di Elena Tebano
Corriere della Sera, 15 maggio 2021
Si tratta di una legge presente nei principali Paesi europei. I casi di Francia, Germania e Spagna. I primi Paesi in ordine di tempo a punire i crimini d'odio razziale, etnico, religioso, omotransfobico e sessista sono stati quelli anglosassoni: il Canada a partire dagli anni 70 e gli Stati Uniti e il Regno Unito dagli anni 90.
Oggi le aggressioni contro l'omtransfobia e l'incitamento all'odio, alla violenza o alla discriminazione sulla base dell'orientamento sessuale sono sanzionate in quasi tutta Europa. "Anche nei Paesi che si distinguono per una minor attenzione ai diritti umani, come la Georgia e l'Ungheria" spiega Luciana Goisis, professoressa di Diritto penale dell'Università di Sassari e autrice di una monografia su questi temi (Crimini d'odio. Discriminazioni e giustizia penale, Jovene). Hanno dunque leggi contro l'omotransfobia Inghilterra, Francia, Spagna, Germania, ma anche Croazia, Albania, Bulgaria, Cipro, Austria, Danimarca, Estonia, Grecia, Malta, Lituania, Irlanda, Islanda, Olanda, Romania, Svezia, Norvegia, Finlandia, Lussemburgo, Monaco, Montenegro, Portogallo. Nel 2004 inoltre il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che chiede agli Stati membri di "adottare legislazioni penali che vietino l'istigazione all'odio sulla base dell'orientamento sessuale e dell'identità di genere".
Le differenze - In tutti questi ordinamenti, come nel disegno di legge Zan approvato in prima lettura alla Camera a novembre e ora all'esame del Senato, non viene punita l'espressione di idee critiche nei confronti delle persone Lgbt+, ma solo gli atti violenti o le affermazioni che spingono a commettere atti violenti o ledono la dignità delle persone.
"La legge persegue i crimini d'odio e discorsi d'odio" spiega Anna Lorenzetti, professoressa di Diritto antidiscriminatorio all'Università di Bergamo. "I crimini d'odio sono condotte già vietate e sanzionate penalmente (reati) che si caratterizzano per essere commessi in ragione dell'appartenenza della vittima a un particolare "gruppo sociale". Cioè per quello che è e non per quello che fa. I discorsi d'odio sono invece dichiarazioni intrise di odio che vengono punite solo se superano un livello di offensività che deve essere valutato in base alle circostanze del caso concreto".
Il caso francese - È stata riconosciuta come un crimine d'odio, per esempio, l'aggressione commessa nel 2019 in Francia da parte di tre ragazzi di 18, 19 e 20 anni, che sono stati condannati a sei mesi di prigione per aver picchiato e insultato una coppia gay, nel centro storico di Orléans, dopo che i due uomini si erano baciati davanti a un bar. Sempre in Francia, nel 2019, Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito di estrema destra Front National, è stato condannato in appello a pagare 2.400 euro di multa per aver paragonato pubblicamente pedofilia e omosessualità, e per aver criticato la partecipazione del marito del poliziotto ucciso durante un attacco terroristico alla cerimonia in suo onore, definendola "un'esaltazione pubblica del matrimonio omosessuale", che "deve essere tenuta lontana da questo genere di cerimonie".
I giudici non hanno invece considerato punibile un'altra sua frase: "Gli omosessuali sono come il sale nella zuppa, se non ce n'è abbastanza è insipida, se ce n'è troppo è imbevibile", perché non era un incitamento all'odio e alla violenza. Nel 2018 infine la Cassazione francese aveva assolto la deputata Christine Boutin, capofila della campagna contro i Pacs (le unioni civili francesi) per aver "citato la Bibbia", dichiarando che "l'omosessualità è un abominio. Ma non la persona. Il peccato non è mai accettabile, ma il peccatore è sempre perdonato".
"I giudici hanno stabilito che sebbene oltraggiosa, questa dichiarazione non contiene, nemmeno in forma implicita, un appello o un'esortazione all'odio e alla violenza nei confronti delle persone omosessuali" spiega Massimo Prearo, politologo dell'Università di Verona studioso dei movimenti no-gender, che ha passato in rassegna i casi di condanna per omotransfobia in Francia.
Il punto di vista della Cassazione - Questa distinzione tra libertà di opinione e divieto di incitare alla discriminazione è anche al centro del ddl Zan, che non punisce la propaganda di idee (definita dalla Cassazione come qualsiasi "divulgazione di opinioni finalizzata a influenzare il comportamento o la psicologia di un vasto pubblico ed a raccogliere adesioni") ma l'istigazione all'odio, che - sempre secondo la definizione della Cassazione - è un "reato di pericolo concreto" e richiede che gli atti violenti o discriminatori siano una conseguenza delle parole sanzionabili, ovvero che le affermazioni sanzionate determinino un concreto pericolo di comportamenti discriminatori, e non si limitino ad esprimere una mera e generica antipatia.
Ciò comporta, ad esempio, che una stessa dichiarazione di ostilità e pregiudizio non sia perseguibile se pronunciata tra amici al bar ma lo diventi se a proferirla è un politico durante un comizio. In generale comunque sono più frequenti le condanne per i crimini di odio (reati in cui l'appartenenza della vittima a un gruppo oggetto di pregiudizi determina un'aggravante) che quelle per i discorsi di odio. Si stima che solo nel biennio 2017-2018 siano stati denunciati oltre 90 mila reati con aggravanti d'odio - contro gli appartenenti a tutti i gruppi oggetto di pregiudizio, compresi neri ed ebrei - nel Regno Unito e circa ottomila all'anno in Germania.
La legge spagnola - Anche in Spagna la legge punisce "coloro che pubblicamente incoraggiano, promuovono o incitano, direttamente o indirettamente, l'odio, l'ostilità, la discriminazione o la violenza contro un gruppo, una parte di esso o contro una persona specifica a causa della loro appartenenza ad esso, per motivi razzisti, antisemiti o altri motivi legati all'ideologia, alla religione o alle credenze, alla situazione familiare, all'appartenenza ad un gruppo etnico, alla razza o alla nazione, all'origine nazionale, al sesso, all'orientamento sessuale o all'identità, al genere, alla malattia o alla disabilità".
In base a questa legge, a luglio 2019, un uomo è stato riconosciuto colpevole, multato e condannato a sei mesi in prigione per aver minacciato di morte e offeso con insulti omofobi un giovane a Barcellona nel 2019 durante una lite per un parcheggio.
Il 10 dicembre dello stesso anno, inoltre, un tribunale spagnolo ha giudicato sei membri del gruppo "Pilla Pilla" colpevoli di aver attirato uomini gay in falsi appuntamenti nel 2013 nella città di Granollers, averli filmati e averli accusati pubblicamente di pedofilia solo per il fatto di essere gay. Il leader del gruppo è stato condannato a sei anni di prigione per aver tentato tra l'altro di "far passare le sue vittime per pedofili" e per aver tentato di "associare omosessualità e pedofilia".
Le accuse - La legge spagnola contro i discorsi d'odio è però finita di recente sotto accusa, non per quanto riguarda la parte contro l'omotransfobia, ma per quella in cui vieta le offese alla monarchia, dopo il caso di Pablo Hasél, un rapper catalano che a febbraio è stato condannato per aver inneggiato al terrorismo dell'Eta e per aver insultato i reali spagnoli nei suoi testi. Non è il primo caso di artisti che vengono condannati per testi e performance considerati offensivi nei confronti della monarchia e il governo spagnolo si è impegnato a modificare la legge per eliminare le pene detentive per i reati che riguardano la libertà di espressione (nel Ddl Zan italiano è inserita a priori una clausola che la salvaguarda).
