di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2021
Negli ultimi tre anni, quattro le censure a carico dei magistrati negligenti. Sono stati 1.108 i procedimenti introdotti nel 2020 per chiedere la riparazione per ingiusta detenzione. E 750 le ordinanze di pagamento emesse per poco meno di 37 milioni, complessivi. È quanto emerge dalla Relazione al Parlamento per il 2020 messa a punto dal ministero della Giustizia.
di Marco Cremonesi
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Il leader della Lega spinge per l'unità del centrodestra: "Sono un testone". E stasera cena con Berlusconi. La coreografia azzurra e la presenza di molti ex forzisti evoca le manifestazioni di FI.
Sono cannonate tra Lega e Associazione nazionale magistrati. A rovinare il primo giorno della "Lega azzurra" è il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, che punta diritto sui referendum promossi da Lega e radicali sulla giustizia: "Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal Governo" dice di fronte al comitato direttivo dell'Anm. Di più: "Fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura". Santalucia chiude con un finale che poco più tardi sarà contestatissimo: "Credo che spetti all'Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo".
Bongiorno cita Falcone - La risposta arriva dalla manifestazione "per la ripartenza" convocata dalla Lega in piazza Bocca della verità, a Roma. Tra i temi centrali, c'è proprio la campagna referendaria e la regia sul palco è affidata a Nicola Porro. In realtà, le parole più fiammeggianti vengono dal segretario dei radicali Maurizio Turco. Che accusa Santalucia di minacce: "Quello che oggi ci dice l'Anm è di stare attenti. Il referendum è previsto dalla Costituzione, ma qui c'è un tentativo da parte di una parte della magistratura, quella delle correnti, di mettere a tacere i cittadini. Ci vogliono arrestare tutti?".
Il sovracuto arriva riguardo al capo dello Stato: "Questa cosa dell'Anm è gravissima, è un attacco alla democrazia. E il presidente della Repubblica deve intervenire". Assai più misurata Giulia Bongiorno: "C'è qualcuno che dice che stiamo facendo la guerra ai magistrati. No, non stiamo dichiarando la guerra ai magistrati indipendenti", ma la separazione delle carriere è cruciale: "Falcone diceva che i giudici e i pm non devono essere nemmeno parenti". Poi, tocca a Matteo Salvini: "Ho visto la reazione scomposta di una corrente dei magistrati che parla di un pericolo quando ci sono i referendum. Mi spiace di aver letto certi toni da chi dovrebbe essere al di sopra delle parti". Poco distante, un leghista mastica amaro: "Speriamo di non vedere la ferma reazione dell'Anm a Palermo...". Un riferimento al processo al segretario leghista per i fatti della nave Open Arms.
Matone: "Non sono razzista" - Al di là dello scontro con l'Anm, la giornata doveva essere quella di "Prima l'Italia: bella, libera e giusta", la manifestazione per festeggiare le riaperture e la ripartenza. Ribattezzata la giornata della "Lega azzurra" perché in effetti il colpo d'occhio è quello: un gran fondale con paesaggio idillico e soprattutto un cielo azzurro a perdita d'occhio. Anche senza i numerosi parlamentari ex forzisti, la sensazione di trovarsi a un'iniziativa berlusconiana è fortissima. E voluta. Va detto che il format è stato ben studiato nella sua varietà. Apre con l'inno di Mameli Annalisa Minetti, presenta Ohara Borselli. Sul palco esordiscono i candidati per la Capitale Simonetta Matone ("Non sono razzista, non sono omofoba, la mia storia parla per me. Ho deciso di mettere di mettere la mia esperienza al servizio di chi vive a Roma") ed Enrico Michetti: "Una volta ci conoscevano per le bellezze, oggi ci conoscono per i rifiuti che gli mandiamo".
Salvini dice "Daje", come diceva Berlusconi - Poi tocca ai lavoratori Ikea in sciopero da 12 giorni e Salvini tuona: "Basta con tutte le multinazionali che fanno qui profitti miliardari, mandano a casa i lavoratori e pagano le tasse chissà dove". Quindi, le aziende, incarnate dall'ad di Yamamay e Carpisa Gianluigi Cimmino: "Il governo ci sta facendo uscire da questa crisi più velocemente di quel che pensavamo". Poi, rivolto a Salvini: "Non mettete più gli ultimi della classe a guidare questo paese". E c'è anche lo chef Alessandro Circiello.
Il segretario leghista è euforico. Mentre sul palco scorrono i governatori leghisti si lascia sfuggire pure un "daje": lo faceva anche Silvio Berlusconi. E come lui, Salvini inneggia alla "libertà". Stasera sarà a cena proprio da Berlusconi e l'auspicio è quello di chiudere alcune partite in gioco: il via libera al candidato sindaco per Milano, il sostegno ai referendum e soprattutto la federazione del centrodestra, quell'unità a cui ieri si è richiamato più volte: "Sono un testone".
di Liana Milella
La Repubblica, 20 giugno 2021
"Adesso non aiutano le riforme della giustizia". Nessuna marcia indietro dopo le critiche di Salvini, Turco e Caiazza. Santalucia boccia il referendum sulla responsabilità civile diretta perché "mira a condizionare un giudizio che invece deve essere libero, indipendente e aggredibile con gli strumenti del processo".
