di Glauco Giostra
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Non si tratta soltanto delle invettive dei politici. Ancora peggio sono i "fori alternativi" allestiti in tv. Nei Paesi anglosassoni si parlerebbe forse di "oltraggio alla corte". Da troppo tempo tra mass media e giustizia penale si è instaurata un'anomala osmosi, che, senza aggiungere nulla in termini di completezza e di attendibilità dell'informazione, condiziona gli attori e talvolta l'esito del processo.
A preoccupare non è tanto il refrain con cui gli uomini politici indagati inveiscono contro la "giustizia ad orologeria", che li avrebbe raggiunti guarda caso "proprio adesso che...". L'insistenza con cui, invece di difendersi dall'accusa, ci si impegna ad adombrare torbide cospirazioni è oramai talmente scontata che in genere la si ascolta con annoiata disattenzione. Una linea difensiva così strumentale, che qualche magistrato si è fatto carico, con indecente, soccorrevole zelo, di darle un pur isolato fondamento.
A preoccupare non sono forse neppure alcuni sfoghi emotivi di congiunti degli indagati, come di recente lo scomposto video-messaggio con cui un noto personaggio si è lanciato in un'intemerata contro l'inchiesta giudiziaria riguardante suo figlio: i toni smodati, gli argomenti inconferenti, le provocazioni irricevibili la rendevano, infatti, inidonea ad incidere sul fisiologico corso della giustizia.
A preoccupare è la propensione di alcuni organi inquirenti a cercare o a consentire che i risultati di un'indagine guadagnino il proscenio mediatico, corredandoli con una tale dovizia di documenti, di interviste, di perentorie valutazioni, di riproduzioni di intercettazioni, da conferire ad essi il crisma della evidenza e della inoppugnabilità. Di certo, una condotta in dissonanza con le Linee-guida per l'organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale (emanate dal Csm nel 2018), specie là dove queste pretendono dagli uffici requirenti che la presentazione del contenuto di un'accusa risulti "imparziale, equilibrata e misurata", assicurando "il rispetto della presunzione di non colpevolezza" e dunque evitando "ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate", in modo che l'informazione sia "rispettosa delle decisioni e del ruolo del giudice". Evidente anche il contrasto di una tale impropria ricerca di consenso con l'ancora inattuata Direttiva Ue 2016/343, che impegna gli Stati membri ad adottare le misure necessarie affinché le autorità pubbliche, nel fornire informazioni ai media, non presentino gli indagati o gli imputati come colpevoli.
A preoccupare è poi la tendenza a predisporre format televisivi che, scimmiottando la giustizia ordinaria, allestiscono un foro "mediatico" alternativo, in cui si affastellano ad elementi acquisiti durante l'indagine giudiziaria altri (testimonianze, interviste, voci correnti, sopralluoghi, foto, sms, mail, social) raccolti, senza regole né garanzie, sguinzagliando un microfono o una telecamera. Questa sorta di "rappresentazione para-processuale" - ha da tempo ammonito l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - genera, "con l'immediatezza propria della comunicazione televisiva", "una sorta di convincimento pubblico in apparenza degno di fede sulla fondatezza" dell'accusa: nella percezione di massa, infatti, la comunicazione televisiva svolge una "funzione di validazione della realtà"; di certo favorita, aggiungiamo noi, qualora a darle credito concorra la sciagurata presenza di magistrati o avvocati. Se, dopo anni, il pronunciamento giurisdizionale confermerà la "sentenza mediatica", offrirà l'impressione di una giustizia inutilmente lenta. Se, invece, dovesse discostarsene, sarà la prova di quanto sia formalistica e fallace la giustizia istituzionale, atteso che la verità nell'immaginario collettivo resterà quella apparsa sullo schermo.
Le condotte sin qui menzionate costituiscono fattori destinati potenzialmente ad interferire con il fisiologico svolgimento del processo e con la corretta formazione del convincimento giudiziale. Talune di esse, in ordinamenti di common law, potrebbero integrare il reato di contempt of Court, oltraggio alla corte: illecito che si propone di tutelare l'interesse della collettività ad una corretta amministrazione della giustizia, sanzionando i comportamenti che possono influenzarne unfairly il corso e l'esito.
Sulla loro crescente capacità perturbativa, del resto, è difficile non convenire. Se si pensa che il vigente sistema processuale si preoccupa, non senza impegnativi adempimenti, di sottrarre di regola al giudice la conoscenza degli atti di indagine per evitare che ne resti influenzato e per garantire che la sua decisione si fondi tendenzialmente soltanto sulle prove formate dinanzi a lui, non è difficile cogliere lo stravolgimento che può essere prodotto, ad esempio, da una "raccolta indifferenziata" di notizie, megafonicamente propalate.
La Corte di Cassazione, preso atto che in simili evenienze gli strumenti a tutela del libero convincimento del giudice, come il trasferimento del processo, risultano inefficaci, ritiene che la professionalità dei magistrati dovrebbe consentire loro di acquisire una sorta di mitridatizzazione rispetto al rimbalzo multimediale proveniente dalle vicende su cui debbono pronunciarsi. Ma, a parte che è tutto da dimostrare se, quando e in che misura il singolo magistrato risulti "immunizzato"; a parte che, a tutto concedere, una simile capacità non si può certo né presumere, né pretendere dal giudice popolare di una Corte di Assise o dal componente onorario del Tribunale per i minorenni o di sorveglianza, resta il fatto che, quand'anche il magistrato riesca a mantenere un'imperturbabile serenità di giudizio, dovrà decidere sulla base di materiale contaminato. La stessa Cassazione ha dovuto prendere atto che l'assordante bombardamento mediatico non di rado ha compromesso il risultato di alcune importanti indagini (ad esempio nel processo Sollecito) e corrotto - sino a renderli inservibili o, peggio, fuorvianti - alcuni contributi testimoniali, come nei processi Pacciani per i delitti del "mostro di Firenze" e Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
È un andazzo cui non ci si deve rassegnare. Per quanto il problema possa essere delicato per le sue implicazioni in termini di libertà di espressione, è ormai necessario lavorare ad una efficiente rete di misure interdittive, disciplinari e pecuniarie a protezione dell'amministrazione della giustizia.
