di Valentina Stella
Il Dubbio, 7 agosto 2021
Il penalista e deputato di Italia Viva Catello Vitiello è primo firmatario di una proposta di legge che "interviene sul delicato rapporto fra giustizia e media e mira a trovare un punto di equilibrio tra le necessità investigative e le esigenze di pubblica informazione in occasione di vicende giudiziarie di pubblico interesse, da un lato, e il diritto dei cittadini alla tutela della loro riservatezza, soprattutto quando risultano estranei al procedimento, dall'altro lato". Tema di grandissima attualità considerato che alla ripresa dei lavori dell'Aula si intensificherà il confronto sul decreto attuativo di recepimento della direttiva europea sulla presunzione di innocenza.
Onorevole, possiamo dire che il vento è cambiato, tra la riforma penale e la direttiva sulla presunzione d'innocenza. Lei crede però che la magistratura possa compattarsi come baluardo di difesa della libertà di stampa contro il fronte garantista, di cui lei è parte, che invece mira a tutelare le vittime della gogna mediatica?
Preliminarmente mi preme sottolineare che più di fronte garantista, parlerei di coloro che mirano al rispetto dei principi costituzionali e che credono occorra ancora fare qualcosa per attuare pienamente la Carta. Penso appunto alla presunzione d'innocenza che troppo spesso viene calpestata. Ho apprezzato dichiarazioni di tanti magistrati, come Spataro e Violante, che hanno visto nella "riforma di mediazione Cartabia" appena attuata un buon punto di partenza. In merito alla sua domanda accadrà senz'altro come accaduto nel 1988 quando cambiò il codice di procedura penale e nel 1999 con la modifica dell'articolo 111 della Costituzione: la magistratura ha sempre remato contro perché restia ai cambiamenti. In questi momenti l'autonomia della politica diventa fondamentale, per respingere il tentativo di sopprimere le garanzie fondamentali. Considero sacra la libertà di stampa, tanto è vero che nella legge che ho proposto insieme ad altri colleghi di diversi partiti ho riversato il concetto per cui il carcere non rappresenta il giusto deterrente per i giornalisti in caso di diffamazione. È altrettanto vero che la libertà di stampa è un valore da coniugare con altri, come il diritto di difesa, la reputazione, la riservatezza e, in definitiva, la dignità umana dei soggetti coinvolti nelle indagini, che siano essi indagati oppure no. In questo quadro i media dovrebbero prestare maggiore attenzione e sensibilità nel non calpestare quei diritti appena elencati. Oggi abbiamo la copertura della direttiva 343/ 2016 per cui la libertà di stampa non può prevalere su quella alla reputazione.
Qual è il cuore della sua proposta?
Sono due le direzioni che indico: la prima è quella di rimettere mano al segreto investigativo. La norma punta a un rafforzamento della tutela del segreto investigativo, non solo per evitare la compromissione della fase investigativa, ma soprattutto per tutelare i privati cittadini da vere e proprie fughe di notizie non dettate dalla volontà di boicottare l'indagine bensì dalla possibilità di offendere la reputazione di un individuo coinvolto in un procedimento penale. Quello che vorrei far capire è che non vogliamo porre un freno ai cosiddetti scoop giornalistici, ma a quelli fatti a scapito della vita delle persone. Purtroppo oggi noi facciamo la differenza tra divieto di rivelazione e quello di pubblicazione: questo giochetto consente che la notizia esca dagli uffici di procura o di polizia giudiziaria. Invece, il rapporto che intercorre tra le condotte di rivelazione e di informazione è molto stretto, in quanto la rivelazione costituisce un passaggio prodromico essenziale rispetto alla pubblicazione. Quindi quello che proponiamo è che la normativa del segreto di ufficio si estenda anche all'arco temporale in cui gli atti di indagine sono conosciuti dalle parti, cioè fino a quando non inizia il processo vero e proprio. In quest'ultimo caso il ruolo della stampa si rivela invece fondamentale, quando nel contraddittorio e con un giudice terzo si forma o meno la prova. In questo caso la cronaca giudiziaria ha il dovere di far conoscere quando sta avvenendo nell'aula di tribunale, anche per vigilare su eventuali abusi di potere della giurisdizione.
Chi frequenta le aule giudiziarie sa che alcuni giornalisti si vedono solo nel giorno delle conferenza stampa delle procure e quando arriva la sentenza...
Per questo è importante creare un'alta specializzazione per chi è addetto ai lavori e una maggiore responsabilizzazione. Ed è questa la seconda direttrice di marcia della mia proposta: occorre alzare l'asticella per far capire a chi sbaglia che c'è una sanzione, che farà da deterrente. Ma spero sempre che prima di dover applicare una sanzione, cambi il trend culturale della comunicazione giudiziaria. Questo ci espone anche a pesanti critiche da parte della stampa, anche se ammetto con sincerità che il lavoro di tanti magistrati e giornalisti è un lavoro onesto e rispettoso delle regole. Però se in una percentuale minima si violano quelle regole si rischia di rovinare la vita di una persona, i suoi rapporti di lavoro, legami familiari e di amicizia che vengono stravolti quando il suo nome finisce a caratteri cubitali su un giornale.
Dal punto di vista sanzionatorio quale cambiamento propone la proposta di legge?
