di Stefano Zurlo
Il Giornale, 21 giugno 2021
Il giurista: "Un referendum sulla giustizia è costituzionalmente ammissibile". Non ci sono ancora, ma fanno già litigare. Giuseppe Santalucia, presidente dell'Anm, ritiene che i referendum sulla giustizia siano inammissibili.
di Federico Capurso
La Stampa, 21 giugno 2021
La ministra: la riforma della giustizia cambierà tutto ciò che si deve cambiare. Di fronte alla crisi in cui è sprofondata la magistratura italiana, la Guardasigilli Marta Cartabia non si nasconde dietro "parole di convenienza" e invoca la forza dei "buoni modelli". Se da una parte emergono storture e scandali, dall'altra "si devono valorizzare di più i tanti Livatino in silenzio", dice dal palco del festival di Taormina Taobuk.
di Simona Musco
Il Dubbio, 21 giugno 2021
Intervista all'ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: ll referendum è una buona occasione "per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia". Il referendum è una buona occasione "per dare uno scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia". E l'abrogazione della legge Severino non solo è giusta, ma anche necessaria per far ripartire il Paese. A dirlo è Carlo Nordio, ex procuratore aggiunto a Venezia.
Radicali e Lega propongono l'abrogazione della legge Severino. È d'accordo?
Sostengo da sempre l'abrogazione di questa legge, che è nata male, in quanto è stata applicata subito nei confronti di Berlusconi in modo retroattivo. E da lì si è vista l'anomalia di questa legge, perché aveva colpito una persona per un fatto commesso prima dell'entrata in vigore della legge stessa. Alle critiche come la mia, si rispose che la sanzione della decadenza dall'incarico pubblico non era una sanzione penale, che come tale sarebbe stata ovviamente irretroattiva, ma e amministrativa. Al che io risposi, e non fui il solo, che si trattava di una risposta ignorante, perché anche le sanzioni amministrative sono irretroattive, come previsto dalla legge del 1989 e anche dal 231 sulle sanzioni amministrative degli enti. Al che si disse che si trattava di una sorta di condizione di permanenza in una carica pubblica e che quindi, non essendo sanzionatoria, poteva essere retroattiva. Ma il punto è che si tratta pur sempre di una norma afflittiva e tutte le norme afflittive seguono il principio dell'irretroattività.
Cosa dimostra questo?
Che questa legge non è stata fatta dopo una opportuna valutazione tecnica, ma per ragioni di demagogia politica. Ed è nata male come tutte le norme che nascono con questa motivazione. In secondo luogo confligge con la Costituzione, che stabilisce la presunzione di innocenza, dato che è applicabile anche alle sentenze che non sono passate in giudicato. Ma secondo me è anche inopportuna perché ha un effetto deterrente nei confronti di chiunque ambisca a cariche pubbliche. E qui mi aggancio ad un'altra proposta -che non è nel referendum ma io spero che questo o il prossimo governo attui - che è in questo momento invocata dai sindaci, ovvero l'abolizione di reati come l'abuso d'ufficio e il traffico di influenze, che sono alla base della cosiddetta amministrazione difensiva. È tutto un complesso di norme che secondo me va eliminato, per ridare fiato alla pubblica amministrazione e, quindi, per un'utilità concreta, in vista anche di una ripresa economica del Paese.
È la famosa "paura della firma"...
Esatto e provoca la paralisi o il rallentamento della pubblica amministrazione per la paura che un domani si possa essere denunciati. I sindaci chiedono da anni questa revisione e se non avviene la pubblica amministrazione non riparte. E se non riparte la pubblica amministrazione non riparte nemmeno l'economia. C'è un discorso concreto e urgente da fare, in vista anche dei soldi che l'Europa dovrà darci con il Recovery Fund.
Il referendum, secondo lei, è una buona occasione o ha ragione chi dice che in questo modo il Parlamento viene esautorato?
