di Marco Belli
gnewsonline.it, 17 novembre 2021
Continua il trend al rialzo, seppure in misura contenuta, dei contagi da Covid-19 all'interno degli istituti penitenziari italiani. Rispetto alla scorsa settimana, il monitoraggio effettuato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria registra 103 detenuti positivi (17 in più), a fronte di una popolazione reclusa di 53.777 effettivamente presenti nei 190 istituti. Rimane invariato sia il numero dei sintomatici (3) sia quello dei ricoverati presso strutture ospedaliere (2).
Analoga tendenza al rialzo fra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, che salgono a 133 (+14 rispetto alla scorsa rilevazione), pressoché tutti a casa e nessuno ricoverato in ospedale. Salgono a 11 (+2) anche i contagi fra il personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione, tutti presso il proprio domicilio.
Sul fronte delle vaccinazioni alla popolazione detenuta, con le 423 dosi di questa settimana, sale a 82.583 il totale delle somministrazioni. Piccoli aggiustamenti invece nei numeri relativi al personale a cui l'Amministrazione ha offerto l'opportunità di sottoporsi al vaccino in postazioni collocate all'esterno degli istituti o in altre sedi concordate con le ASL, che rimane comunque stabile: sono rispettivamente 24.824 gli avviati alla vaccinazione fra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria e 2.797 quelli del comparto delle Funzioni Centrali. Dati ai quali occorre aggiungere il numero di quanti hanno scelto altre modalità per vaccinarsi.
Poche variazioni anche sul fronte dei cosiddetti assenti ingiustificati, previsti dal decreto-legge n. 127 del 21 settembre 2021 sulle 'Misure urgenti per assicurare lo svolgimento in sicurezza del lavoro pubblico e privato mediante l'estensione dell'ambito applicativo della certificazione verde Covid-19 e il rafforzamento del sistema di screening': alla data di ieri erano 11 fra la Polizia Penitenziaria e 9 fra il personale amministrativo e dirigenziale dell'Amministrazione.
di Giulia Merlo
Il Domani, 17 novembre 2021
Le nomine delicate di Roma, Milano e della direzione nazionale Antimafia saranno le ultime con le attuali regole, prima delle novità "anti-carrierismo" previste dal ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario. Si tratta di un gioco a incastri, perché i candidati in queste procure sono gli stessi e le tre nomine rischiano di avvenire una a ridosso dell'altra. Questo, però, non sarà più possibile sulla base della riforma. La proposta contenuta nella relazione dei tecnici e che il ministero della Giustizia dovrebbe a breve trasporre in un maxi-emendamento da presentare in commissione, infatti, prevede cambiamenti significativi nelle regole irrigidendo i criteri di nomina.
È tempo di nomine al Consiglio superiore della magistratura, e tutte spinose. I posti di chiave da riempire sono tre: sono vacanti la procura di Roma, ancora immersa nei postumi del caso Palamara, e la procura di Milano, orfana di Francesco Greco ed epicentro dello scontro all'ombra del processo Eni; il vertice della procura nazionale Antimafia, invece, sarà lasciato a febbraio 2022 da Federico Cafiero de Raho. Tre nomine di peso, strettamente connesse una con l'altra e che producono conseguenze a seconda di chi verrà nominato, liberando altre caselle delicate come la procura di Napoli, quella di Catanzaro e quella di Palermo.
Il gioco a incastri - La nomina del procuratore capo di Roma è la più impellente perché sospesa da molti mesi, dopo che il Consiglio di Stato ha confermato l'annullamento della nomina di Michele Prestipino, attualmente rimasto al vertice della procura come facente funzioni. I due ricorsi accolti sono quelli del procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi e del procuratore generale di Firenze, Marcello Viola e ora i curriculum dei tre sono di nuovo al vaglio del consiglio. La quinta commissione per gli incarichi direttivi sta rimandando la decisione da settimane: si è riunita sia lunedì che ieri ma si è limitata a un dibattito sulle questioni amministrative.
La decisione potrebbe arrivare giovedì 18 novembre ma la questione è delicata. Secondo pronostico, la commissione (che nel frattempo è stata rinnovata nei suoi membri) è così divisa: Viola avrebbe il sostegno dei due togati Antonio D'Amato di Magistratura Indipendente e di Sebastiano Ardita di Autonomia e Indipendenza e del laico di Forza Italia, Alessio Lanzi. Lo Voi, invece, quello dei togati Alessandra Dal Moro di Area e Michele Ciambellini di Unicost. Incerto, invece, il voto del laico Fulvio Gigliotti. Se anche solo un voto andasse a Prestipino, tutti e tre i nomi arriverebbero davanti all'assemblea del plenum, che deciderà definitivamente a chi assegnare la procura più importante d'Italia e potrebbe disattendere il giudizio dei giudici amministrativi.
