classici, ho perso il controllo". È la storia di G., imprenditore milanese di 48 anni che ha deciso di bussare a un pronto soccorso e a settembre scorso iniziare un percorso di riabilitazione. Sono in tanti quelli che hanno cercato rifugio o sono caduti in una bottiglia o in qualche bicchiere di troppo per provare a fuggire dalle quattro mura di casa. E le chiusure hanno costretto anche le associazioni di supporto ad adattarsi pur di non far venir meno il loro ruolo fondamentale per migliaia di persone. Come per V., 46enne romana, che ha iniziato il suo percorso negli Alcolisti anonimi nel febbraio del 2020, subito prima della diffusione in Italia del virus. Ammette che "senza le riunioni virtuali e la vicinanza del gruppo, sarei ricaduta sicuramente nella mia dipendenza". È una lotta quotidiana, fatta "24 ore alla volta", che il gruppo riesce a rendere collettiva, nonostante i pregiudizi e gli stereotipi che spesso accompagnano il racconto di queste organizzazioni, complici alcuni film. Si tratta in realtà di un mondo composto da individui che si presentano con un "Ciao sono ... e sono un alcolista", non per seguire strani rituali ma per ammettere e non demonizzare il proprio problema, o da persone che si ringraziano dopo aver condiviso con gli altri un pensiero o un momento difficile durante la giornata, tutto con lo scopo di costruire un clima di fiducia.
Non sono eccezioni, non sono casi isolati, non è un universo lontano da noi. In tutta Italia il numero dei consumatori abituali di alcol, e di chi è a grave rischio di dipendenza, è aumentato esponenzialmente in questo periodo.
A rendere evidente la situazione sono i dati dei reparti ospedalieri e delle associazioni che si occupano del percorso di riabilitazione da dipendenze. Il primario del centro alcologico della Asl3 di Genova, Gianni Testino, ha riscontrato nel 2020 un aumento rispetto all'anno precedente di circa il 15 per cento dei soggetti che si sono rivolti al supporto sanitario nei reparti liguri e del 20 per cento di ricadute gravi, ovvero quel nuovo consumo di alcol "in soggetti che da anni mantenevano il problema confinato e che ha portato a scompensi internistici seri, come pancreatiti o cirrosi epatiche". Non è una coincidenza, anche perché, sempre secondo Testino, è una percentuale che riflette quella nazionale.
Ma i numeri sono addirittura maggiori a leggere le stime dell'organizzazione degli Alcolisti anonimi, 420 gruppi in tutta la penisola, una presenza particolarmente ramificata nel centro-nord dove solo tra Lombardia e Veneto se ne contano 200. Secondo il segretario nazionale, Claudio, rispetto al periodo pre-Covid si è verificato un aumento dei "nuovi venuti" di circa il 20 per cento. Un trend confermato anche da L., 60 anni, referente provinciale di Milano: "Ho registrato l'arrivo nel mio gruppo di due nuove persone a settimana, anche se non tutti quelli che fanno le prime riunioni poi riescono a continuare".
In tanti non mollano, trovano la forza e si affidano a esperti e mantengono saldo il proposito di completare il percorso di riabilitazione. Come G., che fin dalla maggiore età si è sempre considerato "un buon bevitore sociale" e che già negli ultimi anni aveva aumentato le dosi di alcolici consumate abitualmente per festeggiare un evento, per superare un insuccesso lavorativo o magari a chiusura di una giornata. Ma è "con il lockdown, chiuso da solo in casa, che è iniziata la tragedia", fino alla coraggiosa decisione di ricoverarsi al pronto soccorso per venti giorni. Da lì si è "preso per i capelli, fino a una sorta di rinascita", che lo ha portato in un centro specializzato per un paio di mesi e poi alla frequentazione di un gruppo degli Alcolisti anonimi della sua città, prima in presenza e poi online a causa della pandemia. Un passo fondamentale, che G. definisce "un'ancora di salvezza. Le persone attorno a me sono quasi incredule, per il mio nuovo modo di vivere e affrontare la vita".
Nonostante gli evidenti limiti, paradossalmente, sono state proprio le riunioni online a favorire l'aumento dei nuovi ingressi secondo il segretario nazionale degli Alcolisti anonimi, grazie alla facilità di accesso, al desiderio (o più spesso alla necessità) di condividere le proprie difficoltà nell'isolamento e soprattutto al non dover affrontare l'impatto psicologico di entrare fisicamente in una stanza con altre persone. Tra i sostenitori delle piattaforme virtuali c'è anche A., operaio milanese di 37 anni, negli Alcolisti anonimi da quando ne aveva 33, "perché ci hanno permesso di proseguire il nostro percorso anche in un periodo simile. Non prenderà mai il posto di quelle in presenza ma è stato un ottimo strumento". È lo stesso pensiero di V., che è entrata negli A.a. nel febbraio del 2020, subito prima delle chiusure anti-Covid. Solo inizialmente ha potuto partecipare in presenza agli incontri del suo gruppo di riferimento, anche se "all'inizio ci andavo giusto per far contenti mio marito, mia sorella...". Ora, nonostante le difficoltà e le tentazioni, è sobria da un anno e due mesi.