Qualcuno potrebbe far notare quanto sia intempestivo un richiamo alla tutela della funzione giurisdizionale nel periodo in cui questa è caduta nel più profondo discredito. Ci si potrebbe limitare a replicare che la stragrande maggioranza dei magistrati svolge la sua funzione con la competenza e l'equilibrio necessari, talvolta con qualità speciali. Preme tuttavia aggiungere che addebitare a tutta la magistratura le indegne condotte di taluni suoi esponenti, anche di vertice, è non solo ingiusto, ma anche irresponsabile.
Una collettività che non crede nella giustizia è destinata a cercarla altrove (protezioni politiche, potentati economici, corporazioni, associazioni occulte, quando non criminali) e sarebbe un preannuncio di disgregazione civile. Proprio in un momento di diffusa sfiducia, bisognerebbe - oltre che rimuovere i magistrati "infedeli" al proprio ruolo e "bonificare" i circuiti inquinanti - ribadire con forza le ragioni e le garanzie della funzione giurisdizionale. Sarebbe un grave azzardo rimetterle in discussione, come non dovremmo mai rimettere in discussione, per la presenza di politici corrotti, le garanzie della democrazia parlamentare.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali: "Noi e il Pd? Il dialogo sta crescendo. L'intesa raggiunta nel precedente governo è l'unico punto di caduta possibile"
Con Conte alla guida sarete di lotta e di governo?
"Sulla giustizia non accetteremo mediazioni al ribasso", avverte il ministro Stefano Patuanelli negli stessi minuti in cui, dalla Bocca della Verità, Salvini attacca i magistrati.
In questo clima, come farete a riformare la giustizia?
"Con una maggioranza così eterogenea è uno dei temi più difficili da affrontare. Il ruolo della ministra Cartabia sarà determinante, ma si vedrà in Parlamento quali maggioranze si formano e su quale riforma".
Per difendere la prescrizione di Bonafede farete le barricate?
"L'intesa raggiunta nel precedente governo è l'unico punto di caduta possibile".
Quanto soffre il M5S nel governo Draghi?
"Senza il M5S questo governo non sarebbe nato, è un dato di fatto. Il che non significa retrocedere dai nostri temi, sia al governo che in Parlamento".
In autunno uscirete dal governo, come teme il Pd?
"Sarebbe inspiegabile. E per far cosa, poi? Governiamo il Paese da tre anni, abbiamo gestito come forte maggioranza relativa il momento più difficile dal secondo Dopoguerra, dobbiamo esserne orgogliosi e rivendicare il nostro ruolo in un governo che sta portando il Paese fuori dalla pandemia e verso la ripresa economica. Questo momento fondamentale dobbiamo impregnarlo dei nostri principi, come legalità e tutela dei diritti dei più deboli".
Ci sarà mai il disgelo tra Conte e Draghi?
"Questa narrazione mi affascina poco, non mi risulta che ci sia un rapporto difficile. Anzi. Lo provano il modo in cui il presidente Conte uscendo da Palazzo Chigi ha favorito la nascita del governo e il modo in cui Draghi tiene in considerazione Conte, riconoscendo che lo scheletro del Pnrr è lo stesso del governo precedente".
Letta dice che il governo Draghi fa bene al Pd. A voi non sembra fare altrettanto bene, visto anche l'elenco di riforme sgradite che ha fatto Conte sul "Corriere"...
"Io non vedo differenze, il Movimento patisce come patiscono le altre forze politiche, perché è un governo atipico con tutti dentro".
Vi sentite espropriati dal metodo Draghi?
"In Consiglio dei ministri c'è tanta politica. Poi c'è un premier non politico che decide, non sempre facendo la sintesi, ma scegliendo la cosa che per lui e la sua struttura è giusta. E se nella prima fase era difficile trovare gli equilibri, le cose migliorano di settimana in settimana".
Provenzano, numero due del Pd, ha contestato l'arrivo di qualche "ultras liberista" al Dipe. Lei come la vede?
"Anche questa volta sono d'accordo con Provenzano. Se riemergessero temi neoliberisti per noi sarebbe un problema, perché riteniamo sbagliate quelle politiche".
Come finirà lo scontro tra Conte e Grillo? L'ex premier riuscirà a ridimensionare i poteri del garante?
"Assolutamente no, vuole renderli coerenti con la nuova organizzazione. Ma il garante non può che essere Grillo e il ruolo sarà lo stesso che aveva prima. Non vedo una contrapposizione, ma una concorrenza di interessi per garantire che il M5S possa stare sulla scena politica con una organizzazione più strutturata".
Diventerà una "mini Dc"?
"Conte è moderato nei modi, ma estremamente radicale nei principi e nelle idee. Un moderato con la schiena dritta, inflessibile sui principi etici e morali".
Di Maio che a Barcellona incontra Letta è la prova di un dualismo insanabile con Conte?
"Dovevano far finta di non conoscersi? Non c'è nessun dualismo tra Di Maio e Conte, lavorando a contatto con entrambi vedo una sintonia di intenti che mi fa ben sperare per il futuro".
Per Conte l'alleanza con il Pd non sarà strutturale: vuol dire che potreste di nuovo fare un governo con Salvini?
"Io non sono tra quelli che sostengono che il Movimento deve essere ago della bilancia tra destra e sinistra e che si possa governare con gli uni e con gli altri. Io sostengo l'alleanza con il centrosinistra perché penso che i temi che sono nel nostro dna, dall'innovazione ai diritti dei più deboli, che sono anche i commercianti, gli artigiani e le partite Iva, appartengono a quell'area e non alla destra".
Lo ammetta, l'alleanza tra voi e il Pd non decolla.