Anche senza un Luca Palamara a gestire le convergenze tra correnti e candidati, le nomine rimangono però un gioco a incastri. I candidati, infatti, hanno presentato candidature multiple in questi ruoli, quindi ogni assegnazione condiziona le altre secondo gli equilibri che sono emersi in chiaroscuro negli ultimi mesi. A Milano, tra gli otto candidati ci sono il procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli e il procuratore di Bologna Giuseppe Amato. In pole position, però, c'è Maurizio Viola, nel caso in cui a Roma venisse alla fine nominato Francesco Lo Voi.
A Roma però la corsa è ancora aperta e l'unico candidato che sembra avere meno possibilità è proprio Viola. Per molti togati, nominarlo vorrebbe dire riavvolgere il nastro al maggio 2019 e dar ragione all'accordo dell'hotel Champagne e al metodo Palamara che proprio sul suo nome aveva trovato convergenza. Più semplice quindi sarebbe scegliere Lo Voi, che così libererebbe la procura di Palermo cui potrebbe ambire proprio Michele Prestipino. Quest'ultimo, però, non sembra del tutto fuori dai giochi: Lo Voi, infatti, ambirebbe preferibilmente a prendere il posto di Federico Cafiero De Raho come procuratore nazionale Antimafia. Per questo ruolo, tuttavia, oltre a lui i pretendenti sono molti: tra gli altri si sono candidati sempre Viola, ma anche il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri. Il candidato con più titoli per ambirvi sarebbe però Giovanni Melillo, attualmente procuratore capo di Napoli.
Destreggiarsi è complicato, anche perché questa tornata di nomine è anche probabilmente l'ultima a svolgersi con le attuali regole e chiuderà definitivamente un ciclo che è stato condizionato profondamente dai meccanismi correntizi. Il Csm - funestato dallo scandalo della loggia Ungheria e prima ancora del caso Palamara - verrà rieletto nel luglio del 2022 con una nuova legge elettorale, contenuta del ddl di riforma dell'ordinamento giudiziario.
La riforma del Csm - Sulla legge elettorale si stanno accapigliando le correnti della magistratura, ma nel disegno di legge che - secondo il Pnrr - dovrà essere approvato entro dicembre è contenuto anche un deciso irrigidimento dei criteri delle nomine.
La proposta contenuta nella relazione dei tecnici e che il ministero della Giustizia dovrebbe a breve trasporre in un maxi-emendamento da presentare in commissione, infatti, prevede cambiamenti significativi nelle regole. Sul piano formale, i procedimenti di nomina ai posti direttivi dovranno avvenire secondo un preciso criterio cronologico, con eventuali deroghe motivate. In questo modo si eviterà proprio quello che rischia di avvenire in questi mesi: che si accumulino nello stesso momento nomine di peso tutte con gli stessi candidati, che il Csm distribuisce con un gioco di specchi.
Sul piano del merito, invece, i criteri di valutazione dei candidati verranno cristallizzati in una legge di rango primario e quindi non più lasciati alle circolari interne del Consiglio. Secondo l'indirizzo, al Csm rimarrà un margine ragionevole di discrezionalità ma nell'alveo di indicatori, generali e specifici, prefissati dal legislatore per legge.
Proprio questa previsione è stata fortemente avversata nel dibattito dentro al Csm, sostenendo che questo limiti l'autogoverno dell'organo. Infine, per mettere fine al cosiddetto "carrierismo", il governo dovrebbe proporre una disciplina che renda poco favorevole l'abbandono di un incarico prima della scadenza per candidarsi ad un altro.
Questo pacchetto di correttivi, oltre che un Consiglio rinnovato con una nuova legge elettorale che sembra essere orientata a un sistema proporzionale, dovrebbero essere la cura dopo gli scandali degli anni passati. Proprio queste modifiche, tuttavia, caricano più peso strategico l'attuale tornata di nomine, l'ultima guidata dalle logiche esistenti.
di Vanessa Ricciardi
Il Domani, 17 novembre 2021
Il governo ha introdotto un'alternativa all'interdittiva, quindi all'impossibilità di ricevere finanziamenti e appalti pubblici, in presenza di "agevolazione occasionale" della criminalità. La nuova norma non a caso si accompagna alle disposizioni per l'erogazione dei contributi milionari e a fondo perduto del Pnrr. L'obiettivo che si pone è ambizioso: "Attirare dalla parte dell'economia sana imprenditori che non sono mafiosi", spiega il procuratore nazionale Antimafia De Raho. Per Raffaele Cantone, ex presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, oggi procuratore di Perugia, riguardo all'incisività dell'azione antimafia di questo controllo prefettizio commenta: "Non la rafforza né la indebolisce, ma è una misura intelligente che rende più giuste e più corrette le misure". Funzionerà?
Il nuovo decreto per attuare il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha un'ultima parte che si pone un obiettivo ambizioso: "Attirare dalla parte dell'economia sana imprenditori che non sono mafiosi". Una "sanificazione mi verrebbe da dire in tempi di pandemia" spiega a Domani Federico Cafiero De Raho, il procuratore nazionale antimafia dopo aver letto il testo.
Il decreto, arrivato in gazzetta ufficiale lo scorso 6 novembre, per la prima volta introduce un'alternativa all'interdittiva tradizionale, strumento della prefettura che espelle dai cantieri pubblici le imprese "sospette", cioè a rischio condizionamento mafioso anche solo in presenza di "agevolazione occasionale" della criminalità.
