di Nicola Mirenzi
huffingtonpost.it, 18 giugno 2021
L'ex terrorista in sciopero della fame. Forse sulla nostra giustizia i francesi non avevano tutti i torti. Sabato Cesare Battisti è svenuto. È in sciopero della fame nel carcere di Rossano Calabro da undici giorni, per protestare contro il regime carcerario di alta sicurezza che gli è stato attribuito. Il suo avvocato, Davide Steccanella, che oggi ha avuto una videochiamata con lui, dice che è "visibilmente abbattuto" e che "ha perso circa 8,5 chili dall'inizio della protesta". Battisti ha sessantasei anni ed è affetto da varie patologie. Tuttavia, dice Steccanella, "parla con totale lucidità dell'idea di non tornare indietro dalla sua decisione di uscire, vivo o morto, dal corridoio dell'Isis".
di Errico Novi
Il Dubbio, 18 giugno 2021
Rinvio a luglio (se va bene) per la riforma del processo: con l'addio alla prescrizione di Bonafede, l'ex premier Giuseppe Conte sarebbe travolto dai dissidenti. Vince la politica: a voler essere ottimisti, si potrebbe leggere così lo slittamento a luglio (se tutto va bene) della riforma penale. Il rinvio della discussione in aula sul ddl delega, fissata al 28 giugno, è praticamente ufficiale. Due giorni fa il presidente della commissione Giustizia della Camera Mario Perantoni ha scritto a Roberto Fico per chiedere la modifica del calendario.
Ha spiegato la scelta anche con la necessità di convocare in audizione Giorgio Lattanzi, presidente del gruppo di esperti che ha consegnato (quasi un mese fa) a Marta Cartabia le proposte per gli emendamenti governativi. È vero che l'incontro con Lattanzi ha trovato d'accordo tutti, dal Movimento 5 Stelle alle prime linee del fronte garantista, cioè Pierantonio Zanettin di FI ed Enrico Costa di Azione. Ma è difficile negare che il rallentamento del percorso riformatore sia anche di origine politica. Può spiegarsi con due ordini di motivi: le difficoltà dei pentastellati nel metabolizzare la riforma della prescrizione, che Cartabia certamente proporrà, e la prova delle Amministrative, che esaspera quegli affanni.
Tanto per essere chiari, non si tratta solo dell'agitazione del Movimento per l'inevitabile addio alla norma Bonafede: di mezzo c'è anche il rodaggio della leadership di Giuseppe Conte, che rischia di vedersi tarpate le ali da un clamoroso insuccesso, quale sarebbe considerata la modifica della prescrizione. Certo, parliamo di una débacle più percepita che reale: i grillini sono comunque minoranza, nella coalizione di governo, e non possono pretendere di imporre la linea sul processo penale. Sono però i militanti e, ancor di più, i molti parlamentari tentati dalla dissidenza, a vedere nel cedimento su quella norma il segno dell'apocalisse.
È un quadro un po' surreale, ma che complica il lavoro della guardasigilli. Cartabia ha le idee molto chiare, sa che le riforme possono prevedere tante variabili ma non prescindere dalla Costituzione. E già col celebre primo ordine del giorno stilato subito dopo la fiducia a Draghi, la ministra chiarì ai partiti che la norma Bonafede sulla prescrizione collide coi principi della presunzione d'innocenza (articolo 27) e del giusto processo (articolo 111). La relazione Lattanzi ha ribadito il concetto. E ha formulato tempestivamente (addirittura un mese fa) due possibili exit strategies sulla prescrizione. Una, assai urticante per i grillini, equivarrebbe al ripristino di quella legge Orlando spazzata via da Bonafede.
L'altra, più tollerabile dal punto di vista del Movimento, è basata sulla cosiddetta "prescrizione processuale". Già il 25 maggio scorso, Lattanzi e Cartabia illustrarono le ipotesi ai partiti di maggioranza, 5 stelle inclusi. Se quasi un mese dopo ancora non c'è la traduzione di quelle ipotesi nei veri e propri emendamenti governativi, davvero è solo perché i partiti hanno bisogno di riparlarne con Lattanzi? La verità è che si deve fare i conti pure con un'oggettiva inagibilità politica. Perché? Facile dirlo. Intanto, Giuseppe Conte ha incontrato nelle scorse settimane la ministra. Ha ribadito le perplessità già espresse sulla prescrizione (e, in modo più sfumato, sul divieto d'appello per i pm) da altri big del Movimento: Alfonso Bonafede, Vittorio Ferraresi, Mario Perantoni.
