La Repubblica, 21 novembre 2021
Aveva partecipato ad una manifestazione comemorativa di un collega ucciso. Una nota attivista per la difesa dei diritti umani iraniana, Narges Mohammadi, è stata arrestata a Karaj, nella provincia dell'Alborz, mentre partecipava alla commemorazione di Ebrahim Ketabdar, ucciso dalle forze di sicurezza durante le proteste nazionali del novembre 2019. Il giorno dopo ha telefonato ai familiari per informarli che era stata portata al carcere di Evin, nella capitale Teheran, per scontare la condanna a due anni e mezzo, emessa nel maggio 2021 insieme alla pena aggiuntiva di 80 frustate, per "propaganda contro il sistema".
Da anni si batte contro la pena di morte. Narges Mohammadi è la vicepresidente del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran e ha collaborato alla Campagna per l'abolizione passo dopo passo della pena di morte. Dopo le proteste del novembre 2019, ha sostenuto pubblicamente le richieste di verità e giustizia delle famiglie delle centinaia di manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza. Era stata già arrestata arbitrariamente nel maggio 2015 e condannata, un anno dopo, a 16 anni di carcere solo per aver esercitato la sua libertà di espressione e di manifestazione. Nell'ottobre 2020, dopo una campagna globale portata avanti anche da Amnesty International, era stata scarcerata ma le autorità iraniane avevano continuato a minacciarla.
Le sue attività del tutto pacifiche. "Narges Mohammadi è una prigioniera di coscienza presa di mira solo per aver svolto attività del tutto pacifiche in favore dei diritti umani. Ora che è in carcere rischia addirittura 80 frustate. Chiediamo alle autorità iraniane di rilasciarla immediatamente, di annullare la condanna e di assicurare che sia protetta da ogni forma di tortura, comprese le frustate", ha dichiarato Heba Morayaf, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l'Africa del Nord.
di Giuseppe Sarcina
Corriere della Sera, 21 novembre 2021
Fa discutere (anche in Italia) l'assoluzione di Kyle Rittenhouse che uccise due persone durante le manifestazioni di "Black Lives Matter", innescate dall'omicidio di George Floyd a Minneapolis. L'assoluzione di Kyle Rittenhouse sta dividendo, ancora una volta, la politica e l'opinione pubblica americane. Ma, a giudicare dai commenti sulla rete e anche dalle mail che abbiamo ricevuto da diversi lettori, ha toccato un nervo sensibile anche in Italia. Il ragazzo doveva rispondere dell'omicidio di due manifestanti, Joseph Rosenbaum, 36 anni, Anthony Huber, 26, e del ferimento di un terzo, Galge Grossekreutz, 28 anni. Torniamo alla notte tra il 24 e il 25 agosto del 2020 a Kenosha, nel Wisconsin. In quei giorni l'America è scossa dalle manifestazioni di "Black Lives Matter", innescate dall'omicidio di George Floyd a Minneapolis.
Il 23 agosto, a Kenosha, un agente spara alla schiena di un afroamericano Jacob Blake, 29 anni, che sta cercando di sedare una lite tra due donne. Blake è disarmato e resterà semi paralizzato alle gambe. L'incidente suscita la reazione delle associazioni per la difesa dei diritti civili. Per tre giorni si susseguono cortei, ma nell'oscurità le frange più violente, con caschi, scudi e petardi, si scagliano contro la rete di protezione eretta a difesa del tribunale.
E qui entra in scena Kyle Rittenhouse. Si sposta nel centro della città, con a tracolla un fucile mitragliatore semiatomatico Ar-15. Fa parte di una di "una milizia armata", la "Kenosha Guard". Appuntamento via Facebook per "proteggere la proprietà", nel concreto un benzinaio e alcuni negozi. I video mostrano una sequenza drammatica. Un gruppetto di attivisti insegue Kyle, lo raggiunge. Qualcuno lo butta a terra e tenta di disarmarlo. Ma la sua reazione è furibonda. Partono diversi colpi: si vede un corpo sull'asfalto. Rittenhouse ha il tempo di rialzarsi e di fuggire. La mattina dopo viene arrestato ad Antioch, in Illinois e si scopre che ha solo 17 anni.