"Questi referendum non aiutano le riforme". E ancora: "Non comprendo il senso di un'iniziativa referendaria che non può avere la tradizionale funzione di stimolo verso un legislatore inerte, se questo legislatore invece sta dimostrando di essere operoso". Mentre il sabato volge alla fine, il presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia, toga della sinistra di Area, non fa un solo passo indietro rispetto alla polemica sui referendum in cui cercano di trascinarlo il leader della Lega Matteo Salvini e il segretario del Partito radicale Maurizio Turco.
Nonché Giandomenico Caiazza, il presidente delle Camere penali, autore di una legge di iniziativa popolare proprio sulla separazione delle carriere che certo vede di buon occhio uno dei sei referendum radical-leghista sulla stessa questione e quindi critica Santalucia. Ma contro il metodo dei referendum, proprio mentre il governo sta facendo le riforme, la magistratura deve dimostrare una "ferma reazione". Santalucia lo dice di buon mattino aprendo i lavori del Comitato direttivo centrale, il "parlamentino" dell'Anm. E la collera di Salvini e Turco non si fanno attendere. Mentre arriva la piena solidarietà di M5S con il presidente della commissione Giustizia della Camera Mauro Perantoni.
Ma se Salvini definisce "gravissime" le parole di Santalucia, e Turco chiede addirittura a Mattarella di intervenire perché quello del presidente dell'Anm sarebbe "un attacco alla democrazia", lo stesso Santalucia invece si stupisce di questa infuocata reazione. Perché, dice a Repubblica quando sono passate da poco le 18 ed è ancora impegnato con i suoi colleghi a discutere le riforme proposte dalla Guardasigilli Marta Cartabia, "io non ho voluto assolutamente dare un giudizio negativo sul referendum, che è un istituto fondamentale della nostra democrazia, ma sul modo in cui si cerca di usare questo strumentro in un determinato contesto".
Nasce da qui la sua frase sulla necessità di una "ferma reazione" della magistratura. Perché i sei referendum presentati da Salvini e Turco in Cassazione il 3 giugno - responsabilità civile dei giudici, separazione delle carriere, custodia cautelare, via la legge Severino sull'incandidabilità dei condannati, presenza dei laici nei consigli giudiziari, raccolta delle firme per le liste dei magistrati - rappresentano un passo sbagliato mentre il governo sta facendo le riforme.
Secondo Santalucia, Salvini e Turco hanno torto nel criticarlo per la semplice ragione che non si può impedire all'Anm "di intervenire nel dibattito pubblico sulla giustizia". Ex direttore dell'ufficio legislativo di via Arenula quand'era Guardasigilli il dem Andrea Orlando, e oggi giudice della prima sezione penale della Cassazione, Santalucia non parla "per attaccare un istituto della democrazia, come i referendum". La questione è tutt'altra, riguarda i "tempi" dei referendum, perché "il legislatore sta lavorando, e noi siamo pronti alla discussione con un atteggiamento collaborativo". All'opposto, "l'iniziativa referendaria non può aiutare le riforme". Anzi, le ostacola. L'Anm invece vuole offrire al dibattito pubblico, "con senso di responsabilità", "le buone ragioni" per cui ricorrere ai referendum proprio in questo momento rappresenta un passo sbagliato. Che merita, appunto, "una ferma reazione" contraria.
Ma proprio mentre la discussione dell'Anm prosegue nel merito delle riforme civili, penali e del Csm, Turco insiste nel chiedere un intervento di Mattarella contro Santalucia. Che però tiene il punto: "Non riesco a comprendere il senso di un'iniziativa referendaria che non può avere la tradizionale funzione di stimolo verso un legislatore inerte, se invece cerca di essere operoso".
Quanto al merito, certo Santalucia e le toghe non vedono di buon occhio i sei referendum, né la separazione carriere, da cui hanno sempre preso le distanze giudicandola impossibile a Costituzione invariata, né la responsabilità civile. Dice Santalucia: "Quella diretta sarebbe un pericolo per l'esercizio sereno e indipendente della giurisdizione".
E ancora: "Qui non si tratta di tutelare le pretese risarcitorie del cittadino, che già sono garantite dalla responsabilità diretta dello Stato e dalla obbligatorietà dell'azione di rivalsa nei confronti del magistrato che ha sbagliato. Qui è in gioco la serenità del giudizio, perché si apre la strada alla possibilità di azioni dirette anche in corso di causa da parte di chi si è sentito leso da una decisione. Non possiamo esporre i giudici al pericolo che le azioni civili vengano usate per condizionarli in un giudizio che invece deve essere libero, indipendente, aggredibile con gli strumenti del processo, e non con le azioni civili dirette".