Come leader, l'ex premier ha problemi di natura "giuridico- formale" ancora non del tutto risolti. E gli ostacoli allontanano anche il redde rationem fra lo stesso Conte e i parlamentari 5 stelle sul delicato nodo del doppio mandato. Quest'ultimo aspetto è una bomba pronta a esplodere: diversi deputati e senatori, di fronte alla certezza di non poter essere ricandidati, sarebbero spinti verso l'area della dissidenza. Nell'attesa, i versamenti delle quote, necessarie a pagare Casaleggio, sono praticamente fermi. Ora, se in quadro simile, aggravato dall'ansia per le Amministrative, precipitasse anche l'addio alla prescrizione, Conte rischierebbe di restare inchiodato ai blocchi di partenza. La sua sfida da leader del Movimento 5 Stelle ne uscirebbe pietrificata. E non è che una simile crisi politica nel partito di maggioranza relativa sarebbe irrilevante per il governo. Potrebbe creare seri ostacoli al cammino delle altre riforme e soprattutto all'attuazione del Piano di ripresa. A saperlo non è solo Marta Cartabia, ma anche Mario Draghi.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 18 giugno 2021
Per indagini e processo maggiore trasparenza e rapidità. Dalla revisione del giudizio abbreviato alla prescrizione, una svolta nella giusta direzione. La commissione ministeriale di studio nominata dalla ministra Cartabia nello scorso marzo, e presieduta dall'ex presidente della Consulta Giorgio Lattanzi, ha già elaborato un insieme di proposte di riforma della giustizia penale che meritano grande attenzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 18 giugno 2021
Arrivano al Senato 24 emendamenti della ministra della Giustizia. Riti semplificati, attenzione particolare alla famiglia e ai figli. Entro la fine di luglio Palazzo Madama approverà la riforma. La Rossomando garantisce l'impegno del Pd. Alla Camera slitta il processo penale. Costa protesta. Prossima l'audizione dell'ex presidente della Consulta Lattanzi.
Ventiquattro emendamenti firmati Marta Cartabia riscrivono il futuro del processo civile. Sono arrivati ieri al Senato. Rappresentano la prima scommessa della Guardasigilli rispetto alla promessa fatta all'Europa di tagliare la durata dei dibattimenti civili del 40% nei prossimi cinque anni. Il 9 maggio Repubblica aveva anticipato le linee principali della riforma che oggi vengono confermate dalle parole della stessa Cartabia: "L'obiettivo è rendere più immediata e sicura la risposta di giustizia nei tribunali e, aspetto tutt'altro che secondario, stimolare una cultura della ricomposizione consensuale dei conflitti, contrastando gli eccessi di litigiosità. Per questo si valorizzano con importanti incentivi fiscali gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie". E stiamo parlando della mediazione.
Già, la formula magica è proprio questa, evitare di arrivare in aula, di giungere al processo, rinviando le decisioni da un grado di giudizio all'altro, ma cercare di anticipare la risoluzione della controversia, qualunque essa sia, con strumenti di conciliazione. Via Arenula descrive così il mood della riforma: "Il suo spirito risiede nell'idea di un processo agile, all'insegna della collaborazione tra le parti, i difensori e il giudice". Con un duplice obiettivo, "tutelare i bisogni quotidiani dei cittadini oltre che quelli degli operatori economici" come dice Cartabia.
I 24 emendamenti giunti al Senato, e che integrano il disegno di legge dell'ex Guardasigilli Alfonso Bonafede, sono il frutto del gruppo di lavoro istituito da Cartabia. Al vertice Paolo Luiso, ordinario di diritto processuale civile all'università di Pisa, e Filippo Danovi, il vice capo dell'ufficio legislativo di via Arenula. Il 2 luglio arriveranno i sub emendamenti dei senatori. Partirà l'esame della commissione Giustizia. Per la fine del mese si andrà in aula per il primo e decisivo passaggio parlamentare. Dal Pd arriva il primo impegno politico. Lo dà Anna Rossomando, la responsabile Giustizia: "Siamo pronti a dare il nostro contribuito a una riforma fondamentale per cittadini e imprese. Obiettivi: efficienza e tempi celeri per dare certezze alla ripresa".
Contemporaneamente però alla Camera il processo penale rallenta e slitterà l'arrivo in aula previsto per il 28 giugno. Mentre in commissione Giustizia sarà ascoltato Giorgio Lattanzi, l'ex presidente della Consulta che ha presieduto il gruppo di lavoro sul penale, da cui Cartabia trarrà le proposte di modifica. Scrive Enrico Costa di Azione: "Il rinvio di un mese, se utile per meglio definire gli emendamenti del governo a un provvedimento così significativo non è un dramma. Lo sarebbe se l'inerzia fosse determinata dalla resistenza del M5S rispetto alla riforma della prescrizione". Vedremo che accadrà quando, anche in questo caso, le modifiche di Cartabia arriveranno ion commissione.
La magia della mediazione - Ma torniamo alla riforma del processo civile, nella quale c'è, innanzitutto, una parola chiave: "mediazione". È uno dei punti su cui la Guardasigilli Cartabia punta di più. Vuol dire favorire una "cultura della ricomposizione", nello spirito di non affollare i tribunali, ma risolvere le controversie in anticipo. Con l'inserimento questa volta, per rendere appetibile la soluzione, di un potente incentivo, la possibilità di scalare le spese dalle tasse. Si valorizzano, dunque, forme di giustizia alternativa, proprio come Cartabia vorrebbe fare anche nel penale. La mediazione dovrebbe essere volontaria, ma nella prima fase, per farne comprendere l'importanza strategica, verrà resa obbligatoria in modo da radicarla nelle abitudini di chi si rivolge alla giustizia civile. Per cinque anni ci sarà anche un monitoraggio.
