di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 18 novembre 2021
Albanese, 33 anni, è stato condannato per vari reati. Uscito dal carcere ha iniziato un'attività edile mettendosi in proprio grazie alla Caritas di Prato e alla Casa Jacques Fesch. Se qualcuno pensa che le persone non possano cambiare, adesso dovrà ricredersi. La storia è quella di Menci Gezim, albanese di 33 anni, residente a Prato, dieci anni in carcere per svariati reati. Oggi, uscito di galera, è diventato imprenditore edile, con tanto di nove dipendenti, tre dei quali detenuti. Se oggi Menci è una persona diversa, parte del merito è anche della Caritas di Prato e della Casa Jacques Fesch, dove lui ha vissuto per un periodo, struttura di accoglienza che ospita gratuitamente detenuti in permesso e familiari di detenuti non abbienti che provengono da località distanti da Prato, così da offrire per quanto possibile un ambiente accogliente e decoroso. Menci Gezim arriva a Casa Jacques Fesch - così chiamata in memoria dell'omonimo criminale francese convertito in carcere - nel 2017 quando la casa è in ristrutturazione.
Il 33enne sta finendo di scontare dieci anni di carcere, una volta fuori deve ricominciare da capo, non ha documenti, non ha una famiglia, non ha un lavoro, non ha un posto dove andare. Per quelli come lui il rischio recidiva è altissimo: quasi due detenuti su tre che non hanno opportunità, quando sono liberi tornano a delinquere. Gezim viene coinvolto dalla ditta Saccenti nei lavori alla Casa Jacques Fesch e impara il lavoro di muratore, per sei mesi vive nella struttura e qui viene aiutato da Elisabetta Nincheri, una volontaria dell'associazione Don Renato Chiodaroli. Il giovane capisce che si stanno aprendo possibilità importanti per lui. Ricambia la fiducia data e inizia a costruire la propria vita. Conosce quella che diventerà sua moglie, il lavoro va così bene che decide di mettersi in proprio e aprire una impresa edile dove adesso lavorano nove dipendenti. "Di questi, tre sono ex detenuti - sottolinea Gezim - come hanno aiutato me, anche io voglio fare altrettanto". Oggi Menci, oltre ad essere imprenditore, è anche marito e padre di una bambina di diciotto mesi.
di Ilaria Dainesi
informatorevigevanese.it, 18 novembre 2021
Il protocollo sottoscritto da assessorato all'ambiente del Comune, carcere e Ministero. Impiegare i detenuti in attività di pulizia di aree degradate, dove sono stati abbandonati illegalmente i rifiuti. Il progetto, "Mi riscatto per il futuro", è stato promosso dall'assessorato all'ambiente del comune di Vigevano, che ha sottoscritto un accordo con la casa di reclusione e con il Ministero della giustizia, con l'obiettivo promuovere interventi "socialmente utili", accompagnati da azioni finalizzate all'inserimento lavorativo delle persone che stanno per terminare il periodo di reclusione.
"È un progetto - ha sottolineato l'assessore all'ambiente Daniele Semplici - con una doppia valenza: umana e sociale. Oltre al recupero dei rifiuti, i detenuti affiancheranno anche i nostri dipendenti comunali per la cura e l'irrigazione di piante e fiori". Per il momento, saranno impiegati tre detenuti, che parteciperanno alle attività a titolo di volontariato, ma l'idea è di estendere il numero delle persone coinvolte.
"Riprendiamo un'attività che era stata già negli scorsi anni - riferisce il direttore della casa di reclusione di Vigevano, il dottor Davide Pisapia - e che avevamo dovuto sospendere in parte per problemi burocratici, legati all'assicurazione. E poi per la situazione determinata dal Covid. Il progetto si basa su un presupposto: la presenza del carcere può rappresentare una risorsa per il territorio, e non un "peso". Il reato commesso è percepito come una ferita, una rottura di quel patto sociale che tutti noi sottoscriviamo. Attività come queste permettono di iniziare a ricucire quel che era stato spezzato nel momento in cui era stato commesso il reato. E di tracciare dei nuovi percorsi utili per il reinserimento in società. La scelta di avviare il progetto con un numero limitato di partecipanti è dovuta anche a ragioni di sicurezza sanitaria - ha specificato il dottor Pisapia - I tre detenuti coinvolti sono tutti appartenenti alla stessa sezione, sono diciamo in una sorta di "bolla".
