di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 maggio 2021
Le motivazioni della sentenza della Consulta che ha dichiarato incostituzionale l'"ostatività" per i mafiosi condannati a vita che non collaborano con la giustizia. Il Parlamento deve legiferare entro il 10 maggio 2022 ed eliminare le disparità tra reclusi. È sempre libera la scelta dell'ergastolano che deve decidere se collaborare con la giustizia per avere la speranza di tornare prima o poi in libertà, mettendo però a rischio se stesso e i propri cari, o viceversa se optare per "un destino di reclusione senza fine"?
È la domanda chiave alla quale i giudici della Corte costituzionale hanno risposto con l'ordinanza 97 del 15 aprile scorso (redattore Nicolò Zanon) - depositata ieri - che concede al legislatore tempo fino all'udienza del 10 maggio 2022 per rimuovere il divieto automatico e assoluto della liberazione condizionale per gli ergastolani mafiosi "non pentiti". Si legge infatti nelle motivazioni della sentenza, che ha definito incostituzionale il cosiddetto ergastolo "ostativo", che "in casi limite può trattarsi di una "scelta tragica"".
La collaborazione con la giustizia - scrive la Corte presieduta dal giudice Giancarlo Coraggio - sia pur "ragionevole" metro di giudizio, "non necessariamente è sintomo di credibile ravvedimento, così come il suo contrario non può assurgere a insuperabile indice legale di mancato ravvedimento". La collaborazione infatti può essere dettata da "valutazioni utilitaristiche" e non "anche segno di effettiva risocializzazione", mentre il rifiuto a collaborare "può esser determinato da ragioni che nulla hanno a che vedere con il mantenimento di legami con associazioni criminali". Dunque, "l'incompatibilità con la Costituzione deriva dal carattere assoluto della presunzione, che fa della collaborazione con la giustizia l'unica strada a disposizione dell'ergastolano per accedere alla valutazione della magistratura di sorveglianza da cui dipende la sua restituzione alla libertà". Mentre invece, secondo i giudici, la decisione spetta al Tribunale di sorveglianza che valuterà caso per caso.
Perché - sottolinea la Corte - "è proprio l'effettiva possibilità di conseguire la libertà condizionale a rendere compatibile la pena perpetua con la Costituzione". Se questa possibilità fosse infatti preclusa in via assoluta, l'ergastolo - spiega la sentenza - sarebbe in contrasto con la finalità rieducativa della pena (articolo 27 della Carta) e con le sentenze della Corte europea dei diritti dell'uomo. La Consulta ha deciso però di non demolire immediatamente le norme (artt.4 bis e 58 ter L. 354/75; art.2 L. 203/91) per non "produrre effetti disarmonici sul complessivo equilibrio di tale disciplina, compromettendo le esigenze di prevenzione generale e di sicurezza collettiva".
Inoltre, dovendo la Consulta attenersi al caso di specie sollevato dalla Cassazione, riguardante un mafioso condannato all'ergastolo "ostativo", l'intervento demolitorio avrebbe creato una disparità con i condannati al carcere a vita per altri tipi di reati (dal terrorismo ai delitti contro la pubblica amministrazione o quelli di natura sessuale) che si rifiutano di collaborare. Proprio per questo nell'ordinanza i giudici costituzionali invitano il legislatore ad un intervento normativo che eviti diseguaglianze.
Se poi il Parlamento non dovesse legiferare in materia, entro l'anno, la Corte "potrà persino estendere l'ambito del suo intervento, rimuovendo le preclusioni anche per l'accesso alle misure "intermedie" che consentono un graduale avvicinamento alla libertà, quali la semilibertà e il lavoro all'esterno. Insomma, questa ordinanza può spianare la strada per il ricorso a quella che si definisce illegittimità consequenziale", spiega Marco Ruotolo ordinario di Diritto costituzionale all'Università Roma Tre.
E avverte: "In ogni caso però né la libertà condizionale né i permessi premio potranno essere concessi ai reclusi al 41 bis, perché presupposto di quel regime è l'attualità del collegamento con la criminalità organizzata. Perciò, prima di poter richiedere i "benefici", il condannato dovrebbe ottenere la revoca del carcere duro, dimostrando che quei collegamenti non sono più attuali. E la competenza in materia - conclude Ruotolo - spetta, per legge, al Tribunale di sorveglianza di Roma e non ai magistrati del luogo in cui il condannato è recluso".
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 maggio 2021
Grillini e Lega saranno uniti nel no alla legge chiesta dalla Corte costituzionale. E i dissensi di Bonafede sulla prescrizione non saranno l'epicentro delle liti col resto della maggioranza. Non è una giornata facile per il Movimento 5 Stelle. Sono passate poche ore dal vertice con la commissione Lattanzi, il gruppo di esperti scelto da Marta Cartabia che ha preparato la revisione strutturale del ddl Bonafede.
Nel summit celebrato lunedì è stata sventagliata una batteria di potenziali emendamenti alla riforma del processo: numerosi, radicali, in alcuni casi drastici, certo piuttosto lontani dall'impostazione general- preventiva cara ai pentastellati. Poche ore, e il Movimento si trova a leggere la sentenza, depositata ieri mattina, con cui la Corte costituzionale scardina il vincolo assoluto della collaborazione per il riconoscimento, agli ergastolani ostativi di mafia, della liberazione condizionale. Ebbene, i deputati grillini reagiscono alla sentenza con una durezza assai più esplicita di quanto non avessero fatto di fronte alle proposte di Lattanzi, con cui pure è sembrato preannunciarsi l'addio alla norma Bonafede sulla prescrizione. Il secondo dei due colpi subiti dalla linea restrittiva sulla giustizia rischia di essere, imprevedibilmente, un fattore di equilibrio proprio per chi sente franare definitivamente quella prospettiva.
