padovaoggi.it, 13 maggio 2021
Bisato: "Così si ritrova la giusta strada". Il Curiel è il terzo istituto ad essere ridipinto dai carcerati dopo le aule del Belzoni nel 2018 e del Fermi nel 2019 grazie al piano interventi individuato dalla Provincia terminati i lavori di tinteggiatura che i carcerati del Due Palazzi di Padova hanno eseguito al liceo scientifico Curiel di via Durer a Padova. L'intervento rientra nel progetto "Detenuti per la scuola" che la Provincia ha attivato ormai da alcuni anni insieme alla direzione del carcere e all'associazione Operatori carcerari volontari (Ocv) per favorire il reinserimento sociale.
Nella mattina di mercoledì 12 maggio si è tenuta la presentazione dei lavori in presenza del presidente della Provincia Fabio Bui, del consigliere provinciale delegato all'Edilizia scolastica Luigi Bisato, del direttore del carcere di Padova Roberto Mazzeo e della dirigente scolastica del Curiel Michela Bertazzo. Erano inoltre presenti i detenuti coinvolti nel progetto Cosimo e Salvatore, la referente dell'associazione Ocv Luisa Zotti e il dirigente dell'Ufficio scolastico provinciale Roberto Natale. "Questa è la terza scuola che i detenuti padovani tinteggiano nei tre anni in cui è attivo il progetto - ha spiegato il presidente Bui - Parliamo di un'iniziativa talmente densa di valori e significati che ogni volta è difficile non uscirne umanamente arricchiti. Le scuole sono un bene di tutti, un bene che rappresenta il futuro della comunità e i detenuti sentono molto questo compito sia come riscatto personale, sia come percorso per riabilitarsi alla società. L'educazione civica è rientrata nelle materie scolastiche, ecco io credo che questo progetto sia un esempio concreto di come le Istituzioni, le associazioni e le realtà padovane possano collaborare insieme per il bene pubblico". Il Curiel è il terzo istituto ad essere ridipinto dai carcerati dopo le aule del Belzoni nel 2018 e del Fermi nel 2019 grazie al piano interventi individuato dalla Provincia.
Il progetto che avrebbe dovuto durare solo alcuni mesi, è stato prorogato per consentire ai carcerati di dipingere l'intera scuola. "Ancora una volta i detenuti hanno dimostrato impegno, dedizione e amore per il lavoro che hanno svolto con meticolosità e grande cura - ha detto il consigliere Bisato - Gli edifici scolastici hanno bisogno di continue manutenzioni e piccoli interventi per dare ai ragazzi ambienti di studio curati, salubri e funzionali.
Se a farlo sono persone che nella vita hanno sbagliato, ma stanno anche affrontando un percorso di riscatto, il valore di questi lavori è sicuramente inestimabile da un punto di vista umano e sociale. Ringrazio il direttore del carcere e i volontari perché credono nel recupero dei detenuti e nell'importanza di far ritrovare sempre la strada della dignità umana. È una visione che condividiamo e che, come Provincia, continueremo a promuovere".
Il progetto rientra tra gli obiettivi pedagogici che il carcere porta avanti per offrire, mediante il lavoro all'esterno, opportunità di formazione professionale e di esperienze utili al reinserimento sociale.
di Valerio Gardoni
popolis.it, 13 maggio 2021
Dal carcere di Brescia cinque incontri teatrali dal 14 maggio al 2 luglio aperti alla popolazione. "Fili da Riannodare. Dal carcere a nuovi spazi di libertà" è un progetto che nasce dall'iniziativa dell'Associazione 'Fiducia e Libertà Carcere' che opera nelle carceri di Brescia dal 2017 ove svolge la propria attività di volontariato alla popolazione carceraria attraverso colloqui, progetti culturali, iniziative di sensibilizzazione, attività teatrali e laboratori sul tema della genitorialità ed affettività.
Il progetto prevede cinque incontri dal 14 maggio al 2 luglio aperti alla popolazione, che si svolgeranno presso il Teatro S'Afra, via Dell'Ortaglie, 6 dalle ore 18,30 alle ore 20,30, con prestigiosi ospiti impegnati da anni in attività di formazione culturale e artistica, promozione sociale, difesa dei diritti dei detenuti, impegno divulgativo negli istituti di pena italiani.
Il significato dell'iniziativa è mettere a fuoco uno dei momenti più delicati per un/a detenuto/a: quello del termine della pena. Tornare a tessere la vita dopo anni di reclusione, infatti, non è davvero facile, è indispensabile osare il coraggio della speranza ma per questo non basta la buona volontà o i percorsi formativi del carcere. È necessario il coinvolgimento della società civile che va responsabilizzata, coinvolta e informata. L'idea guida del progetto 'Fili da Riannodare' è quella di mettere al centro le testimonianze e l'esperienza delle persone detenute, consentendo di accorciare le distanze tra il "dentro e il fuori", alzare il velo di diffidenza dell'istituzione che talvolta vive come un'intrusione lo sguardo esterno, e della società civile combattuta tra il pregiudizio e l'indifferenza.
L'esperienza della detenzione crea una lacerazione nell'esistenza, sancisce un prima e un dopo, si impone come evento apicale e traumatico. Il tempo della pena e della detenzione delinea nuovi significati e impone interrogativi: è ancora il carcere un luogo di rieducazione? Cosa significa avviare e implementare processi di umanizzazione dentro e fuori dal carcere, con quali scopi, competenze? Con quali esiti? Scontare la detenzione non esaurisce evidentemente la pena: implica la ricostruzione di trame esistenziali, sociali, affettive attraverso percorsi che quando ben preparati, arginano la recidiva e favoriscono il reinserimento sociale del detenuto.
Fili da Riannodare. Dal carcere a nuovi spazi di libertà' è un'esperienza-esperimento in quanto, per la prima volta, si è creato un laboratorio teatrale fuori dal carcere in un housing in via Mantova a Brescia, dove dei detenuti in misura alternativa, sono stati coinvolti nell'allestimento degli incontri, guidati con grande competenza e passione dal regista Abdul Abderrahim el Hadiri di Cicogne Teatro, in un positivo clima di rispetto e collaborazione.
Durante il laboratorio teatrale, durato più mesi, si è lavorato sul valore del tempo, del suo trascorre, della sua importanza. Sulla capacità creativa ed interpretativa della persona: il teatro è metafora della vita abitua alla puntualità, al rispetto, alla responsabilità del lavoro di gruppo. il teatro può rivelarsi uno strumento privilegiato per creare relazioni significative, giocare le proprie modalità espressive senza il timore del giudizio, aiuta ad acquisire maggiore consapevolezza e fiducia in sé stessi.
