di Isabella Loschi
oggitreviso.it, 23 giugno 2021
La Casa circondariale di Santa Bona ha offerto ad alcuni ospiti la possibilità di partecipare al corso della scuola Edile di Treviso. La formazione come primo strumento di riabilitazione. Sono cinque i detenuti della Casa Circondariale di Santa Bona che hanno partecipato al corso del Centro di formazione professionale Edile di Treviso e ottenuto l'attestato di addetti ai ponteggi.
Il carcere di Santa Bona in collaborazione con la scuola Edile di Treviso ha offerto ad alcuni ospiti della struttura la possibilità di partecipare al "Corso per lavoratori e preposti addetti al montaggio/smontaggio/trasformazione di ponteggi". Una attività che rientra nel programma di reinserimento nella società a fine pena, ma che ha anche un obiettivo a breve termine: montare i ponteggi utili per ridipingere alcune facciate della struttura detentiva.
"Se è vero, come è vero - commenta il direttore della casa circondariale di Treviso, lberto Quagliotto - che il periodo della carcerazione deve essere un momento della vita cui si deve dare un significato, pur nella durezza che comporta la privazione della libertà, è altrettanto vero che lo strumento per eccellenza per conseguire tale obiettivo è la formazione. Formazione orientata al lavoro. In tal senso la collaborazione con la realtà della Scuola Edile è una risorsa cui attingere a piene mani, ed è espressione non solo di una azione didattica, ma anche di una vera e propria consapevolezza del valore etico che ogni azione formativa sottende in carcere".
I cinque i detenuti che hanno partecipato al corso come addetti al montaggio, smontaggio e trasformazione dei ponteggi, formandosi sia sul lato teorico sia sul lato pratico ora, oltre ad avere uno strumento utile per essere reinseriti nel mondo del lavoro, potranno mettere a frutto le loro nuove competenze all'interno dello stesso carcere. Il corso ha avuto una durata di 30 ore che sono state suddivise in sei giornate comprese tra il 31 maggio e il 10 giugno.
Si è cominciato con una prima parte dedicata alla legislazione in materia di prevenzione e alle statistiche degli infortuni, per poi proseguire il corso con aspetti più tecnici, approfondendo la lettura dei progetti, dei piani di montaggio, le buone prassi da seguire e le norme per lavorare in sicurezza. Dopo un'infarinatura teorica, si è passati alla pratica con quasi la metà del corso dedicata al montaggio dei ponteggi e alcune esercitazioni. Il tutto si è concluso con una prova di verifica finale, superata con successo da tutti.
di Christian Rocca
linkiesta.it, 23 giugno 2021
La banca ha inaugurato insieme alla cooperativa Semi di Vita di Bari un'iniziativa per sostenere il percorso di formazione e inserimento lavorativo di circa 20 ragazzi che si trovano presso l'Istituto Penale per Minorenni Fornelli, dando a loro una opportunità di riscatto sociale.
Reinserire nella società i ragazzi detenuti che rischiano spesso di rimanerne ai margini e riconquistare la dignità sociale e culturale attraverso il lavoro. È questo il senso del progetto presentato da Intesa Sanpaolo e dalla cooperativa sociale Semi di Vita di Bari chiamato "(ri) Abilita, agricoltura sociale per l'inserimento lavorativo di giovani dell'area penale". Una opportunità di formazione e di inserimento lavorativo in agricoltura sociale per ragazzi detenuti presso l'Istituto Penale per Minorenni Fornelli di Bari e giovani sottoposti a misure alternative alla detenzione presso Comunità educative del territorio.
Secondo uno studio effettuato dal Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (DAP), la percentuale dei recidivi fra coloro che scontano una pena in carcere è del 68%, valore che scende al 19% nel caso di coloro che scontano una pena alternativa, a conferma del fatto che i detenuti che hanno avviato esperienze di lavoro registrano una sensibile riduzione del tasso di recidiva. Ed è proprio in questo settore che il Progetto (ri) Abilita si inserisce.
"Con il progetto (ri) Abilita sviluppato a Bari, Intesa Sanpaolo conferma il proprio impegno in termini di responsabilità sociale e interviene su importanti nodi strutturali della missione Inclusione e Coesione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, promuovendo il lavoro come forza riabilitante per giovani in condizioni di fragilità, realizzando una vera e propria scommessa educativa e facilitando la rigenerazione di beni comuni. Sosteniamo l'azione del Terzo Settore in un importante territorio del Sud Italia, all'interno di un percorso che abbiamo intrapreso da tempo e che ci vede operare al fianco delle migliori realtà del Paese in ambito sociale" ha dichiarato Elena Jacobs, Responsabile Valorizzazione del Sociale e Relazioni con le Università di Intesa Sanpaolo.
"Dare una possibilità a giovani dell'area penale di potersi riscattare attraverso il lavoro è per noi una missione molto importante. Avere Intesa Sanpaolo come partner a sostegno del progetto con le azioni previste da (ri) Abilita ha dato alla nostra cooperativa la possibilità di accelerare i processi di inserimento lavorativo sui terreni confiscati alla criminalità organizzata. Una chance importante per il territorio e la comunità per cui operiamo, volta a lasciare il mondo migliore di come l'abbiamo trovato" ha commentato Angelo Santoro, Presidente Cooperativa Sociale Semi di Vita.