Intanto la Consulta rimette al centro del dibattito la questione carcere. Non dimenticata ma certo neppure in cima all'agenda, perché non prevista fra le priorità necessarie per ottenere i fondi del Recovery. Secondo la Corte, l'incostituzionalità delle norme attuali è evidente, eppure reclama un intervento del legislatore, piuttosto che una "demolitoria" sentenza di illegittimità. Al Parlamento il giudice delle leggi concede un anno di tempo. La maggioranza inedita che va dalla Lega ai pentastellati, e unisce gli storici avversari del centrodestra e del centrosinistra, dovrà
- dovrebbe - approvare una legge sull'ergastolo ostativo, che non precluda in assoluto la liberazione dei mafiosi "non collaboranti", ma la regoli. L'ulteriore incombenza, che a prima vista appare come un peso tremendo pure per le spalle larghe di Cartabia, rischia di diventare un paradossale balsamo. Perché può riavvicinare le posizioni della Lega a quelle del Movimento, almeno sul punto. Ed evitare così un rischiosissimo effetto isolamento per i grillini. I quali, se messi in tutto e per tutto all'angolo, potrebbero finire anche per dichiarare guerra sulla prescrizione, opporsi al progetto Cartabia sul ddl penale e minacciare traumatici distacchi dalla maggioranza. Scenario che in tempo di stabilità imposta dal Recovery, si rivelerebbe esiziale.
E poi, opporsi alla Consulta sull'ergastolo ostativo potrà sembrare pretestuoso, ma consente al Movimento di affermare la propria identità, e di poter elaborare con minori compulsioni il nodo prescrizione. "L'ergastolo ostativo, da sempre misura fondamentale per la lotta alle mafie, è stato fortemente voluto da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
A seguito della sentenza della Corte costituzionale, che rispettiamo ma non condividiamo, il Parlamento è obbligato a intervenire. La proposta di legge che abbiamo depositato mira a difendere il principio per cui il mafioso che non collabora non può sostenere di avere interrotto i legami con l'associazione mafiosa. Il Movimento 5 Stelle vigilerà, in Parlamento, affinché a nessuno venga in mente di indebolire la nostra normativa antimafia".
È il testo letterale della nota diffusa ieri dai deputati 5 stelle della commissione Giustizia. Che rivendicano una legge in netto contrasto con l'indicazione venuta due ore prima dalla Consulta. Una dichiarazione di guerra mai vista. Ma, per il Movimento, un segno di vitalità. Al quale non è escluso che si associ la Lega.
Proprio il partito di Matteo Salvini aveva voluto, durante il governo gialloverde, una legge molto severa in materia di ergastolo, con cui è stato abolito l'accesso al rito abbreviato per i reati punibili con il fine pena mai. Riforma peraltro ritenuta legittima dalla Consulta. Sul carcere, il Carroccio è molto più distante da Cartabia e da gran parte della maggioranza attuale che dai pentastellati. Che certo, ieri si sono espressi anche con i toni, più sereni scelti da Mario Perantoni, presidente della commissione Giustizia della Camera, il quale ha fatto notare come la Corte costituzionale riconosca "la assoluta importanza della legislazione antimafia" e non tocchi "la disciplina del 41 bis. L'intervento del Parlamento, richiesto per adeguare le disposizioni sull'ergastolo ostativo ai principi costituzionali, non potrà in alcun modo intaccarne le fondamenta", fa notare Perantoni. Ma ciò che conta è che, sulla giustizia, i 5 stelle da ieri non sono più gli unici "cattivi" del gruppo, destinati a starsene all'angolo. Uno schema che Cartabia teneva a scongiurare, pur ferma sulla necessità di riaffermare i principi costituzionali. Da ieri l'obiettivo, comunque non semplice, è un po' più a portata di mano.
di Felice Manti
Il Giornale, 12 maggio 2021
Se la libertà avesse un prezzo attaccato sopra sarebbe di 235,82 euro. Tanto vale un giorno passato ingiustamente in carcere. Nel 2020, mentre in lockdown ci siamo tutti sentiti "detenuti", lo Stato ha speso una carrettata di milioni di euro per risarcire chi da innocente è finito in cella ingiustamente. Quasi 38 milioni di euro, una media di 50mila euro per chi è stato privato per errore della libertà. Dei 38 milioni, quasi 27 hanno riguardato le sole Corti d'appello di Bari, Catanzaro, Palermo, Roma e Reggio Calabria. Che da sola "pesa" quanto Roma, Milano e Napoli insieme, mentre Catanzaro si ferma a 4,9 milioni. Cifre che danno l'entità del problema, al netto di alcune inchieste di 'ndrangheta con strascico di manette, pompate dai giornali ma dimostratesi evidentemente senza troppo fondamento.
