di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 giugno 2021
"Valutare la possibilità di attivare il meccanismo della liberazione anticipata speciale e un provvedimento di indulto generalizzato, nonché un intervento di modifica alle norme penitenziarie, nella parte relativa ai colloqui tra familiari e detenuti, affinché sia favorito il tanto declamato principio di rieducazione della funzione carceraria che, necessariamente passa dalla serenità generata dal singolo individuo, acquisita nel calore dei propri affetti".
di Angela Stella
Il Dubbio, 12 giugno 2021
Nel collegio difensivo di Marcello Viola alla Cedu c'era anche l'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida che ci spiega: "Quando siamo intervenuti dinanzi ai giudici di Strasburgo abbiamo fatto riferimento all'impossibilità per il signor Viola di poter accedere alla liberazione condizionale, perché all'epoca era applicabile l'art. 4-bis che escludeva i benefici; e anche la liberazione condizionale, in mancanza della collaborazione con la giustizia, era preclusa. Oggi (ieri, ndr) il Consiglio di Europa non ha detto che occorre concedere tale beneficio al detenuto, ma semplicemente che l'Italia, adeguandosi anche alla recente ordinanza della Corte Costituzionale (n. 97 del 2021), deve dotarsi di una legge che escluda l'attuale automatismo tra assenza di collaborazione e divieto di concessione della liberazione condizionale".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 12 giugno 2021
Parla il magistrato del Tribunale di Napoli Nicola Graziano. Quanto ne sanno di carcere i magistrati? Quanto conoscono a fondo il mondo in cui finiscono i condannati e molto spesso persino gli indagati, i presunti innocenti, i cittadini in attesa di giudizio? Quanti sono andati oltre la saletta dei colloqui per vedere con i propri occhi come si vive dietro le sbarre, nei luoghi della pena che secondo la Costituzione dovrebbero servire soprattutto a responsabilizzare l'autore di un reato e sostenerlo nel percorso di reinserimento sociale? "Un tirocinio all'interno delle carceri dovrebbe far parte del percorso formativo di ciascun magistrato", spiega Nicola Graziano, magistrato del Tribunale di Napoli e autore di Matricola zero zero uno, un libro con cui ha provato a superare il muro del pregiudizio vivendo 72 ore da detenuto nell'ospedale psichiatrico di Aversa.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 12 giugno 2021
Anche il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa condanna l'ergastolo ostativo e ribadisce la posizione espressa dalla Corte costituzionale nell'ordinanza n. 97 (redattore Nicolò Zanon) depositata l'11 maggio scorso. A darne notizia è l'Associazione Antigone.
di Angela Stella
Il Riformista, 12 giugno 2021
Il tema dell'ergastolo torna al centro del dibattito politico: ieri, nel stesso giorno in cui il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di adottare quanto prima una legge sul carcere a vita, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia, ascoltata dalla Commissione Antimafia, si è appellata al Parlamento affinché "non perda l'occasione per riscrivere la norma" sul fine pena mai. Ha indicato anche una possibile strada come quella di "prevedere, sempre a titolo esemplificativo, specifiche prescrizioni che governino il periodo di libertà vigilata, anche regolandone diversamente la durata".
di Glauco Giostra
Avvenire, 12 giugno 2021
Assistevano in prima fila allo 'spettacolo' della decapitazione, continuando a lavorare a maglia: erano le tricoteuses, donne del popolo che non possiamo immaginare tutte sadiche sanguinarie. Probabilmente, nella eliminazione fisica dei rappresentanti di quell'aristocrazia che aveva tanto e tanto a lungo vessato il popolo, vedevano la giusta punizione per i soprusi subiti e la fine del loro soffrire. Il fatto, poi, che si stessero ghigliottinando molti innocenti e che quella lama non fosse la soluzione dei loro problemi, non possiamo certo addebitarglielo. Anzi, non è azzardato ipotizzare che, se lo avessero potuto immaginare, avrebbero smesso di sferruzzare e avrebbero chiesto una giustizia più giusta, nonché risposte meno plateali, ma più appropriate.