"Conte lo ha detto bene, non ci deve essere una fusione a freddo col Pd, ma un dialogo sui territori, sui temi e le cose da fare assieme. Dove ci sono le condizioni, come a Napoli, Bologna, Pordenone e in Calabria lo facciamo, dove non è possibile, come a Roma e a Torino, non si fa. Ma il dialogo sta crescendo".
di Francesco Casula
Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2021
Sono ben 36 gli ospiti risultati positivi al tampone e altri 30 sarebbero a rischio per i contatti diretti avuti con compagni di cella e i cosiddetti "detenuti lavoranti". A questi vanno aggiunti 310 agenti di polizia penitenziaria e 33 persone tra amministrativi ed educatori.
Protestano da giorni i detenuti del carcere di Taranto all'interno del quale è stato scoperto un focolaio di Covid che ora rischia di esplodere. Sono ben 36 gli ospiti risultati positivi al tampone e altri 30 sarebbero a rischio per i contatti diretti avuti con compagni di cella e i cosiddetti "detenuti lavoranti". La preoccupazione tra gli addetti ai lavori è altissima perché l'istituto penitenziario di Taranto è tra quelli più sovraffollati d'Italia: 689 detenuti a fronte di una capienza massima di 304 persone. Oltre il doppio, in sostanza, a cui vanno aggiunti 310 agenti di polizia penitenziaria e 33 persone tra amministrativi ed educatori.
Ma non è tutto. Il carcere ionico deve fare i conti in queste settimane anche con l'assenza del dirigente sanitario: la dottoressa Fernanda Gentile - come riportato dal Nuovo Quotidiano di Puglia e da La Voce di Manduria - ha rassegnato le dimissioni per protestare contro l'abbandono da parte dell'Asl ionica. Gentile, nonostante le numerose richieste di sostegno inviate all'azienda sanitaria, non avrebbe mai ottenuto risposta e così all'interno della struttura ci sarebbero solo quattro medici invece degli undici previsti.
La situazione, quindi, è particolarmente delicata. I detenuti colpiti dal virus sono quelli ospitati nell'ala di alta sicurezza, isolata rispetto alle altre zone, ma la positività di detenuti lavoranti, a cui quindi è concesso muoversi all'interno della struttura, potrebbe far deflagrare il contagio. Ed è anche per questo che da qualche giorno la direttrice Stefania Baldassari ha bloccato la mensa interna e i pasti sono arrivati dall'esterno.
Il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, si dice "molto preoccupato" non solo per la situazione sanitaria, ma anche perché il carcere di Taranto è stato presidiato da pattuglie delle forze dell'ordine, dato che al suo interno sarebbero presenti "molti pericolosi detenuti appartenenti a clan contrapposti che potrebbero sfruttare questa situazione emergenziale per destabilizzare ancora di più il penitenziario". Il segretario regionale Federico Pilagatti, in una nota alla stampa, ha chiesto "come mai la rete dei controlli sanitari all'interno del carcere di Taranto, che finora ha tenuto bene se confrontato con le altre carceri della regione, si è improvvisamente rotta, dando il via a questo pericoloso focolaio? Cosa non ha funzionato nella gestione della situazione, considerato che il dirigente sanitario avrebbe dato le dimissioni dall'incarico?".
Al centro delle polemiche è finita la Baldassari che da anni guida la struttura finita diverse volte agli onori della cronaca. A marzo scorso, infatti, sono state emesse le prime condanne nei confronti di detenuti che avevano trasformato il carcere di Taranto in una piazza di spaccio. Le indagini, avviate a settembre 2019 dai carabinieri, hanno ricostruito la rete di spaccio gestita da alcuni detenuti. Questi attraverso l'utilizzo clandestino di microtelefoni continuavano a mantenere contatti con il mondo esterno e quindi anche con i familiari che durante i colloqui passavano sotto banco la droga. Altre indagini hanno svelato come in alcuni casi la droga arrivasse attraverso dei droni telecomandati dall'esterno che consegnavano la droga e i microtelefoni posizionandosi all'esterno della finestra della cella in cui si trovava il parente detenuto.
Alla fine di febbraio, infine, quando l'esistenza dell'inchiesta sul giro di droga in carcere era nota a tutti, un agente della Polizia penitenziaria è stato arrestato mentre ritirava altra droga e altri microtelefoni dall'abitazione di un delinquente tarantino che si trovava ai domiciliari: dalle intercettazioni è emerso che la guardia li ha consegnati al figlio e a un altro detenuto che erano rinchiusi nel carcere ionico dove il poliziotto prestava servizio.
A tutto questo, ora si aggiunge anche il rischio di una emergenza sanitaria per la quale il Sappe ha chiesto alla Procura di Taranto l'apertura di un fascicolo per verificare la correttezza di tutti i provvedimenti adottati e valutare le eventuali responsabilità anche di livelli superiori del Dap. "Fino a quando non ci saranno risposte concrete - ha concluso il sindacalista Pilagatti - il Sappe attuerà forme di protesta" perché secondo il sindacato non è possibile accettare che una situazione così pericolosa e delicata non abbia alcun responsabile.
di Caterina Malavenda
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
La Corte Costituzionale sta per abrogare le norme che prevedono l'arresto dei giornalisti. Ma il problema resterà insoluto. E se il timore del carcere non fosse il vero ostacolo per i giornalisti che vogliono fare il loro lavoro senza condizionamenti? E se il temuto effetto dissuasivo ("chilling effect") dovesse cercarsi altrove? Come hanno ricordato Martino Liva e Giuliano Pisapia, qualche giorno fa, la Corte costituzionale è in procinto - e per l'ennesima volta - di sopperire all'inerzia colpevole del Parlamento, probabilmente abrogando le norme che puniscono con la reclusione la diffamazione, commessa a mezzo stampa, oltre che con "qualsiasi altro mezzo di pubblicità", compresi dunque i social e i blog. Dopo, se così sarà, solo una multa punirà chi ha diffamato, senza che i numerosi problemi che affliggono l'informazione, però, trovino adeguata soluzione.
E dire che sono anni che Camera e Senato si palleggiano il disegno di legge, che avrebbe dovuto occuparsi, come la Corte ha sottolineato, "di disegnare un equilibrato sistema di tutela dei diritti in gioco".
