di Franco Corleone
Il Manifesto, 23 giugno 2021
Domani a mezzogiorno presenteremo alla Camera dei Deputati il dodicesimo Libro Bianco che chiude una fase di tre anni di riflessioni intense e disincantate (presentazione on line il 25 giugno ore 10 www.fuoriluogo.it/librobianco2021). Dalla Guerra dei trent'anni iniziata nel 1990, con la legge Iervolino-Vassalli voluta caparbiamente da Bettino Craxi, alla tragedia della pandemia e dei suoi effetti sul carcere, tra emergenza sanitaria e ideologia securitaria.
Il capitolo centrale è rappresentato da una discussione a più voci sulla Conferenza nazionale che in maniera non ancora definita è stata preannunciata dalla ministra Dadone; purtroppo, le anticipazioni del programma sono assai deludenti per i contenuti e per le modalità poco trasparenti della preparazione con consultazioni a senso unico. Dopo venti anni, purtroppo non sappiamo se avremo una sede di confronto tra operatori dei servizi pubblici e privati, scienziati, movimenti di consumatori, con l'ambizione di superare arretramenti culturali assai preoccupanti e di aprirsi al cambiamento che si sta imponendo in tutto il mondo.
Veniamo però al clou del Libro Bianco con la presentazione dei dati sugli effetti voluti, come diciamo da un po' di tempo, e non più collaterali, della legislazione antidroga sulla giustizia e sul carcere. Anche quest'anno le tabelle sono accecanti.
Nonostante il numero dei detenuti entrati in carcere e il numero di quelli presenti siano diminuiti, la percentuale relativa alla violazione dell'art. 73 e ai soggetti qualificati come tossicodipendenti rimangono stabili se non addirittura in aumento. Il 2020 è stato l'anno del lockdown e del crollo delle attività di polizia e giudiziarie, ma la guerra ai "drogati" non si è fermata e vengono confermati i dati drammatici degli anni precedenti: oltre un terzo delle presenze in carcere sono per violazione della legge sulla droga, che ha trasformato una serie di sostanze naturali in merci proibite e oggetto di traffico e affari criminali. Ci domandiamo come sia possibile che di fronte a una evidenza dei numeri schiacciante, qualcuno ancora parli di sovraffollamento senza indicarne le cause.
Infatti, la parola discontinuità è stata cancellata dal dizionario della politica. Ci aspetteremmo dalla ministra Cartabia non solo uno stile diverso, ma anche la determinazione per aggredire i problemi strutturali che incidono su carcere e giustizia. Andrebbe messo subito all'ordine del giorno il cambiamento del Dpr 309/90. La proposta è depositata alla Camera e al Senato da più legislature: occorrerebbe percorrere la strada della decriminalizzazione completa del consumo di tutte le sostanze, della legalizzazione della cannabis e della valorizzazione delle buone prassi della riduzione del danno.
Si potrebbe così ipotizzare la liberazione di ventimila detenuti colpiti da un reato senza vittima e si consentirebbe una grande opera di ristrutturazione delle carceri per adeguarle alle norme del Regolamento del 2000: garantire condizioni igieniche e sanitarie accettabili, spazi adeguati per lo studio e per le attività funzionali al reinserimento sociale. Troppo ci si è affidati alle sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione, mentre la politica si dimostra assente.
Se non ci fosse il coraggio per aggredire questo bubbone, almeno si dovrebbe approvare subito la proposta Magi in discussione alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati sulla riforma della norma sui fatti di lieve entità previsti dall'articolo 73, quinto comma e sulla coltivazione domestica di cannabis. Se no, la parola passerà alla disobbedienza civile e a una Conferenza alternativa.
Sabato 26 giugno, nell'ambito della campagna Support! Don't punish ci sarà un webinar di approfondimento su un'altra grande questione: le sanzioni amministrative per il consumo di droghe. Info fuoriluogo.it/sanzioniamministrative
di Marco Tarquinio
Avvenire, 23 giugno 2021
Roma e Berlino sono d'accordo su parecchie cose: dalla lotta al Covid e alle sue conseguenze socioeconomiche a cruciali dettagli degli Europei di calcio. Mario Draghi e Angela Merkel lo hanno confermato ieri, al termine del loro vertice bilaterale in vista del prossimo Consiglio Ue. E questa è una buona notizia per i due Paesi fratelli, per l'Europa e per un bel pezzo di mondo.
Non per tutto il mondo e non per tutti. E questo può anche apparire scontato: Italia e Germania qualche avversario ce l'hanno, eccome. Ma c'è qualcosa che scontato non è nello scontento per le convergenze italo-tedesche. È un'assenza, il vuoto scavato dal dolore di tante persone che non hanno voce. Quel dolore non ha trovato eco, neppure piccola, nelle parole di due grandi e apprezzati leader dell'Unione.
Il pensiero va in particolare ai profughi (una percentuale minima dei profughi del mondo) che sono inchiodati ai confini d'Europa, in Turchia e in Libia, o appena dentro quei confini, nei 'campi' di Grecia che hanno cancelli d'entrata ma non di uscita. A Roma e a Berlino sta bene rinegoziare un patto anti-migrazioni da Oriente con la Turchia di Erdogan, "dittatore" (Draghi dixit) e protagonista del più misogino degli sgarbi protocollari riservato alla presidente con passaporto tedesco della Commissione Ue.
Sta bene, dunque, a entrambi continuare a pagare (miliardi e miliardi di euro, sinora) per avere la sicurezza del 'congelamento' di là dall'Egeo e del Bosforo delle persone in fuga che fino in Asia Minore sono arrivate. In massima parte, rifugiati dalla Siria, famiglie intere, che in molti casi vorrebbero chiedere accoglienza e protezione nella Ue e, per le regole che noi stessi abbiamo scritto, dovrebbero riceverle. È una delle pagine più tristi e dure della politica europea di questi anni.