L'annuncio lo ha dato il ministero dell'Interno all'indomani dell'approvazione del decreto, prima che il testo arrivasse in Gazzetta ufficiale: "Apportate importanti modifiche normative al Codice antimafia", particolarmente significativa è "la disposizione che riconosce al prefetto la possibilità di ricorrere, quando i tentativi di infiltrazione mafiosa siano riconducibili a situazioni di agevolazione occasionale, a misure amministrative di prevenzione collaborativa, in alternativa all'emanazione di un'interdittiva antimafia".
In altre parole: il prefetto potrà prescrivere all'impresa l'osservanza, per un periodo dai 6 ai 12 mesi, delle misure di "controllo "attivo", ovvero l'obbligo di comunicazione costante degli investimenti, delle assunzioni e di tutto quanto ruota attorno alla vita dell'impresa, per fare sì che continui a operare.
Il prefetto si può avvalere anche di un massimo di tre esperti da scegliere nell'albo nazionale degli amministratori giudiziari. Se dopo il controllo il prefetto accerta l'assenza di tentativi di infiltrazione mafiosa può rilasciare un'informazione antimafia liberatoria. La nuova misura sarà applicabile da subito, anche ai procedimenti di valutazione in corso, iniziati con l'ipotesi di emanare un'interdittiva "tradizionale". L'altra novità è la previsione del principio del contraddittorio. L'impresa sotto indagine alla notifica dell'interdittiva o della nuova misura di prevenzione collaborativa, potrà richiedere di produrre memorie o farsi sentire. Il contraddittorio dovrà concludersi entro ottanta giorni. Il decreto introduce, poi, un ulteriore passaggio che serve a regolamentare il controllo giudiziario delle imprese colpite da interdittiva. Il tribunale nel disporlo deve sentire il prefetto che ha adottato il provvedimento.
L'illegalità - L'agevolazione occasionale è un concetto vago, contenitore dove può starci di tutto. Potrebbe essere l'imprenditore che si è avvalso di una falsa fattura emessa nel circuito illegale di imprese riconducibili a una cosca mafiosa, o quello in cui un'impresa paga il pizzo per ricevere un vantaggio, come partecipare a un subappalto: "Sono situazioni che vanno distinte, anche dal punto di vista penalistico cambia", dice De Raho, che aggiunge: "Fare oggi un'interpretazione certa delle valutazioni della norma è difficile. Quando la legge troverà applicazione verificheremo i risvolti". L'interdittiva, sottolinea il procuratore nazionale antimafia, spesso decade dopo il ricorso delle aziende. L'altro rischio è lasciare senza lavoro gli operai di quella ditta interdetta per mafia. Per questo, prosegue De Raho, "il nuovo meccanismo "utilizzato con parsimonia e con la diligenza propria dei prefetti" potrebbe intervenire a salvare questi casi.
Non rafforza e non indebolisce - Raffaele Cantone, ex presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione, oggi procuratore di Perugia, sul nuovo strumento inserito nel decreto dice: "Non rafforza l'azione antimafia né la indebolisce, ma è una misura intelligente che rende più giuste e più corrette le misure". Cantone poi aggiunge: "Anche in una situazione meno pericolosa, dà la possibilità al prefetto di intervenire e andare a verificare il livello di infiltrazione.
La gradualità è assolutamente opportuna: l'interdittiva ha un effetto devastante sull'impresa, usiamo l'interdittiva per le cose realmente gravi". In questi casi "non possiamo muoverci con la logica del sospetto".
Il contraddittorio inoltre, secondo Cantone, la rende inattaccabile dal punto di vista del diritto europeo. Sei mesi di controllo basteranno a salvarle? "Piuttosto che pensare alle critiche - replica il procuratore - laddove c'è l'esigenza di intervento, penserei alla possibilità per i soggetti che si trovano in equilibrio instabile di essere recuperati nella legalità. Più strumenti abbiamo per salvare l'economia migliore sarà il risultato. Penso come gli uomini che credono nello stato, cioè che sia capace di esprimere valutazioni appropriate".
E conclude: "Va visto in che misura può essere applicata questa disciplina, ma ben venga un istituto come questo", soprattutto oggi "che abbiamo un rischio di infiltrazione mafiosa enorme e dobbiamo impedire alla mafia di espandersi". Se non c'è il contributo di tutti "la ricchezza della mafia rende impossibile lo sviluppo delle imprese sane, che non possono sostenere la concorrenza delle imprese mafiose. Per questo lo stato si sta impegnando tanto per aiutarle".
di Jacopo Della Porta
Gazzetta di Reggio, 17 novembre 2021
Dopo l'inchiesta la procura pronta a chiedere i rinvii a giudizio. I reati contestati sono danneggiamento, resistenza e lesioni. Venti detenuti indagati per la rivolta del carcere dell'8 marzo 2020. La procura di Reggio Emilia ha chiuso le indagini e ora si appresta a chiedere il rinvio a giudizio.