Il costo dell'assicurazione, grazie a un protocollo d'intesa, sarà a carico del Ministero della Giustizia, senza quindi alcun onere per l'ente locale. Sul progetto, il sindaco di Vigevano Andrea Ceffa sottolinea: "Non solo queste attività sono importanti nella prospettiva di un inserimento in società al termine del periodo di detenzione, ma anche per il contributo offerto alla collettività - ha specificato il primo cittadino - Mi spiego meglio: nei tre anni in cui il progetto è stato realizzato, il lavoro eseguito dai detenuti ha avuto un riscontro importante in termini di efficacia. C'è un ritorno che non è solo legato a un aspetto etico e inclusivo, ma è tangibile. I risultati del loro lavoro, il contributo fornito per migliorare la cosa pubblica erano sotto gli occhi di tutti".
di Paolo Mastrolilli e Conchita Sannino
La Repubblica, 18 novembre 2021
Una spirale di sospetti e pressioni sull'Italia, da parte degli organismi della Sicurezza guidati da Trump, anticiparono l'anomala missione degli americani nel carcere di Salerno, dieci mesi fa. Anche l'ambasciatore a Roma Lewis Eisenberg, non amato dal presidente tycoon, fu tenuto all'oscuro delle indagini su Italygate: l'alto diplomatico lascia il 16 gennaio; tre giorni dopo, il 19, gli addetti Usa entrano nel penitenziario del Sud Italia al seguito della deputata ex 5S Sara Cunial e con un avvocato a lei vicino. Con lo scopo - come ha ricostruito Repubblica - di interrogare clandestinamente l'hacker Arturo D'Elia, sospettato dalla Difesa statunitense di avere un ruolo nel presunto dirottamento di una parte dei voti degli americani all'estero.
Si allarga il versante del cosiddetto Italygate su cui interviene ieri, da New York, la ministra della Giustizia Marta Cartabia, a margine della sua missione istituzionale. "Dopo le indiscrezioni, ci siamo immediatamente attivati", premette la titolare della Giustizia, dopo il colloquio con l'omologo Merrick Garkland (ma l'argomento non è stato toccato a quel tavolo). "Ho chiesto al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria - continua la ministra - di prendere informazioni e di approfondire con la direzione del carcere esattamente cosa è successo". Non saranno consentite ombre, è il messaggio.
Il capo del Dap, Dino Petralia, ha chiesto una "relazione immediata" alla dirigente Rita Romano. Quella delegazione aveva un obiettivo che viola le norme: porre domande specifiche al detenuto D'Elia, il 39enne accusato dai pm di Napoli di aver estratto 10 gigabyte di dati dai pci Leonardo Spa, colosso della Difesa italiana. Ma a Washington, nelle ore disordinate e rabbiose della Casa Bianca retta dalla vecchia presidenza, D'Elia è considerato, con il complice Antonio Rossi, un uomo del complotto anti-Trump.
Una visita con più anomalie. La prima: alle ore 11 di quel 19 gennaio, fu registrata la sola presenza di Cunial. La deputata arrivò, stando alle testimonianze di D'Elia e del suo avvocato, con altre persone. Invece: nessuna trascrizione, sul foglio d'ingresso, né del suo accompagnatore, l'avvocato del foro di Brescia, Nino Moriggia, né degli americani. Moriggia, in particolare, in altri casi si era interessato direttamente del detenuto D'Elia, oltre a collaborare con la deputata (nella crociata contro i vaccini). Quanto agli altri due, D'Elia testimonia: "Erano americani, mi spaventarono con domande sul voto presidenziale, ma non sapevo nulla".
Tutto avviene nel periodo in cui anche il numero uno dell'ambasciata a Roma, Eisenberg, sembra assistere a un film grottesco. A metà dicembre, è un collega a mostrargli il tweet con cui in America si denuncia l'Italygate. Il 24, vigilia di Natale, Maria Strollo Zack, collaboratrice di Michelle Ballarin (che aveva denunciato per prima le presunte responsabilità di "attivisti" italiani) avvicina il presidente a Mar a Lago e informa Trump della traccia da seguire: i due arrestati in Campania.
Il 2 gennaio, è Mark Meadows, capo di gabinetto della Casa Bianca, a chiamare il segretario alla Difesa Chris Miller perché indaghi. E Miller investe il vertice dell'agenzia Usa, la Dia, Berrier, perché ordini all'addetto militare di Via Veneto di andare in carcere da D'Elia. È il 16 gennaio: Eisenberg lascia Roma, sede scoperta. Il 19, ecco la missione in carcere, Salerno nell'ultimo tempo utile. L'indomani è il grande giorno dell'Inauguration. Si insedia Biden. Ma sul territorio italiano restano veleni e intrighi: ancora da sciogliere.
Il Tirreno, 18 novembre 2021
Sessanta manifesti sono apparsi in questi giorni nella zona intorno al carcere della Dogaia. Sono le parole dei detenuti, "evase" dalle mura della casa circondariale per far sentire all'esterno la voce di chi sta dentro. Si tratta di un progetto di Livia Gionfrida e del suo collettivo artistico Metropopolare. I manifesti sono stati affissi negli spazi pubblicitari e alle pensiline del bus, con messaggi poetici realizzati all'interno del laboratorio che la compagnia pratese porta avanti da 13 anni.
Un modo, spiega il collettivo Metropopolare, per "riflettere sulle reclusioni che ognuno di noi vive, creando un ponte tra chi risiede all'interno di un carcere e la cittadinanza che viene invitata a riflettere attraverso queste suggestioni poetiche anche in formato audio, scannerizzando il QR code presente su ogni manifesto".