Le circostanze che portano un uomo o una donna alla rottura del patto sociale sono molteplici, non è facile oggi vivere come non è facile talvolta resistere alle tentazioni in una società basata sull'effimero, ma la maggior parte delle persone che perdono la libertà spesso ricadono perché non hanno trovato opportunità e accoglienza che andasse oltre al giudizio.
L'associazione FILI è formata da un ristretto numero di persone che danno valore all'essere umano, che del valore della vita e la fiducia che si possa dare una seconda possibilità ne hanno fatto una filosofia. Fili da riannodare è stata per gli ospiti in detenzione alternativa di Fiducia e Libertà un'occasione unica per parlare, raccontare emozioni e sofferenze di una delle peggiori esperienze di vita dopo la morte. Durante l'evento sarà inoltre possibile visionare le opere di artisti di varia nazionalità. L'esposizione è stata coordinata da Karen Alvarez Velasquez.
di Don Antonio Mazzi
Corriere della Sera, 13 maggio 2021
Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Contesto il metodo "claustrale" per recuperarli. Sempre più di frequente mi arrivano madri disperate a causa delle conseguenze nate da questo lungo anno di pandemia. Stiamo inventando, come sempre è accaduto, ambienti particolari, separati, terapeutici e, secondo me, maledetti. Non mi riferisco a nessuna esperienza particolare. Desidero solo contestare il metodo "claustrale" già a suo tempo inventato per recuperare i ragazzi tossicodipendenti. Da noi arrivano già da tempo ragazzi, che gli specialisti chiamano "pazienti alienati", immersi in storie, le più impensate o, sempre usando il vocabolario dei saggi, affetti da disturbi internalizzanti o esternalizzanti.
E io, Mazzi Antonio, da ignorante proibisco che vengano relegati in bunker o in strutture create ad hoc. Ricevo le telefonate, creo appuntamenti, ascolto tutto quello che mi raccontano. Seduti una poltrona di fronte all'altra, per una buona mezz'ora cerco di passare dalle urla, dai pianti, dalla disperazione, a quel minimo di tranquillità che permetta il dialogo. Poi chiamo uno tra gli educatori che reputo più adatto al caso. Lo mando con il "paziente" a fare un giro nel verde, mentre convinco la mamma o i genitori (raramente) che dobbiamo, insieme, affrontare la sofferenza di un ragazzo che in minima parte è anche malattia. Se arrivo a questi livelli, cerco e trovo un posto tra le molte mie realtà. Se per il genitore è solo un figlio malato, saluto genitore e figlio. Noi non abbiamo mai pensato, in quasi cinquant'anni di attività, di inchiodare comodini, di attaccare telecamere su tutti gli angoli o di alzare inferiate sulle finestre. Non abbiamo anteposto le malattie e tanto meno orientato gli interventi in chiave esclusivamente terapeutica. Per noi è dall'educazione che dobbiamo partire e a cui dobbiamo arrivare.
Non esistono gli autistici, i bipolari, gli schizofrenici, gli anoressici, gli psicotici, i violenti aggressivi, ma esistono degli adolescenti e dei giovani con problemi. Nelle équipe che vivono con loro c'è l'educatore, lo psicologo, il musicista, il maestro di danza e insegnanti vari. Settimanalmente viene il medico o lo psichiatra e, sempre nel più normale dei modi (senza camici bianchi e studi medici), chiacchierano, vedono, incontrano e poi ne discutono con il gruppo degli educatori nei momenti di formazione permanente o, come diciamo noi, nei momenti "della parola". Mi rifiuto (salvo casi gravissimi) di catalogare i ragazzi che chiedono aiuto, come ci siamo sempre rifiutati di etichettare chiunque. Tutti conoscono i casi che sono passati nelle mie comunità, compresi i terroristi pentiti o dissociati (in questi giorni tornati di moda). Ci bastano i nomi, talvolta nemmeno i cognomi.
Ho seguito gente che ha ammazzato madri, padri, fratelli, che hanno tentato il suicidio più volte, spacciatori milionari, ragazzi e ragazze che si sono tagliuzzati fin dove non riusciamo ad immaginare, ragazzi e ragazze che hanno fatto di tutto e di più. Ne abbiamo salvati parecchi, talvolta con qualche farmaco (non li abbiamo salvati tutti per non far concorrenza al padreterno o a qualche clinica superlativa milanese o romana). Come li abbiamo salvati? Primo perché non li abbiamo emarginati, ma li abbiamo seguiti, in modo ben preciso nel gruppo normale; secondo perché il lavoro più impegnativo e strategico lo facciamo preparando il gruppo dei compagni all'accoglienza. Chiunque arriva, due minuti dopo, è lì da secoli. I compagni, sensibilizzati, sono i medici e gli infermieri migliori. E mentre noi educatori abbiamo bisogno di incontri singoli, bilaterali, con uno o più specialisti, i compagni in pochi minuti (parlando da prete) li hanno battezzati e cresimati.
Arrivato a questo punto di riflessione, so di aver creato dissenso e divisione in molti, però, testa bastarda come sempre ho fatto e sto facendo, vorrei fermare tutti quei Signori, non so se spaventati o interessati, che stanno inventando nuovi luoghi magici. Prepariamo educatori, troviamo località e strutture belle, famigliari, toniche, nel verde, con tanta musica e tanta amicizia.
Ho appena comprato l'ultimo libro dell'amico Vito Mancuso, dal titolo "A proposito del senso della vita". Vado alle ultime pagine, perché suggeriscono alcuni piccoli passi quotidiani, verso la costruzione del senso della vita. Tutti abbiamo perso il senso della vita, ed è per questo che i nostri figli si stanno distruggendo. "Se il senso viene dal consenso, il consenso bisogna costruirlo giorno dopo giorno, mediante la politica dei piccoli gesti che conducono la nostra coscienza a capire e ad amare sempre più la logica profonda della vita, con la misteriosa e insieme dolorosa poesia". E qui Vito va giù con tre pagine di buone pratiche. Io, non sono filosofo e vi cito solo qualche riga (con piccoli ritocchi). "Constatare la bruttezza, ma non farsene ferire: il sentimento non diventi mai risentimento. Accogliere anche le situazioni brutte del mondo e disporle accanto alle proprie situazioni brutte. In ogni occasione, anche la più scabrosa, ricercare la poca bellezza rimasta. Curare il linguaggio, evitare la violenza e favorire l'armonia, amare la natura. Ricordarsi sempre che la bellezza è la via della salvezza".