Per colpire davvero il disvalore delle fattispecie di rivelazione, bisogna attribuire la responsabilità a coloro che, in definitiva, sono i veri "custodi" del segreto. Il nostro testo propone l'inserimento di una nuova fattispecie che riguarda la forma di rivelazione aggravata dalla qualifica soggettiva di chi commette la violazione.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 7 agosto 2021
Il nostro tempo si caratterizza, fra l'altro, per l'ossessiva ripetizione di frasi fatte, di slogan ribaditi in ogni dove e che, secondo chi li pronunci, dovrebbero sortire l'effetto di tacitare gli interlocutori di parere opposto: cosa che ovviamente raramente accade. Uno di questi slogan, ripetuto dai giornali, attraverso le televisioni ed altri canali di comunicazione, afferma che gli imputati dovrebbero "difendersi nel processo e non dal processo". Di solito a ripeterlo sono i magistrati, i politici, i giornalisti che si collocano naturalmente nel solco del "politicamente corretto", declamandolo con una sorta di saccente sicurezza, non esente da una punta di spavalderia istituzionale intrisa di ardore moraleggiante.
Eppure, a ben guardare, si tratta di una enorme sciocchezza. Infatti, è la stessa storia del processo penale a dimostrare il contrario, perché le più gravi ingiustizie passate alla storia sono state consumate attraverso il processo e non fuori di esso. Si pensi emblematicamente al celebre caso Dreyfus, il capitano ebreo condannato in Francia alla deportazione perpetua per spionaggio a favore dei tedeschi, pochi anni dopo la dolorosa (per i francesi) sconfitta di Sedan. La Francia non era certamente, alla fine dell'Ottocento, uno Stato dispotico, tutt'altro; tuttavia Dreyfus fu condannato da innocente nel nome di una ragion di Stato che si sposava con le istanze militariste.
Ne fu prova il fatto che a Rennes, la camera di consiglio che lo giudicò ebbe la durata di tre minuti esatti di orologio: il che alimentò la forza polemica di Zola, il quale appunto assunse, davanti al mondo intero, la difesa di Dreyfus "dal processo" e non certo "nel processo", dal momento che la sentenza di condanna era evidentemente già scritta prima di dare inizio alla riunione dei giudici.
La procedura dunque era stata rispettata in tutto e per tutto, nessuna irregolarità o violazione di norme processuali era stata consumata: ma quella procedura, quelle norme permisero la condanna di un innocente. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi, perché le più grandi nefandezze della storia furono consumate nel processo, attraverso il processo e non fuori di esso e sarebbe bene rammentarlo ai moralisti di casa nostra. Ma qui invece conta un altro aspetto: conta capire che nessuna procedura, per quanto perfezionata, potrà mai impedire al giudice ingiusto di manipolarla a suo arbitrio.
Per questo, accapigliarsi per mesi o per anni dietro un aggettivo da inserire in una norma (gli indizi debbono essere gravi oppure gravissimi?) oppure dietro un numerino (la improcedibilità la facciamo sorgere dopo due anni o dopo tre?) si fa cogliere - non me ne voglia la ministra Marta Cartabia - come una vera fatica di Sisifo: fatica inutile, sprecata, una sorta di superfluo gioco da bambini cresciuti troppo in fretta che non si accorgono del mondo reale intorno a loro.
Si tratta invero del fenomeno messo in luce molti anni or sono dal politologo Ernst Fraenkel, il quale molto opportunamente parlava di "doppio Stato", per indicare come anche se le procedure fossero improntate ai principi dello Stato di diritto, fossero pienamente democratiche, ugualmente esse lascerebbero ampi spazi di discrezionalità e in definitiva di arbitrio a chi sia chiamato a governarle, i giudici: da qui una inevitabile doppiezza del sistema, formalmente democratico, in realtà arbitrario.
E da qui ovviamente la necessità di difendersi "dal processo", cioè dal giudice che attraverso il processo potrebbe consumare una ingiustizia. Ed ecco perché Platone preferiva di gran lunga il giudice giusto rispetto ad ogni altra procedura pur raffinata: senza di questa permane sempre la "possibilità della ingiustizia", sempre presente nell'esperienza umana; ma senza di quello si apre la porta alla "impossibilità della giustizia", effetto enormemente più grave e devastante. Ovviamente, la figura del giudice giusto va letta qui non in senso assoluto, ma in controluce al suo riferimento negativo, il giudice ingiusto.
Per questo, qui basterà notare in modo succinto e approssimativo il profilo di questo, per poi scorgere in modo positivo il profilo di quello. Diremo dunque che ingiusto non è soltanto quello corrotto o politicizzato; è anche il giudice pieno di sé, votato alla sicumera, convinto di esser capace lui soltanto di aggiustare le cose, incline a vedere negli avvocati gente che lo vuole gabbare - ma a lui, che è furbo, non gliela si fa - sensibile alle logiche correntizie e corporative, sostanzialmente autoreferenziale, insofferente alle esigenze delle parti e dei difensori: purtroppo esempi di tipi umani di questo genere fra i giudici in servizio non mancano.
In senso contrario, diremo invece giusto il giudice che sia consapevole dei propri limiti, timoroso del potere che pur deve usare, consapevole di esser esposto all'errore, che insomma ascolta prudentemente e pazientemente tutti gli attori del processo con sensibilità umana e giuridica allo scopo di decidere sempre "con timore e tremore": anche esempi di questi tipi umani per fortuna non mancano fra i giudici in servizio, ma sembrano ad esaurimento. E bisogna purtroppo rilevare come gli aspetti qui citati - quelli della formazione della coscienza giudicante - siano oggi completamente negletti e perfino ignorati dal legislatore, dalle Università, dai politici.