Dal primo grado alla Cassazione - Ma ripercorriamo i passaggi chiave della riforma. Accanto alla mediazione saranno potenziati i ricorsi sia alla negoziazione assistita (con il gratuito patrocinio dello Stato), sia all'arbitrato. La prima verrà estesa anche alle controversie di lavoro e a quelle sull'affidamento e il mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio. In questo modo sarà possibile per i coniugi pattuire l'assegno divorzile in unica soluzione, con la formula "una tantum".
Per i processi che comunque giungono in udienza parte una forte semplificazione, sin dal primo grado, dove i contendenti dovranno anticipare subito le richieste di prove in modo da consentire al giudice di andare a sua volta in decisione nel più breve tempo possibile. Ovviamente, dopo le esperienze fatte in tempi di Covid, l'uso delle udienze a trattazione scritta e da remoto saranno ampiamente utilizzate.
Tra le novità del processo di primo grado ci sarà anche l'ordinanza immediata di accoglimento o di rigetto. Mentre in appello, dove peseranno di più i filtri di ammissione, sarà più difficile sospendere l'efficacia della sentenza di primo grado. Verranno semplificati i riti in Cassazione, seguendo sempre il principio della necessaria chiarezza e sinteticità degli atti. Non ci sarà più la "sezione filtro", ma tutte le sezioni potranno esercitare a loro volta un filtro. Verranno ridotte le decisioni con pubblica udienza.
Ma soprattutto il giudice - e questa è un'importante novità - potrà chiedere il rinvio pregiudiziale in Cassazione, cioè potrà investire direttamente la Corte per ottenere una valutazione vincolante per questioni di diritto nuove e di particolare importanza, che presentino gravi difficoltà interpretative, e soprattutto abbiano un carattere seriale, cioè tali da ripresentarsi in numerose controversie. Per evitare un uso eccessivo di questo sistema sarà il primo presidente della Cassazione a dichiarare ammissibile la richiesta.
Il tribunale della famiglia - Ma la novità più importante riguarda la famiglia che vedrà decollare un rito unitario al posto dell'attuale frammentazione in tanti riti differenti. In via Arenula la definiscono "una grande innovazione", in cui il giudice potrà anche emanare provvedimenti diversi rispetto alle richieste delle parti per la tutela dei figli minori. Ci saranno maggiori tutele e garanzie nei casi di violenza familiare e domestica. Quanto ai divorzi sarà possibile presentare la domanda anche nel giudizio di separazione che sarà esaminata solo quando saranno decorsi i termini di legge e sarà passata in giudicato la sentenza parziale sulla separazione. In questo modo si andrà a una semplificazione rispetto ai doppioni di oggi. Avrà un ruolo importante la mediazione familiare, con la figura del curatore speciale a tutela del minore quando la sua figura dovesse essere a rischio. Gli emendamenti di Cartabia prevedono anche maggiori garanzie patrimoniali nella separazione e nel divorzio, soprattutto a tutela dei minori.
I processi di lavoro - Per chiudere le novità sul processo del lavoro. Sarà cancellato il doppio binario creato dalla legge Fornero, e ci sarà un unico procedimento per i licenziamenti, con la previsione di una corsia preferenziale per le richieste di reintegro nel posto del lavoro.
di Angela Stella
Il Riformista, 18 giugno 2021
M5S di traverso sul ddl penale, l'Unione camere civili sulle barricate. Da Cicchitto a Nencini, da Bonino a Giachetti, cresce il fronte dei sostenitori dei quesiti referendari promossi da Partito radicale e Lega: "Altro che ostacolo a Cartabia, sono un'occasione".
"Se anche il Presidente della Repubblica tace a fronte di un Csm indecoroso, ben vengano i referendum" promossi dal Partito Radicale e Matteo Salvini. A fare la sintesi dell'incontro "Le ragioni dei sei referendum per la riforma della giustizia" tentatosi ieri in Senato è l'ex parlamentare Fabrizio Cicchitto: "Dal 1990 in poi sostanzialmente il ramo requirente della magistratura si è impadronito del potere in questo Paese; non di quello giudiziario ma di quello politico, avendo potuto distruggere cinque partiti e ricattare quelli che erano sopravvissuti.
Oggi poi tutti hanno scoperto il sistema Palamara: ebbene la magistratura invece di ammettere l'errore e di fare autocritica, si limita a far fuori Palamara e andare avanti". Gli fa eco la senatrice di +Europa Emma Bonino: "Abbiamo poco da spiegare ma molto da fare. Credo che, al di là delle buone intenzioni della Ministra Cartabia che magari riuscirà a farà qualche passo in avanti in tema di riforme della giustizia che io appoggerò comunque, i referendum possano essere l'occasione, se non verranno assorbiti dalle fatture riforme, di condurre i cittadini a confrontarsi su questi temi, sperando che il servizio pubblico televisivo promuova un dibattito serio. Mi dispiace se anche la parte più garantista del Pd o di altri partiti tace o peggio si esprime contro. Non hanno mai amato il referendum però in questa situazione una peretta qualunque non basta".