Venerdì scorso la giuria di Kenosha ha stabilito che il giovane ha agito per autodifesa. Era in reale pericolo di morte e quindi ha legittimamente usato ogni mezzo per proteggersi, compreso l'Ar-15. La sentenza, osservano i giuristi americani, è in linea con le leggi penali del Wisconsin che discendono direttamente dal II Emendamento della Costituzione americana. Cioè dalla norma che consente ai cittadini statunitensi di possedere armi da fuoco. Dal punto di vista giuridico il confronto lascia pochi margini: di fatto nessuno nella politica americana, che sia un repubblicano o un democratico, mette in discussione il II emendamento.
Ma sul piano politico e sociale, c'è molto da dire. Cominciamo con lo sgomberare il campo da equivoci. Quella notte a Kenosha è stata un disastro per tutti. La leadership del movimento Black Lives Matter dimostrò di non essere in grado di tenere a freno una guerriglia sempre più distruttiva e organizzata.
Le autorità istituzionali, il sindaco John Martin Antaramian, e il Governatore del Wisconsin, Tony Evens, entrambi democratici, non riuscirono a far rispettare il coprifuoco. Il Governatore sembra aver imparato da quella esperienza, visto che stavolta ha mobilitato 500 militari della Guardia nazionale per prevenire disordini e violenze.
Infine l'elemento più inquietante: le "milizie di patrioti armati", pericolosamente libere di pattugliare le strade di Kenosha. Uno dei fondamenti dello Stato di diritto è che il monopolio della forza sia appannaggio delle Istituzioni democratiche. Ma quella notte la polizia restò a guardare.
C'è poi l'aspetto sociale, personale. Possiamo davvero considerare normale l'idea che una persona esca di casa la sera con il fucile in spalla per "proteggere la comunità"? Kyle, inoltre, lo scorso anno era un minorenne. In America un ragazzo della sua età non può bere una birra al bar. Alcol no e mitragliatore sì? È chiaro che la questione di fondo è la "normalizzazione" di pistole e fucili. Non solo è semplice comprarle o procurarsele, ma è soprattutto facile addestrarsi. In molti empori di armi, dal Texas all'Indiana, basta presentare la patente, compilare un modulo che nessuno controllerà, pagare 50 dollari e ti insegnano a usare un Ar-15 o un Kalashinikov caricato con proiettili veri. Non c'entrano nulla lo sport, il tiro a segno per divertirsi nei luna park o anche la caccia. Lo scopo, dichiarato, è quello dell'autodifesa. E molti, troppi adolescenti, bianchi o afroamericani che siano, stanno crescendo immersi in questa pseudo cultura. Non è una buona idea importarla anche in Italia.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 21 novembre 2021
Per il tecnico che svelò i segreti del programma nucleare israeliano iniziava 35 anni fa un incubo che sembra non avere fine. Ha scontato 18 anni di carcere duro, ma la sua è una condanna a vita
"Vanunu M. rapito a Roma Italia il 30 9 86 arrivato a Roma con il volo BA504". La vicenda di Mordechai Vanunu cominciò così, 35 anni fa, con questa scritta nel palmo della mano appoggiata su un finestrino del piccolo bus che lo riportava dall'aula del tribunale al carcere. E terminò 18 anni dopo, il 21 aprile del 2004, quando il tecnico nucleare israeliano lasciò la prigione di Shikma tra gli applausi dei suoi (pochi) sostenitori, tra i quali l'attrice inglese Susanna York e l'ex vicepresidente dell'Europarlamento Luisa Morgantini, che scandivano "Ghibor, Ghibor" ("Eroe"), e gli insulti dei suoi (tanti) denigratori che gli urlavano contro "Boghed, ben zonà" ("Traditore, figlio di puttana"). In realtà non è mai terminata la prigionia per Vanunu che da quando è uscito dalla cella - in cui rimase in isolamento per 11 dei 18 anni di detenzione - ha provato senza successo a lasciare Israele.