In questa prospettiva, si capisce allora perché la più raffinata delle procedure, nulla potrà garantire se governata da un giudice ingiusto, che se ne farà insindacabile arbitro (basta, per esempio, non ammettere un teste a difesa di importanza essenziale, per aprire la strada verso una condanna pressoché certa); mentre, al contrario, la peggiore, la più rabberciata ed approssimativa delle procedure, nelle mani di un giudice giusto, sarà in grado di garantire i diritti di tutti. Ne viene che la presenza di giudici ingiusti rende necessaria la difesa "dal processo e non nel processo", perché quest'ultima sarebbe del tutto inutile. Di converso - come notava il compianto Lanfranco Mossini, che non a caso dedicò molta attenzione alla figura biblica di Salomone (e non alle sue procedure) - chi riuscisse ad assicurarsi un giudice giusto non dovrà di altro preoccuparsi: il resto verrà da sé. Con qualsivoglia procedura.
di Mauro Magatti
Corriere della Sera, 7 agosto 2021
Con il vaccino per Covid siamo dentro una grande sperimentazione di massa in cui il confine tra ciò che sappiamo e ciò che ignoriamo rimane molto labile. In questa situazione, hanno sostenuto in un recente post Giorgio Agamben e Massimo Cacciari, occorre stare attenti a non introdurre surrettiziamente pratiche discriminatorie che trasformano automaticamente i non vaccinati in cittadini di serie B. In gioco è la nostra stessa libertà con l'affermazione di nuovi regimi dispotici. Difficile non essere d'accordo sulla delicatezza e i pericoli di questi lunghi mesi pandemici. Ma le ragioni di preoccupazione mi paiono diverse da quelle indicate dai due filosofi italiani.
Nei mesi del coronavirus, l'alleanza tra scienza e governi ha portato a una serie decisioni che hanno oggettivamente ridotto la libertà personale. Tali decisioni, inoltre, prese in condizioni di emergenza e sulla base di conoscenze necessariamente parziali, hanno accelerato - e in certa misura forzato - i normali percorsi della decisione democratica. Indubbiamente, il modo di procedere di questi 18 mesi - un tempo già lunghissimo, che rischia di protrarsi ad libitum - si porta dietro molte insidie. A ben guardare, quello che è accaduto nell'ultimo anno e mezzo ricalca perfettamente il copione seguito nel 2001 del 2008, cioè nei due precedenti shock che hanno colpito le società globalizzate. L'aggiustamento si è prodotto su due piani: rimodellando i rapporti di potere dentro e fuori i singoli Paesi e introducendo una forte stretta sul piano regolativo. Che nel caso del 2001 ha riguardato soprattutto gli aeroporti e più in generale la mobilità delle persone; e che nel 2008 si è tradotto in una serie di vincoli formali posto alla attività creditizia. Con il Covid, la regolazione ha toccato direttamente la vita personale: col lockdown, le mascherine, il distanziamento, la vaccinazione, il green pass.
In società sempre più complesse e basate su un'idea individualistica di libertà - e dove di conseguenza si sono assottigliati i riferimenti etico-culturali comuni e soprattutto si è rinunciato a far leva sulle risorse morali della persona - il ricorso alla stretta regolativa è la risposta automatica che il sistema adotta per far fronte all'emergenza. Ma occorre domandarsi: si tratta di un effetto o di una causa?
Rispondere a questa domanda è decisivo. Come scrivono Cacciari e Agamben, i rischi per la libertà sono molto seri. Ma è lo svuotamento a cui la libertà è andata incontro ad esporla al pericolo di una deriva involutiva. Non si tratta di qualcosa di nuovo, ma di una malattia ricorrente della vita democratica, tanto che già a metà dell'800, Alexis de Toqueville ne aveva parlato in un brano di straordinaria attualità: "Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo, vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri, estraneo al destino gli altri degli altri... al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite... Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l'uso del libero arbitrio, restringe l'azione della volontà e toglie poco a poco a ogni cittadino perfino l'uso di se stesso... Così dopo aver preso nelle sue mani potenti ogni individuo e averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull'intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue...".
L'esperimento di massa sta qui: immaginare di risolvere i grandi problemi che abbiamo davanti (a cominciare dalla pandemia, per proseguire col riscaldamento globale o la gestione dell'immigrazione etc.) proclamando certezze che non ci sono e così rinunciando a chiedere a ogni cittadino - come insegnante, medico, imprenditore, amministratore, giornalista, sportivo, genitori, nipote etc. - di dare il proprio contributo per raggiungere un obiettivo incerto ma comune. E ciò perché sembra impossibile alla nostra cultura riuscire a tenere insieme il valore della libertà con quello della responsabilità. Che invece è il punto fondante di ogni libertà che non si autodistrugga.
Ognuno ha il diritto di vaccinarsi oppure no. Ma se decido di non farlo, ne consegue che, per responsabilità nei confronti degli altri, accetterò di rinunciare a prendere parte a manifestazioni e attività in cui posso trasmettere il virus. È quando la libertà fallisce questa responsabilità che si spalanca la porta del nuovo potere tutelare che oggi prende le forme della regolazione tecnico-burocratica. È l'infragilimento della nostra libertà lo spettacolo preoccupante di questi mesi. Che in qualche momento dà la sensazione che sia ormai impossibile intendersi su qualsiasi cosa. Anche sulle più elementari. Nell'illusione (tanto ricorrente quanto vana) che un mondo senza l'incertezza, l'insicurezza, il rischio, il dubbio sia possibile e desiderabile. Senza tornare a credere e a investire sulla responsabilità delle persone, la libertà finisce sempre per costruirsi da sé la sua prigione.
di Gerardo Villanacci
Corriere della Sera, 7 agosto 2021
Problema vaccini: l'obiettivo è sconfiggere l'intolleranza, dobbiamo scongiurare l'ulteriore diffusione di conflitti sociali. Per risolvere la complessa problematica dei vaccini, non c'è altra strada che abbattere l'intolleranza e sviluppare la cultura della solidarietà. D'altra parte la storia ma anche più semplicemente la cronaca di questi giorni, comprovano che una mera e non argomentata disapprovazione verso chi rifiuta di vaccinarsi può condurre ad un risultato opposto da quello voluto poiché fomenta una discriminazione che, a ben vedere, fonda sul pregiudizio che, paradossalmente, è ciò che caratterizza chi si oppone ai vaccini.
