di Catello Romano*
Il Riformista, 19 novembre 2021
Purtroppo, in Italia, la realtà della giustizia riparativa non sembra avere il "mordente" che ha avuto nei paesi dell'Est e del Nord Europa. benché di recente si sia avuta una svolta almeno nell'ambito del penale riguardante i minori, il che fa ben sperare in qualcosa di più generale. È vero pure che vi sono delle piccole realtà già affermate ma che potremmo definire delle "oasi" d'intuizioni felici, ma... pur sempre di "oasi" si tratta.
Si può, quindi, si deve fare più. Inoltre, non ci si può sempre aspettare che siano le vittime a fare il primo passo e che, mosse da un profondo malessere e da un'impellente necessità di comprendere ciò che hanno subito, vengano a chiederci: "ma tu perché mi hai fatto questo?". È proprio sui rei che si sentono abbastanza mature e forti da sostenere la responsabilità di sentirsi "chiamate" (votate) a riparare quelle crepe che con il loro agito i rei hanno arrecato all'edificio sociale, in genere, e alla persona, in particolare, poiché "quando si tratta di riparare un'offesa non si tratta tanto di "riparare qualche cosa", ma di fare "riparazione a qualcuno"".
Pertanto, che non venga mai in mente l'insana idea di utilizzare la possibilità dell'incontro con la persona offesa per un beneficio di altro ordine che non sia quello prettamente "interiore", sia perché "vi è più gioia nel dare che nel ricevere" sia perché tale strumentalizzazione della persona e del suo dolore non farebbe altro che reiterare l'offesa nei confronti di chi già non la meritò la prima volta. Se dentro di noi sentiamo un genuino desiderio di metterci a confronto con la persona che abbiamo ferito, allora chiediamoci con M. Bouchard: "possiamo pensare di far riparazione a qualcuno che abbiamo offeso senza riconoscere la nostra propria "mancanza", cioè il fatto che non solo abbiamo "mancato" verso qualcuno ma che "manca" qualcosa in noi stessi?".
Questo ragionamento non è scontato solo per i reati più gravi quali l'omicidio o quelli a sfondo sessuale - dove nessuna somma di danaro potrebbe mai porre rimedio - ma anche per quei delitti ritenuti di "minor entità" - si pensi, ad esempio, allo shock e a tutte le ripercussioni psicologiche causate da una "semplice" violazione di domicilio, a come ciò possa minare in modo significativo, a volte per anni, il senso di sicurezza, per sé e per i propri cari, che il simbolo della "casa" naturalmente infonde in ognuno di noi.
Concludendo queste note, sento la necessità di ribadire ancora una volta che sia il responsabile del reato a cercare di ripristinare, per quanto gli è possibile, la dignità della vittima, perché (quasi) mai la sentenza di un giudice assolve a questo compito. Secondo le parole di Hanna Arendt, "l'azione umana soffre di due grandi limiti: l'irrimediabilità del passato e l'imprevedibilità del futuro. Per affrontare questi limiti l'uomo ha a disposizione solo due correttivi: contro l'irrimediabilità delle offese di un tempo, l'unico antidoto è il perdono; contro l'imprevedibilità del futuro, l'unico antidoto è rappresentato dalla promessa".
E non possiamo "pretendere" di chiedere il perdono ad altri se prima non abbiamo avuto il coraggio e la forza di perdonare noi stessi, provando a immedesimarci il più possibile col dolore provato (e spesso ancora prova) da chi abbiamo ferito e oltraggiato, nella ricerca di una più profonda consapevolezza dei danni causati.
Questa volta siamo noi a trovarci da questa parte delle sbarre, la prossima potremmo stare dall'altra; proprio considerando profondamente ciò è possibile comprendere cosa significhi che il reo è la prima vittima di se stesso. Siamo tutti parte di uno stesso unico tessuto, ognuno di noi un filo, non importa se dell'ordito o della trama - tanto dal punto di vista dell'Assoluto tali differenze non esistono - e concorriamo in egual modo a realizzare il magnifico disegno universale su questa "tela' che è la creazione. Se, come accade spesso, non ce ne rendiamo conto è perché non guardiamo affatto la tela o la osserviamo troppo da vicino, in modo "locale".