Ad intervenire anche l'onorevole di Italia Viva Roberto Giachetti che in apertura ha ricordato come il dibattito si sia tenuto "non a caso a 38 anni esatti dall'arresto di Enzo Tortora. La giustizia dovrebbe essere riformata strutturalmente nel nostro Paese, noi invece ora abbiamo la riforma Cartabia che è molto limitata e, per essere chiari, è finalizzata soprattutto al recepimento dei fondi europei. In questo contesto i temi referendari, salvo che per la riforma del Csm, non hanno nulla a che vedere con le proposte di riforme di cui discuterà Parlamento.
Quindi chi sostiene che paralizzano la riforma della giustizia lo fa strumentalmente, forse allo stesso modo di un segretario di partito che ha ben pensato di dire che sostenere i referendum significa buttare la palla in calcio d'angolo. Se questi sono i presupposti della guida di un partito che si dice democratico". Per ora Giachetti parla a titolo personale ma non detto che il suo partito possa prendere una posizione favorevole sui referendum, date le parole di qualche settimana fa di Matteo Renzi "Spero che il Parlamento legiferi prima del referendum, ma se ci saranno voterò a favore".
Il segretario del Psi, Enzo Maraio, ha aggiunto: "Non abbiamo avuto nessun imbarazzo a sostenere subito i referendum sulla giustizia. Anzi, la pluralità delle forze politiche che li sostengono è un buon segno". Riccardo Nencini ha concluso: "Usciamo da un periodo in cui si era verificato un connubio terribile: un ministro della giustizia si definiva populista e poi i fatti accaduti nel Csm e narrati da Palamara. Di fronte a tutto questo possiamo essere critici rispetto alla forma di alcuni quesiti ma ne condividiamo l'impianto generale. Bisogna andare alla sostanza dei referendum e non perdersi nelle sottigliezze dei singoli quesiti".
Al di là dei contenuti dei quesiti è chiaro che i referendum possano essere un apporto alla riforma, soprattutto se quella Cartabia non decollasse come sperato. E gli indizi ci sono tutti al momento. Ieri l'Unione nazionale delle Camere civili ha espresso "ferma contrarietà" agli emendamenti del Governo sul processo civile, preannunciando "lo stato di agitazione, riservandosi di segnalare all'Unione europea il rischio di provocare ulteriori ritardi della giustizia civile, e di proclamare l'astensione, nel rispetto del codice di autoregolamentazione". Due giorni fa il presidente della commissione giustizia alla Camera, l'onorevole del M5s Mario Perantoni, ha annunciato "che la data del 28 giugno per l'inizio dell'esame in aula del ddl penale non potrà essere rispettata" e che "audiremo il professor Lattanzi come chiesto da quasi tutti i gruppi".
Una mossa bizzarra considerato che alcuni membri della Commissione ministeriale, compreso il Presidente Lattanzi, a maggio avevano incontrato proprio i capigruppo per illustrare la riforma. Sembrerebbe che il Movimento Cinque Stelle, non riuscendo ad accettare che occorre superare la riforma Bonafede e tendere a quella della Cartabia, stia facendo tino ostruzionismo non solo sulla prescrizione ma anche sulle indagini preliminari per le quali, come ci ha detto il professor Vittorio Manes, sono state avanzate "soluzioni tutte pervase dallo sforzo di rispettare le direttrici - e dunque anche le garanzie - costituzionali".
A tutto ciò si aggiunge, infine, che proprio nelle conclusioni della proposta di riforma sull'ordinamento giudiziario, presieduta dal professor Massimo Luciani, abbiamo letto: "La Commissione ritiene che la soluzione dei molteplici problemi che riguardano l'organizzazione della magistratura e il funzionamento del Csm possa essere trovata solo all'interno di un più complessivo sforzo di analisi e di riforma, che tuttavia richiederebbe tempi assai lunghi, incompatibili con le esigenze di rapidità connesse all'attuale crisi pandemica e all'attuazione del PNRR".
di Federico Marconi
Il Domani, 18 giugno 2021
Tutte le richieste dei legali dell'ex magistrato sono state rigettate dal Gup di Perugia: gli audio e i messaggi intercettati si potranno utilizzare a processo. Le intercettazioni realizzate con il trojan si potranno utilizzare a processo. È stata rigettata dal giudice per le udienze preliminari (gup) del tribunale di Perugia la richiesta di inutilizzabilità della copia forense del cellulare e delle intercettazioni telefoniche e telematiche dell'ex magistrato e presidente dell'Anm Luca Palamara. È stata rigettata anche la richiesta di una nuova perizia sul virus- captatore informatico utilizzato per catturare, appunto, le conversazioni dell'ex toga. La decisione è stata presa dal giudice che si sta occupando del troncone d'inchiesta che vede Palamara accusato di corruzione insieme ad Adele Attisani e al lobbista Fabrizio Centofanti. Dopo due ore di camera di consiglio, il gup ha sposato la tesi della procura, che ha sempre considerato legittime e utilizzabili tutte le intercettazioni.