Nello specifico i ragazzi verranno inseriti all'interno dei progetti di agricoltura sociale della Cooperativa Semi di Vita, tra i quali: "La Fattoria dei Primi", un'iniziativa avviata su un terreno di 26 ettari confiscati alla criminalità organizzata a Valenzano nella città Metropolitana di Bari e aggiudicato nel 2018 dal Comune alla Cooperativa e nell'orto sociale nel quartiere periferico di Bari Japigia, che Semi di Vita ha avviato nel 2014 realizzando opportunità di rinascita comunitaria in un'area particolarmente complessa della città.
Prenderanno inoltre parte al progetto "Cardoncelleria Fornelli", supportato dal Ministero della Giustizia, che prevede entro il 2021 la realizzazione di una serra di 330 mq per la coltivazione di funghi cardoncelli e di un laboratorio di confezionamento di 70 mq all'interno dell'Istituto Penale per Minorenni Fornelli di Bari. Presso la Cardoncelleria, Semi di Vita darà vita alla produzione coinvolgendo direttamente i giovani detenuti in un programma formativo che prevede l'acquisizione di nozioni teoriche e pratiche in campo agricolo, economico e di gestione aziendale.
(ri) Abilita si innesta così all'interno di queste tre importanti esperienze e iniziative sociali, grazie alle quali i ragazzi coinvolti trovano un contesto in cui apprendere le basi per un mestiere del futuro e occasioni per un pieno reinserimento nella comunità.
La partnership tra Intesa Sanpaolo e la Cooperativa Semi di Vita viene inoltre ulteriormente consolidata dalla sinergia tra diverse funzioni della Banca, che oltre alla co-progettazione e al sostegno economico, mettono a disposizione dei giovani beneficiari il proprio know-how con una proposta di moduli formativi di alfabetizzazione economico-finanziaria realizzati attraverso l'associazione di volontariato Vobis, costituita da ex-dipendenti bancari con l'obiettivo di offrire la propria professionalità per far diventare il credito un "diritto di molti", e la messa a disposizione di For Funding, la piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo, per il reperimento di risorse utili alla realizzazione di importanti filoni progettuali di Semi di Vita o per un sostegno nel portare avanti le attività quotidiane.
Proprio una campagna di raccolta fondi, che si chiuderà il 30 giugno, è stata avviata in seguito al furto del trattore acquistato di recente dalla Cooperativa e ha consentito in pochi giorni la raccolta di oltre 32mila euro, grazie a una risposta tempestiva della Comunità e di numerosi sostenitori che hanno offerto il proprio supporto da tutta Italia.
di Paolo Rodari
La Repubblica, 23 giugno 2021
La nota contro la legge sull'omofobia consegnata dalla Segreteria di Stato all'Italia ha irritato l'ala bergogliana. Dietro la mossa le pressioni della Cei, che vuole esentare le scuole cattoliche dalla giornata anti-discriminazione. È stata una giornata di grande tensione quella vissuta ieri in Vaticano. La Nota Verbale consegnata dalla Segreteria di Stato all'Italia contro la legge Zan ha provocato lo smarrimento di diversi prelati che temono l'effetto boomerang di questa iniziativa diplomatica inaspettata e certamente inusuale. La seconda sezione della Segreteria guidata dall'arcivescovo Paul Gallagher, segretario per i rapporti con gli Stati, ha portato avanti un'azione che rinverdisce la vecchia stagione dell'interventismo politico d'Oltretevere scontentando la parte più bergogliana della Curia romana.
Francesco da tempo ha delegato alla Segreteria questi temi, senza seguirne poi tutti i dettagli. Tanto che oggi non può che osservare in silenzio ciò che accade, consapevole delle perplessità di molti ma insieme, nonostante le divisioni interne alla Curia, cercando di evitare strappi: "C'è la preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi", ha detto non a caso il cardinale Kevin Joseph Farrell.
Le differenze di vedute sono molteplici sulla sponda vaticana dove poche settimane fa lo stesso vescovo di Roma aveva fatto capire, facendo scrivere dal cardinale Ladaria ai vescovi americani schierati contro l'eucaristia a Joe Biden, quale fosse la sua linea su questi temi delicati: sì al dialogo, no a uscite pubbliche a rischio di strumentalizzazioni politiche. Non solo, fu nel 2016, sul volo Juarez-Roma, che il Papa disse a proposito del ddl sulle unioni civili: "Io non mi immischio", precisando che dei temi nazionali deve occuparsi la Cei. Al contrario la nota sul ddl alza i toni evocando, cosa mai avvenuta prima, la violazione del Concordato.
La missiva vaticana è stata consegnata da Gallagher giovedì scorso a margine di una conferenza stampa in via della Conciliazione all'ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede Pietro Sebastiani. Lo scopo di chi ha redatto il testo, in parte uscito sul Corriere della Sera, non è tanto quello di una riscrittura del ddl all'esame del Parlamento, quanto di una sua correzione in alcuni punti giudicati incongrui. "Con la nota verbale - scrive l'Osservatore Romano - si auspica una diversa modulazione del disegno di legge", ma nessuno chiede "un blocco" dello stesso. In sostanza, come spiega anche Vatican News, alcuni contenuti del ddl "riducono la libertà garantita alla Chiesa" in tema di organizzazione, di pubblico esercizio di culto, di esercizio del magistero e del ministero episcopale.