L'insostituibilità di questi gruppi deriva spesso dal rendere collettivo il peso portato dalla singola persona, come emerge dalla testimonianza di N. di 49 anni, che è riuscita a entrare in sobrietà e al suo primo ritrovo con gli A.a., più di 24 mesi fa, si è sentita dire: "Se vuoi continuare a bere il problema è tuo, ma se vuoi smettere allora il problema è nostro". Un luogo dove i giudizi, le bugie e le sentenze sono tenute lontane, per far spazio a comprensione, verità e ascolto. Anche perché, come ammette L., "è inutile, oltre che difficile, mentire alle persone che vivono o hanno vissuto il tuo stesso disagio, perché ti sgamano e mentiresti solo a te stesso".
Un'importanza suffragata in maniera inequivocabile dalle differenti percentuali di successo che ha una persona nel suo percorso di riabilitazione con e senza la frequentazione costante dei gruppi di auto-aiuto. Il dottor Testino è chiaro: "Se un soggetto partecipa alle riunioni, insieme ovviamente alle cure farmacologiche e psicoterapeutiche, avrà una possibilità di successo pari al 70 per cento rimanendo lontano dall'alcol per almeno un anno. Senza supporto, la percentuale scivola al 20".
Ma il Covid-19 ha fatto emergere un'altra situazione preoccupante: l'esposizione crescente all'alcolismo dei giovani. Nonostante la chiusura per lunghi periodi di bar, ristoranti e locali il consumo si è rivolto all'e-commerce che ha registrato un 425 per cento in più di vendite. E per i ragazzi e le ragazze si è rivelato un canale di accesso privilegiato. Già negli ultimi 4-5 anni, come spiega Testino, i dati illustravano un quadro molto indicativo dei consumi di alcol relativo alle fasce di età più basse in Italia: "Circa il 15 per cento dei 14-15enni fa un uso abituale di bevande alcoliche, tra i 16-17enni la percentuale sale al 50 mentre rientrano nella categoria a rischio il 25 per cento dei maschi e il 10-12 per cento delle femmine tra i 18 e i 25 anni". Non è un caso che adesso l'età media dei partecipanti ai gruppi di supporto sia in calo, con una crescita costante della fascia dei 30-40enni. La triste novità resa palese dal lockdown è la gestione dell'alcolismo giovanile all'interno delle mura di casa, quando ragazzi e ragazze sono stati costretti a vivere 24 ore a contatto con la propria famiglia, senza avere più la possibilità di nascondere il loro disagio. Testino racconta infatti che "sono state numerosissime le telefonate arrivate nei reparti e nei centri locali in Liguria di genitori allarmati dal consumo di alcol dei loro figli e delle loro figlie". Padri e madri smarriti di fronte alla scoperta dei loro ragazzi, chiusi in camera a bere o sorpresi a nascondere le bottiglie.
E questa è una delle preoccupazioni lanciate anche da Fabio Attilia, dirigente medico del Centro di riferimento alcologico della Regione Lazio (Asl Roma1), dove si è verificato lo stesso incremento di ingressi di altre realtà: "Purtroppo raccoglieremo i cocci di tutta questa situazione nei prossimi anni: bambini piccoli e ragazzi che stanno vivendo situazioni di disagio, di confinamento e di mancanza di socialità potrebbero avere problemi nella fase della crescita che poi potranno sfociare in varie dipendenze". Perché è tipico, soprattutto nelle fasce di popolazione più giovani, l'intreccio di diverse dipendenze, non solo quindi di alcol ma anche di sostanze stupefacenti, che rende più complicato il tutto.
E non si tratta di bersi un bicchiere ogni tanto o durante i pasti e neanche alzare il gomito in occasione sporadiche, non è quello che preoccupa. Ma è quando il consumo diventa abitudinario, prolungato e massiccio. Per i ricercatori scientifici gli indicatori del consumo si basano sull'unità alcolica, che corrisponde a 12 grammi di etanolo all'interno delle bevande. In maniera approssimativa è la quantità presente in una lattina di birra (330 ml), in un bicchiere di vino (125 ml) o in un bicchierino di superalcolico (40 ml). Secondo i dati forniti dall'Osservatorio nazionale alcol dell'Istituto superiore di Sanità alla Società italiana di alcologia, di cui Testino è il presidente, gli uomini che quotidianamente assumono due unità alcoliche e le donne che ne assumono una, ovvero i consumatori che fanno parte della fascia più numerosa ma considerata a basso rischio, secondo le stime, è aumentata del 20 per cento negli ultimi mesi. Otto milioni di persone invece fanno parte della fascia reputata a rischio, ovvero quella delle persone che bevono 2-4 unità (donne) e 3-6 (uomini), una categoria che ha visto l'incremento maggiore: circa il 60 per cento. La cosiddetta fascia di coloro che sono dipendenti, quelle persone che hanno ormai necessità di bere per non stare male, e cioè le donne che assumono più di 4 unità alcoliche al giorno e gli uomini che ne bevono più di 6, è quella più ondivaga e variabile che va da 800 mila a 1 milione.
Un aumento importante delle persone ad alto rischio di alcolismo che si lega alla pandemia anche dal punto di vista clinico, visto che i consumatori abituali e dipendenti hanno un rischio quattro volte superiore alla media di contrarre in modo grave il Covid-19, per via delle minori difese immunitarie. Ma non solo. Oltre la fase dell'infezione, l'allarme di Testino riguarda anche quella della vaccinazione. I consumatori seriali dovrebbero essere considerati persone a rischio, ma la grana è che l'alcol riduce di molto la risposta immunitaria vaccinale. Per questo il consiglio è di non assumerne nei giorni e nelle ore vicine alla prevista iniezione, come è raccomandato per esempio in Russia, dove l'alcolizzazione è ancora più diffusa, per ragioni culturali, geografiche e storiche. Lì, addirittura, l'avvertenza è di non bere 15 giorni prima e per 40 giorni dopo l'iniezione del famoso vaccino Sputnik, in modo da non attenuarne l'effetto.