Ma mentre si discute di riforma della giustizia il dossier pubblicato online dal Sole24Ore riaccende i riflettori sul vero punto dolente legato all'ingiusta detenzione: la responsabilità civile dei magistrati. Chi paga? Il magistrato? No, lo Stato. La legge 18 del 2015 voluta da Matteo Renzi che ridefinisce la fattispecie di colpa grave "è rimasta praticamente inapplicata, pur essendo un pannicello caldo", spiega al Giornale Claudio Defilippi, legale esperto in revisioni processuali e ingiusta detenzione, come dimostrano i 4,5 milioni di euro per 23 anni da innocente in carcere che lo Stato ha riconosciuto al suo assistito Domenico Morrone. Tutti soldi nostri, non di chi l'ha fatto condannare. "Penso sia impossibile, e non solo al momento attuale, sperare in una legge diversa da quella vigente, che sembra costituire una sorta di presidio normativo non riformabile in peius", dice infatti un altro avvocato, Ivano Iai.
E poi dal punto di vista disciplinare (e lo si è visto con il caos al Csm) "le toghe rischiano poco o nulla - insiste Defilippi - Bisogna anche potenziare l'ufficio giudiziario che verifica la progressione in carriera dei magistrati e istituire una commissione di controllo sugli errori giudiziari". Già, perché a combattere per la verità non dovrebbero essere solo gli avvocati ma soprattutto lo Stato.
La cifra massima del risarcimento per legge peraltro non può mai eccedere l'importo complessivo di 516.456,90 euro (il vecchio miliardo di lire) da dividere per la durata massima della custodia cautelare in carcere, che è di sei anni. "Ma c'è gente che è rimasta dentro per 7 o otto anni", ribatte Defilippi, e poi in caso di indennizzo diretto, il responsabile cioè il magistrato "deve essere litisconsorte necessario, cioè deve entrare nel meccanismo risarcitorio". Cosa che oggi non è obbligatoria.
Come uscirne? Con una vera riforma della giustizia. "Il mio auspicio è che venga introdotto almeno il principio della lealtà processuale - conclude Iai - ossia quel canone superiore idoneo a scongiurare nel magistrato iniziative manifestamente pretestuose od oggettivamente ostili all'imputato ancorché formalmente legittime".
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 12 maggio 2021
Il giorno dopo gli applausi comuni alle proposte della ministra Cartabia, il sottosegretario forzista Sisto prova a comprendere la campagna della Lega con i radicali: uno stimolo. No della dem Rossomando: in questa fase sono solo di ostacolo. La maggioranza plaude alle proposte dei saggi di Cartabia - non tutta la maggioranza perché i 5 Stelle sono fermi nel ruolo di custodi dell'eredità Bonafede - ma la strada della ministra della giustizia verso la riforma del processo penale non è affatto in discesa.
La concordia si è registrata sulla esposizione orale delle riforme proposte dalla commissione Lattanzi, la settimana prossima arriveranno gli emendamenti e i partiti prima di andare oltre una condivisione di massima degli obiettivi vogliono vedere dentro i testi. Non hanno molto tempo a disposizione, perché secondo i piani esposti da Cartabia il primo sì della camera al disegno di legge delega sul processo penale (in parallelo a quello del senato sul processo civile) deve arrivare entro la sospensione estiva. Altrimenti ci si può dimenticare di chiudere il percorso parlamentare entro la fine dell'anno, che poi significa entro la sessione di bilancio, come il governo si è impegnato a fare nel Piano nazionale di riprese e resilienza. Il guaio è che i prossimi due mesi saranno anche quelli nei quali entrerà nel vivo la campagna referendaria sulla giustizia, dove una parte della maggioranza procederà in direzione oggettivamente contraria a quella delle riforme di Cartabia.
Non solo la Lega di Salvini, che a breve presenterà i quesiti abrogativi con i radicali e li depositerà in Cassazione e comincerà la raccolta estiva delle firme, ma anche Forza Italia che non può certo farsi spiazzare dall'ingombrante alleato sul fronte della sfida alla magistratura. E così il sottosegretario forzista alla giustizia Francesco Paolo Sisto deve prodursi in una dichiarazione assai sofisticata, sostenendo che "i referendum sulla giustizia non danneggeranno il processo di riforma perché la democrazia diretta è sempre un plus, se esercitata nelle forme previste dalla Costituzione. Al contrario, questa iniziativa può essere un modo per sensibilizzare ulteriormente il paese sulla necessità di intervenire sul sistema giudiziario".
Frase che la responsabile giustizia del Pd Anna Rossomando bolla come "cerchiobottista". Il referendum abrogativo in effetti non è un stimolo né un suggerimento per il parlamento, ma un potere legislativo in capo agli elettori che, nel caso dei quesiti radical-leghisti, punterà tra le altre cose alla separazione netta delle carriere di giudici e pm. "Sisto dice che il referendum è uno strumento di democrazia, grazie, lo sapevamo, ci mancherebbe - aggiunge Rossomando. Ma il suo ragionamento poteva forse avere un senso in un'altra fase del lavoro di riforma della giustizia - spiega - non adesso che siamo arrivati al punto. Ora abbiamo un testo di legge e degli emendamenti già presentati, sono in arrivo quelli del governo e ogni iniziativa contraria può essere solo di ostacolo".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 maggio 2021
Alla vigilia dell'anniversario di Capaci la sorella del giudice commenta l'ordinanza della Consulta sull'ergastolo ostativo, apprezza la decisione di affidare al Parlamento l'ultima parola. La sua voce, al telefono, assomiglia incredibilmente a quella del fratello. Maria Falcone parla proprio come Giovanni, con un modo tutto loro di sottolineare, col tono che si abbassa di poco, l'importanza o la gravità di un accadimento. E adesso Maria, con Repubblica, affronta la decisione della Consulta sul destino dell'ergastolo ostativo - è di oggi il deposito dell'ordinanza - che tra un anno sarà decisa dalle Camere. "Per me non c'è altra via che la collaborazione per concedere benefici ai mafiosi" è la sua drastica sintesi.