Sulla formulazione tecnica dei quesiti ho qualche dubbio, ad esempio sulla responsabilità civile dei magistrati, ma questi dubbi spariscono o sono superati da un fatto molto più strategico: questo referendum è l'unica occasione per dare un forte scossone al sistema giudiziario italiano che è incancrenito e che questo Parlamento non riuscirà mai a cambiare. Non è un sovrapporsi al Parlamento, è fare ciò di cui il Paese ha bisogno e che il Parlamento non è in grado di fare, perché sulla giustizia penale è dannatamente diviso e, anzi, è dominato da una corrente che potremmo dire "giacobina", giustizialista. Una maggioranza che probabilmente col prossimo Parlamento cambierà, ma che con questo non è assolutamente in grado e non ha nemmeno intenzione di fare quelle riforme fondamentali, con la revisione totale del nostro sistema, soprattutto penale. E poiché questo governo, anche giustamente, ha delle altre priorità, come la sanità e l'economia, l'urgenza della riforma della giustizia è messa da parte.
Quindi manca la volontà politica?
Si vede perfettamente che questo Parlamento, al di là delle priorità, le riforme sulla giustizia non le vuole fare, perché si è già diviso su tutte le questioni più importanti.E poiché le riforme sono indispensabili, ma non sono certo quelle proposte da Cartabia, che ha le mani legate dall'esistenza di un Parlamento che non glielo farebbe mai fare, il referendum è l'unica, vera, grande occasione per dare un forte scossone a questa pergamena marcita che è la giustizia italiana, che va rifatta da capo a fondo. Altra cosa è avere dei dubbi, ed io li ho, sulla perfezione tecnica di alcuni quesiti e se devo dirla tutta anche sull'opportunità della responsabilità civile dei magistrati.Perché è inutile colpire un magistrato incapace sul portafoglio, dal momento che è assicurato, va colpito sulla carriera o addirittura sul mantenimento del posto che occupa. Un magistrato che non sa fare il magistrato va cacciato via dalla magistratura.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 21 giugno 2021
La relazione annuale dell'Anac, presentata alla Camera dal presidente, Giuseppe Busia, trova in ascolto parlamentari ben diversi da quelli che la avevano accolta un anno fa. I nomi degli eletti sono gli stessi, certo; ma sono cambiate le collocazioni, i posizionamenti, le strategie. L'ampia maggioranza si ammanta oggi del vestito liberale e europeo tornato di gran moda con Draghi. Ed ecco che i toni dell'Autority si fanno sfumati, le ragioni dell'impresa più sonore, più accomodanti le risposte della politica. Si ribalta il modello dell'epoca che fu. "Archiviano Cantone", titola un'agenzia. Andiamoci piano. Però la nuova Anac vuole rimangiarsi un po' la storia da "mani di forbice", da grande censore contabile, quando non etico, di appalti e subappalti, accordi e disaccordi.
Si parte dall'assunto con cui viene presentata la mission di Anac per il futuro: assistere la Pubblica amministrazione nello spendere meglio, indica gli standard di spesa, le condizioni ottimali. Indica, tutela, non vieta e non condanna. Il presidente Busia vuole chiudere la stagione della caccia alle streghe e accompagnare quella del Recovery senza porsi ad ostacolo. Lo scandisce in aula: "Lungi dall'essere un freno all'attività amministrativa, l'Anac, al contrario, fornisce supporto e assistenza, aiuta le stazioni appaltanti ad utilizzare correttamente le risorse pubbliche e a risparmiare, acquisendo beni e servizi migliori per la stessa amministrazione e i cittadini". La nuova linea riceve applausi da tutti, o quasi. Vanno semplificate le procedure, accelerate le assegnazioni, incentivati gli affidamenti diretti quando le opere sono urgenti, come insegna il modello Genova. Si immagini il parere di Cantone o quello di Davigo su questo punto.
