di Tommaso D'Angelo
cronachesalerno.it, 16 novembre 2021
"L'indennizzo del danno morale si somma al danno da ingiusta detenzione" è quanto ha sentenziato la Corte di Appello di Salerno - Sezione Penale - nell'esaminare il caso di A.U. che nel corso del processo penale aveva avanzato istanza di indennizzo oltre che per il danno da ingiusta detenzione (accusato di rapina, lesioni aggravate e sequestro di persona) anche per il danno morale patito in conseguenza del disagio psico/emotivo conseguente all'essersi visto ingiustamente privato della libertà personale; la richiesta danni veniva supportava da una relazione psicologica di parte attestante un serio disturbo depressivo.
L'Avvocatura di Stato eccepiva l'infondatezza della pretesa avanzata soprattutto in relazione alla parte ulteriore rispetto alla liquidazione del danno relativo ai giorni di carcerazione. La Corte di Appello di Salerno accogliendo le argomentazioni dall'avvocato Orlando Caponigro del foro di Salerno, e allineandosi all'orientamento della Corte di Giustizia Europea, ha ritenuto corretto valutare l'atteggiamento depresso di A.U. come conseguenza dell'ingiusta detenzione subita e ha valutato la sofferenza psico/emotiva nel contesto del danno morale e biologico. Nel pronunciarsi, i giudici di secondo grado hanno previsto una liquidazione a favore di A.U. di euro 9.000 per l'ingiusta detenzione e ulteriori 25.000 euro per il risarcimento del danno non patrimoniale/morale".
di Chiara Marasca
Corriere del Mezzogiorno, 16 novembre 2021
Violenze al carcere di Santa Maria, per la morte successiva del detenuto Lakimi Hamine la Procura torna a chiedere il carcere per 15, per 30 i domiciliari. Si terrà il 26 novembre prossimo, davanti al Tribunale del Riesame di Napoli, l'udienza sul ricorso presentato dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) contro le decisioni adottate dal Gip sammaritano Sergio Enea in relazione all'indagine sulle violenze commesse da agenti della Penitenziaria ai danni di detenuti al carcere sammaritano il 6 aprile del 2020.
Il procuratore aggiunto Alessandro Milita e i sostituti procuratori Daniela Pannone e Alessandra Pinto hanno presentato un ricorso per quarantacinque indagati per i quali il Gip aveva escluso alcuni capi di imputazione e aggravanti rigettando la relativa richiesta di misura cautelare o concedendo una misura diversa e meno afflittiva da quella proposta dagli inquirenti, in particolare in relazione alla morte del detenuto algerino Lakimi Hamine, classificata dal giudice come suicidio e che invece ora i pm ora hanno inquadrato nel reato di omicidio colposo (inizialmente si ipotizzò il reato di morte come conseguenza di altro reato, ndr).
Per 15 indagati la Procura ha così chiesto il carcere, per 30 i domiciliari. Il Gip il 28 giugno scorso, emise 52 misure cautelari nei confronti di agenti penitenziari e funzionari del Dap su un totale di 120 indagati: otto finirono in carcere, altri 18 indagati ai domiciliari, tre all'obbligo di dimora e 23 furono stati sospesi dal servizio. Il prossimo 15 dicembre il giudice è chiamato a pronunciarsi sulle richieste di rinvio a giudizio formulate nei confronti di 108 indagati, tra agenti e funzionari dell'amministrazione penitenziaria.
Gli accusati - Dunque rischiano il carcere, in relazione alla morte del detenuto algerino, gli indagati tuttora ai domiciliari tra i quali il comandante del gruppo di Supporto agli interventi, un commissario capo responsabile del reparto Nilo, l'ex comandante della Polizia Penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere, il sovrintendente da qualche giorno ai domiciliari e già detenuto. Tra i 30 indagati per i quali la Procura ha invece chiesto i domiciliari vi è l'ex provveditore regionale che a giugno fu colpito dalla misura interdittiva della sospensione dal lavoro per sei mesi per il reato di depistaggio; la Procura ha fatto appello ritenendo che, contrariamente a quanto disposto dal Gip, fosse colpevole anche del reato di maltrattamenti mediante omissione, ovvero per non aver fatto nulla per impedire le violenze.
Rischia i domiciliari per lo stesso motivo una funzionaria che il 6 aprile 2020 sostituiva alla direzione del carcere la direttrice che era assente per malattia, mentre per due medici in servizio al carcere il giorno delle violenze, i domiciliari sono stati richiesti per il reato di falso, escluso a giugno dal Gip. In caso che il Riesame accolga l'appello dei pm, la decisione su eventuali arresti non sarà subito esecutiva, ma dovrà passare per la Cassazione.