Anche noi rammagliamo le nostre giornate cenando o sdraiandoci sul divano davanti alla tv, il cui palinsesto sempre più spesso erige un patibolo mediatico sopra al quale trascinare il presunto responsabile del terribile misfatto di turno, che tanto ha scosso la nostra sensibilità e tanto angosciante allarme ha suscitato in noi. Ascoltare perentorie affermazioni di colpevolezza rassicura: la profonda ferita sociale causata dal delitto trova convincente e tempestiva sutura, senza attendere un processo lontano da noi, quanto a metodo di accertamento, e dal fatto di reato, quanto a distanza temporale.
Per carità, nessun plausibile accostamento con quello squarcio della Rivoluzione francese. Eppure c'è qualcosa, nella prontezza con cui certi media (magari 'garantisti' a intermittenza, come certi politici, quando alla sbarra vanno figure amiche) si affrettano a ghermire lo sconvolgente fatto di cronaca nera e a predisporre il carro su cui far salire i condannati senza giudizio; nella ostentata esibizione dei risultati investigativi da parte delle autorità inquirenti, soddisfatte di poter annunciare che giustizia è fatta; nel nostro inconfessato bisogno di crederci; nel diffuso fastidio per qualsiasi accertamento che possa in seguito smentire quelle sbandierate certezze; nel ritenere che non vi sia nulla di più democratico del tribunale dell'opinione pubblica; c'è qualcosa, dicevo, che dovrebbe destare molta preoccupazione.
Perché il tribunale dell'opinione pubblica ha a che fare con la giustizia, quanto la folla acclamante sotto a un balcone o 'likeggiantè dai social network ha a che fare con la democrazia: cioè nulla, assolutamente nulla. Sarebbe bene piuttosto, dopo aver restituito a queste due forme di 'barbarie civilè i nomi appropriati - rispettivamente, infotainment giudiziario e oclocrazia (óchlos, massa; krátos, potere) -, coglierne la strettissima e inquietante parentela.
Perché una società per la quale la dignità del singolo è valore sempre subvalente rispetto al proprio bisogno di rassicurazione è una collettività in balìa di chi saprà agitare pericoli e paure, puntando l'indice contro ogni diversità in grado di calamitare il rancore sociale. Perché l'insicurezza sociale, che troppi media a mo' di specchio ustorio riflettono e alimentano, costituisce una ghiotta opportunità per certa politica deteriore: offre agli imbonitori di turno la possibilità di lucrare facile consenso contrabbandando per argine contro la criminalità il più cieco rigore punitivo, notoriamente inutile rispetto all'obbiettivo che si ostenta di voler perseguire (negli Usa, gli Stati che prevedono la pena di morte registrano mediamente più alti indici di criminalità rispetto a quelli che non la ammettono).
Perché all'opinione pubblica che reclama a gran voce una risposta immediata alla propria angoscia, talvolta la magistratura inquirente è indotta sciaguratamente a offrirla, con maldissimulato compiacimento, e, nel migliore dei casi, con impropri intenti rassicuratori. Perché i testimoni finiscono fatalmente e inconsapevolmente per rielaborare il proprio ricordo in modo da conformarlo al racconto che del fatto di reato hanno imbastito gli organi di informazione: una 'subornazione mediatica' che non potrà trovare alcun antidoto processuale. Perché questo ingravescente fenomeno per cui le autorità giurisdizionali, ogniqualvolta che sono chiamate ad assumere decisioni percepite come incidenti sulla sicurezza sociale, vengono cinte da una sorta di assedio emotivo, finisce per delegittimare la giustizia che non condanna e alla lunga potrebbe indurre persino a conformare alla precedente sentenza mediatica quella giurisdizionale.
Non vorremmo che un Alessandro Manzoni del futuro dovesse scrivere anche del nostro tempo che i giudici avevano "il timor di mancare a un'aspettativa generale, di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contra di sé le grida della moltitudine, col non ascoltarle; il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire: timore di men turpe apparenza, ma ugualmente perverso, e non meno miserabile, quando sottentra al timore, veramente nobile e veramente sapiente, di commettere l'ingiustizia".
