di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2021
La comminazione della sola ammenda per l'abuso edilizio impedisce la proposizione dell'appello. Non è appellabile la sentenza di condanna che commina la sola ammenda. E tale limite applicato tout court non è illegittimo costituzionalmente. La Corte di cassazione, con la sentenza n. 18154/2021, ha in prima battuta respinto il rilievo di incostituzionalità avanzato dal ricorrente sulla ricorribilità della sentenza che riconosce la causa di non punibilità e la esclude per quella che commina la sola ammenda. La Cassazione chiarisce, infatti, interpretando l'articolo 131 bis del Cp e il comma 3 dell'articolo 593 del Cpp, che la sentenza di proscioglimento per tenuità del fatto non è appellabile se il reato per il quale si procede può comportare in concreto la comminazione della sola ammenda. Quindi non vi è alcuna disparità di trattamento.
Il ricorrente lamentava poi, in particolare, il mancato pronunciamento del giudice di merito sulla richiesta difensiva di applicazione della causa di non punibilità. La risposta della Cassazione è stata che non vi è vizio di legittimità per tale "silenzio" del giudice vista l'acclarata commissione in tempi distinti di tre diverse violazioni del testo unico dell'edilizia, che di per sé determinano l'abitualità del comportamento che esclude la non punibilità per l'offesa tenue. La "plurima" violazione costituisce il sintomo di abitualità del comportamento e a nulla rileva che le singole condotte siano di per sé sussumibili nella nozione di tenuità del fatto.
La causa di non punibilità prevista dall'articolo 131 bis del Codice penale è, infatti, sottoposta al ricorrere della duplice condizione della tenuità dell'offesa e della non abitualità del comportamento. Cioè entrambe devono sussistere. E la valutazione sull'abitualità va operata dai giudici solo se sussiste il presupposto della prima condizione che viene accertata in base alle modalità di commissione del reato e all'esiguità del danno o del pericolo che ne è derivato. Infine, la Cassazione respinge anche l'argomento difensivo che sosteneva l'estinzione del reato edilizio a seguito dell'ottenimento del permesso di costruire in sanatoria. L'estinzione, infatti, non scatta per violazioni della normativa antisismica o di quella relativa a opere di conglomerato cementizio.
di Maria Fiore
La Provincia Pavese, 12 maggio 2021
Annullata l'archiviazione delle denunce di pestaggi ai danni dei detenuti. Esulta l'associazione Antigone: "Andiamo avanti". Le indagini sui presunti pestaggi denunciati dai detenuti dopo la rivolta in carcere a Torre del Gallo, la sera dell'8 marzo dello scorso anno, vanno avanti.
La giudice Valentina Nevoso ha annullato l'archiviazione decisa alcuni mesi fa dal giudice di pace, chiamato a esaminare la richiesta della procura. Richiesta, come si legge nel provvedimento del tribunale, "accolta con la mera apposizione di un timbro", quindi senza motivazioni. Soddisfatto l'avvocato Pierluigi Vittadini, che rappresenta alcuni detenuti, e l'associazione "Antigone", che tutela i diritti dei reclusi. "Continueremo a monitorare il procedimento di Pavia - spiega l'avvocata di Antigone, Simona Filippi. Proprio sul caso pavese presentammo un esposto ad aprile dello scorso anno".
Esposti in tutta Italia - Dopo le rivolte nelle carceri italiane, in piena emergenza Covid, oltre alle indagini sui saccheggi degli istituti furono presentati anche diversi esposti su presunti pestaggi ai danni dei detenuti. "Sono quasi tutti in fase di indagine, ad eccezione del caso di Modena, dove si registrarono nove morti e la procura ha chiesto di recente l'archiviazione - spiega Filippi -. Il caso di Pavia colpisce perché la richiesta di archiviazione è stata valutata da un giudice di pace, che non ha neppure motivato la decisione. E questo al di là delle valutazioni della procura".
La sommossa - I fatti denunciati dai detenuti si intrecciano con la rivolta esplosa a Torre del Gallo la sera dell'8 marzo dello scorso anno, quando alcuni reclusi diedero fuoco ai materassi e agli arredi e poi salirono sui tetti del carcere di Torre del Gallo per protestare contro il blocco dei colloqui a causa dell'emergenza sanitaria. Gli esposti ripercorrono alcuni momenti della ribellione, che coinvolse diversi detenuti.
Alcuni, dopo essere riusciti ad aprire una porta, salirono sui tetti della struttura carceraria e si convinsero a scendere solo diverso tempo dopo. I firmatari degli esposti negano di essere coinvolti nella rivolta, ma soprattutto si soffermano sui fatti avvenuti all'indomani della rivolta, il 9 marzo. Secondo la loro ricostruzione gli agenti si sarebbero prima presentati nelle loro celle, verso le due di notte, per insultarli e minacciarli. Il giorno dopo alcuni detenuti sarebbero stati convocati nella saletta ricreativa della sezione, dove sarebbero stati picchiati.