Tra 12 giorni arriverà di nuovo il 23 maggio. E quell'ora, pochi minuti alle 18, che ha portato via Giovanni. A lei, a tutti noi, al mondo della giustizia, all'Italia, ai tanti che lo ricordano nel mondo. Partiamo da qui, dall'immagine e dal ricordo di suo fratello... e dal suo dolore...
"Ogni volta, per me, è un trauma che si ripete, ma è giusto che gli italiani sappiano, cosa colpisce chi resta quando se ne va un uomo da ammirare per quello che era e per quello che stava facendo. Il 23 maggio del 1992 ha cambiato radicalmente la mia vita. Sino ad allora ero stata una mamma e un'insegnante, una sorella che amava il fratello che lavorava per tutti noi. Quel 23 maggio si chiude per sempre una stagione della mia vita e se ne apre una diversa".
Quella di quotidiana testimone di una tremenda strage?
"Ogni anno si rinnova un momento di grandissimo dolore personale, ma anche di scoramento come cittadina italiana, perché con la morte di Giovanni, e subito dopo con quella di Paolo Borsellino, tutto quello che avevano fatto fino a quel momento era finito, tutto il patrimonio di idee e di metodi nella lotta contro la mafia rischiava di scomparire con loro. Per questo mi sono costretta ad agire, perché questo non accadesse. Come insegnante ho continuato a fare il mio lavoro, perché educando i giovani potevo contribuire a dar vita a una società diversa nella quale mettere da parte tutti gli atteggiamenti che sono propri di una società culturalmente accondiscendente nei confronti della mafia, dall'indifferenza verso i crimini all'omertà nella testimonianza. Il 23 maggio - per me - non è solo un anniversario di dolore, ma il momento della speranza che prima o poi si arrivi a una grande festa di liberazione dalla criminalità i cui protagonisti saranno i giovani e la loro voglia di cambiamento".
È solo un caso, ma proprio adesso viene pubblicata l'ordinanza della Consulta che chiede alle Camere, entro 12 mesi, di riscrivere le regole dell'ergastolo ostativo, di quella libertà condizionale che oggi può essere concessa ai mafiosi solo se collaborano. Ma la Corte, dopo i rilievi della Cassazione, vede un automatismo che giunge all'incostituzionalità nel momento in cui rende l'ergastolo una pena senza fine. Qual è il suo giudizio?
"Nonostante tutto, la decisione della Consulta è stata ponderata, perché aver rinviato al Parlamento la possibilità di legiferare rappresenta una svolta importante. Solo le Camere possono decidere se nelle nuove disposizioni sul carcere per i mafiosi debba prevalere la sicurezza di tutti noi e della società rispetto all'interesse del singolo. Siamo stati allevati tutti e siamo cresciuti nell'ammirazione di Beccaria. Sappiamo bene come la pena sia un mezzo per tornare poi a vivere. Ma il legislatore deve avere ben presente che il mafioso non è un criminale comune, un criminale isolato. Il mafioso è un soggetto che appartiene a un'organizzazione solidissima di cui lui è una parte, un ingranaggio essenziale e che uscirà da lì solo con la morte. O, come diceva Tommaso Buscetta, con la collaborazione".
E quindi, per lei, proprio la collaborazione rappresenta l'unica, e sottolineo l'unica, via per rompere con la mafia?
"Abbiamo degli esempi davanti a noi. Tutti i mafiosi che non collaborano e ai quali sono state concesse agevolazioni per buona condotta, le stesse che vengono riconosciute ai detenuti comuni, quando sono usciti dal carcere sono rientrati subito nell'organizzazione, commettendo nuovi delitti. Perché mio fratello Giovanni e Paolo hanno detto tante volte che il mafioso, dal punto di vista della pena, va trattato in modo del tutto particolare? Proprio per questo. Si badi bene, Giovanni e Paolo erano due grandi garantisti. Chi gli è stato accanto sa bene che non erano certo giustizialisti che volevano buttare via la chiave delle celle...".
La Corte però scrive che esistono anche le false collaborazioni, quelle strumentali proprio per ottenere dei benefici....
"Questo non è del tutto vero, perché il collaboratore che usufruisce di determinati benefici e poi viola il programma, li perde subito. Quindi questa interpretazione cade".
Ma il "fine pena mai" è contro la Costituzione...
"Certo, ma chi commette un crimine ed è mafioso sa bene che può cambiare pagina e collaborare con la giustizia. Ma lei ricorda Giovanni Brusca? Era tra i carnefici di Giovanni, eppure ha collaborato con la giustizia e gli sono stati riconosciuti dei vantaggi. Brusca non morirà in carcere, però ha permesso di andare avanti in tante indagini, ha rivelato fatti importantissimi".
Quindi, per lei, la collaborazione non ammette alternative...
"Esatto, proprio così. Ma chi non la pensa come me perché non si pone una semplice domanda: perché quel mafioso non collabora?".
Glielo dico io, può dire, ad esempio, che la collaborazione potrebbe provocare ritorsioni gravi nei confronti della sua famiglia...
"Questo argomento non mi convince affatto, perché con il pentimento scatta un programma di protezione che permette di scongiurare questi pericoli".