Sono tanti i fattori che dovrebbero sinergicamente concorrere per superare questa inquietante tendenza mediatica, segnatamente della tv, ad allestire parodie processuali: una maturazione civile del nostro Paese, dopo la desertificazione culturale prodotta da certa televisione commerciale, purtroppo in larga misura emulata dal servizio pubblico; una politica che sappia rinunciare alla cinica speculazione sulle paure della gente; una riforma del processo penale che ne riduca i tempi geologici; una maggiore professionalità degli operatori dell'informazione e della giustizia; più stringenti regole deontologiche e disciplinari; un assetto normativo che segni rigorosi confini tra informazione sul processo e processo sui mezzi di informazione, presidiandoli con rigorose sanzioni interdittive ed economiche. Ma nell'orizzonte prossimo non si scorgono miglioramenti significativi. Di certo, non se ne vedranno sino a quando non vi sarà diffusa, turbata consapevolezza dell'insidioso degrado civile che stiamo attraversando: il media- evo della giustizia penale.
di Michele Ainis
La Repubblica, 12 giugno 2021
Manca ancora un testo, un progetto di legge timbrato dal governo, eppure si discute animatamente su proposte e ipotesi. Fin qui, sulla giustizia, c'è una riforma senza forma: manca ancora un testo, un progetto di legge timbrato dal governo. Eppure le discussioni s'accendono come cerini. Ma senza un testo sul quale confrontarsi, di che discutono i discussant?
D'ipotesi, o al più di proposte caldeggiate da questa o quella commissione ministeriale, e immediatamente respinte da questo o quel partito. È l'esito d'una babele che dura ormai da troppo tempo: qualunque idea divide prima ancora di venire formulata.
In questa Babilonia, c'è però una scelta che chiama in causa la ministra in carica, e insieme a lei le forze di governo. Dovranno decidere fra l'aspirina e il cortisone, fra una terapia minima e uno shock per curare la giustizia italiana. Che sia malata, d'altronde, non c'è dubbio. Un sondaggio Ipsos espone numeri eloquenti: quasi un italiano su due (il 49%) dichiara di non avere più fiducia nella magistratura, mentre nell'ultimo decennio il credito che circonda il potere giudiziario è sceso a precipizio (dal 68 al 39%).
La giustizia - dice l'articolo 101 della Costituzione - viene "amministrata in nome del popolo"; ma di questi tempi manca il popolo, resta soltanto l'amministratore. Ed è un problema, anzi una sciagura. Perché il discredito offusca l'autorità dei giudici, ne incrina la legittimazione. E perché mette radici nella stessa democrazia applicata alla cittadella giudiziaria, con i suoi tre corollari: il pluralismo culturale, il metodo elettivo, il consenso come fondamento del potere. Sennonché il potere del Csm è tutto in mano alle correnti organizzate, che nessun sistema elettorale è riuscito mai a scalfire. E le correnti decidono carriere, incarichi, prebende.
Dinanzi a questa crisi - giuridica e morale - si fronteggiano due eserciti: i minimalisti e i massimalisti. Non sempre è agevole distinguerli, giacché i primi spesso si travestono con i panni dei secondi, e allora dettano riforme secondarie spacciandole per altrettanti rivolgimenti normativi, quando si tratta in realtà d'aggiustamenti, di correzioni leggere come cipria. I minimalisti sono conservatori, però hanno pudore a dichiararsi. Tuttavia c'è almeno un elemento, un indice esteriore, che li divide dai massimalisti. Dipende dall'oggetto stesso della riforma: la legge ordinaria o la Costituzione. E dipende dalla profondità dell'intervento, dalla sua attitudine a separare nettamente politica e giustizia, anche attraverso soluzioni inedite, mai sperimentate. Come il divieto di ricoprire funzioni giudicanti nei confronti del magistrato cessato da una carica elettiva. O l'uso del sorteggio per formare il Csm. O il rinnovo parziale dell'organo, allo scopo di rompere la morsa correntizia. O l'attribuzione a un'Alta corte di giustizia del potere di decidere sugli illeciti disciplinari dei magistrati, dato che la giurisdizione domestica ha offerto pessime prove (nemo iudex in causa propria, dicevano i latini).
Su tutti questi aspetti la commissione nominata da Cartabia ha detto no. Senza compromessi, senza concessioni al fronte dei massimalisti. Proponendo viceversa l'ennesima legge elettorale che dovrebbe trasformare in santi i diavoli. Riducendo le firme necessarie per la presentazione delle candidature, quando il referendum di Lega e Radicali le elimina del tutto. Aumentando a dismisura i membri del Csm (36+1, come alla roulette).