Va detto però che finora, proprio sotto il profilo delle misure cautelari, l'indagine ha retto tanto al Tribunale del Riesame di Napoli che alla Corte di Cassazione, dove la gran parte delle misure emesse dal Gip nel giugno scorso sono state confermate per quanto concerne i gravi indizi di colpevolezza. A reggere è soprattutto il reato di tortura, introdotto solo da qualche anno, e che molti avvocati hanno provato a mettere in discussione. Ma in una fattispecie il ricorso in questo senso è stato dichiarato inammissibile.
I sindacati - "La richiesta di rinvio a giudizio di oltre 100 poliziotti penitenziari per i fatti accaduti nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere era scontata: ora bisognerà vedere le singole responsabilità ed è giusto che chi ha sbagliato paghi, anche se le dinamiche che hanno determinato uno sconcertante travalicamento dei limiti operativi di messa in sicurezza del carcere a seguito delle pesanti manifestazioni di protesta nei giorni antecedenti la perquisizione, testimoniano la fragilità del sistema penitenziario sulla gestione delle criticità a causa delle carenze organiche, strumentali e strutturali", commenta il presidente dell'Unione dei Sindacati di Polizia Penitenziaria (Uspp) Giuseppe Moretti. Per l'Uspp, "all'indomani delle violenze, evasioni e morti in carcere verificatisi nel marzo del 2020 doveva essere dichiarato lo stato d'emergenza".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 16 novembre 2021
Nessuna applicazione retroattiva della stretta decisa dalla legge "Spazza-corrotti", la n. 3 del 2019, per i colpevoli di reati contro la pubblica amministrazione. La possibilità di colpire con le pene accessorie anche i condannati in seguito a patteggiamento, con pena inferiore a due anni, non deve riguardare i fatti commessi prima del 31 gennaio 2019.
A stabilirlo la Cassazione, con la sentenza n. 40538 della Sesta sezione penale. Annullata così la sentenza del Gip con la quale un medico, ritenuto colpevole di peculato, era stato sanzionato con due anni di detenzione e l'interdizione per 13 mesi dai pubblici uffici.
La Cassazione sposa la linea più favorevole all'imputato ritenendo che l'applicazione delle pene accessorie per iniziativa del giudice, quindi al di fuori dell'accordo tra le parti, nel caso di misura detentiva non superiore a due anni di reclusione, costituisce un trattamento penale sfavorevole, visto che questa possibilità non era prevista (vigeva il limite dei due anni) dalla disciplina in materia di patteggiamento al momento del reato.
Dopo avere ripercorso anche i fondamenti internazionali del divieto di retroattività delle norme di diritto penale sostanziale, la Cassazione sottolinea che non può essere dubbio il fatto che la possibilità per il giudice di applicazione discrezionale delle pene accessorie, disposta dalla "Spazza-corrotti", anche in caso di pena patteggiata nel limite di due anni non ha un valore solamente processuale.
Si tratta invece "di norme che esplicano effetti sostanziali incidenti direttamente sull'art. della pena, attraverso l'articolazione del trattamento punitivo e sulla sua portata, e che incidono sulla ragionevole prevedibilità delle conseguenze cui si sarebbe trovato esposto l'agente, trasgredendo il precetto penale in relazione alle conseguenze che ne derivano".
Sono norme processuali, con effetti sostanziali, che appesantiscono il trattamento punitivo, compromettendo la libertà delle scelte di azione già al momento della commissione del fatto. Per la Cassazione, i diversi effetti delle scelte premiali collegate al rito sono costitutivi della pena inflitta.
di Valentina Reggiani
Il Resto del Carlino, 16 novembre 2021
Un accordo sottoscritto dall'Ausl con la Casa Circondariale prevede la presa in carico da parte di un'equipe specializzata. Una seconda possibilità per riuscire a capire i gravi reati commessi ma anche a cambiare, prevenendo così in futuro ulteriori comportamenti violenti.
È questo lo scopo del percorso di recupero psicologico e sociale rivolto ai detenuti autori di reati a sfondo sessuale, maltrattamenti di genere e stalking. Per la prima volta Ausl e la casa circondariale Sant'Anna hanno firmato un protocollo di trattamento psicoterapeutico e psico-educativo rivolto ai detenuti. Il modello di trattamento applicato fa tesoro e applica l'esperienza del Centro Ldv (Liberiamoci dalla Violenza) dell'Ausl che dal 2011 - utilizzando l'approccio metodologico adottato dal Centro norvegese Atv di Oslo, il primo del suo genere in Europa - prende in carico autori di violenze.
