di Simona Musco
Il Dubbio, 3 agosto 2021
L'ex senatore calabrese parla dopo l'assoluzione dall'accusa di associazione mafiosa. "Con la 'ndrangheta io non c'entro. I miei colleghi mi hanno mandato in carcere senza nemmeno leggere perché lo stavano facendo". Diciotto mesi in carcere e poi l'assoluzione. Antonio Caridi, ex senatore di Forza Italia, incassa la pronuncia del Tribunale di Reggio Calabria come un ritorno alla vita, dopo cinque anni in cui ogni cosa è rimasta in sospeso. Accusato di associazione mafiosa, l'ex politico respinge ogni accusa cacciando vie le ombre dal suo curriculum: con la 'ndrangheta, assicura, non c'entra nulla. E ora che tutto è finito, insieme alla gioia non nega di provare anche amarezza, soprattutto nei confronti di quella politica dalla quale si sente tradito. Tant'è che non ne vuole più sapere nulla: "Per me la politica è finita il 4 agosto 2016. Farò il medico e basta, che poi è la cosa più bella del mondo", racconta al Dubbio.
Dottore, cos'ha provato dopo l'assoluzione?
Gioia. Mi sono riappropriato della mia vita, che mi era stata rubata. Sono sereno, perché vedo la mia famiglia finalmente tranquilla. Mio padre, ad 85 anni, non era sicuro di poter vedere la fine di questa storia. Voglio ringraziare loro e i miei avvocati, dopo un incubo durato cinque anni e 18 mesi passati in carcere in alta sicurezza. È un obbligo non soltanto morale: lo devo alla grande professionalità e umanità di Valerio Spigarelli e Carlo Morace. Ma è stato anche un momento di grande riflessione: io credevo tanto nella mia innocenza, ma i giornali, che mi hanno dipinto come il mostro da mettere dentro subito, oggi sono assenti. Solo qualche articoletto. E questo mi fa molto male.
Ce l'ha con la stampa?
Dopo la richiesta di arresto, i tg nazionali mostravano la mia foto ripetendo tutte le cose che venivano contestate. Oggi vedere che nessuno dica che una persona che cinque anni prima è stata mortificata e umiliata è stata assolta fa rabbia. Io mi sono difeso dal primo giorno e inviterei i giornalisti a riguardare il dibattito in Senato sulla mia difesa e, soprattutto, gli attacchi che ho subito dalle parti politiche che hanno votato il mio arresto senza nemmeno leggere le carte. Quella sera, prima di consegnarmi, ho guardato mia moglie e mia sorella negli occhi con la coscienza a posto, non so se i miei colleghi - e non so se posso chiamarli così - hanno potuto farlo. E non so se possono farlo tuttora.
Chi l'ha ferita di più tra i suoi colleghi?
Quelli del Pd, eccetto il senatore Luigi Manconi, che ha dichiarato in aula il suo voto contrario, perché è stato l'unico a leggere le carte. Poi i 5 Stelle. Molte persone di quella stessa parte politica, mentre io parlavo, giocavano con il telefonino o l'iPad. Qualche individuo, non lo chiamerei senatore, ha detto delle frasi che di notte mi capita ancora di risentire. Sono sempre dentro di me, perché non mi ci riconoscevo. La verità è che si è trattato di un attacco politico, ma soprattutto hanno mortificato un essere umano. Molti si professano cattolici e dovrebbero avere rispetto per le altre persone, ma se mandano in carcere la gente con questa facilità non so quale attività possano svolgere dentro le Camere di appartenenza.
Qualcuno si è fatto vivo, oggi?
Mi hanno chiamato quelle persone che mi sono sempre state vicine. Ma parlo di rapporti personali, non di politica, perché quella per me è una parentesi chiusa.
Non si ricandiderà?
No. Per me la politica è finita il 4 agosto 2016. Non la sento più mia e non la farei con lo stesso animo di prima. Ho cose più importanti a cui dedicarmi, come la mia famiglia e il mio lavoro. Devo recuperare 18 mesi di carcere, anche se non è possibile, perché è un segno che mi porterò sempre dentro e che vedrò anche in chi mi vuole bene.
Ha paura che possa ricapitarle qualcosa del genere?
Paura no. Sa come si dice? Male non fare, paura non avere. Ma non lo farei più come prima e non potrei più dare risposte ad una terra, la Calabria, che è mortificata quotidianamente. E non vado nemmeno a votare, dal 2016: la paura è che qualcuno possa sempre dire "chissà".
Non lo farà più?
Esistono anche le vacanze nella vita.
Come sono stati quei 18 mesi in carcere?
Il carcere rappresenta la civiltà di un Paese. E siamo un Paese incivile. Vivevo con cinque persone dentro cinque metri quadrati, con il bagno turco e senza docce. Ventidue ore al giorno chiuso in cella. Subito dopo essere uscito dal Senato ed essermi consegnato mi sono ritrovato in isolamento, in una cella due metri per due, senza prendere aria e con cibo inesistente. E questo per otto giorni. La mia forza stava nella volontà di superare quel momento sapendo che ero innocente e quindi dovevo e potevo difendermi. Ho pensato a me, alla mia famiglia, alla loro sofferenza e a quella dei miei amici, quelli vicini, perché in questi momenti scappano tutti. In 18 mesi ho sentito la mia famiglia due volte al mese e l'ho incontrata quattro ore al mese. Questo è il carcere, un posto dove non hai i servizi igienici e i riscaldamenti. E fuori è uguale: quando si manda in carcere una persona senza una prova per la stampa si è subito colpevoli. Vieni trattato come un criminale. La politica deve avere il coraggio di riflettere su questo, ma ho qualche dubbio, sinceramente.
Dopo i pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere qualcosa potrebbe cambiare, non crede?
Ci sarà stata un po' di indignazione, ma tanti hanno anche pensato "hanno fatto bene, perché sono dei delinquenti". E ciò pur senza sapere se sono colpevoli o innocenti. Per la gente si tratta di delinquenti solo perché sono in carcere. Toccherebbe alla politica far riflettere su questi temi, ma la politica oggi non c'è.
Cosa ha portato fuori dal carcere con sé?
Sofferenza. Ne provo ancora. E penso a quella che ho visto negli altri. Si può essere anche colpevoli, ma la dignità dell'uomo non può essere calpestata. Ma lì dentro si viene trattati come animali, da chiudere in un canile 22 ore al giorno. Senza potersi fare una doccia se ci si sporca, con gli orari stabiliti per andare in bagno. Costretti a rimanere chiusi in cella anche durante un terremoto, con la paura che crolli tutto e si rimanga uccisi. E tutto questo senza mai essere stato condannato e, all'epoca, con due Cassazioni favorevoli. Il Senato ha votato l'arresto prima che si pronunciasse il Tribunale della Libertà, quindi mi ha giudicato prima la politica e poi la giustizia. Ma prima di mandare in carcere qualcuno bisogna avere delle prove. Senza prove o senza necessità enormi bisognerebbe fare attenzione prima di privare qualcuno della libertà. È la cosa peggiore al mondo.
Per la Dda lei è stato sempre eletto con i voti delle cosche. Per ben tredici anni, sin dalla prima candidatura e fino al Senato. Come si difende da queste accuse?