Se queste buone pratiche le avessi dette io, i soloni avrebbero sorriso sornionamente, come fecero negli anni Settanta-Ottanta quando ho affrontato alla mia maniera l'inferno del Parco Lambro. Allora le buone pratiche me le ha benedette Vittorino Andreoli, contro tutti. Oggi, per fortuna, me le dice Vito Mancuso. E mentre lui me le suggerisce, noi già le facciamo, non con i ragazzi dell'oratorio, ma con quelli "appesi a un filo". Sono queste le vere medicine e le vere terapie.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 13 maggio 2021
La campagna di vaccinazione anti Covid va a ritmo veloce, ma rimangono fuori i senza fissa dimora e stranieri irregolari privi di carta d'identità. In sostanza, senza una residenza, non solo perdono il diritto al voto, al gratuito patrocinio, alla riscossione della pensione, a iscriversi al collocamento o aprire una partita Iva, ma perdono soprattutto il diritto all'assistenza sanitaria - tranne il pronto soccorso - e al welfare.
Secondo la Caritas nel nostro Paese ci sono circa 500mila persone che rischiano di non accedere alla vaccinazione anti Covid: italiani senza fissa dimora, richiedenti asilo, rifugiati e apolidi accolti in strutture collettive, cittadini comunitari in condizione di irregolarità, una parte della popolazione Rom e Sinti. A febbraio scorso, ricordiamo, tutte le associazioni aderenti al Tavolo immigrazione salute hanno scritto una lettera al ministro della Salute, Roberto Speranza, per includere nel piano vaccinale le categorie a oggi a rischio di esclusione. Ma nessuna risposta.
Per quanto riguarda i senza dimora, i comuni mettono a loro disposizione una via fittizia che consente l'iscrizione anagrafica e quindi accedere a tutti i servizi come gli altri cittadini. Quindi anche la possibilità di vaccinazione.
Ribadiamo, fittizia perché esiste solo sulla carta, non fisicamente. Una via virtuale frutto di una finzione giuridica che tuttavia produce effetti reali. Ma quanti ne usufruiscono? Non esistono dati ufficiali, non esiste un elenco presso l'Istat (l'ultimo dato risale al 2015). La Federazione italiana organismi per le persone senza dimora, la Fiopsd, ha raccolto dei dati ed esce fuori una realtà disarmante: a ricevere dai comuni una via fittizia, sono solo poco più di 200 su una platea di 8000 senzatetto. Accade così che abbiamo migliaia di persone "invisibili" alla campagna di vaccinazione anti Covid. La Fiospd insiste nel dire che fare il vaccino è un diritto e un dovere di tutti. Come federazione sottolinea che non deve esistere una corsia diversa, sia essa privilegiata o trascurata. Le persone senza dimora, insiste nel dire la Fiospd, sono e valgono come tutte le altre persone che si trovano in Italia, cittadini o non cittadini, residenti o senza residenza, italiani o stranieri. Per questo la Federazione chiede che si applichino a loro i medesimi criteri e tempi di vaccinazione previsti per tutti.
Per i senza fissa dimora e stranieri irregolari restano le associazioni a prendersi cura di loro. Dall'Asgi (Associazione Studi Giuridici Immigrazione), alla Caritas Italiana, passando per Centro Astalli ed Emergency, alla stessa Intersos, Médecins du Monde, Medici contro la Tortura, Medici per i Diritti Umani (Medu), Medici Senza Frontiere (Msf), Sanità di Frontiera e Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (Simm), c'è chi si è fatto carico e garantito alla popolazione migrante quella prima assistenza sanitaria, spesso negata per burocrazia e ostacoli all'accesso.
Associazioni che ora, riunite nel Tavolo immigrazione salute, hanno da mesi, com'è detto, lanciato un appello al ministro della salute affinché faccia rientrare nel piano tutte queste persone lasciate sole. Ma questa pandemia ha messo in luce un problema che va al di là della possibilità dell'accesso alla vaccinazione, ma allo stesso sistema sanitario. Il Covid 19 rappresenta un ulteriore fattore di esclusione e di isolamento che aumenta l'invisibilità dei bisogni e amplifica le disuguaglianze tanto sul piano sociale che su quello, appunto, della salute.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 13 maggio 2021
Ma davvero il disegno di legge contro l'omotransfobia, una volta approvato, potrebbe limitare la parola? La risposta è no. Ma davvero, una volta approvato il disegno di legge contro l'omotransfobia, verrebbe limitata la libertà di parola? E chi dicesse "l'utero in affitto è una schifezza" o il matrimonio omosessuale "è contro natura" verrebbe sanzionato penalmente? La risposta è un no, chiaro e tondo: non c'è in alcun modo questo rischio. Eppure, tale insidiosa alterazione della verità dei fatti (e della lettera della proposta di legge) si riproduce imperturbabile. Ma perché si può serenamente affermare che si tratta di una manipolazione?
Il disegno di legge (ddl) Zan si inserisce nella trama della "legge Mancino", volta a punire le condotte di propaganda, istigazione, violenza e associazione finalizzate alla discriminazione fondata sull'odio etnico, nazionale, razziale o religioso. Ma rispetto a questo testo emerge una differenza cruciale: nel disegno di legge contro l'omotransfobia non è prevista la sanzionabilità della mera propaganda. Ovvero esattamente ciò che attiene alla incondizionata libertà di espressione.
Come argomentano giuristi, quali Federica Resta e Angelo Schillaci, nel modificare la lettera a) dell'articolo 604-bis del codice penale, il ddl Zan non prevede la penalizzazione dell'attività di propaganda, ma solo quella di istigazione a commettere atti di discriminazione. Il comportamento penalmente rilevante è, in sé, la condotta del discriminare: si tratta dunque di delitti di vera e propria discriminazione, non di opinioni. Parliamo, cioè, della parola che si fa o rischia di farsi azione per la sua valenza istigativa. La parola che si traduce in comportamento e che produce la discriminazione o la violenza: le idee che diventano azioni e solo nel momento in cui diventano azioni. Viene previsto come sanzionabile, quindi, il nesso di causalità e il rapporto diretto e consequenziale tra parola e fatto, proprio in ragione dell'effetto istigativo (da verificare in concreto) della prima.