E respingendo con toni un po' sdegnati l'idea stessa del sorteggio, pur applicandola - contraddittoriamente - in un'ipotesi minore (pag. 12 della Relazione). Eppure il sorteggio, diceva Montesquieu, rende concreta l'eguaglianza. E i giudici formano una comunità d'eguali, distinti solo per funzioni (articolo 107 della Costituzione). D'altronde gli stessi costituenti prescrissero l'uso del sorteggio per il nostro più alto tribunale, la Consulta, quando giudica sui reati del capo dello Stato (articolo 135). Non sarebbe una bestemmia, quindi, estenderlo pure al Csm. Si può fare a Costituzione invariata, benché quest'ultima indichi il metodo elettivo: basta sorteggiare una platea di candidati da sottoporre alle elezioni. Per le correnti giudiziarie, sarebbe un funerale. Per la giustizia italiana, è un funerale ogni riforma finta, edulcorata.
di Pietro Chiaro
Il Domani, 12 giugno 2021
Dopo aver ascoltato qualche sera fa il procuratore Gratteri alla trasmissione curata dalla Gruber, mi sono ancora più convinto del ritardo culturale che ci accompagna sul versante carcerario, del quale, non a caso, non si parla più da tempo. Nemmeno è dato, tra l'altro, di sapere a che punto sono le indagini sulle rivolte avvenute l'anno scorso nelle carceri di Pisa e Santa Maria Capua Vetere, con le morti poco chiare di alcuni detenuti, conseguenti alle stesse.
Accennavo al deficit di approfondimento cognitivo del problema del carcere e della sua funzione, e reale necessità. Ritardo culturale che non permette l'adeguata comprensione della problematica correlata alla natura e all'entità della pena, e alla sua funzione in rapporto al trattamento e alla sorte del detenuto. Ebbene, a differenza del messaggio che sembra pervenire dal pur ottimo magistrato in questione - sotto scorta da moltissimi anni, per la costante e rigorosa lotta alla malavita calabrese - bisogna insistere nel ricordare ai cittadini che la pena, più che alla funzione vendicativa, racchiusa in quella punitiva e retributiva, ha una finalità essenzialmente rieducativa e recuperativa (così come previsto dall'art. 27 della Costituzione).
La privazione della libertà, che non va affidata necessariamente alla restrizione in quattro mura, da adottare come extrema ratio, ma altresì alle previste pene alternative, deve avere come ottica il recupero alla società del soggetto-detenuto, che un giorno dovrà in essa rientrare, libero da ogni vincolo. Resto convinto se si insiste su questo messaggio, si riuscirà a far comprendere perché il carcere ha una funzione falsa e puramente ideologica e perché il "fine pena mai" è incompatibile con il rispetto della dignità della persona, insita anche nel peggiore assassino.
di Rocco Vazzana
Il Dubbio, 12 giugno 2021
"Io capisco che un ministro della Giustizia non possa venire a firmare per un referendum sulla giustizia, ma la invito ugualmente a farlo", dice il senatore leghista. "Personalmente nutro la massima stima nell'attuale Ministro della Giustizia, Maria Cartabia, per il il suo incarico attuale e per la sua esperienza e autorevolezza da giudice.
Ho apprezzato le sue parole nell'intervento di oggi in Senato se non fosse che nella realtà temo siano scritte sull'acqua, soprattutto rispetto all'avviso di garanzia. Se la Cartabia dovesse mai, e non glielo auguro ovviamente, provare sulla propria pelle cosa significa ricevere un avviso di garanzia ritengo che solo allora potrebbe capire che significato ha oggi mediaticamente la ricezione di quest'atto a tutela dell'indagato che, come ha ammesso la stessa Cartabia: "spesso diviene di dominio pubblico e rischia di innescare di un meccanismo di stigmatizzazione sociale, a detrimento, anziché a vantaggio, della persona destinataria"". A dirlo è il senatore leghista Roberto Calderoli, vice presidente del Senato, che si rivolge alla guardasigilli Marta Cartabia per sottolineare l'importanza dei referendum sulla giustizia proposti da Lega e Radicali.
"Ecco, questo è proprio quello che non riesco a capire, e rivolgo la domanda al Ministro della Giustizia, non riesco a capire come un atto a tutela dell'indagato finisca prima alle testate giornalistiche che nelle mani dell'interessato, come possano contenuti di indagine, sottoposti a segreto d'ufficio, o le motivazioni di pronunciamento di un Tribunale, arrivare nelle scrivanie dei giornalisti prima che nelle mani degli imputati.