Non voglio entrare nei particolari: il processo è durato cinque anni, mi sono difeso con i denti e soprattutto lo hanno fatto i miei avvocati. Ma la Cassazione è stata chiarissima: non c'era nessun riscontro in atti sul piano della gravità indiziaria. Con la 'ndrangheta io non c'entro nulla. E voglio dire solo una cosa: nell'ordinanza si parla di me come di un quasi sconosciuto che è stato scelto dalla mafia. Ma io non ero uno sconosciuto: mio padre è stato vicesindaco di Reggio Calabria, su 20 familiari stretti 18 sono medici. Mia madre era direttrice dell'ufficio di collocamento. Non sono stato "portato" da nessuno, mi ha votato la gente comune, che mi ha sempre voluto bene e continua a volermene. In ogni caso, sono stato assolto perché il fatto non sussiste. Non dobbiamo spiegare niente a nessuno, non devo dare, ancora oggi, conto a nessuno. Sono innocente, come lo sono sempre stato. La sentenza parla chiaro. Quello che vorrei fare è invitare la politica a riflettere. È anche bello ammettere di aver sbagliato e io, se sbaglio, chiedo scusa. Ma non ho ricevuto nemmeno una telefonata da chi quel giorno ha votato il mio arresto.
Si aspettava che qualcuno si facesse vivo?
Non me l'aspettavo e non me l'aspetto, perché ho visto l'isolamento da parte della politica in quei 18 mesi. C'erano solo la mia famiglia e i miei avvocati e solo tre colleghi sono venuti a trovarmi: Pietro Iurlaro, Fabrizio Di Stefano e Luca D'Alessandro.
Di Maio, recentemente, ha chiesto scusa all'ex sindaco di Lodi. Qualcosa sta cambiando?
L'ex sindaco di Lodi è del Pd. La maggioranza, oggi, è quella e l'interesse di Di Maio sta tutto lì. Si difendono tra loro. Lo hanno fatto sempre e lo faranno sempre.
Quel 4 agosto è stato anticipato l'ordine del giorno per votare il suo arresto. Cos'ha pensato?
Era un modo per dimostrare al Paese di aver preso con le mani nel sacco un senatore. Ma cosa dovevano dimostrare? Ho ancora in testa quello che qualcuno dei 5 Stelle ha gridato contro di me in aula e qualche giorno dopo per strada a Reggio Calabria. La invito a fare una cosa: confrontare le presenze dei senatori in aula tra quel 4 agosto e quello degli anni precedenti, quando si parlava di provvedimenti che erano utili al Paese. Erano tutti schierati. Questo è l'interesse che la politica ha nei confronti del suo Paese.
Tecnicamente l'interesse era evitare la reiterazione del reato...
Un mese dopo la Cassazione ha sostenuto che non c'erano motivi per arrestarmi. Dal 16 luglio al 4 agosto sarei potuto scappare, invece sono andato in aula e li ho affrontati, perché il mio animo era tranquillo e sereno, ho spiegato le mie ragioni e sono rimasto al mio posto. E poi sono andato a consegnarmi, perché in quel momento ero un senatore della Repubblica e dovevo dimostrare responsabilità verso il Paese. E in quel caso i miei colleghi o chi ha disposto il mio arresto ha mortificato la democrazia in Italia, perché ha mortificato una parte di elettorato. Potevo affrontare il processo da uomo libero. E non ho mai piegato la mia azione politica all'interesse di alcuno.
Si aspettava l'assoluzione dopo una richiesta di condanna a 20 anni?
La mia innocenza l'ho sempre gridata. Io ho un grande senso dello Stato e credevo fino in fondo alle parole che ho detto quel giorno in Senato. Ma avevo paura. Una paura che mi accompagnava 24 ore al giorno, senza fare distinzione tra giorno e notte. Ho dimenticato cosa volesse dire dormire la notte e ho pensato seriamente di poter essere condannato. D'altronde nella vita ho pensato di tutto, tranne di poter finire in carcere. A quel punto ogni cosa era possibile.
di Giulia Merlo
Il Domani, 3 agosto 2021
Tutta l'attenzione è stata catalizzata dalla riscrittura della norma sulla prescrizione, ma il disegno di legge di delega al governo per la riforma del processo penale che lo renda compatibile con i tempi europei contiene molto altro. In particolare, misure che puntano a ridurre la burocrazia processuale che determina lungaggini ingiustificate e modifiche che dovrebbero favorire il decongestionamento del rito ordinario in favore dei procedimenti speciali, più celeri.
Questo pacchetto di misure, frutto del lavoro di sintesi operato dal Ministero della Giustizia a partire dalla relazione della commissione di esperti presieduta da Giorgio Lattanzi, è la vera scommessa della guardasigilli Marta Cartabia. A chiunque le contestasse il compromesso sulla prescrizione prima sostanziale e poi processuale, con annessi rischi anche di costituzionalità, la ministra ha sempre opposto questo: "La riforma va letta nel suo complesso". Tradotto: la prescrizione deve essere una patologia processuale che incorre in più raramente possibile, grazie agli interventi di velocizzazione complessiva della macchina della giustizia penale. Quanto questi interventi saranno risolutivi si vedrà. Anzi, come ha quasi amaramente constatato la ministra davanti alla platea di avvocati del Congresso nazionale forense, "forse se ne gioverà il prossimo ministro della giustizia".
Il ddl incide in tre direzioni, per eliminare alcune lungaggini burocratiche. La prima riguarda il potenziamento del processo penale telematico, con la previsione che atti e documenti possano essere formati, conservati, depositati e notificati in via telematica, che avverrà in modo graduale per coordinare il sistema vigente con le nuove norme, soprattutto alla luce dei molti malfunzionamenti dei server in uso dal ministero, che spesso vanno in tilt lasciando senza piattaforma magistrati e avvocati. Inoltre, è previsto lo svolgimento dell'udienza da remoto, con l'accordo delle parti.
La seconda riguarda le notificazioni: l'imputato non detenuto avrà l'obbligo di indicare recapiti telefonici, ma anche recapiti telematici per ricevere le notifiche. Tuttavia (e questa previsione è stata molto avversata dagli avvocati, che così hanno più oneri), tutte le notificazioni successive alla citazione in giudizio avverranno presso il difensore, così da evitare tutti i casi in cui gli imputati si rendano irreperibili.
È prevista anche una ridefinizione dei casi in cui l'imputato si debba ritenere presente o assente e il giudice può procedere anche in assenza, se valuta che l'imputato sia al corrente del processo. Cambieranno anche i casi in cui si riconosce la latitanza. Infine, per ridurre il numero di impugnazioni, in appello il difensore di imputato assente può procedere solo se provvisto di un mandato specifico. Infine, sono previste la registrazione audiovisiva di interrogatori, prove dichiarative e anche l'audio-registrazione dell'assunzione di informazioni di persone informate sui fatti. Nel caso di mutamento del giudice, queste prove non devono venire riassunte se non in caso di specifiche esigenze.
La riforma stabilisce tempi fissi soprattutto per la fase delle indagini preliminari, durante le quali oggi si prescrive più del 30 per cento dei reati. Vengono modificati i termini di durata, a seconda dei reati: 6 mesi dall'iscrizione nel registro delle notizie di reato per le contravvenzioni; un anno e 6 mesi per i delitti più gravi (per cui ora sono previsti 2 anni) e un anno per tutti gli altri. La proroga è possibile una sola volta, per un massimo di 6 mesi, giustificata dalla complessità delle indagini. Decorsi i termini, il pm deve esercitare l'azione penale o chiedere l'archiviazione, che va richiesta anche "quando gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non consentono una ragionevole previsione di condanna" (norma non gradita ai magistrati). Infine, vengono aumentati i poteri di intervento del gip, nel caso di inerzia nell'azione del pm e di stasi del procedimento.
Altra norma poco gradita ai magistrati e criticata anche dal Consiglio superiore della magistratura prevede che sia il parlamento con legge a indicare i "criteri generali di priorità, trasparenti e predeterminati, da indicare nei progetti organizzativi delle procure, per selezionare le notizie di reato da trattare con precedenza, tenendo conto anche di numero di affari da trattare e dell'utilizzo risorse disponibili".