L'avvento della pandemia è stato spesso paragonato allo scoppio di una guerra, scomodando termini e figure retoriche discutibili. Ma questo periodo non deve far dimenticare coloro che sono impegnati in una vera battaglia per liberarsi da una dipendenza che in certi casi può diventare letale. Una piaga terribile presente più di quanto non sembri, ma che si può sconfiggere.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 16 maggio 2021
Anche il mondo del calcio minaccia lo stop. Suicida la ragazza che aveva denunciato violenze sessuali da parte di alcuni agenti. È in un clima di forte tensione che si svolgerà oggi, nel diciannovesimo giorno della rivolta sociale, il secondo incontro tra il governo Duque e il Comité del paro, dopo la prima e fallimentare riunione esplorativa del 10 maggio. Al termine di un colloquio di tre ore con i mediatori delle Nazioni unite e della Conferenza episcopale, il Comitato, che riunisce tre centrali sindacali e diverse associazioni, ha infatti accettato di avviare un negoziato con il governo intorno al pacchetto di emergenza presentato lo scorso anno.
Si tratta tuttavia di un negoziato in salita, già solo considerando che, mentre il governo mira a fermare la rivolta, il Comité del paro pone come primo punto da trattare proprio quello delle garanzie per il diritto alla protesta. E non andrà di certo meglio con molte altre richieste dei manifestanti, dal reddito minimo garantito allo stop alle fumigazioni aeree con il glifosato per distruggere i raccolti di coca. E come se non bastasse la distanza abissale tra le parti, lo zoccolo duro della protesta - quella "prima linea" che, esattamente come in Cile, è costituita essenzialmente da giovani e giovanissimi - non solo non si sente rappresentato dai dirigenti del comitato, ma neppure condivide la sua decisione di negoziare con il governo in mezzo a una repressione che non si è mai interrotta.
Una diffidenza ulteriormente alimentata dall'esito dell'incontro a Cali tra le autorità comunali e i giovani dei cosiddetti punti di resistenza, immediatamente interrotto alla notizia di un attacco dell'Esmad (lo Squadrone mobile antisommossa) a una manifestazione indigena nella vicina città di Buga. Ma ancora più grave è la situazione a Popayán, nel Cauca, dove a scatenare la rabbia dei manifestanti è stata la notizia del suicidio di una 17enne (la famiglia ha chiesto che non venisse rivelata la sua identità) che poche ore prima, nella notte del 12 maggio, aveva denunciato di essere stata fermata e molestata sessualmente da quattro agenti - un video riprende l'esatto momento in cui la ragazza viene sollevata per le braccia e le gambe -, mentre era impegnata a filmare la manifestazione. E se la polizia ha inizialmente provato a sostenere che la notizia era falsa, si è poi clamorosamente smentita procedendo a sospendere quattro sospettati, contro cui è stata aperta un'indagine preliminare.
Durante i pesanti scontri tra giovani e polizia registrati a Popayan proprio in seguito al suicidio della 17enne, un altro ragazzo, il 22enne Sebastián Quintero Múnera, è morto a causa di una granata stordente sparata dall'Esmad e circa 30 persone sono rimaste ferite, mentre un gruppo di manifestanti ha attaccato e dato alle fiamme la sede dell'Unità di reazione immediata della procura di Popayán, dove era stata detenuta la giovane.
La notizia del suo suicidio ha però incendiato gli animi in tutto il paese, con presidi realizzati in diverse città da organizzazioni femministe, anche a fronte di almeno 16 casi di violenza sessuale da parte della polizia documentati dalla piattaforma Grita. In questo quadro, persino il mondo del calcio è in fermento. Mentre dalla Conmebol (Confederación sudamericana de Fútbol) arriva la conferma che la Colombia ospiterà a giugno insieme all'Argentina la Coppa America, tanto i tifosi quanto i calciatori si oppongono allo svolgimento del torneo, sia per le spese che lo Stato dovrà sostenere sia per la grave crisi in corso. Non a caso, giovedì scorso, la partita della Copa Libertadores tra l'América de Cali e l'Atlético Mineiro è stata sospesa a causa dei gas lacrimogeni penetrati anche nel campo da gioco.
"Come cittadini, prima che calciatori, vogliamo esprimere il nostro totale appoggio alla protesta del popolo colombiano e ci uniamo alle voci di chi chiede un paese più giusto, equo e inclusivo", ha espresso giovedì in un comunicato l'associazione colombiana dei calciatori professionisti, chiedendo la sospensione di tutte le partite "finché non venga superata la crisi che stiamo attraversando".
di Stefano Mauro
Il Manifesto, 16 maggio 2021
Dopo 117 venerdì di proteste. Debutta la nuova legge anti-Hirak: cortei bloccati in diverse città per la prima volta. Il movimento Hirak, nato nel febbraio 2019 dal rifiuto di un quinto mandato da parte del presidente Abdelaziz Bouteflika, ha avuto la sua prima battuta di arresto dopo 117 venerdì consecutivi a manifestare.