"Dopo il successo di quelli affissi lo scorso Natale con le frasi dei bambini raccolte durante il lockdown - racconta la direttrice artistica del progetto e regista Livia Gionfrida - continua il dialogo con la città attraverso questa nuova serie di manifesti. La nostra è una ricerca di nuovi linguaggi espressivi attraverso i quali cercare di comunicare con l'altro, con il pubblico, incontrarlo per mettersi in discussione come comunità".
Il progetto dei manifesti fa parte della rassegna "Anche i poeti hanno una loro legge", organizzata da Metropopolare. Da ottobre a dicembre laboratori, spettacoli e incontri con alcuni dei più importanti poeti e poetesse italiane, con appuntamenti sia all'interno che fuori dal carcere. La rassegna proseguirà con lo spettacolo "It's Just a Game", regia Livia Gionfrida, al teatro Magnolfi sabato 27 novembre alle ore 21 e domenica 28 alle ore 17: in scena Robert da Ponte, attore ex detenuto che inviterà il pubblico ad una tragicomica riflessione sul tempo presente. Info e prenotazioni a
Concluderà questo percorso durato tre mesi, un incontro in musica all'interno della casa circondariale con il cantautore Giovanni Truppi. "Anche i poeti hanno una loro legge" è un progetto realizzato da Teatro Metropopolare, con il contributo di Ministero della Cultura, Fondazione Cassa di Risparmio di Prato (all'interno del progetto "Letture oltre le mura"), Regione Toscana, Comune di Prato, Creazioni Urbane e con il patrocinio del Ministero della Giustizia. Il collettivo Metropopolare ringrazia la casa circondariale della Dogaia.
di Annie Francisca
redattoresociale.it, 18 novembre 2021
Nel libro di Ida Matrone, le lettere dei detenuti del carcere di Bollate diventano il racconto intimo e sincero di chi sta intraprendendo un percorso di speranza all'interno di una situazione carceraria aggravata dalla pandemia, che spesso non incoraggia scelte di bene.
"Vivere nella prospettiva di un passato irreversibile è disperante: nulla può essere cancellato - scrive don Claudio Burgio - Eppure, il senso di quanto avvenuto può essere trasfigurato, risignificato, soprattutto se vivificato dalla potenza di un incontro." E proprio dall'incontro con le persone detenute si snoda il racconto di Ida Matrone nel libro "Lettere da un carcere - Racconti e volti di un'amicizia" curato per Ares Edizioni (2021), con la prefazione di don Claudio Burgio, cappellano del carcere minorile Cesare Beccaria e fondatore dell'associazione Kayros.
L'autrice, volontaria dell'associazione Incontro e Presenza presso il carcere di Bollate, in queste pagine ci porta a varcare la soglia del mondo carcerario e ci fa entrare in contatto con la moltitudine di storie di chi vive dietro le sbarre. "Compito del volontario in carcere è proprio quello di non consegnare la persona detenuta alla passività di giorni sempre uguali e alla disperante ripetizione dell'identico, ma quella di offrire una proposta ricca di stimoli e prospettive che conducano la persona simbolicamente e concretamente oltre l'esperienza stigmatizzante del carcere", continua don Burgio. "La cura è la cifra dell'essere umano e si attua nell'aiutare l'altro a essere libero; essa è la radice primaria dell'essere umano e il fondamento di ogni esistenza".
Il libro è strutturato in una prima parte in cui si dà conto sinteticamente dell'ispirazione originaria dell'associazione Incontro e Presenza, fondata da Mirella Bocchini 35 anni fa, del metodo e del possibile esito che i volontari perseguono nella loro relazione con i detenuti, delle attività e degli incontri tra "chi sta dentro e chi sta fuori", al fine di conferire ai detenuti una nuova consapevolezza focalizzata sulla propria persona e non sull'immedesimazione del reato commesso. "Il nostro desiderio - scrive Ida - è sicuramente quello che da queste relazioni possa nascere un mondo migliore e, nello specifico della realtà carceraria, che questi incontri aiutino i detenuti a scoprire, o perlomeno a desiderare di scoprire, in che cosa consista la verità di sé e della realtà, così da sentirsi sollecitati a iniziare un cammino di cambiamento della propria vita".
Nella seconda parte prendono forma le storie di Rocco, Dejan, Filippo, Matteo e altri detenuti, che attraverso uno scambio di lettere con i volontari dell'associazione, raccontano le proprie preoccupazioni, i propri sentimenti e le proprie idee, in relazione soprattutto al lockdown generale che aveva impedito ai volontari di proseguire le attività all'interno del carcere.
Gli effetti della pandemia, infatti, hanno ulteriormente amplificato l'esperienza di isolamento che nei penitenziari è la quotidianità, inasprendo le regole di sicurezza e soprattutto sospendendo i colloqui con i famigliari e i volontari, provocando in molte carceri d'Italia vere e proprie rivolte. "Attraverso queste lettere - spiega Ida - la relazione è diventata più personale, intima; anche nel semplice scambio di notizia quello che emerge è una tenerezza nei rapporti o la volontà di condividere la comune fatica nel vivere certe circostanze".