Nel documento la Santa Sede rileva come il ddl rischi di interferire con il diritto dei cattolici alla "piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", come previsto dall'articolo 2 del testo del Concordato.
Sull'iniziativa vaticana ci sono state pressioni anche da parte della Conferenza episcopale italiana. La Cei per settimane ha chiesto chiarimenti all'Italia senza ottenere risposta in particolare in merito al nodo delle scuole private. Sono state chieste delucidazioni sulla parte del ddl che non esenta queste scuole dall'organizzare attività in occasione della Giornata nazionale contro l'omofobia. Per la Chiesa sarebbe soprattutto questa parte a minare la libertà di pensiero dei cattolici. Di qui la richiesta di aiuto alla Santa Sede e la conseguente azione diplomatica che auspicava una modifica ma non immaginava portasse al trambusto di queste ore.
Da più parti ci sono forti pressioni sul Papa, soprattutto nel mondo ecclesiale, perché faccia sentire con più veemenza la propria voce in favore della dottrina cattolica su temi eticamente sensibili. L'ala più conservatrice della Chiesa ha chiesto prese di posizioni forti sul tema dell'omosessualità. Ma, spiega un prelato vaticano, "un conto è ricordare ciò che la dottrina della Chiesa pensa sia giusto, un altro è fare uscite del genere che mostrano una pochezza di strategia e una debole comprensione del tessuto italiano". E ancora: "Cosa pensavano di ottenere? L'effetto, purtroppo, temo possa essere un'accelerazione del ddl Zan senza che venga lasciato a tutti il tempo necessario per riflettere".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 23 giugno 2021
La ministra della Giustizia Marta Cartabia ha inaugurato a Viterbo il "Giardino della Solidarietà", il parco realizzato nel quartiere di Riello, attorno al Palazzo di Giustizia, e curato dai detenuti del locale istituto penitenziario e dagli studenti dell'Università della Tuscia. L'idea nasce da un accordo siglato tra azienda agraria dell'Unitus, Tribunale e Procura, Università della Tuscia, Casa circondariale, Ordine degli avvocati e alcune aziende private.
Si tratta del primo progetto del genere in Italia a vantaggio del verde urbano, del contrasto ai cambiamenti climatici e della qualità dell'aria con importanti finalità formative. Selezionate e inserite oltre 800 piante dai colori accesi in grado di richiamare l'attenzione dei passanti, il progetto vanta importanti doti educative per gli studenti e una spinta al reinserimento sociale per i detenuti che ne aiutano la cura.
Ad accompagnare la ministra Maria Rosaria Covelli, già presidente del Tribunale di Viterbo, da poco chiamata a dirigere l'Ispettorato Generale del Ministero della Giustizia che così ha commentato: "La collaborazione sinergica ai fini della realizzazione di un progetto comune e condiviso non solo tra istituzioni del territorio ma anche, e direi soprattutto, tra soggetti pubblici e soggetti privati è una delle peculiarità di questa iniziativa e credo abbia anche contribuito al rapporto di fiducia e di affidamento che fonda la credibilità della Amministrazione della Giustizia".
A visitare il nuovo spazio verde anche il procuratore capo Paolo Auriemma, il sindaco di Viterbo Giovanni Arena, il rettore dell'Università della Tuscia Stefano Ubertini e molte altre autorità. Nel 'Giardino della solidarietà', realizzato grazie all'impegno di studenti e detenuti, "Vedo rispecchiato quel volto costituzionale della pena che è stato richiamato in tante sentenze della Corte Costituzionale a partire dalla interpretazione di quella articolo 27 che mira alla rieducazione e reinserimento sociale di tutti", ha sottolineato la Guardasigilli.
"I magistrati italiani sono oltre 10 mila - ha detto la ministra - e non mi stancherò di ricordare come la stragrande maggioranza sia protagonista di storie positive, di serietà, di operosità di dedizione". E proprio per questo un'iniziativa come quella di Viterbo merita di essere conosciuta: "Il Giardino della Solidarietà è uno splendido esempio visibile di questa operosità che deve venire alla luce".
Marta Cartabia ha poi messo in evidenza i frutti che una giustizia efficiente, che assicura tempi certi e risposte efficaci, possa portare all'intera società civile. E ha sottolineato l'avvio di due delle riforme inserite nel piano del Recovery, quella del processo civile - ora all'esame del Senato - e quella dell'Ufficio del Processo, già sperimentata in diverse realtà giudiziarie.