Nel corso dell'udienza dello scorso 23 aprile, la difesa di Palamara aveva richiesto di rendere inutilizzabili la copia forense dello smartphone dell'ex magistrato sotto processo poiché incompleta: mancavano, secondo i periti di parte, le tracce del trojan utilizzato e le informazioni di connessione al server a cui era collegato. Per il giudice però "la paventata incompletezza della copia forense estratta non dà luogo ad alcuna sanzione processuale di inutilizzabilità o nullità", e quindi sono state rispettate "le garanzie difensive previste dalla norma a tutela dell'indagato in sede di accertamento irripetibile", come è appunto una copia forense di un dispositivo elettronico.
Per quanto riguarda l'utilizzo di un trojan per captare e ascoltare le conversazioni e i messaggi di Palamara, che in alcuni momenti non avrebbe registrato, il gup sostiene che "il parlato degli 8 file non spediti rinvenuti sul server CSS non consente in alcun modo di giungere alla conclusione che il complessivo flusso intercettato messo a disposizione della difesa sia incompleto, non genuino o alterato nei suoi significati". Gli audio non inviati, non costituendo parti di conversazione, non avrebbero alterato colloqui intercettati e "per la loro stringatezza e palese irrilevanza contenutistica, risultano inidonei a porre una questione di lesione dei diritti di difesa".
La difesa di Palamara aveva anche sollevato una "generale "illegalità" e conseguente "inutilizzabilità dei risultati" delle intercettazioni, per via delle forme in cui sono state autorizzate ed eseguite. Il giudice però ritiene che non ci sia stata "nessuna irrituale utilizzazione" delle risultanze investigative, inclusi gli audio captati. Sulla richiesta di nuova perizia sul trojan, il giudice la ritiene "non meritevole di accoglimento in quanto superflua e meramente esplorativa, oltre che giuridicamente incongrua con riferimento a taluno dei profili di accertamenti indicati". Insomma, quella di Palamara è una sconfitta su tutta la linea: le intercettazioni andranno a processo.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 18 giugno 2021
Da un po' di anni si sente dire che, se una certa magistratura militante (o quello che noi chiamiamo il Partito dei Pm) ha acquisito tanto potere fino a esercitare un ruolo di supplenza rispetto al compito dei partiti, la responsabilità è tutta del ceto politico. Le toghe sarebbero in un certo senso state costrette a riempire un vuoto lasciato da altri. Un vuoto politico riempito con la "loro" politica. Che è fatta delle loro carriere, ma anche della loro giurisprudenza, essendo il successo di tanti pubblici ministeri intriso delle une e dell'altra. Tanto da far balzare i più popolari non solo su qualche scranno in Parlamento, ma soprattutto a governare grandi città. In un tripudio di popolo e con la passività muta della gran parte del mondo politico.
Poi è arrivato Luca Palamara a dire che anche nel mondo delle toghe il re era nudo e che tanti magistrati passavano il tempo a brigare per le proprie carriere e promozioni, e anche che ordivano complotti per impallinare qualche avversario che sedeva in Parlamento o al governo. I nomi più gettonati erano quelli di Berlusconi e di Salvini. Così chi voleva capire aveva capito quale era la vera "casta". Altro che autonomia e indipendenza della magistratura! Il "Sistema" ha scompaginato un po' le carte, aprendo gli occhi a migliaia di cittadini che non immaginavano che quel mondo fosse fatto di piccoli uomini più che di eroi. E ha iniettato quel po' di coraggio che serviva al mondo politico per rialzare la testa. Anche perché -e forse la coincidenza non è così peregrina- era nel frattempo crollato il governo della maggioranza vestita in toga che sempre meno gridava "onestà-onestà", avendo trovato altro tipo di "ideali" molto più concreti da portare a casa. Era arrivato Mario Draghi, con Marta Cartabia come guardasigilli.
Così ora ci troviamo a un bivio. Da una parte un Csm che il lunedì pare fatto di pugili suonati e poi il martedì trova la forza di spedire in pensione il recalcitrante Davigo senza più subirne il fascino. Ma che compie poi il passo falso, con la radiazione di Palamara. Un gesto imprudente, perché di questo magistrato ex-potente la casta togata non si libererà facilmente, e non stiamo parlando di ricorsi. Stiamo dicendo che l'Italia intera conosce la persona ed è al corrente di quel che ha disvelato. E si domanda come mai lo Stato abbia coccolato e riverito fior di criminali "pentiti", consentendo loro di dire verità e bugie, a volte persino, da liberi, di consumare vendette, anche con omicidi. E come mai, se il "pentito" accusava i politici era un eroe, e se invece disvela fatti gravi commessi dalle toghe viene addirittura cacciato. Tanta paura da arrivare a zittire lui e i suoi testimoni? Ma sarà difficile liberarsi di lui. Passo falso.
Sembra che scatti una specie di giustizia sommaria, quella della fretta. La stessa che ha di fatto espulso dalla magistratura un uomo come Otello Lupacchini. Chi ha ascoltato a Radio Radicale lo svolgimento delle sedute della commissione del Csm che ha processato l'ex procuratore generale di Catanzaro non può non aver notato il senso di fastidio del presidente Fulvio Gigliotti e del procuratore Marco Dall'Olio mentre il dottor Lupacchini parlava. Avrebbero dovuto rispettare la sua competenza, la sua cultura. Invece avevano fretta. Ma la magistratura intera, quella associata nel sindacato unico e quella presente nel Csm, farà bene a riflettere su queste due (ancora) toghe, sulla frettolosità con cui li ha spinti fuori come fossero zanzare fastidiose. Perché, come ha detto quello più anziano, "non avranno pace".