E si paragoni con Busia, ieri in aula: "Si deve guardare con favore l'indicatore in termini di incremento degli affidamenti". Il dato c'è. "Spicca l'aumento del 242% dell'affidamento diretto di lavori fino a 150 mila euro registrato nel secondo semestre del 2020. Tale tendenza potrebbe essere addirittura accentuata a seguito dell'emanazione del decreto legge Semplificazioni-governance, che ne estende la portata per i servizi e le forniture entro la soglia di 139 mila euro fino al 30 giugno del 2023". E risuona: "Guardiamo con favore". Applausi. I più riottosi sono seduti al centro, sui banchi a Cinque Stelle. Eletti per fare i corsari antisistema, si trovano Conte e Di Maio a imboccare l'inatteso tornante della storia che li proietta sulla strada incognita dei "liberali moderati e garantisti".
Roberto Fico, padrone di casa, deve togliersi dall'incomodo: "La necessità di una semplificazione del quadro normativo, relativo ai controlli e alle procedure per gli appalti, è innegabile. L'eccessiva complessità degli strumenti esistenti genera infatti oneri per imprese e cittadini e ritardi nella realizzazione di opere pubbliche.
Tuttavia ciò non implica affatto la cancellazione dei controlli preventivi di legalità; essi vanno piuttosto snelliti, resi più rapidi, anche utilizzando le potenzialità della digitalizzazione, ed adattati ai diversi contesti, ad esempio alla dimensione dell'ente vigilato". Poi Fico lancia un numero: "Mi ha impressionato sapere che nel 2020 ci sono stati 1700 richieste di parere rivolte ad Anac". Troppe, ne conviene. E via alle reazioni dell'aula che risponde consonante, distesa, positiva, mai tanto collaborativa con il mondo dell'impresa e della pubblica amministrazione che la grande muraglia dell'anticorruzione teneva a distanza di sicurezza.
Giuseppe Busia dice al Riformista: "La discrezionalità amministrativa è, e deve rimanere, una componente essenziale dell'attività contrattuale pubblica. Perché possa essere esercitata correttamente, richiede, però, stazioni appaltanti adeguatamente strutturate e dotate di elevate competenze specialistiche. La perdurante assenza delle stesse è invece fonte di ritardi e di sprechi, anche quando non sfocia in fenomeni corruttivi".
Gli chiediamo conto di quanti temono di approvare un provvedimento che forse costerà loro una bella indagine per abuso d'ufficio, quando non di più. "In tempi di emergenza - ci risponde Busia - si è inteso ovviare alla cosiddetta "paura della firma" circoscrivendo eccezionalmente il perimetro del danno erariale. Il perpetuarsi di tale scelta normativa è il risultato di un doppio fallimento: da un lato, l'assenza di disposizioni sufficientemente chiare per definire correttamente l'ambito nel quale può e deve esercitarsi la discrezionalità amministrativa. E, dall'altro, ancora una volta, l'assenza di competenze adeguate nella pubblica amministrazione, indispensabili per esercitare in modo responsabile tale discrezionalità".
Come uscirne, dunque? "L'Autorità ha formulato alcune proposte per bilanciare opportunamente qualità, trasparenza e rapidità di azione, concentrandosi soprattutto su digitalizzazione dei contratti pubblici e qualificazione di stazioni appaltanti e imprese".
I dati sul whistleblowing parlano chiaro: il provvedimento su cui M5S aveva tanto insistito si è rivelato un flop totale. Le segnalazioni sono in calo del 28,7% rispetto all'anno scorso, oltre il 90% di quelle processate sono archiviate o ritenute "prive di affidabilità". Gli ex giacobini si guardano smarriti. Poi, timidamente, qualcuno ritrova l'iniziativa: "Beh, potremmo candidare l'Italia a ospitare l'autorità Antiriciclaggio", dice in aula la grillina Francesca Galizia, capogruppo in commissione politiche Europee. Ottima idea, Beppe Sala però aveva già offerto gli spazi a Milano due settimane fa.
di Guido Neppi Modona
Il Riformista, 21 giugno 2021
La legittimazione della magistratura, che nel nostro ordinamento democratico si basa sul consenso e sulla credibilità del corpo giudiziario presso l'opinione pubblica, sta attraversando un periodo molto difficile. Mi limito qui a richiamare quanto è emerso dalla sciagurata vicenda Palamara, che ha svelato in tutto il suo squallore un sistema che ha messo nelle mani delle correnti tutto ciò che riguarda lo stato giuridico dei magistrati.