Se ci sforziamo di fare qualche "passo indietro", però, evitando di star noi in primo piano e dandoci la possibilità di avere una visione più "globale", allora potremmo apprezzare il disegno nella sua interezza e magnificenza prendendo coscienza, peraltro, del fatto che siamo tutti intrecciati l'uno con l'altro e che già diverse volte ci siamo incrociati nel nostro cammino. Se in questo scritto parlo principalmente da persona detenuta è solo perché anche io sono "ristretto" (non certo di orizzonti, però; quelli si son ampliati da tempo), ciò non toglie, tuttavia, che con le debite trasposizioni il discorso sia valido per tutti: ci sono tanti che scontano le loro "pene" - che s'infliggono da sé - in ben altre prigioni.
*Detenuto a Catanzaro
paololattanzio.it, 19 novembre 2021
Una proposta di legge per superare l'istituto degli Icam (istituti di custodia per madri detenute) a favore delle case famiglia, più consone alle esigenze dei bambini. La annuncia in una nota il deputato dem Paolo Siani, vice presidente della commissione bicamerale Infanzia e Adolescenza.
di Tano Grasso
L'Espresso, 19 novembre 2021
La costruzione di una società senza criminalità organizzata inizia dietro le sbarre. Ma si deve rispondere al delitto con il diritto e la rieducazione. Come spiega il saggio di Bortolato e Vigna "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia", Laterza, pp.176. euro 14.
di Isabella Ferraro
mediatime.net, 19 novembre 2021
"Il carcere è un luogo malsano e le persone detenute hanno spesso bisogno, anche a causa dei contesti di provenienza, di interventi di cura rilevanti ed urgenti. Ma ancora oggi ci sono troppi ostacoli per un dignitoso diritto alla cura". È la denuncia di Alessio Scandurra dell'Osservatorio diritti e garanzie Associazione Antigone, nel suo intervento in occasione dell'evento sul tema "L'ecosistema integrato della Digital Health nei diversi istituti" - La telemedicina e il teleconsulto come miglioramento dell'accesso alle cure in regime di restrizione", che si è svolto oggi a Roma.
di Andrea Fabozzi
Il Manifesto, 19 novembre 2021
Le nomine dei procuratori capo. La commissione incarichi direttivi del Consiglio superiore indica a maggioranza il procuratore di Palermo per la Capitale. Anticipata la Cassazione per chiudere la stagione di Prestipino. Poi tocca agli uffici inquirenti di Milano, Antimafia e Palermo.
Il Consiglio superiore della magistratura fa un primo passo in favore di Francesco Lo Voi e si avvia a mettere un punto alla lunga storia della successione alla procura di Roma. Lo Voi, procuratore di Palermo, può conquistare con oltre due anni di ritardo l'incarico per il quale aveva corso all'inizio della tormentata vicenda. Sarà la prima designazione importante di un quartetto - le altre sono la procura di Milano, la procura di Palermo e la procura nazionale antimafia - che accompagnerà questa Csm segnato dal caso Palamara verso la fine mandato. E, almeno nelle intenzioni della ministra della giustizia, verso un nuovo Consiglio disegnato con nuove regole.
Dove eravamo rimasti? Al maggio 2019, quando il Csm pensava di risolvere la pratica di Roma, l'ufficio inquirente più importante di Italia dal quale usciva per limiti di età Giuseppe Pignatone, designando per l'incarico di procuratore il pg di Firenze Marcello Viola. Per lui il voto convergente dei togati della corrente di destra, di Davigo e dei laici di Lega e 5Stelle. Proprio in quei giorni, però, scoppiava lo scandalo Palamara e si scopriva dalle intercettazioni del trojan che il circolo dell'hotel Champagne, luogo dell'incontro tra politici e consiglieri del Csm registi delle nomine, stava lavorando proprio per Viola. Si fermò tutto e dallo stallo emerse il candidato della continuità con Pignatone, Michele Prestipino, al quale il Consiglio assegnò la guida della procura di Roma solo nel 2020. Poco dopo, però, prima il Tar e poi il Consiglio di Stato hanno accolto i ricorsi di due magistrati candidati per lo stesso incarico e sconfitti: oltre a Viola c'era anche il procuratore capo di Palermo Francesco Lo Voi.
Tutto da rifare, anche se nel frattempo Prestipino aveva guidato la procura di Roma tra reggenza e titolarità effettiva per due anni. E anche se lo stesso Prestipino ha presentato un contro ricorso alle sezioni unite della Cassazione dove chiede che vengano annullate le sentenze a lui sfavorevoli della giustizia amministrativa. Ma la quinta sezione del Csm, quella che si occupa del conferimento degli incarichi direttivi, ha anticipato di qualche giorno la decisione dei supremi giudici, lanciando un chiaro segnale di voler archiviare la stagione Prestipino. A favore di Lo Voi, che ha trascorsi nello stesso Csm oltre che in Cassazione e a Eurojust, si sono schierati il consigliere laico di Forza Italia e i togati di Area (sinistra), Unicost (centro) e Magistratura indipendente (destra). Per Lo Voi ha votato invece il consigliere togato Ardita, già di Autonomia e indipendenza prima della rumorosa rottura con Davigo.