E lo ha fatto finora, senza riuscire a mettere d'accordo le due anime, che si sono scontrate su ogni comma, combattute fra la voglia di ordire una trama, se possibile più penalizzante del carcere - prevedendo la multa da 10 a 50.000 euro, che è astronomica specie per chi non li ha e, per i recidivi, anche la sospensione obbligatoria dalla professione da uno a sei mesi - e l'esigenza di evitare "l'uso distorto dei procedimenti penali per fatti di diffamazione", introducendo la rettifica come causa di non punibilità e sanzioni pecuniarie dissuasive, per chi promuova liti temerarie o presenti querele manifestamente infondate, trascinando il giornalista in giudizi senza fine, complice la lentezza endemica della giustizia.
Certo, sulla carta, il rischio di esser condannati fino a sei anni per un articolo può avere un qualche effetto dissuasivo; e, tuttavia, è bene ricordarlo, in Italia attualmente la pena detentiva viene inflitta, di norma, solo quando i giudici non possono fare altrimenti, quindi no, non è davvero questo il pericolo maggiore per la libera circolazione delle informazioni.
Sono piuttosto - e l'elenco potrebbe essere assai più lungo - la mole di processi penali e civili, che può abbattersi su una testata, se disturba il manovratore, anche se ne difettano i presupposti, ed accade spesso, ma l'importante è farsi sentire e ora non costa nulla; o le irragionevoli ed elevatissime condanne risarcitorie, in difetto di criteri precisi e di un tetto massimo, che possono loro sì far paura, specie quando non si ha alle spalle un editore forte o disposto a farsene carico; o le telefonate ai direttori e il ritiro della pubblicità, per rappresaglia, quando basterebbe una rettifica ben fatta.
L'abrogazione del carcere, ovviamente non ne risolve neppure uno, anzi ha il perverso ed inevitabile effetto di eliminare un presidio per la difesa, l'udienza preliminare, che oggi, per la diffamazione aggravata a mezzo stampa, evita spesso processi inutili, quando si conclude, evento tutt'altro che raro, con il proscioglimento dell'imputato.
Così l'odierno flusso inarrestabile dei processi per diffamazione dalla querela al dibattimento, senza alcuna indagine, che accerti la verità dei fatti, riconosca il diritto di cronaca ed archivi il procedimento, assumerà proporzioni ancora più vaste ed intaserà ancor di più tribunali, quasi mai contenti di occuparsene, considerandoli per lo più un fastidio e tempo sottratto a questioni più serie.
Un'assoluzione che arrivi anni dopo, infatti, ha già comportato, per tacer d'altro, spese che non saranno mai più recuperate, perché il codice non prevede la condanna del querelante temerario al loro rimborso. Se il carcere verrà eliminato, dunque, la politica perderà la sola arma di scambio, fin qui usata per intervenire, non proprio con un occhio di riguardo per i giornalisti, sulle norme vigenti ed è prevedibile che una legge in materia, indispensabile come la Corte costituzionale ha ribadito, non veda più la luce.
Eppure questa potrebbe essere l'occasione giusta, sgombrato il campo dai diversivi, di sedersi tutti intorno ad un tavolo, per individuare le soluzioni migliori che garantiscano un difficile, ma non impossibile equilibrio fra diritti in conflitto; e che tutelino il singolo da gratuite ed ingiuste aggressioni e chi fa informazione dall'incubo di processi infiniti e risarcimenti milionari. Il silenzio ed il perpetuarsi dello status quo sarebbero una pena ben più afflittiva del carcere e sancirebbero la definitiva sconfitta del Parlamento.
ilgiunco.net, 20 giugno 2021
Il centro provinciale per l'istruzione degli adulti "Cpia 1 Grosseto" ha ottenuto un finanziamento ministeriale sul progetto "Ritornare alla terra per un nuovo inizio", per attivare percorsi di formazione degli adulti dell'istituto penale di Massa Marittima, finalizzati all'acquisizione delle competenze nel settore della filiera olivicola, in particolare nella coltivazione e gestione di orti e olivi.
Il progetto, fortemente voluto dalla direzione dell'istituto penale e dal Cpia 1 Grosseto, con il sostegno di Slow Food Monteregio e la cooperativa Melograno, prevede attività formative da realizzare nel carcere durante il periodo estivo, con l'obiettivo di costruire un ponte tra la fine del corrente anno scolastico e l'avvio di quello prossimo.
Il Cpia 1 Grosseto ha presentato il progetto sull'avviso pubblico 9707 del 27/04/2021 del Ministero dell'istruzione, dipartimento per il sistema educativo di istruzione e di formazione, direzione generale per i fondi strutturali per l'istruzione, l'edilizia scolastica e la scuola digitale, nell'ambito del programma operativo nazionale (Pon e Poc) "Per la scuola, competenze e ambienti per l'apprendimento" 2014-2020, finanziato con Fse e Fdr - Apprendimento e socialità - CPIA - asse I - istruzione - obiettivo specifico 10.3 - azione 10.3.1 – sotto azione 10.3.1°
"Grazie a questa importante collaborazione tra Cpia 1 Grosseto, Casa Circondariale di Massa Marittima, Slow Food Monteregio e Cooperativa Melograno viene offerta ai detenuti del carcere massetano una occasione per acquisire nuove competenze da spendere nel mercato del lavoro, una volta che avranno scontato la pena e potranno uscire dal carcere - afferma Grazia Gucci, assessore al sociale di Massa Marittima - Un'azione funzionale ai fini del loro reinserimento sociale e lavorativo in un territorio fortemente vocato alla olivicoltura".
Il progetto di Cpia 1 Grosseto, Casa Circondariale, Slow Food Monteregio e Cooperativa Melograno si pone in stretta sinergia con il progetto formativo "Orti in carcere" finanziato da Cassa Ammende e Regione Toscana con il diretto coinvolgimento del Comune di Massa Marittima.
Questo programma, in corso di realizzazione nella Casa Circondariale, prevede la realizzazione di un oliveto e la coltivazione di ortaggi in cassoni ed ha in prospettiva l'ambizione di formare detenuti nel settore agricolo e dell'olivicoltura, favorendo l'acquisizione di competenze specifiche ed utili per un reinserimento lavorativo riducendo, quindi, il rischio di recidiva.