La Germania - In Germania, il paragrafo 130 del codice penale dispone che chi, in maniera tale da disturbare la pace pubblica, incita all'odio o alla violenza contro un gruppo nazionale, razziale, religioso o etnico, contro parti della popolazione o contro un individuo a causa della sua affiliazione con uno o più dei gruppi summenzionati o lede la dignità umana di altre persone insultando, diffamando maliziosamente o calunniando un gruppo, parti della popolazione o un individuo per la sua appartenenza di gruppo o una parte della popolazione soprammenzionata, è punito con una pena detentiva da tre mesi a cinque anni. "Nell'applicazione di questa norma viene inclusa anche la discriminazione effettuata in ragione dell'orientamento sessuale, sebbene il codice non vi faccia esplicito riferimento. Questa mancata menzione di tale gruppo oggetto di stigma però è all'origine di una minor tutela delle vittime di crimini d'odio omofobico in quell'ordinamento" spiega ancora la professoressa Goisis.
Il proprietario dello Steaua Bucarest - Un'altra tipologia di affermazione discriminatoria perseguibile per legge in Europa è quella fatta da Gigi Becali, imprenditore e uomo politico romeno (era tra l'altro il presidente del partito di estrema destra di ispirazione cristiano ortodossa Nuova Generazione, ora sciolto), che nel 2010 aveva dichiarato di non volere giocatori gay nella squadra di calcio da lui controllata, il Football Club Steaua Bucuresti.
La Corte di Giustizia dell'Unione europea, nel 2013, ha stabilito che violava la normativa europea contro le discriminazioni sul lavoro fondate sulla religione o le convinzioni personali, gli handicap, l'età o gli orientamenti sessuali. In Italia una condanna simile c'è stata nei confronti dell'avvocato e politico Carlo Taormina che nel 2013 aveva affermato di non voler assumere nel suo studio omosessuali. A dicembre dell'anno scorso la Cassazione ha sancito che la sua condanna non si pone in contrasto con il diritto alla libertà di espressione garantita dall'articolo 21 della Costituzione.
La Corte Europea - La Corte europea dei diritti umani, infine, nel gennaio 2020 ha condannato la Lituania per non aver perseguito l'incitamento all'odio e alla violenza nei confronti di una coppia gay. I due uomini avevano pubblicato la foto di un loro bacio su Facebook, che era stata commentata con centinaia di messaggi di odio, alcuni diretti in generale alle persone lgbt+, altri direttamente alla coppia della foto. I due uomini avevano sporto denuncia alle autorità che però si erano rifiutate di aprire un'indagine preliminare. La Corte ha stabilito che la mancata indagine delle autorità lituane fosse dovuta a uno "stato d'animo discriminatorio" e che dunque abbia costituito una violazione dei diritti fondamentali tutelati dalla Convenzione europea per i diritti umani.
La legge Mancino - I discorsi d'odio, infine, sono già puniti anche dalla normativa italiana, con la Legge Mancino, quando riguardano l'incitamento all'odio e alla violenza, la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi o nazionali. Sulla base di questa norma nel febbraio dell'anno scorso 24 persone sono state condannate a vario titolo a pene fino a 3 anni e 10 mesi, in quella che la Polizia postale ha definito la prima vera pronuncia che condanna la diffusione dell'odio razziale attraverso la rete".
Si trattava di iscritti alla sezione italiana del sito neonazista Stormfront che avevano postato nel forum una serie di commenti antisemiti contro personaggi pubblici e di insulti ad esponenti della comunità ebraica. Il disegno di legge Zan, sul modello europeo, estenderebbe l'applicazione delle sanzioni previste dalla legge Mancino a "sesso, genere, orientamento sessuale, identità di genere e disabilità".
La Stampa, 15 maggio 2021
Nuove linee guida più soft del governo dopo le polemiche. Stop alla detenzione in centri di raccolta e di reclusione per migranti per i cittadini Ue fermati all'arrivo nel Regno Unito poiché sprovvisti del visto di lavoro divenuto obbligatorio in base alla stretta sull'immigrazione del dopo Brexit imposta dal governo di Boris Johnson. Lo ha stabilito lo stesso governo, dopo le polemiche sul trattamento inflitto nelle ultime settimane ad alcune decine di persone in attesa di rimpatrio, soprattutto giovani, fra cui anche alcuni italiani, indicando nuove linee guida ad hoc più soft per la polizia di frontiera.
Le linee guida aggiornate sono state diffuse in queste ore dall'Home Office, il ministero dell'Interno britannico, come riporta il Guardian. E prevedono che nei casi come quelli denunciati nei giorni scorsi dai media sia evitata la detenzione e consentito invece da parte degli addetti alla dogana un ingresso su cauzione nel Paese - in particolare a chi disponga di un domicilio dove stare, ospite di amici o di familiari - fino al primo volo disponibile per il ritorno alla destinazione d'origine. "Mentre i viaggi internazionali sono limitati a causa della pandemia da Covid, abbiamo deciso di aggiornare le nostre linee guida per chiarire che ai cittadini stranieri in attesa di rimpatrio, inclusi quelli dell'Ue, cui sia stato rifiutato l'ingresso debba essere garantito il diritto d'immigrazione temporaneo su cauzione, laddove appropriato", ha detto una portavoce dell'Home Office. Pur non senza ribadire che "la libertà di movimento" automatica con i 27 "è finita" dal primo gennaio e che i cittadini dell'Ue "possono sì entrare nel Regno Unito, ma se vogliono venire per lavorare o studiare devono sottoporsi alle nuove regole". Regole che prevedono il rilascio di un visto a condizioni specifiche e che vanno verificate "prima di partire".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 15 maggio 2021
Per il Gup Nunzio Sarpietro l'operato dell'ex ministro dell'Interno è stato una legittima conseguenza di insindacabili scelte politiche e non costituisce reato. Non luogo a procedere. Il processo penale per il caso Gregoretti a carico di Matteo Salvini finisce qui, nell'aula bunker di Bicocca a Catania dove il giudice delle indagini preliminari Nunzio Sarpietro ha letto la sua decisione. Con la quale ha comunicato alle parti che non ci sono, a suo avviso, gli elementi per mandare l'ex ministro dell'Interno davanti ad un tribunale per rispondere dei reati di sequestro di persona e abuso d'ufficio per aver tenuto bloccati 164 migranti salvati nel 2019 sulla nave Gregoretti della Guardia costiera italiana nell'attesa che i Paesi europei solidali formalizzassero la loro disponibilità ad accogliere parte dei migranti.
Differenze con Open Arms - Un verdetto che significa molto per Matteo Salvini e non soltanto perchè è diametralmente opposto a quello pronunciato tre settimane fa dal gip Lorenzo Iannelli a Palermo, dove invece Salvini dovrà tornare a settembre per il processo che lo vedrà sul banco degli imputati a rispondere degli stessi reati ma per i migranti soccorsi qualche mese dopo dalla Open Arms e fatti sbarcare poi a Lampedusa solo dopo l'intervento del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio.
Salvini: "Quando torno al governo farò lo stesso" - Il leader leghista, subito dopo il verdetto, ha detto ai giornalisti: "Quando gli italiani torneranno a votare e mi restituiranno la responsabilità di governo farò esattamente la stessa cosa perchè l'immigrazione come quella di lamepdusa con 3mila sbarchi in un fine settimana porta il caos e l'italia non ha bisogno di caos in questo momento". Poi, rivolto agli alleati della attuale maggioranza, ha aggiunto: "Spero che la sentenza sia utile agli amici del Pd e del M5S, le battaglie si vincono o in Parlamento o nelle campagne elettorale".
Gregoretti: Salvini agì con il consenso di tutto il governo - Il verdetto di Catania per Salvini vale doppio perché è in qualche modo nel merito. Il gip Sarpietro infatti (che adesso entro 30 giorni dovrà depositare l'ordinanza motivando la sua decisione) ha di fatto svolto un piccolo processo chiamando a testimoniare in aula nei mesi scorsi l'ex premier Giuseppe Conte, gli ex ministri Elisabetta Trenta e Danilo Toninelli e l'attuale ministro dell'Interno Luciana Lamorgese e degli Esteri Luigi Di Maio. E dalle testimonianze ha avuto la conferma che la politica migratoria di Salvini, come da sempre affermato dal leader della Lega, faceva parte del contratto di governo ed era dunque condivisa dagli alleati dell'esecutivo anche se poi la responsabilità delle decisioni operative (come ad esempio assegnare il porto di sbarco alle navi di soccorso dei migranti) era solo di Salvini e da lui fu esercitata senza coinvolgere con alcun atto formale il Consiglio dei ministri. Ma - evidentemente - per il gip Sarpietro, l'operato di Salvini è stata una legittima conseguenza di insindacabili scelte politiche e non costituisce reato.