In sostanza attraverso il progetto in questione - l'adesione allo stesso, da parte dei detenuti, è volontaria - sarà programmato il trattamento dei detenuti al fine di una loro riabilitazione sociale, puntando ad una riduzione del rischio di ricaduta criminale e, in particolare, alla tutela della società. Giorgia Pifferi, direttore del servizio di psicologia clinica e di comunità dell'Ausl sottolinea come sia fondamentale aver messo in collaborazione tante figure professionali che operano in carcere.
"Il tipo di lavoro che verrà svolto per il recupero dei sex offender è anche un lavoro più generale rispetto all'idea di poter procedere con una formazione e attività specifiche rivolte a tutto il personale, operatori sanitari e polizia penitenziaria". La formazione prenderà il via a novembre. I detenuti che stanno scontando una pena al Sant'Anna per questo genere di reati e persone in attesa di giudizio sono circa un centinaio. I detenuti che hanno una definizione della pena sono circa settanta.
"Il percorso è già attivo - spiega Paolo De Pascalis, psicologo e psicoterapeuta del dipartimento di salute mentale e dipendenze patologiche dell'Ausl - seguiamo anche persone accusate di maltrattamenti di genere o stalking. Si tratta di colloqui individuali per verificare l'assunzione di responsabilità rispetto al reato per il quale stanno scontando la pena. Una possibilità di attivare un processo di cambiamento per far sì che, una volta in libertà - questa è una speranza - non si verificheranno più comportamenti come quelli per i quali stanno scontando una pena".
De Pascalis spiega come la disponibilità dei detenuti sia buona: "È la prima volta forse nella loro vita che viene offerto a queste persone di potersi mettere in discussione rispetto a quanto accaduto". Il percorso riabilitativo prevede la presenza e l'intervento di un'equipe di operatori dell'area socio-sanitaria opportunamente formati. Il lavoro di recupero inizia con una fase di selezione e valutazione preliminare degli utenti, sia uomini che donne, autori di reati a sfondo sessuale o di maltrattamenti legati al genere, frutto del confronto con gli educatori dell'istituto penitenziario. Nell'individuazione del caso vengono tenuti in considerazione tre fattori: ammissione o parziale ammissione del reato commesso, riconoscimento delle proprie responsabilità e fragilità, disponibilità di partecipare ad un percorso di trattamento psicoterapeutico e psico-educativo.
di Silvia Mancinelli
Adnkronos, 16 novembre 2021
"Meno male che giustizia e verità per la mattanza di Santa Maria Capua Vetere, coniugate insieme vanno avanti. Perché qui ci sono stati troppi silenzi complici ai vertici alti. Penso alla politica, al Dipartimento, al Ministero Giustizia: come facevano a non sapere?". Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, commenta così all'Adnkronos la richiesta di rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell'amministrazione penitenziaria per il pestaggio avvenuto nell'istituto penitenziario campano il 6 aprile 2020.
"Contro di me - incalza - c'è stata una virulenta campagna di delegittimazione perché, già due giorni dopo i fatti, avevo presentato una prima denuncia in Procura e poi una successiva con nomi, cognomi e data di nascita di detenuti che mi hanno parlato di soprusi, torture, addirittura anche atteggiamenti omertosi".
"Di questa mattanza di Stato ci sono due cose che ancora mi indignano - dice Ciambriello - dei 375 entrati lì dentro uno solo si è frapposto tra gli agenti e i detenuti e poi il numero delle richieste di rinvio a giudizio è molto limitato. Noi, che ci diciamo un Paese democratico, perché non ci indigniamo nel vedere scene di agenti di Polizia Penitenziaria che picchiano persone inermi sulle sedie a rotelle e non riusciamo a identificarli perché hanno il volto coperto dal casco?
Come in altre circostanze per i carabinieri o i finanzieri in piazza, perché non mettiamo i numeri identificativi sui caschi? Così se si consuma un reato gli inquirenti sanno chi è responsabile. Abbiamo visto consumare un reato, una tortura e non riusciamo a risalire all'autore?".