Le parole di Santalucia a Repubblica chiariscono, ma certo non modificano, quello che aveva detto di mattina. "Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo a una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento verso le toghe". Da qui la considerazione espressa da Santalucia sul fatto che "spetti all'Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo". Perché in ballo ci sono "il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, definiti e garantiti dalle norme costituzionali'".
Ma la sensazione di Santalucia, e di tanti altri magistrati, è che dietro i referendum si celi proprio un attacco alla magistratura in quanto tale. Tant'è che il presidente dell'Anm dice: "Rischia di prendere quota la propensione a valutare in termini di inadeguata timidezza, se non di inaccettabile gattopardismo, l'atteggiamento riformatore che non mostra i muscoli del radicalismo ideologizzante, che non si fa percepire come disposto ad abbattere vecchi steccati, che poi il più delle volte sono presidi di diretta connessione costituzionale". Insomma, la contemporaneità tra le riforme di Marta Cartabia e i referendum dei radicali sottoscritti e portati in piazza da Salvini suonano come un'evidente sfiducia verso quelle stesse riforme, anche se la Lega, con la responsabile Giustizia Giulia Bongiorno, ha più volte detto che non è così, perché i referendum rappresentano la piattaforma di un futuro intervento sulla giustizia, mentre la Cartabia "sta facendo buone cose".
di Davide Varì
Il Dubbio, 20 giugno 2021
Il presidente del sindacato delle toghe contesta l'iniziativa referendaria di Lega e Radicali: "Fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione".
"Al di là del merito dei singoli quesiti, credo che si colga agevolmente un dato, in contrasto con quanto dichiarato dai proponenti, almeno da quelli che sono espressione di Forze politiche che compongono la maggioranza di Governo. Il fatto stesso che si porti avanti il tema referendario sembra esprimere un giudizio di sostanziale inadeguatezza dell'impianto riformatore messo su dal Governo; e fa intendere la volontà di chiamare il popolo ad una valutazione di gradimento della magistratura, quasi a voler formalizzare e cristallizzare i risultati dei vari sondaggi di opinione che danno in discesa l'apprezzamento della magistratura". Lo ha detto il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, in apertura dei lavori del comitato direttivo centrale, sottolineando la necessità di una "ferma reazione" all'iniziativa referendaria di Lega e Radicali. "Parole gravissime", secondo il leader della Lega Matteo Salvini, per il quale "non si può aver paura dei referendum, massima espressione di democrazia e libertà, e di confrontarsi con il giudizio e la volontà popolare". Mentre il partito Radicale chiede "al presidente del Csm, Sergio Mattarella, una ferma reazione a difesa della Costituzione".
Per Santalucia il programma referendario "può divenire allora lo strumento formidabile per mettere in ombra una modalità di approccio, fatta di impegno nel distinguere, nel selezionare il tipo e la struttura degli interventi di riforma, per saggiarne il rapporto di compatibilità costituzionale e non cancellare, in nome dell'idea che il sistema non sia redimibile, un assetto di regole costruito intorno ad alcuni principi che non dovrebbero mutare".
A giudizio del presidente Anm "rischia di prendere quota la propensione a valutare in termini di inadeguata timidezza, se non di inaccettabile gattopardismo, l'atteggiamento riformatore che non mostra i muscoli del radicalismo ideologizzante, che non si fa percepire come disposto ad abbattere vecchi steccati, che poi il più delle volte sono presidi di diretta connessione costituzionale". "Credo che spetti all'Anm una ferma reazione a questo tipo di metodo - ha ammonito Santalucia - prima ancora dei contenuti, c'è una questione di cornice entro cui collocare l'azione riformatrice, e, come recita il nostro Statuto, è compito dell'Anm dare opera affinché il carattere, le funzioni e le prerogative del potere giudiziario, rispetto agli altri poteri dello Stato, siano definiti e garantiti secondo le norme costituzionali".
"Sappiamo quanto sia importante che i magistrati siano anche soltanto percepiti con questa lente, oggettivamente rassicurante, e non ci sfugge la forza deformante di un cattivo approccio con i mezzi di comunicazione, stampa e tv. La sobrietà ragionata ed informata, nei casi in cui è necessario parlare, serve a consolidare una percezione di affidabilità non solo dei singoli ma dell'intera magistratura", ha continuato Santalucia, rilevando che invece "recenti e meno recenti episodi di cronaca hanno segnato la direzione contraria: occorre dunque tenere alta l'attenzione - ha affermato - sull'importanza della cautela e della compostezza comunicativa, specie in questi tempi in cui ogni errore rischia di essere amplificato e reso funzionale ad un canovaccio guidato dall'idea di fondo di una magistratura in irrimediabile crisi".