Pesante come quella scritta, a lacrime e sangue, nei campi di detenzione libici. Anche nei campi finanziati dalla Ue e di cui è responsabile il governo di Tripoli e che, perciò, non dovrebbero essere 'lager' come troppi altri centri di reclusione su quella sponda sud del Mediterraneo. Proprio alla vigilia del vertice Merkel-Draghi, portavoce Onu hanno denunciato nuove violenze in un campo pagato dalla Ue, stavolta su ragazze minorenni. L'agenzia Ap è riuscita anche a raccogliere e rilanciare strazianti dettagli dalla voce di una delle giovanissime vittime di stupro.
Ma nessuno ha fatto domande ai leader andando al cuore della questione dell'"esternalizzazione delle frontiere" costi quel costi in termini di umani 'danni collaterali'. E nessuno ha dato risposte. Fino a quando si potrà continuare a tacere? Fino a quando a fingere di non sapere chi e che cosa viene pagato per la tranquillità falsa e senza coscienza d'Europa?
di Gaia Zini
Il Domani, 23 giugno 2021
La sintonia è grande tra il premier Mario Draghi e la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma non al punto da rimettere in discussione il punto fermo della politica migratoria europea dell'ultimo decennio: gli sbarchi sono un problema italiano, non europeo. Nel 2021 finora sono arrivati sulle coste italiane 19.119 persone, contro le 6.184 del 2020 e le 2.390 del 2019, alcune hanno diritto d'asilo, altre sono migranti economici che vanno incontro all'ipotesi di rimpatrio. Ma mentre i centri di accoglienza a Lampedusa o Pantelleria tornano a essere saturi come prima della crisi da Covid, dagli altri paesi europei non arriverà alcun vero aiuto. "Ci vuole tempo, si sta discutendo", ammette Draghi.
"Noi e l'Italia abbiamo caratteristiche diverse, al Germania è oggetto dei movimenti secondari, l'Italia è un paese di primo approdo", è l'anodina dichiarazione descrittiva della cancelliera Merkel. Sui ricollocamenti, cioè la presa in carico delle persone che chiedono asilo e la loro gestione successiva, non si fa alcun passo avanti. La sintesi di un alto diplomatico italiano che conosce la politica europea è questa: "L'effetto Draghi si vede in tutti i campi tranne che in quello migranti, su quel fronte non c'è reputazione europea che tenga, nessuno vuole farsi carico di problemi che sono percepiti come soltanto italiani".
La cooperazione si svolge su tutti i fronti del problema migratorio tranne quello di interesse dell'Italia, cioè gli sbarchi via mare. Sia Draghi che Merkel promettono maggior impegno diplomatico ed economico nel Nord Africa, in Libia in particolare, ma anche in Tunisia, e poi nel Sahel, nelle zone cruciali di partenza e di transito del flusso che poi è impossibile fermare sulle coste libiche. Non manca poi l'auspicio di creare canali di ingresso legali che sostituiscano quelli illegali, che è la formula di rito per invocare corridoi umanitari che non sono mai andati oltre una dimensione simbolica.
La partita che interessa alla Germania è soltanto quella del rinnovo dell'accordo tra Unione europea e Turchia che ferma il flusso di migranti che arrivano via terra, dalla Siria e non solo, e dunque possono raggiungere la Germania (mentre quelli che sbarcano in Italia faticano molto di più). "La Turchia ha tutti i diritti di essere aiutata perché gestisce 3 milioni di rifugiati, siamo tutti d'accordo", scandisce la cancelliera Merkel, Draghi la supporta.
L'accordo del 2016 fortemente voluto dalla Germania è in scadenza, la Turchia ha incassato oltre 7 miliardi di euro per fare da tappo e fermare all'origine la rotta balcanica che è un grosso problema politico per molti paesi, a cominciare dalla Germania. In teoria la Turchia avrebbe anche dovuto ospitare migranti che, arrivati nell'Ue senza avere i requisiti per l'asilo, venivano rimpatriati nel paese, ma in cinque anni appena 2140 persone hanno seguito il flusso inverso della migrazione, dalla Grecia alla Turchia. In compenso il numero di accessi è crollato: dalle rotte turche arrivavano 861.360 persone nel 2015, dopo l'accordo sono scese a 36.310. C'è qualche aumento soltanto quando, come a marzo 2020, Ankara incoraggia i migranti a partire per tenere sotto pressione Bruxelles.
Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas chiede un aggiornamento del patto, Angela Merkel presenta come un'ovvietà il rinnovo, non obietta il premier Draghi, che pure aveva dato del "dittatore" a Recep Tayyp Erdogan quando aveva umiliato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (sedia negata, in quanto donna in un paese islamico, nella visita ufficiale di aprile ad Ankara).
La visita a Berlino, comunque, è costruita per sottolineare le affinità tra Italia e Germania molto più che per far emergere le differenze. Draghi non ha bisogno di costruirsi una reputazione europea, come di solito capita ai premier italiani freschi di nomina, ma deve persuadere anche i più scettici (come il presidente del parlamento tedesco Wolfgang Schauble) che sarà in grado di far rispettare all'Italia gli impegni presi in cambio degli oltre 200 miliardi del Recovery Plan. Draghi promette quindi le riforme, consapevole che la formula "riforme strutturali" è logora le rilancia come "riforme di sistema" e poi professa grande sintonia con la Germania anche sulla politica internazionale, la collocazione atlantica, i rapporti con gli Stati Uniti e la Cina.