Il progetto "Ritornare alla terra per un nuovo inizio", intensifica e rafforza le attività di recente avvio e si caratterizza come una programmazione comune, una sinergia di azioni e risorse tra carcere, scuola e terzo settore, per favorire anche in un contesto detentivo, il diritto della persona al reinserimento sociale e all'acquisizione di una formazione lavorativa specializzata.
bolognatoday.it, 20 giugno 2021
Lo denuncia Fp Cgil che sollecita la programmazione dello screening. Il personale in servizio al carcere della Dozza non viene sottoposto a tamponi molecolari covid da circa 3 mesi. Lo denuncia Fp Cgil di Bologna che, con varie note "ha sollecitato l'Amministrazione Penitenziaria a programmare un monitoraggio, con cadenza periodica della situazione epidemiologica all'interno dell'Istituto Penitenziario in ottica di prevenzione".
Il sindacato ha chiesto una programmazione dei controlli di screening per tutto il personale in servizio permanente "che a qualsiasi titolo accede presso l'Istituto, ma purtroppo ad oggi è mancato un concreto riscontro" fa sapere Fp Cgil che accoglie con favore le notizie relative alla somministrazione della seconda dose del vaccino al personale e sulla campagna vaccinale, che ha interessato anche la popolazione detenuta della Dozza. "Riteniamo altrettanto necessario - incalza Fp Cgil - che l'Amministrazione eserciti un controllo periodico preventivo sul personale al fine di tenere monitorata la situazione, a tal proposito occorre infatti ricordare che il rischio di nuovi focolai è purtroppo sempre vivo e come da notizie apprese recentemente, in via precauzionale, alcune sezioni detentive risultano allo stato essere chiuse".
Giornale di Puglia, 20 giugno 2021
Un centro di prevenzione e diagnosi precoce all'interno del carcere di Bari che oggi può contare su un servizio di ecografia polmonare finalizzato a diagnosticare precocemente polmoniti da Covid. Una campagna vaccinale in dirittura di arrivo che, grazie ad un'azione di sensibilizzazione massiva, ha ottenuto il 91,5 per cento delle adesioni, superando la media nazionale di somministrazioni effettuate negli altri istituti italiani pari all'86,7 per cento e di recente l'attivazione del progetto riabilitativo Covid@casa con una fisioterapista dedicata per gli eventuali casi positivi nella fase post infezione. È quanto prevede il programma di tutela e sicurezza dei detenuti in riferimento alla emergenza sanitaria attuato dalla Medicina penitenziaria della ASL di Bari, riconosciuto tra i più efficienti e completi a livello nazionale.
"Nell'ambito del programma anti Covid dei luoghi di comunità e dei soggetti fragili, la Medicina penitenziaria della ASL ha attivato percorsi di protezione - spiega il dg Asl, Antonio Sanguedolce - da un lato il centro di prevenzione e diagnosi precoce che oggi può contare su un servizio di ecografia polmonare per diagnosi tempestive di polmoniti da infezione Sars Cov2, dall'altro - prosegue Sanguedolce - una campagna vaccinale massiva che ha coinvolto il 90 per cento della popolazione detenuta e infine di recente l'introduzione di piani riabilitativi nell'ambito del progetto Covid@casa con una fisioterapista dedicata per i pazienti della medicina penitenziaria".
Ottimi i risultati della campagna vaccinale: nel dettaglio su 440 detenuti presenti, 410 hanno ricevuto la prima dose di vaccino, ossia il 91,59%. Stessa larga adesione si è registrata nel carcere di Altamura dove risulta vaccinato con prima dose il 93,50 per cento della popolazione detenuta (75 su 77 detenuti), mentre a Turi nel complesso il 79.83% dei detenuti ha aderito alla campagna vaccinale (95 su 119). In parallelo hanno ricevuto la prima dose anche gli agenti di polizia penitenziaria: a Bari su 275 agenti, 219 si sono sottoposti alla prima somministrazione.
Sul piano della prevenzione, l'Unità operativa complessa di Medicina Penitenziaria - diretta dal dottor Nicola Buonvino - si avvale di un servizio di ecografia polmonare che ha una grande utilità nella gestione della polmonite da Covid-19, per sicurezza, ripetibilità, assenza di radiazioni e facile utilizzo al letto del malato. "La sensibilità e la specificità dell'esame in periodo pandemico sono inoltre elevatissime - spiega il direttore della Unità complessa di Medicina penitenziaria, Buonvino - è in grado di intercettare le minime alterazioni iniziali della pneumopatia, di stimare un indice di gravità e di possibile evoluzione. Non deve comunque mai essere disgiunta dalla clinica - aggiunge - insieme possono diventare il punto di forza nella diagnosi precoce e per stimare una prognosi può aiutare nella decisione di ospedalizzazione e utilissima nella gestione del decorso".
L'ecografia polmonare inoltre fornisce risultati simili alla TC toracica e superiori all'RX torace standard per la valutazione della polmonite e /o della sindrome da distress respiratorio dell'adulto (ARDS). Pertanto, grazie all'attivazione del servizio di ecografia è possibile diagnosticare possibili polmoniti da Covid e monitorare i pazienti/detenuti positivi anche presso la zona di isolamento degli istituti.
La Medicina penitenziaria ha aderito inoltre al progetto di riabilitazione Covid@Casa, promosso da Regione, Aress e Protezione Civile Regionale, orientato alla presa in carico del paziente nella fase post Covid, da parte del team riabilitativo e finalizzata al massimo recupero, nonché al consequenziale miglioramento della qualità di vita. "Lo scopo è quello di aiutare i pazienti, nel caso specifico ristretti, affetti da sequele di infezione, attraverso interventi mirati, ad alleviare e combattere i sintomi del virus ed a favorire lo svolgimento delle attività quotidiane fino all'attivo ed autonomo reinserimento nelle proprie attività in ambito familiare, sociale, lavorativo e della vita all'interno dell'istituto penitenziario", aggiunge il dottor Buonvino.
