redazionecultura.it, 18 novembre 2021
La sensibilità dell'arte può avere effetti determinanti all'interno della società, ma cosa accade quando il teatro incontra la realtà carceraria? La Compagnia Teatrale Petra risponde a tale quesito con inTime, documentario sul progetto Teatro oltre i limiti, la rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata nelle città di Potenza e Matera. Un prodotto audiovisivo che contiene due anni di lavoro, un programma culturale che coinvolge i detenuti nelle attività teatrali e che intende superare il concetto di "limite" attraverso laboratori, workshop e incontri di formazione con artisti di fama nazionale e internazionale.
InTime racchiude immagini e parole che si susseguono con naturalezza e le intime riflessioni dei protagonisti evidenziano gli obiettivi di un'operazione articolata alla ricerca dell'oltre.
I detenuti-attori raccontano la propria esperienza, gli operatori del mondo del sociale, gli agenti di polizia penitenziaria e gli artisti coinvolti (fra i quali Simona Bertozzi e Silvia Gribaudi) mostrano il loro entusiasmo e il mondo del carcere apre le porte alla città. Un racconto autentico che ribalta dunque la concezione detentiva dell'immaginario collettivo, favorendone una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura.
Il progetto sarà presentato all'interno della Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere Destini Incrociati che avrà luogo dal 17 al 20 novembre all'Università degli studi Roma Tre. La manifestazione, promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, propone un cartellone di eventi, conferenze e una rassegna video per raccontare il significativo lavoro condotto in decine di istituti penitenziari italiani. Esperienze in grado di restituire la ricchezza e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano che ha evidenti ricadute sulla funzione di riabilitazione e di risocializzazione. Il documentario inTime verrà proiettato sabato 20 novembre, durante la seconda sessione della Rassegna Video Destini Incrociati, in programma dalle 9:00 alle 13.00.
All'interno dell'evento verrà inoltre illustrato il progetto Extra Moenia - Spazio di connessione territoriale, grazie al quale la compagnia rientra tra i 37 vincitori della terza edizione del premio Creative Living Lab, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Extra Moenia è il frutto di una intensa attività di co-progettazione con la Direzione della Casa Circondariale Antonio Santoro di Potenza dove Petra è presente attivamente da circa 8 anni con laboratori teatrali, e vede la collaborazione dell'APS Associazione di Promozione Sociale Officine Officinali oltre al sostegno del Comune di Potenza.
Il programma risponde a tutti gli obiettivi strategici previsti dall'avviso pubblico Creative Living Lab: la realizzazione di spazi attrezzati attraverso la creatività contemporanea, il coinvolgimento delle comunità locali nei processi di rigenerazione urbana e la diffusione di alcune metodologie inclusive e aggregative, capaci di sviluppare il senso di identità e di appartenenza ai luoghi. L'intervento di riqualificazione interesserà uno spazio verde non utilizzato di circa 800 mq, presente all'interno del perimetro della Casa Circondariale e a ridosso del quartiere limitrofo di Rione Betlemme, delimitato su tre lati da una recinzione e sul lato restante dalle mura del carcere.
L'idea di agire su questo luogo è nata nell'ottobre 2020 nell'ambito della rassegna di promozione del teatro in carcere Teatro oltre i limiti quando, a causa delle norme sanitarie in vigore, si è pensato insieme alla Direzione della Casa Circondariale di Potenza di proiettare sulle mura esterne del carcere in "extramoenia", in diretta streaming, l'esito finale del laboratorio teatrale svolto dai detenuti all'interno. Un evento, fruito con una modalità inedita a causa delle norme sanitarie in vigore, che ha permesso la partecipazione anche di cittadini del quartiere che mai prima di allora si erano avvicinati agli eventi culturali organizzati all'interno della Casa Circondariale.
Extra Moenia sarà sviluppato come progetto di comunità sotto la supervisione di progettisti e mediatori, attraverso un processo partecipato di "autocostruzione" per offrire servizi all'intera comunità: un teatro all'aperto, un luogo di attesa dei familiari dei detenuti, un parco giochi, un mercato di quartiere e un punto vendita delle produzioni della Casa Circondariale - oli essenziali, ortaggi, funghi, miele e olio - nell'ambito della Rete Lucana per l'Economia Carceraria denominata Prison Farm, di cui la Casa Circondariale di Potenza è capofila.
La Compagnia Teatrale Petra si occupa da anni di produzione, formazione e teatro sociale. È attiva dal 2013 all'interno della sezione maschile e femminile della Casa Circondariale di Potenza e Matera con rassegne di promozione teatrale e percorsi pedagogici rivolti ai detenuti, sperimentando un nuovo modo di relazionarsi per includere, promuovere e valorizzare le differenze. Nel 2017 entra a far parte del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, una rete nata per offrire progettazione, luoghi di confronto e qualificazione del movimento teatrale sorto all'interno delle carceri italiane a partire dagli anni 80.
La rassegna Teatro oltre i limiti intende sviluppare in modo sempre più stabile l'attività di teatro in carcere in Basilicata, forte anche delle altre e note esperienze italiane. Nel 2018 la compagnia stipula con la Casa Circondariale di Potenza un accordo operativo finalizzato alla gestione dello spazio teatrale presente nella struttura, per la realizzazione delle attività culturali del capoluogo lucano e la creazione di un "ponte" tra dentro e fuori le mura, non solo fisiche, del contesto carcerario.