Vengono poi estesi i reati di competenza del tribunale monocratico, si prevede la sentenza di non luogo a procedere quanto gli elementi acquisiti non consentano una ragionevole previsione di condanna e criteri più stringenti per l'adozione del decreto di riapertura delle indagini. La prima udienza del processo diventa il luogo in cui le parti devono illustrare le rispettive richieste di prova e in cui il giudice deve fissare il calendario delle udienze. Infine, vengono previsti criteri più stringenti sui motivi di appello.
Giustizia riparativa - L'ipotesi di disporre una pena pecuniaria viene rafforzata e i criteri vengono rivisti per renderla effettiva e rapida. Vengono ridisegnate anche le sanzioni sostitutive delle pene detentive brevi, come la semilibertà, la detenzione domiciliare e il lavoro di pubblica utilità, ai fini della rieducazione del condannato. A disporle, inoltre, sarà il giudice della cognizione all'interno della sentenza di condanna, quando ritiene di poter sostituire la pena detentiva entro i 4 anni con altre misure. Si rafforza anche la giustizia riparativa, con l'introduzione di nuovi criteri per l'accesso e maggiori garanzie sia per le vittime che per gli imputati.
Si ridisegna anche l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto, richiamando i principi europei e dando rilievo alla condotta successiva al reato. A livello organizzativo, infine, la riforma prevede l'introduzione dell'ufficio del processo, ovvero di un nucleo di lavoro composto da tirocinanti, magistrati onorari e funzionari che coadiuvino i giudici anche nello smaltimento dell'arretrato.
di Gian Carlo Caselli
La Stampa, 3 agosto 2021
La Stampa, nell'editoriale di domenica, ha dimostrato che la ripetizione ossessiva di uno slogan non basta per farne una verità. Può andar bene coi detersivi, ma non funziona per la giustizia. Eppure, a forza di proclami ripetuti fino alla noia, persino i paracarri "sanno" che la riforma del processo penale e della prescrizione andava fatta con assoluta priorità perché "ce lo chiede l'Europa". L'editoriale documenta invece che l'Europa indica come priorità non la riforma del processo penale ma del civile, per le sue immediate ricadute sull'economia.
La scelta politica operata dal nostro Governo, per contro, è stata di partire col penale. E in quest'ambito "spingendo" soprattutto sulla riforma della prescrizione riservandole attenzioni speciali, mentre la logica delle priorità era ben diversa. A dimostrarlo, questa volta, è la Relazione finale della Commissione di studio creata appositamente da Marta Cartabia e presieduta da Giorgio Lattanzi, nella quale sta scritto (pagina 51) che "dal punto di vista tecnico non vi sono ragioni che rendono urgente anticipare la riforma della prescrizione".
Perché gli effetti della legge cosiddetta Bonafede del 1° gennaio 2020 "si produrranno a partire dal 1° gennaio 2025 per le contravvenzioni e dal 1° gennaio 2027 per i delitti". Dunque il nostro Governo ha scelto (com'è, ben s'intende, nelle sue prerogative) di far prevalere le ragioni politiche su quelle tecniche. Di qui "un campo di battaglia dove ognuno ha piantato la sua bandierina identitaria", creando una situazione confusa che alla fine ha coinvolto lo stesso Governo.
Proviamo a dipanare la matassa dall'inizio. La prescrizione, se non si stabilisce un blocco a un certo punto del processo, rappresenta una spinta formidabile a tirarla per le lunghe e inocula una specie di virus nella Costituzione. Innesca infatti la coesistenza (incostituzionale) di due distinti processi: uno per i "galantuomini", considerati tali a prescindere in base al censo e alla posizione sociale; l'altro per i cittadini "comuni". I primi hanno i mezzi per pagare avvocati e consulenti tecnici di prim'ordine, capaci di sfruttare tutte le opportunità che le procedure offrono per "allungare il brodo" fino alla prescrizione; per i secondi, invece, a parità di reato il processo - pur coi suoi tempi - ha assai meno probabilità di arrivare alla prescrizione che tutto cancella. Una asimmetria discriminatoria che il ministro Bonafede ha cercato di spazzar via con la legge del gennaio 2020, secondo cui la prescrizione si interrompe definitivamente (prima c'erano solo sospensioni temporanee) con la sentenza di primo grado. Una scelta di logica e pulizia costituzionale, in linea oltre tutto con i sistemi più civili.
Contro questo "blocco" della prescrizione sono state scatenate accuse pesanti ("bomba atomica" e "santa inquisizione"), sostenendo che esso crea un monstrum, quello dell'imputato a vita sospeso in un limbo perpetuo. Ipotesi suggestiva, ma non verificabile fino al 2025/27 (relazione Lattanzi) e comunque almeno in parte fondata su una teoria dell'assurdo, nel senso che presuppone la totale chiusura dei palazzi di giustizia italiani subito dopo le sentenze di primo grado...
La riforma Cartabia ha escogitato un "ibrido": mantenere il blocco della Bonafede e nel contempo spalancare di nuovo le porte, perché se alla sentenza di primo grado non segue entro due anni la sentenza d'appello il processo diventa improcedibile (cioè si prescrive ma con un altro nome...), mentre viene riesumata la convenienza nefasta, che intossica il sistema, di appigliarsi a tutto pur di guadagnare tempo. Invece dell'ipotetico limbo, una tagliola: con moltissimi colpevoli impuniti, innocenti mai riconosciuti come tali e vittime ridotte a sentirsi dire "abbiamo scherzato".
Per di più con rilevanti ripensamenti: per alcuni gravi reati, in particolare di mafia, terrorismo e traffico di droga, la tagliola all'ultimo momento è stata allentata (secondo l'editoriale citato, "il minimo sindacale per uno stato di diritto"); escludendo però dalla rettifica reati come la corruzione, il peculato, la bancarotta, i morti sul lavoro e altri ancora; completando l'ibrido con l'introduzione, anch'essa in extremis, di un regime transitorio fino al dicembre 2024, data che significativamente riporta alla pagina 51 della relazione Lattanzi. In sostanza, una certa confusione. A riscontro di quanto sia illusorio pensare di poter fissare i tempi del processo con decreto, sostituendo al codice un cronometro: come se invece di sentenze si dovessero produrre oggetti a cottimo.
di Stefano Folli
La Repubblica, 3 agosto 2021
Il voto di fiducia alla Camera sulla legge Cartabia ha coinciso con l'avvio del fatidico "semestre bianco". La coincidenza è solo temporale, ma in fondo ha confermato la forza di un governo privo di alternative che non siano il caos. E ha dimostrato al tempo stesso la velocità con cui cambiano certe prospettive sul palcoscenico un po' malfermo della mediocre politica.
Pochi giorni fa il giornale ufficioso dei Cinque Stelle minacciava tempesta contro la "schiforma" della giustizia (brillante gioco di parole ripetuto per settimane) e raffigurava Giuseppe Conte come il paladino che avrebbe impedito l'operazione Draghi-Cartabia, sulla scorta degli argomenti sollevati da una parte della magistratura (e ignorando il giudizio favorevole espresso da altri magistrati). Si arrivava ad adombrare, per chi avesse voluto crederci, il ritiro dei ministri 5S dall'esecutivo e il passaggio all'opposizione dell'avvocato del popolo con un manipolo di fedeli. Tutto questo per difendere la democrazia oltraggiata dalla nuova legge che cancellava la precedente riforma "grillina" intitolata al ministro Bonafede.