Archiviazione annullata - Nel provvedimento del tribunale di Pavia si ripercorrono i motivi della richiesta di archiviazione: "Il pubblico ministero rilevava come gli autori del reato fossero rimasti ignoti e che quindi le circostanze del caso non rendessero opportuno lo svolgimento di ulteriori indagini, i cui esiti sarebbero stati negativi". Dal suo canto la difesa aveva invece chiesto ulteriori indagini. "Il gip, tuttavia, archiviava, senza dire nulla in merito", si legge nel provvedimento. Da qui l'annullamento dell'archiviazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 maggio 2021
Le motivazioni della sentenza di condanna per i dieci agenti penitenziari, autori dei pestaggi e delle torture nel carcere di San Gimignano. Il detenuto recluso al carcere di San Gimignano era tranquillo, c'era l'assenza di qualsivoglia ragione di allarme, necessità, urgenza. Eppure sono intervenuti 15 agenti penitenziari mentre stava per andare a fare la doccia, commettendo il reato di tortura e lesioni.
Parliamo delle motivazioni, appena depositate, relative alla sentenza di condanna con rito abbreviato nei confronti dei dieci agenti della polizia penitenziaria del carcere di San Gimignano accusati di avere usato metodi violenti nei confronti del detenuto tunisino, Meher, nella fase di trasferimento da una cella a un'altra. Una vicenda resa pubblica per la prima volta da Il Dubbio, grazie a una lettera di denuncia di altri detenuti a San Gimignano, testimoni dell'accaduto, indirizzata all'associazione Yairaiha Onlus. Ma c'è anche l'associazione Altro Diritto che, fin da subito, ha seguito questa vicenda accanto sia alla vittima che ai detenuti testimoni del pestaggio.
Il video della scena incriminata sufficiente per ricostruire l'accaduto - Ricordiamo che durante l'udienza precedente alla sentenza di condanna, sono stati visti ampi spezzoni del video che riprese la scena incriminata. L'avvocato Michele Passione, parte civile che ha rappresentato il Garante nazionale delle persone private della libertà, ha detto fin da subito che il video è apparso sufficiente per ricostruire quanto è accaduto nel reparto isolamento della Casa circondariale di San Gimignano. Infatti, nelle motivazioni, viene ben raccontata questa scena rappresentata nel video acquisito in tempo utile prima che fosse sovrascritto dalle registrazioni.
I fatti sono avvenuti l'11 ottobre del 2018, poco dopo le ore 14.50, quando il detenuto Meher è stato spostato dalla cella che occupava, la numero 3 del reparto A, alla cella numero 19 del reparto B del carcere di San Gimignano. Dal filmato si vede che, poco prima dell'inizio delle operazioni di spostamento, un gruppo di agenti della polizia penitenziaria si raduna nei pressi della cancellata che separa la zona A dalla zona B del reparto di isolamento.
Dal video si evince che poco dopo, precisamente alle ore 14.58, quattordici agenti in gruppo, tutti con i guanti, si avvicinano alla cella occupata dal detenuto Meher, nel reparto A, con un agente scelto leggermente in testa al gruppo che chiude alcuni spioncini delle porte blindate delle celle che precedono quella del detenuto, la vittima. Una volta che tutti e quattordici sono assiepati dinanzi alla porta blindata della cella occupata dalla persona offesa, l'agente scelto apre la porta e il detenuto Meher esce immediatamente dalla cella, qualche frazione di secondo dopo che l'ispettore fa al detenuto un repentino gesto con la mano destra, inequivocabilmente segnalante l'ordine di uscire che, come ci tiene a sottolineare il giudice nelle motivazioni, è stato adempiuto in maniera istantanea, spontanea e pacifica da parte di Meher.
La vittima era in attesa di andare al reparto docce - E ancora, nelle motivazioni si osserva che la vittima era in attesa di essere condotto al reparto docce. "Egli, dunque, non era in attesa di uno spostamento di cella, ma era in attesa di andare a fare la doccia e ciò, ancor prima che dalle dichiarazioni del medesimo emerge dalla mera visione del filmato", sottolinea il giudice. Dal video emerge che Meher viene fatto cadere a terra a causa delle spinte provocate dalla massa di agenti che si spostava e quando cade, prima delle cancellate di separazione tra il lato A e il lato B del reparto di isolamento, si vedono distintamente e chiaramente numerosi calci che vengono sferrati in danno del corpo a terra. Dopodiché viene rialzato, privo dei pantaloni che nel frattempo gli si erano tolti, e viene condotto con forza, quasi trascinandolo, nella sezione B. Ricade a terra, a quel punto si vede l'assistente capo che si inginocchia di peso (non indifferente, perché è obeso) sulla schiena del detenuto che giaceva già immobilizzato, a terra, riverso pancia in sotto.