Sono molteplici le modalità attraverso le quali il teatro diviene strumento d'inclusione: laboratori sulle tecniche teatrali per permettere ai detenuti di aprire una finestra sull'esterno; laboratori intensivi integrati guidati da artisti di fama nazionale e internazionale per attori-detenuti e allievi delle scuole secondarie di II grado; programmazione di rassegne all'interno dello spazio Teatro della Casa Circondariale di Potenza; formazione di operatori sociali per fornire ai soggetti coinvolti le competenze utili da impiegare nelle diverse attività dei progetti realizzati; incontri e percorsi per un pubblico esterno, studenti delle scuole secondarie di II grado e per l'amministrazione penitenziaria, volti a sensibilizzare ed educare sul tema del carcere e del teatro sociale; monitoraggio per valutare il reale impatto che l'attività teatrale può avere, in positivo o in negativo, sulla vita dei detenuti.
Compagnia Teatrale Petra nasce nel dicembre 2011 a Satriano di Lucania (Pz). Antonella Iallorenzi (direttrice artistica, attrice e formatrice teatrale) e Angelo Piccinni (direttore tecnico), cuore pulsante della compagnia, decidono, forti della lunga esperienza in ambito teatrale maturata nel corso degli anni in Italia e all'estero, di dare vita ad un progetto tutto loro che pur conservando un profilo di respiro nazionale si radica profondamente nel territorio lucano.
La compagnia ha infatti scelto di avere le basi in un paese di provincia di 2.400 abitanti, in Basilicata, e nel suo teatro avvia progetti in espansione in ambito nazionale e internazionale, facendo interagire la propria visione artistica con le diverse comunità di riferimento. Diversi i settori di intervento: formazione per bambini/ragazzi, nelle scuole e in luoghi non deputati al teatro, produzione di spettacoli tout public, teatro sociale con rassegne di promozione del teatro in carcere, residenze artistiche e cooperazione internazionale. Petra è uno dei soggetti attivatori del processo di co-creazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, inserita nel programma ufficiale con il progetto La Poetica della Vergogna co-prodotto da #reteteatro41 e Fondazione Matera-Basilicata 2019 e la produzione originale Humana vergogna, diretta da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti.
di Manuela Bergamonti
bergamonews.it, 18 novembre 2021
Inaugurata la biblioteca alla sezione femminile del carcere. Madrina d'eccezione la giornalista tv Cristina Parodi. A disposizione delle detenute 2.384 volumi e 46 dvd. "I libri mi fanno viaggiare anche se sono ferma"; "I libri mi distraggono dalla quotidianità che qui dentro sono costretta a vivere"; "Leggo per mantenere attiva la mente, per arricchire il mio bagaglio culturale"; "Leggere mi permettere di allontanare la solitudine, mi riallaccia alla realtà, è un'ancora di salvezza in un momento in cui la mia vita si è fermata, senza collegamenti con la vita vera". Queste sono le frasi lette da alcune detenute durante il video di presentazione della nuova biblioteca della sezione femminile del carcere Don Resmini di Bergamo, frutto di una convenzione tra il Sistema bibliotecario urbano del Comune di Bergamo e la direzione carceraria.
A loro disposizione ci sono ora 2.384 libri dei quali 1.742 di narrativa e 642 di saggistica, 46 dvd e verranno presto attivati abbonamenti a diverse riviste. Dall'inizio di maggio, data della sua apertura, sono 337 i prestiti effettuati. Materialmente si sono adoperate quattro dipendenti del sistema bibliotecario urbano, alcune volontarie e diverse detenute che hanno sgomberato e dato nuova vita alle due stanze che ospitano i volumi. "In origine erano utilizzate come magazzini - spiega la bibliotecaria Cristina Rota -, colme di scatoloni, libri gettati alla rinfusa, sedie, tavoli rotti. Nel 2019 abbiamo iniziato a ripulire tutto, a fare una cernita di cosa tenere e cosa eliminare, abbiamo ricostruito pian piano la biblioteca, sistemato i libri, realizzato un catalogo. È stato un lavoro lungo e faticoso ma estremamente stimolante per tutti coloro che hanno dato una mano".
Mercoledì 17 c'è stata l'inaugurazione ufficiale alla presenza delle autorità, dei rappresentanti delle diverse realtà che hanno partecipato alla sua realizzazione, delle associazioni che gravitano attorno al carcere, dell'università, di alcuni detenuti e detenute. Dopo il saluto iniziale della direttrice Teresa Mazzotta, che ha fortemente sostenuto il progetto biblioteca, la garante dei diritti dei detenuti Valentina Lanfranchi ha dato la parola alla madrina dell'iniziativa, Cristina Parodi.
"Non ero mai stata all'interno del carcere ed è un onore per me essere qui oggi - ha dichiarato -. Quella dell'istituzione di una biblioteca all'interno di una casa circondariale è una bellissima notizia, una testimonianza di come il carcere, del quale spesso si parla come luogo di sofferenza e disagio, possa in realtà essere un luogo di riabilitazione. E i libri possono aiutare molto in questo processo, possono migliorare noi stessi e le nostre vite. I libri danno libertà e credo che in carcere questo concetto sia ancora più importante e sentito".
La giornalista televisiva e moglie del sindaco di Bergamo Giorgio Gori confessa di essere una grande lettrice: "Mi definisco un'onnivora di libri, mi piacciono diversi generi e se un libro mi prende particolarmente, le ultime pagine le leggo piano piano per non farlo finire. Attraverso i libri si può viaggiare, ci si può immedesimare nei personaggi, si possono vivere storie appassionanti e si impara sempre qualcosa. Leggere ci dà la libertà di scegliere un titolo, di abbandonarlo se non ci piace, di consigliarlo, ci permette di dialogare, di condividere opinioni, di socializzare, cosa importantissima in un luogo come il carcere, dove si incontrano donne provenienti da Paesi e culture differenti. Non siamo mai soli con un libro in mano".