"La politica per le carceri non fa niente, è sorda, cinica, pavida. Gli agenti sono pochi, costretti a fare il lavoro che dovrebbero fare gli educatori, che sono pochissimi, spesso hanno a che fare con persone con sofferenza psichica. Aumentare il personale - aggiunge - significa diminuire la tensione nelle carceri. L'anno scorso in Campania ci sono stati nove suicidi e 162 tentativi, sventati solo grazie al pronto intervento degli agenti - sottolinea - isolati, spesso da soli a guardare oltre 100 detenuti, gli unici a scongiurare suicidi. In questo ultimo anno e mezzo Dap e Ministero della Giustizia sulle carceri non si sono fatti vedere. Lo Stato per certi versi è stato assente: ora potrebbe, con ristori e il rafforzamento di agenti, educatori, psicologi e psichiatri, dare una risposta concreta".
di Maurizio Ruzzenenti
Ristretti Orizzonti, 16 novembre 2021
Lunedì 14 novembre inizia un nuovo corso "Cittadinanza attiva & responsabile" promosso da Progetto Carcere 663 - Acta non Verba OdV con il sostegno dell'Area Giuridico - Pedagogica del carcere vicentino cui la Chiesa Valdese, con i fondi dell'8 per mille, ha nuovamente deciso di finanziare rinnovando la sua fiducia nelle qualità formative dell'OdV e i requisiti dei formatori. Più completo dell'ultimo tenutosi in primavera e rivolto all'Area Comuni del carcere vicentino, si articolerà in 12 incontri su Educazione Civica e Ricerca attiva di un lavoro sostenute da una parte psicologica dedicata a "Comunicazione & Autostima".
Sarà tenuto da professioniste legate all'OdV PC663 (avvocato, criminologa e psicologa) che alterneranno nell'esposizione dei vari argomenti secondo la loro specifica competenza.
Si confida, anche questa volta, in un'attiva partecipazione dei detenuti, selezionati dai funzionari dell'Area Giuridico - Pedagogica, poiché, al solito, analoghe iniziative proposte anni scorsi, hanno sempre incontrato un'ottima accoglienza dai partecipanti che han hanno manifestato grande soddisfazione per questo tipo di azione formativa e per le docenti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 16 novembre 2021
Dopo le rivolte del marzo 2020, il centro clinico è stato trasformato in hub Covid - e oggi vaccinale - per tutti i detenuti della Lombardia, con l'aiuto di Medici senza frontiere. Reportage dalla casa circondariale milanese che per molti è un punto di partenza. Il direttore, Giacinto Siciliano: "Qui arrivano persone alle quali manca tutto: soldi, biancheria intima, cambi, parenti. Su 146 persone con disturbi psichiatrici, almeno 100 sono passate per i campi libici. Oltre il 70% degli 800 reclusi è straniero, molti arrestati per mancanza di documenti o resistenza. Il 20% ha violato la legge sulla droga; 400 dichiarati, i tossicodipendenti".
"Sono orgoglioso di come è stata affrontata l'emergenza Covid, qui da noi. I volontari di Medici senza frontiere sono stati eccezionali: fin dall'inizio si sono trasferiti qui dentro per un mese e mezzo per sensibilizzare il personale e i detenuti, insieme abbiamo informato e gestito la crisi pandemica. Parte della campagna vaccinale l'abbiamo fatta proprio qui, tra le mura di San Vittore". Giacinto Siciliano è stato per tanti anni direttore di Bollate e di Opera, ma è qui che ha messo un pezzo di cuore, in modo proporzionale al sudore versato, nel carcere più antico di Milano (e non solo) - magnifica struttura inaugurata nel 1879 a due passi dalla Darsena che fa gola al mercato immobiliare privato. Questo istituto, a differenza degli altri due, è una casa circondariale, ossia ospita per la stragrande maggioranza detenuti in attesa di giudizio. Un turn over continuo, difficoltà elevata all'ennesima potenza per chi cerca di intraprendere un qualunque lavoro con e sui detenuti, che sia sanitario, culturale, formativo o riparativo.
Il Covid è arrivato come uno tsunami. Volendo vedere il lato positivo, però, ha rallentato ingressi e tempi dei processi, limitando i trasferimenti: prima si contavano 30-40 nuovi ingressi al giorno, oggi solo circa 10-15 di media. Nell'antica struttura a sei raggi (di cui due chiusi, e con un piano del 6° raggio in ristrutturazione) che si dipanano da una rotonda centrale da dove una volta erano visibili tutti e quattro i piani di reclusione contemporaneamente, con 650 posti effettivamente disponibili per gli uomini e 90 per le donne, ci sono oggi 800 detenuti circa e 80 detenute, ma nel 2000 si era arrivati a 2400 persone nei bracci maschili.
