anteprima24.it, 22 giugno 2021
"Quando arrivi tra queste mura ti senti spaesata, stare qui non è affatto semplice. Ti ritrovi a vivere in una cella con 8 detenute dove spesso oltre ad avere del disagio per il mancato spazio devi resistere alle gerarchie che si vengono a creare quando c'è il "bulletto del villaggio", con queste parole di una detenuta si apre lo spettacolo musicale nel carcere femminile di Pozzuoli, in cui si è tenuta la manifestazione musicale promossa dal Garante Campano delle persone private della libertà personale Samuele Ciambriello, realizzata dall'associazione culturale "Ad alta voce", presieduta dal maestro Carlo Morelli.
Quello in questione è un progetto caratterizzato da diversi incontri musicali e teatrali, che si conclude oggi nel carcere femminile di Pozzuoli. Per l'evento 9 detenute, preparate dal maestro Carlo Morelli, da Serena Matrullo e Luigi Nappi si sono esibite in brani del repertorio della classica canzone napoletana.
In questa giornata della Musica, caratterizzata dal clima spensierato e da un senso di ritorno alla normalità, si è esibito in una performance canora anche Ciambriello intonando con le ristrette "Sapore di sale" regalando un sorriso al pubblico in platea. Il Garante Ciambriello ha dichiarato: "La Musica, il teatro, la cultura sono potenti antidoti per combattere mafie e diseguaglianze. L'anagramma di carcere è cercare, cercare un nuovo punto di partenza per costruire un futuro migliore".
L'Associazione culturale Ad alta voce da anni collabora con il Professore Ciambriello, promuovendo la Cultura della Bellezza nelle carceri, nella convinzione che le arti possano salvare le persone dall'abbruttimento e dal degrado delle periferie. "La politica dovrebbe essere il sinonimo di progetto, dando così la possibilità di dare luce, nella massima democrazia, ad una nuova vita. La musica è antidoto, è bellezza colorita che ha permesso a queste donne di avere un momento di spensieratezza. Ringrazio in primis Samuele che ha dato vita a questa iniziativa, ma soprattutto a queste donne che si sono impegnate per dare vita a questo spettacolo" queste le parole del maestro Morelli. A fine manifestazione è stato allestito nei giardinetti della casa circondariale un buffet offerto dalle detenute grazie all'impegno che stanno mettendo nell'imparare a fare le pizze con l'Associazione Generazione libera di Caserta.
Orgogliosa dell'iniziativa anche la direttrice dell'Istituto, Marialuisa Palma: "Ringrazio Samuele, per l'impegno che mette ogni giorno nel realizzare progetti che possano rieducare queste donne ma soprattutto per dar voce ai loro diritti. In questa giornata abbiamo voluto omaggiare le donne e tutti i loro diritti".
Nel giardino a tal proposito è stata costruita una panchina rossa per ricordare le donne vittime di violenza e istallata un'opera che rappresenta un abbraccio dell'artista Teresa Cervo. All'incontro presente anche la Senatrice della commissione giustizia, Valeria Valente che ha dichiarato: "Nella vita tutti possono sbagliare. Nessuno deve essere punito, questa esperienza deve essere vissuta come rieducazione. Una rieducazione anche verso sé stesse, perché solo credendo in sé si può godere di una vera e propria libertà. Io intanto, lavorerò affinché, ogni donna possa avere pari opportunità. Perché solo in questo modo si può essere parte integrante di una società". L'evento si è concluso con un lieto annuncio in diretta da parte del Garante Ciambriello ad una detenuta dopo essersi esibita: "Signora, lei è ufficialmente libera. Abbracci e libertà".
di Giampaolo Mattei
vaticannews.va, 22 giugno 2021
Alcuni ospiti della terza casa circondariale di Rebibbia sono stati ricevuti a Santa Marta assieme alla direttrice, a due donne magistrato e altri funzionari. Poi la visita ai Musei Vaticani, accolti dalla direttrice Barbara Jatta. Il cappellano: grati al Papa per la vicinanza e la sua preghiera a sostegno della dignità di chi vive in carcere. Hanno portato un cesto di pane fresco al Papa, a Casa Santa Marta, stamani alle 8.45, dodici detenuti della terza casa circondariale di Rebibbia che hanno poi visitato i Musei Vaticani. Quel pane lo hanno preparato stanotte, con le loro mani, proprio per dire "grazie" a Francesco "per il dono della speranza che sta offrendo a noi detenuti".
E, in un clima di famiglia, il Papa ha confidato loro proprio la sua attenzione alle persone che vivono l'esperienza della reclusione, ricordando le visite nelle prigioni già in Argentina, e assicurando la sua preghiera anche per i loro familiari. "Oggi tutta la comunità del carcere, con il Papa, ha vissuto un'esperienza importantissima": non nasconde l'emozione padre Moreno M. Versolato, religioso dei servi di Maria, cappellano nel più piccolo dei quattro poli del carcere romano. Sì, padre Moreno parla di "comunità" perché - insiste - "oggi qui, in Vaticano, siamo venuti insieme: dodici detenuti, la direttrice della terza casa circondariale di Rebibbia, Anna Maria Trapazzo, tre educatrici, agenti di polizia penitenziaria e due donne magistrato di sorveglianza".
