di Vinzia Fiorino
Il Manifesto, 4 maggio 2021
"Ci chiamavano matti", un libro di Anna Maria Bruzzone per Il Saggiatore. La riedizione di un classico fuori commercio, frutto di interviste tra Arezzo e Gorizia tra il 1968 e il 1977. L'indagine dell'autrice, insegnante e ricercatrice morta nel 2015, non squarcia la tela delle soggettività offese, ma illumina il travaglio del risveglio per la loro liberazione. Le due curatrici Marica Setaro e Silvia Calamai hanno dato vita a un nuovo fondo archivistico composto da dattiloscritti, quaderni con le trascrizioni, interviste, diari e dalle registrazioni
Ingresso dell'Ospedale neuropsichiatrico di Arezzo (Amministrazione provinciale di Arezzo, L'Ospedale provinciale neuropsichiatrico nei suoi nuovi sviluppi: padiglione per neuropatici, colonia agricola femminile, villa per pensionarie, Arezzo, Sinatti. Foto tratta da "Cartedalegare. Archivi della psichiatria in Italia".
Una storica brillante, sensibile e piena di talento nel 1968 a Gorizia e nel 1977 ad Arezzo registra le voci di donne e di uomini ancora reclusi nei rispettivi manicomi cittadini. Era Anna Maria Bruzzone, classe 1925, docente negli istituti superiori di Torino e ricercatrice non accademica. Ci chiamavano matti, quell'indagine, originale e irriverente, pubblicata in una memorabile edizione Einaudi nel 1979, viene ora riproposta dal Saggiatore con una attenta e competente curatela di Silvia Calamai e Marica Setaro (pp. 416, euro 29). Non solo. Adesso le due studiose dispongono di nuovi e importantissimi materiali.
Il tutto ha inizio da una domanda semplice ma cruciale: se Bruzzone nel 1977 aveva raccolto le voci dei degenti di Arezzo con un mangianastri, dove saranno mai finite quelle cassette? Grazie alla generosa mediazione della nipote, Paola Chiama, le due studiose - con Lucilla Gigli (archivista e bibliotecaria nella sede aretina dell'università di Siena) - hanno quindi dato vita a un nuovo fondo archivistico composto da dattiloscritti, quaderni con le trascrizioni, interviste, diari e, soprattutto, dalle registrazioni delle voci dei matti. Parole forti, che squarciano; ora argomentano, ora si interrogano, spesso sono urla contro le ingiustizie. Flebile e potente è al tempo stesso il grido in cerca di libertà.
Immergersi nella lettura di queste "voci dell'interiorità", così le chiamerei, è un viaggio nella vivisezione dell'umano, non certo del patologico. Dispute e conflitti acerrimi, ostilità tra familiari, con i datori di lavoro, contrasti all'interno delle comunità, renitenti alla leva, comportamenti irrispettosi della morale corrente: sempre questi i contesti di provenienza per chi ha vissuto vite recluse.
La rottura realizzata da Basaglia - che è stata al tempo stesso epistemologica, storica e politica - è qui restituita in quella fase intermedia in cui si avvia la trasformazione del manicomio in comunità terapeutica e, soprattutto, in cui si opera affinché i ricoverati possano cominciare a pensarsi come soggetti liberi. Non si può, tuttavia, restituire né imporre la libertà. "La libertà che veniva data al malato dall'esterno, non era ancora il risultato di una sua conquista", scriveva Basaglia nel 1965 rivelando una evidente traccia illuminista. E anche se l'internato aveva contribuito ad abbattere il recinto dell'istituzione, continuava a restare chiuso in una barriera che egli stesso si imponeva.
L'indagine di Bruzzone non squarcia la tela delle soggettività offese, ma illumina il travaglio del risveglio per la loro liberazione. Le traiettorie percorse da queste individualità sono, ovviamente, innumerevoli e contraddittorie, ma si addensano su temi importanti: ripensare il proprio sé, elaborare la memoria rintracciando la propria esistenza prima della cesura manicomiale, testimoniare la violenza dell'internamento.
Parlava poco Michela P. - più volte ricoverata a Gorizia negli anni Sessanta - anzi è proprio quello il suo problema: parlava poco e aveva poca vita; non le sembrava di avere disturbi nervosi, le pareva piuttosto di essere stata sottovalutata in manicomio come già dai suoi genitori, che dicevano che lei disubbidiva sempre; Michela pensava, invece, che avesse troppo ubbidito. Voleva vivere, era più viva fuori e comunque adesso, sotto la direzione di Basaglia, sente di reagire di più e di avere la sua personalità. Alta si alza la voce di coloro che respingono di essere identificati come malati e, per l'appunto, di essere chiamati matti: mi hanno lasciata qui perché non mi volevano, non perché fossi matta, dirà, come tanti altri, Filomena.
Resta ampio il ventaglio di sperimentazione delle pratiche di violenza perpetrato dentro l'ospedale, che in tanti chiamavano carcere: non voleva fare il bagno Onorina T. e così le hanno fatto la maschera. Le maschere - una tecnica di contenzione detta anche strozzina - erano rettangoli di tele bagnate, che, applicate sui visi dei pazienti, non permettevano loro di respirare a sufficienza provocando asfissie e perdita di sensi. I vissuti legati alla pratica degli elettroshock sono poi poderosi: se non mangi ti faccio l'elettroshock, tuonavano gli infermieri; in molti ne avevano paura: mi addormentavano, poi ci si svegliava senza memoria, dicevano che sarebbe passato e invece non facevano bene. Poi, anche ad Arezzo, con la direzione affidata al basagliano Agostino Pirella, i pazienti diranno che si cominciava a star meglio.
Fulcro importante di tutte le interviste è l'esperienza delle assemblee come momento collettivo di soggettivazione e di pratiche democratiche. Anche in questo caso sono ovviamente ricchi e variegati i percorsi individuali: le riunioni servono a sviluppare l'intelligenza e svagano l'ammalato; in fondo tutti hanno imparato qualcosa dalle riunioni, diceva Augusto M. Le riunioni di reparto erano più frequentate rispetto alle assemblee generali e molti si sono confrontati con le difficoltà di prendere la parola.
Le prime sono le più sentite perché riguardano i problemi più minuti e tangibili ("servono perché ci lagniamo", dirà Giuseppina Z. ved. P.). Servono a noi, migliorano il morale dei malati; le assemblee generali servono invece all'ospedale: qualcuno va per parlare e non riesce. Ermenegildo M. racconta di essersi stancato perché alla fine "le direttive le fanno i dottori; chiedono solo il nostro parere, ma poi, se faccio osservazioni, mi dicono di no". In fondo, "le direttive partono sempre da quei due o tre fra i malati che capiscono qualcosa".