Nella consuetudinaria giornata settimanale di protesta tutte le manifestazioni sono state duramente represse dalle forze di polizia, dispiegate in maniera massiccia nella capitale e in tutte le principali città del paese. Una pericolosa sfida del regime nei confronti dell'Hirak "giustificata" dalla legge - promulgata domenica dal ministero dell'interno - che vieta manifestazioni organizzate ad esclusione di quelle autorizzate dal governo con una precisa comunicazione riguardo a "inizio e fine percorso del corteo, orario e slogan utilizzati".
Le forze di sicurezza hanno schierato un numero impressionante di poliziotti in assetto antisommossa in tutti gli abituali luoghi di ritrovo, caricando subito i manifestanti che cercavano di cominciare le marce di protesta. Numerosi i video pubblicati dal Comitato nazionale di liberazione dei detenuti (Cnld) con scene di violenza, cariche e manganellate ad Algeri come a Constantine, Orano, Bejaia, Annaba, Sétif, Skikda, Tizi Ouzou e Bouira.
Said Salhi, vicepresidente della Lega algerina per la difesa dei diritti umani (Laddh), ha denunciato attraverso un post su Facebook, "una nuova escalation di violenza e repressione del regime nei confronti dell'Hirak", un movimento di protesta popolare e pacifico, indicando che nella sola giornata di venerdì sono stati arrestati "oltre 700 manifestanti insieme a giornalisti, avvocati, politici e leader di partito". Reporters Sans Frontières (Rsf) riferisce che "sono almeno 30 i giornalisti bloccati, malmenati e arrestati dalla polizia". Cosa che ha impedito ai fotografi e ai reporter di svolgere il proprio lavoro e che spiega "la mancanza di informazioni dai social e dai quotidiani che normalmente seguono le proteste", con alcune aree del paese dove la connessione ad internet è stata interrotta per diverse ore. Viene segnalato anche l'arresto di alcuni esponenti politici, successivamente rilasciati in tarda serata, come Mohcine Belabbas, leader del Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd), di Fethi Gheras del Movimento democratico e sociale (Mds) e di Dalia Taout, una delle storiche leader dell'Hirak recentemente liberata dopo diversi mesi di carcere.
"Continuare a dare priorità alla violenza durante questa dura fase di crisi economica e sociale, a meno di un mese dalle elezioni farsa del 12 giugno, mette in evidenza la mancanza di volontà di dialogo politico da parte di questo regime autoritario" ha dichiarato il segretario del Fronte delle Forze Socialiste (Ffs), Youcef Aouchiche, anche lui fermato per alcune ore. La portavoce dell'Alto Commissariato per i diritti umani (Hcdh), Marta Hurtado, ha invitato il governo algerino a porre fine a questa repressione: "Esortiamo le autorità algerine a smettere di usare la violenza per disperdere manifestazioni pacifiche e a porre fine agli arresti arbitrari e alla detenzione di persone che esercitano i loro diritti fondamentali alla libertà di opinione, espressione e manifestazioni pacifiche".
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 16 maggio 2021
Sami Mshasha direttore relazioni esterne dell'Unrwa, L'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi, conferma la morte di un'intera famiglia nel campo profughi all'interno della Striscia. Le scuole dell'Onu sono usate come rifugio, mentre altre sono state danneggiate. Nel quinto giorno dell'escalation militare tra Israele e Hamas un'intera famiglia di dieci persone è morta sotto le bombe in un campo profughi all'interno della Striscia di Gaza.
"Il bombardamento è accaduto nel campo di Shati. Ci sono giunte conferme che l'intera famiglia di 8 bambini e due donne sono morte nell'attacco. E ora stiamo cercando di capire quanti di loro studiavano nelle nostre scuole". A confermare la notizia a Domani è Sami Mshasha, direttore delle Relazioni esterne dell'Unrwa, l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi che dal 1949 opera sul territorio.
Su due milioni di abitanti a Gaza, il 70 per cento di loro sono registrati come rifugiati. Ci sono 8 campi profughi a cui l'Unrwa fornisce assistenza umanitaria. Dall'ufficio di Sheikh Jarrah, il quartiere situato nella Gerusalemme Est in cui sono scoppiate parte delle proteste che hanno poi portato all'escalation militare, Mshasha racconta: "Nell'attuale fase del conflitto quattro delle nostre scuole hanno riportato gravi danneggiamenti, così come i nostri quartieri generali. In queste emergenze le nostre risposte sono sempre veloci, nonostante le difficoltà di intervenire e assistere le persone in una fase così pericolosa dell'escalation". Sono 36 le scuole dell'Unrwa che attualmente danno rifugio a circa 22mila civili palestinesi che in questi giorni hanno raggiunto le strutture a piedi e a bordo di pick up. "Abbiamo inviato i codici gps dei rifugi alle forze armate israeliane. Nelle scuole forniamo anche assistenza medica e cibo - spiega Mshasha - verifichiamo attentamente che questo accada nel rispetto della normativa anti Covid-19, perché l'ultima cosa che vogliamo è dare rifugio alle persone e che poi queste contraggano il virus".
Il conflitto - "Il nostro team a Gaza ci ha detto che i bombardamenti indiscriminati e gli attacchi stanno colpendo maggiormente la popolazione civile. Secondo i dati che ci arrivano dal ministero della salute palestinese sono più di 30 i bambini morti da lunedì e un altrettanto numero uguale di donne". L'ultima triste conta delle vittime riporta 144 decessi tra gli arabi e 9 tra gli israeliani. "I civili stanno pagando a caro prezzo questo conflitto. Ci hanno detto che molti dei bambini rimasti uccisi studiavano e studiano nelle nostre scuole, è una notizia estremamente triste e deplorevole" dice Mshasha che lancia un appello: "Chiediamo a tutte le parti coinvolte nel conflitto di fermare i bombardamenti indiscriminati nelle aree civili".