Proprio la presenza dei due giudici Anna Vari e Paola Cappelli - fa notare il cappellano - ha un forte significato: "Sono loro a valutare e a firmare i permessi nei percorsi di reinserimento sociale, attraverso le misure alternative di semilibertà, ed è straordinario che oggi qui vivano, direttamente insieme ai detenuti, un'esperienza di bellezza che è "scuola di vita" per tutti".
Già, spiega con passione padre Moreno, "questi giovani sono cresciuti nelle periferie degradate o magari vengono da paesi lontani... insomma, hanno avuto, fin da piccoli, un'altra "scuola". Al cappellano fa eco la direttrice dei "Musei del Papa", Barbara Jatta, che ha accolto con un cordiale "benvenuto" gli "ambasciatori" di Rebibbia: "Queste gallerie sono la casa di tutti, qui ognuno, con la propria sensibilità, può cogliere "qualcosa" che vale per la sua vita e la può rendere migliore. Oggi con grande gioia i Musei Vaticani - dice la direttrice - si presentano e si propongono ai detenuti e a coloro che li accompagnano come ispirazione alla bellezza che tocca l'anima nel profondo".
La visita ai Musei ha ancor più significato, riprende padre Moreno, "perché in questo periodo di pandemia i detenuti hanno sofferto moltissimo l'isolamento e l'emarginazione per l'impossibilità di abbracciare i propri cari". Sono situazioni estreme, davvero "al limite" - racconta - ed è facile cedere alla tentazione di dar spazio a conflitti e rabbia. E il pensiero, aggiunge, va anche a tutto il personale di servizio.
"Posso testimoniare, da cappellano, quando grande e sincero sia l'affetto delle persone detenute per Papa Francesco" rilancia il religioso. "Stamani lo abbiamo personalmente ringraziato, tutti insieme, per la vicinanza che ci dimostra continuamente e in occasioni diverse". Il dono delle colombe a Pasqua, aggiunge, è stato per tutti una sorpresa. "Ma il grazie più grande - conclude il cappellano - è per la sua preghiera e per le sue richieste alle autorità politiche perché mutino sempre più le condizioni di detenzione soprattutto dove la dignità della persona è costantemente violata".
Al termine della mattinata in Vaticano la direttrice del carcere parla di un'esperienza di accoglienza e di speranza: "Il dono del pane per il Papa ha un valore enorme per noi: in pieno lockdown abbiamo avviato un laboratorio di panificazione e sette detenuti sono stati assunti da una ditta. Il pane fatto stanotte per Francesco è, dunque, un "grazie". E anche il dono della "mattonella" con la croce, espressione del corso di mosaico, non è un gesto formale ma un segno di fede e di speranza".
di Mario Giro
Il Domani, 22 giugno 2021
Dopo aver esaminato quasi 250 studi scientifici che hanno valutato il livello di alimentazione di circa 110.000 anziani, i risultati dello studio del ministero della Salute sono inquietanti. Un grado di malnutrizione preoccupante concerne il 3-4 per cento degli anziani che vivono a casa loro ma si innalza fino al 70 per cento per quelli posti in strutture di lungodegenza e Rsa. Ora quindi è ufficiale: i dati del ministero confermano quello che molti testimoni denunciano da tempo e cioè che nelle Rsa si mangia male e poco si beve ancor meno e il risultato sono continui casi di disidratazione e malnutrizione.
Le Rsa, le residenze sanitarie assistenziali per anziani, sono di nuovo nel mirino. Questa volta è un rapporto del ministero della Salute a mettere in rilievo l'aspetto nutrizionale degli anziani in Italia.
Dopo aver esaminato quasi 250 studi scientifici che hanno valutato il livello di alimentazione di circa 110.000 anziani, i risultati sono inquietanti: un grado di malnutrizione preoccupante concerne il 3-4 per cento degli anziani che vivono a casa loro ma si innalza fino al 70 per cento per quelli posti in strutture di lungodegenza e Rsa.
I dati del ministero confermano quello che molti testimoni denunciano da tempo e cioè che nelle Rsa si mangia male e poco, si beve ancor meno e il risultato sono continui casi di disidratazione e malnutrizione che indeboliscono gli anziani e li condannano ad essere più facilmente preda di gravi malattie. Certamente non è così dovunque, ma si tratta di un trend generalizzato e purtroppo assai esteso.