I reati contestati, a vario titolo, sono danneggiamento, in alcuni casi mediante incendio, e resistenza, oltraggio e lesioni a pubblico ufficiale. Tra le aggravanti in molti casi c'è quella di aver commesso il fatto nel corso di una manifestazione di protesta in un luogo aperto al pubblico (perché le celle e il carcere in generale sono considerati tali).
Molti degli indagati sono stati trasferiti dopo quegli episodi di violenza. Le persone che andranno a processo sono di varie nazionalità: si tratta di due italiani, sei tunisini, sei albanesi, due nigeriani, un gambiano, un moldavo, un georgiano e un uruguaiano. I disordini erano scoppiati nella IV sezione del carcere di via Settembrini, in un contesto di generale rivolta delle carceri italiane durante le fasi calde della pandemia.
I detenuti avevano fatto delle barricate con le brande di ferro e poi avevano incendiato materassi, lenzuoli e stracci. Per sedare le proteste erano intervenuti anche poliziotti e carabinieri, alcuni dei quali rimasero feriti (tra loro anche il vicequestore aggiunto Domenico De Iesu, che rimediò una prognosi di cinque giorni).
Ad accendere la miccia della rabbia dei reclusi era stata la decisione, entrata in vigore in tutta Italia, di sospendere le visite dei familiari, e non solo. Un provvedimento temporaneo, preso dal Ministero della Giustizia per motivi prettamente sanitari. A Reggio la protesta era partita con toni pacifici, ma con il passare delle ore era degenerata. Verso le 22 la situazione era diventata decisamente incandescente e gli agenti di polizia penitenziaria, inferiori per numero rispetto ai detenuti, avevano chiesto aiuto a carabinieri e polizia. Alcuni detenuti avevano desistito da ogni violenza, mentre altri avevano posto in atto resistenza.
latinaoggi.eu, 17 novembre 2021
Approvata ieri in Giunta la delibera con cui vengono stanziati 550mila euro da destinare a specifici interventi strutturali volti al miglioramento della condizione carceraria del Lazio. A darne la notizia l'Assessore a Turismo, Enti Locali, Sicurezza Urbana, Polizia Locale e Semplificazione Amministrativa, Valentina Corrado proponente della proposta che spiega: "Con la delibera di oggi vengono stanziate risorse utili a migliorare le condizioni dei detenuti. Per sostenere la genitorialità saranno impiegate risorse volte alla riqualificazione di spazi destinati all'area verde, a locali adibiti a ludoteca, agli ambienti destinati all'accoglienza dei familiari. Saranno poi realizzati interventi sulle palestre sportive e, ancora, saranno messe in campo risorse per sostenere forme di espressività e riflessione.
Nella Casa Circondariale di Latina sarà realizzata, ad esempio, una sala biblioteca. Non mancheranno interventi di digitalizzazione e di adeguamento tecnologico così da rendere praticabile il percorso di formazione e istruzione di minori e adulti ma anche per facilitare la comunicazione e le relazioni con il mondo esterno. È opportuno che siano poste le condizioni che rendano effettivo il fine della detenzione che non è un percorso punitivo, quanto invece riabilitativo e rieducativo. Interventi simili sono fondamentali per risanare le cicatrici sociali. Bisogna pensare alle condizioni dei detenuti, agevolare il percorso formativo e favorire il mantenimento del legame con la società in cui dovranno reinserirsi".
Tra le voci oggetto di finanziamento figurano interventi ordinari di sostegno alla genitorialità, alla conservazione e miglioramento della vita affettiva e relazionale, al benessere psicofisico, alle forme di espressività, creatività e riflessione, all'istruzione, alla formazione e al lavoro. Previsti poi specifici interventi che mirano a favorire la digitalizzazione, negli istituti penitenziari, utile a incrementare lo svolgimento di attività di istruzione e di formazione professionale, a potenziare la comunicazione per via telematica dei rapporti con i familiari, gli avvocati e la magistratura di sorveglianza, nonché interventi per adeguare e modernizzare le reti e potenziare le dotazioni telematiche.
Con la delibera, al fine di rendere attuabile quanto stabilito, è stato approvato il protocollo d'intesa tra Regione Lazio, il Ministero della Giustizia Provveditorato Regionale dell'Amministrazione Penitenziaria del Lazio, Abruzzo e Molise e il Centro della giustizia Minorile del Lazio, l'Abruzzo e il Molise, e il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 17 novembre 2021
Mario Tuti rappresenta, per molti versi, il "nemico assoluto". O meglio: per una parte rilevante degli italiani, la sua vicenda politica e giudiziaria propone tutti i tratti del perfetto terrorista fascista. Nato e cresciuto a Empoli, nel 1971 aderisce a Ordine Nuovo e, pochi anni dopo, fonda il Fronte Nazionale Rivoluzionario. Nel 1975, alcuni esponenti di quella organizzazione vengono arrestati a seguito di una serie di attentati. Durante una perquisizione nel suo appartamento, Tuti uccide due agenti e ne ferisce gravemente un altro.