Durante la rivolta del marzo 2020, all'inizio del primo lockdown, nel penitenziario erano 950 i reclusi e 90 le recluse. "Prima del Covid la permanenza media - spiega il direttore - era 80 giorni; il 90% dei detenuti qui è in attesa di primo giudizio, oltre il 70% è straniero, per la maggior parte, soprattutto negli ultimi anni, arrestati per mancanza di documenti o per resistenza a pubblico ufficiale. Il 20% è ristretto per la legge sulla droga, i tossicodipendenti dichiarati sono attualmente 400. Qui arrivano persone alle quali manca tutto: non hanno biancheria intima, cambi, soldi, parenti. Su 146 persone con disturbi psichiatrici, almeno 100 sono passate per i campi libici e presentano disturbi post traumatici che non si curano con i farmaci ma necessiterebbero di psicoterapie, impossibili in una casa circondariale, e con soli 5 psichiatri e 5 psicologi". Sono tutti ragazzi, spiega il direttore mentre fa scorrere sotto i nostri occhi la lista delle date di nascita: 2000, 1996, 1994.
Dalle statistiche dell'ufficio matricola, il 42,38% dei detenuti presenti proviene dall'Africa, il 2,5% dall'Asia, il 5,6% dall'America latina, il 41,9% dall'Europa Cee, compresa l'Italia, e il 7,6% dal resto dei Paesi europei non Cee. "San Vittore è ormai, più che un carcere, una struttura di accoglienza - sottolinea Siciliano - molti detenuti, soprattutto irregolari, ricevono qui per la prima volta un check up medico. E per la prima volta studiano l'italiano. Paradossalmente è l'unica struttura che si fa carico, senza essere titolata, di persone come stranieri senza fissa dimora, che non vengono intercettate da nessuno. O di persone che avrebbero bisogno di cure psichiatriche ma non trovano posto da nessuna parte. Il carcere è l'unico luogo dove il posto deve esserci sempre".
I fiori all'occhiello di San Vittore sono due: uno è lo storico braccio dedicato al trattamento delle tossicodipendenze, "La Nave", e l'altro è il centro clinico, trasformato dal marzo 2020 in un hub Covid per tutti i detenuti della Lombardia. "Al primo lockdown, con tutti i negozi chiusi, qui intorno, nel quartiere, c'è chi apriva solo per noi, per fornirci il materiale adatto a costruirci da soli le mascherine, perché non avevamo altro modo", racconta ancora Siciliano insieme all'infettivologo Ruggero Giuliani, medico di Msf, dirigente sanitario a capo del centro clinico e dell'hub vaccinale. "Il coinvolgimento dei detenuti è stato uno dei punti chiave. E la paura ha unito tutti, personale e reclusi, perfino i problemi psichiatrici sono diminuiti, come passati in secondo piano. Così siamo riusciti a tenere l'epidemia sotto controllo: abbiamo gestito 651 malati Covid, di cui 430 di altri istituti; uno solo è morto, ma era il secondo contagiato in assoluto della struttura. Abbiamo inoculato 1066 dosi, stiamo ora facendo la seconda dose anche a detenuti già liberati. Sono pochissimi quelli che rifiutano la vaccinazione, ultimamente però sta aumentando il numero degli italiani che la chiedono. Gli stranieri no, loro la vogliono sempre". Ora si stanno preparando per la terza dose.
Quello di piazza Filangieri è un carcere centrale, da sempre molto legato alla città, con le porte aperte a tutti per mostre estemporanee che venivano allestite nel 1° raggio (giovani adulti). Con un via vai di volontari di altissima professionalità. "Prima del Covid ogni giorno entravano 300 volontari. Poi si è fermato tutto, ora stiamo riprendendo gradualmente". Anche gli agenti penitenziari sono quasi tutti vaccinati (505 su 510), riferisce la comandante Michela Morello. "Qui ci sono poliziotti arruolati anche 30 anni fa. Tutti, uomini e donne, in 600 vivono in locali quasi imbarazzanti. Nell'ultimo biennio ci sono stati solo 150 nuovi arruolati ma il ricambio del personale è necessario, perché questo è un lavoro usurante". Ma non è una scusante per gli 8 agenti che sono imputati in un processo con l'accusa di aver pestato nel 2019 un detenuto straniero. A denunciali è stata la stessa direzione.
Durante la rivolta del 9 marzo 2020, scoppiata sull'onda di Modena e Pavia, molta parte degli spazi comuni è andata distrutta. "L'input è partito dagli italiani, ma vi hanno partecipato 600 detenuti, soprattutto immigrati. Ma nessuno si è fatto male. Mi ricordo di un iraniano che inneggiava alla liberazione dei detenuti, come stava avvenendo nel suo Paese", ricorda Siciliano. "Cinque persone sono finite intossicate in rianimazione, per aver rubato e ingerito medicinali vari, ma li abbiamo salvati tutti", dice Giuliani, spiegando che tutto il personale ha passato ore a convincere i rivoltosi. Attualmente sono 12 i detenuti indagati per sequestro di persona, devastazione, lesioni e rapina. Tutti trasferiti. Oussana, 25enne di Algeri, da 4 anni in Italia e da 2 anni e mezzo in carcere, è stato in coma per dieci giorni dopo aver assunto farmaci durante la rivolta. "Li prendevano tutti, li ho presi anch'io", racconta.