Il rapporto del ministero (di un anno fa ma messo online ora) evidenzia la mancanza di una sorveglianza nutrizionale per gli anziani anche se la produzione scientifica su tema è considerevolmente aumentata negli ultimi trent'anni. Il testo del tavolo tecnico denuncia anche una scarsa attenzione dei media a tali fenomeni e una "carenza sistematica" di formazione del personale sanitario. La cosa più grave rimane il mancato recepimento delle linee di indirizzo per la ristorazione collettiva nelle lungodegenze, nelle strutture riabilitative e nelle Rsa". Tra le firme del rapporto anche Francesco Landi, presidente della Società italiana di geriatria e gerontologia.
Dalla strage di anziani di inizio pandemia -ancora occultata dai responsabili del settore- abbiamo posto su queste pagine in forte evidenza la questione anziani istituzionalizzati. Il dibattito che ne è scaturito ha preso di mira in particolare le Rsa come luoghi di abbandono e carenza di cure, dove oltretutto si da precedenza ai motivi finanziari (pudicamente chiamati di sostenibilità) rispetto alla cura degli anziani stessi. Ne è nata su queste pagine una campagna sulla chiusura delle Rsa e in favore dell'assistenza domiciliare diffusa sul territorio che ha trovato molto favore. Le reazioni contrarie sono state in realtà difensive, basate sull'impossibilità di cambiare l'attuale scenario: famiglie in difficoltà per carenza di risposte pubbliche; non autosufficienza degli anziani; difesa dei lavoratori delle Rsa. Si tratta di risposte rassegnate all'esistente. Nessuno che abbia a cuore gli anziani ha interesse a prendersela con chi lavora nelle strutture o con chi le gestisce: semplicemente vogliamo andare oltre l'attuale sistema.
Pensiamo che l'istituzionalizzazione sia sempre la risposta sbagliata, salvo eccezioni. La carenza di risposta pubblica a cui le Rsa sopperiscono non può essere più accettata. Riteniamo che con il recovery plan si possa andare oltre: un vero programma di assistenza domiciliare sul territorio che superi il destino triste dell'istituzionalizzazione. In passato si è fatto per altre parti della popolazione come per l'infanzia o i malati psichici. Si faccia ora anche per gli anziani.
di Alessandra Arachi
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La proposta di legge che istituisce l'Autorità dei diritti umani è ferma da mesi in commissione alla Camera. Cartabia: "È tempo di dare attuazione a quegli impegni internazionali assunti sin dal 1993".
Sono 28 anni che l'Italia aspetta una Autorità nazionale per la tutela dei diritti umani. "È tempo di dare attuazione a quegli impegni internazionali assunti sin dal 1993", ha detto la ministra della Giustizia Marta Cartabia, aggiungendo: "Il nostro è uno dei cinque Paesi dell'Unione Europea - insieme a Malta, Romania, Estonia, Repubblica Ceca - che ancora non ha una National Human Right Institution, come ha segnalato ripetutamente anche il direttore dell'Agenzia dei diritti fondamentali dell'Unione Europea, da ultimo nella relazione relativa al 2020". La ministra è intervenuta ieri mattina alla presentazione alla Camera della Relazione annuale al Parlamento del Garante per i diritti delle persone private della libertà personale, Mauro Palma, ed è alla figura del Garante che si è riferita per esortare il Parlamento a dar seguito a quei "Principi di Parigi" che dal 1993 aspettano di essere attuati in Italia. "Si deve affiancare al Garante un'autorità indipendente con simili competenze che coprano però tutto lo spettro della tutela dei diritti umani. Per questo ci sono iniziative legislative in Parlamento che potrebbero e dovrebbero riprendere il loro corso".
La proposta di legge che istituisce l'Autorità dei diritti umani è ferma da mesi in commissione alla Camera. "Adesso si può fare questa legge, prima della fine della legislatura c'è tutto il tempo", ha detto il Garante Mauro Palma che nella relazione ha affrontato il problema del sovraffollamento delle carceri, tema ripreso dalla ministra Cartabia che ha anche annunciato: "Sono felice di poter anticipare che presto una circolare del Dap ufficializzerà la ripresa dei colloqui in presenza nelle carceri". Ci sono troppi detenuti nei penitenziari italiani: "Tuttavia quest'anno parliamo di 53,4 mila detenuti contro i 61 mila dell'altro anno", ha precisato Palma. Spiegando: "Sebbene il problema ci sia poiché lo spazio è per poco più di 47 mila detenuti". Il Garante ha ribadito la necessità di creare strutture alternative al cercere: "Un terzo dei detenuti ha pene definitive inferiori ai tre anni, mentre 1.200 detenuti sono in carcere per pene inferiori a un anno, e sono per lo più persone senza fissa dimora". Anche Daniela De Robert - nel collegio del Garante - è intervenuta sul problema delle strutture alternative: "Bisogna smettere di pensare al sovraffollamento come un problema di posti letto, sono spazi di vita".
di Giovanni Viafora
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La richiesta formale al governo italiano attraverso il Segretario per i rapporti con gli Stati, monsignor Paul Richard Gallagher. L'atto consegnato il 17 giugno. Non era mai successo. Il Vaticano ha attivato i propri canali diplomatici per chiedere formalmente al governo italiano di modificare il "ddl Zan", ovvero il disegno di legge contro l'omotransfobia.