Assegnazione della sede, trasferimenti, promozioni, incarichi direttivi, applicazioni presso istituzioni e uffici esterni alla magistratura sono stati lottizzati sulla base di una logica spartitoria a seconda dell'appartenenza alle varie correnti, attraverso un sistema di raccomandazioni e di scambi di favori a cui hanno dovuto sottomettersi molti, troppi magistrati per perseguire le loro legittime aspettative di carriera. Di questa brutta storia, documentata nel libro-intervista rilasciata da Palamara a Alessandro Sallusti, si è già molto parlato. Oggi intendo occuparmi, senza entrare nei particolari dei singoli casi, di come sia stato possibile che alcuni organi giudiziari monocratici, quali sono i pubblici ministeri e i giudici per le indagini preliminari, abbiano impunemente svolto in modo improprio le loro funzioni, senza alcun intervento dei titolari degli organi di supremazia e di controllo. Mi riferisco, evidentemente, ai capi dei rispettivi uffici, al Consiglio Superiore della Magistratura (Csm), al ministro della Giustizia.
Nel corso delle vicende che hanno turbato il normale funzionamento della giustizia abbiamo registrato dei grandi assenti, a seconda dei casi i procuratori della Repubblica presso i tribunali e i procuratori generali presso le Corti di appello, i presidenti dei tribunali e delle Corti di appello. Salvo il caso della tragedia della funivia del Mottarone, in cui è stata la stessa procuratrice della Repubblica di Verbania a esser messa in discussione, nelle altre vicende non mi risulta che siano intervenuti i capi degli uffici. E proprio di loro vorrei occuparmi. L'organizzazione delle attività svolte dai giudici dei tribunali non spetta, come nel passato, ai capi dei rispettivi uffici, che decidevano discrezionalmente come distribuire le funzioni e i casi ai singoli magistrati, ma è sorretta dal principio costituzionale del "giudice naturale precostituito per legge". In base a questo fondamentale principio, posto a tutela dell'indipendenza e dell'imparzialità del giudice, i magistrati sono assegnati alle diverse funzioni secondo il cosiddetto sistema tabellare.
Il capo dell'ufficio predispone ogni tre anni piani organizzativi circa la distribuzione delle funzioni e del lavoro tra i giudici, che vengono sottoposti alla valutazione degli stessi magistrati e del consiglio giudiziario del distretto di corte di appello prima di essere inviati per l'approvazione del Csm. Si formano così le "tabelle" che stabiliscono secondo criteri obiettivi e predeterminati le funzioni e i casi di cui sarà titolare ciascun giudice, che diviene così il "giudice naturale precostituito per legge", che non può essere sostituito se non nei casi tassativamente previsti dalla legge. Al riguardo, è presumibile che la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Verbania sia stata legittimamente sostituita perché secondo le "tabelle" il disastro della funivia spettava alla collega che era il giudice naturale precostituito per legge, mentre la giudice che aveva preso in esame la convalida dei fermi era intervenuta essendo quel giorno di turno per gli affari urgenti.
Del tutto intempestivo è stato quindi l'intervento dell'Unione delle Camere Penali Italiane, che ha denunciato la gravissima violazione del principio del giudice naturale, senza verificare quali fossero secondo le tabelle i rapporti tra i due giudici del Tribunale di Verbania. Meno rigide sono invece le tabelle relative agli uffici del pubblico ministero: il procuratore della Repubblica può infatti revocare, con provvedimento motivato e ricorribile al Csm, la delega per i casi che erano stati discrezionalmente assegnati ai singoli sostituti procuratori. Da questo quadro emerge la grande importanza che assume il ruolo del capo dell'ufficio, sia esso il presidente del tribunale o il procuratore della Repubblica, ai fini del buon funzionamento della giustizia in casi di particolare gravità e complessità quale è appunto la tragedia della funivia del Mottarone.