La sua idea è che abbia ragione chi - come Di Matteo e Ardita - ritiene che questo passo realizzi le richieste di Riina dopo le stragi del '92-'93?
"Io penso semplicemente che il mafioso che non collabora, che ha fatto o potrebbe fare ancora altre stragi, dev'essere fermato per quello che potrebbe fare ancora. Io penso di dire adesso le stesse cose che avrebbe detto Giovanni, anche se lui lo avrebbe fatto utilizzando il diritto. Il mafioso dev'essere trattato per quello che è, non può avere nulla se non esce dalla mafia, perché continuerà a farne parte, anzi sarà apprezzato proprio perché non ha collaborato".
Non ha dubbi su questo?
"Noi ci dobbiamo chiedere perché i più noti capimafia, anche sopportando il carcere duro fino alla morte, non si sono mai pentiti. Lo hanno fatto perché dovevano dare l'esempio. Per questo la collaborazione è stato il grimaldello che ci ha permesso di scardinare Cosa nostra. E allora dobbiamo chiederci se facendo concessioni ai mafiosi non ci sia il rischio che poi non si pentirà più nessuno. Ecco perché è importante che a decidere sia il Parlamento. Rispondendo a un interrogativo: conta di più la sicurezza dei cittadini o il mafioso che sembra diventato buono anche se non si pente? Per la lotta alla mafia l'ergastolo ostativo è, e deve restare, uno strumento fondamentale".
Non è un segreto che Marta Cartabia la stimi tantissimo. Proprio l'atteggiamento della ministra verso il sempre possibile recupero di un detenuto non la convince?
"Io penso che il detenuto si può recuperare attraverso la collaborazione. Se collabora, la mafia non lo accetta più, lo considera un nemico, e se sgarra nei confronti dello Stato gli vengono tolti i benefici".
Ha visto però che la Consulta, nell'ordinanza firmata dal giudice Nicolò Zanon, che certo non è un giurista di sinistra ma un garantista, sottolinea come i detenuti al 41 bis siano del tutto esclusi comunque da possibili benefici. Questo non la rassicura?
"E se il futuro intervento sull'ergastolo ostativo fosse propedeutico ad alleggerire o addirittura a togliere il 41bis? Quante volta ne abbiamo sentito parlare male? E comunque questa argomentazione non mi tranquillizza".
di Valerio Valentini
Il Foglio, 12 maggio 2021
La tentazione di vederci l'obliterazione del grillismo manettaro, per molti è irrinunciabile. "Se il Pd non fa da palo al M5s, stavolta liquidiamo davvero il populismo giudiziario", sentenzia il calendiano Enrico Costa. E però dall'altra parte, cioè appunto quella del Pd, c'è chi, come Anna Rossomando, suggerisce di non limitarsi alla tattica politica.
"Non c'è dubbio - spiega la senatrice dem, responsabile Giustizia nella segreteria di Enrico Letta - che una legislatura iniziata col 'contratto di governo', per cui la Lega concedeva al M5s lo stop alla prescrizione in cambio della legittima difesa, trova con la ministra Cartabia una evidente svolta. Quello proposto dalla Guardasigilli è un impianto di riforme ampio e ambizioso, e sbaglieremmo a non coglierne il valore complessivo".
Inutile dire, però, che il centro gravitazionale del dibattito che s'è acceso dopo l'incontro a Via Arenula tra la Cartabia e i rappresentanti della maggioranza, il nodo imprescindibile nella polemica politica intorno alla riforma del processo penale in discussione alla Camera, resta sempre lo stesso: la prescrizione. "Per noi le soluzioni avanzate dalla ministra sono entrambe validissime", osserva Costa, che nella battaglia contro la riforma bandiera del M5s s'è guadagnato sul campo i gradi di pasdaran, lasciando intendere che però, tra le due, preferirebbe quella più radicale. "Che è in verità anche la più semplice da applicare", precisa lui, sornione.
"Si pongono dei tempi precisi, due anni per il primo grado e un anno per l'appello, per celebrare il processo, oltre i quali il decorso della prescrizione torna normale. Del resto è il 'lodo' proposto da Andrea Orlando nel dicembre del 2019". Al che Anna Rossomando, che dell'attuale ministro del Lavoro è una fedelissima, precisa che sì, a loro quella soluzione piace eccome, "ma forse sull'altra ipotesi, quella che contempla l'improcedibilità dell'azione penale, cioè una sorta di prescrizione del processo, oltre un certo limite di tempo, si può raggiungere un più ampio consenso parlamentare".
E qui allora si ritorna al busillis: che fare col M5s? "In una maggioranza così eterogenea, contano i numeri", spiega Costa, vagheggiando un asse che va da Forza Italia fino a Italia viva, passando per Azione. "Se la Lega, con la scelta bizzarra di dedicarsi ai referendum, si chiama fuori dal dibattito sulle riforme, e il M5s è l'unico a voler difendere certe posizioni, è finisce in minoranza, non vedo perché qualcuno dovrebbe accorrere in suo soccorso". La Rossomando non si nasconde: "È indubbio che proprio sulla giustizia abbiamo misurato le distanze maggiori col M5s. Ma noi, come Pd, non abbiamo le ansie di visibilità tipiche di quei partiti che hanno bisogno di agitare lo scalpo dell'avversario per ottenere titoli sui giornali. Noi pensiamo invece che si debba trovare la soluzione più condivisa, e che l'importante sia spostare l'asse della maggioranza sulle posizioni più avanzate possibili. Da queste riforme dipendono gli oltre 3 miliardi del Pnrr destinati al comparto, e gli oltre 200 del Recovery nel complesso: eviterei dunque tatticismi pretestuosi".