Purtroppo i pregiudizi oltre ad essere resistenti, in forza della naturale propensione a preservare le nostre opinioni misconoscendo ciò che le contraddice, tendono a rinforzarsi quando le ragioni poste in loro contrapposizione vengono percepite come strumentali. Ecco quindi che non è sufficiente limitarsi a demistificare le false credenze tra le quali, ad esempio, che attraverso i vaccini vengono iniettate microspie per controllarci oppure che i vaccini sono armi di distruzione di massa, ma devono essere fornite informazioni documentate volte a rinforzare la fiducia verso la ricerca scientifica.
In definitiva dobbiamo prendere atto che siamo esposti a un conflitto ideologico prima ancora che giuridico, tra i favorevoli e i contrari alla vaccinazione, la cui soluzione implica una analisi della composita rappresentanza di questi ultimi che, come documenta una recente indagine Ipsos, è per lo più costituita da persone anziane, meno istruite e in difficoltà economiche.
Non solo; l'ambiente culturale e sociale degli oppositori al vaccino, è distinto tra i no-vax (il 7%), che sostengono la pericolosità o quantomeno la inefficacia assoluta dei vaccini per la salute, e i free-vax (il 10%) che, a prescindere dalla dannosità dei vaccini, che potrebbe anche non sussistere, ritengono che la scelta debba essere assolutamente individuale. In questo caso il rifiuto è verso l'obbligo vaccinale e non del vaccino in sé. Sono aspetti, come è agevole comprendere, tutt'altro che trascurabili ai quali va ad aggiungersi la non secondaria circostanza che il 24% non vuole il green pass.
Che non si tratti solo di una battaglia giuridica contro la "illegittimità costituzionale", come viene normalmente argomentato nelle varie iniziative giudiziarie promosse, in particolar modo dagli operatori che ritengono di essere ingiustamente e illegalmente costretti a farsi iniettare un prodotto che potrebbe determinare ricadute negative sulla loro salute, basti considerare che viene sistematicamente ignorato il consolidato orientamento della Corte Costituzionale che, a partire da sentenze ormai datate (la n. 218 del 1994), ha stabilito che in presenza di un pericolo per la salute dei terzi, è incostituzionale una legge che non preveda l'obbligo del lavoratore, portatore del rischio, di sottoporsi a trattamento sanitario obbligatorio.
In questo surreale panorama le priorità sono la tutela della salute pubblica, essendo un dato incontrovertibile che in difetto di una cura l'unico fronte possibile alla diffusione della malattia è rappresentato dai vaccini, e scongiurare l'ulteriore diffusione di conflitti sociali.
Per rendere efficace questa prospettiva va chiarito che non è in discussione la inviolabilità del diritto a non curarsi o, se si preferisce, a non essere sottoposti ad alcun trattamento sanitario obbligatorio se non per disposizione di legge che, peraltro, allo stato non vi è. Bensì che il valore della solidarietà impone non soltanto l'adempimento di doveri obbligatoriamente imposti, ma anche di agire spontaneamente per soddisfare il presupposto di socialità che, a prescindere da qualsivoglia calcolo utilitaristico, sempre deve occupare una posizione centrale in uno Stato costituzionale.
di Rossella Grasso
Il Riformista, 7 agosto 2021
Quella di Ciro Esposito, 43 anni, è un'epopea senza fine. Tutto è iniziato quel maledetto 6 aprile 2020 nel Carcere di Santa Maria Capua Vetere dove era detenuto. Subì quella "orribile mattanza", la "perquisizione straordinaria", che diventò violenza sui detenuti da parte di poliziotti in assetto anti sommossa. Quelle immagini del sistema di videosorveglianza fecero il giro del mondo. Ciro denunciò ai carabinieri quelle violenze e con lui sua moglie Flavia.
Nei giorni in cui scoppiò il caso e furono emesse 52 misure cautelari tra agenti di Polizia Penitenziaria e funzionari accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, maltrattamenti aggravati, falso, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio, Flavia disse in varie interviste di aver subito varie pressioni da parte degli agenti affinché ritirassero le denunce. Ma Flavia e suo marito Ciro non ne hanno voluto sapere "perché quello che è successo è troppo brutto e chi ha sbagliato deve pagare", aveva detto Flavia ai microfoni di varie testate.
Ciro prima fu trasferito al carcere di Secondigliano e poi ancora più lontano, a Spoleto. Ha più volte chiesto il riavvicinamento. Lo ha fatto anche in una lettera pubblicata dal Riformista, in cui raccontava la sua situazione, minacciando anche il suicidio. "Io ho già avuto un brutto periodo nel passato e sto ancora qua grazie a una dottoressa del carcere di Benevento che mi ha salvato la vita quando stavo morendo nel carcere di Benevento per il mio gesto estremo. Ora prendo ancora farmaci ma solo per dormire, perché come inserimento non c'è nulla. Ora ho ricevuto ancora un altro regalo del Dap: essere trasferito a Spoleto. Dopo ciò che è accaduto le conseguenze chi le sta pagando? Io e la mia famiglia che mi è impossibile rivedere. Questa cosa mi sta uccidendo", scriveva Ciro nella lettera.