In realtà mercoledì l'inaugurazione è stata doppia perché, in seguito ad un intervento di riqualificazione, da meno di un mese è attiva anche la palestra circondariale. Pierguido Piazzini, presidente dell'Opera Pia Calepio, che si è occupata della ristrutturazione, ha ricordato don Fausto Resmini: "Lui organizzava sempre delle giornate di festa, soprattutto sotto Natale, per le famiglie dei detenuti. C'erano volte in cui nella palestra c'erano un centinaio di bambini che potevano così incontrare i loro papà e le loro mamme. È stato proprio don Fausto a chiedermi di realizzare un progetto per dare una sistemata alla palestra ed ora, che lui non c'è più, è ancora più emozionante inaugurare questo luogo".
di Silvia Isola
primocanale.it, 18 novembre 2021
L'appello di Italforno: "Vogliamo sapere quando potremo riprendere la nostra attività". Un controsoffitto è crollato lo scorso 2 novembre all'interno della casa circondariale di Genova Marassi e da più di 15 giorni sono state interrotte tutte le attività della cooperativa sociale Italforno. Per il sindacato della polizia penitenziaria si è trattato di una 'strage sfiorata', in quanto nei locali al momento del crollo non si trovavano persone sul posto.
"Come cooperativa noi da 15 anni oramai produciamo pane, focaccia e pizza per la nostra distribuzione. In questa attività sono coinvolte più di 13 persone, tra cui quattro detenuti", spiega Pietro Civello, presidente della cooperativa sociale Italforno. "Ora il tetto è pericolante e locale sono sostanzialmente inagibili, anche perché non possiamo proseguire l'attività finché non verranno fatti i lavori. Questo significa mancati incassi e mancata possibilità di lavorare anche per le 9 persone esterne tra autisti, panettiere, due impiegate".
L'attività al momento è ferma e le tempistiche per la ripartenza non sono ancora state definite. I dipendenti hanno richiesto la cassa integrazione, ma i disagi più gravi li subiranno i detenuti, al momento non più occupati, e le aziende che ogni giorno ricevevano tra i 400 e i 600 kg di pane al giorno. Già nelle settimane precedenti, però, c'erano state delle avvisaglie. Dei pezzi di intonaco si erano iniziati a distaccare, ma la direttrice non aveva dato l'okay all'intervento della Mof, l'unità destinata alla manutenzione dei fabbricati.
"Tutte le comunicazioni sono state fatte via mail, il 28 ottobre scorso il capo Dap Petralia aveva visitato il panificio. A seguito della caduta di alcuni grossi calcinacci, di cui si era accorto un detenuto, avevamo fatto richiesta alla direttrice De Gennaro per un intervento ma la sua risposta era stata negativa, asserendo senza visionare i locali - cosa molto grave - che si trattasse di manutenzioni a nostro carico per cui avremmo dovuto chiamare una ditta esterna".
Ma il solaio appartiene al carcere e i tempi per far accedere gli esterni tra autorizzazioni e permessi sono più lunghi rispetto ad altri luoghi di lavoro. Così, pochi giorni dopo, è avvenuto il crollo. "L'ennesimo, disperato, invito destinato al politico e alla politica ad attenzionare il sistema carcere e ai problemi che seppelliscono le donne e gli uomini che ci vivono e ci lavorano, perché il lavoro, quello sicuro o meglio in sicurezza oltre a dover essere una priorità a garanzia di tutti è sicuramente un invito al reinserimento per la popolazione detenuta", questo il commento di Fabio Pagani, segretario Regionale della Uil polizia penitenziaria. Oltre a questo, la cooperativa adesso resta in attesa di risposte da parte della direzione, col rischio di mandare in crisi un'attività che all'interno del carcere perdura da 15 anni.
di Paolo Merlini
La Nuova Sardegna, 18 novembre 2021
Convegno a più voci della Scuola forense: gli operatori del diritto analizzano un tema cardine nell'opera della scrittrice. Un luogo comune, sempre meno diffuso per la verità, associa ai romanzi di Grazia Deledda la vendetta come una delle tematiche più rappresentative della sua opera narrativa. Digitando su Google il cognome della scrittrice e il termine vendetta si ottengono 240mila risultati in meno di un secondo (l'associazione con la parola "perdono" ne genera circa centomila in meno). Ma qual è il senso del diritto e della giustizia in Grazia Deledda?
È davvero così arcaico come sembrerebbero suggerire, appunto, luoghi comuni duri a morire e i logaritmi che originano nell'era della comunicazione digitale? La domanda se la sono posta i professionisti del diritto (avvocati e magistrati principalmente) in un convegno promosso dalla Scuola forense dell'ordine degli avvocati di Nuoro che si è svolto all'auditorium del museo etnografico. Un incontro seguito in presenza e in streaming da circa trecento persone.
Per il direttore della scuola forense, l'avvocato Antonio Careddu, la prospettiva iniziale va ribaltata: il senso della giustizia in Grazia Deledda è profondo, ha una levatura morale altissima. E lo è ancora oggi, a cent'anni e più di distanza, in una situazione mutata sotto ogni profilo anche nella Sardegna centrale che lei ha raccontato in tutte le sue spesso drammatiche contraddizioni.
"In lei è costante la ricerca di giustizia - dice Careddu - e a ben guardare la ponderazione e il tempo necessari alla sua definizione sono gli stessi alla base dei sistemi normativi dei giuristi e degli operatori del diritto. Nella Deledda troviamo sempre il prevalere della coscienza di ciascuno nell'analisi delle proprie azioni, per ricordarci come alla fine l'individuo sia il primo giudice di se stesso. E assistiamo al prevalere del giudizio morale rispetto allo stesso esito di un'azione processuale".