Da qui la decisione di dichiarare il non luogo a procedere nei confronti di Salvini come per altro sollecitato oltre che dal difensore del leader della Lega, Giulia Bongiorno, anche dalla Procura della Repubblica che ha sempre tenuto ferma la decisione del procuratore Zuccaro di chiedere l'archiviazione del caso poi finito in un'aula di giustizia solo per l'intervento del Tribunale dei ministri. Quest'ultimo di diverso avviso, ha chiesto e ottenuto dal Senato l'autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 maggio 2021
C'è un enorme problema per quanto riguarda l'accesso al sistema abitativo per i beneficiari di protezione internazionale. Il 43,3% vive in una casa in affitto, il 42,3% in centri di accoglienza, il 12,4% ospite di parenti o amici. Sono i dati del rapporto della Fondazione Ismu, realizzato nell'ambito del progetto europeo "The National Integration Evaluation Mechanism (Niem)". Il report, dal nome "Beneficiari di protezione internazionale e integrazione in Italia. Focus sull'accesso al sistema abitativo", presenta i risultati della seconda fase di valutazione realizzata nel 2020.
La condizione dei beneficiari di protezione nel nostro Paese viene inoltre confrontata con la situazione degli altri paesi partner soprattutto per quanto concerne la dimensione dell'abitare. Obiettivo di questo report è, infatti, quello di porre l'attenzione su alcuni aspetti tipici del sistema asilo in Italia, quali l'accoglienza e la gestione delle domande, approfondendo inoltre un tema di grande interesse quale quello dell'autonomia abitativa. Tale scelta è dettata dalla volontà di considerare una tematica spesso ritenuta minore rispetto, per esempio, all'accesso al mercato del lavoro, ma che invece rappresenta un tassello fondamentale all'interno del puzzle delle politiche di integrazione di coloro che chiedono o hanno ottenuto protezione in Italia. L'accesso al sistema abitativo per i soggetti più vulnerabili è infatti un pilastro fondamentale del processo d'integrazione.
A fronte di una domanda crescente di alloggi da parte delle famiglie straniere e delle persone migranti, secondo i dati del report la risposta risulta ancora debole e non in grado di soddisfare tale richiesta. Di contro, la questione dell'abitare, e soprattutto dell'abitare dignitoso, non rappresenta oggi in Italia un tema centrale nelle politiche pubbliche dirette all'inclusione generando un gap di rilievo nel processo verso l'autonomia delle persone.
Nel report emerge che tra i soggiornanti per asilo o richiesta di asilo c'è in Italia, al 1° gennaio 2020, un rapporto di un migrante in situazioni d'alloggio particolarmente critiche e non assistite (occupazioni abusive, sistemazioni precarie, ecc.) per ogni 38 accolti in strutture d'accoglienza; con un valore ancora migliore, uno a 74 nelle Isole (dove dunque l'accoglienza da questo punto di vista è particolarmente diffusa), e risultati sopra la media nazionale sia al Nord- ovest (uno a 41) sia e ancor di più al Nord (uno a 45). Nel contempo, peggiore si prospetta la situazione nel complesso al Sud, con un migrante con permesso di soggiorno per asilo o richiesta di asilo in occupazioni abusive o sistemazioni precarie ogni 34 con il medesimo status giuridico- amministrativo del soggiorno ma in strutture d'accoglienza, e soprattutto nel Centro Italia laddove il medesimo rapporto scende a uno ogni 27.
L'altra grande differenza territoriale che emerge dai dati è quella tra le sistemazioni in affitto pagante, diffusa soprattutto al Sud dove è la modalità abitativa di maggioranza assoluta tra i migranti richiedenti asilo o con un permesso di soggiorno in seguito ad una domanda di protezione internazionale, e l'ospitalità gratuita da parenti, amici, conoscenti, diffusa in particolar modo nel Centro Italia e anche nelle Isole e molto meno altrove. Tra gli obiettivi del report vi è la volontà di realizzare una comparazione tra i diversi Stati partner. Per questo è stato realizzato un questionario grazie al quale poter effettuare una valutazione fondata su un sistema di punteggi. Emerge, e non sorprende, che i Paesi più virtuosi sono la Svezia e l'Olanda in quanto noti contesti altamente inclusivi e accoglienti soprattutto da un punto di vista delle norme. L'Italia sta nel mezzo, ma in via di peggioramento: ciò è spiegabile per l'operare nel periodo considerato dei due decreti sicurezza del 2018 e 2019 che hanno portato a una maggiore chiusura, non solo rispetto agli ingressi, ma anche rispetto alle possibilità di integrazione rivolte a determinati gruppi migranti.
Housing sociale e co-housing: le strategie per trovare un alloggio
Il sistema immobiliare italiano ha numerose criticità, a queste si aggiunge un ulteriore variabile rappresentata dall'atteggiamento di sempre maggior chiusura nei confronti dei migranti (compresi i beneficiari di una qualche forma di protezione). Tale situazione viene spesso esasperata da una erronea narrativa sui fenomeni migratori che diffonde immagini di "invasioni" o di "italiani posti in secondo piano rispetto ai migranti nell'accesso ai servizi".
A fronte di questa situazione di evidente marginalità, il Report della fondazione Imu illustra le diverse iniziative promosse e/ o gestite da enti pubblici e/ o enti del terzo settore per facilitare l'autonomia abitativa di richiedenti asilo e titolari di protezione internazionale in Italia: housing sociale e il co- housing.
L'housing sociale è stato definito dall'organizzazione europea che rappresenta i soggetti impegnati nel settore come l'insieme delle attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe e trasparenti di assegnazione a famiglie che riscontrano difficoltà, nella ricerca di un alloggio alle condizioni di mercato, in quanto penalizzate dal fatto di non riuscire ad ottenere un credito sufficiente o perché portatrici di specifiche necessità. In Italia, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, che ha in carico anche il sistema immobiliare nazionale, identifica tra le possibili cause di tali situazioni la trasformazione delle strutture familiari, i fenomeni migratori, la povertà e la marginalità urbana. I fondi stanziati dal ministero sono quindi necessari per la programmazione, insieme agli Enti locali, di interventi che rispondano alla forte richiesta di alloggi sociali.
Il report di Imu, rende noto anche un altro sistema diffuso in Italia e che coinvolge sempre più le famiglie di stranieri, anche in uscita dal sistema di accoglienza, è rappresentato dal co- housing. Si tratta di una pratica sviluppata dapprima nell'Europa del Nord (Paesi Bassi e repubbliche scandinave) e poi implementata anche in altri paesi europei e di oltreoceano. Il co- housing o coresidenza intende promuovere la collaborazione tra gruppi di persone al fine di creare spazi abitativi caratterizzati da privacy e condivisione19. Tale prassi, quindi, richiama l'antico modo di vivere il vicinato attraverso atteggiamenti di solidarietà e mutuo- aiuto senza, tuttavia, rinunciare alla propria indipendenza. Allo stesso modo, si tratta di una pratica capace di rispettare l'ambiente dal momento che alcuni servizi in condivisione permettono di diminuire gli sprechi e l'inquinamento. Il rovescio della medaglia, soprattutto in Italia, è rappresentato dal rischio di diminuire il decoro di questo tipo di abitazioni dal momento che sono destinate, nella maggior parte dei casi, ad un target svantaggiato e che non potrebbe accedere a soluzioni abitative differenti. Il co- housing rivolto a rifugiati e migranti in generale ha dato modo di evidenziare le potenzialità di una simile formula abitativa dal momento che va a replicare abitudini già in essere nel paese di origine. La vita di comunità, intesa anche come condivisione di spazi vissuti da intere famiglie, è di fatti lo stile preferito da molti migranti. Tale modo di vivere diventa poi una necessità nel paese di accoglienza per riuscire a gestire gli impegni quotidiani. Si tratta quindi di una esigenza che porta a motivare l'auto-ghettizzazione che spesso si palesa soprattutto in città più grandi dove membri della stessa comunità tendono a vivere nello stesso quartiere al fine di offrire un supporto reciproco sia per la ricerca del lavoro sia per lo svolgimento della quotidianità.
di Vitalba Azzollini
Il Domani, 15 maggio 2021
In un question time alla Camera, Mario Draghi ha delineato la propria strategia per l'immigrazione. Innanzitutto, la collaborazione con Paesi africani per il controllo delle frontiere, al fine di evitare le partenze. In secondo luogo, la riedizione del Patto di Malta, al fine di una redistribuzione efficace dei migranti. In terzo luogo, i rimpatri. Ma tutti questi punti presentano diversi limiti. E nel frattempo andrebbe anche cancellato il decreto interministeriale del 7 aprile 2020.