Da allora la paura è tanta e Ciro, che prende psicofarmaci ed è un soggetto fragile, per paura che anche nel carcere di Spoleto qualcuno gli possa far male ha iniziato a camminare con tre lamette in bocca. "Una notte, nel sonno, le ha ingerite senza accorgersene - racconta Flavia al Riformista - Da allora sono passati 15 giorni. Dalla tac è emerso che si sono divise in 3 organi diversi ma non lo portano in ospedale. La dottoressa gli ha detto che deve espellerle per via naturale, mangiando patate. Io penso che così poteva succedere dopo 1 o 2 giorni, ma non 15 giorni dopo. E adesso quelle lamette stanno ancora là con il rischio per la sua salute. Perché non si decidono a portarlo in ospedale?".
L'avvocato Rolando Iorio che difende Ciro e la sua famiglia, gli ha fatto visita in carcere a Spoleto. Quello che ha visto è una situazione drammatica. "L'ho trovato molto dimagrito, invecchiato, si muoveva lentamente - racconta l'avvocato al Riformista - Parlava piano e aveva difficoltà anche a rispondere alle mie domande. Ma la situazione che più mi preoccupa sono quelle lamette nel suo corpo. Ancora non è stato previsto nessun intervento per togliergliele".
L'avvocato spiega che Ciro già prendeva psicofarmaci perché ha problemi mentali. È un soggetto fragile e la situazione sta via via peggiorando. "Non so se stia prendendo gli stessi farmaci ma sicuramente non l'ho trovato bene - continua l'avvocato - Gli hanno fatto una tac e hanno visto che queste lamette sono ora in posizioni diverse. È assurdo che non ci sia in programma un modo per rimuoverle".
Non occuparsi di lui può essere una ritorsione dopo le denunce? "Non ci voglio nemmeno pensare a una ipotesi di questo tipo - dice Iorio - Non credo che ci siano connessioni con i fatti di Santa Maria Capua Vetere. Non credo ci sia malafede, solo ritardo, ma bisogna intervenire perché la situazione è grave". Intanto Flavia spera che l'istanza di riavvicinamento sia presa in considerazione e che Ciro venga trasferito in un altro carcere più vicino a casa.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 agosto 2021
Il 71enne, diabetico e cardiopatico, si trova a Poggioreale per un residuo di pena. Avrebbe bisogno di cure, ma la Sorveglianza gli nega la scarcerazione: per i magistrati, forse, non è abbastanza malato.
La teoria dice che la reclusione in carcere deve essere l'extrema ratio. L'attualità ricorda come il sovraffollamento sia ancora un problema molto grave, lo ha ribadito anche il ministero Marta Cartabia al termine della sua visita nel carcere di Santa Maria Capua Vetere un mese fa e lo confermano dati e statistiche. Inoltre, con la pandemia in atto, la vita e la gestione dei detenuti all'interno degli istituti di pena è diventata sempre più difficoltosa.
Da Napoli arriva la storia di Tullio, 71 anni, cardiopatico, con un residuo di pena di cinque anni di reclusione da scontare: per uno come lui il carcere è davvero l'extrema ratio? Per l'avvocato Paolo Cerruti, suo difensore, la risposta è no: la difesa aveva presentato un'istanza ai giudici della Sorveglianza chiedendo di applicare la misura alternativa degli arresti domiciliari.
Per il magistrato di Sorveglianza che ha valutato l'istanza, il carcere è invece l'unica soluzione possibile. Ma Tullio è anziano, è malato, ha bisogno di controlli periodici, dovrebbe vivere in un ambiente salubre: sono le questioni sollevate dal difensore.
La storia di Tullio è sovrapponibile a quella di una gran parte delle 3mila persone detenute in Campania con un residuo di pena non superiore ai cinque anni. La difesa di Tullio aveva fatto riferimento anche a una serie di argomentazioni tecniche, in punta di diritto, richiamando sentenze della Cassazione e della Corte Costituzionale. Per la difesa di Tullio, insomma, per età e condizioni di salute il 71enne non dovrebbe trovarsi recluso in un carcere, tra l'altro sovraffollato come quello di Poggioreale.
Il detenuto Tullio, 71 anni, in carcere dopo che la sentenza è diventata definitiva a dicembre scorso e con un fi ne pena fissato per il 21 settembre 2026 per un cumulo di reati di truffa e ricettazione, "soffre di diabete mellito, ipertensione arteriosa e dislipidemia in relazione alle quali viene attestato che presenta condizioni cliniche stabili", si legge nella relazione sanitaria del carcere che il magistrato di Sorveglianza riporta nel provvedimento con cui nega ogni altra misura diversa dal carcere, ritenendo che in carcere, a Poggioreale, Tullio sia assistito h24 da personale medico.
"Non vi sono i presupposti per la concessione del differimento della pena, non essendo stato evidenziato dalla relazione sanitaria un attuale o imminente pericolo quoad vitam o una patologia che non possa essere fronteggiata in istituto anche con il ricorso a ricoveri e visite presso strutture sanitarie esterne", scrive il magistrato per motivare il rigetto dell'istanza. Come a dire che, per un detenuto come Tullio, la decisione sull'eventuale concessione di misure alternative al carcere andrebbe considerata solo in caso di pericolo di vita.
Del caso del 71enne si era interessato anche il garante regionale dei detenuti, Samuele Ciambriello, affinché gli fossero assicurati le cure e i farmaci salvavita di cui ha bisogno. Stando alla mole di istanze che pendono dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Napoli, casi come quello del detenuto 71enne se ne potrebbero contare a centinaia. In questo periodo si parla tanto di svuotare le carceri per risolvere il dramma del sovraffollamento e rendere le celle più vivibili e una delle proposte sul tavolo della politica è quella di allargare l'applicazione di misure alternative tra chi ha da scontare pene lievi.