Ma tutto questo, ministro, non rappresenta un reato? Ovviamente sì. E qualcuno non può prendersi la briga di indagare sulle origini di queste fughe di notizie con l'esercizio dell'azione penale e arrivare a trovare il vero responsabile di questa fuga di atti riservati? Finora ovviamente no! I nostri referendum chiedono anche questo, che chiunque nel sistema della giustizia sbagli poi paghi ma paghi sul serio. Io capisco che un ministro della Giustizia non possa venire a firmare per un referendum sulla giustizia, ma la invito ugualmente a farlo: venga a formare anche lei, la aspettiamo! Ma soprattutto spero vengano a firmare i cittadini perché andare avanti così non è giusto", aggiunge Calderoli.
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 12 giugno 2021
Il segretario dem ha detto che il referendum è solo un modo per fare lotta politica e che il suo programma è quello di Cartabia. Quindi nessun blocco alle porte girevoli, nessuna responsabilità per i magistrati e ancora più potere alle correnti.
Una vera riforma della giustizia non s'ha da fare! Questo il vero senso delle parole, che Letta sta spendendo, giorno dopo giorno, sul tema della giustizia. Dispiace rilevare che anche Mattarella ha pronunciato, probabilmente al diverso fine di tutelare le istituzioni, parole che, di fatto, possono avere lo stesso effetto. Ma procediamo con ordine.
Lo scadimento raggiunto dal precedente CSM nella amministrazione dell'Ordine Giudiziario è stato ben rappresentato dalla lettera pubblica, con cui Andrea Mirenda, presidente di sezione del tribunale di Verona, annunciava nel luglio 2017 di andare a fare il magistrato di sorveglianza come "gesto controcorrente, di composta protesta verso un sistema giudiziario improntato ormai ad un carrierismo sfrenato, arbitrario e lottizzatorio, che premia i sodali, asserve i magistrati alle correnti...".
Successivamente, il trojan, che ha disvelato i rapporti di Palamara, ha portato alla luce una realtà ancora più ampia e degradata di quella denunciata da Mirenda. Ha fatto seguito la pubblicazione del libro intervista Sallusti-Palamara, che ha dato conto dell'esistenza di un sistema, capace di influenzare non solo l'attribuzione degli incarichi nell'ambito dell'ordine giudiziario, ma anche l'esito dei procedimenti.
Il sistema avrebbe anche determinato l'elezione dell'attuale vicepresidente del CSM. Sono divenute di pubblico dominio le registrazioni di alcune dichiarazioni di Amedeo Franco, giudice relatore nel processo in Cassazione che ha confermato la condanna di Berlusconi, secondo cui il collegio giudicante non sarebbe stato sereno. Un componente togato del CSM è andato in pensione per limiti di età, ma solo dopo aver condotto una battaglia strenua per restare ciononostante al suo posto. È divenuto noto il contenuto di alcuni verbali relativi agli interrogatori re si dall'avv. Amara innanzi alla Procura della Repubblica di Milano, secondo i quali sarebbe esistita una cd. Loggia Ungheria, che, tra l'altro, avrebbe condizionato l'assegnazione di incarichi direttivi ai magistrati.
Tali verbali sarebbero stati informalmente consegnati da un magistrato inquirente ad un componente del CSM ed il relativo contenuto sarebbe stato, sempre informalmente, condiviso da quest'ultimo con il Presidente della Commissione antimafia. La ragione di questo passaggio di mano dei verbali sarebbe stata la preoccupazione dovuta al fatto che, nonostante la gravità delle rivelazioni, non fossero state subito disposte dal capo dell'ufficio le conseguenti indagini. Milena Gabanelli nella sua rubrica 'Data room" ha offerto alcuni dati precisi, e sconvolgenti, su come funziona la giustizia domestica nell'ambito del CSM.
Alla crisi di carattere istituzionale, di cui sono espressivi i fatti appena menzionati, si è aggiunto, con drammatica evidenza, l'aggravarsi della crisi del servizio giusti zia, che non è più in grado, troppo spesso, di dare una risposta adeguata, nei tempi e nei contenuti, alle esigenze della collettività. Tanto da essere diventato uno dei fattori decisivi della crisi struttura le in cui versa l'economia italiana.