Fuggirà in Francia ma verrà arrestato nel luglio dello stesso anno, grazie a una operazione congiunta della polizia italiana e di quella francese. Una volta estradato, verrà condannato all'ergastolo per duplice omicidio. Nel 1976, nell'ambito del processo per gli attentati lungo il tratto ferroviario Firenze-Chiusi, subisce un'ulteriore condanna a 20 anni per strage, detenzione illegale di armi da guerra e riorganizzazione del Partito fascista.
In carcere, nel 1981, partecipa all'uccisione del neofascista Ermanno Buzzi, considerato un delatore. Nel 1987 è tra gli organizzatori della rivolta nell'istituto penitenziario di Porto Azzurro. In ultimo, nel 1992, verrà definitivamente assolto nel processo per la strage dell'Italicus (4 agosto 1974).
Mario Tuti oggi ha 75 anni e ne ha passati in carcere 46. Dal 2004 si trova in regime di semilibertà: durante il giorno lavora in una comunità per tossicomani a Tarquinia; la sera rientra nel carcere di Civitavecchia per trascorrervi le ore notturne.
Ad agosto di quest'anno, succede che, durante una licenza, viene ripreso da un servizio di Rainews24 mentre partecipa a un campo estivo del Blocco Studentesco, organizzazione giovanile di estrema destra legata a Casa Pound. Qualche giorno dopo, vengono presentate alla Camera e al Senato alcune interrogazioni sull'episodio da parte di parlamentari del Partito Democratico. In esse, si chiede al ministro della Giustizia e a quello dell'Interno che venga "assolutamente impedito che assassini senza scrupoli possano propagandare gli ideali fascisti nei confronti di giovani generazioni". Dopodiché, a Tuti viene sospesa la licenza straordinaria, in attesa della decisione sulla revoca o meno della semilibertà.
Il 13 ottobre, infine, gli verrà confermato il regime di semilibertà con una serie di limitazioni: "Il detenuto ha l'obbligo di svolgere ogni giorno attività di collaborazione presso una Cooperativa sociale di tipo amministrativo e logistico; viene escluso, quindi, da qualsiasi coinvolgimento diretto con i giovani ospiti della casa-famiglia; al detenuto è fatto divieto di utilizzare i social media in qualsiasi forma; è tenuto a chiedere preventiva autorizzazione ai Magistrati di Sorveglianza in caso di partecipazione a eventi collettivi o manifestazione di esposizione pubblica di qualsiasi natura, anche se in caso di licenza".
Disposizioni severe ma, direi, opportune e, nella sostanza, rispettose dei diritti e delle prerogative del condannato Tuti. Proprio per questo, la vicenda si presta a funzionare come test esemplare: sia del tasso di cultura democratica e liberale diffusa in Italia, sia della corretta applicazione di misure e provvedimenti capaci di rispettare il dettato costituzionale in materia di esecuzione della pena. Insomma, la qualità del garantismo presente nella società e nelle istituzioni si verifica più efficacemente quando la prova è più impervia, quando il soggetto da tutelare appare più estraneo e "incompatibile", quando i diritti da proteggere sembrano un lusso superfluo e il destinatario sembra proprio non meritarli.
È proprio allora che si vede di quale stoffa sia fatto il garantismo. Troppo facile ricorrervi per difendere amici e alleati e ignorarlo quando sotto accusa sono gli avversari. A chi scrive Tuti non è simpatico, e se le sue azioni del passato risultano efferate, una sua attuale irresponsabilità non rivela una innocente spavalderia, quanto piuttosto - posso sbagliarmi - una certa protervia.
Ma questo che cosa c'entra con le valutazioni relative al suo stato di detenzione e col suo diritto costituzionale alla "rieducazione"? Nulla, assolutamente nulla. E ancora: chi - sollecitato ad assumere una posizione garantista "anche per Tuti" - si è sottratto a causa della concomitanza con l'assalto neofascista alla sede della Cgil, ha utilizzato, credo, una motivazione davvero pretestuosa. In primo luogo, perché non esiste alcun collegamento, non dico pratico, ma nemmeno lontanamente simbolico, tra i due episodi e i rispettivi attori; e, poi, perché proprio il rispetto più rigoroso delle regole e delle garanzie nei confronti di chiunque e, pertanto, anche di un reperto archeologico degli anni '70 potrebbe rendere ancora più intransigente la condanna nei confronti di quanti, nel 2021, credono di poter resuscitare una storia infame
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 17 novembre 2021
L'ennesima protesta dopo che nel Ddl Bilancio non sono stati inseriti i fondi annunciati dalla Ministra Cartabia per la "improcrastinabile" tutela di quasi 5mila lavoratori. La Consulta della Magistratura onoraria ha proclamato "l'astensione dalle udienze e dalle attività d'istituto dal 23 al 27 novembre 2021". La misura, secondo i non togati, si rende necessaria perché nonostante la Ministra Cartabia, rispondendo al question time della Camera il 4 novembre scorso, aveva definito "improcrastinabile" il riconoscimento delle tutele di quasi 5mila lavoratori, aggiungendo che "l'imminente disegno di legge di bilancio debba prevedere le risorse necessarie", nel testo da oggi all'esame del Senato non c'è un euro stanziato.