Lo incontriamo al quarto piano del 1° raggio, dove dal 2002 c'è "La Nave", la sede delle rivolte. Vi lavorano 6 persone con differenti professionalità, compresi i dipendenti SerD dell'ospedale San Paolo. Ci sono anche criminologi e un bel gruppo di professionisti volontari - giornalisti, ex magistrati... - che danno un supporto per la riabilitazione (Gerardo Colombo si occupa di educazione alla legalità). Ci sono 57 posti e una selezione molto rigida dei detenuti che vi possono accedere, in base alla posizione giuridica (devono poter rimanere almeno otto mesi) e alla motivazione (solo chi è pronto per un percorso terapeutico serio). Ora alla Nave sono in cura soprattutto dipendenti da alcol e cocaina, con un'età media alta (35-36 anni). Anche se, spiegano, "è tornata anche l'eroina". La cannabis, invece, "è una costante nelle storie di tossicodipendenze ma arrivare ad usare solo quella sostanza è considerata quasi una guarigione". Ed è in questo posto - coinvolgente per la passione degli operatori - che spesso "per la prima volta si rendono conto di essere tossicodipendenti".
Per qualcuno la dipendenza "è un salvavita dalla criminalità, perché non è accettata dalle grandi famiglie criminali". Per altri è solo una trappola, come per Kashem, 40enne tunisino che nel suo Paese aveva conosciuto l'hashish ma da quando nel 2008 è arrivato in Italia, a Bergamo, si è ritrovato nel buco della cocaina. Sbarcato a Lampedusa dopo tre giorni di mare "su una barca con 291 persone", ha conosciuto - almeno così racconta, ma con dovizia di particolari - i campi libici. "Ho passato tre mesi in una grande stalla a Trablos (Tripoli, ndr) insieme con uomini donne e bambini. Lì succedeva di tutto, ogni tipo di violenza. Ogni giorno gli sbirri in borghese, armati, scelgono le persone, prendono i soldi- da me 2200 euro - ti tolgono il telefonino e ti imbarcano. Dopo un po' che ero qui, avrei voluto tornare in Tunisia, ma non mi hanno mai rimpatriato". San Vittore è il suo sesto carcere in Italia.
onuitalia.com, 16 novembre 2021
In vista del Congresso Mondiale sulla Giustizia Minorile l'Unicef lancia due rapporti sui minorenni detenuti, situazione che vede luci e ombre. Secondo i nuovi dati dell'organismo dell'Onu, oggi oltre 45.000 bambini sono stati rilasciati dalla detenzione e sono ritornati in sicurezza nelle loro famiglie o in alternative adeguate dall'inizio della pandemia da Covid-19. In tutto il mondo invece si stima che 261.000 bambini che si trovano in conflitto con la legge siano tuttora in detenzione.
Il rapporto 'Detention of children in the time of Covid' rivela che i governi e le autorità detentive in almeno 84 paesi hanno rilasciato migliaia di bambini da aprile 2020, quanto l'Unicef aveva richiamato l'attenzione sul loro maggiore rischi di contrarre il Covid-19 in spazi confinati e sovraffollati, chiedendo il loro rilascio immediato. Lo studio fa parte di una delle due analisi che mostrano la situazione di centinaia di migliaia di bambini privati della loro libertà ogni anno.
"Sappiamo da tanto tempo che i sistemi della giustizia non sono bene attrezzati per gestire i bisogni specifici di un bambino - una situazione ulteriormente aggravata dalla pandemia da Covid-19", ha dichiarato Henrietta Fore, Direttore generale dell'Unicef.
"Ci complimentiamo con i paesi che hanno ascoltato il nostro appello e che hanno rilasciato i bambini; proteggendoli da condizioni che avrebbero potuto esporli a gravi malattie, questi paesi sono stati in grado di superare la resistenza pubblica e favorire soluzioni di giustizia innovative e appropriate all'età. Questo ha dimostrato qualcosa che già sapevamo - soluzioni per una giustizia a misura di bambino sono più che possibili".