Nel tempo non sfuggiranno a Franca e Franco Basaglia queste difficoltà e a lungo si interrogheranno sulla riproduzione dei rapporti di forza tra i pazienti nei momenti assembleari. Perché davvero alta e difficile è stata la posta in gioco; variegate le pieghe delle disuguaglianze e delle fragilità umane. Nessuno dei protagonisti ha affrontato una sfida così difficile - la presa di parola dei soggetti istituzionalizzati - con ingenuità.
Si è immersa nella quotidianità della vita ospedaliera e "sarebbe un errore credere che il lavoro di Bruzzone si sia limitato a una semplice trascrizione. Lei non esita a chiamarlo travaglio", scrive infatti giustamente Marica Setaro. Ad Anna Maria Bruzzone interessava far emergere la voce degli individui stravolti da abbandoni e sofferenze nel processo impervio di una possibile liberazione soggettiva, così come nella scelta di divenire partigiane e di resistere nei campi di sterminio. Protagonista di uno degli innesti più fecondi della storiografica femminista, quando per l'appunto i temi della soggettività e della memoria avevano incontrato la storia orale, Bruzzone (che, si dica per inciso, non ha neppure una pagina su Wikipedia) ricerca non già l'io, ma le sue diverse epifanie dinanzi alle violenze più brutali. Nel 1976 d'altra parte - quindi tra Gorizia e Arezzo - dà alle stampe, con Rachele Farina, uno dei testi fondativi della storia delle donne in Italia: La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi (Bollati Boringhieri lo ripubblicherà nel 2003). Anche qui la scelta è molto perspicace: far raccontare non le partigiane tout court ma quelle "risospinte alla tradizionale condizione subalterne", quelle che non hanno ricevuto neppure un modesto riconoscimento.
Negli anni novanta raccoglie con un'altra bravissima storica, Anna Bravo, le testimonianze di donne che avevano vissuto il secondo conflitto e che soprattutto vi avevano resistito: la categoria di Resistenza civile conosce una nuova articolazione e un'ampia circolazione.
Si avvieranno presto nuove ricerche e si ripenserà a quel vuoto incolmabile che sta nella difficoltà di tradurre l'intonazione di quelle voci incise su nastro, il senso delle pause, i molteplici usi della lingua; temi su cui da tempo lavora Silvia Calamai con grande competenza. L'archivio sonoro è ora tornato al Colle del Pionta di Arezzo, proprio lì, laddove ieri c'era il manicomio, oggi c'è il campus dell'università di Siena con un nuovo scrigno prezioso.
di Clementa Pistilli
La Repubblica, 4 maggio 2021
A insospettire i familiari del 32enne Mimmo D'Innocenzo il foro di una siringa che risale a 24 ore prima del decesso. Secondo un testimone un altro detenuto avrebbe ceduto alla vittima una dose di Subotex, una sostanza simile al metadone.
Ci sono un detenuto sospettato di aver ceduto sostanze stupefacenti alla vittima, un medico e un'infermiera che gli inquirenti ritengono non abbiano detto la verità su quanto accaduto prima del dramma, testimonianze contrastanti e accuse, persino il registro dell'infermeria del carcere sparito, ma per la Procura della Repubblica di Cassino si tratta di tanti indizi che non fanno una prova.
Sulla morte di Mimmo D'Innocenzo, 32 anni, romano di Pietralata, avvenuta il 27 aprile del 2017 nella casa circondariale del basso Lazio, il sostituto procuratore Roberto Bulgarini Nomi ha chiesto l'archiviazione. Un giallo destinato a restare tale. A non arrendersi è però la mamma del 32enne, Alessandra Pasquire, che da tempo chiede verità e giustizia e che, tramite l'avvocato Giancarlo Vitelli, si è ora opposta alla richiesta della Procura. A decidere dovrà essere un gip.
Il giovane romano all'età di 20 anni rimase vittima di un grave incidente motociclistico sulla Tiburtina e ottenne un risarcimento di 250mila euro. Finì ben presto nel tunnel della cocaina e, dopo aver tentato la strada del recupero in comunità, mise a segno una rapina in un supermercato. Condannato, finì in isolamento nel carcere di Cassino, dove quattro anni fa morì in circostanze mai chiarite. E qui inizia il giallo.
Sulla salma del 32enne i consulenti medico legali del sostituto procuratore Bulgarini Nomi hanno trovato il foro di una siringa, stabilendo che alla vittima era stata fatta un'iniezione non più di 24 ore prima del dramma. La polizia penitenziaria ha quindi raccolto le confidenze di un detenuto, il quale ha riferito che un altro detenuto aveva ceduto a D'Innocenzo il Subotex, un farmaco equivalente al metadone, in cambio di sigarette, calando la sostanza stupefacente con una corda dalla cella sovrastante quella dove la vittima era in isolamento.
Il detenuto aveva inoltre specificato che, dopo l'assunzione di quel medicinale, il 32enne era stato male. Il presunto responsabile della cessione del Subotex è stato quindi indagato con le accuse di spaccio e morte come conseguenza di altro delitto. Ipotesi che hanno preso corpo alla luce della stessa consulenza medico legale, in base alla quale il giovane era deceduto per "insufficienza cardiorespiratoria conseguente ad intossicazione acuta da sostanza esogena di tipo stupefacente", ovvero da buprenofrina.
Ed era stato ipotizzato pure che tale sostanza fosse stata somministrata endovena. Ma di siringhe nella cella del 32enne non era stata trovata traccia. Il 3 dicembre 2018 un colpo di scena. La madre di D'Innocenzo ha denunciato di aver ricevuto un inquietante messaggio da un detenuto: "So come è andata con Mimmo, gli hanno fatto una puntura la sera prima che morisse, da quel momento è stato sempre peggio e poi e morto".
Un assistente capo della polizia penitenziaria ha inoltre riferito agli investigatori del commissariato di Cassino, a cui il sostituto procuratore Bulgarini Nomi aveva delegato le indagini, che la sera prima del decesso aveva accompagnato D'Innocenzo in infermeria. Circostanza smentita sia dal medico di turno, successivamente trovato dalla Polizia di Roma in possesso di cocaina, che da un'infermiera, indagati entrambi con l'ipotesi di omicidio colposo. Del registro di entrata e uscita dall'infermeria relativo al mese di aprile 2017 non è stata tra l'altro trovata traccia. Sparito.
Un altro detenuto ha poi riferito agli investigatori che il pomeriggio prima della tragedia D'Innocenzo era stato portato in infermeria e al rientro in cella gli aveva detto di aver strappato dalle mani di un'infermiera "una boccetta contenente un farmaco e di averne ingerito il contenuto".
Sentiti anche altri testimoni, il sostituto procuratore Bulgarini Nomi ha ritenuto che gli elementi non siano sufficienti a chiedere un processo. "L'attività di indagine - ha specificato il magistrato avanzando la richiesta di archiviazione - non consente allo stato di esercitare l'azione penale nei confronti degli indagati".
