di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 24 giugno 2021
Detenuti condannati all'ergastolo preparano le focacce per le mense Caritas della città. Hanno studiato per acquisire la qualifica di panettiere e hanno deciso di donare il frutto del loro lavoro alle mense dei poveri ed alle associazioni di volontariato di Parma. È la significativa scelta di quattordici detenuti della sezione di alta sicurezza "Uno" che hanno dato vita al progetto "Pane libero & solidale".
L'iniziativa è il frutto della collaborazione fra la Mensa di padre Lino, gestita dai frati minori, la Caritas diocesana e il Consorzio europeo per la formazione e l'addestramento dei lavoratori (Cefal), l'ente di formazione del Movimento cristiano lavoratori. Il lavoro del fornaio, dunque, come mezzo per dimenticare la strada del crimine, per stabilire un ponte con la società, valorizzare il lavoro come elemento fondamentale del trattamento rieducativo e, non ultimo, come strumento volto a creare un utile cittadino e valorizzare il carcere quale risorsa del territorio. Ne è convinto Giuseppe La Pietra, coordinatore del progetto, secondo cui va innanzitutto sottolineato che i protagonisti di questa bella storia sono tutti condannati all'ergastolo ostativo, con fine pena fissata al 31 dicembre 9999, i cosiddetti "uomini ombra". Senza mettere in discussione la definitività della pena, l'esperienza di Pane libero & solidale immagina un patto educativo anche con chi ha compiuto i crimini più gravi, che permetta, a condizioni chiare, se rispettate, la possibilità di riconsiderare le modalità della pena stessa, riaprendo la porta alla speranza. E al cambiamento in meglio della persona.
"Progetti come questi rientrano in quei percorsi educativi e personali che costituiscono parte integrante dell'iter detentivo di ciascuno, ma rappresentano anche un momento di riflessione individuale". La scelta del pane, spiega il volontario, non è casuale: "È l'alimento della condivisione. Rappresenta la necessità dei detenuti di relazionarsi in qualche modo con il resto della città, di compiere un gesto di solidarietà nei confronti di tante persone bisognose. Le due mense che gestiamo, infatti, sono frequentate quotidianamente da cinquecento persone. Le stesse che usufruiscono di pasti caldi e che consumano le focacce preparate dai fornai".
Pane libero & solidale è iniziato in occasione del Giubileo della misericordia e si è interrotto solo a causa della pandemia ma, anche durante il periodo più critico della diffusione del covid, la comunicazione tra le parti non si è mai interrotta. "Prevale nei detenuti e nei poveri dei nostri centri di accoglienza un senso di gratitudine", riprende La Pietra.
"Gli uni ringraziano gli altri: i primi perché, grazie alla loro attività, si sentono di nuovo accolti nella società ed avviano il processo di riscatto e di reinserimento. Il tutto a titolo gratuito. I secondi perché possono mettere insieme pranzo e cena. Per gli uomini segnati da storie di dolore, scelte sbagliate, ciò rappresenta un'opportunità per rinnovare motivazioni ed energie; per i ristretti e per quanti transitano e sostano nelle nostre mense è un'occasione per far lievitare nuovi orizzonti da cui ripartire. Per tutti, è l'opportunità di guardare in modo diverso, libero e solidale, il mondo del carcere e i suoi abitanti". La meta è anche quella di migliorare la qualità della vita all'interno del carcere, di portare la città dentro il carcere, far prendere coscienza di questa realtà, per creare partecipazione e, al tempo stesso, portare il carcere nella città.
Nei giorni scorsi gli ospiti-panificatori hanno ricevuto la visita del vescovo di Parma, Enrico Solmi, accompagnato dal cappellano padre Felice D'Addario, dal team del Cefal, e dalla direttrice della Caritas diocesana Maria Cecilia Scaffardi. "Quelle prodotte da questi ragazzi sono "particole particolari"" ha detto il presule, riferendosi all'ostificio messo in piedi dai ragazzi annesso al forno. "È il frutto di un'idea di comunione tra due realtà: i detenuti da una parte e i fedeli che frequentano le nostre parrocchie e partecipano alle celebrazioni eucaristiche". Insomma un'iniziativa che induce alla reciprocità.
"In questo dare e ricevere, e riscoprendo nell'altro il dono di Cristo, penso ci sia la radice dell'atteggiamento del volontariato cristiano" rileva La Pietra, confermando la regola che se un detenuto percepisce che qualcuno gli vuole bene, si sente perdonato e si predispone all'assunzione di responsabilità del male fatto agli altri. In quel caso chi ha sbagliato può intraprendere davvero il percorso della misura alternativa al carcere nella quale la società deve credere.