Ogni trattamento riabilitativo viene personalizzato e tiene conto del quadro clinico rilevato nella fase acuta e in quella post-acuta, nonché di eventuali ulteriori condizioni patologiche preesistenti alla infezione virale.
di Sergio Menicucci
L'Opinione, 20 giugno 2021
È terminato, per la diffamazione, il tempo di un anno concesso dalla Corte costituzionale al Parlamento per modificare le norme contenenti il carcere per i giornalisti condannati per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Risale al giugno 2020 l'ordinanza (numero 132) con la quale i giudizi della Consulta, invece di dichiarare subito la incostituzionalità dell'articolo 595 comma tre del Codice penale, avevano concesso al Legislatore un tempo sufficiente per rivedere la norma sotto giudizio della Corte europea dei diritti dell'uomo che per ben 4 volte avevano condannato l'Italia (vedi sentenza del marzo 2019 a favore del giornalista Alessandro Sallusti) per la non compatibilità delle pene detentive per i reati di diffamazione a mezzo stampa (considerata una aggravante). Una norma, quella del Codice penale italiano, in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo.
È trascorso un anno e nessun atto del Parlamento è stato adottato: la proposta di legge Caliendo è ancorata al Senato in Commissione giustizia. La scadenza della decisione è prevista nell'udienza di martedì quando la Suprema Corte si riunirà per decidere nel merito della questione, essendo arrivati a ben 25 i moniti della Corte al Legislatore non ascoltati.
Il rinvio di un anno è stato un atto di "cortesia istituzionale", confidando nella discrezionalità del Parlamento, unico interprete della volontà collettiva. La Corte si era avvalsa della novità introdotta con l'ordinanza 207 del 2018 quando non venne risolta subito la questione giuridica dell'aiuto al suicidio di cui era accusato il radicale Marco Cappato.
La norma sul carcere per i giornalisti non è stata modificata e quindi la Corte, salvo imprevisti dell'ultima ora, dovrà emettere una decisione. L'orientamento è tracciato. Nell'ordinanza del 2020 è scritto "il bilanciamento tra i diversi diritti coinvolti è diventato ormai inadeguato". Solo il Legislatore poteva disciplinare la materia sulla base "di non dissuadere per effetto del timore della sanzione privativa della libertà personale la generalità dei giornalisti di esercitare la propria cruciale funzione di controllo sull'operato dei pubblici poteri".
Si torna così ai casi sollevati dai Tribunali di Bari e di Salerno con la questione di incostituzionalità della norma del Codice penale. L'argomento è stato maggiormente disciplinato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, secondo la quale sanzioni o risarcimenti particolarmente afflittivi e pene detentive (anche solo minacciate e poi non eseguite) contrastano con l'articolo 10 della Convenzione in materia di libertà d'espressione. Secondo i giudici di Strasburgo il solo timore di questo tipo di provvedimenti potrebbe intimidire i giornalisti a renderli meno liberi d'informare, specie con inchieste delicate e rischiose.
La Corte costituzionale italiana aveva offerto al Legislatore le coordinate per un corretto intervento in questa delicata e complessa materia, tenendo conto che se il mestiere del giornalista è spesso a rischio, è anche pericoloso per chi subisce le conseguenze di una cattiva, distorta o preconcetta informazione.
I giudici di Strasburgo sono andati avanti. Il punto di equilibrio, hanno osservato, tra libertà d'informare l'opinione pubblica e la tutela della reputazione individuale non può essere pensato come immutabile e fisso, essendo soggetto ai necessari assestamenti alla luce della rapida evoluzione della tecnologia e dei mezzi di comunicazione avvenuta negli ultimi decenni.
di Pietro Del Re
La Repubblica, 20 giugno 2021
Il "Boia dei Balcani" è stato condannato all'ergastolo dalla Corte dell'Aia. Ma gran parte dei suoi sodali restano liberi. Alcuni siedono persino nel Parlamento serbo. La Storia si nasconde sotto a un tavolino dell'ex Caffè Istanbul, diventato nel frattempo Pub Pivo e dove il pavimento è ancora scalfito dalla granata lanciata il 4 aprile 1992 dalle "tigri di Arkan", un manipolo di ultra-nazionalisti serbi mischiati a criminali comuni e a ultrà reclutati allo stadio Marakàna di Belgrado. L'esplosione uccise diciassette notabili bosniaco-musulmani: le prime vittime di una guerra che con gli sgozzamenti di civili, l'assedio di Sarajevo, il genocidio di Srebrenica, i lager e le fosse comuni in quattro anni provocò duecentomila morti. "Adesso che Radko Mladic è stato condannato all'ergastolo in via definitiva dobbiamo smetterla di rivangare il passato", dice la giovane proprietaria del bar, Dijana Pavlovic.
"Ma il Tribunale dell'Aia è anti-serbo per definizione. Ci odia, e noi lo ricambiamo. Il fatto che i serbi siano stati condannati a 1138 anni di prigione, con ben otto ergastoli, mentre i bosniaco-musulmani, che pure hanno compiuto terribili efferatezze, soltanto a poche decine d'anni, la dice lunga sull'obiettività di quella corte".
Non la pensa così Tarik Tuco, iman della malconcia moschea di Bijeljina, cittadina bagnata dalla Drina nella Repubblica Serba di Bosnia, dove 29 anni fa le "tigri di Arkan" entrarono scortate da una divisione dell'esercito di Belgrado e in pochi giorni ammazzarono quattrocento persone. "Da anni tra i serbi è in atto un'autoassoluzione collettiva per gli orrori che hanno compiuto in Bosnia. E, come se non bastasse, adesso c'è anche chi prova a ribaltare i ruoli tra vittime e aggressori", spiega l'imam. "Gli sterminatori serbi non erano solo militari, contadini o pastori. C'erano tra loro anche ingegneri, chirurghi e docenti universitari. A guidare la pulizia etnica, anche fisicamente, fu un ceto medio illuminato. Oggi, molti di quei colletti bianchi vivono giorni sereni in Serbia, anche se sono condannati dai tribunali bosniaci".