Chiusa che sarà la pratica di Roma, con un voto in plenaria probabilmente entro Natale, il Csm dovrà assegnare gli incarichi a Milano, dove il candidato più accreditato è proprio Viola, alla procura nazionale e alla procura di Palermo. Per l'antimafia i più accreditati sono il procuratore di Napoli Melillo, quello di Catanzaro Gratteri e quello di Messina De Lucia. Che, dopo la promozione di Lo Voi a Roma, può finire anche a Palermo.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 19 novembre 2021
Le motivazioni con le quali la Corte d'Appello di Milano spiega l'assoluzione dell'ex sindaco pd di Lodi vanno anche oltre il caso specifico. "Una interpretazione costituzionalmente orientata e conforme al principio di offensività" di reati come la turbativa d'asta "si deve confrontare con la necessità di non punire indiscriminatamente le mere irregolarità formali della procedura, non essendoci un interesse fine a se stesso a garantire la regolarità e la trasparenza della gara", le quali "non sono il bene tutelato dalla norma, ma un presidio per la libera concorrenza, strumentale al perseguimento dell'interesse della Pubblica Amministrazione". Le motivazioni con le quali la Corte d'Appello di Milano spiega ora l'assoluzione dell'ex sindaco pd di Lodi, Simone Uggetti, per insussistenza della turbativa del bando sulle piscine comunali costatogli nel 2016 dieci giorni di carcere e nel 2018 la condanna in Tribunale a 10 mesi, vanno oltre il caso specifico: caso che il leader M5Stelle e ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, in una lettera a Il Foglio in luglio aveva colto per personalmente scusarsi con Uggetti e politicamente fare ammenda del carburante dato all'"imbarbarimento del dibattito associato ai temi giudiziari". Per le giudici Rosa Polizzi, Angela Fasano e Roberta Nunnari, che scrivono di voler analizzare profili penali "scevri da ogni lettura indotta da impostazioni soggettive non immuni da una polemica politica o locale", la turbativa d'asta "non ricorre in presenza di qualsiasi disordine relativo alla tranquillità della gara", ma è invece "necessaria una lesione, anche potenziale, agli scopi economici della PA e all'interesse dei privati di poter partecipare alla gara".
Nel caso di Lodi, "da tutte le comunicazioni acquisite emerge una linea che il sindaco, in coerenza con il programma elettorale, persegue dalla preparazione alla pubblicazione del bando: e cioè una sua ricerca di consulenza e confronto con l'avvocato" coimputato, che stava nel consiglio sia della società poi aggiudicataria, sia della municipalizzata di controllo. Ma ciò in "acclarato perseguimento di obiettivi corrispondenti all'interesse pubblico", "senza un fuorviante interesse economico degli imputati", e dentro quel "margine di intervento entro il quale l'esercizio di una responsabilità politica è espressione non collusiva, ma legittima, di un bilanciamento fra pluralità di interessi pubblici". Esercizio che per le giudici "può comportare e dunque tollerare, purché non ne sia fuorviato, consulenza e ascolto dei soggetti della società civile interessati".
di Guido Stampanoni Bassi
Il Domani, 19 novembre 2021
Il processo mediatico va a colpire non solo la presunzione di non colpevolezza del singolo indagato o imputato, ma anche - e non è cosa da poco - il libero convincimento della magistratura giudicante. Cosa accomuna le indagini su uno dei più noti e recenti casi di cronaca,l'omicidio di Yara Gambirasio, la presunzione di innocenza (su cui proprio qualche giorno fa è stato approvato un decreto legislativo) e le "esigenze comunicative" della Procura?
Lo scopriamo leggendo una recentissima ordinanza emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Milano che, accogliendo la richiesta della Procura, ha disposto l'archiviazione per 16 giornalisti indagati per aver criticato, definendolo "taroccato" e "patacca", un video elaborato dai RIS di Parma nell'ambito delle indagini sull'omicidio di Yara Gambirasio. Si tratta del famoso video - ampiamente diffuso da svariati programmi televisivi e non solo - che ritraeva un furgone bianco (o meglio, il furgone di Massimo Bossetti) girare nei pressi della palestra di Yara il giorno della sua scomparsa.