Il Messaggero, 24 giugno 2021
Si terranno questa mattina dalle 10 alle 13 dei sit-in davanti ad alcuni istituti carcerai della Regione Lazio. I sit- In si svolgeranno in un solo istituto per provincia, a Viterbo e Latina. Proprio nel capoluogo arriverà anche il personale del carcere di Velletri. Sarà presente, tra l'altro, anche il Segretario Generale Fns Cisl Latina, Salvatore Polverino. I motivi del sit-in sono noti da tempo: sovraffollamento dei detenuti, carenza del personale di Polizia Penitenziaria, interventi per impedire aggressioni da parte detenuti psichiatrici a danno del personale, richiesta di implementazione di posti disponibili Rems, rinnovo contrattuale e richieste per migliorare le condizioni lavorative del personale e dei luoghi di lavoro. Una protesta che segue quella di una settimana fa nel carcere di Velletri, dove un detenuto Italiano di anni 24 ha aggredito un assistente della polizia penitenziaria.
"Il personale di polizia penitenziaria quotidianamente deve trovarsi a fronteggiare detenuti di questo tipo, non si può più andare avanti così perché il personale è stremato e non ha competenza su detenuti con patologie psichiatriche", aveva affermato Massimo Costantino, segretario generale Cisl Fns Lazio secondo il quale "occorre intervenire e modificare la legge sulle Rems perché, cosi come scritta, a rischiare sono solo il personale di Polizia Penitenziaria e i dirigenti, appare urgente, quindi, determinare protocolli d'intesa, specifici poi nelle diverse realtà, con le Regioni appunto al fine di gestire questa tipologia di detenuti".
Ecco il motivo per cui la Fns Cisl oggi effettuerà in ambito territoriale dei sit-in davanti ad alcuni istituti della Regione Lazio. Per la Fns Cisl Lazio "occorrono maggiori garanzie a tutela del personale per salvaguardare l'incolumità di chi espleta lavoro nelle carceri ed interventi per impedire aggressioni da parte detenuti psichiatrici a danno del personale - richiesta implementazione posti disponibili c/o le Rems - rinnovo contrattuale-richieste per migliorare le condizioni lavorative del personale e dei luoghi di lavoro", ha concluso Costantini.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 giugno 2021
Attualmente è in detenzione domiciliare per scontare una pena di un anno e 4 mesi di reclusione, il reato per il quale è stato condannato è quello di calunnia che avrebbe commesso nel 2011. Ha chiesto il permesso di poter lavorare visto che la famiglia non riesce a sostenersi, ma il tribunale di sorveglianza di Taranto gliel'ha rigettata. Per questo ha deciso, come forma di protesta pacifica, di interrompere la sua terapia insulinica ed inalatoria ai polmoni fino a quando non sarà ascoltato.
Si chiama Salvatore Micelli ed è di Taranto. La sua è una vicenda giudiziaria costellata da 10 assoluzioni nei suoi confronti, ricorsi vinti al Tar e diverse cause civili vinte intentate contro di lui. Dal suo punto di vista, ha subito pressioni e accanimenti giudiziari, perché aveva denunciato il sistema degli appalti a Taranto. Tanto da subire anche gogne pubbliche su facebook, creandogli problemi psichici che inevitabilmente si ripercuotono sulla salute fisica: subisce quasi una ischemia, gli esplode il diabete di cui soffriva leggermente fin da piccolo, toccando picchi di quasi 600 come glicemia.
Una vicissitudine che ha raccontato dettagliatamente a Maurizio Turco, segretario del Partito Radicale. Ma la denuncia di Micelli verte soprattutto sul rigetto dei benefici, in maniera particolare il permesso di lavoro, nonostante la pena breve da scontare. Il 28 ottobre 2020 il Tribunale di Sorveglianza di Taranto deve esprimersi sulla sua richiesta di affidamento ai servizi sociali per una condanna definitiva del 2018 per il reato di calunnia, condanna ad 1 e 4 mesi di reclusione. L'istanza di affidamento gli sarà rigettata: il 4 novembre 2020, Micelli si consegna ai carabinieri di Taranto per procedere con l'ordine di esecuzione e la sua traduzione nel carcere di Taranto. Lascerà a casa una compagna e un figlio di 11 mesi, tanto da perdersi il suo primo compleanno.