A rilanciare la grave denuncia dell'imam è il sito della Balkan Investigative Reporting Network, ong che difende i diritti umani in Europa sud-orientale e secondo cui sono circa ottanta i criminali di guerra che hanno trovato rifugio a Belgrado, molti dei quali complici del "boia dei Balcani", condannato in appello l'8 giugno all'Aja. "I sodali di Mladic hanno scarse possibilità di essere perseguiti perché sebbene Serbia e Bosnia abbiano un accordo di cooperazione legale, Belgrado non estrada i suoi cittadini in altri Paesi, il che significa che quei crimini di guerra rimarranno per sempre impuniti". Il sito dell'ong riporta che tra gli imboscati figurano l'ex ufficiale dei servizi segreti presso il quartier generale dell'esercito serbo-bosniaco Radoslav Jankovic, il capo dell'intelligence Svetozar Kosoric e il capo della polizia in tempo di guerra Tomislav Kovac, diventato in seguito ministro degli interni a Belgrado. Accusati di genocidio, vivono tutti e tre da uomini liberi in Serbia.
C'è poi il caso di Brano Gojkovic, colluso con Mladic per l'assassinio di ottomila musulmani a Srebrenica. Dopo aver ammesso le sue colpe, Gojkovic fu condannato a soli dieci anni di carcere perché, nonostante le sentenze dei tribunali internazionali, la Serbia non riconosce quel crimine come genocidio. Balkan Insight parla anche del comandante della Brigata Birac, diventato poi capo di Stato maggiore del Drina Corps, Svetozar Andric, che la Bosnia vorrebbe processare.
Ma Andric è oggi deputato, e il suo partito fa parte della coalizione del governo serbo. Il che avvalora le conclusioni di un rapporto della Commissione europea sui progressi dell'adesione all'Ue di Belgrado, secondo il quale la mutua cooperazione legale tra Bosnia-Erzegovina e Serbia è ancora molto limitata per i casi di crimini di guerra.
A Belgrado incontriamo Vjerica Radeta, vice presidente di quel Partito radicale che ancora alimenta la mitologia del nazionalismo pan-serbo evocando l'eterna cospirazione islamica contro l'Occidente cristiano. Secondo Radeta a Srebrenica non c'è stato nessun genocidio. Mladic è dunque innocente. "Sono gli Stati Uniti e la Nato i responsabili della cruenta disintegrazione dell'ex Jugoslavia, e il Tribunale dell'Aia ha avuto il compito di distogliere l'attenzione dai veri colpevoli con le sue sentenze illegali. Leggendo i verdetti dell'Aia, si potrebbe pensare che i serbi non abbiano avuto vittime nelle ultime guerre patriottiche, il che è ovviamente falso".
La scomposta retorica degli ultranazionalisti contiene però una verità di peso. E cioè che alcuni crimini contro i civili serbi, sia pure meno numerosi di quelli contro i musulmani, sono rimasti impuniti. Ratko Mladic, il cui volto carnoso è stampato sulle t-shirt vendute dalle bancarelle di souvenir davanti all'antica fortezza di Belgrado, incarna oggi il simbolo di quell'ingiustizia. Il carnefice di Srebrenica s'è trasformato in martire ed eroe del popolo serbo.
A poche ore dalla sua condanna definitiva lo stesso presidente Aleksandar Vucic ha denunciato la "giustizia selettiva" del Tribunale dell'Aja, "nelle cui sentenze nessuno è stato dichiarato responsabile dei crimini contro i serbi". Vucic ha poi sottolineato che il suo Paese è pienamente impegnato a indagare, arrestare e punire i responsabili di crimini di guerra. È vero, Belgrado ha recentemente cominciato a processare i suoi criminali più sanguinari, ma mai di sua iniziativa, e soltanto dopo essere stata incalzata dalle autorità di Sarajevo.
Fatto sta che in Serbia, secondo Dimitar Ilic, laureando in Economia e attivista politico, ancora sopravvive una nutrita frangia di ultra-nazionalisti legati ai servizi di sicurezza e alla tifoseria violenta: "Il suo sottobosco è stato sfoltito dal governo per presentarsi più pulito agli occhi di chi dovrebbe accoglierci nell'Ue, ma lo zoccolo duro di quella categoria di canaglie permane. Il motivo dell'ultradecennale accanimento contro i serbi è uno solo: nessuno di noi ha mai chiesto il perdono per i crimini compiuti".
Ma c'è dell'altro. Basta leggere le trascrizioni degli interventi registrati nel quartier generale serbo-bosniaco tra il 1991 e il 1995, all'epoca affollato di psichiatri e scrittori. Sono state recentemente pubblicate dallo Srebrenica Memorial Center, che le chiama Genocide papers. Oltre a Mladic, all'Assemblea nazionale della Republika Srpska di Bosnia parlano il suo ex presidente Radovan Karadzic, Momcilo Krajisnik e altri ideologi e bardi della Grande Serbia. Le loro agghiaccianti parole svelano i dettagli della pianificazione e dell'attuazione di uno sterminio.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 20 giugno 2021
"Facciamo del nostro meglio, ma la situazione è complicata". Ex giornalista, Noor Rahman Akhlaqi ha un incarico da far tremare i polsi: ministro per i Rifugiati e i Rimpatriati. Ci accoglie nel suo studio al ministero, in un quartiere alle spalle dei giardini di Bagh-e-Babur. Spiega che ha tre obiettivi: "Facilitare il rientro di chi è all'estero, occuparci degli sfollati interni e aiutare i rifugiati nei Paesi stranieri".