Ancora: "Pur essendo emersi elementi indiziari nei loro confronti, gli stessi elementi non sono sufficienti ai fini di un proficuo esercizio dell'azione penale". La mamma della vittima non molla. Opponendosi all'archiviazione il legale della donna, l'avvocato Vitelli, ha battuto sulla piaga delle morti nelle carceri. "Sempre più spesso - ha sottolineato - si assiste ad episodi di morti nelle carceri con dinamiche mai pienamente chiarite o in circostanze sospette, che inevitabilmente diventano oggetto di riapertura di indagini". La decisione sull'inchiesta relativa alla morte di D'Innocenzo spetta ora al giudice per le indagini preliminari.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 4 maggio 2021
L'ex parlamentare ed ex governatore della Puglia si racconta: "Il centrosinistra allora non era pronto, non ebbe il coraggio necessario: qualcuno ora dovrebbe dire 'Scusate il ritardo'. Ma sono ottimista". "Era il 1996, ero il primo deputato dichiaratamente gay e presentai la prima proposta di legge per estendere la legge Mancino alle discriminazioni omofobe...". Nichi Vendola, leader della sinistra, ex governatore della Puglia, si racconta. Ricorda le tappe della battaglia: "Il centrosinistra allora non era pronto, non ebbe il coraggio necessario: ci è voluto un quarto di secolo per arrivare all'appuntamento e qualcuno dovrebbe dire "Scusate il ritardo". Di omofobia Vendola è stato vittima. Ma si dice ottimista: "Nessuno può fermare il sentimento che sta crescendo attorno a questa battaglia".
Vendola, sembrava quasi fatta per la legge contro l'omofobia con l'approvazione alla Camera nel novembre scorso, se lo aspettava uno scontro ancora così aspro?
"Per secoli l'omosessualità è stata stigmatizzata, vietata, derisa, lapidata. E l'omofobia è stata un fondamento delle credenze religiose e dei costumi sociali. Dai roghi medievali comandati dalla Santa Inquisizione fino al confino alle Isole Tremiti comandato dal fascismo, dal carcere vittoriano per Oscar Wilde fino alla persecuzione giudiziaria di Aldo Braibanti o Pasolini, la paura e l'orrore per le diversità hanno prodotto ogni sorta di violenza. Una violenza che si è fatta senso comune, che si è radicata nel linguaggio e nella routine delle prassi discriminatorie. Non mi stupisce dunque la virulenza di questo scontro. Perché non è in gioco solo il diritto di una minoranza a non essere offesa e prevaricata, ma è in gioco il diritto di tutti e di tutte al rispetto e alla dignità".
La prima proposta di legge contro l'omofobia finì nel nulla?
"Era il 1996, presentai la prima proposta per estendere la legge Mancino alle discriminazioni omofobe, ero il primo deputato dichiaratamente gay della storia italiana eletto con quel partito (Rifondazione comunista) che poi avrebbe portato in Parlamento anche una lesbica e una transgender. Ma il centrosinistra non era pronto: ci è voluto un quarto di secolo per arrivare all'appuntamento. Qualcuno dovrebbe dire come in quel bel film di Troisi: "Scusate il ritardo!"
Che tempi erano?
"Erano tempi di grandi speranze ma il centrosinistra non ebbe il coraggio necessario sia in termini di avanzamento sul terreno dei diritti civili, sia in termini di riforme sociali capaci di rompere l'egemonia liberista".
Di omofobia è stato vittima?
"Basta una navigazione veloce nei siti dei tradizionalisti, una lettura fugace a certa pubblicistica che profuma di olio di ricino, e può farsene una idea. Quando è nato mio figlio si è scatenata la Vandea, con uno spettacolare capovolgimento dell'accusa: prima, da gay, ero un attentato alla riproduzione della specie; poi ero inevitabilmente un pedofilo (accusa per la quale ho vinto svariate cause in svariati tribunali); poi, da padre, diventavo un ladro di bambini. Se ci pensa, il repertorio di questi moralisti a luci rosse non cambia mai: già nel primo Parlamento del Regno d'Italia non si poteva parlare di diritto di voto alle donne perché così si minacciava la famiglia, come con il divorzio, con l'aborto, con le unioni civili e così via".
Ma molto è cambiato...
"Si: è cambiato tutto e questi sepolcri imbiancati, le sentinelle della tradizione, sono furiosi perché hanno perso, perché quelli come me hanno detto: no, non ci accontentiamo di stare in un ghetto magari dorato, non chiediamo la vostra tolleranza, non abbassiamo lo sguardo, non saremo le icone del vostro disprezzo o della vostra pietà o delle vostre fobie. Siamo usciti alla luce del sole e nessuno più ci ricaccerà nell'ombra o dietro un filo spinato".
Salvini e Meloni non vogliono sentire parlare del ddl Zan. La destra è omofoba?
"La Lega di Salvini ha sdoganato l'estremismo nero, il partito della Meloni una parentela con l'eredità del fascismo ce l'ha nel proprio Dna. Sono omofobi e razzisti. Magari nei talk show fanno le Dame di San Vincenzo ma le loro formazioni e le loro classi dirigenti sembrano roba da Anni Venti (non quelli in corso, i precedenti...)".
Gli artisti si mobilitano, la politica annaspa? O questa è una rappresentazione di comodo?
"Diciamo che gli artisti hanno il dono della immediatezza e della passione civile: virtù che spesso latitano dentro i palazzi del potere".
Caso Fedez-Rai, che idea si è fatto?
"La solita censura, la solita Rai, le solite indignazioni postume".
Una legge anti omofobia ci sarà alla fine?
"Si, ci sarà. Nessuno può fermare il sentimento che sta crescendo attorno a questa battaglia".
di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 4 maggio 2021
"Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di odio per misoginia e disabilità fa regredire le donne nel passato". Non soltanto la maggioranza, il ddl Zan divide l'universo femminista. E divide anche le famiglie: Cristina Comencini guida lo schieramento delle donne che il testo sull'omotransfobia vorrebbero emendarlo, mentre la sorella Francesca sta con le femministe che vorrebbero approvarlo così come è. Premesso che sono tutte ovviamente favorevole ad una simile legge, il ddl Zan ha tuttavia frantumato anche lo schieramento di "Se non ora quando" e adesso nella parte che si chiama "Snoq libere" è la voce di tante storiche femministe che si leva a chiedere cambiamenti alla legge.
"Aver esteso il ddl Zan anche ai reati di misoginia e disabilità fa regredire le donne nel passato, le considera una categoria, una minoranza mentre siamo più della metà del paese", commenta Francesca Izzo, storica del pensiero moderno e contemporaneo e storica femminista. E aggiunge: "Anche sull'identità di genere bisognerebbe fare dei cambiamenti".