Con la bella stagione si torna a parlare di migranti. I numeri degli sbarchi negli ultimi giorni fanno temere, oltre che per la sostenibilità dell'afflusso, per l'impatto che esso può avere sulla stagione turistica. In attesa del Consiglio europeo straordinario di fine maggio, dove si affronterà il tema delle migrazioni, il 12 maggio scorso Mario Draghi ha delineato una proposta di strategia in un question time alla Camera.
La strategia del presidente del Consiglio si articola su tre direttrici: prioritariamente, "il contenimento della pressione migratoria nei mesi estivi con una collaborazione più intensa da Libia e Tunisia nel controllo delle frontiere". Si tratta dell'approccio che ha caratterizzato le politiche non solo italiane, ma anche europee, negli ultimi anni: evitare che i migranti partano, finanziando gli stati che possono trattenerli. È questo lo spirito che impronta, ad esempio, il memorandum tra Italia e Libia, rinnovato nel 2020. Formalmente, l'accordo è funzionale a un'attività congiunta di contrasto "all'immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e al contrabbando: a questo fine, l'Italia fornisce supporto tecnico e tecnologico", consegnando motovedette e addestrando la Guardia costiera. Nella sostanza, l'obiettivo è - come detto - quello di evitare, avvalendosi dei libici, che i migranti arrivino sulle nostre coste. Da anni report dell'Onu e di organizzazioni umanitarie rendono noto che i migranti intercettati dalla Guardia costiera sono sottoposti a detenzioni arbitrarie in condizioni disumane, con torture e maltrattamenti. Si tratta di "indicibili orrori", come li ha definiti il segretario generale aggiunto per i Diritti umani dell'Onu. Draghi ha parlato di impegno "a promuovere le opportune iniziative bilaterali; a condurre un'azione da parte dell'Unione europea affinché le autorità libiche contrastino i traffici di armi e di esseri umani nel rispetto dei diritti umani". Sembra quasi un paradosso aspettarsi tutela dei diritti umani da parte di quella Guardia costiera che nei giorni scorsi, ad esempio, non ha esitato a sparare su un peschereccio italiano. Del resto, nel 2019 la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, riferendosi a quest'ultima disse che faceva "un buon lavoro" e lo stesso Draghi qualche settimana fa in Libia ha parlato di "salvataggi". Dunque, nulla di cui stupirsi.
In secondo luogo, Draghi ha affermato che il governo italiano è impegnato a "esercitare una pressione intra-europea affinché si torni a una redistribuzione efficace dei migranti". Il presidente del Consiglio ha menzionato l'accordo di Malta, dicendo che "è in corso un fattivo dialogo con Francia e Germania per rivitalizzarlo" e "attivare subito un meccanismo temporaneo di emergenza per il ricollocamento". Va ricordato che si trattava di un'intesa fra stati "volenterosi" per la ripartizione dei migranti, firmata nel settembre 2019 da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. Si prevedeva, tra l'altro, che il ricollocamento riguardasse solo gli stranieri salvati in mare, dunque non quelli arrivati con sbarchi autonomi e che, se il numero degli arrivi fosse aumentato in modo sostanziale, il meccanismo sarebbe stato sospeso. Erano molti i paletti dell'accordo che ora si vuole riesumare, e ad essi si aggiunse la scarsa adesione da parte dei paesi europei. Oggi, in una situazione di pandemia e con campagne di vaccinazione di massa ancora in corso, può reputarsi che tali paesi non sarebbero maggiormente disponibili a ricevere persone provenienti da stati che non hanno le possibilità per somministrare vaccini. Oltre alla normale accoglienza, servirebbe predisporre spazi adeguati e controlli anti-Covid, anche per non vanificare i risultati di immunizzazione già raggiunti. Dunque, si dubita che la riedizione del Patto di Malta, il cui fondamento è la volontarietà, possa essere risolutivo.
In terzo luogo, Draghi ha detto che "una leva necessaria di governo dei flussi migratori è costituita dall'azione di rimpatrio dei migranti che non hanno titolo a rimanere sul nostro territorio, in mancanza dei presupposti per il riconoscimento della protezione internazionale". Com'è noto, anche il tema dei rimpatri è ricorrente, con tutte le difficoltà connesse: in primis gli accordi con i paesi di provenienza dei migranti. È singolare che sia raramente richiamata la norma del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea ai sensi della quale, tra l'altro, la Ue può "concludere con i paesi terzi accordi ai fini della riammissione" di persone non in linea con le condizioni per l'entrata o la permanenza nei paesi dell'Unione. Nella stipula di accordi di rimpatrio la Ue avrebbe una forza contrattuale maggiore dei singoli stati. Va anche rammentato che i rimpatri sono uno degli elementi del Patto europeo sull'immigrazione e l'asilo, presentato nel 2020, basato sul concetto di "solidarietà flessibile volontaria": gli stati potranno scegliere tra ricollocazioni, rimpatri sponsorizzati e supporto operativo. In altre parole, essi potranno mostrarsi "solidali" facendosi carico del ritorno del migrante nello stato da cui proviene o in altro modo, senza impegnarsi all'accoglienza. Ma anche di accoglienza c'è bisogno, come detto.
Un'ultima considerazione. "Sull'immigrazione il governo vuole seguire una politica equilibrata efficace e umana, nessuno sarà lasciato solo in acque territoriali italiane" ha affermato Draghi. Premesso che l'obbligo di salvare vite umane, in acque territoriali proprie o altrui, è un principio fondamentale, che lo si espliciti o meno, sarà bene ricordarsi di abrogare formalmente un decreto interministeriale del 7 aprile 2020, in vigore "per l'intero periodo di durata dell'emergenza sanitaria". Con tale decreto il ministro delle Infrastrutture, di concerto con quelli degli Affari esteri, dell'Interno e della Salute, chiuse i porti italiani alle navi straniere che effettuassero salvataggi al di fuori dell'area Sar italiana. In pratica, le navi delle ong. Il provvedimento dispone che i porti italiani non siano considerati "sicuri", causa Covid-19, e rimette al "paese di cui le unità navali battono bandiera" le "attività assistenziali e di soccorso", poiché accogliere naufraghi significherebbe "compromettere la funzionalità delle strutture nazionali (...) di assistenza e cura". Insomma, una perifrasi della formula "prima gli italiani". Si tratta di un decreto che, per coerenza, e dato che Salvini insiste con i "porti chiusi", sarebbe meglio cancellare.
di Roberto Biorcio
La Repubblica, 15 maggio 2021
Il disegno di legge Zan contro l'omotransfobia trova non poche difficoltà per l'approvazione al Senato, soprattutto per l'opposizione dei rappresentanti della Lega e di Fratelli d'Italia. È invece molto largo tra i cittadini il consenso per il disegno di legge rilevato dall'Atlante politico (70%). Il consenso è ampio in tutte le aree politiche e sociali, ma esistono differenze che possono influenzare i comportamenti dei partiti politici. Le differenze più rilevanti emergono tra le diverse fasce di età degli intervistati. I giovani sostengono quasi all'unanimità il disegno di legge Zan, mentre il consenso si riduce fortemente tra i più anziani, meno disponibili ad accettare e riconoscere i cambiamenti negli orientamenti sessuali e nell'identità di genere.