L'aver rivelato al mondo i segreti del programma nucleare israeliano, per Vanunu ha significato la condanna a una vita, anche fuori dal penitenziario, libera solo in parte. Ancora oggi è costretto a rispettare restrizioni negli spostamenti, a non incontrare i giornalisti, e ad affrontare procedimenti penali per presunte violazioni dei termini di scarcerazione. Più di tutto non può vivere lontano da Israele, paese di cui sente di non far più parte al punto da rinunciare a parlare in ebraico e a convertirsi al Cristianesimo. Dal 2004 il tecnico nucleare vive a Gerusalemme est, la zona palestinese della città. Fino a qualche tempo fa lo si poteva scorgere nel bel giardino di un piccolo hotel palestinese o in una nota libreria di via Salah Edin a sorseggiare un caffè. Ora è quasi introvabile e comunque per un giornalista straniero intervistarlo vorrebbe dire l'espulsione da Israele. "Non mi pento, rifarei tutto ma i segreti che ho rivelato (nel 1986) sono superati, non rappresento un rischio per la sicurezza del paese come affermano (le autorità)", ripeteva Vanunu il 21 aprile di 17 anni fa davanti alla prigione Shikma. Poi ha capito che non lo lasceranno mai partire. Perché quei segreti, sì, sono superati ma la sua stessa esistenza resta una denuncia perenne di un programma nucleare segreto - che il mondo finge di non conoscere - e del possesso da parte di Israele, lo dicono gli esperti internazionali, di 100 forse 200 testate atomiche.
In realtà la vicenda di Mordechai Vanunu, ebreo di origine marocchina, comincia molto prima del suo rapimento a Roma messo in atto dal Mossad israeliano. Ebbe inizio negli anni 70 quando assieme al fratello Meir, iniziò a frequentare gli ambienti della sinistra radicale allontanandosi dal padre, un rabbino, che avrebbe voluto per lui un'esistenza da religioso ortodosso. Assunto come tecnico nella centrale di Dimona, Vanunu si rese conto che lì non si conducevano ricerche a uso civile. Dimona era la realizzazione, con l'aiuto della Francia, del programma nucleare segreto voluto dal fondatore di Israele David Ben Gurion e completato dal futuro Premio Nobel per la pace e presidente Shimon Peres. Non poteva rimanere in silenzio. Con una Pentax scattò 58 foto nel Machon 2, un complesso sotterraneo della centrale dove venivano prodotti annualmente una quarantina di kg di plutonio. Poi, a metà degli anni '80, decise di dimettersi e di lasciare Israele con uno zaino colmo di segreti. In Australia si confidò con un giornalista, Peter Hounan, che lo convinse ad andare a Londra per raccontare tutto al "Sunday Times" che avrebbe poi pubblicato le sue rivelazioni.
Nell'estate del 1986 il Mossad era già sulle sue tracce e un'avvenente spia del servizio segreto israeliano, "Cindy", lo convinse a seguirla a Roma a fine settembre per una romantica vacanza nella capitale italiana. A Fiumicino Vanunu trovò ad attenderlo un presunto amico della sorella di "Cindy" che lo portò in un appartamento alla periferia di Roma. Qui fu drogato e immobilizzato. Qualche anno fa la stampa israeliana ha rivelato che fu portato su di una nave spia israeliana, la "Ins Noga". Pochi giorni dopo sarebbe finito sotto processo di Israele e condannato a 18 anni di carcere.
Si scelse di rapirlo a Roma e non a Londra perché Israele sapeva che l'Italia sarebbe rimasta in silenzio di fronte alle operazioni degli agenti del Mossad già intense da anni nel territorio italiano, incluse quelle armate. Ed ebbe ragione. Il giornalista Peter Hounan consegnò un fascicolo pieno di notizie alla magistratura italiana che, peraltro, aveva già ricevuto un dossier della Digos, ma senza alcun esito. Le conclusioni del giudice Domenico Sica furono disarmanti: Vanunu, a suo dire, aveva "collaborato" al rapimento e quindi non vi era stato alcun reato sul suolo italiano. "Sica era il maggiore esponente della Procura di Roma che a quel tempo era chiamata ironicamente 'Il porto delle nebbie', dove tutto veniva affogato" ci racconta la giornalista e saggista Stefania Limiti, autrice del libro "Rapito a Roma" (ed. L'Unità, 2006), "e così fu affogata anche l'indagine su Vanunu. E non fece effetto la foto della mano che rivelava il rapimento avvenuto a Roma. L'Italia non intervenne". E non è mai intervenuta per 35 anni. Un silenzio totale anche quando il tecnico nucleare, anni fa, rivolse più di un appello al governo italiano affinché fosse riportato a Roma, la città in cui voleva vivere una storia romantica e che invece fu l'inizio di un incubo che, forse, non avrà mai fine.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 20 novembre 2021
Il 70% dei detenuti ha almeno una malattia Il 70% fuma, quasi il 45% è obeso o sovrappeso, oltre il 40% è affetto da una patologia psichiatrica, il 14,5% da malattie dell'apparato gastrointestinale, l'11,5% da malattie infettive e parassitarie, circa il 53% dei nuovi detenuti è stato valutato a rischio suicidio. Sono i dati allarmanti denunciati da Alessio Scandurra, Osservatorio diritti e garanzie associazione Antigone, durante il corso dell'evento "L'ecosistema integrato della digital health nei diversi istituti".