Quindi il passaggio sulle riforme del governo, ripercorrendo le linee tracciate dalle Commissioni ministeriali incaricate dalla Guardasigilli Marta Cartabia: "Le linee di fondo delle elaborazioni delle Commissioni ministeriali sembrano orientare le riforme in una direzione che potrebbe essere utilmente percorsa - ha aggiunto Santalucia. Questo non significa adesione incondizionata ai progetti, ma valutazione di praticabilità di un tracciato normativo che in più punti risponde ad alcune indicazioni che in passato la nostra Associazione aveva formulato".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2021
Dalla carcerazione preventiva agli arresti domiciliari, dall'obbligo di presentazione al divieto di avvicinamento, calano un po' tute, spesso in maniera assai significativa, le misure cautelari personali applicate nel corso del 2020. Nella Relazione al Parlamento da parte del ministero della Giustizia la diminuzione, da 94.197 a 82.199, deve essere in buona parte attribuita alla pandemia che ha rallentato l'attività degli uffici.
di Marco Grispigni
Il Manifesto, 20 giugno 2021
Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. Osservandola da fuori, indubbiamente l'Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.
È infatti nel campo dell'assurdo che si colloca l'incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L'accusa è la divulgazione di materiale riservato "acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sul sequestro e l'omicidio di Aldo Moro".
Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall'8 dicembre 2015. A parte l'assurdità dell'accusa e dell'utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione.
Una nuova colonna, "studi storici", nasceva in quel giorno con l'incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all'archivio storico della Camera.
Ora a parte l'ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.
Il primo è l'incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi "difficili" della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di "negazionismo" nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle "foibe". Questo tema è al centro dell'appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.
Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c'è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell'accademia.
Ora l'accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci "terroristi" rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di "svelare i misteri" di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei "misteri" ha a lungo lavorato, smontando con l'uso di documenti di archivio i vari complottismi.
Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un "ex". Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse - Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell'omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di "ex" è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria.
Ovunque, prima di soffermarsi sull'incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti. Il messaggio abbastanza chiaro è: "stiamo parlando di un ex terrorista, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai". La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un "contrito pentimento".
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 20 giugno 2021
I primi provvedimenti del presidente del tribunale per i minorenni. In Calabria ha sottratto 80
ragazzi a un destino criminale già scritto allontanandoli dai genitori. "Un'alternativa è necessaria, i clan reclutano i giovanissimi". "L'altro giorno, il figlio di un mafioso mi ha detto: 'Da questo palazzo sono passati mio padre, i miei zii e i miei fratelli. Io voglio una vita diversa, grazie per avermi portato via'". Il giudice Roberto Di Bella guarda le carte che riempiono la sua scrivania: "In ognuno di questi fascicoli - spiega - c'è la storia di un ragazzo a cui dobbiamo offrire al più presto un'alternativa. Altrimenti verrà reclutato dai clan".
Lui è il giudice che in Calabria ha sottratto a un destino criminale ottanta figli di boss della 'ndrangheta, allontanandoli dalle famiglie d'origine. Dal mese di settembre dell'anno scorso, Roberto Di Bella è il presidente del tribunale per i minorenni di Catania. E, questa volta, i provvedimenti di decadenza della responsabilità genitoriale li ha firmati nei confronti di mafiosi siciliani e trafficanti di droga vicini alle cosche. Dodici provvedimenti, due riguardano boss di primo piano di Cosa nostra catanese. È la prima volta che accade in Sicilia. "I figli vivono adesso in comunità o in altre famiglie, lontano dal contesto di origine - spiega il giudice - secondo il progetto ormai sperimentato in Calabria".
È il progetto "Liberi di scegliere", che è diventato un libro, un film, ma soprattutto un protocollo d'intesa che vede insieme i ministeri della Giustizia, dell'Interno, dell'Istruzione, la Direzione nazionale antimafia e l'associazione Libera. "L'obiettivo - dice Roberto Di Bella - è assicurare una concreta alternativa ai minorenni provenienti da famiglie inserite in contesti di criminalità organizzata e anche ai familiari che si dissociano dalle logiche criminali".
A Catania, si sono già fatte avanti alcune mamme. Proprio come era accaduto in Calabria. Al momento, sono due, che hanno avuto problemi con la giustizia per accuse di mafia e droga: "Ci hanno manifestato la loro intenzione di rompere con il passato e andare via con i loro figli dalle famiglie di origine", racconta il presidente del tribunale per i minorenni. "E sulla base di quanto previsto dal protocollo verranno sostenute, per poter iniziare una nuova vita. Determinante è il contributo di Libera".
C'è un gran via vai al primo piano di via Raimondo Franchetti 62, la palazzina della giustizia minorile di Catania. Davanti alla stanza del presidente, i finanzieri della scorta. Alcuni boss dell'ndrangheta a cui sono stati tolti i figli non l'hanno presa bene. E, adesso, un tribunale minorile colpisce anche i padrini della mafia siciliana. "Ma la nostra non è una sfida - tiene a precisare il giudice - noi ci limitiamo ad applicare gli strumenti ordinari della giustizia minorile, che impongono la decadenza della responsabilità genitoriale quando un genitore viola o trascura i propri doveri. Ad esempio, perché non manda i figli a scuola. Oppure, li indottrina sui principi e le regole della mafia, come magari emerge dalle intercettazioni. Provvedimenti per i genitori scattano anche quando i figli gravitano in ambienti legati allo spaccio e alla piccola criminalità, pure se non commettono reati". Il presidente del tribunale per i minorenni racconta di una "grande sinergia" fra i giudici, la direzione distrettuale antimafia diretta da Carmelo Zuccaro e la procura per i minorenni guidata dalla facente funzioni Valeria Josè Perri.