Ovviamente non c'era nulla di vero. Nell'intervista di ieri alla Stampa, Conte afferma con serenità che "due terzi della riforma Bonafede" sono stati salvati e integrati nel testo Cartabia. Non solo. L'ex premier si è prodigato per richiamare all'ordine i dissidenti del movimento, cioè i parlamentari rimasti alla puntata precedente dello psicodramma, sulla scorta delle parole d'ordine incendiarie diffuse come coriandoli (P2, impunità ai mafiosi, Draghi peggio di Berlusconi, eccetera). Ora, considerando che quella campagna non si era certo sviluppata all'insaputa del semi-leader, se ne deduce che la situazione stava sfuggendo di mano e che l'avvocato - dopo l'intesa obbligata con Palazzo Chigi - ha avuto il suo daffare per rimettere il coperchio sulla pentola. Sembra esserci riuscito, salvo qualche eccezione, ma a prezzo della coerenza: il che testimonia di una persistente immaturità, perché il politico esperto riesce a sembrare coerente anche quando non lo è.
Sta di fatto che una frangia del movimento, soprattutto fuori dal Parlamento, adesso valuta persino Conte alla stregua di un traditore: basta vedere le ondate malevole sui social. Si voleva fare dell'avvocato un ariete contro Draghi, ma il principio di realtà ha prevalso sui velleitarismi. Il che obbliga i 5S a incamminarsi nel "semestre bianco" cercando una strategia politica che non sia di mero sostegno a Draghi, dopo aver tentato senza successo di esserne gli antagonisti, ma che non sia nemmeno la guerriglia permanente e autolesionista nei mesi decisivi per la ripresa economica. Non solo i mercati, nemmeno gli elettori capirebbero.
Conte può consolarsi con i sondaggi - vedi ieri quello su Repubblica - che valutano la sua popolarità tra i militanti del Pd. Tra i quali una larga maggioranza sogna di avere Conte come leader a mezzadria con i 5S in una sorta di partito unico. Sono le residue carte che il giurista pugliese può giocare (e non è poco), nel solco della vecchia linea Bettini-Zingaretti che si rivela più tenace del previsto. D'altra parte Enrico Letta non l'ha mai contraddetta. E si può presumere che non lo farà nei prossimi tempi, quando dovrà destreggiarsi nella giungla di Siena. La sua candidatura e il caso Monte dei Paschi: un'altra coincidenza e questa è molto rischiosa.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 3 agosto 2021
Intervista a Costantino Visconti, docente di Diritto penale all'università di Palermo: "Una svolta culturale, ma politici e toghe superino l'idea che il Paese si aggiusta a colpi di condanne". "Alla fine, una mediazione è stata trovata. Ma vedo ancora dei rischi per la concreta attuazione della riforma". Il professore Costantino Visconti, ordinario di diritto penale all'università di Palermo, chiama in causa la politica e la magistratura.
"Negli ultimi trent'anni, i protagonisti dei due mondi si sono fatti la guerra - dice. Oggi, sono molto più simili di quanto siano disposti a riconoscere: hanno una malattia con cui non riescono a fare i conti sino in fondo, io la chiamo la malattia della tigre punitivista. Ovvero, l'illusione per cui il nostro Paese va aggiustato a colpi di processi penali e di pene. Ma tutti quelli che accarezzano la tigre prima o poi finiscono per perdere la mano, divorata da un animale fascinoso e insaziabile".
Contro la malattia della tigre, come la chiama lei, la maggioranza ha espresso una riforma in cui si parla di giustizia riparativa e non solo di carcere. Quanto è importante questo passo?
"Dal punto di vista culturale, questa riforma è frutto di una minoranza illuminata che guarda avanti, mentre alcune soluzioni tecniche poi adottate dal governo sono il frutto inevitabile dei tempi che viviamo. Per il resto, nella maggioranza vedo prevalere la tigre, nonostante l'autocritica di Luigi Di Maio con la lettera al Foglio, a proposito della gogna toccata all'ex sindaco di Lodi, poi assolto".
Dove ha visto ancora la malattia della tigre?
"La Lega ha fatto saltare un istituto importante: l'archiviazione meritata. Era previsto che il pubblico ministero, di fronte a casi con alcune caratteristiche, non di elevata gravità, avrebbe potuto chiudere il caso attraverso condotte riparatorie, senza arrivare al processo".
Anche da parte di esponenti di sinistra si sostiene però il diritto a una sentenza, per l'attenzione che è dovuta alle vittime dei reati.
"Siamo cresciuti con l'idea che la sentenza di condanna era la verità, oggi credo invece che non sia sufficiente, perché spesso lascia le cose come stanno. Invece abbiamo bisogno di recuperare, rimediare, guarire, cucire. Ecco perché il diritto penale è un male necessario, ma la giustizia può fare di più, rendere la società più unita e meno divisa".
Perché ritiene che nella magistratura ci possano essere sacche di resistenza nell'attuazione della riforma?
"Continuo a vedere una chiusura corporativista rispetto al nuovo progetto. L'Associazione nazionale magistrati non ha speso neanche una parola sul lavoro importante della commissione Lattanzi, di cui facevano parte anche magistrati oltreché avvocati e giuristi: una commissione che ha fatto un lavoro coerente, perché ha operato alla fonte, nel togliere il più possibile la necessità di celebrare i processi e di ricorrere al carcere".
Autorevoli magistrati hanno posto il problema della carenza di risorse per far partire davvero la riforma...
"È una questione reale, a cui il governo sta ponendo rimedio con nuovi concorsi, per magistrati e personale amministrativo: anche se occorre preoccuparsi di stabilizzare le risorse che verranno attinte dal Piano nazionale di ripresa. Un contributo importante arriverà dalle assunzioni per il nuovo ufficio del processo che è bisognoso di ulteriori riflessioni, per evitare che si risolva in infornate di personale indistinto e quindi inutile. Ma attenzione a trincerarsi di fronte a un problema vero, è necessario che la magistratura non si chiuda rispetto alla riforma".
Come crede si evolverà il dibattito all'interno della magistratura?
"Credo che la crisi in cui versa la categoria possa essere l'occasione per rimettere tutto in discussione dal punto di vista culturale. Le correnti, ad esempio, si occupino meno di regolare i conti, ma riprendano la capacità di progettare una nuova visione condivisa di giustizia. Ritengo che i magistrati, i pubblici ministeri in particolare, debbano smetterla di presentarsi come gli unici difensori della legalità, e invece tornare ad apparire come terzi imparziali impegnati a rendere un servizio efficiente ai cittadini nel solco dei principi sanciti dalla Costituzione".
di Liana Milella
La Repubblica, 3 agosto 2021
L'Italia si adegua alla direttiva sulla "presunzione di innocenza" della Ue del 2016, recepita soltanto il 28 marzo di quest'anno dal Parlamento. Al prossimo Cdm il decreto che contiene la stretta. Le conferenze stampa delle procure sugli arresti? Saranno possibili sì, ma solo in casi del tutto eccezionali. E solo se le inchieste sono "di grande rilievo".
Altrimenti sarà sufficiente un semplice e stringato comunicato stampa. E comunque, a dar voce al lavoro dell'ufficio, potrà essere esclusivamente il capo dell'ufficio stesso, il procuratore, e assolutamente mai i suoi sostituti. L'Italia si adegua alla direttiva sulla "presunzione di innocenza" della Ue del 2016, recepita soltanto il 28 marzo di quest'anno da un voto del nostro Parlamento. In cui Enrico Costa, responsabile Giustizia di Azione, con un emendamento, indicò proprio questo tema come prioritario. Adesso, dal ministero della Giustizia, arriva al prossimo consiglio dei ministri, previsto in settimana, il decreto legislativo che contiene la stretta sulla comunicazione delle procure.