"A Gaza vivono quasi due milioni di persone in una porzione di territorio che è veramente piccola. Per via della vicinanza delle case vengono colpiti anche i civili. La popolazione che vive nella Striscia ha vissuto diversi conflitti armati a partire dal 2008 e il prezzo pagato è veramente alto". Nel 2008 si ricorda l'operazione Piombo Fuso iniziata il 27 dicembre 2008 e conclusa il 18 gennaio del 2009, in cui venne attaccata il 6 gennaio anche una scuola dell'Unrwa causando 40 morti e 50 feriti. In totale, secondo le Nazioni unite quel conflitto ha provocato 1400 morti.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 16 maggio 2021
Per ciò che c'è nel suo sottosuolo - gas naturale, grafite, minerali preziosi e altro ancora - la provincia settentrionale mozambicana di Cabo Delgado avrebbe potuto essere uno dei luoghi più ricchi dell'Africa. Ma dopo decenni di mancati investimenti e povertà estrema, da tre anni e mezzo è il teatro di uno scontro feroce in cui vengono commessi crimini di guerra a ripetizione.
Non si contano i civili uccisi negli scontri iniziati nell'ottobre 2017 con l'attacco del gruppo armato islamista al-Shabaab alla città portuale di Mocímboa da Praia. Da allora, in un'escalation di violenza che ha visto protagonisti, oltre alle forze armate mozambicane, anche un gruppo di mercenari sudafricani denominato Dyck Advisory Group, i morti sono stati oltre 2000 e gli sfollati centinaia di migliaia. Gli scontri più recenti si sono svolti alla fine di marzo a Palma: seguendo uno schema reiterato, al-Shabaab ha attaccato, le forze armate mozambicane incapaci di difendere la città si sono ritirare e sono arrivati i mercenari della Dag.
Le operazioni per salvare i civili si sono svolte in un modo che la dice lunga su quali siano state le priorità: prima i bianchi e pazienza per le donne, i bambini e le persone con disabilità del luogo, che purtroppo avevano la pelle nera. Ad esempio nell'hotel Amarula si erano rifugiate 220 persone. I primi a essere portati via in un elicottero da sei posti sono stati 20 mercenari.
A salire subito a bordo è stato il direttore dell'hotel, coi suoi due cani. Al più influente dei neri, il sindaco di Palma, è stato consentito di accodarsi in un secondo momento. L'elicottero ha fatto quattro voli e poi se n'è andato. Molti degli altri, che avevano cercato di lasciare l'hotel a piedi dirigendosi verso una spiaggia per tentare di fuggire via mare, sono finiti in un'imboscata di al-Shabaab.
Aggiornamento: dopo la pubblicazione di vari articoli, compreso questo post, il gruppo Dag ha precisato che il direttore dell'albergo e i suoi due cani (due pastori tedeschi) sono stati salvati da un elicottero di un'altra compagnia privata.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 16 maggio 2021
Il Pnrr prevede che si debbano approvare 48 riforme in un anno e mezzo, per parlare solo di quelle definite orizzontali e abilitanti. Siamo già in ritardo in maggio con le semplificazioni. Tranquilli, c'è tempo. Una volta consegnato a Bruxelles il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) in attesa dei sussidi e dei prestiti europei, è forte la tentazione di comportarsi come se il più ormai fosse fatto. Rilassarsi troppo nel contrasto al virus sarebbe un tragico errore, lo sappiamo bene. Ma lo è anche nel divagare incerto e strumentale su riforme serie, nel rinviare impegni stringenti e vitali per il nostro futuro. Lanciando la palla in avanti. Nella perversa convinzione- complice l'assenza (temporanea) di vincoli di bilancio e l'ingannevole leggerezza del debito - che le risorse siano infinite, così come il tempo a nostra disposizione. Un esempio.
Il Pnrr prevede che si debbano approvare - come ha scritto Emilia Patta su Il Sole 24 Ore - 48 riforme in un anno e mezzo, per parlare solo di quelle definite orizzontali e abilitanti. Siamo già in ritardo in maggio con le semplificazioni. Nove provvedimenti vanno presentati in Parlamento entro la fine di giugno.
Se ci voltiamo un attimo indietro, ai decenni scorsi, e facciamo il conto delle tante riforme rimaste sulla carta, se pensiamo solo a come siano divise le forze politiche su giustizia, lavoro o concorrenza, l'obiettivo di fare 48 riforme in un anno e mezzo ci dovrebbe togliere il sonno. Un incubo. Non sarebbe fuori luogo che i presidenti delle Camere dicessero: quest'anno le vacanze non le facciamo, abbiamo troppo lavoro. Invece c'è anche chi pensa di lanciare un referendum sulla giustizia, favorevoli due forze dell'attuale maggioranza, che bloccherebbe di fatto tutto. Abbiamo indosso una camicia di forza, ma facciamo finta di niente.