È' Marina Terragni a spiegarci quali cambiamenti per l'identità di genere. Storica femminista che ha fatto le battaglie accanto al Mit, Movimento italiano transessuali, Terragni dice: "L'identità di genere è un oggetto non definito e non puoi mettere in una legge penale un oggetto non definito. Nel testo si parla di identità autopercepita che è l'ambiguità che apre la porta alla "Self Id", l'autopercezione del genere. Per capire: in California, dove il self-Id è diventato legge ci sono stati 270 detenuti che si sono dichiarati donne e hanno chiesto di andare nel carcere femminile, con il terrore delle detenute. In Gran Bretagna è successo lo stesso con uno stupratore che si è dichiarato donna. Non basta l'autocertificazione per cambiare sesso ci vuole un percorso". Per Terragni è da modificare anche l'ingresso nelle scuole per parlare della Gravidanza per altri (l'utero in affitto): "Non si capisce per l'ora di religione ci vuole il consenso dei genitori e per questo no, perché lo decide una legge". Sulla Gravidanza per altri, Gpa, si esprime anche la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini: "Bisognerebbe emendare il ddl Zan seguendo una legge approvata dall'Emilia Romagna: la regione non finanzia le associazioni che propagandano la Gpa. Con il ddl Zan criticare l'utero in affitto viene considerato omofobia".
A chiedere emendamenti al ddl Zan anche tante altre voci storiche del femminismo. Dice Terragni: "C'è l'Unione donne italiane, Udi, la libreria delle donne e anche una associazione di uomini come Equality Italia, guidata da Aurelio Mancuso.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 4 maggio 2021
Mediterraneo. Il portavoce per il Mediterraneo dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni: "Bisogna evitare che le persone anneghino o siano riportate in Libia". Flavio Di Giacomo è portavoce per il Mediterraneo dell'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Dopo i recenti naufragi ha criticato le autorità europee per l'assenza di soccorsi. "Bisogna evitare che le persone anneghino o siano riportate in Libia", dice al manifesto.
Negli ultimi 10 giorni sono morte 140 persone in fuga dalla Libia. Lei ha parlato di un "sistema di pattugliamento in mare insufficiente". Che significa?
La situazione è completamente cambiata rispetto a pochi anni fa. Non solo a Mare Nostrum, ma anche al 2015/6 quando c'era l'operazione Triton e i soccorsi di Guardia costiera, Guardia di finanza, marina militare e molte Ong. Oggi ci vogliono ore, a volte più di un giorno, prima che qualcuno risponda agli Sos. È inaccettabile: le imbarcazioni dei migranti possono affondare in ogni momento, ritardare i soccorsi significa mettere in pericolo vite umane. Il sistema non funziona soprattutto nelle acque internazionali davanti alla Libia, che è dove avvengono la maggior parte dei naufragi. Senza Ong, o con una loro presenza ridotta, è evidente che servono navi statali.
Domenica scorsa 97 persone in pericolo in acque internazionali hanno chiesto aiuto. La Guardia costiera italiana ha coordinato l'invio di due navi che si trovavano nelle vicinanze. Queste invece di operare il soccorso hanno atteso l'arrivo della "guardia costiera" libica, che ha riportato indietro i migranti. È legale?
Non posso dare un giudizio legale perché mancano troppi elementi. Andrebbero capiti i rapporti effettivamente intercorsi e chi ha avuto il comando delle operazioni. È comunque molto grave che due navi vicine a un barcone che può affondare non intervengano, ma attendano per ore l'arrivo dei libici, che poi sbarcano le persone in un porto non sicuro. I soccorsi vanno sempre fatti il prima possibile.
Nel 2021 quasi 7.000 migranti sono stati riportati a Tripoli con la forza. Sono stati salvati o intercettati?
Quando nel 2017 è stata creata la guardia costiera libica abbiamo sostenuto l'esigenza di un corpo che intervenisse nelle acque territoriali, dove le navi internazionali non arrivano. Ma ci sarebbe dovuto essere anche il miglioramento delle condizioni dei migranti a terra, cosa mai avvenuta. E comunque la guardia costiera libica interviene su segnalazioni, spesso in acque internazionali, dove altre navi potrebbero soccorrere i naufraghi con maggiore rapidità ed efficacia. Quindi nella maggior parte dei casi si tratta di intercettazioni.
La Libia non è un porto sicuro. La sua "guardia costiera" a volte non risponde agli Sos. Altre picchia i migranti, come documentato venerdì da Sea-Watch. La Sar di Tripoli esiste davvero o è una finzione?
È una contraddizione. L'Organizzazione marittima internazionale (Imo) ha creato una zona Sar, accettata dagli Stati contigui, che istituisce un onere di salvare vite, non un diritto esclusivo di intervento. Sono acque internazionali, non libiche. Ma una zona Sar richiede anche un porto sicuro di sbarco e la Libia non lo è. Perciò è una contraddizione dal punto di vista del diritto internazionale.
Da maggio 2020 le autorità italiane hanno disposto otto fermi amministrativi di navi Ong. Che ne pensa?
Bisogna garantire la sicurezza delle navi, anche di quelle Ong. Ma si deve anche avere buon senso. Le richieste amministrative non possono essere eccessive o troppo burocratiche, altrimenti si può pensare che abbiano il fine di bloccare la navigazione. Le Ong devono poter soccorrere.
Non sono un pull factor?
Il pull factor non esiste. È stato dimostrato già dopo la fine di Mare Nostrum, quando le partenze sono aumentate (insieme ai morti). Vale anche per le Ong. Esistono invece i push factor: i migranti partono spinti dalle violenze, dalle violazioni dei diritti umani, non attirati dalle navi di soccorso.
Gli sbarchi stanno aumentando. C'è un'emergenza?
Non c'è alcuna emergenza in termini numerici, va detto chiaramente. Tra il 2014 e il 2017 a maggio-giugno eravamo sui 70-90mila arrivi via mare. E già allora non era un'emergenza perché rappresentavano una piccola percentuale rispetto alla popolazione italiana. I 10.107 arrivi registrati ieri sono un numero residuale. La vera emergenza è umanitaria: troppe persone annegano o sono riportate in Libia.
Cosa chiedete all'Ue?