Un passo obbligato per il governo. Perché la legge delega di marzo dava tre mesi di tempo. Che scadono per l'appunto l'8 agosto. Ovviamente è solo un caso se il voto sulla riforma del processo penale precede di qualche giorno un altro intervento sulla vita dei magistrati che potrebbe creare qualche polemica dei pm più "chiacchieroni". Ma, del resto, le norme già mettevano in capo al procuratore l'obbligo di intestarsi la comunicazione con la stampa. Ma stavolta, nel decreto legislativo, c'è un passo in più, anche se non c'è il divieto esplicito alle conferenze stampa che proprio Costa aveva chiesto al governo stesso. Ma cosa conterrà il decreto? Innanzitutto sarà un testo "leggero", "aperto" ai contributi parlamentari. I decreti legislativi - come avverrà anche per il processo penale - sono fatti così: il Consiglio dei ministri li approva, ma poi le commissioni della Camera e del Senato possono licenziarli con dei correttivi, su cui comunque il governo stesso deve dire l'ultima parola. In questo caso il testo è "aperto" a questi contributi d'indirizzo politici.
Ma parliamo di un decreto che già contiene una linea precisa, in quanto stabilirà, indicando anche dei puntuali criteri, che la comunicazione spetta al procuratore della Repubblica, mai ai suoi sostituti che d'ora in avanti non potranno più avere una "voce mediatica". E lo stesso procuratore potrà tenere una conferenza stampa solo in casi di "particolare rilievo". Insomma, quando c'è di mezzo un interesse pubblico. Naturalmente la valutazione sull'effettiva esistenza di questo "interesse pubblico" spetterà al procuratore stesso. Il decreto elaborato dall'ufficio legislativo di via Arenula indica anche dei "puntuali criteri" che dovranno essere seguiti. Che ovviamente si ispirano sia alla Direttiva sulla presunzione d'innocenza, ma anche al principio di non colpevolezza contenuto nell'articolo 27 della nostra Costituzione, nonché alle sentenze della Consulta.
Nel giro di soli due giorni Costa mette a segno così un duplice risultato, porta a casa il principio del diritto all'oblio - l'assolto in un processo può chiedere la deindicizzazione del suo nome dai siti web - inserito nella legge sul processo penale, e adesso anche lo stop ai procuratori "loquaci". "I punti cardinali sono molto semplici - dice Costa - perché i processi si fanno in tribunale e non sui giornali, e quando una persona viene dichiarata innocente ha diritto a recuperare la sua immagine, la sua credibilità e la sua reputazione".
Al punto che diventa necessario anche cancellare le notizie? Replica Costa: "Se fosse garantita in pieno la presunzione di innocenza forse non ci sarebbe bisogno del diritto all'oblio perché le due cose sono collegate. Se il processo si fa sui media, diventa indispensabile garantire che sui media stessi l'assolto non sia marchiato a vita".
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 3 agosto 2021
Secondo Lucio Malan, neo senatore di Fratelli d'Italia, il testo della riforma Cartabia "è peggiore di prima". E spiega il suo addio da Forza Italia. Lucio Malan, senatore di Fratelli d'Italia di recente uscito dalle fila di Forza Italia, spiega che "la vera priorità è dare una risposta ai mille innocenti che vanno in carcere ogni anno" e che "la riforma Cartabia è un compromesso del compromesso che non ci permetterà di raggiungere gli obiettivi fissati con l'Ue".
Senatore Malan, cosa continua a non convincere Fratelli d'Italia sulla riforma Cartabia?
Data la consistenza della maggioranza parlamentare non abbiamo margini di manovra ma continuiamo a far valere le nostre ragioni rispetto a una riforma che riteniamo insufficiente perché non affronta i veri temi che sono necessari, a partire dalla velocizzazione dei processi. È giusto introdurre dei limiti dopo la devastante riforma Bonafede, ma bisogna anche fornire gli strumenti necessari per farlo e in questa riforma non ci sono. Il nuovo ufficio del processo ci lascia perplessi perché questo personale, che in ogni caso per legge non dovrebbe scrivere sentenze, potrà essere utile in alcuni casi ma la maggior parte del lavoro è quello della ricerca di sentenze e fonti legislative che ormai si fa tranquillamente al computer. Il punto è scrivere le sentenze e questo lo può fare solo il giudice.
Eppure la ministra della Giustizia è convinta di raggiungere l'obiettivo chiesto dall'Unione europea per ridurre i tempi dei processi. Ci riusciremo?
Abbiamo preso un impegno con l'Europa di ridurre del 40 per cento i tempi del civile e del 25 per cento quelli del penale, ma con questo testo sono obiettivi non raggiungibili. Noi abbiamo proposto di istituire sezioni che si occupino dell'arretrato e ci sarebbero i presupposti per metterle nel Pnrr, tanto che abbiamo proposto un emendamento al decreto Brunetta ma è stato respinto. Anche sulla questione Csm e carceri non ci siamo. Non si possono fare solo decreti svuota carceri, ma occorre trovare forme alternative al carcere e su questo non sono esattamente in linea con il mio partito. Per non parlare poi della questione della responsabilità civile dei magistrati e della separazione delle carriere.
Su questo a dare sostegno alla riforma ci sono i referendum. Crede che saranno uno strumento utile?
La riforma Cartabia dimostra che solo lo strumento referendario, sia direttamente con il voto che indirettamente con la pressione sul Parlamento, può essere quello giusto per dare spinta decisiva a fare ciò che davvero serve e non ciò che è solo compromesso tra forze eterogenee di maggioranza. È normale che si sia raggiunto un accordo tra forze politiche così diverse, ma sarebbe anche normale avere una giustizia giusta e affrontare la priorità dei mille innocenti all'anno che vanno in carcere.
Lei fino a poche settimane fa sosteneva la maggioranza e quindi anche le prime proposte di riforma sulla giustizia. Ritiene che in questo tempo il testo sia peggiorato?
È peggiore di prima perché un mese fa c'era un compromesso già raggiunto con il Movimento 5 Stelle che poi è stato ritrattato. È accaduto perché Conte e la base grillina hanno sconfessato quella linea così si è raggiunto una sorta di "compromesso del compromesso". Ma questo non può essere positivo perché sappiamo benissimo che nessuno dei partiti di maggioranza è pienamente soddisfatto.
Lega e Forza Italia però sostengono con forza l'esecutivo e la riforma, e da Berlusconi sono arrivate parole di elogio per Salvini. Fratelli d'Italia rischia di rimanere esclusa dalla coalizione?
Noi come Fratelli d'Italia dobbiamo andare avanti per la nostra strada, tenendo conto delle posizioni di Forza Italia e Lega, che sono alleati stabili e duraturi. Le decisioni che prenderanno quei due partiti sono loro decisioni sulle quali, da ex di Forza Italia, non mi sembra opportuno entrare. Ma la prospettiva sulle prossime Amministrative è forse la migliore di sempre, perché praticamente c'è unitarietà dappertutto. Forse non c'era nemmeno quando eravamo assieme al governo. Per quanto riguarda la strategia delle prossime Politiche mi sembra evidente che Lega e Forza Italia non possano trovare altrove alleati con i quali realizzare i propri programmi se non con Fratelli d'Italia.
Eppure già in passato la coalizione si è divisa nel sostegno a diversi governo, basti pensare a Letta e Monti...
Quei governi stanno lì a dimostrare che quando si fanno esecutivi con la sinistra finisce che prevalgono le posizioni della sinistra. Per qualche ragione strana accade sempre così. Invece con un governo di centrodestra si porta avanti un programma chiaro, ognuno con i propri cavalli di battagli sui quali discutere e trovare una quadra, come sempre accaduto.
Non pensa che questo governo sia più vicino alle posizioni del centrodestra che a quelle del centrosinistra, ad esempio sugli strumenti necessari alla ripresa economica?
Dal governo Conte due, che era il governo delle quattro sinistre, al governo Draghi ci sono sicuramente dei miglioramenti. Ma ci sono anche una serie di cose e aspetti simbolici da sistemare, come ad esempio il riaccreditamento di Arcuri a palazzo Chigi. Ci sono questioni dove c'è molta continuità con il governo Conte e questo non può lasciarci indifferenti.