Il detenuto Meher stretto al collo, quasi a soffocarlo - "Con estrema violenza - si legge nelle motivazioni -, il detenuto Meher viene rialzato, mentre l'assistente capo gli stringe una mano intorno al collo, quasi per soffocarlo, e l'assistente capo gli torce con forza il braccio sinistro dietro la schiena". Giunti presso la cella, gli agenti spingono dentro il detenuto e poi, per due minuti circa, quasi tutti entrano nella cella (non ripresa dalle telecamere).
In questa fase viene tirato fuori un tavolino dalla cella, che poi un agente porta via, ma anche dopo la rimozione del tavolino gli agenti continuano ad entrare e uscire senza portare fuori alcunché, fi quando la porta della cella blindata viene chiusa e nessuno - fino alla fine delle riprese - si recherà più presso il detenuto Meher. Tutti e 10 gli agenti, sono stati condannai per i reati di tortura e lesioni che - scrive il giudice - "possano essere ritenuti unificati dal vincolo della continuazione, poiché commessi in virtù del medesimo disegno criminoso rispondente alla volontà di realizzare una spedizione punitiva nei confronti del detenuto Meher".
tg24.info, 12 maggio 2021
Prima somministrazione per 3.954 detenuti nei 14 istituti di pena. Anastasìa: "Adesso attendiamo indicazioni sulla ripresa in sicurezza dei colloqui in presenza con i familiari". Il 70 per cento delle persone detenute ha ricevuto la prima somministrazione del vaccino Moderna, vale a dire 3954 su 5648 detenuti presenti nei 14 istituti di pena del Lazio il 6 maggio.
È questo il dato trasmesso dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise al Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. La maggiore percentuale di somministrazioni effettuate riguarda il "Mammagialla" di Viterbo, con il 98,5 per cento di persone vaccinate (589 detenuti vaccinati su 598), seguito da Cassino, con il 92,1 per cento (164 su 178), e dalla Casa di reclusione di Rebibbia con l'87,7 per cento (286 su 326).
"Si tratta di un significativo successo della campagna vaccinale predisposta dalla Regione Lazio - ha commentato Anastasìa - che ancora può crescere, in occasione delle seconde somministrazioni previste in questo mese di maggio. A questo punto si apre il tema della ripresa in condizioni di sicurezza delle attività trattamentali e dei colloqui in presenza con i familiari. Attendiamo al più presto indicazioni in tal senso da parte dell'Amministrazione penitenziaria".
Sul fronte della diffusione del virus si registra un ulteriore calo dei casi di positività nelle carceri del Lazio. Secondo quanto comunicato al Garante dalla Direzione regionale salute e integrazione sociosanitaria - Area rete integrata del territorio, si riduce ancora il numero di persone detenute positive al coronavirus: a fronte dei 40 casi tre maggio, il 10 maggio sono stati registrati 17 casi in tutto: 14 detenute positive nel carcere femminile di Rebibbia (la scorsa settimana erano 33), un caso a Civitavecchia Nuovo complesso, un caso a Rieti.
"Una lezione che ci ha insegnato l'emergenza è la necessità di sfruttare la tecnologia in carcere, per le comunicazioni con familiari e avvocati, per l'assistenza sanitaria e per le attività di formazione e reinserimento sociale", ha proseguito Anastasìa, ricordando che la Regione Lazio per il 2021 ha stanziato 600 mila euro per la connettività e le attività digitali in carcere. "Si possono intensificare le relazioni familiari e migliorare l'assistenza sanitaria. C'è tutta la questione dell'istruzione e della formazione: la didattica a distanza, la formazione professionale, l'idea che il carcere possa svolgere una funzione rieducativa utilizzando la tecnologia. Occorre realizzare infrastrutture di rete - ha concluso Anastasìa - per consentire le comunicazioni a distanza con istituti scolastici, servizi, patronati e tutte le realtà che ormai lavorano interamente in rete".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 12 maggio 2021
Lo ha deciso la Cassazione, con la sentenza n. 18160 depositata oggi, chiarendo che il negozio è inesistente. La Cassazione, sentenza n. 18160 depositata oggi e segnalata per il "Massimario", rafforza un risalente principio in base al quale a seguito di patteggiamento il condannato non ha diritto di impugnare la confisca del denaro frutto del reato di cessione di stupefacenti in quanto il negozio è inesistente.
Inammissibile dunque il ricorso di una donna contro la sentenza del Tribunale di Bergamo che, ai sensi dell'articolo 444 cod. proc. pen., le aveva applicato la pena concordata in relazione a tre violazioni dell'articolo 73, comma 5, Dpr n. 309 del 1990, con riferimento ad altrettante cessioni di sostanza stupefacente del tipo cocaina e hashish. Il Tribunale aveva altresì disposto la confisca del denaro sequestrato - pari a 1.475 euro - trovato in contanti presso l'abitazione dell'imputata all'esito della perquisizione domiciliare.