Un altro esempio è significativo per spiegare come il senso di urgenza sia relativo e la consapevolezza della posta in gioco ancora modesta. In Italia si è parlato assai poco, quasi nulla - e questo la dice lunga su quanto la cura del capitale umano sia spesso un'etichetta - delle proposte che la Commissione europea ha presentato all'ultimo vertice di Porto. Ovvero la rivoluzione della formazione permanente che non è per Bruxelles meno importante di quella digitale o verde. Entro il 2030 almeno il 60 per cento della popolazione attiva dovrà partecipare, ogni anno, a corsi di formazione. Si dirà: ma il 2030 è lontano. C'è tempo. No, perché è sfuggito ai più che per raggiungere questo obiettivo, entro il 2025 - cioè fra meno di quattro anni - 120 milioni di europei torneranno idealmente sui banchi di scuola. Una sorta di grande campagna di vaccinazione educativa. Dopodomani.
Uno dei sette "obiettivi bandiera" del Next Generation Eu è quello di dare nuove e più elevate competenze ai cittadini europei. Entro il 2025 almeno il 70 per cento, nella fascia tra i 16 e i 74 anni, dovrà possedere conoscenze digitali di base. E a che punto siamo noi?
Se guardiamo all'ultimo rapporto Desi (Digital economy and society index), l'Italia è venticinquesima in Europa nei saperi digitali. Andrea Bonanni su Repubblica ricordava che Svezia, Olanda, Austria, Ungheria, Finlandia e Danimarca sono già oltre il 50 per cento degli adulti impegnati in corsi di formazione, noi siamo al 30 per cento. E siamo il Paese che ha più bisogno di riqualificare i propri profili lavorativi, dunque tutelare i posti di lavoro e crearne di nuovi. Stima Elvio Mauri, direttore generale di Fondimpresa (200 mila aziende con 4,5 milioni di addetti), che almeno il 60 per cento degli occupati abbia bisogno di un aggiornamento digitale e il 30 per cento di una riqualificazione totale.
Curioso notare che i corsi di formazione hanno una certificazione regionale e le competenze insegnate cambino da una Regione all'altra. Laura Formenti, docente di Pedagogia alla Bicocca, presiede il raggruppamento di università (34 su 90) per l'apprendimento permanente (Ruiap) e sostiene che ci troviamo di fronte a un'occasione straordinaria.
"Non dobbiamo sprecare risorse eccezionali e rendere finalmente operativa quella rete di centri provinciali per l'istruzione degli adulti prevista dalla legge 92 del 2012, la Fornero. L'Italia è agli ultimi posti come diplomati e laureati ma ha tanti saperi che vanno migliorati, organizzati e soprattutto certificati". Cioè tante competenze invisibili e disperse. Un dirigente d'azienda con grandi responsabilità ha perso il posto, causa crisi dell'azienda, chiusa. Non aveva alcun titolo di studio. Ma si è rimesso in gioco. Umilmente. Ha frequentato corsi di formazione. Ha visto certificate le sue competenze. Molte, superiori a quelle di tanti laureati.
In questa piccola vicenda c'è un segnale di speranza e di tenacia che dovrebbe porre il tema della formazione permanente in testa ai diritti di cittadinanza. Un ambizioso obiettivo da raggiungere tutti insieme. Con l'orgoglio di farli i corsi, a tutte le età. Senza quel sintomo di stanchezza e disillusione che accompagna spesso il desiderio di pensionamento anticipato, la filosofia di fondo di Quota 100; senza quel senso di sconfitta e rassegnazione presente in tanti percettori del reddito di cittadinanza.
C'è nella proposta della Commissione europea un'idea di cittadinanza consapevole, di invecchiamento attivo che ha qualcosa di rivoluzionario in una società anziana come la nostra che ha dimenticato migliaia di padri e nonni nelle Rsa, prima e dopo il flagello del virus. Solo con un grande investimento nel capitale umano si potranno ridurre le disuguaglianze, di genere e territoriali, e soprattutto dare opportunità ai giovani e affrontare quello che è il più grande scandalo italiano: oltre 2 milioni di ragazze e ragazzi, tra i 15 e i 29 anni, che non studiano e non lavorano. Non basta però investire. Senza competenze adeguate i miliardi di euro non contano nulla. Occorre anche una grande consapevolezza da parte dei cittadini che devono sentire il traguardo del miglioramento continuo del capitale umano come un loro impegno personale, un dovere civico. Ma forse dovremmo parlarne o no?
di Sara Lucaroni
L'Espresso, 16 maggio 2021
Sono decine ogni anno i membri delle forze dell'ordine che decidono di farla finita. Ma intorno alle loro storie si crea spesso una coltre di silenzi e omertà. Ora il libro "Il buio sotto la divisa" racconta sei storie di uomini in divisa che hanno scelto di non farcela.
Nel linguaggio tecnico si chiamano "eventi suicidari". Da gennaio ad aprile se ne contano già 18. Il più anziano aveva 59 anni. Nel 2020 i suicidi sono stati invece cinquantuno: sei nella Guardia di Finanza, quindici tra i Carabinieri, nove agenti della Polizia di Stato, cinque della Polizia locale, sette della Penitenziaria, tre nella Marina Militare, uno nella Capitaneria di Porto, uno nell'Aeronautica, uno nell'Esercito e tre guardie giurate. Nel 2019 l'Osd, l'Osservatorio Suicidi in Divisa, ne ha registrati sessantanove.