Tutte le notizie riguardanti i minori che emergono dalle indagini vengono subito messe in condivisione. E, poi, c'è un protocollo d'intesa promosso dalla prefettura, che ha raccolto attorno a un tavolo pure il Comune, le scuole e le forze dell'ordine. "Un fronte unitario nella consapevolezza che stiamo giocando una partita fondamentale - spiega il giudice Di Bella - le organizzazioni mafiose si stanno riorganizzando, per far fronte ad arresti e processi reclutano giovani leve dalla strada. Il 21 per cento di dispersione scolastica nelle zone difficili di questa città è un dato che deve preoccupare". Soprattutto perché tanti, troppi giovani continuano a considerare un mito il mafioso più famoso di Catania, Nitto Santapaola. "Io dico ai ragazzi: "Volete essere davvero come lui? È in carcere da 28 anni, la moglie è stata ammazzata, non può vedere i figli".
Fa una pausa il giudice e dice ancora: "Ho visto la sofferenza negli occhi dei figli di mafia e delle loro madri. Abbiamo il dovere di offrire un'alternativa". E racconta del boss dell'ndrangheta rinchiuso al 41 bis che gli ha scritto: "Per ringraziarmi dell'opportunità offerta al figlio. L'avrebbe voluta anche lui, da giovane".
Il tribunale sta sperimentando anche forme di affidamento temporaneo dei figli di mafia, nel corso della giornata. "Ad associazioni o a famiglie di appoggio - spiega il presidente - per la partecipazione ad iniziative sulla legalità o anche per l'inserimento in contesti diversi". Intanto, "Liberi di scegliere" è diventato pure un concorso per le scuole."La sensibilizzazione sui temi delle mafie non può essere lasciata a sporadiche iniziative, abbiamo bisogno di progetti organici. Per dimostrare che il futuro non è già scritto e che si può essere protagonisti della propria vita, la delinquenza non è un destino inesorabile per chi nasce in certe realtà familiari". Il presidente Di Bella lancia un appello ai ragazzi di Catania e ai loro familiari: "Le porte di questo tribunale sono sempre aperte. Possiamo aiutarvi".
di Glauco Giostra
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Non si tratta soltanto delle invettive dei politici. Ancora peggio sono i "fori alternativi" allestiti in tv. Nei Paesi anglosassoni si parlerebbe forse di "oltraggio alla corte". Da troppo tempo tra mass media e giustizia penale si è instaurata un'anomala osmosi, che, senza aggiungere nulla in termini di completezza e di attendibilità dell'informazione, condiziona gli attori e talvolta l'esito del processo.
A preoccupare non è tanto il refrain con cui gli uomini politici indagati inveiscono contro la "giustizia ad orologeria", che li avrebbe raggiunti guarda caso "proprio adesso che...". L'insistenza con cui, invece di difendersi dall'accusa, ci si impegna ad adombrare torbide cospirazioni è oramai talmente scontata che in genere la si ascolta con annoiata disattenzione. Una linea difensiva così strumentale, che qualche magistrato si è fatto carico, con indecente, soccorrevole zelo, di darle un pur isolato fondamento.
A preoccupare non sono forse neppure alcuni sfoghi emotivi di congiunti degli indagati, come di recente lo scomposto video-messaggio con cui un noto personaggio si è lanciato in un'intemerata contro l'inchiesta giudiziaria riguardante suo figlio: i toni smodati, gli argomenti inconferenti, le provocazioni irricevibili la rendevano, infatti, inidonea ad incidere sul fisiologico corso della giustizia.
A preoccupare è la propensione di alcuni organi inquirenti a cercare o a consentire che i risultati di un'indagine guadagnino il proscenio mediatico, corredandoli con una tale dovizia di documenti, di interviste, di perentorie valutazioni, di riproduzioni di intercettazioni, da conferire ad essi il crisma della evidenza e della inoppugnabilità. Di certo, una condotta in dissonanza con le Linee-guida per l'organizzazione degli uffici giudiziari ai fini di una corretta comunicazione istituzionale (emanate dal Csm nel 2018), specie là dove queste pretendono dagli uffici requirenti che la presentazione del contenuto di un'accusa risulti "imparziale, equilibrata e misurata", assicurando "il rispetto della presunzione di non colpevolezza" e dunque evitando "ogni rappresentazione delle indagini idonea a determinare nel pubblico la convinzione della colpevolezza delle persone indagate", in modo che l'informazione sia "rispettosa delle decisioni e del ruolo del giudice". Evidente anche il contrasto di una tale impropria ricerca di consenso con l'ancora inattuata Direttiva Ue 2016/343, che impegna gli Stati membri ad adottare le misure necessarie affinché le autorità pubbliche, nel fornire informazioni ai media, non presentino gli indagati o gli imputati come colpevoli.
