Tunisia. Altro che "storia di successo", negli ultimi 10 anni impunità e violazioni di diritti umani
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2021
Il discorso pronunciato alla tv di Stato dal presidente tunisino Kaïs Saïed la sera del 25 luglio, al termine di una giornata di proteste di massa, potrebbe aver depositato e chiuso a chiave nel contenitore delle frasi fatte l'espressione "storia di successo". Così molti analisti e giornalisti hanno descritto la Tunisia nei 10 anni successivi alla rivoluzione che, nel gennaio 2011, pose fine all'era di Zine El Abidine Ben Ali.
Quel decennio non è minimamente paragonabile a quanto accaduto in altri Stati dell'area (penso soprattutto alla Libia, ma anche all'Egitto) ma sarebbe comunque più opportuno descriverlo come una "storia di insuccessi". In diverse occasioni, in questo blog, ho ricordato quanti danni l'incompletezza della transizione abbia prodotto ai diritti umani: l'impunità delle forze di sicurezza si è rivelata dura a morire, le leggi intese a contrastare il terrorismo hanno prodotto eccessi e abusi, l'intolleranza verso le voci critiche non è mai cessata.
A livello politico, l'esito delle elezioni della fine del 2019 ha dato luogo a un parlamento frastagliato, con una maggioranza del tutto relativa di forze islamiste incapaci di governare ma capaci di produrre paralisi e conflitto. Da quelle elezioni sono derivati tre successivi governi privi di credibilità e forza di agire e l'ultimo di questi, quello di Hichem Mechichi, è stato per l'appunto deposto dal presidente Saïed.
Tornando al 25 luglio, Saïed ha sospeso il Parlamento per 30 giorni, tolto l'immunità ai parlamentari, annunciato che intenderà occuparsi personalmente dei procedimenti giudiziari a loro carico e minacciato "grandinate di pallottole" contro chi avesse intenzione di sparare un solo colpo contro le forze di sicurezza.
Nell'annunciare questi provvedimenti di emergenza, Saïed ha fatto riferimento all'articolo 80 della Costituzione del 2014. Ne ha citato solo la prima parte, tuttavia, quella che lo autorizza ad assumere misure nel caso in cui vi sia una imminente minaccia alla sicurezza e all'indipendenza dello Stato. Lo ha fatto senza consultare nessuno, come invece prevede l'articolo, e senza tener conto che la Corte costituzionale, sempre menzionata da quell'articolo come garanzia per i diritti dei cittadini, semplicemente non esiste perché nessun Parlamento è riuscito a nominarla. Intanto la pandemia da Covid-19 imperversa: la Tunisia è ora il secondo paese al mondo per numero di morti per milione di abitanti.
*Portavoce di Amnesty International Italia
di Samuele Ciambriello
Il Domani, 1 agosto 2021
Di solito, quando si parla di carcere tutto risulta molto prevedibile, anche parlare di queste vite di scarto, dei silenzi di Stato, dei pestaggi e dei depistaggi. Sui fatti di Santa Maria Capua Vetere, dei quattordici morti tra i detenuti durante le rivolte, tutti morti per overdose da metadone, così recita la documentazione ufficiale del Ministero della Giustizia siamo un po' meno omertosi. Insomma il potere dei simboli e il delitto politico. Mostrificare gli uni per assolvere gli altri, ovvero se stessi, lo Stato nelle carceri disumane, i suoi registi e i suoi manovali.
di Gian Carlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 1 agosto 2021
Ammesso che sia consentito - almeno ogni tanto - scherzare non solo coi fanti ma anche coi santi, provo a dire che Mario Draghi e Marta Cartabia rischiano di sembrare una specie di... appropriazione indebita del mito di Creso. Nel senso che a forza di essere incensati e santificati talora anche "a prescindere", molti possono essere indotti a pensare che ogni loro intervento sia oro, cioè risolutivo, sempre "a prescindere". Anche quando i risultati siano soltanto ipotetici.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 1 agosto 2021
Se si ha voglia di sottrarsi al mortifero abbraccio tra chi teorizza che a Palazzo Chigi le organizzazioni mafiose abbiano una loro quinta colonna, o, peggio, un Attila del principio di legalità e di uguaglianza di fronte alla legge, e chi, specularmente, non coltiva altra ambizione di riforma del processo penale che non una resa dei conti promessa da vent'anni che la riduca a impotente simulacro del ruolo che la Costituzione le affida, si deve guardare con un qualche ottimismo e coraggio al voto con cui la Camera si prepara a licenziare le modifiche del processo penale. Sono figlie del compromesso raggiunto giovedì scorso dalla maggioranza di governo (accogliamo l'invito della ministra Cartabia a non intestarle più ciò che, con tutta evidenza, è la risultante di una mediazione tra i molti attori, politici e non, di questo percorso).