Richiamando gli effetti propri della cura applicata al Giardino della Solidarietà, la ministra ha altresì chiarito che iniziative come questa - un progetto fondato sull'educazione e sulla rieducazione - contribuiscono alla realizzazione di un importante principio costituzionale. In particolare attraverso il dettato dell'articolo 27, l'espiazione della pena che mira al reinserimento: "Non dimentichiamoci che ogni detenuto che riesce a reinserirsi, soprattutto con il lavoro sorretto da un'adeguata formazione, è un detenuto che più difficilmente tornerà a delinquere".
di Francesca Manca*
Corriere della Sera, 23 giugno 2021
Sfrattata in aprile dalla Casa circondariale di Bollate, l'associazione trasloca a Bergamo. Volontari e equini saranno ospitati dal Centro Ippico La Rosa Bianca di Giuseppe Sanna. Il progetto educativo nato nel 2007 dietro le sbarre sarà riproposto per il territorio.
La posta elettronica certificata (Pec) arriva in silenzio, ma il suo contenuto può, in certe occasioni, essere deflagrante come lo scoppio di una mina. A fine aprile Claudio Villa, presidente dell'Associazione Salto Oltre il Muro (Asom) riceve una Pec dall'attuale direzione del carcere di Bollate e dal relativo Provveditorato nella quale si chiede lo sfratto e lo sgombero immediato della scuderia chiudendo così il progetto "Cavalli in Carcere" attivo da 14 anni. Tempo concesso: quindici giorni. Motivazione: struttura pericolante, inagibile e pericolosa per l'incolumità delle persone. La perizia: un elenco di poche righe divise in quattro punti.
Asom era presente nel carcere di Bollate dal 2007 su richiesta dell'allora direttore Lucia Castellano, per dare una seconda opportunità ai detenuti e ai cavalli arrivati da situazioni di sequestro o maltrattamento. Negli anni la scuderia, costruita con materiale di recupero dai detenuti che la frequentavano, ha ospitato fino a 40 cavalli. Ancora oggi Asom è l'unica realtà in Europa all'interno di un carcere che si avvale della collaborazione dei cavalli per la riabilitazione sociale dei detenuti attraverso la creazione di una relazione empatica e di cura tra detenuto e cavallo.
Il progetto va incontro alla funzione rieducativa della pena e è orientato a promuovere il reinserimento dei detenuti come cittadini liberi e attivi nella vita civile e nella legalità. Questo progetto è in grado altresì di condividere gli obiettivi in materia di tutela degli animali e del loro benessere. Negli anni centinaia di detenuti hanno frequentato il corso "Conoscere il cavallo" sperimentando sul campo il grande potenziale riabilitativo di un animale di 500 chili che ti permette l'avvicinamento e una relazione solo in seguito a un comportamento basato sull'attenzione e sul rispetto.
I progetti proposti sono stati seguiti da psicologi e educatori del carcere, alcuni sono stati condotti anche in collaborazione con l'Università Statale di Milano e con l'Università Cattolica Sacro Cuore di Milano. La scuderia ha ospitato convegni dedicati alla giustizia riparativa, varie associazioni coinvolte negli interventi assistiti con gli animali, diversi istituti scolastici e associazioni che si occupano di adolescenti a rischio. L'obiettivo di tutti i progetti è stato sempre quello di creare un ponte tra i detenuti e gli utenti esterni, cercando di abbattere il muro del pregiudizio attraverso l'interazione reciproca durante le attività proposte.
La scuderia ha anche ospitato professionisti che hanno dedicato il loro tempo all'istruzione dei detenuti su temi specifici riguardanti la gestione del cavallo e che in alcuni casi si è rivelata un'occasione di lavoro una volta scontata la pena detentiva. La chiusura del progetto "Cavalli in Carcere" induce a pensare che forse non sia stata compresa l'importanza del potenziale rieducativo del cavallo, animale che agisce in profondità sull'animo umano e che crea una vera motivazione per un cambiamento emotivo ed attitudinale.
Tuttavia si dice che per ogni fine ci sia sempre un nuovo inizio e allora... ecco che anche una buona notizia è arrivata a ridosso di quella appena descritta: nel giro di pochi giorni infatti tanto l'associazione quanto i cavalli hanno trovato una nuova casa. E questo è successo per merito di Giuseppe Sanna, persona schiva che antepone i fatti alle parole e che ha una lunga esperienza nel settore penitenziario: grazie a lui abbiamo avuto la possibilità di trasferirci, insieme con i nostri cavalli, vicino a Bergamo presso il Centro Ippico La Rosa Bianca.
E ora potremo riproporre in quel posto il progetto che Asom ha promosso per tanti anni all'interno del carcere di Bollate. Sarà una nuova esperienza per tutti. Per noi, per i cavalli e per i detenuti: almeno per quelli che, potendo uscire grazie all'articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, potranno continuare a trovare la loro seconda opportunità nella nuova sede di Asom.
*Volontaria Asom
di Carlo Lania
Il Manifesto, 23 giugno 2021
Il segretario dem: "Disponibili al confronto". Ma il partito difende la legge contro l'omofobia. Per il ddl Zan oggi potrebbe essere una giornata decisiva. La legge contro l'omofobia è un'iniziativa parlamentare e in quanto tale non riguarda il governo, ma dopo l'intervento della Santa Sede che vede in alcuni articoli del testo una violazione del Concordato, la palla passa inevitabilmente a Palazzo Chigi. "È un tema importante", dice in serata Mario Draghi. "Domani (oggi, ndr) sarò tutto il giorno in parlamento, me lo chiederanno e risponderò in modo più strutturato di quanto potrei fare oggi".