Per la verità le posizioni di Germania e Italia verso Cina e Stati Uniti sono parecchio diverse. Draghi si è schierato senza esitare sulle posizioni dell'amministrazione Biden, che considera Pechino un rivale strategico e l'adesione dell'Italia al progetto della Nuova via della seta nel 2019 un errore. La Germania, invece, ha approfittato del periodo di transizione tra Donald Trump e Joe Biden a fine 2020 per accelerare la firma di un accordo commerciale tra Ue e Cina che Pechino considera un grande successo diplomatico, ancor prima che economico. E ancora ieri sul Financial Times Armin Laschet, al momento il successore designato di Angela Merkel per i cristianodemocratici alle elezioni di settembre, denunciava "i rischi di una nuova guerra fredda con la Cina", che è certo un rivale strategico ma anche "un partner, soprattutto in battaglie difficili come quella sul clima".
Poiché Draghi conosce perfettamente questa diversità di vedute tra Berlino e Washington, la sua proclamazione di sintonia era un chiaro messaggio alla élite tedesca ostile all'Italia sulla politica fiscale e incline ai rapporti con la Cina per esigenze di business: avete bisogno dell'Italia come cuscinetto per evitare l'ostilità dell'America di Biden, quindi non è nel vostro interesse indebolirla con attacchi preventivi su Recovery Plan e debito.
Questo credito, però, si può riscuotere soltanto sul campo della politica economica, non su quello dei migranti. Per sancire la sintonia strategica non c'è niente di meglio che trovare un nemico comune: alla domanda di un giornalista, Draghi risponde che certo, anche lui supporterà la richiesta di spostare la finale degli europei dalla Londra minacciata dalla variante Delta a un paese più sicuro. E più europeo.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 23 giugno 2021
Trentasette minuti di agonia, quasi metà dei quali trascorsi steso a terra con il gomito di un poliziotto che gli faceva pressione sul collo rendendogli difficile, se non impossibile, respirare. Una vicenda simile a quella di George Floyd, l'afroamericano ucciso da un poliziotto a Minneapolis, ma se possibile ancora più atroce visto il tempo, lunghissimo, durante il quale quello che avrebbe dovuto essere un fermo di polizia si è trasformato in una vicenda mortale.
La vittima si chiamava Luca Ventre, 35 anni, originario della provincia di Potenza. È morto il primo gennaio scorso nel perimetro dell'ambasciata italiana di Montevideo dopo essere stato fermato da un poliziotto uruguaiano chiamato dalla personale di sicurezza mentre scavalcava il muro di cinta della sede diplomatica. Quella di Ventre è una famiglia di imprenditori - la madre di Luca è stata presidente della camera di commercio Italia-Uruguay - e l'uomo si trovava nel Paese per motivi di lavoro. Quel giorno di gennaio si era recato all'ambasciata per chiedere la copia di alcuni documenti. "Sul nostro connazionale è stato applicato quello che possiamo definire "codice George Floyd"", ha detto ieri l'ex senatore Luigi Manconi, presidente dell'associazione A buon diritto che ha denunciato la vicenda in una conferenza stampa alla quale ha partecipato anche Fabrizio Ventre, fratello di Luca. "Un nostro connazionale è stato ucciso presumibilmente da un poliziotto di uno Stato straniero: la nostra dignità nazionale chiede che si faccia giustizia su questa vicenda".
Molte le ombre che fin dall'inizio hanno circondato la morte di Luca e reso più difficile l'accertamento della verità. Una perizia eseguita in Uruguay ha infatti assolto il poliziotto da ogni responsabilità attribuendo il decesso a una "sindrome da delirio eccitato, avvenuta per un'aritmia prodotta da uno stato adrenergico scatenato dall'eccitazione e per alterazione dei livelli di potassio". Una situazione che sarebbe stata aggravata "dall'assunzione di droghe stimolanti come la cocaina".
Solo le indagini condotte dalla famiglia Ventre hanno permesso di stabilire come sono andate veramente le cose. Il padre e il fratello di Luca sono riusciti a recuperare i filmati delle telecamere di sicurezza dell'ambasciata e degli hotel della zona che hanno fornito una dinamica diversa dei fatti. Fotogrammi nei quali si vede Luca bloccato a terra dagli agenti uno dei quali preme con il gomito sul suo collo. "No me muevo, no me muevo" sono le uniche parole che l'italiano riesce a pronunciare.
L'inchiesta condotta dal sostituto procuratore Sergio Colaiocco della procura di Roma ha permesso poi di fare ulteriori e importanti passi in avanti. Una seconda autopsia eseguita in Italia contesta i risultati raggiunti in Uruguay individuando elementi "compatibili con un'azione costrittiva del collo esercitata con notevole forza che deve aver impedito per un certo tempo la normale penetrazione dell'aria". Il risultato di simili manovre è stata un'asfissia "riconducibile - afferma ancora la perizia - alle prolungate manovre costrittive esercitate con notevole forza sul collo del soggetto". Sulla base di questa perizia che procuratore Colaiocco ha iscritto il poliziotto uruguaiano nel registro degli indagati per il reato di omicidio preterintenzionale mentre la ministra della Giustizia Marta Cartabia ha chiesto alla procura di perseguire penalmente il poliziotto.
Purtroppo va registrato anche il silenzio che fin dall'inizio la Farnesina ha mantenuto sulla vicenda. "Ci saremmo aspettati una ferma condanna che non è arrivata - ha detto ieri Fabrizio Ventre - mentre il ministero degli Affari esteri ha a lungo sostenuto la tesi del malore nonostante avesse tutto il materiale necessario per capire che si era trattato di un omicidio".