Anche i cittadini con legami più stretti con la comunità ecclesiastica sono spesso critici o dubbiosi rispetto al disegno di legge contro l'omotransfobia. Queste opinione sono molto più diffuse tra gli intervistati impegnati settimanalmente nella pratica religiosa, spesso appartenenti alle generazioni con età più elevate. Opinioni diverse sulla legge Zan si osservano anche in relazione alla collocazione sociale e al livello di istruzione degli intervistati. Sono largamente favorevoli alla legge gli operai (88%) e soprattutto gli studenti (92%). Meno elevato è invece il sostegno dei lavoratori autonomi e delle casalinghe. In generale, tra gli intervistati più istruiti il consenso al disegno di legge è nettamente superiore rispetto a quello espresso dai cittadini con titoli di studio inferiori.
Differenze significative si manifestano d'altra parte in relazione agli orientamenti politici e alle intenzioni di voto degli intervistati. Sono molto più favorevoli alla legge Zan gli intervistati di sinistra (81%) e di centro-sinistra (88%), mentre opinioni contrarie emergono più spesso tra quelli di destra (35%) o di centro-destra (27%). Differenze analoghe si possono rilevare anche nelle diverse aree elettorali. Un sostegno molto elevato rispetto al disegno legge contro l'omotransfobia è espresso dagli elettori dei partiti che sostenevano il governo Conte: il Movimento 5 stelle (87%), il Partito democratico (85%) e LeU (88%). Più differenze emergono invece fra gli intervistati orientati a votare per i partiti di centro-destra. Mentre gli elettori di Forza Italia esprimono un sostegno per il disegno di legge sostanzialmente simile alla media del campione (71%), nettamente più ridotto è invece quello degli intervistati orientati a votare per la Lega (60%) e per Fratelli d'Italia (55%). È interessante d'altra parte osservare che, mentre i parlamentari di centro-destra hanno cercato di opporsi e di ostacolare l'approvazione del disegno di legge Zan, la maggioranza dei loro elettorati lo sostiene.
di Guido Olimpio
Corriere della Sera, 15 maggio 2021
Una guerra asimmetrica con l'incubo dell'invasione. Per Israele penetrare la striscia è l'ultima carta: troppi rischi. Hamas ha lanciato il razzo Ayyash 250, con una portata di 250 chilometri.
È una battaglia in diretta, diffondono immagini e video di bombe sofisticate e ordigni improvvisati. Vale tutto. Israele, giovedì notte, ha postato un tweet dove annunciava l'inizio dell'offensiva terrestre su Gaza, poi ha smentito scusandosi. Ma nel frattempo la notizia era stata rilanciata dai media internazionali. Un errore? Secondo una ricostruzione sarebbe stata un'esca per spingere i capi nemici a nascondersi nei bunker per poi eliminarli con bombardamenti pesanti.
Le gallerie - La distruzione della grande rete di gallerie creata nel tempo dalle fazioni palestinesi è diventata una priorità per gli israeliani. Inizialmente servivano per i traffici sotto il confine con l'Egitto - passaggi vitali per ogni cosa, materiale bellico compreso - poi sono diventati uno strumento di difesa e offesa. Devono proteggere i comandanti, diventano postazioni da cui ingaggiare i soldati, sono usati nella parte nord per infiltrarsi nel territorio ebraico. Ad ogni round del conflitto c'è sempre stata la fase della caccia ai tunnel.
Lo sviluppo dell'arsenale - Hamas, insieme ad altre organizzazioni, ha seguito un'evoluzione. All'inizio degli anni 2000 si è affidata ai Kassam, mezzi rudimentali, poco più di tubi dotati di esplosivo, con una portata di pochi chilometri. Quando si chiedeva un commento a Yasser Arafat su queste armi scrollava le spalle, parlava di "fuochi d'artificio". Che però avevano comunque un valore tattico e politico in quanto permetteva ai guerriglieri di colpire - alla cieca - in Israele. Quanto bastava (e basta) per seminare terrore e creare pressione. Dopo vent'anni il quadro è lo stesso, sono solo mutati raggio d'azione e potenza. Le formazioni hanno creato il loro arsenale in due modi. Il primo. Iran e Hezbollah hanno fornito razzi completi e tecnologia per migliorarli; un aiuto condotto attraverso tunnel clandestini che portano in Egitto oppure con il contrabbando via mare. Negli anni passati avevano creato una rete che arrivava da Sudan e Sinai, pipeline poi bloccata da azioni coperte israeliane. Il secondo. Operai palestinesi hanno imparato a costruirli usando residuati, materiale civile, rottami, metalli. Li hanno assistiti elementi locali in contatto con altri all'estero, diventati - quest'ultimi - l'obiettivo di un paio di omicidi da parte del Mossad (in Tunisia e Malesia).
Migliaia di pezzi - Secondo gli esperti nei depositi di Gaza sono conservati almeno 30 mila "pezzi". Da qui un'alta cadenza di tiro. Un'analista citato dal New York Times ha sottolineato che nelle prime 24 ore di conflitto sono stati sparati 470 "proiettili" di vario tipo mentre nella crisi del 2012 erano stati 312 e nel 2014 192. E poco importa se non sono precisi, raggiungono comunque lo scopo. Costringono la gente nei rifugi, possono indurre Israele a passi falsi, fanno vittime. Intanto i palestinesi continuano ad aggiornare la produzione, due giorni fa ci sarebbe stato il battesimo del fuoco per l'Ayyash 250, con portata di 250 chilometri, dedicato a un famoso leader. I gruppi hanno anche impiegato droni esplosivi che sono la copia di un modello iraniano, ulteriore prova della collaborazione stretta.
Lo scudo - Israele si affida allo scudo anti-missile Iron Dome. È efficace, costoso - 50 mila dollari per ogni ordigno - però è sommerso dalle "raffiche", circa 2.000 i razzi sparati. È impossibile stoppare l'ondata progressiva e continua. Pesanti le incursioni con caccia e droni. I target sono le postazioni di lancio, i team di serventi, gli ufficiali. Ma la distinzione tra obiettivi militari e civili in un'area ristretta come Gaza è relativa, le conseguenze sono gravi per i civili. Ed arriva il momento in questo confronto senza fine che Israele deve considerare un'offensiva terrestre con tank, blindati, soldati e mobilitazione di riservisti (per ora 9 mila). È l'opzione meno gradita dallo Stato Maggiore che negli ultimi anni ha preferito affidarsi a missioni "da lontano" usando apparati ad hoc, in particolare l'aviazione. Così ha centrato centinaia di siti in Siria. Entrare nella striscia comporta perdite, è un'invasione in un'area densamente abitata, non garantisce un successo. Inoltre per i guerriglieri - che temono un colpo di maglio - è sufficiente catturare un prigioniero per costringere l'avversario a negoziati non voluti.
di Valerio Fioravanti
Il Riformista, 15 maggio 2021
L'Idaho giustizierà un italoamericano: Gerald Ross Pizzuto. Diciamolo subito, il tipo non ispira simpatia, e nonostante l'Associated Press metta la definizione di "Italo-Americano" nel titolo della notizia, l'uomo è nato in California, seppure da genitori italiani. Pizzuto, che ora ha 65 anni, è stato condannato a morte nel maggio 1986 per il duplice omicidio di Berta e Del Herndon, avvenuto nel 1985. Al momento dell'arresto, Pizzuto era anche ricercato per due omicidi avvenuti qualche mese prima nello Stato di Washington, quelli di Rita Drury e di John Jones. Tutti gli omicidi erano a scopo di rapina, con bottini di poche centinaia di dollari.
L'esecuzione di Pizzuto, che sarebbe la prima in quasi nove anni in Idaho, è stata fissata per il 2 giugno, nonostante l'uomo abbia un cancro alla vescica allo stadio terminale, disfunzioni cardiache rilevanti, episodi costanti di perdita di memoria e di disorientamento generale, e diabete. Al lettino dell'esecuzione dovrà essere portato in sedia a rotelle.
Il progetto giornalistico no profit "The Marshall Project", che si occupa di casi controversi di giustizia penale, sta facendo rimbalzare la vicenda sui media. L'argomento, che negli Usa funziona meglio di tutti gli altri, è lo "spreco di denaro". Perché spendere molto denaro per uccidere un uomo che è già in carcere da 36 anni, da 34 in isolamento nel braccio della morte, e che ha pochi mesi di vita?