Secondo la Segreteria di Stato, la proposta ora all'esame della Commissione Giustizia del Senato (dopo una prima approvazione del testo alla Camera, lo scorso 4 novembre), violerebbe in "alcuni contenuti l'accordo di revisione del Concordato". Si tratta di un atto senza precedenti nella storia del rapporto tra i due Stati - o almeno, senza precedenti pubblici - destinato a sollevare polemiche e interrogativi. Mai, infatti, la Chiesa era intervenuta nell'iter di approvazione di una legge italiana, esercitando le facoltà previste dai Patti Lateranensi (e dalle loro successive modificazioni, come in questo caso).
La "nota verbale" - A muoversi è stato monsignor Paul Richard Gallagher, inglese, segretario per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato. In sostanza, il ministro degli Esteri di papa Francesco. Lo scorso 17 giugno l'alto prelato si è presentato all'ambasciata italiana presso la Santa Sede e ha consegnato nelle mani del primo consigliere una cosiddetta "nota verbale", che, nel lessico della diplomazia, è una comunicazione formale preparata in terza persona e non firmata. Nel documento - pur redatto in modo "sobrio" e "in punta di diritto" - le preoccupazioni della Santa Sede: "Alcuni contenuti attuali della proposta legislativa in esame presso il Senato - recita il testo - riducono la libertà garantita alla Chiesa Cattolica dall'articolo 2, commi 1 e 3 dell'accordo di revisione del Concordato".
Un passaggio delicatissimo.
I commi - Questi commi sono proprio quelli che, nella modificazione dell'accordo tra Italia e Santa Sede del 1984, da un lato assicurano alla Chiesa "libertà di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale" (è il comma 1); e, dall'altro garantiscono "ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione" (il comma 2). E sono i veri nodi della questione.
"Libertà a rischio" - Secondo il Vaticano, infatti, alcuni passaggi del ddl Zan non solo metterebbero in discussione la sopracitata "libertà di organizzazione" - sotto accusa ci sarebbe, per esempio, l'articolo 7 del disegno di legge, che non esenterebbe le scuole private dall'organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l'omofobia, la lesbofobia e la transfobia; ma addirittura attenterebbero, in senso più generale, alla "libertà di pensiero" della comunità dei cattolici. Nella nota si manifesta proprio una preoccupazione delle condotte discriminatorie, con il timore che l'approvazione della legge possa arrivare persino a comportare rischi di natura giudiziaria. "Chiediamo che siano accolte le nostre preoccupazioni", è infatti la conclusione del documento consegnato al governo italiano.
Cosa succede - Il giorno stesso, a quanto risulta al Corriere, la nota sarebbe stata consegnata dai consiglieri dell'ambasciata italiana presso la Santa Sede al Gabinetto del ministero degli Esteri di Luigi Di Maio e all'Ufficio relazioni con il Parlamento della Farnesina. E ora si attende che venga portata all'attenzione del premier Mario Draghi e del Parlamento. Ma cosa potrebbe succedere adesso? In teoria, stando al Concordato, potremmo essere davanti anche all'ipotesi in cui, di fronte ad un problema di corretta applicazione del Patto, si arrivi all'attivazione della cosiddetta "commissione paritetica" (prevista dall'articolo 14). Ma è presto per trarre conclusioni. L'unica cosa certa è che siamo oltre ad una semplice moral suasion.
Il salto di qualità - Il punto, come detto, riguarda proprio il "livello" su cui la Santa Sede ha deciso, questa volta, di giocare la partita. Le critiche della Chiesa al "ddl Zan" non sono certo nuove. Sul tema la Cei è già intervenuta ufficialmente due volte: la prima nel giugno del 2020 ("Esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere ogni comportamento violento o persecutorio", dissero all'epoca i vescovi); e la seconda non più tardi di un mese e mezzo fa ("Una legge che intende combattere la discriminazione non può e non deve perseguire l'obiettivo con l'intolleranza", era stata la nota del presidente Gualtiero Bassetti).