In Campania, se si considera il tetto dei cinque anni di reclusione come residuo massimo di pena da poter scontare anche con misure alternative, si parla di una popolazione di 3.002 persone. Se invece si considerano i residui pena entro i tre anni, si parla di 2.128 individui. Significherebbe alleggerire le strutture penitenziarie campane di circa un terzo dell'attuale popolazione detenuta. Significherebbe anche poter meglio gestire e realizzare percorsi di rieducazione e responsabilizzazione dei reclusi e ridare alla pena la sua originaria funzione di recupero e non di mera punizione. In poche parole: rispettare la Costituzione.
ansa.it, 7 agosto 2021
"Abbiamo ritenuto che da entrambi questi temi (habitat e affettività), occorre ripartire per riportare al centro dell'attenzione il dettato costituzionale che assegna alla pena una funzione rieducativa e non afflittiva. Habitat e affettività intesi come un insieme di sentimenti, emozioni, stati d'animo e passioni, in grado di garantire l'espressione degli aspetti fondamentali della personalità.
Carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili per chi vive e chi si occupa di carcere": così Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti presentando in Consiglio Regionale il secondo volume di Quaderni di ricerca su habitat e affettività, promosso dal suo Ufficio d'intesa con l'Osservatorio regionale sulla detenzione. L'incontro è stato introdotto dal presidente del Consiglio Regionale della Campania Gennaro Oliviero: "È grazie al lavoro di Samuele e alla sua collaborazione con il consiglio che siamo in grado di avere un focus e un'apertura costante sugli ambienti carcerari. Il sovraffollamento da un lato e la difficoltà di garantire l'affettività e un rapporto costante con la famiglia, devono essere stigmatizzati dalla politica che devono indicare le soluzioni. Dobbiamo ricordare che in carcere non c'è una belva ma una persona che ha sbagliato e deve scontare una pena certa ma passa attraverso la certezza dei suoi diritti".
La pubblicazione, 60 pagine, raccoglie contributi di diversi professionisti, di altri garanti, testimonianze, e una proposta di legge in materia di "tutela delle relazioni affettive intime delle persone detenute" primo firmatario la senatrice Monica Cirinnà. All'incontro hanno preso la parola alcuni autori di questi contributi: il Garante di Napoli Pietro Ioia, che ha raccontato la sua esperienza in un carcere spagnolo in cui ha avuto la possibilità di concepire una figlia durante la detenzione, Riccardo Polidoro responsabile Osservatorio Unione Camere Penali Italiane, Anna Malinconico presidente della cooperativa Città della Gioia, Claudia Felline coordinatrice dell'Osservatorio Regionale sulla detenzione.
Durante la presentazione Ciambriello ha stigmatizzato "i campi di calcio inutilizzati negli Istituti penitenziari, i passeggi ricavati tra edifici impersonali, le dotazioni igieniche insufficienti nelle celle, il sovraffollamento delle stesse, la mancanza di spazi per la socialità nei reparti, il non utilizzo nelle aree verdi per i colloqui con i propri cari, rappresentano un carcere che non è in grado di tutelare la dignità dei detenuti, dei minori e delle loro famiglie".
umbriacronaca.it, 7 agosto 2021
"Anche i piccioni hanno le ali". L'iniziativa, a cura di Vittoria Corallo, è realizzata nell'ambito della terza edizione di Per Aspera ad Astra, progetto nazionale promosso da Acri sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e realizzato in collaborazione con il Teatro Stabile dell'Umbria e la Casa Circondariale di Capanne.
Tra immagini fotografiche e video "Anche i piccioni hanno le ali" animerà il centro storico di Perugia dal 7 al 30 agosto. A cura di Vittoria Corallo, l'iniziativa è nata nell'ambito di Per Aspera ad Astra - Come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza, progetto promosso a livello nazionale da Acri, l'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria e sostenuto da un nucleo di Fondazioni di origine bancaria, tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, con l'obiettivo di tracciare un percorso che metta insieme le migliori esperienze di teatro in carcere presenti in diversi contesti territoriali, facendoli dialogare e diffondendo l'approccio anche a beneficio di altri contesti e operatori.
Frutto della terza annualità del progetto, che in Umbria insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia vede coinvolti il Teatro Stabile dell'Umbria e la Casa Circondariale di Capanne, "Anche i piccioni hanno le ali" è una prima restituzione del percorso creativo sviluppato nel 2021 dai detenuti-attori della casa Circondariale di Capanne grazie ad uno scambio epistolare con alcune persone che hanno risposto per partecipare a questa collaborazione artistica.
Nonostante le difficoltà causate dall'emergenza sanitaria le attività non si sono fermate ed hanno portato alla produzione di una serie di scatti fotografici, protagonisti della mostra "Abito persona", e di alcuni percorsi video riuniti sotto il titolo "Lenti", che verranno disseminati tra le vie del centro storico di Perugia.
Abito persona, allestita in collaborazione con l'Associazione Fiorivano le Viole nell'ambito di Perugia Art Festival organizzato dalla Confraternita Sopramuro, sarà visitabile sabato 7 e domenica 8 agosto in via Cartolari e in via della Viola alla presenza dell'artista Vittoria Corallo. Il percorso fotografico, che resterà aperto fino al 30 agosto, cerca di ascoltare la voce dell'abito, immaginandolo come una maschera quotidiana, segno della persona che amplifica l'identità, convenzione estetica della propria immagine e condizionamento visivo capace di definire il ruolo sociale dell'individuo.