Per il deputato di LeU Erasmo Palazzotto il caso Ventre "richiama una grande responsabilità del governo poiché la magistratura da sola in un contesto internazionale non può andare molto lontano". Riccardo Magi (+Europa) ha sottolineato invece la necessità che la sicurezza delle ambasciate non sia affidata alla polizia locale: "L'Italia ha sedi diplomatiche in giro per il mondo - ha detto il deputato - e non solo è opportuno, ma doveroso e necessario che all'interno di queste sedi ci siano forze armate e forze dell'ordine italiane, i carabinieri ad esempio".
di Elena Marisol Brandolini
Il Domani, 23 giugno 2021
Il governo spagnolo ha approvato la misura di indulto per i leader indipendentisti catalani, in carcere da oltre tre anni e mezzo, condannati nel 2019 dal Tribunal Supremo a pene comprese tra i 9 e i 13 anni di reclusione. Sánchez ha parlato degli indulti come di un primo passo per ricostruire la concordia e ha riconosciuto che i leader in carcere hanno dietro di loro migliaia di persone. Ma è difficile capire quale sarà il passo successivo. L'indipendentismo accoglie la misura di grazia con sollievo, ma anche con diffidenza. Insiste che questo primo passo non risolve il conflitto catalano e rivendica l'amnistia per tutti quelli sotto giudizio per l'autunno catalano e l'esercizio del diritto all'autodeterminazione per decidere il futuro della Catalogna.
Il governo spagnolo ha approvato la misura di indulto per i leader indipendentisti catalani, in carcere da oltre tre anni e mezzo, condannati nel 2019 dal Tribunal Supremo a pene comprese tra i 9 e i 13 anni di reclusione, per un reato di sedizione relativo alla celebrazione del referendum e alla dichiarazione unilaterale d'indipendenza nell'autunno del 2017.
Una scelta non facile per il governo di coalizione progressista, con la destra mobilitata a minacciare ricorsi, parte del partito socialista non favorevole e, secondo i sondaggi, l'opposizione della maggioranza della popolazione catalana e spagnola. Il presidente Pedro Sánchez sembra però disposto ad affrontare il rischio che questa comporta, per aprire il cammino "alla riconciliazione e all'incontro". E, al contempo, puntellare definitivamente la sua maggioranza per affrontare con relativa tranquillità il resto della legislatura, contando sulla ripresa post-Covid.
L'indipendentismo accoglie la misura di grazia con sollievo per le persone in carcere che usciranno presto in libertà, ma anche con diffidenza. Insiste che questo primo passo non risolve il conflitto catalano e rivendica l'amnistia per tutti quelli sotto giudizio per l'autunno catalano e l'esercizio del diritto all'autodeterminazione per decidere il futuro della Catalogna.
Il provvedimento di indulto approvato ha carattere individuale, parziale e reversibile. Alcuni degli indipendentisti in carcere infatti sono stati condannati anche per distrazione di risorse pubbliche e la grazia è concessa per entrambi i reati per quanto riguarda la privazione di libertà, mentre viene mantenuta l'inabilitazione dagli incarichi pubblici. Perciò, usciranno tutti già di galera nelle prossime ore. Gli indulti saranno reversibili, perché condizionati alla non reiterazione del reato per un periodo di tempo. La Costituzione regola la misura di grazia stabilendo che non possa essere concessa in termini generali, che non debba questionare la sentenza del tribunale giudicante, ma che comporti la riduzione delle pene per ragioni di utilità pubblica, che in questo caso il governo individua nel recupero della concordia.
"È una scelta che la costituzione spagnola contempla, perciò è una decisione giuridicamente impeccabile. Da un punto di vista politico è un'opzione del presidente del governo di coalizione che presenta i suoi rischi, perché può riuscire bene o male, è una scommessa", sostiene il cattedratico di diritto costituzionale alla Universidad de Sevilla Javier Pérez Royo. "Con un indulto si accetta che la sentenza dettata da un tribunale è definitiva. È una misura di grazia, che il re adotta su proposta del governo, è un procedimento amministrativo, in questo caso sono nove procedimenti amministrativi. La ricerca della concordia può essere discutibile politicamente, ma non giuridicamente", precisa il giurista andaluso. Nove indulti per nove leader politici in carcere che perciò verranno liberati: l'ex-vicepresidente del governo catalano Oriol Junqueras, gli ex-consiglieri del governo Dolors Bassa, Quim Forn, Raül Romeva, Josep Rull, Jordi Turull, l'ex-presidente del parlamento catalano Carme Forcadell e i leader dell'associazionismo indipendentista Jordi Sánchez e Jordi Cuixart.
Il governo spagnolo sta anche discutendo la riforma del delitto di sedizione nel Codice penale. Podemos l'aveva sostenuta come corsia preferenziale per risolvere la situazione dei prigionieri e forse anche degli esiliati, considerando che la sua approvazione avrebbe rafforzato la misura di grazia. "Penso che il delitto di sedizione dovrebbe sparire - reagisce Pérez Royo -. È un reato del secolo XIX, non è necessario per la protezione della società spagnola. Ma credo che se ne imporrà la riforma con una riduzione sostanziale della pena".
Il Tribunal Supremo, chiamato a esprimere un parere non vincolante sugli indulti, tra le ragioni poste a giustificare la sua contrarietà alla loro concessione, ha obiettato che in questo modo si darebbe luogo a un auto-indulto: "Il Supremo ha sostenuto che poiché la misura riguarda persone di un partito che fa parte della maggiornaza di governo, com'è il caso di Esquerra Republicana, allora il governo starebbe auto-indultandosi. Ma questa è un'opinione puramente politica e non ha nulla a che vedere con quella che dev'essere l'attuazione di un tribunale di giustizia".
Prima ancora della loro approvazione, le destre hanno iniziato a fare fuoco e fiamme contro l'ipotesi della concessione della grazia, convocando una manifestazione a Madrid lo scorso 13 giugno nella Plaza del Colón, come nel 2019. Dopo la vittoria di Isabel Díaz Ayuso a Madrid, il Partido Popular ha l'impressione di poter tornare al governo del paese, con i sondaggi in poppa.