Per non parlare delle singole prese di posizione ("È un attacco teologico ai pilastri della dottrina cattolica", ha affermato di recente, per esempio, il vescovo di Ventimiglia-Sanremo Antonio Suetta"). Ma si è sempre trattato di pur legittime prese di posizione "esterne", "politiche". Come le tante, dirette e indirette, cioè mediate dai partiti di riferimento, registrate negli anni (nel 2005 il cardinal Ruini arrivò a schierarsi pubblicamente a favore dell'astensionismo nel voto referendario sulla fecondazione assistita). Ma mai si era attivata la diplomazia. Mai lo Stato Vaticano era andato a bussare alla porta dello Stato Italiano chiedendo conto, direttamente, di una legge.
di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
Uno dei luoghi comuni è che se la donna torna alla vita normale, vuol dire che non è stata una violenza. Assurdo perché lo stupro non è una coltellata che lascia una ferita sanguinante. Qualche riflessione sullo stupro, visto che se ne parla molto e spesso adducendo luoghi comuni che tardano a scomparire. Uno di questi, il più diffuso è che lo stupro sia un atto di libidine. Cosa che la Storia smentisce. Lo stupro, che fra gli animali non esiste, è un atto di intimidazione e non ha niente a che vedere col piacere sessuale, ma piuttosto con il bisogno di offendere e umiliare i nemici. Infatti la violenza sessuale è una invenzione puramente guerresca. Tradizionalmente si uccidevano i nemici vinti e si stupravano le donne, primo per mostrare la propria forza, secondo per lasciare un segno sul corpo considerato proprietà del nemico. La vittoria più compiuta si aveva quando quel corpo invaso, dava la nascita a un figlio.
Secondo luogo comune, purtroppo volgarmente ripetuto fino alla nausea dai violentatori per difendersi: lei era consenziente. Cosa che non direbbero di una rapina. Nessuno chiede a chi denuncia una estorsione se sia stato consenziente. Lo stupro è una rapina e nessuna donna può essere consenziente. Può non reagire, paralizzata dalla paura, o dalla droga, o dall'ubriachezza, ma non certo perché provi piacere. Utile esercizio: di fronte alla notizia di un ragazzino sodomizzato da 4 uomini, direste che sia stato consenziente? Di una ragazza purtroppo invece sì, perché, come dicevano i romani: "Vis cara puellae", ovvero la forza piace alle fanciulle. Ma è un fantasia che serve solo a giustificare la sopraffazione... Altro luogo comune: se la donna torna alla vita normale, vuol dire che non è stata una violenza. Assurdo perché lo stupro non è una coltellata che lascia una ferita sanguinante. Chi infierisce sul sesso femminile, colpisce soprattutto il luogo sacro e potente della nascita. Per questo molte donne non denunciano.
Oltre alla paura e alla vergogna, le violentate sono travolte da una umiliazione cocente che spesso distrugge la stima di sé. Per superare il trauma cercherà di nascondere anche a se stessa i danni che ha subito e proverà a seppellire nel silenzio quell'atto di guerra. Eppure non potrà evitare che la sua vita venga per sempre modificata. La brutalità del gesto, soprattutto quando non sarà riconosciuta come parte di una orribile prevaricazione, sarà vissuta come una colpa genetica: la terribile colpa di essere donna.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 giugno 2021
La segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard, ha reso nota la lettera inviata il 7 giugno ai leader del Sud Sudan in cui paventa il rischio che in nome della riconciliazione vengano sacrificate verità e giustizia. Nel testo trasmesso al presidente Salva Kiir Mayardit e al primo vicepresidente Riek Machar Teny Dhurgon, Callamard chiede di assicurare che "le vittime e i sopravvissuti alle atrocità commesse nel conflitto iniziato nel dicembre 2013 ricevano giustizia per le enormi sofferenze patite, anche attraverso processi che accertino le responsabilità".
In caso contrario, si tratterebbe di una riconciliazione monca e destinata a durare poco. Nel corso del conflitto decine di migliaia di civili sono stati uccisi, migliaia di donne sono state stuprate e milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro terre e i loro villaggi, saccheggiati e dati alle fiamme.
Il Domani, 22 giugno 2021
Medici senza frontiere ha chiesto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite di rinnovare la risoluzione sugli aiuti transfrontalieri per il nord-ovest del paese, in scadenza il prossimo 10 luglio. "Se dovessero interrompersi gli aiuti medici, non saremmo più in grado di curare i pazienti, e le forniture di cui disponiamo attualmente possono bastare solo per altri tre mesi". Così Abdulrahman M. (la sua identità non è stata resa nota per motivi di sicurezza), coordinatore del progetto di Medici senza frontiere in Siria, sulla tragica situazione rispetto agli aiuti umanitari nel paese.
La richiesta avanzata da Msf al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite è di rinnovare la risoluzione 2533 sugli aiuti transfrontalieri per il nord-ovest della Siria, in scadenza il prossimo 10 luglio. Il mancato rinnovo della risoluzione, infatti, lascerebbe quattro milioni di persone senza aiuti umanitari e cure mediche.
I valichi transfrontalieri, negli ultimi anni sono stati tutti chiusi. L'unico a essere ancora funzionante è quello di Bab al-Hawa. Chiuderlo, significherebbe privare delle forniture necessarie ospedali e strutture sanitarie, condannandoli all'incapacità di gestire un possibile aumento di contagi da Covid-19 e portare avanti la campagna vaccinale, così come la fornitura di dispositivi di protezione individuale, bombole di ossigeno, respiratori e farmaci essenziali. Vorrebbe dire, dunque, aumentare le sofferenze causate dalla chiusura del valico di frontiera di al-Yarubiyah, che ha impedito nei mesi scorsi e in piena pandemia l'arrivo di aiuti dall'Iraq.