A conferma della diffusione del video, si pensi ai seguenti titoli di giornali e telegiornali dell'epoca. Il Tg La7: "Yara, il furgone di Bossetti gira un'ora intorno alla palestra. Il nuovo pesante indizio che la Procura aggiunge all'accusa di omicidio per il muratore. Si aggrava la posizione dell'indagato, che aveva negato la sua presenza a quell'ora davanti alla palestra, se non di passaggio" (video paradossalmente ancora online). Repubblica: "Caso Yara, Carabinieri: il furgone ripreso poteva essere solo quello di Bossetti. È quanto precisano in una nota i Carabinieri".
Il video fake - Ebbene, dalla decisione del GIP del Tribunale di Milano si apprende una circostanza che era in realtà già emersa nel corso del procedimento (poi conclusosi con la condanna definitiva di Massimo Bossetti), ma che in pochi forse conoscono: quel video - che, lo si ripete, era stato volontariamente diffuso alla stampa come se fosse effettivamente riconducibile a chi in quel momento era solo un indagato - in realtà non ritraeva affatto il furgone di Bossetti, ma era stato creato ad hoc dopo essere stato "concordato con la Procura per esigenze comunicative". Anzi, per essere più precisi - questo è quello che è emerso dal dibattimento - "era stato concordato con la procura a fronte di pressanti e numerose richieste di chiarimenti e realizzato per esigenze di comunicazione; e poi è stato dato alla stampa". A seguito delle critiche ricevute da diversi giornalisti, il capo dei RIS di Parma li aveva querelati e da ciò era scaturito il procedimento penale per diffamazione, poi archiviato dal GIP di Milano. Il giudice, dopo aver ricordato come il video avesse uno scopo "dichiaratamente comunicativo e non probatorio" - non essendo stato depositato agli atti - svolge comunque interessanti considerazioni in merito al rispetto della presunzione di innocenza.
Le critiche giornalistiche - che il giudice ha comunque ritenuto essere intervenute su "su un fatto obiettivo, di indubbio interesse pubblicistico e certamente non frutto di invenzione" - sono state ritenute ulteriormente giustificate dal "fondamentale principio della presunzione di innocenza dell'imputato che, anche in base alla direttiva UE oggetto di recente recepimento da parte dell'Italia, deve proteggere le persone indagate o imputate in procedimenti penali da sovraesposizioni mediatiche deliberatamente volte a presentarli all'opinione pubblica come colpevoli prima dell'accertamento processuale definitivo".
Occorre proteggere gli indagati - Ecco, è bene che tali parole rimangano ben scolpite nella mente di chi si occupa di giustizia e comunicazione: "Occorre proteggere le persone indagate o imputate in procedimenti penali da sovraesposizioni mediatiche deliberatamente volte a presentarli all'opinione pubblica come colpevoli prima dell'accertamento processuale definitivo".
Quel video, infatti, era stato dapprima concordato, poi creato e, infine, diffuso alla stampa in un momento in cui Bossetti era un semplice indagato (ma poco sarebbe cambiato se fosse stato anche un imputato) al solo scopo di assecondare le "esigenze comunicative" della Procura; esigenze comunicative che - e i fatti lo dimostrano - sono state ritenute ben più importanti del diritto dell'indagato a non esser presentato come colpevole agli occhi dell'opinione pubblica. Diritto - si aggiunge - che assume una valenza ancora più significativa laddove il reato per cui si procede sia di competenza di una Corte di Assise, composta, come è noto, anche da giudici popolari.
Le esigenze comunicative - Quali esigenze comunicative avrebbero mai potuto giustificare la creazione di un video che rappresentava una situazione diversa da quella reale? Perché mai l'opinione pubblica - si presume prima e principale destinataria del video - è stata ritenuta tale da meritare la diffusione di un prodotto "fake" elaborato ad hoc? Quali "pressanti e numerose richieste di chiarimenti" andavano soddisfatte e perché si è ritenuto di farlo in questo modo? Il presentare, agli occhi dell'opinione pubblica, l'indagato come colpevole prima che la sua colpevolezza sia accertata in via definitiva è proprio una delle bad pratices che la direttiva sulla presunzione di innocenza vuole evitare. E forse, grazie al suo recente recepimento, questo rischio per il futuro potrà essere scongiurato (anche se si dovrà capire se le cose cambieranno per davvero oppure no).