È, del resto, proprio questo il requisito cui la Corte Costituzionale ha subordinato la legittimità delle fattispecie di istigazione o apologia, tracciando il confine che separa la libertà di espressione dalla violazione dell'altrui dignità. La Consulta ha ritenuto, infatti, compatibili con la libertà di espressione quelle ipotesi di reato (istigazione o apologia), solo se non siano applicate alla "manifestazione di pensiero pura e semplice": ovvero è sanzionabile solo quella condotta che "per le sue modalità integri comportamento concretamente idoneo a provocare la commissione di delitti" (sentenza 65/1970). Si tratta di un parametro non molto diverso da quello del clear and present danger al quale la giurisprudenza americana subordina la legittimità di fattispecie analoghe all'istigazione; un parametro che la Corte europea dei diritti umani (Cedu) ha assunto a riferimento nella sua giurisprudenza prevalente.
Il ddl Zan, dunque, non ha nulla a che vedere con l'uso simbolico-performativo della norma penale per promuovere - come affermano i critici - "un clima culturale di favore verso le differenze" (e anche se fosse...). Al diritto penale si assegna, opportunamente, un compito ben più limitato: proteggere la persona dalla violenza e dalla discriminazione per consentirle di vivere liberamente il proprio modo di essere e le proprie scelte affettive.
Questa impostazione è confermata dal fatto che il ddl Zan, oltre a prevedere sanzioni dotate di un contenuto più significativamente "rieducativo", introduce alcune misure complementari di prevenzione del fenomeno. Va in questo senso l'elaborazione di una strategia di contrasto volta a incidere sulle cause, essenzialmente culturali, dell'omofobia. Poi, non c'è dubbio che il testo del disegno di legge possa essere ulteriormente migliorato. Ma questo è un altro discorso. Dunque, chi voglia a tutti i costi dire che "l'amore omosessuale è un obbrobrio" è padronissimo di continuare a farlo, senza che la "legge Zan" gli possa torcere un solo capello.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 13 maggio 2021
Il senatore dem giudica "fisiologica" la spaccatura all'interno della maggioranza sul provvedimento: "Il governo Draghi nasce come risposta all'emergenza Covid. I diritti civili siano discussi dai partiti in piena libertà". "Modificare il ddl Zan al Senato per metterlo a rischio in una nuova lettura alla Camera, sarebbe un errore politico davvero grave". Luigi Zanda, senatore del Pd, ex capogruppo a Palazzo Madama, è convinto che "ci siano momenti nella vita del Parlamento in cui il valore politico di un provvedimento deve fare premio sui dubbi".
Ieri il Pd ha tenuto l'assemblea dei senatori con il segretario Letta sulla legge contro l'omotransfobia. E sulla spaccatura della maggioranza che sostiene Draghi, con Salvini e Tajani, ovvero Lega e Forza Italia, contrari alla legge Zan al punto da averne presentata una propria, Zanda dice: "È fisiologico. La maggioranza dell'esecutivo Draghi nasce da una convergenza sull'emergenza Covid, sull'emergenza economica e sul rapporto con l'Europa, i diritti civili siano discussi dai partiti in piena libertà".
Senatore Zanda, sulla legge contro l'omofobia il Pd ci mette la faccia?
"La legge Zan è un provvedimento del Pd. Il Pd lo ha presentato alla Camera. Il primo firmatario è un deputato dem, Alessandro Zan. A Montecitorio è stato approvato con il contributo decisivo del Pd. Al Senato è stato calendarizzato per iniziativa soprattutto del Pd. E il testo base ora adottato a Palazzo Madama è appunto quello del Pd. In definitiva è un nostro provvedimento".
Da non modificare, come ha chiesto il segretario dem Enrico Letta, di fatto blindando il ddl Zan?
"Comprendo che anche sul disegno di legge Zan contro l'odio nei confronti delle parti più deboli della società - così come era accaduto per le unioni civili diventate poi legge nella passata legislatura - possano essere sollevate limitate obiezioni sui singoli punti del provvedimento. Ma ci sono materie e momenti nella vita del Parlamento in cui il valore politico di un provvedimento deve essere tenuto in una particolare attenzione, e fare premio su tutti i dubbi. Modificare il ddl Zan al Senato e metterlo a rischio in una nuova lettura alla Camera, sarebbe un errore politico davvero grave".
Però nello stesso Pd sono state chieste modifiche, ad esempio dal senatore Andrea Marcucci durante l'assemblea dem a Palazzo Madama ieri...
"Marcucci ha ragione quando chiede rispetto. Questo rispetto c'è stato nell'assemblea dei senatori dem al Senato, che si è svolta con la più assoluta libertà di ciascun senatore nell'esprimere le proprie opinioni. Anche chi ha manifestato obiezioni ha però convenuto sulla necessità di approvare il ddl, riconoscendone il valore politico. Comunque se vuole sapere la mia opinione sull'opportunità di modifiche, lo riterrei uno sbaglio".
Le senatrici del Pd Valeria Fedeli, ex ministra della Scuola, e Valeria Valente, presidente della commissione femminicidi, hanno molte perplessità sull'introduzione delle discriminazioni per sesso, e quindi che riguardano le donne e la misoginia. Sostengono che è un arretramento delle battaglie femministe, dal momento che le donne tutto sono tranne che una minoranza. Lei cosa ne pensa?
"Non esprimo valutazioni sui dubbi e le obiezioni che ho ascoltato nella nostra assemblea. Ripenso a come andò sulle unioni civili: anche allora le obiezioni sui singoli punti furono superate dall'esigenza istituzionale di approvare la legge".
Perché in Italia si apre sempre uno scontro sui diritti civili tra un fronte progressista e uno clericale e conservatore?
"La società italiana è sensibile al tema dei diritti civili e entra in fibrillazione, però non solo tra destra e sinistra anche dentro gli stessi schieramenti. Personalmente su questi punti rifiuto la distinzione tra laici e cattolici".
Comunque il ddl Zan spacca la maggioranza di governo con Lega e Forza Italia del tutto contrari. Avrà conseguenze?
"No, non credo proprio. È fisiologico. La maggioranza dell'esecutivo Draghi nasce come convergenza su emergenza Covid, sull'emergenza economica e sul rapporto con l'Europa. Le questioni che riguardano i diritti civili e in questo caso la lotta all'omofobia sono estranee al patto di maggioranza ed è normale che siano discusse dai partiti in piena libertà. Il ddl Zan è un provvedimento che il Pd deve difendere fino a farlo approvare".
Sui diritti l'asse giallo-rosso tiene, ma per le amministrative l'alleanza si sta rivelando un flop, come mai?