di Massimo Giannini
La Stampa, 1 agosto 2021
Non sono un magistrato. Non sono un giurista. Ho una laurea in giurisprudenza, ho fatto una tesi in diritto costituzionale, per qualche tempo ho fatto l'assistente volontario alla Sapienza. Ma non serve essere Salvatore Satta o Costantino Mortati, per capire che la riforma della giustizia penale appena varata dal governo Draghi coglie un'opportunità ma non scioglie le criticità.
di Antonio Averaimo
Avvenire, 1 agosto 2021
È grazie alle denunce da lui raccolte che è potuta emergere la verità sul pestaggio avvenuto il 6 aprile 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Il Garante dei detenuti della Campania, Samuele Ciambriello, ora si sta battendo per ottenere un altro risultato: riportare in Campania i 42 detenuti del carcere casertano trasferiti in altre 23 carceri del resto d'Italia.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 1 agosto 2021
La riforma in Senato: previste assunzioni e nuovi software. Addio alla prima udienza lampo: si entrerà subito nel merito. C'è un'altra riforma della giustizia che marcia, al Senato, silenziosamente: quella del processo civile. Non c'è l'animosità che si è scatenata per il penale. E quindi è passato un po' in sordina il fatto che ci siano stati molti passi in avanti, dopo che a inizio maggio il governo ha depositato la nuova architettura del processo civile. Naturalmente anche qui le discussioni sono andate avanti, non solo con i partiti di maggioranza, ma anche con avvocati e magistrati. E adesso ci si attende che nei prossimi giorni il testo sarà chiuso, per iniziare le votazioni alla ripresa dei lavori dopo la pausa estiva.
A settembre, insomma, ci sarà il via libera del Senato per la nuova giustizia civile. E così farà uno scatto in avanti una tra le riforme più essenziali tra quelle concordate dal governo con l'Europa. Come ricorda sempre la ministra Marta Cartabia: "Ci siamo impegnati a ridurre i tempi del processo civile del 40%". Una meta non facile.
La rivoluzione targata Cartabia si articola essenzialmente in tre capitoli: investimenti, strumenti alternativi, concentrazione delle udienze a cominciare dalla prima.
Sugli investimenti, si fa affidamento innanzitutto sui miliardi del Recovery Plan. Si annunciano grandi spese per rinnovare l'infrastruttura digitale, che, pur nata d'avanguardia, già mostra l'usura dei primi anni. Pochi sanno, forse, che il processo civile è già telematico: gli atti corrono attraverso la Rete; il giudice e la parte avversa legge tutto online. Questa infrastruttura digitale troppo spesso si blocca, però. "Ho scoperto anch'io - ha detto la ministra al recente congresso degli avvocati - che nel fine-settimana i sistemi si bloccano per manutenzione. Ciò è inaccettabile e ci stiamo lavorando".
Quanto al personale, per la giustizia sono in arrivo 5.000 unità di personale amministrativo a tempo indeterminato più 16.500 giovani laureati in diritto o in economia per gli Uffici del processo, con assunzione triennale. È proprio di ieri un decreto, relativo a primi 8.050 neoassunti, che ne stabilisce la ripartizione provincia per provincia. A Milano, per dire, arriveranno in 680. A Roma, 843. A Torino, 401. E così via. Successivamente si vedrà quanti per il civile e quanti per il penale. Il decreto stabilisce anche le materie della prova scritta: diritto pubblico, ordinamento giudiziario, lingua inglese.
Secondo capitolo fondamentale della riforma Cartabia, gli strumenti di risoluzione alternativa delle controversie, nel tentativo di deflazionare i numeri dei processi. Per favorire il ricorso a conciliazione, negoziazione assistita e arbitrato arriveranno più incentivi fiscali: sull'imposta di registro, le spese di avvio della procedura di mediazione, le indennità spettanti ai vari organismi, la procedura di riconoscimento del credito d'imposta.