I non togati ricordano la lettera di messa in mora della Commissione europea per "l'immediato riconoscimento ai magistrati onorari in servizio di tutte le tutele, sociali ed economiche, dovute per la funzione magistratuale espletata". Tuttavia, proseguono, "il Governo non ha risposto adeguatamente alle aspettative, non ha rispettato le iniziali intenzioni di porre fine ad un intollerabile sfruttamento che si protrae da decenni, di legislatura in legislatura, di tavolo tecnico in tavolo tecnico".
L'Italia, proseguono i magistrati onorari, "disattende le sentenze della Corte di Giustizia ed ignora le indicazioni imposte lo scorso 15 luglio, non conformandosi a quanto chiesto per evitare il prosieguo della procedura d'infrazione, col conseguente pesante carico sanzionatorio, non mettendo immediatamente a disposizione i fondi necessari ad implementare il capitolo di bilancio dedicato, onde adeguare immediatamente lo status di chi in servizio sia alla normativa euro-unitaria che ai principi di tutela del lavoro e del lavoratore sanciti nella nostra Carta Costituzionale".
Per cui gli scenari si fanno "nuovamente foschi", a meno di due mesi dalla scadenza della ennesima proroga prevista dal Dl reclutamento. "Sa, poi, di ulteriore beffa - attacca la Consulta -, quanto nella relazione tecnica al disegno di legge di bilancio, una elencazione di ipotesi, a finanza invariata per altri due anni, con la prospettazione di un trattamento economico incerto nell'an e nel quantum, comparato a categorie disomogenee e mai contemplate dalla Commissione Eu, previo, peraltro, espletamento di procedure concorsuali per legittimare ciò che, anche da trent'anni, è il quotidiano lavoro nelle aule di giustizia di coloro che sono in servizio a seguito di bando di concorso e appena sottoposti ad ennesima verifica quadriennale".
"Si tenta semplicemente di eludere, ancora una volta, come fu già nel 2017, quanto stigmatizzato dall'Unione, sperando forse nella resa. È tempo, invece, di ricominciare con una nuova stagione di proteste, ancor più serrate". Ed è in questa chiave che va letta la manifestazione del prossimo 24 novembre, a Roma, dove la magistratura onoraria ha intenzione di ribadire il "profondo sdegno, ancora maggiore rispetto al passato perché preceduto da un affidamento autentico in quella che appariva una stagione nuova e diversa, fatta finalmente di rispetto e considerazione per le nostre legittime richieste". "Ancora una volta - chiude il comunicato - siamo stati traditi".
Corriere Fiorentino, 17 novembre 2021
Carissimo Papa Francesco, non ricordiamo più se questa è la quarta o la quinta lettera che Le scriviamo. Il numero delle nostre lettere non è importante; importante è invece la risposta che abbiamo ricevuto in occasione del nostro secondo invito a venirci a trovare nel carcere di Sollicciano. In quella risposta, ci veniva comunicato che non era possibile inserire una variante nel programma della Sua visita a Firenze perché già pieno.
Ma c'era la promessa (parola di Papa!) che "nella prossima volta" si sarebbe trovato il tempo per stare con noi, magari mangiare con noi, parlare e pregare con noi, semplicemente, come Lei sa fare, da fratello, da pastore, un pastore che sta "in mezzo" al gregge, per ascoltare, per raccogliere e regalare speranza e luce. Abbiamo un bisogno estremo di quella speranza e di quella luce, perché non ci piace l'attenzione che si accende su questo mondo buio e chiuso nelle tragedie, nelle emergenze, per i suicidi, gli omicidi o le rivolte.
Chi scrive è un Noi, fluido, mutevole. Arriviamo tutti dallo stesso inferno e andiamo tutti verso lo stesso girone d'inferno, stesse miserie materiali e culturali, stesse difficoltà di vita dignitosa, ovunque ci abbia portato il nostro cammino, perché noi siamo gli "scarti" di tutte le società. Però siamo attenti, e anche questa volta abbiamo colto l'informazione che il nostro cappellano ci ha fornito. Così abbiamo saputo che il 27 febbraio 2022 ci sarà a Firenze l'incontro dei Vescovi del Mediterraneo e, allo stesso tempo, il convenire dei sindaci provenienti da città piccole o grandi delle coste o dell'entroterra del Mare Nostrum, il Mediterraneo.
A questo incontro di sicuro Lei non mancherà di partecipare visto che i temi all'ordine del giorno sono gli stessi a cui Lei tiene fortemente: pace, giustizia, uguaglianza, solidarietà tra i popoli, vicinanza tra 2 religioni, rispetto e amore per il creato. Firenze è nell'entroterra, la città non si affaccia sul mare, ma Sollicciano, il carcere è completamente immerso in quel "mare nostrum", che è uno dei nostri cimiteri, dove tanti nostri fratelli sono annegati e continuano ad annegare. Quel "mare nostrum" è il nostro inferno, in cui siamo quotidianamente immersi, gelido in inverno, bollente in estate, carico di energia che esplode in temporali di violenza e in tempeste di rabbia, riempito con le nostre lacrime e asciugato dai nostri bisogni.