Per l'avvocato Basilio Brodu non si può analizzare il tema della giustizia in Grazia Deledda senza prendere atto del periodo storico, cruciale nella storia del banditismo sardo, in cui lei ambientò i suoi romanzi, per così dire in presa diretta. "I primi anni del '900 - dice Brodu - rappresentano in pieno la spaccatura tra lo Stato con i suoi metodi spesso repressivi e la società pastorale con i propri codici. E lei questo racconta".
Dino Manca, filologo dell'università di Sassari, uno degli studiosi più puntuali dell'opera deleddiana, nella sua relazione ha voluto estendere l'analisi del rapporto tra la Deledda e il senso di giustizia a quello degli scrittori sardi nel loro complesso. Per loro, e per la scrittrice nuorese in particolare, la Sardegna non è mai una quinta scenografica sulla quale costruire un racconto, ma è il centro della narrazione, la prima e assoluta protagonista, "al punto da diventare un'ossessione che la psicoanalisi può aiutarci a capire. La Sardegna - dice Manca - non è un luogo, ma è il luogo per definizione. L'isola è insieme un mito e un archetipo della condizione umana, una terra senza tempo".
Mauro Pusceddu, giudice del tribunale di Sassari e autore di romanzi noir, fa notare come l'elemento della giustizia nel suo complesso sia curiosamente più presente in Grazia Deledda che nel giurista-scrittore per eccellenza, Salvatore Satta. A differenze di quest'ultimo, infatti, Deledda fa partire la propria narrazione da vicende in cui il protagonista è chiamato a confrontarsi, a causa delle proprie azioni, con l'universo della giustizia, quella degli uomini e quella dello Stato.
In quest'ultimo caso dimostrando quanto Deledda fosse attenta all'evoluzione del diritto nel suo tempo: parla di prescrizione all'epoca in cui questo istituto si affacciava nel dibattito nazionale, anzi vent'anni prima (nel romanzo "Cosima"); di cambiali prima che si legiferasse su di esse (in "Canne al vento"). E parla di divorzio 70 anni prima della sua introduzione in Italia, come nel romanzo "Dopo il divorzio" del 1906 (in realtà proprio in quell'anno il governo Zanardelli lo introdusse con un decreto che poi decadde). "Così per lei la legge e la giustizia diventano strumento narrativo, lo spunto per una trama attraverso la quale ci mostra l'uomo nelle sue contraddizioni. Grazia Deledda parla al presente ma in realtà ci racconta il futuro con incredibile preveggenza".
di Viola Giannoli
La Repubblica, 18 novembre 2021
Si terrà a Genova il 27 e 28 novembre. Tra gli eventi tavoli tematici con esperti e istituzioni. La ministra: "I numeri e le statistiche degli ultimi anni evidenziano un trend allarmante che necessita di un intervento globale. Lo dobbiamo soprattutto a giovani".
Si sarebbe dovuta tenere ogni 3 anni, ma da 12 è scomparsa dai radar. Il 27 e 28 novembre a Genova si svolgerà la VI Conferenza nazionale sulle dipendenze convocata dalla ministra per le Politiche giovanili con delega alle politiche antidroga Fabiana Dadone, finita ai tempi della sua nomina al centro delle polemiche perché antiproibizionista. "Farò il test antidroga e invito tutti a farlo" aveva risposto allora. "Ora pubblicherò i risultati - dice oggi in conferenza stampa - Attendo invece ancora che gli altri lo facciano...".
Poi sulla Conferenza di Genova spiega: "I numeri e le statistiche degli ultimi anni evidenziano un trend allarmante che necessita di un intervento globale che coinvolga l'intero Sistema Paese: dalla sanità alla scuola, dalla giustizia alla famiglia, dalla società scientifica a quella civile, dal mondo dello sport al lavoro. Lo dobbiamo soprattutto a giovani e giovanissimi che rischiano sempre più di essere inghiottiti dalle dipendenze".
Tra i 15 e i 19 anni, secondo i dati forniti dal Cnr, dal 2014 il consumo di sostanze stupefacenti è sostanzialmente stabile (tranne che per l'anno della pandemia), attorno al 26% come media annua. Nel 2020 sono state sequestrate 29 tonnellate tra hashish e marijuana, nel 2019 quasi 55 e da cinque anni in qua i sequestri di marijuana sono nettamente superiori a quelli di hashish, un'inversione di tendenza nel consumo rispetto al passato. Sempre lo scorso anno c'è stato un sequestro record di cocaina: 13 tonnellate, il più alto dal 2009. Mentre sono stabili, tranne un picco nel 2018, i sequestri di eroina, attorno ai 6 quintali l'anno.
"È a partire da questi dati e dagli interventi di 122 esperti del settore che si sono incontrati in presenza o da remoto nella fase preparatoria che nasce la Conferenza di Genova" spiega Dadone. Si chiamerà oltre le fragilità, "umane, del sistema sanitario e delle prese di posizione ideologiche" dice la ministra. "Il dibattito sulle dorghe è polarizzato tra parti politiche, invece serve un approccio differente, un approccio alla persona dipendente, e non alle sostanze o alla dipendenza".
Due gli obiettivi del summit a cui prenderanno parte 18 esperti dalle Regioni, 21 dai ministeri, 24 dal privato sociale, 24 dalla società civile, 20 servizi pubblici oltre a scienziati, medici, membri dell'Aifa, degli enti locali, di ricerca, delle università e assistenti sociali. "Suggerire, anzitutto al Parlamento, i cambiamenti alle leggi attuali visto che il testo di riferimento sulle droghe, seppur con alcune modifiche successive, risale al '90" spiega Dadone. L'altro è "raccogliere input per scrivere il nuovo Piano di azionale nazionale sulle droghe".