Proprio durante il lockdown l'autrice ha deciso di scrivere questo testo, "quando le lettere dei miei amici detenuti non solo mi hanno fatto compagnia in un periodo di isolamento forzato, ma hanno fatto sorgere in me un sentimento di gratitudine profonda per averli incontrati - racconta Ida. Il carcere infatti, questa realtà nascosta agli sguardi degli altri uomini, "quelli fuori", non è semplicemente una realtà sociologica, da analizzare con gli strumenti della sociologia, della criminologia, della psichiatria, ma è un luogo abitato da uomini che hanno invece un desiderio estremo di essere guardarti".
di Mauro Donzelli
comingsoon.it, 18 novembre 2021
Intervista con Carolina Crescentini, protagonista della fiction. Dei ragazzi in carcere, minorenni, con storie di violenza e la speranza di un cambiamento che li porti a una vita diversa. Carolina Crescentini ci racconta la sua esperienza nella seconda stagione della fiction di prima serata di Rai2 Mare fuori.
Sarà vero che è molto rigorosa, la direttrice Paola Vinci. Ma con i ragazzi del carcere minorile napoletano che dirige, ormai c'è un rapporto speciale. Ce lo conferma Carolina Crescentini, la protagonista della fiction della prima serata del mercoledì di Rai2, Mare Fuori, che abbiamo intervistato.
"Ne succedono di tutti i colori, perché sono adolescenti", ci ha detto. "La vita è prepotente, però ormai fra Paola e i ragazzi detenuti si è instaurato un rapporto particolare. È molto di più della direttrice del carcere minorile, è un'amica più grande. Si è ammorbidita grazie a loro che le hanno permesso di sciogliersi, è diventata empatica, mentre prima era molto rigida. È sempre una donna di carattere, ma ora apre un cuore che aveva tenuto chiuso per sue antiche ferite. Ormai siamo una splendida famiglia.
Mare Fuori racconta come sia fondamentale credere nelle persone e nella possibilità di cambiare quando si sbaglia. In un dibattito attuale, anche politico, in cui ci si ferma alle accuse, senza aspettare le sentenze...
Siamo nella politica del click facile, del titolo provocatorio, a prescindere che sia la verità o meno. La responsabilità è di chi legge, ma soprattutto di chi scrive come voi giornalisti, che potete condizionare un pensiero. Per come sono fatta io penso sia necessario credere alle persone, altrimenti il carcere dovrebbe essere un luogo dove si butta la chiave, che invece deve esserci eccome. Queste persone dovranno uscire e saper vivere nella società senza muoversi nell'illegalità. Altrimenti c'è l'ergastolo triplo, se non puoi essere assolutamente reinserito. Il carcere deve essere un luogo di trasformazione. Ci sono stata varie volte; ricordo a Regina Coeli una interessantissima gara di retorica fra studenti di Giurisprudenza e detenuti. Avevano mezzo'ora per sostenere una tesi di accusa e difesa, in quel caso legata all'uso delle armi, scambiandosi poi il ruolo. Ovviamente hanno vinto i carcerati, con alcuni che hanno dimostrato una dialettica incredibile. Iniziative come queste portano al confronto, non solo per i neo laureati, ma anche per i detenuti. Quando sono stata a girare a Poggio Reale, un carcere però per adulti, ho parlato con chi ci lavorava e mi hanno detto che la maggior parte delle persone che escono rientra entro sei mesi. Per fare in modo che questo non avvenga, quando è dentro devi lavorare su quella persona, che magari è inserita con la famiglia in un sistema criminale. Devi dargli degli strumenti per riprendersi la libertà e trasformare la sua vita.
A maggior ragione la responsabilità di un carcere minorile è quella di non indirizzare in maniera definitiva la vita di un giovane che compie un crimine...
Spero che sconti la sua pena, chi viene incarcerato, ma non finisca poi in quello per adulti, che si riprenda anzi tutto quello che ha dovuto interrompere negli anni rinchiuso. Il ruolo degli educatori è fondamentale, non servono solo le persone che garantiscono la sicurezza. Prendo come esempio il film Cesare non deve morire dei fratelli Taviani. Alcuni dei detenuti che hanno recitato in quel film ora sono usciti e fanno gli attori, c'è chi ora scrive libri. Una contaminazione lì dentro rappresenta una grande occasione. È l'unico modo per scommettere sulla possibilità di una nuova vita. A volte, come attrice, attraversi la storia di un personaggio che interpreti e puoi trovare aderenza con la tua storia personale, ma con la maschera del personaggio che ti tutela nell'affrontare emotivamente qualcosa che da solo ti fa troppo male.
Mare Fuori è molto radicato nel luogo in cui la storia è raccontata, ancora di più nella seconda stagione, in cerca di autenticità, per esempio con l'uso del dialetto...
Assolutamente. All'inizio li fermavo perché parlavano in maniera incomprensibile e dovevano tradurmi. Nella prima serie i sottotitoli non hanno dato fastidio ed è giusto mantenerli, aggiungono molto alla verità. C'è chi viene da alcune realtà in cui il dialetto parlato è a dir poco criptico.
Il suo personaggio cerca di insegnare un altro modello di autorità, non quello della violenza e della criminalità organizzata...