José Luis Rodríguez Zapatero, da poco arrivato al palazzo della Moncloa, nel giugno del 2006 annunciò l'apertura di un dialogo con la banda terrorista Eta per una soluzione pacifica del conflitto basco. Alla notizia, il PP promise un'opposizione dura, riempiendo più volte le piazze contro quello che definiva un cedimento dello Stato al terrorismo. Quando i catalani approvarono la riforma del nuovo Estatut col referendum del 2006, il PP annunciò la raccolta di firme in tutti i municipi per ricorrerlo davanti al Tribunal Constitucional.
Nel 2010, la sentenza del TC, che ritagliava la costituzione catalana nelle sue parti più innovative, scatenò la nascita di un nuovo movimento di massa per l'indipendenza della Catalogna, che attraverso il cosiddetto procés, arrivò fino ai fatti dell'autunno 2017. Quindici anni dopo, il PP ripercorre lo stesso programma di opposizione: dichiara che ricorrerà gli indulti e inizia una raccolta di firme contro la misura di grazia, anche se con molta meno forza rispetto al 2006. E va in piazza assieme a Vox e Ciudadanos contro il governo, di nuovo a Madrid in Plaza del Colón, in una foto simile a quella del 2019 che portò Sánchez a convocare nuove elezioni, dopo aver vinto la mozione di sfiducia contro il popolare Mariano Rajoy. La differenza, rispetto ad allora, è che 15 anni fa la destra, nelle sue diverse anime, era diluita nel PP; oggi, invece, è tutta spostata sul versante più estremo. E la Plaza del Colón, assai più vuota di quella di due anni fa, appare egemonizzata dall'estrema destra spagnola.
Anche Vox e Ciudadanos annunciano ricorsi contro il provvedimento di grazia. "Ma Vox non può ricorrere gli indulti, perché l'indulto non ha nulla a che vedere con la sentenza. Chi è legittimato a opporsi a una misura di grazia?", s'interroga il costituzionalista: solo chi ne risulti direttamente danneggiato, perciò difficilmente sarà accettato il ricorso di un partito.
L'indipendentismo si divide tra chi ha poca o nulla fiducia sul fatto che la concessione degli indulti prefiguri l'apertura di un percorso per la soluzione del conflitto catalano e chi, come il presidente della Generalitat, il repubblicano Pere Aragonès, la considera un primo passo per l'avvio di un dialogo col governo spagnolo e quindi di un negoziato tra le parti. Tutti, però negano che questa sia la soluzione e rivendicano l'amnistia e il diritto all'autodeterminazione. "Personalmente credo che andrebbe fatta l'amnistia - conclude Pérez Royo -. L'amnistia è una legge e non è proibita nella Costituzione. Cancella la pena come se non ci fosse stato alcun reato". Sánchez ha parlato degli indulti come di un primo passo per ricostruire la concordia e ha riconosciuto che i leader in carcere hanno dietro di loro migliaia di persone. Ma è difficile capire quale sarà il passo successivo. Un problema che dovrà trovare soluzione è certamente quello riferito agli esiliati a Bruxelles, tra i quali c'è l'ex-presidente del governo catalano Carles Puigdemont. È di queste ultime ore, l'approvazione di una risoluzione da parte del Consiglio d'Europa, in cui si richiede la libertà dei leader indipendentisti in carcere e il ritiro degli ordini di estradizione nei confronti di quelli in esilio.
Il Domani, 23 giugno 2021
Beatrice Lau, capomissione di Msf in Libia: "I continui e violenti incidenti di migranti e rifugiati,
nonché il rischio per la sicurezza del nostro personale, hanno raggiunto un livello che non siamo più in grado di accettare. Fino a quando la violenza non cesserà e le condizioni non miglioreranno, Msf non potrà più fornire assistenza medico-umanitaria in queste strutture".
Pestaggi, fame, e disperazione nei centri libici, al punto che Medici senza frontiere non può più restare per prestare assistenza medica. La Ong ha annunciato la sospensione delle attività nei centri di detenzione di Al-Mabani e Abu Salim a Tripoli: "Non è una decisione facile da prendere perché significa che non saremo presenti lì dove sappiamo che le persone soffrono quotidianamente" ha detto Beatrice Lau, capomissione di MSF in Libia. "I continui e violenti incidenti che causano gravi danni a migranti e rifugiati, nonché il rischio per la sicurezza del nostro personale, hanno raggiunto un livello che non siamo più in grado di accettare. Fino a quando la violenza non cesserà e le condizioni non miglioreranno, Msf non potrà più fornire assistenza medico-umanitaria in queste strutture".
Abusi e violenze - Da febbraio di quest'anno, maltrattamenti, abusi e violenze contro le persone detenute in questi centri di detenzione racconta sono aumentati costantemente. Nell'arco di una sola settimana, le équipe di Msf hanno assistito in prima persona e ricevuto segnalazioni di almeno tre incidenti violenti che hanno provocato gravi danni fisici e psicologici. Il 17 giugno, durante una visita al centro di detenzione di Al-Mabani, dove si stima che almeno 2.000 persone siano detenute in celle gravemente sovraffollate, le équipe di Maf hanno assistito ad atti di violenza perpetrati da parte degli addetti alla sicurezza, inclusa l'indiscriminata violenza contro alcune persone colpite mentre lasciavano le loro celle per essere visitate dagli operatori sanitari di Msf.
I minori - Il team di Msf ha ricevuto segnalazioni di tensioni crescenti la notte precedente, culminata in una violenza di massa, in seguito alla quale sia i migranti e i rifugiati che gli addetti alla sicurezza hanno riportato diverse ferite. Msf ha trattato 19 pazienti con lesioni da pestaggio, incluse fratture, ferite da taglio, abrasioni e traumi da corpo contundente. In seguito alle ferite riportate alle caviglie, un minore non accompagnato non è più in grado di camminare. Altri hanno raccontato di averi ricevuto abusi fisici e verbali da parte degli addetti alla sicurezza dei centri.