Sette i tavoli tematici e 45 i sottotemi da cui usciranno le proposte della Conferenza: il primo riguarda la giustizia penale, le misure alternative e le prestazioni sanitarie penitenziarie. Tra i problemi più urgenti c'è l'effetto della legislazione sulle droghe sul sovraffollamento carcerario. Al 10 novembre 2021, nelle 189 carceri italiane per adulti sono presenti 54.307 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 50.851 posti. E secondo l'ultimo libro bianco sulle droghe il 30,8% degli ingressi in carcere sono stati causati da imputazioni o condanne sulla base dell'art. 73 del Testo unico. Una percentuale da rialzare secondo Sandro Libianchi, già responsabile medico presso il complesso polipenitenziario di Rebibbia, e presidente dell'associazione Co.N.O.S.C.I. (Coordinamento Nazionale Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane), se si guarda al numero di tossicodipendenti: "Secondo le statistiche più recenti, risalenti all'anno scorso, sono entrati in carcere dalla libertà 14.092 tossicodipendenti con un rilevante calo rispetto agli anni precedenti a causa della pandemia. I detenuti tossicodipendenti entrati nel corso del 2020 rappresentano il 39,9% sul totale degli ingressi, quindi una percentuale sempre molto alta".
Il secondo tavolo si occupa dell'efficacia dell'azione di prevenzione, a partire dalla scuola e dall'informazione, e della presa in carico precoce delle dipendenze patologiche, compreso l'abuso dell'alcol e del gioco d'azzardo. E ancora il terzo tavolo è dedicato all'evoluzione delle dipendenze e all'innovazione del sistema dei Ser.D. e delle comunità terapeutiche. Il quarto al potenziamento delle modalità di intervento nell'ottica della riduzione del rischio e del danno con un confronto con pratiche europee e l'ipotesi dell'introduzione del "drug checking", ovvero l'analisi del composto chimico delle sostanze stupefacenti che una persona intende assumere e dunque le informazioni sulle possibili reazioni.
Il quinto tavolo si riunirà attorno alle modalità di reinserimento socioriabilitativo e occupazionale come parte del continuum terapeutico con l'ipotesi della istituzionalizzazione del budget di salute per il ritorno alla vita sociale, di comunità dell'ex dipendente. Il sesto tavolo è dedicato alla ricerca e alla formazione nell'ambito delle dipendenze.
E infine ci sarà un tavolo sui prodotti di origine vegetale a base di cannabis a uso medico. Proprio ieri la ministra ha pubblicato su Facebook un intervento per chiarire la sua posizione: "La canapa industriale è un valore aggiunto per l'economia italiana e non presenta alcuna criticità. La cannabis a uso medico prodotta in Italia non è sufficiente per i malati". Fino al 2019 la produzione italiana dello Stabilimento chimico farmaceutico di Firenze non ha mai superato i 150 chilogrammi, nel 2020 ha dichiarato di averne prodotti 250. Il fabbisogno stimato è di 2.500 chili.
di Stefano Massini
La Repubblica, 18 novembre 2021
È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo. Ci siamo assuefatti. L'emergenza è la nuova normalità. Talvolta mi fermo a pensare: ma quanto tempo è passato dalla proclamazione della prima emergenza? Fra poco due anni. E infatti Alessandro - figlio di amici nato poche ore prima del lockdown 2020 - è un ometto che cammina da solo, ha imparato a parlare e, se glielo chiedi, disegna se stesso con papà e mamma, tutti e tre con la mascherina.
Per Alessandro non esiste un mondo senza mascherina (sul viso o in tasca), e mentre lo osservi nella sua inconsapevole infanzia di ostaggio pandemico, ti senti un privilegiato a pensare che per anni, dalla fine della guerra, conoscevamo perlopiù emergenze locali, dettate da terremoti, alluvioni, incendi o da tragedie circoscritte come il crollo del ponte Morandi, senza che mai si desse l'occasione di un'emergenza nazionale così lunga, grave e protratta.
Tant'è, dentro questa bolla - adesso ulteriormente prorogata - abbiamo smaltito poco a poco lo sbigottimento iniziale, imparando a convivere con l'anomalia, con l'anormalità, con la spia d'allarme costantemente lampeggiante, cosicché ormai la diamo per scontata, e come il piccolo Alessandro riusciamo a giocare al di là di tutto.
Già, al di là di tutto. Questo "al di là" è in fondo l'unico vero meccanismo che l'essere umano conosca per disinnescare la portata altrimenti devastante di un trauma: lo accettiamo, lo inglobiamo, ne smussiamo gli angoli impervi rendendolo per paradosso un rifugio, un utero protettivo in cui rintanarsi perché ormai noto, consueto, familiare.
E infatti a rendere memorabile La metamorfosi di Kafka non è tanto lo shock della trasformazione di Gregor in scarafaggio, ma il lento processo con cui egli (e la sorella Grete) imparano a convivere con la mostruosità, tramutandola in un tran-tran domestico. Alla camera del repellente insetto vengono tolti i mobili per consentirgli di scorrazzare sulle pareti, e ogni sera gli vengono serviti gli avanzi del cibo di casa, come si farebbe con un cagnolino, salvo poi rabbrividire ogni volta che lo scarafaggio si torna a guardarlo con gli occhi oggettivi di un terzo.
Pensavo a questo lo scorso sabato sera, in un affollato locale di Milano, mentre guardavo attorno a me le decine di persone che assiepate schiena contro schiena, spalla contro spalla, celebravano il loro rito dello spritz con la mascherina calata sul mento, e a colpirmi era lo spettacolo conclamato di un Covid forzatamente regredito a mostro addomesticato, un Cerbero tenuto al guinzaglio, una Chimera nel passeggino.