"In tempi come il nostro in cui le ideologie e gli ideali sono così poco frequentati, tutte le alleanze politiche compresa quella tra Pd e 5Stelle valgono per il tempo in cui si stringono. E hanno un valore positivo, ma sono pur sempre alleanze tattiche. Poi tra i partiti alleati può esserci anche l'intenzione o addirittura la volontà di renderle più strutturali e strategiche, ma per farlo ci vuole tempo".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 13 maggio 2021
Il tema è sempre affrontato come se fosse una prima volta. E anziché un terreno da curare nell'interesse della comunità, è un campo di battaglia tra destra e sinistra. L'Europa ci è matrigna, ma dalla nostra abbiamo almeno un europeo. Chissà, dunque, se l'indiscusso prestigio di Mario Draghi smuoverà anche il doloroso dossier sull'immigrazione, incartapecorito da anni tra veti incrociati ed egoismi nazionali. Per ora è andato piuttosto male il vertice di martedì a Lisbona tra i ministri dell'Interno della Ue insieme con una decina di Paesi africani: era propedeutico proprio alla partita che si giocherà nel Consiglio europeo di fine maggio, dove il premier italiano pare deciso a porre con chiarezza il problema (prima neppure in calendario), mettendo sul tavolo un documento elaborato in questi giorni a Palazzo Chigi. Ogni speranza è lecita, molta prudenza è consigliabile.
Rendere europea la questione è del resto faccenda abbastanza rilevante per i nostri partner mediterranei, irricevibile per quelli del Nord e dell'Est (Ungheria in testa), del tutto vitale per noi: pena il collasso del nostro già sgangherato sistema di accoglienza e della nostra già precaria convivenza civile sotto la pressione di flussi che, salvo correzioni, torneranno fuori controllo. I migranti enfatizzano le lacerazioni ancora assai profonde di un'Europa a 27 diverse sensibilità, nella quale il particulare di ciascuno blocca tutti gli altri (l'ultimo stop ai ricollocamenti viene dall'Austria) e che solo il comune choc della pandemia ha in parte rammendato; un'Europa che svela tutta la propria suicida debolezza disinteressandosi della frontiera mediterranea italiana.
Intendiamoci: qualche formale parola di solidarietà non ci è stata negata nemmeno stavolta, prima e durante l'incontro portoghese cui ha partecipato in collegamento la nostra Luciana Lamorgese, alle prese con l'approssimarsi di un'estate di sbarchi e con il temuto tracollo di Lampedusa (21 imbarcazioni approdate in poche ore). La commissaria europea Ylva Johansson ha invitato gli altri membri della Ue a "supportare l'Italia", ma poi ha ammesso che "facciamo progressi piuttosto lentamente".
Fonti Ue hanno spiegato quindi che non ci sono impegni specifici, almeno per ora. Insomma, un cerotto di belle chiacchiere, per avviluppare la prima istanza della nostra ministra, che non manca certo di pragmatismo e vorrebbe almeno tornare in via provvisoria a un principio di redistribuzione degli arrivi simile a quello sancito nel summit di Malta del settembre 2019 (su base volontaria e pur limitato ai soli richiedenti asilo, parte minima dei flussi sulle nostre coste). Purtroppo, le cose da allora sono addirittura peggiorate.
In ragione del Covid-19, che certo non spinge verso l'apertura. E a causa della freddezza della Germania, dove le elezioni di settembre potrebbero sconsigliare ad Angela Merkel slanci solidaristici (è vero tuttavia, per converso, che un eccesso di egoismo della cancelliera, ormai a fine corsa, potrebbe persino spingere gli elettori più europeisti verso i Verdi, in grande ascesa e molto disponibili al dialogo).
Ciò che lascia di stucco sulle migrazioni (mentre fonti dei servizi sussurrano al nostro governo di settantamila poveretti già pronti sulla costa libica a farsi impacchettare in qualche carretta del mare dagli scafisti) è constatare come il tema venga sempre affrontato da tutti gli attori del dramma quasi fosse una prima volta, un inedito assoluto, trattando da emergenza un dato strutturale da almeno due decenni: i grandi movimenti migratori di questa nostra era globalizzata.
È un'illusione ottica che colpisce noi giornalisti per primi, condannati a una coazione a ripetere fin nelle virgole.
Dieci anni fa scrivevamo della "collina della vergogna" dove, appena sopra il porto di Lampedusa, s'erano accampati poco meno di seimila profughi; oggi, cronache giustamente indignate narrano del "molo della vergogna", il Favaloro, sempre a Lampedusa, dove si replicano quasi le stesse scene a fronte di un centro d'accoglienza pieno sei volte la propria capienza.
"Naufragio di clandestini, cinquanta dispersi", era un terribile titolo dell'8 marzo 2002, sulla morte di donne e bambini migranti a un pugno di miglia da Lampedusa. "Morti in 130, le Ong accusano Tripoli" è il titolo del 23 aprile di diciannove anni dopo. In mezzo, un'ecatombe che solo dal 2014 è costata la vita a ventunomila persone, ha ricordato la Johansson.
Abbandonati dall'Europa e imprigionati nella camicia di Nesso del regolamento di Dublino (che vincola il migrante al Paese di primo approdo: assai spesso l'Italia, dunque, vista la posizione nel Mediterraneo), abbiamo a nostra volta fatto del nostro peggio. Sposando la visione più emergenziale possibile dell'accoglienza, abbiamo privilegiato strutture elefantiache, dalla gestione opaca e (solo sulla carta) provvisorie piuttosto che agili insediamenti di seconda istanza nei Comuni (gli Sprar, oggi Sai).
Abbiamo fatto del problema, anziché un terreno bipartisan da curare nell'interesse della comunità, un campo di battaglia tra una destra portata a lucrare sulle paure degli italiani, enfatizzandole a ogni sbarco, e una sinistra determinata a ignorarle, derubricandole a ubbie insensate. Abbiamo pagato i libici (così come Erdogan al limite della rotta balcanica) per tenere a bada i profughi nel Mediterraneo al posto nostro. E questa sembra, nel breve termine, la linea che finirà per prevalere ancora, forse in accordo con l'Europa. Un'idea pessima.
Sia per evidenti ragioni umanitarie (i campi di detenzione in Libia sono uno scandalo difficilmente tollerabile, i guardacoste tripolini sono in odore di pirateria), sia per meri motivi utilitaristici: dare a un buttafuori il compito di sbrigare le nostre faccende più sgradevoli significa attribuirgli (Erdogan insegna) un potere di ricatto che ci si rivolterà contro.