Negli scorsi anni i suoi difensori avevano insistito sul basso quoziente intellettivo, 72 punti, che lo collocano appena 2 punti sopra il livello usualmente riconosciuto per la disabilità intellettiva. I ricorsi sono stati respinti, l'ultimo nel 2019, sostanzialmente perché la legge in Idaho (come in molti altri Stati) riconosce come "prova" del ritardo una certificazione ufficiale che sia stata rilasciata all'imputato prima che commettesse il reato, e quasi sempre pretende che questa certificazione sia stata rilasciata prima del compimento dei 18 anni. A causa del rischio di "simulazione", una certificazione successiva, soprattutto se rilasciata durante la detenzione, non ha per le corti un livello probatorio sufficiente.
Pizzuto e un altro detenuto nel braccio della morte dell'Idaho, Thomas Creech, hanno citato in giudizio lo Stato per quella parte del protocollo di esecuzione che consente all'Amministrazione Penitenziaria di modificare l'iniezione letale secondo le proprie necessità, senza una verifica né del Parlamento, né di altre autorità politiche. Questa mancanza di trasparenza viene periodicamente sollevata dai difensori dei condannati a morte, e spesso accolta dalle corti federali. Poi interviene la Corte Suprema degli Stati Uniti, che fino a oggi ha sempre respinto questo tipo di ricorsi, e non c'è motivo di credere che l'attuale composizione della Corte Suprema, con i giudici ultraconservatori nominati da Trump, inverta la tendenza. Un aggiornamento ci dice che l'11 maggio gli avvocati di Pizzuto hanno presentato una richiesta di "clemenza". Argomentano che l'uomo è ricoverato da due anni nel centro clinico della prigione, e i medici penitenziari confermano che non ha un anno di vita.
Gli avvocati ricordano alcune circostanze che all'epoca del processo la giuria popolare non ritenne sufficiente a costituire un'attenuante. A partire dai 6 anni, Pizzuto è stato torturato, sodomizzato e picchiato duramente dal suo patrigno, che in diverse occasioni lo ha anche "venduto" a scopo sessuale ai suoi amici. Come hanno testimoniato i fratelli, il patrigno li picchiava con una frusta, un pungolo per bovini, un frustino da cavallo e grossi bastoni. A volte Pizzuto e i fratelli venivano costretti a dormire in una cuccia, e mangiare cibo per cani. Ha subito ripetute lesioni cerebrali e ha avuto problemi a comunicare, mantenersi pulito e relazionarsi con gli altri bambini.
"Il signor Pizzuto non ha mai avuto una possibilità nella vita. È stato torturato in modi inimmaginabili e sfregiato da violenze selvagge. Nessuno lo ha aiutato. Anche se è troppo tardi per salvare quel bambino, non è troppo tardi per mostrare pietà a Jerry Pizzuto". È vero: Pizzuto, crescendo, è diventato un uomo cattivo, e con le sue vittime è stato feroce, e anche stupido. Forse, come dice Marshall Project, si potrebbe pensare di risparmiare qualche dollaro e lasciarlo morire naturalmente. Oppure, come dicono i suoi avvocati d'ufficio, un attimo di pietà dovrebbe essere mostrato anche nei suoi confronti.
di Cristiano Morsolin*
Vita, 15 maggio 2021
Le storie della missionaria Nadia De Munari e della líder femminista Susana Muhamad ci interrogano sull'ondata di violenza che sta scuotendo le Americhe. Muhamad lancia un appello "Chiediamo all'Italia che, insieme all'Europa, esiga al Presidente Duque di fermare le violenze". "Proprio poche settimane fa Nadia de Munari - ha spiegato il vescovo di Huari (Perú) Mons. Giorgio Barbetta, amico della missionaria uccisa in Perú - preoccupata per i bambini dei sei asili che seguiva, aveva riunito le professoresse per riprendere le attività dopo la quarantena. Correva verso il bene, ma è stata fermata dalla violenza".
"Quanto è accaduto - continua mons. Barbetta - è più grande anche di ciò che Nadia poteva immaginare, il suo sangue, la sua vita, sono diventati seme. E ha messo radici. A Chimbote nessuno potrà più dimenticarla, ma non solo: questo seme metterà radici ancora nel cuore di tanti ragazzi e chi riceverà questo seme sentirà dolore e amore, indissolubilmente uniti. Ma dal dolore, dal non senso, dal freddo scoprirà l'amore. Arriverà a regalare la vita, al desiderio di Dio...perché come ripeteva spesso Nadia "non tenere la vita per te, regalala".
Sono 1.500 i giovani aderenti all'Operazione Mato Grosso OMG, provenienti da tutt'Italia, hanno partecipato al funerale di Nadia de Munari, realizzato al palazzetto dello Sport di Schio, sede del colosso tessile Lanerossi (come documentato da Vita), lo scorso 3 maggio.
Mons. Barbetta ha riassunto la vita di Nadia in cinque frasi. "Non tenere la vita per te, regalala". "Arriva in fretta al dunque". "Insieme da solo non vai da nessuna parte". "Obbedisco". "Preghiamo con la candela accesa". Sono le cinque frasi con cui la missionaria insegnava ai suoi bambini di varie religioni a dialogare con Gesù. Ricordo i campi di lavoro dell'Operazione Mato Grosso in Umbria, in Val Formazza, dove conobbi Giorgio Barbetta, originario della Valtellina ma seminarista ad Assisi, tra 1992-1994. Ricordo le celebrazioni della settimana santa a Cittá di Castello dove realizzavamo piece di teatro per mettere in scena il Vangelo della Pasqua e come centurione trascinavo un Gesú, strattonato e umiliato, nei panni di Giorgio, allora seminarista garbato, nominato poi da Papa Francesco, Vescovo ausiliare delle ande peruviane nel dicembre 2019.
L'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII ha inviato una nota sottolineando che "esprimiamo profondo cordoglio per la brutale uccisione di Nadia De Munari, da 26 anni missionaria laica in Perù dove gestiva una casa famiglia e 6 asili nido per 500 bambini. Lo spirito missionario ci porta ad incontrare l'altro nella sua diversità e bellezza in ogni angolo del mondo sino a donare la vita, come ha fatto Nadia, con infinito amore e dedizione in particolare ai piccoli, tanto amati da Dio. La Comunità Papa Giovanni XXIII si stringe attorno alla famiglia, agli amici dell'Operazione Mato Grosso, alla Diocesi di Vicenza, alla Comunità di Schio, ai suoi piccoli in Perù. Uniti nella preghiera per Nadia De Munari", conclude la nota del Direttore APG23, Giovanni Ramonda. Questo messaggio viene consegnato a Katia de Munari, cugina di Nadia, assessore all'istruzione di Schio, da parte di Silvia de Munari, volontaria della Comunità Papa Giovanni XXIII da otto anni in Colombia.
Parallelamente al funerale della missionaria Nadia de Munari (che conobbi personalmente nel 1992), si sono realizzate altri momenti di preghiera come la S. Messa celebrata dal vescovo, monsignor Giuseppe Schillaci, a Lamezia Terme; a Perugia, dal Centro missionario diocesano di Perugia, attraverso l'iniziativa dei coniugi Diana Santi e Pippo Fiori, a Brescia, dove il centro diocesano Missionario ha sottolineato: "Nadia De Munari, missionaria in Perù uccisa mentre dedicava la sua vita agli altri, e P. Christian Carlassare, vescovo eletto, ferito in un agguato nella sua abitazione in Sud Sudan. La missione ci interroga, ci chiede molto ma ci spinge a non smettere di credere nell'uomo".
Il padre Lorenzo Salinetti, nipote di padre Ugo de Censi (fondatore dell'OMG) e da quet'ultimo inviato in 'missione' in Italia, nella diocesi di Como per rinnovare e ravvivare il cammino della fede nel nostro paese, in particolare tra i più giovani, nel segno degli insegnamenti di San Giovanni Bosco, ha commentato in tre parole chiave la morte di Nadia De Munari: Semplicità, Povertà e Carità. Anche nella parrocchia Jesus Obrero della Perseverancia di Bogotá abbiamo ricordato Nadia de Munari, "vocazione di educatrice, pura, povera, sacrificata in un luogo difficile come invasiones de Nueva Chimbote, la Luce di Nadia, illumina tutta la Chiesa per serviré l'umanitá che soffre".