Inizialmente la presenza del premier alle camere era prevista per spiegare, come accade sempre, i temi del consiglio europeo di domani e venerdì, fortemente voluto proprio da Draghi per discutere di immigrazione con i partner europei. L'intervento, del tutto inusuale, del Vaticano ha cambiato però le carte in tavola, tanto da costringere il premier a prendere la parola su uno dei temi più caldi che dividono la sua maggioranza. Un'eventuale condivisione da parte di Palazzo Chigi delle preoccupazioni espresse il 17 giugno scorso da monsignor Richard Gallagher, il diplomatico vaticano che tiene i rapporti con gli Stati, potrebbe allora segnare davvero il destino della legge.
L'iniziativa vaticana, giudicata da alcuni come un'ingerenza negli affari interni dell'Italia, ha intanto avuto l'effetto di riaccendere nel Pd le divisioni già esistenti sulla legge. Che le osservazioni fatte Oltretevere abbiano lasciato il segno lo si capisce fin dal mattino, quando Enrico Letta, parlando alla radio, pronuncia parole che vengono lette come un'apertura alla possibilità di modificare il ddl. "Noi siamo sempre stati favorevoli a norme forti contro l'omotransfobia e siamo sempre aperti al confronto", dice il segretario. "Guarderemo con il massimo spirito di apertura ai nodi giuridici, pur mantenendo da parte nostra il favore sull'impianto". Poi il segretario telefona al ministro degli Esteri Di Maio per avere maggiori delucidazioni sulla nota vaticana, ma intanto il cambio di atteggiamento non è passato inosservato. Tradotte, le parole di Letta potrebbero significare il via libera a un tavolo politico chiesto più volte dalla Lega e da Italia viva per aprire un confronto interno alla maggioranza sulla legge allo scopo di arrivare a un testo condiviso da tutti. Proposta che significherebbe anche accettare l'idea di un ritorno del ddl alla Camera, ipotesi sempre respinta oltre che da LeU, M5S e Autonomie, da sempre favorevoli alla ddl Zan, anche dal Pd. Basti ricordare che non più tardi di due mesi fa, nel corso di assemblea virtuale con i senatori dem convocata proprio per discutere del ddl contro l'omofobia, Letta aveva pregato quanto nutrivano ancora dei dubbi a non esitare più e a votare la legge, definita una "norma di civiltà".
La nuova presa di posizione spinge ora il partito a uscire allo scoperto. "Il ddl Zan è una proposta di legge equilibrata che tutela la vita delle persone. E quando si tutela la vita delle persone si migliora un Paese intero. Il servizio Studi del Senato ha confermato ce il testo non limita in alcun modo la libertà di espressione, tanto meno quella religiosa", si legge in una nota scritta Marco Furlan, Maria Pia Pizzolante e Nicola Oddati della direzione nazionale del partito. Va giù duro anche il dem Alessandro Zan, che al testo contro l'omofobia ha dato il suo nome e che è stato il relatore della legge alla Camera, dove è stata approvata il 4 novembre 2020: "Tutte le critiche sono legittime - dice il deputato - ma è grave quando uno Stato estero contesta una legge che non è in vigore ma che è in iter".
Chi, ovviamente, non perde l'occasione per bloccare la legge è la Lega approfittando dell'opportunità offerta dal vaticano è ovviamente Matteo Salvini: "Io sono pronto a incontrare Letta anche domani per garantire diritti e punire discriminazioni e violenze, senza cedere a ideologie o censure e senza invadere il campo di famiglie e scuole", dice il leader della lega. A dir poco allarmata per l'intervento del Vaticano, definito "un attacco alla nostra Costituzione", è invece Arcigay. "Il tentativo esplicito e brutale - ha commentato il segretario Gabriele Piazzoni - è quello di sottrarre al parlamento il dibattito sulla legge e trasformare la questione in una crisi diplomatica, mettendola nelle mani del governo Draghi per far sì che tutto venga congelato".
di Stefano Folli
La Repubblica, 23 giugno 2021
L'iniziativa del Vaticano, imprevista e senza precedenti, muove le acque della politica. Nessuno era preparato alla sorpresa, nemmeno chi da destra contesta da tempo il disegno di legge Zan. Nessuno era ed è pronto a riaprire il capitolo dei rapporti tra Stato e Chiesa: quegli "storici steccati" abbattuti ormai tanto tempo fa e si pensava per sempre. Per cui non stupisce che nelle reazioni prevalga la cautela. Annunciare un "vulnus" al Concordato del 1984 è una mossa grave che può preludere a una fase di tensioni dai contorni ancora imprecisati. Oppure può trattarsi solo di un gesto dimostrativo ("sintomo di debolezza" dice l'esperto Margiotta Broglio) destinato a rientrare in breve tempo. In ogni caso è comprensibile che la prudenza s'imponga, in attesa di capire cosa il Vaticano esattamente vuole e perché ha usato l'artiglieria pesante per avanzare le sue richieste.