Esistono responsabilità che vanno assunte in proprio, con coraggio, senza ipocrisie. Un'Unione degna della sua storia di civiltà, che dopo la pandemia si pone giustamente il problema di quanto blu sia il mare, non avrà vita lunga se non affronta con umanità e rigore anche la questione di quanto rossi siano i suoi fondali.
di Paolo Delgado
Il Dubbio, 13 maggio 2021
La tregua è finita e il combattimento è destinato a scatenarsi di nuovo, anche più agguerrito, fazioso e propagandistico di prima. Ma stavolta per Matteo Salvini una probabile nuova emergenza immigrazione sarà un rischio invece che una facile occasione di propaganda e per Draghi potrebbe configurarsi come una minaccia di prima grandezza.
Gli sbarchi sono ripresi. La strategia italiana è tutta concentrata sul controllo delle partenze dalla Libia e dalla Tunisia ma il quadro libico è ancora troppo caotico per garantire un controllo tale da evitare flussi di massa e le proteste, pur timide e sommesse, sulle continue violazioni dei diritti umani da parte di un Paese di fazioni che, di fatto, sono sovvenzionate per fare 'il lavoro sporco' renderà probabilmente le maglie libiche un po' meno strette.
Nell'ultimo anno e mezzo lo spettro dell'immigrazione, ingigantito com'era da una propaganda che puntava sull'allarmismo per moltiplicare i consensi, era di fatto scomparso, soppiantato dalla paura, ben più realistica e fondata, della pandemia. Ma via via che la minaccia del virus si affievolirà il fantasma dell' ' invasione' riemergerà. L'eredità del Covid peggiorerà in realtà il quadro perché, complice la scelta di non sospendere i brevetti, i profughi saranno sospettati di essere pericolosi in quanto diffusori del virus. Se poi, come non è affatto escluso, la bassa percentuale delle vaccinazioni in vaste aree povere del mondo portasse a una variante del virus in grado di sfuggire ai vaccini attuali da una accresciuta diffidenze si passerebbe al panico e alla richiesta di erigere muri invalicabili.
Il rischio che di qui a poche settimane l'immigrazione torni a campeggiare nella lista delle emergenze, vere o avvertite come tali poco importa, della politica italiana. Di certo FdI, che sta sfruttando al meglio la postazione privilegiata di unico grande partito d'opposizione, martellerebbe con la precisa intenzione di mettere in difficoltà la Lega, in quanto interna alla maggioranza. Salvini a propria volta non potrebbe non alzare la voce trovando però un muro sul fronte opposto della maggioranza, contrariamene a quanto capita di solito in questi casi. Stavolta, infatti, Pd, M5S e LeU non hanno interesse, come sempre accade, nel difendere la maggioranza ma, al contrario, sperano attivamene di sfasciarla costringendo la Lega a levare le tende. Il gioco delle parti è lo stesso che va in scena oggi sulle riaperture ma, se in ballo ci fosse l'immigrazione, quella che oggi è in buona misura sceneggiata a uso del popolo votante diventerebbe ben più concreta.
L'esame, se mai ci si arriverà, sarà difficile anche per Draghi. L'asso nella manica del premier è la sua indiscussa possibilità di incidere sulle scelte europee, di confrontarsi da pari a pari e anzi spesso con una particolare autorevolezza con Bruxelles e con le capitali europee. Ma in questo caso, con le posizioni di chiusura senza spiragli di molti Paesi ulteriormente potenziate dalla pandemia. Nessuno in Europa può modificare a breve l'atteggiamento dell'Unione, in concreto la scelta di far ricadere tutto il peso sui Paesi di prima accoglienza come l'Italia. Sull'immigrazione, dunque, potrebbero scaricarsi tutte le tensioni latenti sia nelle singole alleanze politiche, la ' maggioranza di Conte' da un lato e il centrodestra dall'altro, sia all'interno e della maggioranza belligerante di Draghi. Ieri, rispondendo alle interrogazioni alla Camera, il premier ha indicato essenzialmente una sola via: quella della sorveglianza delle coste da parte delle guardie costiere libiche e tunisine. È una via incerta, perché la capacità di controllo di quei Paesi e in particolare della Libia è frammentata ed è anche una via pericolosa, perché i metodi della Libia sono quelli che sono e anche il richiamo di Draghi al rispetto dei diritti umani, ripetuto ieri in aula, appare ben poco realistico.
Ma se la situazione, come è probabile, peggiorerà, se gli sbarchi estivi supereranno il livello di guardia, la sola strada praticabile per Draghi e per la ministra degli Interni Lamorgese sarà quella di impostare la loro strategia e poi di tenere dritta la barra nonostante la protesta rumorosa di una parte della maggioranza e forse, per motivi opposti, persino di entrambe le sue anime.
di Antonello Guerrera
La Repubblica, 13 maggio 2021
Il racconto di Marta, italiana detenuta alla frontiera a Londra. La testimonianza di una 24enne pugliese, fermata a Heathrow perché "migrante senza visto lavorativo" nell'era post Brexit: "Mi hanno sequestrato tutto, anche il cellulare per non divulgare foto o video". Poi la prigione: filo spinato, sbarre alle finestre". Con lei anche una ragazza toscana, "detenuta da 5 giorni".
Fino al 31 dicembre 2020 italiani ed europei potevano entrare facilmente in Regno Unito per cercare lavoro o per piacere. Dopo la concretizzazione della Brexit, invece, se non si hanno il visto e i documenti giusti si può essere rinchiusi in un carcere, anche per diversi giorni come capitato a decine di italiani ed europei dal 1 gennaio, "scoppiare a piangere" e vivere "un incubo completo". Regola numero uno della prigione: niente foto né video, e dunque cellulare sequestrato. Lo racconta, a Repubblica, Marta Lomartire, 24 anni, originaria di un paesino vicino a Taranto e laureata in Progettazione artistica dell'impresa all'Accademia di Belle Arti di Verona. Qualche settimana fa, Marta è stata detenuta dalle autorità di frontiera britanniche che l'hanno fermata all'aeroporto di Heathrow, trasferita in piena notte nel vicino "Immigration Removal Centre" di Colnbrook (definito una "prigione" persino da Google Maps) e infine, dopo un giorno, espulsa su un volo per Milano.
"Sono stati proprio gli agenti di frontiera a Heathrow ad annunciarmi che mi avrebbero mandato in "prison", prigione, come ho capito da Google Traduttore, perché l'inglese ancora non lo parlo bene", ci racconta al telefono Marta. "Non me ne capacitavo. Non avevo fatto nulla di male. Credevo di avere la documentazione giusta. E invece: filo spinato sulla mura intorno, sbarre alle finestre, cancelli enormi blindati. È stato uno shock. Una volta entrata, sono scoppiata in un pianto terribile, perché per me era inconcepibile. E loro mi dicevano: "Tranquilla sei al sicuro". Ma io pensavo: "Come posso essere al sicuro in un posto del genere?"".