Proseguono, nel frattempo, le indagini degli inquirenti dopo il barbaro assessinato con machete di Nadia. A Chimbote è arrivato un nucleo specializzato della Direzione nazionale di investigazione criminale della Polizia nazionale. Si parte da un'evidenza: l'aggressione, per le sue modalità e la sua brutalità, è stata intenzionale e non legata a un tentativo di furto. L'unica cosa che l'aggressore ha portato sono due cellulari, tra cui quello della vittima. La Polizia ha informato che sta approfondendo la posizione di quindici persone, tra cui sei minori.
A livello politico, si registra l'importante presa di posizione della presidente del Congresso peruviano, Mirtha Vásquez, che in risposta a un tweet dell'esperto di diritti umani, vicentino d'origine, Cristiano Morsolin, così si esprime: "Sono costernata, la mia condanna e indignazione per questo attacco brutale. Nadia, come molti altri volontari stranieri, viene per vocazione ad aiutare in modo solidale il nostro Paese. Pretendiamo dal Ministero dell'Interno una seria indagine".
Ho incontrato personalmente Mirtha Vásquez, coraggiosa avvocata, attivista ambientale e difensore dei diritti umani, a Cajamarca, nel 2004. Esprimo gratitudine per la sua presa di posizione, che è in sintonia con la richiesta di giustizia arrivata da varie componenti della società civile italiana, come Aspem, Mlal, Associazione Papa Giovanni XXIII. La cugina Katia de Munari, assessore all'istruzione del Comune di Schio, 44 anni, ha spiegato a VITA:"chiediamo aiuto alle istituzioni italiane per riportare Nadia presto a casa e che sia fatta giustizia. Indaghi l'Interpol, hanno già perso tempo prezioso. Mia cugina non aveva soldi da rubare: era in Perù da vent'anni, ha creato sei asili e una scuola elementare ma non percepiva denaro".
Leggo a Katia la testimonianza di Rita Guerrero, accolta nella casa famiglia di Llamellin (Ancash) da Nadia, che considera una mamma: "È tanto il dolore che sentiamo, siamo molte figlie che abbiamo condiviso la vita con la señorita Nadia. Lei ha regalato tutta la sua gioventú - arrivó qui che aveva 24 anni, alla missione del Padre Ugo de Censi, nessun volontario merita questa disgrazia. L'unica cosa che fanno questi volontari italiani é aiutare la povera gente.
Il popolo, el pueblo de Nueva Chimbote deve ringraziare questo aiuto di Nadia ma anche aiutare nelle indagini per investigare questo crimine, che non continui questa maldad tan grande", conclude Rita Guerrero. L'assessore Katia De Munari, cugina di Nadia, risponde: "Carissimo Cristiano, io ti ringrazio infinitamente per quanto hai fatto...un insieme di forze positive hanno fatto in modo di portare a casa Nadia in tempi rapidissimi. Appena possibile vorrei tanto conoscerti di persona. Nel frattempo condivido l'epigrafe che è stata appena ufficializzata. Un caro abbraccio a chi lavora in America Latina, non vi dimentico mai! Ora vado dai miei zii... Ci sentiamo presto... Con calma!".
Andrea Riccardi, storico fondatore della Comunitá di Sant'Egidio sottolinea che "la vita della Chiesa apre all'amicizia con gli altri e alla solidarietà con i loro dolori. È la storia di Nadia, maestra da quattro anni a Nuovo Chimbote, in Perù (ma dal 1995 in quella nazione latinoamericana), una baraccopoli di più di 80 mila immigrati senza servizi. Perché uccidere una donna che faceva solo bene? La sorella avanza un'ipotesi: "Scuola significa istruzione, emancipazione. Non vorrei che questa attività di mia sorella avesse dato fastidio a chi gestisce quelle persone con violenza, sfruttamento e oppressione". È la forza dell'amore e dell'educazione che scuote le radici di poteri oscuri. Nadia ha alle sue spalle la corrente "gloriosa" di solidarietà e volontariato, messa in movimento dall'Operazione Mato Grosso, che ha convogliato tanti verso la partecipazione e la solidarietà con i bisogni del mondo. Uno dei principi ispiratori era all'inizio: "Rompere il guscio della famiglia, della parrocchia, della nazione: è essere missionari", conclude Riccardi.
Il 28 aprile ho seguito via Facebook il funerale di Nadia de Munari in Nuova Chimbote e cosí arrivai tardi alla marcia nel centro storico di Bogotá, che dopo 16 giorni ha provocato un trágico bilancio di 50 giovani manifestanti uccisi dalla polizia ed Esmad (forze di sicurezza anti-sommossa), 1.400 giovani vittime di abusi arbitrari della polizia, centinaia di arresti illegittimi, 30 feriti agli occhi, per soffocare la protesta sociale, secondo organismi come ONG Tambores. Come punto di osservazione utilizzo la piazzetta davanti al Museo Nazionale; arrivai mezz'ora dopo che un poliziotto in moto, uscito dalla sede di San Diego, ha sparato contro la studente Natalia, 21 anni, che ha perso l'occhio destro dopo un'operazione d'emergenza all'ospedale San Ignacio.
Credo che Nadia de Munari mi abbia protetto la vita... Benedetto della Vedova, sottosegretario agli Esteri, chiede al Presidente Duque un dialogo con gli organizzatori del paro nacional, affermando que "la situazione in Colombia dal 28 aprile, primo giorno dello sciopero generale per protestare contro la riforma fiscale, a oggi è sempre più fuori controllo, con un numero di morti e feriti inaccettabile. Il governo deve garantire il diritto legittimo di manifestare mettendo sotto controllo l'uso eccessivo della forza da parte degli apparati di sicurezza. Il Presidente Duque intavoli subito un dialogo reale con i leader della mobilitazione sociale per trovare soluzioni condivise.
Con 3 milioni di positivi e 77 mila morti da coronavirus, un debito pubblico balzato a 20 miliardi di dollari e un tasso di disoccupazione raddoppiato negli ultimi cinque mesi, è urgente concentrare ogni sforzo sulla lotta alla pandemia, mettendo fine alle violenze e garantendo il rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto", conclude Della Vedova.
Ma la lotta alla pandemia é davvero la prioritá del popolo colombiano? Lo domandiamo in intervista esclusiva per Vita, a Susana Muhamad, líder feminista, attuale consigliera comunale trentenne (Colombia Humana) e nel 2014 giovanissima Assessore all'Ambiente di Bogotá (con il sindaco progressista Gustavo Petro), che mi ha invitato all'udienza aperta del Consiglio Comunale della capitale colombiana nella plaza Bolivar, per ascoltare le vittime della repressione statale, in maggioranza giovani, svoltasi sabato della settimana scorsa.
Susana Muhamad, leader femminista, spiega in esclusiva a Vita: "Ringraziamo Papa Francesco per la sua preoccupazione per il popolo della Colombia. La notte scorsa di mercoledì 12 maggio abbiamo accompagnato, insieme a altri colleghi della Commissione Diritti Umani del Consiglio comunale della nostra metropoli Bogota, il corridoio umanitario nella Piazza davanti al Portal Americas del Transmilenio. Da 16 giorni osserviamo le varie assemblee popolari che migliaia di giovani, donne, operai, maestre, sindacalisti stanno organizzando nelle varie periferie di Bogotá, ma parallelamente anche a Aguablanca, Puerto de la Resistencia in Cali, Comuna 13 di Medellin e molti altri posti.
Sono forme di democrazia partecipativa, iniziata dal 28 novembre 2019 (che ha coinvolto 3 milioni di colombiani in un solo giorno), dove la cittadinanza si organizza in modo pacifico senza usare armi, senza violenza di genere, forme di resistenza e non-violenza attiva per costruire dal basso alternative di base contro la povertá, la diseguaglianza, l'esclusione. Esplode l'indignazione di un intero popolo perché con la pandemia il 40% dei bogotani soffre fame ed esclusione, con tragici livelli di povertà come vent'anni fa nel 2000.