A fronte di tutto questo, il Capo dello Stato ha affermato, in occasione del ventinovesimo anniversario della strage di Capaci, che "sentimenti di contrapposizione, contese, divisioni, polemiche all'interno della Magistratura, minano il prestigio e l'autorevolezza dell'Ordine Giudiziario". In altri termini, "non litigatè. Forse un po' poco, troppo poco, rispetto al quadro appena descritto. La drammatica crisi in cui la giustizia è sprofondata è il frutto avvelenato del rifiuto di dare corso a qualsiasi tentativo di riforma.
La Magistratura associata, con il sostegno di alcune forze politiche, si è opposta pervicacemente a qualsiasi tentativo di incidere sull'attuale assetto, in nome della tutela dell'autonomia e dell'indipendenza. Ma, nel momento in cui emerge che il risultato è la creazione di un "sistema", quale quello descritto da Palamara e confermato dalle intercettazioni che lo riguardano, il rifiuto di ogni possibile riforma si è palesato essere stato nient'altro che la difesa di un assetto di potere, per giunta del tutto illegittimo.
Oggi, il Governo in carica si sta muovendo in una duplice direzione da 1m lato cercando di intervenire sui meccanismi della giustizia civile e su quelli della giustizia penale e, dall'altro, cercando di intervenire sull'ordinamento giudiziario (composizione del CSM, rapporti tra funzione requirente e funzione giudicante, attività politica dei magistrati, etc.). Su quest'ultimo tema si concentra, in modo pressoché esclusivo, anche l'iniziativa referendaria portata avanti dal Partito Radicale e dalla Lega. Letta non ha avuto esitazioni nel posizionare il Partito Democratico su di un atteggiamento nettamente conservatore.
Sul tema della riforma della giustizia penale ha tenuto a precisare di essere contro l'impunitismo. Neologismo creato per l'occasione, ma di significato assai miserevole se, come sembra, esprime l'ossessione di ogni giustizialista che qualcuno possa farla franca. Tutto il contrario di quello che il pensiero liberale ha sempre ritenuto: il problema centrale del diritto penale è quello di garantire lo statuto dell'imputato, anche se colpevole, essendo chiamato a misurarsi con un potere, quale quello dello Stato, che se non regolato è illimitato e potenzialmente prevaricatore.
Ma è soprattutto sul secondo aspetto che si misura la posizione di Letta. Ha, difatti, dichiarato che il suo programma su questi temi è quello della Ministra Cartabia e che l'iniziativa referendaria è solo un modo, evidentemente a suo avviso esecrabile, 'per fare lotta politica". Sennonché la proposta di riforma dell'ordinamento giudiziario, che la Ministra ha illustrato ai capi gruppo dei partiti di maggioranza della Commissione Giustizia alla Camera non tocca, ma anzi rafforza, il potere delle correnti, non (docce le porte girevoli tra magistratura e politica, non introduce alcun profilo di responsabilità per i magistrati, non affronta realmente il tema della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, non assegna alcun ruolo alla società civile nella valutazione dei magistrati.
Si potrebbe obiettare che si tratta, alla fin fine, di problemi che riguardano per lo più le questioni interne all'Ordine Giudiziario. Ma non è cosi: qualsiasi riforma della giustizia civile e della giustizia penale passa attraverso l'interpretazione, che poi è chiamata a darne la magistratura.
Ed una magistratura totalmente autoreferenziale, come quella attuale, è capace di vanificare ogni riforma. Un esempio? Più volte il legislatore, negli ultimi trenta anni, ha cercato di intervenire per limitare l'uso della carcerazione preventiva. Ma senza successo: la magistratura ha interpretato le nuove norme in continuità con le proprie prassi precedenti. E l'eccesso di custodia cautelare non è mutato.
- Giustizia italiana in affanno, rilancio possibile con l'intelligenza artificiale
- "Basta con la discrezionalità delle procure, serve la responsabilità civile dei magistrati"
- Case popolari: escludere i migranti è discriminatorio
- Arimo cooperativa: delinquenza minorile, 30mila reati all'anno
- Potere psichiatrico e potere giudiziario, il caso Vattimo