Lo scorso gennaio, proprio al centro di Colnbrook, c'è stato un cluster di Covid, mentre un'inchiesta del Guardian del 2015 ha raccontato come in questo carcere "non ci sono finestre, non c'è aria, qui tutti soffrono di disturbi mentali". Simili "Immigration Removal Centre" in Inghilterra, come quello di Harmondsworth, sono stati messi sotto accusa per "negligenza" dopo la morte di un rifugiato nigeriano, il 34enne Oscar Lucky Okwurime, in stato di detenzione.
Il cugino di Marta, Giuseppe Pichierri, italiano, medico e microbiologo della sanità pubblica inglese "Nhs" e residente a Londra da quasi 15 anni, è esterrefatto da quanto successo: "Siamo furiosi e indignati, inclusi mia moglie e mio suocero inglesi, che non si capacitano di quello che sta accadendo al loro Paese". Pichierri ha provato a far uscire Marta su cauzione, ma senza successo: "Eppure siamo residenti qui", spiega, siamo tutti persone rispettabili, avrebbero dovuto concederci il bail, come è capitato ad altri. Non solo: avevamo parlato anche con il deputato conservatore Paul Scully, che rappresenta la circoscrizione di Londra dove viviamo, e ci avevano assicurato che non ci sarebbero stati problemi".
Invece sì. Giuseppe aveva fatto avere a sua cugina Marta una lettera a sua firma per superare la frontiera britannica e farla entrare come ragazza alla pari, accogliendola per qualche tempo nella sua famiglia. Causa Covid e sospensione del turismo e viaggi di piacere, negli ultimi mesi per i non residenti in Regno Unito è stato possibile entrare solo per lavoro. Purtroppo, però, serve anche un visto lavorativo, che Marta non aveva chiesto preventivamente.
La lettera di Giuseppe, che oltre a un ricongiungimento familiare presupponeva anche un lavoro per sua cugina e la possibilità di un compenso, non è stata ritenuta sufficiente dalle autorità di frontiera. Che anzi hanno applicato alla lettera le nuove norme approvate dal Ministro dell'Interno del governo di Boris Johnson, la "falca" euroscettica Priti Patel. La quale è lei stessa figlia di immigrati rifugiati, ma ha sempre avuto il pugno durissimo contro l'immigrazione irregolare. Negli ultimi mesi, Patel ha più volte ripetuto "grazie alla Brexit, basta corsie preferenziali agli europei, a loro si applicheranno le norme di tutti gli altri".
Pichierri ribatte: "Marta il visto non lo aveva perché non c'è ancora una procedura regolare per ragazze alla pari, nessuno sa quale visto serva, nemmeno Priti Patel. Non lo sa nessuno perché non c'è. Hanno distrutto le regole prima di chiarirle. E questo non riguarda solo au pairs e simili, ma anche altri lavori dall'Ue".
Interpellato da Repubblica, il ministero dell'Interno britannico, che non commenta sui singoli casi, ha risposto che "i cittadini Ue sono nostri amici e hanno il diritto di restare se residenti nel Regno Unito prima del 31 dicembre 2020. Chi è arrivato dopo deve invece dimostrare di averne diritto e attenersi alle nuove regole comunicate in ogni Paese Ue, nella propria lingua". Sulle condizioni degli ospiti dei centri, l'Home Office ci ha rimandato a linee guida che però non parlano né di sbarre, né di sequestro dei cellulari. A quanto si apprende, l'Home Office sta lavorando con urgenza su questi casi.
Se fino a pochi mesi fa si applicava la libera circolazione dei cittadini europei anche nel Regno Unito, allo stesso tempo ben pochi italiani o europei pensavano che, nonostante il nuovo corso, potessero rischiare di essere sbattuti in un carcere. Invece, se non si hanno i documenti giusti, è proprio così, come ci racconta Marta. "Sono partita la mattina del 17 aprile da Brindisi, ho fatto scalo a Milano e sono arrivata a Londra nel pomeriggio, dove sarei stata a casa dei miei cugini".
E poi cos'è successo, Marta?
"Mi hanno controllato i documenti: gli ho mostrato la lettera di mio cugino per essere ragazza alla pari, con tutte le mansioni che avrei ricoperto. Era il mio primo viaggio internazionale, non sapevo che avessero cambiato le regole. Ho provato a spiegare che il datore di lavoro era mio cugino e che sarei stata con la sua famiglia. Poi però mi hanno sequestrato valigia ed effetti personali, mi hanno perquisito, fatto domande, chiusa in una stanzetta sotto sorveglianza in aeroporto. Fino alle 4 di mattina".
Quindi l'hanno trasferita nel centro di espulsione?
"Sì, perché mi hanno detto che non sarebbe stato possibile rimanere in quella stanzetta in aeroporto per 24 ore. Così, in piena notte, mi hanno trasferito in una stanza "con più agevolazioni". Anche se poi mi hanno detto: "È una prigione".
Le stesse autorità di frontiera lo hanno ammesso?
"Sì, Google Traduttore, con il quale comunicavamo, diceva prison, prigione".
E ci assomigliava molto?
"Sì. Filo spinato lungo le mura, sbarre alle finestre e questi cancelloni enormi blindati... È stato abbastanza uno shock. Non me ne capacitavo: "Sono in prigione!". Sono scoppiata in un pianto terribile. Ho chiesto alle guardie di vedere mio cugino Giuseppe, anche in loro presenza, anche perché lui sa l'inglese molto bene. Ma inizialmente me lo hanno negato".
Non poteva telefonare a Giuseppe?
"No, perché mi hanno sequestrato il cellulare. Mi hanno detto che non potevo tenere con me il mio telefono perché, avendo una fotocamera, temevano che avessi potuto girare video o scattare foto. Mio cugino e la mia famiglia non sapevano che fine avessi fatto. Successivamente, mi hanno fornito un vecchio telefono senza fotocamera. Ma non aveva credito. Ho provato a ricaricarlo, ma io avevo solo euro e loro accettavano solo sterline. Allora ho chiamato Giuseppe dai telefoni pubblici della prigione e così è riuscito a trovarmi".
Durante la detenzione le hanno sequestrato tutto?