I valichi autorizzati - Da luglio 2014 fino all'inizio del 2020, la risoluzione 2533 ha autorizzato quattro valichi di frontiera per la fornitura di aiuti umanitari in Siria e ogni anno il testo è stato rivisto e rinnovato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per mantenere il flusso di aiuti nelle aree fuori dal controllo del governo siriano. Nel 2019 e nel 2020, Russia e Cina hanno posto il veto al rinnovo della risoluzione, rimuovendo Bab al-Salama, Al-Yarubiyah e Al-Ramtha dall'elenco dei valichi umanitari approvati. Di conseguenza, solo Bab al-Hawa resta nell'attuale risoluzione come punto di passaggio ufficiale per la Siria. Ma il 10 luglio 2021, anche questa strada di accesso potrebbe essere chiusa. "Dopo 10 anni di guerra, il rinnovo della risoluzione del Consiglio di sicurezza è più cruciale che mai. Da esso dipende la vita di milioni di persone, soprattutto donne e bambini", spiega Faisal Omar, medico e capomissione dell'organizzazione internazionale in Siria.
Dati preoccupanti - Le sanzioni in corso nei confronti del paese, oltre all'aggravarsi della crisi economica e alla svalutazione monetaria nel 2021, hanno notevolmente peggiorato le condizioni di vita della popolazione in tutte le aree. Secondo le agenzie delle Nazioni unite, i prezzi dei prodotti inseriti nel paniere alimentare sono aumentati di oltre il 220 per cento, mentre l'80 per cento della popolazione rimane al di sotto della soglia di povertà e il 90 per cento dei bambini dipende dagli aiuti umanitari. "Il valico di frontiera di Bab al-Hawa è attualmente l'unica via di sopravvivenza per il governatorato di Idlib, nel nord-ovest della Siria. Se si bloccheranno anche i rifornimenti di cibo e acqua potabile, malattie ed epidemie colpiranno la popolazione locale e gli sfollati interni, alcuni costretti alla fuga in più di 14 occasioni e oggi dipendenti completamente dagli aiuti umanitari", precisa Abdulrahman M.
Attualmente, Msf supporta 8 ospedali nel nord-ovest della Siria, tra cui un'unità per il trattamento delle ustioni, 12 centri che forniscono cure primarie, un sistema di 5 ambulanze dedicate per il trasferimento dei pazienti e 14 cliniche mobili in azione in oltre 80 campi per sfollati. L'organizzazione umanitaria conduce inoltre attività di promozione dell'igiene e dell'uso dell'acqua in quasi 90 campi della zona. Msf ha guidato alcune strutture sanitarie nella risposta all'epidemia di Covid-19, a seguito di un aumento dei casi. Nel 2020 sono stati aperti nel nord della Siria 6 centri di isolamento e trattamento per pazienti affetti da Covid-19 e sono stati forniti test diagnostici rapidi grazie alle cliniche mobili. Se il valico dovesse essere chiuso, dunque, la situazione di milioni di persone potrebbe precipitare definitivamente, senza avere alcun margine di speranza.
di Federico Rampini
La Repubblica, 22 giugno 2021
Oggi le primarie democratiche. In testa un ex poliziotto. Ma rimonta la candidata di Black Lives Matter. Cercasi uno sceriffo alla Rudy Giuliani per fermare il crimine a New York. Oppure il suo esatto contrario? Oggi si tengono le primarie democratiche che di fatto eleggono il successore del sindaco uscente Bill de Blasio. Nella Grande Mela i repubblicani sono così minoritari, che chi vince la corsa tra i dem ha la quasi certezza di diventare primo cittadino nel voto finale a novembre. L'escalation di violenza in città continua, la polizia è stata in parte "disarmata" da de Blasio e per reazione fa una sorta di sciopero bianco, gli omicidi continuano a crescere.
È la ragione per cui in testa ai sondaggi figura uno sceriffo vero. È l'afroamericano Eric Adams, per 22 anni ufficiale di polizia. Molti altri candidati però continuano a sostenere la linea Black Lives Matter: non ci vuole un sindaco "legge e ordine" bensì più spese sociali nei quartieri poveri.
L'aumento della criminalità ha dominato le ultime settimane della campagna elettorale, per ovvii motivi: le sparatorie sono aumentate del 64% dall'inizio dell'anno, gli omicidi del 13%. Fa scalpore il degrado di Washington Square, la piazza con giardino pubblico vicino alla New York University, un tempo luogo bohémien affollato di studenti, e un'icona newyorchese dai tempi del film "A piedi nudi nel parco". Da qualche mese non passa sera senza che Washington Square sia teatro di qualche aggressione, al pubblico tradizionale si è mescolato un esercito di spacciatori, piccola delinquenza.