Nell'attesa di comprendere se e come il modo di comunicare da parte degli organi inquirenti potrà cambiare - saranno, ad esempio, limitate le conferenze stampa nonché, in generale, il rilascio di informazioni agli organi di stampa - è bene che la vicenda del video del furgone bianco di Bossetti rimanga, a futura memoria, come esempio perfetto delle prassi distorte cui può portare il cd. processo mediatico.
Processo mediatico che, come si è già scritto più volte, va a colpire non solo la presunzione di non colpevolezza del singolo indagato o imputato, ma anche - e non è cosa da poco - il libero convincimento della magistratura giudicante, la quale, nel momento in cui sarà chiamata ad assumere le proprie determinazioni sulla responsabilità penale dell'indagato, dovrà essere libera di farlo senza il timore di scontentare le aspettative che, nel frattempo, si sono consolidate nell'opinione pubblica.
di Alessandra Pigliaru
Il Manifesto, 19 novembre 2021
Ieri Di.Re. ha presentato i dati sul 2020: "oltre 20mila le donne che si sono rivolte ai nostri centri, ma i fondi sono scarsi". Intanto, nelle ultime ore, salgono a tre i femminicidi. Autori sono partner o ex. Spesso uccidono anche i figli. L'ultimo femminicidio è avvenuto poche ore fa, a Montese, sull'Appennino modenese. Un uomo ha accoltellato la moglie e in seguito ha cercato di togliersi la vita. Poco distante da lì, a Sassuolo, un altro uomo, ex partner di Elisa Mulas, ha ucciso ieri l'altro lei, la ex suocera e i due figli di 2 e 5 anni. Quante donne muoiano per mano maschile ce lo raccontano le cronache, quasi ogni giorno (alcuni dati si trovano nel sito del Ministero dell'Interno che stila un report settimanale). Che l'intensificarsi di questo fenomeno, strutturale e sistemico, coinvolga sempre più spesso i bambini e le bambine lo rammentano le storie, come quella di Vetralla, nel viterbese, quando un uomo, che aveva il divieto di avvicinamento alla sua ex e al figlio, ha ucciso il bambino di 10 anni.
C'è un denominatore comune in queste vicende, ovvero la volontà deliberata delle donne di fuoriuscire da una condizione di violenza mettendo dunque fine alla relazione. In più di un caso, gli individui che le hanno uccise, o hanno ucciso i figli, hanno contravvenuto a ordinanze e, senza apparente difficoltà, hanno raggiunto le proprie vittime. Qualcosa non sembra funzionare, ed è un fatto di cui si discute da tempo. Lo fanno anche i centri antiviolenza, come quelli della rete Di.Re. che ieri hanno presentato alcuni dati (relativi al numero di donne che si rivolge ai Centri) insieme alle iniziative in vista del 25 novembre (giornata internazionale per l'eliminazione della violenza maschile contro le donne) e della manifestazione organizzata da Non Una Di Meno di sabato 27.
La rilevazione presentata ieri, curata da Sigrid Pisanu e Paola Sdao, copre l'intero 2020. Hanno partecipato 81 organizzazioni aderenti a Di.Re per un totale di 106 centri antiviolenza di cui il 60% può contare su almeno una struttura di ospitalità, cioè le case rifugio - strutture essenziali in casi di allontanamento necessario dall'abitazione famigliare, non solo per le donne ma anche per i figli. Che le case rifugio (insieme alle case di semi-autonomia), 64 in totale, siano in numero insufficiente in tutto il territorio nazionale è un dato che colpisce ma non sorprende, non si possono fare miracoli con pochi fondi distribuiti in maniera eterogenea. Il 72% dei centri usufruisce di finanziamenti pubblici di fonte regionale (i fondi più consistenti in Friuli Venezia Giulia, Lombardia e Toscana), oltre la metà beneficia di finanziamenti comunali (l'Emilia Romagna è la più virtuosa) e circa un terzo dal Dipartimento pari opportunità. Ci sono poi i finanziamenti privati che sono una fonte per il 75% dei centri. Il lavoro di Di.Re., che fa accoglienza, offre consulenza legale, psicologica e percorsi di orientamento al lavoro, insieme a consulenze genitoriali, gruppi di auto-aiuto e consulenza alle donne immigrate, è dunque su base largamente volontaristica. Anche nel 2020, con 20mila donne accolte, di cui 13mila al primo contatto (dunque accolte per la prima volta), sono le volontarie a sostenere le attività dei centri, soltanto il 32% delle oltre 3mila viene retribuita.