A tal proposito, scrive la Terza sezione penale, va richiamato l'orientamento di questa Corte, "affermato da una risalente sentenza delle Sezioni Unite, e tuttavia mai sconfessata sul punto, secondo cui, con riferimento al sequestro di una somma di denaro, ritenuta profitto della cessione di una modica quantità di sostanza stupefacente, allorché il giudice di merito abbia provveduto, con la sentenza in sede di patteggiamento, alla confisca del somma in sequestro, l'eventuale ricorso per Cassazione va dichiarato inammissibile per carenza di interesse, mancando, in capo all'imputato, parte di un negozio illecito per contrarietà a norme imperative, il diritto a rientrare nella disponibilità della somma costituente la controprestazione della cessione".
Un orientamento, prosegue la decisione, ripreso in successive sentenze, le quali hanno ribadito che: "In tema di ricorso per Cassazione avverso sentenza di applicazione della pena, difetta l'interesse dell'imputato ad impugnare la confisca del denaro provento del reato di cessione di sostanze stupefacenti, in quanto frutto di un negozio inesistente improduttivo di effetti giuridici, privo di una situazione giuridica soggettiva tutelata dall'ordinamento" (Sez. 3, n. 29982/2019; sez. 6, n. 26728 /).
In altri termini, insiste la Corte, "il condannato con sentenza dl patteggiamento, con cui è stata disposta la confisca dei proventi del reato di cessione di stupefacenti, non ha diritto alla restituzione di detti proventi, atteso che, pur non essendo prevista l'ablazione obbligatoria del profitto del reato in caso di patteggiamento, tali beni non sono mai entrati nel patrimonio dell'imputato, trattandosi del corrispettivo di una prestazione concernente un negozio contrario a norme imperative (Sez. 3, n. 45925/2014,; sez. 6, n. 44096/2010).
La ricorrente, conclude la Corte, laddove si limita a censurare la quantificazione del profitto del reato, sostenendo che la somma sequestrata, almeno in parte, sia provento dell'attività di sarta, "risulta meramente assertivo, nulla avendo al riguardo allegato la ricorrente". Tale ipotesi alternativa, dunque, "rimane paralizzata dal difetto di autosufficienza", di fronte alla prova di "derivazione della somma in sequestro dall'attività illecita, desunta dalle convergenti dichiarazioni dei tre acquirenti".
targatocn.it, 12 maggio 2021
Un'analisi dell'ultimo anno di attività del carcere "Cerialdo" di Cuneo come quella realizzata nella serata di lunedì 10 maggio a favore delle Commissioni comunali I e VII non può che partire dai numeri della pandemia da Covid-19 riguardanti la struttura penitenziaria - comunicati dal garante regionale dei detenuti Bruno Mellano: dei 61 detenuti positivi dall'inizio dell'epidemia oggi se ne contano zero (stesso risultato per i due operatori sanitari contagiati nelle scorse settimane). Dei 32 agenti positivi, invece, ne rimangono tre.
"La pandemia è ed è stata una faccenda complicata - ha sottolineato Mellano -, che ha fatto emergere le difficoltà operative e strutturali delle carceri della provincia di Cuneo. Ma i dati riguardo le vaccinazioni parlano di 147 detenuti che hanno ottenuto la prima dose, 15 alla seconda e altri 35 che hanno dato disponibilità alla vaccinazione dopo una prima titubanza; in questo modo potranno riprendere le attività carcerarie, attualmente sospese o ridotte ai minimi termini e portate avanti nonostante le grosse difficoltà tecnologiche".
L'incontro con le commissioni ha visto anche la presenza di Mario Tretola - garante cittadino, dimissionario a gennaio 2021 - e l'educatore Gaetano Pessolano. Il neo direttore del carcere di Cuneo Francesco Frontirré è stato invitato, ma non ha potuto presenziare.
"Ringrazio Mario Tretola e Bruno Giraudo, ma anche il vicesindaco Patrizia Manassero, per tutto il lavoro che, assieme alle persone che lavorano e gravitano sul carcere di Cerialdo, hanno realizzato nel corso degli anni - ha detto il sindaco di Cuneo, Federico Borgna. La figura dei Garanti è importante, può aiutare a rendere più aderente al dettato costituzionale la realtà del carcere, e a ricordarsi che la qualità di un gruppo sociale si valuta dalle condizioni in cui versano i membri che più faticano".