Lei ha lasciato Forza Italia e la maggioranza per le polemiche sul ddl Zan, che però ora sembra essere stato messo in soffitta. Si è pentito della scelta?
Sono convintissimo della scelta fatta, anche per ciò che è successo nelle settimane successive al mio passaggio. Le motivazioni che mi hanno spinto a quel passo rimangono, comprese quelle sul ddl Zan. Il governo ha dei doveri precisi: di fronte alla nota verbale della segretaria di Stato vaticana ci voleva una risposta formale, così come serviva chiarezza di fronte alle lettere delle altre Chiese che hanno espresso preoccupazioni: il silenzio del governo su questo è stato inaccettabile. In secondo luogo, all'articolo 8 dell'attuale testo ci sono mostruosità contrarie alla legge, come la promozione dell'utero in affitto. Ho fatto interrogazioni al ministro competente, cioè quello delle Pari opportunità, che non si è nemmeno degnato di rispondere. Per me era impossibile continuare a sostenere queste scelte.
dire.it, 3 agosto 2021
Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 41° anniversario della strage di Bologna e la ministra della Giustizia Marta Cartabia promette "supporto e vicinanza concreta".
"Quarantuno anni fa la città di Bologna e con essa la Repubblica vennero colpite al cuore. Un attentato dinamitardo, ad opera di menti ciniche che puntavano alla destabilizzazione della democrazia italiana, provocò una terribile strage in cui morirono donne e uomini inermi, bambini innocenti. I bolognesi e gli italiani seppero reagire con sofferto coraggio, offrendo solidarietà a chi aveva bisogno di aiuto, di cure, di conforto. Affermando un forte spirito di unità di fronte al gesto eversivo diretto contro il popolo italiano. Sostenendo nel tempo le domande di verità e di giustizia, che, a partire dai familiari, hanno reso la memoria di questo evento disumano un motore di riscatto civile e un monito da trasmettere alle generazioni più giovani". Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del 41° anniversario della strage di Bologna. Poi, aggiunge: "L'impegno di uomini dello Stato, sostenuti dall'esigente e meritoria iniziativa dell'Associazione tra i Familiari delle vittime, ha portato a conclusioni giudiziarie che hanno messo in luce la matrice neofascista della bomba esplosa la mattina del 2 agosto 1980. Non tutte le ombre sono state dissipate e forte è, ancora, l'impegno di ricerca di una completa verità. La Repubblica ha saputo respingere la strategia di questi criminali, difendendo i principi di civiltà conquistati con la lotta di Liberazione. La vicinanza, che rinnoviamo a quanti sono stati colpiti negli affetti più preziosi da tanta ferocia, costituisce anche pegno per il futuro, affinché il patrimonio di valori e di umanità, che sta alle fondamenta della nostra società, sia percepito sempre più come un bene comune indivisibile".
Cartabia a Bologna: con voi per la piena verità - "C'è bisogno di una parola di giustizia" e la ministra della Giustizia Marta Cartabia promette "supporto e vicinanza concreta" a chi cerca la verità sulla strage del 2 agosto 1980. "Bologna - dice nel suo intervento nel cortile d'onore di Palazzo D'Accursio - sappia di poter contare su di me e su tutto il ministero per quanto di mia competenza. Il processo attualmente in corso, che fa compiere un salto in avanti verso la ricostruzione dei fatti, è una necessità per l'intera storia del paese.
La stazione di Bologna è uno snodo storico". Per questo Cartabia assicura impegno per gli organici della giustizia e sulla digitalizzazione degli atti, una delle richieste avanzate con forza dall'associazione dei famigliari delle vittime ("la faccio mia", dice in proposito la ministra). E se il presidente dei famigliari delle vittime Paolo Bolognesi ha ricordato l'appoggio mai venuto meno da parte degli enti locali, "abbiate fiducia anche nei confronti del Governo e dello Stato" è l'appello della ministra, che sottolinea: Bologna "sa stare in piedi, per quanto colpita".
Da parte del Governo c'è un "concreto impegno per giungere ad una più completa ricostruzione dei fatti". Perché "non può esserci giustizia senza il riconoscimento pieno di ogni responsabilità". Però ora dopo 41 anni la polvere della bomba "piano piano si sta diradando e lascia vedere nuovi contorni e nuovi profili dell'accaduto". Di questo "va dato merito alla tenace determinazione dell'associazione familiari, all'impegno della procura generale di Bologna e di tutti i magistrati" e da parte dell'esecutivo ci sarà "tutto il sostegno necessario nel lavoro di accertamento delle responsabilità". Per quanto riguarda il personale della giustizia, Cartabia è al lavoro per assicurare insieme al Csm (alla cerimonia c'è anche il vicepresidente David Ermini) tutte le "risorse di cui avete bisogno". Come gli altri attentati degli anni della strategia della tensione la strage di Bologna "è un fatto opaco, oscuro, sordo", quello del 2 agosto 1980 "fu un attacco all'intero popolo italiano e al cuore della repubblica". Quello scoppio "fece ammutolire tutta l'Italia" e allora la ministra cita un verso di Giuseppe Ungaretti dal Porto sepolto, il silenzio di fronte alla tragedia della prima guerra mondiale. "La scelta di essere qui accanto a ciascuno di voi, non solo a titolo personale ma in rappresentanza di tutto il governo, è per testimoniare il bisogno di ascoltare ancora, le vostre voci, il vostro lavoro", sottolinea ancora Cartabia, nella consapevolezza che le "schegge di quella bomba ci hanno colpiti tutti".
Bonaccini: pretendiamo verità, non ci arrenderemo - "Non ci arrenderemo mai finché non sarà fatta piena luce sui mandanti. L'Emilia-Romagna vuole e pretende tutta la verità". Lo scandisce il governatore Stefano Bonaccini. "Gli anni passano, non certo il dolore e il bisogno di piena verità", afferma Bonaccini, che sottolinea come dal processo ai mandanti vengono "nuove speranze". Una ricerca della verità che "non è mai venuta meno" grazie all'impegno dei familiari delle vittime, dai quali viene "una lezione di civismo e partecipazione" e ai quali "saremo sempre al fianco", assicura Bonaccini. E aggiunge: "A nome di tutta la comunità regionale abbraccio loro e il presidente Paolo Bolognesi, e rinnovo il suo appello all'Esecutivo nazionale perché venga garantita ogni misura organizzativa e di rafforzamento della magistratura inquirente, per permettere alla Procura Generale di Bologna proseguire le indagini in corso e seguire fattivamente i processi fino alla loro conclusione"
Casellati: proseguirò l'opera di desecretazione - La strage di Bologna è "una ferita profonda e mai completamente rimarginata. Sento ancora forte l'emozione provata un anno fa quando ho condiviso con tutti voi il dolore di una città che più di ogni altra in Italia ha pagato il tragico prezzo del terrorismo e dell'eversione armata". Lo scrive la presidente del Senato Elisabetta Casellati, in occasione dell'anniversario dell'attentato del 2 agosto 1980. "Questa cerimonia- aggiunge- deve essere occasione anche per rinnovare il ricordo dell'orgoglio di un Paese che, proprio da Bologna, seppe reagire all'orrore del terrorismo con coraggio, unità e determinazione. L'orgoglio di un'Italia di valore che senza più paura ha risposto alla violenza delle bombe con le armi dell'onestà, della giustizia e della legalità. Un'Italia che ha sconfitto il terrorismo e che oggi continua a perseguire, con instancabile tenacia, verità e giustizia su pagine di un passato da consegnare alla storia senza ombre e senza segreti".