Terzo caposaldo, la concentrazione delle udienze. La prima udienza diventerà cruciale, mentre oggi è solo l'occasione per rinviare di qualche anno. Si prevede che l'atto di citazione debba già contenere l'indicazione dei mezzi di prova di cui l'attore intende valersi e dei documenti che offre in comunicazione, sui quali il convenuto è chiamato a prendere posizione. I legali dovranno insomma scoprire le loro carte fin dall'inizio.
"Le nostre priorità - dice la senatrice Anna Rossomando, relatrice della riforma, e responsabile Giustizia del Pd - sono gli incentivi fiscali per la mediazione e la negoziazione assistita, misure per contenere i costi dell'arbitrato affinché non sia strumento per pochi, l'innovazione e la riorganizzazione a cominciare dall'Ufficio del processo".
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 agosto 2021
Lattanzi aveva proposto il ritorno alla legge Orlando, si è scelto un ibrido pieno d'insidie per attenuare l'irritazione grillina. Flick: "Nelle nuove norme rischi di incostituzionalità". Alcuni punti fermi. La "irragionevole riforma Bonafede", come l'ha definita giovedì sera un moderato qual è Andrea Orlando, è in archivio. Non c'è più l'assurdo di un processo che può durare all'infinito senza alcuna barriera temporale, una volta emessa la sentenza di primo grado. Persino per i reati di mafia, terrorismo, violenza sessuale e narcotraffico, ci possono essere sì proroghe infinite, di un anno in appello e 6 mesi in Cassazione, da parte del giudice, ma dovranno essere motivate e resteranno comunque impugnabili dinanzi alla Suprema Corte. Dovranno richiamarsi a una "complessità" del giudizio, legata al "numero degli imputati" o alle "questioni di diritto", e non alla sonnolenza fisiologica del sistema giudiziario. C'è da credere che se un giudice scrivesse, nell'ordinanza di proroga, che serve un altro anno perché la sua Corte d'appello è travolta dall'arretrato, la Cassazione annullerebbe l'overtime. È un ulteriore passo avanti, rispetto alla prescrizione, che va riconosciuto persino al "regime speciale" correttivo della "improcedibilità", rivelatosi decisivo per l'intesa di maggioranza. Persino per i reati gravi non c'è più una scorrevole autostrada verso l'infinito.
Tutto vero. Eppure, come ripetono nelle ultime ore autorevoli giuristi, a cui questo giornale continua a dare voce, ripristinare un limite temporale al processo non attraverso la "prescrizione del reato", che è istituto sostanziale, ma con la "improcedibilità", norma di diritto processuale, è nella migliore delle ipotesi un salto nel buio. Marta Cartabia ha dovuto far ricorso a una soluzione del genere perché l'intricato marchingegno poteva attenuare il disdoro del Movimento 5 Stelle. Punto. Non c'è un'altra ragione. I suoi esperti avevano pensato ad altro. Al ripristino della riforma Orlando, solo appena ritoccata: due anni di sospensione dopo la sola condanna in primo grado e un altro anno dopo l'eventuale condanna in secondo grado. In modo che tutti i giudizi d'appello e in Cassazione potessero disporre di un margine supplementare per concludersi.
È ormai noto come il presidente della commissione ministeriale istituita dalla guardasigilli, Giorgio Lattanzi, fosse assolutamente convinto che la strada maestra per mandare in soffitta la norma Bonafede consistesse nel regime della doppia sospensione, a cui ovviamente sarebbe rimasta come presidio la cerniera dei reati più gravi, come l'omicidio, comunque imprescrittibili o con tempi di estinzione anche pluridecennali. Ma prima ancora che Lattanzi concludesse i propri lavori, già la forza politica più attenta alla mediazione coi 5 stelle, il Pd, aveva depositato in commissione Giustizia un emendamento da considerare, di fatto, l'archetipo della soluzione approvata giovedì in Consiglio dei ministri, e ieri in commissione Giustizia.
L'ipotesi dem era assai vicina al testo finale di Cartabia, seppur priva delle eccezioni per i reati più gravi, solo distingueva tra assolti e condannati in primo grado. In appello, e in Cassazione, sarebbe scattata appunto l'improcedibilità dopo un tempo limite. Di fatto il "lodo Draghi- Conte" viene da lì, più che da via Arenula. È vero che Lattanzi, nella propria relazione finale, ha aggiunto, al ripristino della prescrizione targata Orlando, una "ipotesi B" pure imperniata sull'improcedibilità. Ma si trattava di uno schema diverso, con una propria coerenza, giacché la prescrizione del reato usciva del tutto di scena nel momento in cui si passava dalla fase preliminare delle indagini a quella del processo vero e proprio, e soprattutto prevedeva tempi limite anche per il primo grado. Un'ipotesi che comunque i tecnici hanno messo sul tavolo della ministra più per evidente necessità politica che per effettiva convinzione scientifica.