Un sistema di pattugliamento efficiente, sbarchi sicuri, chiarezza sui ricollocamenti interni. Ma prima di tutto di rafforzare la presenza di navi europee per ridurre il numero di chi viene riportato nell'inferno libico. Come Oim e Unhcr siamo in Libia e cerchiamo di alleviare le sofferenze, ma non abbiamo alcuna possibilità di garantire i diritti umani.
di Walter Veltroni
Corriere della Sera, 4 maggio 2021
I più piccoli vittime di traumi e testimoni di violenza soffrono di quella che in Svezia hanno chiamato sindrome della rassegnazione. Sembra una favola nera. Ma succede nella realtà. Uppgivenhetssyndrom. "Sindrome della rassegnazione". L'hanno chiamata così, in Svezia. In quel Paese, chissà perché quasi solo in quel Paese, dall'inizio del nuovo millennio si è manifestata, con centinaia di casi, una sindrome fino ad allora sconosciuta. Una patologia, per ora chiamiamola così, che ha colpito centinaia di bambini tra gli otto e i quindici anni che cadono in una condizione prima di abulia e poi di letargo, di catatonia. E dormono, dormono per mesi o anni. Riguarda esclusivamente bambini e bambine che sono arrivati in Svezia dalle repubbliche dell'Ex Urss, dai Paesi balcanici e, più recentemente, ragazzi di origine yazida. Qualche caso è emerso in Australia, sempre tra bambini immigrati.
Non è un virus, non è un problema genetico. È una reazione al dolore, alla paura. Un lungo articolo del New Yorkere il bel documentario "Sopraffatti dalla vita" hanno raccontato la natura del fenomeno. I bambini che si addormentano sono tutti figli di immigrati. Nella maggior parte dei casi, sono stati testimoni di violenze terribili avvenute nei loro Paesi e hanno vissuto il clima di terrore che ha spinto le loro famiglie a intraprendere un lungo e spesso spaventoso viaggio. La violenza è entrata nella loro vita nella forma di esperienza diretta - occhi di bambino che vedono morte - e nella condivisione di un'ansia, di un panico che stravolge un nucleo familiare e lo porta a lasciare la propria terra, le proprie relazioni sociali e a migrare verso luoghi sconosciuti: altri paesaggi, altra lingua, altre culture, altre persone. Ma, arrivati alla meta, l'ansia non smette di rincorrere i bambini e i loro genitori. L'attesa della cittadinanza, la Svezia ha molto ristretto l'accoglienza ai richiedenti asilo, è, per le famiglie dei migranti, un incubo. Terrorizza i bimbi il ritorno nella terra della violenza da cui sono fuggiti - spesso la madre è stata violentata o il padre picchiato davanti a loro - o il continuo cercare un luogo della terra dove avere il diritto di esistere.
Il bambino non simula, lo hanno stabilito con certezza i medici e lo sanno i genitori che li alimentano con sondine e li trascinano nella stanza, per non fargli perdere il tono muscolare. Il bambino avverte un clima di paura in casa, sente il pericolo e fa scattare la sua estrema difesa, quella di fuggire in un sonno che è riparo, è fuga e conforto. E, dicono gli analisti, è anche l'unico contributo che un bimbo possa dare alla salvezza del suo nucleo familiare. Cosa può fare un bambino, di fronte alla paura del futuro, se non cristallizzare il presente nell'unica forma che gli è consentita? I bambini proteggono sempre i grandi, nei momenti più difficili. Lo fanno come possono, anche dormendo.
Tamam, 5 anni: la foto fa parte del progetto "Where the children sleep", sul sonno dei piccoli rifugiati, realizzato per "Aftonbladet" dal fotografo Magnus Wennman Tamam, 5 anni: la foto fa parte del progetto "Where the children sleep", sul sonno dei piccoli rifugiati, realizzato per "Aftonbladet" dal fotografo Magnus Wennman
Il documentario racconta due casi. In uno la richiesta di asilo è stata respinta. Alla prima bambina si è aggiunta allora la sorella più grande. E ora dormono insieme. La seconda famiglia ha invece ricevuto la lettera che concedeva il diritto a fermarsi e i genitori l'hanno letta alla figlia che dormiva da mesi. Pian piano la bambina è tornata a vivere. I medici sostengono che i piccoli, dal loro sonno, percepiscono il clima della famiglia. Lo avvertono dal tono delle voci, dai gesti di cura che ricevono. La serenità è la loro sveglia. Uno dei ragazzi che è "tornato" ha detto al New Yorker: "Non avevo più volontà, ero molto stanco. Mi sentivo come dentro una gabbia di vetro con pareti sottili nel profondo del mare. Parlando o muovendomi il vetro si sarebbe rotto e l'acqua mi avrebbe ucciso, ogni movimento avrebbe potuto uccidermi".
Protezione di se stessi e della propria famiglia, bisogno di sicurezza e di serenità. Questo chiedono i bambini che si addormentano. Non c'entra nulla Biancaneve. Non ci sono mele stregate e principi azzurri. Qui c'è il dolore squassante di vite stracciate da traumi prodotti non da calamità, ma da uomini. L'esperienza del trauma prodotto da altri esseri umani, specie se vissuta nel tempo giovanile, lascia un senso di irredimibile terrore. La minaccia non è un'alluvione ma è l'altro, l'umano, e, spesso, l'altro che detiene il potere. Il potere della forza, della violenza. Il potere di mutare il destino tuo e della tua famiglia.
Ma forse è proprio il mondo degli adulti, quello del potere, che soffre di "sindrome della rassegnazione", accettando ormai che elementari principi di umanità vengano calpestati da considerazioni di opportunità o, peggio, di volubile consenso. Elie Wiesel, sopravvissuto alla Shoah, di fronte ad un bambino impiccato che non riusciva a morire pensò: "Era ancora vivo quando gli passai davanti. La lingua era ancora rossa, gli occhi non ancora spenti. Dietro di me udii il solito uomo domandare: Dov'è dunque Dio? E io sentivo in me una voce che gli rispondeva. Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca". I bambini capiscono molto più di quanto i grandi pensino e la loro mente, specie in quel tempo della vita, è attraversata da una tempesta di sogni e mostri, di desideri e paure, tutte estreme. Quei bambini che dormono, senza saperlo, vogliono salvare il mondo. La loro "rassegnazione" è un grido. È un appello ai non rassegnati. Svegliatevi, per svegliarci.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 4 maggio 2021
Il caso del palestinese Abu Zubaydah, che ora ha denunciato il Governo americano. L'11 gennaio del 2002, nella base navale statunitense di Guantanamo a Cuba, venne aperto ufficialmente l'omonimo centro di detenzione. Qui finirono i prigionieri catturati in Afghanistan e in altre zone del mondo attraverso le famigerate "extraordinary rendition", per essi si aprivano le porte di un inferno nel quale non avevano nessun diritto, per i reclusi venne coniato il termine di ' combattenti nemici illegali', non contemplato nel lessico del diritto umanitario. Significava che non erano considerati né come prigionieri di guerra né come normali criminali condannati (che avrebbe garantito loro assistenza legale e un processo). Insomma si trattava di semplici detenuti senza alcun status giuridico.