Il giudice "naturale precostituito per legge" a cui secondo le tabelle è assegnata la pratica dovrebbe essere opportunamente affiancato dal presidente del tribunale o da altro magistrato da lui designato; nel caso della funivia del Mottarone par di capire che titolare dell'inchiesta fosse la stessa presidente del piccolo Tribunale di Verbania e forse allora sarebbe spettato al presidente della Corte di Appello di Torino affiancarle a titolo di sostegno altro magistrato temporaneamente applicato da altra sede. Più semplice invece, come abbiamo già visto, la situazione degli uffici della Procura, ove non vige il principio del pubblico ministero naturale precostituito per legge.
Qui il procuratore della Repubblica può discrezionalmente assegnare la pratica al sostituto procuratore che ritiene essere più adatto per quel determinato caso, ma anche in tale contesto nei procedimenti di particolare gravità il capo dell'ufficio dovrebbe sempre affiancare in prima persona il sostituto procuratore, fermo restando il suo potere di delegare altro o altri sostituti e di revocare quello già nominato. Vi sono dunque tutte le premesse perché le indagini sulla tragedia del Mottarone, particolarmente difficili e complesse sia per l'accertamento delle cause tecniche del disastro, sia per l'individuazione degli imputati cui attribuire la responsabilità a titolo di colpa, procedano sollecitamente, rispondendo al prepotente bisogno di giustizia dei parenti delle vittime e di sicurezza dell'opinione pubblica.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 21 giugno 2021
Intervista al senatore Enrico Buemi sull'iniziativa referendaria di Lega e Radicali: "Serva una riforma seria del Csm non ci sarà una giustizia giusta". Enrico Buemi, senatore socialista che nella passata legislatura fu primo firmatario e promotore di una riforma sulla responsabilità civile dei magistrati, non ha dubbi nell'accogliere favorevolmente la nuova iniziativa referendaria del Partito Radicale. Ma non basta: per una giustizia giusta occorre riformare seriamente il Csm e la geografia giudiziaria.
Lei è d'accordo con il quesito referendario per la responsabilità diretta dei magistrati?
Assolutamente sì. Ritengo che la norma in vigore sia comunque frutto di un compromesso che ho dovuto subìre in sede parlamentare nella precedente legislatura. Dal punto di vista dell'agibilità dell'esercizio della responsabilità in senso concreto e rapido è evidente che deve esserci una possibilità di agire direttamente verso il magistrato che ha commesso degli errori, identificati ora nella norma nel dolo o colpa grave.
Tuttavia, il magistrato non può essere chiamato a rispondere per la sua attività di interpretazione di norme di diritto o di valutazione del fatto e delle prove...
Intanto dobbiamo migliorare la legislazione vigente e quindi la puntualità della norma rispetto alla fattispecie, che è lasciata un po' troppo a delle discrezionalità. Poi più riusciremo a circoscrivere la discrezionalità del magistrato e più risponderemo alle esigenze di giustizia.
Come replicare a chi ritiene che una simile norma mette in pericolo l'autonomia dei magistrati, li intimidisce e li induce a decisioni poco coraggiose?
Non c'è limitazione dell'autonomia, bensì dell'arbitrio del magistrato che, non chiamato a rispondere direttamente dei suoi comportamenti, amplia moltissimo l'ambito della sua discrezionalità. D'altra parte le vicende giudiziarie di questi ultimi mesi dimostrano quanto malaffare c'è anche all'interno della magistratura.
Cosa ne pensa invece della responsabilità professionale, sponsorizzata molto dall'Unione Camere Penali?