di Angela Bruno
malpensa24.it, 20 novembre 2021
In un mondo carcerario terribile - in base ai dati dell'associazione Antigone al 28 febbraio 2021 i detenuti in Italia sono 53.697 e le strutture insufficienti, degradate e la condizione complessiva di chi vi vive non lontano da una forma di tortura - una buona notizia per chi vive dietro le sbarre. Anche i detenuti che hanno lavorato all'interno del carcere, per l'amministrazione penitenziaria, hanno diritto a ricevere la Naspi, cioè il sussidio di disoccupazione, quando restano senza impiego. E' il principio sancito dal Tribunale del lavoro di Milano, che ha condannato l'Inps a versare l'indennità di disoccupazione a un carcerato assistito dalla Cgil. Ne ha dato notizia, nei giorni scorsi, il giornalista Andrea Gianni sul quotidiano Il Giorno.
dire.it, 20 novembre 2021
Quasi il 45% dei detenuti è obeso o sovrappeso; oltre il 40% è affetto da almeno una patologia psichiatrica. La denuncia di Alessio Scandurra, Osservatorio diritti e garanzie associazione Antigone, lanciata nel corso dell'evento "L'ecosistema integrato della digital health nei diversi istituti".
di Rita Bernardini, Sergio D'Elia, Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 20 novembre 2021
Immersi come continuiamo a essere in uno "stato di emergenza" in cui a emergere è lo Stato con tutto il suo armamentario di norme e procedure eccezionali, mezzi e poteri speciali, noi vogliamo che ad emergere e affermarsi siano invece gli stati di coscienza e di diritto orientati ai valori umani universali. È proprio in momenti come quello che stiamo vivendo in cui imperano la paura e i divieti che occorre essere speranza contro ogni speranza.
di Chiara Cecchini
L'Essenziale, 20 novembre 2021
I detenuti che lavorano hanno diritto a una paga più alta di quella che percepiscono oggi. E nel momento in cui si interrompe il rapporto di lavoro, deve essere riconosciuto loro il sussidio di disoccupazione. Sono i princìpi di due sentenze pronunciate nei giorni scorsi dal tribunale di Roma e dal tribunale del lavoro di Milano, che contribuiranno a migliorare la condizione lavorativa dei carcerati.
di Davide Varì
Il Dubbio, 20 novembre 2021
Mariarosaria Savaglio, segretario nazionale del gruppo di Unicost: "Andare di nuovo alle elezioni con l'attuale sistema vorrebbe dire non aver ottenuto alcun risultato rispetto al rinnovamento che la magistratura sta cercando di compiere al suo interno".
La riforma elettorale per il Csm è "assolutamente urgente", perché "andare di nuovo alle elezioni con l'attuale sistema vorrebbe dire non aver ottenuto alcun risultato rispetto al rinnovamento che la magistratura sta cercando di compiere al suo interno". A sottolinearlo è Mariarosaria Savaglio, giudice del tribunale di Cosenza, che dalla scorsa estate è uno dei due segretari nazionali del gruppo di Unicost, intervistata dall'AGI.
"Assoluta contrarietà al sorteggio" anche temperato, spiega, affermando invece di ritenere migliore, tra i sistemi possibili, "uno fondato sull'idea di proporzionale", che "sposi il principio di riavvicinare l'eletto al corpo elettorale, rispecchiando la volontà di quest'ultimo". Per il segretario di Unicost, infatti, "il riconoscimento della pluralità di visioni che esistono in magistratura deve essere garantito: il Csm deve rispecchiare ciò che è la magistratura, preservando le proprie funzioni di tutela dell'autonomia e dell'indipendenza delle toghe". Certo,aggiunge Savaglio, "non ci illudiamo che un nuovo sistema elettorale possa essere il rimedio a tutti i mali, ma un "cattivo" sistema può, invece di trovare soluzioni contro le degenerazioni, avere l'effetto opposto, ulteriormente aggravandola situazione". La legge elettorale per il Csm attualmente in vigore "ha creato patologie che invece un buon sistema elettorale potrebbe arginare", sottolinea il segretario Unicost, accogliendo con favore le "linee di fondo" del lavoro compiuto dalla Commissione Luciani, incaricata dalla ministra della Giustizia Marta Cartabia di studiare soluzioni per la riforma del Csm e dell'ordinamento giudiziario.