Sul resto, peraltro, la convergenza pare assai più agevole. "Il perseguimento della ragionevole durata del processo è l'obiettivo di fondo di questo impianto riformatore, e per questo ci soddisfa", esulta la Rossomando. E come lei, anche Costa vede nel potenziamento dei riti alternativi "un notevole passo in avanti". "Anche i limiti di tempo sulle indagini preliminari mi paiono doverosi", prosegue il deputato di Azione, già viceministro della Giustizia nel governo Renzi, quando a guidare Via Arenula era proprio Orlando. "I tecnici della Cartabia - concorda la Rossomando - hanno inoltre ripreso un tema a me caro: quello sulla necessità d'introdurre un termine di tempo tra la conclusione delle indagini e l'avvio del processo".
Semmai, delle divergenze restano su un altro punto: quello dell'inappellabilità delle sentenze di primo grado da parte dei pm. "Confido nel fatto - dice Costa - che due presidenti emeriti della Corte costituzionale, come la ministra e il suo consigliere Giorgio Lattanzi, sapranno intervenire negli spazi che un precedente intervento della Consulta aveva ristretto assai". Riferimento alla bocciatura, da parte della Corte, della legge Pecorella nel 2006. "Valuteremo nel merito la proposta", dice, più guardinga, la Rossomando, "anche per capire in che modo questo orientamento sarà collegato alla preannunciata compressione delle possibilità di appello per l'imputato".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 maggio 2021
La preoccupazione di Draghi è che non si riesca a seguire un cammino comune e che il dibattito diventi una polveriera. Cartabia punta tutto sugli emendamenti al processo penale, nei quali terrà conto delle differenze tra partiti. La maggioranza si slabbra sulla giustizia. Prima la Lega terremota Cartabia con i referendum. E tira a destra. Ma adesso, dopo l'incontro di lunedì con la Guardasigilli, una forza propulsiva opposta tira a sinistra. È quella dei 5Stelle.
Che davanti a Cartabia si sono comportati come dei signori. Ma poi, riflettendo sulle proposte, hanno cominciato a essere tentati di far saltare il banco. E quando, alla Camera, ieri mattina l'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede ha incontrato Enrico Costa di Azione non è riuscito a trattenersi dal dirgli: "Siete contenti eh?!?!". Alludendo, chiaramente, ad almeno tre o quattro punti delle proposte di Cartabia, che gli sono andate decisamente di traverso, e che sarebbero di stampo conservatrice. Per intenderci, roba di destra.
Quali sono? Eccole. La netta marcia indietro, comunque vada, sulla prescrizione di Bonafede e addio allo stop dopo il primo grado; il processo d'appello praticamente quasi cancellato in stile Gaetano Pecorella (l'ex pupillo di Berlusconi che diede il nome alla legge, poi soppressa dalla Consulta, che legava le mani al pm che perde il processo); le priorità dell'azione penale decise dal Parlamento (le propose l'ex Guardasigilli Angelino Alfano); la stretta, inequivocabile, sui pubblici ministeri messi sotto l'usbergo dei gip. Che addirittura potranno fare le pulci al pm se conduce le indagini con troppa lentezza. Non basta: sempre il gip potrà controllare se il pm fa la furbata di cambiare la data di iscrizione dell'imputato nel registro degli indagati.
A questo punto il tam tam delle lamentele degli M5S arriva a palazzo Chigi, entra nella stanza di Draghi, e nella testa del premier scatta un campanello di allarme. Si materializza il timore che sulla giustizia la maggioranza non riesca a tenere la barra dritta. Che faccia acqua in Parlamento. Un fatto, però, è certo, e anche documentato dalle verifiche di Repubblica. In via Arenula la giurista Cartabia è tranquilla. Convinta com'è che tutte le contraddizioni sfumeranno quando lei, tra una settimana, presenterà alla Camera i suoi emendamenti sul processo penale. Che terranno conto delle pur diverse anime della maggioranza, e che saranno una sintesi delle ben 721 richieste di modifica al testo base di Bonafede sul processo penale presentate dai partiti, ma anche del lavoro, considerato "prezioso", dell'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi. Oggi al vertice del gruppo di lavoro che, per scelta di Cartabia, ha rimesso mano al processo penale in versione Bonafede. Con una mappa di modifiche che sicuramente piacciono alla destra, tant'è che proprio l'ex forzista Costa twitta entusiasta "il 'fine processo mai' va in archivio, la Cartabia illustra una proposta seria per cancellare i danni di M5S, lo smarrimento dei grillini è evidente, speriamo che il Pd non faccia di nuovo il loro gioco".
Una polveriera potenziale pronta a esplodere. Legittimo dunque che oggi, di fronte agli spifferi che entrano dalla sua finestra, Mario Draghi si preoccupi, anche perché la Guardasigilli Marta Cartabia, lunedì pomeriggio con modalità da remoto, il che ha evitato la rissa in diretta, ha presentato la riforma della giustizia accentuando molto il rischio che, se dovesse fallire il tentativo di approvare in tempo le riforme, anche i fondi del Recovery potrebbero saltare. O addirittura ne potrebbe essere richiesta una restituzione. E con l'aria che tira in Parlamento - M5S deluso e furibondo, Lega che punta sui referendum - tocca solo al Pd accollarsi il peso di un possibile compromesso. A questo punto la domanda legittima è, ma sulla giustizia la maggioranza terrà, o precipiterà rovinosamente?