Casellati prosegue: "Un obiettivo di trasparenza, accessibilità e conoscenza a cui continuo a credere e per il quale intendo proseguire, come ho promesso, l'opera di desecretazione degli atti delle Commissioni di inchiesta che hanno lavorato sulle grandi stragi del passato. Perché l'Italia di oggi e quella di domani non dimentichino mai ciò che è stato e che non deve più accadere. Perché onorare la memoria di tanti innocenti e dare un senso al loro sacrificio significa anche impegnarsi ogni giorno per saldare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni su cui si fonda la nostra democrazia e preservare così quella coesione identitaria che è da sempre la grande forza dell'Italia e degli italiani. Ciò che ha consentito al nostro Paese di vincere le sfide più dure della sua storia e che può guidarlo, oggi, verso un futuro di rinascita e di nuove speranze".
Fico: nessuno spazio per oblio e mistificazione - "Nel giorno del 41° anniversario della strage di Bologna, desidero rivolgere ai familiari delle vittime, alla loro associazione e a tutta la cittadinanza di Bologna la più sentita vicinanza della Camera dei deputati e quella mia personale". Lo scrive il presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, nel messaggio inviato a Virginio Merola, sindaco di Bologna e presidente del Comitato di solidarietà alle vittime delle stragi e a Paolo Bolognesi, presidente dell'Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla Stazione di Bologna 2 agosto 1980, in occasione del 41° anniversario della strage. Fico sottolinea: "Non può esserci spazio per l'oblio e la mistificazione. Lo dobbiamo alla nostra democrazia". La terza carica dello Stato continua: "Il ricordo di quel terribile 2 agosto 1980, in cui un micidiale ordigno squarciò la stazione uccidendo 85 persone e ferendone oltre 200 resta ancora oggi una dolorosa ferita per tutto il Paese.
Lo è soprattutto perché, a distanza di quarantuno anni, non abbiamo ancora una piena verità sulla strage. Ciò è inaccettabile per le vittime e per le tante famiglie, segnate dal dolore e dal senso di frustrazione e di impotenza, ed è inaccettabile per uno Stato di diritto, fondato su principi di trasparenza, coesione sociale, giustizia e democrazia. L'istante della deflagrazione, fissato ancora oggi dalle lancette ferme dell'orologio della stazione, non ha dunque segnato soltanto la tragedia personale di tante esistenze innocenti. Quel tragico evento, compiuto con la scellerata regia di complicità diffuse, di tentativi di depistaggi e di dinamiche occulte, ha creato un cono d'ombra nel nostro sistema democratico che una complessa vicenda processuale ed un lavoro parlamentare d'inchiesta hanno tentato di dissipare, fermo restando il permanere di molti punti interrogativi capaci di alimentare, ancora oggi, una memoria spesso controversa. Proprio in questi mesi si sta svolgendo un procedimento giudiziario che, di certo, può contribuire a ricomporre le tante tessere di un puzzle ancora difficile da decifrare in tutta la sua complessità".
Roberto Fico continua: "Penso sia importante ribadire come il rispetto per le vittime di quella strage e per le loro famiglie imponga non un racconto parziale, ma una verità inequivocabile e senza ombre, una narrazione che faccia comprendere, soprattutto ai più giovani che non hanno vissuto gli anni di piombo, quanto siano corrosive e temibili le radici di odio e di intolleranza insite in ogni forma di estremismo ideologico. È soprattutto questo il senso della vasta opera di desecretazione e pubblicazione, in un apposito Portale, degli atti formati o acquisiti dalle commissioni parlamentari di inchiesta, che la Camera dei deputati sta portando avanti, proprio per contribuire a dare le risposte alle troppe domande ancora insolute.
Il presidente della Camera sottolinea: "Un impegno al quale deve accompagnarsi anche un costante monitoraggio dell'attuazione delle direttive adottate dai Presidenti del Consiglio dei ministri pro-tempore al fine di rendere pubblici i documenti relativi ad alcuni tragici eventi degli anni di piombo. Credo sia doveroso su questo non deludere le aspettative dei cittadini e procedere con una maggiore dose di coraggio e di coerenza nell'applicazione della Direttiva dell'aprile del 2014 sulla declassificazione ed il versamento straordinario di documenti all'Archivio centrale dello Stato, proprio con lo scopo di mettere a disposizione tutti i documenti necessari per fare piena luce su queste vicende. Occorre poi valutare con attenzione l'opportunità di riformulare, alla luce dei rilievi delle associazioni dei familiari delle vittime delle stragi, la Direttiva in questione in modo da realizzare la più ampia ed effettiva pubblicità dei documenti in questione. Non può esserci spazio per l'oblio e la mistificazione. Lo dobbiamo alla nostra democrazia".
Anche Bianchi in città: la memoria è la base della democrazia - A Bologna arrivano per l'anniversario numero 41 della bomba alla stazione anche il ministro dell'Istruzione Patrizio Bianchi e il sottosegretario all'Interno Ivan Scalfarotto. Ricordare è importante "perché la memoria è la base della democrazia", dice Bianchi arrivando nel cortile d'onore per la cerimonia istituzionale a Palazzo D'Accursio. "Noi stiamo ribadendo il senso profondo della democrazia, siamo qui tutti", sottolinea il ministro. "Questo- dice ancora Bianchi- è un Governo che assolutamente vuole ribadire giustizia e legalità. E io sono per ribadire che la scuola è legalità".
Il cardinale Zuppi: senza una giustizia la cicatrice resterà aperta - Se non si farà giustizia la "cicatrice" della strage alla stazione di Bologna "resterà aperta". È l'ammonimento del cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo della città, questa mattina in Comune per la commemorazione in ricordo delle vittime del 2 agosto 1980. "È una cicatrice aperta non solo per Bologna, ma per tutto il Paese- afferma Zuppi, a margine della cerimonia a Palazzo d'Accursio- non è solo la nostra storia, ma il nostro presente. E se non si riesce a ottenere giustizia, è una cicatrice che resterà aperta". Zuppi considera poi "importante" l'impegno assunto a nome del Governo dal ministro della Giustizia, Marta Cartabia. "Ed è anche la conferma che sulle trame del male si risponde sempre e solo insieme, con tanta insistenza da parte di tutti", sostiene il cardinale.
di Miguel Gotor
La Repubblica, 3 agosto 2021
La direttiva di Draghi per declassificare i documenti: andranno all'Archivio di Stato. Gli anniversari sono importanti: il 2 agosto 2021, quarantuno anni dopo la strage di Bologna, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha firmato una direttiva che dispone la declassifica e il versamento anticipato all'Archivio centrale dello Stato della documentazione conservata presso gli archivi degli organismi d'intelligence e delle amministrazioni dello Stato riguardante l'organizzazione atlantica Gladio e la loggia massonica P2. Il gesto assume un alto valore simbolico nel momento in cui si sta celebrando un nuovo processo che vede imputato, come mandante e finanziatore di quell'attentato, proprio il capo dello P2 Licio Gelli, già in passato condannato con sentenza definitiva per i depistaggi effettuati con alcuni alti ufficiali dei servizi segreti italiani.
La nuova iniziativa del presidente del Consiglio amplia e dà un ulteriore impulso a quanto già deciso dai suoi predecessori Romano Prodi (2008) e Matteo Renzi (2014). In quest'ultimo caso, un'apposita direttiva aveva stabilito la declassificazione delle stragi che hanno insanguinato la storia d'Italia a partire dalla bomba di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 in poi, indipendentemente dal tempo trascorso dagli attentati.
Per verificare la complicata attuazione di queste direttive è stato istituito un comitato di controllo alle cui sedute partecipano anche i rappresentati delle associazioni delle vittime del terrorismo. In una di queste riunioni è emersa la disponibilità da parte dell'ex direttore generale del Dipartimento delle Informazioni per la sicurezza (Dis) Gennaro Vecchione di non limitarsi a rendere pubblici gli atti relativi alle stragi, ma di ampliare lo spettro documentario a strutture come Gladio e la P2, per l'appunto.