Ci sono abiti senza testa e volto, abiti riconoscibili che possono rimandare a contesti specifici, e abiti estranei all'immaginario comune, come se l'abito parlasse lingue diverse, alcune più comprensibili di altre. I passanti che incontreranno i ritratti fotografici, grazie alla presenza dell'artista Vittoria Corallo avranno la possibilità di registrare un racconto vocale sull'identità della persona che indossa l'abito, e le voci registrate saranno riprodotte lungo le vie.
Inoltre in alcuni locali di piazza Matteotti con Lenti sarà possibile fruire dei video, visualizzabili con i codici QR, attraverso un'esplorazione visuale in cui il linguaggio simbolico incrocia lo spazio e il tempo urbano creando dei cortocircuiti. Lenti, come lenti di ingrandimento o lenti deformanti, si concentra sul concetto di condizionamento come forza a cui l'individuo non può sottrarsi, proponendo una visione espansa e rarefatta che richiede uno sguardo immersivo e invoca l'attenzione che si raccoglie durante una pratica teatrale che amplifica le percezioni, intensifica la rete connettiva dei corpi nello spazio e cambia il respiro del tempo.
"Siamo profondamente soddisfatti - afferma la Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, Cristina Colaiacovo - di essere riusciti a portare avanti la terza edizione di Per Aspera ad Astra nonostante le limitazioni dovute all'emergenza sanitaria. Abbiamo aderito al progetto perché siamo fermamente convinti del suo valore culturale ed umano e ringraziamo il Teatro Stabile dell'Umbria e la Casa Circondariale di Perugia per aver ancora una volta dato il loro prezioso contributo, grazie al quale anche quest'anno i detenuti-attori si sono messi alla prova traducendo la loro esperienza formativa in una serie di immagini fotografiche e video che, grazie all'iniziativa "Anche i piccioni hanno le ali", potranno essere fruibili al pubblico esterno".
di Alfonso Gianni
Il Manifesto, 7 agosto 2021
Sia in positivo che in negativo, a seconda della sua collocazione rispetto al governo, per il quale "L'Italia sta vivendo una vera e propria fase di boom economico. Bisogna rivedere le stime verso il 6%." Il tutto basato sulle cifre fornite dal Bollettino economico di Bankitalia del 16 luglio relative all'ultimo trimestre. L'Istat era stata più prudente, stimando possibile una crescita del 4,8% per l'anno in corso. Mentre il rapporto dell'Ufficio parlamentare per il bilancio (Upb) considera anch'esso il 6% un obiettivo raggiungibile.
Tutto bene quindi? Non proprio. L'effetto rimbalzo indubbiamente c'è ed è sensibile, ma dobbiamo ricordare che siamo ancora al di sotto dei livelli prepandemici (-3,8%), e già non ce la passavamo bene. Eurostat vede una crescita nel secondo trimestre sia per l'Eurozona che per la Ue, con la Germania in difficoltà, ma sottolinea che - a differenza di Usa e Cina - nel nostro continente il Pil è ancora del 3,4% inferiore a quello della fine del 2019. Con l'aggravarsi delle differenze interne ai singoli paesi.
Per l'Italia la Svimez calcola che nel biennio 2021/2022 il contributo del Pnrr alla ripartenza del Mezzogiorno non sarà sufficiente ad accorciare le distanze con il resto del paese. Si è detto che al Sud andranno il 40% delle risorse previste dal Pnrr. Il Piano finanzia con 182 miliardi nuovi progetti e con 53 miliardi vecchi progetti, ma, secondo la Svimez "non è nota la ripartizione territoriale delle due voci", quindi non è affatto improbabile un ulteriore ridimensionamento della quota di risorse spendibili per il Mezzogiorno.
Sul lavoro Draghi non poteva evitare la tragica statistica dell'incidentistica mortale. Nei primi sei mesi del 2021 sono 538 le vittime del lavoro, un tetro record. Ma non ha detto come intende provi rimedio. Eppure è un compito che lo Stato non può lasciare al delegato sindacale sulla sicurezza, quando c'è.
L'ultimo Rapporto annuale 2019 sul tema rende noto che il personale ispettivo assomma a 2.561 unità. Ma gli ispettori a tempo pieno che visitano i luoghi di lavoro non sono più di 1.550, tra i quali solo 222 posseggono una specializzazione nel campo della salute e della sicurezza. Che fine ha fatto il concorso bandito nel 2019 per 619 ispettori del lavoro e per 131 funzionari? Nessuno glielo ha chiesto.
Lo stesso report dell'Upb - ne hanno scritto su queste pagine Calistri e Romano - ci parla di un alto grado di sottoutilizzo del fattore lavoro, pari a circa un quarto dei disponibili a lavorare ma non in cerca di lavoro. Ovvero la disoccupazione reale nel nostro paese è ben più del doppio di quella ufficiale, un dato intermedio tra il 20 e il 25%.
Ma anche se stiamo ai criteri di calcolo ufficiali il quadro è assai fosco. In primo luogo tutti i dati si riferiscono a prima dello sblocco dei licenziamenti, i cui guasti sono sotto gli occhi di tutti e siamo appena all'inizio. In secondo luogo perché, mentre diminuiscono i lavoratori autonomi, cresce la schiera di quelli precari. Infine si tratterà di valutare se l'aumento degli occupati recentemente registrato sia frutto di rientri di lavoratori messi in Cig (che oltre i tre mesi uscivano dalla qualifica di occupati) oppure sia determinato da nuove assunzioni.