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2021
La Corte costituzionale, sentenza n. 96 depositata oggi, ha dichiarato inammissibile un ricorso che poneva la questione della legittimità della norma in un caso in cui le parti erano già in udienza. "La garanzia del diritto di difesa richiede che le parti, e in particolare l'imputato, debbano essere informate con ragionevole anticipo della data, dell'ora e delle modalità di svolgimento dell'udienza, così da esprimere il loro eventuale consenso alla partecipazione alla medesima udienza da remoto".
"Tuttavia, una volta che tale comunicazione sia mancata e, quindi, le parti si siano presentate fisicamente all'udienza (tanto più, come nel caso di specie, per effetto di un precedente rinvio), non può in alcun modo ritenersi che esse potessero, in quella sede, essere interpellate in ordine alla loro volontà di acconsentire alla celebrazione della medesima udienza da remoto".
È uno dei passaggi della decisione della Consulta n. 96 depositata oggi, che ha dichiarato inammissibile il ricorso sollevato dal Tribunale ordinario di Spoleto, con ordinanza del 21 maggio 2020, in riferimento agli articoli 70 e 77 della Costituzione. La questione di costituzionalità era posta con riferimento all'articolo 3, comma 1, lettera d), del Dl 30 aprile 2020, n. 28 (poi convertito, con modificazioni, nella legge 70/2020), nella parte in cui, introducendo l'ultimo periodo nel comma 12-bis dell'articolo 83 del Dl 17 marzo 2020, n. 18, convertito, con modificazioni, nella legge n. 27del 24 aprile 2020, ha stabilito "in aperto contrasto" con quanto da quest'ultima previsto che, nel periodo compreso tra il 9 marzo e il 31 luglio 2020, "la modalità ordinaria di partecipazione all'udienza penale fosse quella in presenza".
"Del resto - osserva la Consulta - se la previsione della trattazione delle udienze penali da remoto era rivolta a ridurre la diffusione del contagio, sarebbe stato contraddittorio consentire alle parti di manifestare il loro consenso in favore di tale modalità di partecipazione all'udienza quando le stesse erano già fisicamente comparse davanti al giudice". Cosa che, secondo quanto emerge dall'ordinanza introduttiva, sarebbe accaduto nel giudizio a quo, dove le parti sono state informate dal giudice della possibilità di prestare il loro consenso all'udienza da remoto solo quando si erano già presentate fisicamente all'udienza del 21 maggio 2020 e, pertanto, in un momento in cui il rimettente non poteva più dare applicazione alla disposizione di cui deduce l'illegittimità costituzionale.
di Davide Varì
Il Dubbio, 12 maggio 2021
Prescrizione, ragionevole durata, presunzione di innocenza: sono bastati tre mesi per riprenderci dalla sbornia del populismo penale e rivedere il diritto tornare ad affacciarsi tra le stanze di via Arenula e sulle pagine dei giornali.
Intendiamoci, nulla è ancora nero su bianco, ma il clima che si respira è di quelli che fanno ben sperare perché, come ha detto ieri il sottosegretario Sisto al nostro giornale, la competenza delle proposte ha una forza che vince su tutto. E così, anche l'avamposto grillino che era a guardia della riforma Bonafede sembra cedere di fronte al lavoro della commissione Lattanzi.
Già Lattanzi, è lui l'uomo della svolta, l'uomo della competenza, per citare Sisto. Ma è la forza tranquilla delle ministra Cartabia, la sua fede nel diritto che - scusateci - il nostro giornale aveva colto già al suo esordio a via Arenula che ha permesso l'avvio di questa nuova rivoluzione copernicana. E se la competenza non fosse bastata, la ministra ha trovato il modo di essere ancora più convincente spiegando alla "sua" maggioranza che senza riforme della giustizia addio Recovery: una responsabilità troppo grande anche per chi sogna manette e galera perpetua.
"Sulla durata dei processi il governo si gioca tutto il Recovery, non solo quello legato alla giustizia", ha infatti spiegato Cartabia in Commissione. E poi: "Chi si sottrae al cambiamento si dovrà assumere la responsabilità di mancare un'occasione così decisiva per tutti".
Ecco da dove è nata la piccola rivoluzione che in soli tre mesi ha rovesciato il dibattito sulla giustizia. E a chi ha ancora qualche dubbio possiamo ricordare che appena un anno fa eravamo impelagati in discussioni surreali: "Gli innocenti non finiscono in galera", ricordate? Ecco, quella roba lì sembra archiviata. E scusate se è poco.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 12 maggio 2021
Verrebbe quasi naturale definirla una "rivoluzione copernicana" quella che nelle prossime ore il governo Draghi, e in particolare il ministero guidato da Marta Cartabia, offrirà al Parlamento sui temi della giustizia. E in un certo senso, una rivoluzione vi sarà davvero se l'esecutivo riuscirà a fare quello che sembra avere intenzione di fare, ovverosia spingere i partiti su una strada per così dire garantista, con un'idea di giustizia più vicina ai princìpi costituzionali, guidata da quattro direttrici chiave: innocenza fino a prova contraria, durata ragionevole del processo, processo costruito intorno al principio della condanna solo oltre ogni ragionevole dubbio, limitazione dei poteri assoluti di cui godono oggi i pubblici ministeri.