La "direttiva Draghi" consentirà ora di approfondire non soltanto le dinamiche dei singoli attentati, ma anche il tema dei mandanti, dei depistaggi e delle infiltrazioni che riceveranno un sicuro impulso insieme con lo snodo centrale dell'individuazioni di eventuali responsabilità internazionali collegate allo sviluppo della strategia della tensione in Italia. In particolare si segnalano tre questioni. Anzitutto bisogna continuare a finanziare le procedure di digitalizzazione in modo che i documenti messi a disposizione possano diventare effettivamente fruibili per gli studiosi in un tempo ragionevole e con inventari ben fatti. Così anche sarà decisivo intrecciare le carte scaturite da queste direttive con quelle, non meno preziose, conservate dai tribunali, dove anche è in corso una informatizzazione che consentirà, incrociando i singoli dati e nominativi, un sicuro approfondimento delle nostre conoscenze.
In secondo luogo si evidenzia la questione specifica riguardante i documenti ancora segretati da parte delle Commissioni di inchiesta parlamentari. Non possono esserci due pesi e due misure ed è giusto che soprattutto il Parlamento si adegui allo spirito di queste direttive riguardanti le altre amministrazioni dello Stato senza ulteriori indugi. Infine sussiste un problema serio a proposito dell'attuale ministero delle Infrastrutture. Quel ministero, infatti, ha ereditato le funzioni di vari dicasteri come le Ferrovie e la Marina mercantile e si è letteralmente perduta traccia degli archivi di queste strutture, alcune delle quali nel frattempo sono diventare società per azioni, ossia enti di diritto privato che rischiano di smarrire la coscienza storica della propria continuità archivistica. La questione potrebbe sembrare di lana caprina, invece è decisiva perché gran parte delle stragi sono avvenute sui treni e, quindi, i primi a intervenire erano proprio gli agenti della polizia ferroviaria. Anche la strage di Ustica, riguardante un aereo civile, sarebbe interessata da un provvedimento ad hoc che affrontasse il nodo della ricostruzione degli archivi del ministero degli Trasporti. La nuova "direttiva Draghi" costituisce un ottimo provvedimento, ma è necessario fornire le energie finanziarie e organizzative adeguate per farla avanzare tra le nebbie e gli scogli della storia d'Italia.
di Vincenzo Musacchio
huffingtonpost.it, 3 agosto 2021
Se volessimo essere onesti con noi stessi e con chi ci legge, dovremmo ammettere che questa riforma del processo penale non è la soluzione ai reali problemi della lotta alle mafie in Italia. La riforma della giustizia in atto, da sola, non solo non renderà più efficiente il sistema di contrasto del crimine organizzato ma per alcuni aspetti rischia di vanificarlo poiché non vi sono, al momento, le necessarie riforme a supporto.
Per un processo penale efficace il problema cruciale da affrontare è da ricercare in specifici aspetti di riordino dell'intero sistema. La ragionevole durata si potrà raggiungere solo con importanti interventi organizzativi, mirati non solo sulla disciplina sostanziale e processuale, ma soprattutto sull'organizzazione giudiziaria. È assolutamente necessario un importante e incisivo intervento organizzativo e un'efficace messa a punto delle risorse materiali e umane. A fronte di un'adeguata opera di depenalizzazione, occorrono nuove norme organizzative che prevedano la riorganizzazione strutturale dell'intero sistema penale.
In primis, un forte potenziamento degli strumenti e dei sistemi informatici e di digitalizzazione del processo penale dalla fase inquirente. In secundis, la gestione delle cancellerie affidata esclusivamente al personale amministrativo. Infine, gli organici adeguatamente formati alle nuove tecnologie e alle evoluzioni informatiche già presenti in altri Paesi europei. Questi provvedimenti sarebbero l'inizio di un effetto benefico nei confronti della lungaggine del processo penale.
Con nuovi strumenti tecnologici e informatici e nuove risorse umane giovani, ben motivate e ben selezionate, si aumenterebbe la possibilità di fare fronte alla domanda di giustizia da parte dei tanti individui che vi ricorrono o vi sono sottoposti. Di queste modificazioni ne beneficerebbe senza dubbio alcuno anche la lotta contro le mafie. Sono tra quelli che ritengono non occorrano più magistrati. Quelli che ci sono bastano, soltanto dovrebbero essere meglio riorganizzati, sia come risorse umane, sia all'interno delle strutture giudiziarie nel loro complesso. Il potenziamento di questi strumenti può dare buoni risultati.
Naturalmente incidere sul rito penale resta una buona soluzione, ma, ripeto, da sola assolutamente non sufficiente a risolvere i mali della giustizia penale e della lotta alle mafie. Non è possibile che alle soglie del terzo millennio tra le pubbliche amministrazioni o tra Procura della Repubblica e Tribunale si comunichi ancora con pec o con atti in cartaceo e non con un sistema informatico unico a livello distrettuale e nazionale. S'implementi il fascicolo elettronico e si elimini totalmente il cartaceo. Si agisca anche sulla geografia giudiziaria finalizzandola all'uso congruo delle risorse a disposizione. Si affronti una volta per tutte e con decisione il tema della discrezionalità dell'azione penale, della separazione delle carriere, dell'inibizione totale di passaggio dalla magistratura alla politica.
Sono riforme necessarie pena anche il venir meno della credibilità del sistema nei confronti dei cittadini. Il problema della giustizia, tuttavia, resta e resterà sempre un problema di persone. Poiché gli esseri umani sbagliano, a chi amministra la giustizia si dovrebbe chiedere di commettere il minor numero di errori possibile.
Fossi stato al posto del ministro della Giustizia, avrei cominciato a costruire la riforma su tre pilasti portanti. Il primo: rimediare all'inefficiente organizzazione del "Sistema Giustizia". Abbiamo i migliori magistrati d'Europa che al tempo stesso sono i peggiori in fatto di organizzazione. Il secondo: ridurre l'eccessiva "criminalizzazione" di molte condotte che potrebbero essere punite con sanzioni non di natura penale. Il terzo: agire sulla convenienza ad affrontare sempre il giudizio di appello che porti costantemente solo e sempre benefici al condannato.
Iniziando da questi tre capisaldi sono certo si porrebbe rimedio anche all'eccessiva durata dei processi in Italia. Naturalmente questo tipo di riforma dovrebbe prevedere inevitabilmente anche il porre rimedio all'attuale situazione carceraria italiana. Depenalizzare, per esempio, significherebbe anche uso marginale della sanzione penale privativa della libertà personale e ciò in parte garantirebbe un carcere più "umano", cosa che purtroppo in Italia latita da ormai troppo tempo.
Una possibile risoluzione di questi problemi la propose anche il mio maestro Giuliano Vassalli circa trent'anni fa e fu poi ripresa più volte negli anni successivi ma mai attuata: la cd. "lista d'attesa". In sostanza, si dovrebbe stabilire con legge che qualora tu Stato non possa garantire uno spazio sufficiente in carcere per l'imputato in attesa di giudizio aspetti per rinchiuderlo fino a quando questo spazio non l'avrai. La norma si dovrebbe applicare ovviamente per i reati meno gravi in conformità a una serie di requisiti tassativi, ricordandoci che siamo sempre di fronte a non colpevoli sino alla condanna definitiva, come recita testualmente l'articolo 27 della Costituzione.
Occorrerebbe naturalmente investire anche sulle strutture delle carceri e su una nuova e più adeguata edilizia penitenziaria adeguata ai tempi moderni. Sarebbe un buon inizio. Ovviamente occorreranno molte altre riforme poiché un simile processo è sicuramente lungo e difficile, ma come diceva Orazio: "Chi ben comincia è a metà dell'opera".
*Jurist and Professor of Criminal Law
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