Anche perché non sta passando inosservato il fatto che, mentre il Csm pare avvitato in modo corporativo su se stesso, la ministra Cartabia non sta con le mani in mano. Sono pronti gli ispettori sugli uffici giudiziari di Verbania per verificare se nell'inchiesta sul grave incidente della funivia, la gip Donatella Banci Buonamici, che aveva scarcerato, sia stata tolta di mezzo perché troppo garantista. E sulla procura di Milano per capire per quale motivo il vertice dell'ufficio abbia impedito al pm Paolo Storari di arrestare per calunnia l'avvocato Piero Amara e l'ex manager Eni Vincenzo Armanna, preferendo preservarli come testi d'accusa nel processo Eni, quello in cui gli imputati sono stati poi assolti, nonostante una serie di prove loro favorevoli non fossero state presentate dai pm Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro.
I quali, oggi indagati a Brescia, avrebbero però voluto far entrare nel processo Eni la testimonianza dell'avvocato Amara, il quale aveva definito il presidente del tribunale Marco Tremolada come "avvicinabile" dagli avvocati della difesa. Il che avrebbe costretto il presidente ad astenersi. Fatti molto gravi, su cui vedremo a che cosa porteranno le ispezioni della ministra. Ma anche che cosa avrà il coraggio di fare questo Csm ancora avvitato sulla propria storia di Casta.
di Liana Milella
La Repubblica, 18 giugno 2021
Manifestazione a Montecitorio per chiedere "l'immediata sospensione dei procedimenti di allontanamento di minori che si rifanno al censurato costrutto dell'alienazione parentale". Per il sit-in "Sui bambini non si passa" organizzato questo pomeriggio contro la Parental Alienation Sindrome (ovvero Pas, anche detta sindrome della madre malevola) si sono mossi la Cgil, il Comitato "La Pas non esiste, ma il fatto non sussiste" e la Uil.
I casi di cronaca - Diversi i casi di cronaca citati dai promotori della manifestazione per accendere i fari su le diverse storie in tra cui quella di Laura Massaro, sottoposta a procedimento presso il Tribunale per i minori di Roma con decreto di allontanamento del figlio undicenne e decadenza dalla responsabilità genitoriale. Oppure quella successa a Perugia dove un bambino di otto anni è stato portato recentemente via dalla madre. E poi ancora: "A Pisa un altro bambino è stato prelevato da undici poliziotti e allontanato dalla mamma, seguita da un centro anti-violenza, in seguito all'improvviso rifiuto del ragazzo a vedere il padre", spiegano. Una "deriva preoccupante" per gli organizzatori della manifestazione "in corso già da molti anni, come dimostrano i casi di Michela, nota come 'la mamma di Baressa', a cui venne sottratta la figlia di tre anni, Ginevra a cui fu tolta la figlia di 18 mesi, figlia che non poté più né rivedere né sentire, e quello di Antonella considerata madre alienante, il cui figlio, costretto a vedere il padre, venne ucciso dall'uomo in un incontro protetto".
La Parental Alienation Syndrome - L'alienazione parentale "declinata anche in sindrome della madre malevola, madre simbiotica, madre fusionale o conflitto di lealtà, è erede di quella Parental Alienation Syndrome (Pas) del controverso medico americano Richard Gardner nel 1985". Nel corso degli anni "la Pas è stata censurata sia dal Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali sia dalla Organizzazione Mondiale della Sanità, e in Italia a più riprese anche dalla Corte di Cassazione che qualche settimana fa l'ha definita una teoria nazista, ovvero "tätertyp". Nonostante ciò, ha attecchito e continua a essere praticata nei tribunali come modalità di risoluzione degli affidi in cui vi è conflitto o violenza (spesso ridotta a conflitto)".
Il manifesto - Realizzato anche un manifesto in sette punti nel quale il comitato chiede, tra l'altro, l'immediata applicazione della Convenzione di Istanbul che è vigente e ha valore costituzionale, il divieto da parte dei giudici di emettere decreti di sospensione della responsabilità genitoriale o decadenza o allontanamento del minore dal suo ambiente familiare sulla base di costrutti non riconosciuti dalla scienza, l'obbligo per il giudice di garantire sempre un giusto processo senza rifarsi a costrutti ascientifici come l'alienazione parentale che non comportano l'onere della prova, il rispetto da parte del giudice dell'obbligo di ascolto del minore e il divieto di prelievi forzosi di allontanamento dalla famiglia di un minore.