Non ci sono attorno cento città ma ci sono rappresentate 44 etnie, praticamente tutti i popoli delle coste del bellissimo e ricco di storia Mediterraneo. Siamo albanesi, calabresi, marocchini, siciliani, tunisini, pugliesi, slavi, napoletani... toscani, siamo interessati a quanto uscirà da questo incontro, se solo parole o anche scelte che possano influire sulle nostre vite.
Il cappellano è sempre quel Don Vincenzo che ci fu vicino nel digiuno di preghiera, che ci cammina al fianco ogni giorno, senza fermarsi davanti alle differenze di etnia, di religione o di storia. Raccoglie i nostri dolori e cerca di sciogliere i nodi di amarezza che stringono i nostri cuori. Ci ha detto di questo incontro, ci ha parlato del Sindaco La Pira, personaggio importante per questa città in anni lontani che si è impegnato a fondo per accogliere profughi, par dare casa ai poveri. Ci ha parlato di altre persone che hanno illuminato quegli anni: Don Facibeni, Don Milani, Don Corso, che hanno speso la loro vita e le loro energie nella Carità e per la Carità. Tempi lontani quelli ma attuali: qualche sprazzo di quella luce arriva anche dietro le sbarre, ma "dentro" il tempo è fermo ed immobile: nessun passo avanti, piuttosto passi indietro.
Le nostre condizioni e le nostre prospettive peggiorano sempre di più. Riceviamo visite, o meglio arrivano ispettori, direttori, ministri, autorità, sindaci. Arrivano, guardano, capiscono, rilasciano una dichiarazione, e poi tutto ritorna come 3 prima, il silenzio diventa più pesante. È venuto tempo fa anche il Sindaco di Firenze, Dario Nardella, lo stesso che sta organizzando il prossimo incontro di febbraio. Anche lui ha fatto un lungo giro, guardato, parlato con operatori e una volta fuori ha fatto una importante dichiarazione: Sollicciano non è carcere da ristrutturare o riformare, è da chiudere. Aveva ragione, ma sono passati anni, è passata anche una pandemia, morti, feriti, scontri, urla, proteste, richieste e siamo ancora qui, cresciuti di numero: tutto come prima. Cosa ci aspettiamo dalla Sua visita, Santità?
Ci aspettiamo un abbraccio da chi non misura le distanze, da chi non costruisce muri di giudizio, ci aspettiamo parole di conforto, quelle parole che Lei pronuncia spesso e che danno dignità agli "scarti invisibili", di questa, come di tutte le società che si affacciano sul Mediterraneo. Ci aspettiamo un momento di pace e di serenità, un momento di attenzione amorevole. Don Milani diceva "I care", diceva anche che avrebbe preferito invitare l'ultimo arrivato e non il primo, che gradiva la vicinanza dei perdenti più che dei vincenti, dei potenti insomma.
Noi pensiamo che anche Lei sia un po' così e che dunque quando verrà a Firenze, il 27 febbraio (mancano 4 mesi!), vorrà stare un poco anche con noi. Non camminerà nelle navate della Cattedrale o nelle sale del palazzo della Signoria ma nei corridoi di sbarre e cemento, non avrà da ricordare belle immagini, ma le si scalderà il cuore perché "chi ha attraversato il deserto può diventare profeta". Lo ha detto Lei e noi le abbiamo creduto. Le crediamo ancora e La aspettiamo.
Firmato: Un gruppo di detenuti di Sollicciano, con il cappellano don Vincenzo Russo
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2021
Il progetto presentato dal capo del Dap e dal garante cittadino Corleone. Il carcere di Udine, in via Spalato, cambierà volto grazie all'attuazione di un progetto che ha come missione una rivoluzione della struttura. Un rinnovamento che - come ha spiegato Franco Corleone, il garante delle persone private della libertà di Udine porterà il carcere ad essere un "luogo pieno".
Pieno, perché l'ex sezione femminile inagibile da 20 anni, diventerà un polo culturale e del volontariato, sede di laboratori di attività artigianali. Si aprirà una sezione per i detenuti in semilibertà, con più spazi per i colloqui privati con le famiglie. Saranno rifatti gli impianti, le finestre, installati pannelli fotovoltaici, sistemate le strutture per l'ora d'aria, incluse aiuole per il giardinaggio. Sarà soprattutto costruito un teatro da 100 posti, aperto alla città.
Il progetto è stato presentato venerdì e sabato scorso a Udine, in Sala Aiace. Si è così avuto un confronto con Bernardo Petralia, il capo dell'amministrazione penitenziaria, e con il professor Marco Ruotolo che ha avuto il compito dalla ministra della Giustizia, Marta Cartabia, di coordinare la commissione per l'innovazione della vita nelle carceri. Un incontro organizzato dal garante di Udine Franco Corleone e da due associazioni impegnate da anni sulla giustizia e sul diritto: La Società della Ragione e l'associazione di volontariato Icaro, quest'ultima impegnata per il sostegno dentro e fuori dal carcere.