Di sicuro un passo del genere non proviene da un funzionario, sia pure di rango elevato. Dietro le quinte s'indovina o si suppone la mano del Papa. E quindi, a maggior ragione, gli interrogativi si moltiplicano. È anche per questo che il termine "ingerenza" ieri è stato usato con il contagocce. A destra (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia) si preferisce incassare il dividendo politico della giornata: ostili al ddl Zan, disposti al massimo a discutere robuste correzioni, l'intervento del Vaticano giunge a proposito per corroborare le tesi di chi ha puntato i piedi in Parlamento. Italia Viva si pone a metà strada tra favorevoli e contrari e sembra credere che il sasso nello stagno sia in grado di favorire la mediazione che fino a ieri è stata impossibile.
A sinistra, dove l'impaccio è evidente, ci si sforza di non parlare di "ingerenza" per non aggravare la situazione. Tra l'altro la Chiesa di Papa Francesco è stata presentata per anni come un modello progressista, quasi che le ingerenze potessero venire solo da un pontefice "reazionario". Viceversa, come si è detto, è la prima volta che si chiama in causa il Concordato. Il Vaticano, s'intende, parla ai cattolici e nella maggioranza che sostiene Draghi ci sono varie sensibilità: il Pd è un partito di "cattolici adulti", per usare la vecchia definizione di Romano Prodi, con l'ambizione di unire insieme lo spirito religioso e la laicità. In concreto, il Pd sostiene il ddl Zan e al tempo stesso non vuole incrinare i rapporti con la Santa Sede progressista del Papa argentino. Ecco perché Enrico Letta si muove con circospezione: non intende stravolgere la legge contestata, né tanto meno rinunciarvi, ma non può ignorare il richiamo vaticano. Quindi è disponibile ad affrontare i "nodi giuridici", ossia le questioni concordatarie, senza tuttavia intaccare la sostanza della norma.
Per capire se tutto questo basterà occorre attendere il risultato dei contatti diplomatici in corso. Ci si muove su un terreno inesplorato. E infatti c'è chi (i radicali di Cappato e Della Vedova di +Europa) tende a rifiutare i compromessi. Di fronte all'alternativa se affossare il ddl Zan o denunciare il Concordato, qualcuno sceglierebbe la seconda opzione. Il che accenderebbe una guerra di religione sul Tevere che pochi desiderano. Meno che mai a Palazzo Chigi: Draghi sarà oggi in Parlamento, consapevole che il tema è incandescente e va riportato sotto controllo con un esercizio di buon senso. Sarebbe paradossale, e peraltro inverosimile, se la stabilità del governo fosse messa a rischio dal rapporto col Vaticano.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 23 giugno 2021
Domani a mezzogiorno presenteremo alla Camera dei Deputati il dodicesimo Libro Bianco che chiude una fase di tre anni di riflessioni intense e disincantate (presentazione on line il 25 giugno ore 10 www.fuoriluogo.it/librobianco2021). Dalla Guerra dei trent'anni iniziata nel 1990, con la legge Iervolino-Vassalli voluta caparbiamente da Bettino Craxi, alla tragedia della pandemia e dei suoi effetti sul carcere, tra emergenza sanitaria e ideologia securitaria.
Il capitolo centrale è rappresentato da una discussione a più voci sulla Conferenza nazionale che in maniera non ancora definita è stata preannunciata dalla ministra Dadone; purtroppo, le anticipazioni del programma sono assai deludenti per i contenuti e per le modalità poco trasparenti della preparazione con consultazioni a senso unico. Dopo venti anni, purtroppo non sappiamo se avremo una sede di confronto tra operatori dei servizi pubblici e privati, scienziati, movimenti di consumatori, con l'ambizione di superare arretramenti culturali assai preoccupanti e di aprirsi al cambiamento che si sta imponendo in tutto il mondo.
Veniamo però al clou del Libro Bianco con la presentazione dei dati sugli effetti voluti, come diciamo da un po' di tempo, e non più collaterali, della legislazione antidroga sulla giustizia e sul carcere. Anche quest'anno le tabelle sono accecanti.
Nonostante il numero dei detenuti entrati in carcere e il numero di quelli presenti siano diminuiti, la percentuale relativa alla violazione dell'art. 73 e ai soggetti qualificati come tossicodipendenti rimangono stabili se non addirittura in aumento. Il 2020 è stato l'anno del lockdown e del crollo delle attività di polizia e giudiziarie, ma la guerra ai "drogati" non si è fermata e vengono confermati i dati drammatici degli anni precedenti: oltre un terzo delle presenze in carcere sono per violazione della legge sulla droga, che ha trasformato una serie di sostanze naturali in merci proibite e oggetto di traffico e affari criminali. Ci domandiamo come sia possibile che di fronte a una evidenza dei numeri schiacciante, qualcuno ancora parli di sovraffollamento senza indicarne le cause.
Infatti, la parola discontinuità è stata cancellata dal dizionario della politica. Ci aspetteremmo dalla ministra Cartabia non solo uno stile diverso, ma anche la determinazione per aggredire i problemi strutturali che incidono su carcere e giustizia. Andrebbe messo subito all'ordine del giorno il cambiamento del Dpr 309/90. La proposta è depositata alla Camera e al Senato da più legislature: occorrerebbe percorrere la strada della decriminalizzazione completa del consumo di tutte le sostanze, della legalizzazione della cannabis e della valorizzazione delle buone prassi della riduzione del danno.