Tre compiti difficili ovunque, quasi impossibili qui. Secondo l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati, l'Afghanistan è il terzo Paese al mondo dopo la Siria (6,8) e il Venezuela (4,9) per numero di rifugiati: 2,8 milioni. La preoccupazione maggiore oggi sembra però riguardare chi è dentro i confini nazionali, non fuori. Tra questi, i rimpatriati dai Paesi confinanti, Iran e Pakistan. Soltanto tra gennaio e maggio 2021, più di 490.000 afghani senza documenti sono ritornati a casa: un incremento del 42% rispetto allo stesso periodo del 2020. Metà di loro è stata deportata. E secondo i dati dell'Organizzazione per le migrazioni internazionali, le famiglie ricorrono sempre di più al lavoro minorile per sbarcare il lunario. "Proviamo in tutti i modi a favorirne il reintegro, ma le risorse sono insufficienti", ammette il ministro. Per il quale la priorità sono gli sfollati interni. "Secondo le organizzazioni internazionali sono 4,1 milioni, per noi 2,5", sostiene.
Secondo i dati del ministero, dall'inizio dell'anno, specialmente dopo l'1 maggio, sarebbero 128.000 le famiglie sfollate a causa del conflitto. Le truppe straniere sono sulla via di casa, i Talebani all'offensiva. Più di 40 i distretti passati sotto il loro controllo. I civili scappano. E svaniscono le promesse degli stranieri. "La riduzione degli aiuti internazionali già c'è stata - nota il ministro -. Lo scorso inverno l'obiettivo era assistere 200.000 famiglie in totale. Con le nostre finanze ne abbiamo potute assistere solo 20.000, altre 50.000 grazie all'aiuto degli stranieri. Sono rimaste senza aiuto 130.000 famiglie". Un numero enorme. "Se la riduzione dovesse continuare a questo ritmo, l'impatto sarebbe molto negativo". Dopo il ritiro completo delle truppe straniere, "senza dubbio gli sfollati interni aumenteranno" ci dice Akhlaqi.
Così come il numero di chi lascia l'Afghanistan. "Lavoriamo affinché gli afghani restino qui, ma ci aspettiamo che saranno in tanti a emigrare". La tendenza è già in atto secondo Abdul Ghafoor, direttore dell'Afghanistan Migrants Advice and Support Organization, un'associazione che fornisce informazioni e sostegno a migranti e rimpatriati. "Nei caffè, nelle case, tra amici, non c'è posto in cui non si parli di come lasciare il Paese. Tutti cercano un modo per andarsene. Spiace dirlo, ma è un fallimento per la Nato, per il governo afghano. Avevano promesso sicurezza e stabilità, non c'è nessuna delle due". Per Ghafoor la ragione è una: "L'incertezza sul futuro, la sicurezza che peggiora di giorno in giorno, l'uccisione di civili ovunque, nelle scuole, sui bus pubblici, nelle case. Non c'è luogo in cui ci si senta al sicuro". La pandemia ha a lungo diminuito le partenze, anche a causa delle restrizioni dei Paesi confinanti, ma si è tornati a emigrare. Si continuerà a farlo. Più di prima.
Nelle ambasciate di Wazir Akbar Khan, qui a Kabul, i diplomatici europei non nascondono la preoccupazione: elencano "l'ondata migratoria" tra i rischi della fase post-ritiro. Temono che gli afghani, senza sicurezza, arrivino a cercarla in Europa. Sono disposti a concedere asilo solo a interpreti e collaboratori delle forze di sicurezza, anche grazie a una campagna mediatica internazionale. "I governi stranieri dovrebbero prendersi cura di chi, qui in Afghanistan, si è preso cura di loro, aiutandoli. Hanno la responsabilità di portarli al sicuro - sostiene Ghafoor -. Se i Talebani dovessero attaccare le città, i primi obiettivi sarebbero quanti hanno lavorato con gli stranieri".
Quanto a tutti gli altri afghani, l'Europa sembra volersene proteggere. Nell'ottobre 2016 a Bruxelles è stato firmato il Joint-Way Forward, un accordo tra l'Unione europea e il governo di Kabul. Prevedeva il rimpatrio - anche forzato - di tutti gli afghani la cui richiesta di asilo fosse rigettata dai Paesi membri, in cambio di aiuti economici. Scaduto quell'accordo, il 26 aprile 2021 è stato sostituito dal Joint Declaration on Migration Cooperation, in linea con il Nuovo Patto su Migrazione e Asilo dell'Unione europea. Al centro, sempre i rimpatri. "È un accordo perfino peggiore del precedente - sostiene Ghafoor -: quello escludeva dal rimpatrio alcune categorie di persone vulnerabili, il nuovo non le tutela più".
Il messaggio di Ghafoor è chiaro: "Smettetela di deportare gli afghani, di sbatterli in una situazione di guerra. Continuano a farlo Germania, Svezia, in parte Austria, Danimarca, Ungheria. Non l'Italia", ci dice. Numeri sicuri non ne fornisce. Ma racconta i casi molto recenti - solo di pochi giorni fa - di alcuni ragazzi rimpatriati dalla Svezia e dalla Germania. E spiega le difficoltà del reinserimento nella società: "Per persone che hanno passato anche 5/6 anni in un Paese europeo, reintegrarsi è difficile. C'è la violenza del conflitto, le esplosioni, la criminalità, e c'è la violenza di chi li vede ormai come estranei, come occidentalizzati". Anche per questo, la percentuale di chi riparte è molto alta. "La prima cosa che fanno, una volta rimpatriati, è trovare nuovi documenti. Per ripartire di nuovo".
A ripartire pensano anche funzionari e diplomatici di Wazir Akbar Khan. Nelle ambasciate si stilano piani di evacuazione. Se la situazione dovesse mettersi male, se i Talebani dovessero avvicinarsi troppo a Kabul, bisogna essere pronti a lasciare il Paese. Per questo è così importante garantire la sicurezza dell'aeroporto della capitale. Da una parte chi si prepara a evacuare, dall'altra chi viene rimpatriato. Con modi diplomatici, nota la contraddizione anche il ministro Akhlaqi.
Quanto ai patti con l'Unione europea, per lui "non c'è differenza tra i due accordi". Ci fornisce numeri ufficiali sugli afghani rimpatriati dall'Europa. "Nel corso di quest'anno, finora 24 persone sono ritornate volontariamente dall'Europa, mentre i rimpatriati sono 272". Impossibile prevedere quanti lasceranno il Paese. "Ma saranno tanti".
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