"Tutto. Valigia, portafogli, soldi, telefono: tutti i miei averi sono stati messi in bustine siglate con il mio nome. Mi è stato chiesto se mi servissero indumenti per passare la notte. Somiglia molto a un carcere, anche se le autorità lì fanno di tutto per rassicurarti. Ma ogni volta che fai un passo, sei seguito da una guardia. Le porte sono blindate. E poi le perquisizioni. Ho perso il conto di quante perquisizioni mi sono state fatte".
Anche dopo esser entrata nel centro?
"Sì sì, sono stata perquisita da capo a piedi. E mi hanno preso impronte digitali e foto".
Com'era la stanza dove ha passato la notte?
"Sbarre alla finestra, c'erano tre lettini ma ero l'unica ospite. Due scrivanie e una porta blindata con una finestrella tonda. Ho chiesto il favore di non chiudere a chiave la porta, perché mi sarei sentita ancora peggio. Hanno acconsentito".
Quanto tempo è rimasta nel centro?
"Nella sfortuna sono stata fortunata, perché mi hanno trovato un volo verso l'Italia il giorno dopo. Sono ripartita domenica 18 aprile alle 19. Sono rimasta in quel centro di detenzione circa 12 ore. Mi hanno scortata fino a quando mi sono seduta in aereo, per essere certi che venissi espulsa. Solo all'imbarco al gate mi hanno riconsegnato gli effetti personali, la valigia e lo smartphone, poco prima di salire sull'aereo. Il passaporto, invece, l'ho ricevuto una volta atterrata a Milano".
Ha visto altre ragazze nel braccio femminile di Colnbrook?
"C'era un'altra giovane italiana, della Toscana, non ricordo il suo nome. Ricordo però che aveva anche lei 24 anni ed era lì da addirittura cinque giorni. Neanche lei sapeva perché. Secondo lei, non le era stato fornito un aereo di rientro subito, perché il biglietto di ritorno costava più di quanto pagato da lei. Ma non ne sono sicura".
In che stato si trovava questa ragazza?
"È stata da sola per quattro giorni, poi al quinto altre due ragazze sono arrivate nella sua stanza. Mi ha detto che i primi giorni stava impazzendo, "un incubo completo". Anche a lei avevano sequestrato il cellulare e non ricordava i numeri di telefono a memoria dei familiari che poteva chiamare. Ha dovuto aspettare che la trovassero loro".
Ora avrà il passaporto marchiato dall'espulsione.
"Sì, c'è un timbro dell'aeroporto di Heathrow con la data e una croce sopra".
Questo potrà essere un problema in futuro, se vorrà trasferirsi a lavorare in altri Paesi...
"Spero di no, almeno così mi hanno assicurato. Ma è chiaro che il prossimo agente di frontiera che vedrà quella "X" sul passaporto mi tratterà con molto più sospetto di altri".
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 13 maggio 2021
Perché l'eterna contesa israelo-palestinese, più di qualsiasi altro conflitto mai apparso sul nostro pianeta, suscita così tante passioni e chiamate alle armi tra chi quel conflitto non lo sta vivendo? È quasi un riflesso condizionato che affiora ogniqualvolta la crisi si riaccende e balza in cima alle cronache: l'opinione pubblica occidentale si divide, si arruola e si posiziona automaticamente dietro le rispettive trincee. Chi con l'elmetto, chi con le cartine geografiche sguainate come spade, chi con i libri di storia, tutti con il ditino puntato contro gli avversari. E con il catalogo prestampato di insulti e illazioni da rovesciare in faccia all' "altro": "Antisemita!", "Imperialista!", "Terrorista!", "Genocida!".
Se critichi Israele vuoi la sua distruzione, se critichi la leadership palestinese sei complice dell'occupazione, se ti capita di sospendere il giudizio vieni bastonato da entrambe le parti. Non ci sono se, non ci sono ma, non ci sono sfumature: bisogna schierarsi e basta. E se a volte rimani in mezzo sei semplicemente un "vigliacco" o un "indifferente". Ribaltando Marx è come se nella nostra società fosse lievitata una specie di general sultification, un retroterra cognitivo distorto che accompagna e ammorba qualsiasi discussione sulla crisi in Medio Oriente. Prima dell'avvento dei social-network il monopolio della logomachia apparteneva ai media maistream e al dibattito ristretto "tra intellettuali". Certo, all'epoca esisteva ancora la politica di massa e ci si lacerava nelle sezioni, nelle piazze, a cena con gli amici. Il perimetro era più angusto, ma il climax del tutto identico a quello di oggi. A proposito, il sottoscritto ha assistito ad amicizie miseramente naufragate nei fumi della polemica partigiana. E stiamo parlando di persone che non hanno mai avuto nessuna implicazione personale in quella guerra di cui conoscono i sommi capi tramite immagini video e la lettura di articoli consumati unicamente per confermare le proprie opinioni di partenza.
C'è qualcosa di profondamente sgradevole in questa replica h24 del conflitto riprodotto dai caldi salotti delle nostre case, dalle tastiere di telefoni e pc, uno zelo piccolo borghese che si nutre di tragedie lontane per alimentare il rancore, la frustrazione domestica e la propria spocchia ideologica.
Mai come in questo caso la parola "strumentalizzazione" sembra così appropriata per descrivere il bullismo saccente con cui viene affrontato il dossier israelo-palestinese da chi, invece, dovrebbe avere il buon gusto di fare un passo indietro, forse anche due visto che non gli piovono in testa i missili. Ma forse c'è di più: quel dramma geopolitico dev'essere in qualche modo anche un luogo della psiche. Un luogo cupo dove regnano il rancore e la regressione tribale, qualcosa che ci rende più stupidi ma di cui evidentemente abbiamo bisogno. Non si spiegano altrimenti l'accanimento e la tenacia con cui ognuno blinda le sue certezze e le sue convinzioni.
Abbiamo visto cattolici convertiti all'islam, musulmani convertiti al cristianesimo, religiosi diventati atei, socialisti diventati fascisti, comunisti diventati liberisti e così via, ma praticamente mai un sostenitore di Israele ha cambiato opinione per abbracciare la "causa palestinese" e viceversa mai un pro-Palestina ha provato a interrogarsi sulle "ragioni di Israele".
Soltanto i tifosi delle squadre di calcio (che a parte alcuni casi clinici come Emilio Fede e Marco Travaglio non si cambia mai nel corso di una vita) vivono la loro appartenenza con tanto ribaldo dogmatismo. "Sono il più filo-arabo degli amici di Israele", disse un giorno il presidente francese Jacques Chirac: oggi verrebbe infilzato da entrambe le falangi della general stultification.
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