Aumentano i migranti - Il crescere dei casi di violenza dall'inizio del 2021 va di pari passo con il significativo aumento del numero di migranti, richiedenti asilo e rifugiati intercettati nel Mediterraneo, costretti a ritornare in Libia e rinchiusi nei centri di detenzione dalla Guardia costiera libica, finanziata dall'UE. Dal 19 giugno, oltre 14.000 persone sono state intercettate e costrette a ritornare in Libia, superando il numero totale di ritorni forzati dell'intero 2020. Questi numeri hanno portato a un grave sovraffollamento e un deterioramento delle già disperate condizioni di vita.
La fame - Migranti e rifugiati ricevono quantità insufficienti di cibo: uno o due minimi pasti al giorno, di solito un pezzo di pane e formaggio o un piatto di pasta da condividere con gli altri. I medici di Msf hanno osservato come a volte le persone usino farmaci per gestire la fame. La mancanza di cibo nutriente ha causato problemi anche alle donne che non riescono a produrre latte materno a sufficienza per allattare i propri figli. Una donna ha raccontato al team di Msf di essere così disperata da aver provato a dare la sua razione di cibo solido alla figlia di soli 5 giorni per evitare che morisse di fame. In queste condizioni disumane, le tensioni sfociano spesso in episodi di violenza tra gli addetti alla sicurezza dei centri e le persone detenute arbitrariamente al loro interno.
L'appello - Msf chiede ancora una volta la fine delle violenze nei centri di detenzione di Al-Mabani e Abu Salim e il suo appello a porre fine alla detenzione arbitraria utilizzata da lungo tempo in Libia e all'evacuazione immediata dal paese di migranti, richiedenti asilo e rifugiati esposti a condizioni che mettono a rischio le loro vite, anche nei centri di detenzione. "I nostri colleghi hanno visto e ascoltato testimonianze di uomini, donne e bambini vulnerabili, già detenuti in condizioni disperate, soggetti a ulteriori abusi e a rischi potenzialmente letali" ha aggiunto Ellen van der Velden, responsabile delle operazioni di MSF in Libia. "Nessuna persona intercettata in mare dalla Guardia costiera libica, finanziata dall'UE, dovrebbe essere costretta a tornare nei centri di detenzione in Libia. Si deve porre fine alla violenza nei centri di detenzione e procedere con l'evacuazione di tutte le persone costrette a viverci in condizioni disumane".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 23 giugno 2021
In Egitto, un video su TikTok può costare dieci anni di carcere. È successo a Haneen Hossam, una influencer di 20 anni che sulla piattaforma social aveva raggiunto i 900.000 follower prima di essere arrestata con l'accusa di "tratta di esseri umani", "corruzione della vita familiare e istigazione alla dissolutezza". È stata lei stessa ad annunciare la condanna con un video postato su Instagram: in lacrime, dice di "non aver fatto niente di male a nessuno" e invoca la clemenza del presidente Abdel Fattah Al-Sisi, che risulta anche taggato. Lui, sul suo profilo ufficiale, di follower ne ha 2,4 milioni.
Tutto ha avuto inizio nel 2020 quando Hossam è stata arrestata per "atti contrari ai valori della famiglia e delle tradizioni". Condannata a due anni di reclusione, la ragazza ha potuto lasciare il carcere dopo dieci mesi perché i suoi legali sono riusciti a ribaltare il verdetto in appello. Dopo poco tempo però, contro la studentessa iscritta alla Cairo University è stato aperto un nuovo processo, questa volta per "incitamento ad atti contrari ai principi e ai valori tradizionali egiziani, per spingere le giovani ragazze a guadagnare beni materiali". In pratica induzione alla prostituzione. La prova portata dall'accusa è un video in cui Hossam incoraggia i suoi follower a iscriversi ad un'altra piattaforma social, Likee, spiegando come guadagnare denaro postando i video.
Secondo difensori dei diritti umani egiziani, le autorità del Cairo stanno portando avanti una vera e propria persecuzione contro le donne influencer sui social network, adducendo generalmente come reato la violazione dei valori tradizionali.
Quello di Hossam infatti non è un caso isolato: domenica il tribunale del Cairo ha condannato anche un'altra influencer egiziana, Mawada al-Adham, 23 anni. Lei di follower ne ha tre milioni su Tiktok e 1,4 su Instagram. Il giudice ha reputato "indecenti" i video in cui la giovane canta in playback canzoni pop e ha confermato la condanna a sei anni.
Stessa sentenza a ottobre del 2020 è toccata anche a una mamma e una figlia divenute famose su TikTok, Sherifa Rafat e Nora Hisham, centomila followers in totale. Il giudice ha confermato l'accusa di "incitamento alla prostituzione" per via dei video ironici in cui le donne comparivano truccate e vestite con abiti eleganti e a volte appariscenti, per discutere dei più svariati argomenti.
osservatoriodiritti.it, 23 giugno 2021
Centinaia di bambini sono attualmente detenuti per presunto coinvolgimento con i talebani, il gruppo armato estremista Stato islamico-provincia di Khorasan (noto anche come IS-KP) o altri gruppi armati, e sono spesso vittime di tortura in strutture gestite dalle forze di sicurezza del governo. La denuncia arriva dalla ong Human Rights Watch, che poco fa ha dichiarato: "Il governo dell'Afghanistan dovrebbe rilasciare i bambini detenuti per presunta associazione con gruppi di insorti armati e lavorare con le Nazioni Unite e i donatori per stabilire programmi per il loro reinserimento nella società".
In un rapporto preparato prima della sessione di alto livello del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sull'Afghanistan del 22 giugno 2021, l'organizzazione internazionale che opera in difesa dei diritti umani ha rilevato che i bambini sono spesso detenuti in strutture militari in violazione della legge afghana e "spesso firmano documenti involontariamente, comprese le confessioni, che non capiscono".