Con i suoi legali depositano istanza di fungibilità della pena per decurtare la detenzione subita. La pena residua scende a 12 mesi. Depositano istanza di concessione benefici 199 e 137/ 20 (svuotacarceri covid). Saranno tutte rigettate per pericolo di reiterazione del reato. Ricordiamo che è quello di calunnia. Farà reclamo e in data 12 aprile il Tribunale di Sorveglianza con diverso magistrato accoglie il loro reclamo: il 20 aprile Micelli fa finalmente ritorno a casa in detenzione domiciliare. Il 13 aprile invece la Cassazione annulla l'ordinanza di rigetto dell'affidamento ai servizi sociali. A marzo depositano ricorso per revisione processuale condanna presso la Corte d'Appello di Potenza, ancora in attesa dell'esito.
Una vicenda che ha comunicato, tramite missiva di lunedì scorso, al Tribunale di Sorveglianza di Taranto e per conoscenza al Garante Regionale dei Detenuti e al ministero della Giustizia. Non usufruendo dei benefici rigettati, Micelli convive con il proprio figlio minore, di mesi 18, e la sua compagna che rappresenta l'unica fonte di reddito e di entrata economica familiare. Con un solo stipendio, non riescono a sostenersi. Quello che chiede Micelli è aver l'autorizzazione di poter lavorare. Anche perché, attualmente, come scrive nero su bianco nella missiva rivolta alle autorità competenti, ricopre la carica lavorativa di socio-lavoratore della cooperativa Indaco Service con mansione dirigenziale. Potrebbe lavorare, ma il magistrato di sorveglianza ha rigettato la sua richiesta. Per questo, Micelli, ha deciso di sospendere la terapia insulinica salvavita e terapia inalatoria per i polmoni, assumendosi ogni conseguenza del caso.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 24 giugno 2021
La Libia è un capitolo particolare della attuale guerra fredda, lo specchio deformante di una politica internazionale che riflette e genera mostri. A Berlino è andata in scena ieri una grande e sanguinosa fiction. Di cui è un frammento reale anche una parte della storia del manifesto. Che trae le sue lontane origini proprio dalla Libia, quando nel 1951 Valentino Parlato fu cacciato a Tripoli dagli inglesi, all'età di vent'anni, a causa della sua militanza comunista quando ormai il Paese africano non era più la nostra "quarta sponda" ma ricadeva sotto il protettorato britannico.
E che cosa ci sarebbe oggi di più comunista e di giusto che chiedere il ritiro delle truppe e dei mercenari stranieri dalla Libia come è stato fatto ieri alla conferenza di Berlino? Sarebbe una seconda o terza decolonizzazione dopo i raid francesi, statunitensi e britannici del 2011 per far fuori Gheddafi. Ma come vanno davvero le cose?
Il ministro tedesco Heiko Maas ha dichiarato a Berlino davanti al segretario di Stato Usa Antony Blinken (atteso a Roma lunedì per la conferenza sull'Isis) e ai russi: "Oggi vogliamo mettere i presupposti per andare avanti nel percorso iniziato, bisogna rendere operativa l'uscita delle forze politiche straniere e che questo deve iniziare ad accadere". "Forze politiche", dice Maas: i militanti jihadisti e i droni di Erdogan in Tripolitania sono forze politiche? Sono forse "forze politiche" gli aerei degli Emirati e i mercenari russi e gli egiziani che supportano Haftar in Cirenaica.
È evidente che in Libia facciamo finta di che cosa stiamo parlando e che in Europa non abbiamo neppure il coraggio di nominare le cose quelle che sono.
Ma che cosa è accaduto davvero a Berlino? Nulla di che. Erdogan resta in Tripolitania, i mercenari russi della Wagner mantengono la loro linea Maginot nella Sirte, insieme al generale Khalifa Haftar, agli Emirati e all'Egitto, che una base in Libia - come del resto anche Mosca - la vorrebbe davvero. Si chiama "profondità strategica" e nessuno vuole concederla a un altro, qui, sulle sponde del Nordafrica, come nel lontano Afghanistan.
La realtà è che in Libia tutto rischia di saltare per gli interessi contrapposti tra i libici e le potenze internazionali. A partire dalla data delle elezioni del 24 dicembre. Le elezioni di dicembre in Libia sono a rischio per il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres, che in un video inviato alla conferenza di Libia ha sollecitato "misure stringenti" per arrivare a questo obiettivo. Guterres ha invitato in special modo a "chiarire presupposti costituzionali" e a emanare le leggi necessarie per arrivare alle urne. Il segretario dell'Onu ha inoltre ribadito che le truppe straniere debbano lasciare il paese e ha annunciato l'invio di osservatori per assicurare il rispetto della tregua. Sono belle e alate parole quelle del capo del Palazzo di Vetro. Ci crederemmo pure.