L'analisi del fenomeno dei suicidi nelle forze dell'ordine e nelle forze armate va incontro a incongruenze sui dati stessi: le amministrazioni e il ministero degli Interni e il ministero della Difesa non registrano gli eventi avvenuti fuori dalle caserme e dai comandi. Altrettanto incompleti sono quelli raccolti da associazioni private e gruppi sui social come l'autorevole Osd, basati su segnalazioni, ma può avvenire che di alcuni di questi casi non si abbia notizia per volontà della famiglia stessa.
Negli ultimi anni il fenomeno è uscito dalla sua nicchia fatta di psicologi e sindacati militari quando le tragedie hanno assunto contorni inusuali o hanno coinvolto altre persone, come nel caso di un femminicidio, o quando sono stati particolarmente drammatici. Ma spenti i riflettori, i suicidi in divisa tornano a popolare convegni, blog, saggi, webinar, osservatori istituzionali, tavoli tecnici per addetti ai lavori e soprattutto a sconvolgere il solo privato di chi vive queste esperienze e di chi la divisa la vive ogni giorno. Il motivo è anche la stessa percezione che i cittadini hanno della divisa: "Chi la indossa non deve avere debolezze". E a volte, certe derive di questo assunto: "Chi la indossa è un 'nemico'". Il "vietato avere debolezze" è una realtà dentro la caserma e il comando: se un agente o un militare ha bisogno di sostegno psicologico, è "pazzo". È il nodo, culturale e strutturale, di cui si discute da tempo ai tavoli tecnici di Polizia e Interforze ma anche nei sindacati.
Burnout, stress correlato, ma anche mancanza di mezzi, strutture inidonee, carichi di lavoro superiori dovuti alla mancanza di organico, stipendi inadeguati, scarsa collaborazione tra colleghi o situazioni di mobbing e tutte le derive della gerarchizzazione di un ambiente come quello militare si possono sommare a dimensioni private che, come spesso accade nella vita, possono essere estremamente problematiche. Il suicidio non è arginabile, nessuno è in grado di fermarlo: ha a che fare con sfere intime e dimensioni esistenziali su cui nessuno può intervenire. Si può intervenire invece nella dimensione lavorativa di chi indossa la divisa attraverso una "prevenzione" a tre livelli: abbattimento del "tabù" del sostegno psicologico per trasformarlo da "stigma" a routine, potenziare la formazione, eliminare pericolose derive della gerarchizzazione specie in ambito militare. "Nessuno voleva occuparsi di questi 'caduti senza gloria'. L'argomento era un tabù, una specie di segreto militare", spiega Cleto Iafrate, membro del direttivo nazionale del Sibas-Finanzieri, ideatore della pagina Facebook dell'Osservatorio e tra i primi studiosi del sindacalismo militare. Sette anni fa, come membro della rappresentanza militare, ha iniziato a studiare il benessere del personale militare.
Renato Scalia è un ex ispettore della Polizia di Stato, per vent'anni alla Digos e per sette alla Dia, oggi è un consulente della Commissione parlamentare antimafia e consigliere della Fondazione Antonino Caponnetto. Nella sua carriera ha vissuto per cinque volte l'esperienza di avere colleghi morti suicidi. Nel 2012 ha deciso di rassegnare le sue dimissioni, dopo aver militato anche nel sindacato Silp Cgil: "Bisogna mettere da parte il fatto che un poliziotto non possa andare dallo psicologo. Non esiste, lo fanno negli Stati Uniti, è normale anche per molte altre polizie nel mondo. Da noi chi ha problemi di questo tipo è terrorizzato dal fatto che se ne fa menzione o altri lo vengono a sapere gli viene tolta la pistola e subito viene definito pazzo", spiega. In Polizia gli psicologi sono impegnati in particolare a Roma nella somministrazione dei test nei concorsi, che sono di due tipologie: la valutazione medico-neurologica e quella psico-attitudinale. Su un totale di centodieci questure in Italia, solo undici hanno in organico uno psicologo.
Il secondino e il detenuto - Nell'aprile 2020, a seguito dell'emergenza Covid-19, è partito invece il progetto "Insieme Possiamo", uno sportello che fornisce supporto anche psicologico online e in presenza. (...) "L'Amministrazione penitenziaria ha istituito un numero verde da chiamare in caso di necessità in forma anonima ma sembra non avere alcun successo - spiega Pasquale Salemme, commissario e Segretario Nazionale del Sappe, Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. E in ogni regione sono state attivate convenzioni con psicologi e psichiatri a cui il personale può rivolgersi. Ma è nomale che i punti di riferimento dentro un istituto penitenziario siano sempre il comandante e il direttore. Ci sono anche figure esterne come i cappellani, i medici, gli assistenti sociali, gli psicologi con i quali talvolta si può instaurare un rapporto interpersonale".
Vitantonio Morani era un giovane agente della Polizia Penitenziaria, in organico al carcere di Ranza, nel comune di San Gimignano (Siena). L'amico e collega Guido racconta la loro amicizia, i loro progetti, le difficoltà del mestiere e i suoi ultimi giorni: Vitantonio si uccide con un colpo di pistola nella sua auto il 13 agosto 2018, nel parcheggio del carcere. Era poco più che trentenne.
"Lo sbirro, il secondino. Insulti inutili, non esistono gli sbirri e i secondini.
A Vitantonio poi la divisa piaceva così tanto che ci si era voluto sposare. Il suo lavoro e il suo amore insieme, nel giorno del matrimonio a Palese, il paesone di lei, nell'area metropolitana di Bari, a nord, verso Bitonto, Giovinazzo e il mare bello di Trani. Lui invece è del quartiere Japigia, a sud. Strade semplici, famiglie perbene. E poi ogni città sul mare ha un'anima lunga, di quelle che conoscono l'umanità e non la giudicano mai.