Il dato relativo ai profili delle donne che si rivolgono a un centro antiviolenza è omogeneo rispetto agli anni precedenti, il 54,7% ha un'età compresa tra i 30 e i 49 anni, la maggior parte è di nazionalità italiana e una donna su tre non ha reddito. I tipi di violenza vanno da quella psicologica a quella economica, dalla violenza sessuale allo stalking cui le prime due forme spesso si appaiano. Anche l'autore della violenza è della stessa tipologia: nel 76,4% dei casi è di nazionalità italiana, un'età compresa tra i 30 e i 59 anni, la metà ha un lavoro stabile e nel 60% dei casi sono partner, nel 22,1% sono invece ex.
Punto importante della conferenza stampa di ieri è l'Osservatorio sulla vittimizzazione secondaria, ne ha parlato Nadia Somma ponendo l'accento sulle "conseguenze più dolorose dei percorsi giudiziari che le donne affrontano per porre fine alla violenza che subiscono, ovvero l'essere rese nuovamente vittime a causa di procedure e approcci che non riconoscono o minimizzano la violenza subita, mettono in dubbio la loro credibilità, le colpevolizzano per la stessa violenza subita, sottovalutano l'impatto della violenza assistita da figli e figlie e impongono forzatamente forme di bigenitorialità che consentono agli uomini maltrattanti di reiterare comportamenti abusanti nei loro confronti".
Ieri, una nota di Donatella Conzatti, segretaria della commissione d'inchiesta sul femminicidio, fa sapere che è stato approvato in Consiglio dei ministri il Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne per il triennio 2021-2023. L'ultimo era scaduto nel gennaio 2021, lamentano i centri antiviolenza che, pochi giorni fa, in una lettera aperta alla ministra Bonetti dal titolo "Forma e sostanza, i finti percorsi partecipati" specificavano come non vi sia stato ascolto e condivisione nel metodo e in alcuni contenuti, augurandosi di essere smentite quando si conosceranno meglio i dettagli.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 19 novembre 2021
Il deputato di Azione presenta un'interrogazione parlamentare alla ministra Cartabia per chiedere maggiore trasparenza sui dati della Giustizia. Trasparenza sui numeri della giustizia: è quello che chiede l'onorevole di Azione Enrico Costa, con una interrogazione alla Guardasigilli Marta Cartabia. In particolare: quali siano i dati sulla modalità di definizione dei procedimenti suddivisi per tipologia di reati, in particolare per quello che riguarda i reati contro la pubblica amministrazione; la percentuale di sentenze di appello in riforma delle sentenze di I grado; il tasso di accoglimento e rigetto delle richieste dei pubblici ministeri ai giudici per le indagini preliminari suddivise per tipologie (richieste di intercettazioni, proroga indagini, applicazione misure cautelari); il numero di istanze di riparazione per ingiusta detenzione rigettate dalle corti di appello; il numero di avvisi di garanzia notificati ogni anno e quanti di questi si traducono in un rinvio a giudizio o in una citazione diretta a giudizio.
Come ci dice Costa "la ministra Cartabia resta un faro e un modello che però va supportato attraverso dati scientifici grazie ai quali potrà prendere le decisioni. La disponibilità di dati analitici e aggiornati è il presupposto necessario al fine di comprendere e valutare l'effettivo funzionamento degli istituti giuridici esistenti, l'appropriatezza delle norme vigenti in materia processuale e, più in generale, l'efficacia dell'ordinamento giudiziario, al fine di individuare risposte legislative idonee a risolvere le criticità individuate". Costa aveva già chiesto queste informazioni con una lettera alla responsabile della direzione generale di statistica di via Arenula ma, non avendo ricevuto risposta, ha presentato l'interrogazione. "Sarebbe alquanto sorprendente - ci dice - se il ministero della Giustizia non disponesse di questi dati fondamentali". Ma perché proprio questi? "Conoscere il tasso di accoglimento o rigetto delle richieste del pm da parte del gip servirebbe a capire se c'è effettivamente un filtro da parte del giudice o se quest'ultimo fa semplicemente da passacarte del pm".
L'avvocatura stigmatizza da sempre l'abuso di intercettazioni, spesso usate per cercare non la prova del reato ma un reato qualsiasi, le proroghe delle indagini, su cui sta lavorando la Commissione Lattanzi per limitarle, misure cautelari (attualmente in carcere ci sono circa 9000 persone in attesa di primo giudizio). Il disvelamento dei dati dell'andamento della macchina giudiziaria è un'antica battaglia anche delle Camere Penali per cui i dati statistici giudiziari non sono di proprietà della magistratura. Inoltre, sapere quante sentenze di appello riformano quelle di primo grado è fondamentale proprio in questo momento in cui il tema delle impugnazioni è al centro del dibattito della Commissione Canzio, con tutti i rischi delineati da Caiazza in un'intervista al Dubbio.