L'intenzione della ministra Cartabia, alla luce di ciò che è già emerso in queste ore e alla luce di ciò che ha raccolto il Foglio nella giornata di ieri per avere qualche elemento ulteriore rispetto a quanto già emerso dalle cronache dei giornali, è un'intenzione nobile, che ha a che fare con la volontà di perimetrare l'attività del pubblico ministero fissando sul terreno di gioco alcuni paletti necessari per rendere l'attività di indagine meno discrezionale. L'intenzione della riforma Cartabia, come è in parte noto, prevedrà la possibilità di rinviare a giudizio solo in presenza di una prognosi di probabilità di condanna concreta e non aleatoria.
Si proverà a rendere più difficile la presenza di atti di accusa costruiti solo con l'idea di offrire a un giudice l'esposizione di un teorema vago. Si proverà a rendere più vincolante la presentazione di fronte al giudice, già in fase di richiesta di rinvio a giudizio, di elementi solidi per poter condannare. Si proverà a offrire formule di archiviazione più vaste sia al giudice sia al pubblico ministero. Si proverà a offrire una formula innovativa come quella dell'archiviazione meritata, la possibilità cioè per il pm di chiedere l'archiviazione a seguito di condotte riparatorie messe in campo da un sospettato già nella fase delle indagini. Si proverà a rendere effettivo il divieto di impugnazione delle sentenze di assoluzione in primo grado da parte del pm.
Si proverà a mettere in atto un'estensione dei criteri per rendere più appetibile un patteggiamento, non aumentando lo sconto di pena, ma offrendo la possibilità di patteggiare anche per le pene accessorie, rendendo chiaro, anche dal punto di vista del proprio casellario giudiziario, che un patteggiamento, in qualsiasi ambito, possa essere equiparato a una sentenza di condanna, a un'ammissione di colpevolezza.
Si proverà a cambiare l'attuale legge sulla prescrizione bloccando la prescrizione solo in caso di condanna in primo grado e dando un termine fisso e massimo di due anni alla Corte d'appello per decidere cosa fare rispetto alla sentenza di primo grado - se la Corte d'appello non decide entro due anni, la prescrizione torna a decorrere computando anche i due anni trascorsi per attendere la sentenza d'appello. Si proverà, dato meno noto, a mettere in atto anche un'altra piccola rivoluzione, che coinciderà con la volontà di specificare, all'interno del pacchetto di riforme sulla giustizia, un fatto elementare, che è incredibile sia diventato necessario da specificare: la semplice esposizione a un'indagine non potrà, in nessun caso, avere alcuna conseguenza pregiudizievole nei confronti dell'indagato, e nessuna norma, neppure le interdittive antimafia, potrà più essere costruita per fare del sospettato un colpevole fino a prova contraria.
Rispetto a quello che è il quadro desolante della giustizia italiana, le proposte consegnate da Cartabia ai partiti sono oggettivamente rivoluzionarie. Ma il dato sconfortante della riforma Draghi-Cartabia è che ciò che propone oggi il governo non ha a che fare in verità con una rivoluzione vera, ovvero con uno stravolgimento dell'ordinamento attuale. Ha a che fare, piuttosto, con l'ammissione di una verità che andrebbe riconosciuta anche da tutti coloro che negli ultimi anni hanno contribuito a trasformare il nostro sistema giudiziario in un far west senza regole. E la verità è questa: la rivoluzione in corso, possibile e auspicabile, è una rivoluzione che punta a rispettare alcuni princìpi non negoziabili della nostra Costituzione che la politica ha scelto negli ultimi anni di negoziare sull'altare del consenso elettorale.
Si può davvero dire oggi, come prescrive l'articolo 27 della Costituzione, che l'imputato non sia considerato colpevole sino alla condanna definitiva e che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e che debbano tendere alla rieducazione del condannato? Si può davvero dire, oggi, come prevede l'articolo 111 della Costituzione, che ogni processo si svolga nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, di fronte a un giudice terzo e imparziale, all'interno di un percorso che garantisce alla persona accusata di un reato di essere informata riservatamente della natura e dei motivi dell'accusa elevata a suo carico e di avere diritto a una durata ragionevole del processo? Si può davvero dire oggi, come prevede l'articolo 112 della Costituzione, che l'obbligatorietà dell'azione penale sia volta a garantire sia l'indipendenza del pubblico ministero, quale organo appartenente alla magistratura, sia l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge e non sia invece diventata tutto il suo opposto?
La vicenda Palamara, sommata al caso Amara, sommata alla guerra tra correnti della magistratura, sommata alla lotta tra bande nel Csm, sommata all'utilizzo sempre più discrezionale dell'azione penale, sommata all'uso spregiudicato degli strumenti del circo mediatico e sommata alla battaglia tra giustizia amministrativa e giustizia ordinaria, che ieri ha portato alla decapitazione formale via Consiglio di stato della testa della procura di Roma, è un cocktail letale, che dimostra come la giustizia italiana non abbia bisogno di svolte copernicane ma abbia semplicemente bisogno di una rivoluzione guidata da un unico motore: combattere la giustizia marcia attraverso l'ordinario rispetto della Costituzione. E il fatto che la normalità appaia oggi come una rivoluzione offre la dimensione precisa della grandezza del buco nero all'interno del quale la politica, a colpi di populismo penale, ha fatto sprofondare, negli anni, la nostra giustizia. Se vogliamo, la resilienza della giustizia passa tutta da qui: non da una rivoluzione epocale, ma dal semplice ritorno alla normalità.
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