Si potrebbe così ipotizzare la liberazione di ventimila detenuti colpiti da un reato senza vittima e si consentirebbe una grande opera di ristrutturazione delle carceri per adeguarle alle norme del Regolamento del 2000: garantire condizioni igieniche e sanitarie accettabili, spazi adeguati per lo studio e per le attività funzionali al reinserimento sociale. Troppo ci si è affidati alle sentenze della Corte costituzionale e della Cassazione, mentre la politica si dimostra assente.
Se non ci fosse il coraggio per aggredire questo bubbone, almeno si dovrebbe approvare subito la proposta Magi in discussione alla Commissione Giustizia della Camera dei deputati sulla riforma della norma sui fatti di lieve entità previsti dall'articolo 73, quinto comma e sulla coltivazione domestica di cannabis. Se no, la parola passerà alla disobbedienza civile e a una Conferenza alternativa.
Sabato 26 giugno, nell'ambito della campagna Support! Don't punish ci sarà un webinar di approfondimento su un'altra grande questione: le sanzioni amministrative per il consumo di droghe. Info fuoriluogo.it/sanzioniamministrative
di Marco Tarquinio
Avvenire, 23 giugno 2021
Roma e Berlino sono d'accordo su parecchie cose: dalla lotta al Covid e alle sue conseguenze socioeconomiche a cruciali dettagli degli Europei di calcio. Mario Draghi e Angela Merkel lo hanno confermato ieri, al termine del loro vertice bilaterale in vista del prossimo Consiglio Ue. E questa è una buona notizia per i due Paesi fratelli, per l'Europa e per un bel pezzo di mondo.
Non per tutto il mondo e non per tutti. E questo può anche apparire scontato: Italia e Germania qualche avversario ce l'hanno, eccome. Ma c'è qualcosa che scontato non è nello scontento per le convergenze italo-tedesche. È un'assenza, il vuoto scavato dal dolore di tante persone che non hanno voce. Quel dolore non ha trovato eco, neppure piccola, nelle parole di due grandi e apprezzati leader dell'Unione.
Il pensiero va in particolare ai profughi (una percentuale minima dei profughi del mondo) che sono inchiodati ai confini d'Europa, in Turchia e in Libia, o appena dentro quei confini, nei 'campi' di Grecia che hanno cancelli d'entrata ma non di uscita. A Roma e a Berlino sta bene rinegoziare un patto anti-migrazioni da Oriente con la Turchia di Erdogan, "dittatore" (Draghi dixit) e protagonista del più misogino degli sgarbi protocollari riservato alla presidente con passaporto tedesco della Commissione Ue.
Sta bene, dunque, a entrambi continuare a pagare (miliardi e miliardi di euro, sinora) per avere la sicurezza del 'congelamento' di là dall'Egeo e del Bosforo delle persone in fuga che fino in Asia Minore sono arrivate. In massima parte, rifugiati dalla Siria, famiglie intere, che in molti casi vorrebbero chiedere accoglienza e protezione nella Ue e, per le regole che noi stessi abbiamo scritto, dovrebbero riceverle. È una delle pagine più tristi e dure della politica europea di questi anni.
Pesante come quella scritta, a lacrime e sangue, nei campi di detenzione libici. Anche nei campi finanziati dalla Ue e di cui è responsabile il governo di Tripoli e che, perciò, non dovrebbero essere 'lager' come troppi altri centri di reclusione su quella sponda sud del Mediterraneo. Proprio alla vigilia del vertice Merkel-Draghi, portavoce Onu hanno denunciato nuove violenze in un campo pagato dalla Ue, stavolta su ragazze minorenni. L'agenzia Ap è riuscita anche a raccogliere e rilanciare strazianti dettagli dalla voce di una delle giovanissime vittime di stupro.
Ma nessuno ha fatto domande ai leader andando al cuore della questione dell'"esternalizzazione delle frontiere" costi quel costi in termini di umani 'danni collaterali'. E nessuno ha dato risposte. Fino a quando si potrà continuare a tacere? Fino a quando a fingere di non sapere chi e che cosa viene pagato per la tranquillità falsa e senza coscienza d'Europa?
di Gaia Zini
Il Domani, 23 giugno 2021
La sintonia è grande tra il premier Mario Draghi e la cancelliera tedesca Angela Merkel, ma non al punto da rimettere in discussione il punto fermo della politica migratoria europea dell'ultimo decennio: gli sbarchi sono un problema italiano, non europeo. Nel 2021 finora sono arrivati sulle coste italiane 19.119 persone, contro le 6.184 del 2020 e le 2.390 del 2019, alcune hanno diritto d'asilo, altre sono migranti economici che vanno incontro all'ipotesi di rimpatrio. Ma mentre i centri di accoglienza a Lampedusa o Pantelleria tornano a essere saturi come prima della crisi da Covid, dagli altri paesi europei non arriverà alcun vero aiuto. "Ci vuole tempo, si sta discutendo", ammette Draghi.