I bambini in detenzione - compresi quelli in custodia pre e post-processuale, in detenzione per motivi migratori, detenuti per conflitti armati o questioni di sicurezza nazionale o che vivono con genitori detenuti - sono spesso trattenuti in spazi confinati e sovraffollati. Manca un adeguato accesso a servizi di nutrizione, assistenza sanitaria e servizi igienico-sanitari e sono soggetti all'abbandono, agli abusi fisici e psicologici e alla violenza di genere. A molti viene negato l'accesso ad avvocati e all'assistenza familiare e non possono contestare la legalità della loro detenzione.
Il Covid-19 ha colpito profondamente la giustizia per i bambini, chiudendo i tribunali e limitando l'accesso ai servizi sociali e di giustizia essenziali. I dati dimostrano che molti bambini, compresi quelli che vivono in strada, sono stati detenuti per aver violato le ordinanze di coprifuoco pandemico e le restrizioni di movimento.
In tutto il mondo, si stima che 261.000 bambini che si trovano in conflitto con la legge - quelli di cui si presume, che sono stati accusati o riconosciuti come colpevoli di un reato - vengano tenuti in detenzione, secondo la seconda analisi dell'Unicef. 'Estimating the number of children deprived of their liberty in the administration of justice' - la prima analisi di questo tipo dal 2007 - avverte che una registrazione incompleta e sistemi di dati amministrativi non sviluppati in molti paesi fanno presupporre che il numero sia molto più alto.
Per reimmaginare la giustizia per i bambini e porre fine in sicurezza alla detenzione di tutti i bambini, l'Unicef chiede ai governi e alla società civile di:
• Investire nelle attività per la consapevolezza dei diritti legali per i bambini nei sistemi di giustizia e di welfare, specialmente per i bambini più emarginati.
• Espandere l'assistenza legale gratuita, la rappresentanza e i servizi per tutti i bambini.
• Dare priorità alla prevenzione e all'intervento precoce nei reati minorili e al dirottamento verso alternative appropriate.
• Porre fine alla detenzione dei bambini, anche attraverso riforme legali per aumentare l'età della responsabilità penale.
• Garantire la giustizia per i bambini sopravvissuti alla violenza sessuale, all'abuso o allo sfruttamento, anche investendo in processi di giustizia adeguati ai bambini e sensibili alle questioni di genere.
• Stabilire tribunali specializzati a misura di bambino, e tribunali virtuali e mobili.
"Ogni bambino detenuto è la prova del fallimento dei sistemi, ma questo fallimento è poi ulteriormente aggravato. I sistemi di giustizia destinati a proteggere e sostenere i bambini spesso aumentano la loro sofferenza", ha dichiarato Fore. "Mentre i politici, gli operatori del diritto, gli accademici, la società civile, i bambini e i giovani si riuniscono nel Congresso mondiale questa settimana, dobbiamo lavorare insieme per porre fine alla reclusione dei bambini".
di Dimitri Deliolanes
Il Manifesto, 16 novembre 2021
Sul banco degli imputati la nuotatrice siriana Sarah Mardini, il tedesco Sean Binter, il greco Nasos Karakitsos e altri 22. Sei solidale? Allora sei trafficante e vai in galera. Da un po' di tempo la polizia greca ha adottato questa politica, distribuendo accuse e mandando in tribunale chi cerca di salvare vite nell'Egeo. Domani nell'isola di Lesbo inizierà il primo processo. Sul banco degli imputati la giovane siriana Sarah Mardini, il tedesco Sean Binter e il greco Nasos Karakitsos, tutti esponenti della ong greca Erci. Ci sono anche altri 22 imputati accusati perché i loro numeri si trovavano nel cellulare dei responsabili.
L'atto d'accusa risale al 2018 e Karakitsos, parlando con il manifesto, lo attribuisce alla volontà della polizia di Lesbo di guadagnare meriti, sostenendo di aver "bloccato" il flusso migratorio, dopo aver represso con violenza le proteste dei migranti per le inumane condizioni del campo di Moria. I poliziotti hanno anche voluto strafare, accusando la Ong di spionaggio, ma il procuratore ha ritenuto che non ci fossero elementi di prova, quindi i segugi del commissariato di Lesbos stanno ancora cercando le tracce degli 007 nemici.
Ma anche le prove del presunto traffico di immigrati sfiorano il ridicolo. I volontari sono accusati di essere entrati abusivamente nelle frequenze Vhf della Guardia Costiera, quando fino al 2020 era obbligatorio per ogni battello avere accesso a tali frequenze. Egualmente inconsistente è l'accusa di aver usato targhe false. Il furgoncino della Erci ha sempre circolato con i contrassegni della ong in evidenza. Ma era un veicolo che apparteneva alle forze armate, comprato usato dall'Erci e nella nuova immatricolazione qualcuno aveva posto la nuova targa sopra la vecchia. Secondo il difensore, l'unica accusa preoccupante è quella di "organizzazione criminale".