A Central Park sono apparse bande di motociclisti in flagrante violazione della zona pedonale. Il peggio però accade lontano da Manhattan, nel Bronx e Queens dove i regolamenti di conti fra le gang sono in un crescendo. Per il moderato Adams è evidente che New York sta pagando gli errori di de Blasio, sindaco che era in ostaggio alla sinistra radicale. Dopo l'uccisione di George Floyd a Minneapolis, nel maggio scorso il movimento Black Lives Matter ha lanciato i suoi slogan radicali: "de-fund the police", tagliamo fondi alle forze dell'ordine. I sindaci di sinistra come de Blasio lo hanno fatto davvero, anche se oggi i tagli al budget del New York Police Department sono stati silenziosamente cancellati. Troppo tardi. Se si aggiunge che la polizia newyorchese è stata messa sotto inchiesta per le perquisizioni che prendevano di mira più spesso i ragazzi afroamericani o ispanici, si arriva allo "sciopero bianco": de-legittimati, gli agenti si vedono sempre meno nelle strade, sempre più spesso chiusi in auto a guardare i telefonini.
Lo spettro è quello di una discesa agli inferi, un ritorno di New York all'incubo degli anni Settanta, quando interi quartieri erano off-limits per le forze dell'ordine, e pericolosi per tutti. Adams è il personaggio ideale per riprendere in mano la città: essendo afroamericano, nessuno può accusarlo di razzismo se i suoi agenti tornano a metodi duri per riprendere il controllo del territorio. Del resto, nell'escalation della violenza attuale chi subisce più spesso sono proprio gli abitanti dei quartieri poveri, quindi Black e ispanici. A contendere ad Adams il voto moderato ci sono Andrew Yang, imprenditore che fece una breve apparizione nella gara per la nomination democratica alla Casa Bianca; e una collaboratrice di de Blasio, Kathryn Garcia. I due si sono coalizzati per cercare di scalzare Adams dal suo primato nei sondaggi.
Ma la sinistra radicale non vuole darsi per sconfitta. Negli ultimi giorni c'è stata una rimonta della candidata più estrema, l'afroamericana Maria Wiley, 57 anni, anche lei un'ex della squadra di de Blasio. La Wiley ha avuto un endorsement che conta a New York: quello della giovane deputata locale Alexandria Ocasio-Cortez, la figura più popolare della nuova sinistra radicale. Il loro mantra è quello di Black Lives Matter: la criminalità si cura affrontando il disagio sociale, cresciuto a dismisura in questa metropoli che è stata l'epicentro del Covid in America: 33.000 morti.
L'escalation della violenza in città non è certo l'unico tema a motivare il voto di oggi. La situazione economica viene subito dopo, e i due sono collegati. In un'America che sta vivendo una turbo-ripresa economica, un vero e proprio boom, proprio New York è rimasta un po' indietro. I segni della ripresa ci sono anche qui - i ristoranti strapieni, il traffico impazzito, gli aeroporti al collasso - ma non bastano.
Mentre nel resto degli Stati Uniti si sono già recuperati i due terzi dei posti di lavoro persi nella recessione dell'anno scorso, New York ne ha ritrovati solo la metà. La Grande Mela dipende troppo da settori come turismo e spettacolo, che ancora non hanno ritrovato i livelli di due anni fa. I moderati alla Adams hanno buon gioco a dire che se non torna a regnare l'ordine pubblico, molti decideranno di costruirsi il futuro altrove, e troppi negozi o piccole imprese lasceranno le saracinesche abbassate per sempre.
di Sara Creta
Il Domani, 22 giugno 2021
Dai documenti finora inediti dell'UE emerge il ruolo di EUbam, la missione dell'Unione europea di assistenza e gestione integrata delle frontiere in Libia. Ristrutturare le agenzie libiche, integrare le milizie locali e rafforzare le capacità tecniche. Una partita guidata dalla missione di assistenza alle frontiere dell'Ue in Libia (EUbam), con uomini e mezzi dedicati a creare una struttura centralizzata nazionale per la sicurezza e la gestione delle frontiere libiche. Inizia da qui l'ultima tappa della strategia europea per chiudere la rotta del Mediterraneo. Una strategia - per ora sulla carta - preparata dalla missione di assistenza alle frontiere dell'Ue in Libia (EUbam).
In un documento interno dell'Ue ottenuto da Domani si delinea la strategia per stabilire un'autorità nazionale per la sicurezza e la gestione delle frontiere e addestrare gli uomini dei corpi navali, di polizia interna e di frontiera, l'aviazione e i funzionari doganali adibiti ai controlli passaporti e merci. Sullo sfondo: l'incoerente e frammentata realtà Libica. "Circa 49.000 funzionari sono a libro paga delle agenzie di frontiera libiche; personale non qualificato che ostacola la gestione delle operazioni quotidiane", si legge nel documento ottenuto da Domani.