I giudizi di merito sui comportamenti dei magistrati devono essere espressi non solo con parametri di tipo politico ma anche valutando concretamente i comportamenti. Per esempio un eccessivo numero di sentenze riformate devono costituire un elemento di valutazione, così come i tempi del procedimento. È vero che ci sono processi più complessi e processi meno complessi, però siamo ben lontani dal principio costituzionale della ragionevole durata del processo. Se un processo si protrae troppo a lungo vuol dire che al suo interno ha degli elementi di inefficienza rintracciabili nel sistema ma anche nel comportamento dei magistrati: spesso non depositano una sentenza in tempi accettabili, oppure si prendono tempi troppo lunghi per la nomina dei periti tecnici. La colpa non può essere sempre del bajon.
Nel 1987 l'esito popolare del referendum fu tradito dal Parlamento. Adesso la Lega di Matteo Salvini invece dice che sarà custode dell'eventuale risultato positivo. Lei è fiducioso?
Questo è un punto critico: le giravolte della Lega secondo le convenienze politiche del momento sono note e non appartengono solo all'ultimo periodo. Io mi fido molto di più delle posizioni del Partito Radicale e del Partito socialista di cui faccio parte: le battaglie per una giustizia giusta le abbiamo condotte sempre insieme e bisogna continuare a farlo, portando avanti anche altre lotte.
Quali?
Per esempio quella dell'autogoverno della magistratura. Se non c'è una riforma seria del Csm, non ci sarà possibilità di avere una giustizia giusta. Nella precedente legislatura avevo presentato una proposta che taglierebbe completamente il rapporto tra Anm e Csm, prevedendo un elettorato passivo - delimitato solo dall'anzianità di servizio e dall'assenza di demerito - base per un sorteggio dei membri del Csm. Poi c'è da risolvere il problema della geografia giudiziaria. Anche qui abbiamo una specie di riforma incompiuta che aveva come obiettivo strategico quello di qualificare l'azione dei presidi giudiziari, eliminando delle situazioni ridondanti e nello stesso tempo concentrando le professionalità su tribunali più importanti. Ha avuto però il demerito di trascurare completamente gli elementi della geografia economica, infrastrutturale e delle problematiche giudiziarie penali e civili. In tal senso sono favorevole alla commissione voluta dai Dicasteri del Sud e della Giustizia per essere il più possibile al fianco degli uffici giudiziari del Mezzogiorno.
L'imputato ai domiciliari ha diritto di essere tradotto in udienza anche in assenza di sua richiesta
quotidianogiuridico.it, 21 giugno 2021
La parola alle SS.UU.. Cassazione penale, Sez. VI, ordinanza 11 giugno 2021, n. 23147. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la sentenza con cui la Corte d'appello aveva confermato il giudizio di condanna espresso in primo grado nei confronti di un imputato, evaso dagli arresti domiciliari senza autorizzazione dell'autorità giudiziaria, la Corte di Cassazione penale, Sez. VI, con l'ordinanza 11 giugno 2021, n. 23147 - nell'esaminare il primo motivo di ricorso proposto dalla difesa che si era doluta per la mancata traduzione del proprio assistito all'udienza di primo grado, in quanto all'epoca detenuto agli arresti domiciliari, per non aver egli chiesto di essere tradotto - ha preso atto dell'esistenza di un contrasto giurisprudenziale in materia, ed ha conseguentemente deciso di rimettere alle Sezioni Unite penali la seguente questione giuridica controversa: "Se la detenzione dell'imputato agli arresti domiciliari per altra causa, sopravvenuta nel corso del processo, integra un'ipotesi di legittimo impedimento a comparire, precludendo la celebrazione del giudizio in assenza, anche quando risulti che l'imputato medesimo avrebbe potuto informare il giudice del sopravvenuto stato di detenzione in tempo utile per la traduzione".
di Annamaria Bernardini De Pace
La Stampa, 21 giugno 2021
Il gruppo aveva agito "con pervicacia, crudeltà e disinvoltur" senza "alcuna remora" nel portare a termine stupro e omicidio. Il branco era composto da quattro africani, che avevano circuito Desirée Mariottini, le avevano ceduto e somministrato sostanze stupefacenti e psicotrope, per poi violentarla e lasciarla morire.