Se non ci fossero in gioco le vite dei migranti, dei libici e dei poveri del mondo, la Libia sarebbe un risiko per intrattenere e trastullare le ambizioni di grandi e medie potenze. Invece è una tragedia dove centinaia di migliaia di persone sono detenute in campi di concentramento e lanciate in mare sui barconi. Il presidente americano Biden, insieme ai maggiordomi europei, quando parla di diritti umani è sempre pronto a rivendicarli contro Russia, Bielorussia, Iran e Cina, mai contro i suoi alleati egiziani, israeliani e turchi. Meno che mai per quella Libia dove i rifugiati, trattati come merci, arrivano a frotte dall'Africa del Sahel e più lontano ancora. Eppure gli Usa, dal Medio Oriente all'Africa, hanno bombardato in questi decenni a tutto spiano lasciando stati inceneriti come moncherini e popoli senza futuro.
La conferenza di Berlino sulla Libia è stata l'apoteosi di questa ipocrisia occidentale. Nessuno, né a Est né a Ovest, se ne vuole andare dalla Libia se non con qualche contropartita importante. Non se ne va Erdogan, premiato adesso dall'Unione europea, con un aumento di contributi (da sei a otto miliardi di euro), come guardiano dei profughi dal Medio Oriente; non se ne va la Russia che ha investito su Haftar ma punterebbe pure su Seif Islam, il figlio di Gheddafi, di cui è stato amico e socio in affari l'attuale premier di Tripoli Dbeibah.
Per non parlare dell'Egitto di Al Sisi che nessuno ha il coraggio di nominare come dittatore e macellaio della gioventù egiziana, come se Regeni e Zaki fossero ormai da archiviare tra gli incidenti della storia. Fenomenale è poi la scena italo-libica. Il presidente libico Menfi l'altro giorno è venuto a Roma ricevuto per venti minuti da Draghi. Menfi era infuriato perché una Ong italiana ha convocato a Roma un dialogo tra le tribù del Fezzan - zona di grande interesse per la Francia - e ha attaccato non solo la Farnesina, che si è prontamente sfilata, ma soprattutto la ministra degli esteri libica Najla el-Mangoush - in quota Cirenaica - che aveva dato il suo parere favorevole. Vedete bene in che mani siamo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 23 giugno 2021
C'è un aumento del numero delle persone in attesa di collocazione presso le residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems). Secondo i dati rilevati dal 2019 al 2021, si è passati da un totale, su base nazionale di 603 a 715, alla fine del 2020, per giungere a 770 attuali. Di questi, 98, al mese di febbraio 2021, sono coloro che attendono l'invio in una Rems rimanendo in carcere, in uno stato di detenzione illegittima.
di Angela Stella
Il Riformista, 23 giugno 2021
Ieri il Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha presentato alla Camera dei Deputati la Relazione al Parlamento 2021. Ecco alcuni dei principali dati del documento. "Per quanto riguarda i migranti: i rimpatri nel 2020 sono stati 3.351. Si deve tenere conto del periodo di lockdown e quindi di chiusura delle frontiere.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 23 giugno 2021
Secondo i dati diffusi da Mauro Palma, tra i condannati circa la metà deve scontare una pena inferiore ai tre anni. Per loro potrebbe valere l'istituto su cui sta lavorando la commissione Lattanzi.
Se proprio il carcere deve esistere, se proprio si pensa di ricostruire il patto spezzato con la comunità riducendo in cattività il protagonista di quella rottura, si dia almeno dignità alle condizioni di vita dei prigionieri.
di Leonardo Petrocelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 23 giugno 2021
La premessa non è un mistero: ce la chiede l'Europa per accedere ai fondi del Recovery. E quindi bisogna fare presto. Esistono due condizioni in cui è molto facile sentirsi soli: nel silenzio di una stanza o nel frastuono assordante di una qualche bolgia dantesca. La seconda è peggiore della prima perché dà l'impressione che tutti partecipino alla sorte comune mentre in realtà si è immersi solo in un caos di monadi, ognuna per sé e Dio, se esiste, per tutti.
Deve sentirsi pressappoco così il Guardasigilli Marta Cartabia nella via crucis che accompagna la nascita della tanto sospirata riforma della Giustizia. La premessa non è un mistero: ce la chiede l'Europa per accedere ai fondi del Recovery. E quindi bisogna fare presto. Ma la chiede, per una volta, anche la realtà dei fatti, ferita a morte da processi interminabili, pene mai certe, giudici screditati e scandali che si susseguono incessanti. Quindi bisogna farla pure bene. Presto e bene, da manuale una pessima combinazione di intenti.