Nel corso degli anni a Guantanamo sono stati rinchiuse almeno 800 persone (ora ce ne sono una quarantina), solo per dieci di queste è stato formulato un capo d'imputazione. E' ciò che è successo a Abu Zubaydah (palestinese di origine saudita, (vero nome Zayn al- Abidin Muhammad Husayn), oggi cinquantenne che da 19 anni si trova all'interno della struttura di detenzione dopo essere stato arrestato in Pakistan nel marzo 2002 perché sospettato di essere un membro influente di al- Qaeda. Gli stessi funzionari statunitensi però non hanno mai confermato l'accusa, inoltre secondo l'FBI Zubaydah avrebbe collaborato senza difficoltà e nonostante ciò venne sottoposto ad almeno dieci metodi di tortura incluso il waterbording (soffocamento attraverso l'acqua). Il trattamento sarebbe stato eseguito 83 volte.
Venerdì scorso però l'avvocato dell'uomo, Helen Duffy, ha dichiarato venerdì che è stata presentata una denuncia al Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria, contro gli Stati Uniti e altri sei paesi (Regno Unito, Thailandia, Afghanistan, Lituania, Polonia e Marocco), chiedendo un intervento riguardo il caso e un impegno per la liberazione.
Secondo il legale "la detenzione non ha basi legali nel diritto internazionale, offende tutti i principi del giusto processo". L'Onu dovrà dunque decidere se gli Usa sono obbligati a rilasciare Zubaydah. Un'eventualità molto difficile anche se in gioco c'è altro. La Corte suprema americana infatti ha deciso di riesaminare una petizione presentata dallo stesso Zubaydah il quale ha chiesto di citare in giudizio due consulenti della CIA che hanno supervisionato le operazioni di tortura dopo l'11 settembre.
Si tratta di James Mitchell e Bruce Jessen i quali avrebbero agito in una struttura segreta dell'Agenzia in Polonia. Quì Zubayda avrebbe subito le torture che la Corte Suprema descrive come "interrogatori rafforzati", le pratiche d'interrogatorio sono riportate dettagliatamente. Oltre il waterboarding l'uomo sarebbe stato costretto a rimanere sveglio per 11 giorni consecutivi, quando si addormentava veniva investito da un getto di acqua fredda, a volte sarebbe stato rinchiuso in una scatola di piccole dimensioni e sospeso con dei ganci.
Già nel 2019 la Corte d'Appello degli Stati Uniti per il Nono Circuito di San Francisco, aveva stabilito che i due consulenti Cia sarebbero potuti essere interrogati anche se in maniera limitata. La tortura dunque è stata ormai accertata da tempo, il governo ha dovuto declassificare una quantità significativa di informazioni riguardanti l'ex Programma della Cia, compresi proprio i dettagli del trattamento di Abu Zubaydah durante la custodia. Una circostanza che paradossalmente invece di fare luce e giustizia ha frapposto un nuovo ostacolo.
Le informazioni che riguardano le identità dei partner dell'intelligence straniera e l'ubicazione delle ex strutture di detenzione nei loro paesi, riguardano la sicurezza nazionale che, secondo i funzionari governativi, potrebbe così essere messa a rischio se oggetto d'inchiesta. In ogni caso l'Alta Corte non si occuperà del caso se non poco dopo l'inizio del suo nuovo mandato in ottobre. Nel frattempo bisognerà capire come si muoverà la nuova amministrazione di Joe Biden rispetto la chiusura di Guantanamo (a suo tempo annunciata, ma mai realizzata, da Obama). Non a caso l'avvocato che assiste Zubaydah ha sottolineato che che il modo in cui il nuovo presidente degli Stati Uniti risponderà alla denuncia "sarà una prova del suo impegno recentemente dichiarato per lo stato di diritto internazionale e i diritti umani".
di Corrado Fontana
valori.it, 4 maggio 2021
Lo Stato di Washington dice basta al business del carcere privato. La decisione segue le promesse e i primi ordini esecutivi del presidente Joe Biden. Per il carcere privato, luogo di pena che si trasforma in opportunità di business, non c'è più spazio. Almeno nell'America immaginata da Joe Biden, dove anche lo Stato di Washington ha appena recepito l'indirizzo della Casa Bianca in tal senso. Il 26 gennaio il presidente ha infatti posto la firma all'ordine esecutivo che impone al Dipartimento di Giustizia una riforma del sistema carcerario federale, con uno stop definitivo al ricorso alle prigioni private. E il governatore Jay Inslee, il 2 aprile 2021, ha firmato una legge che proibisce alla sua amministrazione di stipulare nuovi accordi di servizio con carceri private. Ad affermarlo è il Senate Bill 6442, provvedimento sponsorizzato dalla senatrice locale Rebecca Saldaña, che proibisce anche di inviare persone in altre carceri private fuori dallo Stato.
Il provvedimento di Inslee diventa così un ulteriore tassello della rivoluzione tranquilla di "Sleepy Joe". Il "sonnolento Joe", come l'aveva soprannominato l'ex avversario Trump in senso denigratorio, invece di dormire prova a realizzare speditamente le promesse elettorali a colpi d'atto ufficiale. Un segnale chiaro che, a onor del vero, non è un caso isolato. Segue provvedimenti analoghi adottati da più di una ventina di Stati USA, intenzionati a ridurre per legge, limitare o vietare totalmente, l'operatività delle società che traggono profitto dal carcere. Aziende che quindi hanno tutto l'interesse che i reclusi aumentino. La particolarità di quanto approvato ad Olympia, capitale dello Stato di Washington, è però che questa legge - come già accaduto in Illinois e in California - include nel divieto anche strutture utilizzate dall'Immigration and Customs Enforcement (ICE). Ovvero l'agenzia che "gestisce" temi di sicurezza delle frontiere e immigrazione. Questa specificità mette al centro del dibattito il tema della detenzione dei migranti, fortemente contestata anche negli USA. E, nello Stato di Washington, apre una battaglia politica, mediatica e giudiziaria intorno all'istituto penitenziario di Tacoma: il Northwest Detention Center.
La legge firmata da Inslee vieta, infatti, i centri di detenzione a scopo di lucro nello Stato. E questa, prigione per immigrati da 1.575 posti letto, è l'unica che soddisfa i requisiti del provvedimento. E allora è probabile che GEO Group chiamerà in giudizio la nuova legge. Come già accaduto in California, dove una misura simile è stata portata in tribunale nel 2019. E la sua legittimità è appesa ora ad una sentenza d'appello. GEO Group, una delle più grandi società del settore carcerario privato statunitense, gestisce anche la struttura di Tacoma. Si annuncia perciò una battaglia legale della compagnia per evitare che il contratto di servizio non venga rinnovato alla scadenza naturale, nel 2025. Da parte sua, il procuratore generale di Washington, Bob Ferguson, ha già dichiarato di essere pronto a difendere il provvedimento in aula, se fosse necessario.