È l'esito di un meccanismo naturale e rischiosissimo, quello per cui la familiarità con il nemico induce a sottovalutarlo, ed è in fondo il motivo per cui comunità intere accettano di vivere sulle pendici dei vulcani attivi. Gradualmente, un passo dopo l'altro, si accetta ogni cataclisma per non morire, e chi avesse dubbi pensi a Mitridate VI, il re del Ponto che per sopravvivere al rischio di avvelenamenti assumeva ogni giorno minuscole dosi di intrugli letali, così guadagnandosi un'invulnerabilità che non gli evitò comunque di infliggersi una morte terribile.
Parliamo di una strategia che può essere cosciente (è il caso appunto di Mitridate) o inconsapevole, e in questo caso degenera talora in una pericolosa passività. Primo Levi era solito ricordare che nelle vene del popolo ebraico, da secoli disperso e vessato dai pogrom, scorre una innata abilità esistenziale a curvarsi alle raffiche di vento, come quei giunchi che flettendosi non si spezzano, ma è sorprendente leggere i vibranti scambi in cui Jean Améry respingeva le parole di Levi come foriere di un inaccettabile compromesso: Améry non volle mai piegarsi a normalizzare l'emergenza del lager, non si adagiò nella fatidica ricerca del sole nell'ombra, fosse anche per il mero obiettivo di non farsene inghiottire.
Il suo è un monito a restare sempre vigili, combattendo l'assuefazione cui siamo naturalmente portati, quella che in queste ore fa dire a qualcuno "Draghi ha rinnovato lo stato d'emergenza, ma è una formalità". Purtroppo non lo è affatto.
di Gian Carlo Caselli
Corriere della Sera, 18 novembre 2021
Ci troviamo di fronte a comportamenti prodromici rispetto ad altri reati più concreti che quindi non vanno sottovalutati. La Procura di Torino sta indagando 18 persone distribuite tra 16 città italiane accusate di aver "chattato" pesanti minacce e istigazioni a delinquere contro chiunque sia favorevole al green pass. Il caso specifico impone prudenza e cautela: l'inchiesta è all'inizio e logicamente occorre attenderne gli sviluppi.
Intervenendo su un piano di carattere generale si può tuttavia dire, innanzitutto, che la storia non si ripete mai uguale ma qualcosina la può sempre insegnare. Alla fine degli anni Sessanta compaiono in varie democrazie industriali (Germania, Giappone, Francia e Italia) movimenti collettivi di contestazione da cui scaturiscono "costole" che estremizzano la protesta individuando obiettivi da colpire. Via via queste "costole" abbandonano l'intervento politico, duro ma ancora nel perimetro della democrazia, per praticare forme di conflitto violento, talora organizzando anche gruppi armati.
Nel caso che forma oggetto delle cronache di questi giorni sembra di poter dire che siamo di fronte a comportamenti prodromici rispetto ad altri reati più concreti, ancorché certe espressioni riecheggino tempi assai cupi: come la parola, odiosa e feroce, "gambizzazione", della quale si direbbe che qualcuno, sebbene nostalgico, abbia dimenticato l'effetto terribile di storpiatura dolorosissima e perpetua della vittima designata come simbolo, non più dalle catacombe della clandestinità ma dai meandri del web.
In ogni caso, la fase che abbiamo definito prodromica non deve essere sottovalutata. Le conseguenze della propaganda violenta possono essere nefaste e guai a lasciarsi sorprendere trovandosi spiazzati, come in altre occasioni è già successo nel nostro Paese.
Vauro, sul Fatto del 16 novembre, ha pubblicato una vignetta intitolata "No Vax, perquisizioni in tutta Italia", nella quale due uomini con mascherina, un civile e un poliziotto, si scambiano queste battute: "Trovato niente?", "Macché, manco un neurone". La vignetta è divertente e si può leggere in due modi; uno rassicurante (senza neuroni non si combina niente), ma anche con preoccupazione (la mancanza di neuroni può generare malefatte).
Comunque sia, è storicamente verificabile che la violenza in democrazia è la risposta di chi, a dispetto delle sue illusioni, è incapace di analisi veramente approfondite ed è insofferente ad ogni valutazione realistica dei dati di fatto. Alla fine si finisce per essere condizionati da una impazienza avventuristica, si rimane travolti da una mescolanza di radicalismo verbale e nullismo pratico che oscura la realtà.
Mi sembra il caso anche di coloro che propagandano le proprie convinzioni soggettive "no vax" accampando argomenti (si fa per dire...) come la dittatura, il genocidio della shoah, il nazismo e le SS (come acronimo di "siero sperimentale": e chissà che il presidente Mattarella cercando di porre un argine all'abuso sconsiderato degli acronimi non pensasse anche a questo...). Infine, almeno un accenno rispettoso - senza infingimenti - a quei personaggi eccellenti che intervenendo nel dibattito non sempre sembrano rendersi contro di giocare col fuoco. Sul versante dei "cattivi maestri" abbiamo già dato. Non dimentichiamolo.
di Fabio Scaltritti*
Il Manifesto, 18 novembre 2021
Verso Genova. La Rete nazionale antipunizionista (Cgil, Forum Droghe, Cnca, Libera, Antigone, Fuoriluogo, La Società della ragione, Gruppo Abele, ItaRdd, ItanPud, Lila Nazionale, Ass. Luca Coscioni) si mobilità e sotto l'obiettivo comune della piena depenalizzazione (penale e amministrativa) si organizza la FuoriConferenza: il 26 novembre a Palazzo San Giorgio.
Il Dipartimento delle Politiche Antidroga ha finalmente annunciato la convocazione - dopo 12 anni, anziché i tre previsti per legge - della Conferenza nazionale sulle dipendenze, a Genova, per il 27 e 28 novembre. Il fatto che la Ministra Dadone non sia una proibizionista cieca come coloro che l'hanno preceduta ci ha fatto sperare in qualcosa di vero e possibile.