Un rimbalzo a suon di precarietà quindi, o peggio ancora una ripresa jobless. La ragione sta nel freno all'intervento pubblico, nella sua scarsa qualità, nell'assenza di un vero progetto trasformativo. Serve molto maquillage e qualche reprimenda. Qualche giorno fa l'editoriale del Sole 24 Ore ammoniva: "Mettere in difficoltà Draghi sarebbe un peccato mortale, sarebbe soffocare nella culla la nascente ripresa economica il debito pubblico è di poco al di sotto del 160% del Pil. Un livello che, senza Draghi presidente del Consiglio, è insostenibile". Ovvero il governo degli intoccabili, e il cerchio si chiude.
di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 7 agosto 2021
L'impegno per la liberazione di Ikram Nazih, la cui vicenda è passata in sordina, dovrebbe essere l'occasione per chiedere la liberazione di tutti i condannati per blasfemia, numerosi in tutto il mondo, alcuni dei quali rischiano la pena di morte, uno strumento usato spesso da regimi autoritari per eliminare gli oppositori.
Perché tanta reticenza da parte dei media a parlare del caso di Ikram Nazih, paragonato a quello di Patrick Zaki? Ikram, giovane ventitreenne italo-marocchina è stata condannata in Marocco a tre anni e mezzo di carcere e a una multa di 50mila dirham, poco meno di 5mila euro, per blasfemia.
La colpa: aver condiviso una vignetta su Facebook in cui si ironizzava sulla sura 108 del Corano - detta dell'Abbondanza - definendola un "versetto del whiskey". Di fronte alle reazioni ostili provocate, Ikram aveva cancellato il post che però era già stato notato da un'associazione religiosa marocchina che l'aveva denunciata per blasfemia. Il fatto è del 2019.
Ikram Nazih, nata a Vimercate (vicino a Monza) da genitori marocchini, ha frequentato il liceo a Bergamo e ha acquisito la cittadinanza italiana, oltre a quella marocchina. A Marsiglia, dove frequentava l'università, stava per ottenere la laurea in giurisprudenza, quando si è recata in Marocco per trascorrere con i parenti la festa del Sacrificio. Al suo arrivo è scattato però l'arresto per la denuncia dell'associazione religiosa e la successiva condanna di primo grado.
Contrariamente al caso di Zaki, ancora in attesa di giudizio dopo 18 mesi di carcere, per Ikram la sentenza è stata rapida. Inspiegabile l'indifferenza - a parte una petizione che circola su change.org e che ha ottenuto finora circa 40mila firme - di fronte a un caso che dovrebbe interpellarci direttamente: una donna condannata per blasfemia, in nome della difesa della religione - in questo caso l'islam. Il reato di blasfemia è molto insidioso e permette in nome di una interpretazione religiosa di condannare a pene pesanti (fino alla morte) cittadini che rivendicano un pensiero laico.
Finora non sono valse le promesse della Farnesina, espresse come risposta a una interrogazione in Senato, per trovare una soluzione al caso. Anzi, la doppia nazionalità della giovane donna, italiana e marocchina, sarebbe di intralcio: la convenzione dell'Aia, infatti, non prevede una protezione diplomatica di un cittadino con doppia cittadinanza in uno dei due paesi coinvolti.
Quindi l'Italia non può intervenire in Marocco a favore di Ikram Nazih! Allora c'è da chiedersi a che cosa può servire la cittadinanza italiana per Patrick Zaki chiesta al governo con una mozione approvata dalla Camera dei Deputati. Un bel gesto per mettersi la coscienza a posto?
La coscienza sporca invece è sicuramente quella di Davide Piccardo, direttore della rivista islamica La luce, che in una lettera al re Mohammed VI del Marocco ha chiesto la grazia - non concessa - in occasione della festa del Sacrificio per la "scriteriata sorella", Ikram. C'è anche una pregiudiziale di genere in questo giudizio e nell'indifferenza di chi ritiene che le donne se la vanno sempre a cercare?
Una grazia chiesta da Piccardo non perché un simile reato dovrebbe essere abolito in tutto il mondo, anzi "la blasfemia è una colpa grave - sostiene - nei confronti di Dio e verso i credenti e non metto in discussione il diritto-dovere dello Stato marocchino di procedere in giudizio per reprimerla". Fortunatamente in Italia il reato di blasfemia è stato abolito anche se solo nel 1999 e fino al 1995 riguardava solo la fede cattolica, fino al 1984 religione di Stato.
L'impegno per la liberazione di Ikram Nazih dovrebbe essere l'occasione per chiedere la liberazione di tutti i condannati per blasfemia, numerosi in tutto il mondo, alcuni dei quali rischiano la pena di morte (Mauritania, Pakistan, Iran, Nigeria), uno strumento usato spesso da regimi autoritari per eliminare gli oppositori: come si può infatti intervenire su una interpretazione del credo religioso? Tanto più che nell'era dei social network basta la condivisione di un post anche se subito cancellato o un click per incorrere in una pena capitale.
La notizia dell'ultimo caso della strumentalizzazione di questo reato arriva proprio mentre scriviamo: la liberazione da parte della polizia di un ragazzo di undici anni (con problemi mentali) accusato di blasfemia per aver urinato vicino a un seminario locale nel Punjab (Pakistan) che ha provocato l'assalto a un tempio hindu da parte di un gruppo di musulmani.
La reazione così blanda nei confronti del Marocco è forse dovuta all'opinione diffusa che l'islam praticato nel regno di Mohammed VI è considerato "moderato" o per il timore di essere accusati di islamofobia? Quando si tratta di diritti umani, soprattutto di diritti delle donne, non esistono differenze tra le varie interpretazioni religiose.