Alla fine, l'ipotesi B di Lattanzi si è dissolta in un ibrido più vicino, appunto, all'emendamento del Pd che al già dibattuto, in passato, schema della "prescrizione processuale". E l'ibrido si spiega solo con ragioni politiche. Cosa vuol dire? Che il pregiudizio imposto dalle distorsioni populiste continua a lasciare il segno sull'ordinamento penale. Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, in una dichiarazione all'Adnkronos parla di "problemi di interpretazione e di costituzionalità" legati alle nuove norme sull'estinzione del processo. Un pm particolarmente schietto come Alfonso Sabella aggiunge: "Il problema è che le riforme in materia di giustizia non si fanno sulla base di una visione organica ma di accordi pasticciati e ispirati logiche di compromesso", perciò ci troviamo con "un sistema che, per come è strutturato, se lo vedesse un giurista dell'antica Roma, inorridirebbe". Ce lo porteremo per anni. E quando magari, in una maggioranza libera da forze come i 5 Stelle, qualcuno osasse far notare che non è possibile andare avanti col doppio binario per qualsiasi reato anche minore collegato alla mafia, le urla dell'indignazione populista continueranno a impedirgli di finire la frase.
ansa.it, 1 agosto 2021
l M5s di Giuseppe Conte è il "sorvegliato speciale" in vista delle prossime ore che dovrebbero dare il via libera alla riforma della Giustizia. L'accordo sul provvedimento che approda in Aula alla Camera dovrebbe essere ormai "blindato" ma nel governo l'attenzione rimane altissima soprattutto nei confronti di possibili strappi dentro il M5s.
di Liana Milella
La Repubblica, 1 agosto 2021
Il vice presidente del Csm: "I processi che non finiscono sono una forma di impunità. Perciò vorrei termini certi sul passaggio dei fascicoli. Occorrono magistrati e altro personale. Giusto sottolineare che nella Costituzione c'è scritto pena e non carcere".
A Repubblica la ministra Cartabia ha assicurato che "la nuova legge sul processo penale non produrrà zone di impunità". Per lei, David Ermini, vice presidente del Csm, è possibile?
"In linea di principio sono d'accordo. E condivido i principi contenuti nella riforma. Però, perché possa raggiungere gli obiettivi, garantendo la non impunità per tutti i reati e mettendo al sicuro tutti i processi in corso, non sarà sufficiente la sola legge, ma occorrerà tutta una serie di investimenti sulle persone e sulle strutture che impegneranno non solo questo governo, ma anche quelli a venire. È necessario che dall'astrattezza delle norme si passi a concreti investimenti e misure organizzative".
E non possono bastare i fondi del Recovery su cui puntano tutto Draghi e Cartabia?
"Possono bastare per il periodo contingente, ma è evidente che una riforma di questo genere ha bisogno di una condivisione nazionale per cui - indipendentemente dalle future maggioranze - tutti devono mantenere l'impegno di investire non solo i soldi del Recovery, ma destinare una parte significativa del Pil per la giustizia".
Giusto quello che per 50 anni non s'è mai fatto...
"Abbiamo imparato che le riforme a costo zero non servono a dare un miglior servizio ai cittadini. E dico subito che se le cose dovessero andare male non si potrà gettare la responsabilità sulla magistratura".
Ecco, lei tocca un punto chiave della riforma. A gestirla saranno i magistrati. Cartabia assicura di aver sentito giudizi positivi, a fronte delle toghe preoccupate anche delle possibili ritorsioni per un processo che dura di più perché un giudice lo ha deciso.
"La storia della magistratura italiana è piena di esempi di grandi magistrati che non hanno mai avuto paura delle ritorsioni. E questo avviene tuttora con tanti giudici in prima linea, che svolgono il loro lavoro quotidiano senza neppure che si conosca il loro nome".
Però con la riforma si passa da una prescrizione che stabilisce tempi certi per ogni reato, alla possibilità per il giudice di allungare il tempo di un processo...