Stando ai dati del rapporto "Private Prisons in the United States", la popolazione carceraria detenuta in strutture private americane nel 2019 era di 115.428 individui. Ovvero l'8% del totale dei reclusi in un carcere statale o federale. Un numero ancora importante per le società operanti in questo settore. Anche se la cifra è diminuita del 16% rispetto al picco del 2012, quando la quota raggiungeva i 137.220 detenuti. Il declino attuale corregge, quindi, parzialmente un vero boom di ingressi registrato nel corso del primo ventennio del 2000. Quando la popolazione nelle prigioni for profit era aumentata del 32% rispetto a una crescita complessiva dei carcerati USA che si era fermata al 3%.
D'altra parte va detto che, tra i diversi Stati americani, ci sono variazioni significative nel loro ricorso a strutture correzionali private. Di fronte alla passione del Montana, con il 47% dei suoi detenuti in strutture penitenziarie di compagnie private, altri 20 Stati non ne avevano nemmeno uno.
Nel 2019 c'erano 30 Stati che, come il governo federale, si avvalevano dei servizi penitenziari di strutture private. E le principali società fornitrici erano, oltre alla citata GEO Group, Core Civic (ex Corrections Corporation of America), LaSalle Corrections e Management and Training Corporation. Il Texas, primo Stato ad adottare prigioni private nel 1985, vi ha recluso il maggior numero di persone (12.516) sotto la sua giurisdizione. E, dal 2000, la popolazione delle prigioni private è più che raddoppiata in otto Stati: Arizona (480%), Indiana (313%), Ohio (253%), North Dakota (221%), Florida (205%), Montana (125 %), Tennessee (118%) e Georgia (110%).
di Anais Ginori
La Repubblica, 4 maggio 2021
La replica dei nove estremisti rossi degli Anni di piombo al ministro della Giustizia Éric Dupond-Moretti, che ha li ha messi sullo stesso piano degli jihadisti che hanno fatto strage a Parigi.
"Un paragone fuori posto". "Una scorciatoia penosa". "Disinformazione". Rispondono così gli avvocati dei nove ex terroristi rossi degli Anni di piombo che il ministro della Giustizia Éric Dupond-Moretti ha messo sullo stesso piano dei giovani che compiono attacchi jihadisti. "Avremmo accettato che uno degli autori della strage del Bataclan se ne andasse tranquillamente a vivere per quarant'anni in Italia?" ha domandato in modo polemico il Guardasigilli, ex avvocato. "È un paragone totalmente fuori posto" ha risposto Michel Tubiana, presidente della Ligue des Droits de l'Homme che ha ospitato una conferenza stampa dopo gli arresti di mercoledì e a poche ore dalla prima udienza mercoledì presso la Corte d'appello.
L'incontro con i giornalisti serviva a tracciare la linea difensiva in vista delle prossime tappe. "Si può essere d'accordo o meno con la scelta che aveva fatto allora la Francia, ma è stata mantenuta per trentasei anni" ha detto Irène Terrel. Parla di "tradimento" la storica avvocata degli ex terroristi che in questo caso difende Giovanni Alimonti, Luigi Bergamin, Roberta Cappelli, Narciso Manenti, Giorgio Pietrostefani e Marina Petrella.
Gli avvocati continuano a ripetere quello che per loro era il senso originale della Dottrina Mitterrand, ovvero accogliere tutti gli italiani che "deponevano le armi" senza fare eccezione per chi aveva commesso i crimini di sangue. E non a caso è proprio durante un discorso davanti ai militanti della Ligue des Droits de l'Homme che François Mitterrand non menzionò questa distinzione, citata invece in un altro discorso all'Eliseo in presenza di Bettino Craxi (e a cui si riferisce ora l'Eliseo nel dare il via libera alla procedura di estradizione).
"Sono state falsificate le dichiarazioni di un ex Presidente della Repubblica per scopi miserabili" attacca Tubiana. Al di là dell'ambiguità di questa dottrina solo basata su dichiarazioni dell'allora capo di Stato, con le varie interpretazioni fornite negli anni a seconda delle posizioni, l'avvocata Terrel ricorda che pur non essendoci una legge che concedeva asilo politico ci sono stati "effetti giuridici" concreti. Gli italiani condannati per reati di terrorismo hanno ottenuto permessi di soggiorno presso le Prefetture, sempre rinnovati e poi nel tempo diventati permanenti. In due occasioni, prosegue l'avvocata, le autorità francesi hanno proceduto ad aggiustamenti normativi per permettere che non venissero fermati i rifugiati: prima togliendo i loro nomi dagli archivi delle persone ricercate durante la creazione dello spazio Schengen e poi con la postilla che non prevede di applicare il Mandato di arresto europeo per i reati commessi prima del 1993.
Quasi tutte le persone fermate hanno già avuto procedimenti e sentenze in Francia nelle stesse procedure di estradizioni, quasi sempre bloccate dai magistrati tranne in alcuni casi come Petrella e Cesare Battisti. "Il potere politico - commenta Terrel - si permette oggi di chiedere a dei giudici di modificare le loro sentenze del passato che, fra l'altro, hanno acquisito la forza del passato in giudicato". Questa, ha aggiunto, "è una violazione dei diritti". Come in passato la difesa solleverà il problema delle condanne in contumacia: secondo la legge francese le persone hanno diritto a un nuovo processo mentre in Italia le sentenze sono definitive. Un altro punto, che riguarda invece la Francia, è la situazione famigliare degli estradandi ormai molto radicata in Francia dopo oltre quarant'anni di vita Oltralpe. "L'ipotesi di estradizione - sostiene Terrel - viola la vita privata e famigliare secondo l'articolo 8 della convenzione europea dei diritti dell'uomo applicabile nel nostro ordinamento".
L'avvocata di Pietrostefani - che ricorda le condizioni di salute precarie del suo assistito vicino agli ottant'anni - spende anche una parola per le vittime del terrorismo in Italia, citando Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi ucciso nel 1972. "Anche lui dice che cinquant'anni dopo i fatti, non è una riparazione buttare in prigione una decina di persone che hanno dimostrato di essersi reinserite nella società". Antoine Comte, avvocato di Sergio Tornaghi, risale sino alla rivolta della Comune nel 1871, e alle parole che scrisse Victor Hugo in favore di un'amnistia per chi aveva commesso massacri durante l'insurrezione. "Soyez grands, soyez forts" scriveva Hugo ai deputati che poi votarano l'amnistia.