Anche in carcere bisogna essere anime lunghe e non giudicare. L'umanità è come il mare: per quanto le sue regole siano dure, è generosa, ascolta, ci tira sopra una brezza che ti fa respirare. "Lui su tante cose era un po' giocherellone, questo suo modo di essere se lo portava anche sul lavoro. Io invece sul lavoro sono serio: quello che spetta ai detenuti, se lo possono avere, glielo do, il resto no. E se hai qualche problema chiami i superiori. Io sono un po' più quadrato. Lui era più giocherellone. E delle volte pure loro, i detenuti, la buttavano sul gioco con lui". (Estratto dal capitolo: "Chiedimi se sono felice", la storia di Vitantonio Morani).
Perché i suicidi delle divise - Secondo Iafrate, il numero dei suicidi ha una percentuale fisiologica (la causa sono fattori stressanti tipici del lavoro svolto ma anche problemi di natura personale) e una componente patologica, sintomo di storture del mondo militare e delle forze di polizia. Tra queste, la specificità militare come negazione del principio di legalità: "Se prendiamo i quattro momenti della vita di ogni militare che più di qualsiasi altro incidono sul benessere professionale e personale, il trasferimento di sede, i giudizi annuali caratteristici, le sanzioni disciplinari e le benemerenze di servizio, ci rendiamo conto che in ciascuno di questi momenti la volontà del capo costituisce, e ancor più, sostituisce il principio di legalità", spiega Iafrate, secondo il quale questi elementi combinati sinergicamente riducono il militare "in docile esecutore di un'altrui volontà alla quale egli è costretto a piegarsi. Se in guerra costituisce un punto di forza, perché è nell'interesse della nazione rendere incontestabili gli ordini ricevuti, in tempo di pace e di democrazia l'interesse all'obbedienza gerarchica non può prevalere sul superiore interesse all'osservanza delle leggi e della Costituzione".
Santino Tuzi era il brigadiere dell'Arma dei Carabinieri che riferì di aver visto entrare nella caserma di Arce, dove prestava servizio, una ragazza che con ogni probabilità era Serena Mollicone, nel giorno della sua scomparsa, il primo giugno 2001 e di non averla vista uscire almeno fino alla fine del suo turno, molte ore dopo. Tuzi muore suicida l'11 aprile 2008, pochi giorni dopo essere stato sentito dai magistrati. Nel 2017 è stata aperta un'inchiesta per "istigazione al suicidio", reato contestato ad uno degli imputati al nuovo processo in corso per l'omicidio di Serena. La figlia Maria racconta lo shock del momento in cui viene informata della morte del padre.
"Arriviamo. Casa dei miei era piena di carabinieri. Mi parla il colonnello Sparagna, è un uomo molto grande e mi dice: "Lei è la figlia? Guardi, suo padre si è suicidato per amore". Ma mio padre non l'avrebbe mai fatto. Mai! Il tempo di entrare in casa, mi hanno chiuso dietro il portone e lui mi disse questa cosa. "Ma mio padre è diventato nonno da poco, per come stava bene non avrei mai pensato...". "Non vi siete accorti". "Ma mio padre era diventato nonno...". "No, lei signora forse non lo sa ma un uomo di quasi 60 anni, in prossimità della pensione... ha deciso di cambiare vita e di cambiare famiglia". "No, ma dopo la nascita di mio figlio non può mai aver preso una decisione del genere, non può cambiare famiglia... non può essere come dice lei". "Forse non vi siete accorti". Lui insisteva, io insistevo. È stato come se mi si spegnesse qualcosa dentro. Ho accettato questa cosa e tutto quello che poi hanno fatto. Forse io non avevo capito che mio padre non ci voleva bene. E poi i Carabinieri non possono tradirci e mio padre era uno di loro, un carabiniere. (Estratto dal capitolo: "Mio padre", la storia di Santino Tuzi)
Il libro - Sei storie, sei uomini divisa la cui morte è raccontata da madri, figli, amici. Un viaggio intimo e doloroso per fare luce su un fenomeno sottaciuto, minimizzato: i suicidi tra le forze dell'ordine e le forze armate. Si intitola "Il buio sotto la divisa. Morti misteriose tra i servitori dello Stato", pubblicato da Robin Robin Editrice, ed è il libro che nasce dall'omonima inchiesta pubblicata sul nostro settimanale nel luglio 2019. Tra i protagonisti c'è Bruno Fortunato, il poliziotto che arrestò la brigatista Nadia Desdemona Lioce. Il capitano della Guardia di Finanza Fedele Conti, che arrivò a Fondi dopo aver indagato sui "furbetti del quartierino".
Daniele da Col, ispettore della Polizia Municipale, dalla cui vicenda è nata una delle prime associazioni in Italia che si occupano di mobbing. Santino Tuzi, brigadiere dell'Arma dei Carabinieri la cui testimonia ha riaperto le indagini sulla morte di Serena Mollicone. Un'inchiesta sotto forma di racconto per abbattere la barriera dei numeri e delle statistiche ed entrare nel quotidiano, nelle contraddizioni e nelle difficoltà di chi indossa l'uniforme ogni giorno, perché "la divisa non rende eroi, eroi sono le donne e gli uomini che la indossano. E la loro forza o fragilità è responsabilità di tutti".
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