"Noi e l'Italia abbiamo caratteristiche diverse, al Germania è oggetto dei movimenti secondari, l'Italia è un paese di primo approdo", è l'anodina dichiarazione descrittiva della cancelliera Merkel. Sui ricollocamenti, cioè la presa in carico delle persone che chiedono asilo e la loro gestione successiva, non si fa alcun passo avanti. La sintesi di un alto diplomatico italiano che conosce la politica europea è questa: "L'effetto Draghi si vede in tutti i campi tranne che in quello migranti, su quel fronte non c'è reputazione europea che tenga, nessuno vuole farsi carico di problemi che sono percepiti come soltanto italiani".
La cooperazione si svolge su tutti i fronti del problema migratorio tranne quello di interesse dell'Italia, cioè gli sbarchi via mare. Sia Draghi che Merkel promettono maggior impegno diplomatico ed economico nel Nord Africa, in Libia in particolare, ma anche in Tunisia, e poi nel Sahel, nelle zone cruciali di partenza e di transito del flusso che poi è impossibile fermare sulle coste libiche. Non manca poi l'auspicio di creare canali di ingresso legali che sostituiscano quelli illegali, che è la formula di rito per invocare corridoi umanitari che non sono mai andati oltre una dimensione simbolica.
La partita che interessa alla Germania è soltanto quella del rinnovo dell'accordo tra Unione europea e Turchia che ferma il flusso di migranti che arrivano via terra, dalla Siria e non solo, e dunque possono raggiungere la Germania (mentre quelli che sbarcano in Italia faticano molto di più). "La Turchia ha tutti i diritti di essere aiutata perché gestisce 3 milioni di rifugiati, siamo tutti d'accordo", scandisce la cancelliera Merkel, Draghi la supporta.
L'accordo del 2016 fortemente voluto dalla Germania è in scadenza, la Turchia ha incassato oltre 7 miliardi di euro per fare da tappo e fermare all'origine la rotta balcanica che è un grosso problema politico per molti paesi, a cominciare dalla Germania. In teoria la Turchia avrebbe anche dovuto ospitare migranti che, arrivati nell'Ue senza avere i requisiti per l'asilo, venivano rimpatriati nel paese, ma in cinque anni appena 2140 persone hanno seguito il flusso inverso della migrazione, dalla Grecia alla Turchia. In compenso il numero di accessi è crollato: dalle rotte turche arrivavano 861.360 persone nel 2015, dopo l'accordo sono scese a 36.310. C'è qualche aumento soltanto quando, come a marzo 2020, Ankara incoraggia i migranti a partire per tenere sotto pressione Bruxelles.
Il ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas chiede un aggiornamento del patto, Angela Merkel presenta come un'ovvietà il rinnovo, non obietta il premier Draghi, che pure aveva dato del "dittatore" a Recep Tayyp Erdogan quando aveva umiliato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (sedia negata, in quanto donna in un paese islamico, nella visita ufficiale di aprile ad Ankara).
La visita a Berlino, comunque, è costruita per sottolineare le affinità tra Italia e Germania molto più che per far emergere le differenze. Draghi non ha bisogno di costruirsi una reputazione europea, come di solito capita ai premier italiani freschi di nomina, ma deve persuadere anche i più scettici (come il presidente del parlamento tedesco Wolfgang Schauble) che sarà in grado di far rispettare all'Italia gli impegni presi in cambio degli oltre 200 miliardi del Recovery Plan. Draghi promette quindi le riforme, consapevole che la formula "riforme strutturali" è logora le rilancia come "riforme di sistema" e poi professa grande sintonia con la Germania anche sulla politica internazionale, la collocazione atlantica, i rapporti con gli Stati Uniti e la Cina.
Per la verità le posizioni di Germania e Italia verso Cina e Stati Uniti sono parecchio diverse. Draghi si è schierato senza esitare sulle posizioni dell'amministrazione Biden, che considera Pechino un rivale strategico e l'adesione dell'Italia al progetto della Nuova via della seta nel 2019 un errore. La Germania, invece, ha approfittato del periodo di transizione tra Donald Trump e Joe Biden a fine 2020 per accelerare la firma di un accordo commerciale tra Ue e Cina che Pechino considera un grande successo diplomatico, ancor prima che economico. E ancora ieri sul Financial Times Armin Laschet, al momento il successore designato di Angela Merkel per i cristianodemocratici alle elezioni di settembre, denunciava "i rischi di una nuova guerra fredda con la Cina", che è certo un rivale strategico ma anche "un partner, soprattutto in battaglie difficili come quella sul clima".
Poiché Draghi conosce perfettamente questa diversità di vedute tra Berlino e Washington, la sua proclamazione di sintonia era un chiaro messaggio alla élite tedesca ostile all'Italia sulla politica fiscale e incline ai rapporti con la Cina per esigenze di business: avete bisogno dell'Italia come cuscinetto per evitare l'ostilità dell'America di Biden, quindi non è nel vostro interesse indebolirla con attacchi preventivi su Recovery Plan e debito.
Questo credito, però, si può riscuotere soltanto sul campo della politica economica, non su quello dei migranti. Per sancire la sintonia strategica non c'è niente di meglio che trovare un nemico comune: alla domanda di un giornalista, Draghi risponde che certo, anche lui supporterà la richiesta di spostare la finale degli europei dalla Londra minacciata dalla variante Delta a un paese più sicuro. E più europeo.
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