Bruxelles vuole creare un apparato di sicurezza nazionale per il controllo delle frontiere di terra, mare e aria, ma gli apparati statali libici sono in competizione per il potere. In Libia, le Istituzioni rimangono deboli o inesistenti, l'architettura di sicurezza frammentata, milizie e gruppi armati solo formalmente integrate all'interno dei ministeri dell'Interno o della Difesa. "Difficile individuare le strutture dello stato... limitate possibilità di accesso a Tripoli e la situazione di sicurezza impediscono alla missione di completare la raccolta di informazioni necessarie", scrivono gli ufficiali europei a Bruxelles. Ma per l'Europa l'obiettivo è offrire consulenza e strumenti - tramite l'assistenza materiale, tecnica e politica alle autorità libiche - per intercettare migranti e rifugiati nel Mediterraneo centrale. Il risultato però è che i libici li riportano nei centri di detenzione.
Sono passati 17 anni da quando l'Europa ha iniziato a parlare di addestrare e coordinare i libici. Novembre 2004, un team di 14 esperti della commissione europea e di Europol, arriva per la prima volta in Libia. Nella relazione tecnica della Commissione europea del 2004 i dettagli, le foto, la strategia. Nel toolkit per bloccare i migranti, l'Italia è a capofila in un piano iniziato nel settembre 2002. Una lista dettagliata condivisa con l'Ue include uno stanziamento "speciale" per la costruzione di centri di detenzione nel sud del paese, a Kufra e Sebha. Ma anche fuoristrada Mitsubishi, autobus Iveco, materassi, lettini metallici, tende da campo e binocoli per la visione diurna forniti da Roma. E il finanziamento di un programma di voli charter per il rimpatrio dalla Libia verso i paesi di origine. In quegli anni la Libia inaugura arresti e deportazioni.
Il ruolo di Eubam - Nel 2013 l'Europa invia un contingente di esperti per creare una "strategia di gestione delle frontiere". Istituita il 22 maggio del 2013, la missione non sembra essere in grado di raggiungere i risultati sperati. Un'operazione di 30 milioni di euro all'anno, "per creare contatti e influenza, e redigere rapporti per le strutture dell'Ue", racconta un ex-capo della sicurezza dell'Agenzia europea per la difesa. Proprio per ragioni di sicurezza, la missione è costretta a ridurre il personale internazionale (solo tre funzionari, di cui uno italiano) e lasciare Tripoli per operare dalla Tunisia, racconta un funzionario di Bruxelles. Alla guida di EUbam fino allo scorso settembre, l'italiano Vincenzo Tagliaferri, classe 1963, alto funzionario di polizia.
A Tripoli è considerato l'uomo della collaborazione Italia-Libia. Tagliaferri propone un piano di riforma del settore della sicurezza, e attività di assistenza nella gestione delle frontiere, forze dell'ordine e giustizia penale. Ma la formazione e la consulenza strategica non sembrano funzionare: "i progressi rimangono limitati in assenza di una soluzione politica, la fine del conflitto militare e un ritorno alla stabilità", si legge su un documento di 21 pagine, etichettato come "EU limited".
E i diritti umani? "Manca un approccio sullo stato di diritto e sul rispetto dei diritti umani", scrive il Consiglio dei diritti umani dell'Onu in un commento interno al documento strategico di EUbam del piano di gestione delle frontiere. Ma la missione ribadisce: "L'intero processo è stato costantemente guidato da principi in materia di diritti umani e consigliato da esperti". La strategia dell'Ue per controllare i confini prevede inoltre un sistema di riconoscimento biometrico e d'analisi dei dati sulla migrazione (Midas. Grazie a un accordo firmato con l'Organizzazione Internazionale per la Migrazione (Iom), scanner per le impronte digitali e telecamere per il riconoscimento facciale verranno installati in sette posti di frontiera, a partire dagli aeroporti di Mitiga e Misurata. L'Iom ha previsto inoltre di ristrutturare il posto di frontiera di Ra's Ajdir alla frontiera con la Tunisia. "Non è chiaro quali siano le tutele che verranno applicate per garantire la protezione dei dati personali e la privacy", conclude un funzionario delle Nazioni unite a Ginevra. Nonostante nella strategia di EUbam compaia un ufficio legale per il rispetto dei diritti umani, il suo ruolo non sarà indipendente. Non è chiaro quali siano i meccanismi previsti per garantire l'accesso alla giustizia per i migranti e i rifugiati i cui diritti possono essere colpiti dalla cooperazione dell'Ue con i paesi terzi. A maggio il parlamento europeo aveva criticato la Commissione europea e alcuni paesi dell'Ue nel quadro della politica esterna di asilo e migrazione Ue. Per Tineke Strik, eurodeputata olandese dei Verdi e membro della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) "serve un migliore monitoraggio, una maggiore trasparenza sull'uso dei fondi Ue e un maggiore controllo democratico da parte del parlamento europeo".
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