Non bastasse il peso ciclopico della faccenda, ecco andare in scena il caravanserraglio italiano in tutto il suo chiassoso splendore. Lega e Radicali hanno deciso di prendere a frustate la situazione con una sorta di gatto a sei code, quanti sono i quesiti referendari promossi dai due movimenti. Non un attacco frontale alla riforma, certo, come gli interessati sottolineano in modo inesausto da settimane, ma una bella mina antiuomo piazzata lungo il percorso che proprio a quella riforma porta.
Uno strappo, una spallata che chiama a raccolta le masse invocando, di fatto, la bocciatura popolare delle toghe. Nell'era di Palamara e compagni, praticamente un gol a porta vuota.
L'Associazione nazionale magistrati l'ha ben compreso ma invece di giocarsela di fino ha sparato a palle quadre accusando Lega e Radicali di voler sottoporre al pubblico linciaggio un'istituzione che dovrebbe essere sempre sottratta all'ira delle masse. Una mossa saggia? No, pessima. Perché quella che nasce come autodifesa legittima diventa immediatamente autotutela di casta e, per giunta, di una casta la cui reputazione è ai minimi storici. Ha ragione chi giudica la sortita dell'Anm come il più grande spot per il referendum che potesse andare in scena. Se la chiamata alle armi dei referendari è un gol a porta vuota, questo è un autogol in rovesciata all'incrocio dei pali. Roba da cineteca delle papere. Intanto, però, un altro pozzo è stato avvelenato.
Basta? No di certo. Perché se questa battaglia ha dei perimetri circoscritti, la contesa capitale è invece larga, larghissima. Lo ha messo bene a fuoco lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio in una recente intervista alla Gazzetta individuando nel conservatorismo delle corporazioni e nei veti incrociati dei partiti il vero nemico allo sviluppo di una buona riforma. Se condiamo l'insalata anche con una congiuntura storica in cui al governo c'è di tutto di più, dai giustizialisti incalliti a pretoriani del garantismo, ecco che il piatto non può che finire di traverso.
C'è addirittura chi dice che l'esecutivo Draghi potrebbe spaccarsi proprio sulla giustizia. Difficile, se non impossibile. Così come è impossibile che una qualche riforma non vada in porto. I soldi in ballo sono troppo preziosi per tutti.
Il risultato, quindi, rischia di essere quello di un modesto compromesso all'italiana, con una bianca verniciatura delle periferie mentre qui bisognerebbe buttare giù i palazzi e ricostruirli. Eccola, dunque, la solitudine di Marta Cartabia impegnata, in modo fin troppo prudente, a portare la croce scansando le macerie al suolo e le bombe che piovono dal cielo della politica e delle corporazioni. Ed è una solitudine beffarda perché la bolgia, qui, è piena di applausi scroscianti, di complimenti, di inchini deferenti. Quando si tratta di buttare la palla in tribuna non c'è nessuno che esiti ad affidarsi a lei: "Abbiamo fiducia nella ministra". Che, a volte, suona un po' come l'avere fiducia nella magistratura. Frasi fatte a favor di telecamera. Dietro le quinte, invece, impera il caos. C'è chi grida e c'è chi è solo.
di David Allegranti
La Nazione, 23 giugno 2021
Nel 2015, a fronte di una presenza media della popolazione detenuta pari a 52.966 persone, ci furono 39 suicidi (0,74 ogni mille detenuti). Nel 2020 ci sono stati 62 suicidi - di questi, 21 in attesa del primo giudizio - a fronte di 55.455 persone detenute (tasso di incidenza 1,11).
Nel 2021 finora 19. In carcere ci si suicida sempre di più, dicono i dati del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria degli ultimi cinque anni. Nel 2015, a fronte di una presenza media della popolazione detenuta pari a 52.966 persone, ci furono 39 suicidi (0,74 ogni mille detenuti).
di Tommaso Coluzzi
fanpage.it, 23 giugno 2021
Secondo il Garante delle persone private della libertà personale molti detenuti che potrebbero usufruire di misure alternative al carcere "spesso perché privi di fissa dimora". Circa un terzo dei 53mila detenuti che sono in carcere in Italia hanno un residuo di pena inferiore ai tre anni. Nella sua relazione annuale, Palma richiama all'attenzione del Parlamento il tema dei luoghi della privazione della libertà che "non sono altro, ma ci appartengono".
- Riforma della giustizia: io dico no a barattare le garanzie con la velocità
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- La Consulta: "No al carcere per i giornalisti, tranne che nei casi più gravi di diffamazione"
- Il "metodo Cartabia" si infrange sulla prescrizione