Sono accusati di "reati di terrorismo", formulati in modo vago e possono essere condannati fino a 15 anni di carcere. Molti bambini in custodia sono detenuti unicamente a causa del presunto coinvolgimento dei loro genitori con gruppi di insorti.
"Detenere e torturare bambini che sono già stati vittime di gruppi di insorti armati è disumano e controproducente", ha affermato Jo Becker, direttrice della difesa dei diritti dei bambini per l'ong. "Invece di lasciare che questi bambini dimenticati languiscano in prigione, il governo afghano, le Nazioni Unite e i donatori dovrebbero stabilire immediatamente programmi per reintegrarli nella società".
La Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha scoperto che i bambini detenuti in Afghanistan per accuse relative alla guerra avevano maggiori probabilità degli adulti di denunciare la tortura. Quasi il 44% dei bambini intervistati nel 2019-2020 ha fornito resoconti credibili di torture o maltrattamenti, rispetto a circa il 32% di tutti i detenuti. Interviste casuali dell'Unama durante quel periodo hanno trovato bambini di 10 anni detenuti in strutture militari o di sicurezza. Durante il conflitto in Afghanistan, forze armate e gruppi hanno reclutato migliaia di bambini sia per ruoli di combattimento sia di supporto, in violazione del diritto internazionale. I talebani, l'IS-KP e altri gruppi armati hanno usato i bambini per compiere attacchi suicidi, piazzare ordigni esplosivi e partecipare alle ostilità. Anche le forze di sicurezza afghane hanno reclutato e utilizzato ragazze e ragazzi.
A differenza di altri paesi colpiti dal conflitto, come la Repubblica Democratica del Congo, la Nigeria o il Sud Sudan, l'Afghanistan non ha programmi di reintegrazione per i bambini precedentemente associati a gruppi armati. Nel 2020, circa 5.000 prigionieri talebani sono stati rilasciati a seguito dei colloqui di pace in Afghanistan, ma nessuno era un bambino. Anche i bambini detenuti per motivi legati al conflitto sono stati esclusi dal rilascio dei prigionieri in risposta alla pandemia di Covid-19. "Questi bambini vengono dimenticati e la loro continua detenzione e abuso non scoraggerà la violenza futura", ha detto Becker. "Le parti preoccupate per il futuro dell'Afghanistan dovrebbero dare la priorità al rilascio e al reinserimento dei bambini detenuti per presunta associazione con gruppi armati e garantire che la protezione dei bambini sia in cima all'agenda dei colloqui di pace".
di Claudio Tito
La Repubblica, 23 giugno 2021
Un passo avanti ma anche uno indietro. Per ora sull'emergenza migranti l'Europa non riesce ad uscire dallo stallo che la accompagna da diverso tempo. Anche in vista del Consiglio europeo di domani, infatti, la bozza di documento finale non assume ancora una linea definitiva e soprattutto concludente. In particolare rispetto alle urgenze che attanagliano da anni Paesi di confine come l'Italia.
Il governo italiano ha di certo ottenuto che l'Ue prendesse coscienza di quel che sta accadendo ai limiti meridionali dell'Unione. E per la prima volta in maniera esplicita - almeno nella dichiarazione ancora in fase di preparazione - si accoglie la necessità che gli accordi con i Paesi da cui partono i migranti debbano essere siglati non dai singoli Stati europei ma dall'Unione stessa. La "dimensione esterna", una sorta di accettazione che il cosiddetto "Modello Turchia" può essere utilizzato anche in altre occasioni e in altre contesti. Il passo indietro, però, riguarda i tempi. Perché tutto questo viene rinviato al prossimo autunno. Quando, cioè, l'emergenza migranti avrà esaurito buona parte dei suoi effetti estivi. Perché come noto il flusso più consistente si registra con il bel tempo e con il mare calmo.
"Saranno intensificati i partenariati e la cooperazione - si legge nel documento - come parte integrante dell'azione esterna dell'Unione europea". Ma il comma successivo prevede, appunto, l'invito alla Commissione e all'Alto Rappresentante (il ministro degli Esteri dell'Unione) "a presentare piani d'azione per i Paesi di origine e transito nell'autunno del 2021". Il punto rimane, dunque, sempre lo stesso. I 27 non riescono per ora ad assumere una linea comune sulla gestione della migrazione e sui cosiddetti ricollocamenti. Ossia sulla possibilità di distribuire sull'intero territorio europeo gli extracomunitari che sbarcano nei Paesi di primo approdo.
Un altro punto che il governo italiano può segnare riguarda la Libia. L'Ue conferma esplicitamente "l'impegno a favore del processo di stabilizzazione della Libia sotto gli auspici delle Nazioni Unite". In effetti, un percorso che renda definitivamente pacifica la situazione in quel Paese è fondamentale per l'Italia. Perché da lì partono la gran parte dei clandestini diretti nel nostro Paese. E solo un governo stabile è in grado di controllare le coste e, eventualmente, di gestire i fondi che Bruxelles potrebbe mettere a disposizione. Entro l'anno si dovrebbero svolgere le elezioni, la vera cartina al tornasole per dare solidità a un'area spaccata almeno in due dopo la morte di Gheddafi. Anzi, fino ad ora gli alleati europei hanno utilizzato la confusione che regna a Tripoli proprio come scusa per non adottare il modello turco.