Questo dato, insieme a quello relativo agli avvisi di garanzia che si traducono in un giudizio, si lega anche al tema delle valutazioni professionali dei magistrati, la cui riforma è sponsorizzata non solo dalle Camere Penali ma anche dal Pd. Entrambi chiedono che per esse venga introdotto anche il parametro delle smentite processuali delle ipotesi accusatorie. Conclude dunque Costa: "Com'è possibile che il ministero non abbia questi dati adesso che le commissioni stanno lavorando ai decreti attuativi del processo penale e alla riforma dell'ordinamento giudiziario?". Intanto ieri la commissione giustizia della Camera ha conferito il mandato alle relatrici Lucia Annibali (Iv) e Mirella Cristina (FI) e ha così completato l'esame del ddl civile che sarà in aula martedì prossimo con una settimana di anticipo rispetto alla data prevista.
di Rossella Guadagnini
micromega.net, 19 novembre 2021
In occasione dell'uscita del libro "La Giustizia conviene" (appena edito da Piemme), scritto col collega Guido Lo Forte, Gian Carlo Caselli traccia un ampio quadro dell'attuale situazione, dopo gli scandali Palamara e Amara. Dalla crescita smisurata del potere delle correnti nel Csm fino alla loro degenerazione; dal calo di credibilità e fiducia dell'intera magistratura alla riforma prossima ventura, che ne dovrà salvaguardare l'indipendenza, secondo il dettato costituzionale.
"Parlare oggi di giustizia e legalità in termini credibili non è facile. I casi tristemente noti del magistrato Palamara e dell'avvocato Amara hanno spinto la magistratura verso una caduta sempre più rovinosa di credibilità e fiducia". A tirare le somme con MicroMega sullo stato di salute di alcune delle principali istituzioni pubbliche che amministrano il diritto è Gian Carlo Caselli, magistrato per quasi 50 anni, oggi in pensione (ma ancora impegnato con l'Osservatorio delle Agromafie). Le vicende a cui si riferisce hanno coinvolto - sconvolto e quasi travolto - il Consiglio Superiore della Magistratura, l'Associazione Nazionale Magistrati e alcuni loro appartenenti.
Tutta colpa delle correnti? Lei stesso si dimise da Magistratura Democratica dopo tanti anni di appartenenza e con un'aspra polemica finale...
Le mie dimissioni con questo non c'entravano. Erano legate a un'agenda di Md che aveva pubblicato un intervento di Erri De Luca a mio avviso troppo indulgente verso la violenza terroristica. L'agenda fu poi ritirata. Ma torniamo al punto: le correnti hanno subito una pessima involuzione. Da luogo di confronto trasparente e pubblico sono diventate cordate di potere per il conferimento clientelare di incarichi e la nomina di dirigenti, trasformando il Csm in una specie di suk per trattative e scambi non sempre limpidi". Mentre il caso Palamara ha squadernato la pratica avvilente di una limacciosa partita tra schieramenti trasversali e singoli magistrati, dentro e fuori il Csm e l'Associazione Nazionale Magistrati.
Come valuta quanto accaduto?
Un vergognoso groviglio di baratti, di manovre e di scontri, dove l'appartenenza a una corrente o a un gruppo influente è spesso diventata il criterio dominante per la scelta dei capi degli uffici giudiziari. Di qui un crollo verticale di credibilità e affidabilità che è stato senza precedenti e ha investito il Csm e la magistratura, compresa la parte incolpevole, che rimane - in tutti i modi - preponderante.
Già in passato, comunque, Csm e magistratura hanno dovuto affrontare situazioni burrascose.
Ricordo due esempi per tutti: il primo è costituito dal programma della loggia segreta Propaganda 2 del 'venerabile' Licio Gelli, sciolta per legge nel 1982. Dedicava uno spazio apposito a "una forza interna alla magistratura (la corrente di Magistratura Indipendente) che raggruppa oltre il 40 per cento dei magistrati italiani su posizioni moderate" e sosteneva che "un raccordo sul piano morale e programmatico", insieme a "concreti aiuti materiali", avrebbe assicurato "un prezioso strumento già operativo all'interno del corpo" [1].