Devi cambiare completamente la loro mentalità. Se sono cresciuti in famiglie in cui era tutto così, poi è difficile e allora si richiede un gran lavoro. Alcuni non venivano da contesti criminali, e lo mostriamo, ma avevano bisogno di quella dimensione. Allora è necessario un lavoro particolare e fondamentale è sempre il ruolo di chi è dentro, al di fuori dalle celle, oltre a quello delle famiglie, spesso però distratte o portate a sottovalutare il rischio.
redazionecultura.it, 18 novembre 2021
La sensibilità dell'arte può avere effetti determinanti all'interno della società, ma cosa accade quando il teatro incontra la realtà carceraria? La Compagnia Teatrale Petra risponde a tale quesito con inTime, documentario sul progetto Teatro oltre i limiti, la rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata nelle città di Potenza e Matera. Un prodotto audiovisivo che contiene due anni di lavoro, un programma culturale che coinvolge i detenuti nelle attività teatrali e che intende superare il concetto di "limite" attraverso laboratori, workshop e incontri di formazione con artisti di fama nazionale e internazionale.
InTime racchiude immagini e parole che si susseguono con naturalezza e le intime riflessioni dei protagonisti evidenziano gli obiettivi di un'operazione articolata alla ricerca dell'oltre.
I detenuti-attori raccontano la propria esperienza, gli operatori del mondo del sociale, gli agenti di polizia penitenziaria e gli artisti coinvolti (fra i quali Simona Bertozzi e Silvia Gribaudi) mostrano il loro entusiasmo e il mondo del carcere apre le porte alla città. Un racconto autentico che ribalta dunque la concezione detentiva dell'immaginario collettivo, favorendone una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura.
Il progetto sarà presentato all'interno della Rassegna Nazionale di Teatro in Carcere Destini Incrociati che avrà luogo dal 17 al 20 novembre all'Università degli studi Roma Tre. La manifestazione, promossa dal Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, in collaborazione con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria e il Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità, propone un cartellone di eventi, conferenze e una rassegna video per raccontare il significativo lavoro condotto in decine di istituti penitenziari italiani. Esperienze in grado di restituire la ricchezza e la diffusione ormai capillare di questo importante settore del teatro italiano che ha evidenti ricadute sulla funzione di riabilitazione e di risocializzazione. Il documentario inTime verrà proiettato sabato 20 novembre, durante la seconda sessione della Rassegna Video Destini Incrociati, in programma dalle 9:00 alle 13.00.
All'interno dell'evento verrà inoltre illustrato il progetto Extra Moenia - Spazio di connessione territoriale, grazie al quale la compagnia rientra tra i 37 vincitori della terza edizione del premio Creative Living Lab, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.
Extra Moenia è il frutto di una intensa attività di co-progettazione con la Direzione della Casa Circondariale Antonio Santoro di Potenza dove Petra è presente attivamente da circa 8 anni con laboratori teatrali, e vede la collaborazione dell'APS Associazione di Promozione Sociale Officine Officinali oltre al sostegno del Comune di Potenza.
Il programma risponde a tutti gli obiettivi strategici previsti dall'avviso pubblico Creative Living Lab: la realizzazione di spazi attrezzati attraverso la creatività contemporanea, il coinvolgimento delle comunità locali nei processi di rigenerazione urbana e la diffusione di alcune metodologie inclusive e aggregative, capaci di sviluppare il senso di identità e di appartenenza ai luoghi. L'intervento di riqualificazione interesserà uno spazio verde non utilizzato di circa 800 mq, presente all'interno del perimetro della Casa Circondariale e a ridosso del quartiere limitrofo di Rione Betlemme, delimitato su tre lati da una recinzione e sul lato restante dalle mura del carcere.
L'idea di agire su questo luogo è nata nell'ottobre 2020 nell'ambito della rassegna di promozione del teatro in carcere Teatro oltre i limiti quando, a causa delle norme sanitarie in vigore, si è pensato insieme alla Direzione della Casa Circondariale di Potenza di proiettare sulle mura esterne del carcere in "extramoenia", in diretta streaming, l'esito finale del laboratorio teatrale svolto dai detenuti all'interno. Un evento, fruito con una modalità inedita a causa delle norme sanitarie in vigore, che ha permesso la partecipazione anche di cittadini del quartiere che mai prima di allora si erano avvicinati agli eventi culturali organizzati all'interno della Casa Circondariale.
Extra Moenia sarà sviluppato come progetto di comunità sotto la supervisione di progettisti e mediatori, attraverso un processo partecipato di "autocostruzione" per offrire servizi all'intera comunità: un teatro all'aperto, un luogo di attesa dei familiari dei detenuti, un parco giochi, un mercato di quartiere e un punto vendita delle produzioni della Casa Circondariale - oli essenziali, ortaggi, funghi, miele e olio - nell'ambito della Rete Lucana per l'Economia Carceraria denominata Prison Farm, di cui la Casa Circondariale di Potenza è capofila.