L'Ue, con la spinta decisiva della Germania, ha infatti stanziato 6 miliardi ad Ankara per controllare la rotta balcanica. Ma si tratta di una strada percorribile solo con una struttura statale solida. Resta il fatto che il capitolo 4 del documento finale è tutto dedicato proprio alla Turchia con termini molto più imperativi. Il Consiglio invita infatti la Commissione "a presentare senza indugio una proposta per la prosecuzione del finanziamento dei rifugiati siriani e delle comunità di accoglienza in Turchia, Giordania e Libano". Insomma, al momento una soluzione definitiva non appare. Ma proprio la conferma dei fondi ad Ankara, potrebbe essere lo spunto per la Germania per accettare un'intesa a tre con Italia e Francia. Un'ipotesi che accompagnerà in parallelo i lavori del vertice di domani e dopodomani.
di Paolo Tozzi
Corriere della Sera, 23 giugno 2021
La politica avalla l'utilizzo di soldi pubblici a favore di una setta esoterica, minando la salute mentale del Paese. Ma la comunità scientifica fatica a parlare con una voce sola: è arrivato il momento di ripensare seriamente il ruolo politico della conoscenza.
Alcune settimane fa Carlo Rovelli richiamava l'attenzione su quanto sta capitando a Sylvie Coyaud, giornalista scientifica finita a processo perché smascherava la pseudoscienza. Un caso simile a quello che ha coinvolto il fisico inglese Simon Singh e che, dopo tanto penare, ha portato ad una riforma della cosiddetta "libel law". In seguito a questo, scrivevo di una vera e propria invasione delle pseudoscienze, e di una minaccia per la democrazia, ben conscio che questo mio allarme potesse suonare esagerato a molti. Poi, il Senato della Repubblica approva il DDL 988, che la Senatrice Elena Cattaneo aveva inutilmente cercato di fermare gia un anno fa, e che ha stigmatizzato con un indignato e sconcertante intervento qualche giorno fa.
Nei giorni immediatamente successivi, ho potuto notare che diversi colleghi hanno condiviso questa notizia sgomenti: la politica che avalla l'utilizzo di soldi pubblici a favore di una setta esoterica con marchio registrato, minando la salute mentale del Paese. Come temevo, questo episodio sta avendo come risultato quello di essere uno spot pubblicitario per questa "truffa scientifica", come la definisce senza mezzi termini Elena Cattaneo.
Da parte mia, mi sono chiesto pero quanto sia opportuno prendersela con questa specifica setta esoterica, o con il relatore di maggioranza del ddl 988 (il Senatore Taricco), e mi sono risposto che no, questo avrebbe portato ad una immeritata e dannosissima visibilità per queste pratiche. Che, di fatto, indipendentemente dal tenore del dibattito pubblico, vengono percepite sullo stesso piano della conoscenza condivisa, e vengono confuse con il diritto sacrosanto, di credere in ciò che più̀ ci piace.
Piuttosto, mi sono chiesto perché noi appartenenti alla comunità scientifica non riusciamo a parlare con una sola voce. L'indignazione della Senatrice Elena Cattaneo, l'ironia del Presidente dall'Accademia dei Lincei Giorgio Parisi (perché non seppellire sottoterra i nani da giardino?), non servono se non a dipingere una situazione di conflitto scienza contro pseudoscienza, che di fatto non esiste, come non esiste un dibattito Terra sferica contro Terra piatta. Esistono solo i terrapiattisti quello sì, ma non il dibattito, semplicemente perché oggi ogni bambino delle elementari può dimostrare con un semplice esperimento che la Terra è sferica.
Una riflessione interessante in questo ambito è quella di Ettore Siniscalchi, che individua, secondo me correttamente, l'incapacità della comunità scientifica di comunicare in modo "politico" la complessità di alcuni temi. Ovvero, viene percepito che "i tecnici" si inalberano per difendere la razionalità, e non per tradurre in pensiero democratico e pratica politica la conoscenza di cui sono esperti, come invece dovrebbe essere. Siniscalchi poi sbaglia completamente quando ridimensiona l'impatto che una confusione di piani tra scienza e pseudoscienza può̀ avere sulla società, e, inconsapevolmente, contribuisce a diffondere l'idea che le organizzazioni dietro a queste pratiche siano sostanzialmente innocue, mancando di cogliere le aberrazioni e le istanze fortemente antidemocratiche che ne stanno alla base.
Una delle funzioni della democrazia è proprio quella di fare attenzione a questi "dettagli di grandissima importanza", come viene illustrato in modo molto chiaro dall'editoriale di Paolo Mieli comparso recentemente su questo giornale. Quello che manca, invece, è la voce di una comunità scientifica, autorevole e puntuale, che abbia un suo posto e un suo ruolo molto chiaro all'interno della società civile. Questo, noi scienziati, in questo momento non siamo capaci di farlo.
Purtroppo dobbiamo constatare che la comunità scientifica fa fatica a pensarsi come un corpo indipendente dalla politica, a cui la politica deve confrontarsi per poter prendere decisioni informate per il bene della società civile. La voce dei singoli non basta e non deve sostituirsi a quella di una comunità: quello che dice la scienza può essere diverso da quello che dicono i singoli scienziati, perché il senso e la forza della scienza è proprio nella sua coralità e nell'essere una comunità che si confronta continuamente. Questo in fondo è il vero problema, e non la presenza di ciarlatani che ci saranno sempre, e avranno sempre chi li ascolta.
Perché la scienza non ha soluzioni miracolose. Mentre le pseudoscienze rassicurano e promettono salvezze miracolose, all'interno di un sistema omologante e settario che le protegge da ogni obiezione. Ma il prezzo che si paga per le pseudoscienze non è solo il prezzo (maggiorato) del prodotto-truffa, ma è la fiducia nella stessa società civile, con conseguenze drammatiche per il cittadino che diventa sempre più isolato e sconnesso dalle competenze, fino a diventare il consumatore ideale di un mercato (merceologico e ideologico) dove non c'è più nessun controllo della qualità. I segnali ci sono tutti: è arrivato il momento di ripensare seriamente il ruolo politico della conoscenza.
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