Un caso esplicito di trame...
Trame a dir poco indecenti di mestatori, che assoldano magistrati associati in corrente disposti a vendersi. E non si trattò di semplici progetti, perché proprio per l'adesione alla P2 e per i finanziamenti ricevuti, la sezione disciplinare del Csm radiò dall'ordine giudiziario, nel 1983, Domenico Pone, allora segretario della corrente in questione. La vicenda fu risolta in maniera esemplare dal Csm, allora unica fra le amministrazioni pubbliche - a quanto mi risulta - capace di sanzionare la vergognosa appartenenza a una società illecita e segreta come la P2.
E il secondo caso?
Quello relativo a Giovanni Falcone, la cui impareggiabile professionalità fu sacrificata dal Csm sull'altare della gerontocrazia, a vantaggio di un candidato, Antonino Meli, che non aveva esperienza di processi di mafia, ma "stracciava" Falcone per anzianità. Significava condannare a morte il metodo di lavoro vincente di Falcone.
Cosa è cambiato oggi rispetto ad allora?
Lo scandalo P2 e l'umiliazione inflitta a Falcone, nonché alla stessa antimafia, per quanto vergognosi e sintomatici di un uso spregiudicato delle correnti, non sono tuttavia assimilabili ai fatti che ruotano intorno al caso Palamara. Fatti gravissimi sia quelli del passato, che quelli del presente, ma soltanto oggi tanto generalizzati e diffusi nella magistratura e nel Csm, dove hanno avuto effetti senza precedenti con le dimissioni di alcuni togati e il conseguente rinnovo parziale dell'organo di autogoverno dei magistrati.
Si riferisce a qualcosa in particolare?
L'appartenenza a una corrente o a un gruppo influente è diventata negli anni sempre più rilevante, fino a farsi elemento decisivo - molto più di quanto non accadesse prima - per alcune scelte anche importanti del Csm. In un libro intervista del gennaio di quest'anno, col titolo significativo "Il sistema" [2], Palamara declina la "sua" verità, sostenendo che a partire dal 2008, nessuna nomina sarebbe sfuggita alle logiche correntizie. Il che, tuttavia, non ha impedito - anzi ha causato - la radiazione di Palamara dalla magistratura.
Come si è arrivati a tanto?
Per la combinazione di vari fattori: quello dei giochi di potere all'interno della magistratura era un fuoco che covava sotto la cenere ma, di recente, è esploso con modalità così clamorose, che perfino l'involuzione delle correnti è tracimata in degenerazione. Una delle concause è stata la drastica riduzione dei posti direttivi o semidirettivi a disposizione, per effetto della soppressione di vari uffici (tutte le preture e i vari tribunali). Riduzione che ha messo in competizione molti magistrati per un numero di posti più esiguo, favorendo in alcuni la tentazione di ricorrere a qualche aiutino contro la "concorrenza".
Dunque che fare?
Ora si è toccato il fondo. Serve una sincera autocritica e uno scatto d'orgoglio dell'Anm e del Csm per puntare a un robusto recupero di credibilità e fiducia. Altrimenti non è neppure ipotizzabile che nelle prossime, necessarie riforme siano prese in considerazione anche le ragioni della magistratura. Le buone ragioni, quelle che nessuno scandalo Palamara o Amara può cancellare o svilire. Quelle che impongono di scacciare i mercanti dal tempio. Quelle che si intrecciano con le ragioni dei cittadini onesti, perché senza una magistratura indipendente e pulita svanisce la speranza di avere una giustizia giusta.
Su questo tema lei e il suo collega, Guido Lo Forte, avete appena scritto un libro, intitolato "La giustizia conviene" [3]: perché converrebbe?
Perché è stata e rimane un pilastro portante nella vita di una comunità davvero civile e va difesa e sostenuta in quanto è un bene comune. L'unico strumento a salvaguardia delle libertà e dei diritti di tutti, soprattutto di chi non ha né potere, né privilegi. "Il valore delle regole raccontato ai ragazzi di ogni età" recita il sottotitolo al volume.
In conclusione cosa aspettarsi dalla prossima riforma della giustizia?
Che non sia una pseudoriforma, magari finalizzata a chiudere i conti con il fastidioso incomodo di una giurisdizione troppo autonoma, ma che incida sulla capacità della magistratura di essere fedele soltanto alla Costituzione. L'unica fedeltà richiesta ai servitori dello Stato - come ha ammonito il presidente Mattarella - a tutela della democrazia.
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