"Infatti ritengo che nelle norme sia indispensabile indicare dei termini perentori di natura organizzativa. Come quello relativo al trasferimento del fascicolo dal giudice che ha emesso la sentenza a quello dell'impugnazione. Altrimenti il rischio è che il personale amministrativo, da anni gravemente sottodimensionato, e che svolge mansioni tra cui quella del trasporto dei fascicoli, diventi il protagonista del tempo del processo. Da avvocato conosco bene gli incredibili tempi che può impiegare un fascicolo per passare pure da un piano a un altro".
Per Cartabia "la prima forma di impunità sono i processi che non finiscono mai"...
"Condivido in pieno, e per questo servono tempi certi anche nei passaggi che non sono sotto i riflettori dei media, ma che possono incidere in modo determinante sui tempi del processo. La possibilità di ricorrere subito in Cassazione contro la decisione del giudice di prolungare i termini del processo rischia di portare un nuovo e pesante carico alla Suprema corte".
Ci sono alcune corti in regola e sei-sette con un arretrato disastroso...
"Innanzitutto occorrono più magistrati, perché dall'osservatorio del Csm posso dire che per una corte di Appello ingolfata di processi a volte non si riesce a garantire la copertura dei posti. Se ci fossero piante organiche più ampie e un numero maggiore di magistrati, la situazione potrebbe migliorare".
Per Cartabia è il Csm che non manda i magistrati richiesti...
"I bandi li pubblichiamo regolarmente, il Consiglio fa la sua parte nel coprire i posti negli uffici in maggiore difficoltà. Penso alla Procura generale di Bologna che è in sofferenza, di cui ci siamo fatti carico con l'ultimo bando e che sarà ancora al centro della nostra attenzione".
L'ufficio del processo, finanziato per tre anni, deve andare a regime?
"Assolutamente sì. È un'ottima innovazione ma deve diventare stabile. Tutti i governi dovranno seguire, sulla giustizia, il lavoro iniziato da Draghi e Cartabia".
Il suo Csm critica le priorità dell'azione penale decise dal Parlamento.
"In una Repubblica parlamentare le Camere sono sovrane. Esiste il principio costituzionale dell'obbligatorietà dell'azione penale che la riforma lascia intatto. Non c'è da scandalizzarsi sul principio in sé. Mi chiedo se, in un Paese così diversificato dal punto di vista criminale e giudiziario, si possa pensare di avere linee omogenee per tutti i territori. Il parere del Csm è critico su questo punto".
Come vede il passaggio dalla prescrizione all'improcedibilità?
"È una rivoluzione perché si passa da una norma che ha incidenza sostanziale sull'estinzione del reato a una che incide sui tempi del processo. Se lo scopo è quello di arrivare a una ragionevole durata del processo allora, se si metterà la macchina della giustizia veramente in grado di raggiungerlo, sarà una rivoluzione positiva".
Cartabia richiama questo principio...
"È scritto con chiarezza all'articolo 111 della Costituzione e dev'essere perseguito e rispettato".
Nella Carta "c'è scritto pena, e non carcere" dice la ministra. La riforma insiste sulle pene alternative. Torna il "diritto mite" della riforma Orlando sulle carceri?
"È stato un errore non approvarla. Il sistema "carcerocentrico" ci ha insegnato che le recidive aumentano quando la pena è scontata in carcere anziché con modalità alternative e che il principio costituzionale della rieducazione del condannato non sempre viene rispettato. Ci siamo presi condanne dall'Europa. Il sistema delle pene alternative è opportuno perché può contribuire al calo delle recidive".
Il suo Csm è ancora credibile dopo i casi Palamara e Storari?
"Senta, questo Csm ha la sola colpa di aver visto scoppiare una bomba la cui miccia era accesa da tempo. Sotto la vigilanza del presidente Mattarella continuerà a tenere la schiena dritta. Consegneremo ai nostri successori una magistratura più consapevole che ha affrontato senza remore e senza nascondersi i problemi sul tavolo. Nella consapevolezza che l'autonomia e l'indipendenza sono essenziali per la salvaguardia della libertà dei cittadini. Gli esempi drammatici di altri Stati europei ci insegnano che è così".
E il caso Storari-Davigo?
"C'è un'indagine in corso, in cui sono stato sentito come persona informata sui fatti, e va da sé che non posso parlare".
Il caso procura Roma è ancora aperto, e si sta per aprire quello di Milano. Come ne uscirete?
"Rispettando le circolari e le norme, ed esercitando nel miglior interesse dei cittadini e degli uffici, la discrezionalità che spetta al Consiglio. Tutto qui".
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