Secondo l'esponente di Unicost, il lavoro della Commissione Luciani "mira a tutelare il pluralismo e a riavvicinare l'eletto all'elettore, riducendo il peso delle correnti", osserva Savaglio, la quale, invece, mette in guardia sui rischi di "influenze esterne" che potrebbero sorgere dall'"eliminazione del riconoscimento dei gruppi associativi".
Quanto al sorteggio, il segretario di Unicost rileva, oltre "all'impraticabilità costituzionale", che potrebbe "determinare un'assoluta deresponsabilizzazione sia di eletti che di elettori". Savaglio, quindi, tocca anche il tema della rappresentanza di genere, dato che risulta ancora esiguo il numero di togate a fronte di una presenza sempre più alta di donne magistrato in servizio che da tempo supera quella maschile: "Bisogna intervenire quanto meno con un meccanismo che garantisca una parità di chance - sottolinea - e dobbiamo ricordare che questo non è compatibile con tutti i sistemi elettorali: ad esempio, risulterebbe difficile in un sistema con collegi uninominali".
Inoltre, quanto all'esigenza che vi sia un numero adeguato di candidati tra cui l'elettorato possa scegliere, il segretario di Unicost esprime critiche sul meccanismo di integrazione delle liste che era stato delineato dalla proposta di riforma presentata nel 2020 dall'allora Guardasigilli Alfonso Bonafede: "Quel meccanismo non va bene perché sminuisce il ruolo di elettorato passivo. Eventuali candidature forzose non hanno certo la stessa valenza di una spontanea".
Per Unicost, "il modo migliore per soddisfare le esigenze è un sistema elettorale che stimoli la presentazione di candidatura e di certo - afferma Savaglio - il sistema delineato dalla Commissione Luciani lo fa: trovo infondata la critica che alcuni, come Magistratura Indipendente, rivolgono al "sistema Luciani" sostenendo che può favorire accordi tra gruppi associativi. Non vedo come potrebbe farlo e, in ogni caso, da parte nostra, non c'è intenzione di fare alcun accordo".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 20 novembre 2021
A breve saranno tre decenni dall'arresto di Mario Chiesa, il boiardo socialista dalle cui confessioni promanò la slavina, poi diventata valanga processuale, che travolse la Prima Repubblica: e la questione giudiziaria continua a spaccare il Paese in due segmenti contrapposti.
Alla metà degli anni Settanta del secolo scorso, le piazze italiane erano infiammate da giovani persuasi che fosse ragionevole uccidere i propri coetanei a causa dell'avversa appartenenza politica. Erano passati tre decenni dalla fine della guerra di liberazione. Ma era come se fascismo e antifascismo (l'antifascismo militante, di matrice comunista) non avessero smesso nemmeno per un momento di combattersi. Non pochi genitori di quei ragazzi, del resto, divisi tra la paura del golpe nero e il timore dell'esproprio rosso, ne assecondavano l'aberrazione ottica e ideologica, finendo di fatto per regolare conti in sospeso per interposta persona.
Si osserverà che trent'anni sono forse pochi per tramutare in storia i drammi quotidiani. Eppure, potrebbero essere sufficienti almeno a un ripensamento, a una prima analisi critica o, se non altro, a un raffreddamento degli animi. Così non fu, ci dicemmo, perché l'Italia d'allora era debole quanto a condivisione dei valori.
Nonostante la successiva, lunga e faticosa ricerca di valori condivisi, così non pare essere neppure ora, con riguardo alla stagione più tumultuosa della nostra Repubblica, quella segnata dallo spartiacque di Mani pulite. Anche questa fase sembra sottomettersi alla ripetitività della guerra dei Trent'anni, del passato che non passa. A breve saranno tre decenni dall'arresto di Mario Chiesa, il boiardo socialista dalle cui confessioni promanò la slavina, poi diventata valanga processuale, che travolse la Prima Repubblica: e la questione giudiziaria continua a spaccare il Paese in due segmenti contrapposti per fede ma assai simili per scarsa o nulla propensione a riconoscere dignità all'avversario.