È più che naturale che la madre, alla lettura della sentenza, che ha inflitto a due l'ergastolo e agli due 27 e 24 anni di galera, abbia detto "non è stata fatta giustizia"; tanto più che per uno di loro c'era la possibilità di tornare libero. Io penso che qualsiasi genitore cui sia stato ucciso, peraltro così ferocemente, un figlio, nel proprio intimo vorrebbe perfino vedere morti gli assassini e valuti qualsiasi pena del tutto inadeguata all'orrore commesso e al proprio infinito dolore. A meno che, quel genitore, non sia un santo o quantomeno profondamente religioso. Poi, tutti i giornali hanno riportato che la madre si è sentita "rasserenata" dal sapere che non era più tornato libero il delinquente che sembrava colpito da improvvisa fortuna per un'insperata uscita dal carcere.
Noi cittadini, peraltro, non riusciamo mai a capire che cosa sempre succeda tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, e perché ogni volta ci debbano confondere con i loro dissidi, gli equivoci, le prese di posizione, gli aggiustamenti dell'ultimo minuto. Ecco, forse da qui parte la grande sfiducia che tutti abbiamo nella giustizia e nei magistrati e che ci impedisce di accettare con rispetto qualsiasi sentenza. Errori giudiziari, imprecisioni, distrazioni, lentezze, competizione tra giudici indolenti e procure insolenti; poteri esagerati dei pubblici ministeri, anche come raccontati da Palamara, perché insiti nelle modalità elettive del Csm.
Siamo tutti noi i primi a criticare e disperarci per l'involuzione della giustizia, che in un paese civile dovrebbe essere inattaccabile. E possiamo mai criticare una madre che dice, con il cuore grondante di disperazione, "non è stata fatta giustizia "? No certamente; però la stampa non può fare da eco acritica a questa istintiva reazione. Non c'è dubbio che l'incarcerazione degli assassini di Desirée risponda a esigenze di tutela concreta della collettività. D'altra parte, come potrebbe la collettività non temere chi pronuncia frasi come: "meglio lei morta che noi in galera"?
Nessuna empatia, peraltro, per la vittima da parte dei carnefici; i quali ora devono andare in carcere e ivi trattenersi il più a lungo possibile. Nel rispetto della legge. L'unica persona che può augurarsi, oggi, una pena senza fine per i carnefici di Desirée è la sua mamma. La collettività, invece, non deve identificarsi nel dolore di una madre, ma nello Stato. Confidando, però, che i nostri giudici possano giudicare con razionalità e nel rispetto della legge. Mai con la pancia. Mi piace ricordare un'espressione intelligente di un grande magistrato, Giacomo Ebner, che ha notato una cosa sfuggita ai più: "nella parola legalità è inclusa quella di lealtà".
I giornalisti devono avere una preparazione etica e culturale, e anche giuridica se si occupano di cronaca giudiziaria; il che, potrebbe evitare il loro, per quanto generoso, asservimento alle parole di una madre inconsolabile e ormai sperduta nella vita. Giornalisti preparati, e non ipnotizzati dalle reazioni emotive, avrebbero potuto e dovuto spiegare che la legge non misura la sanzione in rapporto al dolore della vittima, o dei parenti della vittima.
Questo, se mai, può valutarlo una sentenza civile nell'eventuale successiva causa di risarcimento del danno morale ed esistenziale. Ma anche qui, senza reale proporzione tra danno e dolore. Giornalisti preparati avrebbero, quindi, dovuto chiarire ai loro lettori, o ascoltatori, che la pena conseguente a un reato si misura partendo dalle previsioni del codice, passando dalle richieste del Pm, attraversando il contraddittorio processuale, e quindi dando spazio alla difesa, per arrivare al libero convincimento dei giudici; che è basato naturalmente anche sulla verità processuale, cioè sulle prove munite di dignità e non solo sui fatti in sé.