La Compagnia Teatrale Petra si occupa da anni di produzione, formazione e teatro sociale. È attiva dal 2013 all'interno della sezione maschile e femminile della Casa Circondariale di Potenza e Matera con rassegne di promozione teatrale e percorsi pedagogici rivolti ai detenuti, sperimentando un nuovo modo di relazionarsi per includere, promuovere e valorizzare le differenze. Nel 2017 entra a far parte del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, una rete nata per offrire progettazione, luoghi di confronto e qualificazione del movimento teatrale sorto all'interno delle carceri italiane a partire dagli anni 80.
La rassegna Teatro oltre i limiti intende sviluppare in modo sempre più stabile l'attività di teatro in carcere in Basilicata, forte anche delle altre e note esperienze italiane. Nel 2018 la compagnia stipula con la Casa Circondariale di Potenza un accordo operativo finalizzato alla gestione dello spazio teatrale presente nella struttura, per la realizzazione delle attività culturali del capoluogo lucano e la creazione di un "ponte" tra dentro e fuori le mura, non solo fisiche, del contesto carcerario.
Sono molteplici le modalità attraverso le quali il teatro diviene strumento d'inclusione: laboratori sulle tecniche teatrali per permettere ai detenuti di aprire una finestra sull'esterno; laboratori intensivi integrati guidati da artisti di fama nazionale e internazionale per attori-detenuti e allievi delle scuole secondarie di II grado; programmazione di rassegne all'interno dello spazio Teatro della Casa Circondariale di Potenza; formazione di operatori sociali per fornire ai soggetti coinvolti le competenze utili da impiegare nelle diverse attività dei progetti realizzati; incontri e percorsi per un pubblico esterno, studenti delle scuole secondarie di II grado e per l'amministrazione penitenziaria, volti a sensibilizzare ed educare sul tema del carcere e del teatro sociale; monitoraggio per valutare il reale impatto che l'attività teatrale può avere, in positivo o in negativo, sulla vita dei detenuti.
Compagnia Teatrale Petra nasce nel dicembre 2011 a Satriano di Lucania (Pz). Antonella Iallorenzi (direttrice artistica, attrice e formatrice teatrale) e Angelo Piccinni (direttore tecnico), cuore pulsante della compagnia, decidono, forti della lunga esperienza in ambito teatrale maturata nel corso degli anni in Italia e all'estero, di dare vita ad un progetto tutto loro che pur conservando un profilo di respiro nazionale si radica profondamente nel territorio lucano.
La compagnia ha infatti scelto di avere le basi in un paese di provincia di 2.400 abitanti, in Basilicata, e nel suo teatro avvia progetti in espansione in ambito nazionale e internazionale, facendo interagire la propria visione artistica con le diverse comunità di riferimento. Diversi i settori di intervento: formazione per bambini/ragazzi, nelle scuole e in luoghi non deputati al teatro, produzione di spettacoli tout public, teatro sociale con rassegne di promozione del teatro in carcere, residenze artistiche e cooperazione internazionale. Petra è uno dei soggetti attivatori del processo di co-creazione di Matera Capitale Europea della Cultura 2019, inserita nel programma ufficiale con il progetto La Poetica della Vergogna co-prodotto da #reteteatro41 e Fondazione Matera-Basilicata 2019 e la produzione originale Humana vergogna, diretta da Silvia Gribaudi e Matteo Maffesanti.
di Manuela Bergamonti
bergamonews.it, 18 novembre 2021
Inaugurata la biblioteca alla sezione femminile del carcere. Madrina d'eccezione la giornalista tv Cristina Parodi. A disposizione delle detenute 2.384 volumi e 46 dvd. "I libri mi fanno viaggiare anche se sono ferma"; "I libri mi distraggono dalla quotidianità che qui dentro sono costretta a vivere"; "Leggo per mantenere attiva la mente, per arricchire il mio bagaglio culturale"; "Leggere mi permettere di allontanare la solitudine, mi riallaccia alla realtà, è un'ancora di salvezza in un momento in cui la mia vita si è fermata, senza collegamenti con la vita vera". Queste sono le frasi lette da alcune detenute durante il video di presentazione della nuova biblioteca della sezione femminile del carcere Don Resmini di Bergamo, frutto di una convenzione tra il Sistema bibliotecario urbano del Comune di Bergamo e la direzione carceraria.
A loro disposizione ci sono ora 2.384 libri dei quali 1.742 di narrativa e 642 di saggistica, 46 dvd e verranno presto attivati abbonamenti a diverse riviste. Dall'inizio di maggio, data della sua apertura, sono 337 i prestiti effettuati. Materialmente si sono adoperate quattro dipendenti del sistema bibliotecario urbano, alcune volontarie e diverse detenute che hanno sgomberato e dato nuova vita alle due stanze che ospitano i volumi. "In origine erano utilizzate come magazzini - spiega la bibliotecaria Cristina Rota -, colme di scatoloni, libri gettati alla rinfusa, sedie, tavoli rotti. Nel 2019 abbiamo iniziato a ripulire tutto, a fare una cernita di cosa tenere e cosa eliminare, abbiamo ricostruito pian piano la biblioteca, sistemato i libri, realizzato un catalogo. È stato un lavoro lungo e faticoso ma estremamente stimolante per tutti coloro che hanno dato una mano".