Gli interventi - "Il presidio di oggi è l'ennesima protesta contro i prelievi forzati dei minori da parte dei tribunali: la peggiore delle punizioni per quelle madri che hanno la forza di denunciare violenze domestiche e che invece di essere sostenute si ritrovano accusate di aizzare i figli contro i padri, in nome di una teoria ascientifica il cui nome primario è alienazione parentale, ma che viene nascosta dietro decine di altre fantasiose formulazioni", ha spiegato Laura Boldrini, deputata del Pd, ricordando come "dietro alcuni provvedimenti e sentenze c'è misoginia" e per questo "insieme a esperte ed esperti, ho depositato una proposta di legge, ora in commissione Giustizia, per riformare l'affido nei casi di violenza domestica. La proposta- spiega- mette in primo piano l'ascolto diretto del bambino da parte del giudice senza che sia sistematicamente delegato ai consulenti tecnici d'ufficio" e "garantisce un rigido intervento che contrasti l'uso giudiziario di teorie ascientifiche come l'alienazione parentale".
E Susanna Camusso, responsabile nazionale del Comitato pari opportunità della Cgil, di cui è stata segretaria, a margine della manifestazione ha rimarcato: "Si parla tanto di donne ma poi si fanno poche cose concrete e questo lo vediamo su molti aspetti. Qui c'è un uso di quest'affermazione antiscientifica e antigiuridica, la Pas, che va in contrasto alla libera volontà dei minori che dovrebbero essere sempre tutelati dalle norme".
avantionline.it, 18 giugno 2021
Garante dei detenuti, Rettore dell'Università della Tuscia, Provveditore dell'amministrazione penitenziaria sottoscrivono un apposito protocollo d'intesa. Garantire il diritto allo studio della popolazione detenuta è il fine del protocollo d'intesa sottoscritto a Viterbo dal Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, dal Rettore dell'Università della Tuscia, Stefano Ubertini, e dal Provveditore dell'amministrazione penitenziaria per il Lazio, Abruzzo e Molise, Carmelo Cantone. Presente anche Alessandra Troncarelli, assessora regionale alle Politiche sociali e ai servizi alla persona, la quale ha attestato "la volontà della Regione Lazio di perseguire la strada dell'inclusione ad ogni livello".
"Lo studio universitario - ha sottolineato Anastasìa, - è una straordinaria opportunità per le persone detenute. Arriva spesso al termine di un lungo percorso, che porta tante di loro a completare interi cicli di istruzione in carcere, e dà loro non solo la possibilità di accrescere le proprie competenze e di migliorare le possibilità di reinserimento, ma anche di riempire il tempo di detenzione di occasioni di riflessione sul proprio vissuto e sulle proprie capacità. Con questo protocollo - ha proseguito Anastasìa - i detenuti che si iscriveranno all'Università della Tuscia potranno essere esentati dalle tasse regionali di iscrizione all'Università, riceveranno gratuitamente i libri e il materiale didattico necessario alla preparazione degli esami e l'università potrà ricevere i contributi regionali per il tutoraggio degli studenti detenuti".
La legge regionale n. 7 del 2007, "Interventi a sostegno della popolazione detenuta della Regione Lazio", fissa, tra gli obiettivi della Regione Lazio, quello della creazione di poli universitari nelle carceri. La convenzione con l'Università della Tuscia si aggiunge ai tre protocolli d'intesa con l'Università Roma Tre, l'Università Tor Vergata e l'Università di Cassino e del Lazio meridionale. Tali intese, sottoscritte da Garante, università e amministrazione penitenziaria, hanno il fine di favorire l'accesso agli studi universitari delle persone detenute e supportarle nel loro percorso formativo. Con la delibera della Giunta regionale 829 del 10/11/2020, la Regione ha stanziato 50 mila euro, per le attività di tutoraggio didattico dei detenuti studenti. Inoltre, un apposito protocollo tra Garante e DiSCo prevede che l'Ente regionale per il diritto allo studio fornisca il materiale didattico e i libri di testo alle biblioteche penitenziarie, esonerando altresì i detenuti studenti dal pagamento delle tasse universitarie per la parte di competenza regionale.
Agli uffici del Garante nel 2020 risultavano 121 iscritti agli atenei laziali, così suddivisi:
Sapienza, Università degli studi di Roma 19
Università degli studi di Roma Tor Vergata 41
Università degli studi di Roma Tre 55
Università degli studi di Cassino
e del Lazio meridionale 5
Università della Tuscia 1.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 18 giugno 2021
Dopo il Covid è il caldo la nuova minaccia nelle carceri. Come ogni anno l'arrivo dell'estate ripropone, infatti, l'annoso problema del caldo asfissiante che rende più difficile la vita dei detenuti e il lavoro degli agenti penitenziari all'interno delle prigioni campane trasformando la vita nelle celle e nei padiglioni in un vero e proprio inferno. Il sovraffollamento non aiuta. Così come nel periodo di picco dell'emergenza pandemica, il problema del numero spropositato di persone presenti nelle celle rischia di essere aggravato dall'arrivo del caldo estivo. Vivere in sei o in otto in uno spazio di pochi metri quadrati, d'estate, diventa ancora più insostenibile. Quali diritti saranno tutelati? Se lo chiedono i garanti e tutti coloro che non riescono a restare indifferenti di fronte ai drammi del mondo penitenziario pensando che la pena non debba essere solo afflizione e che la Costituzione vada rispettata anche quando stabilisce che la reclusione deve tendere alla responsabilizzazione e alla rieducazione del condannato. Sarà assunta qualche iniziativa in tal senso oppure la politica continuerà a essere orba?