Senza neppure il bisogno di scorrere l'emeroteca delle passate e infelici stagioni, basta uno sguardo alle cronache recenti per avere un'idea del tasso di avvelenamento del discorso pubblico: la battaglia mai sopita attorno al finanziamento della politica, ora incarnata dall'inchiesta sulla fondazione Open col suo strascico di ovvietà miste a rivelazioni più o meno riservate, o l'intemerata televisiva di un procuratore di primo piano contro talune scelte della ministra Guardasigilli sono soltanto le ultime stazioni della via crucis inflitta a giustizia e politica ove vengano incrociate in un chiacchiericcio astioso che disorienta il Paese.
Due sono i miti fondanti, ma del tutto infondati, di questo nuovo trentennio tossico: ed entrambi hanno radici nell'inchiesta dei magistrati di Milano tra il 1992, l'anno del principio, e il 1994, quello dell'invito a comparire a Silvio Berlusconi e dell'addio di Antonio Di Pietro alla toga.
Il primo è il mito del golpe giudiziario. Nato negli ambienti politici più duramente colpiti dall'inchiesta (segnatamente i socialisti meneghini) e da essi propalato durante gli anni successivi, riconduce il lavoro del pool dei magistrati a un'unica trama, magari eterodiretta, volta a distruggere la nostra democrazia parlamentare. La realtà è ben diversa. Non a un golpe giudiziario assistemmo, quanto piuttosto al dissennato suicidio di partiti che durante gli anni Ottanta avevano scambiato consenso elettorale con debito pubblico e appalti truccati con finanziamenti illeciti: fu il loro prestigio ridotto al rango di barzellette da bar che li consegnò, indifesi, ai magistrati.
Il secondo mito è, per converso, quello della Mani pulite mutilata, dell'inchiesta interrotta bruscamente a causa del ricompattamento del sistema, travasato nella cosiddetta Seconda Repubblica. Questo mito ("non ci hanno fatto finire il lavoro!") promana direttamente dai dipietristi ed è servito a giustificare l'inopinata uscita di scena del pubblico ministero più popolare d'Italia appena prima di dover interrogare Silvio Berlusconi. Anche in questo caso, la realtà è tutt'altra. Innanzitutto, perché, come ha ricordato Paolo Ielo (allora giovane sostituto del pool milanese e oggi procuratore aggiunto a Roma) Mani pulite non finì nel 1994 ma proseguì per anni con altri protagonisti. Certo, aveva perso consenso: ma ciò dipese dalla stanchezza popolare per l'assai discutibile uso della galera e dal timore nato in molti italiani che, scendendo l'indagine di livello, quella galera toccasse a loro stessi.
Accade però che questi falsi miti abbiano figliato, nel frattempo. In una parte della destra, generando una aprioristica avversione contro la magistratura fino ad atteggiamenti corrivi con i reati dei colletti bianchi (se la giustizia è ingiusta, del resto, vale il "tana libera tutti"). E, sul fronte opposto, in una certa sinistra a lungo persuasa di poter prevalere sugli avversari per via giudiziaria, e soprattutto nel primo grillismo, che ha immaginato di "completare l'opera" in piazza, magari con un lacerto di intercettazione usato come ghigliottina sui social. La magistratura stessa ha finito per assumere i vizi della cattiva politica anziché perseguirli: a riprova del fatto che non c'è toga abbastanza elastica da coprire lo strappo tra moralità e moralismo.
È tempo che la guerra dei Trent'anni finisca. Che i ragazzi di oggi, pur in buona misura ignari di chi fossero i protagonisti di Mani pulite, non subiscano di quella stagione i miasmi politici e il cinismo antistituzionale. La ricerca di valori condivisi è mera retorica se non si superano garantismo peloso e giustizialismo giacobino, se non si esce da uno schema binario (con noi o contro di noi) recuperando il senso delle posizioni dialoganti. È difficile immaginare scorciatoie. Tuttavia, un personaggio pubblico in grado di migliorare di molto il clima sarebbe ancora in campo.
Per paradossale che appaia, si tratta proprio di Berlusconi: il quale, senza abiure né confessioni, certo, ma solo dismettendo con un gesto, una frase, un messaggio, i panni da perseguitato della giustizia nei quali si è blindato (anche) per ragioni difensive, potrebbe aprire una nuova stagione smontando i miti fasulli della precedente. Tutto contraddice quest'ipotesi fantapolitica: rancori cristallizzati, diffidenze reciproche, la divisione in due del Paese tra berlusconiani e antiberlusconiani. Tutto, tranne il senso di una missione perfino più appassionante del miraggio del Colle: aiutare gli italiani di domani a entrare nel futuro senza inutili fardelli.
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