Patrizia Manassero: "I garanti sono utili per comprendere meglio e affrontare con tempestività situazioni complesse: come amministratori cerchiamo di essere sempre vicini e "di supporto" a chi governa il carcere e alle sue attività, coinvolgendo la struttura in iniziative come Scrittorincittà o la Fiera del Marrone. I detenuti chiedono di lavorare, più di ogni altra cosa ma le risorse utili per permetterglielo a livello di amministrazione comunale arrivano in modo complicato e farraginoso; se mi è consentito un appello, chiedo più sintonia ed efficacia in questo senso".
Al centro dell'incontro - oltre appunto all'analisi dell'attuale situazione nel carcere del capoluogo di provincia - anche la modifica al regolamento relativo alla figura del garante cittadino dei detenuti: dal mandato tradizionalmente legato a quello del sindaco in carica, il garante nazionale Mauro Palma ha chiesto di definire il mandato a quattro anni per sottolineare ancor di più l'autonomia della figura dalla politica.
Importanti per la struttura del "Cerialdo" anche le novità annunciate da Mellano in riferimento ai lavori strutturali, le cui carenze sono state denunciate più volte negli ultimi anni. A seguito di un incontro con il neo-direttore, Mellano ha infatti comunicato come ci si aspetti che una buona parte dei lavori nel padiglione ex-giudiziale - che una volta aperto permetterà di ospitare 100 nuovi detenuti - venga conclusa nel prossimo autunno; metà dei quattro piani del padiglione 41-bis ancora chiusi sono stati invece recentemente riaperti.
"La Regione Piemonte ha, in tutte le carceri, un garante e forse è un unicum a livello nazionale - ha detto Tretola nel suo intervento. Tramite queste figure è possibile affacciarsi sulle problematiche del carcere in maniera approfondita, coordinata e puntuale, ma avere contatto costante con persone dalla libertà ristretta e in chiara difficoltà non è un'esperienza facile per chi la persegue". "C'è ancora troppa indifferenza rispetto alle tematiche carcerarie, le strutture di detenzione sono ancora troppo distanti dalla società vera e propria: serve superare questo disagio, questa voglia di non vedere certe situazioni. Rimuovere i pregiudizi rispetto ai carcerati e sul valore della pena. Le paure perdono significato, davanti ai volti dei detenuti" ha concluso.
"Noi cittadini vediamo spesso il carcere come un luogo autonomo e chiuso in se stesso, con un compito preciso e dal quale ci attendiamo il raggiungimento di alcuni obiettivi nell'ottica di sicurezza generale: dal 1975, però, il carcere viene considerato un pezzo del sistema giudiziario, ed è necessario considerarlo come un tassello e non come risposta unica e autoreferenziale. Per questo è necessario che le istituzioni del territorio siano consapevoli di come il carcere possa funzionare al meglio solo se inserito in un contesto che gli dia attenzione" ha esordito Mellano.
"L'unico modo per fornire il carcere delle risorse necessarie al suo funzionamento è quello di potenziare i collegamenti con il territorio - ha ribadito Mellano, ricordando l'attivazione della scuola edile e l'ingresso dell'istituto alberghiero nel "Cerialdo" come esempi positivi di questa permeabilità tra struttura e società. Nella relazione con il territorio si può lavorare per offrire a tutti i detenuti un'esecuzione penitenziaria in carcere efficace ed efficiente, che punti all'abbassamento della recidiva come interesse della collettività; il periodo carcerario deve portare il detenuto a imboccare percorsi alternativi a quelli che l'hanno generato".
Il Garante regionale ha poi sottolineato ancora una volta il problema del sovraffollamento - che riguarda il carcere "Cerialdo" come molti altri in provincia e in Piemonte - e quello, tutto cuneese, degli avvicendamenti nel ruolo di direttore: "Un carcere di primo livello come questo non può sperimentare da anni una carenza grave di questo tipo - ha detto -. Si tratta di un problema grave e preoccupante, che inficia la possibilità di governare davvero la complessa macchina dell'amministrazione penitenziaria".
quibrescia.it, 12 maggio 2021
Il progetto "Fili da Riannodare. Dal carcere a nuovi spazi di libertà nasce" dall'iniziativa dell'associazione "Fiducia e Libertà Carcere" che opera nelle carceri di Brescia dal 2017 dove svolge la propria attività di volontariato alla popolazione carceraria attraverso colloqui, progetti culturali, iniziative di sensibilizzazione, attività teatrali e laboratori sul tema della genitorialità ed affettività.
Il progetto prevede cinque incontri da maggio a luglio 2021 aperti alla popolazione, che si svolgeranno presso il Teatro Sant'Afra, vicolo Delle Ortaglie 6, dalle ore 18,30 alle ore 20,30, con ospiti impegnati da anni in attività di formazione culturale e artistica, promozione sociale, difesa dei diritti dei detenuti, impegno divulgativo negli istituti di pena italiani.