I report sulle criticità e sulle buone prassi di ciascun istituto penitenziario campano, stilati nell'ultimo mese dal garante regionale dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, fotografano la realtà del "mondo carcere" nella sua attuale complessità. Uno spiraglio di luce nel buio dei vari problemi irrisolti sembra essere l'iniziativa presentata proprio ieri per dare lavoro ad alcuni detenuti delle carceri di Poggioreale e Secondigliano. Nei prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità, provenienti dalle case circondariali Pasquale Mandato e Giuseppe Salvia, saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi principalmente di pulizia delle aree esterne e della cura del verde. Lo stabilisce il protocollo firmato da garante, Esercito, Dap e Tribunale di Sorveglianza di Napoli: un primo passo importante, a patto che non resti l'unico.
Napoli - Niente chance di reinserimento social ma ora una speranza per i reclusi c'è. Poggioreale e Secondigliano, le due grandi realtà carcerarie di Napoli, diventano protagoniste di un progetto di reinserimento sociale dei detenuti presentato proprio ieri dai vertici dell'amministrazione penitenziaria e il garante regionale, con il Tribunale di Sorveglianza e il Comando delle forze armate del Sud. Una novità nel panorama di criticità e sovraffollamento, difficoltà sanitarie e problemi di vivibilità, che si vive in cella. Il progetto prevede che per i prossimi due anni i detenuti a basso indice di pericolosità saranno impiegati in lavori di manutenzione e conservazione del decoro nello stadio militare Albricci, occupandosi del verde e delle aree esterne. L'obiettivo del progetto è fare "rete" sul territorio e promuovere azioni concrete per il recupero sociale delle persone detenute che si impegnano a cambiare il proprio percorso di vita e in un certo senso a restituire alla collettività ciò che stato tolto con il reato.
Salerno - Troppi detenuti, pochi educatori e agenti in cella boom di atti di autolesionismo. Nelle carceri salernitane il rapporto è di un agente ogni due reclusi. Il report sui numeri e sulle criticità dei penitenziari salernitani (Salerno, Fuorni, Eboli, Vallo della Lucania) svela i nodi irrisolti sul fronte controlli e sicurezza. E la sproporzione è evidente se si considera che, a fronte di un numero di agenti pari alla metà di quelli che sarebbero necessari (e la carenza negli organici è altrettanto seria anche per quanto riguarda il personale socio-educativo), ci si ritrova a fare i conti con un numero di detenuti che è più alto di quello previsto. Ed ecco che con una popolazione detenuta di 537 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 482 posti, il sovraffollamento diventa la principale piaga che, sommata ad altre criticità, genera un cocktail scarsamente sostenibile. Solo nel carcere di Fuorni, il quarto della Campania, nell'ultimo anno si sono contati 122 atti di autolesionismo, un suicidio, 93 casi di sciopero della fame.
Caserta - Le violenze denunciate a Santa Maria Capua Vetere sotto la lente d'ingrandimento dei pm. Tre suicidi, 59 tentati e poi gli episodi di violenze denunciati da alcuni detenuti e ora al centro di un'inchiesta della Procura che dovrà accertare se e come sono avvenuti quei fatti. Nelle carceri casertane sono i numeri a descrivere la realtà della vita in cella. Una realtà che condividono 1.527 persone, divise tra le strutture di Carinola, Santa Maria Capua Vetere, Arienzo, Aversa e la rems di Calvi Risorta. Praticamente un mondo, un mondo ancora a parte, distante dal territorio circostante per le criticità e le carenze che ancora non si è riusciti a risolvere. L'avvio dei lavori per la condotta idrica nel carcere sammaritano, inaugurato qualche mese fa dopo oltre vent'anni di attesa, è sembrato una grande conquista. Ma la vera sfida sarà dotare queste strutture di personale a sufficienza per rendere la pena in linea con la funzione di rieducazione prevista dall'articolo 27 della Costituzione repubblicana.
Benevento e Avellino - Attività rieducative e assistenza sanitaria bloccate dalla solita burocrazia "Il campo sportivo - ricorda il garante Samuele Ciambriello - fu occupato quasi trent'anni fa da paletti perché si temeva che potesse arrivare lì un elicottero e favorire la fuga di un boss all'epoca detenuto. Da allora sono trascorsi trent'anni e il campo sportivo è ancora inutilizzabile". Il riferimento è al campo sportivo di Avellino, esempio di situazioni rimaste invariate da troppo tempo, di una criticità legata agli spazi della pena che da Avellino si estende a molte altre strutture detentive della Campania. Stesso discorso per l'assistenza sanitaria, soprattutto in campo psichiatrico. A Sant'Angelo, per esempio, potrebbero esserci sette detenuti malati di mente e ce n'è uno solo perché manca lo psichiatra. Stesso discorso per il carcere di Benevento dove sanità e attività di rieducazione devono essere la priorità se si vuole evitare il bilancio dello scorso anno: due suicidi, decine di tentati suicidi, scioperi della fame, atti di autolesionismo.
- Se l'assegnatario consegna le chiavi dell'appartamento non scatta il reato
- L'induzione indebita di fare si consuma quando si ottiene la condotta richiesta
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