A preoccupare è poi la tendenza a predisporre format televisivi che, scimmiottando la giustizia ordinaria, allestiscono un foro "mediatico" alternativo, in cui si affastellano ad elementi acquisiti durante l'indagine giudiziaria altri (testimonianze, interviste, voci correnti, sopralluoghi, foto, sms, mail, social) raccolti, senza regole né garanzie, sguinzagliando un microfono o una telecamera. Questa sorta di "rappresentazione para-processuale" - ha da tempo ammonito l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni - genera, "con l'immediatezza propria della comunicazione televisiva", "una sorta di convincimento pubblico in apparenza degno di fede sulla fondatezza" dell'accusa: nella percezione di massa, infatti, la comunicazione televisiva svolge una "funzione di validazione della realtà"; di certo favorita, aggiungiamo noi, qualora a darle credito concorra la sciagurata presenza di magistrati o avvocati. Se, dopo anni, il pronunciamento giurisdizionale confermerà la "sentenza mediatica", offrirà l'impressione di una giustizia inutilmente lenta. Se, invece, dovesse discostarsene, sarà la prova di quanto sia formalistica e fallace la giustizia istituzionale, atteso che la verità nell'immaginario collettivo resterà quella apparsa sullo schermo.
Le condotte sin qui menzionate costituiscono fattori destinati potenzialmente ad interferire con il fisiologico svolgimento del processo e con la corretta formazione del convincimento giudiziale. Talune di esse, in ordinamenti di common law, potrebbero integrare il reato di contempt of Court, oltraggio alla corte: illecito che si propone di tutelare l'interesse della collettività ad una corretta amministrazione della giustizia, sanzionando i comportamenti che possono influenzarne unfairly il corso e l'esito.
Sulla loro crescente capacità perturbativa, del resto, è difficile non convenire. Se si pensa che il vigente sistema processuale si preoccupa, non senza impegnativi adempimenti, di sottrarre di regola al giudice la conoscenza degli atti di indagine per evitare che ne resti influenzato e per garantire che la sua decisione si fondi tendenzialmente soltanto sulle prove formate dinanzi a lui, non è difficile cogliere lo stravolgimento che può essere prodotto, ad esempio, da una "raccolta indifferenziata" di notizie, megafonicamente propalate.
La Corte di Cassazione, preso atto che in simili evenienze gli strumenti a tutela del libero convincimento del giudice, come il trasferimento del processo, risultano inefficaci, ritiene che la professionalità dei magistrati dovrebbe consentire loro di acquisire una sorta di mitridatizzazione rispetto al rimbalzo multimediale proveniente dalle vicende su cui debbono pronunciarsi. Ma, a parte che è tutto da dimostrare se, quando e in che misura il singolo magistrato risulti "immunizzato"; a parte che, a tutto concedere, una simile capacità non si può certo né presumere, né pretendere dal giudice popolare di una Corte di Assise o dal componente onorario del Tribunale per i minorenni o di sorveglianza, resta il fatto che, quand'anche il magistrato riesca a mantenere un'imperturbabile serenità di giudizio, dovrà decidere sulla base di materiale contaminato. La stessa Cassazione ha dovuto prendere atto che l'assordante bombardamento mediatico non di rado ha compromesso il risultato di alcune importanti indagini (ad esempio nel processo Sollecito) e corrotto - sino a renderli inservibili o, peggio, fuorvianti - alcuni contributi testimoniali, come nei processi Pacciani per i delitti del "mostro di Firenze" e Stasi per l'omicidio di Chiara Poggi a Garlasco.
È un andazzo cui non ci si deve rassegnare. Per quanto il problema possa essere delicato per le sue implicazioni in termini di libertà di espressione, è ormai necessario lavorare ad una efficiente rete di misure interdittive, disciplinari e pecuniarie a protezione dell'amministrazione della giustizia.
Qualcuno potrebbe far notare quanto sia intempestivo un richiamo alla tutela della funzione giurisdizionale nel periodo in cui questa è caduta nel più profondo discredito. Ci si potrebbe limitare a replicare che la stragrande maggioranza dei magistrati svolge la sua funzione con la competenza e l'equilibrio necessari, talvolta con qualità speciali. Preme tuttavia aggiungere che addebitare a tutta la magistratura le indegne condotte di taluni suoi esponenti, anche di vertice, è non solo ingiusto, ma anche irresponsabile.