"Abbiamo sempre lavorato in collaborazione con la Guardia Costiera e con l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati. La maggior parte degli altri 22 imputati sono proprio funzionari del Unhrc", ci dice Karakitsos, il quale, insieme con gli altri due, ha già scontato quattro mesi di detenzione dall'agosto del 2018, quando le tv private di destra sparavano in primo piano le immagini dei "trafficanti arrestati". Campagna denigratoria che si è interrotta di colpo quando si è saputo che Sarah Mardini era a sua volta una rifugiata approdata all'isola nel 2015 insieme con la sorella Yusra Mardini, in seguito due volte campionessa olimpionica di nuoto. In quella occasione Sarah era riuscita ad arrivare alla costa a nuoto, trascinando un barcone semiaffondato con 18 persone a bordo.
Nell'isola di Chios si sta svolgendo in questi giorni il processo d'appello contro tre immigrati, condannati in primo grado a durissime pene con l'accusa di essere trafficanti. I tre, il siriano Mohamad Abdi e gli afghani Zahir Amir e Rasuli Aqif, devono la loro condanna alla testimonianza di un unico agente della Guardia Costiera che sostiene di aver visto loro mentre tenevano il timone del barcone. Abdi, del tutto digiuno di cose marinaresche, non ha negato di aver preso in mano il timone quando il barcone stava affondando, riuscendo così a salvare la vita a 34 profughi ma non a tre donne che sono morte cadendo in mare. Ma questo non ha convinto la corte dell'isola che lo ha condannato a ben 142 anni di galera. Al processo di primo grado l'accusa contro Aqif ha usato l'argomento che sul barcone non c'era la sua famiglia e contro Amir l'argomento opposto, visto che due delle vittime erano membri della sua famiglia. I tre imputati hanno visitato in segno di solidarietà 14 eurodeputati del PSE, della Sinistra e dei Verdi.
garantedetenutilazio.it, 16 novembre 2021
Un fitto calendario d'incontri, spettacoli, tavole rotonde a Roma e Civitavecchia da mercoledì 17 a sabato 20 novembre. La paroliera, cantautrice e poetessa Giulia Anania alla chitarra con le attrici ex detenute e signore ammesse alle misure alternative alla detenzione della compagnia Le Donne del Muro Alto.
Si svolgeranno a Roma da giovedì 18 a sabato 20 novembre, la VII e VIII edizione della Rassegna nazionale di teatro in carcere "Destini incrociati", con un'anteprima riservata a un pubblico ristretto mercoledì 17 nella Casa di reclusione di Civitavecchia, dove sarà messo in scena "La Svolta", studio scenico della compagnia AdDentro-Associazione sangue giusto, regia di Ludovica Andò.
"Un'edizione speciale - spiegano gli organizzatori - quella di Roma, che unifica due annualità a causa dei mutamenti dovuti alla pandemia, e che si colloca nell'ambito del progetto nazionale di teatro in carcere "Destini incrociati", realizzato con il contributo del ministero della Cultura, direzione generale spettacolo. La rassegna si svolge in collaborazione con il dipartimento di filosofia, comunicazione e spettacolo dell'Università degli studi Roma Tre, con il ministero della Giustizia, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e Dipartimento giustizia minorile e di comunità, con l'Associazione nazionale critici di teatro, ospitando al proprio interno anche la cerimonia del Premio della critica 2020/2021.
Una rassegna che presenta spettacoli, frutto di laboratori produttivi realizzati con detenuti, una sezione dedicata alla proiezione di video, strumento indispensabile per documentare le esperienze di teatro in carcere, laboratori, sia di accompagnamento alla visione degli spettacoli, curati da Agita (associazione nazionale e agenzia formativa), sia di critica teatrale, in collaborazione con l'Anct (Associazione nazionale dei critici di teatro), sezioni di studio, tavole rotonde e presentazioni editoriali. Un progetto articolato - concludono gli organizzatori -, quindi, in grado di restituire un ampio panorama delle nuove esperienze drammaturgiche sperimentate da registi e autori professionisti che, da anni, lavorano sul campo con detenute e detenuti, spesso direttamente coinvolti anche nel processo di scrittura e allestimento".
Il programma prevede diverse rappresentazioni teatrali al teatro Palladium, alle quali si può assistere prenotando all'indirizzo di posta
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