Mercoledì 17 c'è stata l'inaugurazione ufficiale alla presenza delle autorità, dei rappresentanti delle diverse realtà che hanno partecipato alla sua realizzazione, delle associazioni che gravitano attorno al carcere, dell'università, di alcuni detenuti e detenute. Dopo il saluto iniziale della direttrice Teresa Mazzotta, che ha fortemente sostenuto il progetto biblioteca, la garante dei diritti dei detenuti Valentina Lanfranchi ha dato la parola alla madrina dell'iniziativa, Cristina Parodi.
"Non ero mai stata all'interno del carcere ed è un onore per me essere qui oggi - ha dichiarato -. Quella dell'istituzione di una biblioteca all'interno di una casa circondariale è una bellissima notizia, una testimonianza di come il carcere, del quale spesso si parla come luogo di sofferenza e disagio, possa in realtà essere un luogo di riabilitazione. E i libri possono aiutare molto in questo processo, possono migliorare noi stessi e le nostre vite. I libri danno libertà e credo che in carcere questo concetto sia ancora più importante e sentito".
La giornalista televisiva e moglie del sindaco di Bergamo Giorgio Gori confessa di essere una grande lettrice: "Mi definisco un'onnivora di libri, mi piacciono diversi generi e se un libro mi prende particolarmente, le ultime pagine le leggo piano piano per non farlo finire. Attraverso i libri si può viaggiare, ci si può immedesimare nei personaggi, si possono vivere storie appassionanti e si impara sempre qualcosa. Leggere ci dà la libertà di scegliere un titolo, di abbandonarlo se non ci piace, di consigliarlo, ci permette di dialogare, di condividere opinioni, di socializzare, cosa importantissima in un luogo come il carcere, dove si incontrano donne provenienti da Paesi e culture differenti. Non siamo mai soli con un libro in mano".
In realtà mercoledì l'inaugurazione è stata doppia perché, in seguito ad un intervento di riqualificazione, da meno di un mese è attiva anche la palestra circondariale. Pierguido Piazzini, presidente dell'Opera Pia Calepio, che si è occupata della ristrutturazione, ha ricordato don Fausto Resmini: "Lui organizzava sempre delle giornate di festa, soprattutto sotto Natale, per le famiglie dei detenuti. C'erano volte in cui nella palestra c'erano un centinaio di bambini che potevano così incontrare i loro papà e le loro mamme. È stato proprio don Fausto a chiedermi di realizzare un progetto per dare una sistemata alla palestra ed ora, che lui non c'è più, è ancora più emozionante inaugurare questo luogo".
di Silvia Isola
primocanale.it, 18 novembre 2021
L'appello di Italforno: "Vogliamo sapere quando potremo riprendere la nostra attività". Un controsoffitto è crollato lo scorso 2 novembre all'interno della casa circondariale di Genova Marassi e da più di 15 giorni sono state interrotte tutte le attività della cooperativa sociale Italforno. Per il sindacato della polizia penitenziaria si è trattato di una 'strage sfiorata', in quanto nei locali al momento del crollo non si trovavano persone sul posto.
"Come cooperativa noi da 15 anni oramai produciamo pane, focaccia e pizza per la nostra distribuzione. In questa attività sono coinvolte più di 13 persone, tra cui quattro detenuti", spiega Pietro Civello, presidente della cooperativa sociale Italforno. "Ora il tetto è pericolante e locale sono sostanzialmente inagibili, anche perché non possiamo proseguire l'attività finché non verranno fatti i lavori. Questo significa mancati incassi e mancata possibilità di lavorare anche per le 9 persone esterne tra autisti, panettiere, due impiegate".
L'attività al momento è ferma e le tempistiche per la ripartenza non sono ancora state definite. I dipendenti hanno richiesto la cassa integrazione, ma i disagi più gravi li subiranno i detenuti, al momento non più occupati, e le aziende che ogni giorno ricevevano tra i 400 e i 600 kg di pane al giorno. Già nelle settimane precedenti, però, c'erano state delle avvisaglie. Dei pezzi di intonaco si erano iniziati a distaccare, ma la direttrice non aveva dato l'okay all'intervento della Mof, l'unità destinata alla manutenzione dei fabbricati.
"Tutte le comunicazioni sono state fatte via mail, il 28 ottobre scorso il capo Dap Petralia aveva visitato il panificio. A seguito della caduta di alcuni grossi calcinacci, di cui si era accorto un detenuto, avevamo fatto richiesta alla direttrice De Gennaro per un intervento ma la sua risposta era stata negativa, asserendo senza visionare i locali - cosa molto grave - che si trattasse di manutenzioni a nostro carico per cui avremmo dovuto chiamare una ditta esterna".