Una collettività che non crede nella giustizia è destinata a cercarla altrove (protezioni politiche, potentati economici, corporazioni, associazioni occulte, quando non criminali) e sarebbe un preannuncio di disgregazione civile. Proprio in un momento di diffusa sfiducia, bisognerebbe - oltre che rimuovere i magistrati "infedeli" al proprio ruolo e "bonificare" i circuiti inquinanti - ribadire con forza le ragioni e le garanzie della funzione giurisdizionale. Sarebbe un grave azzardo rimetterle in discussione, come non dovremmo mai rimettere in discussione, per la presenza di politici corrotti, le garanzie della democrazia parlamentare.
di Monica Guerzoni
Corriere della Sera, 20 giugno 2021
Il ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali: "Noi e il Pd? Il dialogo sta crescendo. L'intesa raggiunta nel precedente governo è l'unico punto di caduta possibile"
Con Conte alla guida sarete di lotta e di governo?
"Sulla giustizia non accetteremo mediazioni al ribasso", avverte il ministro Stefano Patuanelli negli stessi minuti in cui, dalla Bocca della Verità, Salvini attacca i magistrati.
In questo clima, come farete a riformare la giustizia?
"Con una maggioranza così eterogenea è uno dei temi più difficili da affrontare. Il ruolo della ministra Cartabia sarà determinante, ma si vedrà in Parlamento quali maggioranze si formano e su quale riforma".
Per difendere la prescrizione di Bonafede farete le barricate?
"L'intesa raggiunta nel precedente governo è l'unico punto di caduta possibile".
Quanto soffre il M5S nel governo Draghi?
"Senza il M5S questo governo non sarebbe nato, è un dato di fatto. Il che non significa retrocedere dai nostri temi, sia al governo che in Parlamento".
In autunno uscirete dal governo, come teme il Pd?
"Sarebbe inspiegabile. E per far cosa, poi? Governiamo il Paese da tre anni, abbiamo gestito come forte maggioranza relativa il momento più difficile dal secondo Dopoguerra, dobbiamo esserne orgogliosi e rivendicare il nostro ruolo in un governo che sta portando il Paese fuori dalla pandemia e verso la ripresa economica. Questo momento fondamentale dobbiamo impregnarlo dei nostri principi, come legalità e tutela dei diritti dei più deboli".
Ci sarà mai il disgelo tra Conte e Draghi?
"Questa narrazione mi affascina poco, non mi risulta che ci sia un rapporto difficile. Anzi. Lo provano il modo in cui il presidente Conte uscendo da Palazzo Chigi ha favorito la nascita del governo e il modo in cui Draghi tiene in considerazione Conte, riconoscendo che lo scheletro del Pnrr è lo stesso del governo precedente".
Letta dice che il governo Draghi fa bene al Pd. A voi non sembra fare altrettanto bene, visto anche l'elenco di riforme sgradite che ha fatto Conte sul "Corriere"...
"Io non vedo differenze, il Movimento patisce come patiscono le altre forze politiche, perché è un governo atipico con tutti dentro".
Vi sentite espropriati dal metodo Draghi?
"In Consiglio dei ministri c'è tanta politica. Poi c'è un premier non politico che decide, non sempre facendo la sintesi, ma scegliendo la cosa che per lui e la sua struttura è giusta. E se nella prima fase era difficile trovare gli equilibri, le cose migliorano di settimana in settimana".
Provenzano, numero due del Pd, ha contestato l'arrivo di qualche "ultras liberista" al Dipe. Lei come la vede?
"Anche questa volta sono d'accordo con Provenzano. Se riemergessero temi neoliberisti per noi sarebbe un problema, perché riteniamo sbagliate quelle politiche".
Come finirà lo scontro tra Conte e Grillo? L'ex premier riuscirà a ridimensionare i poteri del garante?
"Assolutamente no, vuole renderli coerenti con la nuova organizzazione. Ma il garante non può che essere Grillo e il ruolo sarà lo stesso che aveva prima. Non vedo una contrapposizione, ma una concorrenza di interessi per garantire che il M5S possa stare sulla scena politica con una organizzazione più strutturata".
Diventerà una "mini Dc"?
"Conte è moderato nei modi, ma estremamente radicale nei principi e nelle idee. Un moderato con la schiena dritta, inflessibile sui principi etici e morali".
Di Maio che a Barcellona incontra Letta è la prova di un dualismo insanabile con Conte?
"Dovevano far finta di non conoscersi? Non c'è nessun dualismo tra Di Maio e Conte, lavorando a contatto con entrambi vedo una sintonia di intenti che mi fa ben sperare per il futuro".
Per Conte l'alleanza con il Pd non sarà strutturale: vuol dire che potreste di nuovo fare un governo con Salvini?
"Io non sono tra quelli che sostengono che il Movimento deve essere ago della bilancia tra destra e sinistra e che si possa governare con gli uni e con gli altri. Io sostengo l'alleanza con il centrosinistra perché penso che i temi che sono nel nostro dna, dall'innovazione ai diritti dei più deboli, che sono anche i commercianti, gli artigiani e le partite Iva, appartengono a quell'area e non alla destra".
Lo ammetta, l'alleanza tra voi e il Pd non decolla.