Solo la notte scorsa la polizia ed Esmad ha represso con spari, assalti con blindati, gas lacrimogeni lanciati indiscriminatamente anche nei condomini attorno Portal Americas (zona Kennedy, al sud del mercato all'ingrosso di frutta e verdura Corabastos, un milione di abitanti), mettendo in pericolo la vita di bambini e anziani (come settore Alamedas de San José 2), una notte di terrore con 10 casi di tortura, 30 giovani feriti per l'uso di armi da guerra come Vernon, blindati ed elicotteri, uno stato di guerra inaccettabile contro i civili: Dyana 17 anni, ferita gravemente alla testa ed Esmad (forze anti sommossa) non permetteva arrivo ambulanza, spari alle missioni mediche".
Susana Muhamad ha rifiutato la scorta e l'auto blindata per rimanere a fianco del suo popolo, senza "privilegi". Ha incontrato Papa Francesco in Vaticano nel luglio 2015, sembra fragile per il suo portamento minuto ma leggo nei suoi occhi la passione della militanza sociale e politica. La mobilitazione della moltitudine, della protesta sociale in 16 giorni di marce, assamblee, ollas populares (mense popolari) spesso represse nel sangue, ha provocato la dimissione del ministro dell'economia Carrasquilla, e proprio oggi della Ministra degli Esteri Blum, il rifiuto della reforma tributaria, ma el pueblo continua a protestare, a marciare, a scendere in Piazza.
Susana Muhamad lancia un appello finale dalle colonne di Vita: "Chiediamo all'Italia che, insieme all'Europa, esiga al Presidente Duque di bloccare il massacro del pueblo, di adottare il reddito di cittadinanza universale come chiede Papa Francesco, di adottare politiche di inclusione, sostenendo l'economia civile e popolare, lottando contro la corruzione e i privilegi dell'elite dopo 50 anni di conflitto armato interno e 8 milioni di vittime". Chiediamo all'Europa che utilizzi la cooperazione internazionale per proteggere le donne difensoras dei diritti umani, perseguitate come Daniela Soto, 19 anni, orgoglio della lotta non violenta della guardia indigena del Cauca, ferita gravemente la domenica scorso a Cali da civili, a fianco di poliziotti, che le hanno sparato in un convoglio umanitario della Minga dell'organizzazione indigena del Cric".
*Esperto di diritti umani in America Latina, dove vive dal 2001.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 15 maggio 2021
Situazione umanitaria gravissima, almeno 200 gli edifici colpiti dai raid israeliani. Ancora missili di Hamas su Israele. in Cisgiordania i soldati sparano contro i dimostranti: 10 morti. "Mio marito è ancora sotto shock, i bombardamenti israeliani di ieri sera (giovedì) su Gaza sono stati incessanti. Era con altre persone in una stanza quando una cannonata ha colpito la casa accanto. Il boato è stato enorme, fumo e fiamme hanno avvolto tutto intorno, anche dove era lui. È scappato mentre le cannonate cadevano breve distanza e non si fermavano, neanche per un minuto". Emanuela Franco ci parla dall'Italia dove è tornata lo scorso marzo. A Gaza ci viene tutte le volte che può, quando ottiene il permesso di ingresso, per trascorrere qualche mese assieme al marito, Mohammad Abouda. Poi, scaduto il visto, deve andare via. Emanuela e Mohammad hanno provato più volte a trasferirsi in Italia ma lui non ha ancora ottenuto il lasciapassare dalle autorità palestinesi, israeliane ed egiziane per uscire da Gaza. Va avanti così da anni. "La nostra abitazione a Gaza - ci spiega Emanuela - è a tre chilometri dal valico di Erez. nell'area di Beit Hanoun, la più vicina al confine orientale con Israele e presa di mira quando c'è la guerra. E così è andata anche stavolta".
Mohammad ha raccontato ad Emanuela del terrore provato dalla gente di Beit Hanoun e della rassegnazione di tanti a qualsiasi destino. In casa è pericoloso ma nonostante le bombe e le cannonate alcune famiglie preferiscono restare nelle proprie abitazioni e non finire nelle scuole dell'Unrwa (Onu) dove vivrebbero ammassate nelle aule. Almeno 10.000 palestinesi sono fuggiti e altri lo faranno nei prossimi giorni seguendo il copione del 2014 quando fiumi di persone si misero in marcia per sottrarsi ai bombardamenti dell'operazione Margine Protettivo. Il premier Netanyahu ripete che la campagna militare andrà avanti per dare una dura lezione ad Hamas. E il portavoce militare riferisce che Israele ha colpito nella notte tra giovedì e venerdì 150 siti di Hamas, con 160 missioni aeree compiute in pochi minuti per distruggere una rete di tunnel sotterranei. Diversi membri di Hamas inoltre sarebbero rimasti stati uccisi in conseguenza di un annuncio diffuso, pare, intenzionalmente dal portavoce militare dell'inizio dell'offensiva di terra all'interno di Gaza che li avrebbe spinti a scendere nei tunnel poi presi di mira dall'aviazione. Israele aggiunge che anche ieri che sono stati eliminati numerosi capi e militanti delle Brigate Al Qassam (Hamas) e di aver inflitto distruzioni e perdite senza precedenti al nemico. Eppure il movimento islamico anche ieri ha lanciato razzi da Gaza verso il territorio meridionale israeliano - 140 dalle 7 alle 19 - provocando danni e feriti in diverse città e superando non poche volte il sistema di difesa Iron Dome. La vita a sud di Tel Aviv e verso il Neghev è rallentata. La popolazione vive tra casa e i rifugi dove si precipita quando l'urlo delle sirene si diffonde nei centri abitati presi di mira. Sono 8 i morti e decine i feriti in Israele.
A Gaza sono i civili a pagare il prezzo di sangue più alto dei bombardamenti. Rappresentano circa la metà dei 125 uccisi fino a ieri sera, tra i quali 31 ragazzi e bambini e 20 donne. I feriti sono oltre 900. I danni materiali appaiono già ingenti. Più di 200 edifici sono stati distrutti negli ultimi cinque giorni. Salma Hijazi, residente a Gaza city, ci diceva ieri che "è peggio del 2014, gli israeliani stanno puntando a terrorizzarci con i loro attacchi aerei notturni". Hijazi lancia l'allarme sulla situazione umanitaria: "le infrastrutture rischiano di crollare, la centrale elettrica non avrà più il gasolio per funzionare e gli ospedali vanno verso il collasso". L'Onu ieri ha chiesto alle autorità israeliane e ai gruppi armati palestinesi di permettere immediatamente la consegna di carburante, cibo e forniture mediche.
Quella di ieri è stata anche la giornata di un bagno di sangue in Cisgiordania, alla vigilia della Nakba in cui i palestinesi commemorano la perdita della terra e l'esodo di centinaia di migliaia di profughi. Dopo le preghiere di mezzogiorno, migliaia di persone, in maggioranza giovani, hanno manifestato in oltre venti località contro l'occupazione, a sostegno degli abitanti di Gaza e Sheikh Jarrah (Gerusalemme) e contro le frequenti scorribande dei coloni israeliani nei villaggi palestinesi. Ai lanci di sassi e bottiglie che partivano da dietro le colonne di fumo nero che si alzavano dai copertoni in fiamme, i militari israeliani hanno risposto sparando: dieci i palestinesi uccisi, decine di feriti. In serata si è aggiunta un'undicesima vittima, colpito, dicono i palestinesi, dal fuoco dei coloni israeliani a Iskaka (Salfit). Un bilancio così alto di vittime in Cisgiordania, in una sola giornata, non si registrava da anni.
Per oggi sono annunciate nuove proteste, sull'onda anche dell'appoggio che i palestinesi ricevono dalla popolazione giordana e dal Libano dove si sono svolte manifestazioni per la Palestina e la Nakba. Ieri un manifestante sul versante libanese del confine è stato ucciso dal fuoco dei soldati di Israele. Si è poi appreso che era un attivista di Hezbollah. Dalla Siria sono stati lanciati tre razzi verso Israele ma non è chiaro che i due fatti siano collegati.
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