Il primo appuntamento, il 14 maggio alle 18,30, ha come tema "La scrittura come emancipazione e testimonianza". Pino Roveredo, scrittore e giornalista, vincitore del Premio Campiello 2005: da detenuto a garante dei detenuti del Friulia Venezia Giulia. Testimonianze e letture di Redouane Bouadili, Ernesto Settesoldi, Amanuel Tesfaj, David Turcato. A cura di Abderrahim El Hadiri, regista e attore, accompagnamento musicale Marcelo Solla.
Il significato dell'iniziativa è mettere a fuoco uno dei momenti più delicati per un/a detenuto/a: quello del termine della pena. Tornare a tessere la vita dopo anni di reclusione, infatti, non è davvero facile, è indispensabile osare il coraggio della speranza ma per questo non basta la buona volontà o i percorsi formativi del carcere. È necessario il coinvolgimento della società civile che va responsabilizzata, coinvolta e informata. L'idea guida del progetto 'Fili da Riannodare' è quella di mettere al centro le testimonianze e l'esperienza delle persone detenute, consentendo di accorciare le distanze tra il "dentro e il fuori", alzare il velo di diffidenza dell'istituzione che talvolta vive come un'intrusione lo sguardo esterno, e della società civile combattuta tra il pregiudizio e l'indifferenza. L'esperienza della detenzione crea una lacerazione nell'esistenza, sancisce un prima e un dopo, si impone come evento apicale e traumatico. Il tempo della pena e della detenzione delinea nuovi significati e impone interrogativi: è ancora il carcere un luogo di rieducazione? Cosa significa avviare e implementare processi di umanizzazione dentro e fuori dal carcere, con quali scopi, competenze? Con quali esiti? Scontare la detenzione non esaurisce evidentemente la pena: implica la ricostruzione di trame esistenziali, sociali, affettive attraverso percorsi che quando ben preparati, arginano la recidiva e favoriscono il reinserimento sociale del detenuto.
di Alessandra Nasini
tuttoscuola.com, 12 maggio 2021
Si è svolto lo scorso 13 aprile il Convegno di presentazione del "Vademecum per il dialogo - Fare scuola, fare giustizia", redatto grazie ad un percorso congiunto e coinvolgente che ha visto protagonisti i docenti dei Cpia (Corsi provinciali per l'istruzione degli Adulti), il personale della scuola in carcere, la polizia penitenziaria e i funzionari giuridico pedagogici. Tutti gli attori coinvolti hanno espresso i loro bisogni formativi e le loro idee per monitorare e migliorare l'esperienza di scuola in carcere ("unire le parole della scuola alle parole del carcere"). Il Provveditore regionale di Piemonte Liguria e Val D'Aosta, Pier Paolo D'Andria, Il Direttore Regionale dell'USR Liguria, Ettore Acerra, e la dottoressa M. Rosaria Roberti a nome del Direttore Regionale di USR Piemonte hanno sottolineato il valore di questa buona pratica di sistemi che interagiscono, che darà forma ad una collaborazione più strutturata e continuativa, ancora più nevralgica oggi con le restrizioni alla didattica imposte dall'emergenza.
Lo scopo del Vademecum, realizzato grazie alla sinergia degli Uffici Scolastici Regionali per la Liguria e per il Piemonte e del Provveditorato per l'Amministrazione Penitenziaria di Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta è di dare un concreto seguito al protocollo rinnovato il 19 ottobre 2020 tra il Ministero dell'Istruzione e quello di Giustizia, per garantire la continuità dell'istruzione e della formazione in carcere ed il diritto allo studio di adulti e minori reclusi e in area penale esterna anche durante la situazione emergenziale.
La dirigente Ada Maurizio, che ha coordinato l'équipe di lavoro e redatto il vademecum, ha evidenziato che fare scuola in carcere significa "lavorare in stretta collaborazione tra tutti I profili professionali che vi operano, per garantire a tutti i detenuti il diritto allo studio. In assenza di tale sinergia viene meno la qualità dell'istruzione in carcere che, ricordiamo, è uno dei pilastri del trattamento".
Dal Vademecum: "Fare scuola in carcere non è sedersi in cattedra e parlare, misurare le conoscenze attraverso la correzione di un compito oppure interrogare e dare un voto, mantenere la disciplina tenendo tutti seduti e zitti. La scuola in carcere rappresenta la volontà dello Stato di migliorare la società". Fare scuola in carcere è anche "lavorare in rete col territorio, coinvolgendo le scuole disponibili nella progettazione di visite tra studenti e, laddove possibile, di attività comuni".