"Conte lo ha detto bene, non ci deve essere una fusione a freddo col Pd, ma un dialogo sui territori, sui temi e le cose da fare assieme. Dove ci sono le condizioni, come a Napoli, Bologna, Pordenone e in Calabria lo facciamo, dove non è possibile, come a Roma e a Torino, non si fa. Ma il dialogo sta crescendo".
di Francesco Casula
Il Fatto Quotidiano, 20 giugno 2021
Sono ben 36 gli ospiti risultati positivi al tampone e altri 30 sarebbero a rischio per i contatti diretti avuti con compagni di cella e i cosiddetti "detenuti lavoranti". A questi vanno aggiunti 310 agenti di polizia penitenziaria e 33 persone tra amministrativi ed educatori.
Protestano da giorni i detenuti del carcere di Taranto all'interno del quale è stato scoperto un focolaio di Covid che ora rischia di esplodere. Sono ben 36 gli ospiti risultati positivi al tampone e altri 30 sarebbero a rischio per i contatti diretti avuti con compagni di cella e i cosiddetti "detenuti lavoranti". La preoccupazione tra gli addetti ai lavori è altissima perché l'istituto penitenziario di Taranto è tra quelli più sovraffollati d'Italia: 689 detenuti a fronte di una capienza massima di 304 persone. Oltre il doppio, in sostanza, a cui vanno aggiunti 310 agenti di polizia penitenziaria e 33 persone tra amministrativi ed educatori.
Ma non è tutto. Il carcere ionico deve fare i conti in queste settimane anche con l'assenza del dirigente sanitario: la dottoressa Fernanda Gentile - come riportato dal Nuovo Quotidiano di Puglia e da La Voce di Manduria - ha rassegnato le dimissioni per protestare contro l'abbandono da parte dell'Asl ionica. Gentile, nonostante le numerose richieste di sostegno inviate all'azienda sanitaria, non avrebbe mai ottenuto risposta e così all'interno della struttura ci sarebbero solo quattro medici invece degli undici previsti.
La situazione, quindi, è particolarmente delicata. I detenuti colpiti dal virus sono quelli ospitati nell'ala di alta sicurezza, isolata rispetto alle altre zone, ma la positività di detenuti lavoranti, a cui quindi è concesso muoversi all'interno della struttura, potrebbe far deflagrare il contagio. Ed è anche per questo che da qualche giorno la direttrice Stefania Baldassari ha bloccato la mensa interna e i pasti sono arrivati dall'esterno.
Il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria, si dice "molto preoccupato" non solo per la situazione sanitaria, ma anche perché il carcere di Taranto è stato presidiato da pattuglie delle forze dell'ordine, dato che al suo interno sarebbero presenti "molti pericolosi detenuti appartenenti a clan contrapposti che potrebbero sfruttare questa situazione emergenziale per destabilizzare ancora di più il penitenziario". Il segretario regionale Federico Pilagatti, in una nota alla stampa, ha chiesto "come mai la rete dei controlli sanitari all'interno del carcere di Taranto, che finora ha tenuto bene se confrontato con le altre carceri della regione, si è improvvisamente rotta, dando il via a questo pericoloso focolaio? Cosa non ha funzionato nella gestione della situazione, considerato che il dirigente sanitario avrebbe dato le dimissioni dall'incarico?".
Al centro delle polemiche è finita la Baldassari che da anni guida la struttura finita diverse volte agli onori della cronaca. A marzo scorso, infatti, sono state emesse le prime condanne nei confronti di detenuti che avevano trasformato il carcere di Taranto in una piazza di spaccio. Le indagini, avviate a settembre 2019 dai carabinieri, hanno ricostruito la rete di spaccio gestita da alcuni detenuti. Questi attraverso l'utilizzo clandestino di microtelefoni continuavano a mantenere contatti con il mondo esterno e quindi anche con i familiari che durante i colloqui passavano sotto banco la droga. Altre indagini hanno svelato come in alcuni casi la droga arrivasse attraverso dei droni telecomandati dall'esterno che consegnavano la droga e i microtelefoni posizionandosi all'esterno della finestra della cella in cui si trovava il parente detenuto.
Alla fine di febbraio, infine, quando l'esistenza dell'inchiesta sul giro di droga in carcere era nota a tutti, un agente della Polizia penitenziaria è stato arrestato mentre ritirava altra droga e altri microtelefoni dall'abitazione di un delinquente tarantino che si trovava ai domiciliari: dalle intercettazioni è emerso che la guardia li ha consegnati al figlio e a un altro detenuto che erano rinchiusi nel carcere ionico dove il poliziotto prestava servizio.
A tutto questo, ora si aggiunge anche il rischio di una emergenza sanitaria per la quale il Sappe ha chiesto alla Procura di Taranto l'apertura di un fascicolo per verificare la correttezza di tutti i provvedimenti adottati e valutare le eventuali responsabilità anche di livelli superiori del Dap. "Fino a quando non ci saranno risposte concrete - ha concluso il sindacalista Pilagatti - il Sappe attuerà forme di protesta" perché secondo il sindacato non è possibile accettare che una situazione così pericolosa e delicata non abbia alcun responsabile.
- Il nodo irrisolto della diffamazione
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