La battaglia giudiziaria, come si capisce, spazierà dal piano tecnico a quello più storico-politico. E sarà comunque lunga: si parla di anni con i vari gradi di ricorso possibile. "Escludo che queste persone possa essere inviate in detenzione in Italia" dice convinta Terrel ricordando anche l'età degli estradandi, tutti sopra ai sessant'anni. "Faremo vernire in tribunale avvocati italiani che potranno spiegare alla Corte come funzionano le regole di detenzione in Italia dove, da quel che capisco, non ci sono riduzioni di pene per le persone più anziane come succede invece in Francia". Uno dei legali, Jean-Pierre Mignard, difensore di Luigi Ventura, è già in queste ore nel nostro Paese per incontrare un collega italiano con il quale costruirà la linea difensiva.
di Angelo Panebianco
Corriere della Sera, 4 maggio 2021
Appena è stato annunciato l'accordo fra Francia e Italia per la riconsegna alle nostre autorità degli ex terroristi rifugiati in Francia, è accaduto quanto era prevedibile: è stato subito diffuso un manifesto di protesta di intellettuali francesi, alcuni di prestigio, in difesa degli ex brigatisti. La pubblicazione di quel manifesto si presta a due considerazioni.
La prima, forse la meno interessante, riguarda gli atteggiamenti (sempre gli stessi) di certi intellettuali. La seconda, meno scontata, riguarda i sentimenti negativi che, da tempo immemorabile, ampi strati dell'opinione pubblica di ciascun Paese europeo nutrono nei confronti degli altri europei. Il pregiudizio anti-italiano a cui si ispira il manifesto di quegli intellettuali è presente in certi settori dell'opinione pubblica francese. Ma gli italiani non sono da meno, l'antipatia per la Francia non manca nel nostro Paese. E poi c'è ciò che i tedeschi o gli inglesi pensano degli italiani, gli italiani dei tedeschi, eccetera.
Consideriamo prima di tutto il manifesto degli intellettuali. Alcune affermazioni si possono condividere. È vero che quegli ex brigatisti sono persone ormai anziane e che non possono essere giudicate oggi con lo stesso metro con cui avrebbero dovuto essere giudicate allora. Ma il tono generale del manifesto è al di là della ragionevolezza. La difesa, totalmente acritica, della scelta che fece Mitterrand di dare protezione ai brigatisti contiene una implicita, insultante e infondata, valutazione sull'Italia.
Alcuni fra coloro che hanno firmato il manifesto sono recidivi: avevano firmato anche per Cesare Battisti. Forse è vero che tutti possono imparare dall'esperienza tranne certi intellettuali. Ovvero, non può essere accettata a scatola chiusa la tesi di Umberto Eco secondo cui una persona che legge, per ciò stesso, ne vale due che non lo fanno. Poiché ci sono anche infaticabili lettori incapaci di formulare giudizi sensati sul mondo che li circonda, la tesi di Eco, quanto meno, va meglio precisata. Certi che fanno un mestiere intellettuale (in Francia, in Italia e ovunque) possono essere troppo innamorati delle proprie idee - che sono spesso le idee di moda nei circoli che frequentano - per essere disposti a rivederle. Dal j'accuse di Émile Zola sull'affare Dreyfus al je me pavane (mi pavoneggio) dei tempi nostri. È la storia di molti manifesti - in favore della Pace, ma in versione sovietica, all'epoca della Guerra fredda, in favore della libertà del "perseguitato" Cesare Battisti, e in favore di tante altre sballatissime cause - firmati da intellettuali europei nel corso del tempo. Raramente chi firma ha approfondito l'argomento. Si firma per narcisismo, per farsi notare, per conformismo.
Il gesto di una congrega di disinformati narcisi non meriterebbe tanto spazio se non fosse per il pregiudizio anti-italiano che rivela. In pratica quel manifesto fa apparire, implicitamente, l'Italia degli anni Settanta come qualcosa di simile al Cile di Pinochet e i brigatisti come dei perseguitati. Stupidaggini che possono però essere sostenute senza correre il rischio di perdere faccia e reputazione perché sono compatibili con certe credenze dell'opinione pubblica, non sono in contrasto con un diffuso pregiudizio anti-italiano.
Con ciò però si cambia registro. Non si tratta più di stigmatizzare i comportamenti di certi intellettuali ma di riflettere sul futuro dell'Europa. Bisognerebbe valutare con più attenzione quanto radicati siano i pregiudizi, e i connessi stereotipi negativi, che certi europei coltivano gli uni nei confronti degli altri. Nonostante settantasei anni di pace in Europa e nonostante il processo di integrazione. Ciò spiega anche perché, a un certo punto, in diversi Paesi europei, siano diventati politicamente importanti i cosiddetti movimenti sovranisti. Certi leader italiani non parlerebbero della Germania nei termini negativi in cui ne parlano se non potessero fare leva su antichi pregiudizi anti-tedeschi. I leader delle democrazie nordiche fanno la stessa cosa quando si riferiscono ai mediterranei (italiani e greci in primo luogo). I sovranisti potrebbero presto scomparire oppure no, potrebbero avere ancora più successo oppure no. Ma i pregiudizi negativi incrociati fra gli europei, essendo il prodotto di secoli e secoli di storia costellata di guerre e continui soprusi reciproci, di sicuro continueranno a condizionarci.
La costruzione europea fu fin dall'inizio l'opera di minoranze, poche persone che nei vari Paesi avevano riflettuto sui disastri della prima metà del Novecento e ne avevano compreso la lezione. A quelle minoranze si devono le istituzioni europee. Istituzioni imperfette, imperfettissime, come ogni cosa umana. Ma anche preziose per tutti gli europei. Quelle minoranze si sono trascinate dietro le rispettive opinioni pubbliche. Ma hanno sempre dovuto fare i conti con quanto la storia ha depositato in Europa: antiche diffidenze dei vari gruppi nazionali gli uni nei confronti degli altri, ostilità che possono covare sotto la cenere per lungo tempo ma che in qualunque momento sono in grado di incendiare il paesaggio.
Certo, non ci sono soltanto ostilità e pregiudizi negativi. Una parte del pubblico europeo se li è lasciati alle spalle. Ma una parte no. È poco consolante il fatto che ci siano settori dell'élite intellettuale che anziché contrastare quei pregiudizi li facciano propri e li alimentino. Per questo, soprattutto, l'Europa resta una costruzione fragile.
Lo storico dell'impero britannico John Seeley pensava che l'impero fosse il prodotto di a fit of absence of mind, letteralmente un impulso dovuto a una "assenza della mente", ossia a distrazione. L'idea era che l'impero fosse stato creato senza che gli inglesi ne avessero vera consapevolezza. Le minoranze che hanno costruito l'Europa sapevano per lo più (grosso modo) cosa stessero facendo e perché. Si ha talvolta l'impressione che molti europei, compresi certi intellettuali, le abbiano seguite per distrazione.