Lo scopo ultimo di tale impegno è quello di reintegrare il detenuto nella vita sociale con un suo progetto di vita. I numerosi e sentiti interventi dei partecipanti al Convegno si sono concentrati proprio su questo imprescindibile obiettivo. In particolare Mauro Palma, Presidente nazionale dell'Autorità Garante dei diritti dei detenuti e delle persone private della libertà personale, ha ricordato che "il percorso educativo porta il detenuto a riflettere sulla propria esperienza, costruendo intorno a lui una rete di saperi in modo modulare e non strettamente legato alle discipline; in questo progetto di istruzione non può mancare il rafforzamento delle competenze tecnologiche per un suo futuro reinserimento nel mondo del lavoro."
Nello stesso tempo, il Vademecum comprende anche interessanti cenni storici della Scuola in carcere ed un glossario emotivo e relazionale per capire e sostenere lo stato d'animo dei detenuti, che comprende anche solitudine, rabbia, vergogna e trauma post arresto. Il dirigente tecnico Roberto Peccenini, nel coordinare il convegno e la tavola rotonda, ha ribadito proprio l'obiettivo comune di ricostruire dentro al carcere il tessuto relazionale del detenuto, "spezzato" nei confronti dell'esterno.
Infine, il dirigente dell'Ufficio VI del Ministero dell'Istruzione, Marco Fassino, ha annunciato che la scelta della scuola penitenziaria (in particolare della Secondaria di II grado) da parte dei detenuti è cresciuta di un terzo a partire dall'anno scolastico 2017-18; ha inoltre sottolineato che essi sono studenti che richiedono un percorso individualizzato, che preveda un sostegno anche dopo l'uscita dal periodo di detenzione. Il Convegno si è concluso con i ringraziamenti della dirigente dell'USR Piemonte, Serena Caruso Bavisotto, e del Dirigente Alessandro Clavarino dell'USR Liguria, certi che questa "sinergia di sistema porterà ad un salto di qualità di strumenti e percorsi didattici, con sempre maggiore consapevolezza e condivisione".
Il "Vademecum scuola-carcere: piccola guida per conoscere, conoscersi e interAgire" è stato recentemente pubblicato a cura di Anna Nervo in piacevole formato ebook, fruibile al link https://read.bookcreator.com/sJqESH8aN0WTc75Y7cmfrraYwl63/az8k1CPcRlWxmmMiWE_irA e sui siti delle USR Piemonte e Liguria. Il Gruppo di lavoro al completo: Antonietta Centolanze e Tecla Riverso (USR Piemonte), Gisella Merenda, Roberto Peccenini (USR Liguria), Matilde Chareun, Maurizio Plaia e Francesca Romana Valenzi (Prap Piemonte, Liguria e Valle d'Aosta), Francesco Fienga (IIS V. E. Ruffini di Genova).
ottopagine.it, 12 maggio 2021
Elogiata la scelta dei vaccini da parte della direzione Asl di Avellino. "Ho constatato la solita nota dolente: la mancanza di medici sia specialisti in psichiatria sia in medicina generale. Nella Rems di San Nicola Baronia, nelle carceri avellinesi e nell'articolazione psichiatrica presso la casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.
È una piaga irrisolta, denunciata con particolare dovizia anche dalla Magistratura di Sorveglianza presso il Tribunale di Avellino al Ministro della Giustizia. Il tema della salute mentale in carcere, cioè dei detenuti con problematiche psichiatriche anche gravi, necessita di una equipe multidisciplinare perché tali reclusi o internati rischiano di vivere una doppia reclusione", così Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà personale, dopo la visita effettuata oggi alla Rems di San Nicola Baronia e al carcere di Sant'Angelo dei Lombardi.
Nella residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezze, accompagnato dal direttore Berniero Ragone, ha fatto visita ai 20 internati (di cui 19 hanno già ricevuto la vaccinazione) ascoltando le loro storie di vita e le critiche che hanno manifestato nei confronti del cibo proveniente dall'esterno. Ciambriello ha ricevuto la stessa critica dai ristretti della Rems di Calvi Risorta: "Ritengo che in queste strutture una cucina interna autonoma possa aumentare le relazioni così da far vivere un clima familiare". Il garante campano ha anche donato delle pitture utili alla realizzazione di murales sia all'interno della struttura sia presso il piccolo centro cittadino.
Subito dopo si è recato presso l'istituto penitenziario di Sant'Angelo dei Lombardi dove oggi sono stati vaccinati 96 detenuti e 8 agenti, mentre ad Ariano Irpino 132 e a Bellizzi 130. Venerdì prossimo continueranno le vaccinazioni nel carcere di Avellino e saranno vaccinate le 9 donne recluse nell'Icam di Lauro. Il garante ha visitato l'articolazione psichiatrica dove su sette posti disponibili uno solo era occupato. Ha poi incontrato e dialogato con una delegazione di detenuti.