Così facendo, nessun articolo e nessun pezzo raccontato avrebbero mai potuto contenere la forza polemica del giustizialismo fine a se stesso, se non destinato pericolosamente a influenzare l'opinione pubblica. Mettere in primo piano il dolore e la condivisibile rabbia di una madre, abbattuta dallo schifoso e inqualificabile comportamento di quattro criminali, fa però più scena del razionale ragionamento sulla misura della pena in rapporto al reato.
Purtroppo, credo che continuando a fare così, cioè ragionando non sul funzionamento tecnico della giustizia, bensì enfatizzando le emozioni negative, il sistema giustizia sia condannato all'ergastolo della confusione e dell'inadeguatezza. Senza alcuna possibilità di sconto della pena che noi cittadini dobbiamo pagare.
anteprima24.it, 21 giugno 2021
Spettacolo musicale per nove donne recluse nell'istituto puteolano. Il Garante campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello ha promosso con l'associazione culturale Ad alta voce, presieduta dal maestro Carlo Morelli un progetto caratterizzato da diversi incontri di attività musicali e teatrali, svolti nel carcere di Pozzuoli, che terminerà con una manifestazione musicale domani alle ore 11 nel carcere femminile flegreo.
Per l'evento 9 detenute, preparate da Morelli, da Serena Matrullo e Luigi Nappi si esibiranno in brani del repertorio della classica canzone napoletana. L'associazione culturale da anni collabora con il professore Ciambriello "per portare la cultura della bellezza nelle carceri, nella convinzione che le arti possano salvare le persone dall'abbruttimento e dal degrado delle periferie".
Nel 2017 l'associazione ha avuto in comodato d'uso dal cardinale Crescenzio Sepe la monumentale Chiesa di San Potito, sita in via Salvatore Tommasi a Napoli nella speranza di farla ritornare ai fasti di un tempo. Nello stesso anno l'associazione ha ottenuto l'accreditamento dalla Regione Campania per l'erogazione di corsi di formazione che consente alla stessa lo sviluppo professionale dei giovani stimolando la loro crescita cultura personale e professionale.
La Provincia Pavese, 21 giugno 2021
Un'occasione per uscire dalla routine della detenzione, per trascorrere qualche ora di normalità e per viaggiare lontano, anche se solo metaforicamente: va in scena lunedì alle 17 nel teatro della Casa Circondariale di Voghera la "Festa della Musica 2021". Quest'anno il programma verterà sul jazz, che i detenuti potranno ascoltare dalla cantante Martha J., dal pianista Francesco Chebat, dal sassofonista Claudio Chiara, dal contrabbassista Roberto Piccolo e dal batterista Stefano Bettoli.
Filo conduttore dello spettacolo sarà la sensibilità femminile, con brani interpretati o scritti da artiste come la compositrice Bernice Petkere e la paroliera Dorothy Fields. "Non mancheranno in scaletta - dice la direttrice Stefania Mussio - alcune canzoni italiane interpretate da Mina, per l'occasione in arrangiamento jazz. L'arte in generale - aggiunge la direttrice - serve a stimolare miglioramento, perché permette di apprezzare la bellezza.
Tra gli strumenti culturali a nostra disposizione noi abbiamo scelto la musica, capace di favorire legami e far viaggiare con la mente verso mete inaspettate. Vivere quest'esperienza artistica sarà, dunque, una reale opportunità per l'arricchimento dell'animo e la crescita di pensieri costruttivi". La casa circondariale di Voghera non è certo nuova ai programmi culturali, e da anni propone infatti al suo interno non solo concerti, ma anche corsi di arte e di teatro il cui scopo è quello di aiutare i detenuti ad esprimersi, sviluppando al contempo nuovi e sani interessi e a migliorando la loro permanenza nella struttura di via Prati Nuovi.
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