In poche settimane sono stati inviati i 7 Temi che avrebbero dovuto diventare argomenti di preparazione per i successivi Tavoli Tecnici, già preconfezionati e a cui sedersi senza indugi o dubbi: 1) Giustizia penale 2) Prevenzione e presa in carico precoce 3) Innovazione sistema SerD e Comunità 4) Potenziamento prevenzione e Riduzione del Danno 5) Reinserimento sociale e riabilitativo 6) Prodotti di origine vegetale a base di Cannabis a uso medico 7) Ricerca scientifica e formazione.
La Comunità San Benedetto è inserita nel Tavolo Cannabis ma subito ci siamo chiesti perplessi cosa c'entri la cannabis ad uso medico con le Droghe e la Conferenza. Come inizio è decisamente scoraggiante (con un referendum alle porte, le sentenze penali degli ultimi due anni, l'assoluzione di Walter De Benedetto e il Lussemburgo che ha già ampiamente legalizzato). La legislazione sulla cannabis terapeutica è forse l'unica cosa che funziona in Italia, anche se poi i pazienti rimangono rigorosamente senza terapie.
Anche il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) aderisce pienamente alla richiesta di depenalizzazione dell'uso e del consumo ma sulla cannabis non riesce a scegliere, dopo più di 40 anni, la strada della legalizzazione anche per uso ricreativo e l'autoproduzione come strumento di emancipazione. (sic!).
La Rete nazionale antipunizionista (Cgil, Forum Droghe, Cnca, Libera, Antigone, Fuoriluogo, La Società della ragione, Gruppo Abele, ItaRdd, ItanPud, Lila Nazionale, Ass. Luca Coscioni) si mobilità e sotto l'obiettivo comune della piena depenalizzazione (penale e amministrativa) si organizza la FuoriConferenza: il 26 Novembre a Palazzo San Giorgio con la Comunità San Benedetto, sulle orme di Don Gallo, accoglierà alcuni esperti da tutta Italia e dal mondo per approfondire e problematizzare ciò che non "entra" nella Conferenza governativa.
Che più si avvicina la data di fine novembre e più sembra sfuggire (argomenti, organizzazione, inviti, esclusioni, omissioni) agli obiettivi che un evento di questo tipo dovrebbe perseguire. Anche i consumatori in questa edizione non avranno voce in capitolo, il rappresentante di ItanPud Italia è stato escluso in quanto impedito da provvedimenti amministrativi.
I tempi e l'organizzazione dei lavori della Conferenza hanno permesso una limitata e parziale partecipazione, sicuramente superficiale e troppo rapida, dalla quale rischiano di emergere documenti e ipotesi di lavoro non condivisi o compresi dai partecipanti. Anche gli inviti e la definitiva organizzazione dell'evento, con i possibili ospiti, è una sorpresa per tutti. Nessuno è stato coinvolto o ascoltato nella programmazione che sembra essere riservata ad una mano "invisibile", di cui nessuno si assume direttamente le responsabilità.
Noi però ci siamo, e Genova e la sua FuoriConferenza del 26 novembre proverà a problematizzare argomenti e temi che nell'ultimo decennio sono sempre stati soffocati come "temi divisivi o sensibili", e quindi non appannaggio della politica nazionale.
Noi Operatori nel frattempo saremo questa settimana a Lisbona, all'Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze (Oedt - Emcdda) dove il Centro Europeo sta elaborando i dati sui consumi di droghe in Ue e sulle strategie di innovazione che alcune esperienze ci stanno mostrando. "Il Paese che più proibisce, più si droga", potrebbe essere lo slogan del Dopoconferenza di Genova. Scommettiamo?
*Comunità San Benedetto al Porto
di Riccardo Luna
La Repubblica, 18 novembre 2021
Il primo Open Summit di Green & Blue ci ha detto quanto la questione climatica sia diventata importante, quanto sia entrata nelle nostre vite mentre entrava nelle nostre case.
Abbiamo parlato per ore ma non è stato un bla bla bla. Abbiamo messo a confronto le attiviste del clima con gli statisti provando a capire perché le prime considerano la questione climatica così urgente da apparire a volte furiose, e perché per i secondi provare a risolverla è così complesso da salutare piccoli passi avanti come vittorie epocali. Abbiamo ammirato le ragioni che portano un ragazzo a mollare un lavoro sicuro per fare una startup che si occupa di piantare alberi o ridurre la plastica; e abbiamo notato come il profitto del pianeta stia lentamente diventando uno dei valori guida delle strategie delle multinazionali (accanto al profitto degli azionisti).
Abbiamo ascoltato spaventati gli scenari degli scienziati, rimanendo impietriti quando il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ci ha detto che non è il futuro della Terra ad essere in gioco, ma solo quello della specie umana. Abbiamo scoperto gli influencer del clima, che usano i social per fare cultura della sostenibilità; e gli artisti che lo fanno con le canzoni; e gli scrittori che hanno smesso di fare romanzi per scrivere solo su questo, sull'urgenza di fermare il riscaldamento globale. Non hai paura che la tua arte ci rimetta?, ha chiesto Antonio Monda a Jonathan Safran Foer. E lui: "In questo momento bisogna fare delle scelte, questa è la mia scelta, il mio contributo".
Il primo Open Summit di Green&Blue ci ha detto in maniera lampante quanto la questione climatica sia diventata importante, quanto sia entrata nelle nostre vite mentre entrava nelle nostre case. Dove sono i figli ad averci svegliato dal torpore con cui ci relazionavamo ai rischi del riscaldamento globale: praticamente tutti hanno un figlio da citare, qualcuno per cui hanno deciso finalmente di impegnarsi. Le prime persone a cui rendere conto di quello che facciamo e non facciamo non sono in piazza, sono in famiglia, li incontriamo ogni giorno. E non fanno sconti.