Ma il solaio appartiene al carcere e i tempi per far accedere gli esterni tra autorizzazioni e permessi sono più lunghi rispetto ad altri luoghi di lavoro. Così, pochi giorni dopo, è avvenuto il crollo. "L'ennesimo, disperato, invito destinato al politico e alla politica ad attenzionare il sistema carcere e ai problemi che seppelliscono le donne e gli uomini che ci vivono e ci lavorano, perché il lavoro, quello sicuro o meglio in sicurezza oltre a dover essere una priorità a garanzia di tutti è sicuramente un invito al reinserimento per la popolazione detenuta", questo il commento di Fabio Pagani, segretario Regionale della Uil polizia penitenziaria. Oltre a questo, la cooperativa adesso resta in attesa di risposte da parte della direzione, col rischio di mandare in crisi un'attività che all'interno del carcere perdura da 15 anni.
di Paolo Merlini
La Nuova Sardegna, 18 novembre 2021
Convegno a più voci della Scuola forense: gli operatori del diritto analizzano un tema cardine nell'opera della scrittrice. Un luogo comune, sempre meno diffuso per la verità, associa ai romanzi di Grazia Deledda la vendetta come una delle tematiche più rappresentative della sua opera narrativa. Digitando su Google il cognome della scrittrice e il termine vendetta si ottengono 240mila risultati in meno di un secondo (l'associazione con la parola "perdono" ne genera circa centomila in meno). Ma qual è il senso del diritto e della giustizia in Grazia Deledda?
È davvero così arcaico come sembrerebbero suggerire, appunto, luoghi comuni duri a morire e i logaritmi che originano nell'era della comunicazione digitale? La domanda se la sono posta i professionisti del diritto (avvocati e magistrati principalmente) in un convegno promosso dalla Scuola forense dell'ordine degli avvocati di Nuoro che si è svolto all'auditorium del museo etnografico. Un incontro seguito in presenza e in streaming da circa trecento persone.
Per il direttore della scuola forense, l'avvocato Antonio Careddu, la prospettiva iniziale va ribaltata: il senso della giustizia in Grazia Deledda è profondo, ha una levatura morale altissima. E lo è ancora oggi, a cent'anni e più di distanza, in una situazione mutata sotto ogni profilo anche nella Sardegna centrale che lei ha raccontato in tutte le sue spesso drammatiche contraddizioni.
"In lei è costante la ricerca di giustizia - dice Careddu - e a ben guardare la ponderazione e il tempo necessari alla sua definizione sono gli stessi alla base dei sistemi normativi dei giuristi e degli operatori del diritto. Nella Deledda troviamo sempre il prevalere della coscienza di ciascuno nell'analisi delle proprie azioni, per ricordarci come alla fine l'individuo sia il primo giudice di se stesso. E assistiamo al prevalere del giudizio morale rispetto allo stesso esito di un'azione processuale".
Per l'avvocato Basilio Brodu non si può analizzare il tema della giustizia in Grazia Deledda senza prendere atto del periodo storico, cruciale nella storia del banditismo sardo, in cui lei ambientò i suoi romanzi, per così dire in presa diretta. "I primi anni del '900 - dice Brodu - rappresentano in pieno la spaccatura tra lo Stato con i suoi metodi spesso repressivi e la società pastorale con i propri codici. E lei questo racconta".
Dino Manca, filologo dell'università di Sassari, uno degli studiosi più puntuali dell'opera deleddiana, nella sua relazione ha voluto estendere l'analisi del rapporto tra la Deledda e il senso di giustizia a quello degli scrittori sardi nel loro complesso. Per loro, e per la scrittrice nuorese in particolare, la Sardegna non è mai una quinta scenografica sulla quale costruire un racconto, ma è il centro della narrazione, la prima e assoluta protagonista, "al punto da diventare un'ossessione che la psicoanalisi può aiutarci a capire. La Sardegna - dice Manca - non è un luogo, ma è il luogo per definizione. L'isola è insieme un mito e un archetipo della condizione umana, una terra senza tempo".
Mauro Pusceddu, giudice del tribunale di Sassari e autore di romanzi noir, fa notare come l'elemento della giustizia nel suo complesso sia curiosamente più presente in Grazia Deledda che nel giurista-scrittore per eccellenza, Salvatore Satta. A differenze di quest'ultimo, infatti, Deledda fa partire la propria narrazione da vicende in cui il protagonista è chiamato a confrontarsi, a causa delle proprie azioni, con l'universo della giustizia, quella degli uomini e quella dello Stato.
In quest'ultimo caso dimostrando quanto Deledda fosse attenta all'evoluzione del diritto nel suo tempo: parla di prescrizione all'epoca in cui questo istituto si affacciava nel dibattito nazionale, anzi vent'anni prima (nel romanzo "Cosima"); di cambiali prima che si legiferasse su di esse (in "Canne al vento"). E parla di divorzio 70 anni prima della sua introduzione in Italia, come nel romanzo "Dopo il divorzio" del 1906 (in realtà proprio in quell'anno il governo Zanardelli lo introdusse con un decreto che poi decadde). "Così per lei la legge e la giustizia diventano strumento narrativo, lo spunto per una trama attraverso la quale ci mostra l'uomo nelle sue contraddizioni. Grazia Deledda parla al presente ma in realtà ci racconta il futuro con incredibile preveggenza".