Ciambriello così conclude "ho apprezzato la scelta del direttore generale dell'Asl di Avellino Maria Morgante per aver deciso per i detenuti sia il vaccino monodose sia il vaccino Pfizer per gli utenti fragili. Ancora una volta a Sant'Angelo dei Lombardi ho verificato con mano che è un carcere modello dove anche le relazioni umane agenti-personale educativo-operatori socio-sanitari- detenuti sono significative realizzando così il volto costituzionale della pena con finalità rieducativa".
di Michele Ainis
La Repubblica, 12 maggio 2021
Questa legge rifugge dalle clausole generali e confeziona regole minute e puntute come spilli. Anche a costo di gonfiare a dismisura il diritto penale. Legge sull'omofobia, l'ultima trincea di guerra. Ma è possibile prendere partito senza intrupparsi negli schieramenti di partito? Si può ragionarne laicamente, mentre destra e sinistra si fronteggiano in due blocchi compatti? Perché è questo che è avvenuto: la militarizzazione del dibattito. Peraltro nemmeno un gran dibattito, nulla di simile al confronto d'opinioni sul divorzio, sull'aborto, sulle unioni civili, sulla fecondazione assistita. Quando i partiti lasciavano libertà di coscienza ai propri eletti, sicché i fronti si mescolavano, si contaminavano a vicenda. Adesso, viceversa, nessuna libertà, ammesso che sopravviva la coscienza. E in Parlamento è muro contro muro: l'anno scorso Lega e Fratelli d'Italia hanno depositato più di 800 emendamenti, ora l'ostruzionismo continua fra schermaglie procedurali e progetti alternativi al disegno di legge Zan.
Eppure avremmo avuto tutto il tempo di rifletterci senza pregiudizi, dato che il primo testo venne presentato da Nichi Vendola nel 1996, un quarto di secolo fa. E la riflessione chiama in causa i due valori fondanti della democrazia: libertà d'espressione e tutela delle minoranze. Giacché la legge in questione intende offrire una speciale protezione contro l'hate speech, le parole d'odio basate sull'orientamento sessuale. Per arginarle, per incriminarle, introduce un reato e una specifica aggravante. Da qui tutto il sale della legge, come ha dichiarato Alessandro Zan al Corriere della sera: in futuro nessuno potrà dire che i gay devono essere bruciati nei forni.
E perché, adesso si può dire? L'istigazione a delinquere è già un reato, punito dall'articolo 414 del codice penale con la reclusione fino a cinque anni; e infatti il consigliere regionale della Lega che nel 2016 avrebbe pronunziato quella frase è stato denunciato. Del resto pure l'aggravante figura già nel nostro ordinamento: si chiama circostanza aggravante per motivi abietti o futili, e a norma dell'articolo 61 del codice penale comporta l'aumento fino a un terzo della pena.
Qual è allora il "di più" di questa legge? Una tecnica normativa che rifugge dalle clausole generali, confezionando regole minute e puntute come spilli. Anziché dire "è vietato insultare il prossimo", si preferisce elencare gli insultati - i neri, gli ebrei, e poi i gay, i trans, le donne, i disabili. Anche a costo di gonfiare a dismisura il diritto penale, come se 35 mila fattispecie di reato - già in vigore per gli accidenti più svariati - in Italia non fossero abbastanza.
Tuttavia su quest'aspetto non c'è troppa differenza fra il ddl Zan e i disegni di legge proposti dalla destra. Anzi: quest'ultima rivendica un aumento perfino maggiore delle pene, in caso di discriminazione e di violenza. La differenza sta piuttosto nell'intenzione, nello scopo. La destra si muove in una logica puramente repressiva; per la sinistra la nuova disciplina avrà invece una funzione pedagogica. Come traspare fin dal primo articolo del ddl Zan, con il diritto all'affettività verso ogni sesso, con l'enunciazione dell'identità di genere come "identificazione percepita" della propria sessualità. E come dimostra l'istituzione di una Giornata nazionale contro l'omofobia, oltre che di programmi informativi nelle scuole.
Però, attenzione: talvolta il pedagogista danneggia i propri allievi. Ne è prova il sondaggio realizzato da varie associazioni femministe e diffuso dalla Stampa, dove il 66% s'oppone al self-id, la libera autocertificazione del proprio genere sessuale. Non è forse la cancellazione del femminile, dopo decenni di lotte per difenderne la specificità? E infatti in Gran Bretagna l'identità di genere è finita nel cestino dei rifiuti. Ma anche i gay e le lesbiche potrebbero rimetterci, alla fine della giostra. Perché ogni misura di speciale protezione verso questa o quella minoranza rischia d'abbassarne l'autostima, alimentandone il senso d'inferiorità sociale. "Non avevo mai fatto caso alla mia pelle finché non sono stato ammesso al college in quanto nero, grazie a un piano di affirmative action", disse uno studente dell'università di Berkeley. È il coltello del pedagogista: un'arma a doppio taglio.
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