La climatologa Paola Mercogliano, che aggiorna ogni mese i dati sugli scenari italici, ha detto una cosa fondamentale: parliamo sempre di cambiamento climatico come di una cosa che avverrà, ma è già avvenuto. Ci siamo dentro. La cosa ci spaventa? Sicuramente alcuni sono spaventati, ma non sarà questo a farci vincere la sfida più grande che questa generazione ha davanti: "Sarà la speranza", ha detto alla Cop 26 di Glasgow David Attenborough. La speranza di essere in grado di costruire un mondo migliore. E magari, più giusto. Ma la speranza, ha detto qualche giorno fa Greta Thunberg, non si cerca, va creata. Per questo lanciando l'evento avevamo chiamato a raccolta i sognatori.
Persone disposte a impegnarsi nella costruzione di un mondo nuovo: non solo perché è giusto ma perché adesso conviene. Ci sono finalmente i capitali, somme così grandi che si fa fatica a scrivere gli zeri. C'è maggiore consapevolezza dei consumatori che con gli acquisti possono premiare i virtuosi e punire i dannosi. E ci sono le nuove tecnologie.
A questo proposito il dialogo a distanza che è avvenuto fra diversi relatori sul tema dell'idrogeno è stato una rivelazione: davvero questa molecola può essere il fattore che manca alla transizione energetica? Davvero ci può consentire di sfruttare tutto il potenziale delle energie rinnovabili e arrivare là dove sole e vento non basteranno (industria pesante, trasporti lungo raggio)?
Davvero, come ha autorevolmente suggerito il plenipotenziario americano sul clima John Kerry, l'Italia può diventare l'attore principale dell'era dell'idrogeno in Europa? È più di una speranza. Ma di questo abbiamo bisogno adesso: della consapevolezza che la sfida sarà durissima e meravigliosa e che possiamo farcela. Steve McCurry, che ha fotografato le meraviglie e gli orrori del pianeta, sostiene che finché ci saranno esseri umani nel vero senso della parola, "il mondo non scomparirà". È solo un sogno, ma quando quel sogno lo fanno in tanti, inizia a diventare realtà.
huffingtonpost.it, 18 novembre 2021
Riguarda quasi 3 mila migranti, in media 7 richiedenti asilo su 10, anche donne incinte e minori non accompagnati. In Grecia la detenzione amministrativa dei migranti richiedenti asilo è diventata la regola e non l'eccezione, in aperta violazione con la normativa europea. Uomini, donne e bambini sono sottoposti a condizioni di detenzione degradanti e che negano i loro diritti fondamentali, come rilevato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. È l'allarme lanciato oggi da Oxfam e Greek Refugees Council con nuovo rapporto che fotografa una situazione a dir poco drammatica: quella che colpisce persone estremamente vulnerabili arrivate in Europa per trovare salvezza da guerre e persecuzioni in paesi come Afghanistan, Siria, Repubblica Democratica del Congo e molti altri.
Quasi la metà dei migranti resta in detenzione per oltre sei mesi - Il dossier rileva come: già a giugno i migranti in detenzione amministrativa, quindi senza nessuna accusa penale a carico, erano quasi 3 mila; 7 migranti irregolari su 10 sono posti in detenzione amministrativa e la maggior parte rimane detenuta anche una volta presentata la domanda di asilo; 1 persona su 5 viene detenuta per lunghi periodi in celle anguste concepite per poche ore di fermo; donne incinta, bambini e persone con gravi vulnerabilità vengono detenute senza un'assistenza sanitaria e legale adeguata; quasi la metà (il 46%) dei migranti vi rimane per oltre 6 mesi.
"La volontà di usare la detenzione come prassi si riflette nelle recenti politiche adottate dalla Grecia. Nonostante la normativa europea indichi la detenzione amministrativa come ultima risorsa - ha detto Paolo Pezzati, policy advisor per le emergenze umanitarie di Oxfam Italia - nel 2019 le autorità greche hanno ampliato i motivi che portano alla detenzione anche alla verifica dell'identità della persona; hanno eliminato la possibilità di prendere in considerazione misure alternative, in determinate circostanze; e hanno introdotto la possibilità di estendere la detenzione fino a 3 anni. Un approccio che rappresenta una chiara violazione del diritto europeo e greco".
"La detenzione amministrativa è solo un altro strumento per impedire alle persone di cercare sicurezza e un futuro in Europa - ha aggiunto Vasilis Papastergiou, esperto legale del Greek Refugees Council - Mentre le autorità greche si rifiutano di considerare altre opzioni, i tribunali greci spesso rifiutano i ricorsi e gli appelli contro la detenzione, anche da parte di donne in gravidanza. Uno status quo avvallato anche dall'Unione Europea che sta finanziando i nuovi centri di semi-detenzione in Grecia, luoghi chiusi e controllati dove i migranti vengono abbandonati a sé stessi e dimenticati. Tutto questo, la detenzione assunta come regola e non come eccezione, non è solo contrario alle normative internazionali ed europee sulle migrazioni, ma implica anche un pesante costo morale ed economico".
"È necessario che la Grecia cambi approccio politico e prenda immediati provvedimenti legislativi che la riportino in linea con lo Stato di diritto - continua Pezzati - I principali sono: porre fine alla detenzione prolungata nelle stazioni di polizia, evitare l'uso della detenzione senza che esista una decisione di un giudice e permettere la concreta possibilità di un sostegno legale alle persone straniere. È inoltre inaccettabile che le stazioni di polizia, centri di pre-allontanamento o espulsione e altri luoghi di detenzione amministrativa siano diventati luoghi di detenzione anche per i bambini. Questa pratica deve terminare quanto prima".
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