I lavori cominceranno nel 2022 e si completeranno in tre anni. Per capire quanto sia davvero innovativo questo progetto, bisogna parte dal fatto che il carcere di Via Spalato è una struttura che risale nel 1925. Viene da sé immaginare che, ad esempio, non ha adeguati spazi trattamentali per la popolazione detenuta. Il piano di interventi è stato redatto tenendo conto che i vari lavori dovranno essere eseguiti senza interrompere le attività dell'Istituto penitenziario e quindi opportunamente previsti secondo un preciso cronoprogramma. In una prima fase pertanto si procederà alla ristrutturazione degli edifici o parti di edifici attualmente inutilizzati, in particolare all'alloggio di servizio posto al primo piano della palazzina portineria, non utilizzato, e l'edificio un tempo adibito a detenzione femminile, in stato di abbandono.
Nell'ambito degli interventi da realizzare si procederà altresì all'adeguamento sismico delle strutture e all'efficientamento energetico delle stesse. Il progetto degli impianti sarà redatto con l'obiettivo del contenimento dei consumi energetici, impiegando apparecchiature ad alto rendimento, lampade Led e sistemi di regolazione e controllo.
Le esigenze della direzione dell'Istituto si possono elencare in linea di massima nei seguenti punti: necessità di prevedere un settore per i detenuti semiliberi con accesso indipendente dall'esterno in modo da evitare i contatti con i detenuti presenti all'interno della struttura; necessità di avere maggiori spazi per le attività trattamentali, e soprattutto le attività didattiche e formative; necessità di salvaguardare gli spazi adibiti ad attività all'aperto ed eventuale creazione di altri spazi esterni; necessità di rendere gli spazi comuni accessibili ai portatori di handicap; necessità di realizzare l'adeguamento sismico delle strutture, l'adeguamento impiantistico e l'efficientamento energetico; necessità di avere aree per la permanenza all'esterno adeguatamente attrezzate.
Interessante la realizzazione di una sala polivalente. L'Istituto non è dotato di spazi di superficie adeguata a svolgere attività comuni e pertanto, nel recepire le esigenze rappresentate dalla Direzione e dagli operatori penitenziari, si propone la realizzazione di un nuovo spazio all'interno del muro di cinta dell'Istituto, compatibilmente con quanto consentito dalle norme urbanistiche vigenti, da destinare a edificio polivalente e da utilizzare come sala conferenze, attività teatrali, cinema, biblioteca.
La nuova sala polivalente potrà così assolvere alla funzione di luogo per attività comuni di intrattenimento (proiezioni cinematografiche, laboratori teatrali, ecc.) per i detenuti, per eventi e cerimonie, convegni, feste, rappresentazioni teatrali, giornate celebrative, aperti a persone esterne al carcere (familiari, associazioni, comunità cittadina, autorità ecc.).
Contestualmente sarà riqualificato lo spazio esterno del cortile, con la predisposizione di una serie di aiuole che potrebbero essere curate dagli stessi detenuti nell'ambito di attività di giardinaggio.
Come ha ricordato il Garante Corleone, tanti sono i problemi aperti, dal potenziamento dei servizi di salute mentale alla presenza adeguata degli educatori ed operatore dell'Uepe, fino all'incremento delle misure alternative. Ma qualcosa si muove. Vogliono fare di via Spalato un nuovo modello di carcere, un vero e proprio presidio di civiltà.
di Sara Bennewitz
La Repubblica, 17 novembre 2021
Prima di Natale il gruppo anglosassone basato a Milano lancerà una campagna di economia circolare per recuperare gli smartphone, e aiutare i carcerati a reinserirsi. Oltre ai risultati economici, Vodafone Italia si impegna anche per l'ambiente e sui temi dell'impatto ambientale dei servizi telefonici. Così il gruppo guidato da Aldo Bisio starebbe per promuovere una doppia iniziativa benefica: da una parte si preoccupa di smaltire e ritirare i vecchi cellulari- riservandosi anche di pagare e riciclare un buon usato- dall'altra si rivolge ai detenuti del carcere di Bollate per questa operazione, trasmettendo loro il know how del processo per smaltire e recuperare tutto il possibile dando a batterie e componenti una seconda vita.
A giorni, e prima della campagna di Natale, dovrebbe infatti partire una campagna del gruppo anglosassone basato a Milano, che permette a chi porta un vecchio smartphone in un Vodafone Store nel Belpaese di dargli una nuova vita: se il telefono è in buono stato, potrà ricevere uno sconto di dargli su un nuovo cellulare, viceversa potrà smaltirlo senza costi.
Un cambio intelligente di paradigma - uno Smart Change (questo il nome dell'iniziativa che è un gioco di parole con Smartphone) - che fa bene all'ambiente, ai cellulari e alle persone che si occuperanno di questo processo di recupero, ovvero i detenuti di Bollate, che impareranno un nuovo mestiere volto al reinserimento nel mondo del lavoro, una volta usciti dal carcere.
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